Lumìe di Sicilia: Commedia in un atto by Luigi Pirandello

DORINA

Pel ricevimento. Questa notte ci si cena.

MICUCCIO

Ah! E che tavolata!… che luminaria!

DORINA

Bello, eh?

MICUCCIO

(si stropiccia le mani, contentone) Dunque è vero!

DORINA

Che cosa?

MICUCCIO

Eh…. si vede…. stanno bene….

DORINA

Di salute?

MICUCCIO

No…. dico…. (stropiccia le dita)

DORINA

Ma sapete chi è Sina Marnis?

MICUCCIO

Sina? Ah…. già già…. ora…. Me l’ha scritto zia Marta…. Teresina…. Sicuro…. Tere-sina: Sina….

DORINA

Ma aspettate…. ora che ci penso…. voi (chiama Ferdinando dal salone) Ps! Vieni, Ferdinando…. Sai chi è? Quello a cui scrive sempre, lei, la madre….

MICUCCIO

Non sa scrivere, poverina….

DORINA

Sì, sì, Bonavino. Ma…. Domenico — voi vi chiamate Domenico?

MICUCCIO

Domenico o Micuccio, è la stessa cosa. Noi diciamo Micuccio.

DORINA

Che siete stato malato, è vero? ultimamente….

MICUCCIO

Terribile, sì. Per morire. Morto! Proprio morto.

DORINA

E la signora Marta vi mandò un vaglia, è vero? Siamo andate insieme alla Posta.

MICUCCIO

Un vaglia, un vaglia. E per questo vengo! L’ho qua, il denaro.

DORINA

Glielo riportate?

MICUCCIO

(si turba) Denari — niente! Non se ne deve parlare. Ma prima…. Staranno ancora molto a venire?

DORINA

(guarda l’orologio) Eh, ci vorrà ancora…. Questa sera poi, figuriamoci….

FERDINANDO

(ripassando, dal salone all’uscio laterale a sinistra, con stoviglie, applaudendo e gridando) Bene! Bravo! Bis! bis! bis!

MICUCCIO

(sorridendo) Gran voce, eh?

FERDINANDO

(riavviandosi) Eh sì…. anche la voce….

MICUCCIO

(si stropiccia le mani) Me ne posso vantare! Opera mia!

DORINA

La voce?

MICUCCIO

Io gliel’ho scoperta!

DORINA

Ah sì? (a Ferdinando) Senti? Gliel’ha scoperta lui — la voce.

MICUCCIO

Sono musicante, io.

FERDINANDO

Ah! musicante? Bravo! Che sonate? La tromba?

MICUCCIO

(nega prima col dito, seriamente; poi dice) Che tromba! L’ottavino. Sono della banda, io. La banda comunale del mio paese.

DORINA

Come si chiama? Aspettate: me lo ricordo….

MICUCCIO

Palma Montechiaro — come si deve chiamare?

FERDINANDO

E dunque la voce gliel’avete scoperta voi?

DORINA

Su, su, diteci come avete fatto, figliuolo! Sta’ a sentire, Ferdinando.

MICUCCIO

(alzando le spalle) Come ho fatto?… Cantava….

DORINA

E voi subito, musicante…. — eh?

MICUCCIO

No…. subito, no; anzi….

FERDINANDO

Vi c’è voluto del tempo?

MICUCCIO

Lei cantava sempre…. anche per dispetto….

DORINA

Sì?

MICUCCIO

Eh già, per…. per non pensare a tante cose…. perchè….

FERDINANDO

Perchè?

MICUCCIO

Dispiaceri…. contrarietà, poveretta…. allora! Le era morto il padre…. io, sì, le…. le aiutavo, lei e la madre, zia Marta…. Mia madre però non voleva…. e…. insomma….

DORINA

Le volevate bene, dunque?

MICUCCIO

Io? a Teresina? Mi fate ridere! Mia madre pretendeva che la abbandonassi perchè non ci aveva nulla, orfana di padre…. mentre io, bene o male, il posticino ce l’avevo, nella banda….

FERDINANDO

Ma…. niente, niente, allora — fidanzati?

MICUCCIO

Non volevano i miei parenti, allora! E apposta cantava per dispetto Teresina….

DORINA

Ah! guarda…. guarda…. E allora voi?

MICUCCIO

Il cielo! Proprio posso dirlo: ispirazione dal cielo! Nessuno ci aveva mai badato; neanche io. Tutt’a un tratto…. una mattina….

FERDINANDO

Quando si dice la fortuna!

MICUCCIO

Non me lo scordo più…. Era una mattina d’aprile…. Lei cantava presso la finestra…. sui tetti…. Stava in soffitta, allora!

FERDINANDO

Capisci?

DORINA

E zitto!

MICUCCIO

Che male c’è? Di quest’erba si fa il fascio….

DORINA

Ma si sa! Dunque? Cantava?

MICUCCIO

Cento mila volte l’avevo sentita, cantata da lei, quell’arietta nostra paesana….

DORINA

Arietta?

MICUCCIO

Sì. Tutto passa…. — intitolata così.

FERDINANDO

Eh! Tutto passa….

MICUCCIO

(recitando)

Tuttu passa nni stu munnu;

Ogni cosa affaccia, e mori.

Ma la spina di lu cori,

Beni miu, nun passa cchiu….
E che musica! Divina…. appassionata…. Basta. Non ci avevo mai fatto caso. Ma quella mattina…. In paradiso!… un angelo, un angelo mi pareva che cantasse!… Zitto, zitto, senza prevenire nè lei nè la madre, il dopo pranzo condussi su nella soffitta il maestro della banda, che è mio amico…. — uh, amicone, per questo: Saro Malaviti…. tanto buono, poveretto…. — La sente…. — lui è bravo, un maestro bravo…. che lì a Palma lo dicono tutti…. — dice: “Ma questa è una voce di Dio!” Figuratevi che allegrezza! Presi a nolo un pianoforte, che per arrivare lassù, in soffitta…. basta! comprai le carte da musica, e subito il maestro cominciò a darle lezione…. ma così…. contentandosi di qualche regaluccio che potevo fargli di tanto in tanto…. Che ero io? Quel che sono adesso: un poveraccio…. Il pianoforte costava, le carte costavano…. e poi Teresina doveva nutrirsi bene….

FERDINANDO

Eh, si sa!

DORINA

Per aver forza di cantare….

MICUCCIO

Carne, ogni giorno! me ne posso vantare!

FERDINANDO

Perbacco!

DORINA

E così?

MICUCCIO

Cominciò a imparare. E si vide fin d’allora…. Stava lassù…. in cielo si può dire…. — e si sentiva per tutto il paese — la gran voce…. — La gente…. così, sotto, nella strada, a sentire…. E che anima! Ardeva…. ardeva proprio…. E quando finiva di cantare, m’afferrava per le braccia…. così (afferra Ferdinando) — e mi scrollava…. — Pareva una matta…. Perchè lei già lo sapeva; vedeva che cosa sarebbe diventata…. Il maestro poi ce lo diceva. E lei non sapeva come dimostrarmi la sua gratitudine. — Zia Marta, invece, poveretta….

DORINA

Non voleva?

MICUCCIO

Non che non volesse — non ci credeva, ecco. Ne aveva viste tante, povera vecchia, in vita sua, che non avrebbe voluto neppure che a Teresina passasse per il capo di sollevarsi dallo stato, a cui essa da tanto tempo s’era rassegnata. Aveva paura, ecco. E poi sapeva quel che costava a me…. e che i miei parenti…. Ma io la ruppi con tutti, con mio padre, con mia madre, quando venne a Palma un certo maestro di fuori…. che teneva concerti…. uno…. — adesso non ricordo più come si chiama — ma nominato assai…. basta! — quando questo maestro sentì Teresina e disse che sarebbe stato un peccato, un vero peccato non farle proseguire gli studi in una città, in un gran Conservatorio…. — la ruppi con tutti; vendetti il podere che m’aveva lasciato, morendo, un mio zio sacerdote, e mandai Teresina a Napoli.

FERDINANDO

Voi?

MICUCCIO

Io, io.

DORINA

(a Ferdinando) Coi suoi denari, non capisci?

MICUCCIO

Quattr’anni la mantenni lì, agli studi. Non l’ho più riveduta, da allora.

DORINA

Mai?

MICUCCIO

Mai. Perchè…. perchè poi si mise a cantare nei teatri, capite? di qua e di là…. Preso il volo, da Napoli a Roma, da Roma a Milano…. poi in Ispagna…. poi in Russia…. poi qua di nuovo….

FERDINANDO

Furori!

MICUCCIO

Eh, lo so! Ce li ho tutti lì, nella valigia, i giornali…. E qui poi ci ho le lettere (cava dalla tasca in petto della giacca un mazzetto di lettere)…. sue e della madre…. Ecco qua: queste sono parole sue, quando mi mandò il denaro, che stava per morire: “Caro Micuccio, non ho tempo di scriverti. Ti confermo quanto ti dice la mamma. Curati, rimettiti presto e vogliami bene.” “Teresina.”

FERDINANDO

E…. vi mandò assai?

DORINA

Mille lire — no?

MICUCCIO

Mille, già.

FERDINANDO

E il vostro podere, scusate — quello che vendeste — quanto costava?

MICUCCIO

Ma che poteva costare? Poco…. Un pezzettino di terra….

FERDINANDO

(ammiccando a Dorina) Ah….

MICUCCIO

Ma l’ho qua, io, il danaro. Non voglio niente, io. Quel poco che ho fatto, l’ho fatto per lei. Eravamo rimasti d’accordo d’aspettare due, tre anni, perchè lei si facesse strada…. Zia Marta me l’ha sempre ripetuto nelle sue lettere. Dico la verità, ecco: il danaro non me l’aspettavo. Ero stato tant’anni; potevo stare ancora…. Ma se Teresina me l’ha mandato, è segno che ne ha d’avanzo; la strada se l’è fatta….

FERDINANDO

Eh, altro! E che strada, caro voi!

MICUCCIO

Dunque è tempo….

DORINA

Di sposare?

MICUCCIO

Io sono qua.

FERDINANDO

Siete venuto per sposare Sina Marnis?

DORINA

Sta’ zitto! Se c’è la promessa! Non capisci niente. Sicuro! Per sposare!

MICUCCIO

Io non dico niente: — dico: — Sono qua. Ho piantato tutto e tutti, lì al paese: la famiglia, la banda, ogni cosa. Ho litigato coi miei parenti per via di queste mille lire, che arrivarono senza ch’io lo sapessi, quand’ero più morto che vivo. Ho dovuto strapparle dalle mani a mia madre, che se le voleva tenere. Ah, nossignori — denari, niente! Micuccio Bonavino, denari — niente! Dovunque sia, anche in capo al mondo, io — per me — non posso perire. L’arte, ce l’ho. Ci ho là l’ottavino, e….

DORINA

Ah si? Vi siete portato anche l’ottavino?

MICUCCIO

Sicuro che me lo sono portato! Io e lui facciamo una cosa sola….

FERDINANDO

Lei canta, e lui suona. — Capisci?

MICUCCIO

Che non posso sonare nell’orchestra, forse?

FERDINANDO

Ma sicuro! Perchè no?

DORINA

E…. sonerete bene, m’immagino!

MICUCCIO

Così…. — suono da dieci anni….

FERDINANDO

Se ci faceste sentire qualche cosa? (va a prendere l’astuccio dello strumento)

DORINA

Sì, sì, bravo! bravo! Fateci sentire qualche cosa!

MICUCCIO

Ma no! Che volete sentire…. a quest’ora….

DORINA

Qualche cosina, via! Siate buono!

FERDINANDO

Un pezzettino….

MICUCCIO

Ma no!… Ma che!…

FERDINANDO

Non vi fate pregare! (apre l’astuccio; ne cava lo strumento) Ecco qua!

DORINA

Su, via! Per sentire….

MICUCCIO

Ma non è possibile…. così…. io solo….

DORINA

Non importa! Su! provatevi!

FERDINANDO

Altrimenti, ohe, suono io!

MICUCCIO

Per me, se volete…. Vi suono l’arietta che cantava Teresina, in soffitta, quel giorno?

FERDINANDO E DORINA

Sì! Sì! Bravo! bravo!

FERDINANDO

Tutto passa?

MICUCCIO

Tutto passa.

(Micuccio siede e si mette a sonare con grande serietà — Ferdinando e Dorina fanno sforzi per non ridere — Sopravvengono ad ascoltare l’altro cameriere in marsina, il cuoco, il guattero, a cui i due primi fan cenni di star seri e zitti, a sentire — La sonata di Micuccio è interrotta a un tratto da un forte squillo del campanello)
FERDINANDO

Oh! Ecco la signora!

DORINA

(all’altro cameriere) Su su, andate voi ad aprire! (al cuoco e al guattero) E voi, subito, sbrigatevi! Ha detto che vuole andare in tavola appena rientra.

(via l’altro cameriere e il cuoco e il guattero)
FERDINANDO

La mia marsina…. Dove l’ho messa?

DORINA

Di là! (indica dietro la tenda, e s’avvia di corsa)

(Micuccio si alza, con lo strumento in mano, smarrito — Ferdinando va a prender la marsina, se la reca in dosso, di furia; poi, vedendo che Micuccio sta per andare anche lui dietro a Dorina, lo arresta sgarbatamente)
FERDINANDO

Voi rimanete qua! Devo prima avvertire la signora.

(Ferdinando, via — Micuccio resta confuso, oppresso da un angoscioso presentimento)
LA VOCE DI ZIA MARTA

(dall’interno) Di là, Dorina! in sala! in sala!

(Ferdinando, Dorina e l’altro rientrano dall’uscio a destra e attraversano la scena, diretti al salone in fondo, reggendo magnifiche ceste di fiori, corone, ecc. — Micuccio sporge il capo a guardar nel salone, e vi intravede tanti signori in marsina che parlano tra loro confusamente — Dorina rientra in gran fretta in iscena, diretta all’uscio a destre)
MICUCCIO

(toccandole il braccio) Chi sono?

DORINA

(senza fermarsi) Gli invitati! (via)

(Micuccio guarda di nuovo — La vista gli si annebbia — È tanto lo stupore, tanta la commozione, che non s’accorge egli stesso che gli occhi gli si sono riempiti di lagrime — Li chiude, e si restringe in sè, quasi per resistere allo strazio che gli cagiona una squillante risata: — Sina Marnis ride così, di là — Dorina rientra con altre due ceste di fiori)
DORINA

(senza fermarsi, diretta al salone) O che piangete?

MICUCCIO

Io?…. No…. Tutta quella gente….

(Entra dall’uscio a destra zia Marta col cappello in capo, oppressa, povera vecchia, da una ricca, splendida mantiglia di velluto — Appena vede Micuccio dà un grido subito represso)
MARTA

Come! Micuccio…. tu qua?

MICUCCIO

(scoprendo il volto e restando, quasi impaurito, a contemplarla) Zia Marta…. Oh Dio…. così?… voi?

MARTA

Che…. che mi vedi?

MICUCCIO

Coi cappello? voi?

MARTA

Ah…. (tentenna il capo e alza una mano — Poi, sconvolta) Ma come mai? Senza avvertire! Che è stato?

MICUCCIO

Sono…. sono venuto….

MARTA

Giusto questa sera! Oh Dio, Dio…. Aspetta…. Come si fa? come si fa? Vedi quanta gente, figliuolo mio? È la festa di Teresina….

MICUCCIO

Lo so.

MARTA

La sua serata, capisci? Aspetta…. aspetta un po’ qua….

MICUCCIO

Se voi…. se voi credete che me ne debba andare….

MARTA

No: aspetta un po’, ti dico…. (s’avvia per il salone)

MICUCCIO

Io però non saprei…. in questo paese….

(Zia Marta si volta, fa cenno con la mano guantata d’attendere, ed entra nel salone, ove si fa a un tratto un gran silenzio — Si odono chiare, distinte, queste parole di Sina Marnis: “Un momento, signori!” — Di nuovo Micuccio si nasconde la faccia tra le mani — Ma Sina non viene — Torna invece poco dopo zia Marta, senza cappello, senza guanti, senza mantiglia, meno imbarazzata)
MARTA

Eccomi qua…. eccomi qua….

MICUCCIO

E…. e Teresina?

MARTA

L’ho avvisata…. gliel’ho detto…. Ora, appena…. appena può, un momento…. si farà vedere…. Noi, intanto, ce ne stiamo un po’ qua, eh?… sei contento?

MICUCCIO

Per me….

MARTA

Io starò con te….

MICUCCIO

Ma no…. se…. se volete…. se dovete andare di là….

MARTA

No no…. Adesso di là si fa cena, capisci?… Ammiratori…. l’impresario…. La carriera, capisci? Ce ne staremo qua noi due. Dorina ci apparecchierà subito subito questo tavolino…. e…. e ceneremo insieme, io e tu, qui — eh? come ti pare? noi due soli — eh? Ci ricorderemo de’ bei tempi….

(Rientra Dorina dall’uscio a sinistra, con una tovaglia e l’occorrente per apparecchiare)
MARTA

Su, su, Dorina…. Qua, lesta…. Per me e per questo mio caro figliuolo. Caro il mio Micuccio! Non mi par vero di trovarmi con te.

DORINA

Ecco — intanto, seggano.

MARTA

(sedendo) Sì sì…. Qua, così, appartati…. noi due soli…. Lì, capirai…. tanti signori…. Lei, poverina, non può farne a meno…. La carriera…. come si fa? Li hai veduti i giornali? Cose grandi, figlio mio! Io — come sopra mare…. Non mi par vero che me ne possa stare sola con te, stasera. (si stropiccia le mani e sorride, guardandolo con occhi inteneriti)

MICUCCIO

(cupo, con voce angosciata) E…. verrà, vi ha detto? Dico…. dico per…. vederla, almeno….

MARTA

Ma certo che verrà! Appena avrà un momentino di largo — non te l’ho detto? Ma anche lei, figurati che piacere avrebbe di starsene qua con noi…. con te, dopo tanto tempo…. Quanti anni sono? Tanti, tanti…. Ah, figlio mio, mi paiono un’eternità…. Quante e quante cose ho visto…. cose che…. che non mi paiono vere, se ci penso…. Chi me l’avesse detto, quando…. quando stavamo là, a Palma…. quando venivi tu, lassù nella nostra soffitta…. coi nidi delle rondinelle nella travatura, ti ricordi? che ci svolavano per casa…. e i miei bei vasi di basilico su la finestra…. E donna Annuzza, donna Annuzza? la vicinella nostra?

MICUCCIO

Eh…. (fa con due dita il segno della benedizione, per significare, Morta!)

MARTA

Morta? Eh, me l’immaginavo…. Vecchierella fin d’allora…. più di me…. Povera donna Annuzza…. col suo spicchietto d’aglio…. ti ricordi? veniva con questa scusa…. uno spicchietto d’aglio…. giusto quando stavamo a mandar giù un bocconcino…. e…. Poveretta! E chi sa quanti altri morti, eh? a Palma…. Mah! almeno, morti, riposano là, nel nostro camposanto, coi loro parenti…. Mentre io…. chi sa dove lascerò io queste mie ossa…. Basta…. su, su…. non ci pensiamo! (viene Dorina col primo servito e s’accosta a Micuccio perchè si serva) Oh, brava Dorina….

MICUCCIO

(guarda Dorina, poi zia Marta, confuso, impacciato; alza le mani per servirsi, vede che sono sudice dal viaggio e le riabbassa più che mai confuso)
MARTA

Qua, qua, Dorina! Faccio io…. Lo servo io…. (eseguisce) Così…. va bene, eh?

MICUCCIO

Oh, sì…. grazie….

MARTA

(che si è servita) Ecco qua….

MICUCCIO

(strizzando un occhio e facendo con una mano un gesto espressivo su la guancia) Uhm…. Roba…. roba buona….

MARTA

La serata…. capisci? Su, mangiamo! Ma, prima…. (si fa il segno della croce) Qua posso farmela, davanti a te….

MICUCCIO

(si fa anche lui il segno della croce)

MARTA

Bravo, figliuolo! Anche tu…. Bravo, il mio Micuccio, sempre lo stesso, poverino! Credi che…. quando mi tocca lì…. senza potermi fare la croce…. mi pare che non mi possa andar giù…. Mangia, mangia!

MICUCCIO

Eh, ho una fame, io! Non…. non mangio da due giorni….

MARTA

Come! In viaggio….

MICUCCIO

M’ero portato da mangiare…. Ce l’ho lì, nella valigia. Ma….

MARTA

Ma?

MICUCCIO

Mi…. mi sono vergognato…. Mi…. mi pareva poco….

MARTA

Oh, che sciocco!… Su, su…. mangia, povero Micuccio mio…. Sicuro che devi aver fame! Due giorni…. E bevi…. su, bevi…. (gli versa da bere)

MICUCCIO

Grazie…. Ora bevo….

(Di tratto in tratto, ogni qualvolta i due camerieri, entrando nella sala in fondo o uscendo coi serviti, schiudono la bussola, viene di là come un’ondata di parole confuse e scoppii di risa. Micuccio alza il capo dal piatto, turbato, e guarda gli occhi dolenti e affettuosi di zia Marta, quasi per leggervi una spiegazione)
MICUCCIO

Ridono….

MARTA

Già…. Bevi…. bevi…. Ah, il buon vino nostro, Micuccio! Quanto lo desidero, sapessi! quello di Michelà che stava sotto di noi…. Che ne è di Michelà? che ne è?

MICUCCIO

Michelà? Sta bene, sta bene….

MARTA

E sua figlia Luzza?

MICUCCIO

Ha sposato…. Ha già due figliuoli….

MARTA

Sì? davvero? Veniva su a trovarci, ti ricordi? sempre allegra! Oh la Luzza…. guarda…. guarda…. ha sposato…. Chi ha sposato?

MICUCCIO

Totò Licasi, quello del dazio, sapete?

MARTA

Ah sì? Buono…. E donna Mariangela, dunque — nonna! già nonna…. Beata lei! Due figliuoli, hai detto?

MICUCCIO

Due…. già…. (si turba, a un’altra ondata di rumori dal salone)

MARTA

Non bevi?

MICUCCIO

Sì…. ora….

MARTA

Non ci badare…. Si sa, ridono…. Sono in tanti…. Caro mio, è la vita, che vuoi? la carriera…. C’è l’impresario….

DORINA

(si ripresenta con un nuovo servito)

MARTA

Ecco, Dorina…. Qua, Micuccio, il piatto…. Anche questo ti piacerà…. (facendogli la porzione) Dimmi tu….

MICUCCIO

Fate voi, fate voi….

MARTA

(c. s.) Ecco, così…. (si serve anche lei; Dorina via)

MICUCCIO

Come avete imparato bene voi! Mi fate restare propriamente allocchito!

MARTA

Per forza, figlio mio….

MICUCCIO

Quando v’ho vista con quella mantiglia di velluto…. col cappello in capo….

MARTA

Per forza!

MICUCCIO

Lo so…. eh! dovete fare la vostra comparsa! Ma se vi vedessero vestita così a Palma, zia Marta….

MARTA

(nascondendosi la faccia con le mani) Oh Dio mio, non mi ci far pensare! Ci credi che…. se ci penso…. una vergogna! una vergogna mi prende…. Mi guardo; dico “Io, così?” e mi pare che sia per finta…. come di carnevale…. Ma come si fa? Per forza!

MICUCCIO

Eh già…. sicuro…. una volta che…. Ma, dunque, proprio…. — eh già, si vede — proprio grandezze?… La…. la pagano bene, eh?

MARTA

Ah, sì…. bene….

MICUCCIO

Quanto per sera?

MARTA

Secondo. Secondo le…. le stagioni…. i…. i teatri, capisci? Ma, sai, figlio mio? costa, ah, costa, costa pur tanto questa vita…. Non c’è denari che bastino! Tanto, tanto costa, se sapessi! Se…. se ne vanno come vengono…. Abiti, gioie…. spese d’ogni genere…. (s’interrompe a un forte strepito di voci nel salone in fondo)

VOCI

Dove? dove? dove? Lo vogliamo sapere! Dove?

VOCE DI SINA

Un momento! Vi dico, un momento!

MARTA

Eccola! È lei…. Viene….

SINA

(tutta frusciante di seta, parata splendidamente di gemme, nudo il seno, nude le spalle, le braccia, si presenta frettolosa e pare che la cameretta d’un tratto s’illumini violentemente)

MICUCCIO

(che aveva steso la mano al bicchiere resta col volto in fiamme, gli occhi sbarrati, la bocca aperta, abbarbagliato e istupidito, a mirare, come innanzi a un’apparizione di sogno; balbetta:) Teresina….

SINA

Micuccio? Dove sei? Ah, eccolo qua…. Oh, come va? Stai bene, ora? Bravo, bravo…. Sei stato malato, eh? Senti, ci rivedremo fra poco…. Tanto, qui hai con te la mamma…. Siamo intesi, eh? Tra poco…. (scappa di nuovo)

MICUCCIO

(rimane trasecolato, mentre nel salone scoppiano altre grida alla ricomparsa di Sina)

MARTA

(dopo una lunga pausa, domanda timorosa, per rompere lo attonimento in cui egli è caduto) Non mangi più?

MICUCCIO

(la guarda sbalordito, senza comprendere)

MARTA

Mangia…. (gl’indica il piatto)

MICUCCIO

(si porta due dita al colletto affumicato e spiegazzato e se lo tira, provandosi a trarre un lungo respiro) Mangiare? (agita più volte le dita presso il mento, come se salutasse, per significare: non mi va più, non posso. Sta ancora un pezzo silenzioso, avvilito, assorto nella visione testè avuta, poi mormora:) Come s’è fatta…. Non…. non mi è parsa vera…. Tutta…. tutta…. così…. (accenna, senza sdegno ma con stupore, alla nudità di Sina)…. Un sogno…. La voce…. gli occhi…. Non è…. non è più lei…. Teresina…. (accorgendosi che zia Marta scote mestamente il capo e che ha sospeso anche lei di mangiare, come aspettando) Che!… Neanche…. neanche a pensarci…. Tutto finito…. chi sa da quanto!… E io, sciocco…. io, stupido…. Me lo avevano detto al paese…. e io…. mi sono rotte le ossa a…. a venire…. Trentasei ore di ferrovia…. per…. per fare…. Per questo, il cameriere e quella là…. Dorina…. che risate! Io, con…. (accosta più volte tra loro gl’indici delle due mani, e sorride malinconicamente, scotendo il capo) Ma che potevo credere? Ero venuto per…. perchè lei, Teresina, me…. me lo aveva promesso…. Ma forse…. eh sì!… come avrebbe potuto lei stessa allora supporre che un giorno sarebbe divenuta così? Mentre io…. là…. sono rimasto…. col mio ottavino…. nella piazza del paese…. Lei…. lei tanta via…. Ma che! Neanche a pensarci più…. (si volta, brusco, a guardare zia Marta) Se ho fatto qualche cosa per lei, nessuno qua ora, zia Marta, deve sospettare che io, con questa mia venuta, voglia… voglia accampare (si turba sempre più, si leva in piedi) Anzi, aspettate! (si caccia una mano nella tasca in petto della giacca e ne trae il portafogli) Ero venuto anche per questo: per restituirvi questo denaro che mi avete mandato. Vuol esser pagamento? restituzione? Che c’entrava! Vedo che Teresina è divenuta una…. una regina! vedo che…. niente! neanche a pensarci più! Ma questo denaro, no! non mi meritavo questo da lei…. Che c’entra! È finita, e non se ne parla più…; ma denari, niente! denari, a me, niente! Mi dispiace solo che non sono tutti….

MARTA

(tremante, afflitta, con le lagrime agli occhi) Che dici, che dici, figliuolo mio?

MICUCCIO

(facendole segno di star zitta) Non li ho spesi io: li hanno spesi i miei parenti, durante la malattia, senza ch’io lo sapessi. Ma vanno per quei pochi quattrinucci che spesi io allora per lei…. vi ricordate? Non ci fa nulla…. Non ci pensiamo più. Qua c’è il resto. E io me ne vado.

MARTA

Ma come! Così d’un colpo? Aspetta almeno che lo dica a Teresina. Non hai sentito che voleva rivederti? Vado a dirglielo….

MICUCCIO

(trattenendola a sedere) No, è inutile. Sentite?

(Giunge dal salone il suono del pianoforte e un coro salace e sguaiato d’operetta intonato, tra le risa, da tutti i commensali)
MICUCCIO

Lasciatela star lì…. Lì sta bene, al suo posto…. Io, poveretto…. L’ho veduta; m’è bastato…. O piuttosto…. andate pure voi di là…. Sentite come si ride? Io non voglio che si rida di me…. Me ne vado….

MARTA

(interpretando nel peggior senso quella risoluzione improvvisa di Micuccio, cioè come un atto di sdegno, un moto di gelosia, dice tra le lagrime) Ma io…. io non posso più mica farle la guardia, figliuolo mio….

MICUCCIO

(leggendole a un tratto negli occhi il sospetto ch’egli non ha ancora avuto, le grida, rabbuiandosi volto) Perchè?

MARTA

(si smarrisce, si nasconde la faccia tra le mani, ma non riesce a frenar l’impeto delle lagrime irrompenti, e dice, soffocata dai singhiozzi) Sì, sì, vattene, figlio mio, vattene…. Non è più per te, hai ragione…. Se mi aveste dato ascolto….

MICUCCIO

(prorompendo, chino su lei, e strappandole a forza una mano dal volto) Dunque…. Ah, lei dunque, lei…. lei non è più degna di me!

(Il coro e il suono del pianoforte seguitano nel salone)
MARTA

(accenna, angosciata, piangente, di sì, di sì col capo, poi alza le mani giunte in preghiera, con atto così supplice e accorato che l’ira di Micuccio cade subito) Per carità, per carità, per pietà di me. Micuccio mio!

MICUCCIO

Basta, basta…. Me ne vado lo stesso…. Anzi, tanto più, ora…. Che sciocco, zia Marta: non lo avevo capito! Per questo…. tutta…. tutta nuda…. Non piangete…. Tanto, che ci fa? Fortuna…. fortuna…. (così dicendo, riprende la valigetta e il sacchetto e si avvia per uscire: ma gli viene in mente che lì, dentro il sacchetto, ci sono le belle lumìe che egli aveva portate a Teresina dal paese) Oh, guardate, zia Marta…. Guardate qua…. (scioglie la bocca al sacchetto e, facendo riparo d’un braccio, versa su la tavola i freschi frutti fragranti)

MARTA

Le lumìe! le nostre belle lumìe!

MICUCCIO

Gliele avevo portate…. (ne afferra una) E se mi mettessi a tirarle su le teste di tutti quei galantuomini là?

MARTA

(di nuovo supplice) Per carità!

MICUCCIO

(ridendo acre e mettendosi in tasca il sacchetto vuoto) No, niente; non temete. Le lascio a voi sola, zia Marta. E dire che ci ho anche pagato il dazio…. Basta. A voi sola, badate bene. A lei dite così: “Buona fortuna!” da parte mia.

(Via — Séguita di là il suono e il coro — Zia Marta resta a pianger, sola, innanzi alla tavola, con la faccia coperta dalle mani — Lunga pausa — finchè Sina Marnis non pensa di fare un’altra breve comparsa nella cameretta)

SINA

(sorpresa, vedendo la madre che piange) E andato via?

MARTA

(accenna di sì col capo, senza guardarla)

SINA

(fissa gli occhi nel vuoto, assorta, poi sospira) Poveretto….

MARTA

Guarda…. ti…. ti aveva portato le lumìe….

SINA

(rallegrandosi) Oh belle! Guarda…. quante! Che odore! belle! belle! (stringe un braccio alla vita e ne prende con l’altra mano quante più può portarne, chiamando forte verso i commensali del salone, che accorrono) Didì! Didì! Rosì! Gegè! Cornelli! Tarini! Didì!

MARTA

(levandosi e protestando vivamente) No! Di là, no! Non voglio! Di là, no!

SINA

(scrollando le spalle, ridendo e offrendo i frutti ai convitati) Lasciami fare! Qua, Didì! Lumìe di Sicilia! A voi, Rosì, qua, lumìe di Sicilia! Lumìe di Sicilia!

TELA

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