Storia degli Italiani, vol. 2 (di 15) by Cesare Cantù

C. CANTÙ
STORIA DEGLI ITALIANI
TOMO II.
STORIA
DEGLI ITALIANI

PER

CESARE CANTÙ

EDIZIONE POPOLARE
RIVEDUTA DALL’AUTORE E PORTATA FINO AGLI ULTIMI EVENTI

TOMO II.

TORINO
UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE
1874

INDICE

[1]
CAPITOLO XIX.
Gli schiavi. — Guerre civili.
Se la giustizia non è una legge eterna, ma deriva da patti sociali e da decreti, non può concernere se non coloro che stipularono; lo straniero sarà un nemico, e ciascuno potrà ucciderlo a voglia; i vinti si manderanno per le spade, se pure non si trovi più utile il servarli (servi) pei proprj bisogni, e perchè facciano tutto ciò che al vincitore talenti. Così logicamente veniva stabilita la maggiore delle iniquità, e l’ulcera delle società antiche.

Gli schiavi, come in tutta l’Asia, l’Egitto, la Grecia, così in Roma abbondavano; e conforme alla giustizia suddetta, Dionigi d’Alicarnasso, parlando di Servio Tullio, trova che i Romani acquistavano i servi con mezzi legittimissimi[1], giacchè o li compravano all’incanto, o li riceveano col bottino, od ottenevano dal generale di serbar quelli ch’essi aveano presi in guerra, o li compravano da chi gli avea avuti per le vie predette. Oltre gli acquistati in guerra, alcuni eransi venduti da se stessi per vizio, o dai creditori, o dalla legge (servi pœnæ); altri erano nati in casa (vernæ); altri raccolti bambini nelle esposizioni, comunissime allora quando ogni padre poteva ricusare di levar di terra il figlio natogli. Estese le conquiste, si portarono schiave a Roma anche persone nobili ed istruite, principalmente dalla Magna Grecia e dalla Sicilia: crebbero poi a migliaja nelle guerre con Cartagine, col’Illiria, colle Gallie. Del [2]farne nascere in casa poco s’avea cura, credendosi questi men robusti, e parendo gittato il tempo in cui si deve lasciar inoperosa la madre, e nutrire il bambino senza frutto.

Lo schiavo non è persona, ma cosa[2]: perciò non ha rappresentanza nel consorzio civile, non può deporre in testimonio, non citare in tribunale, non aver nozze legittime nè figli proprj, non testare; natural suo erede è il padrone, che subentra ad esso negli altrui testamenti. Il proprietario solo potea chieder ragione d’un insulto fatto a’ suoi schiavi, e contro lui dirigevasi l’azione per colpe di questi. Poteva il dominio d’uno schiavo appartenere ad uno, ad un altro l’usufrutto; e il padrone a sua voglia batterlo, crocifiggerlo, affamarlo, far ogni infamia del corpo di esso. La legge calcola con ispietata precisione i compensi per la sua perdita o pel deterioramento: — Chi senza diritto uccida uomo o quadrupede domestico appartenenti ad altri, paghi al padrone il valore massimo che questo oggetto ha da un anno. Non si deve solamente tener conto del valer corporale, ma anche se la perdita dello schiavo cagioni al padrone un danno maggiore del valor proprio dello schiavo. Se il mio schiavo fu istituito [3]erede, e fu ucciso prima che per ordine mio accettasse l’eredità, bisogna, oltre il prezzo, pagarmi l’ammontare dell’eredità perduta. Se di due gemelli, o di due commedianti, o di due musici fu ucciso l’uno, deesi valutare e il prezzo del morto e lo scapito che la uccisione di lui portò nel valore del sopravivente, come se s’uccida una mula d’una coppia, o un cavallo di una quadriga. Quello cui fu ucciso lo schiavo, può scegliere fra il procedere in via criminale, o il ripetere un’indennità in forza della legge Aquilia»[3]. Eccovi un’altra contraddizione di quella sapienza legale: comprendere nel diritto di natura le bestie, mentre negava la personalità agli schiavi.

Erano questi addotti sul mercato da pirati o da speculatori, che li disponeano in una trabacca (catasta) a varj scompartimenti simili a gabbie, ignudi, colle mani [4]avvinte e in fronte un cartello, portante le loro buone e ree qualità[4]. Entro gallerie interne si esibivano i prescelti. I forestieri, di cui non si poteva garantire la docilità, presentavansi con piedi e mani legate e col pileo in capo. Il compratore espone al negoziante: — Mi fa bisogno d’un mugnajo, di un torcoliero, d’un segretario per lo scrittojo, d’una donna pel letto, di un cane per la porta, d’un pedagogo per mio figlio»: guarda, palpa, esamina la forza e l’intelligenza: il venditore è obbligato dichiarare le malattie e i difetti, se riottoso, se solito a fuggire o andar girellone. Più tardi fu stabilita una tariffa secondo l’età e la professione; sessanta soldi d’oro per un medico, cinquanta per uno scrivano, trenta per un eunuco minore dei dieci anni, cinquanta se maggiore[5]. Cittadini di gran virtù speculavano sull’educarli; Catone li comprava meschini ed ignoranti, poi fatti robusti e destri li rivendeva: Pomponio Attico ne formava letterati.

Alcuni erano schiavi pubblici, per lo più fatti in guerra e che appartenevano allo Stato o alla città, con annuo assegno perchè attendessero ai pubblici lavori, ai bagni, agli acquedotti, alle miniere; oppure servissero i generali e i magistrati anche per corrieri, carcerieri, manigoldi. A peggior condizione trovavansi gli schiavi privati, i quali nelle case esercitavano ogni ministero; essi agricoli, essi mandriani, essi pastori, essi canovaj, cuochi, spenditori, barbieri, bagnajuoli, sarti, calzolaj, cacciatori, giardinieri, funamboli, commedianti, architetti, pittori, ragionieri, medici, veterinarj, tutto. Uno si teneva legato alla porta acciocchè, fui per dire, abbajasse al venire di qualche forestiero; altri dovevano gridare le ore, umani oriuoli; altri macinavano, e un [5]gran disco attorno al collo gl’impediva di recarsi alla bocca qualche pugno di grano; quali correano avanti il padrone per istrada a fargli dare il passo; quali annunziavano le visite; questi, ai piedi del padrone, tergevano dai tappeti orientali le sordide traccie dell’intemperanza di esso; quelli servivano da sonatori, da impudichi, da buffoni, al qual uopo alcuni sin da fanciulli erano stretti con cinghie e serrati in astucci per modo che non potessero svilupparsi. Giulia d’Augusto aveva un nanerottolo ed una schiava non più alti di due piedi. Pregiatissimi erano pure gli ermafroditi, talora artifiziali. Seneca ci addita torme di ragazzi che, all’uscire dai banchetti, nelle camere aspettavano oltraggi alla natura. Legioni intere di corrotti, provenienti principalmente dall’Asia e da Alessandria, che somministrava i più famosi per isfrontatezza di costumi e vivacità di spirito, erano disposti secondo il paese ed il colore con tant’arte, che in tutti vedevasi corporatura snella, volto fiorito della prima lanugine, nè mai uno di capellatura liscia confondevasi con quelli di crespa. Alcuni non viaggiavano che col viso bisunto, perchè il sole e il freddo non intaccassero la dilicata pellicina. Plinio e Quintiliano raccontano con quali arti infami si celavano i difetti di quelli destinati ad infimi piaceri, e con quali erbe si ritardavano gl’indizj della pubertà[6].

Uno schiavo robusto fruttava al suo padrone da venticinque centesimi il giorno; e riceveva al mese venti [6]litri di grano e venticinque di vinello, fatto con aceto, acqua dolce e acqua di mare fracida, secondo la ricetta di Catone. Il lavoro degli schiavi era preferito, perchè non come i liberi restavano ogni tratto interrotti dal servizio militare.

— Calvisio Sabino ricchissimo, e dei più inerti ch’io m’abbia conosciuti (racconta Seneca), stava sì male a memoria, che or dimenticava il nome d’Ulisse, or quello di Achille o di Priamo; nè altri mai storpiò tanto i nomi, quanto egli faceva quei di greci e trojani. Volendo ciò non ostante passare per letterato, udite cosa pensò. Comprò due schiavi, uno che imparasse a memoria Omero, l’altro Esiodo, e nove altri che sapessero i nove poeti lirici. Gli costarono un occhio, perchè, non trovandosene d’incontro, bisognò farli apposta. Formatosi questa banda, cominciò a bersagliare i suoi convitati: aveva ai piedi gli schiavi che gli suggerivano de’ versi quando gli occorressero, e ch’egli lanciava a ogni proposito ai commensali, per lo più storpiandoli. Satellio Quadrato, gran motteggiatore, ne rise; Calvisio gli rispose ch’erangli costati centomila sesterzj; e questi: A meno compravate altrettante biblioteche. Eppure Calvisio arrogavasi di saper tutto quel che i suoi servi sapevano. Satellio stesso gli propose un giorno di far seco alla lotta ; e perchè Calvisio gli mostrava d’esser pallido e sfinito, Che? replicò l’altro, non avete una turba di schiavi forzosi?»

In qual modo trattati fa orrore il pur pensarlo. Quei che lavoravano i campi, aveano i capelli e le ciglia rase: quei che portavano i padroni nelle eleganti lettighe, trascinavansi dietro le catene[7]. Palla, accusato [7]di complicità con alcuni liberti, dimostrò che non comunicava con essi se non per segni o per iscritto. Antonio e Cleopatra sperimentavano sopra gli schiavi i veleni. Pollione ne fe gittar alle murene uno che gli ruppe un vaso: del che lo rimbrottò Augusto, il quale non pertanto fece appiccare all’antenna uno che gli aveva mangiato una quaglia. Ai lunghi pasti si facevano assistere, digiuni, in piedi, e guai se avessero tossito, starnutato, sospirato, anzi pur mosso le labbra. Alcuni ricreavano le cene con atroci combattimenti, e i padroni applaudivano, fischiavano, e dicevano: — Fatti lontano, canaglia, che il tuo sangue non mi chiazzi la tunica».

Così degradati da inumana severità o da turpi favori, vittime della sensualità prima ancora che si svegliasse l’istinto, senza coscienza d’altro dovere che del soddisfare il padrone, anzi prevenirne i desiderj onesti o infami, cresceano nell’abitudine dell’intrigo, della menzogna, del furto. La notte poi erano chiusi in ergastoli o grotte, su giacigli o per terra ammonticchiati uomini e donne. Fatti vecchi o incurabili, si portavano all’isola d’Esculapio sul Tevere, colà abbandonavansi a morire. Claudio imperatore pensò riparare a quest’ultima crudeltà col decretare che il servo così esposto rimanesse libero: e allora i padroni gli uccisero.

Il senatoconsulto Silaniano dei tempi d’Augusto portava che, quando un cittadino si trovasse ucciso da uno schiavo, tutti gli altri schiavi di lui si mettessero a morte. Essendo Pedonio Secondo, prefetto di Roma, ucciso da uno schiavo per gelosia di un basso amore, quel mandare a morte quattrocento schiavi innocenti eccitò qualche susurro: ma il giureconsulto Cassio, gran conoscitore del giusto e dell’ingiusto, si alza in senato, e rimbrotta cotesti novatori: — E che! cercheremo noi ragioni quando già pronunziarono gli avi, più saggi di noi? Possibil mai che fra quattrocento schiavi nessuno [8]avesse notizia dell’uccisore? eppure nessuno lo rivelò, nè arrestollo. Voi dite che periranno degli innocenti: ma quando un esercito che mancò di coraggio vien decimato, i prodi come i vili non corrono la ventura? In ogni grand’esempio v’è qualcosa d’ingiusto; ma l’iniquità commessa verso alcuni uomini è compensata dall’utilità che tutti ne traggono»[8]. E per tale ragionamento salvata la dignità della legge, quei miserabili furono menati al supplizio fra una doppia ala di soldati e fra le urla del popolo che malediceva la legalità.

Altri orrori ci rivela Costantino Magno là dove, guidato dai nuovi lumi della religione dell’avvenire, proibisce di appiccare gli schiavi, di precipitarli dall’alto, d’insinuare il veleno nelle loro vene, nè di bruciarli a lento fuoco, o lasciarli basir dalla fame, o putrefare dopo sbranatine i corpi[9].

Per le donne vi andava connesso il prostituirsi o ai brutali signori, o agli indistinti consorti, o ai dissoluti nei lupanari, aperti come un altro guadagno avventizio dei padroni. Il severo Catone avea prefisso una tassa per gli amplessi delle sue schiave. E dopo che giovani erano state esibite alle ubriache voluttà dei convitati; vecchie, s’insultava al loro obbrobrio, imprimendo osceni motti sul seno avvizzito. Inoltre esse doveano sopportare i capricci delle dame: e mentre queste s’adornavano, molte tenevansi loro attorno, nude sin a mezzo il corpo, intenta ciascuna ad un particolare ornamento; la signora aveva in pronto un aguto, col quale pungerle nelle braccia o nel seno ad ogni lieve mancamento, o quando l’arte loro non fosse da tanto d’emendarle i difetti della natura o di rinverdirne la bellezza.

Quella monotonia di patimenti era interrotta una [9]volta all’anno, quando, nell’orgia de’ Saturnali, gli schiavi ricuperavano una momentanea libertà, quasi per sentire più grave la severa disciplina abituale.

Eppure questi infelici, dalle istituzioni, dai pregiudizj e dalla consuetudine posti fuor della legge civile e dell’umana, erano la parte attiva delle nazioni antiche, indispensabili alla sussistenza di tutti. Scrittori e statisti s’accordano a riguardare come qualcosa d’ignobile e disonorante il lavoro e l’industria: Cicerone trova indegna d’uom libero qualunque professione laboriosa, a mala pena eccettuando la medicina e l’architettura; il commercio tollera sol quando rechi ingenti guadagni: fin l’agricoltura non ischermiva dal disonore gli operaj dipendenti. La classe attiva era dunque tutta di schiavi: Varrone classifica gli stromenti dell’agricoltura in vocali, cioè gli schiavi, semivocali, cioè le bestie, e muti, cioè le cose inanimate; Aristotele vi dice che «il bue tien vece di schiavo al povero»[10]; Catone, che per coltivare ducenquaranta jugeri d’oliveto si richiedono tredici schiavi, tre bovi, quattro asini»[11]. Gli schiavi cavano le miniere, lavorano negli opifizj, son noleggiati perle costruzioni; ne hanno i tempj, ne hanno le città e le corporazioni; essi adempiono gli ordini dei magistrati, curano gli acquedotti, le vie, gli edifizj, remano sulle flotte, prestano servizj negli eserciti; tanto più necessarj quanto men conosciuti sono i soccorsi della meccanica; ed usati ed abusati colla negligenza che si ha per cose nè rare nè di prezzo.

Che più? il servo e il liberto erano gli amici, i confidenti, il tutto. Gli amici non s’incontravano che al fôro o nella gozzoviglia; venerate non amate erano le mogli: lo schiavo, al contrario, era un animale istrutto, fedele, intelligente meglio ancora del cane; seguiva il padrone [10]in ogni dove, gli prestava mille servizj da cui un libero rifugge, il ricreava colle buffonerie, gli componeva le orazioni con cui farsi applaudire in piazza o al senato, gli radunava i testi con cui vincere le cause, i passi di cui compaginare un libro; e così aspirava all’affrancazione. Fatto liberto, ottenuto il berretto, poi la toga, poi l’anello, riusciva ancora più utile al suo padrone, che gli aveva comunicato il proprio nome, che lo considerava come interamente devoto al suo vantaggio o ai capricci suoi negli uffizj domestici, ne’ pericoli, nei piaceri, nelle faccende proprie e dei clienti.

La legge dovette porre limiti all’affrancazione: richiedeva che lo schiavo avesse almeno trent’anni, e venti il padrone: chi possedesse dieci schiavi poteva emanciparne solo la metà; un terzo chi n’avea da dieci a ventisette; da ventisette a cento, un quarto; al di là di quel numero soltanto un quinto, e in niun caso più di cento[12]. Nè l’emancipazione veniva da sentimento di eguaglianza morale o di umana fraternità, ma da capriccio, da orgoglio, da corruzione: le schiave compravanla coll’arti che oggi rendono infami le libere; i liberti diventavano ministri di sedizione, di brogli, di misfatti ai ricchi, codazzo ai loro passeggi, ornamento ai loro funerali.

Tanti erano questi infelici, che nelle case più grandi stipendiavasi un nomenclatore per tenerne a mente i nomi. Crasso possedeva cinquecento muratori che noleggiava a opera; un avvocato andando ad arringare, traevasene dietro un nembo; nel campo di Cepione, su ottantamila soldati contavansi quarantamila schiavi; in coda alle legioni di Cesare nelle Gallie ne venivano tanti, da metterle un giorno a pericolo; Cajo ne possedeva cinquemila; e se anche esitiamo a credere che [11]moltissimi[13] Romani ne possedessero le dieci e fin le venti migliaja, sappiamo che quattrocento schiavi cedette con una villa al figliuol suo una vedova africana privata, la quale riserbavasi per sè la maggior parte del patrimonio[14]; e ci rimane il testamento ove Claudio Isidoro querelasi che, pel molto perduto nelle guerre civili, non lasciava che quattromila cencinquantasei schiavi, cinquemila seicento paja di bovi, venticinquemila teste di bestiame minuto, e seicento milioni di sesterzj[15]. Erasi una volta proposto di dare agli schiavi un abito particolare; ma i prudenti avvertirono che troppo pericolo sovrastava se essi avessero con ciò potuto vedere quanto pochi erano i liberi[16].

È egli vero che senza industria non può sussistere una società? è egli vero che l’industria deve esercitarsi solo da schiavi? La servitù è dunque un diritto naturale, un assioma politico; non sapevasi figurare un consorzio civile senza questa infelicità; gli schiavi stessi, qualora insorsero, non negavano la giustizia della loro condizione, ma solo protestavano contro gli eccessi dei padroni. Però di tempo in tempo era dovuta una soddisfazione all’umanità, una protesta contro la nequizia, un principio di giustificazione alla Provvidenza.

[12]
La Sicilia massimamente reputava sua prosperità l’avere molti servi, i quali erano marchiati con un ferro da cavallo rovente, e oppressi d’ogni peggior trattamento, fuorchè nelle annuali feste Argirie istituite da Ercole. I possessori ricchissimi e superbi, che ne compravano ergastoli interi, per risparmio di spesa gli avvezzavano a rubare, assaltare alla strada, invadere villaggi. Armati con mazze, lance e noderosi randelli, avvolti in pelli di lupo, e accompagnati da grossi mastini, viveano a cielo aperto di ladronaja e di minaccie. I pretori non osavano mettervi freno vigoroso, per rispetto ai loro padroni, che essendo cavalieri romani, e perciò arbitri de’ giudizj, avrebbero potuto, chiamandoli a sindacato, fare scontar caro l’adempimento del loro dovere.

Tra quei padroni si segnalava per ricchezza ed arroganza Damofilo di Enna, che possedeva ampie campagne, molto bestiame, moltissimi servi, e «per lusso e crudeltà emulava gl’Italici viventi in Sicilia». Scorreva egli il paese accompagnato da una caterva di servi, di ragazzi, d’adulatori; ed ai primi non risparmiava contumelia veruna, benchè persone nate civilmente, e fatte prigioni in guerra; li marchiava in viso a punte di stilo, alcuni teneva incatenati negli ergastoli, altri mandava a pascolare gli armenti, con pane quanto solo bastasse a prolungarne le miserie, e non passava giorno che non ne facesse sferzare alcuno per punizione od esempio; e fin Megalide sua moglie dilettavasi ai supplizj di costoro e delle ancelle.

Per quanto curvi ed avviliti dai patimenti, si risentirono quei miseri dell’eccesso di essi, e fatta un’intelligenza, si levarono coll’impeto di chi spezza una durissima catena.

Roma, già quando meditò il primo sbarco in Africa (anno 257), avea fatto leva di quattromila Sanniti, obbligandoli al [13]remo; i quali repugnando, s’accordarono con tremila schiavi per far movimento, e minacciarono la quiete de’ loro tiranni: ma Errio Potitio, ch’e’ s’erano preso per guida, li tradì. Alla fama della nuova sollevazione in Sicilia, risposero tutti gli schiavi, cui la servitù (135) lasciava parte dell’anima: in Asia un Aristonico, spacciandosi figlio d’Eumene II re di Pergamo, chiama gli schiavi a libertà, e accozza un grosso esercito; nell’Attica insorgono ventimila cavatori di miniere; altri a Delo, altri nella Campania; in Roma cencinquantamila servi congiurano. Nè proclamavano già la liberazione e l’eguaglianza degli uomini, voce che dovea tardare un secolo e mezzo a sonare da una capanna e da un patibolo; solo volevano scuotersi di dosso l’intollerabile giogo.

Tra gli schiavi di Sicilia viveva un Euno, nativo di Apamea in Siria; pratico d’incanti e divinazioni, dava ad intendere gli si rivelasse l’avvenire prima in sogno, poi anche desto; or maneggiava ferri roventi, or esalava fiamme per la bocca, ammirato dall’ignoranza. Vantava gli fosse comparsa la Gran Dea Sira, predicendo ch’egli diverrebbe re; e lo ripeteva ai compagni ed al padrone Antigene, il quale spassandosi di tal fantasia, soprannominollo il re, e per tale mostravalo a’ suoi amici, domandandogli come avrebbe trattato questo e quello, giunto ch’ei fosse al trono; Euno rispondeva cose or bizzarre or sensate, e la brigata rideva, e gli gettava alcun che de’ rilievi del pingue banchetto.

Maturata la sommossa, gli ammutinati si ricordano dell’indovino e del re; corrono ad Euno per consultarlo, ed egli prestigiando risponde che gli Dei consentono, anzi incorano alla ribellione. Facilmente si crede quel che piace: quattrocento schiavi restringonsi, ed esserne capo chi poteva meglio di Euno? Dal quale guidati, irrompono in Enna, mandando a macello e [14]stupro, non perdonando a fanciulle o a matrone: altri schiavi fanno turba, scannano i proprj padroni, ajutano a trucidare gli altrui: Damofilo e sua moglie, da una villa vicina strascinati in città, sono esposti sul teatro, quivi regolarmente giudicati, poi ad obbrobrio ucciso l’uomo, Megalide abbandonata alle squisite vendette delle ancelle. Solo fu risparmiata una loro fanciulletta che, quando vedeva maltrattati i servi, li compativa, li soccorreva in prigione, li curava infermi, li pasceva affamati.

Euno, gridato re da senno come prima era per chiasso, assume diadema e porpora, dichiara regina sua moglie, chiama sè Antioco e Sirj i sollevati; sceglie a consiglieri i più destri e accorti; e propone di uccidere tutti gli Ennesi, eccetto quelli che sappiano o vogliano fabbricare armi. Fra tre giorni ebbe a’ suoi comandi mille settecento uomini, armati alla meglio, e si diede ad infestare il paese colla brutalità d’un branco, in cui d’uomo non erasi alimentato che l’istinto della vendetta. Cresciuto sin ad avere diecimila combattenti, osò affrontare in campo Lucio Ipseo, indi altri generali romani, e più d’una volta ne partì vincitore; poi con accortezza trasse a sè Cleone cilice che in altra parte ammutinava gli schiavi, e un mese dopo l’insurrezione trovossi fin ducentomila guerrieri, ed assalì Messina, da cui però lo respinse il console Calpurnio Pisone[17].

Siffatte turbe ragunaticcie, se hanno impeto per avventarsi alla vittoria, agevolmente sono raggirate dalla [15]politica scaltrezza, o superate dalla calcolata disciplina. Le sommosse che accennammo in altri luoghi, restarono soffocate col pronto accorrere e cogli atroci supplizj. In Sicilia Rupilio Nepote assediò Taormina (133), riducendola a tali strettezze, che l’uno mangiava l’altro; e quando il siro Serapione ebbe tradita la rôcca, i rifuggiti in essa furono, dopo orribili tormenti, dall’alto di quella precipitati. Enna pure per tradimento fu presa, (132) dopo ucciso Cleone in una tremenda sortita, e ventimila Sirj trucidati. Euno, cui mancava il valore indispensabile a un capo d’insorgenti, fuggì con seicento uomini, i quali vedendosi irreparabilmente inseguiti, si uccisero l’un l’altro; ed egli, preso in una grotta ove erasi ricoverato col cuoco, il panattiere, il bagnajuolo ed il buffone, fu gettato nelle prigioni di Morgantina, ove morì consunto dai pidocchi. Rupilio ridusse in quiete la Sicilia, nel modo che ognuno può pensare.

Tumulti minori rinnovavansi tratto tratto per Italia, più pericolosi perchè i Cimri aveano passato le Alpi, e risvegliavano la spaventosa memoria di Brenno. A Nocera trenta servi insorsero, e furono puniti; ducento a Capua, e perirono. Tito Minucio Vezio, cavaliere romano di ricchissimo padre, s’innamorò d’una schiava altrui, e non potendo vivere senza di lei, l’ebbe a sue voglie pel convenuto prezzo di sette talenti attici. Venuto il giorno del pagamento, non trovandosi denari, chiese trenta giorni di proroga; scaduti i quali, nè essendo ancora in grado di soddisfare, e andando ognor più pazzo della schiava, pensò ricorrere alla violenza. Comprate a respiro cinquecento armadure, e portatele in campagna, eccitò quattrocento schiavi ad ammutinarsi, ed a capo loro prese la corona, maltrattò i suoi creditori, invase le ville, arrotando chiunque volesse, uccidendo chi rifiutasse, dando asilo ai servi fuggiaschi. Il senato fu pronto ai provvedimeti, e Lucio Lucullo [16]dopo molta resistenza vinse Minucio, il quale si uccise: i suoi seguaci furono morti, eccetto Apollonio che gli avea traditi.

Allorquando Cajo Mario s’apparecchiava a campeggiare (104) i Cimri, avuta dal senato autorità di chiamare ajuti d’oltremare, ne chiese a Nicomede II re di Bitinia: ma questo rispose non esserne in grado, perchè la più parte de’ suoi sudditi erano stati rapiti dagli esattori e venduti schiavi. Allora il senato proibì che verun libero, di nazione alleata al popolo romano, venisse ridotto schiavo in provincia; quelli già ridotti, fossero dai proconsoli e dai pretori vindicati in libertà.

In forza di tale editto, Licinio Nerva pretore della Sicilia ne affranca ottocento in pochi giorni. Allora sorge in tutti gli altri la speranza e la smania della libertà: del che spaventata la gente onesta, a denaro induce Nerva a desistere; e quel buon pretore rinviava con superbi rimbrotti quanti si presentavano con titoli per divenire franchi. Questi irritati dall’insulto, cospirano: trenta schiavi di due ricchi fratelli, presso a capo Oario, trucidano i padroni, poi levano a rumore le ville vicine; più di centoventi compagni trovano prima dell’alba; occupano un luogo forte, e lo muniscono con ottanta uomini armati di tutto punto. Nerva accorre, e non riuscendo la forza, s’ajuta col tradimento. Promette impunità a Cajo Titinio condannato a morte, il quale con un drappello fidato s’accosta alla rôcca dei rivoltosi, fingendo volere far causa con loro contro i comuni oppressori; ma eletto capo, apre le porte: i più periscono combattendo, gli altri sono dirupati dall’altura.

Poco stante si ode che ottanta altri levarono tumulto, e ucciso Publio Clonio cavaliere, ingrossano ogni giorno attorno al monte Capriano; e imbaldanziti che il pretore non osasse attaccarli, scorrono di vicinanza in [17]vicinanza, e cresciuti ad ottocento ben in arnese, sconfiggono il perfido Titinio. Sono ormai seimila, e creano re un Salvio (Trifone), valente aruspice, sonatore di tibia e guidatore di pompe. Lasciando le città come luoghi di mollezza e memori del servaggio, egli divide i redenti in tre squadre, con capitani che battano la campagna, e il saccheggio portino a un luogo stabilito: e trovatosi duemila cavalli e ventimila pedoni feroci nel fresco acquisto della libertà, assalta Morgantina, volge in rotta i Romani dopo avutone seicento uccisi e quattromila prigionieri, giacchè avea promesso la vita a chiunque cedesse le armi.

Dalla vittoria duplicatogli l’esercito, batte francamente la campagna, e annunzia la libertà a quanti vivono schiavi in Morgantina. Quivi l’eguale promessa avevano fatta i padroni; onde gli schiavi in città combattendo ostinati, respinsero Salvio: ma perchè, cessato appena il pericolo, fu dal pretore abolita la promessa dei padroni, gli schiavi delusi uscirono in frotta per unirsi ai sollevati.

Altri ancora levarono il capo a Segesta, al Lilibeo, (103) altrove. Atenione cilice, forte della persona e astrologo, in cinque giorni ne adunò mille: ma prudentemente non accoglieva tutti i fuggiaschi, sibbene i soli valorosi; gli altri persuadeva a rimanere agli uffizj, e procurargli vettovaglie e informazioni. Voleva ancora fosser rispettati il territorio e gli animali d’un regno che a lui era promesso dagli astri. Con meglio di diecimila uomini assediò il Lilibeo, ma vedendolo inespugnabile, disse che le stelle il consigliavano a levarsi tosto d’attorno a quella fortezza; ed ecco in quel punto entrar nel porto vascelli, portando coorti maure in ajuto degli assediati, che, sortiti di notte, assalgono i rivoltosi e ne fanno macello; fatto che crebbe ad Atenione la fama di profeta.

[18]
Non occorre descrivere la condizione del paese. Chiusi i tribunali, ognuno faceva il suo talento: anche i liberi ridotti a povertà rompevano ad ogni eccesso: nessuno s’affidava ad uscir dalle mura. Salvio a Leontini radunò trentamila uomini, celebrò la festa degli eroi Palìci, principalmente venerati in Sicilia; pose residenza nel forte di Triocala, attorno a cui fabbricò una città con fossa e fôro e palazzo, vi elesse un consiglio, e assunse i littori e le insegne della maestà. Di là questo re degli schiavi, emulo degli eroi, mandò ad Atenione volesse unirsi con esso: e quegli posponendo la dignità all’utile comune, venne con tremila de’ suoi, mentre gli altri scorrazzavano i campi dilatando la sollevazione.

Roma sentì necessario di finirla con un colpo decisivo, e spedì Lucio Licinio Lentulo con quattordicimila Romani, ottocento Bitinj, Tessali, Acarnani, seicento Lucani, altrettante reclute. Atenione, invece di attenersi alla guerra per bande, in cui deve consistere la tattica de’ sollevati, in campo aperto con quarantamila schiavi scese a battaglia presso Scirtea. (102) La disciplina prevalse: ventimila restarono uccisi, gli altri dispersi: Atenione, ferito, stette fra i cadaveri sinchè la notte fuggì, e Triocala fu cinta d’assedio. Gli scoraggiati parlavano di rimettersi alla misericordia de’ padroni; ma i più risoluti li persuadono, — È meglio vender cara la vita, che consumarla fra lenti spasimi insultati»: e colla forza della disperazione precipitatisi sui Romani, li sbaragliano e respingono da Triocala.

Gneo Servilio, surrogato nel comando, a nulla profittò; mentre Atenione, succeduto al morto Salvio, prosperava la fortuna degli schiavi. Ma a loro danno (100) movevano i consoli stessi Cajo Mario e Manio Aquilio, che rincacciano i rivoltosi, li vincono più volte, e uccidono lo stesso Atenione; diecimila avanzati rifuggono a luoghi forti, ma ne sono snidati. Un milione di schiavi [19]diconsi periti in quella guerra. Più non ne restavano che mille, attestati con Satiro; e quando si arresero, dalla romana magnanimità furono condannati a combattere colle fiere. Vollero almeno morire nobilmente; e come si videro messi nell’arena colle armi usate a tale battaglia, dispostisi presso gli altari, intrepidamente si uccisero l’un l’altro: Satiro per ultimo si confisse la spada nel petto, con grandissimo divertimento del senato e del popolo romano.

CAPITOLO XX.
Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale.
Lo spettro dei Gracchi era spesso evocato a turbar la quiete de’ nobili, i quali aveano creduto assicurarsi il dominio coll’ammazzarli. Opimio fu chiamato a render ragione de’ cittadini uccisi, ma n’andò assolto per diligenza di Papirio Carbone. Il giovane Claudio Grasso accusò Carbone perchè, da amicissimo de’ Gracchi, si fosse vôlto a patrocinarne l’assassino; e talmente lo incalzò, che quegli prevenne la condanna coll’avvelenarsi.

Miglior vindice del sangue de’ Gracchi contro i patrizj sorgeva la gente nuova, e tra questa formidabile Cajo Mario. Nacque di basso luogo in Arpino (135?), e tardi venuto in conoscenza della corruzione e della pulitezza di Roma, conservò sempre dell’irto e del silvestre. Saper di greco mai non volle, dicendo ridicolo imparar la lingua d’un popolo schiavo; niente d’arti, niente di letteratura. Militando a Numanzia, mostrò severa disciplina quando negli altri si rallentava, e tal valore, che Scipione, interrogato un giorno chi potrebbe succedergli nel comando, battè sulle spalle di Mario, dicendo, — Forse costui». Se ne infervorò l’ambizione dell’Arpinate, il quale costretto a spianarsi la via da sè, come [20]chi nasce senza avite clientele, pazientò e soffrì lunghe ripulse, finchè, col patronato de’ Metelli, (218) conseguì la questura, poi il tribunato. Allora propose una nuova maniera di dare i voti, per cui il broglio restasse impedito: ed il console Cotta avendolo citato a giustificarsene in senato, Mario vi entrò minacciandolo se non desistesse dall’opposizione; e perchè Metello presidente lo appoggiava, il fece arrestare, sebben suo protettore.

Tale ardimento lo diede a conoscere ai padri e alla plebe per uomo inaccessibile a paure ed a riguardi; e viepiù allorchè non dubitò avversarsi il vulgo coll’opporsi ad una gratuita distribuzione di grano. Malgrado i contrasti fatto pretore, (216) sbrattò la Spagna dalle masnade; poi reduce a Roma, e sposata una dell’insigne famiglia Giulia, prese parte agli affari pubblici, invece di ricchezze, d’eloquenza, di politici scaltrimenti adoprandovi carattere di ferro, instancabile pertinacia al lavoro, ed un vivere popolesco.

Senatori e cavalieri spartivansi allora la padronanza; ai senatori le magistrature e l’autorità politica; ai cavalieri il denaro, le terre, i giudizj; e gli uni connivendo alle trascendenze degli altri, cospiravano a tenere mortificati i plebei. Mario, villano ricalzato, ed inavvezzo agli strepiti del fôro, male orzeggiava tra i due venti, e mostravasi inetto alle intelligenze e pusillanime nei maneggi civili quanto intrepido in una giornata campale. Conobbe dunque che le guerre erangli necessarie per poter primeggiare; e non gliene mancarono in Roma.

Dominava questa allora, oltre l’Italia propria, le nove provincie che enumerammo (vol. i, pag. 438). Sul rivaggio meridionale della Gallia era primamente approdata la civiltà greca ai tempi favolosi di Ercole, che dicono fondasse Monaco (Portus Herculis Monœci), cioè solitario in mezzo a quella barbarie. Da poi una colonia [21]di Massalia era venuta a fabbricarvi Marsiglia, la quale estendendo il dominio, fondò Karsiki, Kitharista, Olbia colla cittadella di Heyron; più lungi stabilirono Antipoli (Antibo), cioè città avanzata; e ben presto Nicea (Nizza), cioè la vittoria, a ricordo d’un insigne combattimento co’ natii. Però di questi mai non acquistarono l’amore, e i Marsigliesi in nuovo bisogno contro de’ Liguri chiesero ajuto ai Romani, le cui legioni furono per la prima volta condotte di là dell’Alpi da Fulvio Flacco, l’amico de’ Gracchi. Sestio Calvino suo successore, riuscito con migliore prosperità, vi fondò la città di Aix (Aquæ Sextiæ); Licinio Crasso piantò una colonia a Narbona, al cui porto stanziava la flotta, e dirigevasi il commercio d’Italia, d’Africa e di Spagna, a scapito di Marsiglia. Quinto Fabio, vinti gli Allobrogi e gli Arverni, ridusse la Gallia meridionale in provincia consolare (Provenza), dove cioè un console doveva arrivare ogni anno coll’esercito. I Baleari, pirati e fautori dei Cartaginesi, sempre indocili al giogo, furono sterminati tutti, di trentamila che erano, e nelle due grand’isole si fabbricarono le città di Palma e Polenzia: Quinto Metello vi tradusse coloni, e trionfò. Anche Cecilio Metello, ambendo gli onori del trionfo, invase la Dalmazia senza ragione, e senza ostacolo la soggiogò, e n’ebbe trionfo.

Per gran tempo questa famiglia de’ Metelli tenne il primato in Roma: dodici di essa in dodici anni si trovano consoli o censori o trionfanti, e Quinto il Macedonico è menzionato dagli storici per istraordinaria felicità[18]. Nato illustre in illustre patria, robusto a prova delle maggiori fatiche, ricco l’animo di belle qualità, ebbe donna savia e feconda; ben collocò le figliuole e ne abbracciò i fanciulli; vide consoli tre de’ quattro figli, e i due che ora abbiamo detto furono soprannominati il [22]Balearico e il Dalmatico pei loro trionfi; meritò egli stesso il titolo di Macedonico, e favori, onori, dignità, comandi, quanti potè desiderare. L’insulto che dicemmo usatogli dal tribuno Atinio e la nimicizia con l’Africano Minore sono i soli dispiaceri che lo colpissero: ma il primo gli tornò in gloria; e quando Scipione fu morto, egli disse a’ figli suoi: — Andate e onoratene i funerali, chè non ne vedrete di un cittadino più grande». Principe del senato, morì calmo in tarda vecchiezza, portato al rogo dagli insigni suoi figliuoli.

Domata Cartagine, i Romani ridussero a provincia la Zeugitana, e le poche città marittime del sud-est che all’emula erano rimaste fedeli. Restavano indipendenti la Mauritania, estesa dal Mediterraneo alla Getulia e dall’Atlantico al fiume Molokath (Malva), regnata da Bocco; e la Numidia, che ridotta tutta sotto il re Massinissa, teneva da esso fiume alle frontiere di Cirene. Micipsa, figlio di questo, vissuto sempre ligio ai Romani, morendo lasciò due figliuoli, Jemsale e Aderbale; e perchè della fresca età loro l’intraprendente nipote Giugurta non si prevalesse per ispogliarli, questo pure chiamò a parte dell’eredità, rammentando i tanti benefizj prestatigli, e raccomandandogli i giovani cugini. Parentela, riconoscenza, che contano mai per un ambizioso? Giugurta, intrepido in campo, scaltro in consiglio, fiero per natura, primo a ferire il leone in caccia o il nemico in battaglia, erasi acquistato l’amor del popolo, cui facilmente affascina l’aspetto della forza; mentre, praticando coi Romani, si persuase non esservi cosa che da loro non si potesse ottenere a denaro. Compratosi dunque a Roma parecchi amici, risoluto omai di regnar solo, uccide Jemsale, e circonviene con insidie e con aperta guerra Aderbale, il quale, spogliato del regno, cerca rifugio a Roma.

Infido asilo per chi non vi recava che la ragione! [23]Ben egli al senato enumerò i benemeriti di Massinissa e la scelleraggine di Giugurta, e come federato ne invocò la protezione; ma Giugurta avea mandato non tanto a scolparsi, quanto a spendere e spandere oro. Fece effetto, e quantunque pochi onesti sorreggessero Aderbale, i più ricusarongli il chiesto patrimonio, e fu spedito chi fra’ due superstiti dividesse il regno, e raccomandasse a Giugurta di rispettare il cugino. Giugurta, quantunque nella spartizione sapesse a denaro farsi attribuire la parte migliore, mal soffriva compagni nel regno, ed assalse Cirta (Costantina) capitale di Aderbale. (113) In questo emporio dell’Africa aveano stanza e banco molti mercadanti italiani; onde il senato romano, udito il costoro pericolo, decretò d’inviar tosto un esercito. Frattanto una nuova deputazione, alla cui testa Scauro presidente del senato, uomo di severità catoniana, cita a Utica Giugurta, il quale presentatosi, e uditi i rimproveri e le minaccie, v’oppone frivole scuse, e incolpa Aderbale d’aver attentato a’ suoi giorni. Potenza dell’oro! l’integerrimo Scauro gli mena buone le ragioni, e tornasi a Roma. Giugurta incalza l’assedio; e Aderbale, persuaso dagli Italiani a conservarsi in vita, chè certo Roma lo rimetterebbe in istato, rende la città, salve le persone; Giugurta promette, (112) poi tosto scanna Aderbale e tutti i mercadanti italiani.

Ne fremette ogni buono; pure i comprati da Giugurta sarebbero riusciti a coprire d’un sasso il grave misfatto, se Cajo Memmio tribuno non avesse svelata la turpe venalità de’ patrizj: — Sono quindici anni che tu, o popolo, sei zimbello di pochi; lasci scannare i tutori de’ tuoi diritti, invilire il tuo animo; prendi paura di quelli che dovrebbero tremare davanti a te. Non ti eccito a respingere l’ingiustizia colle armi: non n’è mestieri ove bastano i loro vizj per ruinare costoro. Uccisi i Gracchi col pretesto che aspirassero a farsi re, [24]molti popolani andarono proscritti, incarcerati, quanto piacque non alla legge, ma al capriccio di qualche nobile. Dianzi tu t’indignavi in secreto di vedere il tesoro dilapidato, le imposte de’ re e dei popoli carpite da alcuni nobili, in possesso delle maggiori dignità e di sfondolate ricchezze, e che dopo tradito ai nemici le leggi, la maestà dell’impero, tutti i diritti divini ed umani, non che mostrar vergogna, ostentano i loro sacerdozj, i consolati, i trionfi, quasi onoranza recassero quando usurpati. Schiavi comprati ricusano sopportare le ingiustizie de’ padroni: e voi, Romani, nati a comandare, soffrite la servitù? Or chi sono costoro che invasero la repubblica? gente di mostruosa cupidigia, colmi di sangue e di misfatti, che della buona fede, dell’onore, della pietà, della virtù, del vizio fanno traffico; più sono rei, e più tengonsi sicuri; il terrore che seconda il fallire, invase le vostr’anime fiacche, mentre costoro dai desiderj, dagli odj, da’ timori stessi sono congiunti non in amicizia, ma in cospirazione. Se fu gloria ai vostri padri acquistare il diritto, è dovere a voi il conservarlo. Procedete contro costoro che vergognosamente tradirono la repubblica al nemico: procedete regolarmente e per testimonj, non soffrendo una pace che lascia a Giugurta l’impunità, a pochi ricchezze immense, alla repubblica obbrobrio e scorno. E mi rassegnerei a vedere impuniti cotesti ribaldi se l’indulgenza non divenisse vostra ruina: perocchè non toglie loro il poter nuocere in avvenire, e voi dovrete o combattere per la vostra libertà, o cadere schiavi. Essi vogliono dominare, voi esser liberi: qual componimento è possibile? Nè essi soltanto dilapidarono il denaro pubblico, smunsero gli alleati, colpe ormai troppo comuni; ma al vostro peggior nemico tradirono l’autorità del senato, la maestà dell’impero; la repubblica fu venduta a Roma e nel campo».

[25]
La plebe commossa trasse a sè quella causa, e il senato impaurito decretò la guerra, e l’affidò al console Calpurnio Bestia. (111) Ma costui la considerava come un traffico, e menava seco Emilio Scauro, disposto a vendersi anch’esso: onde, fatte alcune dimostrazioni vigorose, accettarono a colloquio Giugurta, gli concedettero pace con larghe condizioni, e il senato la ratificò per rispetto a Scauro o per complicità.

Restava però la tremenda voce popolare, e il tribuno Memmio cita Giugurta a Roma perchè si giustifichi. Questi, omai scaltrito con quali armi combattere, si presenta: Memmio gli intima in giudizio di nominar quelli che comprò a denari; ma l’altro tribuno Bebio gli vieta di parlare. Che più? essendo la parte d’Aderbale vigorosamente sostenuta da Massiva suo cugino, il re numida fa assassinare costui nel bel mezzo di Roma; poi andandosene, si volge a guatarla, ed esclama: — Oh città da vendere, purchè trovi un compratore!»

Riprese le ostilità, procedono lente sotto al console Albino e a suo fratello Aulo: (110) il primo con Calpurnio Bestia, Opimio Nepote ed altri è esigliato come reo di corruzione; l’altro non campa da Giugurta se non passando coll’esercito sotto la forca. A riparare tanta onta fu spedito Cecilio Metello, (109) che inaccessibile all’oro e alla pietà, mena guerra a sterminio, usa l’armi stesse di Giugurta, corrompendone i famigliari; sicchè costui ridotto ai confini del gran deserto, chiede patti. Come gli è imposto, dà ventimila libbre d’argento, cavalli, armi, tutti gli elefanti e i disertori, de’ quali tremila sono o scannati od arsi vivi o mutilati; ma quando ode intimarsi di venire egli stesso al proconsole, esclama, — Uno scettro è men grave che le catene», e ripiglia la guerra, disciplina i Getùli, e solleva contro de’ Romani suo suocero Bocco re di Mauritania.

A gran pro di Metello venne l’avere per luogotenente [26]Cajo Mario, che provvido e prudente più di qualunque altro, superava pur tutti in frugalità e pazienza, e si cattivava i soldati col mangiare del loro pane, partecipare alle fatiche loro e ai pericoli, sicchè tornando in Italia essi ripeteano non si finirebbe quella guerra se non capitanando Mario. A ciò egli aspirava, secondo avealo lusingato la predizione del vincitor di Cartagine, e ordiva di soppiantare Metello: a malgrado del quale ottenuto il consolato, (107) lo accusò a Roma di trascinar una guerra, che a lui bastava il cuore di finire d’un colpo. Le lungagne di quella spiacevano ai cavalieri che vedevansi interrotti i traffici, sicchè appoggiarono Mario: lo appoggiò il vulgo, che egli primo arrolò alla milizia umile per essere venuti meno i proprietarj, e che egli lusingava col lanciare insolenti arguzie contro l’antica nobiltà, disonorata dalle sue azioni in faccia agli uomini nuovi che sorgevano per merito proprio.

Messo a capo dell’esercito di Numidia, prende Capsa e trucida gli abitanti, benchè avessero pattuito la vita; e atterrando continua le vittorie. Dalle quali sgomentato, Bocco chiede l’amicizia dei Romani, (106) e la compra col tradire l’ospite genero, consegnandolo a Silla, che lo spedì a Roma. Correvano ansiosi i cittadini a vedere colui, vivo il quale, non avevano sperato più pace; talmente sapea variar di guise, e congiungere all’astuzia il coraggio. Mario lo trascinò dietro al suo carro; e il fremere ch’e’ faceva al vedersi incatenato e trastullo alla turba ingenerosa, fece dire ai Romani ch’egli fosse impazzito. Tratto in prigione, per levargli gli orecchini d’oro strapparongli l’orecchio; poi nudo il rinchiusero in un baratro, senza ch’ei proferisse altro se non, — Com’è freddo questo vostro bagno!» Colà fra sei giorni morì di fame. La Numidia fu spartita tra l’infame Bocco e due nipoti di Massinissa, Jemsale e Jarba, riservandosi Roma la parte che lambiva la provincia, e così indebolendo [27]col suddividere. All’altro corno della Sirte eransi piantati i Greci, costituendo la Cirenaica; e Apione re di questa lasciolla in testamento ai Romani, i quali la proferirono libera, ed oltre i vantaggi d’un ricco commercio, di là sorvegliavano l’Egitto, come dalla provincia la Numidia.

Mario da questa aveva asportato tremila settecento libbre d’oro in verghe, cinquemila settecensettantacinque d’argento e ventottomila settecento dramme in denaro. Tale trionfo il rendeva invidiato ai nobili, cui diventava sempre più insoffribile quest’uomo nuovo e grossolano, che poneva lo splendore delle azioni di sopra al merito d’un sangue semidivino e di tradizionali ricchezze: viceversa ne pigliavano baldanza i fautori della plebe, talchè allora, per rogazione dei tribuni, fu trasferita in essa l’elezione dei pontefici; stabilito che un senatore degradato dal popolo non potrebbe ripristinarsi dal senato; che qualunque socio latino accusasse un senatore e provasse la colpa, acquisterebbe la piena cittadinanza romana: si rimise in discorso anche la legge agraria, ma una nuova invasione di popoli settentrionali sviò dalle lotte interne, e ringrandì il vincitore di Giugurta.

Delle orde cimriche rimaste di là del Reno, come altra volta abbiamo discorso (vol. i, pag. 191), la più forte stanziava in riva all’oceano settentrionale nella penisola Cimrica, che oggi chiamiamo Giutland, poco disgiunta dai Teutoni del Baltico. Spostati da una tremenda irruzione del mare, trecentomila guerrieri scesero fin al Danubio traendosi dietro fanciulli e donne, e varcatolo, piombarono sul Norico, e posero assedio a Noreja, (112) chiave dell’Italia verso le alpi Tridentine. Debellato il console Papirio Carbone, l’orda devastò quant’è dal Danubio all’Adriatico, dalle Alpi alle montagne di Tracia e di Macedonia; e onusta di spoglie, si rintanò, dopo tre anni, fra i valloni delle alpi Elvetiche.

[28]
Ambroni, Tugeni, Tigurini, tribù galliche ivi stanziate, al vederne il ricco bottino ne inuzzolirono, e insieme con essi precipitarono verso il Rodano sulla nuova provincia romana (Provenza), e riportarono insigne vittoria presso al Lemano, ove il console Cassio Longino rimase ucciso, (106) e le legioni non camparono che a patti vergognosi. Servilio Cepione, venuto alla riscossa mentre quelli indulgevano alle blandizie d’un clima beato e d’improvvisa opulenza, ripigliò Tolosa, abbandonando al sacco le miracolose ricchezze che i Volci e i Tectosagi vi aveano deposte dagli antichi saccheggi; mille libbre d’oro e quindicimila d’argento dirizzò verso Roma, ma sulla via dispose finti ladroni che li predassero per conto di lui. Tal era la lealtà.

Sopragiungendo però nuove orde di Galli, sì Cepione, sì Manlio venutogli in soccorso, (105) furono messi in tal rotta, che a gran pena con dieci cavalieri salvarono la vita: sesto esercito romano distrutto da que’ Barbari. I vincitori, secondo un voto, per omaggio al dio Belen gettarono nel Rodano l’argento, l’oro, i cavalli, uccisero i prigionieri, misero a desolazione quanto siede fra l’Alpi e i Pirenei. Tornano allora in mente ai Romani i disastri di Allia ed il Campidoglio assediato dai Galli Cimri; consultasi con paurosa superstizione un tal Batabate, spacciatore di vaticinj; si vota un tempio alla Bona Dea; ogni cittadino è chiamato alle armi; e chi sarà il Camillo che salvi Roma col ferro non coll’oro? chi, se non il generale che allora appunto ritornava incoronato dei lauri numidici?

Per quanto la bellica sia lo stillato delle altre arti, molte volte un rozzo soldato si vide riuscire eccellente stratego. Mario, servendo o comandando, aveva notato i difetti della legione, la quale sin là erasi considerata come la più sublime ordinanza militare; e voltosi a riformarla da capo a fondo, la compose tutta di fanteria [29]pesante, quantunque durassero ancora i nomi di astati, principi e triarj, e a tutti diede abito uniforme; le coorti organizzò in modo, che si adattassero a qualunque terreno. Alla riforma militare accompagnò la civile, perocchè nella legione egli ammise anche i proletarj: passo necessario, dacchè la classe de’ coltivatori liberi, di cui sole vasi empirla, si andava sempre più esaurendo; e Mario potea dire come Pirro: — Quel che mi occorre sono uomini robusti; io saprò farne soldati».

A titolo di tali innovazioni, Mario si fece prorogare il consolato, che tenne per altri quattro anni in onta delle leggi, le quali anche questa volta ammutolirono davanti alle armi. L’esercito riordinato condusse in Provenza, e secondando la superstizione, con uno spediente grossolano come lui, si fece da sua moglie mandare una tal Marta, donna vulgare di Siria che indovinava il futuro, e che fingeva suggerire od approvare quel che Mario credesse opportuno. Ma nel tempo stesso abituò le sue reclute a severissima disciplina e alle fatiche, eseguendo difficilissimi lavori, quale fu il Fosso Mariano, per cui i navigli entravano nel Rodano schivando la melma e le ghiaje accumulate alla foce, e che formò la ricchezza de’ Marsigliesi.

Una porzione di Cimri, seguendo il vago istinto del saccheggio, erasi diretta sopra la Spagna; ma trovando ostinata resistenza nei Celtiberi e nel pretore Marco Fulvio, diè volta verso l’Italia per l’Elvezia e il Norico, mentre Galli e Teutoni scendevano le alpi Marittime. Terribili a vedersi per gigantesca corporatura, fiero sguardo, armadure bizzarre, il loro re Teutoboco saltava quattro e fin sei cavalli di fronte, e alteramente sfidava Mario a duello, il quale rispondeva: — Se sei stanco di vivere, va e t’appicca».

Fremeva a quelle sfide la gioventù romana; fremeva [30]allorchè i Teutoni, sfilandole innanzi, le dicevano: — Noi andiamo a trovare le vostre donne; avete comandi?» Mario ne reprimeva gl’impeti, ma come videla infervorata dal lungo desiderio della pugna, la condusse ad assalire i Barbari presso le Acque Sestie (102) ed a sconfiggerli interamente. Le donne dei Teutoni, che solevano accompagnarli alla battaglia ed esaltarne il coraggio, vedendoli cedere all’urto, presero le armi e impedirono ai Romani d’invadere l’accampamento, finchè una nuova sconfitta portò quasi a trecentomila il numero dei Teutoni morti o presi.

In questo mezzo i Cimri varcavano le Alpi, scivolando ignudi giù pel ghiaccio sui loro scudi, all’orlo d’orribili precipizj, quasi sbraveggiando il pericolo e l’intemperie; poi calati pel Tirolo in val d’Adige, smisurati pietroni rotolavano contro il ponte fatto dai Romani, e con sassi ed alberi ingombravano il letto, sicchè l’esercito del proconsole Catulo restò compreso da tale sgomento, che molti fuggirono senza arrestarsi fino a Roma. Fu tra questi il figlio di Emilio Scauro; al quale il padre mandò dire non gli comparisse più davanti, ond’egli s’ammazzò.

I Cimri corsero a baldoria il paese ormai indifeso, e se nel caldo della vittoria si fossero difilati sopra la metropoli, questa versava in estremo pericolo; ma avendo essi data la posta ai Teutoni in riva al Po, quivi s’assisero ad aspettarli. Le delizie del clima italiano, il pane, il vino, la carne cotta, svigorivano la brutale loro fierezza; ed ecco, invece dei Teutoni, giungeva Mario con truppe imbaldanzite dalla vittoria. Avendo i Cimri spedito a dirgli — Lascia queste terre per noi e gli alleati nostri, se no ci avventeremo su Roma», egli rispose — I vostri alleati più non bisognano di terra, giacendo a marcire lungo il Ceno». Bojorice lor re negò fede all’asserto, e venne egli stesso al campo [31]romano per accertarsi che i capi teutoni fossero prigionieri, e per determinare d’accordo il tempo e il luogo al decisivo duello. Fu convenuta la fine di luglio e una pianura nei Campi Raudj[19], dove i Cimri non poterono spiegare tutte le forze, e dove la disciplina e l’accorgimento di profittare del sole e del vento diedero la vittoria ai Romani. Le donne cimre vestite a lutto, (101 — 30 luglio) trinceratesi nel campo, chiesero si rispettasse la loro pudicizia, e d’essere consegnate schiave alle Vergini del fuoco: e disdette dell’onesta domanda, uccisero i fanciulli, quindi si appiccarono lasciando i proprj cadaveri in custodia dei mastini, che non poterono esser rimossi finchè non furono sterminati a frecciate.

I bullettini colle solite esagerazioni accertarono la plebe ignorante d’allora e la dotta di poi, che cenventimila Cimri fossero periti in quella giornata, e trecento soli Romani. I prigionieri vennero spartiti come schiavi pubblici fra le città, o destinati ai giuochi come gladiatori: e sebbene al console Catulo appartenesse il merito principale, il popolar favore lo attribuì a Mario, cui si resero onori più che umani; fu gridato terzo Romolo, paragonato a Bacco. Egli insuperbito non beveva più se non nella coppa, di cui diceano si fosse servito quel dio dopo conquistate le Indie; e ottenuto il sesto consolato, poteva quel che volesse: e diceva: — La più parte non [32]esercitano il consolato colle arti onde ve lo chiesero, o Quiriti: da prima attuosi, supplichevoli, moderati, dappoi passano il tempo nella pigrizia e nella superbia. Altrimenti la intendo io, e vedo sopra di me fissi tutti gli occhi. M’incaricaste di far guerra a Giugurta, del che i nobili mi voller male a morte. Vedete voi se convenga meglio affidare l’impresa a uomo di antica stirpe e d’illustri avi, ma di nessun esercizio nella milizia, che tremi e s’avacci, e assuma alcun del popolo per consigliargli quel che deva fare; giacchè le più volte avviene che, chi voi nominate capo, un altro capo si prenda. Io so d’alcuni che, fatti consoli, si diedero a legger le imprese degli avi e dei Greci[20]. Ma io, uomo nuovo, le cose ch’essi leggono, le ho vedute; quel ch’essi dai libri, io l’imparai militando. Spregiano essi la mia ignobilità, io la loro indolenza; a me si rinfaccia la fortuna, ad essi le colpe; e quando agli avi loro si potesse chiedere se volessero aver generato me o loro, non credete risponderebbero voler per figlio chi è migliore? Qualora vi parlano, non rifinano di vantare gli avi, credendo rendersi più illustri per le belle imprese, mentre al contrario son quasi un lume che dà risalto alla loro degenerazione. Di questi vanti io non ne fo, ma posso narrare i miei proprj fatti; non ho da produrre stemmi e genealogie, ma aste, vessilli, premj militari, cicatrici onorate: questi sono i miei titoli, non lasciatimi in retaggio, ma con mio pericolo acquistati. Neppure so parlar con arte, non imparai di greco, ma a ferir nemici, squadronare soldati, null’altro temere che l’infamia, sopportar freddo e caldo, fame e stenti. A questo avvezzerò i soldati, non col lasciare ad essi le fatiche, a me la mollezza, il che vale essere non comandante ma padrone dell’esercito. Mi chiamano zotico perchè [33]non so imbandire lautamente, nè tengo buffone o cuoco a maggior prezzo che il gastaldo; e lo confesso, avendo udito da mio padre che alle donne si addice la forbitezza, all’uomo la fatica; ai buoni occorre più la gloria che la ricchezza, meglio gli adornano le armi che la suppellettile. Essi dunque facciano quel che pregiano, amoreggiare, sbevazzare; come da giovani, così da vecchi passino il tempo nei bagordi, dati al ventre e ad altro: a noi lascino il sudore, la polvere e siffatte cose, che più di quelle ci sono gioconde. Ma essi nol soffrono, e dopo che s’insozzarono di colpe, si usurpano il compenso dovuto ai buoni; e la morbidezza e l’ozio ad essi non sono d’impedimento, son di ruina alla repubblica».

Dalla fazione aristocratica, ch’egli non solo compresse ma insultò, Mario fu dipinto come un furibondo, imbramosito di sangue: ma per quanto noi ci sentiamo poco propensi ad adulare gli eroi, scorgiamo in esso una premura pel popolo minuto, pei soffrenti, per gl’Italiani in generale, che è difficile attribuir sempre a scaltrezza. Di naturale selvaggio, nè mitigato dalla educazione, pure non consigliava la guerra; anzi tratto a tratto sentiva rinascersi desiderio di quiete: se non che in Roma non si giungeva a capo del popolo se non esterminando nemici in folla, ed avvezzandosi nei campi al rigido imperio, al volere dispotico, alle crudeltà. Queste abitudini avea contratte Mario, ma non le bassezze, le infedeltà, la corruttela, troppo comuni fra’ suoi contemporanei; l’oro di Giugurta non fece presa su lui; a Silla giovinetto non portò invidia, anzi il volle compagno del trionfo; e quando, fatto suo nemico, fuggendo dai manigoldi il vide ricoverare in sua casa, lo salvò: pure operava da soldato, ed ebbe a dire più d’una volta che lo strepito delle armi non lasciavagli badare alla legalità.

Qui però nuovi conflitti si preparavano, e non contro [34]Barbari, bensì nell’Italia nostra; alla cui geografia è opportuno diamo un’occhiata, prima che vada tutta a confondersi nel nome romano.

Le Alpi non ne erano ancora il preciso confine, perocchè tra esse e fin sullo scarco meridionale estendeasi la Rezia, in quelle che or sono valli dell’Ossola, Vogogna, Leventina, Valtellina, Camonica, Trompia, oltre i Breuni e i Tridentini. Gallia Cisalpina nominavasi il territorio che ha le Alpi a settentrione ed a ponente, il Varo a libeccio, a levante l’Arsa, a mezzodì la Macra, gli Appennini, il Rubicone; suddivisa in Cispadana e Transpadana secondo il Po. La regione al nord-est chiamavasi Venezia ed Istria; Liguria, quella al sud-ovest.

I Liguri, fra l’Alpi, l’Appennino, la Macra e il mare, toccavano a levante e a settentrione i Galli, a sud-est gli Etruschi; il Varo a ponente li separava dai Liguri della Gallia, stanziati sulla proda occidentale delle alpi Marittime e sul litorale, col nome di Salj o Saluvj, Oxibj, Deceati, Suetri, Quariati, Adunicati. Ad oriente d’esse alpi Marittime si trovavano i Vedianzi; al settentrione dei due porti marsigliesi di Nizza e Monaco, gl’Intimelj e gl’Ingauni; a levante dei quali trafficava Genua, porto dei Liguri forse indipendente dalle altre tribù. A levante di essa le due rive della Macra popolavano gli Apuani, cui sembra appartenesse Lucca[21].

Negli Appennini sul piovente meridionale abitavano [35]gli Ercati, i Lapicini, i Caruli, i Friniati presso agli Apuani; sul settentrionale, fra lo Jala (Stàffora) e le Alpi, i Vibelli, i Magelli, gli Emburiati, i Casmonati, gl’Illuati, i Celelati, i Cerdiciati; ad occidente sul Tànaro i poderosi Statielli; sul corso superiore del Po i Veneni, e alle sue fonti i Vagiani di sangue celto[22].

Seguendo la curva dell’Alpi, le cui vette erano occupate da genti galliche, nelle valli inferiori s’incontravano i potenti Taurini «colà dove la Dora in Po declina»[23]; a settentrione e a levante i Libici sulla Sesia, i Levi sul Ticino[24]. Più alto nelle valli dell’Alpi stanziavano i Segusiani sulla piccola Dora; i Salassi sulla Dora maggiore, dove poi Augusto fabbricò Aosta a cavaliero delle due strade dell’alpi Graje e Pennino; i Lepontini, che dieder nome alle Alpi fra il Monterosa e il piccolo Sanbernardo, possedevano alcune città nella Gallia Cisalpina, e fino Omegna.

La Gallia Transpadana era divisa fra Insubri e Cenomani: dai primi dipendeano i Marici, abitanti fra i Levi del Ticino e i Vertacomagori, e gli Orobj, stanziati a Novara, Como e Bergamo[25]; i Cenomani s’erano [36]piantati nelle città, forse d’origine etrusca, di Brescia colla sua rôcca Cidnea, Verona, Mantova. Al Mincio arrestavasi il dolce parlar veneto, e cominciava l’aspro gallico.

La Gallia Cispadana fra gli Appennini, lo Jala, il Po, l’Adriatico, l’Esi, era tenuta dagli Anamani e da’ Boi, colle città fiorenti di Placentia, Parma, Mutina, e con Bononia che crebbe sotto i Romani. Sul territorio de’ Lingoni rimaneva l’antichissima Spina; Ravenna ebbe vita allorchè Augusto la congiunse col porto e con un canale al Po e all’Adriatico; di Ferrara non è menzione. Molte città della Cispadana erano abitate dai Senoni, e nominatamente Cesena; ma essi spiegavansi principalmente a mezzodì del Rubicone nell’Umbria, ove da loro ebbe nome Senogallia[26].

La Venezia abbracciava i paesi che tra il Po e l’Adige chinano dall’alpi Carniche al mare Adriatico. A ponente lungo l’Adige aveano avuto dominio gli Euganei, che poi furono confinati nei colli che ne serbarono il nome. La città di Atria rammentava gli antichi Etruschi; Padova sul Medoaco fioriva di commercio; aggiungi Aquileja fabbricata dai Romani per difendere quel varco Altino in riva all’Adriatico, Vedino (Udine), donde procedendo si trovava la trafficante Emone (Laybach) sulla proda orientale delle alpi Giulie. A [37]settentrione de’ Veneti stavano i Carni, a piè dell’Alpi cui lasciarono il nome[27]. Nella penisola dell’Istria, che l’Arsa separava dall’Illiria, Tergeste acquistò importanza sotto Augusto; Parenzo era porto frequentatissimo quanto l’antica Pola.

Dalla Macra e dall’Utente cominciava l’Italia propria, che possiam dividere in Etruria, Umbria, Piceno, Sannio, Lazio, Campania.

Nel paese fra il mar inferiore, il Tevere, gli Appennini e la Macra erano disposti i dodici popoli etruschi in modo, che a levante verso la frontiera umbra s’incontravano gli Aretini, fortemente situati alle falde dell’Appennino, i Cortoniati, i Clusini, i Perugini, i Volsinj; a ponente verso la costa i Volaterrani, i Vetulonj, i Rusellani, i Cosetani; nella parte meridionale più angusta, al sud della fatale foresta Ciminia fra i laghi Ciminio e Vulsinio, i Falerj, distrutti i quali dai Romani, furono surrogati i Cosetani; poi i Vejenti al sud-est, ad occidente i Ceretani, al nord di essi i Tarquinj sulla Marta. Luna fra la Macra e l’Arno era porto e mercato frequentatissimo; Pisa era stata fondata dai [38]compagni di Nestore al vertice dell’angolo formato dal confluire dell’Arno col Serchio[28]. L’Elba già lodavasi come insula inexhaustis chalybum generosa metallis[29].

Gli Umbri un tempo si stendeano oltre il Tevere sino alla foresta Ciminia e al Clani, sulle cui rive aveano fabbricato Aarna (Bargiano), mentre i Senoni possedeano molte città fra l’Utente e il Rubicone; ma poi i Romani limitarono l’Umbria fra il Rubicone al nord, il Tevere e il mare all’ovest, l’Esi al sud, l’Adriatico all’est, percorso dalla via Flaminia[30].

[39]
Essa Umbria, la Sabina, il paese de’ Marsi e de’ Vestini chiudendo a occidente il Piceno, dall’Esi a settentrione fino al Matrino (Piomba) a mezzodì, chiamando propriamente Agro Piceno la montagna, Adriano il litorale, Pretuziano la pianura. Ancona, colonia siracusana, servivagli di porto; Osimo di fortezza; Tiora di oracolo sacro a Marte[31].

Al sud dell’Umbria e del Piceno cominciava il montuoso Sannio, comprendendo quattro popoli fra gli Appennini e l’Adriatico, quattro negli Appennini e nella pendice occidentale. Ed erano i Vestini, colle città di Amiterno e Priverno; i Marrucini, con Aterno (Pescara) e Teate (Chieti); i Peligni, con Corfinio (Pellino) e Sulmona; i Frentani sul Tiferno, con Lavino, Istonio (Vasto d’Amone), Ansano; i Sabini, con Fidene, Nomento, Crustumerio sopra il colle da cui piove l’Allia, Correse presso al Tevere, Regillo, Trebula sul Velino, Reate, e la fredda Nurza presso le sorgenti del Clitunno; i Marsi, a levante del lago Fùcino, con Marruzio, Alba Fucezia, Carseoli e Cliterno; gli Irpini sulle colline che scendono ai piani della Puglia, con molte città, fra cui Avellino, Aquilonia (Cedonga), la fortissima Romulea, Compsa, Malevento; infine i Sanniti proprj, nel paese alpestre al sud de’ Peligni, federazione composta dei Pentri con Telesia, Esernia, Alifa, Boviano; dei Caraceni fra le sterili alture dell’Abruzzo Citeriore; dei [40]Caudini sul dorso occidentale del Taburno; e degli Irpini e Frentani già detti.

Del Lazio assai parlammo, e come si dilatasse dal Tevere fino al Liri. Con esso, col Sannio, colla Lucania e col mar Tirreno confinava la Campania, abitata nella pianura dai Campani, nei monti al nord-est dai Sidicini, dai Picentini in quelli al sud-ovest; ubertose contrade, piene di città, fra cui Baja e Pozzuoli, villeggiature dei Romani, che non paghi di coprir di casini le falde del vitifero Gauro, fin nel mare ne fabbricavano; Ercolano e Pompej, che doveano conservarsi sotto la lava e i lapilli, piovuti per distruggerle; Casilino sul Vulturno, donde i Romani aveano protetto il Lazio contro Annibale che teneva Capua, città primaria a’ piedi del monte Tifata; Atella fra questa e Napoli, rinomata per le sue burlette; Nola piazza forte, fondata dagli Ausonj, popolata di Calcidesi, e fabbricatrice di bellissimi vasi[32].

Entravasi poi nella Magna Grecia, divisa in Apulia, Lucania e Bruzio. La prima comprendeva la Daunia, la Peucezia, la Japigia; e Siponto, Salapia, Aufidena, Bario n’erano città fiorenti: dal porto di Brindisi nella Calabria per ducentoventicinque miglia varcavasi in Grecia; poi cedette il luogo a Idrunto (Otranto). Verso la Japigia gli Appennini si chinano poc’a poco per rialzarsi verso il paese de’ Salentini, ove il promontorio Japigio frange le onde jonie, e sostiene la cittaduola di Leuca. Ad occidente sul seno che s’incurva dal capo Japigio al Licinio, fra molte minori ergevasi la dorica Tàranto. Delle interne meritano ricordo il vasto Canusio sull’Aufido, Canne presso Vergello, [41]Venusia già degli Irpini, una delle meglio fortificate dai Romani, che di là teneano guardata l’Italia meridionale. Nella Lucania sul mar Tirreno si trovavano l’ancor prospera Pesto, e dappertutto quelle colonie greche di cui tessemmo la storia. Il Bruzio, nella punta che s’allunga verso Sicilia presentava Scilleo, fortificata contro i pirati etruschi, e Columna, detta dall’estrema pietra migliaria d’Italia.

Seguitava la Sicilia, che nel 212 era divenuta provincia romana, e a cui si aggregarono anche i paesi dapprima lasciati a re Gerone II.

Non ripeteremo come in tutti i punti opportuni fossero distribuite colonie, e sistemati i popoli con una gradazione di privilegi. Maggiori ne godeano i Socj d’Italia; ma avendo col proprio sangue procacciato la grandezza di Roma, pretendeano essere pareggiati ai cittadini nel dar voto e nell’ottenere gl’impieghi. Era l’unico mezzo di risparmiarsi la poderosa coazione che è necessaria per tenere popoli nell’umiliazione e nella servitù; ed essi l’aveano sperato ora dagli Scipioni aristocratici, ora dai Gracchi demagoghi, ora dal senato stesso: ma ai patrioti conservatori pareva ne patirebbe la costituzione, la metropoli si affollerebbe di gente accorsa a votare, la quale prevalendo pel numero ai pochi cittadini veri, disporrebbe della pubblica cosa, in modo che Roma perderebbe non che la primazia sugli altri, fin la padronanza di sè. Come dunque conciliare la conservazione delle individualità di essa colla formazione d’una grande società italiana?

Questa da un secolo era la suprema quistione, e vedemmo come vi si maneggiasse la politica abilità del senato, mediante le elevazioni progressive. Ma le lente provvisioni spiacciono sempre ai partiti, e Mario riassunse ed esagerò il concetto de’ Gracchi. Essendo stato [42]soccorso validamente dagli Italioti nella guerra contro i Cimri, a molti militari concesse gli onori della cittadinanza, e a tutto il contingente di Camerino; e perchè il senato nel querelò, rispose: — Lo strepito delle armi impedì d’intendere le parole della legge». Propose di distribuire ai federati le terre che i Cimri già aveano occupato nell’Italia settentrionale, e che per la vittoria consideravansi divenute di pubblico dominio: a tal modo s’opporrebbe una barriera a future invasioni, e si terrebbero in fede i Lucani, i Sanniti, i Marsi, i Peligni, colà trasportati in colonia.

In tutto ciò Mario, che poco valeva agli intrighi, adoperava la violenza; ad Apulejo Saturnino che chiedeva il tribunato, prestò i suoi soldati, coi quali in mezzo al fôro uccise il competitore Nonio, fugò gli avversarj, e si fece proclamare. Mario, Saturnino e il pretore Cajo Glaucia formarono allora un dispotico triumvirato, (100) che riaffacciò la legge dei Gracchi, non tanto per favorire ai popolo, quanto per contrariare a Cecilio Metello il Numidico, di cui già cliente e beneficato, era allora capitale nemico. Questo, a capo della fazione senatoria, malcontenta anche de’ tolti giudizj, repulsò pertinacemente la legge agraria; ma vedendosi soccombere, andò volontario in esiglio, sperando che un giorno la patria ravveduta il richiamerebbe: e la parte di Mario volse e sconvolse la repubblica, colla forza padroneggiò i comizj, assassinò gli oppositori, usurpò i diritti del popolo sotto pretesto di tutelarli, sicchè restava disonorata la causa degli Italiani.

Mario, scarso d’intelletto politico, lasciavasi menare dai due colleghi, che, stile degli arruffapopolo, non cessavano di accaneggiare la corruttela e le tirannie degli aristocratici sovra la povera plebe. Saturnino fece prorogarsi di nuovo il tribunato, e con un [43]assassinio tolse di mezzo Memmio che competeva il consolato con Glaucia, anzi s’impossessò del Campidoglio. Proruppe allora la comune indignazione, (99) e conferito ai consoli autorità assoluta come nelle congiunture più pericolose, Glaucia e Saturnino furono lapidati, richiamato Metello: Mario, che nelle zuffe di piazza mancava dell’intrepidezza mostrata in campo, e che aveva abbandonato i due suoi complici, perdendo così autorità presso gli amici e nemici, si ritirò nella Galazia sotto pretesto di sciorre un voto alla Dea Madre, sentendo che le giornate sue erano le campali, e paragonandosi ad una spada che nella pace arrugginisce.

La riazione allora infierì secondo il solito; e perchè i Socj d’Italia, i quali col domiciliarsi a Roma ne acquistavano la cittadinanza, servivano di stromenti alle sedizioni dei tribuni, Licinio Crasso e Muzio Scevola fecero stanziare che quelli di essi che dimoravano in Roma senz’averne la cittadinanza, tornassero alle patrie antiche, niun riguardo avuto ai legami di parentela, di affari, d’abitudine, contratti da una generazione.

A tutelare i Socj in una riforma pacifica si adoperò il tribuno Livio Druso, uomo destro, eloquente, netto, lontano dalle violenze dei capipopolo, rimasto sempre superiore alla calunnia in una superbia che non lasciavalo mai mancare di dignità. Promettendo l’architetto costruirgli la casa in maniera che veruna vista la dominasse, — Costruiscila piuttosto (rispose egli) tale che le mie azioni rimangano esposte agli sguardi di tutti». Come gli ambiziosi non vulgari, credea bisognasse rinforzare il potere, onde sosteneva il senato contro della plebe e dei cavalieri, ma purchè il senato obbedisse a lui. Ai mali della patria pensò riparare emendando la proposta dei Gracchi. Costoro [44]aveano voluto ridurre i cavalieri, e formare un terzo stato, attribuendo loro i giudizj; ma coll’iniquità di questi eransi disonorati: ond’egli, per consolidare i conservatori, (92) propose che i giudizj fossero restituiti al senato, compensando i cavalieri coll’ammettervene trecento. Come succede nei partiti moderati, Druso scontentò gli uni e gli altri, e sorse rumore: egli fece arrestare il console, poi, a conciliarsi la plebe, propose si distribuisse il pane necessario agli indigenti col tesoro del tempio di Saturno che conteneva 1,620,829 libbre d’oro.

Lui aveano scelto a patrono i Socj italici; e poichè ogni partito vuol sempre incarnarsi in una persona, lo gridavano italianissimo, speranza della nazione; una volta che ammalò, tutta la penisola echeggiò di voti solenni; ed egli domandava obbedienza cieca, in ricambio della potente protezione. Quando però propose che ai Socj si comunicassero tutti i privilegi di cittadino, si trovò contraddetto da senatori e cavalieri, e dalla plebe stessa, indignata di veder attentarsi di nuovo all’onore patriotico col convertire i sudditi in cittadini. I Socj, che in folla da tutta Italia erano accorsi a Roma per sostenere il voto del loro protettore, come lo videro respinto, tornati a casa colla vendetta nel cuore, sparsero il dispetto e l’indignazione, l’oltraggio parve nazionale, e venne a divampare la guerra degli Alleati appunto al tempo che tutti pareano scuotere le catene di Roma, gli schiavi, la Spagna con Sertorio, l’Asia con Mitradate.

Gl’Italiani erano divisi d’interessi; e se l’oppressione in qualche città riusciva insopportabile, in altre era lenita da privilegi e dalla bontà de’ magistrati. A mezzodì i bellicosi Sabellici pareano essersi naturati al giogo: il Lazio godea di molti vantaggi, pur non mancandogli ragione di lamenti: Umbri ed Etruschi sentivansi [45]fiaccati, e riconoscevano Roma perchè aveali difesi da’ Cimri e teneva in soggezione i Galli confinanti. Nel cuore stesso di ciascuna città cozzavano due partiti, patrizj e plebei, in qualcuna ancora i fautori de’ Cartaginesi; e troppo sappiamo come i dispetti parziali impaccino le speranze comuni.

Allora però s’intesero, si diedero giuramenti e ostaggi; il Sannio, la Lucania erano nell’accordo, e non solo tutto il mezzodì, ma perfino città latine alle porte di Roma. — Per Giove Capitolino (era il lor giuramento), pel sole e la terra, per gli Dei penati di Roma, per Ercole suo patrono, e i semidei che la fondarono, e gli eroi che la crebbero, io non avrò altri amici e nemici che quelli di Druso; nulla risparmierò pel vantaggio di lui, nè padre, nè madre, figliuoli, vita; se per opera sua divengo cittadino, terrò Roma per patria e Druso pel suo maggior benefattore».

Questo i moderati, speranti in un pacifico componimento: ma dietro ad ogni capopopolo trae sempre uno stuolo che spingesi più innanzi; e i giovani arrisicati, e i militari vecchi, soliti confidar soltanto nella spada, tramano di scannare i consoli di Roma nelle Ferie Latine sul monte Albano. (91) Druso, avutone fumo, ne avvisò il console Marzio Filippo, benchè suo nemico; e questi ripagandolo d’ingratitudine, il fece assassinare. Spirando egli esclamava: — Chi più tutelerà la patria con intenzioni pure quanto le mie?» I cavalieri ne menarono tripudio; ottennero fossero derogate le leggi di lui, come fatte contro gli auspizj; chiamati in giudizio i presunti suoi fautori, ch’erano il fior del senato; e dichiarato fellone della patria chiunque in avvenire proponesse di comunicare la cittadinanza ai Socj italiani.

A questi dunque, dopo che l’aveano per quarant’anni chiesta invano legalmente, non restava che ottenerla colla sommossa. Lusingati dai demagoghi, già avevano [46]estesa una gran rete d’intelligenze, le quali alla morte di Druso proruppero. Il senato, avuto qualche sospetto, mandò qua e là senatori a chiarirsene: fra questi il pretore Servilio ad Ascoli, sospesa la festa nazionale e prorompendo in superbi rimproveri, esacerba tanto i cittadini, che trucidano lui e quanti Romani colgono, sorprendono le guarnigioni, invadono le armerie e i magazzini, liberano i carcerati che inveleniscono alle vendette. Coi Picentini si uniscono Marsi, Marrucini, Frentani, Peligni, Campani, Irpini, Apuli, Lucani, e principalmente i Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte, e dal pretore fin al mandriano cupidi di vendicare il lungo servaggio: aveano capitani prodi e accorti, abituati alle fatiche del campo non meno che ai maneggi del fôro, primi dei quali erano pei Sanniti Papio Mutilo, e pei Marsi Pompedio Silone. Costui, il più operoso in que’ preparativi, con diecimila uomini s’avvia per sorprendere Roma e saccheggiarla; ma lasciasi arrestare a mezza strada dalle preghiere di Gneo Domizio.

Le inveterate divisioni del nostro paese aveano convinto gl’insorgenti che non è possibile formare uno Stato solo, e doversi piuttosto congiungerne i varj in salda federazione. Unironsi dunque nel nome d’Italia, che allora s’estese a più lungo tratto di paese, fu scritto sulle loro bandiere[33], ed appropriato a Corfinio, città nei Peligni, munita per capitale, col fôro, la curia, [47]cinquecento senatori, e dove gli Alleati deposero ostaggi, accumularono armi, e doveano eleggere annualmente dodici generali e due consoli. Così il vitello de’ Latini opponevasi alla lupa di Roma in una guerra dichiarata giusta fin da uno scrittore romano[34].

Per verità Roma avea fedeli i Latini, gli Etruschi, gli Umbri, che poteano somministrarle ventimila combattenti; la Gallia Cisalpina lasciavale levar truppe, cavalli i re numidi, fanti il re Bocco; le darebbero navi Marsiglia e Rodi; nel tesoro due milioni di libbre d’oro; nel senato quella prudenza, ch’è la dote più necessaria e più rara ai sollevati. Pure i nemici ch’essa dovea combattere erano disciplinati da lei, conscj delle arti e de’ secreti di essa; combattevano la terribile guerra di montagne; e se la vittoria avesse arriso ai rivoltosi, tutti i popoli soggetti sarebbero insorti per ridur Roma a’ suoi umili cominciamenti, gli schiavi mal compressi avrebbero aggiunto legna al fuoco. Essa dunque pose in opera tutta l’abilità ferma e ardita del senato; moltiplicò eserciti e generali; il console Lucio Giulio Cesare fu spedito nel Sannio, (90) dandogli per ajutanti Pompeo Strabone padre del Magno, Quinto Cepione, Marco Perpenna, Valerio Messala; l’altro console Publio Rutilio nei Marsi con Publio Lentulo, Cornelio Silla, Tito Tidio, Licinio Crasso e Marco Marcello; quanti insomma godeano fama di avvisati e provveduti in fatto di guerra; e ciascuno col titolo di proconsole comandava [48]una divisione, con arbitrio di operare come e dove gli paresse, dandosi però mano a vicenda nel dirigere centomila legionarj. Al contrario, gl’insorgenti ancor più che a Roma volean male ai magistrati proprj o ai coloni, onde in parziali vendette consumavano l’ardore, e crescevansi il numero de’ nemici vicini. Pure cominciarono prosperamente, e i marsi Pompedio Presentejo, il sannita Vettio Scatone respinsero Pompeo da Ascoli, sconfissero Cesare nel Sannio, fugarono Perpenna, dell’esercito consolare uccisero ottomila uomini e Rutilio stesso.

A tal nuova, e al ricevere i cadaveri del console e di tanti senatori portati dagli schiavi, Roma prese il lutto, i magistrati deposero le insegne di loro dignità, si raddoppiarono le sentinelle e munirono le vie, tutti vestirono il sago, cioè l’abito da guerra. L’esercito di Rutilio fu diviso tra Cepione e Mario, che reduce a Roma viveva inoperoso. Pompedio coi figli e con casse d’oro venne a Cepione in aspetto di rendersi; ma quell’oro era piombo, e i figli due schiavi: ingannato dai quali, Cepione lasciò condursi in una gola, dove al grido di Viva Italia rimase sconfitto e morto. Mario in quella guerra mostrò una lentezza, che però non si osa imputargli a viltà o a spossamento; forse non gli reggeva l’animo di combattere questi Italiani, insorti per ottenere a forza quel ch’egli voleva concesso di grazia; fatto è che si teneva sulle difensive, e quando Pompedio gli diceva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputano, discendi a combattere», egli rispondeva: — Se tu sei quel gran generale che ti reputi, costringimi a combattere mio malgrado»; e presto a titolo di malattia rassegnò il comando.

Crescevano intanto colle vittorie i Socj, e il nome d’Italia risonava più estesamente; Umbri ed Etruschi dal parteggiare con Roma passarono a far parte coi [49]rivoltosi; ed avendo Aponio liberato Acerra, dove Oxinta figlio di Giugurta era tenuto prigioniero, il trattò regalmente, sicchè i Numidi disertavano a frotte dall’esercito romano, tanto che fu forza mandare in Africa la loro cavalleria. Roma ebbe ajuti dai principi d’Oriente; un corpo di Galli le fu condotto da Sertorio; armò anche in dodici coorti i liberti per guarnire le città marittime, e così potè accampare tutte le legioni contro gli Umbri e gli Etruschi, e vincerli. Ma a grave costo, giacchè, come in tutte le guerre di principj, combattevasi accannitamente. Un corpo di Romani, scontento del generale, gli s’avventa e lo trucida, poi per espiazione si precipita sui nemici, e ne sbaraglia diciottomila; un generale, vinto dai Romani nel Piceno, convita gli amici, e si trucida con essi: quattromila accerchiati sull’Appennino, anzi che cedere, si lasciano morire dal freddo. Giudacilio d’Ascoli viene a soccorrere l’assediata patria; e benchè i cittadini nol secondassero com’era combinato, a capo di otto coorti s’apre la via, entra, passa pel filo delle spade tutti i fautori de’ Romani, si difende ostinato; e quando più non può reggere, dà un banchetto sotto il vestibolo del tempio, bee il veleno, si adagia sul letto; i soldati gli accendono sotto il rogo, «ove bruciare il più prode Ascolano e gli Dei della patria».

A trecentomila si sommano i periti in quella guerra; ma Roma conobbe che la forza non basterebbe a troncare le teste rinascenti dell’idra. Lucio Giulio Cesare pertanto fece confermare una legge, per cui fossero ascritti alla cittadinanza romana tutti i Latini ed Umbri rimasti in fede; laonde molti si staccarono dalla federazione, e viepiù dacchè la vittoria le si mostrava infedele, e rinasceva in tutte le città la fazione romana, rimasta sopita; onde gli Alleati, non vedendo più sicuro Corfinio, (89) trasportarono la capitale ad Esernia nei Sanniti. [50]Già a Servio Sulpicio e a Pompeo Strabone eransi sottoposti i Marrucini, i Vestini, i Peligni, tradendo il loro capo Vettio. Questi era condotto prigioniero al console, quando un suo schiavo rapisce una spada, lo trafigge dicendo, — Ho liberato il mio padrone; ora a me», e uccide se stesso. I Marsi furono sottomessi, e Pompedio non si sosteneva che a capo di ventimila schiavi redenti, finchè perdè la vita, e dopo tre anni di dura lotta l’Italia soccombea di nuovo a Roma.

Essa affettò di chiamar quella la guerra de’ Marsi, come chi chiamasse guerra del Piemonte quella del 1848; e credendo poter essere generosa quando più non parea farlo per paura, sulla proposta del tribuno Silvano Plauzio concesse la cittadinanza a tutte le città italiane che godevano il titolo di federate.

Concessione illusoria. La legge Giulia erasi proclamata nel caldo della guerra, e pochi erano che volessero venir di lontano a Roma, com’essa imponeva, per farsi inscrivere: soli vennero i vicini, de’ quali i ricchi speravano gli onori, i poveri le largizioni attribuite a’ cittadini romani. Le città federate poi, cui rifletteva la legge Plauzia, eran poche in numero, e neppur tutte ottennero il privilegio. Non ne derivò dunque se non un affluire a Roma di gran turba di poveri, e il senato intervenne ancora colle sottigliezze legali, e fece che i nuovi cittadini fossero accumulati in otto tribù, le quali votavano per le ultime, e quindi il più spesso non erano sentite, giacchè si sospendeva la votazione appena si fosse ottenuta la maggioranza.

Che monta? l’equità avea trionfato del rigido diritto, e su quel cumulo di cruente ruine era proclamata l’eguaglianza di tutti gl’Italiani; non v’ebbe più ostacoli a passare da federati a cittadini, e ridurre a verità il diritto nominale. Marsi, Umbri, Etruschi, che desiderosi d’esercitare l’acquistato diritto accorrevano dai [51]loro municipj ad empiere il fôro o il campo Marzio, vedendosi o non consultati o non valutati, fremevano, e domandavano che la concessione divenisse un fatto. Li blandiva Mario o per sentimento italiano o per ambizione, e da Publio Sulpicio tribuno fece proporre che gl’Italiani, i quali avevano ottenuto la cittadinanza, (88) fossero ripartiti fra tutte le trentacinque tribù, e per conseguenza pareggiati agli altri cittadini. Cornelio Silla accorse per impedire la legge, distraendo all’uopo il popolo con solenni feste: Sulpicio però, armati satelliti, entrò nel tempio di Castore ove stava raccolto il senato, e lo disperse: Silla si rifuggì in casa del nimicissimo Mario, il quale non gli usò oltraggio, ma volle promettesse di sospendere le acclamate ferie. Tolte queste, a Sulpicio riuscì facile di far passare la legge, per la quale Mario salì in gran favore.

Questa nuova turba, non di cittadini corrotti e svigoriti, ma di campagnuoli robusti, dovea diventare un’arma terribile in mano dei demagoghi; e non avendo nè le tradizioni avite, nè la venerazione per le costumanze romane, nè l’esecrazione pei re, spianava il calle a coloro che omai aspiravano a cangiare radicalmente la costituzione.

Non sembra che Roma sevisse contro i vinti; e quantunque penuriasse a segno da dover vendere alcuni terreni attorno al Campidoglio, che da tempo immemorabile lasciavansi ai pontefici ed agli auguri, non confiscò il territorio de’ Socj, eccetto quello degli Ascolani, nè mandò al supplizio che alquanti capi. Il pericolo di veder soccombere Roma prima ch’ella compisse la provvidenziale sua missione di unificare il mondo civile in una sapiente amministrazione, era schivato. L’Italia restavale ancora sottomessa, ma non più schiava, e i migliori cittadini verrebbero a questa da altri paesi. Un nome solo abbracciava coloro che prima chiamavansi [52]Latini, Etruschi, Sanniti, Lucani; un solo linguaggio parlavano; e mentre quel di Roma corrompeasi per l’affluenza di tanti forestieri, restava come fisso l’idioma del Lazio. L’avvenire nazionale sarebbe potuto dirsi assicurato, se fra breve questa fusione dell’Italia con Roma non si fosse pur fatta di tutto il mondo coll’Italia, togliendole l’originalità, il vigore, l’attività, facendo che sparpagliasse lontanissimo la vita, invece di concentrarla in sè; per modo che, quando un cozzo esterno ne staccherebbe le provincie, ella, cessando d’essere signora del mondo, neppur rimanesse paese uno e compatta nazione.

CAPITOLO XXI.
Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica.
Ma Roma volgea contro se stessa il ferro, aguzzato contro Italiani e stranieri, prorompendo la inimicizia fra Mario e Silla.

Lucio Silla, (n. 137) dell’illustre gente Cornelia ma di mediocre fortuna, passò la giovinezza fra stravizzi; poi quando Nicopoli cortigiana lo testò erede universale, prese posto fra i cavalieri meglio stanti, e al gusto de’ piaceri aggiunse l’amor della gloria e del potere. Attribuito questore a Mario nella guerra numidica, da questo fu lasciato in Italia come effeminato; ma quando lo raggiunse in Africa colla riserva, si mostrò intrepido nelle fazioni, esatto al dovere, più atto di Mario a conciliarsi gli animi. Mettevasi però a tavola? giù ogni contegno; e allegro, spassone, senza più voler intendere d’affari, si abbandonava alle tazze, a cantarine, a saltatrici. Per rimovere l’invidia, le imprese ben succedutegli attribuiva alla fortuna; nelle proprie Memorie [53]mostrava essergli riusciti meglio i partiti improvvisi che non i meditati; ed esortava Lucullo, cui erano dirette, a riporre intera fiducia nelle cose che in sogno sentisse comandarsi dagli Dei.

Mario in prima disprezzò, da poi ne prese ombra, principalmente dacchè Bocco re di Mauritania dedicò in Campidoglio un gruppo, rappresentante se stesso in atto di consegnare Giugurta non a Mario ma a Silla, parendo attribuire a questo il merito d’aver compita essa guerra. Da ciò rancori che non doveano ammorzarsi neppure in torrenti di sangue.

Mario arrischiato e ad impeti; Silla calcolava e misurava verso un fine prefisso, qualunque fossero le vie. Mario allevato in contado, appariva zotico a segno, che a fabbricar un tempio per la vittoria sopra i Cimri adoprò un mastro romano e pietre informi: Silla, raffinato nella greca coltura, sui vizj suoi stendeva una lusinghiera vernice, dalle sue depredazioni raccoglieva libri, quadri, vasi, onde abbellire i proprj palazzi e la città. L’uno e l’altro valorosi in guerra e cupidi d’onori, Mario per brighe spudorate e per denaro ottenne sei consolati quasi consecutivi, Silla si professò stanco di servire a questa specie di re; e avendo già quarantaquattro anni, brogliò la pretura, comprando i voti e promettendo spettacoli che i pari mai non si sarebbero veduti; e per mezzo di re Bocco ebbe cento leoni che espose a combattere con uomini, avvezzando a tali spettacoli Roma, quasi in rimpatto de’ sacrifizj umani, allora appunto proibiti dal senato; e divenne il corifeo della parte nobile, come Mario era della popolare. Lo vedemmo adoprarsi più utilmente di questo nella guerra degli Alleati; ed aveva ottenuto il comando supremo contro Mitradate re del Ponto, (88) allorchè il popolo, sollecitato dal tribuno Sulpicio a mostrarsi riconoscente delle leggi liberali, affidò quella guerra a Mario, che, [54]quantunque vecchio, indispettivasi di non esser più il primo uomo di Roma, e aborriva colui che l’eclissava.

Allorchè l’oro dava piaceri e dignità, tutti ambivano le capitananze in Asia, dove si poteva rubare a man salva; laonde Silla, che già l’avea depredata col desiderio, risolse vendicare l’affronto ricevuto; e poichè, vegliando tuttora la guerra Sociale, egli stringeva i Sanniti in Nola, il torto fattogli racconta all’esercito suo, il quale rispondendo con una voce sola alla mozione di pochi intriganti, grida: — Corriamo sopra Roma». Se i soldati semplici erano dediti al generale che potea promoverli, gli uffiziali, che ricevevano le promozioni dai comizj popolari, non vollero partecipare al parricidio: pure Silla volse l’esercito sopra Roma, apprestando fiaccole per incendiarla; e ai pretori mandati per mitigarlo rispondeva sbraveggiando.

Il popolo, sorpreso dall’inaudita temerità, si difende con tegoli e sassi, armi plebee: ma Silla appicca il fuoco, prende la città, fa scannare Sulpicio, bandire una taglia sopra la testa di Mario in vendetta degli amici uccisigli, de’ beni predatigli; e radunati i comizj, arringando come se stilla di sangue non si fosse versata, propone che veruna legge sia portata avanti al popolo se non dopo approvata dal senato; i comizj non si tengano più per tribù, ma per centurie; chi sia stato tribuno non possa esercitare altra magistratura; e si cassino tutte le proposizioni di Sulpicio.

Il popolo esprimeva il suo dispetto coll’eleggere magistrati avversi a Silla; e questi simulava di compiacersene, quasi una prova della libertà che aveva restituita alle loro elezioni. (87) Di fatto, con Gneo Ottavio, patrizio amico di lui, fu eletto console Cornelio Cinna suo nemico; il quale però salito in Campidoglio e slanciando un sasso, imprecò: — Se mai contrafarò a [55]Silla, possa vedermi cacciato di città com’io ne caccio questa pietra».

Allora Silla mandò ad inseguire Mario fuggiasco. Il vincitore dei Cimri, soletto con suo figlio e col genero, si era trafugato di casale in casale per quell’Italia ch’egli avea voluto far tutta cittadina; ad Ortea s’imbarcò; ma sospinto a terra presso Circeo, errò mendicando pane da chi scontrava, serenando la notte nel fitto delle boscaglie, e fra i canneti del Liri celandosi dai sicarj che l’ormavano. Colà tuffato nella melma fin alle spalle, lo scoprirono essi, e gettatagli una soga al collo, il trassero a Minturno. Quegl’Italiani però, memori dell’interesse di lui per la causa de’ Socj, non soffrirono che perisse, e probabilmente inventarono la storiella, che essendo mandato uno schiavo cimro per dargli morte in prigione, esso gli gridò, — Miserabile! oserai tu uccidere Cajo Mario?» e lo schiavo fuggì esclamando, — M’è impossibile trafiggerlo».

I Minturnesi pertanto dissero: — Vada ove vuole a compiere il destino suo; così gli Dei non ci puniscano di cacciar via Mario ignudo e bisognoso». E l’esposero sulla riva, dove trovò un vascello che il tradusse in Africa, nella quale suo figlio Cajo Mario, campato da pericoli non meno pressanti, erasi condotto a cercare ajuti al numida Jemsale. Proteggevano il fuggitivo da una parte la gloria del suo nome, dall’altra il sapere che la fazione sua, sopita non spenta, poteva da un giorno all’altro rivendicarsi. I magistrati romani non osarono sturbarlo allorchè il videro sedere fra le ruine di Cartagine: grande sventurato sulle ruine d’una grande città sventurata[35].

[56]
Il giovane Mario intanto, con aspetto di cortesia tenuto prigione nella Corte del re numida, da una donna fu ajutato a fuggire e raggiungere il padre, col quale veleggiò verso l’Italia. Qui aveva sostenuto la loro parte Cornelio Cinna, audace fin all’imprudenza e insieme timido, che non faceasi coscienza d’un delitto, poi sbigottiva nel coglierne i frutti, e che, malgrado il giuramento prestato, fece dal tribuno Virginio citar Silla per render conto del suo operato.

Questo non vi badò, ma come si fu trasferito coll’esercito in Asia, la fazione sua soccombette, e Cinna rialzò la causa italiana, riproponendo di ripartire i Socj fra tutte le trentacinque tribù, il che equivaleva a dar loro la prevalenza. Ottavio, incorrotto fautore del senato, vi si oppose; e per prova del quanto fosse rigoroso osservatore della giustizia, Plutarco narra che, stimolato in quel pericolo a rendere la libertà agli schiavi, protestò: — Come! vorrei far partecipi della patria i servi, io che dalla patria respinsi Mario per tutelare le leggi?»

Fino alle armi si corse, e le vie di Roma inondò sangue d’Italiani: diecimila si dice perissero, gli altri con Cinna e con sei tribuni dovettero uscire di città. Il senato dichiarò destituito Cinna, il quale presentatosi all’esercito supplichevolmente e in aspetto di martire della violenza, e corifeo della causa de’ Socj, ebbe dall’Italia uomini e denaro tanto da formare trenta legioni, e richiamò i fuorusciti. Mario approda a Telamone, festosamente accolto dagl’Italiani; chiama gli schiavi a libertà, arruola i più forzosi contadini, i quali fatti liberi dalla legge Giulia, mentre sognavano tutti i beni della libertà, si erano trovati poveri, costretti alla milizia, ai tributi, alle requisizioni; del che incolpando il senato, insorgeano volontieri contro di esso. Mario si congiunge con Cinna, e difilasi su Roma pur ricusando [57]ogni titolo e distinzione, e camminando dimesso, come attrito da inenarrabili patimenti.

Sotto Roma, affrettatamente munita dal senato, con fierezza battagliarono cittadini contro cittadini: di due combattenti l’uno ferì l’altro a morte, poi nello spogliarlo il conobbe per suo fratello, onde abbracciandolo, e raccogliendone l’estremo anelito, esclamò: — I partiti ci divisero, ci congiunga il rogo», e si trafisse colla spada fratricida[36]. Tremendo simbolo della sorte di noi Italiani.

I consoli trincerati sul monte Albano erano poco atti alla difesa: Pompeo Strabone, richiamato dalla guerra che faceva agl’insorti in riva all’Adriatico, operò così in tentenno, che si dubitò mirasse a lasciar disanguarsi le due parti onde erigere se stesso; poi morì dell’epidemia allora sviluppatasi. Fu dunque spedito ordine a Metello Numidico, che alla meglio terminasse la guerra contro i non ancora domi Sanniti, e venisse. Ma quando stava per istipulare, Mario propose ai Sanniti più larghe condizioni, talchè s’avventarono di nuovo nell’armi, e Metello dovè tornare senza esercito.

Crescevano le diserzioni dalle file senatorie; e Mario, prese o avute le città marittime ed Ostia, bloccò Roma, che estenuata da fame, contagi, sollevamenti di schiavi, dovette rendersi. Cinna non volle entrare prima d’essere riconosciuto novamente console. Mario s’arrestò alla porta, dicendo: — Non s’addice a me misero proscritto il penetrarvi»; ma non ancora tutte le tribù aveano votato il suo richiamo, ch’egli fu dentro, ordinando a una scorta di schiavi uccidessero tutti quelli cui rendeva il saluto.

Allora cominciò orrido macello, quasi una vendetta de’ ragunaticci Italioti contro di Roma. Ottavio console [58]e i senatori di miglior fama furono trucidati: Catulo, reo d’aver avuto merito principale alla vittoria sui Cimri, coll’avvelenarsi tolse all’invidioso Mario la voluttà d’ucciderlo: Cornelio Merula console e flamine di Giove, nel tempio deposte le sacre bende e seduto sulla cattedra pontificale, si fece aprir le vene, e spruzzandone gli altari con tremende imprecazioni, morì. L’oratore Marc’Antonio, meraviglia del suo tempo, riparò alla villa d’un fedele amico, il quale, lieto di tanto ospite, mandò il servo alla bettola pel miglior vino: quest’imprudente non tacque all’ostiere chi fosse ricoverato dal padrone, e l’ostiere il denunziò: e i satelliti di Mario, benchè un istante rattenuti dall’eloquenza e dalla maestà di lui, lo decollarono. Mario abbracciò il manigoldo che gli portò quella testa, e la fece esporre sui rostri, ove tanti anni avea difeso il giusto, e dove poco dipoi doveva sospendersi quella d’un altro sommo oratore. Sovra i padroni gli schiavi sfogavano le covate vendette: solo quelli di Cornuto lo trafugarono in villa, impiccando in sua vece e insultando un cadavere. I generali posero fine alle stragi: pure la banda etrusca di Mario ogni giorno usciva dal campo a saccheggiare e uccidere, poi tornava a prendervi riposo; finchè Sertorio con un branco di Galli la tagliò a pezzi.

Altri schiavi da Mario arrolati tumultuavano pel tardare de’ soldi promessi da Cinna; e Mario li fece raccogliere nel fôro, e quivi a migliaja trucidare. Inebbriato di sangue, console per la settima volta com’eragli stato predetto, tentò invano tuffare nel vino i rimorsi e l’invidia contro Silla, cui s’apparecchiava a combattere quando breve malattia il trasse settagenario alla tomba. (86) Mario suo figlio, sottentratogli nel potere, fa scannare quanti senatori fossero a Roma, e nominar console Valerio Flacco sua creatura, il quale si ingrazianisce il popolo col ridurre i debiti a un quarto. Sostenuto dai [59]cittadini nuovi, che divisi fra le trentacinque tribù prevaleano agli antichi e al senato, Cinna, neppur convocati i comizj, dichiarossi console per la terza volta di seguito (85) con Papirio Carbone, e distribuì le cariche cui volle: ma egli medesimo era dominato dalla ciurmaglia che avea preso gusto al sangue, e che al fine ad Ancona lo trucidò. (84)

In questi miseri dissidj struggevasi Roma, mentre all’esterno la minacciava gravissimo pericolo, contro cui stava il proscritto Silla. Questi, sapendo gl’Italiani propensi a Mario, risolve imbarcarsi per l’Asia, onde rendersi devote le legioni col vincere. Va, e come tant’altri ambiziosi, s’appoggia affatto sugli armati; gli abitua a considerarsi del tale o tal capitano, non della repubblica; poi col movere l’esercito contro la patria, spiana la via per cui cammineranno Cesare, Antonio, Augusto, traverso a guerre civili, dove si combatterà non per assicurarsi liberi, ma per darsi un padrone.

Tra i paesi dell’Asia anteriore, sottrattisi alla Persia al tempo d’Alessandro Magno e de’ successori suoi, s’avvicendavano guerre e intrighi, e or prevaleva un regno or l’altro, e infine quello del Ponto, il quale traeva nome dal Ponto Eusino che faceagli confine a settentrione, mentre a mezzodì lo chiudeva la piccola Armenia; la Colchide e il fiume Alis dagli altri lati. I Mitradati che lo dominavano, e che di là stendeano la signoria sull’Eusino, stettero ora in guerra ora in alleanza coi Romani, finchè cinse le regie bende Mitradate VII Eupatore, (123) al quale la posterità conserva il nome di grande, sebbene la mancanza di storici nazionali e la superba noncuranza degli stranieri ci riduca soltanto a indovinare la vastità de’ suoi divisamenti. Salito al trono di dodici anni, alla orientale fece morire sua madre e i più prossimi parenti; educò il corpo e l’anima all’operosità; sposò la sorella Laodice, che poi [60]condannò a morte come traditrice; e girando l’Asia, studiando costumi, leggi, uomini, formò il proposito di soggettarsela, proclamandosi liberatore contro la tirannide de’ Romani, e deliberato di riuscire senza badare per quali mezzi. Già, oltre il Ponto, aveva ereditato la Frigia (93) e pretensioni sui paesi contigui: la Paflagonia occupò, a malgrado dei Romani: la Cappadocia soggiogò, di propria mano scannando il nipote competitore.

Nicomede II re di Bitinia, adombrato degl’incrementi del vicino, mandò a richiamarsene al senato di Roma, il quale decretò indipendenti la Paflagonia e la Cappadocia, (91) destinandovi dei re suoi ligi, e spedì Silla in aspetto d’ambasciatore, per conoscere e sventare i disegni di Mitradate. Ma questi ruppe a guerra, sconfisse i Bitinj e il nuovo re Nicomede III, costrinse i Romani a sgombrare la Frigia, la Misia, l’Asia propria, e tutti i paesi che aveano o sottomessi o amicati sino alla Jonia, e rimandò liberi quanti avea fatti prigionieri. Gli abitanti di Laodicea tradirongli Quinto Appio governatore della Pamfilia, che fu a lui condotto in catene, preceduto per ischerno dai littori e dalle altre onoranze del suo grado. I Lesbj gli menarono Manio Aquilio, che come sommovitore della Cappadocia, egli fece legare piede a piede a un pubblico malfattore, sopra un asino tradurre a Pergamo, ed ivi colargli in bocca dell’oro, a raffaccio della sua ingordigia.

Da questo vizio era fatta esecrabile la dominazione dei Romani. Nella stessa metropoli tutto vendevasi, e il traffico de’ voti si compiva così sfacciatamente, che non eccitava vergogna ma celie. Silla pretore, insultato da Strabone Cesare, gl’intima, — Userò contro te i poteri della mia carica»; e quegli, — Ben dicesti mia, poichè l’hai compra». Un giovane, entrando alle magistrature per via dell’edilità, doveva in questa spendere [61]e spandere onde meritarsi i successivi favori del popolo; quindi contrarre debiti e almanaccar le guise di spegnerli o d’accreditarsi a nuovi. Divenuto pretore urbano, trattando soltanto cause minute, sotto gli occhi del senato, dei censori, dei tribuni, non può rubare che a spizzico: ma sa che poi gli sarà dal senato conferita una provincia; su quella fa anticipato assegnamento a tutti i creditori; e arrivatovi, ruba, dilapida, tien mano cogli esattori, cogli usuraj; porta via robe, quadri, statue; e tornando, può mettere splendido palazzo, una galleria che lo faccia acclamar protettore delle arti, sedere sull’avorio del senato, dominare sopra mille schiavi, ascendere al consolato.

Altra belva insaziabile erano gli esattori, cavalieri i più, che, prese ad appalto le entrate d’un paese, non aveano freno nello smungerlo, accumulando tesori per sè, esecrazione pel loro popolo. Marco Tullio Cicerone, onest’uomo e gran persecutore dei depredatori, nel suo governo di Cilicia pose da banda due milioni e ducentomila sesterzj (quasi mezzo milione), e si vanta che fu legalmente[37]; ed al fratello Quinto, governatore in Asia, scrive: — Sei lodato di diligenza per avere impedito alle città di contrarre nuovi debiti, sollevate molte dagli antichi, sciolta l’Asia dal peso dei donativi agli edili. Un nostro nobile si lagna che tu gli abbia sottratto ducentomila lire coll’impedire si facciano sovvenzioni pei giuochi. I pubblicani porranno forte ostacolo alle tue rette intenzioni: e fa mente che resistendo ad essi, alieneremmo dalla repubblica e da noi un corpo cui tante obbligazioni ci legano; lentandone le briglie, accondiscenderemmo alla ruina di coloro, di cui dobbiamo assicurar la salute e gl’interessi. Quanto [62]soffrano gli alleati nostri dai pubblicani, io l’argomento dai molti ottimi nostri concittadini, che trattandosi di abolire i pedaggi d’Italia, si lamentarono non tanto di questi, quanto de’ soprusi degli stradieri. Che sarà di alleati posti all’estremità dell’impero? Qui si opina che, per soddisfare ai pubblicani, massime in un appalto di sì grasso loro vantaggio, e al tempo stesso impedire la rovina degli alleati, si richieda nulla meno che una virtù divina»[38].

Erano aperti i richiami, ma che ripromettersene se i giudizj stavano in mano de’ rei medesimi? Sempronio Asello pretore, che volle reprimere le usure, fu trucidato sulla pubblica piazza, e nessuno ne fe ricerca. Quando si propose di rimandare Marcello in Sicilia, i Siciliani esclamarono: — Piuttosto ci sepellisca l’Etna», ed esposero le lunghe concussioni di esso: ma che? ben presto si trovarono ridotti a placarlo col buttarsegli ai piedi in pien senato, supplicandolo a riceverli tutti come clienti; e a Siracusa istituirono annue feste in onore di esso. (92) Muzio Scevola, pretore in Asia, citò i pubblicani a render severa ragione delle crudeltà e delle concussioni, alcuni incarcerò, pose in croce uno schiavo loro complice; ond’essi gli preser odio a morte, e non potendo contro lui, sfogaronlo su Publio Rutilio Rufo, consigliere suo in questo fatto, e accusandolo appunto della colpa ond’egli aveva imputati loro, riuscirono a farlo condannare, stando primario accusatore quell’Apicio, la cui ghiottoneria visse in proverbio. Rutilio, premunito dalla filosofia contro la trista fortuna, si ritirò in Asia, dove fu accolto come un liberatore; gli Smirnei l’adottarono; e benchè richiamato, più non volle restituirsi alla patria, della quale nel ritiro scrisse la storia in greco. Laonde Cicerone, panegirista [63]della virtù romana, esclamava: — Qual tempio fu sacro pe’ nostri magistrati? qual città santa? qual casa abbastanza chiusa e munita? È difficile esprimere quanto siamo in odio fra gli stranieri per le ingiustizie e le libidini di coloro che mandammo ai comandi»[39]. Alfine Silvano Plauzio portò una nuova legge, (89) per cui ciascuna tribù dovesse eleggere ogni anno a giudici quindici cittadini, tolti indifferentemente dai senatori, dai cavalieri o dalla plebe: ma questo privare i cavalieri del privilegio di giudicare divenne causa della guerra civile.

Non a torto dunque Mitradate potè vantarsi, — Tutta l’Asia mi aspetta». Questa sonava allora di applausi al liberatore, al padre, al dio, al solo monarca; le città libere gli apersero le porte; Mitilene, Efeso, Magnesia abbatterono i monumenti eretti dai dominatori. E poichè gran numero di cittadini romani eransi accasati nelle provincie, (88) il re del Ponto propose di sbrattarsene d’un colpo: e per segreto ordine, a un giorno determinato furono uccisi tanti quanti côlti, con donne, fanciulli e servi; i beni loro ripartiti fra l’erario e gli assassini; resi liberi gli schiavi che trucidassero i loro padroni; perdonato mezzo il debito a chi uccidesse il creditore; morte a chiunque celasse un Italiano. Quali furono strappati dall’invocato altare di Efeso, o dal tempio di Esculapio a Pergamo; quali raggiunti mentre a nuoto tragittavansi a Lesbo coi figliuoli in collo: i Caunj straziavano con lungo spasimo i fanciulli al cospetto delle madri, che altre ne perdettero la vita, altre la ragione; i Trallj, non volendo eseguire l’atroce comando, ne diedero l’incarico ad un Paflagone, che scannò i Romani nel tempio della Concordia[40]. A [64]cencinquantamila fanno alcuni ascendere le vittime di quel giorno.

Assicurato nell’interno, Mitradate vola a sottoporre vicini e lontani, dalle regioni del Caucaso fino ad Atene e a tutta la Grecia, sicchè ben venticinque nazioni a lui obbedivano, delle quali tutte egli intendeva e parlava le lingue. Ripieghi sempre nuovi gli porgeva l’indomita sua attività; uomini la Scizia; denaro le città della costa e dell’interno, arricchite dalla pesca dell’Eusino, dall’ubertà della Tauride, dai cambj cogli Sciti, e massime dal commercio delle Indie, che traversava per l’Oxo, il mar Caspio e il Caucaso. Con quattrocento vascelli custodisce il mar Nero, e coi barbari circostanti a questo macchinava quel che Annibale avea intrapreso coi popoli d’Africa, di Spagna, della Gallia, disciplinarli per condurli contro Roma dalla parte del settentrione.

Fremette Roma all’orrore del sofferto danno e alla minaccia del nuovo, (87) e la vendetta affidò a colui che più ardente erasi mostrato contro gl’insorti Italiani, Silla. Quei barbari ragunaticci mal potevano resistere alla romana disciplina; e a Cheronea, capitanati da Archelao generale di Mitradate, furono sconfitti sì, che Silla scrisse averne ucciso centodiecimila, perdendo soli dodici de’ suoi: due altre non meno sanguinose giornate nella Beozia terminarono la campagna. Nel primo esercito si contavano fin quindicimila schiavi fuggiti dai Romani, che vendettero a carissimo prezzo la vita (Plutarco).

Silla assediò Atene, e diecimila carrette a muli portavano i materiali per le macchine; i boschi sacri, le [65]deliziose piantagioni del Liceo e dell’Accademia furono tagliati; fame sì rabbiosa desolava la più colta città del mondo, che si lasciò fino spegner la lampada avanti al simulacro di Pallade: alfine restò presa d’assalto, mediante quei traditori che mai non mancarono nelle guerre greche. Silla, entratovi per la breccia a suon di trombe, la inondò di sangue, e voleva distruggerla; poi si lasciò mitigare, e perdonò ai vivi (dicea) per riguardo ai morti. Faceasi mandar le spoglie di tutti i tempj, e co’ suoi celiando diceva: — Ho in pugno la vittoria, dacchè gli stessi Dei soldano le mie truppe». Fremevano i Greci, e rammentavano come Flaminino, Acilio, Paolo Emilio non avessero posto la mano nelle cose sacre: essi d’alto animo e di viver parco, avrebbero creduto pari viltà il condiscendere a’ soldati, e il temere i nemici. Ma quelli erano legalmente eletti, con truppe disciplinate; i presenti salivano al comando per violenza o prezzo, onde erano costretti andar a’ versi de’ loro fautori, vendere tutto per comprarsi o voti nella piazza o partito nell’esercito: corruttrici largizioni, di cui Silla fu il primo a dar in grande lo scandalo.

Ma mentre qui trionfava, egli era proscritto in patria, e dovea difendersi contro eserciti della fazione avversa, mandati per contrariarlo od anche ucciderlo. Un Fimbria, esecrabile per forsennate crudeltà, nel funerale di Mario manda per assassinare l’augure Quinto Scevola; fallito il colpo, lo cita in giudizio; e chiedendo tutti con maraviglia di che potesse imputare personaggio sì santo, rispose: — Del non aver ricevuto tutto il pugnale nel corpo»[41]. Logica che non manca d’imitatori. Fatto luogotenente di Valerio Flacco, (86) console destinato a governare e vincere l’Asia, venne in urto con lui, e a Nicomedia lo assassinò; e recatesi in mano tutte le [66]forze di quella provincia, per sostenersi permetteva ogni licenza a’ soldati ed ai fautori suoi. Avendo un giorno fatto rizzare delle forche, e trovatone il numero maggiore di quello dei malfattori, fe cogliere alcuni spettatori a caso per riempierne i vuoti. Non mancandogli però valore, ruppe i generali di Mitradate, e lui assediò in Pitana. Per espugnare questa fortezza, avea bisogno della flotta: ma Lucullo che la comandava, e che professavasi avverso alla fazione di Mario e di Fimbria; ricusò prestarla; onde il re ebbe campo di ritirarsi a Mitilene. Fimbria, espugnata Pitana, assediò Troja; e pigliatala d’assalto, sterminò uomini ed edifizj, vantandosi aver in dieci giorni compito quel che Agamennone appena in dieci anni.

Mitradate, preso tra due fuochi, mandò proposizioni a Silla, il quale, da un lato desideroso di mescolare le cose d’Italia, dall’altro di togliere la gloria delle imprese a Fimbria, (85) accettò un colloquio con esso a Dardano nella Troade. Il re del Ponto vi giunse con ventimila uomini, seicento cavalli, innumerevoli carri falcati, sessanta vascelli; Silla con due legioni e duecento cavalli, e dettò i patti. E furono che il re richiamerebbe le truppe da tutte le città che non fossero state alla sua obbedienza prima della guerra, renderebbe i prigionieri senza taglia, pagherebbe duemila talenti, e darebbe a Silla ottanta vascelli in tutto punto con cinquecento arcieri. — Che mi lasci dunque?» chiese Mitradate. — Ti lascio la destra, con cui firmasti il macello di centomila Romani».

Così Silla, in non tre anni menata a buon compimento una guerra pericolosissima, ebbe ricuperata la Grecia, la Jonia, la Macedonia, l’Asia; dichiarati liberi ed alleati i Rodj, i Magnesj, i Trojani, gli Scioti; uccisi a Mitradate censessantamila uomini; e avrebbe anche potuto prenderlo, e risparmiare trent’anni di guerra [67]alla sua patria. Fimbria, che ricusava sottomettersi, fu ridotto a tali strette che s’uccise.

Per avidità di dominare l’Italia, Silla espilava l’Asia, imponendole una contribuzione di ventimila talenti (100 milioni), mandando soldati a vivere a carico di chiunque erasi mostrato ostile; ed amicavasi i soldati chiudendo gli occhi sull’ingordigia e la libidine loro. Espilati i tempj di Delfo, d’Olimpia, d’Epidauro, essi godeano le suntuose mollezze d’Asia, i palazzi, i bagni, i teatri, gli schiavi, le donne: e mentre la flotta congedata da Mitradate erasi sbrancata in squadriglie che corseggiando desolavano il litorale, i Sillani dandola per mezzo ad ogni crudeltà, rapina, lussuria, occhieggiavano all’Italia per farne altrettanto strapazzo.

E a questa alfine si dirigeva Silla, preceduto da formidabile rinomanza, accompagnato da soldati ingordi di preda e da fuorusciti ingordi di vendetta. Finchè stette oltremare, spacciava non voler che rimettere l’ordine, e rintegrare i senatori nelle prerogative: ma approdato che fu a Brindisi (83) con cenventi navi, quarantamila veterani e seimila cavalli, parve gli si affacciassero tutti i danni e le persecuzioni sofferte; scrisse al senato enumerando le sue imprese, e — Qual premio ne conseguii? La mia testa fu messa a prezzo, uccisi gli amici miei, mia moglie costretta coi figliuoli a ramingare dalla patria; demolita la mia casa, pubblicati i beni, cassate le leggi del mio consolato. Poco ancora, e mi vedrete alle porte di Roma con un esercito vincitore, a vendicar gli oltraggi, punire i tiranni e i loro satelliti».

Roma tremò, e spedita indarno una pacifica ambasceria, adunò centomila uomini sotto i consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione: ma l’esercito del primo restò sconfitto, quel dell’altro disertò a Silla, al quale pure si congiunse il giovane Gneo Pompeo coi numerosi clienti che tenea nel Piceno; e perchè vinse tre [68]eserciti oppostisi al suo passaggio, Silla onorò il fortunato garzone col titolo d’imperatore, per blandire la fazione de’ nobili, di cui era rappresentante.

I Mariani, (82) vedendo ogni dì le truppe e il fior de’ cittadini accorrere a Silla, perdevano il consiglio, per quanto Carbone, Norbano, Mario faticassero a raddrizzar la nave col soccorso degl’Italiani, esortati d’ogni banda a sostener quella ch’era causa loro. Ma gl’Italiani non sentivansi più riscossi dal grido d’indipendenza, sibbene calcolavano dove ci fosse a lucrar maggiormente, nel campo dei consoli o in quel di Silla. Il quale, leone e volpe, sbaragliando e seducendo, mette in pieno scompiglio i popolari: il giovane Mario si salva in Preneste, dov’è assediato; Norbano a Rodi, e temendo esser tradito s’uccide; Carbone in Africa, poi nell’isola di Cosira, donde fu menato a Pompeo, che, o dimentico, o troppo ricordevole degli antichi benefizj, lo umiliò, poi lo fece scannare, benchè a molt’altri consentisse la fuga. La Sicilia, abbandonata da Perpenna, si arrese a Pompeo.

Silla, vincitore da ogni parte, entrato in Roma di primo lancio, radunò il popolo lagnandosi di quanto aveva patito, nelle cariche surrogò amici suoi a quelli di Mario, e senz’altro che minacce tornò alla guerra. Era sangue italiano che da una parte e dall’altra si versava; e i Sillani, quanti più nemici sterminavano, sapevano che più terreno ed oro resterebbe al lor generale per compensarli. I Sanniti non si erano piegati alla fortuna di Roma, e alla testa di quarantamila Ponzio Telesino aveva profittato delle discordie di questa per occupare tutto il Bruzio; e col lucano Lamponio accorse per salvare dai Sillani Preneste, ove il giovane Mario avea radunato i magazzini e l’oro e le statue di Roma.

Trovandosi da Silla recisa la marcia, Telesino difilò [69]sopra Roma, che sapeva sguarnita, dichiarando: — Non per Mario nè contro Silla intendo combattere, ma per la causa italiana, onde vendicare i trucidati nella guerra Sociale, e sterminare questa tana di lupi devastatori d’Italia». Tutti i cittadini uscirono in armi, ma furono respinti: Silla sopragiunto, dovette voltar in fuga, esclamando, — O Apollo Pitio, non elevasti tanto Cornelio Silla se non per abbandonarlo davanti alle mura della sua patria?» Ma rintegrata la mischia, riuscì vincitore; Telesino fu trovato fra’ cadaveri, ultimo eroe della causa italiana. Tremila de’ suoi Sanniti offrirono di rendersi, e Silla gli accettò, purchè trucidassero i camerati dissenzienti: essi il fecero, e quando raddoppiati di numero gli tornarono davanti, li condusse a Roma, e quivi serrati nel circo, li fece tutti scannare. Arringava egli intanto i senatori nel vicino tempio di Bellona; e vedendoli susurrare alle miserevoli strida degli sgozzati, disse: — Cheti! non è nulla; alcuni riottosi ch’io fo punire», e continuò il sermone.

Tremendo esordio d’inaudite atrocità. In Preneste il giovane Mario e il fratello di Telesino vollero morire al modo de’ gladiatori, combattendo fra sè, spettatori e spettacolo: il Romano uccide il Sannita, ma cade su lui, e si fa uccidere da uno schiavo. Allora Preneste si arrende, e Silla pianta tribunale per giudicare i cittadini a sè contrarj, ascoltandoli tanto per dare qualche aspetto di legalità all’assassinio: poi vedendo trarsi la cosa per le lunghe, ne fa chiudere molte migliaja insieme e trucidare, assistendo egli stesso all’orrendo spettacolo e compiacendosene. Ad uno, della cui famiglia era ospite, voleva perdonar la testa; ma il generoso: — Io non voglio dover la vita al carnefice de’ miei patrioti», e si mescolò ai morituri. Quei di Norba in Campania, temendo sorte eguale ai Prenestini, posero [70]fuoco alle case, e si uccisero gli uni gli altri, da uomini di cuore[42].

Con questi macelli terminava la guerra Sociale, non rimanendo più Italiani ma Romani soli. Terminava anche la civile; e Silla tornato a Roma, ove non potè prender sonno per gli applausi del popolo e pel proprio tripudio, adunò i comizj e disse: — Ho vinto. Quei che mi costrinsero ad armarmi contro la città, fin ad uno espieranno col sangue quello ch’io versai».

Espiare con nuove crudeltà le passate! Il dì seguente si videro affisse tavole coi nomi di quaranta primarj senatori e milleseicento cavalieri, devoti al ferro di chi primo gl’incontrasse: ogni assassino riceveva due talenti, fosse pure uno schiavo uccisor del padrone, o un figlio uccisor del padre: confiscati i beni, dichiarati infami i figliuoli sino alla seconda generazione, reo di morte chi salvasse il fratello, il figlio, il padre proscritto. Al domani ducentoventi altri furono scritti sulle tavole, altrettanti il giorno appresso; i tempj non assicuravano da sicarj e dai particolari nemici; e l’avidità ajutò la vendetta, atrocissima e senza scopo. Case, terme, orti, quadri, lauta eredità, bella donna erano il delitto dei più. Uno, incontrando sulle tavole il proprio nome, — Me misero! (esclama) il fondo Albano mi perseguita»; va pochi passi ed è trucidato. Lucio Catilina, senatore che ci darà molto a dire, aveva ucciso il fratello per sottentrargli all’eredità: per iscagionarsene il fa da Silla portar nelle tavole, ed in compenso gli reca altre teste, e consegna Marco Graditano parente di Mario, vergheggiandolo per le vie di Roma fin al sepolcro della gente Lutazia per farne espiazione a Catulo ucciso da Mario: quivi mozzategli mani, orecchie, lingua, e pestegli le ossa, gli tagliò la testa, e dal Gianicolo [71]portolla sanguinante fin alla porta Carmentale ove Silla sedeva. Vedendo Marco Pletorio per compassione svenire, lui pure decollò, e avuto il premio, andò a tergersi le mani nella pila dell’acqua lustrale all’ingresso del tempio d’Esculapio. Le ossa di Mario furono sturbate e gettate nell’Anio.

Tutto ciò faceasi a titolo di rigenerare la repubblica e i costumi col sangue: e dopo uccise novemila persone, fra cui novanta senatori, quindici consolari, duemila seicento cavalieri, Silla dichiarò aver proscritto quei soli de’ cui nomi s’era ricordato; agli altri verrebbe la loro volta. Cajo Metello dissegli dunque in senato: — Noi non intercediamo a favore di quelli che tu pensi uccidere, ma ti supplichiamo di togliere dall’incertezza quelli che vuoi salvare»; e avendo Silla freddamente risposto non aver risolto ancora a chi far grazia, Metello soggiunse, — Nomina almeno quelli che non intendi uccidere», e Silla, — Lo farò».

Parte dell’insana vendetta cadde sulle città italiane chiaritesi contro di lui; quali smantellate, quali multate esorbitantemente, di quali proscritti tutti gli abitanti. A Preneste dodicimila Italiani erano periti; altri a Norba incendiata; Populonia restò distrutta. Volterra, forte sul suo monte scosceso e per le mura ciclopiche, diè rifugio a molti proscritti e a veterani etruschi, sostenne l’assedio due anni, alfine capitolò onorevolmente, e il vincitore non osò toglierle il diritto di cittadinanza. Il resto dell’Etruria, immune fin allora da colonie, rimase preda degli avidi soldati. A Spoleto, Interamna, Fiesole furono confiscati tutti i beni; e per emulare Fiesole, piantossi in val d’Arno una nuova città, la quale, dal nome arcano di Roma, fu chiamata Florenzia. Contro il Sannio principalmente, perchè più bellicoso, s’accannì Silla; diroccava le fortezze, demoliva tempj e case, ripetendo che Roma non sarebbe sicura finchè [72]i Sanniti non cessassero d’esser nazione: e l’ottenne, poichè il fiorente paese non offrì in breve che squallore e ruine, e quel popolo dimenticò tutto, fin l’odio contro i Romani. Silla e sua moglie Metella arricchirono assai delle spoglie di tanti uccisi; n’arricchì Crasso, n’arricchirono molti suoi ligi; e un Crisogono suo liberto per duemila sesterzj ebbe le sostanze di Roscio, che ne valeano sei milioni.

Sgomentati i Romani con tanti supplizj, Silla si ritirò in campagna, commettendo al senato di eleggere un interrè. Fu scelto Valerio Flacco creatura di lui, il quale propose di affidare a Silla la dittatura, onnipotenza da cenvent’anni dimenticata. E il tremante senato lo acclamò dittatore, col diritto di vita e morte anche senza giudizj, di far leggi, di confiscar beni e spartirli, edificare o distruggere città e colonie, dare e toglier regni; s’avrebbe per rato ogni atto di lui presente e futuro; e tale podestà durerebbe finchè la repubblica fosse costituita, cioè finchè a lui piacesse. Nel fôro, dove sanguinavano ancora i teschi di tanti illustri cittadini, gli alzò una statua equestre, per tal modo solennizzando come il trionfo di Roma sopra Italia, così quello de’ nobili sopra i ricchi.

Nè, come nelle leggi agrarie, cambiavansi soltanto i campi pubblici, ma possessioni private erano tolte ai legittimi padroni onde rimunerare i soldati. I quali soldati più non erano cittadini che, al bisogno, abbandonassero la campagna per l’armi; e quando si trattava non della difesa della patria, ma delle ambizioni d’un generale, l’avventurar la vita in lontane spedizioni non era più dovere di cittadino, e tanto meno il combattere contro altri cittadini. Fu dunque duopo allettarli con largizioni. E già, dopo conquisa Cartagine, il senato ai veterani d’Africa e Spagna avea distribuito due jugeri di terra per ogni anno di servizio; primo saggio di [73]colonie militari. Col promettere altrettanto avea Silla cercato fautori, e con ciò si era messo nella necessità di sterminare i prischi possidenti. Le immense fortune che aveano accumulate i cavalieri collo smungere le provincie, andarono preda di combattenti di ventura o di senatori, che gli uni colla spada, gli altri coll’intrigo sostennero le ridestate pretensioni dell’aristocrazia. Se non bastava che intere città perissero per sempre, nella campagna fu sterminato quel che restava di libera popolazione, onde distribuire i beni a centoventimila soldati.

In dieci anni di guerra accannita, cencinquantamila Romani erano periti di spada, forse altrettanti Italiani: nè v’era cittaduola che non avesse patito ruine e strazj. Roma erasi assicurato il primato in Italia, e a tutte dava le sue leggi, la sua lingua, i suoi magistrati; ma al mancare di tanti centri di particolare civiltà, doveva affluire a Roma un gentame povero, turbolento, che ai comizj si stivava non per dare il voto al più degno, ma per venderlo al più danaroso.

Ch’è peggio, restò dato l’esempio d’un generale, che col solo diritto del più forte sovvertiva le leggi della patria. Perocchè allora, in incontrastato dominio, Silla professò voler ripristinare la repubblica antica, sodare le prische leggi, e prevenire nuove scosse; e nei due anni di dittatura rintegrò il predominio del Governo, a scapito di ciò che la plebe aveva in tanti secoli acquistato, volendo riformare col tornar indietro, e credendo che l’aristocrazia, che Roma bastassero a sorreggere un edifizio sempre più gigantesco. Al senato, decimato dalla guerra e dalle proscrizioni, trecento membri aggiunse; e perchè restasse cardine dello Stato, gli restituì i giudizj e la discussione delle leggi e l’elezioni de’ pontefici. Ai tribuni tolse la facoltà legislativa col ridurre a nulla i comizj per tribù, e vietò che parlassero nè pro nè contro la legge proposta; fece anche meno [74]ambita quella magistratura coll’ordinare che chi l’avea coperta non potesse ad altra aspirare. De’ cavalieri, di cui non trovava traccia nell’antica costituzione, e che da mezzo secolo ringrandivano, non tenne verun conto. Soppresse la censura, come istituzione recente, che mettea freno al senato. Per evitare i brogli e le continue agitazioni elettorali, prefisse condizioni di eleggibilità alle primarie magistrature; e stabilì a otto i pretori, a venti i questori; non salga alla pretura chi non fu questore, e solo per la pretura si arriva al consolato. Chiunque attentasse all’onore e alla sicurezza dell’impero, violasse il veto d’un tribuno, o arrestasse un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni, e così il magistrato che in queste trascendesse, era punito coll’interdizione dell’acqua e del fuoco.

Ma il ripristinare l’aristocrazia sentiva troppo difficile dacchè n’erano perite la frugalità e la modestia, e invano vi opponeva severe leggi penali, massime per restringere gli arbitrj e le esazioni de’ governatori nelle provincie; e pene contro i falsarj, i parricidi, gli assassini, i falsi testimonj, l’abuso del divorzio, gli eccessi del lusso. Ai Latini e alla più parte delle città italiche negò l’agognato diritto di cittadinanza, mentre, per riparare ai tanti periti nelle guerre civili, o piuttosto per mettersi attorno gente devota, ed equilibrare i tanti ammessi nelle tribù, conferì la libertà e la cittadinanza a diecimila schiavi, che tutti portarono il suo cognome di Cornelj: di modo che egli oligarco, non meno de’ democratici Mariani, estendeva la città.

Anche alla religione provvide: riedificò più pomposo il Giove Capitolino, arso nella guerra civile; ed essendo in quell’occasione andati in cenere i Libri Sibillini, mandò nelle città d’Eritrea, di Samo, d’Ilio a raccorne frammenti, di cui formò una nuova compilazione, affidata a quindici personaggi.

[75]
Le sue riforme, quali si fossero, conveniva seguirle. Trovando un giorno qualche opposizione, narrò questa parabola: — Un villano, sentendosi molestato dal fastidio, cavossi la giubba, e uccise le bestiuole; tornando esse a pizzicarlo, ne ammazzò assai più della prima volta; finalmente, sentendosi prudere ancora, le gettò colla veste al fuoco. Badate non sia il caso vostro». Ofella, raccomandato da importanti servizj resigli, osò contraddirgli; ed egli dal suo tribunale ordinò ad un centurione d’andare a mozzargli la testa. Di fatto non era egli dittatore, eletto dal popolo e dal senato nelle forme legali? come tale, non era arbitro della roba e della vita? Mario s’appassionava per impeti, e avventavasi sul nemico come il mastino provocato: Silla, Robespierre aristocratico, ammazzava con regola e legalità, per concetto logico, per ragion di Stato, per amor di virtù.

Poi, quasi insultando alla Provvidenza rimuneratrice, s’intitolò Felice; e natigli due gemelli, li nominò Fausto e Fausta; indi, per ultimo spregio all’umanità conculcata, abdicò la dittatura, (79) e da privato visse in mezzo a un popolo ch’egli avea decimato.

Ne faremo anche noi le maraviglie come d’un atto di coraggio?

Nel senato aveva nicchiate trecento creature sue: in Roma accasati diecimila schiavi, per una sola parola mutati in cittadini: per Italia erano sparsi cenventimila veterani, da lui guidati prima alla vittoria, poi resi possessori, e interessati a conservare una vita da cui dipendeva ogni ben loro: la popolaglia giaceva sgomentata o avvezza al giogo. Di che dovea egli dunque temere? e fu mera scena quando, raccolto il popolo, disse: — Romani, l’autorità che m’avete conferita senza limiti, ecco ve la restituisco, e lascio vi governiate colle vostre leggi ordinarie. È fra voi chi voglia conto della mia [76]amministrazione? glielo renderò». E congedati i littori, passeggiò come semplice cittadino, senza che alcuno osasse fargli ingiuria. Solo un garzone gli disse villania, alla quale egli esclamò: — Questo scapato farà che d’or innanzi nessuno più si spogli della dittatura».

Nel ritiro, diviso fra lo studio e le voluttà, compilò un codice per gli abitanti di Pozzuoli; ed egli, riformator de’ costumi, promulgatore di leggi suntuarie, con Roscio comico, con Sorice buffone, con Metrobio che faceva da donna nelle commedie, consumava i giorni e le notti a sbevazzare, a consultar indovini, a celebrare i riti frigj, e peggio. Gli si risvegliavano tratto tratto l’indole feroce e la voglia di mostrare che aveva abdicato sol d’apparenza; e tardando Granio questore a rendere i conti, lo fece appiccare accanto al suo letto. Continuava intanto a scrivere le proprie memorie, e l’ultimo giorno (78) vi notò: «Stanotte ho visto in sogno mio figlio morto testè, che mi stendea la mano, e mostrandomi Metella sua madre, esortavami a lasciare una volta le brighe, e andar con loro a riposarmi in eterno. Io finisco i miei giorni come i Caldei hanno predetto, annunziandomi che avrei sorpassata l’invidia colla gloria, e morrei nel fiore della prosperità».

Strana sicurezza di coscienza di chi s’era satollato di sangue! mirabile fermezza in chi era consunto da’ pidocchi! tutto inesplicabile per chi crede che ogni cosa finisca col sepolcro.

Vincitore di Mitradate, aveva egli menato per due giorni un trionfo, in cui si portarono quindicimila libbre d’oro e centoquindicimila d’argento, rubate alla Grecia e all’Asia; altre tredicimila d’oro e settemila d’argento, salvate da Mario nell’incendio del Campidoglio e ricuperate a Preneste: ed istituì giuochi tanto pomposi, da restarne deserti quelli d’Olimpia. Di nuovo trionfo ebbero aspetto i funerali: sopra magnifico feretro, [77]portato da quattro senatori, con attorno i collegi de’ sacerdoti e le Vestali, e dietro il senato e i magistrati colle insegne di lor dignità, quindi i cavalieri e i veterani suoi, tragittò da Cuma a Roma, in mezzo a lodi cantategli a muta, a piagnucolamenti e omei e profumi, a corone d’oro spedite dalle città, dalle legioni, dagli ammiratori; e fu sepolto nel campo Marzio, come gli antichi re, di cui non gli era mancato che il nome. Il sepolcro volle chiudesse non il corpo ma le ceneri sue, e vi si scrivesse: — Mai non si lasciò sorpassare o da nemico nel nuocere, o da amico nel beneficare».

Ricco d’insigni qualità, uom della guerra e della pace, della sommossa e del consiglio, suo deliberato proposito fu il ripristinamento dell’aristocrazia: ma vivo ancora, egli vide antiquarsi molte sue leggi; appena terminate le esequie, l’edifizio suo civile andò a fascio, la vita politica da lui compressa risorse colle sue lotte, e scompose l’unità che la sua mano di ferro avea ricondotta. Vôlto sempre al passato, non avea tenuto conto dei tanti elementi nuovi, insinuatisi nella costituzione; agli schiavi non provvide; gli Italiani volle tener servi; al popolo tolse la podestà legislativa. Col trasferire questa ai comizj centuriati, avea creduto favorire i patrizj: ma chi erano costoro? plebe di fresco nobilitata, e già cancerosa nelle ossa, superba di quell’aristocrazia del denaro che è la meno salda, attesochè la mobilità di quell’elemento non lasci assodarsi l’opinione. Non avea scorto la necessità d’un elemento intermedio, che coll’equilibrio potesse mantenere la pace; nè conobbe la via d’istituirlo, la libera industria.

I soldati, cui egli avea appreso a diventar ricchi colla spada e a sostenere i generali contro la patria, crebbero il numero di coloro che, tuffati nei debiti e nella dissolutezza, amavano le cose in aria e una nuova guerra civile, ove rubare e proscrivere. Alle tante famiglie [78]impoverite tardava di sommovere lo Stato, per rifarsi delle perdite sofferte. Le immense ricchezze affluite dall’Asia invogliavano di tornare a succhiarla coi governi o a predarla colle armi. Giovani arditi e di fortuna, come erano Lucullo, Crasso, Pompeo, Cesare, alzavano le ambizioni, dacchè l’esempio del dittatore gli avea chiariti che Roma era capace di sopportare un padrone.

CAPITOLO XXII.
Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo.
Gagliarda riscossa del passato contro l’avvenire, della politica d’isolamento contro quella d’espansione, la riforma di Silla fu abile, non opportuna, nè quindi durevole, se non in quanto la sosteneano gl’interessi che implicava, e quello sgomento delle rivoluzioni, ch’è il più possente ausiliario delle riazioni.

Appena egli chiuse gli occhi, (78) il console Emilio Lepido, fedele alle tradizioni de’ Gracchi, tenta abrogar le leggi del dittatore, far restituire agli Italiani i campi confiscati, e rialzare il partito italico. Ma egli sapeva sommuovere non dirigere: il senato, deplorando che si scompigliasse la pace così faticosamente restituita dal dittatore, gli oppone gli schiavi liberati, i guerrieri, il fervore di Lutazio Catulo suo collega, onesto e leale partigiano dell’aristocrazia. Sentendosi soccombere in città, Lepido si ricovera a Volterra, nido de’ proscritti; fra la turba che in Etruria, balzata dal servaggio alla libertà sprovveduta, era malcontenta degli aristocratici come de’ popolani, molti arruola, e con essi e coi veterani di Silla si presenta a Roma a chiedere la conferma del consolato, e l’abolizione delle leggi Sillane. Il momento meno opportuno a ridestare una rivoluzione è quando essa fu appena soffogata. Degl’Italiani i prodi [79]erano morti, i capi erano divenuti romani, sicchè Lepido non fu che mediocremente sostenuto; vôlto in fuga da Catulo e Gneo Pompeo, passa nella Sardegna, e meditava trasportare la guerra in Sicilia; se non che morendo sciolse gli aristocratici dal timore. Anche Giunio Bruto, che secondandolo aveva sollevato la Gallia Cisalpina per la causa italica, fu preso in Modena da Pompeo, e in onta delle convenzioni decapitato; talchè i Sillani si poterono lusingare d’essersi assicurato i possedimenti e i privilegi, e non abusarono della vittoria.

Mancavano però di chi sapesse capitanarli, intanto che la parte di Mario rigalleggiava nella Spagna per opera di Quinto Sertorio, il quale destramente vi annestò la causa dell’italica indipendenza. Nato plebeo (121) a Nurzia ne’ Sabini, educato attentamente dalla madre, cui ripagò con indelebile affetto, egli cominciò come tutti i giovani patrocinando cause, poi combattendo; nel campo de’ Cimri ardì entrare come esploratore, e per l’ardir suo si fece prediligere da Mario; campeggiò con gran lode nella Spagna; poi questore nella guerra degli Alleati, perdette un occhio, e venne accolto con sonori applausi nel teatro di Roma. Fra il parteggiare cittadino favorì i Mariani, e vedendoli chinare, tornò in Ispagna onde disporvi un rifugio agli amici; e perchè alcuni l’appuntavano d’avere a denaro comprato il libero passaggio dagli Alpigiani, rispose: — Non è mai pagato caro il tempo da chi medita disegni grandiosi».

La Spagna erasi sottomessa, non indocilita al giogo, e tratto tratto lo scoteva sanguinosamente. Il console Tito Didio compresse barbaramente i Celtibéri, (98) e insospettito de’ natìi che poco prima erano stati in colonia menati a Colenda, promise collocarli sopra altre terre; ma quando gli ebbe colle famiglie nel suo campo, li [80]fece scannare, e Roma approvò la slealtà. Invocato dai Lusitani, Sertorio con ottomila uomini respinse successivamente sei generali sillani, e ingrossatosi coi malcontenti e coi popoli desiderosi di libertà, costituì nella Lusitania una repubblica; dagli Italiani rifuggiti al suo campo, sceglieva i migliori per consiglio suo e per magistrati, e paragonando il fermo e indipendente suo senato al romano servile a Silla, diceva: — Roma non è più a Roma, ma dove son io». Pretensione consueta ai fuorusciti.

Scarco delle basse passioni dei demagoghi, nè voluttà nè paura nè vendetta lo trascinavano od ammollivano; lauto nel ricompensare, ponderato al punire, eroe al combattere; cinto di splendidissime armi, assediava gli assediatori, recideva le marcie al nemico, ne molestava gli accampamenti, e talora vi si presentava provocando a duello il generale, talora gli attraversava mascherato. Nessuno Spagnuolo conosceva meglio di lui ogni tragetto, ogni scenderello; niun cacciatore lo vinceva nel correre le montagne; niun capitano sapea meglio appropriare la tattica al terreno ed al nemico, evitare gli scontri inopportuni, seguire l’avversario, indurlo nell’imboscata; con un pugno di prodi tenere in bilico gli eserciti, finchè li traesse in luogo dove alla grave e stabile legione mancassero acque, viveri, liberi movimenti. Sono le arti con cui, anche a’ nostri giorni, la Spagna diede l’esempio del come possano resistere gl’insorgenti ad eserciti ordinati, e vincere colle squadriglie i vincitori dei re.

Gli Spagnuoli conciliavasi Sertorio colla dolcezza, coll’esimerli dagli alloggi, col far giustizia, fornendoli di belle divise e denari, vestendo, parlando, credendo com’essi. Ad Osca (Huesca) radunò i figli de’ principali, preziosi ostaggi e futuri legami tra la civiltà romana e l’ibera, mentre i loro genitori godevano di [81]vederli raffinarsi nelle arti ingenue. Manteneva rigorosissima la disciplina; e saputo che una Spagnuola aveva cavato gli occhi a un soldato che tentava farle violenza, e che la coorte di lui pretendeva vendicarlo e ne imitava la brutalità, Sertorio condannò tutta questa a morte, solenne lezione agli altri. Spacciò d’avere scoperto le ossa del libico Anteo, alto sessanta cubiti; e ricevuto da Diana una cerva, dalla quale si facea rivelare ciò che sapeva da buone spie, e suggerir ciò che la sua prudenza avea conosciuto conveniente. Altre volte colle parabole colpiva le menti vulgari: e volendo persuadere che la guerra a spizzico val meglio che l’arrisicar ogni cosa in giusta battaglia, ad un soldato de’ più robusti ordinò strappasse la coda ad un generoso puledro; e come quegli vi si fu affaticato indarno, da un debole vecchio gliela fece crine a crine svellere tutta; e ne conchiuse che col persistere si riesce meglio che colla violenza.

Silla portò nel sepolcro il dispiacere di non aver potuto dissipare quel ricovero di suoi nemici, al quale teneano l’occhio i malcontenti che da tutte parti sorgevano contro Roma; imperciocchè l’Asia tornava a strillare dalle concussioni de’ senatori, che, fatti arbitri de’ giudizj e sicuri d’impunità, malmenavano le provincie; pirati infestavano le coste; gli schiavi faceano sonare tremendamente le loro catene. A frangenti tali doveva opporsi il senato, rifuso pur testè da Silla, e gradito al popolo come un’amministrazione civile che succede alla prepotenza militare. Non erano più quei nomi illustri per tradizione: ma sebbene traforatisi in quel consesso per via di bassezze, s’investivano dello spirito di esso, adottavano quell’altero patriotismo ch’era tirannide fuori, dignità dentro, e che pretendeva dovesse il mondo chinarsi ai cenni di Roma. Ma dacchè la violenza militare avea preso campo, l’autorità civile [82]doveva cercare appoggio in qualche guerriero che volesse accettarne i consigli; e tale parve Gneo Pompeo.

Il costui padre, buon capitano, per l’ingordigia divenne odioso ai soldati, che fecero giura per ucciderlo: l’accorta pietà del figlio lo campò, ma non potè impedire che, morto, gli sdegnati ne malmenassero il cadavere. Da padre esoso venne l’idolo del popolo romano (n. 106). Silla lo blandì come buono in guerra e opportuno ad attirargli fautori, senza mettergli ombra; e giovanissimo gli consentì il titolo d’imperatore: ma quando, spedito contro i Mariani in Africa, uccise Domizio Enobarbo e fece prigione il numida re Jarba, il vecchio Silla ne ingelosì, e gli ordinò che tornasse. Pompeo obbedì senza esitare; di che il dittatore si chiamò così soddisfatto, che gli conferì il titolo di Magno. Si opponeva però al trionfo di lui; ma avendogli Pompeo ricordato che «al sole nascente guardasi più che all’occidente», Silla si piacque di quella franchezza, ed esclamò — Trionfi, trionfi».

Pompeo secondava la crudeltà del dittatore per imitazione, ma tratto tratto ricompariva generoso. Minacciando egli sterminio agli abitanti di Imera infervorati di Mario, Steno, lor primo magistrato, gli dichiara: — È ingiusto il punire tutti per la colpa d’un solo. — Chi è quest’uno?» domandò Pompeo. — Io, che gli incitai contro di Silla», rispose Steno; e Pompeo gli perdonò. Semplice e frugale nei portamenti, magistrato integro in tempi di scapestrata corruttela, non intinto ne’ ladronecci dei Sillani; indurito alle fatiche, bel parlatore, piacevole in tutti gli atti esterni, giusto qualora non fosse traviato da mali consigli e dai capricci d’una fazione, cui però non voleva parere di servire, nè sosteneva francamente il popolo, nè mettevasi ligio al senato, quasi bastasse l’essere Pompeo Magno. Studiosissimo dell’arte bellica, nel guidare un [83]esercito in guerra regolare valse quant’altri; non così allorchè doveasi movere una nazione. Seppe tutte le arti d’acquistare la nominanza, meta de’ mediocri; nelle imprese arrivava sempre a tempo di trarre a gloria propria i meriti degli altri capitani; in pace mille voci amiche o stipendiate lo sparnazzavano; per tali guise spianava la via al potere supremo; ma quando si trattasse di afferrarlo, non gli bastava vigore di calpestar la legalità che a mezzo avea violata, lasciavasi mettere il piede innanzi da quelli che seco avea portati in alto, e pascolavasi di fumo, immaginando posta negli onori la potenza, mentre gli emuli suoi sorpassavano alle apparenze per toccare la realtà.

Erasi testè acquistato merito calmando l’insurrezione di Lepido; seppe rattenere i soldati dagli eccessi a cui erano abituati di trascorrere dopo la vittoria; ma quando il console Catulo gli ordinò di congedarli, egli non se ne diede per inteso, e chiese d’essere destinato contro Sertorio. Questi erasi accresciuto d’un esercito, guidatogli da Perpenna, altro prode fuoruscito che Pompeo aveva snidato dalla Liguria; e stringeva d’assedio Laurona, ove udito che Pompeo vantavasi di prenderlo in mezzo, disse: — Allo scolaro di Silla dovrebbe esser noto che un buon generale guardasi più di dietro che davanti». In fatto Pompeo si trovò egli stesso circuito; vide la città presa e bruciata (77) per mortificare i vanti di lui; e ridotto agli estremi, dal senato supplicava uomini e denaro. Anche Metello Pio, che vi comandava un grande esercito, benchè vantasse trionfi, assumesse il titolo d’imperatore (76), e si facesse cantare dai poeti spagnuoli, fu costretto ritirarsi.

Coraggio, Sertorio! alle grandi ambizioni non voglionsi scrupoli: traverso alla Gallia e alle Alpi scendi in Italia, e vi sarai più terribile d’Annibale, perchè accolto dalla simpatia dei popoli per cui tu combatti.

[84]
Ma Sertorio amava la sua patria, riveriva la terra che chiudeva la madre sua dilettissima; e desideroso di rientrarvi in pace, mandò che si sottometterebbe congedando le truppe, purchè fosse abolito il decreto di sua proscrizione. La severità romana, che non patteggiava mai se non vincitrice, ricusò d’esaudirlo; e Mitradate, che allora appunto agguerriva l’Asia onde rinnovare il sanguinoso duello, e viepiù dopo morto Silla, spedì ambasciadori a Sertorio che, paragonandolo a Pirro ed Annibale, gli offrissero tremila talenti e quaranta galee in tutto punto, con cui guerreggiare i Romani, mentr’egli in Asia recupererebbe le provincie che avea dovuto cedere nella pace. Sertorio, che volea considerarsi come rappresentante, non come nemico della patria, rispose: — Cessi il cielo ch’io cresca in potenza a detrimento della repubblica. Egli s’abbia pure la Bitinia e la Cappadocia, che i Romani non vogliono disputargli; ma nell’Asia Minore non gli assentirò un palmo di terra di là dei trattati conchiusi».

Mitradate udendo il messaggio esclamò: — Se tanto esige proscritto e fuggiasco sulle coste dell’Atlantico, che farebbe presedendo al senato di Roma?» Pure ne coltivò l’amicizia, gli spedì il denaro e le galee; e Sertorio, colla detta riserva, l’ajutò d’un corpo di truppe. Bastò perchè fosse da Roma dichiarato traditore, e posta sulla sua testa la taglia di cento talenti e ventimila jugeri di terreno.

Men che nei Barbari, Sertorio metteva fiducia ne’ Romani angolatisi seco: ma costoro erano un’accozzaglia di fuorusciti, pieni di vanti, che se anche nol tradivano, alienavangli i popoli colle vessazioni. Gli Spagnuoli accortisi che nè Mariani nè Sillani pensavano al loro meglio, ma soltanto ad acquistare primato in patria, inveleniti si rivoltarono contro Sertorio, il quale per punirli scannò o vendette i fanciulli raccolti in [85]Osca. Era dunque perduta la sua popolarità; e Perpenna, uno de’ suoi luogotenenti, che da lungo tempo lo invidiava, in una cena lo trucida (72), e va a consegnare l’esercito a Pompeo, insieme colle lettere che al generale scrivevano i suoi partigiani da Roma. Pompeo fa uccidere il traditore ed alcuni magistrati, e le carte getta al fuoco per non compromettere illustri cittadini: altri ebbero morte da’ natìi, o misera vita e infame in Africa. La guardia spagnuola che aveva giurato non sopravivere a Sertorio, tutta si uccise: e la facilità onde la Spagna venne assoggettata non prova tanto i meriti di Pompeo, quanto quelli di Sertorio che era bastato e sostenerla dieci anni.

Pompeo menò un secondo trionfo, prima che l’età gli permettesse di entrare fra’ senatori. I cavalieri ogni quinquennio comparivano alla rassegna davanti ai censori, come al tempo che questi limitavansi a visitare l’armadura ed il cavallo; e dopo che aveano esposto sotto chi e quanto avessero servito, erano rinviati con biasimo o con lode. Pompeo si presentò anch’esso in abito consolare e coi littori, e chiesto dal censore, — Hai tu militato, o Pompeo Magno, tutte le volte che la legge prescrive?» rispose: — Tutte, e sotto il comando di me medesimo». Gli applausi andarono a cielo, e i censori stessi col popolo l’accompagnarono a casa.

L’inumanità, come già la guerra dei servi, così produsse in Italia quella de’ gladiatori. Mancò sempre ai Romani quell’armonico sentimento umano onde abbondavano i Greci; e mentre a questi, abbandonate le prische religioni sanguinarie, piaceva commoversi nei teatri alle regie miserie od alle ridicolaggini umane, esposte in una poesia maestosa od arguta; i Romani, versanti in continue battaglie, e fra lo spettacolo di re incatenati e di prigionieri uccisi, nel combattimento e [86]nel sangue cercavano anche il diletto; l’inferocire delle belve aizzate, gli sforzi contro la morte imminente, i ruggiti feroci, l’ultima convulsione, porgevano uno spasso virile agli Scipj ed ai Catoni, poi anche alle loro donne.

Il circo che Romolo eresse presso al fôro, indica che tali giuochi risalgono alle origini della città: Tarquinio Prisco murò il Circo Massimo fra il Palatino e l’Aventino, lungo tre stadj e mezzo, largo quattro jugeri, e capace di cencinquantamila persone, poi di censessantamila quando Cesare l’ebbe ampliato, infine di trecentomila allorchè Trajano il rifabbricò. Ben dieci se n’apersero poi in Roma, quadrilunghi finiti in semicircolo, divisi per lo lungo da un parapetto (spina), che ornavasi di statue ed obelischi[43], e terminava in colonnette (metæ), attorno alle quali volgeansi le corse.

Gli anfiteatri piegavansi in elissi, attorno al cui piano (arena) correvano sedili a gradinate pei magistrati e per le dignità (podium), indi pei cavalieri e il popolo. Ivi combatteano le fiere; e dopo conquistata la Macedonia, Metello vi condusse cencinquanta elefanti da guerra, che furono uccisi a frecciate; Silla e Scauro v’introdussero leoni e pantere; Pompeo, a tacere molte altre belve, espose quattrocento pantere e seicento leoni, di cui trecenquindici colle giubbe; Cesare esibì fin quattrocento leoni chiomati, fece combattere quaranta elefanti contro cinquecento pedoni, poi contro [87]altrettanti cavalieri; e nel circo di Flaminio trentasei cocodrilli furono uccisi, dopo essersi azzuffati tra loro. Tanto ancora abbondavano sulla terra quelle razze ferine, che omai cedettero il posto all’estendentesi umana specie.

Crebbe cogl’imperatori cotesto lusso, ed uno può sorridere a tali follie e compatirle pensando alle nostre; ma profondamente si geme al vedere gli uomini spinti a lottar colle fiere o tra sè, per offrire spasso ad un popolo, il quale mai non conobbe la più dolce delle virtù. I sagrifìzj umani che Etruschi e Campani praticavano sulle tombe, saranno probabilmente passati in Roma insieme cogli altri: ma de’ figli di Marte sembrò più degno il vedere la resistenza e la vittoria. Primi Marco e Decimo Bruto chiamarono gladiatori a combattere sul feretro del loro padre Giunio: i tre figli di Emilio Lepido augure ne fecero lottare undici coppie nel fôro per tre giorni, poi venticinque i figliuoli di Valerio Levino, indi crebbero viepiù. Cesare ne presentò seicentoquaranta; Tito, delizia del genere umano, continuò tali conflitti per cento giorni; il buon Trajano per cenventitre, offrendo duemila combattenti. Nè soli schiavi: e quando, sotto gl’imperatori, più era conculcata la dignità umana, Nerone fece pugnare un giorno nell’anfiteatro quattrocento senatori e cinquecento cavalieri; Comodo discese egli medesimo nell’arena. Invano Marc’Aurelio avea comandato di ottundere le armi; il popolo chiedeva sangue, e continuò ad inebbriarsi di quegli spettacoli, finchè un editto di Costantino, e più i rimproveri de’ Cristiani e la pazienza eroica onde questi scendevano ad incontrarvi la morte per l’integrità delle loro credenze, posero fine a quegli atroci sollazzi. Voi che vi lagnate perchè i simboli della passione di Cristo oggi sfigurino il Coliseo, ricordate quanto sangue v’abbiano quelli risparmiato.

[88]
Dacchè Roma se ne piacque, tali combattimenti diventarono un mestiere; e il vizio, la miseria, l’infamia, la guerra provvedeano quest’orribile merce; appositi maestri (lanistæ) insegnavano anche a liberi e cittadini il dar morte e riceverla in modo di divertire il popolo sovrano. Ma più che dell’erudito ferire, questo prendea diletto degli schiavi e de’ prigionieri, condotti da paesi non ammolliti dalla civiltà, e che, nudi le gigantesche membra, lanciavano colpi, ove la ferocia suppliva alla maestria. Impresarj denarosi tenevano una folla d’uomini, pasciuti con apposito nutrimento[44] pel quale avessero più sangue da versar nell’arena, ed esercitati a quest’uso, che si obbligavano con tale formola: — Giuro soffrir la morte nel fuoco, nelle catene, sotto la sferza o la spada; e ad ogni volontà del padrone sottopormi, anima e corpo, da vero gladiatore». L’edile che doveva offrire spettacoli al popolo, il ricco che voleva attirarsene l’amicizia e l’ammirazione, dirigevasi all’appaltatore, comprandone o a tutto rischio, o soltanto, direi, a consumo. In questo caso procuravasi ne uscissero col minor danno possibile: ma chi volesse lode di generosità, gli esibiva all’intero arbitrio del popolo.

Gran varietà fra essi: v’era l’essedario che combatteva in carro; v’era il gallo (mirmillo) armato di coltello e scudo, e che portava per cimiero la figura di un pesce; v’era il retiario, che inseguiva il gallo finchè l’avesse accalappiato in una rete e trafitto col tridente, a guisa d’un mostro marino; v’erano i bestiarj, che s’azzuffavano colle fiere; v’erano gli andabati, che pugnavano a occhi bendati, chiamandosi e inseguendosi dietro alla voce, mentre il popolo schiattava dalle risa a quelle spade che ciecamente cercavano un uomo, il [89]quale non potea schermirsi. Altre volte combatteansi dalle navi; e mentre nelle pugne vere i battelli stanno pronti a raccorre chi s’annega, in queste badavano a respinger dalla riva chi volesse afferrarla.

— Vi saranno regali gladiatorj; l’edile ricompenserà il popolo d’averlo eletto, coll’offrire cinquanta paja di accoltellantisi».

A questo annunzio tripudia il popolo romano, e dimenticando i fratelli che stanno morendo sotto il pugnale degli Spagnuoli o sotto alle macchine di Cartagine e di Corinto, dimenticando ch’ebbe fame jeri e che l’avrà domani, non appena è l’alba, affollasi nel circo; a miglior agio vi vengono i suoi patroni, ch’egli domina nel fôro e serve nelle case; poi le belle, che hanno consumato tre ore al pettinatojo per riparare ai danni dell’età e degli stravizzi; infine colui che dà i giuochi. Allora applausi a cielo: se ne compiaccia egli, chè la gratitudine del popolo il compenserà colla questura e il consolato.

Ma che tardano i gladiatori? in istrepito impaziente ondeggia l’aspettante adunanza. Ecco, finalmente compajono. Vedi robustezza di muscoli! vedi attitudine di membra! vedi maestria di pôse! Al popolo romano brilla il cuore pensando che la costoro vita dipende da un suo cenno.

Su via, al fatto. Cominciano con un battocchio di legno, facendo innocua prova di maestria nelle botte e nelle parate: presto dismessa l’arma lusoria, non dicevole alla maestà del popolo romano, brandiscono vere spade, gli animi infelloniscono, rinforzano i colpi, e il popolo con ansietà contempla le ferite, le lividure, il sangue. Sarebbe giudicato mal destro quel che ferisse l’avversario sulla testa in modo d’ucciderlo; è un diritto che il popolo riserva a sè: il popolo, che dintorno fa scommesse, vien fino a baruffe, applaudisce a chi muore [90]compostamente, fischia a chi anela nell’agonia, si lagna di chi mostra morire mal volontieri, credesi ingiuriato da chi rifugge dal morire[45]. Quando dunque uno si sente rifinito, ritraendosi alza il dito in atto di chieder grazia agli spettatori. Si è egli comportato da prode nel conflitto? mostrò generoso disprezzo della morte? il popolo romano gli accorda la vita, perchè possa un’altra volta esporla a suo ricreamento. Se no, o se il popolo vuol conoscere fin dove spinga la costanza, se vuol divertirsi a numerare gli aneliti moribondi e i guizzi d’un corpo che si disanima nel vigore dell’età e nella pienezza della forza, chiude il pugno drizzando il pollice verso il combattente, grida Recipe ferrum, e il vincitore, obbedendo al cenno, lo scanna.

Trascinato coll’uncino allo spoliario, i lanisti terminano d’ucciderlo: qualche epilettico accorre a beverne il sangue zampillante, supposto rimedio alla terribile sua malattia; o se ne cerca il fegato per mediche prescrizioni[46]. Il vincitore ne toglie l’arme e gli abiti, ottiene una corona di lentischio e un ramo di palma, e talvolta la libertà; e l’applauso a lui e a chi provvide lo spettacolo è immortalità, come è morte la disapprovazione[47].

Deh, che società è codesta, dove in politica ci si offrono solo battaglie e sangue, e se ne torciamo, gli spassi ancora ci presentano battaglie e sangue! E questa a noi inesplicabile voluttà del sangue saziavasi in mezzo agli adornamenti della civiltà, sotto velarj di porpora ricamati d’oro che schermissero dal sole, fra [91]statue ed obelischi e vasi profumanti, fra numerose sinfonie; tubi nascosti versavano sugli spettatori acque olezzanti che correggessero il tanfo del sangue e del sudore; bei giovani schiavi accorrevano a smover l’arena per coprire quello versato dal gladiatore; e là accanto v’era il postribolo per chi volesse acuir la ferocia colla lascivia, compagne frequenti.

Cicerone approva tali spettacoli, come proprj ad ispirare disprezzo della morte[48]; se Trasea Peto biasimava in senato l’eccessivo gusto per i giuochi circesi[49], Plinio loda Trajano d’aver dato spettacoli «ove nulla ricordava la mollezza e la viltà, nulla era fatto per infiacchire gli animi, ma tutto per eccitare in noi lo sprezzo della morte, il desiderio di nobili ferite, facendoci vedere sin negli schiavi e ne’ condannati l’amor della gloria e il desiderio del vincere»[50].

I serragli di gladiatori erano inoltre un fondo di riserva pei faziosi, i quali aveano dove comprar bande avvezze al sangue, e stranie alla domestica o alla patria pietà. A Capua, principale emporio di questa merce, [92]Lentulo Bariato ne manteneva buon numero. Spartaco, uno d’essi, trace di nascita, numida di stirpe, robusto e coraggioso se alcun n’era, e per dolcezza e senno superiore al suo stato, eletto a dare spettacolo di sè nell’arena (73), disse ai consorti: — Giacchè s’ha da combattere, chè non combattiamo piuttosto contro de’ nostri oppressori?» Ducento s’accordano con esso, atterrano i custodi, tolgono spiedi e coltelli alla bottega d’un vendarrosto, e fuggono sul Vesuvio; la fama se ne diffonde, e il desiderio d’imitarli; altri rompendo gli ergastoli, vi s’uniscono, tutta gente fiera e scurante della morte. Le milizie spedite addosso a loro sono sconfitte, sconfitti due pretori romani.

Cresciuto a diecimila, Spartaco traversa l’Italia e penetra nella Gallia Cisalpina, patria della maggior parte de’ suoi seguaci. Colà ed oltr’Alpi meditava egli piantarsi; ma alcuni, ingordi di saccheggiar Roma, si staccano dal grosso per seguitare un Cuixo, e sono battuti dal console Lucio Gellio. All’annunzio di questa rotta, Spartaco riviene sui proprj passi (72), pettoreggia e sconfigge il console Cornelio Lentulo che lo inseguiva, poi anche Gellio. Inorgoglito dal vedere le invitte legioni e i due capi di Roma fuggir dinanzi a sè schiavo vilipeso, ordina non si dia quartiere a verun Romano; con ventimila uomini devasta la penisola: e accampatosi nella Lucania, v’aduna magazzini pel crescente esercito e medita accostarsi al mare, onde da un lato dar mano ai corsari che aveano formato tra l’acque una nuova Cartagine, dall’altro ridestare in Sicilia la guerra servile.

Licinio Crasso, principale sostegno delle vittorie di Silla, spedito dal senato a codiare Spartaco, conosce sì urgente il pericolo, che domanda si richiamino Pompeo dalla Spagna, Lucullo dall’Asia. Memmio suo luogotenente con due legioni erasi lasciato sconfiggere da [93]Spartaco: ma Crasso accorso con dieci altre, decima cinquecento legionarj che eransi ritirati a fronte de’ rivoltosi, distrugge diecimila di questi, e racchiude lo stesso Spartaco in una penisola presso Reggio mentre avviavasi per la Sicilia. Spartaco fa scannare un prigioniero e mostrandolo a’ suoi: — Ecco qual sorte v’attende se non resistete»; poi col favore d’una notte turbinosa scivola traverso alle squadre romane, e medita difilarsi su Roma. Ma Crasso lo raggiunge (71) presso il Silaro, lo batte, uccidendo dodicimila trecento insorgenti, tutti feriti davanti, eccetto due soli. Avrebbe il gladiatore voluto trarre gli avanzi nei monti, rifugio delle sommosse e della libertà; ma essi, imbaldanziti da un leggero vantaggio, gl’imposero di attaccar Crasso. Prima della mischia, Spartaco ammazzò il proprio cavallo dicendo: — Se vinco, non me ne mancherà; se vinto, non mi bisognerà». E fu vinto dopo prodigi di valore; quarantamila de’ suoi morsero la polvere; egli ferito combattè a ginocchio, prostrando chiunque se gli accostava, sinchè trafitto da mille dardi cadde s’un mucchio di cadaveri.

Cinquemila gladiatori si rannodarono nella Lucania, ove li scontrò Pompeo pur dianzi tornato di Spagna, il quale non durò fatica a rompere quelle reliquie. Tanto bastò perchè, come di guerra vinta, egli fraudasse il merito a Crasso; e come s’un trofeo piantato ne’ Pirenei avea scritto d’avere dall’Alpi alle Colonne domato ottocentosettantasei città, così ora scrisse al senato: — Crasso ha sconfitto gli schiavi, io sbarbicata la ribellione»; e quel vanto, echeggiato dai tanti fautori suoi, lo faceva proclamare come l’unico capace di salvar la patria, e per impeto di pubblico favore fu fatto console (70). Queste servilità a un capo d’esercito qual recano sgomento agli amatori della libertà!

Crasso invece, cui veramente competeva il merito di [94]quella vittoria, a grave stento comprò il consolato col distribuire al popolo la decima parte de’ suoi beni, imbandire diecimila mense, provvedere di grano per tre mesi ciascun cittadino; onde cominciò da quel punto a contrariare Pompeo, derivandone un gareggiamento funestissimo alla repubblica. Pompeo pretese non dover congedare l’esercito vincitore di Sertorio se non dopo il trionfo; Crasso non volea licenziare il suo, vincitore dei gladiatori, finchè si tenesse in armi il collega, nel quale parea minacciarsi un nuovo Silla: popolo e senato, timorosi di vedere rinnovarsi le guerre civili, pregarono, supplicarono perchè desistessero; intervennero i sogni e gli Dei; Pompeo se ne rese malagevole, idolo avvezzo ad aspettare gl’incensi; Crasso col farglisi incontro stendendo la mano, meritò lode di generosità.

Che importa? la moda diceva per Pompeo; egli l’uomo di Roma; nè ad altri che a lui parve potersi commettere una nuova impresa. La distruzione della flotta di Cartagine lasciò libero il mare a’ pirati; ed un’accozzaglia di Cilicj, Siri, Ciprioti, Pamfili, Pontici, Isaurici, altri fuggiaschi dell’Asia superiore parea congiurasse a vendicare sopra l’Italia i ladronecci che i pubblicani faceano nella loro patria. La trascuranza di Roma per la marina, e le sue guerre interne ed esterne, gli aveano cresciuti in baldanza; Mitradate li stipendiava perchè bezzicassero i Romani; e con essi s’accolsero molti di quelli che dalla regia flotta egli avea congedati dopo la pace.

Quando le provincie erano malcontente dell’Italia, l’Italia disgustata di Roma, facilmente ogni rivoltoso trovava seguaci. Vedemmo i servi, vedemmo Sertorio e Spartaco, ora i pirati: e non solo feccia si aggregava con questi, ma persone bennate e benestanti sembravano farsi un vanto d’andare in corso, la maschera [95]politica togliendo vergogna alla bassezza e al delitto. E s’imbellivano di parer generosi, come quelli fantasticati da Byron. Una banda s’accostò alla villa dove Scipione Emiliano viveva ritirato, ed egli s’accinse a difendersi: ma i capi se gli fecero innanzi disarmati, dicendo che unica loro ambizione era il veder davvicino il grand’uomo; e introdotti presso di lui, si prostrano sulla soglia della casa come davanti ad un tempio, e vi depongono donativi, come si soleva agli Dei[51]. Volevano per tal modo non tanto onorare il grand’uomo, quanto rinfacciare l’ingratitudine di Roma per esso.

I pirati aveano arsenali, porti, vedette; i più esperti rematori e piloti; d’ogni foggia navigli, magnifici quanto terribili, con poppe d’oro, remi inargentati, tappeti di porpora. Omai più di mille legni infestavano il mare; e non accontentandosi di schiumar questo (77), più di quattrocento città aveano prese, taglieggiandole a oltranza; profanarono tempj fin allora inviolati; l’Italia stessa molestarono; e gli oratori romani doveano arrossire nel montare sulla ringhiera ornata coi rostri tolti ai Cartaginesi, mentre codesti scorridori da Miseno, da Gaeta, da Ostia, anzi dalle ville suburbane rapivano il bello e il buono, portavano via fanciulle e personaggi per ritrarne grossi riscatti, e fin due pretori ghermirono colle insegne e coi littori, e li menarono in beffardo trionfo. V’era qualche catturato che, per ottenere rispetto, allegasse — Io son romano?» se ne mostravano compresi, gli chiedevano umili scuse, gli restituivano calzari e toga, poi dicendogli se ne tornasse pur libero alla famosa sua città, lo costringevano a discendere per la scala in mare, ed affogarsi.

Publio Servilio sconfiggendoli (73) ottenne il soprannome d’Isaurico, ma non per questo li frenò. Marc’Antonio, [96]figlio dell’oratore, affrontatili presso Creta, perdette molti vascelli (70), e vide i suoi guerrieri appiccati alle antenne colle catene ch’egli aveva predestinate ai corsari.

Vie maggior noja ne derivava a Roma, perchè costoro servivano d’anello fra’ suoi nemici dall’Atlantide alla Meotide, e interrompendo le comunicazioni coll’Africa, potevano affamare l’Italia, che ormai vivea solo coi grani di là. Il tribuno Gabinio (67) pertanto propose che, all’uopo di sterminarli, si desse per tre anni a un capitano assoluta autorità su tutto il mare fin alle Colonne, e su quattrocento stadj fra terra; levasse soldati e ciurma quanta credeva necessaria; spendesse del pubblico senza render conto.

Tutti compresero che Gabinio aveva in vista Pompeo. Il popolo basso, nojato della tirannide degli oligarchi, propendeva ad adagiarsi sotto un capo purchè non si chiamasse re; e dopo aver favorito i Gracchi, Mario, Silla, ora impazziva di Pompeo. Arringhe di oratori, proteste di consoli, rimostranze di savj non valsero a persuadere del pericolo di cotesti comandi smisurati; il console Calpurnio Pisone, il quale disse a Pompeo, — Se aspiri a divenir un Romolo, bada che potresti anche incontrarne la fine», ebbe pena a salvarsi dal furor popolare; e a Pompeo, cui la ventura pioveva in grembo, si decretò il proconsolato del mare con cinquecento vascelli, cenventimila fanti, cinquemila cavalieri, per luogotenenti venticinque senatori già stati comandanti di eserciti, due questori, e l’anticipazione di duemila talenti attici. Qual cosa più lo rattenea dall’imitare Silla, e dal farsi despoto della repubblica? la sua mediocrità.

Con tanti mezzi era facile il vincere gente sparsa, e rincacciare in ogni angolo quelle flottiglie. Pompeo ebbe la politica di mostrarsi umano; a quanti s’arresero, [97]assegnò terreni nell’Acaja e nella Cilicia. «Non l’avarizia dal proposto cammino il richiamò alla preda, non la libidine alle voluttà, non l’umana natura ai godimenti, non la nobiltà d’una terra a conoscerla, neppur la fatica al riposo; anzi i quadri e le statue e gli altri ornamenti delle greche città, che gli altri stimavano bene rapire, esso non volle tampoco vedere. Onde dappertutto Pompeo giudicavasi non mandato da Roma, ma piovuto dal cielo; e cominciavano a credere che uomini romani sienvi stati una volta di siffatto disinteresse, cosa che ormai agli stranieri riusciva incredibile»[52]. In meno di due mesi ebbe terminata la guerra, restituita la libertà a tanti prigionieri, la patria a tanti fuorusciti, la sicurezza a tutte le coste: sicchè un concerto universale di lodi sonò quando si videro tornate le navi cariche, e restituire l’abbondanza a Roma.

L’isola di Creta avea sempre in battaglie di mare e di terra vantaggiosamente servito ai Romani, che la ricevettero in alleanza: poi, secondo il loro stile, la querelarono d’ajutare Mitradate e i corsari; e benchè essa mandasse a scagionarsi, in senato si dimostrò non potrebbero mai sbrattarsi i mari dai pirati finchè Creta non fosse ridotta a provincia, e le si decretò guerra. Cecilio Metello sbarcò non impedito (66) alla patria di Giove, e già teneva l’isola, quando gli abitanti, adontati dalla severità di lui, chiamarono Pompeo. Questi, che guardava come sua perdita ogni gloria d’un altro, accorse; bandì essere Creta nella provincia a lui destinata, Metello usurparsi il nome di generale, nè avere autorità di patteggiare. Metello non gli diè ascolto, proseguì la conquista e ridusse l’isola a provincia: ma gli ammiratori di Pompeo faceano ancora riverberar tutto lo [98]splendore di quel fatto sopra di lui che «una tanta guerra sì diuturna, sì in lungo e in largo dispersa, e funesta a tutte le genti e le nazioni, apparecchiò sullo scorcio dell’inverno, intraprese a primavera entrante, a mezza estate ebbe compita»[53].

Nuovi allori preparava in Asia la fortuna a questo suo prediletto. Mitradate aveva accettato dai Romani la pace non per altro che per trar fiato, e allestirsi a nuova guerra (pag. 66). Roma, straziata dalle intestine discordie, non aveva impedito ch’ei si mettesse in attitudine; anzi molti cittadini da essa proscritti andavano offrirgli il braccio, la maestria e l’odio; e le città d’Asia e di Grecia a visiera alzata s’unirono col Barbaro che le richiamava alla libertà (82). Cominciò egli a punire i paesi che si erano dichiarati contrarj, e prima sottomise i rivoltosi della Colchide; armò poi truppe di terra e grossa flotta contro gli abitanti attorno al Bosforo. Ma Murena, lasciato da Silla pretore in Asia, temendo non mirasse ad occupare la Cappadocia, la invase egli primo, per quanto Mitradate protestasse, ne devastò le coste e i confini del Ponto; tentò anche Sinope residenza del re, sperando far tanto male da meritare il trionfo. Ma Mitradate respinse i Romani (81), e gran fuochi accesi sul vertice dei monti annunziarono che la Cappodocia era sgombra di nemici. Allora continuò a sottomettere i popoli circostanti al Bosforo; pare invitasse i Sarmati in Europa; poi irruppe nell’Asia.

Questa provincia, avendo dovuto prendere ad esorbitante usura i ventimila talenti impostile come contribuzione di guerra da Silla, restava alla balìa degli esattori, i quali con raffinata avidità in pochi anni elevarono essa contribuzione a sei volte tanto, cioè a [99]seicento milioni. I debitori impotenti venivano esposti l’inverno nel fango, l’estate al gran sole, sepolti nelle prigioni, stirati sugli eculei; sicchè per satollare i pubblicani vendeano i voti dei tempj, le donne, le fanciulle, i pargoletti, alfine se stessi. In tali estremi un cambiamento qualunque sembra un ristoro, e amico si considera ogni nemico de’ nemici nostri: laonde gli Asiani fissavano le speranze sopra Mitradate, che domi ed uniti i Barbari, e ottenuti da Sertorio varj uffiziali e il proconsole Mario, da questo facevasi precedere nelle spedizioni, quasi per giustificarle colle romane divise; alla romana adottò spade, scudi, esercizj, procacciossi buona cavalleria, ed ogni pensiero concentrava nel preparare la riscossa.

Morì in quel tempo Nicomede III re di Bitinia (75), istituendo eredi del suo regno i Romani; e Mitradate colse il destro per invadere quel paese. Roma vide inevitabile lo sguainar di nuovo le spade; e poichè la prima guerra avea fuor di misura arricchito Silla e i suoi, molti ambivano il comando di questa, e più di tutti Lucio Licinio Lucullo. Costui nella prima spedizione mitradatica avea mitigata a sua possa la severità di Silla, il quale, tornando in Italia, l’aveva lasciato in Asia per riscuotere le contribuzioni di guerra, e morendo gli commise la tutela di suo figlio, uffizj di cui s’acchetò decorosamente. Studioso, onesto, splendido, illibato, protettore di tutti i Greci a Roma, e maestro quivi di delicature, come di guerra s’era mostrato per dieci anni sui campi, guadagnò la cortigiana Prezia, la quale usava i suoi vezzi a pro degli amanti, e che gli guadagnò Cajo Cetego, arbitro allora della repubblica, pel cui mezzo conseguì l’ambito comando. Il senato decretò tremila talenti per l’armata di mare (74); ma Lucullo assicurò che le navi degli alleati basterebbero per nettar il mare. Nel tragitto leggeva Polibio, Senofonte, [100]altri scrittori d’arte bellica, dai quali io non so quanto profittare potesse, ma fu assai se ne desunse l’arte di pazientare.

Un’accozzaglia così eterogenea dovea ben presto mancare di viveri e disciplina, e scomporsi; onde bastava il codiarla e impedirle di nuocere: ma il farlo era difficile con un esercito più avverso all’indugio che al pericolo, e che Fimbria e Murena aveano avvezzato all’indocilità e al furto. Accolto con gran festa dall’Asia, non ancor dimentica della mostratale bontà, Lucullo si applicò a svellere gli abusi introdotti, frenare la voracità dei pubblicani moderando l’interesse all’un per cento il mese, proibendo di cumulare al capitale i frutti, e cassando quelli che eccedevano il capitale, finchè in quattro anni i beni si purgarono dalle ipoteche. Con questo e colla generosità verso i vinti molte città ritornò volontarie in dovere, a grave scontento de’ suoi soldati che si vedevano sottratta la voluttà del sangue e la lautezza del saccheggio.

Mitradate, forte di cencinquantamila pedoni, dodicimila cavalli, cento carri falcati, quattrocento navi, da varie parti aggrediva i nemici, ridotti inoperosi dalla sproporzione; e più d’una volta mandò in rotta gli ajutanti di Lucullo. Questi, risoluto di tenersi sulla difensiva, non si lasciò mai trarre a battaglia se non quando fosse sicuro della vittoria. Una insigne (73) ne riportò a Cizico, donde snidò il re uccidendogli a migliaja i soldati; poi lo inseguì nell’Ellesponto, e l’avrebbe anche preso se quegli ad arte non avesse forato i sacchi dell’oro, portati dietro il suo cammino, per raccogliere il quale i soldati romani e i galati perdettero il tempo, che in guerra è tutto.

Mitradate rifuggì a Tigrane II re d’Armenia (71), suo genero, che era divenuto il più potente sovrano dell’Asia occidentale, e che nelle marcie e alle udienze [101]tenevasi accanto quattro re; e ne ottenne sedicimila cavalli per ripristinare la sua fortuna nel Ponto. Ma Lucullo con quindicimila uomini varca il Tigri e l’Eufrate, è nel cuore dell’Armenia, e come avea vinto il gran re colle lentezze, così vince Tigrane colla rapidità (70), e con quella mano di prodi disperde ducentomila Barbari, fra cui diciassette mila cavalieri vestiti di ferro: alle città ridona l’indipendenza; col rispettare le terre e le vite si amica i Barbari; poi presso Artaxata raggiunge Mitradate e Tigrane ch’eransi rifatti in forze, li sbaraglia, e poteva annichilarli, quando l’esercito s’accordò a ricusargli obbedienza (69). Invano egli passava di tenda in tenda pregandoli uno a uno. — Che guerreggiare è mai questo (gli diceano) dove nulla si guadagna?» e mostrandogli le vuote borse, — Fate la guerra voi solo, che solo ne vantaggiate».

E forse è vero che Lucullo ritraesse ingenti somme dalle città cui risparmiava il saccheggio; ma certo i pubblicani a Roma esageravano la rapacità di quello che avea frenata la loro, tanto che il senato pensò dargli lo scambio. Il tribuno Cajo Manilio propose Pompeo (67), Marco Tullio Cicerone lo sostenne contro Quinto Ortensio, suo emulo d’eloquenza; il popolo lo nominò, per quanto i nobili si opponessero, e per quanto Catulo esclamasse: — Senatori, più non vi resta che fare in una città talmente cieca sui pericoli della propria libertà. Cercate qualche rupe Tarpea, qualche monte Sacro, dove possiate ricoverarvi e restar liberi».

Lucullo, dicendo che quel fortunato, simile ai corvi, calava ai cadaveri degli uccisi, tentò rimandarlo come da impresa finita. Quindi nacquero dissapori: il giovane invidioso non lasciava alcuno accostarsi a Lucullo, ne abrogò tutti gli atti e gli concesse appena milleseicento soldati per ritornare a Roma. Quivi a fatica ottenuto il trionfo, indispettito di vedersi carpita la omai sicura [102]vittoria, si ritirò dagli affari, e mal capitato di sua famiglia, gettossi ad un lusso che rimase proverbiale; nè in senato più compariva se non per istornare qualche mira di Pompeo, il quale riuscì a farlo cacciare di città.

Delle oscillazioni causate dallo scambio si giovò Mitradate per rientrare nel Ponto, e riaprire ai Barbari la via del Caucaso; e guaj a Roma se più facili comunicazioni gli avessero consentito d’unirsi co’ pirati e con Spartaco, che ancora osteggiavano la repubblica! ma la fortuna voleva serbarsi fedele al mediocre Pompeo. Un figlio di Tigrane, ribellato, si buttò coi Romani, e si offrì lor guida in Armenia. Tigrane, venuto nella tenda di Pompeo, in presenza dello snaturato figliuolo confessò gli era di consolazione il vedersi vinto da tanto eroe; il quale in compenso gli restituì l’Armenia, purchè pagasse seimila talenti; e colui, dichiarato amico e socio de’ Romani, non solo sospese d’assistere Mitradate, ma promise cento talenti a chi gliene recasse la testa.

Anche Mitradate chiedeva patti al Magno: ma i Romani che s’erano messi al soldo di lui, tenendosi sacrificati, attraversavano ogni accordo. Vinto poi (65) in riva all’Eufrate, abbandonato dai suoi, fuggì la notte tutto solo; e ricoverato nella Crimea, senza aver perduto dramma dell’antico coraggio, sollecitava alle armi le popolazioni caucasee. Pompeo agevolmente sparpagliò le mal accozzate turbe: poi reduce e credendo morto Mitradate, in una spedizione somigliante a corsa trionfale acquistò la Siria e la Giudea con Gerusalemme (64), e fece sventolare le insegne romane tra le foreste odorose e i boschetti di balsamo e d’incenso dell’Arabia[54].

Mitradate però non era morto; e vecchissimo, e roso da un’ulcera che lo costringeva a celarsi agli occhi [103]altrui, meditava sommovere tutto il mondo barbaro contro di Roma. Ricomparso nel Ponto, ricuperò molte città e spedì le sue figlie ai principi sciti per farsene generi ed alleati: ma queste, tradite dalle scorte, furono consegnate ai Romani. Pel Bosforo Cimmerio, traverso alla Scizia e alla Pannonia condurre un esercito nella Gallia, e colle orde che vi comprerebbe piombare sull’Italia, nuovo Brenno, Annibale nuovo, era il suo divisamento: ma gli uffiziali lo giudicarono temerità, e ricusarongli obbedienza; e Farnace, il dilettissimo de’ suoi figliuoli, indettatosi coi Romani, si fece gridar re. Allora Mitradate, caduto di speranza e di cuore, avvelena se stesso (63), le concubine, e due sue figlie fidanzate ai re di Cipro e d’Egitto. Quelle perirono; ma egli s’era talmente abituato coi controveleni, che dovette alla spada d’un soldato ricorrere per finir la vita e un regno di sessantun anno. Pompeo ricevette da Farnace il cadavere del suo nemico, il quale quanto fosse grande lo attestano la gioja dell’esercito e del popolo romano. Gli storici non rifinano di enumerare le ricchezze trovate ne’ tesori di lui: trenta giorni occuparono i commissarj della repubblica a inventariare i vasi d’oro e d’argento, e briglie e selle guernite di diamanti; la sola città di Telaura porse duemila coppe d’onice legate in oro; altrove si rinvennero statue d’oro massiccie, e un damiere fatto di due sole pietre fine, largo tre e lungo quattro piedi, coi pezzi pure di gemme, e sovr’esso una luna d’oro, pesante trenta libbre.

Pompeo rimpastò a suo talento l’Asia, premiando chi l’avea favorito, formando le nuove provincie della Bitinia, della Cilicia e della Siria, la quale fu sottratta per sempre alla dinastia de’ Seleucidi; e dal Ponto Eusino al golfo Arabico non rimaneano più che vassalli di Roma. Vincitore dell’Europa, dell’Asia, dei mari, [104]Pompeo menò il terzo suo trionfo (82), il più splendido di cui fosse memoria. Non bastò la processione di due giorni per ispiegare sugli occhi del popolo le spoglie e i nomi dei vinti; il Ponto, l’Armenia, la Cappadocia, la Paflagonia, la Media, la Colchide, l’Iberia, l’Albania, la Siria, la Cilicia, la Mesopotamia, la Fenicia, la Palestina, la Giudea, l’Arabia, i corsari; presi più di mille castelli, poco meno di novecento città, ottocento navi di corsari; trentanove città ripopolate; cresciute le pubbliche rendite da cinquanta milioni di dramme a quasi ottantadue; versati nell’erario ventimila talenti, non computando millecinquecento dramme distribuite a ciascun soldato. Oltre gli ostaggi, Pompeo menava trecenventiquattro prigionieri di grado, fra cui il capo dei pirati, il figlio traditore di Tigrane colla madre, la moglie e la figliuola, Aristobulo II re degli Ebrei, la sorella di Mitradate con cinque figliuole e molte Scite. Invece di far trucidare tutti questi infelici alla romana, li rimandò alle proprie terre, salvo Aristobulo e Tigrane. Quai lodi sarebbero state bastanti? A concorde voce gli fu confermato il titolo di Magno, sebbene la fortuna sua l’avesse meritato, non egli, che non dovea saper conservarlo[55].

[105]
CAPITOLO XXIII.
La costituzione sillana abolita. L’eloquenza. Cicerone. Verre.
Pompeo aveva cominciato la sua carriera politica collo sbrancarsi dai cavalieri per parteggiare coi senatori; onde quelli l’aborrirono come disertore, mentre questi non mostrarono tenerlo in bastante conto; Silla ne lusingò la piccola vanità, pure nè tampoco menzione di esso fece nel testamento, ove nessuno dimenticò dei suoi amici. Periti poi i veterani di Silla, allorchè la causa de’ cavalieri e degli Italiani tornò a galla, Pompeo s’accostò a questa; massime vedendosi oggetto dell’entusiasmo del popolo che nulla gli ricusava, si propose di ripagarlo con servizj.

Rintegrare l’autorità dei tribuni, lento acquisto della democrazia cincischiato da Silla, doveva essere il primo passo della riazione; e il console Aurelio Cotta, come riparo alla carestia prodotta dalla guerra dei pirati (74), avea proposto che più non si vietasse a chi era stato tribuno di ottenere altre magistrature. Pompeo console coronò quel voto, facendo passare, a malgrado di Lucullo (70), di Lepido, di Catulo, che i tribuni fossero novamente eletti dalla plebe, e si ripristinassero i comizj per tribù, i quali rendevano al basso popolo il diritto ch’ei suol confondere colla libertà, quello di poterla vendere. La censura anch’essa fu risarcita, e nel primo sindacato si espunsero dall’album sessantaquattro senatori. Trattavasi di ritogliere i giudizj al senato, attribuendoli ai cavalieri; per riuscirvi, occorreva di mostrare al pubblico quanto la tirannide sulle provincie fosse peggiorata dopo che i senatori erano soli giudici de’ proprj delitti; e a tal uopo si adoperò il più famoso oratore.

[106]
Già ha potuto accorgersi il lettore quanta parte nelle vicende romane esercitasse l’eloquenza, dovendo, come in governo libero, ciascuno persuadere le riforme che proponeva, convincere i cittadini della giustezza dei suoi pensamenti, o della propria innocenza se accusato; e però veniva coltivata fra le precipue arti civili come mezzo d’ingerenza, e come opportuna ad acquistare clienti col patrocinarli. La cognizione della legge restava uno studio sussidiario, un rifugio per coloro che fallissero nella prova dell’eloquenza; mentre coll’accusare, difendere, sostenere, confutare dai rostri, la gioventù romana si facea conoscere dal popolo, e meritevole di cariche e d’onori.

I più antichi oratori a solidità di prove e calore di esposizione non univano delicatezza o coltura scientifica o armonica struttura; e l’austero Catone censorio, che pure stette novanta volte in giudizio, e di cui cencinquanta orazioni s’aveano ancora al tempo di Cicerone, credeva che, ad arringar bene una causa, bastasse il ben conoscerla[56]. Dei Gracchi, cui Quintiliano propone a modelli di maschia dicitura, Cajo è da Cicerone giudicato il più ingegnoso ed eloquente fra i latini[57]; e ne’ pochissimi frammenti che ce ne rimangono, sentesi quel virile e posato, che invano si cerca fra l’incessante artifizio di Tullio e di Livio, nè più ricompare che in Giulio Cesare. A Lelio ed al suo amico Scipione Africano Minore la consuetudine coi Greci aveva scemata la scabrezza, non tolta.

E i Greci mostrarono quanto la dialettica giovasse all’eloquenza, insegnarono a formarsi una traccia con [107]un tema unico, una divisione esatta, rigorose dimostrazioni, sobrj e scelti ornamenti, variata invenzione. Più non bastò che l’eloquenza procedesse naturalmente, col corredo delle prove e coll’energia delle passioni, le quali istintivamente conoscono come avvincere l’attenzione, movere gli affetti, insinuarsi negli spiriti; ma si pretese l’oratore avesse «lingua snodata, sonora voce, buon petto», e lungo studio degli spedienti oratorj. Prima dunque d’avventurarsi al tremendo giudizio pubblico, e giovani e adulti si esercitavano nelle scuole o ne’ circoli in controversie sopra differenti soggetti; Cicerone declamò fin alla pretura, e vi tornò quando, già carico d’allori, le civili tempeste lo rimossero dal fôro; Irzio e Dolabella venivano da lui ad esercitarsi[58]; Pompeo, prima delle guerre civili, addestravasi a vincere colla parola, quasi presumendo che questa potesse ancora decidere dell’impero in mezzo a tante armi; vi si addestrò Marc’Antonio per rispondere a Cicerone; e ne fe grande studio Ottaviano Augusto durante la guerra di Modena, quasi per rimpatto della sua inferiorità in fatto di battaglie.

Memoria di ferro occorreva per ripetere le arringhe studiate, senza lasciarsi confondere dalla romba popolare: ammiravansi alcuni che, nel far broglio, sapevano salutare tutti i cittadini a nome, senza bisogno del servo rammentatore: narrano di un tale che, inteso recitar un poema, per celia accusò l’autore d’averlo a lui stesso rubato, e in prova lo ripetè da capo a fondo: Ortensio assistette una giornata intera ad un’asta di mobili, e la sera nominò per ordine ciascun capo, coi difetti, il prezzo, i compratori: più tardi Marco Anneo Seneca [108]ridiceva duemila parole sconnesse, nell’ordine che le aveva intese; e si valse di questa facoltà per raccorre i pezzi uditi negli esercizj di declamazione, e farne un regalo ai figli e alla posterità in dieci libri di Controversie, di cui cinque soli e imperfetti ci rimangono e non si leggono.

Tra questi artifizj, ma non per essi giunse a maturità l’eloquenza con Marc’Antonio e Lucio Licinio Crasso verso la metà del vii secolo di Roma. Il primo, soprannominato l’Oratore e morto ne’ tumulti mariani (pag. 58), studiò in Atene e Rodi, ma aveva l’arte di celar l’arte, tanto che si credeva trattasse impreparato le cause che aveva meditate con lunga diligenza; e sebbene non le scrivesse, la grande energia naturale rialzava con un porgere vivacissimo. Solo Crasso gli reggeva a fronte, ricco di cognizioni scientifiche e giuridiche e di politica esperienza, preciso nelle espressioni, di naturale eleganza, grave, eppure ben provvisto di facezie e di lepidezze non scurrili.

Nella costituzione romana gli alti magistrati rimanevano inviolabili, ma prima di assumer la carica e appena deposta doveano rispondere a qualunque accusa loro fosse apposta. Tale indagine non era affidata ad alcun tribunale prestabilito; chicchessia poteva presentarsi come accusatore, e ne seguiva un pubblico giudizio. Queste accuse erano l’esercizio, pel quale i giovani si aprivano la carriera pubblica, assumendo impegno di trarre in giudizio qualche personaggio di grido, e a forza di eloquenza farlo condannare ad ammenda od all’esiglio. Cicerone, fra i mezzi d’acquistar gloria, colloca queste accuse giovanili, sebbene consigli a scegliere piuttosto la difesa, parendo da duro animo il mettere a pericolo di morte un altro, massime se innocente. «Del difendere poi un reo (continua il moralista) non conviene farsi coscienza, giacchè il patrono segue il [109]verosimile, anche quando paja meno appoggiato»[59]. Così dalla calunnia, pessima delle scelleraggini, egli dissuadeva i giovani per mera convenienza; e l’avvocatura considerava mero esercizio di destrezza, per trionfare nel proprio assunto, e deprimere un emulo, il quale poi, cogli aderenti suoi, restava quasi un predestinato e irreconciliabile nemico. Vatinio, sentendosi serrare a mezza spada da Licinio Calvo in queste prove giovanili, proruppe: — Ma che? dovrò io andar condannato perchè costui è eloquente?» Tanto è d’antica data la turpitudine vostra, o giornalisti.

Narrammo come Claudio Crasso esordisse egli pure dall’accusare Carbone, il quale si trovò così vivamente incalzato, che prese il veleno. Pure il giovane per avidità di vittoria non dimenticò l’onestà, giacchè un servo offeso avendogli recato uno stipo contenente le carte di Carbone, egli senza aprirlo glielo rimandò.

Uno di casa Bruto, cominciando la carriera oratoria dall’accusare, pose cagione al ricco e illustre cittadino Marco Licinio Crasso, massime col mettere a confronto due passi di arringhe ove questi si contraddiceva. Crasso di rimpatto fe recitare gli esordj di tre dialoghi del padre di Bruto, ove descriveva una sua villa; poi chiese all’accusatore che ne avesse fatto di quella, prendendo da ciò le mosse ad un’invettiva violenta contro gli scialacqui di quel garzone. Volle il caso che dal fôro passasse allora il funerale d’una matrona; e Crasso cogliendo al volo quest’incidente, si volse all’avversario, e — Che fai costì seduto? Cosa vuoi riferisca quella vecchia a tuo padre? cosa a coloro, di cui vedi portate le effigie? cosa a Giunio Bruto, il quale campò questo popolo dalla regia dominazione? Cosa dirà che tu fai? in quali interessi, in qual gloria, in qual virtù t’adopri? [110]In aumentare il patrimonio? ciò non s’addirebbe alla nobiltà: pure tel comporterei; ma se omai nulla t’avanza, se tutto dissiparono le lascivie! Nelle cose militari? ma se mai non vedesti i campi! Nell’eloquenza? ma se non n’hai di sorta, e voce e lingua non usasti che a questo turpissimo commercio della calunnia! E tu osi goder la luce? tu guardar noi? tu stare nel fôro, tu in città, tu al cospetto dei cittadini? Non hai sgomento di quella morta, di quelle immagini cui non serbasti luogo, non che d’imitarle, nè di riporle tampoco?»

Anche Marc’Antonio vantavasi d’aver salvato Norbano, imputato di sedizione, non già per raggiri, ma col destare gli affetti[60]: e nella difesa d’Aquilio stracciò a questo le vesti d’in sul petto, e pianse, e commosse al pianto[61]. Il quale Antonio è da Cicerone lodato per [111]la vigoria d’animo nel recitare, l’impeto, il dolore espresso cogli occhi, col volto, col gesto, col dito, con un fiume di gravissime ed ottime parole.

In rinomanza salirono pure Muzio Scevola pontefice massimo, profondo nella scienza del diritto, e squisito parlatore; Aurelio Cotta, florido e purgato nel dire, acuto nel trovare, sano e sincero nel gusto, e che determinava i giudici a forza d’abilità, sebbene il fievole petto gl’impedisse di gridare e movere gli affetti; Sulpizio Rufo, grandioso e tragico, voce al bisogno or viva or soave, gesto leggiadrissimo nè mai eccedente.

Più di trecento oratori ricorda Frontone, ma tutti si eclissano nello splendore di Marco Tullio Cicerone. Nacque in Arpino (106) nella regione dei Marsi, l’anno stesso che Pompeo, da buona famiglia equestre, ma segregata dagli affari. Suo padre, attento ai campi ed alle lettere, diresse con premura e senno l’educazione di Tullio, che si segnalò sulle scuole, nelle quali gli esercizj faceansi in greco, giacchè la lingua natia credevasi bastasse impararla dal quotidiano conversare e dai pubblici dibattimenti. Il primo che aprisse scuola di retorica in latino fu un Lucio Plauzio, e la gioventù vi traeva in folla come alle novità; ma il giovane Tullio n’era dissuaso da gravissimi personaggi, che pretendevano all’ingegno porgessero ben migliore alimento le greche esercitazioni[62]. Quelle scuole però diventavano [112]palestre di dispute vane, d’artifiziale verbosità e di sfrontatezza; talchè i censori Domizio Enobarbo e Lucio Licinio Crasso credettero bene riprovarle, come contrarie all’uso dei maggiori.

Di ventisei anni Cicerone fece la prima comparsa nel fôro a difendere Roscio Amerino; e piacque agli uditori quell’eloquenza immaginosa e pittoresca, che più tardi egli trovava soverchia. Anzichè addormentarsi sopra gli allori, facilmente condiscesi a un principiante, andò a viaggiar la Grecia e l’Asia, a farsi iniziare ne’ misteri eleusini, e a perfezionarsi in Atene e a Rodi sotto i retori famosi, giacchè i maestri di pensare si erano ormai ridotti a maestri di parlare. Molone Apollonio di Rodi castigò in esso la ridondanza, che non sempre è buon segno ne’ giovani; e udendolo declamare, — Ahimè! (disse) costui torrà alla Grecia il vanto unico rimastole, quello del sapere e dell’eloquenza».

Tornato in patria, prese lezioni di bel declamare da Roscio commediante; e si produsse colle arringhe che ci rimangono, tutte sottigliezza e squisitissime forme: ma a divenire grand’oratore, più che la scuola, gli valsero la conoscenza degli uomini, il sentimento del retto, la benevolenza, l’acume, l’immaginazione. Nessuno creda che, quali le leggiamo, fossero veramente recitate [113]le orazioni sue: teneva in pronto alcuni esordj, poi preso calore, s’abbandonava alla foga dell’improvvisare; i suoi schiavi stenografavano que’ lunghi discorsi, che egli poi a tavolino forbiva, cangiava, insomma facea di nuovo[63].

Nè vi cercate que’ tratti vivaci che, massime nei moderni, colpiscono e fermano; ma piuttosto uno splendore equabilmente diffuso sul tutto, una continua grandiloquenza. Nell’arte di dar risalto alle ragioni, non sia chi pretenda superarlo: ma non s’accontenta a ciò; e vuol recare diletto, s’indugia in descrizioni, digredisce ora intorno alle leggi, or alla filosofia, or alle usanze[64]; celia sopra gli altri e sopra se [114]stesso; singolarmente primeggia nel movere gli affetti. Sempre poi si atteggia in prospettiva, e ad ogni periodo, ad ogni voce lascia trasparire il lungo artifizio: di qui la purezza insuperabile del suo stile, di qui il finito d’ogni parte, e il non produrre mai un’idea se non vestita nobilmente; talchè osiam dire che nessuno abbia meno difetti e maggiori bellezze.

Ma parlando come chi vuol dilettare più che convincere, e non teme essere contraddetto purchè dica bene, non lascia mai risentire lo sforzo, e la rotonda facilità della sua parola non si eleva mai al vero sublime: per lunga pratica e per analisi argutissima conosce tutti gli accorgimenti con cui svolgere, accomodare, invertere le parole, e tutti li usa come padrone; ma t’accorgi che è formato alla scuola, e v’incontri, non i torrenti di luce fecondatrice che versa dall’inesauribile grembo il sole, bensì i riflessi della luna che su tutto diffonde gli armonici suoi chiarori.

E alla luna il dovremo paragonare se ne ponderiamo i sentimenti. Non t’arresti ad una sua sentenza che mostri un risoluto giudizio, un partito deciso, senza che altrove non t’imbatta nel preciso opposto: e viepiù nelle orazioni il calore del discorso o l’intento di piacere gli faceano mettere alle spalle la verità[65]. Sosteneva un assunto quando gli servisse, non rifuggendo [115]dal sostenere il contrario quando meglio gli tornasse. Leva a cielo i poeti difendendo Archia? li vitupera nella Natura degli Dei: encomia i Peripatetici nella difesa di Cècina? li disapprova nel primo degli Uffizj: i viaggi di Pitagora e Platone trova stupendi nel quinto dei Fini, li trova sordidi nell’epistola a Celio: chiama povera la lingua latina in più luoghi, in più altri la fa più ricca della greca, anzi la greca accusa di povertà[66].

Riservandoci a parlare altrove de’ suoi scritti filosofici, qui diremo come i segreti dell’arte sua esponesse in dettati di squisito sapore, rilevati da sali e grazie carissime. Chè la critica acquista dignità e grandezza in mano d’uomini i quali fanno scomparire la differenza fra l’arte del giudicare e il talento del comporre, portano una specie di creazione nell’esame del bello per genio istintivo, pare inventino allorchè non fanno che osservare, e possono dire — Son pittore anch’io». La pretensione di dar precetti sul modo d’adoprare ciò che più è personale all’uomo, la sua lingua, l’espressione degl’intimi sentimenti, sa di stolta o ridicola: eppure in Cicerone si leggono volentieri quelle regole, di necessità incomplete ma dedotte da lunga e splendida esperienza, e dall’abitudine di tener conto di tutte le ragioni del favellare, dalle più astruse fino alle minuzie materiali della dizione figurata e del ritmo oratorio. A questi attribuendo le vittorie sue o degli altri, volle analizzarli con una sottigliezza intempestiva, discutendo sul tono di voce conveniente al principio e al seguito dell’orazione, sul battersi o no la fronte, sullo scompor le chiome nel tergere il sudore, ed altre inezie che non tardarono a divenire principali.

Quei precetti intorno al simulare ciò che farebbe naturalmente chi esprimesse i proprj sentimenti, a noi, [116]cambiata lingua e modi, riescono disutili; talvolta neppure intelligibili i suoi suggerimenti sulla disposizione delle parole, la consonanza dei membri, la distribuzione de’ periodi, l’alternare delle sillabe lunghe e brevi, e finir col giambo piuttosto che collo spondeo; nè partecipiamo alla sua ammirazione pel dicorèo comprobavit: ma queste che a noi somigliano frivolezze, aveano somma importanza fra un popolo dove Gracco parlando alla tribuna faceasi dar l’intonazione da un flautista, e dove a una frase ben compassata di Marc’Antonio sorsero applausi fragorosi. Pure Cicerone fu appuntato di troppa arte nel contornare il periodo; e a noi stessi non isfugge quanto egli prediliga certe chiuse sonanti, e il frequente ritorno della cadenza esse videatur.

Sì gran maestro di tutti i secreti della parola, era argutissimo nel notare i meriti e i difetti degli emuli e de’ predecessori suoi, che tutti superò. Contemporanei fiorirono Giulio Cesare, Giunio Bruto, Messala Corvino, Quinto Ortensio Ortalo. Quest’ultimo a diciannove anni (113-49) si mostrò al pubblico con un’arringa in favore degli Africani, e fu come un lavoro di Fidia che rapisce i suffragi degli spettatori al sol vederlo[67]. Memoria sfasciata, bel porgere, somma facilità il rendevano arbitro della tribuna, e facevano accorrere i famosi attori ad ascoltarlo, mentre la fluidità asiatica, l’ornamento, l’erudita accuratezza ne rendevano piacevole la lettura. Egli introdusse di dividere la materia in punti, e di riepilogare al fine; ottimo spediente a far bene abbracciar la causa e dar nerbo alle prove condensandole. Nulla di lui ci rimane, ma sappiamo che nessuno de’ coetanei potè reggergli a paro, fin quando non rallentossi e sviò dal fôro per viver bene e placidamente in compagnia di letterati, fra magnificenza di case e [117]giardini e vivaj di pesci squisiti. Sacrificò anche al suo secolo collo scrivere versi licenziosi; patteggiò con Silla, e si oppose a coloro che, distruggendone le leggi, spianavansi la via alla potenza; contraddisse a Pompeo quando rintegrò la potestà tribunizia e quando chiedeva missioni straordinarie; fece condannare Opimio già tribuno; e torna a suo onore l’essersi conservato amico di Cicerone, benchè di parte opposta ed emulo, e l’averlo a capo de’ cavalieri protetto in giudizio.

L’eloquenza politica non era però la principale e più studiata in Roma; e Cicerone stesso, re della tribuna, la riguarda come un trastullo a petto alla giudiziale. In questa di fatto si trattava di render flessibile la rigida formola e il testo letterale delle leggi; vi si mescevano le passioni politiche; destavano commozione lo squallore del reo, i gemiti della famiglia, le suppliche dei clienti; sicchè era una delle più ghiotte curiosità l’osservare il modo con cui l’oratore saprebbe a tutto questo far prevalere la giustizia e la propria opinione.

Perocchè l’arte dell’avvocato non limitavasi, come dovrebbe, a scoprire la ragione e dimostrarla; bensì a far parere tale ciò che non è, sparger veleno e sarcasmi sopra atti incolpevoli, ad un racconto ingenuo tramezzar bugie e calunnie, sapere colla ironia sostenersi ove non si potrebbe cogli argomenti, affettar gravità e morale nell’enunziare dogmi machiavellici, profondere la beffa sull’avversario, solleticare la vanità, la paura, l’interesse, l’invidia……; arti che possono vedersi analizzate con compiacenza da Marco Tullio. Il quale pure scrisse una Topica, indicando i luoghi comuni da cui desumere le ragioni; perocchè il trovare argomenti doveva essere speciale magistero là dove l’eloquenza mirava meno a chiarir la verità, che a far trionfare una parte, una causa, un uomo.

[118]
Educatosi nelle arti giuridiche sotto Lucio Licinio Crasso, gran sostenitore del senato, Cicerone non sciorinò bandiera, ma velando il suo modo di pensare, si bilicò in quel giusto mezzo, che porta innanzi, sebben non porti alla sommità. Un liberto di Silla volea far reo di morte Roscio Amerino, per gola di spogliarlo; e Cicerone, già l’accennammo, ne assunse il patrocinio: e sebbene in questo caso nessun pericolo corresse, e blandisse moderatamente il dittatore apponendo alle troppe sue occupazioni se lasciava prevaricare i dipendenti suoi, piacque però il veder un giovane alzarsi in favore dell’umanità che sì rado trovava campioni, e rinfacciare l’iniquità a coloro che fecero loro pro della proscrizione, e che trionfavano, beati di ville suburbane, di case adorne con vasi di Corinto e di Delo, con uno scaldavivande che valeva quanto una possessione, con argenterie e tappeti e pitture e statue e marmi, oltre una masnada di cuochi, di fornaj, di lettighieri; piacque l’udirgli dire: — Tutti costoro che vedete assistere a questa causa, reputano che si deva riparare tale soperchieria: ripararla essi non osano per la nequizia dei tempi».

Del resto Cicerone oggi lo qualificheremmo per un conservatore, un dottrinario: eclettico in filosofia, adotta i nuovi concetti morali che si faceano strada traverso alla rigidezza del prisco sistema giuridico; ride degli auguri, egli augure; esercita l’umor suo gioviale alle spalle de’ giureconsulti, aggrappati alle formole, e superstiziosi delle sillabe, dei riti, delle azioni, delle finzioni arbitrarie[68]; antepone l’equità allo stretto diritto, e doversi cercare le vere norme, non nelle XII Tavole, ma nella ragione suprema scolpita nella nostra natura immutabile, eterna, da cui il senato non [119]può dispensare, e che fu da Dio concepita, discussa, pubblicata[69].

Benchè Cicerone versasse l’intera vita negli affari, nulla di nuovo produsse circa a cose dello Stato e alle leggi; e il patriotismo gli toglieva di stimare al giusto gli istituti nazionali al paragone degli stranieri. Nelle Leggi non sa che ammirare le antiche consuetudini romane. Nella Repubblica vanta di dir cose attinte dalla propria esperienza e dalle tradizioni degli avi, e superiori buon tratto a quanto dissero i Greci[70]: eppure non sa far di meglio che tradurre il sesto libro delle storie di Polibio, ove è divisata la costituzione romana; anzichè risalire alle fonti del diritto, accetta il fatto, dando per modello la romana repubblica, blandendola più che non paressero dover consentirglielo i mali di cui era testimonio, e dei quali non ravvisava la ragione nè i rimedj. Fra le costituzioni pospone la democratica, perchè alle persone illustri non dà che una più elevata dignità; e preferisce la monarchia che la turba delle passioni allivella sotto una ragione unica; ma conchiude per un misto delle tre forme[71]. Siffatta gli è d’avviso che sia la repubblica romana, coll’elemento monarchico ne’ consoli, l’aristocratico nel senato, il democratico ne’ tribuni e nelle adunanze. Ma il potere del popolo vorrebb’egli restringere, e dà consigli sul modo di riconoscergli una libertà apparente, levandogli in effetto il potere.

[120]
Appassionato della gloria di Roma e della propria, se era molto acconcio a trattare locali interessi, non comprendeva le quistioni vitali dello Stato, che erano l’assimilazione delle provincie e l’accomunar le franchigie cittadine: e uom di temperamenti e del bene possibile, irresoluto perchè il suo buon senso gli mostra tutte le difficoltà e lo rattiene dagli eccessi, fra i pochi che riescono al despotismo e la folla che trae all’anarchia tende a frapporre una classe media, credendola unica salvaguardia all’integrità della costituzione, e a togliere pretesto alle lotte fra patrizj e plebej, fra provinciali e romani, fra i vincitori e i vinti della guerra civile. Quest’interesse per la classe di cui erasi costituito patrono, è il lato più costante e meglio appariscente del suo carattere; a quel divisamente politico mai non avendo fallito neppur quando sbagliò di mezzi; nè, come il suo Pompeo, se ne lasciò sviare dalla speranza illegittima di ergersi superiore alle leggi, che applicava e difendeva.

Un uomo così eloquente e così popolare parve al Magno Pompeo opportunissimo a ferire l’aristocrazia, e gli porse il destro d’offrire a noi posteri il quadro più parlante della corruzione d’allora.

Cajo Licinio Verre senatore, amico dei Metelli e degli Scipioni, spende la giovinezza nei bagordi; questore di Carbone nella guerra civile, diserta al nemico colla cassa; luogotenente di Dolabella contro i pirati, pirateggia egli medesimo, e la dà per mezzo alle peggiori scelleraggini. Raccoltele tutte in un libello, Scauro gliele presenta, minacciando richiederlo in criminale se non gli rivela per filo le colpe e mancanze di Dolabella: e Verre tradisce il suo capo, anzi sta in giudizio contro di esso. A Scio, a Tenedo, a Delo, ad Alicarnasso ruba le più belle statue: da’ Milesj chiede a prestanza una nave, e avuta la migliore, la vende e se ne tiene il [121]prezzo. A Lampsaco invaghitosi della figlia di Filodamo, ordina ai littori di conciargliela; ma i fratelli e il padre repulsano quella brutale violenza; ne nasce un parapiglia, che a gran fatica è calmato dai cavalieri e negozianti romani: poco dopo Verre cita Filodamo al suo tribunale, e il dimostra reo di morte. Venuto a Roma pretore, lasciasi governare da Chelidone cortigiana greca e da un favorito, che fanno traffico delle sentenze di esso. Qual dovea riuscire mandato pretore, cioè arbitro nella Sicilia?

A malgrado di tanti danni, quell’isola era tuttavia il fiore delle provincie. Prima ad infondere ai Romani il gusto del comandare ad altre genti[72], coi porti e colle vettovaglie sue aveva agevolato la conquista dell’Africa, onde Publio Scipione Africano in ricompensa le avea restituito le spoglie rubatele dai Cartaginesi. Il commercio la stringeva agl’Italici: ricchi e industriosi terrazzani prendevano a fitto estesissimi poderi, e v’impiegavano a gran vantaggio grossi capitali. Roma la guardava come suo granajo, e nella guerra Sociale ne trasse tele, frumento, cuoj, oltre mantenerle, vestirle, armarle eserciti. In paese così portuoso talmente fruttava l’un per venti delle merci importate, che dal solo porto di Siracusa in pochi mesi Verre ricavò dodici milioni di sesterzj[73]. Che ghiotto boccone alla gola de’ magistrati romani! che bell’arricchirsi in provincia tanto ubertosa, e per soprappiù così vicina da potere considerarsi un suburbano di Roma! Ma quel paese che aveva avuto una letteratura emula della greca, medici e naturalisti insigni, filosofi, matematici, artisti, tutto avea perduto coll’indipendenza; e dimentiche le antiche grandezze, era caduto in quel fondo di oppressione, [122]dove nè tampoco rimane il coraggio di querelarsi e la forza di fremere[74].

Verre, ottenutone il governo (73-71), se la gratificò collo sterminare le reliquie dell’esercito di Sertorio che cercavano un asilo e da vivere in quell’isola; poi sbrigliatosi ad ogni peggior talento, le nocque più che la guerra cartaginese o le servili. Calpestate e le leggi romane e le paesane consuetudini, in quei tre anni fece traboccare a sua voglia le bilancie della giustizia: egli cavillava ogni testamento finchè nol si satollasse di denaro; egli obbligava i contadini a contribuire più di quello che raccoglievano, talchè molti campi rimasero abbandonati; egli saccheggiava città, o le obbligava a mantenere le sue bagascie; egli assoldava accusatori, citava, esaminava, sentenziava. Possessi aviti furono aggiudicati altrui; cassati testamenti e contratti; alterato il calendario per vantaggiare gli appaltatori[75]; fedelissimi amici condannati come avversarj; cittadini romani messi alla tortura, o mandati al supplizio; gran ribaldi assolti per denaro; onestissime persone accagionate [123]assenti, e condannate; porti e città dischiuse ai pirati; uccisi i capitani, le cui squadre s’erano lasciate vincere perchè egli tardava le paghe; perdute o vendute ignominiosamente opportunissime flotte; e tiriamo un velo sulle violenze al pudore.

I Romani mai non mostrarono nè disinteressato culto nè retto gusto per le belle arti[76]; però dalle grosse somme che costavano agli amatori, e dal dispiacere che le città greche palesavano al vederseli rapiti, avevano imparato ad apprezzare i capi d’arte, a crederli un glorioso trofeo nella città, un signorile ornamento ne’ palagi. Pisone proconsole dell’Acaja (per tacere le imposte gravezze, le prepotenze, le libidini, a cui matrone e vergini non si sottrassero che gettandosi nei pozzi) spogliò Bisanzio delle moltissime statue, conservatevi gelosamente anche in mezzo ai pericoli della guerra mitradatica; e da ogni tempio, da ogni sacro bosco della Grecia tolse simulacri ed ornamenti[77]. Mummio fece altrettanto a Corinto; Paolo Emilio nella Macedonia e nell’Acaja.

Ricchissima di capolavori era la Sicilia, greca ella stessa e forse maestra alla Grecia, corte di re possenti e generosi, e madre di segnalati artisti. Parve dunque a Verre d’avere un bel destro onde radunarsi una galleria che non iscapitasse dalle più vantate di Roma; e già prima di porvi piede s’era informato ove giacessero i capi più stimabili; indi, o a prezzi determinati da lui medesimo, o più sovente colla frode e colla violenza, ne spogliò il paese. — Prima della costui pretura [124](dice Cicerone), in Sicilia non v’avea casa per poco doviziosa, dove, se anche altro argento non si trovava, mancassero questi capi, cioè un grande vassojo con figure e intagli di divinità, una patera da servirsene le donne ne’ riti sacri, un turibolo, e tutti di lavoro antico e di squisito artifizio: onde si può argomentare che un tempo i Siciliani anche delle altre cose tenessero in proporzione; e sebbene la fortuna ne avesse rapite di molte, pur conservassero quelle che appartenevano alla religione.

A tutti Verre fe togliere le incrostature, gli emblemi, i lavori fini; poi da cesellatori e vasaj, che aveva in abbondanza, per sei mesi fabbricare vasi d’oro, e in essi incastrare i pezzi levati ai turiboli e alle patere, in maniera che sembrassero fatti apposta. — In quella sì antica provincia (parla ancor Cicerone), di tante città, tante famiglie, tante ricchezze, v’assicuro a stretta precisione di termini, non esser vaso d’argento di Corinto o Delo, non gemme, non lavoro d’oro o d’avorio, statuette di bronzo, di marmo o d’altro, non pittura o in tavola o in tessuto, ch’egli non abbia esaminata per portarne via quel che gli garbasse. Siracusa perdette più statue allora, che non uomini nell’assedio di Marcello»[78].

Anche su altre preziosità spingevasi la sua ingordigia, tappezzerie ricamate d’oro, ricche bardature da cavallo, vasi probabilmente di quelli che noi chiamiamo etruschi, tavole grandiose di cedro[79]; e poichè in Sicilia [125]abbondavano fabbriche di tele e d’arazzi, e tinture di porpora, esso le obbligava a lavorare per suo conto. Riceve una lettera coll’impronta d’un bel suggello, e manda di presente pel possessore, e ne vuole l’anello. Antioco, figlio del re di Siria, dirigendosi a Roma per sollecitare l’amicizia del senato, recava per donare a Giove Capitolino un candelabro, degno per arte e per ricchezza del posto cui era destinato e alla suntuosità del donatore. Fermatosi il principe in Sicilia, Verre l’invita a cena, sfoggiando una magnificenza reale; e Antioco in ricambio invita il pretore, e ostenta le splendidezze asiatiche che seco traeva, vasellame di metallo fino, una coppa stragrande d’una gemma sola, una guastada col manubrio d’oro. E Verre a maneggiare e lodar que’ lavori, e prega il re voglia prestarglieli da mostrare agli orefici suoi. Antioco il compiace senza un sospetto, non sa tampoco negargli quell’insigne candelabro che con gelosia custodiva: ma quando si tratta di restituirli, il pretore lo rimanda d’oggi in domani, poi glieli chiede sfacciatamente in dono; e perchè il principe ricusa, Verre talmente insiste, che Antioco per istracco gli dice: — Tenetevi pure il restante, ma restituitemi il dono destinato al popolo romano». Ma Verre garbuglia non so quali pretesti, e gl’intima che esca dalla provincia avanti notte.

Veneravasi a Segesta una Diana bellissima, rapita già dai Cartaginesi, ricuperata da Scipione. Verre ne pigliò vaghezza, la chiese, e ricusato, vessò gli abitanti e i magistrati fino a impedirne i mercati e i viveri; ond’essi pel minor male dovettero acconsentire che se la prendesse. Con tal devozione però era guardata, che nessuno a Segesta, libero o schiavo, cittadino o forestiero, avrebbe osato porvi mano; onde Verre chiamò dal Lilibeo operaj stranieri, che ignari della venerazione, a prezzo la trasportarono. Che fremito degli uomini! che [126]pianger delle donne! che desolarsi de’ sacerdoti! la spargeano d’unguenti, la cingevano di corone, l’accompagnavano con profumi sino al confine; e poichè non cessavano di querelare fosse rimasto solo il piedestallo con iscritto il nome di Scipione, Verre ordinò di portar via anche quello. Più sacra a tutta l’isola era la statua di Cerere in Enna, la dea dirozzatrice della Sicilia, e che in quei campi appunto avea visto rapirsi dal dio Plutone la figlia Proserpina. Che monta? il pretore se la tolse, e agli oppressi insultava col volerli plaudenti; e alla festa con cui commemoravasi la presa di Siracusa per opera di Marcello, ne fece sostituir una al proprio nome.

Tanto permettevasi un pretore in sì breve tempo, e alle porte di Roma; ed ogni anno spediva due navi di spoglie, e si vantava — Ho rubato tanto, che non posso più venir condannato». I Siciliani non osavano richiamarsene direttamente al senato (70), e si raccomandarono a Cicerone, che nell’isola loro avea lasciato buon nome quando vi fu questore al Lilibeo; ma anche dopo insinuata l’accusa, pretori e littori minacciavano chi venisse a riferire, impedivano i testimonj. Non ostante ciò, non ostante che Verre fosse protetto da amici ragguardevoli, e patrocinato dal celebre Ortensio, dai cavilli forensi e dall’onnipotenza dell’oro, pel quale potè far prorogare i dibattimenti fin all’anno seguente, quando era console Ortensio, pretore Metello (69), Cicerone ne assunse l’accusa a preghiera de’ Siracusani e de’ Messinesi, e assicurato di protezione da Pompeo; girò l’isola a raccorre testimonianze; presentò il libello, facendovi pompa di tutta l’eloquenza e sonorità sua; e più che colle miserie de’ Siciliani egli destava il fremito col dipingere come Verre avesse osato di far battere colle verghe nel fôro di Messina un cittadino romano[80]. [127]Tutti inorridivano a tanto eccesso, senza riflettere alle migliaja che giacevano stivati negli ergastoli, sferzati a morte dal capriccio dei padroni o dall’arbitrio dei custodi: — ma costoro non erano cittadini; eran uomini solamente.

Anzi nell’orazione stessa Cicerone narra siccome, essendo pretore in Sicilia Lucio Domizio, uno schiavo uccise un cinghiale d’enorme grossezza; onde il pretore desiderò vedere quell’uomo destro e forzuto. Ma come intese che uno spiedo gli era bastato a quel colpo, non che lodarlo, ne prese tale sospetto, che il fece crocifiggere, sotto il crudele pretesto che agli schiavi era proibito usar arma qualunque. Cicerone lo racconta freddamente; e conchiude: — Ciò potrà parer severo; io non dico nè sì nè no».

E del disprezzo che s’avea per ciò che romano non fosse è grand’indizio la causa stessa che esponiamo. Il senato scorgeva in essa la propria condanna, laonde pensò prevenire lo scandalo che ne sarebbe venuto dalla pubblicità dei rostri; e prima che Cicerone avesse compito il suo libello, condannò Verre all’esiglio, ed a restituire non più di quarantacinque milioni di sesterzj ai Siciliani, che ne avevano domandati cento. Le arringhe girarono manoscritte, e restano a provare le trascendenze dell’aristocrazia, e giustificare l’odio che nelle provincie si portava a questi luogotenenti di Roma. Con una franchezza, di cui vogliamo fargli merito per quanto spalleggiato, Tullio rivelò una folla d’altre prevaricazioni de’ nobili che aveano secondato Verre, talchè dava di colpo a tutta l’aristocrazia, la quale riconoscea se stessa in qualcuno almeno de’ lineamenti attribuiti a Verre; dimostrava quanto danno derivasse dal lasciar i giudizj in arbitrio del senato; ed elevando la giudiziaria a questione politica, diceva: — La mano degli Dei suscitò questo gran processo per porgervi il [128]destro di cancellare le disonorevoli taccie apposte a voi e alla giustizia romana: chè ogni giorno più si diffonde la voce che nei vostri tribunali mai non possa aver torto il ricco colpevole. Pompeo v’ha detto alle porte della città, Le provincie sono messe a sacco, la giustizia all’incanto; bisogna riparo a questi scompigli. Sì, bisogna; e l’anno venturo quand’io sarò edile, vi porrò sott’occhi con prove irrefragabili la lunga tela degli orrori e delle infamie commesse in questo decennio dai tribunali affidati al senato. Sinchè la forza ve la costrinse, Roma soffrì il despotismo vostro, degno di re; ma dacchè il tribunato recuperò i suoi diritti, intendetela bene, il vostro regno è finito».

In fatti Pompeo riuscì ad ottenere, rinnovando la legge Plauzia, che le funzioni giudiziarie fossero ripartite fra i senatori, i cavalieri e i tribuni del tesoro, restando così annichilata l’opera di Silla. Da quel momento i cavalieri acquistarono vera importanza nella repubblica, annodatisi attorno a Pompeo e Cicerone.

CAPITOLO XXIV.
Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina.
I ripetuti esempj di potere illimitato sfioravano le gelose attrattive della libertà, e rendevano temerarj i soldati, e ligi ai capi che per molti anni gli avevano condotti al trionfo. I quali a vicenda, ne’ lunghi comandi disavvezzatisi da ogni subordinazione, trovavansi anche nella pace altrettanti satelliti quanti aveano antichi uffiziali; sicchè i comizj presero aria d’un campo di battaglia, gli stessi amici dell’ordine tendeano ai loro fini collo scompiglio, e tutto riducevasi a governo personale.

Cajo Cornelio tribuno (67) propone di reprimere le usure [129]de’ governanti, e le dispense che da alcuni senatori vendevansi dall’osservar le leggi: il console Calpurnio Pisone gliel contrasta; e contro la tumultuante folla manda i littori, ma li vede respinti a sassate e rotti i loro fasci. Cornelio propone di punir le brighe che si fanno pei candidati; e Pisone, con artifizio non mai disimparato, lo sorpassa, aggiungendo che chi fa broglio sia espulso dal senato, escluso dalle cariche, multato. Cornelio, che non vuole lasciarsi vincere in popolarità, eccita nuova sommossa, fa cacciar Pisone dal fôro, e questo si circonda d’amici, e a forza fa passare la sua legge. Quando Cornelio scade, viene accusato di non avere tenuto conto del veto de’ colleghi; ma Cajo Manilio, amico di Pompeo, compare con un pugno di bravi, e minacciando morte dissipa gli accusatori. Tali erano divenuti i comizj.

Quel gran nome di Roma, nel quale si congiungevano patrizj e plebei alla gloria comune, perdeva il fascino da che Mario e Silla avevano condotto i cittadini gli uni a guerreggiare gli altri; e le nimicizie suggellate col sangue faceano riguardare ciascuno, non come membro della stessa repubblica, ma come congiurato d’una fazione. Nelle lunghe guerre la plebe erasi educata alla licenza, al lusso, al furto; tornando satolla di preda, profondea colla spensierata prodigalità di chi acquistò senza fatica; poi trovandosi risospinta nella pristina povertà, maggiormente sentiva le privazioni, guatava con invidia i ricchi, e ribramava guerre e tumulti e torbido in cui pescare, inabile del pari e a possedere e a soffrire chi possedeva.

Nessun fatto rivela tanto la condizione sociale d’un paese quanto le leggi e le consuetudini che regolano la proprietà; onde non ci sarà apposto il tornarvi spesso, massime da chi badi ai germi che or vanno crescendo.

[130]
Chiunque conosce che la possidenza è la base materiale della società, come base morale n’è la famiglia, non potrà non meravigliarsi della poca stabilità che ebbe fra gli antichi, e sin fra i Romani. Piuttosto che un diritto naturale, consideravasi come una conseguenza di formole religiose o legali, subordinata poi sempre all’alto dominio dello Stato. La delimitazione dell’augure segnava i confini di ciascun fondo; l’ara o le tombe lo consacravano: talchè al dileguarsi del sentimento religioso diminuivasi la sicurezza della proprietà. Divenuta legale, restava all’arbitrio de’ legislatori o de’ violenti, e trenta volte noi la vedemmo rimpastata, ora con parziali confische, ora colle spropriazioni in cumulo, or colle proscrizioni, colle colonie, colle distribuzioni ai veterani. Soltanto col cristianesimo il sentimento di giustizia dovea diventare una potenza, bastante a difendere la proprietà.

Al tempo di Cicerone, la guerra civile, le proscrizioni, l’abolizione de’ debiti aveano mutato violentemente il padrone a tutti i campi, non però il modo di possesso: come già si soleva nelle conquiste esterne, il vincitore sottentrava al vinto coi diritti medesimi, senza che della plebe restasse migliorata la condizione, non onorato il lavoro, non aperte vie onorevoli al guadagno. Se non che il possesso non fondavasi quasi su altro che sull’ingiustizia, sull’usurpazione, sulla denunzia, sull’assassinio. La campagna d’Asia introdusse un lusso corruttore, che si manteneva od emulava coll’opprimere i poveri ed espilare le provincie. La venalità delle magistrature costringeva i nobili a caricarsi di debiti per ottenerle, indi rifarsene come potevano nelle provincie o ne’ tribunali.

Gl’Italiani, sbalzati dalle glebe avite, poi ridotti al nulla da Silla, erravano mendicando pei campi posseduti dai loro padri; mentre nei monti appiattavansi o [131]pastori sottrattisi cogli armenti ai loro padroni, o gladiatori fuggiaschi, pronti a vendere un coraggio disperato; i meno arrabbiati affluivano a Roma per godervi il privilegio di vendere il voto e vivere di donativi. Il paese dei Volsci, donde vedemmo uscire eserciti così numerosi, non trovavasi più popolato che da schiavi dei Romani e da guarnigioni: altrettanto quello degli Equi, il Sannio, la Lucania, il Bruzio[81].

Mal si presumerebbe che le tante colonie ripopolassero l’Italia. Quel nome era accettato da alcuni municipj per mera adulazione o per assomigliare alla metropoli[82], senza in effetto ricevere nè immigrazione, nè coloni: se li ricevevano, era la poveraglia più sconcia di Roma, la quale aveva tumultuato per ottenere la legge agraria e i campi, ma ricusava la fatica necessaria a prosperarli; onde, appena condotta su questi, rimpiangeva l’ozio voluttuoso e pasciuto della città, e vendendo per poco denaro il terreno ottenuto, ritornava alla fastosa sua miseria. Altrettanto accadeva dei veterani, cui in benemerenza si concedeva, non il soperchio delle sterminate tenute dei ricchi, secondo l’intento dei Gracchi, ma di cacciare il laborioso campagnuolo, per sedersi sulla sua vigna, nel suo letto. Quivi in brev’ora scialacquato il facile acquisto, e impegnato il campo agli usuraj, tornavano a Roma a chieder armi, sommosse, proscrizioni.

A chi rimaneva ed avesse capitali riusciva dunque agevole accumulare smisurati tenimenti, sperdendo la classe più attuosa, quella dei rustici liberi e dei piccoli proprietarj: i terreni che non lasciaronsi sodi, vennero uniti in latifondi, e retaggio di un privato diventavano contrade, che due secoli prima aveano dato materia al [132]trionfo d’un generale[83]. Cavalieri e senatori dagli estesissimi loro poderi procuravano ritrarre la maggior rendita colla minore spesa convertendoli in prati, alla cui coltura bastavano assai minori braccia che non alla semente.

Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupidigia e le speranze, purchè si alzasse una bandiera, certo le correrebbe dietro una moltitudine volonterosa di sovvertire l’ordine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. Ma voleasi estirpare il male? non era possibile se non collo scompigliare di ricapo le proprietà, portare su nuove tavole di proscrizione quelli che delle prime aveano vantaggiato, sbrigliare la vendetta, inondar l’Italia di sangue. Ma poi, spropriati gl’ingiusti possessori, a chi rendere i terreni? la guerra, la proscrizione, la miseria aveano od uccisi o fatto dimenticare i primitivi proprietarj, che stivati negli insalubri tugurj di Roma, baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.

Vedevasi dunque l’abisso, ma non come colmarlo. Il tribuno Rullo Servilio, stimolato da Cesare, pensò almeno un palliativo (63), proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti. Decemviri, nominati non da tutte e trentacinque tribù, ma da sole diciassette, tratte a sorte come si soleva nella elezione de’ pontefici e degli auguri, doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d’Italia quelli conquistati dopo il primo consolato di Silla; le gabelle di essi mettevansi all’incanto, per ottenere subito un capitale, con cui si comprassero campi in Italia da piantarvi colonie e ripristinare le proprietà minute. Quasi un compenso, egli dichiarava [133]legittime le vendite di possessi pubblici fatte dopo l’82, cioè le Sillane, ed anche le usurpazioni.

Sbigottirono i ricchi al pensare che le proprietà loro dovessero passare alla rassegna del rappresentante del popolo; sbigottirono di questo smisurato potere affidato ai dieci, che col sovvertimento delle fortune avrebbero potuto anche mutar lo Stato. Onde a Cicerone, che mercè de’ cavalieri era divenuto console e attorno al quale si stringevano i ricchi[84], affidarono l’incarico di dissuadere la legge. Ed egli, benchè nell’accettare la suprema magistratura avesse professato voler essere console popolare, adoprò quella sua eloquenza tutta di passione a combattere Rullo; con arte da retore mettendo in giuoco tutti i sotterfugi e i pregiudizj, confuse le proposizioni, riducendole continuamente a quistioni di persone; lusingò il vulgo col chiamare i Gracchi chiarissimi, ingegnosissimi, amantissimi della romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante parti della repubblica[85]; blandì la boria nazionale col magnificare la repubblica, ma soggiungeva: — Quando mai s’era veduta questa comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? sarebbe degno di sì gran madre il trapiantare i suoi figliuoli sopra terre acquistate altrimenti che colla legittimità della spada? distribuire le terre, state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui proveniva il grano da dispensare [134]al sacro popolo?[86]. Popolare son io al certo, stratto da gente nuova, non appoggiato d’aderenze: ma la popolarità non consiste nel sommovere con larghe promesse; bensì la pace, la libertà, il riposo sono i beni inestimabili che io voglio far godere al popolo. Cotesto Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall’equità e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla legge agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depredarne la libertà, arricchire i privati spogliando il pubblico. I decemviri restano convertiti (quale orrore!) in dieci re, che una nuova Roma meditano erigere in Capua, in quella Capua la quale già un tempo aveva osato chiedere che uno dei consoli fosse campano, e che lieta di posizione e di territorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, trista di vie, con angusti sentieri, con povera campagna». Così solleticando tutti i pregiudizj, Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarità ne rimase scossa.

Un altro tribuno Roscio Otone propose, ai cavalieri si assegnasse posto distinto ne’ giuochi. Ma ne spiacque talmente ai plebei, che dai fischi si stava per venire ad aperta sommossa, quando Cicerone ricomparve alla [135]ringhiera, e sì ben parlò, sì bene confuse l’ignoranza della ciurma, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio recitava[87], che il popolo s’inghiottì la legge di Otone.

Cajo Rabirio, fazioniere di Silla, quarant’anni prima aveva ucciso il tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorchè i cittadini in massa furono chiamati dal senato a prendere le armi per Mario e Flacco. Contro di lui, or vecchio e senatore, Giulio Cesare per mezzo di Tito Labieno portò un’accusa, dove si trattava nulla meno che di sminuire al senato il diritto d’affidare la plenipotenza ai consoli, d’avere cioè arbitrio sulle vite persino dei tribuni, la cui opposizione cessava al bandirsi della legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo comune, pagarono Cicerone per difendere l’imputato: ma l’eloquenza di lui, l’orrore che sparse contro i sommovitori della pubblica quiete, le lodi che profuse a Mario «padre e salvator della patria, vero procreatore della libertà e della repubblica», nol salvarono dai fischi della moltitudine, esaltata dall’effigie di Saturnino esposta sulla ringhiera; nè il reo avrebbe sfuggito la condanna di perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva uno spediente legale. Quando la repubblica romana estendevasi poche miglia, sul Gianicolo teneasi elevata la bandiera bianca, e se mai il nemico s’accostasse, veniva abbassata, e subito ognuno era obbligato lasciar le adunanze e il fôro per correre a difender la patria. Da secoli la cosa avea perduto senso, pur rispettavasi ancora l’avita usanza, e il vessillo bianco rimanea sciorinato quanto duravano le popolari votazioni del campo Marzio. Adunque il pretore Metello Celere andò a strapparlo, e [136]bastò perchè si dichiarasse sciolta l’assemblea, e sospeso il voto di condanna. Ma bastava pure perchè i senatori s’accorgessero di non essere più sicuri sulle loro sedie curuli.

Dei cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, perseverando nell’attribuire importanza a quell’Ordine; e portato console, li costituì veramente come una classe media fra i senatori e la plebe. Essi in ricambio lo spalleggiavano, mentre il popolo a cotesto signor degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I figliuoli de’ proscritti, che per le leggi sillane rimanevano non solo spogli della proprietà, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori, si arrabattavano per far derogare l’iniquo castigo. Domanda giusta quanto moderata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soccombuta, la quale per prima cosa avrebbe pensato alla vendetta, poi a nuove spropriazioni: d’altra parte, se si dessero impieghi a gente, onorevole per certo e degna, ma impoverita, non era probabile che se ne volesse rifare?[88]. Con uno sfoggio di stile, che forse niun’altra volta mai tanto artifiziò, insinuava ai soffrenti la necessità di soffrire pel comune vantaggio; pazientassero un’ingiuria utile alla repubblica, la quale avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Silla, sarebbe sommossa all’infirmarsi di quelli. Anche questa volta trionfò l’eloquenza, e gli [137]arricchiti dalle confische di Silla deposero la paura di vedersi spogliati: e lascisi pure che Roma brontoli contro Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che più s’erano impinguati nelle preterite vicende, e che erano i due Luculli, Crasso, Ortensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli ultimi conservatori romani di vigorosa indipendenza.

Se dunque passiamo in rassegna i partiti d’allora, ecco da un lato alquante famiglie primarie che aveano tratto a sè il maneggio del senato e della repubblica, appoggiandosi a Pompeo Magno, mentre il grosso dei senatori volea avervi altrettanta parte; sicchè l’aristocrazia medesima trovavasi divisa tra sè, e ognuno aspirava a turbar la repubblica, piuttosto che rimanere in grado inferiore[89]. Rappresentante di tale partito era Licinio Crasso, mentre i perseguitati da Silla, devoti al nome di Mario, rannodavansi a Giulio Cesare, ambizioso di ben altra levatura, che ascondevasi ancora, ma in cui per istinto gli aristocratici indovinavano il loro gran nemico. Restava quel morbo postumo di tutte le guerre, gli spadaccini, che sprezzano gli uomini di toga o di lettere, e non ribramano se non le occasioni di menar di nuovo le mani; e ognuno può ricordarsi d’aver veduto costoro darsi aria di generosità, e in loro mettere speranza e a loro aggregarsi una gioventù liberale, che vulgarmente ripone l’onore nel coraggio, e che aspira al mutamento qualunque sia e dovunque venga.

Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio Catilina. Usciva dall’illustre gente Sergia, la quale pretendeva derivare da Sergesto [138]compagno d’Enea[90], ed aveva ricevuto onore da Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l’assedio di Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia: i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un’orazione recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo, ingordo dell’altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile ne’ mezzi, ambiva alle cose; serviziato cogli amici, s’avea bisogno di un cavallo? d’armi? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l’oculatezza d’un padre, la severità d’un giudice, le persecuzioni d’un creditore; a lui per comprare voti ne’ comizj, testimonj falsi ne’ tribunali, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla virtù, coll’onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi d’Aurelia Orestilla, vedova bella e null’altro, per farla sua tolse di mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa; corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.

Al tempo di Silla erasi segnalato per ferocia nell’eseguirne e trascenderne i comandi (pag. 70), e per tali vie attinse le primarie dignità: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pretore in Africa, ivi commise [139]tali vessazioni, che una deputazione fu spedita a richiamarsene in senato, alla quale poco mancò non fosse resa giustizia. Alle sue prodigalità non bastando le concussioni, affogava nei debiti; e non sentendosi bastante potenza nè ricchezza per far dimenticare gli assassinj e gl’incesti passati, cercava modo di capovoltare la repubblica per erigersi sopra le ruine, e gliene davano lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Silla.

Col largheggiare ai bisognosi, col prestar denaro, favore, e all’uopo il braccio e il delitto, erasi assicurato uno stormo d’amici, alcuni buoni, allettati da certe apparenze di virtù; i più, fradici nel vizio, strangolati dal bisogno, sospinti da ambizione o avarizia; veterani di Silla, che avevano sciupato facilmente i facili guadagni; figliuoli di famiglia, che in erba s’erano mangiata l’eredità; Italiani spossessati, provinciali falliti, gente consueta a vendere la testimonianza e la firma ne’ giudizj e ne’ testamenti, la mano nelle schermaglie civili, e che guatavano ai ricchi, ed aspettavano solo il destro di far suo l’altrui. Tra siffatti, Catilina primeggiava per maggiore sfacciataggine, corpo tollerantissimo della fatica e dello stravizzo, anima robusta, acume d’ingegno, mediante il quale conosceva il suo tempo sì bene, che diceva: — Io vedo nella repubblica una testa senza corpo, e un corpo senza testa; quella testa sarò io»[92].

Cercava singolarmente appoggio col blandire gl’Italiani. La gran nemica della libertà italica chi era? Roma. Chi fabbricava e ribadiva le catene a tutti i popoli? quella classe aristocratica, che come privilegio traeva a sè nobiltà, ricchezze, giudizj, e per conseguenza le potenti clientele e le magistrature. Si sovverta dunque [140]il mal composto edifizio, e l’incendio di Roma divenga segnale dell’affrancamento di tutta Italia: i beni siano restituiti agli spropriati da Silla, distribuite terre ai poveri, cassati i debiti: in somma il fallimento pubblico, la sovversione sociale. «I soffrenti non troveranno un difensore fedele se non scegliendo un uomo anch’esso soffrente. I poveri, gli oppressi qual fiducia potrebbero riporre in promesse di ricchi e di potenti? Chi vuol riavere il perduto, ripigliare il maltolto, guardi ai debiti miei, alla mia posizione, alla disperazione mia: agli oppressi, agli sgraziati fa mestieri d’un capo ardito e più sgraziato di tutti»[93].

Da noi, neppure il partito più svergognato osa confessare d’essersi proposto per fine nè per mezzi l’assassinio, l’incendio, il saccheggio: ma allora non aveano cominciato di tal passo e Mario e Silla e Carbone e Lepido?

Alle speranze dava agio l’essere lontani gli eserciti e Pompeo (63). Tessuta dunque una congiura, dovea scoppiare il primo giorno del 691 di Roma all’atto che, scaduti i vecchi consoli, i nuovi non si trovavano per anco installati se non dopo il sacrifizio solenne in Campidoglio: ma un caso la sventò e allora e in febbrajo, e i congiurati si lusingarono di poter riuscire per vie legali. In fatto Catilina si presentò a domandare il consolato, tanto fidava nella briga de’ suoi e nel denaro; e bisogna bene spogliarci delle moderne delicatezze per capire come un tal uomo potesse chiedere di divenir capo della repubblica. Il senato gli oppose che dovesse in prima scagionarsi delle accuse di concussione dategli dagli Africani; col che lo rimosse, e fece prevalere nella domanda, non un aristocratico di ceppo antico, ma un moderato, un parlatore, Cicerone. La [141]costui nomina (63) dovea garbare all’oligarchia senatoria che se l’era guadagnato, ai cavalieri al cui Ordine apparteneva, agl’Italiani come arpinate, alla plebe come uomo nuovo.

Catilina per dispetto accelerò l’impresa, che da basso ladro e assassino lo convenisse in gran cospiratore, e alla quale avea guadagnato cavalieri, senatori, plebei, d’ogni sorta scontenti. Tra l’abitudine vulgare d’attribuire sozzure od atrocità alle congreghe secrete, tra l’interesse dei ricchi a screditarlo, non era infamia che non si bucinasse sul conto di Catilina e de’ suoi: suggellarsi i loro giuramenti col tuffare tutti insieme le mani nelle ancor palpitanti viscere d’uno schiavo, e bevere l’uno il sangue dell’altro[94]; sacrificarsi vittime umane alla trovata aquila argentea di Mario; che Catilina mandava ad assassinare questo o quello, per puro esercizio; che ordiva d’appiccar fuoco a Roma, e trucidare il meglio dei senatori. A queste basse e mutili atrocità presteremo noi fede, qualora pensiamo che alla congiura presero parte più di venti personaggi senatorj ed equestri, fra cui Autronio Publio, escluso dal consolato perchè convinto di broglio, Gneo Pisone consolare, fors’anche Antonio Nepote console, Cornelio Cetego tribuno, due Silla figli del dittatore, Lentulo Sura, il quale vantava tra’ suoi avi dodici consoli, e che dai Libri Sibillini fosse promesso il regno a tre Cornelj, cioè Cinna e Silla e lui terzo? Tanti illustri [142]proseliti (63), quand’anche reputiamo mera vanteria dei congiurati che con loro assentissero Licinio Crasso ricco non men di denaro che di valore, e maggior di tutti Giulio Cesare, pontefice massimo, già primeggiante in una repubblica, ch’e’ doveva ambire d’acquistare, non di distruggere. Se Catilina divisasse qualche riforma grandiosa, non conosciamo; o se, come il più de’ cospiratori, volesse abbattere prima di sapere che cosa sostituirebbe, o rinnovar solo la guerra civile e le proscrizioni, gavazza di chi ambiva denaro, sfogo di passioni, voluttà di prepotenza. Ma avesse anche ideato alcun bene, potea compirlo con simili mezzi? tanti ribaldi sguinzagliati poteano portar altro che il saccheggio, l’assassinio, l’irruzione de’ poveri viziosi contro l’ordine sociale? mal si spera la rigenerazione da un obbrobrioso; male la si comincia col trascinare altri ne’ proprj vizj, siccome Catilina faceva; e una causa appoggiata a ribaldi può dar su per un momento, non mai riuscire.

Già quel cupo susurro che precede la tempesta, e qualche imprudente rivelazione, e alcuni portenti interpretati dagli Etruschi diffondevano una vaga paura d’uccisioni, d’incendj, di guerre civili, talchè a stornarli si erano ordinate litanie e sacrifizj. Cicerone ne sapea di più, ma que’ rumori non ismentiva: preparavasi, scaltriva il senato, teneasi sull’avviso.

Compariva tra’ congiurati Quinto Curio, ridottosi al verde per corteggiare Fulvia, donna di buona nascita e di pessima fama, la quale, com’egli cessò le largizioni, cessò i favori. Rifiorito di grandi speranze pei vanti di Catilina, Curio cominciò a prometterle mari e monti; ed ella insospettita, ne succhiellò il secreto, e lo vendette a Cicerone, che del congiurato si fece una spia: mutazione agevole in anime depravate.

Fra un popolo che avea perduto il senso della [143]giustizia, non quello della dignità (63), mal sarebbesi osato appoggiar un’accusa sulle deposizioni d’una spia e d’una cortigiana, come farebbe la Polizia d’oggi: ma Tullio aveva raccolto altre prove, dissipato un tentativo all’occasione de’ comizj, salvato Preneste da una sorpresa dei cospiratori, spiato ogni passo di Catilina, il quale, quanto denaro potè mandò a Fiesole in Etruria, colonia di Sillani, che facilmente guadagnò e fece nocciolo del suo partito, armandolo sotto Cajo Mallio prode veterano di Silla, mentre altri eccitavano nell’Umbria, nel Brucio, nella Campania, e fin nella Spagna e nell’Africa, e legavansi intelligenze nella flotta a Ostia.

Allora Cicerone convoca il senato, e disvela tutta quell’orditura, il giorno e l’ora in cui doveasi metter in fuoco Roma, trucidare i senatori e lui console; e ottenuta illimitata autorità, spedisce chi tenga in dovere le città d’Italia sempre indisposte contro la loro tiranna, empie Roma di scolte, promette impunità e guiderdone ai complici che rivelassero. In una nuova adunanza del senato Catilina ebbe ancora la franchezza di comparirvi, quasi volesse imporre coll’audacia; ma Cicerone lo investì colla famosa invettiva, gettando in volto a costui i suoi disegni, mostrando saper tutto, avere a tutto provvisto, e fulminandone l’impudenza: — Potrei, dovrei far giustizia subito, quivi stesso, d’uno scellerato par tuo: basterebbe un cenno, e questi cavalieri si avventerebbero sopra di te. Non vedi l’orrore che ispiri a tutti? Lascia Roma, dove omai nulla ti resta a fare; vattene al campo di Mallio, ove t’attende una morte da par tuo. Mi domanderete, o padri coscritti, perchè io permetta a Catilina d’andare a mettersi a capo di bande armate contro la repubblica, invece di usare contro di lui l’autorità conferitami dalla legge. Il supplizio del solo Catilina non basta a svellere questa già invecchiata peste della repubblica; [144]lasciate che s’annodino, e d’un sol colpo schiacceremo i nemici».

Catilina l’ascoltò immobile sul suo scanno, poi con affettata tranquillità avvertì i senatori non badassero ai millanti del console, suo giurato nemico, villan rifatto, che nè tampoco una casa propria avrebbe avuto a perdere in cotest’incendio, da lui almanaccato per provare fin a che punto giungesse la burlevole credulità dei senatori. Questi però con tutto il coraggio dello spavento troncarono le parole al cospiratore, gridandolo micidiale, incendiario, parricida; talchè egli se n’andò dalla curia, esclamando: — Giacchè mi vi spingete, estinguerò questo incendio non coll’acqua, ma colle ruine».

Cicerone aveva dato prova di coraggio nell’affrontare un nemico, i cui partigiani prevedeva lo assalirebbero appena rientrasse nella vita privata; insieme avea blandito alle passioni senatorie, e voluto risparmiarsi l’aggravio d’aver condannato alla morte un patrizio, del quale del resto la presenza in Roma poteva riuscire pericolosa a lui console, più che non alla repubblica la fuga di lui. Subito convoca il popolo nel fôro, e con altro tono e con celie plebee sberta i complici di Catilina, gentaglia sol destra a sonare, ballare, mangiare, trincare, donneare; non si tema una sollevazione dei gladiatori, persone meglio animate che non i patrizj; non si temano proscrizioni nuove e dittature, che ormai neppur le bestie tollererebbero un dittatore.

Buttata giù la visiera, Catilina sbucò dalla città con pochi complici[95], lasciando raccomandato ai rimasti di tor di mezzo i più accanniti avversarj e Cicerone pel primo, finch’egli ritornasse dall’Etruria con un esercito [145]da far tremare i più audaci. Il senato (63) pronunzia Catilina e Mallio nemici della patria, e decreta che rimanga a tutela della città Cicerone, il quale compariva in pubblico con una gran corazza[96] per ripararsi dagli stiletti che da ogni parte immaginava; l’altro console Antonio Nepote proceda contro i rivoltosi. L’unirsi a questi era un caso di Stato: eppure molti v’accorsero, sebbene non congiurati, tra cui il figlio di Aulo Fulvio, venerabile senatore, il quale inseguitolo ed avutolo, in forza della paterna autorità lo condannò a morte.

Catilina, assunto il comando dell’esercito d’Etruria e le insegne del potere, cresce ogni giorno di seguaci; i pastori schiavi son dai padroni sollevati nel Bruzio e nell’Apulia; le vette dell’Appennino si coronano d’armi; armi somministrano i veterani di Silla agli spodestati contadini: — povera Italia, che non inalberava più lo stendardo nazionale, ma quello d’un tristo cospiratore, e non affidavasi nella riscossa popolare, ma nei coltelli di assassini! I congiurati rimasti in Roma e discordi fra loro sul modo d’azione, mentre gli uni spingeano ad atti di subitanea violenza, gli altri miravano a lunghe provvidenze e a far rispondere a quel movimento la Gallia. Pertanto agli ambasciatori, ch’erano stati spediti dai bellicosi Allobrogi a impetrare un alleggerimento d’imposte, fecero istanza acciocchè sommovessero i loro paesani: e quelli, bilicatisi alquanto fra il desiderio di libertà e la speranza di ricompensa, non solo rivelarono la cosa a Cicerone, ma per consiglio di lui acconciandosi al vile uffizio di spie, proseguirono la pratica finchè cavarono ai congiurati un accordo, colle firme dei principali. Cicerone, che fin allora non aveva potuto aver in mano prove certe, si vale di questo documento per far arrestare Cepario, Gabinio, Statilio, il timido [146]Lentulo Sura, il violento Cetego, in casa del quale si scoprono armi e materie da incendio[97]; e come si solea delle persone di riguardo, sono affidati a qualche magistrato o cittadino. Lentulo, che come pretore non poteva subire atto di forza, fu per mano condotto da Cicerone nella curia, ove confessò sua la lettera agli Allobrogi, fidato nella legge Sempronia, per cui ad un cittadino romano era permesso di prevenire la sentenza capitale coll’esigliarsi volontario: ma Cicerone insiste perchè, come di perduelle, se ne prenda l’ultimo supplizio. I senatori aderivano al consiglio di lui e della paura, ma Giulio Cesare esortava andasser piano ai mali passi: — Triste consigliere sono l’ira e la pietà. Badate meno alla colpa di Lentulo, che alla dignità vostra; meno al dispetto, che alla reputazione. Cotesti avvocati v’han dipinto a colori oscuri le conseguenze della guerra civile: a qual pro? forse è mestieri parole per rendere più sensibili alle personali ingiurie? Delle persone minute appena si ricordano le violenze: ma chi è posto in alto dee guardarsi da ogni eccesso. Quanto a me, non v’è castigo di cui non creda degni i cospiratori: anzi non so perchè la semplice morte siasi decretata contro costoro, la quale in fin de’ conti non è che il termine de’ mali, e non siasi aggiunta la flagellazione. Forse perchè la legge Porcia il vieta? ma altre leggi voi violate, le quali a rei siffatti concedono di esigliarsi da sè. Ma a che servono tante paure quando tante armi ha il console nostro preparate? Vi ricordi che ogni mal esempio derivò da buoni principj: quando Silla fece strangolare Damasippo e simili lordure, n’ebbe lode universale; ma quello fu principio voi sapete di che macello».

[147]
Parole al vento: la sicurezza dello Stato, ovvero la paura, diventava suprema giustizia. Cajo Porcio Catone, pronipote del censorio, e severo guardiano pur esso degli antichi costumi, rimproverò cotesta intempestiva pietà verso i sovvertitori della patria, rinfacciò a Cesare i suoi dubbj sulla postuma vita, e ritorse l’accusa contro di lui, quasi col difenderli desse indizio d’aver mano coi congiurati. Per vero, la somiglianza di costumi e l’amicizia con Catilina già aveano sparso qualche sospetto; l’elastica interpretazione di alcune carte sarebbe bastata per azzeccargli un processo, se Cicerone non avesse temuto che i troppi amici di Cesare, nel voler campare questo, non sottraessero anche gli altri. Allora dunque che Cesare usciva dal senato, que’ giovinetti che vogliono costituirsi necessarj salvatori della patria allorchè il pericolo è lontano, e che si erano proferti difensori dell’aristocrazia e del console, gli corsero addosso colle spade nude; ma Curione Scribonio lo coprì colla toga, benchè suo nemico capitale, e Cicerone fe’ cenno il lasciassero passare. Anche a Crasso era stata data accusa; ma forse per la stessa ragione fu lasciata cascare.

Degli altri, sovra proposta di Catone, fu sentenziato che il nemico della patria non era cittadino; dunque morissero. Poco tempo prima Cicerone avea confessato la debolezza del potere normale, dicendo a Catilina: — Son venti giorni che un decreto fu reso contro di te, e ciascuno ha diritto d’ucciderti; eppure tu sei libero»[98]: ora nell’illimitata attribuzione, il console potea tutto. Benchè, quando si levò l’adunanza, fosse ora tarda, temendo che nell’intervallo non si preparasse qualche colpo per salvarli, il console [148]si recò (63) al carcere Tulliano dov’erano stati ridotti, per assistere al loro supplizio: compito il quale, annunziò egli stesso che erano vissuti; e fra le torcie e le vie illuminate, corteggiato, applaudito qual salvatore e padre della patria, tornò alla sua casa; poi il domani potè assicurare i Quiriti che «la repubblica, la vita di tutti, i beni, le fortune, le spose, i figli, stanza del chiarissimo impero, la fortunatissima e bellissima città, per ispeciale amore degli Dei immortali, con fatiche, con senno, con pericolo proprio, dalla fiamma, dal ferro, quasi dalle fauci della morte avea strappata e restituita a loro».

Dopo tanto carcerare, fucilare, appiccare che s’è fatto a’ dì nostri a titolo di lesa maestà; dopo che quell’accusa servì di pretesto ai macelli degli imperatori antichi, fa meraviglia il ribrezzo prodotto dal processo contro i complici di Catilina, e spiace che rimanga avvolto nel mistero il delitto non meno che la procedura. La costituzione romana proclamava altamente che la salute della patria è legge suprema; e ne’ casi più urgenti il senato vi provvedeva con mezzi, di cui era impossibile prefiggere anticipatamente l’estensione. Nei tumulti di Cajo Gracco e di Saturnino, il senato mosse le armi contro i sollevati: ma erano piuttosto casi di guerra rotta, ove si uccide per non essere uccisi. Qui invece i cinque rei stavano in arresto; la città non facea moto, e n’era impedita dalle truppe; da più giorni erasi affidato il potere discrezionale al console; ed egli che non se n’era valso per ritenere Catilina, ora l’adopra per uccidere i detenuti. Eppure Cesare stesso, difendendoli, non fa veruna objezione contro l’erigersi il senato in tribunale speciale; solo vorrebbe si limitasse all’indagine, e che, riconosciutili rei, li mettesse in arresto perpetuo in qualche municipio. Ciò mostra che la competenza [149]del senato era incontestata: rimane a vedersi se esistesse la necessità di applicarla.

I Romani distinguevano la lesa maestà dalla perduellione: nella prima incorreva chi intaccasse qualsiasi parte della repubblica, e scontavasi coll’esiglio; l’altra era il volerla rovesciare, e il perduelle consideravasi nemico, fuor della legge, e passibile della croce in campo Marzio e dell’infamia indelebile. La legge Cornelia qualificava i delitti di lesa maestà; erano numerosissimi, e tra questi il corrispondere secretamente coi forestieri, come avea fatto Lentulo cogli Allobrogi: ma nè occorreva tribunale speciale, nè poteasi infliggervi l’arresto preventivo. Il delitto di perduellione, memoria antica ormai dimenticata, erasi testè fatto rivivere nel processo di Rabirio, e si vede che Cicerone intendeva applicarlo ai congiurati: lo stesso Cesare li ritiene per legge passibili di morte. Ma quest’accusa era talmente insolita, che s’ignoravano le guise di procedura: ad ogni modo è strano che, sì nell’accusa che nella difesa, si considerasse uno già perduelle prima d’esser convinto e condannato dal popolo.

Inoltre non v’ha caso ove un Romano sia privato della provocazione, cioè dell’appello; diritto antico quanto la storia degli Orazj e Curiazj, non dovendo un cittadino esser colpito che dall’autorità sovrana, cioè dall’assemblea del popolo. Le XII Tavole non riconosceano magistratura senza appello[99]; e nel 305 di Roma i consoli Valerio Publicola e Orazio Barbato promulgarono una legge, che permetteva di uccidere chiunque istituisse una tale magistratura[100], eccettuati i militari. Anzi quand’anche il condannato [150]non si valesse dell’appello, al popolo spettava la conferma del giudizio capitale[101]. Anche testè a Rabirio era bastato il dire «Provoco, mi appello» per sospendere il castigo. Qui invece gli accusati non appellarono, nè pare siasi loro intimata la sentenza.

Puossi egli credere che si riconoscesse nel senato il diritto di dichiarare la patria in pericolo, e che in tal caso non fosse luogo ad appello? La potestà tribunizia che a tutto interveniva, avrebbe potuto interporre il velo, se non altro per esaminare l’opportunità dell’applicazione: eppure nè l’accusatore nè il difensore ne fan cenno; e appena il senatoconsulto è proferito, Cicerone va e fa strozzare i condannati; nè i tribuni si mostrano, in un caso ove la loro autorità restava tanto compromessa. Potrebbe pensarsi che tutti fossero sbigottiti dai cavalieri che fuori strepitavano armati, e che irruppero anche nella curia minacciosi. D’altra parte sarà parso un gran che il sopire col sangue di pochi una sommossa, la quale avrebbe potuto divenir micidiale come quelle di Gracco e di Saturnino.

Ma la morte di cinque tristi soggetti non potea certo nè salvar la patria, nè soffocare la congiura di Catilina; e sarebbesi potuto interrogarli, convincerli, presentarne il processo ai comizj, che gli avrebbero condannati. Il senato però coglieva quel destro di rifarsi del colpo avuto col processo di Rabirio, nel quale erasi condannato uno, reo d’avergli obbedito; laonde in pari pericolo mostrava vigore col ripigliare l’autorità di disporre delle vite de’ cittadini.

Strozzare prigionieri era facile, non così il domare nemici armati. Si propose dunque di richiamare dall’Asia Pompeo; e poichè ciò torrebbe a Cicerone la [151]gloria d’avere spento quell’incendio, Cesare sostenne la proposta con tal vivezza, che, secondato dai tribuni, strappò dalla ringhiera Catone che si opponeva. Per castigo furono cassati i tribuni e tolta la pretura a Cesare, il quale col sottomettersi docilmente alla punizione meritò che il senato gliela condonasse.

Nè Catilina dormiva (62). Pretesseva a’ suoi tentamenti il nome di emancipazione d’Italia, di salute degli oppressi; ma da buon romano e da orgoglioso patrizio non contava fra questi gli schiavi, e li respingeva dai suoi stendardi, acciocchè non paresse accomunar la causa di cittadini con quella di servi: e con una massa tumultuaria, armata di bastoni aguzzi e di giavellotti, dall’Etruria difilavasi verso la Gallia Cisalpina, che anche allora fremeva sotto il giogo. Ma il pretore Metello Celere appostollo nella montagna pistojese sulla via che mette a Modena lungo il vallone della Maresca, fra i monti del Crocicchio e dell’Orsigna a settentrione, e quei della Capanna del Ferro e del Bagno a ostro: Marco Petrejo luogotenente del console Antonio sorgiunse alle spalle, sicchè chiuso fra due fuochi, egli dovette accettare la battaglia. Fu accannita oltre ogni dire; Catilina medesimo ferocemente combattendo perì, e seco tremila congiurati, con valore degno di causa migliore. Ma con lui cadde tutta la macchina; e la facilità con cui tutto si acquietò, ci porta a credere che quello non fosse un partito con idea determinata, bensì una cospirazione attorno a un capo, il quale i susurri di molti malcontenti accettava come mezzi di riuscita. La parte oligarchica del senato parve un tratto ripigliare il sopravvento, ma per soccombere ben tosto ai forti che la dominavano, agli scaltri che la raggiravano.

Non mi chiedete se Cicerone crebbe di vampo. Magnificava la sua impresa, e diceva: — Cedano le armi alla toga! O fortunata Roma, me console nata!…. [152]Quinto Catulo, preside di quest’Ordine, me in pienissimo senato chiamò padre della patria; Lucio Gellio, uom chiarissimo, disse dovermisi una corona civica; il senato mi rese testimonianza non d’aver bene amministrata, ma d’aver conservata la repubblica, e con ispeciale supplicazione aperse i tempj degli Dei immortali. Quando deposi la magistratura, interrompendomi il tribuno di dire quel che avevo preparato, e solo permettendomi di giurare, giurai senza esitanza che la repubblica e questa città furon salve per opera di me solo. Il popolo romano tutto in quell’adunanza, dandomi non la congratulazione di un sol giorno ma l’immortalità, un tale e tanto giuramento approvò ad una voce»[102].

[153]
È certamente bello il poter fare questi vanti, e più volentieri corrono al labbro di chi soffre dall’ingratitudine cittadina; ma difficilmente ottengono perdono, e Cicerone col ripeterli attizzava l’invidia, quanto più remota diveniva la paura: vedendolo glorioso d’aver congiunto senatori e cavalieri a comprimere la democrazia, l’invidia [154]dei malevoli lo chiamava il terzo re straniero dopo Tazio e Numa, e aspettavano tempo e luogo per fargli scontare i suoi meriti.

CAPITOLO XXV.
Gli storici. — Cesare. — Primo Triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti.
Lo storico, che conosce primo suo dovere lo scoprire e manifestare la verità, e che la verità sente come primo bisogno, dopo che uscì da tempi in cui procedeva a tentone fra scarsissimi ricordi, difficoltà non minori imbatte nei tempi splendidi della letteratura romana, qualora si accinga a spiegare e ragionare quel che gli antichi hanno dipinto. Raggiungere la bellezza artistica degli antichi nessun moderno speri mai; ma a questa sacrificano essi tutto, fin il vero, meno intenti a quel che dicono che non al modo di dirlo. E quando uno vuole ai loro racconti applicar la ragione e l’intelligenza, se non bastano le tante oscurità, dipendenti in gran parte dall’ignorare noi i costumi e le condizioni di una società così differente, avvolgesi in un labirinto di contraddizioni; nè soltanto fra i varj narratori, ma fra il loro racconto, l’indole umana e la natura delle cose.

Pei primi Romani la storia non era uno studio di esporre artifiziosamente i fatti, bensì una tradizione ai figli, una filosofia pratica, una maestra della vita, dei portamenti civili e militari, delle virtù di cittadino e di uomo. Questo carattere conservò essa sempre, mantenendosi una lezione, una dimostrazione: per ciò scegliere le circostanze, e quali tacere, quali esporre a gran luce, quali ridur nell’ombra; perciò le arringhe de’ personaggi, nelle quali si manifestano non gli atti [155]soltanto, ma la ragione degli atti. Anelanti di passione politica, e propensi alla morale valutazione personale più che al giudizio storico, gli autori latini mancano della calma da cui traggono grandezza i greci. Gracco, Silla, Mario, e ben tosto Lepido, Cesare, Pompeo erano idoli o demonj de’ partiti; laonde la fama ne esagerava gli atti, ne svisava gl’intenti; e quei che lasciarono memoria di loro, nè tampoco ebbero il pudore di ridur verosimile il racconto e mascherare la calunnia o l’adulazione. Quelli poi che storie stendeano di proposito, non prefiggeansi la verità, sì bene la retorica; cernivano da altri libri, voltavano dal greco, raccoglievano dalla tradizione non ciò che avesse prove o verosimiglianze maggiori, ma ciò che meglio si acconciasse al concetto prestabilito, e servisse alle esigenze dell’arte.

Cajo Crispo Sallustio senatore (86-38), nato da un d’Amiterno divenuto cittadino romano nell’ultima emancipazione, raccontò la guerra di Giugurta e la congiura di Catilina; ma come contemporaneo e partecipe, piglia assunto di farne una satira, a tale scopo atteggiando i personaggi e gli eventi. Il popolo svilito e corrotto, il senato vendereccio, i cavalieri speculanti sulle lagrime e sulla giustizia, calpeste le antiche virtù, il diritto delle genti posposto all’utilità o al favore, la repubblica non reggentesi più per le proprie istituzioni, ma pel merito di alcuni grandi che ustolavano d’appropriarsela, Catone colle leggi, Cicerone colla facondia, Crasso coll’oro, Pompeo colla popolarità, Cesare colle armi, era lo spettacolo che s’offriva al pennello di lui, ed al suo acume lo scorgere come quei vizj rendessero possibile un Catilina, e nel mediocre Giugurta preparassero a Roma un cozzo duro quanto nel grande Annibale.

Ciò che n’avanza ci fa viepiù desiderare quel che andò perduto; tanta è la vigoria con cui scolpisce i [156]caratteri, la sobrietà degli ornamenti, l’immortale brevità, l’efficacia della parola, per istudio della quale ripescò termini già al suo tempo antiquati, e traslati audaci, e frasi affatto greche[103]. Si direbbe che anche in ciò si foss’egli proposto di ritirare la sua patria verso i prischi tempi, siccome nel racconto non rifina d’encomiare i vecchi religiosissimi e sobrj, che ornavano i tempj colla pietà, le case colla gloria, ai vinti non toglievano se non di potere far male; sinchè la vittoria di Silla non ebbe abituato ad ogni mollezza, a cercar leccornie per mare e per terra, a dormire prima del sonno, e alla parsimonia, al disinteresse, al pudore surrogati lo scialacquo, l’avidità, la sfacciataggine.

Udendolo nol diresti un Fabrizio, un Cincinnato? Ma quella che credi virtù è acrimonia contro gli oligarchi, è il dispetto che un intelletto colto prende della propria vergogna: perocchè ci consta che fu un facinoroso; emulo nel lusso di quel Lucullo cui dedicò le sue storie, fabbricò in città e in villa; e i suntuosi giardini che ritennero il nome suo e coprivano gran parte della valle che separa il Quirinale dal colle opposto (collis hortulorum), parvero degni di soggiornarvi gl’imperatori, e di là furono dissotterrati il gruppo del Fauno e il vaso Borghese, mentre la sua casa a Pompej mostrò ricchezza e squisito gusto. Da Milone côlto in adulterio con Fausta, dovè subire le sferzate e l’ammenda[104]: [157]collocato a governo della Numidia, la rovinò colle concussioni e colla prepotenza, indi pagò a Cesare un milione per comprarsi un complice illustre: basti dire che, in città così corrotta, fu depennato dall’album de’ senatori. Oltre le materiali inesattezze di tempo e di fatto, ci lascia al bujo sul vero intento di Catilina, e con quali arti si traesse dietro tutta Italia, egli fradicio d’ogni bruttura: eppure di mezzo a’ suoi rimbrotti lo fa grandeggiare, mentre non altra lode che la meschina d’ottimo console e di buon dicitore attribuisce a Cicerone. Ma di questo si sa ch’era nemico; di quello forse complice.

Tito Livio da Padova (59 av. C. — 18 d. C.), il miglior narratore che s’abbia in qualsivoglia lingua, forma della sua opera un poema, esponendovi quel solo che possa abbellirla, e colle circostanze meglio acconcie all’effetto. Storici, oratori, poeti gemano sulla decadenza di Roma: Livio, benchè ne confessi i vizj presenti, vuol mostrare in che modo essa salì in tanta grandezza[105]; e abbagliato da quella, e credendola eterna, non discerne la virtù e la giustizia; oppressioni e perfidie dissimula, o se nol può, le attenua coll’esagerare i torti dei vinti; fra gli obblighi di questi conta pure il credere a Roma quand’essa si proclama di origine divina[106]; ed ancor più degli altri storici pagani, mostrasi cittadino anzi che uomo. Il dubbio sente, ma non se ne inquieta; male s’addirebbe la discussione colla magnificenza: sa le favole dei [158]tempi primitivi, e si propone di ripeterle senza nè affermarle nè combatterle[107]: gli stanno davanti archivj immensi, non ha che a salire in Campidoglio per interpretare vetuste iscrizioni, e non se ne cura, perchè non ne verrebbe un solo nuovo vezzo al suo quadro: talvolta cita gli autori antichi e ne libra le asserzioni, ma superficialmente, e non per desumerne il preciso vero, ma per materia di retorica elaborazione; e più comodo gli torna il ricopiare e sovente tradurre Polibio, neppur sempre cogliendo nel segno[108]. Il meraviglioso è più poetico, i prodigi sono opportunissimi a ciò, opportuno il sentimento della magnificenza romana, opportuno il grandeggiare de’ patrizj, opportune le parlate, e l’affettar di credere alle cagioni divine più che alle terrestri.

Per verità lo scrivere la storia romana senza i [159]prodigi, i vaticinj, gli augurj, sarebbe uno svisarla, quanto l’ommettere i frati e i miracoli in quella del medioevo: pure Livio trascese in tal genere, massime scrivendo in secoli ove più nulla si credeva. — So bene (dice) che quell’indifferenza (negligentia), per la quale gli spiriti forti non credono che gli Dei presagiscano alcuna cosa, vorrebbe non se ne raccontassero prodigi. Ma a me scrivendo di cose antiche si fa in certo modo antico l’animo, e una tal quale religione m’insinua che, quel che persone prudentissime pubblicamente credettero accettare, sia degno d’esser riferito ne’ miei annali»[109]. Invece le particolarità sulla forma del governo repugnerebbero alla larghezza del suo tocco? ed egli le neglige, se non dove lo costringa il dover raccontare le turbolenze che partorirono l’eguaglianza e la libertà; chiede quasi perdono se di mezzo alla guerra punica si divaga sopra le questioni intorno al lusso, recate dalla legge Appia[110]; e sempre sposa una parte, e giusta lo spirito di quella giudica i fatti; nè sa piegarsi ad intendere e rivelare i popoli e i tempi secondo l’indole di ciascuno, ma tutti li foggia sul tipo preconcetto, come di tutti i personaggi fa degli ideali di vizj e di virtù. L’epoca regia e l’aristocrazia patrizia frantende; nei tribuni del quarto secolo disapprova i demagoghi dell’ottavo; mentre applaudisce a quelle che giudica virtù, non s’avventa iracondo al vizio. Pende verso la repubblica o, dirò meglio, verso l’antica aristocrazia, talchè Augusto lo chiamava il mio pompejano; ma perchè era la moda, era l’innocuo liberalismo del mondo colto: nè però s’irrita contro [160]le nuove forme, anzi tende a dissimulare i proprj sentimenti, e riconciliare i cittadini colla presente condizione; s’assodi pure la monarchia, purchè non leda la legalità.

In conseguenza trova giusti i primi sei re di Roma, tiranno il settimo che non consultò col senato e si fece superiore alla volontà generale: «ma non è dubbio (soggiunge) che questo Bruto, il quale tanta gloria acquistò per l’espulsione di un tiranno, avrebbe sovvertito la pubblica cosa se per desiderio prematuro di libertà avesse strappato lo scettro ad alcuno dei precedenti monarchi»[111]. Nè ad esso Bruto, istitutore della repubblica, pur una concede delle lodi con cui suole congedarsi da ciascuno de’ suoi eroi; precauzione dovuta ad Augusto, sotto cui scriveva. Eppure quel suo continuo magnificar Roma ispirò sospetti quando alla patria si surrogava un imperatore; e forse per ciò divennero rarissimi i suoi libri, tanto che Mezio Pompejano ne estraeva arringhe che girava recitando, e per le quali fu mandato a morte da Domiziano. Dei centoquarantadue libri che forse erano, soli trentacinque ci rimangono, neppur essi seguiti; manca tutta la seconda decade, e la narrazione degli ultimi tempi della repubblica, cioè di quelli che or raccontiamo: pure queste ruine sono il più augusto monumento che mai si erigesse alla grandezza d’una nazione.

Informati che ci siamo sugli storici, ecco gli avvenimenti assumere tutt’altra fisionomia qualora si confrontino cogli oratori, colle leggi, con qualche frammento di memorie contemporanee. La retorica ebbe sempre gran parte nei fatti de’ Romani, e neppur essa applicossi a porre in luce il vero e nudare il falso, bensì ad ottenere vittoria in un assunto, in una causa. Il popolo [161]accorreva ad ascoltare le arringhe, come noi al teatro, dilettandosi alle belle parole, alle acconcie frasi, alla storiella, alle lepidezze, all’artifizio di travisar il vero e camuffare la ragione, alla felice dicitura; la verità era l’ultimo de’ suoi intenti; e però applaudiva, fischiava, divertivasi, ma non vi credeva. Eppure quei brani d’eloquenza passarono nella storia come reali dipinture di caratteri; e giudichiamo Catone, Pompeo, Antonio, secondo le declamazioni de’ retori, e del migliore fra essi Marco Tullio, senza tampoco avvertire com’egli conchiuda tutt’al differente in altri luoghi dove altrimenti gli conveniva, e massime nelle epistole, che sono il documento più importante su questi tempi. Non le destinava egli alla posterità, onde rivelano l’uomo quale aprivasi agli amici, colle paure sue, le virtù, le speranze, le debolezze, con mille particolarità che l’amor proprio avrebbe dissimulate qualora avesse creduto potessero cadere sotto altri occhi. Egli poi od i suoi amici le scriveano sotto l’impressione degli avvenimenti; e poichè gli avvenimenti erano importantissimi, piace oltremodo il cogliervi quelle gradazioni di caratteri che allo storico sfuggono, e addomesticarsi coi pensamenti e coi ragionari de’ più insigni contemporanei, che collegati nel sentimento d’un dolore comune, espongono la porzione che in particolare ciascuno soffre de’ pubblici guaj, e il dispetto di vedersi da Cesare ridotti al nulla, o presi in sospetto ed in persecuzione dai vendicatori di esso.

Come avviene in età operose, molti scrissero i proprj ricordi, fra cui Silla, Lutazio Catulo, Emilio Scauro, Vipsanio Agrippa, Lucullo; in greco però, giacchè, come dice Cicerone, le cose greche si leggono per tutto il mondo, le latine rimangono ne’ proprj angusti confini. Sventuratamente tutte perirono, eccetto le preziosissime di Giulio Cesare.

[162]
Di alcuni di questi compilò le vite il greco Plutarco, quasi un secolo dopo Cristo, usando abbondantissimi materiali ora periti: ma que’ materiali egli raccozza, non fonde, non confronta, non ne concilia le antinomie, spesso li frantende. Oltre la classica cura dello stile più che delle cose, tende meno a scoprir il vero che a dipingere caratteri e passioni umane; non esamina la credibilità de’ testimonj, non accerta le età, non conosce i luoghi; e lasciando che altri lo raccomandi come morale, noi non crediamo possa da lui ritrarsi la genuina immagine di quegli eroi, ch’egli stesso non comprese perchè non sapeva identificarsi coi tempi. Cesare e Pompeo ci mostra ben altri che nella storia; di Cicerone racconta i sogni, i motti, non i fatti pubblici, nè tampoco ne lesse le orazioni, ignorando la lingua latina: tanti prodigi, augurj, superstiziose cause di eventi grandiosi egli accumula, quanti ora, non che uno scrittore, neppur una donnicciuola farebbe: digiuno di politica, la più solita ragione degli avvenimenti gli è la volontà degli Dei, macchina metafisica la quale, quanto ingrandisce il concetto della storia generale, tanto alle particolari toglie e dignità e istruzione.

Con siffatti elementi è pur difficile, nell’esposizione dell’ultima età repubblicana, giungere ad un risultamento che appaghi la ragione, per quanto tu colga i punti essenziali dei dibattimenti d’allora, ed elimini gl’incidenti parziali ogniqualvolta non servano a ciò che importa, la rivelazione dello stato sociale. Per non essere a continua capiglia coi nostri autori, e non trarre in inganno i lettori ove la narrazione nostra proceda sicura e dogmatica, li vogliamo premuniti, che la storia tramandataci dai classici antichi e trascritta dai classici moderni ha fondamenti poco più sodi che un romanzo storico, se non in quanto la dividono da noi duemila anni; e che molti fatti traggono spiegazione [163]dai posteriori, e dall’esperienza civile di altri tempi. Che se ci scosteremo talora dal modo convenzionale di narrare questi fatti, più spesso dal comune stile di valutarli, niuno ci supponga prurito di paradossi: neppur si trovi soverchia tale arroganza sopra un campo ancor sì poco sicuro, e dove molto demolì ma poco fin ora ricostrusse quella critica, che, se fosse ardita insieme e rispettosa, immaginosa ed erudita, analitica e ricompositrice, formerebbe il vanto della nostra età.

Nei turbamenti catilinarj niuna parte avea presa Pompeo Magno, occupato in Asia contro Mitradate (62); ma il suo ritorno facea temerne di nuovi. Di fatto la legge Gabinia gli aveva conferita un’autorità, quale a nessun altro capitano mai; e a buon diritto i patrizj esclamavano che neppur Silla aveva tanto usurpato per viva forza, e che la repubblica ormai trovavasi ridotta a monarchia.

Abbiamo ripetuto come il pubblico potere rimanesse scompartito fra molti magistrati, l’uno in contrasto coll’altro; dal che restavano impediti gli eccessi o difficili gli accordi. Ora ogni temperamento era tolto via dalle commissioni straordinarie; e quando non la si sapea salvare che coll’affidarla a un uomo solo, la repubblica non sussisteva più che di nome, e ognuno potea voler farla sua. E lo voleva Pompeo; pure dissimulava l’ambizione, e quando si udì destinato a combattere Mitradate esclamò: — O che? non mai un po’ di riposo! non poter mai vivere quieto con mia moglie! Beato chi passa i giorni nell’oscurità!» Poi, quando molti temevano non conducesse contro la repubblica l’esercito, guadagnatosi coi denari della repubblica, lo congedò; non che ostentasse il lusso di Lucullo e degli altri reduci d’Asia, da privato attraversò la Grecia ascoltandone i filosofi, modestissimo l’Italia, [164]accolto però da tutti con indicibili feste, e aggiungendosegli sempre nuove forze per accompagnarlo a Roma. Le sue vittorie, il carattere, la splendidezza de’ giuochi, fino i torti della moglie Muzia ch’e’ fu costretto repudiare, contribuivano a renderlo l’idolo della città: ma di silleggiare[112], come avrebbe potuto agevolmente dopo ridotta precaria l’esistenza della repubblica, gli mancò non la voglia, sì bene l’attitudine.

La fortuna gli aveva risparmiato quelle traversie, in cui un uomo si ritempra; lodi intempestive lo intitolarono imperatore ancor giovinetto; quando cadde malato parve pubblico lutto, tant’erano universali le preci, poi universali le feste per la sua guarigione: onde dovette credersi potentissimo sulla moltitudine, e necessario alla patria, alla libertà, al popolo, ai cavalieri, al senato, i quali ad ora ad ora si gettavano nelle braccia di lui, perchè sentivano che potrebbero strigarsene appena avessero conseguito l’intento. Ambizioso delle apparenze più che della realtà, per imitazione di Silla si tolse dal governo, del quale in fatto mal conosceva le particolarità; invece delle arti solite di frequentare il fôro, accusare, difendere, assistere clienti, sottraevasi agli sguardi pubblici, poi ad ora ad ora si mostrava con un corteggio sconveniente, quasi a rimovere la famigliarità cittadinesca; credeva onorare coloro cui permettesse d’essergli amici; e li trattava con aria da patrono; sempre aspettava che Roma venisse a cercarlo come unica sua tavola di salvezza. Ma la libertà ha i suoi puntigli, e col mostrare che i favori le siano rapiti, vuol essere dispensata dalla vergogna del prodigarli. Or quella franchezza, direi impudenza, che vuolsi per padroneggiare i partiti, Pompeo non [165]l’ebbe; introdusse innovazioni, ma che dissepelliva dal tempo vecchio, e ch’erano reclamate dal pubblico; non osava compir nulla, benchè tutto desiderasse; sollevava la lepre senza saperla cogliere. Col farsi legalmente attribuire sconfinati poteri, col lasciarsi paragonare ad Alessandro Magno, e chiamare l’unico propugnacolo di Roma, coll’orzeggiare fra i partiti, e corrompere il popolo mediante le largizioni, e mettere a prezzo i suffragi, spianava la via della tirannide a chi meglio di lui saprebbe camminarvi. Costoro che, violando la costituzione senza sapersi piantare di sopra d’essa, non vogliono obbedire e pur non sanno comandare, sono i pessimi nemici delle repubbliche, uccidendone la libertà senza recarvi la calma del dispotismo.

Pompeo domandò che il senato ratificasse con un solo decreto quant’egli aveva operato in Asia, e distribuisse terreni a’ soldati di lui: e deh qual rimase allorchè si vide disdette le domande! Le fece riproporre al popolo da un tribuno; ma il ricordo di quel ch’erano divenuti per Silla gli accasati veterani, suscitò opposizione tumultuante; e quando il tribuno arrestò il console Metello Celere (60), il senato si alzò unanime dicendo, — Lo seguiremo tutti alla prigione»; talchè Pompeo glielo fece rilasciare. Eppure, già lo vedemmo, egli medesimo servivasi dei ribaldi per sommuovere la quiete, acciocchè gli onesti, affine di ripristinarla, esibissero a lui il supremo potere; si collegò con un gran facinoroso, Publio Clodio, e gli fece ottenere il tribunato; col che disgustò molti buoni, e si ridusse ad avere per unico appoggio le fazioni di piazza.

Ormai ogni passo eragli attraversato da potenti emuli, quali Lucullo, che non gli sapea perdonare d’avergli in Asia rapito gli allori tanto faticati; Cicerone, della cui inaspettata altezza egli mostrava ingelosire; Crasso, al quale aveva strappato il trionfo nella [166]guerra servile. Questi s’era tenuto con Mario sinchè, avendogli esso ammazzati padre e fratello, si rivolse a Silla, e gran vantaggio gli recò, grande ne ritrasse. Perocchè nelle costui proscrizioni comprando i beni confiscati, i trecento talenti ereditati dal padre avea cresciuti fino a settemila (40 milioni), dopo sparpagliatine otto o dieci in largizioni e banchetti; e pensava non potersi dir ricco chi non bastasse a mantenere del suo un esercito. Teneva cinquecento architetti e muratori schiavi, e nei frequenti incendj e diroccamenti d’allora comprava le aree, fabbricava e rivendeva a vantaggio, oppure dava a nolo essi schiavi per lavoratori, come altri per banchieri, scrivani, amministratori, bifolchi. Dacchè vide che Pompeo volea tutti per sè i vanti della guerra, benchè glorioso delle vittorie sopra Telesino e Sparisco, si procacciò nominanza in altre guise. Casa sua sempre aperta agli amici, che trattava con frugalità pulita e gioconda cortesia; se avessero mestieri di voti nel cercare le magistrature, gli ajutava; prestava denari senza usura, benchè al giorno assegnato li ripetesse con bancaria puntualità. Sempre in movimento, pratico delle trafile degli uffizj, delle triche avvocatesche, dei brogli del fôro, metteva la sua mediazione e l’abilissima eloquenza a disposizione di chiunque avesse uopo d’un patrono; e qualora Cesare, Marc’Antonio, Cicerone, Ortensio se ne scusassero, egli si levava ad arringare. Per tal modo erasi formato un grosso seguito di clienti; alla guerra molti l’accompagnarono per pura benevolenza; in pace servivangli di battaglione volante, con cui egli, nè stabile amico, nè irreconciliabile nemico, dava prevalenza nei comizj e ne’ tumulti a questo o a quel personaggio. Ragione eccellente per farsi corteggiare.

Di mezzo alla corruttela d’allora come un rudero antico campeggia Cajo Porcio Catone. Degno discendente [167]dell’antico censore, aveva irrigidita la patrizia inflessibilità colle dottrine stoiche; considerò come suprema virtù il rispetto alle leggi e alle tradizioni romane, come primo dovere la coerenza e l’unità, aborrendo que’ temperamenti, a cui l’onestà di molti si acconcia. Ancor fanciullo, gli ambasciadori de’ Socj Italici lo sollecitano acciocchè interceda per la loro causa presso suo zio Druso, ed egli non risponde; insistono, ed egli ancora muto; minacciano buttarlo dalla finestra, anzi ve lo tengono sospeso, ed egli zitto; talchè gli ambasciatori dissero: — Fortuna ch’e’ sia ancor fanciullo; se no, la domanda nostra ci sarebbe infallibilmente negata». Non facile ad imparare, ma tenacissimo di quel che una volta avesse imparato, ebbe la fortuna d’aver a maestro Sarpedone, che al continuo interrogare di esso rispondeva non con pugni, ma con ragioni. Vedendo portarsi fuor della casa di Silla teste d’uomini insigni, Catone chiese al maestro: — Ma non si trova nessuno che uccida cotesto tiranno?» e rispostogli che era ancor più temuto che odiato, — E perchè non dare una spada a me onde liberare la patria?»

Amava tanto il fratello Cepione, che a vent’anni non aveva mai senza lui cenato, mai fatto viaggio, neppur ronzato in piazza. Studiava l’eloquenza, ma non ne facea pompa; e a chi gli dicea che del tacer suo lo biasimavano i cittadini, rispondeva: — Purchè non mi biasimino del viver mio», e — Comincerò a parlare quando saprò dir cose che meritino di non essere taciute». Per imitare gli antichi, camminava a piedi, mentre il suo seguito veniva a cavallo, e accostandosi ora a questo ora a quello, introduceva discorso; traversava la piazza in farsetto, sebbene pretore; a piè scalzi come uno schiavo andava a sedersi in tribunale; e colà e fuori implacabilmente severo, continuo era sul rimbrottare [168]il terzo e il quarto, anche in materie di piccolo rilievo. Per la sua via procedeva dritto, senza badare a chi urtasse, amici o nemici secondo credeva sostenessero il giusto o l’iniquità. Cicerone, avvezzo a bordeggiare per evitar gli scogli mentre Catone vi dava di cozzo, deplora più volte l’inflessibilità di costui, che «parlava come vivesse nella repubblica di Platone, non in mezzo alla feccia di Romolo», e la severità stoica ne canzonò arringando per Murena; ma esso, come l’ebbe udito, non fece altro se non esclamare: — Che console ridicolo abbiamo!»[113].

Quanto si forbisse dall’universale corruttela ne diede prova il popolo allorchè, ai giuochi Floreali, volendo chiedere una danza oscena, aspettò ch’egli fosse uscito da teatro; e in proverbio correva, «Non lo crederei se lo dicesse Catone». Svergognò il ribaldo Clodio talmente, che questi se ne andò dalla città; della qual cosa ringraziandolo Cicerone, egli rispose, — Ringraziane la città, per cui solo vantaggio io opero». Eletto [169]questore, di una carica che prima si ambiva per l’opportunità del depredare, fece un impiego dignitoso: pagò quanto il pubblico doveva a privati, ma riscosse fino a un quattrino quel che privati doveano all’erario: e trovate le quietanze de’ sicarj e degli spioni al tempo di Silla, li denunziò, e costrinse a riversare il denaro. Concorrendo al consolato, sdegnò fare i soliti brogli, ed ebbe un rifiuto; onde Cicerone lo rimproverava che, mentre la repubblica sentiva tanto bisogno di un tal uomo, egli non si fosse adoperato abbastanza per collocarsi in un posto ove le potea giovare. Un’altra volta andandosene di città, scontrò Metello Nepote, tristo arnese che veniva a brigare il tribunato: e tosto egli si volse indietro a domandarlo per sè, e giurò di accusare qualunque desse un soldo per comprar voti.

Metello Nepote era creatura di Pompeo, e voleva indurre a richiamar questo coll’esercito per chetare la città, allora agitata da Catilina: ma Catone, avvedutosi che si volea rendere onnipotente Pompeo col mostrarlo necessario, adoprò le dolci per dissuadere Metello, poi giurò che mai non lascerebbe passare la proposta. Invano senatori e parenti s’interposero; invano trovò il fôro pieno d’armati e gladiatori; egli s’avanza intrepido, a Metello strappa di mano le tavolette, e perchè si ostinava a parlare, gli chiude la bocca. Allora Metello fa segno agli accoltellatori; i cittadini voltansi in fuga; Catone rimane esposto a sassi e bastoni; al fine arriva chi lo difende, ed egli salito in ringhiera, si congratula col popolo che non avesse dato ascolto al tribuno fazioso e micidiale alla libertà.

Ma la virtù sua era dottrinale; poneva mente a Roma, non all’umanità; al dovere imposto dalla legge, non a quello che viene dalla natura. Trafficava di schiavi e di gladiatori; al ricco Ortensio cedette Marzia sua moglie, salvo a riprenderla arricchita; perseguitò con [170]satire violente Metello, che lo avea prevenuto nel cercare un’altra moglie. Così erano incerte e a sbalzi le virtù fra gli antichi! Oltrechè il suo attaccamento al passato non gli lasciava intendere i miglioramenti di cui era bisognoso e capace il presente, ed ostinavasi a trascinare a rimorchio la progredita umanità; col che per altro valse alcun tempo a rallentare il moto che colla soverchia foga poteva sovvertirla.

Tutt’altro uomo, e di gran lunga superiore a tutti questi, Cajo Giulio Cesare (n. 100) fu uno de’ maggiori personaggi dell’antichità. I più mostravano poco conto di questo giovane, pallido, battuto dall’epilessia, avvolto con affettata negligenza nella lassa toga; però l’atante statura, l’occhio grifagno, un viso che conciliava affetto e ispirava sgomento, valentìa negli esercizj ginnastici non men che negli intellettuali, e una certa naturale alterezza, indicavanlo capace di volere con risolutezza e di riuscir con vigore. Non v’avea soldato più di lui robusto o paziente a domar cavalli, sostenere i soli, il gelo, la fame, il nuoto, e corse di cinquanta miglia il giorno. Portentosa attività, alla quale nulla parea compito se cosa rimanesse ancora a compire[114]; intelligenza agevole, profonda, educatissima; persistenza irremovibile, che espresse fin da’ suoi cominciamenti quando, recandosi alle elezioni, disse a sua madre, — Oggi mi rivedrai pontefice o esigliato»; presto gl’inducono la persuasione che l’unico posto a sè conveniente è il primo. D’altra parte, discendendo per padre dalla dea Venere e per madre da Anco Marzio re, quale aspirazione sarebbegli stata temeraria? Ed egli fida nella fatalità, espone ad ogni incontro la vita, anzi che compromettere l’autorità sua.

A diciassette anni trovatosi di fronte a Silla, osò [171]disobbedirlo col non voler ripudiare Cornelia figliuola di Cinna; il dittatore sanguinario lo proscrisse, poi supplicato dai nobili e dalle Vestali, lo graziò, — Ma (disse) in quel garzone sciamannato troverete molti Marj», indovinando il colpo che porterebbe all’aristocrazia. Sdegnando il perdono o diffidando, Cesare passò in Asia, e caduto in mano dei pirati, non che fare da sbigottito, li minacciava, dandosi aria di loro capo non di prigioniero; leggeva ad essi le composizioni in cui esercitavasi, e li garriva di mal gusto perchè non ne comprendevano il merito; tassatogli a venti talenti il riscatto, disse — Troppo pochi; ve ne darò trecentomila: ma libero ch’io sia, vi farò crocifiggere», e mantenne la parola. Nè questo coraggio gli venne meno in molte imprese che allora compì.

Ma nella vita privata, discolo, audace, prediletto dalle dame che seduceva anche per vantaggiarsi della loro ingerenza nella Roma depravata, corritor d’avventure come tutti i giovani nobili d’allora, prodigo più di tutti, vendeva, pigliava a prestito per regalare, per farsi aderenti, tanto che prima d’acquistare veruna carica, si trovò un debito di mille trecento talenti (sette milioni e mezzo di lire). Anzi al sapere far debiti dovette la sua prima fortuna; perocchè concorrendo al sommo pontificato, chiese enormi prestiti, coi quali da un lato comprò i voti dei poveri, dall’altro impegnò i ricchi a portarlo ad un posto che gli darebbe modo di sdebitarsi. E la principale sua astuzia consistette nel far denaro, comunque e dovunque potesse; non già per tesoreggiare, ma perchè sentiva vera la dispettosa esclamazione di Giugurta, e diceva[115]: — Due sono [172]i mezzi con cui si acquistano, conservano e crescono i comandi; soldi e soldati».

Segnalato fra i nobili per sangue e costumi, al popolo fu caro come nipote di Mario; ed egli in fatti pettoreggiò i Sillani, ed aprì sua carriera coll’accusare di denaro distratto Cornelio Dolabella, già governatore della Macedonia, console, trionfante. Dolabella avea rubato quanto bastasse per trovar difensori due valentissimi avvocati, Quinto Ortensio e Aurelio Cotta, i quali lo fecero assolvere: ma i letterati ammiravano l’ingegno e la coltura del giovane Cesare; il popolo applaudì al suo coraggio di proteggere la giustizia contro i sicarj di Silla, sebbene comandati dal dittatore; i Greci e gli altri provinciali lo sperarono sostenitore dell’umanità contro la tirannide privilegiata di Roma.

Perocchè, di genio ordinatore al par di Silla, divisò un sistema ben diverso dal costui; l’uno respingeva verso un irremeabile passato, l’altro avviava all’avvenire, cercando ciò che paresse effettibile; l’uno escludeva checchè non fosse romano, l’altro abbracciava checchè il mondo barbaro potesse tributare all’annosa civiltà, e dilatava le gelose barriere della città romana, che ben presto dall’Impero e dal cristianesimo dovevano essere spalancate a tutti. Coadjuvò le colonie latine nel ricuperare i diritti cincischiati dal dittatore; anche ai Barbari, anche agli schiavi estendeva le attenzioni sue; chi avesse soprusi da frenare, miglioramenti da chiedere, a lui ricorreva; le città lontane abbelliva; essendo edile, spese, anzi prodigò quant’altri mai; risarcì la via Appia quasi tutta del suo; distribuzioni al popolo e feste; e perchè fossero comodamente veduti i giuochi Megalesi, fabbricò un teatro amplissimo di legno coi sedili, lo che, unito alla splendidezza dello spettacolo, pensate quanto il crebbe nel pubblico favore: ma sebbene offrisse trecenventi coppie di gladiatori, non lasciava [173]al popolo l’atroce soddisfazione di vederli spirare.

Benchè, secondo la vetusta costituzione, le donne romane fossero riverite in famiglia, nulla per la città, pubbliche esequie egli rese alla moglie Cornelia e alla zia Giulia vedova di Mario, recitandone in piazza il funebre elogio; e in quell’occasione richiamò memorie care al popolo, e tra le effigie domestiche presentò anche quella proscritta di Mario; poi vistosi fiancheggiato, una mattina fece trovare ricollocati la statua e i trofei di questo nel Campidoglio, donde al tempo di Silla erano stati rimossi. I dilettanti ammiravano la finezza di quei lavori, il popolo ne piangeva di dolcezza, i nobili fremevano di questo nuovo genere di broglio, accusando Cesare d’aspirare ad egual potenza; Catulo, il cui padre era caduto vittima di Mario, diceva in pien senato: — Non più per mine secrete, ma per aperto calle Cesare assalta la repubblica»; e Cicerone: — Io prevedo in lui un tiranno; eppure, quando lo miro con quel capolino così acconcio, e grattarsi col dito per non iscomporre la chioma, non so persuadermi che uom siffatto pensi a rivoltare lo Stato».

E veramente le soldatesche canzoni il rinfacciavano di turpe corrispondenza con Nicomede re di Bitinia; Curione in pubblico discorso lo chiamò marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti; e quando entrò vincitore, i soldati cantazzavano: — Romani, ascondete le mogli; questo calvo salace comprò le femmine della Gallia coll’oro rubato ai mariti». Ma tacciandolo un senatore di effeminato col dire che una donna mai non potrebbe tiranneggiar uomini, egli rispose: — Ti sovvenga che Semiramide soggiogò l’Oriente, e le Amazoni conquistarono l’Asia».

In realtà Cesare già avea preso la capitananza del partito popolare, fiaccamente maneggiata da Pompeo. L’orgoglio patrizio riponeva egli nel mettersi sotto cotesti [174]usuraj arricchiti; ma agli inferiori mostrava un rispetto insolito, e alla propria tavola facea sedere anche i provinciali, e servirli coll’istessa qualità di pane. Pompeo, tutto invidiuccie verso Cicerone, non prendeva ombra di Cesare, perchè quegli menava vanto de’ fatti suoi, questo no, e possedea la gran politica di far servire gli altri a’ suoi propositi. Avendo ottenuto il governo della Spagna ulteriore, i creditori nol lasciavano partire, finchè Crasso (61) non si esibì mallevadore per lui di cinquecentrenta talenti. Andatovi, menò guerra risoluta, spinse le conquiste fino alle rive dell’Oceano, e tornò rifatto a segno, che spense gli enormi debiti. All’ambito onore del trionfo, che il costringeva a rimanersi fuor di Roma finchè l’ottenesse, rinunziò per entrarvi a cercare il consolato; al qual fine barcheggiò in modo d’amicarsi i due capiparte opposti, Crasso e Pompeo. E Pompeo s’accontentava di dimezzar l’impero coll’emulo dacchè più non si vedeva l’idolo del senato; e fra questi tre si strinse una lega, conosciuta col nome di primo triumvirato (60), che ovviando la mutua opposizione, riduceva in loro mano la pubblica cosa, usandovi Crasso il denaro, Pompeo la popolarità, Cesare il genio. Il senato profuse congratulazioni a Cesare che aveva rassettata quella pericolosa nimicizia; ma Catone ripeteva: — Non la nimicizia, ma l’accordo di questi tre toglie a Roma la libertà».

Cesare, ottenuto il consolato (59), bramava a collega Irzio letterato[116], poco destro all’amministrazione: ma [175]Catone, ombroso di questi nuovi potenti, persuase i senatori a lasciar dormire la legge, e comprare voti per Calpurnio Bibulo, il quale prevalse. Ciò non tolse che Cesare esercitasse una specie di dittatura con aspetto di grande popolarità; e dirigendosi a toglier le barriere fra Roma e il mondo, leggi rigorose portò contro la concussione; della Grecia assodò l’indipendenza, fin allora nominale; alla Gallia Cispadana fece comunicare la romana cittadinanza, e alla Transpadana il diritto latino, e vi stanziò numerose colonie; di modo che un territorio barbaro restava annesso alla pelasgica Roma, e a popoli interi conferivasi un privilegio che prima non era concesso se non a singoli. Molte terre pubbliche rimanevano nella Campania, ed egli propose si dividessero fra cittadini poveri che avessero almeno tre figli; se queste non bastavano, se ne comprassero dai privati coi tesori riportati dall’Asia; cosicchè da una moltitudine oziosa ed affamata venissero ridotti a frutto campi deserti. Aggiungeva non darebbe verun passo senza il senato, al quale lascerebbe la scelta dei commissarj.

Talmente erano ragionevoli e moderate le proposte, che i senatori non poteano disdirle apertamente, ma trascinavano d’oggi in domani: del che lamentandosi Cesare, il conservatore Catone gli cantò, — Al senato non garba di vederti comprare la moltitudine colle ricchezze del pubblico». Tale risposta infuse coraggio ad altri padri per rifiutar la legge, col pretesto che non convenisse introdurre novità nell’amministrazione. Cesare indispettito convoca il popolo, espone il fatto, indi voltosi a Pompeo e Crasso, ne domanda schietto e preciso il parere; ed essi: — Non solo approviamo, ma siam disposti a sostenere anche colla spada la tua legge». Il popolo vi prese calore; al console Bibulo, che incaparbiva nella resistenza, furono infranti i fasci, [176]maltrattati i littori, ferita la persona; gli altri spaventati tacquero. Solo Catone persisteva nel niego, benchè minacciato di prigione e d’esiglio; ma Cicerone l’imbonì col dirgli: — Se tu puoi fare senza di Roma, Roma non può fare senza di te; ed è da insensato gettarsi in un precipizio quando non si può chiuderlo»; e la legge agraria passò. Ventimila coloni furono piantati sul territorio di Capua; e questa antica emula di Roma, da cencinquant’anni ridotta a prefettura, cioè priva fin de’ magistrati municipali, si rifece; e avrebbe potuto ricomparire l’utile classe de’ campagnuoli se la legge fosse stata ben adempita.

Bibulo cessò dagli affari, e pieno arbitrio rimase a Cesare, talchè gli spiritosi chiamavano quello l’anno del consolato di Giulio e di Cesare. Questi viepiù si legò a Pompeo sposandone la figlia, e inducendo il senato a collaudare quant’esso aveva operato in Asia; quindi amicossi i cavalieri col ribassare di un terzo l’appalto delle gabelle; vendè l’alleanza di Roma al re d’Egitto; poi volendo sottrarsi a quell’aura popolare che si risolve in fischi, agl’intrighi, alle violenze, si fece decretare per cinque anni (58) le provincie delle Gallie e dell’Illiria, ove poteva colle conquiste procacciarsi gloria, e prepararsi un esercito destro e devoto.

Abbiamo veduto (pag. 20-21) come accanto alla fiera Gallia Transalpina si fosse piantata la colonia jonica di Massalia, esempio di corruzione e fomite di discordie fra i vicini; mentre i Romani, assodato il loro dominio sì nella Gallia Cisalpina sì nella Provenza, cresceano terribili all’indipendenza di quel popolo che un tempo avea minacciata la loro. E tanto più che i Galli, in una mezza civiltà di cui non perirono affatto le memorie, discordavano tribù da tribù, e nelle fraterne querele invocavano la micidiale intervenzione straniera. Gli Edui, superbi dell’alleanza del popolo romano, impedivano [177]il commercio dei majali ai Sequani; e questi per vendetta chiamarono i fierissimi Galli Elveti, che sulla loro frontiera orientale trovandosi incalzati dalle popolazioni germaniche, in numero di trecensettantottomila per Ginevra difilarono sopra la Gallia romana, spandendo terrore quanto al venire dei Cimbri e dei Teutoni. Cesare, accorso a schermire la provincia, in otto giorni (mirabile prestezza!) si trovò in riva al Rodano; potè sconfiggerli e rincacciarli; fiaccò Ariovisto, re de’ Germani Svevi chiamato in soccorso, e che ripassando il Reno, fra i Germani diffuse lo spavento del nome romano, ed arrestò la migrazione che fin d’allora cominciava[117].

Cesare giovossi delle discordie per sottomettere una dopo una le varie tribù galliche; penetrò nel Belgio e fin nell’Armorica (57), cioè nel paese a mare che fu poi detto Bretagna; e al confluente della Mosa col Reno scompigliò novamente i Germani; campagna splendidissima, narrataci mirabilmente da lui stesso. Accortosi però che non otterrebbe intera la soggezione finchè stimoli alla sommossa venissero dall’isola di Bretagna, santuario [178]della religione gallica, vi sbarcò con grande coraggio; ma poco pratico del paese non più toccato da’ Romani (55), e assalito vigorosamente, fu costretto ritirarsi. Per riparare a quello smacco, poco stante tornò, e servito ivi pure dalla scissura fra due capi, seppe indurre gl’isolani a pagare un tributo e rimanersi in pace; e rinavigò al continente. Con ducento navi, null’altro ne avea tratto che alquanti schiavi e perle; non vi lasciò guarnigione, non munì castelli; il tributo non fu pagato mai, nè egli l’aspettava; e Roma berteggiavalo d’aver vinto un paese, ove nè argento nè oro nè vestigio d’arte e sapere[118]. Chi avesse detto allora qual doveva diventare quell’isola a confronto della beffatrice!

Tolta la speranza d’ajuti dalla Germania e dalla Bretagna, parea sottomessa stabilmente la Gallia; ma questa fremeva della dominazione forestiera, della licenza soldatesca e del governo militare, decretato per altri cinque anni a Cesare col titolo di proconsole, e per cui egli era costretto (53) rincarire i tributi, spogliava i luoghi sacri, ai magistrati paesani surrogava persone ligie a Roma ed a sè. Gli scontenti elevarono a Carnuto il grido della riscossa, che la sera medesima di terra in terra si diffuse per censessanta miglia; a Genabo (Orléans) si fa macello de’ mercadanti italiani; e a capo degl’insorgenti si pone Vercingetorige, giovane di antica famiglia [179]arverna, caldo patrioto, inaccessibile alle seduzioni di Cesare. Rivoltatogli il paese, chiama alle armi fin i servi della campagna, intima il fuoco a chiunque mostri viltà, e preparasi ad assalire la provincia Narbonese e i quartieri invernali de’ Romani. E perchè Cesare, accorso colla mirabile sua rapidità malgrado della stagione, rassoda nella fede i Narbonesi balenanti, e varcando sui ghiacci, sorprende gli Arverni, Vercingetorige induce i Galli a bruciar tutte le case isolate e le città non difendibili, acciocchè non servano di allettamento ai nemici o di rifugio ai codardi: in un giorno più migliaja di borgate andarono in fiamme, e la popolazione si dirigeva alle frontiere, nuda e grama, eppur consolata dal pensiero di salvare la patria, la quale non perisce colle mura.

Bisogna leggere in Cesare medesimo i prodigiosi sforzi ch’egli dovette sostenere, ora contro tutti uniti sul campo, ora coi singoli che l’appostavano di dietro le fratte o allo sbocco delle vallee: ma benchè l’audace e risoluto Vercingetorige mai non s’allentasse, benchè i suoi giurato avessero non tornare alle case se non dopo attraversato due volte le file nemiche, Cesare colla disciplina, colla rara perizia militare, coll’alternare ferocia e dolcezza, e collo spargere zizzania fra i Galli stessi, potè sostenersi. Assalito Avarico (Bourges) (52) nodo della guerra, e presolo dopo ostinata resistenza, trentanovemila ducento persone inermi mandò per le spade: i capi che cadessero in mano dei vincenti, erano battuti a sferze, poi decollati: altre volte a tutti i prigionieri si troncavano le mani, imperante quel Cesare, che era vantato ad una voce per indole umana e per volonterosa generosità[119]; che soleva dire, troppo molesto compagno [180]di sua vecchiaja sarebbe l’avere una sola crudeltà a rimproverarsi; e che tanti macelli racconta senza un motto di compassione o di scusa, senza un cenno d’aver tentato impedirli.

Dopo prodigi di valore, egli riesce ad aver nelle mani Vercingetorige, e colla prontezza che previene il riparo, piomba sui divisi popoli Galli e li sconfigge (50). Molti abbandonarono la patria, cercando terre ove almeno non vedessero i Romani. In dieci anni l’eroica Gallia restò soggiogata: mille ottocento piazze prese, trecento popolazioni dome, tre milioni di vinti, di cui un milione morti e altrettanti prigionieri[120], formarono il vanto di Cesare. Industriandosi a sanar le piaghe del paese, percorse le città, mostrandosi umano, lasciando leggi adatte; non confische, non proscrizioni, non colonie militari peggiorarono il destino dei vinti; l’imposta di quaranta milioni di sesterzj fu palliata col titolo di stipendio militare; e la nuova provincia della Gallia comata ottenne prerogative sopra la togata. Il proconsole evitava quanto potesse di offender uomini irascibili per indole e pei dispetti soliti dopo recenti sconfitte: trovata sospesa in un tempio la sua spada, ch’eragli caduta in battaglia nella Sequania, sorrise, e — Lasciatela, è sacra»; la legione di Galli veterani, che sul caschetto portavano l’allodola simbolo di vigilanza, eguagliò alle romane in equipaggio, soldo e prerogative; arrolò ausiliarj delle varie armi in cui i Galli prevalevano; forze ch’egli sottraeva a’ suoi rivali ed alla patria per farsene ostaggi di sicurezza e stromenti a nuove imprese.

A chi avesse chiesto per mano di chi dovea Roma perire, sariasi risposto, dei Galli; essi che altra volta [181]l’aveano presa, poi distrutti gli Umbri, fiaccati gli Etruschi, occupata l’Italia settentrionale. Bisognava dunque abbatterli; e Cesare lo fece, con ciò ritardando di quattro secoli la grande invasione, e lasciando tempo alla civiltà di maturarsi col cristianesimo prima di diffondersi a tutto il mondo. Abbattè i Galli, ma li menò a vendicarsi di Roma, poi gli ammise tra i figli di questa. Imperocchè l’esercito, come succede nelle lunghe spedizioni, erasi affezionato a colui che lo guidava alla vittoria, e poteva dirsi non della repubblica, ma di Cesare, il quale ormai più spigliato procedeva nelle sue ambizioni.

Intanto a Roma Cesare grandeggiava per la sua assenza; il vago di quelle guerre lontane lasciava che l’immaginazione ne esagerasse i pericoli ed il frutto, rimanendo eclissato Pompeo da trionfi sovra gente da tutto l’orbe divisa, quella gente che era venuta altre volte sino appiè del Tarpeo; e se a Camillo e Mario tanta lode derivò dall’averli respinti, che dire di Cesare, il quale mosse a cercarli e li soggiogò?

Potenti avversarj ormavano, è vero, i passi di lui, raccogliendo e denunziando le ruberie, i tradimenti, le uccisioni, lo sterminio de’ prigionieri; e quando furono proposti ringraziamenti a Cesare, l’austero Catone proruppe: — Che ringraziamenti? espiazioni piuttosto, supplicare gli Dei non puniscano sui nostri eserciti le colpe del generale, e consegnar questo ai nemici affinchè Roma non paja comandare lo spergiuro». Altri, meno austeri e più positivi, palesavano il pericolo de’ prolungati comandi, e del lasciare entrambe le Gallie in mano d’un solo, il quale così potrebbe nella Transalpina agguerrire l’esercito, poi per la Cisalpina condurlo fin alle porte di Roma. Gli amici però del proconsole, fra’ quali s’era aggregato Cicerone[121], riflettevano: — Se nella [182]Gallia ha domato grandissime nazioni, egli non le ha ancora sistemate con leggi, con diritto certo, con ferma pace; questa guerra non può essere terminata se non dallo stesso che la cominciò; dobbiamo anzi saper grado a Cesare, che al soggiorno di Roma e alle delizie d’Italia preferisce terre sì aspre, sì rozze borgate, genti sì grossolane».

Tali voci e i suffragi per farsi prolungare il comando, dovea Cesare acquistarseli, lusingando il vulgo, mercando i demagoghi. Per venti milioni e mezzo comprò un’area, e vi eresse un fôro con portici di marmo, allettamento popolare; comprò per otto milioni e mezzo la neutralità del console Emilio; comprò per dodici milioni la connivenza d’un tribuno: tutte armi che affilava contro la repubblica.

E la repubblica nel decennio ch’egli avea combattuto nelle Gallie, sopraffannata dall’anarchia, pareva un cavallo bizzarro che ha bisogno di un domatore. Lo impoverire de’ molti rendeva onnipotenti i pochi ricchi; i comandi prolungati e le commissioni accumulate sopra una sola testa avvezzavano a identificare la causa nazionale con un uomo; talchè non parlavasi più della repubblica, sibbene di Cesare e Pompeo, sopra i quali ormai si concentra l’interesse. Ma in queste ultime lotte nulla appare di elevato; gelosiuccie, ambizioncelle, vacillamenti, un passare dall’anarchia all’oligarchia, e sempre il governo personale, appoggiato sulla violenza e sui bravacci; e come prima gli schiavi erano stati ruina dell’agricoltura, così adesso i gladiatori erano ruina della costituzione.

Crescendo più sempre le conquiste, ad ogni occhio veggente appariva come Roma fosse base troppo angusta a tanta mole. Il Governo era decrepito, ben più che non fosse degradato il popolo soggetto; e l’immensa corruttela rodeva i nobili, infraciditi nella ricchezza, e [183]chiedenti dalla civiltà greca incredulità e godimenti, e la plebe oziosa, tumultuante, vendereccia di Roma. — Si abbattano le barriere oligarchiche; s’introduca nella città tutto il mondo», esclamava Cesare: ma al patriotismo angusto parea che con ciò si disacrasse la terra degli avi. Campione di questo presentavasi Catone, umore intrattabile, differendo affatto per iscopo e per mezzi dal grosso del partito ch’egli onorava: ma oltrechè la legalità è migliore per attaccare che per difendersi, consiglio ed ajuti non poteva egli chiedere se non da un corpo corrotto, da vecchi indolenti e rugginosi, che avevano perduto il senso morale e ogni sentimento di dignità, o da giovani violenti, febbricitanti d’orgoglio non men che di libidine. Pretendendo piegare la rigidezza delle cose all’inflessibilità de’ principj, egli noceva alla patria col volerla ritrarre verso un passato che più non era possibile resuscitare, invece di timoneggiarla nel dirigersi all’inevitabile avvenire; inveiva contro il vincitore dei Galli, spargea sospetti sovra Pompeo, contrariava Cicerone, ricorreva a rimedj locali in una malattia di costituzione. Tentò por modo alla sfacciata venalità delle cariche col processare chi comprasse i suffragi, e indispettì la turba che vivacchiava di quel traffico: del resto i candidati non più alla moltitudine dirigevano le brighe, bensì ai triumviri ed ai consoli, contrattando con essi la cercata dignità. Muzio Scevola tribuno sventò anche tale mercato coll’interrompere l’assemblea ogniqualvolta scoprisse broglio nell’elezione dei consoli, ma che ne seguì? rimase sospesa questa magistratura.

Cicerone ravvisava questi sbagli di Catone: ma, all’opposto della costui fermezza, egli mancava della risolutezza ch’è necessaria ad uomini di Stato; e vuolsi altra che eloquenza a condurre un paese. Per sovvertire poi l’ordinamento antico si chiedeva una poderosa abnegazione [184]di se stesso; nè l’avvenire potea prevedersi da chi lo mirava traverso agli amori e agli odj proprj, alle proprie speranze, ai proprj timori.

Il consolato di Cicerone fu insigne se altro ne ricorda la romana storia: ma troppo presto egli dimenticò quel che di straordinario e fuggevole ha la fortuna. Gonfio del togato trionfo, non rifiniva dal preconizzarlo; e Catilina, e il minacciato incendio, e gli aguzzati pugnali erano o tema o episodio inevitabile d’ogni suo discorso. Sul proprio consolato scrisse commentarj in greco e un poema in tre canti; e sollecitava Lucio Lucejo a volere esporlo alla posterità in modo benevolo, ch’egli stesso gliene somministrerà i documenti[122]. Fin gli onori del trionfo ambì dopo la spedizione contro i Parti; e querela Catone perchè non ne abbia sostenuto la domanda, e Pompeo che abbia scritto lettere al senato senza un motto di congratulazione pel vinto Catilina[123].

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Però la gloria quanti disinganni non prepara a chi se n’appassiona! Cicerone medesimo con inarrivabile lepidezza racconta come, durante la sua questura a Lilibeo in Sicilia, teneasi persuaso che Roma di null’altro parlasse che de’ benemeriti suoi, egli liberale coi municipj, egli disinteressato cogli alleati, egli pacificatore delle liti, egli in gran carenza di viveri avea provveduto di grani la metropoli. Reduce coll’idea che la patria non pensasse che a ringraziamenti e ricompense, tra via [186]fermossi a’ bagni di Pozzuoli, dov’era concorso il bel mondo della città; ed ecco il primo che scontra gli chiede che s’abbia di nuovo a Roma. Cadde il fiato a Cicerone a tal dimanda, e rispose che veniva dalla provincia. — Ah ah, dall’Africa?» rispose il galante. — No, dalla Sicilia», replicò secco lo stomacato Cicerone; ed uno che ascoltava, volendo mostrarsi meglio informato, soggiunse: — Che? non sai che stette questore a Siracusa?» Pensate come dovesse indignarsene Cicerone; ma prese il partito di fingersi capitato alle acque come gli altri, e si convinse che il popolo romano, quanto acuto l’occhio, tanto avea dure le orecchie.

Ma non sempre chi operò insignemente riesce a ottenere l’oblìo de’ suoi contemporanei; rado gli è perdonato il ben che fece; e l’invidia si rassegna a tollerare le violenze, ma non che uno si compiaccia d’avere recato vantaggio. Tullio da troppi era preso in uggia, e ce ne rimane testimonio una stizzosa invettiva, attribuita a Sallustio, nella quale (lasciam da banda le ingiurie contro i costumi di lui, della moglie, della figliuola) gli si diceva: — Vantarti della congiura soffogata! dovresti vergognarti che, te console, la repubblica sia stata sovversa. Tu in casa con Terenzia tua risolvevi le cose, e chi condannare a morte, chi multare in denaro, secondo te ne entrava talento. Un cittadino ti fabbricava l’abitazione, uno la villa di Tuscolo, uno quella di Pompei, e costoro erano i belli e i buoni: chi nol volesse, quello era un ribaldo che ti tendeva insidie in senato, veniva ad assalirti in casa, minacciava fuoco alla città. E ch’io dica il vero, qual patrimonio avevi, e quale or hai? quanto straricchisti coll’azzeccare liti? con qual cosa ti procacciasti le ricche ville? col sangue e colle viscere dei cittadini; tu supplice cogli inimici, tu burbanzoso cogli amici, turpe in ogni tuo fatto. Ed osi dire, O fortunata Roma, me console nata? Sfortunatissima, che sostenne una pessima [187]persecuzione, allorchè tu ti recasti in mano i giudizj e le leggi. E pur non rifini di tediarci esclamando, Cedano l’armi alla toga, i lauri alla favella; tu che della repubblica pensi una cosa stando, un’altra sedendo; banderuola non fedele a vento alcuno»[124].

Tullio rimaneva più esposto agli attacchi perchè non apparteneva all’antica compatta aristocrazia, ma come uomo nuovo munivasi solo dei proprj meriti. Perciò il senato, per quanti servigi ne traesse, amava vederlo umiliato, onde mostrare quanto poco potesse chi non vantava gran natali e grandi ricchezze: l’egoista Pompeo lo facea bersaglio di sdegni, coi quali voleva ostentare potenza e offendere il senato, senza pericolo d’inimicarsi qualche gran casa: Cicerone stesso, attonito d’un coraggio che non era nell’indole sua, aveva bisogno d’appoggio per non parere barcollante, sicchè facea lo scontento eppure curvavasi, parteggiava ora per l’uno ora per l’altro, com’è troppo facile in tempi agitati, dove appajono più gli uomini che i partiti. Avverso in origine a Cesare e a Crasso, quando li vide d’accordo li blandi; fautore infervorato di Pompeo, sino a professare di creder giusto e vero tutto ciò che era utile o piacevole a questo[125], dappoi gli scoccava motti, accennava lo scopo ed i pericoli del triumvirato, istigava Catone ad opporvisi, e ostentava coraggio ogniqualvolta non fosse compromettente. Fece dispetto ai potenti quella libertà; e mentre avrebbero potuto facilmente cattivarselo, per esempio col dargli la carica d’augure che ambiva[126], stimarono meglio aizzargli incontro Publio Clodio.

[188]
Costui, dell’illustre casa Claudia, rottosi alla petulanza e al disordine, avea diffamato la sua gioventù con infando libertinaggio[127]. Per costume antichissimo, allo scorcio dell’anno consolare si radunavano le dame primarie colle Vestali, offrendo un sacrifizio alla Bona Dea, il cui nome ad esse sole era conosciuto; nè alcun uomo, foss’anco il padrone di casa, poteva entrare alle religiosissime cerimonie; gettavasi persino un velo sopra le immagini d’uomini o d’animali maschi. Celebrandosi questa solennità in casa di Giulio Cesare sommo pontefice (59), Clodio, che amoreggiava la costui terza moglie Pompea, e non avea modo di vederla, s’accontò con lei per entrarvi travestito da cantatrice. Ma una schiava lo scopre, i misteri sono interrotti, chiuse le porte, Clodio espulso ad improperj, e tutta la città a rumore. Clodio viene accusato come sacrilego; ma aveva e denari per corrompere, e lascivie per guadagnare[128], e cagnotti per atterrire. Narrossi che il console Calpurnio Pisone, invece delle due iniziali d’assoluzione e di condanna, facesse distribuire al popolo sole lettere assolutorie; invano Catone tentò sospendere il menzognero giudizio; Catulo diceva esser poste le sentinelle non a prevenire un tumulto, ma a tutelare il [189]denaro, dai giudici ricevuto; Cesare stesso, per non disamicarsi la moltitudine, dichiarò che nulla aveva da imputare a Clodio; pure ripudiò la donna, dicendo: — Nemmanco sospetti devono cadere sulla moglie di Cesare».

Così ogni avvenimento privato pigliava importanza di pubblico pel mescolarvisi delle fazioni e per la potenza personale. Clodio in una sommossa uccide un tribuno del partito di Pompeo; e temendo non ne resti peggiorata la sua causa, fa assassinare un tribuno del partito proprio, per incolpare gli avversarj: spediente non dimenticato ai nostri giorni. Nel territorio di Rusella, paese della maremma già spopolato, facea guerra alla strada Aurelia, tanto che non si potette tampoco con sicurezza spedir un corriere a Decio Bruto proconsole a Modena. Imbaldanzito poi dall’impunità, e stipendiato un branco di gladiatori, facea tremare quei poveri liberti che ormai soli rappresentavano nel fôro la maestà del popolo romano; e benchè nobile, si fece adottare da un popolano (58), per essere eletto tribuno della plebe. Allora, spalleggiato dai triumviri che sotto la sua maschera esorbitavano, si affezionò il vulgo con proporre distribuzioni che consumavano un quinto delle pubbliche entrate; i ricchi corrotti col tôrre ai censori il diritto di degradare i senatori e i cavalieri senza formale giudizio. La distribuzione delle provincie che ai consoli facevasi a sorte, Clodio la fece attribuire ai comizj tributi, nei quali si assegnarono estesissime regioni a ciascuno.

Tra per odio personale, tra per istigazione de’ triumviri, tra per ingrazianire la plebaglia, sempre smaniosa di buttar nel fango gl’idoli di jeri, Clodio aguzzava i ferri contro Cicerone. Il quale vedendo in aria il nembo, comprossi il tribuno Lucio Mummio perchè costantemente si opponesse al collega: ma Clodio giurò a Cicerone [190]che nulla imprenderebbe contro di lui, purchè ritraesse Mummio dalla sistematica opposizione. Pompeo e Cesare ne stettero mallevadori, e Cicerone lasciossi cogliere al laccio; ma Clodio, toltosi quel contraddittore, fa decretare dal popolo non esser mestieri d’augurj per le leggi proposte ai comizj dai tribuni, mirando con ciò a rimovere l’ostacolo della religione che potessero frammettere gli amici del nemico suo.

Allora porta una legge che dichiara reo chi avesse mandato al supplizio un cittadino senza la conferma del popolo. Tullio comprese che era macchina contro di sè, onde vestì a corrotto, lasciò crescersi la barba, supplicava gli amici a difenderlo; il senato stesso s’abbrunò, finchè i consoli ordinarono riprendesse la solita porpora; duemila cavalieri in lutto pregavano per Cicerone, e gli faceano scorta contro i bravacci di Clodio, che insultavano l’umiliato oratore, e dispensavano coltellate. Cicerone, scoraggito quanto dianzi era borioso, chiedeva dagli altri il consiglio che non trovava in se stesso. Lucullo gli suggeriva di durar saldo, e a capo de’ cavalieri e de’ ben intenzionati sperdere gli avversarj; Catone ed Ortensio l’esortavano non imitasse Catilina, e si conservasse incontaminato; Cesare proponeva sottrarlo al nembo, conducendolo seco come luogotenente nella Gallia; onorevole proferta, che egli non accettò, onde Cesare se gli fece apertamente nemico. Pompeo s’era ritirato ad Alba, nè gli diede ascolto; sicchè Cicerone indispettivasi di costui, che lodandolo in viso, dietro le spalle l’invidiava, e che al fondo non avea nulla di onesto nella politica, nulla d’insigne, di vigoroso, di franco[129].

[191]
Da Clodio accusato davanti alle tribù dell’uccisione di Lentulo, di Cetego e degli altri cavalieri romani, Cicerone cedette alla procella, e uscì di città nottetempo. Il terrore sparso da Clodio gli faceva più amari i passi della fuga: si vide chiusa Vibona, città della Lucania da cui era stato eletto protettore; si trovò respinto dalla Sicilia, campo di sua gloria durante la questura, poi sua protetta contro Verre[130]; ricevette intrepida ospitalità da Lenio Flacco a Brindisi, ma non vi si credette sicuro, e prese il mare. Approdato a Durazzo, non che la cortesia gli addolcisse il fiele dell’esiglio, fiaccamente sconsolavasi, sempre gli occhi, sempre il parlare vôlti alla patria[131]; onde quei Greci, dopo esaurite tutte le consolatorie che la scuola insegnava, e di cui Cicerone stesso faceva parata nelle filosofiche quistioni, mettevano in campo sogni ed augurj per assicurarlo d’un sollecito richiamo. Aspettando il quale, si conduce a Tessalonica: quivi piange, si dispera, desidera morire, vuole uccidersi; tutti modi di far parlare di sè quando teme che il mondo lo dimentichi.

[192]
Clodio, esultante come d’un trionfo, fece decretare bandito Cicerone a quattrocento miglia dalla città e confiscati i suoi averi, demolirne la casa e le ville, e consacrare dai pontefici l’area dov’erano sorte, perchè più non potessero venirgli restituite. Dov’erano allora gli amici, i beneficati di Tullio? dove i cavalieri ch’egli avea messi in istato? Tristo il paese dove non si osa chiarirsi pel perseguitato! sciagurata libertà dove l’ingiustizia fatta ad uno non si considera comune! Solo Catone si opponeva e protestava; onde Clodio per disfarsene (58) lo fece deputare a pigliar possesso del regno di Cipro, che i Romani pretendeano per un testamento di Tolomeo Alessandro II.

Ai triumviri più non rimase ostacolo; ma Clodio era una lama che tagliava anche le mani che la impugnavano. Fattosi da Lucio Flavio consegnare il figlio di re Tigrane affidatogli da Pompeo, il rimandò in Armenia, fomite di turbolenze: Pompeo se ne tenne insultato, e pensò vendicarsi dell’audace demagogo col revocare Cicerone. La proposta fu dal senato ricevuta siccome una rivincita sopra la parte popolana. Quando venne sporta alla plebe, Clodio comparve nel fôro circondato da’ suoi accoltellatori per atterrire gli amici di Cicerone, per frapporre, come dicea questi, un lago di sangue al suo ritorno: ma Tito Annio Milone, italiano di Lanuvio e genero di Silla, collega di Clodio e non meno manesco, fece altrettanto; e mentre le due masnade stavano guatandosi in cagnesco, il richiamo passò.

A volo Cicerone fu a Roma in un vero trionfo (57), di cui non farà meraviglia chi abbia visto la leggerezza delle moltitudini che festeggiano del pari un pontefice o un tavernajo. Per verità i quotidiani battibugli aveano stancato a segno, che non Roma solo, ma tutta Italia desiderava riposo, e avea chiesto il richiamo di Cicerone come una riscossa contro la violenza, e perchè egli [193]era simbolo della libertà regolare, dell’alzamento d’un uomo nuovo contro la fazione patrizia cui appartenevano Catilina, Clodio, Cesare, delle volontà comuni e moderate contro le personali e violente. Già quando si erano posti all’asta i suoi beni, nessuno avea voluto dirvi: allora poi tutte le città municipali, tutte le colonie sul suo passaggio gareggiavano a festeggiarlo; il senato gli uscì incontro fino a porta Capena, e il condusse in Campidoglio, donde a spalle venne portato a casa. Fu una delle più giuste sue compiacenze, e — Qual altro cittadino, da me in fuori, il senato raccomandò alle nazioni straniere? per la salvezza di quale, se non per la mia, il senato rese pubbliche grazie agli alleati del popolo romano? Di me solo i padri coscritti decretarono che i governatori delle provincie, i questori, i legati custodissero la salute e la vita. Nella mia causa soltanto, da che Roma è Roma, avvenne che per decreto del senato, con lettere consolari si convocassero dall’Italia tutti quelli che amassero salva la repubblica. Quel che il senato non mai decretò nel pericolo di tutta la repubblica, stimò dover decretare per la mia salute. Chi più fu richiesto dalla curia? più compianto dal fôro? più desiderato dai tribunali stessi? Ogni cosa fu deserto, orrido, muto al mio partire, pieno di lutto e di mestizia. Qual luogo è d’Italia, ove ne’ pubblici documenti non sia perpetuata la premura della mia salvezza, l’attestazione della dignità? A che serve rammemorare quel divino consulto del senato intorno a me? o quello fatto nel tempio di Giove ottimo massimo, quando il personaggio che, con triplice trionfo, aggiunse a quest’impero le tre parti del mondo, proferì una sentenza, per cui a me solo diede testimonianza di aver conservata la patria: e quella sentenza fu dall’affollatissimo senato approvata in modo, che un solo nemico dissentì, e ne’ pubblici registri fu la cosa tramandata a sempiterna [194]memoria? o quel che il domani fu decretato nella curia, per suggerimento del popolo romano e di quelli accorsi dai municipj, che nessuno frapponesse ostacoli, o causasse indugio in grazia degli auspicj; chi lo facesse, s’avrebbe qual perturbatore della pubblica quiete, e il senato lo punirebbe severamente? Colla quale gravità avendo il senato remorata la iniqua audacia di alcuni, aggiunse che, se ne’ cinque giorni in cui si poteva trattare del fatto mio, nulla fosse risolto, io tornassi in patria e in ogni dignità… Il mio ritorno poi chi ignora qual fosse? come venendo, i Brindisini mi abbiano, per così dire, sporta la destra di tutta l’Italia e della medesima patria? e per tutto il viaggio le città italiche apparivano in festa pel mio ritorno, le vie affollate di deputati spediti d’ogni onde, le vicinanze della città fiorenti d’incredibile moltitudine congratulante: il passaggio dalla porta Capena, l’ascesa al Campidoglio, il ritorno alla casa furono tali, che fra la somma allegrezza io mi accorava che una città così riconoscente fosse stata misera ed oppressa»[132].

Rimesso nel senato, e mal vôlto ai nobili che aveano favorito Clodio, si pone coi triumviri che almeno non eran gente da tumulti e da violenza, e che sopportati in pace, assicurerebbero il riposo: col ringiovanito suo credito sostenne Pompeo, di cui il recente benefizio redimeva l’anteriore abbandono; e forse esagerando la carestia, fecegli attribuire la commissione di tenere provveduta di grani la città per cinque anni, con pieno potere sui porti del Mediterraneo: commissione amplissima, che rinnovava il governo personale. In compenso il Magno gli fece dai pontefici restituire lo spazzo della casa, ed assegnare dal pubblico due milioni di sesterzj per riedificarla, cinquecentomila per la villa tusculana, ducencinquanta per quella di Formio.

[195]
Vanità smodata, oscillante volontà, debolezza di propendere sempre alla parte fortunata, indifferenza per la causa popolare, scarsa avvedutezza ne’ politici maneggi, inettitudine a innestare sull’antico ceppo patrio i nuovi talli, sono macchie sulla splendida memoria di quest’uomo, d’altra parte meritevole di tanta stima ed affetto. Intelligente del bene, amico del bello, cupido di sapere, instancabile all’operare, per sete di gloria e di popolarità ogni cosa riconduce a sè; egoista di buona fede, ambisce di comparire più che di comandare, vuole il consolato non pel rigore de’ fasci, ma per la pompa della sedia curule; il rispetto umano gl’infonde un coraggio fittizio, in cui qualche volta la codardia si unisce alla violenza, ma la vanità lo rende stromento degli ambiziosi, dai quali ha molto da sperare o da temere. Elevato non fermo, batte i nemici per gelosia anzichè per rancore; a momenti vigoroso, più spesso vacillante e disilluso, eppure ostentando coraggio, e dolendosi quando vede dubitarsene: sopra ogni cosa distende lo splendido velo dell’arte e dell’eloquenza. Ben comune doveva essere la crudeltà, se apparve persino in lui letterato e timido, il quale sollecitò l’uccisione de’ Catilinarj, consigliava a colpire Antonio insieme con Cesare, e ripeteva: — Se vorremo esser clementi, non mancheranno mai guerre civili». La posterità, malgrado i difetti di lui, potrà dimenticare come spesso egli ardì farsi eco della pubblica indignazione contro ribaldi, da’ cui coltelli non era chi l’assicurasse? E per noi è confortante il vedere quest’oscuro Arpinate sorgere per forza d’ingegno sino a meritar il nome di padre della patria, a primeggiare in senato, ad emulare inerme il trionfo de’ guerrieri, a subire la gloria d’un esiglio riguardato come pubblico lutto, ad acquistare potenza colla parola dove tant’altri se la procacciavano colle spade e coi coltelli.

[196]
Del resto egli era buon uomo, buon cortigiano, buon compagnone nelle brigate[133]; e per Roma facevano fortuna le sue arguzie, raccolte poi da Tirone, suo liberto e segretario. Ingenti ricchezze gli produssero le arringhe, non per onorarj che ne traesse, essendo inusate le sportule, ma pei legati che ciascun ricco testando lasciava a chi avesse di lui ben meritato. Di questi Cicerone toccò per venti milioni di sesterzj[134], onde crebbe di case e di poderi; e sebbene nelle provincie s’astenesse dai comuni ladronecci, ebbe agiatezza e lusso d’arti, potè splendidamente ospitare gli amici, e per mantenere suo figlio a studio in Atene spendeva l’anno ingente somma.

Catone, che disapprovava costantemente i gladiatori e gli atleti, come gente sempre alla mano di chi volesse atterrire la città, n’aveva però allevato una partita; e procurò venderli, ma senza far rumore. Milone mandò comprarli, poi divulgò il fatto: la città ne fece le risa grasse[135], e Milone con questi bravacci teneva in rispetto Clodio, ostinato a impedire si ricostruissero le ville di Tullio. Avendo Clodio (53) messo il fuoco alla casa del costui fratello, Milone gliene dà accusa. Clodio dunque briga l’edilità, ottenuta la quale, sarà inviolabile: ma Milone dichiara che gli auspizj sono sfavorevoli, e l’elezione viene prorogata. Al nuovo giorno, Clodio fa occupare il fôro da’ suoi satelliti, acciocchè l’elezione si compia prima che Milone pronunzii sopra gli auspizj: ma che? Milone già vi ha disposto i suoi nella notte. E così prolungasi d’oggi in domani, finchè gli Italioti non sieno stracchi di venir dal loro paese a tumultuare in Roma. E quando Pompeo arringa in favor di Milone, i bravi di Clodio lo fischiano, Clodio [197]gli avventa dalla tribuna ingiurie a gola, per tre ore si ricambiano urli, bassi insulti, osceni lazzi, infine si vien ai sassi e ai pugni; Clodio è messo in fuga; Cicerone fugge anch’esso per paura che «nel tumulto non avvenga qualcosa di male»[136].

E Cicerone diceva d’amare il regime, stanco di tanti salassi[137]: ma i due capibanda rinforzati nelle case, forbottandosi per le vie, sommoveano ogni dì la pubblica quiete; finchè Milone sentendosi forte nell’appoggio di Pompeo e di Cicerone, il quale avea fin detto pubblicamente che Clodio era vittima destinata allo stocco dell’altro[138], scontrato costui in cammino, venne seco alle prese, e lo freddò. Il vulgo, levatosi a rumore, saccheggiò la curia per alimentare il rogo di Clodio, ed assalì Milone: ma questi, ben munito e ricinto di bravi, respinse la forza colla forza. Citato in giudizio, gli domandano, secondo le forme, che consegni i suoi schiavi perchè sieno interrogati alla corda; ed egli risponde avergli affrancati, nè uom libero potersi mettere alla tortura. Così mancavano i testimonj al fatto, e Cicerone metteva in moto tutti gli ordigni di destro avvocato per difenderlo: ma Pompeo, pago d’aversi tratto dagli occhi quello stecco, non si curò di salvar l’uccisore; e Cicerone, presa paura dei bravi di Clodio, non recitò la bella sua arringa, e lasciò che Milone andasse esule a Marsiglia, consolandosi col mangiarvi pesci squisiti[139].

[198]
Qual era dunque la libertà di Roma, ove tutto potevano i triumviri e qualunque ribaldo venisse parteggiando? Crasso e Pompeo ambivano il consolato, ma disperavano ottenerlo in competenza con Domizio Enobarbo, il quale, col professare di voler abolire il proconsolato di Cesare, blandiva i rancori degli aristocratici (55). Epperò, mentre costui di buon mattino, con Catone ai fianchi, andava per la città accattando suffragi, gli uscì addosso una smannata di malviventi che ferì Catone, e uccise il servo che lo precedeva colla fiaccola: poi i tribuni impedirono i comizj, sicchè Roma restò senza consoli, il senato vestì a lutto, finchè vedendo non potere altrimenti quietare il subuglio, domandò a Crasso e Pompeo se volessero accettare il consolato, e così furono eletti.

Allora, per non essere da meno di Cesare, nè restare disarmati mentre egli assicuravasi un esercito coi trionfi, si fecero decretare Pompeo la Spagna, Crasso la Siria, l’Egitto e la Macedonia. Cesare v’assentiva, purchè a lui non turbassero il proconsolato: Catone, che andava ricantando i pericoli de’ prolungati comandi, fu dal tribuno Cajo Tribonio messo in arresto, e si stabilì che i governatori non fossero scambiati per cinque anni, potessero far leve a loro grado, esigere dagli alleati contribuzioni e truppe. Pompeo, più del comando ambendone le apparenze, rimase a Roma: Crasso s’avviò contro i Parti.

La vittoria sopra Mitradate e gli altri re dell’Asia fece Roma confinante con questo terribile popolo, che stanziando fra l’India orientale, la Media e l’Ircania, poteva interrompere le comunicazioni dei mercanti d’Occidente coi paesi che diedero sempre le più squisite e preziose derrate. I Parti erano guerrieri nati, sempre a cavallo, abilissimi a trar d’arco, non affidandosi nelle ordinanze, ma nel valore violento. Li dominavano [199]principi Arsacidi, che s’intitolavano re dei re, fratelli del sole e della luna, ma che restavano limitati dai dodici satrapi militari dell’impero, i quali poteano anche deporli, e probabilmente ne confermavano l’elezione prima che il surena o generale gl’incoronasse.

Parve che, dal primo conoscerli, Roma sentisse quanto sarebbero a lei pericolosi: ma sebbene il timore di essi facesse poco ambita la provincia d’Asia, pure Crasso la sollecitò a gran prezzo. Da un lato voleva superare Lucullo, Silla, Pompeo mediante spedizioni somiglianti a quelle d’Alessandro; dall’altro compiacevasi in pensare e parlare delle spoglie della Partia, intatta ancora da invasioni, e delle aurifere arene dell’Indo e del Gange. Quel popolo aveva allora pace ed alleanza coi Romani; laonde il tribuno Atejo Capitone si oppose alla guerra fin coll’impedire a Crasso l’uscita di Roma, e coll’imprecare contro di esso gli Dei vindici de’ patti: ma Crasso, protetto da Pompeo e stimolato da avara ambizione, tragittossi in Asia (54).

Traversando la Siria, rubò diecimila talenti al tempio di Gerusalemme, risparmiato da Pompeo; poi varcato l’Eufrate, entrò sulle terre de’ Parti, i quali non avendo ragione di temere un’invasione, furono côlti sprovvisti. Insuperbito della vittoria, lasciossi attribuire il titolo d’imperatore; al re Orode, che mandò chiedergli qual motivo traesse i Romani a guerra, replicò darebbe risposta in Seleucia lor metropoli; ma Vagiso, capo della legazione, mostrando la palma della sua mano, disse: — Prima che tu prenda Seleucia, vedrai crescere del pelo qui». Per riuscire, Crasso avrebbe dovuto difilarsi sopra le capitali, profittando della costernazione; invece tornò a svernare nella Siria, ed arricchirsi delle spoglie e delle contribuzioni.

Ma mentre i soldati suoi scioglievansi dalla disciplina, i Parti, riavuti dalla perfida sorpresa, facevano armi, [200]e il loro surena in un tratto (53) ricuperò le città occupate da Crasso. Il quale de’ cento sinistri augurj, che sgomentavano i suoi, si rideva; ma sprezzava anche i buoni pareri, e invece di far via per le montagne armene ove mal potrebbe squadronarsi la cavalleria parta, s’avanzò nella Mesopotamia. Quivi pianure deserte o pantanose, il territorio devastato, arsi campi e villaggi, non grano per l’esercito, non foraggi pei cavalli; i generali spingevano innanzi a sè le popolazioni, appena gettando alcuna guarnigione nelle piazze che, quando si fossero prese, bisognava distruggere. Raggiungevasi l’esercito nemico? insolita arte di battaglia occorreva contro una cavalleria che pugnava di lontano e fuggendo, talchè a nulla approdava la pesante fanteria romana; sconfiggevasi il nemico, nol si vinceva mai; si procedeva conquistando, e morivasi di fame. Alfine côlto dai Parti nella spianata di Carre, Crasso vide da essi bersagliate le indifese legioni: il figlio di lui non potendo sottrarsi, si uccise dopo combattuto valorosamente. Quando il teschio ne fu veduto confitto su lancia nemica, i Romani torcevano spaventati, ma Crasso: — Me solo tocca questo lutto. Roma non è vinta purchè intrepidi voi reggiate. Se vi prende compassione di un padre orbato, mostratemelo col vendicarlo su quei barbari».

In questo mezzo le freccie, colpendo incessanti e d’ogni banda, causavano una morte sì tormentosa, che molti preferivano accelerarla coll’avventarsi contro la cavalleria. Crasso, fuggendo con pochi, si trovò avviluppato ne’ pantani e forviato da false guide. Dal surena invitato a parlamento, sebbene sospettasse d’insidie, vi si trovò costretto dalle grida de’ suoi, e tra via diceva ai seguaci: — Tornati in sicurezza, per l’onore di Roma dite che Crasso perì deluso dai nemici, non abbandonato dai cittadini». Il surena gli fece ogni mostra [201]d’onoranza; ma ben tosto cominciò una baruffa, dove Crasso restò ucciso. La sua destra e la testa furono presentate a Orode, il tronco lasciato alle fiere: diecimila uomini, sopravissuti al doppio d’uccisi, caddero prigionieri, e dimentichi della patria servirono i nemici, e ne sposarono le figliuole[140].

Il surena entrò in Seleucia fra i teschi e le insegne romane, trascinandosi dietro uno vestito da Crasso, con littori e guardie, borse vuote alla cintola, e una banda di donnacce, cantanti lascivie ed oltraggi ai vinti; e presentò al patrio senato una copia delle impudiche Favole Milesie, trovata nel sacco d’un uffiziale romano; come a dire che nulla di meglio dovea sperarsi da gioventù, la quale piacevasi in libri siffatti. Orode fece colare dell’oro nella bocca di Crasso, per insultare l’avara sua sete; poi assalì la Siria, sperando coglierla sguernita. Il luogotenente Cassio fu pronto alla riscossa; ma la sconfitta di Crasso non lasciò più ai Romani proferire il nome dei Parti senza un profondo terrore.

CAPITOLO XXVI.
Seconda guerra civile.
Con Crasso periva l’unico che potesse mantenere l’equilibrio fra Cesare e Pompeo, i quali l’odio reciproco dissimulavano per tema che quello, accostandosi all’altro, di là piegasse la bilancia. La rottura (55) fu accelerata dalla morte di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, amata da ambedue, venerata pubblicamente. [202]Pompeo, benchè fosse rimasto in Roma, levò un esercito col pretesto di proteggere la tranquillità, in fatto per dominar le fazioni e non valere da meno degli altri triumviri. Domizio Enobarbo riuscito console (54), avrebbe voluto por freno all’esorbitante potenza, sorretto anche da Catone: ma s’accôrse di non valer nulla contro le armi, in tempo che ogni elezione diventava opportunità di traffici, ogni adunanza campo di violenze; i colpevoli sfuggivano alla censura perchè troppi, e ai giudizj perchè denarosi; e come Cicerone si lamenta, tolta la dignità della parola e la libertà del trattar le pubbliche cose, niun altro partito restava che o fiaccamente assentire coi più, o dissentire invano[141].

Il governo di Roma, come tutto ciò ch’è patriarcale, supponeva una certa bontà: l’equilibrio suo consistendo nell’esteso diritto di opporsi, bisognava non lo spingessero all’estremo nè il senato nel negare gli auspizj, nè il tribuno nel mettere il veto: e poichè riduceasi in fatto a due governi posti paralleli, quel della plebe e quello del senato, con magistrature e decisioni distinte, per farli camminare d’accordo richiedevasi ancora la bontà. Corrotti i costumi, tutto si sovverte; le fazioni bollono ogni giorno peggio; se il tribuno mette il veto è deriso, o si mandano bravacci a sgomentarlo e far sangue; la prepotenza imbaldanzisce, e le spesse uccisioni fanno sentire la necessità d’un freno dittatorio. Pompeo, che credevasi l’unico uomo da ciò, voleva che il popolo se ne capacitasse, e venisse a porglielo in mano; ma afferrarlo non osava, e intanto lasciava prolungarsi il disordine, e a forza di bassezze per ottenerla, [203]perdeva la popolarità. All’occasione dell’assassinio di Clodio fu proposto di conferirgli la dittatura (52), poi si stimò meglio farlo console da solo, e tale rimase sette mesi, per quanto protestassero Catone e la parte conservatrice: ma egli, non che s’ardisse all’estremo, indietreggiò, eleggendosi a collega Metello Scipione; col che, e collo sposarne la figlia Cornelia si riconciliò gli oligarchi. Allora solo mostrarono accorgersi che Cesare, per via de’ suoi emissarj e coll’appoggio dell’esercito, s’avviava alla dominazione, sicchè il senato implorò Pompeo siccome tutore della libertà: ma che libertà, dove il Governo era costretto a schermirsi sotto la protezione d’un cittadino?

Cesare, gran guerriero, grand’oratore, gran politico, uom di dottrina e di azione, abile matematico, come lo provano la riforma del calendario, il ponte sul Reno, gli assedj suoi; d’attenzione sì robusta che ad un tempo leggeva, scriveva, ascoltava, dettava fin a quattro segretarj; coll’aspetto dignitoso e coll’efficace parola domina le assemblee, reprime i tumulti, combatte e amoreggia; dall’estrema Bretagna all’Etiopia riporta segnalate vittorie, e insignemente le narra ne’ Commentarj, che sono insuperabile modello di Memorie. Mentre poi i suoi emuli ritorcevano l’occhio verso il passato, egli lo spingea verso l’avvenire; donde una franchezza d’operare, sconosciuta a quelli; e ne’ suoi ardimenti non si lasciava rattenere da nulla, nè tampoco dalla giustizia.

Pompeo, che aveva creduto far di Cesare uno strumento, non voleva nè confessare al senato d’essersi concertato con quello per isfasciare la repubblica, nè a se stesso d’essersene lasciato illudere; donde un’esitanza che lo perdè. Claudio Marcello console, ligio a Pompeo, propose al senato di richiamare Cesare (51), prima che ne spirasse la commissione; e non riuscitovi, lo oltraggiò in ogni modo, sino a far battere un senatore [204]di Como, all’unico scopo, diceva, che, tornando nelle Gallie, potesse mostrare le sue spalle al proconsole. Cesare sentivasi men che mai disposto a rassegnare il comando da che Pompeo erasi fatto prorogare per altri cinque anni il governo dell’Africa e della Spagna: anzi, fidato in un robusto partito e nell’esercito (50), chiese di esservi riconfermato; e perchè le creature di Pompeo gli fecero toccare il no, un centurione, che alla porta del senato aspettava, battè sulla spada, dicendo: — Glielo confermerà questa».

Per verità, chi potea credere che Cesare si restituisse come privato in Roma, dopo vissuto come re tanto tempo nelle Gallie? chè veramente da re era la potenza d’un capo d’esercito[142]. Anche stando colà, coltivavasi l’amor dei Romani col fabbricare in città un nuovo fôro, per la cui area soltanto spese sessanta milioni di sesterzj, e nel campo Marzio porticati di marmo e tettoje ove ricoverarsi al tempo de’ comizj. Nella Gallia, come eroe a conquistarla, così appariva prudente a darle sesto e governo; vi univa assemblee, divisava costituire nelle città il diritto municipale, e ne fe saggio a Como, dove piantando colonie, si assicurò le vigorose popolazioni che attorniano quel lago delizioso.

Così rinforzato, percorse le città prossime alla Cisalpina, col pretesto di ringraziarle del voto dato ad Antonio augure, suo raccomandato; e v’ebbe accoglienze come un trionfante fra apparati e vittime. Nel verno tornava di qua dall’Alpi? al suo quartiere accorreva quanto di meglio avea Roma; a Lucca sin centoventi fasci si videro che accompagnavano pretori e proconsoli, oltre ducento senatori: udivansi vittorie di lui? i sette colli risonavano di evviva, e i tempj di supplicazioni. Intanto, facendosi scrivere tutte le cose e piccole [205]e grandi[143], teneva d’occhio le ordite dell’emulo, e con prestezza e accorgimento gliele rompeva, prodigando con una mano l’oro, coll’altra tenendo la spada. Pompeo fidava nel console Emilio Paolo; ma Cesare sel comprò con mille cinquecento talenti: Pompeo fidava che Curione Scribonio tribuno proporrebbe di dimettere il proconsole; ma Cesare il guadagna col rilevarlo dagl’immensi debiti, sicchè invece suggerisce di prolungare ad entrambi il comando, o entrambi destituirli. Ebbe un bel tergiversare il senato, il popolo convertì in legge la proposta, la cui moderazione aggiungeva credito ai Cesariani: ma nè Pompeo nè Cesare aveano in animo di deporre un imperio con sì lunghe arti procacciato; solo ad entrambi rincresceva il mostrarsi autori della guerra civile che sentivano inevitabile, come i migliori cittadini inevitabile vedeano la caduta della repubblica.

Di che Cicerone scriveva: — L’uno non vuol padrone, l’altro non soffre eguale: Cesare pensa a conquistar il trono, Pompeo vuol farselo donare»; trovava pericoloso l’appoggiare tutta la pubblica cosa sopra uno che ogni anno faceva una malattia mortale; ma d’altro lato non osava chiarirsi contro Cesare, a cui era debitore di grossa somma[144], e domandava: — Il partito de’ buoni qual è? forse il senato, che lascia le provincie senza governo? forse i cavalieri, che mai non furono per la repubblica, ed ora caldeggiano Cesare? forse negozianti e agricoli, che non desiderano se non il quieto vivere? Noi combattiamo, ma in modo che, se vinti ne andrà la vita, se vincitori la libertà». Riconosceva dunque ch’era più onesto seguir Pompeo, ma che in ogni modo la repubblica era sagrificata. Catone, [206]immobile come il dio Termine, non poteva distinguer chiaro con quale dei due partiti cozzanti stesse la ragione; ma scevro d’ambizione personale, fedele alle idee vecchie, più non portò corone, vestì il lutto, e diceva: — Se vince Pompeo, io mi esiglio da Roma; se Cesare, mi uccido».

Faceasi intanto quella calma che precede la tempesta, della quale tutti sentivano imminente lo scoppio, niuno ne volea la responsabilità. Ma a ben diversa condizione si trovavano i due pretendenti. Pompeo davasi aria di tutore della repubblica, e come tale supponeva aver sotto la sua bandiera tutta la patria; onde, allorchè Cicerone, desideroso d’entrar mediatore, gli chiese quali forze opporrebbe a Cesare, rispose: — Ch’io batta un piede in terra, e ne sbucheranno legioni». Questa prosuntuosa fiducia facealo trascurare i preparativi, mentre Cesare, non calcolando che sui proprj mezzi, moltiplicava e invigoriva le forze, compravasi partigiani checchè costassero, porgevasi amico e custode del popolo contro le esuberanze de’ suoi nemici, soprattutto fidava nei provinciali e nei forestieri che lo guardavano come loro patrono, e in quella moltitudine agguerrita di Belgi, Galli, Spagnuoli, e di veterani che morrebbero allegri nella sola fiducia che il loro Cesare li loderebbe. Aveva poi in pugno la Gallia, provincia importantissima perchè i cittadini romani v’esercitavano i traffici loro principali[145]; oltrechè abbracciando con un sol nome il paese di là e di qua delle Alpi, conferiva a chi la governasse l’arbitrio di condurre l’esercito fino al territorio sacro d’Italia. Destreggiavasi però a declinare da sè ogni illegalità e fin il sospetto d’ambizione; ai [207]primi rumori aveva scritto al senato, — Eccomi prontissimo a lasciar l’esercito e le Gallie, purchè mi si diano l’Illiria e due legioni»: domanda che sapeva gli sarebbe disdetta. Il senato gli ordina di licenziare una legione per ispedirla in ajuto di Lentulo contro i Parti, ed egli obbedisce senza por tempo in mezzo: Pompeo gli chiede di restituirgliene un’altra affidatagli già tempo, ed egli lo fa, ma non prima d’essersene con lautissimi doni accaparrato gli uffiziali e i soldati.

Al contrario, Marcello, Lentulo, Scipione, altri fautori del senato e di Pompeo, il quale ormai faceva causa con quello, troncarono le peritanze facendo prefinire a Cesare un tempo entro cui deponesse ogni impero, o sarebbe dichiarato nemico della patria; e scacciarono ignominiosamente i tribuni Longino, Curione e Marc’Antonio che si opponevano. Questi, esclamando oltraggiata l’inviolabilità del loro uffizio, in abito di schiavi ricoverarono dalla Roma profanata al campo di Cesare, attribuendogli così la legalità, come già aveva e l’equità e la forza. Il senato (49) vedendo ormai calarsi quattro legioni verso il Po, decreta che Pompeo, i consoli, i pretori provvedano alla salvezza della repubblica; Cesare rassegna l’esercito a Lucio Domizio; e Marcello e Lentulo, presentando la spada a Pompeo, gli dicono: — Sta a te il difendere la repubblica e comandar le truppe»; al che Pompeo risponde: — Il farò, qualora non trovi migliore acconcio alle cose».

È dunque gettato il guanto: se Cesare lo raccoglie, la guerra civile è rotta. Tutti i giorni pertanto radunavansi i senatori, e andavano a trovar Pompeo, il quale, essendo divenuto generale, secondo le leggi dovea tenersi fuor di città, e che ebbe l’incarico di levare trentamila Romani e quanti ausiliarj credesse, con autorità illimitata come re. In Capua Cesare manteneva molte centinaja di gladiatori, esercitati maestrevolmente, [208]e disposti ad ogni cenno del padrone; e Pompeo li sciolse, affidandone una coppia per ciascuna famiglia. Poi compartì le provincie fra creati suoi: a Domizio la Gallia Transalpina, a Cecilio Metello suo suocero la Siria, la Sicilia a Catone, a Cotta la Sardegna, l’Africa ad Elio Tuberone; Calpurnio Bibulo e Cicerone vigilerebbero il littorale; altri suoi amici ottennero il Ponto, la Bitinia, Cipro, la Cilicia, la Macedonia, altri paesi, che non si trattava di difendere da nemici esterni, ma di conservare ad una fazione, ad un uomo.

Nè Cesare dormiva. Eccitati a indignazione i soldati col mostrare i tribuni espulsi da Roma, ed a valore col rammemorare le ben finite imprese, si mosse in armi. Come governatore delle Gallie, potè legittimamente varcare le Alpi, e trovarsi nel cuor dell’Italia senza gli ostacoli che fra i monti, al Ticino, alla Trebbia avevano remorato Annibale. Al Rubicone, confine del territorio romano, non gli si opponeva altro che un decreto, il quale intimava a nome del popolo romano: — Chiunque tu sia, console, generale, tribuno, soldato, coscritto, commilitone, di manipolo, di centuria, di legione, di turma, qui t’arresta, lascia la bandiera, deponi le armi, nè di là da questo fiume porta vessillo, esercito o munizioni; o sarai considerato nemico, come se contro la patria avessi mosso le armi, e tolto i penati dai sacri penetrali»[146]. Cesare stette alcun tempo [209]librando fra sè gli orrori d’una guerra civile; ma non soleva egli dire che convien essere giusto sempre, fuor quando si tratti d’un regno? Esclamando adunque, — Il dado è gettato», si lanciò sul ponte, passò, prese Rimini.

Allora sì fu in Roma la costernazione; allora apparve la vanità dei nomi pomposi, e la dura alternativa, come diceva Catone, di temere un sol uomo, o in un solo mettere tutte le speranze. I senatori tentennano ne’ consigli, i cittadini ricoverano alla campagna; i ciarlieri, ingombro d’ogni gran caso, perdonsi in futili recriminazioni, e in dire qual cosa sarebbesi dovuto fare, e in disapprovare qualunque cosa si faccia; gli speculatori di rivoluzione adocchiano da qual parte spiri maggior probabilità di guadagno. Pompeo, disperse le forze in tante provincie, non si trova in grado di resistere, e se Marco Favonio gli garrisca, — O Magno, batti la terra col piede, che ne sbuchino le promesse legioni», egli non può che abbassare gli occhi e domandar consiglio[147]. E consiglio migliore gli sembrò il più disperato; abbandonar Roma senza tampoco levarne il tesoro, e ritirarsi a Capua dichiarando ribelle qualunque senatore o magistrato non lo seguisse. Nella sua vanità potè credere lo seguissero quei che fuggivangli dietro, e lasciava che gli adulatori mettessero in canzone [210]Cesare, ed asserissero che il solo nome del Magno basterebbe a sbigottirlo.

Ma Cesare colla sua portentosa alacrità[148] s’avvicina; oggi il corriere porta ch’egli prese Arezzo, domani Pesaro, poi Fano, poi Osimo; in tutto il Piceno è accolto a braccia aperte: solo Corfinio è difesa da quel Domizio che il senato gli aveva sostituito nel comando della Transalpina; ma le trenta coorti di guarnigione non tardano ad aprire le porte al vincitore, che perdona ai senatori ivi côlti e a Domizio stesso dicendo, — Io non vengo a far del male, ma a rimettere ne’ diritti e nella libertà il popolo romano, soverchiato da un pugno di ricchi»; restituì persino sei milioni di sesterzj trovati nella cassa militare, e scriveva agli amici: — Diamo l’esempio d’un nuovo modo di vincere; e assicuriamo la fortuna nostra colla clemenza e l’umanità». Il trionfo e più il perdono sbigottiscono Pompeo, che si ritira a Brindisi nell’estremità meridionale dell’Italia; ma Cesare, ingrossato da cerne italiane, lo raggiunge, l’assedia: se non che, avanti sia chiuso anche il porto, Pompeo fugge verso l’Oriente, lasciando il campo all’emulo che, in sessanta giorni conquistata l’Italia senza sangue, cavalca sopra Roma.

Quivi simulando rispetto a quell’antiquata legalità che il suo brando spezzava, accampa ne’ sobborghi; il popolo esce in folla ad ammirare e festeggiare il sommo capitano; e i tribuni ricoverati al suo campo ne magnificano i meriti, e inducono i pochi senatori rimasti a venir ascoltare l’arringa, in cui egli giustifica il suo operato, rianima le speranze, cheta le paure, e consiglia [211]a mandar persone credute per indurre alla pace Pompeo e i consoli; tutto a fine di riversar la colpa sopra il nemico.

Sul tesoro accumulato contro i Galli fin dai tempi di Brenno, non tocco neppure nelle necessità di Pirro, d’Annibale o delle fazioni, Cesare pose le mani dicendo, — Io ho dispensata Roma dal suo giuramento, poichè più non v’è Galli». Dall’erario pubblico, lasciato sconsigliatamente dai fuggiaschi, levò trecentomila libbre d’oro[149], spoglie delle genti vinte, con cui potè rianimare la guerra contro la vincitrice. Spedì governatori suoi in tutte le provincie, Marco Antonio per l’Italia, Cajo Antonio nell’Illiria, Licinio Crasso nella Cisalpina; ad Emilio Lepido affidò Roma da governare, a Dolabella ed Ortensio la flotta; e non sentendosi pari ancora a tener testa a Pompeo nell’Asia fra sì poderosi amici e fra tanti re vassalli, disse: — Andiamo in Ispagna a combattere un esercito senza generale; vinceremo poi un generale senza esercito».

Nella Spagna, provincia prediletta da Pompeo, si erano raccozzati i fautori di quella che ancora chiamavasi libertà. Cesare, benchè sulle prime sconfitto, in quattro mesi l’ebbe tutta sottoposta; volato a Marsiglia Pompejana, l’ha a discrezione, e perdona le vite e la libertà, facendosi consegnare armi e navigli, e torna a Roma. Cicerone, come vide andare a fascio le cose di Pompeo, volentieri se ne sarebbe spiccato se non l’avesse trattenuto vergogna o punto d’onore, e ad Attico scriveva: — Tu dici lodato quel mio motto, amerei [212]piuttosto esser vinto con Pompeo, che vincitore con Cesare. Sì; l’amerei, ma col Pompeo che era allora o che mi parea: ora con questo che fugge prima di sapere cui fugga nè dove, che lasciò in mano di Cesare l’aver nostro, abbandonò la patria, l’Italia, se amai d’esser vinto, l’effetto ne seguì». Si ritirò alla campagna; ma come Cesare andò in persona a sollecitarlo di ritornare, persuaso che l’esempio molti altri senatori indurrebbe, egli rispose: — Tornerò, purchè mi sia lecito dir francamente la mia opinione»[150]. Appena però si sparse voce che Cesare era perduto nella Spagna, con molt’altri deliberò di raggiungere Pompeo, per quanto Cesare gli scrivesse che un uom d’onore in guerra civile non deve chiarirsi, e che parrebbe spinto non da sentimento di giustizia, ma da personale disgusto.

La vanità di lui dovette appagarsi della festa che vi ricevette; ma il suo senno conobbe quanto poco fondamento fosse a fare sopra que’ giovani pretensivi, arroganti, la cui prodezza consistette nel protestar col fuggire, e ricoverati nel campo pompejano, chiamar traditore chiunque era rimasto in patria, e perseguirlo di sarcasmi e di calunnie: quivi intanto sognar riscosse e vittorie, spartirsi in prevenzione le prede; l’uno avrà il pontificato massimo, vacante per la morte di Cesare; l’altro le ville e i giardini di questo o di Attico: chi appigiona una casa nel fôro per trovarsi più comodo a brigar i voti ne’ prossimi comizj; chi già s’accaparra i suffragi; e preparano le tavole di proscrizione, ognuno iscrivendovi come nemico della patria il proprio nemico. Chiunque sta indifferente, chiunque non abbastanza infervorato, dee soffrirne gl’insulti: i consigli moderati, l’aspettare l’opportunità, il calcolare i mezzi saranno considerati codardia e tradimento. Intanto si [213]servono di Pompeo; ma quando per suo mezzo avran vinto Cesare, lui pure sbalzeranno, onde ripristinare la pura aristocrazia e il sistema di Silla.

Cicerone prese stomaco di costoro che nol lasciavano parlare, non consigliare, non arringare; da uom disingannato mostrava quella diffidenza dell’esito che mal si perdona, e non facea risparmio d’epigrammi. A Pompeo che gli disse, — Tardi arrivasti» rispose: — Eppure non trovo ancora disposto nulla». Chiedendogli quegli ove fosse Dolabella suo genero, replicò, — È con vostro suocero». A Nonnio che l’esortava a far cuore, perchè aveano ancora sette aquile, — Eccellenti, se avessimo a combattere cornacchie». Udendo che un tale avea lasciato via il cavallo, — Provvide meglio alla salute della bestia che alla propria». Dando Pompeo la cittadinanza a un disertore gallo, — Che bizzarro! (esclamò) promette una patria ai Galli, e non sa assicurarla a noi». Pompeo, adontato di sarcasmi che più ferivano quanto più ingegnosi, gli intonò: — Vattene una volta a Cesare, ove comincerai a temermi». Catone stesso gli mostrò avrebbe meglio servito la causa loro tenendosi di mezzo; alcuni perfino il sospettavano d’intelligenze con Cesare; talchè esso, fedele alla teorica delle evoluzioni opportune che spiegò più volte con ingenuità, abbandonò il campo, disgustate ambe le parti, e supponendo a Pompeo feroci divisamenti e il proposito d’imitare Silla[151].

Il più de’ senatori aveano raggiunto il fuggiasco Pompeo a Durazzo, sicchè nessun ostacolo v’ebbe in Roma a dichiarar Cesare dittatore, mentre le bestemmie [214]contro Pompeo mostravano che nulla è sì popolare quanto l’odio contro coloro che furono idolo del popolo[152]. In undici giorni di potere supremo, Cesare si conciliò patrizj e plebei, ribandì gli esuli, eccetto il facinoroso Milone che scorrea l’Italia a capo d’una banda; ai proscritti di Silla permise di sollecitare magistrature; non abolì i debiti, ma ridusse a un quarto gl’interessi; concedette la cittadinanza a tutti i Galli transpadani; come pontefice massimo riempì i posti vacanti ne’ collegi sacerdotali (48); indi si fece rieleggere console, ed entrò in via per guerreggiare Pompeo nella Grecia.

Un anno intero avea questi avuto per prepararsi; dal Mediterraneo all’Eufrate gli venivano forze e approvvigionamenti, ed oltre le legioni italiche, i veterani, le nuove cerne, il fiore de’ giovani nobili, i mercenarj, i tributarj, in diversissime foggie e comandati in venti lingue diverse; cinquecento vascelli di fila ed infiniti leggieri pendevano da’ suoi cenni; egli stesso era carico d’allori; la sua intitolavasi la buona causa, e acquistava ogni giorno illustri partigiani; e poichè egli affettava ancora la legalità quando già non sussisteva che la violenza, con ducento padri coscritti formò un senato, più numeroso di quel di Roma, il quale si dichiarò rappresentante della patria, e proibì d’uccidere verun Romano se non in battaglia regolare.

Cesare, alla moderna, fondava tutta la sua strategia sulla rapidità; onde vedendo tardare le legioni, s’imbarcò a Brindisi con pochissimi, poi rimandò le navi [215]a pigliare i restanti, ed osò assediare tante forze in Durazzo, o le sprezzasse, o più si piacesse dove più ardua riusciva la prova, come tutti i grand’uomini, confidando nella propria fortuna, e sentendo d’avere per sè il popolo, e la forza di chi intende il suo tempo ed apre l’avvenire. Eragli nato in casa un cavallo coll’unghia fessa in forma di dita, che non si lasciava scozzonare nè montar mai se non da lui; e gli aruspici aveano predetto al suo domatore l’impero del mondo; sicchè egli il teneva con gran cura, e ne dedicò l’effigie davanti al tempio di Venere Genitrice[153]. Voglio dire che adoprava anche le superstizioni; ma più quella magìa di generale che crea i soldati, e gl’identifica con sè. Inesorabile col tradimento e coll’indisciplina, sul resto chiude un occhio: dopo la vittoria, denaro, pasti, piaceri, armi d’oro e d’argento; ma finchè dura l’azione, non risparmia fatiche: è giorno di riposo? scoppia un temporale? non importa, bisogna mettersi in marcia; ma Cesare marcia coi soldati. Li vede spauriti dai mostri, dai giganti onde si dice abitata la Germania? restino pur indietro i timidi; egli si avanzerà soletto colla sua fedele legione decima. Cadono di cuore all’udir in Africa che re Giuba viene con immense forze? egli esagera il pericolo, e — Sì; domani il re ci sarà a fronte con dieci legioni, trentamila cavalli, centomila soldati leggieri, trecento elefanti; io lo so, io ho veduto e provveduto: voi non cercate altro, ma rimettetevi in me; se no, cotesti novellieri li butterò s’una nave, e li spingerò in balìa del vento». Ode che una legione fu distrutta? veste il bruno, lasciasi crescer la barba.

Così s’acquista la piena devozione de’ suoi soldati, che contavano come gran vanto l’esser veduti da Cesare soccombere valorosamente. Nella Bretagna un d’essi [216]salva i centurioni avviluppati dal nemico; fatte prove incredibili, lanciasi a nuoto, e uscito a riva viene a chieder perdono a Cesare d’aver dovuto lasciare lo scudo. Nel conflitto navale presso Marsiglia, Acilio, saltato s’una nave nemica, ha tronca la destra, e pur non dà indietro, e battendo lo scudo in volto agli avversarj, s’impadronisce del legno. Cassio Seva a Durazzo, perduto un occhio, trapassata la spalla da un pilo, con centrenta freccie confitte nello scudo, chiama i nemici in atto di volersi rendere, poi come ne ha vicini due, li trucida e si salva. Innanzi la pugna di Farsaglia, Crastino interrogato da Cesare qual esito predicesse, rispose tendendogli la mano: — La vittoria; i nemici andranno in rotta, ed io, morto o vivo, otterrò le tue lodi». Un altro soldato all’intimata d’arrendersi rispose: — I soldati di Cesare sogliono conceder la vita agli altri, non dagli altri riceverla».

Un tal generale e con tali soldati poteva altro che vincere? Vedendo tardare i soccorsi che Marc’Antonio dovea menargli da Brindisi, Cesare si veste da schiavo, e s’un battello da pesca traversa il mare. La procella parve volerne punire la temerità, e i barcajuoli disperavano di tener il largo, quando egli scoprendosi disse al piloto: — Che temi? tu porti Cesare e la sua fortuna»[154].

Non potè però tenere l’assedio di Durazzo; toccata anzi una sconfitta, risolse terminare la guerra con un colpo, ed entrò nella Tessaglia. Pompeo voleva evitare una giornata risolutiva; ma come fare la sua voglia in mezzo a tanti cavalieri e senatori invaniti di nomi storici, disdicevoli alla presente bassezza, millantatori, i quali, siccome avviene de’ fuorusciti, credendo onorarlo [217]col seguirlo, pretendevano essere ascoltati (48), ragionare il comando, misurare l’obbedienza a un capo che da loro traeva forza: e l’uno lo derideva perchè aspettava l’opportunità; l’altro lo paragonava ad Agamennone che volesse trarre in lungo la guerra per mantenersi a capo di tanti eroi; un terzo si doleva che il ritardo gli torrebbe di mangiar i fichi della sua villa di Tusculo; e tutti non vedevano l’ora di spartirsi le prede, i prigionieri, le preture, i consolati, e diguazzare in patria. A simili soldati Cesare avrebbe o negato ascolto o dato il congedo: Pompeo, come i fiacchi di volontà, bisognava d’esser approvato, applaudito, e avria comportato più volentieri una sconfitta che un rimprovero. Lusingato da qualche sottile vantaggio, commise due enormi errori: con un esercito non minore, ma nuovo, presentò la battaglia in un piano tra Farsaglia e Tebe; e non preparossi un riparo per l’evenienza d’una rotta[155].

Cesare esultò che i suoi avessero omai a combattere non la fame ma uomini, e fece spianar la fossa e le trincee dicendo, — Sta notte (12 magg.) dormiremo nel campo di Pompeo». Erano concittadini, parenti, amici che si affrontavano con accanimento. Avendo Cesare ordinato [218]a’ suoi di dirigere i tiri al viso (48), gli eleganti giovani pompejani, per non rimanere sfigurati, volgeano il tergo; ben tosto lo scompiglio divenne universale; Pompeo nel vedere in rotta il fiore de’ suoi, ritirossi nella sua tenda, e qui pure sopragiunto dai Cesariani, esclamò: — Che! fin nei nostri alloggiamenti?» e deposte le divise del comando fuggì verso Larissa. Ducento soli uomini perdette Cesare, Pompeo quindici o venti mila; contemplando i quali il vincitore sospirò, e — L’han voluto; mi ridussero alla necessità di vincere per non perire»[156].

La posterità, non abbagliata dall’esito, poco valuta [219]il giudizio che di se stessi pronunziano gli eroi; ma ricordando Mario e Silla e gli antichi eroi micidiali de’ vinti, tien conto a Cesare della sua moderazione. Certamente dei due caratteri de’ Romani, la voluttà e la crudeltà, il secondo non ebbe Cesare, e a Cicerone diceva: — Nessuna cosa è tanto aliena dal mio carattere quanto ciò che risente di fierezza. Lo fo per natura, e ne sono largamente ricompensato dalla gioja del veder voi approvare la mia condotta. Nè mi pento di quel che ho fatto, benchè mi si dica che coloro, cui ho donato vita e libertà, andarono a ripigliar le armi contro di me. Come io non voglio smentirmi, mi piace non si smentiscano neppur essi»[157]. Già durante la battaglia gridava, — Risparmiate i cittadini romani»; entrato nel campo pompejano, compassionò lo sfoggio di tappeti, di letti, di profumi, di tavole, che si sarebbero detti preparativi d’una solennità; trovato il carteggio di Pompeo, lo bruciò senza leggere, amando meglio ignorare i traditori che vedersi obbligato a punirli; dei ventiquattromila prigionieri pose in libertà tutti i cittadini; accolse con festa Marco Bruto, che, seguìti gli stendardi di Pompeo, veniva implorare la clemenza del vincitore e ottenerla per ucciderlo poi.

Cesare era dei pochi capitani che sanno e vincere e profittare della vittoria; e ben capì che la guerra non era compita. Le flotte di Pompeo padroneggiavano i mari, assediavano le sue galee a Messina; Egitto, Africa, Numidia, il Ponto, la Cilicia, la Cappadocia, la Galazia poteano surrogare nuove forze alle sbaragliate: senonchè Pompeo, avvilito alla prima volta che la fortuna gli fallì, più non confidava che nella fuga. Da Larissa passa nella val di Tempe, poi incalzato senza posa da Cesare, consiglia gli schiavi di presentarsi a questo con [220]fiducia, s’imbarca sul Peneo con qualche liberto, e raggiugne una nave sulla vela. Raccolto alquanto denaro dagli amici sui confini della Macedonia e della Tracia, a Lesbo toglie seco la giovane moglie Cornelia e il figlio Sesto, che vi avea mandati in sicurezza, e risolve di chiedere asilo a Tolomeo Dionisio, giovane re d’Egitto, cui il senato avealo destinato tutore. Per quanto amici e moglie lo sconsigliassero, scese soletto nello scalmo speditogli dal regio pupillo: ma a questo i governanti aveano persuaso che, invece d’inimicarsi Cesare fortunato ed imminente, n’acquistasse la grazia coll’uccidere Pompeo; il quale in fatti alla vista de’ suoi fu assassinato.

Tal fine ebbe il Magno, viziato dalla troppo benigna fortuna, dalla mediocrità reso inetto a raggiungere quello cui la sua ambizione lo spingeva. Un liberto ne arse il busto, e sepellì oscuramente le ceneri sovra la spiaggia[158]: la sua testa imbalsamata fu offerta a Cesare, che vedendola pianse, e giunto ad Alessandria tre giorni appresso, fece innalzare un tempio a Nemesi in espiazione dell’assassinio, e rendere in libertà gli amici di esso incarcerati da Tolomeo. Poi senza lasciar trar fiato ai nemici (47), gl’insegue all’Ellesponto, e scontrata la flotta pompejana di settanta vascelli, le intima d’arrendersi; ai Gnidj condona il tributo per riguardo al favolista Teopompo loro compatrioto; agli Asiatici rimette un terzo de’ tributi; riceve in protezione Jonj, Etolj ed altri; perdona al gàlato re Dejotaro, a Marco Marcello, a Quinto Cicerone già suo ajutante nella Gallia, e a quanti gli chiesero la grazia; côlta una figlia di Pompeo, la mandò ai fratelli in Ispagna; e scriveva a Roma che il frutto più caro delle sue vittorie era il salvare ogni giorno qualche suo avversario.

[221]
CAPITOLO XXVII.
Dittatura di Cesare.
L’Egitto, che noi dalla storia sacra conosciamo sin da fanciulli come antichissima sede d’una insigne civiltà, con re potentissimi, con macchinosi edifizj, era anche da’ Greci e Romani venerato quasi culla dell’incivilimento, e primeggiò nel mondo politico finchè Alessandro Magno non abbattè i Faraoni, ai quali sottentrò la stirpe de’ Tolomei, recandovi un’altra floridezza che presto appassì. Alessandria, città della quale in sogno gli Dei indicarono l’opportunità ad Alessandro, si riempì dell’arti e dell’operosità greca, in contrasto coll’immobilità egiziana; necessario scalo fra il Mediterraneo e il mar Rosso, fra l’Europa, l’Arabia e l’India, vera capitale dell’Oriente pel commercio e per le delizie, fossero le regate e i freschi di migliaja di gondole illuminate sul popoloso braccio del Nilo, fossero le voluttuose solennità di Canòpo, fossero i ginnasj e le biblioteche ove si raccoglieva e si comunicava la scienza di tutta l’antichità, fossero i meravigliosi monumenti, le vie larghe trenta metri, orlate di colonne fin pel tratto di trenta stadj.

Ma ormai Roma pensava ridurre l’Egitto a provincia, ajutata in diritto da un testamento di Tolomeo Alessandro II che la chiamava erede, e in fatto dalla debolezza indottavi dall’avvicendarsi di pretendenti. (73) Tolomeo Aulete comprò il titolo di re e d’alleato dei Romani col pagare seimila talenti a Cesare e Pompeo; ma per raccorli dovendo smungere i sudditi, ne fu espulso. Ramingò allora a Cipro (58), ove Catone lo accolse colla sua severità, biasimandolo d’essersi avversati i sudditi, ma più ancora del confidare che Roma lo ajutasse a recuperare il regno: — Non sai che tutte le ricchezze [222]dell’Egitto non basterebbero all’ingordigia dei grandi? a Roma non avrai che vilipendio e strapazzi». L’Aulete col denaro trovò accoglienza, speranze e null’altro; pure promettendo diecimila talenti a Gabinio governatore della Siria[159], (55) ottenne che costui, senza decreto del senato, menasse armi romane a riporlo in trono. Vilmente e crudelmente vi si resse fino al 52; e per assicurare la successione a’ suoi figli Tolomeo Dionisio di tredici anni e Cleopatra di diciassette, promessi sposi benchè fratelli secondo l’uso egizio, li mise in tutela del popolo romano.

Cleopatra, venuta in dissensione col fidanzato, rifuggì nella Siria, levando truppe, nel tempo appunto che Cesare, vincitore a Farsaglia (48), sbarcava ad Alessandria. Questo, non che saper grado a Tolomeo Dionisio del vile assassinio del suo tutore Pompeo, pretese il residuo della somma promessa dall’Aulete per avere il titolo di re, e che fosse rimessa al suo arbitrio la querela dei fratelli. Cleopatra, nottetempo penetrata nella camera di Cesare, lo dispose tutto in suo favore.

A Tolomeo parve leso il diritto sovrano, e gridandosi tradito, ammutinò il popolo. Cesare, con pochissima truppa in mezzo d’una città abituata alle sommosse, sostenne un assedio, piuttosto che cedere Cleopatra: perchè la flotta non cadesse in mano degli Alessandrini, v’appiccò il fuoco, il quale s’apprese all’arsenale, di là alla biblioteca, riducendo in cenere cinquecentomila volumi raccoltivi dai Tolomei. Giuntigli poi soccorsi, domò i tumultuanti, ed essendosi Tolomeo annegato nel Nilo, Cleopatra fu salutata regina d’Egitto.

[223]
Il vincitore logorò alcun tempo (47) in trionfali sollazzi e nell’amore di Cleopatra, postasi in tutela, cioè in dipendenza di lui; con essa s’imbarcò sul misterioso fiume, col seguito di quattrocento vele visitando il curioso paese; poi balzando dalla voluttà all’impeto guerriero, avventasi incontro a Farnace, figlio del re Mitradate, che della guerra civile aveva profittato per ricuperare ed estendere i dominj, lo sconfigge presso Zela, e scrive al senato: — Venni, vidi, vinsi».

A Roma intanto, udita la morte di Pompeo, il senato gridò Cesare console per cinque anni, dittatore per un anno, primo tribuno in vita, con autorità di far pace o guerra; potenza maggiore di quella usurpata da Silla, eppure acquistata e mantenuta senza micidj. Nè, come Silla e Mario, Cesare condiscese alle trascendenze dell’esercito, sebbene elevato per opera di questo; anzi vedendo che i soldati rizzavano le pretensioni, credendosi ancora necessarj contro i Pompejani, li raduna, e — Abbastanza fatiche e ferite aveste, o cittadini: vi sciolgo dal giuramento, e vi sarà data la paga dovutavi»; e per quanto essi lo supplicassero di tenerli ancora, e di non chiamarli cittadini, ma soldati, distribuì a loro terre, disgiunte le une dalle altre, pagò gli stipendj e li congedò; eppure tutti si ostinarono a volerlo seguire quando egli mosse ver l’Africa.

Gran merito de’ vincitori di guerra civile il resistere ai proprj fautori! ma Cesare, non che un rivoluzionario qual ce lo dipinsero gli aristocratici, si mostrò ordinatore per eccellenza. Già nel suo primo consolato aveva atteso a rialzar quella classe media, che è la più repugnante dai sovvertimenti; metter regola alla feccia che correva a Roma per vendervi il suffragio e per offrirsi ad ogni accattabrighe; ripristinare la popolazione campagnuola e i primitivi plebei distribuendo terreni da coltivare ai poveri; gli altri sollevare dalle eccedenti [224]gravezze col rivedere i contratti degli appaltatori, sicchè una esazione regolare e moderata impinguasse l’erario: rimedj opportuni, comunque non applicati saviamente.

Il gonfio poeta Lucano, che sotto la pessima tirannide degli imperatori osò far soggetto d’un poema la guerra civile, ci dirà ch’egli prendea per pace l’aver fatto un deserto; che si compiaceva del versare sangue per mero gusto del sangue; ma in fatto non un supplizio prese; castigò severamente le depredazioni dei soldati suoi, i quali guastavano i paesi meno che non i pretori e proconsoli. Alla plebe largheggiò distribuzioni e spettacoli; gli amici fece chi auguri, chi pontefici, chi custodi dei Libri Sibillini, chi senatori; gli avversi chiedeva stessero neutrali finchè le sorti pendevano. L’amministrazione affidò a tre valenti, Oppio, Irzio, Balbo; e tantosto la ciurma venne tranquillata, l’industria risorse, i capitali ricomparvero, abbondarono le provvigioni; e fu prodigio questo rinascere della prosperità sotto un capo rivoluzionario, e appena sopita la guerra civile.

Bensì di rivoluzionarj dovette servirsi. Publio Vatinio, oscenissimo uomo, tra le parti di Mario e di Silla aveva aspirato a farsi strada coll’audacia e sprezzando uomini e Dei; colla dissoluta giovinezza si procacciò nome fra i coetanei; fu sin volta che rubò alla strada; valoroso in battaglia, più destro in maneggi, perciò caro ai turbolenti. Per costoro appoggio eletto questore l’anno del consolato di Cicerone, fu mandato a Pozzuoli affinchè impedisse l’uscita dell’oro e dell’argento; ed egli ne carpì quanto potè, vendette a gran prezzo il diritto di asportarne, e sopruso tanto, che recatane querela a Roma, sarebbe stato punito se la congiura di Catilina non avesse rivolto le menti ad altro che a reclami dei popoli. Anzi mandato in Ispagna, potè rubare a man più salva: poi fatto tribuno della plebe, servì a Cesare; [225]fu lui che arrestò il console Bibulo, in onta dell’opposizione dei nove colleghi. Accusato di malversazione, chiede l’appoggio di Clodio, e coi loro bravi scacciano il pretore e i giudici. Domanda la pretura, e il popolo e Pompeo lo preferiscono a Catone: un Vatinio a Catone! Accusato di nuovo, è protetto da Pompeo e difeso da Cicerone. Poi si butta tutto a servizio di Cesare, dal quale fu fatto console, ma per pochi giorni (47); indi mandato a tener in freno l’Illirio, nel che meritò gli onori del trionfo.

Con costui ribaldeggiavano Cornelio Dolabella e Marc’Antonio maestro della cavalleria, cioè luogotenente del dittatore; e non potendo ottenere tavole di proscrizione, Dolabella, oppresso dai creditori, proponeva almeno si abolissero i debiti, e i locatarj fossero esentati dal pagare gli affitti; e a capo d’uno stuolo di debitori levò tumulto: ma Antonio, che da prima l’avea favorito, spedì contro costoro i legionarj che li vinsero, uccidendone ottocento. Cesare sopragiunto indusse il popolo a ripudiare la proposizione di Dolabella, solo con ciò garantendo il capitale, levando via il guadagno usuriero[160]; nè confiscò se non i beni della famiglia di Pompeo, considerandola come unica colpevole di tanti guaj, e che ancor se ne valeva per fomentare la guerra civile. Quando furono offerti all’asta, nessuno vi disse per rispetto all’illustre estinto; ma Antonio se li buscò a vil prezzo, e si sbrigliò a tante insolenze da stomacarne la longanimità di Cesare.

Fra ciò i Pompejani, furiosamente selvaggi, coglievano ogni occasione di vendette e dilapidazioni, cospiravano per saccheggiare i porti del Mediterraneo, impedire gli arrivi del grano onde l’Italia affamasse; [226]allora la devasterebbero con bande dell’Armenia e della Colchide, e mutata la sede dell’impero, tornerebbero gl’Italiani in servitù, e i territorj spartirebbero fra gli oligarchi. Vedete dunque se l’ordine e la libertà sieno soccombuti a Farsaglia, o v’abbiano trionfato.

E Cicerone? dal campo di Pompeo era rifuggito a Corfù, dove Catone, come ad uom consolare, voleva rimettergli il comando delle coorti salvate da Farsaglia; e perchè questi se ne scusava, il figlio di Pompeo gli diè del vile e avventossegli alla vita: ma Catone lo sottrasse, e il rimandò salvo. Catone rispettava in Tullio la dignità; non so quanto potesse stimarne il carattere: egli inflessibile nella virtù o in quella che tale giudicava; Tullio anelante dietro alla rinomanza; egli fiso alla patria, dimenticava se stesso a segno che neppur mai ascese al consolato; Tullio vedeva sè nel primo luogo, e desiderava meno di salvar la repubblica che di potersene vantare: quegli prevedeva i frangenti, e venuti non se ne sgomentava; questi ne sbigottiva per eccesso d’immaginazione: quegli calcolatore delle circostanze, questi illuso da cento minute preoccupazioni: quegli insomma uom di principj, questi di equilibrio; e l’uno e l’altro inetti a ristabilir le cose, il primo per cieco amore del passato, il secondo perchè corto di veduta, irresoluto di volontà, bisognoso di tener dietro ad altri anzi che di guidare.

Conforme dunque all’indole loro, Catone raccolse le reliquie di Farsaglia e persistette nella resistenza: Cicerone, benchè consigliasse a «deporre le armi, non gettarle», le gettò, e ritirossi in Italia, paventando ogni male dal nuovo Falaride[161]; ma appena udì che Cesare tornava, gli uscì incontro fin a Taranto. Il dittatore [227]al primo vederlo scavalcò ed abbracciollo, accompagnandosegli per lungo tratto, senza far motto dell’accaduto. Cicerone da quel momento si tenne nelle vicinanze di Roma, alieno dagli affari, scrivendo di filosofia, venendo alla città soltanto per corteggiare il dittatore; e mostrando a’ suoi amici la mansuetudine di Cesare, gli esortava a non fare se non quello che a lui gradisse[162], e sperava in lui un nuovo Pisistrato, volente il bene della patria per autorità assoluta, non per graduali progressi del popolo. Poi il suo facile cangiar di parte egli pretendeva rattoppare con belle parole: — S’io vedo una nave col vento in poppa andare non al porto ch’io un tempo approvai, ma ad altro non men sicuro e tranquillo, vorrò arrischiarmi contro la tempesta, anzichè secondandola procacciarmi salute? Nè io credo incostanza il dar volta ad un’opinione, come ad una nave o ad un cammino, secondo le circostanze pubbliche. Ho udito e visto e letto in sapientissimi e chiarissimi personaggi di questa e d’altre città, che non si deve sempre durare nelle medesime sentenze, ma difendere quello che richiedono lo stato della repubblica, l’inclinazione dei tempi, la ragione della concordia. Così io faccio, e farò sempre; e crederò che la libertà, cui io nè ho lasciata nè lascerò mai, consista non nell’ostinatezza, ma in una certa moderazione».

Catone, colle coorti radunate a Corfù e con molti illustri, si tragittò in Africa per raggiungere Pompeo; [228]e uditane la fine, giurarono morire per la libertà; Catone ne accettò il comando, promettendo di non salir più cavallo o carro, di mangiare seduto anzichè a sdrajo come usavasi, e di non coricarsi che per dormire. Avuta volontariamente la città di Cirene, traverso al deserto andò nella Mauritania per unirsi all’esercito rifuggitovi con Metello Scipione suocero di Pompeo, e fece a questo attribuire la suprema capitananza, perchè un oracolo asseriva perpetua vittoria agli Scipioni in Africa. Giuba figlio di Jemsale, re della Numidia e della Mauritania, s’era messo con quella bandiera; e se, mentre Cesare perdevasi in quel suo amorazzo alessandrino, i Pompejani avessero operato con concordia e abnegazione, virtù troppo rare nei partiti, potevano rimettere in forse ciò che a Farsaglia parea deciso.

Cesare si riscosse a tempo (46), e ripigliata l’abituale rapidità, sovragiunse con pochi, ma risoluti guerrieri, fra cui alcuni Galli, trenta dei quali rincacciarono ducento Mauritani fin alle porte di Adrumeto. Ivi però il dittatore si trovò ridotto a pessime strettezze per la possa dei nemici e la scarsità dei viveri: se non che il generale avverso, mal ascoltando a Catone che consigliava di evitare gli scontri, accettò la battaglia presso Tapso, ove lasciò cinquantamila uccisi e la vittoria. Le città a gara schiusero le porte; i capi dell’opposta fazione o s’uccisero o furono uccisi; Petrejo e re Giuba vennero a duello, in cui il primo cadde, l’altro si fece ammazzare da uno schiavo; solo Labieno trovò modo di fuggire nella Spagna, ove Catone aveva spedito Gneo e Sesto figli di Pompeo.

Catone, che colla robusta sua calma aveva raccolto a Utica un senato di trecento Romani, gli esortò a stare concordi, unico mezzo di farsi temere resistendo, o d’ottenere buoni accordi cedendo; e non dover disperarsi delle cose mentre la Spagna reggeasi in piedi, [229]Roma inavvezza al giogo, Utica munita e provvista. Deliberato di difendersi, i mercadanti italiani ivi accasati proponevano di dare la libertà e le armi agli schiavi, ma Catone si oppose a questa violazione della proprietà; quasi la legge stessa non ponesse per supremo oggetto la pubblica salute! Però i timidi prevalsero, e giudicando insania il resistere a colui, cui l’universo avea ceduto, mandarono a Cesare la loro sommessione. Catone non disapprovò quel consiglio, ma nulla volle chiedere per sè, dicendo: — Il conceder la vita suppone il diritto di toglierla, il quale è un atto di tirannia; e da un tiranno io nulla voglio».

Irremovibile nelle sue dottrine, vagheggiava una repubblica non solo diversa da quella d’allora, ma quale non la riscontrava nemmanco nel passato; pure, in difetto di meglio, venerava le istituzioni della patria, sperandole capaci di ringiovanirsi. Perciò stette col partito senatorio contro quelli che la repubblica sovvertivano; al di là del quale sovvertimento egli non potea preveder nulla, egli strettamente romano, e quindi incapace di presentire l’azione di genti nuove e d’una nuova fede. Perduta la lite a Farsaglia, che più rimanevagli? Trascinar in lungo una guerra che sempre avea deplorata, e di cui sentiva ineluttabile la perdita? transigere sull’indomito patriotismo, e accettando la clemenza di Cesare, mettersi con quelli che nel sacrario della patria accomunavano Orientali e Galli; che promettevano al popolo giustizia, quiete e pane invece di libertà? Altra uscita gli additavano i filosofi stoici, alle cui dottrine s’era temprato, e che ripeteano, — Quando la vita è di peso, muori». Vero è che alcuni insegnavano non doversi disertare il posto ove Dio ci collocò, senza ordine di lui: ma ordine pareva una disgrazia, specialmente pubblica, o l’impossibilità di trovare una sfuggita decorosa.

[230]
Di queste massime disputava Catone con filosofi, dei quali un branco avea sempre seco; e dopo il bagno e una lieta cena, passò con loro la sera dibattendo teoremi stoici, e principalmente questo, — Non esser liberi che i virtuosi; i malvagi essere tutti schiavi»; poi ritiratosi lesse il dialogo di Platone sull’immortalità dell’anima, chiese la spada, e poichè un servo, accortosi del suo disegno, tardava a recargliela, lo schiaffeggiò di modo che si ferì la mano. Rimandò i figliuoli e gli amici che s’ingegnavano a dissuaderlo, e ai filosofi disse: — Muterò risoluzione, quando voi mi dimostriate che non sarebbe indegno di me il chieder la vita al mio avversario». Que’ gran filosofi nol seppero, onde gli fu mandata la spada: esaminandola esclamò, — Ora mi sento padrone di me»; dormì tranquillo, e al cantar dei galli si trafisse. Era dispetto d’orgoglio mortificato; era disperazione dell’avvenire; e la virtù del gran savio riusciva ad un intempestivo abbandono del posto, nel quale sarebbe stato coraggio d’uomo e dovere di cittadino il sostenersi.

Gli Uticesi e quanti il conobbero lo piansero come il solo Romano ancora libero; Cesare esclamò, — M’ha invidiato la gloria di conservargli la vita»; pure allorchè Cicerone ne scrisse un panegirico, gli oppose l’Anti-Catone, mettendone in chiaro i difetti e le intempestive virtù. In realtà Cesare aveva le doti moderne, Catone le antiquate; quegli aspirava al voto de’ contemporanei e de’ posteri, l’altro proponeasi una virtù ideale, e può dirsi perisse con lui la stirpe degli antichi repubblicani: onde la causa soccombente pretese tutto per sè l’onore di questo martire, oppose il voto di lui a quello del destino[163], e lo divinizzò qual simbolo dell’odio contro Cesare. Il quale, ridotte a provincia la Numidia e la Mauritania (46 — giugno), vi lasciò proconsole Crispo [231]Sallustio storico, cui così apriva la strada di rientrar nel senato, donde era stato escluso.

Non erano però ancora spenti i nemici di Cesare. Cecilio Basso, cavaliere romano, ritirato a Tiro sotto velo di traffici, rannodò i Pompejani, e ben presto si trovò in grado di venir a battaglia con Sesto Cesare governatore della Siria, indusse l’esercito di questo ad assassinarlo e seguir lui, e chiamando in ajuto Arabi e Parti, si sostenne fino alla morte del dittatore. In Ispagna i due figli di Pompeo, battendo la campagna, aveano confinato i Cesariani entro le fortezze; finchè il dittatore, venutovi in persona, gli affrontò nel piano di Munda presso Còrdova (45 — marzo). I così detti repubblicani con disperata risoluzione avventandosi, sulle prime ebbero tale vantaggio, che Cesare fu sul punto d’uccidersi; ma ripreso coraggio, gridando a’ soldati suoi, — Non vi vergognate d’abbandonare il vostro capitano a codesti ragazzi?» precipitossi fra i combattenti, e rintegrata la pugna, e combattuto dal levare al tramonto del sole, riuscì vincitore, uccidendo trentamila nemici e tremila cavalieri. Gneo Pompeo fu morto, e la sua flotta distrutta; Sesto, suo fratello minore, andò a nascondersi fra i Celtiberi: e Cesare ebbe finita in sette mesi una guerra difficilissima.

Venne accolto a Roma con onori che rendeva abjetti il mancare d’ogni misura; quaranta giorni di ringraziamento agli Dei; egli acclamato dittatore perpetuo, unico censore, tribuno; cresciuti a settantadue i ventiquattro littori di sua guardia, dichiarata sacra la sua persona; nelle assemblee dica pel primo il suo parere; agli spettacoli gli si prepari una sedia curule, che deva rimanere anche dopo la sua morte; non si comincino le corse del circo finchè egli non dia il segnale; quattro cavalli bianchi conducano il suo cocchio, come quello di Camillo vincitore dei Galli; si chiami giulio il mese [232]in cui nacque; accanto a Giove sorga la statua di lui, poggiante sul globo della terra, coll’epigrafe A Cesare semidio.

I grandi onori spesso rivelano grandi paure; a mitigar le quali, Cesare proclamò non rinnoverebbe le stragi di Mario e Silla: — Così avessi potuto non una stilla versare di sangue cittadino! Ora, domi i nemici, deporrò la spada, intento a guadagnare colle buone coloro che persistono a odiarmi. Serberò gli eserciti non tanto per difesa mia, quanto per la repubblica; a mantenerli basteranno le ricchezze che d’Africa portai; anzi con queste potrò dare ogn’anno al popolo ducentomila misure di frumento e tre milioni di misure d’olio».

I padri e il popolo rassicurati gli decretarono quattro trionfi nel mese stesso, de’ Galli, dell’Egitto, di Farnace, di Giuba. Nel primo si ostentarono i nomi di trecento popoli e ottocento città, ed essendosi spezzato l’asse del suo carro trionfale, fece venire quaranta elefanti, carichi di lanterne di cristallo che illuminarono la ritardata processione. Al tempio del Campidoglio salì a ginocchi, e vedendo la statua erettagli accanto a Giove, volle abraso il titolo di semidio. Non meno pomposi furono i tre seguenti trionfi; ma nell’ultimo spiacque il veder figurare le statue di Scipione, Catone e Petrejo. Sessantacinquemila talenti (360 milioni) si valutarono i vasi d’oro e d’argento allora portati, oltre duemila ottocentoventidue corone donate dalle varie città, pesanti ventimila libbre, cioè del valore di due milioni e mezzo; col cui ritratto pagò e donò lautamente. Come ogni vincitore di rivoluzione, dovea riconoscere due sovrani, il popolo e i soldati. Questi tenne nei limiti, e li distribuì fra le popolazioni, ma soltanto su terre abbandonate, affine di mescolarli coi borghesi, dando inoltre ventimila sesterzj a ciascun soldato, il doppio a ciascun centurione e cavaliere. Ogni cittadino [233]ebbe dieci misure di grano, dieci libbre d’olio e quattrocento sesterzj: e ventiduemila tavole da tre letti accolsero centonovantottomila convitati a bere il vino di Scio e di Falerno, e gustare ogni squisitezza.

Pompeo, conoscendo le inclinazioni del popolo cui voleva dominare, gli aveva preparato il circo più ampio che mai, largo trecento e lungo settecento metri, sicchè potessero sedervi ducencinquantamila spettatori; un corso d’acque ricreava la vista e proteggeva dalle belve gli astanti, difesi anche da ferreo cancello. Quivi Cesare esibì duemila gladiatori, finte zuffe terrestri e navali, danze pirriche menate dai principi d’Asia, il giuoco trojano dai nobili giovani romani, corse di cocchi, atleti, combattimenti d’elefanti e d’altre fiere, tra cui una giraffa, la prima che si vedesse; neppure sacrifizj umani mancarono, se Dione è veritiero; e tanta accorse la folla, che molti dovettero pernottare alla serena, alcuni rimasero schiacciati. La gente nuova, interessata alle fortune di lui, freneticava nel festeggiarlo; sta bene: ma a gara con essa senatori e cavalieri, degeneri avanzi del sangue latino, compiacevansi di dare se medesimi spettacolo nell’arena sanguinosa, in cui si celebravano le esequie del mondo antico.

Vi comparvero anche i famosi mimi Publio Siro e Giunio Laberio. Il primo, condotto schiavo e acquistata la libertà coll’ingegno, compose commedie, di cui ci sopravanzano solo alcune nobili sentenze; e in quell’occasione, sfidati i poeti drammatici e gli attori, tutti li vinse. A Laberio, ch’era stato espunto dai cavalieri quando salì sulla scena, in premio delle commedie presentate Cesare restituì l’anello d’oro con centomila lire. Venendo pertanto onde pigliar posto sulle banchette distinte, e passando accanto di Cicerone seduto fra i senatori, questi gli disse: — Ti farei posto se non mi trovassi anch’io così stivato», alludendo ai tanti senatori [234]creati da Cesare. Ma Laberio più argutamente gli rispose: — Non mi maraviglio che ti senta allo stretto tu, avvezzo a tenerti su due sedili».

Modernamente un popolo aspirante alla libertà affidava il potere dittatorio a un eroe, che accettandolo diceva: — Non che credermi per tal confidenza sciolto d’ogni obbligo civile, ricorderò sempre che la spada, a cui dobbiamo ricorrere solo nell’ultimo estremo per difesa delle nostre libertà, dev’essere deposta dacchè queste saranno assodate». E dovette adoprarla, e vinse i nemici, e trovò turbolenti i compatrioti per modo che i soldati gli offrivano di lasciarsi portare al poter supremo; ma egli rispose: — Meraviglia e dolore mi fa tale proposta. Nel corso della guerra nulla m’afflisse tanto come il sapere che simili idee circolavano per l’esercito. Cerco invano qual cosa nella mia condotta abbia potuto incoraggiare un tal concetto, che io devo guardar con orrore e condannare severamente». Questo personaggio si chiamava Washington all’età de’ nostri padri, Bolivar alla nostra: ma Cesare era altr’uomo, altri i tempi, e dopo mezzo secolo di continue commozioni, dove tutti erano tormentatori o tormentati, dove il mare dai corsari, la terra veniva conturbata da poveraglia disposta a seguire Clodio o Catilina, Spartaco o Sertorio, tutti credevano che il dominio d’un solo fosse una necessità, fosse l’unico mezzo di rendere al mondo la pace interna e la sicurezza della vita civile, primo ed essenziale scopo della sociale convivenza.

Cesare, arbitro della repubblica, ne rispettò le forme. Privo di figliuoli, e sapendo aborrito ai Romani il nome di re, non pensò istituire una dinastia; ma neppur mai ebbe l’idea di ripristinare la repubblica, come Silla; e vuolsi tenerlo come il vero fondatore dell’impero, già in lui il nome d’imperatore non avendo più il [235]consueto significato di generale trionfante, ma essendo titolo di suprema autorità.

Conoscendo come il prorogato comando avesse a lui agevolato il giungere all’autorità suprema, vietò che nessun pretore potesse durare in governo più di un anno, più di due un uom consolare. Tenendosi abbastanza sicuro perchè vedevasi necessario alla pace universale, perdonò satire, maldicenze, trame, inveterate nimicizie, fece rialzare le statue di Pompeo e di Silla abbattute nel primo furore, girava senza guardie e senza corazza per la soggiogata città.

E si applicò tutto alla politica, alla morale riparatrice. Come censore, fa la numerazione del popolo; rende a Roma i tanti spatriati, ma diminuisce l’affluenza dei foresi col ridurre da trecentoventimila a cencinquantamila quei ch’erano pasciuti dal pubblico; modera il lusso, ma le leggi suntuarie lo costringono ad empiere i mercati di spie, e tenere magistrati di polizia che talvolta entrano nelle case de’ ricchi all’ora del pranzo, levandone gli esorbitanti apparecchi. Aumenta i magistrati inferiori; limita il potere giudiziario dei senatori e cavalieri, sicchè minore sia la venalità; sparge ottantamila poveri in colonie oltre mare; pel primo dà pubblicità agli atti giornali del senato e del popolo. Come pontefice massimo, scoperto il disordine del calendario, chiama d’Egitto l’astronomo Sosigene, col cui ajuto lo riforma, e così toglie all’aristocrazia il pretesto di sospendere gli affari coll’allegazione incerta de’ giorni festivi e nefasti.

Fra le leggi riordinatrici che pubblicò, ricordiamo quelle majestatis contro l’alto tradimento, de repetundis contro le malversazioni e rapine de’ proconsoli, de residuis contro i contabili inesatti, de vi publica et privata contro le violenze, de peculatu che colpiva pure i sacrileghi. Anzi meditava riformare il diritto, [236]e ridurre in poche e precise le moltiplici leggi romane, compilazione che sarebbe stata ben più preziosa che non quella di Giustiniano; ergere una biblioteca nazionale come v’era stata a Pergamo e ad Alessandria, diretta dall’eruditissimo Varrone; un tempio in mezzo al campo Marzio, un anfiteatro a’ piedi della rôcca Tarpea, una curia sufficiente ai rappresentanti di tutto il mondo; al Tevere scaverebbe un nuovo letto dal Ponte Milvio sin a Circeo e ad Ostia, dove un porto capacissimo ed arsenali; disseccherebbe le paludi Pontine, aprirebbe una via dal mar superiore fin al Tevere, formerebbe la mappa dell’impero; Capua, Corinto, Cartagine, le maggiori città di commercio, risorgerebbero per mano romana dalle romane ruine; per l’istmo di Corinto tagliato si congiungerebbero i mari; poi con grossa guerra vendicato Crasso sui formidabili Parti, tornerebbe pel Caucaso, per gli Sciti, pei Daci, pei Germani; sicchè l’impero, dilatatosi su tutti i popoli inciviliti, nulla avesse più a temere da Barbari.

Era stato ajutato da tutto il mondo, a tutto dovea Cesare mostrarsi riconoscente col riceverlo in città. Grand’uomo, cattivo romano, distruttore del passato, iniziator dell’avvenire, egli personifica l’espansione umanitaria in contrapposto all’esclusività patrizia; e se la politica romana fin allora aveva atteso ad assorbire le genti, egli le volle assimilare. I generali conquistatori curvavano i paesi vinti all’obbedienza di Roma sottraendone il denaro e la forza, pur lasciandone le istituzioni, non per moderatezza, ma per più sicuramente smungerle, fiaccarle, annichilirle: Cesare, mutato sistema, dice a tutte le nazioni, — Eccovi aperta Roma; venite a sedere nell’anfiteatro, nel fôro, nella curia», e sulle svigorite stirpi dell’Asia e dell’Italia innesta le nuove de’ Galli e degli Ispani. Al rompersi della guerra civile, conferì la cittadinanza a quanti Galli stanziavano fra [237]l’Alpi e il Po, effettuando così quel ch’era costato la vita ai Gracchi: dappoi la estese ai medici e professori d’arti e scienze che venissero esercitarle a Roma. Mentre così Roma perdeva la nazionalità col dilatarla, i popoli s’avvezzavano a considerare l’Italia come capo del mondo, sospendendo con ciò le guerre alimentate quinci dall’ambizione e dall’avarizia, quindi dal patriotismo.

Per risanguare quest’Italia sguarnita di popolazione e di piccoli possessori, Cesare incoraggiò i matrimonj; e conoscendo il danno del rimaner lontani i proprietarj, proibì di restarne fuori più d’un triennio a chi avesse più di vent’anni e meno di quaranta, eccetto i soldati; i ricchi prendessero almeno il terzo dei pastori fra gli uomini liberi; i veterani non potessero vendere il loro fondo se non dopo posseduto vent’anni. Crebbe a mille i senatori, aggregandovi le persone più notevoli delle provincie, e principalmente delle Gallie, molti centurioni e fin semplici soldati e liberti, massime tra i vincitori della pugna farsalica. Tra gli atti di Cesare fu questo che più offese gli aristocratici; giacchè il senato cessava d’essere un corpo patrizio, unico rappresentante e conservatore del diritto quiritario, e convertivasi in un’assemblea di notabili, che potrebbe divenire rappresentanza di tutto lo Stato, su piede d’uguaglianza[164]. Coloro che vedevano nel patriziato la salvaguardia delle tradizioni romane, e idolatravano la patria, cioè la tirannide di essa su tutte le provincie, la signoria dei nobili sovra i plebei, dovevano esecrarlo del pareggiar questi a quelli, ed aprir Roma a tutte le nazioni, cioè distruggerla[165]. Noi che osserviamo la causa dell’umanità, [238]che deploriamo una plebe conculcata a talento da una classe, e l’uman genere usufruttato a favore di una città sola, altro giudizio porteremo di Cesare e di coloro che, per intempestive reminiscenze, troncarono tanti divisamenti, e precipitarono il mondo in nuovi disastri.

Perocchè coloro di cui avea ferito gl’interessi o i sentimenti, non sapeano le sue provvidenze attribuire se non alla smania di farsi de’ partigiani. Malgrado le assicurazioni, cianciavasi d’imminenti liste di proscrizione; poi, profittando dell’odio contro il nome di re, diceasi ch’egli lo agognasse, e — Non vedete (ripeteano) come la sedia e la corona d’alloro accettò dopo vinta la Spagna? come la statua sua lasciò collocare fra Tarquinio e Bruto?»

Nelle feste Lupercali, tramandate dall’antico Lazio, i giovani patrizi e alcuni magistrati correano seminudi per la città, battendo con coregge chiunque scontrassero; e le dame ambivano que’ colpi, credendo agevolassero i parti. Mentre una volta Cesare vi assisteva, Marc’Antonio affocato dalla corsa gli si gettò ai piedi, offrendogli un diadema intrecciato coll’alloro. Alcuni, forse ad arte disposti, applaudirono: ma quando Cesare fece atto di ricusare quella regia insegna, la moltitudine proruppe in esultante approvazione, e più quando disse: — Re de’ Romani non può esser che Giove; a quello si rechi la corona in Campidoglio». Il domani, tutte le statue di Cesare si trovarono inghirlandate di fiori: ma Flavio e Marcello tribuni del popolo ne li tolsero, e punirono quelli che aveano applaudito all’atto di Antonio. Cesare indispettito li cassò della carica.

Abbia egli dunque il potere più assoluto, ma non il [239]nome di re. Sprezzando que’ senatori, o inabili custodi del passato, o ciurma nuova da lui introdotta, faceva egli stesso i decreti e li firmava co’ nomi de’ primarj, senza tampoco consultarli[166]. Un giorno che i magistrati curuli vennero ad annunziargli non so che nuovo onore e privilegio decretatogli, egli nè tampoco si levò da sedere: il qual segno di sprezzo ferì più che non l’oppressione. I Romani all’antica si lagnavano di vedersi sminuita la dignità personale, l’importanza politica, tutti i fregi della vita[167]: Cicerone gemeva che, mentre dianzi stava al timone, allora si trovasse confinato nella sentina, e di non ottenere una mezza libertà se non eclissandosi e tacendo[168]. Non meno poi de’ nemici a Cesare contrariavano gli amici, di cui avea deluse le ingorde aspettative, o frenata l’irrequietudine facinorosa coll’impedire che facessero da tirannelli e col garantire le proprietà, che allora soltanto poterono [240]dirsi assicurate ai possessori. E nella storia degli affetti umani merita osservazione che il debole Pompeo eccitò passionata devozione in molti, in Bruto, in Catone, in Cicerone stesso; mentre Cesare non era amato nè tampoco da quelli che tutto faceano per lui, a lui tutto doveano. Ma egli metteva il freno a due tirannie, la passata degli oligarchi e la futura dell’impero: e l’uomo della resistenza strappa l’ammirazione riflessiva, non l’entusiasmo di chi presta fede alle panacee politiche.

Cajo Cassio Longino dalla fanciullezza aborriva la tirannide a segno, che udendo Fausto figlio di Silla vantarsi dell’illimitata potenza di suo padre, lo prese a schiaffi; e chiamato dai parenti di quello, non che fare scusa, protestò gliene darebbe di nuovi se osasse ripetere simili discorsi. Contro Cesare pigliò particolare nimicizia perchè gli avesse preferito Bruto nella pretura, e tolti alcuni leoni con cui volea farsi ben volere dal popolo. Dal privato rancore infervorata la naturale ambizione, se l’intese con altri scontenti, ed ebbero l’abilità di coprire le loro macchinazioni coll’autorevole nome di Marco Giunio Bruto.

Questo giovane era contato fra’ più bei dicitori; scriveva latino e greco con una concisa purezza, che poco aggeniava a Cicerone, il quale di rimpatto pareva prolisso e snervato a Bruto; di belle lettere, di storia, massime di filosofia sapeva quel che n’era; allevato nelle massime platoniche, per secondare suo zio Catone piegò alle stoiche, donde apprese a indurirsi a sacrifizj e a violente abnegazioni. Pompeo gli uccise il padre; ed egli, per non parerne sviato da ira personale, abbracciò la causa di esso; vero è che fu l’ultimo a raggiungere e il primo ad abbandonare il vessillo repubblicano, e dopo Farsaglia cercò ricovero nel campo nemico. Cesare che, per la lunga dimestichezza avuta con Servilia madre di lui, lo riguardava quasi proprio [241]figliuolo[169], esultò di vederlo salvo; e non che perdonargli, gli affidò l’importantissimo governo della Gallia Cisalpina, ove meritò dai Milanesi una statua. Passionato degli studj, non seppe per essi distogliersi dalle agitazioni politiche; ma nè queste nè quelli il faceano trascurato degli interessi, giacchè ne’ governi lavorò forte d’usura. Pure tutti i partiti lo desideravano, e più dacchè erano periti i capi raccomandabili; e se il vincitore lo blandiva, i vinti rammentavano che, al dire del genealogista Pomponio Attico, discendeva da quell’antico Bruto, la cui statua sorgeva fra quelle dei re in Campidoglio; e fatto genero di Catone, voleva imitarlo per austerità di costumi e inflessibilità di principj, talchè Cesare soleva dire: — Molto importa che cosa voglia costui; tempra d’acciajo, checchè vuole, e’ lo vuol fortemente»[170].

In realtà egli era più orgoglioso che robusto, e i nemici del dittatore indovinando da qual lato bisognasse pigliarlo, gli fecero intravvedere che, tenendo con Cesare oppressore della patria e usurpatore, parrebbe anteporre l’affetto privato alla libertà comune, un uomo alla pubblica cosa; e scrivevano talvolta sulla porta di lui, — Vivesse oggi un Bruto! Tu Bruto non sei. — Bruto, dormi?» Cassio, suo cognato, pallido d’invidia e di stravizzi, conosciuto per abile e valoroso, forse autore di questi motti, gli ripeteva qual fosse obbrobrio il tollerare la servitù della patria, e che, mentre il popolo agli altri pretori chiedeva spettacoli, da lui aspettava d’esser redento dal tiranno. Così passo [242]passo lo condusse al punto dove potè svelargli che erasi ordita una congiura; sicchè avviluppato e sospinto, vi accettò il primo posto, col suo illustre nome vi trasse altri di case primarie, e furono sessantatre, o nemici antichi di Cesare per sentimento repubblicano, o nemici nuovi perchè da lui beneficati e non satollati. Porcia, figlia di Catone e moglie di Bruto, accortasi che qualche cosa bolliva nell’animo del marito, si fece alla coscia una profonda ferita, e col mostrare così di saper reggere al tormento, non indegna di tal padre e di tal consorte, meritò d’esser fatta partecipe della congiura.

I Romani superstiziosi notarono una serie di prodigi che precedettero la morte di Cesare, al quale scoppiavano da ogni parte indizj della trama; ma o non vi credeva, o non si spaventava, solendo dire, — Meglio è subir la morte una volta, che temerla sempre». Nel fatal giorno, alla moglie Calpurnia che, sbigottita da sogni sanguinosi, volea trattenerlo, non badò; incontrato l’astrologo che gli avea intimato di guardarsi dagli idi di marzo, gli disse — Ebbene, gli idi son giunti», e quegli — Giunti, ma non passati». Entrò nel senato (44 — 15 marzo), raccolto quel giorno nel portico di Pompeo; i congiurati se gli accostarono in apparenza di chiedergli un nuovo atto di clemenza, e lo assalirono coi pugnali. Si difese egli, ma come vide tra essi Bruto, esclamò: — Anche tu, figliuol mio?» s’avvolse alla testa la toga, e trafitto da venti colpi, spirò a’ piedi della statua di Pompeo.

CAPITOLO XXVIII.
Italia alla morte di Cesare.
Patria per gli antichi equivaleva a quel che per noi ragion di Stato. Sparta la irrigidì fin a togliere la libertà [243]individuale; Atene precipitò la democrazia nell’anarchia; Roma seppe contemperare un sistema coll’altro. Fondamento del primitivo diritto romano era la superiorità d’una stirpe sull’altra, e di Roma su tutti i popoli: ma la tirannica inflessibilità della parola patrizia erasi piegata innanzi all’editto pretorio, la curia innanzi alla tribù. Da che i plebei si furono alzati fino a tor via l’originaria distinzione tra gli individui, mancava il titolo di conservarla fra le nazioni. Di fatto nella guerra Sociale i diritti della metropoli furono estesi a provincie italiane remote; e ciò non parve sacrilegio nè tampoco ai patrizj, sicchè svanendo i pregiudizi di località, guardavasi con occhio eguale non tutto l’impero, bensì coloro che in tutto l’impero fossero privilegiati come cittadini. Questo accomunarsi della cittadinanza scalzava la prisca costituzione, affatto municipale, che ragioni d’esistere più non trovava nei costumi e nelle opinioni presenti; e mentre il senato persisteva a considerare il governo del mondo come privilegio de’ conquistatori, o di chi essi v’avessero aggregato, nell’universale si diffondeva la persuasione che di un sentimento unico, di un’unica volontà fosse mestieri affine di governare dal centro questo corpo, sempre più smisurato.

Il graduale procedere verso il pareggiamento delle stirpi era stato sovvertito dalla rivoluzione di Silla, che scompigliò le proprietà, sostituì la forza alla legge, l’inebbriamento d’un partito all’universale subordinatone; e ne furono solleticati tutti i desiderj, tutte le ambizioni, perocchè al crollare d’una potenza morale, vilipesi i concetti antichi, le fantasie concitate tutto attendono da un avvenire indeterminato. Mal agiato del presente, desideroso d’un meglio di cui non avea che un sentimento vago, il popolo cercava uno di quei capi, i quali nell’oscillazione pubblica riescono perchè possedono idee decise ed azione risoluta; voleva un [244]eroe che gli strappasse l’ammirazione, che lo traesse nel suo vortice; e lo accettava con quella morale apatia che, dopo le rivoluzioni, fa incarnare tutte le aspirazioni in un uomo, qualunque esso sia. Mario e Silla gli si imposero colla forza, ma durarono appena una generazione. Pompeo, incapace d’aprirsi orizzonti nuovi, abbagliò un istante, come tutti cotesti feticci da piazza e da giornali che il vulgo oggi incensa, domani sfrantuma, e, per non confessare d’essersi ingannato, gli accusa d’averlo deluso. Catilina, Sertorio, Spartaco grandeggiarono alla lor volta, ma non li coronò quella riuscita che fa il ribelle intitolar eroe. Perfin Cicerone destò un momentaneo entusiasmo, ma gli mancava quella posata intelligenza che si richiede a menar innanzi il popolo. Molti altri venivano a galla valorosi capitani, abili amministratori; ma incapaci d’intendere, di arrestare, o di guidare la rivoluzione sillana, non sapeano che lodare lo stato antico, che ritorcere gli occhi verso i Romoli e i Camilli; mentre gli spiriti, disingannati d’uno sterile passato, agognavano a un promettente avvenire.

L’avventuriero più abile d’oggidì, colla felicità che caratterizza gli scritti suoi come i suoi fatti, ha detto: — Camminate contro le idee del vostro secolo, esse vi abbattono; camminate dietro a loro, esse vi trascinano; camminate alla loro testa, vi secondano e sorreggono». Così era accaduto; e prostrato Catone, trucidato Pompeo, riconoscevasi come l’uomo del tempo Giulio Cesare: e, chi accuserà di stoltezza il popolo romano, se oggi stesso l’occhio spassionato riscontra in lui virtù che lo sceverano a pezza dagli anteriori e dai contemporanei, e lo additano il solo valevole a riconciliare in politica unità la plebe e i patrizj, i vincitori e i vinti, i nuovi ricchi e gli antichi, e dare una nuova costituzione alla repubblica? L’esito chiarì come il cadere di questa nel [245]governo di un solo fosse inevitabile; ma i congiurati, secondo è stile degli utopisti, s’affissarono all’idea non alla possibilità, al momento non all’avvenire, e pretesero ristabilire quella costituzione aristocratica ed esclusiva, per la quale troppo eransi cambiate le condizioni. Statilio, interrogato qual gli paresse men male, sopportar un tiranno o liberarsene colla sommossa e la guerra civile, avea risposto: — Preferisco la pazienza». Ma anche senza di ciò, avrebbero essi potuto leggere la condanna della repubblica nello smisurato depravamento delle classi privilegiate.

L’amministrazione della pubblica cosa, della giustizia, delle finanze, acquistava regola ed uniformità; magnifiche vie attraversavano l’Italia e l’impero; s’aprivano canali e porti; dalla Bretagna e dal centro dell’Asia si accorreva a Roma come a centro del sapere, della potenza, della civiltà; ad essa il mondo tributava merci, denaro, forza; ad essa inneggiavasi per tanto progresso, tante ricchezze, tanto incivilimento. Ma sotto quel lustro quante piaghe!

Asserisca pure Catone che non colle armi erasi ingrandita la repubblica, sibbene coll’industria in casa, col giusto comando fuori[171]; fatto è che il principale esercizio dell’attività di Roma consistette nella guerra, in prima per la necessità di conservarsi e di reprimere gli aggressori, poi non più pel trionfo d’idee, ma per appropriarsi l’altrui, o piuttosto per quella specie di fatalità che una conquista trae inevitabilmente ad un’altra, e da cui oggi vediamo ossessa l’Inghilterra nell’India. Vinti i popoli vicini, aprì campo contro i civili della Grecia e dell’Oriente, poi contro i barbari [246]della Spagna, della Gallia, della Germania; e se qui colle stragi si portavano tanti semi d’incivilimento, colà distruggevasi senz’altro rincrescimento che del ritrarne poco bottino[172].

Però quanta sapienza politica in quell’elevare poco a poco e in vario grado i vinti sin alla condizione dei vincitori! Ma dopo presa Cartagine, le conquiste s’incalzarono così, che a Roma non rimase tempo di sistemarle con regolarità. Ne deteriorava la giustizia pubblica, e in conseguenza la privata; esternamente nemici di tutto l’uman genere come romani, dentro uomini d’una classe e d’un partito, drizzavano ogni arte al trionfo di quello, senza far mente ad interessi o a diritti altrui. A tanto impero poteva ella bastare una base angusta come il municipio di Roma? e il concetto d’assimilare i sudditi in una vasta amministrazione centrale, non come privilegio di pochi ma come diritto di tutti, non entrava in quegli assoluti patrioti. Pertanto le provincie non erano rappresentate da deputati come oggi si farebbe, ma si abbandonavano agli arbitrj proconsolari ed all’altalena dei partiti; intanto che i maggiori savj di Stato si preoccupavano soltanto di Roma, o tutt’al più dell’Italia.

È natura d’ogni società limitata l’andarsi diminuendo; e così fu della primitiva stirpe italiana. Inoltre le baruffe intestine contribuirono a consumarla; trecento cittadini perirono nel tumulto di Tiberio Gracco, tremila in quel del fratello; trecentomila nella guerra Sociale, più disastrosa che non quelle d’Annibale e di Pirro; venne poi Mario, venne Spartaco; sessantamila Teutoni ed Ambroni, fatti prigionieri alla giornata di Aix, furono [247]condotti come schiavi per riempire i vuoti lasciati dalla guerra Servile; peggio andò nelle Civili, dove i vinti non potendo ridarsi schiavi, non si pensava a salvarli dal ferro. Silla, fatti scannare dodicimila Prenestini, distrutta Norba, colle confische e colle proscrizioni cacciati gli uni dalla vita, gli altri dalla patria, dovette risanguar Roma col nominare cittadini diecimila schiavi de’ proscritti. Col distribuire poi i beni confiscati fra le ventitre legioni fedeli, ai mali della guerra aggiunse quei della vittoria, empiendo il bel paese di veterani, Asiatici, Iberi, Galli, che agli abitatori della Cisalpina, dell’Etruria, del Sannio diceano, «Andatevene dalle case, dai tempj, dai sepolcri: il camperello che nutrì la vostra famiglia è nostro»[173].

Non si trattava dunque più di rimpastare l’agro pubblico, affinchè, invece di concentrarsi in pochi possessori, fosse compartito fra que’ molti che lo metterebbero a coltura: bensì attentavasi ai patrimonj con una spropriazione violenta; il cancellare i debiti equivaleva ad un fallimento legale; colla proscrizione si assassinava il possidente, operando coi cittadini non altrimenti da quel che già soleasi coi conquistati. Per tal modo si cangiavano i possessori, non la natura dei possessi; non si rinnovava il lavoro; non restava migliorata la condizione della poveraglia col farla industre; anzi questa ambiva nuove sommosse e proscrizioni, [248]nelle quali ripromettevasi guadagno. Fra l’ingiustizia commessa e la sperata mancava ogni sicurezza alle proprietà; sicchè negligevasi la coltivazione, e come essa pervertivansi i costumi.

Gli spossessati correvano a Roma a domandar del pane. Il veterano, trovandosi arricchito senz’industria, sprecava senza economia; avvezzo a vent’anni di prescritto celibato, all’imprevidenza soldatesca e a scialacquare i donativi e il saccheggio, tuffavasi nei godimenti; a breve andare ipotecava il fondo, la casa, gli attrezzi, e amando meglio menar le mani al teatro che all’aratro, nudo come prima e più di prima vizioso, tornava a Roma a saziar la brama di pane, di tumulti, di giuochi, di donativi. E i tanti ch’erano periti in guerra? e i tanti menati fuori in colonia? e i tanti che andavano a cercar fortuna pel mondo, tutto aperto ai dilapidamenti o alle speculazioni?

Roma dunque, che succhiava il sangue di tutta la penisola, non potè conservare l’immensa sua popolazione, e sotto Cesare si numerarono quattrocento cinquantamila Romani dai diciassette ai sessant’anni, e un milione ottocentomila liberi in quell’Italia, dove Polibio fra la prima e la seconda guerra punica n’avea contato tre milioni e mezzo oltre gli schiavi, e settecento cinquanta capaci dell’armi. Tito Livio, panegirista irremissibile di Roma, asserisce che «dieci legioni non sarebbe possibile levare allo stormo d’una subita invasione, neppur raccogliendo tutti i nostri mezzi: tant’è vero che le ricchezze e il lusso ingrandirono, non la nostra potenza».

Polibio avea veduto feracissima l’Italia, e quindici a venti semenze rispondeva il territorio di Roma, che pur non è dei più ubertosi: laonde ogni cosa aveasi a buon mercato, e molto grano si mandava fuori, moltissimo bestiame si educava, e i censori appuntavano [249]quello il cui campo fosse coltivato peggio del vicino[174]. Ma al tempo di Cicerone e di Varrone appena i campi rendevano otto o dieci sementi: «i sette jugeri distribuiti secondo la legge di Licinio (dice Columella) fruttavano più anticamente, che non ora gli estesissimi tenimenti cui i padroni non possono girare che a cavallo, e che lasciansi calpestare dagli armenti, devastar dalle fiere, esercitati soltanto da bande di schiavi in catene o da cittadini ridotti servi per debiti. Qual meraviglia se trattano la terra da manigoldi? V’ha scuole per retori, geometri, musicanti, per arti più vili come il cuoco e il parrucchiere, non per l’agricoltura: eppure nel Lazio stesso non si eviterebbe la fame se non si cercasse il grano d’oltremare, il vino dalle Cicladi, dalla Betica, dalla Gallia».

In fatto, sotto Cesare ed Augusto, dall’Egitto e dall’Africa si portavano in Italia sessanta milioni di moggia di frumento, cioè ottocentodieci milioni di libbre di marco; e Cesare si vantò poter trarre dall’Africa trecentomila medimni d’olio in peso, e altrettanti di frumento in misura. Se dunque i pirati o le guerre interrompessero le comunicazioni, ecco la penisola affamare, come chi è costretto pascersi coll’altrui mano.

Della classe media sono proprie l’economia e l’antiveggenza; e il desiderio di conservare e migliorare la propria condizione vi seconda quel progressivo ascendere, che anima la vita e produce i miglioramenti della nostra società, nutre le virtù domestiche, lo spirito d’associazione, il sentimento dell’eguaglianza, che è base della giustizia. Or questa classe presso i Romani non potea formarsi, perchè le leggi affiggeano l’infamia all’esercizio di qualunque mestiero; ai senatori era espressamente interdetto ogni traffico, e delitto il far [250]fabbricare un vascello: precauzione creduta necessaria affinchè non soperchiassero i piccoli negozianti, come aveano soperchiato i piccoli proprietarj. Scambiandosi dunque per ricchezza il segno della ricchezza, si consumava senza riprodurre; colavano a Roma l’oro e l’argento dalle vinte nazioni; gli abitanti erano esenti da capitazione, da tassa prediale, da dogane, da dazj di entrata, eppure scemavan di numero, crescevano di miseria. Le provincie, al contrario, cariche di tributi, di requisizioni, di gabelle, tiranneggiate dai proconsoli, si sostenevano perchè i pregiudizi non allontanavano dal commercio e dall’industria, e la professione mercantile attribuiva l’egualità, e talvolta la preminenza politica.

E a prendere per esempio una gente, tanto benemerita della civiltà, la stirpe jonica conservava il sentimento democratico e l’abilità finanziera; escludeva quell’aristocrazia che le città doriche avea dirette unicamente alla guerra; onorava il commercio, riceveva tutti, a tutti comunicava i diritti: laonde Cicerone s’indignava di veder a Tralle o a Pergamo il calzolajo, l’artigiano prender parte alle pubbliche deliberazioni; ma le ammirava di saper fare senza tesori nè ingenti possessi, ajutandosi colle imposte e coi prestiti[175]. Ricchissime erano, malgrado le guerre e le spogliazioni, e l’industria in grande vi si esercitava; e pannilani di Mileto, ferri cesellati di Cibìra, tappeti di Laodicea, vin di Lesbo e di Scio, offrivano lucrose asportazioni a Delo, a Rodi, a Cizico: le industrie, le arti belle, le fabbriche, le feste, il culto solenne degli Dei non meno che degli eroi e di Omero, consolavano della perdita dell’indipendenza.

Mettetevi a riscontro i lamenti degl’Italiani al tempo [251]di Catilina. «Gli Dei e gli uomini (diceano) ci sono testimoni che non vogliam mettere a pericolo la patria e i concittadini, ma solo proteggere le nostre persone. Miserabili, il rigore e la violenza de’ creditori ci tolse a quasi tutti la patria, a tutti il credito e la sostanza. Ci si ricusa perfino il benefizio delle antiche leggi, non permettendoci di salvar la libertà col rassegnare i beni. L’antico senato ebbe spesso compassione della plebe, e coi decreti rimediò alla pubblica miseria: anche ai dì nostri si liberarono i patrimonj eccessivamente gravati, e per avviso di tutti gli uomini dabbene fu permesso pagar in rame ciò che si doveva in argento[176]. Spesso anche la plebe, spinta da ambiziose voglie, o provocata dall’arroganza de’ magistrati, si separò dal senato. Ma noi non domandiamo nè potenza, nè ricchezze, cagioni solite di conflitto tra i mortali; domandiam solo la libertà, che un uomo onesto non consente di perdere se non colla vita. Vi supplichiamo di por mente alla miseria de’ concittadini; rendeteci la protezione della legge; non ci riducete alla necessità di cercare una morte qualunque, che però non sarà senza vendetta».

Potrebbe per avventura additarsi qualche popolo moderno, diviso tra pochi gran ricchi e un’infinità di miserabili. Ma quella che si compassiona o si esalta col titolo di poveraglia, oggi è l’infima classe lavorante ed oscura: nell’antichità invece, il luogo di questa era occupato da schiavi, roba del padrone e dal padrone mantenuti; i patrizj erano gente che aveva una volta principato, i ricchi un’aristocrazia nuova che voleva deprimerli, mentre plebe chiamavansi uomini liberi e privilegiati nell’ordine civile, che formavano un partito formidabile per numero, per le abitudini guerresche, [252]per la potenza dell’accordo e della legalità. Erano dunque bastevoli a sostenere una lotta; e i poveri, soccombenti coi Gracchi, trionfarono nelle proscrizioni, quando i beni tolti ai prischi possessori vennero distribuiti, non già per ottenere, come davasi voce, un’equa partizione, ma per ricompensare chi aveva ajutato le vittorie dei triumviri.

Per verità Silla avea voluto favorire i piccoli possidenti, e ripristinare la classe agricola; ma riuscì invece a strarricchire i ricchi, mediante le sue tavole, quando uno occupava i fondi del vicino col farlo proscrivere, o comprava quei del vizioso veterano. Dopo d’allora le leggi agrarie, come quella di Rullo, più non ebbero serietà, e la plebe urbana le disamava, non volendo nè andar in colonia, nè che si distribuissero i terreni, da cui traevasi di che farle i donativi.

Invece dunque de’ possessori laboriosi, che le leggi agrarie avrebbero voluto moltiplicare, dovettero crescere a dismisura i poveri, proprietarj spogliati, liberi lavoratori oppressi dalla concorrenza di vaste manifatture servili, debitori rifiniti dalle usure, insomma tutti que’ plebei che coll’ingegno o col valore non giungessero a collocarsi in quell’aristocrazia di denaro ch’erasi surrogata all’aristocrazia di stirpe, e che chiamavasi ordine equestre. Marco Filippo, nel presentare una legge agraria, asserì che in Roma non duemila cittadini possedevano patrimonio[177].

Ma colà erasi rifuggita tutta la libertà; colà frequenti largizioni ora de’ vincitori, ora dei demagoghi; colà spettacoli; colà da guadagnare patrocinando qualche provinciale, vendendo i voti ne’ comizj, la falsa testimonianza ne’ giudizj, le grida e il braccio sulle piazze; colà lo spossessato potea reclamare, il fallito tenersi [253]sicuro dai creditori, il reo dall’accusatore; il retore aprire scuola, il filosofo dissertare e far ridere, il mago gittar sorti e astrologare: talchè la feccia d’Italia affluiva a Roma, vi speculava su quella gran ciurmeria che chiamasi il voto universale, e trecentomila persone robuste vi ricevevano quella che oggi chiamiamo carità legale, consumando cioè senza produrre, e terribili qualvolta alcuno sapesse ispirarvi paura di fame.

Stivati nella fangosa Suburra, nel quartiere delle Carene, ne’ tugurj che il Tevere porta via ad ogni dilagamento, entro camere sovrapposte a sette, otto piani, senza sole nè aria, il malarnese, il tagliaborse, la meretrice, il grammatico senza denaro, il greculo ciarliero, il fanciullo projetto vi covavano ogni peggior corruzione, e ne sbucavano per mendicare o malamente buscarsi due assi, mediante i quali intanarsi nelle popine a rosicchiare un pan plebeo, la polenta[178], teste di montone. I meno fecciosi logorano il giorno a salutare e corteggiare il patrono, accattarsi la sportula ne’ vestiboli de’ palazzi, poi ascoltare le dispute nel fôro, applaudendo agli arrotondati periodi o agli adulatorj motti d’un oratore; o a fischiarlo se avventura qualche verità sgradita dai padroni di quel giorno, o qualche parola meno pretta, qualche periodo disarmonico; o trastullarsi alle celie d’un buffone o d’un filosofo; poi assistere alle rassegne nel campo Marzio, o farvi alla palla e alle piastrelle; rinfrescarsi ne’ bagni, intepidirsi ne’ sudarj, ustolare alla macelleria de’ sacrifizj e alla leccornia delle cene sacerdotali.

Poveri, scioperi, infingardi; eppure si soleggiano sotto porticali corintj, sedono in basiliche marmoree, lavansi in terme di marmo, oziano decorosamente, mentre milioni di vinti esercitano per loro le glebe [254]della Sicilia e dell’Egitto. Agrippa schiuderà censessanta bagni, e barberie che per un anno radano gratuitamente il dabben popolo; il nuovo edile o un trionfatore o un demagogo gli preparano fiere dell’Africa, giraffe del deserto, ballerine di Cadice, gladiatori della Germania, reziarj della Gallia, filosofi della Grecia, e gli mandano doppia porzione di grano.

In conseguenza il lusso non era ricambio di lavori e di ricchezze fra la classe operaja e l’opulenta, come oggi. Davanti alle lautezze forestiere l’antica parsimonia era scomparsa, e le ricchezze si cercavano per altre vie che le odierne, voleansi godere con altra avidità. Dell’insaziabile avarizia abbastanza esempj ci ricorsero; le provincie si sollevavano contro i latrocinj de’ proconsoli; il Parto facea colar dell’oro in bocca del Romano, dicendo: — Bevi di quel che sempre sitisti». Allo spirito speculativo non bastava neppure quel sì rapido incremento di territorj, di schiavi, di clienti, di giojelli, d’ogni sorta lusso; ma ad enorme interesse accattavasi denaro per comprar un comando o un governo, dove si sapea d’aver aperte miniere d’oro; sicchè, la speculazione riuscisse o no, l’usurajo accumulava fortune principesche in tranquilla sicurezza. Bruto, di severa virtù, prestava ai re d’Oriente e ai paesi sudditi di Roma al quarantatre per cento, valendosi del nome di un tale Scapzio, il quale colle crudeltà sorreggeva l’usura; ottenne un grosso di cavalleria per costringere i magistrati di Salamina a pagargli un enorme debito; e protestando essi di non vederne via, li tenne chiusi tanto che molti perirono di fame. Cicerone succedutogli nel governo, frenò queste atrocità: eppure Bruto interpose Attico per avere da quello una banda di cavalieri onde rinnovare la scena; anzi gliene scrisse egli medesimo abbastanza arrogantemente, senza dissimulare che interessi e capitale erano suoi, [255]non di Scapzio[179]. Cicerone si gloria di non avere, nella sua provincia, autorizzato di là dall’un per cento al mese, e in fin d’anno cumulare l’interesse al capitale.

Siffatte non pareano nequizie perchè si esercitavano sopra stranieri, sopra vinti. Or che farebbero magistrati come Verre, Dolabella, Gabinio? A Marc’Antonio dall’Asia furono pagati ducentomila talenti, vale a dire 1342 milioni di lire! A Sesto Pompeo pei beni guastatigli i triumviri concessero l’indennità di quindici milioni e mezzo di denari, che sarebbero oggi dodici milioni e mezzo di lire.

Questi impinguati prendeano il farnetico d’imitare gli Orientali, non nel sentimento del bello, ma nel lusso e nelle sensualità. Schiavi, agi, splendidezze mai non credeano bastanti; e si procedè di passo così precipitato, che la casa di Lepido, tenuta per la più bella di Roma al suo tempo, trent’anni appresso meritava appena il centesimo posto. Giulio Cesare murò splendidissimamente: Namurro suo ingegnere, dilapidate le Gallie, fu il primo che fabbricò palagi, tutti rivestiti di marmo: quindici milioni di sesterzj valse quello di Clodio.

[256]
Torme di schiavi v’attendevano a diversi uffizj, non dovendo bisognare cosa che colà entro non si avesse (pag. 4 e seg.); colà partite di mimi e di gladiatori; libraj che ricopiavano, e grammatici che correggevano libri; colà cantine fornite al par di magazzini, colà granaj sufficienti ad un villaggio[180]. Aggiungi gli ospiti che talvolta fin a mille albergavano in una sola casa; aggiungi i parasiti, fedeli come le mosche a chi dava desinare: aggiungi la folla de’ clienti, che a giorno non ben chiaro[181] viene a chieder nuove del patrono, e affrontando la verga del portinajo e le repulse del cameriere, arriva alla stanza del dormiglioso signore, e se gli proferisce, e va superba d’ottenerne uno sbadigliante sorriso, poi un rocchio di salsiccia nella sportula, o la generosità di venticinque soldi.

Gli amici sono un’altra specie di schiavi. Il ricco appena li degna d’uno sguardo allorchè ne attraversa la folla nell’atrio: esce? li fa camminare presso la lettiga, nella quale o trionfalmente scorre la città, o passa alla campagna: va in magistratura? l’accompagnano molte miglia: fa visite o prende un bagno? aspettano sul lastrico: se per fasto o divertimento li convita, sederanno su sgabelli più bassi del suo letto, serviti di pane e vino inferiore, e uno schiavo spierà se hanno ben applaudito, ben riso, ben mangiato, e meritato così di popolare un’altra volta colla lor bocca i desinari. A tanto umiliavasi un uomo in libera città.

Quai servili ossequj i magistrati ricevessero nelle provincia, lo dica la storia di Catone. Visitò l’Asia [257]modestamente, accolto senza feste, nè alcuno vi facea mente: se non che una volta ad Antiochia vede uscirgli incontro magistrati, sacerdoti, popolo in gran gala, ond’egli scavalcato procede alla loro volta; ma che? il guidatore della processione gli domanda ove sia Demetrio. Era un liberto di Pompeo, arricchito colle depredazioni, e che aspettavano venisse a farne pompa nella provincia, la quale festeggiava lui e il suo padrone. Se ad un servo se ne faceano di siffatte, si pensi quali a Pompeo, vero signore dell’Asia! Bastò che questi mostrasse favore a Catone, perchè anche le città ammirassero quello cui prima non aveano badato, e processioni d’incontro e feste e banchetti. Dejotaro re di Galazia gli mandò bei regali, ma Catone li ricusò: non comprendendo l’insolito disinteresse, quegli immaginò l’avesse fatto perchè scarsi, e gliene spedì di maggiori; ma Catone non li volle nè per sè nè per gli amici. Eccezione piuttosto unica che singolare.

Chi dagli atrj colonnati delle case, pieni di servi e d’amici, penetrava ne’ recessi, dopo che lo schiavo ostiario aveva avvertito di non mettere sulla soglia il piede sinistro prima dell’altro, e il pappagallo o la gazza avevano salutato con parole di fausta ominazione, rimaneva attonito del lusso, non solo più ricercato, ma più costoso; profusi i marmi finissimi del Fasi, di Lesbo, dell’Africa, dorate architravi d’Imetto, oro e avorio intarsiati ne’ lacunari; d’ogni parte quadri, affreschi, statue, vasi nolani e corintj, laide nudità; calpestavi musaici, un de’ quali oggi basta a vanto d’una galleria. Non dico nulla dei bagni, dei letti, dei conclavi reconditi, disposti artifiziosamente a solleticare l’ottusa voluttà ed appagarla. Sopra una tavola di cedro[182] costatagli ducentomila lire, Cicerone scrive la requisitoria contro [258]Verre che avea rubato ventotto milioni. Il severo Catone possedeva tappeti babilonici per letti da mensa, alcun de’ quali fu venduto ottocentomila sesterzj. Qualche proconsole mandò le legioni a raccogliere la lanugine dei cigni, che si vendeva carissimo per gli origlieri. Poi non bastando ornare un palagio, se ne terranno molti (mutatoria); e se alcuno dica a Lucullo che la sua casa trovasi mal esposta per l’inverno, — E che? (risponde) mi credi meno assennato delle rondini, che mutano cielo secondo le stagioni?»

In pubblico poi erano portici ove si passeggiava, giocava, recitava versi, ed ove presto entrò gara di magnificenza; talchè in quello d’Augusto, retto da colonne di porfido, si ammiravano le statue delle cinquanta Danaidi; in quelli di Agrippa, di Catulo, d’Ottavio erano deposti i trofei e dipinte le imprese di quei della famiglia.

Che dirò delle ville onde sono affollati i contorni di Roma e le prode del mare partenopeo? Colà convengono i dotti a maturare arringhe, dispute e versi; colà Clodio e Milone ad addestrare le masnade all’assassinio; colà i godenti a raffinare di voluttà e coronarsi di rose mentre la patria perisce. Chiunque per poco sorga dal vulgo, vuol averne più d’una, adornarla di passeggi, di solaj, d’ogni ricreazione: la parte più bella d’Italia n’era seminata così, che «poco terreno restava all’aratro», e per ben situarle non pareva troppo il fondar sul mare, e spianar montagne, e dedurre lontanissime linfe perchè ricreassero i boschetti dell’infecondo platano, del gracile mirto e dell’alloro, zampillassero davanti a gruppi di scalpello greco, o stagnassero ne’ bagni voluttuosi e ne’ vivaj delle domestiche murene[183].

[259]
Dov’è il camperello di Cincinnato e di Regolo? dove l’operoso podere di Catone? Per quelli era gioja il veder lo sciame dei famigli disporsi intorno all’avvivato [260]focolare: ora sotto que’ palazzi vaneggiano immense cave, basse, tuffate, ove sulla sera l’aguzzino spinge a frustate gli schiavi e le ancelle, e con ferrei cancelli ve [261]li chiude alla miseria, alla bestemmia, agl’indistinti abbracciamenti, perchè il padrone s’inebbrii sicuro, sicuro s’addormenti sugli origlieri di porpora sidonia.

[262]
La mattina si consacrava agli affari, e n’era centro il fôro, colla borsa, la basilica, il tribunale, e notaj, banchi, portici, ove negoziar prestiti, fare e ricever pagamenti, ricambiare novità. A mezzodì si fa dappertutto silenzio, ognuno si ritira nelle case, chiudonsi le botteghe, si dorme di meriggiana, nè più ronza che qualche amante. Alla decima ora ripiglia il rumor dei viventi, e l’attività si concentra al campo Marzio, dove giuochi e corse, poi le terme e i bagni, ne’ quali si suona, si canta, si legge, si discorre, mentre i bagnajuoli lavano, fregano, spazzolano, battono i natanti[184].

Senza cene non si compiva atto veruno; i trionfi terminavano col banchetto, col banchetto i sacrifizj; piuttosto cuochi che sacerdoti erano i settemviri epuloni e i Tizj. Chi si mettesse in viaggio dava la cena viatica; al giungere d’un amico imbandivasi la cena adventoria; la capitolina per rendere onore al padre degli Dei; la cereale per ringraziare del prospero ricolto, la libera per celebrare l’affrancazione d’uno schiavo; la funebre in morte di patroni o di parenti. Si lasciava [263]dire al filosofo Selio che buoni sono soltanto i conviti gradevoli ed istruttivi; piaceva l’udir da Varrone che in un banchetto si richiedono persone belle d’aspetto, di grato conversare, non mutole nè ciarliere, nettezza e delicatura di cibi, serenità di tempo: intanto, coricati tre a tre in morbidi letti di prezioso legno, i figli di Curio Dentato beavansi nell’elegante triclinio, ove stoffe filate da ancelle spartane e tinte di doppia porpora, tappeti orientali e portiere e panneggiamenti tratti dai Seri e dai Persiani, impedivano l’aria, la polvere, il contatto del pavimento; e soavità di mille essenze esalanti da vasi d’oro copriva il semplice olezzo delle ghirlande convivali.

Da prima i fichi eran forse l’unico frutto, nè altri fiori che rose, gigli, viole: poi quanta varietà se n’importò! Fin a Catone il Vecchio non si facea divario tra i vini; poi se ne distinsero centonovantadue specie, oltre le varietà, e novantuna erano di famosi, tra cui cinquantaquattro italiani[185], ventisette greci; e Catone dà il consumo di dieci anfore l’anno per testa, cioè ducensettantaquattro litri.

Si volle qualche volta por modo alle spese, e la legge Licinia esigeva ne’ pasti ordinarj non oltrepassassero i trenta assi, cioè lire due, centesimi settanta; poteasi usare legumi a volontà, ma non più di trentasei oncie di carne fresca e dodici di salata. La legge Orcia del 185 limitava a cento assi, cioè lire nove, i pasti ordinarj, fuorchè ne’ giorni di mercato. Fra la seconda e la terza guerra punica un’altra legge aveva ingiunto non si servisse più d’un pollo, e non ingrassato. Venti anni dopo conquistata la Macedonia, ne’ giorni di solennità non doveva un capocasa spendere più di venticinque [264]lire[186]. Inutili ritegni! Traboccò l’oro, e seco la lussuria: sulla mensa triangolare apparivano le più squisite ghiottornie che la natura potesse porgere e il cuoco sibarita artefare: ostriche del lago Lucrino; pavoni che Anfibio Lurcone insegnò ad ingrassare, con tal arte facendosi un provento di sessantamila sesterzj[187], e che compajono cotti e pur vestiti di loro splendide penne; storioni del Po, in gara coi bianchi lupi del Tevere, coi capretti dalmatici e coi cignali dell’Umbria: le sponde del Fasi, le selve di Jonia e di Numidia tributano selvaggine; i seni dell’Adriatico triglie trilibri e rombi d’un secolo; la Siria i datteri, susine l’Egitto, Pompej le pere, Tarante e Venafro le ulive, Tivoli le poma; e talvolta a suon di flauto i servi portano o rarità di lepri marine e di cicogne, o un intero majale pregno d’uccelletti.

Rapide girano allora le capaci tazze, spumanti di vino massico o campano o falerno o delle isole dell’Arcipelago che costava cento denari l’anfora; e lode a chi più bee. Gli epuloni, ombre dei convitati, tengonsi dietro ai loro letti, aspettandone i rilievi, o rassettando le corone che cascano dalle teste ubriache, o reggendoli del braccio allorchè si ritirano al vomitorio per preparare [265]nuovo posto a nuove leccornie. Cantanti e sonatori ricreano i commensali, cui poscia si sostituirono pantomimi e comici e gladiatori, i quali spesso del loro sangue chiazzavano le pruriginose vivande. Tanto la barbarie è frequente compagna della voluttà.

Ben presto si fabbricarono cucine vaste come palagi, celle con trecentomila anfore[188]; impinguansi le murene con carne umana perchè riescano più delicate; s’inaffiano le lattuche col latte; uccelli, preziosi per rarità e per canto, compajono a solleticare, non l’appetito, ma la nauseata fantasia dei Luculli, degli Apicj, dei Crassi; la moglie di quest’ultimo stemprerà ai drudi le perle che il marito rapì alle odalische d’Oriente; si farà gloria all’ammiraglio Ottavio d’aver recati dalla Troade alcuni vascelli di scari, e sparsi lungo le coste della Campania[189]. I nomi meglio sonanti della Roma patrizia si trovano associati alle invenzioni le più stravaganti cui possa spingersi l’immaginazione oziosa: un Gabio, un Celio, un Crasso eransi immortalati per la grazia del danzare; Lucullo, Filippo, Ortensio, non tanto per eloquenza, coraggio, probità, quanto per ricchi vivaj; Scipione Metello consolare e un cavaliere contendevansi il vanto d’aver trovato l’arte d’ingrassar le oche in modo che crescesse moltissimo il fegato; Fulvio Irpino impinguava chiocciole in un suo parco a Tarquinia, tenendo distinte le piccole di Rieti, le grandi d’Illiria, le mezzane d’Africa; Apicio insegnò a cucinare i ghiri, tanto ambiti, che una legge suntuaria del 115 li proibì nei conviti[190]; Irzio spendeva dodici milioni di sesterzj a nutrire i pesci, per la cui abbondanza la sua villa fu venduta dieci milioni dei nostri; Lucullo forò un monte a Baja perchè l’acqua [266]marina entrando nelle sue piscine colla marea ne rinnovasse l’acqua[191]. Marc’Antonio scriverà il panegirico dell’ubriachezza: «I buongustaj gridano meschina la mensa se, quando sei sul più bello d’assaporare un piatto, nol ti vien tolto dinanzi e sostituitone uno meglio copioso e ghiotto; bella creanza reputano la spesa e la sazietà; e insegnano non doversi mangiare intero se non il beccafico; e misero il banchetto quando i volatili non sieno tanti, che i convitati possano satollarsi gustando solo l’estremità delle coscie; e non aver palato chi mangia petto d’uccelli»[192]. La legge fece un ultimo tentativo onde reprimere gli eccessi, e decretò che i pranzi si tenessero ne’ vestiboli, esposti alla censura uffiziale: che ne seguì? divenne pompa il violare pubblicamente la prammatica, e meritare la multa.

Il figlio maggiore di esso Antonio dava cena a diversi savj, spassandosi nell’udirli imbarazzar l’uno l’altro con circonvolute argomentazioni. Filota, medico d’Amfrisso, propose questo concetto: — V’è una certa febbre che si vince coll’acqua fredda; chiunque ha la febbre, ha una certa febbre, dunque l’acqua fredda è buona per chiunque ha la febbre». Da così insulso paralogismo non seppero distrigarsi gli oppositori, e Antonio meravigliatone, additò a Filota una credenza di vasellame d’argento, dicendogli — Tutto è tuo». Il medico lo ringraziò come si fa alle celie d’un brillo; ma appena a casa, ecco un uffiziale con servi, portanti l’argento; e schermendosene il medico come di dono eccessivo, l’uffiziale gli soggiunse: — Non sai che il donatore è figlio di quell’Antonio, che potrebbe regalarti [267]altrettanto vasellame d’oro? Bensì io ti consiglierei d’accettarne più presto il valore in contanti, potendovi essere qualche pezzo che, per antichità o finezza di lavoro, fosse prediletto ad Antonio»[193].

I Romani, educati da schiavi che aveano interesse a corromperli, dall’infanzia abbandonati a grossolane voluttà, amarono sempre senza delicatezza, si sposarono senza amore; la famiglia era mentosto un santo e affettuoso consorzio, che un rigore politico; il censore Metello Numidico davanti al popolo diceva: — Se la natura ci fosse stata così benigna da darci la vita senza bisogno di donne, di che grave imbarazzo saremmo sciolti!» e soggiungeva dovere il matrimonio considerarsi come il sacrifizio delle comodità particolari ad un pubblico dovere[194]. Le donne assai meno degli schiavi erano informate degli interessi domestici, nè associate alle fatiche del marito: sì poco educavansi, che la loro rozzezza era considerata virtù, e macchia l’istruirsi: i mariti si mostravano indifferenti sulla loro condotta, nè tampoco vi ebbe un nome la gelosia.

Così neglette, le donne ci porgono tutt’altro che argomento di costumatezza: e per una Cornelia, venerabile madre dei Gracchi, e per l’eccellente Ottavia, sorella d’Augusto e moglie d’Antonio, abbiamo dalla storia una Servilia sposa di Lucullo, espulsa per dissolutezza; Fausta figlia di Silla e moglie di Milone, sorpresa collo storico Sallustio; Catone ripudia una moglie disonesta, cede l’altra per far denaro; Tulliola di Cicerone è sospettata di tresche fin col padre; Muzia moglie di Pompeo, sorella dei due Metelli, scapestrava; Sassia, [268]invaghitasi del genero, lo induce a ripudiar sua figlia, e trascorre fino al parricidio per vivere con esso; Clodio spulzella la propria suora, che poi venuta sposa d’un Metello, vive in lubrica dimestichezza con Celio; poi temendosi da esso avvelenata, lo cita in giudizio, ove si rivelano le sue sozzure, e l’esercizio di nuoto che preparò ne’ suoi orti, per eleggere fra l’accorrente gioventù. Antonio menò per Roma trionfalmente sul proprio cocchio Citeride, schiuma di postribolo. Fulvia, nata da quel Flacco che deturpò la causa dei Gracchi, non vuole amori volgari, ma comandare a chi comanda: sposa Clodio, deforme, ma prepotente e facinoroso, e che la piglia per le sue ricchezze: lui assassinato, maritasi in Curione, fastoso dissolutissimo e perpetuo sommovitore della pubblica quiete: morto anche questo, diviene di Antonio, e si fa consigliera e ministra delle costui crudeltà; assiste al supplizio di trecento uffiziali ch’egli fa scannare nella sua tenda; sevisce contro il teschio di Cicerone; lei presente, in casa di Gemello, uomo tribunizio, si dà una cena a Metello console ed ai tribuni, ove si gavazza tra nefandità da lupanare, e si prostituisce il nobile giovinetto Saturnino[195].

Di buon’ora i satirici tolsero a bersaglio la femminile scostumatezza, ed Ennio già proverbia le donne, maestre negli artifizj del piacere e del tener a bada molti amanti[196]; le quali arti poi ci sono atteggiate dai poeti erotici. La notte impastavansi la faccia con mollica di pane, imbevuta in latte di giumenta. Su, voi [269]schiave cosmete, durate lunghe ore a sbiancare, imbellettare, lisciare la padrona, rimetterle i denti, arricciare, profumare, tingere le sopracciglia e le chiome in nero o in biondo giusta la moda, o adattarle la capellatura, venuta d’oltre il Reno, e cresciuta sul capo d’una sposa sicambra[197]. Ma guaj a voi se la dama, mirandosi nello specchio di terso argento, trova mal riparati i difetti o mal rilevate le sue bellezze! non che graffiature e morsi, ha in pronto uno spillo con cui vi trafigge il nudo seno; od ordina allo schiavo aguzzino che, sospesa la maldestra ornatrice pe’ capelli, la sferzi finchè la incollerita padrona non dica basta. Ovidio, maestro a loro e storico a noi di sì ribalde galanterie, consiglia le dame a non farsi vedere in queste collere dagli amanti, per non perdervi del bello e in conseguenza dell’amore.

Ma già la dama è lisciata e impomiciata; già son collocati spilloni e fiori, già tondeggiate le unghie, già lavate le mani nel latte, e terse nelle chiome di elegante paggetto; indossa l’abito matronale uniforme, di bianca lana, frangiato d’oro o porpora, serbando le tuniche di colore per quando le entri il ruzzo di gironzare notturna, e farsi scambiare per liberta o per meretrice. Sfoggi pure in gemme e perle rapite alle straniere regine, portandosi addosso un intero patrimonio; carichi d’anelli ciascun dito eccetto il medio, variati dall’estate all’inverno, intagliati da artefici insigni, e comprati forse a prezzo dell’onestà; indi, avvolta nel manto, esca portata in lettiga da otto robusti schiavi [270]ch’ella medesima trascelse al mercato, due altri la precedano correndo, due ancelle la ombreggino ai lati co’ ventagli di code di pavone, e due paggi portino dietro i cuscini[198]. Così la dama s’inoltra ad amorosi convegni o a visite maligne, assiste ai giuochi gladiatorj, e colla mano di cui Catullo e Properzio cantarono le molli carezze, accenna al vincitore che deva scannare il vinto; o nelle lubriche cene rapisce gaudj furtivi, mentre il connivente marito calcola l’oro promesso al suo silenzio dal mercadante spagnuolo, generoso compratore dell’infamia[199].

Non con tali donne possono durare cari i legami di famiglia. Comunissimo dunque il divorzio, e non solo per sterilità, per litigi colla nuora, per impudicizia, ma pe’ più frivoli motivi; Paolo Emilio allega unicamente che dalla moglie era stato offeso; Sulpizio Gallo, perchè uscita a capo scoperto; Antistio Vetere, perchè parlottò in segreto con una liberta vulgare; Publio Sempronio, perchè ita a’giuochi senza sua saputa. Cicerone ripudiò Terenzia dopo trent’anni di convivenza, perchè gli abbisognava una nuova dote onde spegnere i debiti; e Publia, perchè parve rallegrarsi [271]della morte di Tulliola. Essa Terenzia fu di Sallustio, poi di Messala Corvino, poi di Vibio Rufo; Tulliola passò per tre mariti, e l’ultimo, Dolabella, la ripudiò incinta. Bruto, il virtuoso Bruto, rinviò Claudia per isposare Porcia; e Cicerone consultato il consigliò a far presto, per mettere termine alle dicerie, e mostrare che nol faceva per seguir l’andazzo, ma per unirsi alla figlia del savio Catone. Un famoso ghiotto fu sul punto di cacciar la sua, perchè in momenti critici visitò la cella de’ vini, ch’e’ temeva se ne inacidissero. Cajo Titinnio minturnese menò a bella posta la scapestrata Faunia, per espellerla poi come impudica, e tenersene la dote; nel che non pochi lo imitarono. Più spesso ancora separavansi d’accordo e senza verun titolo, o perchè già s’era contratto impegno con altri. Cesare ebbe tre mogli, Pompeo quattro, quattro Augusto, cinque o sei ciascun membro della famiglia di esso: e v’erano donne che contavano gli anni dai mariti, non dai consoli[200].

Conseguenza della servitù domestica era la prostituzione. La schiava era forse signora del suo corpo? oltrechè bramava o il favore dei padroni, o di farsi un [272]peculio onde acquistare la libertà. Acquistatala, si trovava in miseria, avvezza alle blandizie signorili, e già malavviata dall’obbedienza o dalla speculazione; sicchè usufruttava i suoi vezzi, e l’abilità nel canto e nel suono. Così aprivasi un altro gorgo alle fortune dei figli di famiglia[201], ed alle spoglie che i soldati recavano dalle vinte nazioni. Nè si dica che solo il cristianesimo affisse merito alla castità, e che noi serviamo ai pregiudizj d’oggi nel farne colpa agl’idolatri. Conoscevano anch’essi il merito della virtù femminile, ma la esigevano soltanto dalle matrone; nè que’ ritegni chiedeano alle liberte[202], le quali anzi diedero nome al libertinaggio.

Coteste non erano squisitamente colte come le eterie greche, ma assai più delle matrone; destinandosi queste a generare eroi, esse a dilettarli. La maggior parte erano nate schiave, e per la bellezza prescelte, salvandole dai lavori faticosi e degradanti. Educavansi all’arte di piacere col ballo, col canto, colla letteratura; tante cure adoprandovi, quante oggi a fare una grande cantatrice. Compagnie d’imprenditori profondevano somme per allevare una di codeste, la quale riuscendo poteva rifare al decuplo della spesa, ed esser fatta liberta da un amante, che alle voluttà voleva aggiungere quella di saper ch’ella poteva negarglisi.

Sotto i portici, le matrone rinvolte nella stola, coperte della palla, velate il capo, passavano cinte da custodi e servi che allontanassero la folla; i littori che facean [273]largo dinanzi al console, non poteano rimoverle; il marito che seco le avesse nel carro, era come in un asilo. Sulla via Appia, il corso d’allora, procedeano lentamente in lettighe scoperte, accanto alle quali giovani schiavi con flambelle di pavone agitavano l’aria e cacciavano gl’insetti. La cortigiana invece, distinta per abito più corto, pompeggiava di manti sfarzosi, variati in mille guise e mille nomi; e procedendo con quello andar rotto che ne rivela le arti, lasciava dall’ondeggiante tunica indovinar le bellezze recondite; la vecchia sua seguace traevasi da banda all’accostarsi di giovani effeminati, in toga elegante e carichi di anelli e stillanti profumi, e colla faccia ornata di mosche. Talora guidava essa medesima i cavalli a gran corsa, e dietrole i vaghi, che pareva menasse in trionfo. Aveano un prediletto (vir), cui doveano ingannare per darsi ad altri amanti; rilasciavano obblighi di fedeltà per un tempo determinato, ai quali se mancassero poteano esser citate ai tribunali disciplinari[203]. Neppure ad uomini assennati recava scredito il frequentare la loro conversazione[204], impiacevolita da quel raffinamento che [274]le oneste non poteano acquistare dai circoli domestici: anzi i misteri religiosi attribuivano ad esse una specie di consacrazione.

Nojati di lor famiglia, dei tumulti civili e dell’incertezza del domani, gli uomini cercavano distrazione in voluttà febbrili, meglio che nella calma del focolare, presso una moglie ch’era stata d’altri, e d’altri potea diventare domani: che anzi, le romane matrone proteggeano le meretrici, e teneansi in casa quelle che corrompevano i loro mariti e la prole[205]. Eppure l’esistenza d’una classe intera destinata alla voluttà non toglieva depravazioni più sordide cogli schiavi, indi anche tra liberi[206].

Il celibe poi esercitava una specie di principato[207] sopra un’altra genia, scomparsa dalle età moderne, gli uccellatori di testamenti. Qual era viltà cui non scendessero costoro per amicarsi il vecchiardo? dir sempre sì, secondarne le fantasticherie, lodarlo fin di bellezza, applaudire alle sue bambolaggini, strigliarne i nemici, sacrificargli la moglie, supplicar gli Dei in palese per la salute sua, in segreto per la sua morte. Che meraviglia se nojava il matrimonio, benchè così agevole a gettarsi dal collo? e il celibato vizioso era piaga cui i legislatori tentarono invano rimedj.

Eppure fra i pesi del matrimonio non contavasi l’allevamento de’ figliuoli, giacchè con facilità e con impudenza si esponevano, e a tal uopo venivano tessuti apposta certi panieri di vimini (corbem supponendo [275]puero); e comune intreccio delle commedie è il riconoscimento d’un trovatello. Terenzio, l’amico dei colti Scipioni, faceva da un padre dire alla moglie, nello scoprir una loro figlia gettata vent’anni prima: — Se tu avessi fatto a modo mio, bisognava ucciderla, non finger una morte che le lasciava la speranza di vivere». Tanto lassi erano i vincoli domestici, il che appare anche dalla facilità delle adozioni; e restiamo stupiti quando all’amico suo Cicerone scrive: — M’è morto il padre ai 24 di novembre. Guarda se puoi trovarmi arredi da ginnasio pel luogo che ben conosci. Del mio Tusculano mi piacio per modo, che non posso aver bene prima d’arrivarvi»[208].

Nelle arringhe di esso Cicerone, più che la corruttela ci colpiscono la sfacciataggine onde è recata quasi in trionfo, e la lunga impunità. Sono suocere che amoreggiano il genero e avvelenano le figlie; sono parenti che si sbrigano dei coeredi col farli od uccidere o condannare[209]; comuni gli amori incestuosi e contro natura; comunissima la prevaricazione de’ giudici, l’infedeltà de’ magistrati. Rivelata che abbia, ed eloquentemente svolta questa lunghissima tela di turpitudini, Cicerone deve ancora insistere perchè i giudici prendano ardimento a punirle. Difende egli un giovane accusato di ree pratiche con Clodio? Anzichè negare il fatto, lo mostra scusabile; la severità de’ costumi essere stata forse dicevole ai Camilli, ai Fabrizj, ai Curj; oggi appena leggersi nei libri, essendo invecchiate fin le carte dov’era descritta. — Omai (soggiunge) coloro che predicano di camminar dritto alla lode con fatica, sono lasciati soli nelle scuole. Abbandonando la via deserta e spinosa, si conceda alcuna cosa all’età, [276]sia più libera l’adolescenza, non tutto si neghi alla voluttà; la vera e diritta ragione non prevalga sempre, ma si lasci alcuna volta superare dalla passione e dal diletto, purchè serbi moderazione; e la gioventù quando siasi piegata alla voluttà, ed abbia dato alcun tempo ai sollazzi dell’età e a queste vane cupidini dell’adolescenza, torni alla domestica azienda, al fôro, alla repubblica, onde appaja che, quel che prima non avea ponderato colla ragione, l’abbia respinto per sazietà, disprezzato per esperienza»[210].

Se così largo era il precetto, quanto non si dovea trascendere nell’applicarlo? Di grossolano costume e di sprezzo dell’opinione ci rimangono testimonj alcune indecorose invettive, come di Sallustio contro Tullio, e di questo contro Calpurnio Pisone. Eppure Tullio vantavasi conosciuto per modestia e temperanza di discorso[211].

Con una costituzione caduta d’opportunità, colle proprietà scompigliate, colla famiglia sconnessa, colla opinione storta o non curata, poteva più conservarsi quel vivere in repubblica che suppone dominante la virtù? era a sperare che gente sì fatta accettasse temperamenti agrarj, o potesse rigenerarsi alle austerità repubblicane? o forse ve li avviavano l’educazione letteraria, la religione, la filosofia?

La coltura greca valse da principio a dirozzare i Romani, e vuolsi saperne grado agli Emilj ed agli Scipioni: ma l’indole romana ripigliava il sopravvento, e l’abitudine dei campi viziava gl’insegnamenti della scuola; sicchè dalla bella letteratura non si domandavano che nuovi stimoli all’appetito; alla politica di Polibio o alla morale di Panezio ponevasi mente sol [277]per la felice esposizione; e più che le semplici e tranquille soddisfazioni del vero studioso, si andava in Grecia a raffinarsi nella corruttela, a suggere il peggio della filosofia epicurea, cioè impararvi a sprezzare gli Dei, negare la Provvidenza, godere il più che si potesse, conforme l’esempio di quelle genti che dell’umiliazione nazionale si stordivano colle voluttà, si vendicavano coll’astuzia.

Lucullo, raffinato nell’arti greche, precorreva l’età sua coll’aprire la biblioteca e la galleria a chiunque; e con una lautezza ben più raffinata che non le grossolane maniere onde i prodighi compravano i favori del vulgo. Traversato nella sua ambizione, girò le spalle alla vita pubblica, e concentrò tutta l’attività dello spirito nella mensa; imbandiva ogni giorno in modo, da poter accogliere anche inaspettati gli ospiti più schifiltosi; le cene ordinarie gli costavano duemila quattrocento lire; ma bastava accennasse che si cenerebbe nella sala d’Apolline, perchè il cuoco allestisse un banchetto di lire quarantacinquemila.

Di quelli che in ogni età scompigliata pretendono il titolo di buoni e di onest’uomini col far poco e disapprovar tutto, e rimpiccinirsi dietro una moderazione che si riduce ad egoismo, il tipo più lusinghiero fu Pomponio Attico. Di buona casa patrizia, educato diligentemente, si prefisse per iscopo la tranquillità, e per mezzo di raggiungerla il tenersi in disparte dalle pubbliche faccende. Conservava amici in ogni fazione, e dell’aver suo faceva generosa comodità agli esuli ed ai proscritti di qualunque bandiera (non accusò nessuno, ma nessun mai patrocinò); potea dire amico Silla non meno che i Mariani, amici Cassio o Bruto non men che Cesare, Ottaviano non men che Antonio; stendeva la destra ad Ortensio, la sinistra a Cicerone; provvedeva a quei che correvano dietro a Pompeo, ma [278]egli non vi correva; a Bruto, cui non avea favorito mentre era in fiore, largheggiò denari quando somigliavano sussidio non contribuzione; senz’adulare Marc’Antonio potente, sovveniva ai bisogni de’ fautori e della moglie di lui. L’aristocrazia romana vedevasi sull’orlo dell’abisso; ed egli per consolarla scrisse la Storia delle famiglie illustri. Risparmiato nelle proscrizioni, calmo ne’ bollimenti civili, onorato nell’Impero, quando sentì aggravarsi una malattia lasciossi morir di fame. Cornelio Nepote, che ne tessè un panegirico anzichè la vita, lo propone a modello, come un piloto che sa guidar la nave tra le bufere.

A lui somigliante, l’oratore Ortensio avea quattro ville, insigni di capi d’arte, con boschi popolati di selvaggina, piante rare, fra cui platani che inaffiava di vino, vivaj de’ pesci più squisiti, al cui alimento dava maggior cura che non agli schiavi, e spendeva tesori per mantenervi fresca l’acqua in estate. Fra tali delizie componeva ora patriotiche declamazioni, ora giudiziali arringhe, ora versi libertini, or inventava di mettere arrosto i pavoni: lo perchè era detto re delle cause e delle mense, e morendo lasciò milleducento anfore di vino prelibato[212].

Così questi illustri, anzichè rialzare, abjettavano i gusti liberali da loro ostentati, e davano esempio del tuffarsi in quella sensualità, che degrada insieme e il cuore e l’intelligenza. A ciò cospirava la poesia, predicando la divinità della materia e la religione del godimento. Già Turno satirico rinfacciava ai poeti di porre in postribolo le vergini muse[213]; ed era appena [279]morto Lucrezio Caro, il quale verseggiò il materialismo d’Epicuro, solo staccandosene nell’ammettere il fato, ossia una segreta forza delle cose. — Se credessimo che gli Dei avesser cura di noi, continue sarebbero la temenza e la superstizione: il saggio dunque, aspirando alla calma, bisogna che se ne liberi. Nulla nasce dal nulla, nè torna al nulla; necessità genera e conserva le cose. Corpuscoli elementari, solo concepibili col pensiero, solidi, indivisibili, senza figura nè altra qualità percettibile ai sensi, movendosi a caso nello spazio interminato, produssero il mondo, il quale è infinito, infiniti essendo gli atomi. L’anima stessa è un corpo sottilissimo, diffuso per le membra e più particolarmente nel petto, simile al ragno che dimora nel mezzo, ma tende in ogni senso le fila, colle quali prende gli insetti, come l’anima prende le idee o le immagini. Anche nel sonno l’anima percepisce fantasmi vagolanti per l’aria. Non esiste dunque altro che il vuoto e gli atomi: dopo che il fortuito concorso di questi formò il mondo, vi nascono gli animanti e gli uomini, che poc’a poco costituiscono la società, e dallo stato ferino sorgono alle arti: anche le meteore, anche i morbi derivano da questi atomi. Il timore produsse le religioni. Non Provvidenza dunque, non postuma remunerazione, giacchè gli Dei se ne stanno per natura tranquilli in una pace affatto scevra dalle nostre vicende, nulla avendo bisogno di noi, nè irati ai tristi nè grati ai buoni; e più di Bacco, di Cerere, d’Ercole ben meritò della società Epicuro che sbrattò gli animi dai timori superni»[214].

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Dopo ciò, qual senso hanno le sue lodi alla virtù e alla moderazione? Tristo a lui se, ostentando questo sciagurato ateismo, e proponendosi di snodare gli animi dai ceppi della religione, lentò i freni alla romana gioventù, e volse coll’esempio la poesia a rendersi complice della depravazione, anzichè sorgere consigliera di magnanimità, e sorreggere nelle lotte la virtù o piangerne la decadenza!

Il lirico Catullo a Lesbia sua dice: — Non teniam conto delle baje de’ vecchi: il sole muore e rinasce; noi, quando la breve luce tramontò, in perpetuo dormiamo. Iteriam dunque baci e baci». E fa stomaco il trovare, nelle poche opere di lui avanzateci, all’elegante espressione mescolati non solo sentimenti inverecondi, ma parole trivialmente oscene: se ne scusa col dire che, quando il poeta sia intemerato, poco monta che i versi puzzino di laido[215].

Nè in veruno di que’ poeti erotici si riscontrano mai i piaceri del cuore, vivi, penetranti, ineffabili; sibbene spergiuri, ciance, dispetti, gelosie, scherzi, lacrimette, [281]lascivie[216]. Ogni vezzo palese o arcano delle loro donne vi è decantato, non mai la coltura, il brio, il cuore, tanto meno la ritrosia pudica. Di brigata con esse bevano, straviziano; sugli esempj di Fulvia, di Giulia, di Cleopatra, si fanno legge di evitar le oneste, e vivacchiare d’avventure: dalle amiche ubriache soffrono percosse e morsi, e ne rendono ad esse buona misura[217]. Ovidio a Corinna gelosa dell’ancella toglie i sospetti coi giuramenti in un’elegia; nella seguente rimbrotta l’ancella stessa perchè si lasci scorgere e si tradisca col rossore, e le dà la posta per la ventura notte. Egli a Corinna, Catullo a Lesbia, a Delia Tibullo, a Cintia Properzio slanciano vituperj, che nè alla più divulgata oggi si direbbero[218]. Comune a tutti poi è [282]il lamento per l’ingordigia delle loro belle[219]; e se Ovidio consiglia alla sua di non mostrarsi avara, la ragione è ancor più insultante che l’accusa[220].

Tibullo, col piacevole suo disordine, cogl’irragionevoli passaggi dal riso al pianto, dalla supplica alle minaccie, meglio d’ogni altro ritrae la natura degli amanti; ma egli pure è sempre impigliato nella materia. Properzio empie i versi di querimonie[221], sebbene confessi che attediano le belle, e che vuolsi non vedere e non udire all’opportunità[222]; ogni tratto salta in collera con Cintia sua, il domani stesso d’un convegno di cui vuol consacrata la memoria nel tempio di Venere[223]; finalmente dopo cinque anni la abbandona, ma essa va a cercarlo nella voluttuosa villa, lo batte perfino, nè gli concede pace se non a patto che più non passeggi sotto il portico di Pompeo, ritrovo delle belle, agli spettacoli freni gli sguardi procaci, nè si [283]faccia portare in lettiga scoperta. Cintia era poetessa; e insieme gelosa ed incostante, volle sagrificare alla Fortuna dopo sacrificato a Cupido; e ad un pretore venuto d’Illiria diè la preferenza sul poeta, e l’accompagnò in provincia.

L’Arte di amare d’Ovidio meglio s’intitolerebbe arte di sedurre. Frondoso e lussureggiante, mille versi occupa per descrivere la donna a cui dire — Tu sola mi piaci»; quasi la scelta fosse effetto di calcolo. Passeggiar per le vie, darsi aria sulle piazze, confrontare le brune colle bionde, villeggiare a Baja, principalmente cattivarsi le cameriere con oro e carezze, insinuarsi nelle grazie del marito, insistere, ma senza noja, nè per rifiuti smettere la speranza, fingersi soffrente, simulare una rivale, soprattutto saper tacere, e credersi non aver peccato ove il peccato può negarsi[224], son le arti che insegna questo ingegnoso spositore della corruttela del suo secolo, d’un secolo ove egli poteva chiamare poco urbano il marito che pretendesse casta la donna sua nella città i cui fondatori non nacquero senza colpa[225], e dove osava proporre quasi specchio l’amor di Pasifae.

Chi aspira a conquiste, frequenti i boschetti di Pompeo o il portico di Livia, e le feste del compianto Adone, e i sabbati del Giudeo, ma principalmente i teatri e i circhi, dove in folla mirabile accorrono le donne per vedere e farsi vedere, sdrucciolo della castità; ivi applauda ai cavalli, agli attori che l’amica preferisce; scuota dal grembo di lei ogni granello di polvere che vi sia, la scuota se anche non vi sia, e [284]colga ogni occasione di prestarle servigio: sostenerle il pallio se strascica, accomodarle il cuscino, non permettere che alcun ginocchio la pigi, farle vento, e scommettere sulle vittorie; inezie che cattivano gli animi piccoli. Ma arte suprema di piacere crede i donativi, nè abbisognare d’altr’arte chi può donare[226]. Alle donne medesime insegna a impaniare amanti: le vesti adatte ai tempi e ai luoghi; il confine del riso; mostrarsi serene sempre, lasciando via gli alterchi, roba da mogli[227]: sappiano smungere a maggior profitto l’amante, chiedendo doni se ricco, raccomandando clienti se magistrato, affidandogli cause se giurisperito, accontentandosi di versi se poeta. Mentre però uccellavano a regali, spesso vedevansi spogliate: e il precettore di amabili riti le ammonisce a non lasciarsi illudere dalla ben pettinata chioma, dalla toga sopraffina, dai molti anelli; perchè sovente colui ch’è più ornato è rapace, e vagheggia le vesti e le gemme[228]; onde più d’una s’ode sovente gridare al ladro.

Strani amori! strani precetti! strane cautele! Eppure forse solo Ovidio tra que’ poeti ebbe moglie e l’amò, o almeno la rimpianse affettuosamente dall’esiglio, ove per altro essa non l’accompagnò. Properzio lascerebbesi decollare, piuttosto che obbedire alla legge Papia [285]Poppea contro i celibi[229]. Orazio stesso, di affinatissimo gusto, di sagacia discretissima, e legato col fiore de’ cittadini, pure si deturpa di plateali sconcezze, e meglio palesa la corruttela che dovea venire dagli amori colle cortigiane, dai bagni promiscui, dai trini letti delle mense; sicchè indarno la legge e la costumanza circondavano di tanti riguardi le matrone, riverite e abbandonate. Che più? Virgilio, soprannomato il casto, porta il suo tributo all’immoralità, esclamando beato chi pone sotto a’ piedi il timore del fato e dell’averno; e consiglia a goder la vita finchè n’è tempo, nulla curandosi del domani[230].

Quelle dottrine d’Epicuro che Fabrizio avea desiderato si praticassero sempre dai nemici di Roma, vi si erano dunque introdotte, abbracciate ed esagerate coll’energia propria della nazione. Ne rifuggivano taluni: ma la costoro virtù riducevasi a disprezzare le lusinghe dell’oro e dei piaceri qualora n’andasse di mezzo il bene della patria; e corazzati d’insensibile alterigia, idolatrare una libertà che più non era nè possibile nè desiderabile. Catone, Bruto, pochi altri, eretti fra tanta prostrazione, nulla giovarono, nocquero spesso, come avviene degli esagerati, e il supremo studio della vita riponendo nell’avvezzarsi a gettarla senza sgomento. Allora in fatti cominciarono a frequentarsi i meditati suicidj, che poi crebbero a dismisura: sopravivere a una sconfitta che esponeva alla pompa d’un trionfo, al ferro del manigoldo, agl’insulti o al perdono d’un vincitore, [286]parea da vile, e il Romano pretendeva alla gloria di saper fuggire quell’ignominia, e di sottrarre la parte più nobile di sè a chi opprimesse il corpo. La legge medesima concedeva agli accusati d’uccidersi innanzi che fosse proferito il giudizio che n’avrebbe confiscati i beni ed infamata la memoria. La setta stoica poi insegnò come vanto il potere, nell’istante che a ciascun meglio piaceva, terminar la vita anzichè subirne i mali con cui la Provvidenza ci prova ed affina.

Perocchè alla Provvidenza chi più credeva? La religione, fredda, prosastica, legale, combinata per interesse dello Stato, non sopravivea più che come una pratica uffiziale; gli Dei immortali, che nelle esclamazioni. Seicento e più religioni tolleravansi in Roma, il che vuol dire che nessuna era creduta. Il dio confondeasi colla patria; Giove Capitolino e gli altri numi non solo prediligevano il popolo romano, ma odiavano i nemici di questo; e ai vinti, come la libertà, così si rapivano gli Dei prima colle imprecazioni, poi colla violenza. La dignità delle Vestali, un tempo ambita dalle primarie case, non potè trovar novizie; onde la legge Papia prescrisse che il pontefice fra donzelle tratte a sorte scegliesse quelle che dovevano consacrare a Vesta la involontaria loro illibatezza. Poichè ogni culto si propone d’imitare il dio cui è diretto, nelle orgie si emulava il furore di Bacco; i sacerdoti Galli si faceano eunuchi come il loro Ati; e a che non doveva condurre l’esempio di divinità, la cui storia divulgata talmente scostavasi dalla morale!

Che se per religione intendiamo un complesso di dottrine e di tradizioni sacre, attuate da regolari cerimonie e da precisi doveri, e un insegnamento morale sanzionato da ricompense soprannaturali, Rema ne mancava. L’accrescimento della ragione avea messa in [287]chiaro l’incongruenza delle credenze avite; le tante importazioni di divinità aveano indebolito il sentimento pio; i grandi uomini vantavansi filosofi, che volea dire increduli; e le azioni si giudicavano secondo i dettami delle scuole. Quelli pure che parlano della vita futura, la confondono con una durata più lunga e colla ricordanza lasciata di sè. Cicerone sostiene che immortale è l’anima, se il cuor suo ha bisogno di consolarsi della defunta figliuola, o se gli giova per difendere Rabirio; per difendere Cluenzio invece professa che colla tomba finisce l’uomo; e dice che agli Dei si domandano i beni esterni, non la virtù, nè alcuno mai pensò ringraziare gli Dei d’essere galantuomo[231]. Cesare, pontefice massimo, proferì in pien senato che la morte è il fine dei mali, nè dopo di essa v’ha gaudio o tormento[232]: eppure egli stesso, dopochè una volta rischiò di esser [288]rovesciato, non saliva mai in carro senza recitare tre volte una giaculatoria preservativa, «come facciamo la più parte», dice l’ateo Plinio[233].

Perocchè, siccome avviene, in difetto di fede, prevalsero le superstizioni, e lungo sarebbe il dir quelle onde i Romani empivano la loro vita. Divinità presedevano a ciascuno dei più piccoli e fin de’ più schifi atti; divinità a ogni parte della casa, della città, del campo; divinità a ciascun giorno, a ciascun’ora. L’incespicare sulla soglia, il rovesciarsi del sale, la vista e lo strido di certi uccelli, l’incontro di un serpe, che più? l’udire un nome sinistro, atterrivano come pessimi pronostici; faceano unzioni all’uscio di via perchè i maliardi non affascinassero le nuove spose; sepellivano draghi nei fondamenti; scrivevano fausti nomi al limitare delle case, o tenevano gazze che li proferissero; inchiodavano pipistrelli sulle imposte, o nell’architrave ficcavano chiodi tolti ai sepolcri o piantavano osceni priapi per rimovere dagli orti i ladri e i malefizj. Il grande erudito Vairone insegna che, per guarire un uomo da doglia ai piedi, bisogna tre volte nove volte cantare: Terra pestem tenete, salus hic manete; e racconta che i gallinaj nella covata mettevano sempre un numero dispari d’ova; e le gravide ne tenean uno in seno, e del parto futuro preludevano secondo che n’usciva un pulcino maschio o femmina.

Lo stesso Governo, ottemperando alle vulgari ubbie, cambiava il nome ad alcuni paesi, come Egesta in Segesta, Malevento in Benevento; cominciava sempre le pubbliche aste dal lago Lucrino, pel prospero nome di lucro. Il grave Catone disputava sul serio se uno starnuto involontario dovesse render irrite le assemblee; sospendevasi il comizio del popolo se tonasse; disdicevasi [289]il senato ogniqualvolta si riferisse che un bue aveva parlato[234]. Chi non comprende qual partito ne potessero trarre i politici e gli scaltri? l’adunanza stava per rendere un’importante decisione? ecco a scioglierla col fatale alio die l’augure[235], che avea veduto segni sinistri; un’impresa era spinta o dissuasa dal fegato o dal cuore di una vittima, dal tonare a sinistra o a destra, da un volo d’uccelli fausti o malaugurati. In gravissimi disastri rendeasi il coraggio col consultare i Libri Sibillini, o si mandava ad interrogare gli oracoli di Sicilia, di Grecia, d’Asia. All’Esculapio di Epidauro un serpente stava sempre vicino; e quando in un contagio fu spedita una nave per portarlo a Roma, il serpente la segui fin nel Tevere: allora saltò dalla nave e si annidò nell’isola, segno di fermarsi colà; e tosto la peste cessò. Al tempio di Giunone Lacinia presso Crotone succedevano stupendi miracoli; cingeanlo boschi di altissimi abeti, fra i quali e il tempio spaziavano laute pascione, ove mandre e greggi stavano senza custodi, uscendo la mattina, rientrando la sera spontaneamente nelle stalle; nè gli uomini mai li rapivano, nè i lupi: e al limitare del tempio vedeasi un’ara, dove le ceneri rimaste non erano smosse mai, per quanto i venti imperversassero in ogni direzione[236]. Altrettanto ai Locresi era caro il tempio di Proserpina, le cui dovizie avendo Pirro saccheggiate, fu côlto da sformata procella che rigettò le sue navi sul lido, ove s’affrettò a restituire il mal [290]tolto: e quando, temendo la guerra mossa dai Crotoniati, i Locresi voleano portare quel sacro tesoro dentro la città, fu dal tempio intesa una voce che ammoniva d’astenersene; la dea avrebbe difeso il proprio tempio: e avendo pure voluto cingerlo d’un muro, questo ruinò a terra. Nè v’era santuario che non volesse segnalarsi per qualche portento[237].

Quanto qualsiasi di Grecia era venerato quel di Érice in Sicilia, così antico, che Dédalo, venutovi un secolo avanti la guerra di Troja, lo trovava già, e con un muro ne agevolava l’erta salita: era popolato di fanciulle devote a Venere. A Cerere era sacro quello di Enna, e nel tumulto de’ Gracchi i Libri Sibillini indicarono si placasse quell’antichissima dea, e pare che dalla Sicilia si traesse a Roma la sacerdotessa di Cerere[238].

Per quanto compatiamo ai pregiudizj di Plutarco, ci si stringe il cuore nel vedere in esso i consigli degli uomini illustri, la decisione di capitali eventi, la fortuna d’eserciti e di popoli affidarsi alla leggerezza d’un sogno, all’impostura d’un augure, all’osservazione d’un fenomeno naturale. Che se Cicerone dedicò il trattato De divinatione a confutarli, convien dire che molti tra la gente colta mettessero fede nell’astrologia e nei sogni. Publio Figulo, sommo personaggio e portento di sapere, grand’amico di Cicerone, che lo chiamava dottissimo e santissimo, era profondo in tutta questa vanità, e la esercitava a servizio del pubblico e de’ privati. E molti a Roma salivano in considerazione coll’astrologare, e promettevano a Pompeo, a Crasso, a Cesare che morrebbero di vecchiaja, illustri e quieti in casa[239].

Oltrechè la religione non s’era applicata a mettere in sodo le capitali verità morali nè a diffonderle nel vulgo, [291]cui rimasero inaccessibili finchè la religione insegnatrice non nacque col Vangelo, prima di questo la filosofia fu sempre superiore alla religione. Di quella che i Romani ebbero indigena, ogni memoria restò cancellata dal sopravvenire della greca, esposta poi così splendidamente da Marco Tullio. Costui, come avviene in tempi che le credenze sono scosse, rimane eclettico, e secondo i Neoaccademici si tranquilla nelle probabilità. Però combatte costantemente gli Epicurei e le altre scuole che qualifica di plebee[240]; non foss’altro, perchè sconsigliavano dalle pubbliche faccende, mentre il carattere della sua filosofia, e in generale della romana, è l’applicazione al viver cittadino. Pertanto predilige l’etica stoica, anche perchè meglio opportuna all’eloquenza; salvo, del resto, a voltarla in beffa nella persona di Catone. Scopo della morale e suprema regola della vita è per Tullio il sommo bene, il quale consiste nella virtù e nell’onestà, cioè in quel che è lodevole per se stesso, non per idea di utilità: e quantunque l’onesto sembri talvolta pugnare coll’utile, utile è però sempre.

Bellissimo è l’udire esposta la virtù in parole si eloquenti com’egli fa; ma se gli cerchiamo una norma fissa, troviamo o il vuoto o l’eccesso. Ne’ suoi paradossi stoici ci dirà che «il savio non perdona veruna colpa, guardando la compassione come debolezza e follia; in quanto è savio, egli è bello benchè scontraffatto, ricco benchè muoja di fame, re benchè schiavo; chi non è savio, è pazzo, bandito, nemico; è colpa eguale uccidere o un pollo pel desinare o il padre; il savio di nulla dubita, mai non si ripente, non s’inganna, non cangia d’avviso, non si ritratta». Certo non con questi teoremi si educherà al vero la mente, alla bontà il cuore. Lo stoico impugnerà gli Epicurei, che non discernono [292]il piacevole dall’onesto: ma questo onesto ove lo troverà? dove questa virtù a cui la volontà deve aderire?[241] Cicerone, anzichè sodare verità generali, cerca l’applicazione utile, e utile ai Romani: evita pertanto ogni regola angustiante; raccomanda di non istaccarsi troppo dalle vie comuni, quand’anche non approvate dalla stretta morale; l’avvocato può sostenere una causa non giusta; per gli amici uno può permettersi cose che non farebbe per sè[242]: ciascuno nell’operare deve riguardo alla propria indole, cui inerisce sempre qualche difetto; nessuno è obbligato all’impossibile; e l’uno è più atto a questa, l’altro a quella virtù[243]. Così attempera l’onestà alla convenienza.

Ma egli, che riprodusse la morale più pura di cui fosse capace il mondo pagano, morale che tanta efficacia esercitò sulle leggi e sui costumi romani, non riesce a cancellare l’impronta originale della filosofia gentilesca, per la quale l’uomo non aveva un valore assoluto, ma solo uno relativo e subordinato alla società. Conforme amorale siffatta, con cui Roma giustificò pessime iniquità, Cicerone esibisce il modello d’un cittadino perfetto: — Imitiamo i nostri Bruti, Camilli, Decj, Curj, Fabrizj, Massimi, Scipioni, Lentuli, Emilj ed altri senza numero che questa repubblica assodarono, e ch’io ripongo nel numero degli Dei immortali; amiamo la [293]patria, obbediamo al senato, sosteniamo i buoni, trascuriamo i vantaggi presenti per servire alla posterità ed alla gloria; giudichiamo ottimo ciò che è più retto; speriamo quel che ci aggrada, ma sopportiamo quel che accade; pensiamo in fine che il corpo de’ forti e de’ grandi uomini è mortale, ma sempiterna la gloria dell’animo e della virtù»[244]. Anche il suo libro degli Uffizj non riflette all’uomo, ma al cittadino; non mette la debita distinzione fra la scelta d’uno stato e quella de’ principj; e trascurando la moltitudine operosa ed utile, da precetti soltanto pel magistrato o pel generale, al più pel letterato; insegna come acquistare onoranza nella repubblica e nei governi, come operare con decoro; ma nulla della famiglia, nulla delle giornaliere relazioni dell’uomo coll’uomo: ommette poi i doveri di questo verso la divinità, senza dei quali come si può imporre efficacemente il dovere, determinarlo, sanzionarlo?

Abbastanza ci fu veduto come siffatte massime togliessero e pietà e giustizia a Cicerone qualora si trattasse d’uno straniero o d’uno schiavo, e di giudicar rettamente delle malvagità che aveva sott’occhio: barcollando poi fra le opinioni altrui, conosce l’errore delle vulgari credenze, ma con esse confonde spesso i dogmi più essenziali, fin l’esistenza di Dio, e l’immortalità dell’anima[245].

[294]
Non venite a citarmi qualche popolo moderno, altrettanto molle, altrettanto incredulo, e che pur vive e cresce. Oggi la pluralità lascia fare, i buoni ordinamenti frenano i sudditi corrotti, una livellazione universale riduce a quell’aurea mediocrità, dove non eccedono nè le virtù nè la depravazione. Allora molto maggiore era lo sviluppo pratico della vita, e specialmente della politica, e in tal senso dirigevasi l’educazione, non alla letteratura come oggidì. La nascita, gli avi gloriosi, la ricchezza spianavano la via agli onori, ma viepiù i talenti per la guerra e pel governo, col cui mezzo doveasi acquistare e conservare la dominazione. Di qui l’atteggiamento di grandezza degli uomini illustri di quel tempo, sicchè c’impongono una specie di venerazione; grandezza viepiù appariscente perchè chiamati ad ogni sorta di attività. I letterati insigni trovammo assorti nella pubblica cosa; l’uomo stesso era sacerdote, oratore, legista, magistrato, guerriero; il pretore in città rendeva giustizia, fuori comandava le armi; il questore amministrava in pace le rendite civili, e provvigionava gli eserciti in campo; il console offriva sacrifizj, deliberava in senato, convocava le adunanze, soggiogava i nemici, sistemava le provincie. Cesare, il maggior capitano del suo secolo, sarebbe stato il maggior oratore se l’avesse voluto; dal conquistare le Gallie veniva a fare i sacrifizj, dal discutere una causa a compilare il calendario e riformarlo. Cicerone, eloquente, poeta, filosofo, statista, giureconsulto, finanziere, uom d’affari e di studj, e primo o dei primi nel trattar cause, dirige lungo tempo il senato, combatte i Parti, e dai soldati che guidò alla vittoria è acclamato imperatore.

In tempi di rivoluzione, gl’individui grandeggiano a proporzione della decadenza e dello scompaginamento [295]delle forze nazionali; e chi si sente facoltà straordinarie, sarà audace a tutto tentare quando i costumi e l’opinione pubblica non bastano a rattenerli nelle barriere legali.

E tanto più che, fuori dei vincoli politici, nessun altro congiungeva i cittadini; la famiglia era una tirannide; la città aperta all’abitante di Tivoli come a quello di Marsiglia o di Cadice; la letteratura desunta da forestieri; l’umanità ignota fin di nome, e gli Stoici la dichiarano indegna del sapiente, il quale, secondo il mansueto Virgilio, non dee nutrire nè invidia pel ricco nè commiserazione pel povero. Le nimicizie si esercitano come un fatto palese, autentico, doveroso: uno al principiare della sua carriera trovasi già nemici ereditarj, o se ne elegge: dichiarasi ad uno che si cessa d’essergli amico, e soltanto per contrariarlo si segue l’opposta fazione: mettesi una specie di punto d’onore nel perseverantemente odiare; talchè Cicerone chiede scusa se, pel pubblico interesse, fa causa comune coi proprj nemici, e procura giustificarsi con qualche esempio[246].

Mancando ogni valore assoluto, bisognava conservar la cosa romana coll’abitudine, col mantenere le costumanze antiche; ed ecco perchè tanti non sapeano che rimpiangere l’età degli avi. Ma anche considerando le cose romanamente, come figurarsi la rintegrazione del passato? La grande eguaglianza erasi effettuata; coll’estendersi dello Stato si erano o volti in vizio o peggiorati i regolamenti onde Roma vigori in gioventù; i giudizj de’ padri-famiglia nella propria casa e de’ magistrati in ciascuna città divennero tirannia importabile dopo alterati i costumi; i patroni si conversero in oppressori, e trascinavano i clienti a secondarli nell’ambizione, o saziarne l’ingordigia; la potenza tribunizia, [296]mera tutela del popolo vilipeso, era sormontata a segno da opprimere il senato, talchè Catone esclamava: — Campateci dalle miserie che ci aggravano; campateci da questi mostri, che non sono mai sazj di nostro sangue; non soffrite che noi siamo servi se non a voi tutti, giacchè della sola volontà del popolo dobbiamo noi esser servi»[247]. La separazione di plebei e patrizj, lievito profittevole alla libertà, era degenerata in guerra civile, combattuta con armi che non erano più armi della patria.

In quei secolari conflitti, secondo che il senato, le curie o le tribù erano prevalsi, consoli, dittatori, tribuni aveano fatto leggi, ispirate da sentimento di parte o da abuso della vittoria; e quest’accozzaglia mancava d’ogni unità d’intento. La fatica di stricare quel viluppo apparteneva ai giureconsulti; eppure non salsero in onore, restando confinati nella minutezza delle liti private, mentre le pubbliche si dibattevano nelle passionate arringhe degli oratori, e si decidevano per broglio e per forza.

Il lasciare ai vinti gli statuti e le consuetudini natìe era accortissima politica; ma col moltiplicarsi di quelli crebbe troppo la disparità della legislazione. Vi rimediavano in parte gli editti del pretore: ma questi variavano di continuo secondo il senno del magistrato; a non menzionare le ordinanze dettate dall’arbitrio ingordo de’ proconsoli, dai capricci d’una fazione, dall’entusiasmo per un capitano vincitore, dalla spada di esso. Le leggi che vietano i brogli, la venalità degli oratori, il carpire i testamenti, il violentare libera persona[248], rivelano il vizio, più che non facciano confidare del rimedio. Una obbliga a menar moglie, una [297]limita le spese de’ banchetti e il numero de’ convitati, intanto che nessuna, fin ai tempi di Cicerone, puniva la frode in generale, nè concedevasi accusa fuorchè contro i fatti determinati da titoli speciali[249].

A rappresentare l’antica sapienza romana, sapienza di forza e di conquiste, rimaneva quel senato, cui gli oratori non rifinano di tributare encomj. Per ovviare le aspirazioni liberali e invigorire la propria potenza, esso spingea continuamente a guerre esterne sotto frivoli pretesti; il suo diritto delle genti era tutto a carico de’ nemici; il riposo, l’indipendenza de’ popoli non misuravansi che alla potenza romana, alla quale sola nessun confine avevano posto gli uomini nè gli Dei. Erettosi arbitro del mondo, giudicò la servitù di questo necessaria alla sicurezza di Roma; idolo inesorabile, a cui mostravasi devoto fin a quell’eroismo che si fa ammirare da quanti non badano al fine: poi nelle cose interne sfasciavasi in brogli e paure e spirito di fazione e passioni personali ed aristocratiche; impotente a prevenire il male, operando il bene sol quando v’era trascinato dalla perseveranza plebea. Intrepido a fronte degli stranieri, a fronte dei tiranni interni mancava di coraggio; anzi col dimandare l’autorità dittatoria e col prorogare i comandi educò quegli usurpatori, cui primo studio era il decimare o deprimere il senato stesso.

Fra un’aristocrazia ristretta, violenta, corrotta; e una popolaglia viziosamente povera, che aveva sgradite le riforme de’ Gracchi perchè colla possidenza imponeano l’obbligo del lavoro, come poteva prosperare la repubblica? Tentarono i Gracchi ricostituirla nell’interesse del popolo; ma credettero alla moralità di questo, e ne furono uccisi. Lo tentò Silla col rassodare l’aristocrazia; ma questa pure si trovò talmente sfasciata, che non [298]potè conservare quant’egli le avea restituito. Cicerone divisò di costituire un terzo stato coi cavalieri; ma non che opporlo al senato, avrebbe voluto che, chiunque si segnalava per nobiltà, ricchezza, magistrature, si unisse, e col nome di ottimati facessero contrasto al popolo basso. Catone, mai non piegandosi all’attualità, pretendeva che uomini e cose tornassero quali erano quattro secoli innanzi; e la sua rigidezza noceva non meno che la flessibilità di Cicerone, perchè in corpo guasto anche il rimedio torna di danno. Pompeo non riforma se non col rattoppare il passato, col risuscitare le due teste della repubblica, sicchè infuriarono le risse del fôro, sin a portare alla guerra civile. Immeritevoli del governo repubblicano, tutti sentivano la necessità de’ corrotti, il riposo nella servitù.

Perchè i due poteri dello Stato si bilanciassero, sarebbe bisognato che ciascuno si reggesse entro i limiti proprj, cioè osservasse la legge, sagrificando l’interesse privato al generale. Ma per conseguire ciò voglionsi o virtù grande o evidenza di vantaggi; mentre qui il rapido arricchire degli uni colle conquiste, l’impoverire degli altri in grazia del lavoro servile facea concorrere e aristocrazia e democrazia alla distruzione comune. Gli autori antichi riversano ogni colpa sul popolo, i moderni sui grandi, e va ascritta a tutti. Quello, cernito da cento nazioni soggiogate, che passione doveva prendere per questa Roma che era stata jeri sua tiranna? I grandi s’erano appassionati dei Greci, adottandone i costumi, le credenze, la letteratura; e l’orgoglio che facea respingere un uomo nuovo d’Arpino o di Venosa, accoglieva all’amicizia il liberto, purchè greco. I cavalieri, appaltatori del fisco, tenendo relazioni lontanissime, poteano divenire ospiti di retori e sofisti e storici, accorrenti a Roma per ottenervi una specie di culto; e costoro non potevano insinuare il patriotismo romano, la stima delle [299]virtù avite, bensì quell’indifferenza per la cosa pubblica, che Cicerone rimprovera sì spesso agli ottimati.

I grandi ambivano impieghi, toccava ai poveri il darli: che cosa aspettarsene se non corruzione e venalità? Il tempo della candidatura era una specie di fiera popolare, dove le toghe si inchinavano al sajo popolare. Allora si facea l’amico con tutti, si davano pranzi, si pagava l’entrata agli spettacoli per intere tribù, si carezzavano i Ciciruacchio del quartiere, si faceano moine allo schiavo prediletto o al liberto d’un personaggio influente; non si trascurava il capo d’un municipio, il priore d’una confraternita di arti; si sapeva a memoria la carta d’Italia, se ne faceva il giro, si parlava a ciascuno di quei che oggi chiamiamo interessi di campanile; si metteano in moto le donne; la mattina, gran cura di vedere il vestibolo pieno di clienti, e numerarli, e informarsi di quelli che mancassero, e trarseli dietro al Campo Marzio, e quivi far inchini, stringer mani, salutare tutti a nome, secondo suggerisse uno schiavo mnemonico.

Ormai sfacciatamente nel mezzo del fôro si piantavano banchi ove contrattare i suffragi; e i candidati se gli accaparravano non col far conoscere le virtù o i sentimenti proprj, ma col promettere più denari, o maggiori distribuzioni di grano, o splendidi giuochi. Durante i comizj, rincariva l’interesse del denaro fin al doppio. Pompeo comprò il consolato per Afranio: i senatori si tassarono per comprarlo a Bibulo[250]. Che non fece Catone per reprimere la corruttibilità de’ ragionieri del tesoro, i quali si valeano della loro pratica e della noncuranza de’ giovani questori per istornare il denaro pubblico? ne cacciò e processò alcuni; ma in uno di tali processi gli si oppose Lutazio Catulo, conservatore severo e allora censore, e andò mendicando l’assoluzione [300]dell’incolpato, fin a indurre il questore Lollio, allora malato, a farsi portare in lettiga al tribunale per votarvi in pro. Arrivò che la votazione era già compita, ma i giudici vollero contarlo egualmente, e il prevenuto fu assolto.

Memmio deferì al senato una convenzione fatta da lui e dal competitore Domizio coi consoli, ove questi obbligavansi a favorirli nel domandare il consolato, ed essi a fare attribuir loro le provincie che ambivano; depositavano quattrocentomila sesterzj, che andrebbero perduti se non trovassero tre auguri i quali dichiarassero d’essere stati presenti quando il popolo fece la legge curiata, sebbene mai non fosse stata proposta; e due consolari i quali attestassero d’avere assistito alla soscrizione del decreto che assegnava le provincie ad essi consoli, sebbene l’affare non si fosse tampoco riferito in senato[251]. Tanti ribaldi in un contratto solo! Spesso con minori complicazioni la spada del centurione ordinava di eleggere, o il coltello di Milone, di Clodio, di Dolabella determinava le scelte o toglieva di mezzo i competitori. E quest’irruzione de’ soldati o de’ bravacci ne’ comizj fu la conseguenza delle guerre lunghe, e il colpo di grazia alla libertà.

Ma la libertà chi la godeva in Italia? Forse gli schiavi che, in numero di cento per ogni uom libero, affamavano sulla gleba, irrigata del loro sudore? forse i clienti servili al patrono? forse i debitori, che poteano per legge esser fatti a pezzi, e per pietà sepolti nelle prigioni? Fra’ cittadini stessi di pieno diritto, il padre è despoto sulla vita della moglie e de’ figli, che espone o che manda all’incanto se la cupidigia o le passioni sue lo vogliono. Il padrone trovavasi un nemico, una spia in ogni schiavo, che poteva o trucidarlo, o andare [301]a denunziarlo ai giudici. I tribuni eccedono in prepotenze da tiranni, scomunicano chiunque gli offende, dirupano dalla Tarpea un senatore che attraversa qualche lor atto. I censori frugano ne’ penetrali domestici, e appongon note, di cui solo i senatori possono chiedere il motivo.

Tale era la libertà de’ cittadini perfetti: che dir poi delle tante gradazioni inferiori? e quale affetto portare a leggi, la cui protezione non assicurava nè la vita nè l’avere a chi non fosse capace di tutelarli da sè o per mezzo d’amici? Secondo Cicerone, Sassia, a cui era stato ucciso il marito, per iscoprire i rei fa porre al martôro i servi (tormentis omnibus vehementissimis quæritur); e poichè asseriscono di non saper nulla, per quel giorno gli amici, al cui cospetto si teneva questa domestica investigazione, opinano di desistere. Dopo qualche intervallo si rimettono alla corda, nulla vis tormentorum acerrimorum prætermittur, tanto che l’aguzzino ne riesce spossato, e gli astanti dichiarano che sono a sufficienza[252]. È vero che non si trattava d’uomini, ma di schiavi.

E in generale i giudici non si limitavano ad accertare il senso delle leggi ed applicarle ai casi particolari, ma si consideravano padroni della vita e dell’onore dell’imputato. Pertanto il reo ed i suoi amici compajono in abito di duolo, stringendo la mano dell’uno e dell’altro; è dovere d’amicizia e pietà di parentela il venire corporazioni intere, interi municipj a sostenere del loro voto un accusato: se pur questo non avrà denari quanti bastino a comprare i giudici, giacchè in proverbio [302]correva, non potersi condannare una buona borsa. L’oratore non s’industrierà tanto a mostrare l’innocenza del suo cliente, quanto a chiarirne i meriti antecedenti, e commovere i giudici a favor di lui, della sua famiglia, de’ figlioletti che in bruna veste girano supplicando[253].

Eppure quello stesso che maggior gloria trasse dal fôro, e che in qualche accesso di vanità esclamava, — Cedano le armi alla toga», era costretto confessare che l’eloquenza e le magistrature doveano chinarsi alla forza; la forza, idolo e ragione di Roma. — Questa (diceva egli), al popolo nostro eterna gloria produsse; questa gli sottomise il mondo; questa è il più sicuro modo d’ottenere il consolato»[254].

[303]
Lo sentivano gli ambiziosi, e aspiravano a farsi ragione col tumulto e colla sommossa. Quante rivolte in quest’ultimo periodo! Triumviri e dittatori danno il diritto, anzi l’obbligo a ciascun cittadino d’uccidere i proscritti, cioè legalizzano l’assassinio: per contenere la folla irritata o i compri bravacci, conviene postare soldati attorno al fôro od alla curia: l’opposizione stessa dei tribuni non tutela più il popolo colla sola parola sacra, ma Apulejo Saturnino rimove Memmio dal consolato coll’ucciderlo, indi con un branco di ribaldi rifugge al Campidoglio; chiamato a scolparsi civilmente nella curia, è ucciso a sassi egli ed i suoi compagni, e a ludibrio strascinati per la città[255]. Publio Cornelio Silla, parente del dittatore, è accusato di due congiure. Antonio imputato di ambito, con una masnada di disertori e gladiatori sperde i giudici, e si salva[256]. Come avvenisse il richiamo di Cicerone lo vedemmo; e durante tutto quel tempo i privati furono protetti non dalla legge ma dalle pareti, le case de’ magistrati cerche con ferro e fuoco, infranti i fasci de’ consoli, incendiati i tempj, feriti i tribuni della plebe. Clodio stesso, nel bel mezzo del fôro, è inseguito a spada nuda da Marc’Antonio, il quale fin nel tempio dove si raccoglieva il senato, menava una turba di satelliti, gli uni colle armi in pugno, gli altri portando lettighe piene di [304]scudi e di stocchi, lesti alla prima occorrenza. E queste scene ogni tratto si rinnovavano; e restando esse impunite per la forza de’ rei, gli avvocati pretendevano che tanto meno fossero castigate le colpe minori[257]. E bene esclamava Cicerone che, non per alcun caso, ma pei vizj proprj la repubblica era perita: il solo nome ne sopravivea[258].

Era però stata sempre meravigliosa la disciplina dei Romani, appena si mettessero in campo. Bando allora a dissensioni e partiti; i Coriolani e gli Emilj, esecrati nel fôro, venivano ciecamente obbediti da che avevano ottenuto il giuramento militare. Nelle guerre civili i capitani, ancor più avidi di potenza che di gloria, posero l’animo a conciliarsi le legioni, a farle amare il campo più che la patria, più la grandezza del generale che la libertà de’ cittadini. Silla fu il primo, per vaghezza di comando, a carezzare la soldatesca, e per forza di questa ottenere ciò che un tempo dai voti dei cittadini s’impetrava. Allora l’esercito, disgiunto dal senato e dal popolo, costituì una terza potenza, che dava la vittoria a quella a cui s’accostasse, alla democrazia con Mario, ai nobili con Silla: Crasso, Pompeo, Cesare aveano abituato l’esercito a credersi il tutto della repubblica, operare a malgrado e contro di questa; Crasso guerreggiò i Parti, Cesare i Galli senza decreto del senato o del popolo; Gabinio, ad onta di questo, andò a ripristinare [305]Tolomeo colle armi, eppure domandò il trionfo; i triumviri si valsero delle forze della repubblica a combattere per la propria ambizione. Cesare assale Roma colle armi vincitrici della Gallia, Pompeo la difende coi vincitori dell’Asia; e dopo che il primo restò superiore, ogni preminenza dovette omai essere appoggiata alle armi, e nella costituzione romana non rimasero più che due poteri, vulgo e soldati.

Compite coll’armi e colla prepotenza, le rivoluzioni succedevansi rapide, e una sola battaglia le decideva. I demagoghi non avevano ad accarezzare la plebe, bastando si tenessero amici i soldati; e questi non curavano il trionfo di un’opinione o d’una causa, ma quello d’un uomo, non il pubblico bene, ma le sperate ricompense: capitano che largheggiasse, era il loro dio; mancava alle promesse? volgevansi a un altro; vinto l’abbandonavano, perchè non poteva satollare la loro avidità. E il nuovo signore, a cui servizio passavano, non temeva ponessero ostacolo alle ambizioni sue, perchè li sapeva venuti non per amore ma per ingordigia, e che da lui riconoscevano od aspettavano ogni fortuna.

Perite le credenze, le istituzioni, i costumi su cui fondavasi il patriotismo, suprema virtù romana, sopraviveva la stanchezza di quel battagliare continuo e improfittevole, a tal punto che la gioventù rifuggiva dalla milizia[259] sin a mutilarsi per evitarla; una vigliaccheria irrequieta, una servilità o mascherata od aperta, ma universale; e la gran folla di coloro che, nelle età di crisi, sentono la necessità di un cambiamento senza saper come e donde verrà, cercava negli oracoli, ne’ Libri Sibillini, ne’ profetici, e dappertutto trovava indicata una rinnovazione del mondo, una nuova [306]luce effusa dall’Oriente, un re, ma re della pace: sicchè tutti desideravano il riposo, foss’anche nella servitù.

CAPITOLO XXIX.
Guerre civili fino all’Impero.
Questo quadro infelice dovette presentarsi agli occhi di Bruto, non appena, confitto il coltello nel cuore del suo benefattore, la riflessione sottentrava all’ebbrezza di un’azione atroce, reputata sublime. Geloso di non dar passo se non secondo la giustizia ossia la legalità, si fece egli ad esporre al popolo i motivi che l’avevano indotto all’uccisione: ma lo sgomento si propagò rapidamente dal senato alle piazze, alle botteghe. I congiurati, traversando in arme la città col berretto s’una picca, simbolo di libertà[260], schiamazzavano averla redenta dal tiranno, dal re: ma i cittadini non davano segno di gradir troppo il regalo dell’aristocratica libertà, onde o fuggivano spaventati, o profittavano del tumulto per gettarsi al saccheggio, meta vulgare d’ogni sovvertimento; poi urlavano contro gli assassini. I congiurati tentarono guadagnarseli a denaro; ma fallendo anche in questo, dovettero pensare a schermirsi in Campidoglio, circondati da bravi.

Uccidere un tiranno qual più facile cosa? ma rialzare la repubblica coi costumi, colle leggi, col governo regolare, qui consisteva la difficoltà; nè i congiurati n’ebbero il senno o la possa, nè bastava che Marco Bruto rammemorasse il suo antenato, nè che Decimo Bruto [307]mettesse in armi i suoi gladiatori. Cicerone, che al par di Bruto favoriva i privilegiati e i pubblicani, sanguisughe del popolo, e li difendeva mentre sprezzava la «miserabile e digiuna plebaglia, sanguisuga dell’erario»[261], non prometteasi nulla dal favor della piazza, e suggerì lo spediente più opportuno in quel frangente, cioè di convocare il senato in Campidoglio perchè subito si chiarisse e prendesse partito sulla circostanza[262]: ma Bruto, che non avea provato scrupolo ad uccider Cesare, l’ebbe a radunare la curia senza le formalità: rimandò anzi dal Campidoglio molti personaggi venuti a raggiungerlo, dicendo non doveano rimanere a parte del pericolo quelli che non erano stati del fatto; impediva di perseguitare o derubare chicchessia, volendo condurre una di quelle rivoluzioni che onorano chi le fa, ma ne diroccano la causa.

Intanto nei patrizj e nei senatori svampava il primo fervore: quei tanti che nell’esitanza hanno bisogno di una spinta, si lasciavano allettare dagli amici di Cesare, di cui la morte parve espiare i torti e ingrandire i benefizj; tanti veterani, venuti per accompagnar Cesare alla guerra de’ Parti, a pena si rattenevano dal vendicarlo: il popolo ne ricantava le lodi, le nazioni nelle diverse lor lingue lo deploravano, e per molte notti gli Ebrei continuarono a farne lamento[263]: Virgilio lo pianse nell’egloga di Dafni, Varo in un poema epico: narraronsi portenti che aveano preconizzato e seguìto [308]la sua morte, si consultarono oracoli, e un gemito universale si sollevò in teatro a quel verso d’una tragedia di Pacuvio, Io li salvai perchè a me desser morte. Ah! il mondo non prendeasi briga de’ privilegi del senato e de’ lucri dei cavalieri; avea bisogno di pace; Cesare gliela dava, il coltello de’ congiurati gliela rapiva.

Soffiava in quelle faville Marc’Antonio console, ben lontano dall’esser tocco, come Bruto sperava, dalla generosità con cui gli fu salva la vita. Accordatosi con Emilio Lepido, altro amico di Cesare, e tratta nel Campo Marzio una legione, convocò il senato perchè proferisse se Cesare fosse stato tiranno o legittimo magistrato, e quindi la sua morte liberazione o parricidio. Decisione di gravissime conseguenze, che nel presente scombuglio si trovò prudenza l’eludere col bandire generale amnistia e nel tempo stesso ratificare quanto Cesare aveva operato. In conseguenza i congiurati avendo ricevuto ostaggi, scesero dal Campidoglio; Bruto cenò da Lepido, da Antonio cenò Cassio, che domandato per celia dall’ospite se non portasse qualche pugnale nascosto, — Ne porto uno (rispose) per chi mirasse alla tirannide». Dovette il motto punger nel vivo Antonio che vi aspirava, come v’aspiravano e Lepido e Decimo Bruto, frenati solo da reciproco timore.

Antonio fè leggere in pubblico il testamento di Cesare, il quale chiamava eredi Ottaviano, Pinario e Quinto Pedio suoi pronipoti; al popolo romano lasciava i sei giardini in Trastevere, e tremila sesterzj per ciascun cittadino; giusta l’usanza, varj legati e benevoli ricordi agli amici, fra i quali contava i proprj uccisori. E questo era il tiranno! e che di più si voleva per eccitare la furia del popolo? Quando poi Antonio espose la lacera toga e l’effigie in cera del dittatore, [309]con tutte le ferite ricevute (44), d’ogni parte e in varie favelle si urlò vendetta, sul rogo i veterani gettarono le ricompense ottenutene in campo, le dame i giojelli; il vulgo ne tolse i tizzoni da avventare alle case degli assassini, e fece sangue; e avendo il senato ascritto Giulio fra gli Dei, se ne ammirò il nume in una stella apparsa in quel tempo (Julium sidus).

Con tali dimostrazioni e col protestare vendicherebbe Cesare se non si sentisse rattenuto dal decreto del senato, Antonio recò ombra agli amatori della quiete; onde accortosi d’aver levato la maschera troppo tosto, indietreggiò, punì di sommaria morte i promotori del tumulto, al senato promise ristabilire la calma, e propose che al figlio di Pompeo, rifuggito ne’ Celtiberi, si rendessero la patria e un compenso pei beni confiscati, e s’affidassero tutte le forze navali della repubblica.

Il nome di Pompeo rimanea sempre caro al senato, non foss’altro per opposizione: onde Antonio n’è levato a cielo; e fingendosi insidiato da coloro che avea repressi, si cinge di numeroso satellizio; fa decretare abolita la dittatura per togliere il timore ch’egli v’aspiri; ma a nome di Cesare estinto, procede più a fidanza che questi non avesse fatto vivo, cava fuori patenti già firmate da esso, che nominavano senatori, colle quali, e col far a Lepido attribuire il sommo pontificato, assicurasi potenti amici, e s’appoggia alla pretesa volontà di Cesare, il quale così continuava a regnare postumo.

Il popolo intanto chiedeva a incessanti voci, — Bruto, Bruto». Era entusiasmo d’ammirazione? era furor di vendetta? no: come pretore egli doveva dare pubblici giuochi, e il buon popolo non voleva esserne fraudato; ma Bruto, non affidandosi di tornare in città, mandò fiere ed artisti per sollazzo del buon popolo, il quale lo ammirò e applaudì. A lui Cesare prima di morire [310]aveva assegnato il governo della Macedonia, della Siria a Cassio, a Cajo Tribonio dell’Asia, a Cimbro della Bitinia, della Gallia Cisalpina a Decimo Bruto: ma tutti si fermarono in vicinanza di Roma per tener d’occhio Antonio, le cui intenzioni divenivano più sempre sospette.

Costui, allevato nei campi e a sbevazzare e motteggiare alla soldatesca, nelle guerre d’Oriente contrasse gusti asiatici, un’eloquenza pomposa, pomposo vivere; ingordo de’ piaceri e del denaro che li procura, avaro e prodigo a sbalzi, infedele pagatore. Cesare se l’era tenuto caro come buona spada, ed onorando in esso i veterani, quando tornò di Spagna sel tolse nel proprio carro di trionfo. Ma troppo egli distava dal genio, e più ancora dall’umanità del suo generale, del quale null’altro che la spada era capace di raccorre. Accedendo ora ai Pompejani, ora al popolo, or al senato, nè degli uni nè degli altri otteneva la fiducia; e col castigare alcuni veterani tumultuanti, col negar denaro agli altri, si avversò anche que’ legionarj, che volentieri avrebbero posto sul trono e sull’altare questo loro commilitone.

Meglio del preteso discendente di Ercole sapeva le vie il giovinetto Ottaviano, nato da Cajo Ottavio persona nuova, e da Accia figlia della sorella di Cesare, il quale lo adottò, e testando il costituì erede per due terzi, sotto la tutela di Decimo Bruto. Zoppicante, sempre a decozione di lattuche e poma per mal di nervi e di fegato, timido a segno che scrivea sin quello che avesse a dire a sua moglie, sì fievole di voce che al popolo non potea parlare che per via d’un araldo; per quanto Cesare avesse tentato avvezzarlo agli accampamenti, ora la madre, ora la malsanìa l’aveano rattenuto da tutte le spedizioni; poi i soldati si ricordavano d’averlo fischiato allorchè in Sicilia voltò le spalle; i nobili gli [311]rinfacciavano l’avo materno africano, la madre che girava una macina ad Aricia, il padre che rimestava la farina con mano imbrunita dal denaro che maneggiava come usurajo[264]. D’altra parte i suoi benevoli gli suggerivano: — L’eredità dello zio che cosa ti porta? l’obbligo di vendicarlo; e se fallisci, la morte. I denari di casa se gli ha presi Antonio: quand’anche tu li ricuperassi, basteranno a pagare i generosi lasciti, a comprarti partigiani, a gratificarti le legioni? E però fa a modo; non t’avventurare, e lascia deserta l’eredità».

Ma Ottaviano a diciott’anni possedea l’audacia politica, tanto diversa da quella dei campi; sapeva persistere, variar partiti, esser crudele o magnanimo, leale od ipocrito: onde risolse tentare sua ventura. Aderendo all’eredità del dittatore, assunse il nome di Cajo Giulio Cesare Ottaviano; osò un delitto capitale, intercettando il tributo delle provincie d’oltremare, e così ebbe il denaro che fa tutto.

Come s’avviò a Roma, i veterani di Cesare lo portavano in trionfo, accorreano amici, magistrati, uffiziali: solo Antonio non si mosse; e Ottaviano, non che mostrarsene offeso, — Tocca a me (disse), giovane e privato, l’andare a salutar lui, in tal carica e più maturo». Fatto aspettare, non s’inquieta; introdotto, profonde grazie al console delle onoranze rendute allo ucciso zio: ma al tempo stesso, per pagare i legati, gliene ridomanda il denaro; e perchè Antonio lo mena a belle parole, e’ vende case, terre, tutto il proprio patrimonio, dichiarando accettava l’eredità soltanto per non defraudare tante famiglie dei pingui lasciti dello zio: e così versa tant’odio sopra Antonio, quanto amore a sè procaccia.

[312]
E già i rancori trapelano: Ottaviano scredita Antonio quasi perfidiasse alle intenzioni ed alla causa di Cesare; Antonio taccia l’altro di garzone temerario, imprudente, sedizioso: Ottaviano, per quanto desiderasse vendicare il prozio, non soffriva di vedere Antonio a capo d’un partito che il potesse rendere arbitro della repubblica; Antonio, fingendosi vindice di Cesare per ingrazianire il popolo e i soldati, agognava al poter sovrano. I senatori che favorivano i congiurati come restauratori della prisca libertà, ridevano di que’ dissensi che fiaccherebbero i Cesariani.

Bruto, alzando il pugnale con cui avea trafitto Cesare, aveva esclamato: — Eccoti, o Cicerone, vendicata la repubblica», quasi volesse acquistar credito col mostrarsi appoggiato dal voto dell’uccisore di Catilina; ma in fatto temendo che o pavido guastasse o presuntuoso volesse dirigere, nulla si era comunicato della congiura a Cicerone. Questi, che sì pomposamente avea magnificato la clemenza di Cesare, e assicuratolo che nessun mai oserebbe attentare alla vita di lui, o tutti i petti de’ senatori gli sarebbero di scudo[265], or ripetutamente querelasi di non essere stato convitato al bellissimo banchetto degli idi di marzo, massime perchè avrebbe persuaso a tôr di mezzo anche Antonio[266], contro del quale allora scrisse le Filippiche; professava aver esultato nel vedere quell’uccisione in senato[267]; [313]ma una rivoluzione non preparata, non condotta da lui andavagli poco a garbo, e colla solita oscillazione non tardò a mostrarsene nojato, e dire: — L’albero è abbattuto, sussistono le radici». Come poi Ottaviano andò in villa a fargli visita e lo chiamò padre, egli ne sposò a fronte aperta la causa, disse che i congiurati avevano finito con coraggio d’eroi un’impresa da fanciulli, e per avversione ad Antonio si diede a sorreggere il giovane, e in senato diceva: — Prometto, assicuro, garantisco che Ottaviano sarà sempre tal cittadino, quale oggi è, e quale la patria il desidera»[268]. Bruto ne mosse querela, e — Non è un padrone che Tullio tema, ma un padrone che non lo careggi; mentre gli avi non soffrivano la servitù, comunque dolce»; e gli scriveva: — Tu, scalzando Antonio, non tendi che a consolidare Ottaviano: aborrisci la guerra civile, e non una pace infame»; e ad Attico: — L’eminente ingegno di Tullio come posso io stimarlo, se così poco seppe mettere in pratica ciò che aveva scritto a proposito della libertà della patria, del vero onore, della morte e dell’esiglio? morte, esiglio, povertà, pajono gran mali a Tullio; e purchè egli abbia il suo desiderio, e si veda [314]riverito e lodato, non teme una servitù onorata, quasi l’onore potesse conciliarsi con cosa tanto infame com’è la servitù . . . Quanto a me, non ho risolto se farò guerra o manterrò la pace: ma o l’una o l’altra, servo non sarò giammai»[269].

Evitare la guerra civile più non stava in lui. (43) Ottaviano, raccolti nella Campania diecimila veterani, e accostatosi a Roma sotto ombra di proteggerla dal console ambizioso, vi entrò colla permissione del popolo; e persuadente Cicerone, il senato gli decretò una statua, e di poter salire console dieci anni prima dell’età. Antonio, a capo d’altri fazionieri, si spinse nella Gallia Cisalpina per toglierla a Decimo Bruto, adducendo che sconveniva il lasciarla a un uccisore di Cesare, ma in fatto perchè sentiva quanto fosse importante quel paese, donde congiuntosi a Lepido governatore della Narbonese, e a Planco della Gallia Transalpina, si volterebbe a minacciar Roma; e assediò il proconsole in Modena «fortissima e splendidissima colonia del popolo romano»[270].

Il senato, che, come tutti gli atti di Cesare, aveva confermato quel comando a Decimo Bruto, guardò quest’impresa per un atto ostile, e dall’animosità di Cicerone, che esagerava e i vizj privati e l’ambizione di Antonio, e mostrava codardo e pericoloso qualunque tentativo di conciliazione, si lasciò spingere a troncare ogni accordo, chiarir nemici il console Antonio e il collega Dolabella creatura di lui, che in Asia aveva ucciso Cajo Tribonio, uno de’ congiurati, ed affidare la punizione del primo ad Ottaviano, dell’altro a Marco Bruto e Cassio.

Adunque si bandiva guerra a cittadini romani, e si promoveva il futuro tiranno della patria in nome della [315]libertà: di questa mostravasi infervorato Cicerone (43), che con eloquenza fatta inesauribile dal nuovo pericolo, quattordici Filippiche animò d’ira e di patriotismo[271]; di questa il senato; di questa tutti in parole, nessuno in effetti.

Fortuna fu per Ottaviano che, garzone, anzi fanciullo come Cicerone lo intitolava, nessun’ombra desse ai senatori, ai quali porgevasi sommesso, nè al popolo, di cui professava tutelare i diritti; i diritti cioè alle largizioni e ai testamenti, mentre ne invadeva i più sodi e reali. Il senato adunque se ne volea servire come d’una bandiera, che poi getterebbe a terra appena cessato di giovarsene: i soldati stessi presero a volergli bene quantunque timido, quasi compiacendosi di vedersi a lui necessarj. Egli si mostrava docile ad ogni cenno dei nuovi consoli Irzio e Pansa (27 aprile) nella spedizione della Gallia Cisalpina, ove tra Bologna e Modena sconfisse il prode Antonio, e la morte de’ due consoli (talmente opportuna, che gli fu imputata) diedegli in mano le legioni, quindi il merito della vittoria e il titolo d’imperatore; e il vulgo ad applaudire a lui e a Cicerone, quali restitutori della libertà. Antonio ebbe però tempo di prendere la via delle Alpi, presentissimo com’era ne’ disastri; persuase, sedusse, incoraggi; trasse a sè Lepido, che pur seguitava a protestarsi devoto alla libertà e alla pace; e ventitre legioni e diecimila cavalli incamminò verso l’Italia.

È sempre grande il numero di quelli che ne’ capi desiderano la debolezza per poterli dominare. Come Ottaviano cessò di parere insufficiente, molti intravvidero [316]le sue ambizioni, e come fosse necessario che chiunque odiava Cesare e i suoi divisamenti si stringesse ad una sola bandiera per impedire che altri gli attuasse. Pertanto, dimenticatine l’orgoglio e i trasporti, Antonio fu considerato come tutore della buona causa, e gli aristocratici negarono ad Ottaviano l’ovazione ed il consolato. Ma egli diffidando delle coloro interessate blandizie, erasi posto in grado di farne senza e riuscire per forza. Lamentandosi dunque che il senato favorisse agli assassini di suo padre, e tentasse distruggere un dopo l’altro i capi degli eserciti, scrive amicamente a Lepido, Planco e Asinio Pollione; rinvia ad Antonio varj uffiziali, fattigli prigionieri nell’ultima battaglia; e — Venga, venga al più presto, e messa una pietra sul passato, umilieremo insieme i nemici comuni; io col grosso esercito parteggerò seco, affinchè gli amici di mio padre non siano distrutti da’ suoi assassini». Pensava insomma abbattere i repubblicani col mezzo di que’ soldati, salvo poi a disfarsi di questi.

Andato fin a Bologna incontro ad Antonio e Lepido, combinò con essi per cinque anni un nuovo triumvirato per ristabilire la repubblica (ottobre), in memoria di ciò fondando la colonia di Concordia ne’ Veneti; e senza consultare senato o popolo, fra sè spartirono le provincie, conservando indivisa l’Italia. Ottaviano, a capo dell’esercito, passa il Rubicone, entra in Roma, occupa il tesoro, e si fa dichiarar console a voti unanimi: e subito processa i congiurati, e inascoltati li condanna a perpetuo bando e alla confisca.

I repubblicanti eransi invigoriti in Oriente, ed era convenuto che Antonio e Ottaviano andrebbero a osteggiarli, mentre Lepido custodirebbe l’Italia; ma prima di movere ad opprimerli, bisognava non lasciare nemici in casa, nè aperti nè nascosti. Già Decimo Bruto, abbandonato dai soldati, era stato tradito da Antonio, che [317]il mandò a morte. I triumviri promisero che ciascun legionario, al fine della guerra, toccherebbe cinquemila dramme, ciascun centurione venticinquemila, ciascun tribuno il doppio; verrebbero distribuiti in diciotto delle migliori città d’Italia, snidandone i prischi possessori, fra le quali Reggio, Capua, Venosa, Nocera, Benevento, Rimini, Mantova, Cremona.

Queste erano promesse: ma i soldati, ricordando Silla, e riprovando la mansuetudine di Cesare, invocavano oro e sangue; sangue e oro spasimavano i triumviri: onde, col pretesto di vendicare il dittatore sopra la faziosa nobiltà, proscrissero trecento senatori e duemila cavalieri, e spedirono a Roma alcune masnade col seguente decreto: — Lepido, Antonio, Ottaviano, eletti triumviri a ripristinar la repubblica, fanno sapere: se ai benefizj non si fosse risposto coll’odio poi colle insidie, se quei che Cesare avea salvi e premiati non lo avessero ucciso, noi pure vorremmo dimenticar le ingiurie di coloro che ci dissero nemici della patria: ma chiariti che la costoro malignità non può esser vinta, volemmo prevenirli, e non lasciar nemici qua, mentre oltremare combattiamo i parricidi. Ma più clementi di Silla, non colpiremo le moltitudini, nè tutti i ricchi e dignitarj, ma solo i più iniqui; e perchè la licenza militare non confonda gl’innocenti coi rei, qui divisiamo le persone da colpire. Sia dunque colla buona ventura. Dei proscritti nessuno sia ricoverato nelle case. Le loro teste ci sieno portate; e per ciascuna i liberi avranno centomila sesterzj, i servi quarantamila e la libertà e i diritti di cittadinanza. Egual premio ai rivelatori; e i nomi resteranno segreti»[272].

Prima apparvero centrenta nomi, e subito la città fu riempita di sangue e di costernazione: poi altri [318]cencinquanta furono designati, poi altri. L’esser ricco o sospetto di parteggiare coi congiurati bastava per meritare la morte; fellonia il salvarne uno, merito il tradirlo; e abbominandi esempj si videro di conculcata pietà domestica, di violate amicizie, di clienti e schiavi che godevano vedersi ai piedi uomini consolari, patroni e signori, chiedenti pietà, e poterla ad essi negare. Una donna fa proscrivere il marito per isposarne un altro. Uno assumeva il vestimento virile colla consueta festività, allorchè sulle tavole si legge il nome di lui; e detto fatto il corteggio l’abbandona, sua madre gli chiude la porta in faccia: riparatosi ai campi, è preso da alcuni padroni di schiavi, e messo a tali fatiche, ch’e’ preferisce recare il suo capo ai manigoldi. Un pretore, mentre sollecita suffragi per suo figlio, vede il proprio nome sulle tavole, onde ricovera presso un amico: ma il figlio stesso vi conduce i satelliti, e n’è ricompensato coll’eredità. Un altro assalito, implora un sol momento per mandare suo figlio a chiedere pietà da Antonio, di cui era grande amico; — Ma se è lui appunto che ti ha denunziato», gli si risponde. Di rimpatto Cajo Geta salvò il padre dando voce fosse stato ucciso, e spendendo ogni ben suo nell’esequiarlo.

Ad Anzio, Apulejo, Antistio, Tito Vinio, Quinto Vipsallione e ad altri recò salvezza la coraggiosa fedeltà delle mogli. Acilio fu tradito dai servi, ma la donna sua il ricomprò dando tutte le gioje: dando l’onestà ricomprò il suo la moglie del senatore Caponio, vagheggiata già da un pezzo da Antonio. Quella di Quinto Ligario, visto il marito consegnato dagli schiavi e decollato, dichiarò ai triumviri d’averlo tenuto nascosto, e perciò meritato il supplizio; e negatole per quanto buttasse loro in volto la crudeltà, si lasciò morir di fame.

Gli schiavi di Menejo e di Appio si posero nel letto [319]dei padroni, lasciandosi trucidare invece di questi (43): altri vestiti da littori accompagnarono Pomponio, che, fingendosi un pretore mandato in provincia, salvossi in Sicilia: altri con Irzio, Apulejo ed Arunzio opposero forza a forza: Papio, sannita ottagenario, si bruciò colla propria casa: alcuni colle spade s’aprirono il passo fin al mare. Un fanciullo, mentre andava a scuola col precettore, è arrestato da’ sicarj, e il precettore si fa uccidere difendendolo. Uno, fatto da Restio bollare in fronte per fuggiasco, venne al nascosto padrone, e poichè lo vide pauroso d’esserne tradito, — Pensate voi (disse) che il marchio mi stia fisso sulla fronte più che nel cuore i favori ricevuti?» e ridottolo in salvo, più giorni il mantenne delle sue fatiche; poi vedendo i sicarj ronzare in quel dintorno, piomba sopra un passeggiero, gli mozza il capo, e recandolo a quei cagnotti, ed accennando le cicatrici della propria fronte, dice: — Eccomi vendicato», lasciando credere avesse ucciso il padrone, il quale dall’inumana gratitudine campato, potè giungere al mare.

Non era furor di partiti quella proscrizione, non ispirata da alto scopo, ma puramente per denaro e basse passioni. I triumviri sacrificarono l’un all’altro un particolare amico, onde farsi abbandonare i particolari nemici. Lepido tradì agli sgozzatori il proprio fratello Emilio Paolo. Ottaviano, per veder morto Lucio Cesare zio di Antonio, permise a questo di sfogare il lungo astio contro Cicerone; ma Giulia, madre di Antonio, salvò Lucio Cesare ponendosi avanti alla camera ove l’avea nascosto, e gridando ai soldati: — Non giungerete a lui che uccidendo me, me madre del vostro generale»; poi corsa al tribunale, ove suo figlio sedeva colle teste sanguinose da un lato, e in mano l’oro da pagarle, gli intimò che o salvasse lo zio, od uccidesse lei pure, rea d’averlo campato.

[320]
Cicerone, (43) udito nella villa di Tusculo la condanna propria e del fratello Quinto, pensò camparsi con questo in Macedonia presso i repubblicanti. Ma Quinto non era uscito ancora di casa quando i satelliti sopravvennero, che cercatolo invano, presero suo figlio, e lo torturavano perchè rivelasse il nascondiglio paterno. Il giovinetto non parlava: ma le grida strappategli dal tormento straziavano il padre, che si consegnò per risparmiare il magnanimo figliuolo. I manigoldi li uccisero entrambi, uno perchè proscritto, l’altro perchè disobbediente.

Cicerone era riuscito ad imbarcarsi: ma poi, o dubbioso o timido o confidando più in Ottaviano suo protetto che in Cassio e Bruto da lui abbandonati, si fece rimettere a terra a Circeo, e riprese la via di Roma: poi esitando fra diverse paure, ripiegò verso il mare, (7 xbre) ondeggiando fra l’idea d’uccidersi, di affidarsi ad Ottaviano, o di rifuggire in un tempio. Intanto sopraggiunto presso Formia da una banda, guidata dal centurione Erennio e dal colonnello Popilio Lena, che altre volte egli aveva difeso di parricidio, fu indicato dal liberto Filologo. I servi disponeansi a proteggerlo coll’armi, ma egli: — No, obbediamo al destino; non si versi sangue più di quello che i numi dimandano»; e senza frasi, e col coraggio che fu l’ultima e la men rara virtù de’ Romani, sporse la testa dalla lettiga, dicendo a Popilio: — Qua, veterano; mostra come sai ferire».

Il capo suo e la destra mano furono portate ad Antonio: e questo, che, vivo lui, non credea potersi dire sicuro della tirannide, esclamò: — Ecco finite le proscrizioni; deponete ormai la tema, o Romani»; contemplò con selvaggia compiacenza quel teschio, poi l’inviò a Fulvia moglie sua, già moglie di Clodio. Costei avea chiesto ad Antonio il capo d’uno che ricusò venderle la propria casa; e ottenutolo, il fece configgere sulla casa stessa, acciocchè niuno ne ignorasse il vero reato. [321]Veduto lo spento viso di Cicerone, atrocemente schernì il nemico de’ suoi mariti, e ne traforò la lingua con uno spillone; indi quel teschio e la mano furono collocati sulla ringhiera, donde egli avea le tante volte strascinato la volontà della moltitudine.

Accanto, qual altra destra è confitta? quella di Verre: l’accusato presso l’accusatore in quella terribile eguaglianza che i padri nostri hanno spesso veduta nella Rivoluzione francese. Esulato ventiquattro anni, Verre profittò dell’amnistia di Cesare per tornare: Antonio il richiese di certi vasi corintj, strascico degli antichi latrocinj; avutone rifiuto, lo scriveva sulle tavole, e uno scellerato puniva scelleraggini contro cui si era spuntata la legge.

Benchè in quella proscrizione, atroce più dell’altre, fosse perfino ordinato di gioire delle commesse crudeltà, Cicerone fu pianto dai senatori e dal popolo: Antonio stesso, per una spietata riparazione, consegnò il liberto delatore a Sempronia vedova di esso, la quale, dopo squisiti tormenti, lo obbligò a recidersi da se stesso brani della propria carne, cuocerli e mangiarseli. Ottaviano dovette sentirne, se non rimorso, indelebile vergogna: nessuno osava con lui nominarlo; Orazio, lodatore universale, non fa pur motto di Cicerone; Virgilio rammentando le glorie romane, cede alla Grecia il vanto di perorar le cause meglio. Un nipote di Ottaviano, sorpreso un giorno da questo colle opere di Tullio alla mano, tentò nasconderle; ma egli, preso il libro e scorse alquante pagine, glielo restituì dicendo: — Fu grand’uomo ed amante la patria».

Queste dimostrazioni dell’insolente Antonio e dell’atroce Ottaviano erano tributi resi all’opinione pubblica, le cui grida obbligarono gl’inumani triumviri a punire due schiavi traditori dei loro padroni, e premiare uno che avea salvato il suo. Molti proscritti [322]furono protetti dalla plebe: Oppio, che avea portato suo padre in ispalla fin allo stretto ove imbarcarlo per la Sicilia, fu revocato, ed essendo concorso all’edilità, il popolo si esibì a sostenere le spese degli spettacoli che quella carica portava, e gli offerse quanto dodici volte il valore dei beni confiscatigli.

Se dunque a tale abisso di mali potea sperarsi riparo, se una dottrina doveva redimere l’immensa corruzione romana, non era ad aspettarsi dai palagi o dalle scuole, non dal coltello d’aristocratici, ma dal vulgo, dagl’ignoranti, dai poveri di spirito; e di là sonò.

Que’ territoristi s’inebbriavano nel delitto; ed i loro guerrieri, dalla strage e dal saccheggio irritati al saccheggio e alla strage, ardirono fin chiedere ad Ottaviano i beni di sua madre, morta allora. Ma la proscrizione, il rapire quant’oro od argento si trovasse monetato o in vasi, e le somme deposte nelle sacre mani delle Vestali, non aveano prodotto gli ottocento milioni di sesterzj, occorrenti alle spese della guerra: onde i triumviri imposero una contribuzione a mille quattrocento delle più ricche dame, parenti de’ proscritti. Esse non tralasciarono via alcuna per esimersene: da ultimo si presentarono al tribunale de’ triumviri, dove Ortensia, figliuola dell’oratore, a nome di tutte espose quanto fosse iniquo l’avvilupparle nella colpa dei parenti e nelle civili dissensioni, fra le quali nè Mario nè Pompeo nè Cesare avevanle obbligate a patteggiare; e — Ben seppero le donne offrir altre volte i loro giojelli per salvare la patria da Annibale; ma ora sovrastano forse i Parti? forse i Galli? E son queste le guise con cui voi aspirate al titolo glorioso di riformatori della repubblica?»

A quella sicurezza di ragioni i triumviri opposero la forza de’ littori: ma il popolo fremette all’indegnità, sostenne le donne; la multa fu applicata a sole quattrocento, alle altre surrogando centomila uomini, tassati [323]smisuratamente. Gli esattori armati trascorsero a tali violenze, che i triumviri dovettero imporre al console di reprimerle: ma questo, nulla osando contro i terribili legionarj, s’accontentò di far crocifiggere qualche schiavo.

Satolli di sangue e d’oro, i triumviri raccolsero i senatori sopravissuti, e dichiararono finita la proscrizione: solo Ottaviano, cui il titolo di vindice di Cesare esimeva dalla compassione, dall’umanità la vigliaccheria, dichiarò riserbavasi di punire qualc’altro. Poi, senza domandarne il popolo, designarono i consoli per l’anno vegnente, pretori e edili per molto tempo, acciocchè, assenti loro, queste cariche non sortissero a persone mal affette. Ripartitosi l’oro e i soldati, e lasciando a Roma Lepido come console, Ottaviano mosse per Brindisi, Antonio per Reggio, affine di recare in Oriente l’ordine e la pace che avevano in Italia stabilita.

In Oriente dunque tornavasi a competere la dominazione del mondo, come già tra Cesare e Pompeo. Cassio e Bruto, non secondati dal popolo romano, s’erano ricoverati ad Anzio, e il senato, volendo pure appoggiarli, (44) affidò loro la commissione di mandar biade alla città, Bruto dall’Asia, Cassio dalla Sicilia; il che porgeva loro un mezzo di amicarsi i governatori delle provincie, e di poter raccogliere navi. Ma attraversati dai fautori d’Ottaviano, passarono in Grecia; e Bruto staccatosi da Porzia, la quale virilmente sopportò anche quel dolore[273], approdò ad Atene.

Classica era colà l’ammirazione dei tirannicidi, onde fu accolto con gran festa; ebbe una statua fra quelle d’Armodio ed Aristogitone; si deliziava alle scuole dei filosofi, e cattivavasi la gioventù romana che vi stava [324]a studio. Trasse dalla sua l’esercito di Macedonia (44); fece leve per tutte le città di Grecia, che a molti Romani scontenti aveano aperto ricovero; s’appropriò i tributi spediti dall’Asia, e le armi adunate da Cesare in Tessaglia contro i Parti; e colle diserzioni e colle reliquie de’ Pompejani ingrossato l’esercito, lo confortò con qualche vittoria. In una di queste, avuto prigioniero Cajo Antonio fratello del suo nemico, non che ucciderlo come il consigliavano Cicerone e la prudenza, l’onorò, e quando s’accorse ch’e’ macchinava nel campo, non fece che metterlo in custodia sopra un vascello; e sol dopo udita la morte di Cicerone, permise che l’irrequieto venisse ucciso. Ai legionarj sediziosi perdonò, sebbene stesse ancora nel forte del pericolo. Chiesto di [325]venire a patti con Ottaviano, rispondeva: — Gli Dei mi tolgano ogni cosa, prima della ferma risoluzione di non concedere all’erede di quel che uccisi ciò che non comportai in questo, e che non comporterei tampoco in mio padre se rivivesse; d’avere, per la sofferenza mia, maggior potenza che le leggi ed il senato».

Affidato dai primi successi, il senato (43) decretò a Bruto la Macedonia, l’Illiria e la Grecia come a proconsole, facendo autorità a lui ed a Cassio di valersi del denaro pubblico, e farsi assistere dalle provincie e dagli alleati. Cassio, passato nell’Asia, mosse contro Dolabella, che a malgrado del senato aveva dal popolo ottenuta la Siria, e che assediato in Laodicea, si fece uccidere con alcuni primarj uffiziali; gli altri ebbero da Cassio perdono, compassione gli estinti; la città fu posta a sacco e a taglia, la Siria in soggezione. Questi due repubblicanti adunque fuggiti ignudi da Roma, trovavansi in obbedienza estese provincie, venti legioni, e poteano tener testa ai triumviri: tanto più che Sesto Pompeo, uscito dal suo nascondiglio, erasi fatto capo di pirati, e coll’autorità del senato s’impadroniva delle isole.

Ma come condurre una rivoluzione senza crudeltà? Cassio, per mantenere l’esercito o punire avversarj, mandò ad uccidere Ariobarzane re di Cappadocia, e tassò enormemente quel regno; a Tarso impose mille cinquecento talenti, raccogliendoli dal vendere i terreni pubblici, gli ornamenti del tempio, poi i fanciulli, le donne, i vecchi, persino garzoni atti alle armi. Da Rodi, vinta più volte, in fine presa, gli fu esibito il titolo di re, ch’egli sdegnosamente rifiutò, dicendo esser anzi suo assunto di distruggere i re ed i tiranni: e cinquanta primarj cittadini mandò a morte, altri all’esiglio, tutto il paese a ruba: infine obbligò tutte le provincie d’Asia ad anticipare il tributo di dieci anni.

Intanto Bruto invase la Licia che gli aveva negato [326]soccorsi, e assediò Xanto, ove il fior del paese ricusava ogni accomodamento proposto da lui, benchè egli avesse persin rilasciati senza riscatto i prigionieri. La città fortissima con eroica ostinazione si difese; e quando i Romani penetrarono di forza, gli abitanti appiccarono il fuoco, trucidarono donne, fanciulli, schiavi, poi si avventarono nelle fiamme. Bruto, promettendo un regalo a chiunque salvasse uno Xantio, non campò che alquanti schiavi e donne le quali non avessero un marito da ucciderle. Poi coll’esempio di Xanto e colle cortesie tentò indurre la città di Pàtara alla sua amicizia, esibendo anche cederle i cittadini presi di quella: ricusato, cominciò a mettere gli Xantj all’incanto, ma non gli reggendo il cuore di condannare a perpetua servitù così prodi guerrieri, li restituì in libertà. Avendo poi i suoi corridori côlte alcune donne pataresi, le rimandò senz’altro; ond’esse persuasero i cittadini a sottomettersi.

Dalla Licia Bruto entrò nella Jonia e fece scannare il retore Teodoto, che si vantava consigliatore della morte di Pompeo. A Sardi si ricongiunse con Cassio; nè gli dissimulò il suo scontento, perocchè, mentre egli volea mantenere stretta giustizia, l’altro vi sorpassava ogniqualvolta convenisse, chiudeva gli occhi sulle iniquità dei suoi amici. — Neppur Cesare opprimeva nessuno (dicea Bruto), ma era reo di proteggere gli oppressori. Che se mai fosse permesso mancare alla giustizia, tornerebbe meglio soffrire le iniquità de’ fautori di Cesare, che permetterle agli amici nostri».

Quell’anima generosamente illusa, quanto dovea soffrire a queste vessazioni, o allorchè i soldati suoi lo costringevano ad uccidere qualche turbolento, o nel contemplare gli orrori d’una guerra civile nascere da un fatto ch’egli reputava non solo glorioso, ma giusto, e che si protestava pronto a rinnovare! Dalla stomachevole realtà rifuggiva nell’ideale dello stoicismo; ma [327]l’immaginazione perturbata gli presentava fantasmi e il maligno suo genio che minacciava disastri: onde, comunque il confortasse o lo deridesse l’epicureo Cassio, egli pieno di apprensioni per la patria, per gli amici, per la causa, sentendo avere sacrificato l’umanità, la gratitudine, fin la coscienza, invocava la fine d’una lotta, a cui non reggeva il suo vigore di filosofo e di cittadino.

I due capi repubblicani sentivano che solo in Italia potea difendersi la causa italiana: laonde, padroni delle provincie d’Oriente dall’Olimpo all’Eufrate, risolsero farsi incontro ad Antonio ed Ottaviano (42); e incoraggiato l’esercito con discorsi, sagrifizj e largizioni, tragittato l’Ellesponto, menarono ottantamila fanti e duemila cavalli nella Macedonia, e nelle vicinanze di Filippi si trovarono a fronte l’inimico. Forze quasi eguali, ma più vistoso l’esercito repubblicano; e l’abilità dei generali, la padronanza dei mari, per cui ai triumviri intercettava i viveri e i rinforzi, potevano dargli vittoria, se, giusta il parere di Cassio, si fosse evitata la battaglia, costringendo i triumviri a sloggiare per fame. Ma Bruto anelava di metter un fine a sì diuturne miserie del popolo; bisognoso dell’altrui approvazione, non reggeva alle accuse di timidità, e temeva la diserzione de’ soldati, cui gli antichi commilitoni rinfacciavano di servire agli assassini del loro generale. Il sajo rosso sventolò dunque sul padiglione dei generali, accintisi alla giornata non tanto colla fiducia di vincere, quanto coll’espressa risoluzione di non sopravivere alla sconfitta.

Bruto, ragionando quanto sia dolce l’acquistar la libertà, e decoroso il morire per la patria, tanto infervorò i suoi, che con impeto avventatisi sui nemici, penetrarono fin nel campo d’Ottaviano, e ne bersagliarono la lettiga a dardi e giavellotti, sicchè fu creduto ucciso; [328]ma la lettiga era vuota (42), avendo sinistri sogni allontanato il triumviro dalla pugna. Antonio accorso al riparo, disfece l’ala di Cassio, indarno valorosissimo; il quale da una collina mirando lo sterminio de’ suoi e credendo ogni cosa perduta, si uccise. Bruto sopragiunto trionfante, pianse il collega, qualificandolo l’ultimo dei Romani; e si pose in luogo da poter aspettare che il nemico andasse a fasci. Perocchè già la flotta era stata battuta affatto, talchè nessun sussidio poteano aspettarne i triumviri, accampati fra i pantani dello Strimone, dove pullulavano le malattie, e scarseggiavano i viveri. Non avendo dunque speranza che nella battaglia, provocavano con incessanti avvisaglie i soldati di Bruto, i quali dal prospero successo imbaldanziti, costrinsero il lor generale a menarli alla mischia. Tant’era questo o mal servito o tradito, che solo sul punto dell’attacco udì la vittoria dalla sua flotta riportata già da venti giorni, e che mutava ragione a’ suoi consigli quand’egli non poteva più dar indietro[274].

Combatteva dunque mal suo grado; mal suo grado dovette far uccidere parecchi prigionieri schiavi o liberi, perchè il custodirli occupava troppi guerrieri; dei cittadini e liberti romani rinviò gran numero, alcuni anche nascondendo e trafugando per sottrarli a’ suoi uffiziali; a questi dovè consegnare due buffoni che contraffacevano Cassio; e per non vedersi abbandonato dall’esercito, prometteva il saccheggio di Tessalonica e Sparta [329]se uscisse vincitore (40); unico delitto, dice il morale Plutarco, di cui siasi egli contaminato!

Anche la virtù aveva egli dunque sagrificato alla sua causa; onde conturbata dal rimorso l’immaginazione, credette rivedere uno spettro che aveagli promesso ricomparire a Filippi, e che gli prediceva imminente la sua fine. Avversi augurj scoraggiavano il suo campo, che egli tentò riconfortare, e — Giacchè avete per forza voluto mettere a repentaglio una vittoria che aspettando era infallibile, acquistatevela almeno col coraggio».

Più incalzanti argomenti proponevano i triumviri; l’alternativa di morire di ferro o di fame. Si diè dentro colla rabbia d’una guerra civile e i repubblicani soccombettero; l’esercito andò a macello; i primarj uffiziali caddero al posto assegnato, tra cui il figlio di Catone con generoso fine riparò una vita obbrobriosa.

Bruto fu salvato da Lucilio Lucino cavalier romano, che fintosi lui, si lasciò menare prigioniero. Fuggendo, arrivò in una valle, e ringraziato alquanti amici che non l’avessero abbandonato, gli esortò a tornare al campo, ove credeva non disperate le cose. Allora pregò uno schiavo ad ucciderlo; ma l’epirota Stratone, suo intimo, esclamò, — Non sia mai detto che Bruto, in mancanza d’amici, è perito per mano d’uno schiavo», e gli presentò la punta della spada: Bruto vi si confisse, esclamando, — O virtù, io t’aveva creduto qualcosa di reale, ma vedo non sei altro che un sogno».

E un sogno era stata la vita sua, dietro a un fantasma senza realtà: adesso giudicava la virtù dall’esito, com’è ridotto a fare chi a quest’ordine di cose limita la vista. Compiva i trentasette anni, e da quanti il conoscevano erasi fatto ammirare ed amare, e dal popolo venerare per umanità, per carattere leale, pel costante proposito di giustizia e di virtù, favorendo sempre non [330]la parte cui lo inclinava l’affetto o l’interesse, ma quella che credeva più giusta e più utile alla patria. Dal turbolento ed ambizioso Cassio lasciossi indurre all’uccisione di Cesare, che partorì la guerra civile, tanti anni di desolazione, e il dominio di crudeli e di vili, in luogo del temperato e generoso dittatore. Di quest’assassinio lo può scagionare il vederlo conforme alle idee del suo tempo e del suo paese. Per legge di Roma l’uccisione d’un usurpatore era esente da colpa[275]; le dottrine greche faceano eroici simili atti, e inneggiavano Armodio e Timoteo; lo stoicismo esaltava ciò che mostrasse forza: solo sarebbe a stupire di veder oggi lodato Bruto da quei che si chiamano liberali, qualora fossero meno conosciuti la storia delle opinioni e il pregiudizio dell’imitazione[276].

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Dallo stoicismo era pure suggerito il suicidio a lui ed a Cassio: ma la loro fazione può incolparli d’aver deserto il posto mentre ancora integre le forze, e quando [332]avrebber dovuto adoperarsi a ristabilire la repubblica che credevano a sè confidata. Gli avversarj stessi compiansero Bruto, come si fa de’ nemici sinceri; Antonio gettò un ricco mantello sul cadavere di lui, ne ordinò magnifici funerali, e volle amico quel Lucilio che l’avea salvato; Messala presentò ad Ottaviano il retore Stratone, dicendo: — È lui che rese l’estremo uffizio al mio generale». Esso Ottaviano, che nella sua viltà insultò dapprima al cadavere di quello dinanzi al quale era poc’anzi fuggito, avendo poi veduta la statua erettagli in Milano dai Cisalpini, li lodò per questa memore riconoscenza.

Il campo di Bruto fornì di viveri i soldati de’ triumviri, e di tesori per regalare i veterani e congedarli, da che s’erano resi insubordinati. Antonio mandò a morte altri suoi nemici: Livio Druso, suocero di Ottaviano, gli si sottrasse uccidendosi. Ottaviano, più fiero perchè più vile, aggiungeva l’oltraggio al supplizio; a chi gli chiese almeno la sepoltura: — La provvederanno gli avoltoj»; costrinse un figlio ad immergere la spada nel seno del padre, indi ritorcerla contro se stesso. Perciò i prigionieri il caricavano d’imprecazioni, [333]e boccheggiando nella morte rinfacciavangli la codardia sua atroce.

Non era terminata la guerra: e Sesto Pompeo (41) raggomitolava in Sicilia i fuggiaschi proscritti; Domizio Enobarbo e Stazio Macro comandavano le flotte vincitrici sulle coste della Macedonia e dell’Jonia; Cassio Parmense ne conduceva un’altra in Asia, ingrossata dai Rodiani. Pertanto Ottaviano mosse contro Pompeo, Antonio contro l’Oriente; e ambendo gli applausi della Grecia, la attraversò, assistendo a giuochi e dispute, e largheggiando; in Asia ebbe accoglienze adulatorie da re e regine; ad Efeso la pompa usata nelle solennità di Bacco. Egli, che erasi mostrato eroe nel pericolo e vero autore delle vittorie, ora straripava ai vizj della prosperità; quelle orgie e le laute piacenterie ripagava con generosità, e talora con pazza prodigalità, come allorchè, trovando squisito il pranzo, regalò al cuoco la casa d’un primario cittadino di Magnesia.

Nè per ciò rimetteva del sanguinario rigore. Trovando indocili le legioni di Macedonia, chiama nel padiglione trecento principali, e li fa scannare; persegue a morte chi cospirò contro Cesare; confisca ricchezze per darle a mimi e adulatori. Gli faceano gola i tesori che il commercio procacciava a Palmira, la quale, sorgente in un’oasi del deserto di Siria, serviva di stazione alle carovane; ma gli abitanti le trasferirono di là dell’Eufrate, e coi Siri e coi Palestini esausti dalle imposizioni, e cogli Aradiani che avevano trucidato gli esattori, invocarono i Parti, rinnovando così a Roma le costoro terribili nimicizie.

Bisognava che i triumviri compensassero i soldati; e Ottaviano s’incaricò di distribuir loro terreni, Antonio denari, per aver i quali si era vôlto all’Oriente. La bella Cleopatra, regina d’Egitto, avea sposato la parte de’ triumviri; ma perchè qualche generale di lei era [334]stato costretto a favorire Crasso, Antonio, giunto in Cilicia, la chiamò a giustificarsi. Ella comparve a Tarso, montata sopra una galea guarnita con quanto lusso l’Oriente sapesse; dorata la poppa, di porpora le vele, argentati i remi, che batteano a suon di flauti e di lire; amorini e nereidi faceano corteggio ad essa, che in abito di dea sedeva tra i profumi, onde il popolo cantava: — Venere trae a visitar Bacco». Portando somme ingenti e una bellezza rara, cresciuta dai raffinamenti della galanteria e dalla coltura dell’ingegno, potea dubitare di soggettarsi Antonio? Da quel punto egli le fu schiavo; non era ingiustizia che per lei negasse commettere; uccideva signori onde confiscar beni per essa; mandò soldati a trucidare Arsinoe sorella di lei, che privatamente viveva in Asia; poi seguitatala in Egitto, vi svernò fra delizie.

La bella, congiungendo l’accortezza di Mitradate e l’ardimento di Cesare, favellava diverse lingue; spargea di leggiadre vivezze la conversazione; compariva or da guerriera, or da cacciatrice, or da pescatrice; se accorgevasi che Antonio si faceva attaccar pesci all’amo per vanità di mostrarsi fortunato pescatore, mandava palombari che glie ne attaccassero di cotti, e celiando gli diceva: — Va, e piglia città e regni, fatiche da te; a noi lascia l’insidiare ai pesci». Poi con esso giocava, beveva, usciva notturna per le vie a far burle ai passeggeri e mescolarsi sconosciuta ai beoni nelle taverne, esponendosi a ingiurie e busse, per isfoggiare grazia nel narrarle poi alla Corte. A gara s’imbandivano desinari, e Cleopatra vinceva lui in ricchezza e gusto. Ammirando una volta Antonio la quantità di vasi preziosi, disposti sul buffetto, ella disse — Sono a tua disposizione», e glieli mandò, pregandolo che il domani tornasse a lei con maggior compagnia. Tornato, ritrovò più riccamente guernite le credenze, e al fine del pasto [335]il vasellame fu scompartito fra i convivi. Ornava essa le orecchie con due perle, stimate ciascuna un tesoro: ne staccò una, stemprolla e la bevve; e accingeasi a far lo stesso dell’altra, ma rattenuta, la regalò. Filota medico d’Amfrissa, invitato da un cuoco a vedere i preparativi della cucina d’Antonio, meravigliossi della varietà dei cibi, ma soprattutto il colpì la vista di otto cinghiali, allestiti sugli spiedi, e domandò che folla di commensali s’aspettasse. Ma il cuoco: — Dodici soli; però potendo Antonio voler cenare all’istante, fra un’ora, fra due o più tardi, conviene per ogni momento tener lesto un compiuto desinare».

Uom di passioni, Antonio doveva soccombere a Ottaviano uom di calcolo. Il quale, profittando di que’ lubrici riposi, dell’Italia fece sua preda; giusta l’accordo tolse a donare ai veterani i beni di tutti quelli che non avessero preso le armi per loro; onde Antonio disse: — Ottaviano va in Italia per distribuire le città e le ville, o, a dir più giusto, per tramutare tutte le proprietà dell’Italia in altre mani». Così fece di fatto: e i miseri, respinti dal fondo avito, accorrevano a Roma a fiotti, esclamando all’ingiustizia di far pagare al popolo una guerra, vantaggiosa unicamente ai triumviri; e di ripartire anche ingiustamente l’aggravio, colpendo le città migliori e i terreni più pingui. Ottaviano vi dava ipocrito ascolto, nè però cessava dalla spropriazione; eppure l’ingordo esercito, che colla fantasia esagerava i tesori tocchi ai fedeli di Silla, imperversava contro il triumviro, incapace di saziarlo; e giudicava rubato a sè tutto ciò ch’era lasciato ai legittimi possessori.

Gli scontenti (41) fecero capo a Lucio Antonio fratello e a Fulvia moglie di Marc’Antonio, quell’atroce dissoluta di cui già dicemmo, e che fattasi potente sopra i consoli e sopra Lepido, governava Roma a talento. Irata al marito che i nuovi amori ostentava, aborriva anche [336]Ottaviano perchè le negava corrispondenza[277], e tanto più quand’egli ripudiò Clodia figlia di lei; lo tacciava che coi distribuiti terreni volesse agevolarsi il tiranneggiare: i veterani d’Antonio che doveano aver denari non terreni, e gl’Italiani spossessati patteggiavano con essa, donde ogni giorno capiglie e uccisioni, incolte le campagne, chiuso il mare dai Pompejani, Italia affamata. Anelante di vendetta, e persuasa che solo la guerra potesse svellere Antonio dalle braccia di Cleopatra, Fulvia si ritirò a Preneste, e quivi con elmo e spada passava in rassegna le legioni, dava la parola d’ordine e tutto come capitano. L’esercito, dichiarandosi arbitro fra i competitori, citò Ottaviano e Fulvia a Gubio. Il primo venne sommessamente: l’altra se ne rise, e questo fu la sua rovina. Malgrado che alcuni senatori cedessero ad essa i loro gladiatori, Lucio Antonio si trovò chiuso in Perugia, e ridotto a fame rabbiosa: onde lasciati morire gli schiavi e i servi, per salvar tanti prodi, uscì in persona a trattare con Ottaviano, che promise perdono a chiunque cedesse. Ma avuta la città, fece uccidere alcuni primarj; e trecento cavalieri e senatori perugini condannò ad essere scannati dai sagrificatori, gli idi di marzo, sull’altare di Cesare[278]: (40) la città andò in cenere; Lucio fu mandato proconsole in Ispagna; Fulvia ed altri ricoverarono in Sicilia o in Grecia. Ottaviano, rimasto unico padrone d’Italia, entrò in Roma, trionfante de’ proprj cittadini in guerra deplorabilissima, ove non si trattava che del ripartire le spoglie tra i forti.

Antonio dai molli ozj d’Egitto fu scosso allo schianto della guerra di Perugia e alle minacce dei Parti; e [337]udito che Ottaviano aveva occupato la Gallia Transalpina, per patto predestinata a sè, l’ebbe come una dichiarazione ostile, e volse all’Italia, congiungendosi i Pompejani, e sconfiggendo chi s’opponeva. I soldati, stanchi di battaglie e vogliosi omai di godersi nella pace i campi ottenuti, costrinsero Ottaviano a cercare accomodamento: e a Brindisi abbracciatisi i due gran nemici, si stipulò che i triumviri dimenticherebbero il passato; Antonio, essendo morta Fulvia, sposerebbe Ottavia, sorella del collega, bellissima e virtuosissima: poi si spartirono il dominio in modo, che restavano a Ottaviano la Dalmazia, le due Gallie, la Spagna, la Sardegna; ad Antonio quant’era dall’Adriatico all’Eufrate; a Lepido l’Africa; l’Italia in comune per levarvi truppe colle quali farebbero guerra, Antonio ai Parti, Ottaviano al giovane Sesto Pompeo.

Questo, scampato dalla strage di Munda (pag. 231), a guisa degli Olandesi dopo vinti per terra, erasi buttato al mare, facendosi capo di que’ pirati che suo padre avea creduto distruggere; prese per patria le galee, mentre i triumviri davano centomila sesterzj a chi uccidesse un proscritto, egli ne prometteva duecento a chi ne salvasse uno; e padrone del mare e delle isole, avea preso molte città, bloccava l’Italia, affamava Roma, e poteva preparare duro cozzo ai triumviri se quanto mostrò valentia personale e abilità in sì difficili emergenze, tanta avesse avuta risolutezza di volontà per reggersi da sè, mentre s’uniformava sempre ai consigli d’amici, onde fu detto ch’era liberto de’ suoi liberti. I triumviri lo invitano a patti, e alfine (38) a Miseno si conviene ch’egli conservi per cinque anni la Sicilia, la Sardegna, il Peloponneso; restituitigli settanta milioni di sesterzj per equivalente de’ beni paterni confiscati; conferito il pontificato massimo, e permesso di brigare il consolato benchè a stento; alleggerita la [338]condizione de’ proscritti; ai legionarj suoi, terminata la capitolazione, si concedano terreni come a quelli dei triumviri; egli in ricambio lascerebbe libero il navigare, nè molesterebbe le coste, anzi sbratterà dai pirati, non accoglierà schiavi fuggiaschi, fornirà Roma di viveri. Mentre il trattato si festeggiava sulla capitana fra lui e i triumviri, Mena liberto, consigliere di partiti estremi a Pompeo, gli disse: — Lascia ch’io sferri; porta via costoro, e tu sei padrone dell’impero romano». Pompeo, ambizioso a metà, vacillò e rispose: — Dovevi farlo senza dirmelo».

Roma giubilò, redenta dalla lunga fame, e vedendo tanti illustri proscritti ripatriare per merito di Sesto, nel quale sognava rinate le virtù di Pompeo Magno, idolo suo e sua compassione: ma non andò guari a conoscere che non aveva altro se non acquistato un quarto tiranno. L’antico odio di Cesare con Pompeo si rinfocò ne’ loro figli: Ottaviano occhieggiava il destro d’invadere la Sicilia, Sesto faceva armi per difenderla: il primo pretendeva che le tasse dovute dal Peloponneso alla repubblica avanti il trattato spettassero ai triumviri; l’altro le chiedeva per sè, come di paese ceduto senza restrizione: ogni giorno nuovi dissidj; inevitabile la guerra.

Dai colleghi era lassamente ajutato Ottaviano; ma di gran vantaggio gli tornò la diserzione di Mena, il quale, indispettito con Pompeo che sapeva confidarsegli solo a metà, o volendo disgregare la sua causa da chi non era abbastanza ribaldo per trionfare, recò al nemico molta abilità, risoluti consigli, tre legioni, grossa flotta, e le isole di Corsica e di Sardegna.

Fortuna maggiore di Ottaviano furono due cavalieri da lui sollevati, Vipsanio Agrippa e Cajo Mecenate. Quest’ultimo, della chiarissima famiglia Cilnia discendente da un lare etrusco, copiosissimo ricco, ingegnoso [339]uomo, ma dalla felicità svigorito[279], s’appagava di restare cavalier romano, onde avere maggior agio ai godimenti, e diceva: — Fatemi zoppo, monco, gobbo, sdentato, purch’io viva; anche in croce, purch’io viva». Ma gran senno mostrava ne’ consigli; e perchè non ambiva onori, potea dire verità disgustose a Ottaviano, che, uomo nuovo, godeva di vedersi a fianco uno i cui avi erano stati re. E Mecenate lo piegava a mansuetudine; e udendolo un giorno dal tribunale proferir sentenze contro i suoi nemici, nè potendosegli avvicinare, gli gettò una cartolina iscritta — Alzati, o boja». Così giovava a quel che deve esser primo intento della politica dopo gravi tempeste, il rappacificamento; mentre a torre di mezzo i nemici s’adoperava Agrippa.

Questi, nato bassissimamente, amico di Ottaviano da fanciullo, l’incoraggiò ad accettare la precoce importanza, cui lo chiamava la morte di Cesare, e gli amicò i veterani di questo; represse l’insurrezione dei Galli Transalpini, e crebbe col crescere d’Ottaviano. Questi due, inetti ad occupare il primo grado, provvidero a collocarvi Ottaviano col risarcire l’ordine, surrogare agli indocili veterani di Farsaglia un esercito che volesse e potesse tener fronte agli artifizj di Antonio e al valore di Pompeo.

Radunate nuove flotte, Agrippa rimediava alle turpi fughe di Ottaviano osteggiando Pompeo nel mar di Sicilia; e in fine lo vinse fra Mile e Nauloco (35), mandandone l’armata in fiamme. Dei capi, alcuni furono uccisi, altri s’uccisero: Ottaviano che, non reggendo a veder la mischia, erasi coricato supino in una galea, si trovò [340]colmo di gloria non meritata: Pompeo, ridotto a diciassette vascelli, invece di ritentar la fortuna, prese a bordo sua figlia, alcuni amici e i tesori, e passò in Asia per invocare ed assistere i Parti, o trattar con Antonio, il quale (35) o lo fece o lo lasciò assassinare.

Per assecondare questa guerra, Lepido era venuto d’Africa con grand’esercito; e vedendo che solo Ottaviano mieteva gloria e potere, mise in campo le sue pretensioni come triumviro. Ma avendone l’altro sedotti gli uffiziali, si trovò deserto da tutti i soldati; onde, vestito a bruno, venne a rendere omaggio ad Ottaviano, che, nol temendo, gli concesse la vita e i beni. Scaduto così da un posto, cui nè valore, nè destrezza, ma pura fortuna l’avevano sollevato, tristo cittadino, sommovitore di partiti che poi era incapace di dirigere, fu ridotto alla carica la più inconcludente, quella di sommo pontefice; e finì a Circeo nel Lazio in quella oscurità, da cui non sarebbe mai dovuto uscire.

Restavano a disputarsi l’impero Ottaviano e Marco Antonio. Il primo accennava ad un esercita quale nessun altro generale romano; quarantacinque legioni, venticinquemila cavalli, trentasettemila fanti alla leggera, seicento vascelli grossi. Chiedendo costoro tumultuosamente le ricompense medesime concedute ai vincitori di Filippi, Ottaviano tentò chetarli distribuendo collane, braccialetti, corone; ma un tribuno gli disse: — Serba cotesti balocchi pe’ tuoi bambini». L’esercito applaudì all’ardito; Ottaviano si ritirò: ma il tribuno più non comparve, e tutti credendolo assassinato per ordine del generale, divennero più mansi: ventimila che ostinavansi a chiedere denaro o congedo, furono rinviati, gli altri imboniti con donativi estorti alla Sicilia e con terreni comprati nella Campania, o che i prischi coloni lasciavano deserti.

Roma al reduce Ottaviano prestò onori splendidissimi [341]e congratulazioni come a trionfante, e gli eresse una statua col titolo di pacificatore della terra e del mare. Egli ricusò alcune eccessive dimostrazioni, assolse coloro che dovevano al tesoro per pubbliche cause, mandò a sperdere le masnade che devastavano la campagna e le borgate, procacciò abbondanza di grani; le lettere di senatori trovate a Pompeo recò in piazza, ed arse inviolate; e protestò deporrebbe l’autorità non appena Antonio tornasse d’Oriente. Preso da tanta liberalità, il popolo gli conferì il titolo di tribuno della plebe in perpetuo, che lo rendeva inviolabile, e che gli spianava la via al dominio assoluto.

Che faceva intanto Antonio? passato in Grecia colla nuova moglie Ottavia, in Atene ricevè gli omaggi servili cui lo aveva abituato Cleopatra; nelle processioni vestivasi da Bacco; sposò la dea Minerva, poi ne pretese la dote di mille talenti. Ventidio Basso suo ajutante aveva in questo mezzo felicemente guidata la guerra contro i Parti, che sostenuti anche da Romani fuorusciti, (36) aveano devastato l’Asia Minore e fin al Mediterraneo. Ventidio colle vittorie vendicato Crasso, avrebbe potuto dilatare l’imperio fino al Tigri, se non l’avesse rattenuto la gelosia del suo generale. Il quale rimandatolo a Roma sotto il pretesto d’ottenervi il trionfo, unico che i Romani celebrassero sovra i Parti, prese egli stesso il comando: ma l’esercito, disgustato, mal lo secondò, sicchè dovette con poco onore conchiuder la guerra. Cajo Sosio, altro suo ajutante, sottopose Gerusalemme e la Giudea, lasciandovi regnare Erode il grande; Canidio penetrò nell’Armenia (35), occupando le gole del Caucaso per cui avevano passaggio le popolazioni scitiche: per modo che le armi di Antonio occupavano le tre grandi vie del commercio, quelle del Caucaso, di Palmira, d’Alessandria.

Egli si tragittò in Italia; e Ottavia, sostenuta da [342]Mecenate e da Agrippa, indusse il fratello ad abboccarsi con lui; ove convennero del come distruggere i nemici, e prolungare cinque altri anni il triumvirato.

Se bontà, amorevolezza, prudenza fossero bastate ad allacciare Antonio, Ottavia il poteva; ma pel soldato ambizioso e grossolano, che valevano mai le virtù della bella suora d’Ottaviano a petto di Cleopatra, regina e amante, adorata per dea nella città più degna d’esser capo del mondo? Abbandonata pertanto in Italia la moglie, tornò a Cleopatra, la quale, più ambiziosa che amante, lo consigliava a fare Alessandria capitale d’un nuovo impero, che coll’Egitto abbracciasse i paesi marittimi e trafficanti del Mediterraneo orientale. Intanto assalì i Parti (34), e assediò Praaspa capitale della Media; ma il valore congiunto de’ Medi e de’ Parti lo obbligò a calare a patti. Re Fraate IV, che gli aveva promesso sicura ritirata, ben dieci volte l’assalì ne’ ventisette giorni che quella continuò, e durante la quale, in fatiche e privazioni orribili perdette ventiquattromila compagni prima di toccare la provincia. Altri ottomila ne perdette in una marcia forzata per paesi nevicosi, consigliatagli dalla smania di rivedere Cleopatra. Questa a Leucopoli lo raggiunse con abiti pei soldati e con denari; gl’impedì di vedere la buona Ottavia, giunta in Atene con munizioni e cavalli assai, e duemila guerrieri in tutto punto e larghi doni; e che rejetta, tornò a Roma senza voler però uscire dalla casa del marito, nè permettere che il fratello la vendicasse; educava diligentemente i figli d’Antonio, e sosteneva del suo credito quelli ch’esso raccomandava per impieghi.

Tali virtù davano risalto alla turpe condotta del marito; il quale in Alessandria festeggiando e sollazzando, raccolti i cittadini a splendidissimo banchetto, vestito da Osiride sedette sopra un trono d’oro, mentre s’un altro eguale sorgeva Cleopatra, con a’ piedi i suoi [343]figliolini; dichiarò (33) lei regina d’Egitto, di Cipro, dell’Africa, della Celesiria, associandole Cesarione natole da Cesare; ai tre figli da essa partoritigli assegnò altre provincie, col titolo a tutti di re dei re. Ottaviano avea cura di divulgare siffatte azioni, e aggiungeva che Antonio mulinasse trasferir Roma sul Nilo, o dare Roma a Cleopatra, la quale giurava con questa formola: — Come spero dar leggi in Campidoglio»[280].

Fremeva il patriotismo romano a questa prodigalità di regni, e alle pompe ch’erano privilegio del Campidoglio: e Ottaviano, che facea suo pro d’ogni errore d’Antonio, lo accusa al senato e al popolo d’avere smembrato l’impero, e disonestatane la dignità col suscitare cotesto intruso Cesarione. Antonio di rimpatto rinfaccia ad Ottaviano di non aver partita seco la Sicilia tolta a Pompeo, nè l’autorità e l’esercito tolti a Lepido, e distribuita l’Italia tutta fra’ proprj soldati, nulla serbando pe’ suoi; al che l’altro celiando rispose: — Come può desiderare questi ritagli esso che ha conquistato l’Armenia, la Media e l’impero de’ Parti?» L’ironia punse sul vivo Antonio, che chiarita nimicizia, preparò grande sforzo sul mare Jonio: sostenuto coi tesori e co’ vascelli di Cleopatra, a Samo, dov’era dato il convegno alle forze di tutti i principi e popoli dall’Egitto all’Eusino e dall’Armenia all’Illiria, i due amanti dividevano il tempo tra apparecchi di guerra e piaceri sontuosi, che sarebbero stati soverchi anche dopo un trionfo.

Ottaviano, cacciando i due consoli che vi si opponevano (32), indusse Roma a bandir guerra, non ad Antonio, ma a Cleopatra. Antonio allora ripudiò Ottavia, la quale si ritirò dalla casa maritale, non d’altro dolendosi che d’essere pretesto di una guerra civile.

[344]
Se Antonio si fosse affrettato sopra l’Italia mentre era mal provveduta, e disgustati i migliori Romani per la mal dissimulata ambizione d’Ottaviano, e l’Italia per un’imposizione straordinaria, forse altrimenti piegavano le sorti del mondo: ma parte i piaceri, parte i preparativi, l’indussero a differir la guerra all’anno successivo. Se ne giovò Ottaviano per sedare gli animi: tolto per violenza alle Vestali ove stava depositato, pubblicò un testamento di Antonio, tutto favorevole agli Egizj, e quindi ingratissimo ai Romani; poi ogni giorno facea spargere incolpazioni nuove, e aneddoti nulla più autorevoli che le dicerie de’ giornali, ma che allora gli valsero mirabilmente, e che poi la condiscendente storia adottò.

Dalle provincie d’Asia e d’Africa (31) Antonio avea raccolto ducentomila pedoni, dodicimila cavalieri, ottocento vascelli: lo seguivano in persona i re della Mauritania, della Cilicia, della Cappadocia, della Paflagonia, della Comagene, della Tracia; truppe del Ponto, degli Arabi, degli Ebrej, della Licaonia, della Galazia; una turba poi di Geti si movea per secondarlo. Ottaviano, che governava dall’Illiria all’Oceano, e la Gallia, la Spagna, la costa d’Africa che fronteggia l’Italia, non aveva seco pur un principe straniero; soli ottantamila pedoni, dodicimila cavalli e ducencinquanta vascelli, ma assai meglio forniti e disciplinati.

Con questi raggiunse Antonio, che teneva l’esercito presso il promontorio d’Azio e la flotta nel vicino golfo d’Ambracia. Agrippa devastava le coste di Grecia, intercettava i soccorsi d’Egitto, di Siria e d’Asia, e prendea città sotto gli occhi stessi dell’inimico: onde molti disertarono da questo, che divenuto sospettoso, molti ne fece morire fra’ tormenti. Carridio suo generale lo dissuadeva di mettersi alla ventura colla flotta d’Ottaviano, addestrata nelle battaglie contro Pompeo; [345]cercasse piuttosto le pianure di Tracia e di Macedonia, ove il valore e il numero de’ suoi comparissero interi: ma Cleopatra lo determinò ad azzuffarsi in mare. Ottaviano, benchè incoraggiato da prosperi augurj[281], si tenne discosto dal pericolo: Antonio vi si espose col coraggio d’un veterano. Il primo aveva agili navi e aggirate maestrevolmente, l’altro elevate e pesanti: d’ambo i lati si facevano prove supreme di valore, quando si vedono veleggiare (7 7bre) verso il Peloponneso i sessanta vascelli egizj, che unici si erano riserbati per fare scorta a Cleopatra, la quale, disperando della fortuna d’Antonio, volea serbarsi a conquistare un altro vincitore. Antonio, dimenticando e prodezza e onore, le corre dietro, e così restano decise la battaglia e la prevalenza d’Ottaviano. Perocchè, mancato il capo, la flotta andò in rotta: l’esercito di terra, forte di oltre centomila uomini, rimase sette giorni inerte alla presenza del nemico, finchè trovando follìa il serbar fede ad un generale che lo abbandonava per una donna, passò ad Ottaviano; colpo decisivo più che la battaglia di mare. Il vincitore si trovò arbitro dell’Asia; alcuni principi depose, tutti multò ad esorbitanza; a molti Romani perdonò, d’altri prese l’estremo supplizio. Solo i gladiatori che Antonio faceva nodrire a Cizico, traversarono l’Asia Minore, la Siria, la Fenicia, il deserto, per raggiungerlo.

Fra vergogna e dispetto tre giorni egli continuò la fuga; regalati lautamente gli amici, consigliolli a cercarsi miglior destino, e andò ad Alessandria con Cleopatra, alla quale erasi riconciliato. Colla fortuna era svanito anche l’amore di lei; pure mesceva al vinto voluttà e speranze; formò una brigata degli inseparabili [346]nella morte, coi quali prolungar le notti banchettando; sperimentava sopra gli schiavi diversi veleni, per trovare quale rendesse meno spasmodiche le agonie; e lusingava l’amante coll’assicurarlo di voler morire con esso, o con esso ricoverarsi in solitudini remote. Al tempo stesso mandava a Ottaviano la corona, lo scettro, il trono d’oro, gli consegnava Pelusio chiave del regno, e ne riceveva galanti messaggi. Antonio, che di nulla sospettava, quando il nemico entrò in Alessandria (30) combattè disperatamente: poi rotta la fanteria, tradito dalla cavalleria, veduto la flotta egizia congiungersi colla nemica, e Ottaviano ridersi del duello che gli proponeva, si diè della spada nel corpo. Fattosi per una corda tirare nel mausoleo dove Cleopatra erasi rinchiusa, stette con essa finchè spirò.

Finiva egli i cinquantacinque anni: mistura di lodevoli e di cattive qualità, avrebbe potuto esser buono se la sciagura lo avesse educato[282]; secondò utilmente Cesare; ottenuto il potere, ne fece quell’abuso che peggiore gli permetteva la costituzione romana: ma la retorica di Cicerone al principio, da poi gli adulatori d’Augusto l’hanno denigrato oltre il vero. Il senato dichiarò infame la memoria di esso: eppure la sua posterità doveva salire al trono, negato a quella d’Ottaviano[283].

Ottaviano mostrò commoversi alla morte di colui ch’era stato complice delle sue proscrizioni, e il cui [347]valore gli aveva sgombrato la via all’impero. Bandì che perdonava ad Alessandria per riguardo al fondatore e alla magnificenza di essa, e al suo amico Areo filosofo platonico, col quale famigliarmente ragionando vi entrò. Cleopatra mise in opera lusinghe e lacrime, minacciò uccidersi; ma sentì spuntarsi l’armi sue contro costui, il quale non le usava riguardi se non per desiderio di serbarla viva al suo trionfo. All’idea di andare spettacolo di commiserazione dov’era stata d’invidia, non resse ella, e si fece mordere da un aspide velenoso.

Ottaviano da Alessandria portò via tanti tesori, che il denaro contante dal dieci scadde al quattro per cento, e in proporzione aumentò il prezzo delle derrate. Ridotto l’Egitto a provincia, dato regola all’Asia ed alle isole, torna a Roma che lo saluta imperatore, e chiude il tempio di Giano.

Così, eguagliato il diritto fra plebei e patrizj, vedemmo sorgere una nobiltà nuova, costituita sulla ricchezza: i poveri, ch’erano i più, si vendettero a qualche ricco o a qualche forte, finchè s’istituì il despotismo democratico coll’Impero, unicamente eretto sulla forza armata e sull’amministrazione delle finanze. Gli antichi nobili erano omai scomparsi tra le guerre e le proscrizioni; alcuni celavansi nella Grecia e nell’Asia Minore, altri si erano fatti capi di pirati, altri accasati nella Partia. Il popolo ricevea denari e spettacoli, e non conosceva misura nella riconoscenza verso colui che dava la pace, dopo tanti orrori o sofferti o veduti.

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LIBRO QUARTO
CAPITOLO XXX.
Augusto. — Sistema imperiale.
Cesare Ottaviano, onorato del nome di Augusto quasi ad indicare cosa più che mortale[284], sprovvisto di virtù guerresche, era prevalso in tempo che la guerra parea tutto; e con ducentomila armati tenendo in freno cenventi milioni di sudditi e quattro milioni di cittadini romani, potè imporre al mondo quel riposo, che la repubblica aveva incessantemente sovvertito.

[350]
Giovi ancora ripetere che, nella politica antica, fondata sopra l’originaria disuguaglianza degli uomini, i diritti civili, i politici e nemmanco i naturali non si [351]comunicavano che ai membri di ciascuna società, cioè erano privilegio. Alla società romana appartenevano in origine i soli patrizj, che in aspetto sacerdotale e guerresco unendo il lituo etrusco e la lancia sabina, dal colle Palatino e dal Quirinale dominavano sopra un’altra popolazione plebea, spoglia di tutti i diritti, ma capace di ottenerli. E di fatto colla perseveranza questa plebe viene a galla, ottiene il proprio magistrato de’ tribuni, e da quel punto la sua lotta si fa più evidente nello scopo, più decisa ne’ mezzi; ben presto partecipa alle magistrature dei nobili, e alle loro prerogative personali e civili; al fine costituisce con essi un solo Comune.

Allora le contese fra patrizj e plebei prendono aspetto di contesa fra possidenti e no; il grosso della popolazione, scontento di servire a tanti tirannelli, stringeasi attorno a capi ambiziosi, coi quali piantava momentanee tirannidi e un despotismo permanente. Alle lotte di Roma implicavansi gli Italiani, che, o non avendoli o solo a misura, pretendeano i diritti di quella città, al cui ingrandimento aveano contribuito con oro e sangue.

Il dibattimento fu agitato in prima ne’ comizj, perorando e chiedendo leggi e poderi. Rinvigorita la podestà tribunizia per opera dei Gracchi, si ruppe in aperta guerra con Mario, valoroso non meno che invido dei nobili. I Socj Italici da lui ripartiti fra le trentacinque tribù, col numero avrebbero tolto la mano ai cittadini originarj: ma il senato, sostenuto dal crudele quanto abile Silla, li confinò nelle sole otto tribù, il cui voto di rado o non mai occorreva raccogliere. Colle guerre civili e colle proscrizioni Silla ripristina la preponderanza del genio patrizio; e appoggiato ad una aristocrazia vigorosa, consenziente, e munita delle forme legali, elimina le pretensioni italiche; rassoda il potere del senato, introduce soldati mercenarj, e spartisce [352]a costoro, non l’agro pubblico, ma i beni tolti ai proscritti. Quindi malcontento dell’Italia e delle provincie, alle quali appoggiandosi Sertorio, Lepido, Catilina, contrastano alla parte sillana. Questa riprospera sotto Pompeo; ma costui, oscillante nel pericolo, nell’ambizione, nella crudeltà, è eclissato da Cesare, il quale guida francamente la plebe ad acquistare la proprietà, i Barbari ad acquistare l’eguaglianza di diritto. Il coltello de’ senatori non gli lasciò tempo di dar compimento e regola a tale progresso; la plebe perdette le libertà politiche, e non si assicurò il pane; la società fu dilatata, ma, piantandosi ancora tutte le istituzioni sopra il patriotismo esclusivo, non raggiunse l’eguaglianza. Al cadere di Cesare rinfocano le sopite dissensioni; il favore del senato per gli uccisori suoi è l’estremo sforzo del patriziato antico: ma Antonio ed Augusto disputantisi la successione di Cesare, si dan mano nell’intento comune di spegnere l’aristocrazia. A Filippi e ad Utica soccombono gli ultimi Romani, cioè quelli che il privilegio, il diritto storico, il senato patrizio fiancheggiavano contro il diritto umanitario, l’eguaglianza delle leggi, l’ampliazione della società. La democrazia trionfante combatte ancora un tratto, ma solamente per conoscere a chi deva obbedire, e per fare che, al posto dei tanti tiranni, un solo sottentri, il quale concentri in sè l’autorità, piena perchè conferitagli dal popolo e come rappresentante di questo.

Non dunque per amore e per concordia era proceduta la nazione al suo meglio, ma per antagonismo. Patrizj e plebei ci si presentano in Roma non più come due genti separate al modo d’altri popoli, ma come due parzialità politiche, le quali disputansi la preponderanza nel fôro e nello Stato. I plebei si tramandano da generazione a generazione l’assunto di acquistare la partecipazione dei diritti e di comunicarla a tutta [353]Italia, poi a tutto l’impero; i patrizj, indi i ricchi s’affaticano a negarla: quelli s’incamminano al progresso, gli altri ghermisconsi al passato e difendono il regno della violenza e della conquista.

Il progresso, com’è sua legge, prevale agli ostacoli, e seco li trascina; dilata le barriere entro cui o le famiglie, o le città, o le nazioni sostengono i loro privilegi a scapito degli altri: le istituzioni aristocratiche s’inchinano più sempre alla democrazia: si estende il dogma dell’eguaglianza davanti alla legge: fuori d’Italia, intere regioni diventano cittadine di Roma, la quale sparge dappertutto il comando e il diritto, in modo da lasciarvene indelebile l’impronta, e spegne l’egoismo delle nazioni soggiogate per far trionfare il suo, ch’ella stessa però svigorisce coll’ampliarlo di troppo.

In tal modo la conquista, ch’era un esercizio per la plebe, uno stromento di dominazione pei nobili, dalla Provvidenza è ridotta a un mezzo di unità, agevola l’affratellamento, e per un istante sospende la nimistà fra i popoli; e Roma, più non trovandosi attorno ove esercitarlo, rassegna il ferro ad Augusto, il quale stendendo il potere egualmente sul patriziato e sulla plebe, sui vincitori e sui vinti, fa cessare il contrasto, ed accomuna i diritti. Ma quella non era che unità violenta, materiale, momentanea; e crudele ironia il nome di pace gittato da Augusto ai popoli, non più capaci di resistere: e mentre questi preparano fuori una tremenda riscossa, dentro continua un conflitto, più vivo quantunque meno avvertito, quello delle credenze. In filosofia, in politica, in religione non v’ha un punto in cui generalmente si consenta; il vulgo ignora quel che deve operare e patire; il dotto vacilla fra le attrattive d’un piacere presente, e gl’impacci d’un dovere mal determinato; i più non pensano che a goder la vita, e gettarla appena riesce di peso.

[354]
Di qui l’immensa corruttela del secolo, che gl’idolatri della forma intitolano d’oro. Augusto, incapace di fare una rivoluzione, abilissimo a profittare d’una fatta, veniva in momento opportunissimo a pacificatore. Roma sentivasi sfinita da vent’anni di guerra civile e da quindici di anarchia; i montanari scesi a masnade infestavano, le vie, e traevano schiavo il passeggero; la città in balìa di scherani; il senato accozzaglia di mille persone senza dignità nè fede, che bisognava far frugare perchè non venissero con coltelli nella curia; impoveriti i cavalieri a segno che, per paura de’ creditori, non osavano collocarsi ne’ seggi distinti agli spettacoli; affamata la plebe, tutte le magistrature confuse, le leggi calpeste, l’Italia inselvatichita, le provincie smunte[285]. Da gran tempo nessun uomo di qualità finiva di natural morte; ognuno consegnava al liberto uno stilo perchè l’uccidesse alla prima richiesta, o portava a lato un sottilissimo veleno. Chi poteva contare sul domani? chi sui campi suoi, sugli schiavi? uscendo attorniato da clienti, poteva imbattersi in un ribaldo che l’assassinasse, o leggere il proprio nome sulle tavole di proscrizione.

Periti in battaglia o proscritti i fervorosi repubblicani, cioè gli aristocratici, ai viventi non altra memoria quasi restava che di sanguinosi tumulti, aspri comandi militari, atroci tirannie. Quando poi Bruto e Cassio davano disperata la causa loro a segno di uccidersi, chi poteva ostinarsi a quella virtù, ch’essi riconosceano per un sogno? Cessato di parer attuabile l’antica libertà, non [355]rimaneva che accostarsi al meno ribaldo fra i tiranni. La moltitudine, sempre adoratrice de’ vittoriosi e già da un pezzo esclusa dal potere, che cosa aveva a rimpiangere? Ai poveri rinasceva la speranza degli spettacoli e delle largizioni, unico loro voto; i ricchi vedeansi una volta assicurato quel che possedevano; agli ambiziosi garbava meglio piaggiare un potente, che brogliare fra l’incostante ciurma; le provincie, costrette a blandire la plebe e l’aristocrazia, ridotte a non sapere cui dirigere i loro ambasciatori e le querele, e atterrite dalle gare de’ potenti, dall’avidità de’ magistrati, dalla debole tutela di leggi stravolte dalla forza, dai maneggi, dal denaro[286], prevedevano più agevole l’ubbidienza e il comando nell’unità, e speravano che la servitù della metropoli lascerebbe ad esse quiete, e sminuirebbe le dilapidazioni legali e le guerresche. Tutto insomma acconciavasi per la calma; e all’uomo che s’affaccia allorchè alle convulsioni sottentra la spossatezza, suole attribuirsi il nome di restauratore e il merito della guarigione naturale.

Augusto non aveva un partito da far trionfare; riuscire prima, di poi conservarsi era il suo scopo, e perciò trovavasi più libero nella scelta dei mezzi: giunto a quella pienezza di potere ove il vendicarsi de’ nemici è men tosto ferocia che insensatezza, trovò utile il riporre la spada satolla di sangue, e volgersi a trasformare la vita guerresca nella civile, la pubblica nella privata.

La paura di finire come Cesare fecegli balenare talvolta l’idea di abdicarsi della dittatura come Silla; e Agrippa, franco soldato, dicevagli: — Ridona alla patria la libertà, e convinci il mondo che unicamente per vendicare il padre avevi assunto le armi»: ma [356]Mecenate gli mostrò quanto sia pericoloso l’indietreggiare dopo tanto proceduto; conservasse l’autorità per assicurare la repubblica dai sommovitori, se medesimo dalle vendette[287]. E per verità ogni passo d’Augusto non era stato diretto alla monarchia? Silla, Mario, Catilina, Antonio e gli altri ambiziosi anche in mezzo alle violenze avevano professato voler ripristinare la repubblica: ma Augusto erasi esibito soltanto qual vindice di colui che la repubblica aveva annichilato; e come tutti i trionfanti, si staccava dal partito col quale avea vinto. Prevalse dunque il consiglio più conforme al desiderio d’Augusto; il quale, a somiglianza di Napoleone, amando congiungere a sè le famiglie illustri, già preferiva questo Mecenate, i cui avi erano seduti in porpora sulle eburnee seggiole de’ lucumoni etruschi; uomo gaudente, che portava la testa coperta, sedeva a sdrajo sul tribunale colla tunica cascante, andava al fôro tra due eunuchi, faceasi addormentare da lontane sinfonie, proteggeva lo stile fiorito; insieme uomo di idee nuove, dando a buon mercato il patriotismo romano, gli suggeriva d’acconciar l’impero in geometrica unità, dove tutti fossero cittadini del pari, unica legge per tutti, unica l’imposta, le misure, i pesi; i beni pubblici posti nelle provincie si vendessero, e se ne formasse una banca di prestito per l’industria e l’agricoltura.

A quest’unità era però difficile spingersi di tratto, in un popolo tenace delle abitudini; e il concetto riformatore non poteasi ancora dedurre da un incompreso avvenire, ma bisognava fondarlo sul passato, sulla vecchia Roma. Pertanto Augusto, simile ancora a Napoleone, ridomanda al regime vecchio gli elementi che [357]mancano al nuovo, pensa rialzare ciò ch’era stato abbattuto, levandone però quanto potesse dargli impaccio.

Dalle idee religiose e dalla consuetudine era stato impresso ne’ Romani un profondo concetto della legalità, la riverenza della parola ancor più che del fondo; per modo che di forme giuridiche rivestivano le più flagranti ingiustizie esteriori, internamente lasciavano che si potesse tutto osare, purchè si rispettassero i nomi. Il procedere de’ tempi e il mutare delle contingenze rendono incompatibile una legge? non si deve derogarla, ma perpetuarne l’immagine e la memoria in formole legali e in finzioni ormai spogliate di senso: si cacciano i re, ma se ne elegge uno per compiere i sagrifizj: alcuni riti del matrimonio rimembrano le primitive violenze, personate nel mito delle rapite Sabine: cessato di convocarsi le trenta curie, daranno voto i trenta littori che dapprima li raccoglievano: la micidiale severità delle prische istituzioni rimarrà legittima, quantunque venga modificata dall’editto pretorio.

I filosofi disputavano sull’origine della legge, e non mancava chi vi vedesse, non un trovato dell’umana intelligenza, non un arbitrio del popolo o del legislatore, ma la ragione suprema congenita alla nostra natura, la norma eterna del giusto e dell’ingiusto, la regina de’ mortali e degli immortali. Ma lo Stato s’atteneva alla pratica e alla radicata opinione; i patrizj custodendo o ridomandando ciò che in origine aveano posseduto, i plebei ciò che eransi con tanta fatica acquistato, poco del resto curavano se i nomi antichi tutt’altre cose indicassero. Deificata la repubblica, la parola di lei è santa, non perchè vera, ma perchè detta; non per la giustizia, ma per la legalità: e questa a quella sostituivasi nel diritto internazionale.

Conobbe Augusto questa inclinazione romana, e tutta [358]la politica interna dirizzò a mascherare l’usurpazione. Sgomentato dalla uccisione di Cesare, e per natura alieno dall’impetuosa ambizione che si compiace a frangere gli ostacoli anzichè sviarli, calpestare gli usi anzichè spegnerli lentamente, pose ogn’arte in persuadere al popolo che egli nulla mutava, mentre di tutto s’impadroniva; rispettar le forme onde più facilmente sovvertire il fondo; e lasciar morire di sfinimento lo spirito repubblicano, che altrimenti nell’opposizione si sarebbe rattizzato. Guadagnatisi coi donativi i soldati, col pane il popolo, tutti colla blandizie del riposo, cominciò salire passo a passo, e concentrare in sè le attribuzioni del senato, de’ magistrati, delle leggi. Il nome di re suona esecrabile ai Romani; ond’egli tiensi pago a quello d’imperatore, solito attribuirsi ai generali trionfanti; nè tampoco il nome di signore[288] sopportava: lo pregavano d’assumere il supremo potere? egli [359]a ginocchi supplicava ne lo dispensassero; finalmente l’accettò per dieci anni, allo scorcio de’ quali si rinnovò la scena, e per altri dieci gli fu prorogato, e così finchè visse.

Rifiutando i titoli, voleva la realtà, e si fece concedere il consolato anno per anno, poi in perpetuo, e il potere proconsolare in tutte le provincie: come principe del senato, presedeva a questo; come censore, poteva dare e togliere gli onori, esercitar lo spionaggio, regolare le spese e i costumi; come imperatore, disponeva degli eserciti, aveva una guardia del corpo con paga doppia, portava la porpora e le armi anche in città, e con spada e corazza andava nel senato ov’era stato assassinato Cesare. Fin quel poco che la religione contribuiva agli atti pubblici trasse egli a sè colla qualità di pontefice massimo, colla quale risarciva tempj, proibiva di mescolar numi egizj cogli italici, bruciò duemila volumi di profezie, e ripurgò i Libri Sibillini.

In tutte queste magistrature le attribuzioni erano limitate, ed Augusto le divise con altri: ma ve n’aveva una, da minima divenuta suprema, quella di tribuno della plebe, che, inerme e fin muta contro i patrizj organizzati, era stata munita di carattere sacro, a segno di far delitto capitale ogni ingiuria contro di essi. La plebe non avrebbe sofferto vi s’attentasse, e Augusto se ne guardò bene, ma ne investì se stesso: come tale era tutore del popolo, e perciò inviolabile e onnipotente; potea mettere il veto alle decisioni di qualunque magistrato, e appellare al popolo. Questo fu il vero titolo dell’onnipotenza di lui e de’ suoi successori; e talmente egli il conobbe, che la podestà tribunizia[289] [360]non comunicò mai con veruno, se non coi nipoti Agrippa e Tiberio quando gli associò al dominio.

Piantava egli dunque l’autorità imperiale sovra il popolo di cui era rappresentante, e sovra l’esercito le cui armi lo sostenevano: due elementi opportunissimi a renderla dispotica; e identificando sè collo Stato, richiamò in vigore le leggi di maestà che permettevano di trascendere al diritto affine di scoprire i rei di Stato.

Del senato, non che mostrare disprezzo come Cesare, stabilì fare il congegno principale del suo governo, indocilendolo ad ogni suo volere. Mostrandolo scaduto nell’opinione, procurò restituirgliela coll’escluderne per condanna o per consiglio gl’indegni e la bordaglia introdottasi nelle guerre civili: da mille li scemò a seicento che dovessero possedere almeno ottocentomila sesterzj, supplendo del pubblico denaro a coloro che non bastassero a sostenere le spese: egli poi ne parlava sempre con riverenza, entrandovi salutava ciascuno per nome, e non se ne partiva senza domandare congedo. Volle una volta al mese si raccogliessero, ma qualunque numero bastava perchè le decisioni loro avessero forza; i figliuoli dei senatori assistessero alle assemblee, sott’ombra di decoro volendo avvezzarli al nuovo ordine di cose, cancellare le memorie d’altri tempi, e preparare una specie di ereditarietà. Lasciava che il senato desse ancora udienza agli ambasciadori; cerniva da quello i governatori delle provincie; ne domandava l’assenso: ma per non incomodare ogni tratto l’augusta assemblea, ne trascelse alcuni per consultori privati, coi quali risolveva gli affari urgenti e secreti; consiglio privato (consistorium principis), che all’uopo diveniva alta corte di giustizia. Così elegantemente carezzati e spodestati, i senatori furono ridotti a mero consiglio di Stato, che più non poteva se non fiancheggiare col [361]voto le imperiali decisioni; anzi, perchè non fossero tentati a mettere a repentaglio la pace, Augusto vietò uscissero d’Italia senza suo congedo.

Tanti nobili erano periti nelle civili guerre, che, malgrado i nuovi creati da Giulio Cesare, non se n’aveva abbastanza pe’ servizj religiosi riservati ai patrizj. Augusto si fece ordinare dal senato e dal popolo di crearne di nuovi, talchè contentava anche l’aristocrazia parendone rinnovatore: mentre egli stabiliva una specie di gerarchia in quella società dianzi rivoluzionaria, con aristocrazia come quella che si fa per decreto, senza forza per resistere agli arbitrj del principe, ma neppure per difenderlo.

Divise il governo delle provincie fra sè e i senatori, a questi assegnando le tranquille e sicure, a sè le irrequiete e minacciose[290], per avere così una ragione di conservare gli eserciti; e le fece amministrare da presidi [362]o legati annui, che da lui nominati, vi esercitavano l’autorità civile e la militare, mentre ai proconsoli eletti dal senato non competeva che la civile. Accanto a questi e a quelli pose dei procuratori, in luogo degli antichi questori, i quali ne frenavano l’esorbitante autorità ed amministravano il fisco, crescendo d’autorità man mano che questo cresceva d’importanza. Pendeva dunque la sorte delle provincie dalla bontà o nequizia del principe; ma in generale quelle del senato stavano a miglior condizione che non le imperiali, perchè dispensate dal militare.

Siccome due sorta di provincie e due poteri, così v’ebbe due ordini di magistrature, quelle del popolo, e quelle dell’imperatore: le prime erano le antiche, annuali, eccetto la censura; le seconde, di tempo indeterminato. Gli altri magistrati conservarono la carica e l’apparenza, ma più scapitarono quanto più elevati. Ai cavalieri furono mantenuti l’esazione delle pubbliche entrate e i giudizj; ma i capitali si dovevano deferire al governatore di Roma, e i più gravi all’imperatore.

Le leggi tiranniche del triumvirato Augusto abrogò d’un tratto di penna; pure le avite non osò distruggere nè farne di nuove, perchè con ciò avrebbe manifestata la sua onnipotenza. D’altra parte non volendo lasciar esercitare ai magistrati e al popolo la facoltà legislativa, prefisse i giureconsulti, ai quali soli era permesso dar responsi, ingiungendo ai giudici di non dipartirsene. Poteva così sceglierli ligi alle sue intenzioni; attribuendo pubblica autorità alle decisioni loro, avocava a sè l’interpretazione delle leggi; i giudici e gli oratori non potevano, col discuterle, accorgersi che le antiche venivano di pianta sovvertite. Pensò anche raffazzonare un codice, onde esibì il consolato al famoso Antistio Labeone perchè tacesse o parlasse a modo suo; ma questi «scarco d’ambizione, lieto d’incorrotta libertà, nè altro [363]credendo giusto e santo, se non ciò che avesse trovato negli antichi»[291], rifiutò l’indecoroso patto. Al contrario, Atejo Capitone seppe trovar compensi onde accomodare le vetuste leggi al nuovo sistema; di che lo premiò l’adulato imperatore.

All’amministrazione repubblicana aristocratica, repugnante dall’unità, e della quale l’oligarchia de’ proconsoli avea prodotto l’eccesso, Augusto ne surrogava dunque una più compatta e regolare; intravvide l’utilità di disporre gerarchicamente lo Stato, sebbene solo Costantino potesse effettuarlo dopo tre secoli: intanto però ebbe costante la mira a stabilire differenze tra’ cittadini. Fra i cavalieri e la plebe stavano i cittadini di Roma, col privilegio di dare una quarta decuria di giudici. Le quattordici regioni in cui Roma era divisa aveano prerogative superiori ai distretti suburbicarj, i quali a vicenda erano più favoriti che la restante Italia. Nell’Italia poi, quantunque tutta ammessa alla cittadinanza, sussistevano municipj, colonie, prefetture: Augusto v’aggiunse ventotto colonie, disposte sopra terre compre dagl’Italiani, e ai loro decurioni concesse di poter mandare a Roma il proprio voto per iscritto. Fin tra i cittadini l’originario differiva dal creato; fra gli stessi cittadini perfetti metteano differenza la nascita, la ricchezza, il diritto di tre figli.

Con singolare arte Augusto coglieva le occasioni di rinforzare il suo dominio. La congiura di Fannio Cepione gli fece abolire l’antica consuetudine di non procedere contro i cittadini assenti, e volle fosse condannato anche chi non si difendeva in persona. Nell’eleggere un collega al console Sentio Saturnino, si tumultuò fino ad insanguinare il fôro; ed Augusto, a prevenire gli scandali, trasse a sè la nomina del [364]secondo console: e così quella dei censori quando il popolo ne nominò due indegni. Malato gravemente, convoca i primati, e ai consoli consegna il suo testamento e il registro delle entrate e forze dell’impero: si credette intendesse con ciò ripristinare la repubblica, onde allorchè guarì, restò consolidata l’autorità sua da un atto liberale, fatto in un momento in cui nessuno dubitava che simulasse. Gli schiavi non dovevano essere interrogati alla tortura contro i padroni; ed Augusto stabilì che, nei casi di Stato, gli schiavi potessero comprarsi dal principe o dalla repubblica, e quindi ammettersi a testimoniare.

Esentò gli edili dal dare gli spettacoli, tracollo delle fortune, ma li darebbero i pretori a spese dell’erario; non combattimenti di gladiatori se non col consenso del senato, nè più di due l’anno, e i combattenti non eccedessero i centoventi; senatori e cavalieri non montassero sul palco scenico; escluse le donne dalla lotta, benchè delle loro scostumatezze lasciasse vindici i soli mariti; punito chi comprasse suffragi; vietato alle provincie di tributare pubbliche onorificenze ai governatori se non sessanta giorni dopo partiti.

Affine di nominar magistrati adunava ancora i comizj nel Campo Marzio, dava voto anch’egli colla sua tribù, raccomandava alle centurie quei che bramava fossero assunti alle cariche maggiori; ma col votare egli dispensava tutti gli altri dal farlo; come col dire il parer suo in senato faceva che tutti opinassero con lui. Poi al fine d’ogni anno questo popolo sovrano veniva a ratificare tutto ciò che il suo rappresentante avea compito.

Mostrava dunque Augusto non tenere che dalla libertà un potere che la libertà distruggeva, ed innestava le monarchiche sulle forme repubblicane; collocava prefetti e funzionarj suoi, anzichè della legge; dietro al governo uffiziale, di forme repubblicane e d’inoperosa [365]apparenza, ergeva il vero, che senza pompa facea tutto, avea la flotta e le legioni, era unico conosciuto dagli stranieri; i consoli restavano adombrati dal præfectus urbis; i decreti uscivano in nome del senato e del popolo quirite, ma li faceva l’imperatore. Questa maschera applicata alla servitù impedì ch’egli mettesse limiti costituzionali ai possibili eccessi, nè assodasse al popolo qualche prerogativa che prevenisse l’abjetta schiavitù e la disimpedita tirannia; attesochè il prefigger misura a’ suoi successori avrebbe mostrato ch’egli non ne aveva alcuna. Riuscì però a formare un impero grande, di lingua e moneta e leggi comuni, con amministrazione e mezzi e diritto civile e politico e capo unico; il che toglieva che Roma fosse tutto, nulla il resto.

Delle finanze quasi punto non cambiaronsi le fonti, ma assai la loro amministrazione interna. Il principe ebbe una particolare cassa militare[292], distinta dall’erario dello Stato: di quella disponeva a suo beneplacito, di questo per mezzo del senato. E poichè le nuove imposte (fra le quali si vogliono ricordare la ventesima delle eredità e l’ammenda sui celibi) si versavano nel fisco, il principe trovavasi in mano i denari, come le legioni, come tutto: egli stesso fissava l’ammontare de’ tributi e lo stipendio de’ governatori.

Mecenate indusse Augusto ad aprire i posti di senatore e di cavaliere ai più spettabili provinciali; altro uguagliamento di questi ai Romani: come sarebbe stata l’imposta ch’egli suggeriva su tutti i liberi dell’impero e su tutte le materie tassabili. Ma non fu ascoltato; laonde, restando immuni i cittadini, il loro crescere tornava a scapito de’ tributarj, e ne conseguiva l’accumularsi [366]di cittadini nella capitale e di ricchezze in poche famiglie. Augusto non vi riparò se non col restringere la liberalità nel concedere il diritto di cittadinanza, del quale poi furono prodighi i suoi successori.

L’esercito era stato onnipotente negli ultimi tempi: e Augusto, sapendolo venuto a lui non per amore, ma per cupidigia, gli distribuiva i terreni delle provincie sottomesse e delle quiete; e non bastando, vendeva il proprio patrimonio, toglieva a prestito dagli amici per satollarlo. Pure non lo sbrigliò alla licenza cui Silla e Antonio l’avevano assuefatto; le rivolte delle legioni perdonò, ma congedandole; se una scompigliavasi o fuggiva, la decimava; agli uffiziali che abbandonassero il posto, morte immediata. Ma perchè i possessori più non temessero d’essere spropriati affine di compensare i veterani, Augusto istituì quasi tutto del suo un tesoro militare, di cui dare a questi le retribuzioni.

Assodata la pace, sistemò un esercito stabile per la sicurezza dell’interno e delle frontiere; ma invece dei terreni che rendeano precaria la proprietà, mal coltivate le terre, e facili le turbolente intelligenze, gli prefisse un soldo. Acquartierava i veterani in trentadue colonie per Italia, donde poteva appellarli ad ogni bisogno; tenne in piedi nelle varie provincie censettantamila seicentocinquanta uomini, numero ben piccolo a chi vi paragoni il sobbisso degli Stati moderni; e non erano occupati a far la polizia contro i sudditi stessi. Otto legioni osservavano la frontiera del Reno, tre o forse cinque sul Danubio, quattro all’Eufrate, una nell’Africa, tre nella Bretagna recente acquisto, due in Egitto: tremila uomini dal mar Nero vegliavano sui re del Bosforo; gli altri re rispondeano della tranquillità de’ proprj Stati: quasi senz’armi rimanevano la Spagna, l’Italia, l’Asia Minore. Quaranta vele tenevano in soggezione il Ponto Eusino: una flotta stanziava a Ravenna [367]per vigilare la Dalmazia, la Grecia, le isole e l’Asia: un’altra a Miseno con quindicimila marinaj per custodire la Gallia, la Spagna, l’Africa e le provincie occidentali, sgombrar il mare dai pirati, e assicurare il trasporto dell’annona e de’ tributi. A speciale custodia dell’imperatore e della città vegliavano presso Roma nove coorti pretorie sotto due prefetti, e tre coorti urbane[293].

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In questo fatto all’imperatore non facea mestieri di riguardi. In lettere suggellate, da aprirsi tutte il giorno stesso, comandò ai colonnelli di mettere in ceppi i soldati che fossero ridomandati dai padroni come servi disertori: col che trentamila schiavi furono rinviati agli ergastoli. Ne escluse pure i forestieri, arrolando solo cittadini, quasi per annodare l’Ordine civile col militare, sicchè i soldati si ricordassero d’esser cittadini, e i cittadini si compiacessero di divenir soldati: ma in realtà quelli di Roma ne restavano dispensati, e le legioni reclutavansi di preferenza nelle provincie, e con mercenarj unicamente devoti alla paga e al bottino, cioè all’imperatore non alla patria. Non dunque a Costantino, ma ad Augusto va attribuito un passo di così avanzata tirannia, qual fu il disarmare il popolo e soggettarlo all’esercito, in quel sistema tutto militare che rese possibile la sfrenata potenza de’ Cesari successivi.

Secondo l’antica consuetudine, il trionfo si decretava a quello, sotto i cui auspizj la guerra si era condotta; sicchè da quell’ora più non trionfò che l’imperatore.

Amor di potere e amor di ricchezza faceano che patrizj e plebei, dissenzienti nel resto, convenissero nel desiderio delle conquiste; e il quale non veniva per accessi come fra gli altri popoli, ma quasi per natura, tutto essendovi predisposto a guisa di permanente scuola militare. Colla guerra salivasi ai gradi, alla guerra educavansi i figli, di guerra più che d’altro dibattevano le adunanze del popolo e del senato, donde uscivano i capitani, i quali eseguissero sul campo ciò che aveano deliberato nell’assemblea. Ambita come esercizio, come via di acquistar ricchezze e potenza, la guerra non poteva cessare: nè tampoco rimaneva a sperare alla morte dell’ambizioso, poichè un capitano succedeva all’altro, e restava l’anima di questo eroe immortale.

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Ma colla repubblica era dismesso il sistema delle conquiste, nè d’assumere la guerra occorreva più se non per conservarsi. Fossero pure ambiziosi, gl’imperatori aveano già troppo spazio su cui dominare, e troppi allettamenti a stare in pace: i generali, mietendo allori per un altro capo, e dovendo guardarsi dall’eccitarne la gelosia, rattenevano la foga. Il popolo più non sentiva bisogno di terre che gli conferissero i diritti di cittadinanza, nè il senato di distrarre od illudere la plebe; e le dignità, meglio che in campo, acquistavansi col corteggiare il principe.

Augusto avea dunque inteso il suo tempo allorchè proclamò, — L’impero è la pace», e pace dovettero cantare tutti i poeti: Ovidio ogni tratto l’esalta; Tibullo inveisce contro le spade; Virgilio descrive il cheto agricoltore, che solcando i suoi campi urterà in qualche rugginosa armadura, reliquia di antiche guerre; Orazio non rifina di opporre le scellerate contese alla pace presente[294]. Vero è però che la pace non può fondarsi se non sul rispetto delle nazionalità; e queste conculcate rimbalzavano talvolta, e al confine fremeano nemici, contro cui bisognava difendersi.

Augusto medesimo dovette assumere varie guerre, non più per ambizione, ma per la quiete interna e per preservare da presenti o futuri assalti. Sottomise i Britanni, non domati da suo zio, e la Spagna che da due secoli resisteva; in Africa domò la Getulia; in Asia l’Armenia, e come un trionfo festeggiò l’avergli Fraate re della Partia restituito i vessilli ed i prigionieri tolti a Crasso e a Marc’Antonio[295]; ridusse a provincie la [370]Pisidia, la Galazia, la Licaonia e, dopo la morte di Erode il Grande, anche la Giudea, che venne governata da procuratori dipendenti dal proconsole di Siria, fra i quali il più celebre fu Ponzio Pilato.

Pertanto il romano impero occupava duemila miglia da settentrione a mezzodì, cioè dal Danubio fino al tropico; e tremila dall’Oceano all’Eufrate: un milione e seicentomila miglia quadrate dei paesi del mondo meglio disposti a civiltà. Qualche Stato conservava l’indipendenza o leggi proprie; ma in fatto re e repubbliche erano stromenti di Roma.

Simile in qualche parte a Carlomagno circondato dai re vassalli, Augusto pose cura a legare alle sorti dell’impero i re de’ paesi non ancora soggetti, vigilandoli egli stesso, ammonendoli a non meritare che li trattasse da vinti, procurando stessero amici fra loro, e a modo d’un patrono coi clienti provvedendo ai loro bisogni, facendone allevare i figli co’ suoi, dando tutori ai loro pupilli, volendo approvarne i testamenti, convalidarne l’elezione: e quando egli passasse per le provincie, venivano a fargli omaggio senza porpora nè diadema, e colla toga romana camminando pedestri a lato del cavallo o della lettiga di lui[296]; alcuni ne degradò, altri ripose in trono.

Per autorità censoria, più d’una volta Augusto ordinò la numerazione dei cittadini, e la prima, subito dopo sconfitto Antonio, li portava a quattro milioni censessantatremila; l’ultima, nell’anno che morì, ne riscontrava trentamila di meno. Niuno argomenti che la [371]gente da Cesare ad Augusto crescesse esorbitantemente, poi in mezzo secolo di pace scemasse. I quattrocencinquantamila cittadini che Cesare numerava, intendevansi una classe privilegiata, da cui rimanevano esclusi stranieri e coloni, non che gli schiavi; e che in tavole, rivedute dai censori ogni lustro, erano classati secondo l’età e le ricchezze. Soli cittadini davano soldati alle legioni, talchè, col crescer le guerre, fu duopo aumentarne il numero; e più nelle guerre civili, quando combatteano Romani contro Romani. Schiusa la città agli Italiani e ad alcune provincie, il numero dei cittadini crebbe di nove decimi in ventiquattro anni. Allora non occorse di reclutare liberti e schiavi, come si era introdotto dopo Silla, gente non interessata a conservar l’ordine stabilito, e perciò incline a sommosse, e che non s’acchetava se non con largizioni corruttrici, e congedata, infestava colle masnade l’impero. Cessata col cessare del sistema guerresco la necessità di sopperire violentemente alla perduta popolazione, Augusto andò a rilento nel concedere la cittadinanza e l’emancipazione degli schiavi. Inoltre egli cambiò le condizioni volute per venire iscritto nel censo; e in quello del quarto anno di Cristo non si compresero i cittadini assenti dall’Italia o che possedessero meno di ducento mila sesterzj. Questi, benchè computati nella prima numerazione ed immuni da ogni carico, restavano inetti a qualunque magistratura, formando così una classe media che indebolisse il potere della moltitudine, e menomasse il numero dei candidati e il tumulto dei comizj. Dappoi, sotto Claudio, si numeravano sei milioni novecenquarantacinquemila cittadini, che sommandovi donne e fanciulli, avvicinerebbero ai venti milioni. Difficile è valutare i sudditi; pure, stando al medio fra distantissime opinioni, può credersi i provinciali fossero il doppio, e almen tanti gli schiavi quanti i liberi: onde [372]il conto tornerebbe a cenventi milioni d’abitanti[297].

Imperi più vasti ha veduto il mondo e vede, ma stesi in deserti, o sovra popolazioni errabonde e incolte; mentre il romano abbracciava i paesi meglio civili, con assodata dominazione, con popolosissime città, e strade, e monumenti, la cui magnificenza fa ancora ammirarsi nelle ruine.

Però ai confini di quello accalcavansi genti nuove, alle quali era duopo opporre la fermezza delle legioni. I più pericolosi furono i Parti, di cui più volte dicemmo, e i Germani, di cui molto diremo. Avendo questi varcato il Reno (21 a. C.), Agrippa dovette moversi a respingerli; ma appena egli ne tornò, Sicambri, Usipeti, Tencteri lo ripassarono, e sconfissero Marco Lollio proconsole nella Gallia, che riscossosi li rincacciò.

Rezia intitolavasi il paese che dall’alpi Pennine si stende fino alle Carniche, toccando a mezzodì la Venezia e la Cisalpina. La abitavano al nord delle Alpi i Leutiensi sulla destra del Danubio, i Vannoni sul lago di Costanza, gli Estioni sull’Iller; nelle Alpi e sulla proda meridionale i Leponzj di Oscela (Domodossola) e i Focunati; i Venosti nelle alture da cui piovono l’Inn e l’Adige; poi i Camuni e i Triumpilini nelle valli Camonica e Trompia, i Breuni sull’alto Adige coi Brixenti, i Genauni al nord del lago di Garda sulla destra dell’Adige, e sulla sinistra i Tridentini. A settentrione [373]della Rezia stava la Vindelicia fra il Danubio, il lago di Costanza e l’Inn, dove ora sono Augusta e Innspruck; ad oriente il Norico fra l’Inn, la Sava, l’alpi Carniche, il monte Cetio (Kahlengebirge) e il Danubio; all’est del Norico spiegavasi la Pannonia, che fu poi Ungheria.

I Reti, gente fiera e spazzatrice della morte, a volta a volta spinsero in Italia il guasto e la desolazione: qualora cogliessero una incinta, facevano dai loro maghi indovinare il sesso del portato, e se il dicessero maschio, lo trucidavano colla madre. Druse e Tiberio figli di Livia li vinsero (15), e la Rezia, la Vindelicia, il Norico furono ridotti a provincie, come la Pannonia e la Mesia e la Liguria Comata, posta nelle alpi Marittime divenute barriere dell’Italia. Quarantamila Salassi furono trasportati ad Ivrea in ischiavitù di vent’anni, e il loro paese spartito fra’ pretoriani, collocatavi la colonia di Augusta Pretoria (Aosta), eretto nelle Alpi un monumento col nome di quarantatre genti montane sottoposte all’impero[298]. Solo colà rimaneva indipendente il re Cozio, con dodici città di cui era capitale Susa.

[374]
Rinnovatisi di forze, i Germani tornano contro la Gallia; e Druso ancora li vince: ma perito fra le vittorie (9 a. C.), Tiberio continuò colla destrezza l’impresa già ben avviata colla forza (8), sicchè i Germani invocarono pace; ed Augusto la ricusò, e nuovi trionfi v’ottenne.

Però non solo la recente conquista, ma anche l’Italia si trovò minacciata da Maroboduo con settantamila Marcomanni, abitanti a mezzodì della Boemia: anche i Dalmati e i Pannoni misero in piedi un esercito innumerevole, e scannarono quanti Romani erano ne’ loro paesi. Tiberio, con Germanico figlio di Druso, riuscito ad amicarsi i Dalmati (6 d. C.), domò col loro braccio i Pannoni, e ridusse a tranquillità quelli che non preferirono di morire per la spada nemica o per la propria. Un capo dei Pannoni interrogato perchè si fossero sollevati, rispose: — Perchè, invece di pastori a difenderci, ne si mandano lupi a divorarci». E l’ingordigia dei governatori fu causa di altri gravi guaj nella Germania. Quintilio Varo, che «entrato povero nella ricca Siria, [375]era uscito ricco dalla Siria impoverita», venuto a regolare i Germani, si propose di trasformarli ad un tratto di leggi, di costumi, di lingua, maneggiandoli a baldanza come fosse una provincia fiaccata da lungo servaggio. Ma Erminio (Heermann) principe dei Cherusci, popolo o lega della Germania settentrionale, il quale aveva militato sotto le aquile nostre, e ottenuto titolo di cavaliere e privilegi di cittadino romano, fra l’Elba e il Reno preparò una sollevazione generale (9), e nella selva di Teutberga, presso le sorgenti della Lippa, percosse Varo d’una sconfitta, dalla quale restò salvata la nazionalità alemanna, e prefisso il punto oltre il quale non procederebbero le romane bandiere nella Germania. Varo disperato si uccise; i primarj uffiziali lo imitarono.

Da che Crasso era caduto prigioniero dei Parti, Roma non aveva rilevata una rotta così tremenda, nè perduto tanto fiore di prodi; Augusto si stracciava le vesti di dosso, e correndo pel palazzo, esclamava: — Varo, Varo, rendimi le mie legioni»; lasciossi crescere capelli e barba, munì le entrate d’Italia, armò a stormo gioventù romana, indisse supplicazioni agli Dei come ne’ pericoli più stringenti.

Erminio tenea desto l’ardor nazionale fra i suoi; ma molti domandavano quiete anche a prezzo della servitù; nè mancavano traditori e gelosie, consueta peste de’ sollevati, per le quali alcuni davano favore al marcomanno Maroboduo. Roma soffiava in queste ire fraterne, e fu consolata di vederli venir tra loro a battaglia: allora Germanico a Idistaviso (Hastenbeck) (16) riportò segnalata vittoria su Erminio.

Augusto non vide quel trionfo; ma per la terza volta dopo Roma fondata, egli aveva chiuso il tempio di Giano[299]; e quest’immensa maestà della pace romana, [376]che in somma significava un’incontrastata sommessione, sembrò un ristoro dopo sì furiose procelle; onde Augusto era a comun voce acclamato padre e dio, benefattore e ristoratore, e parve grande a’ suoi contemporanei e alla posterità, mentre non era che fortunato.

Ma non fortunato di buona famiglia e di successione. Aveva menato moglie Scribonia per amicarsi casa Pompea: cessato l’interesse la ripudiò, e tolse Livia al marito Claudio Tiberio Nerone, già madre di Tiberio ed allora incinta di Druso. Da Scribonia Augusto ebbe Giulia, che accasò con Marcello nipote suo e designato successore: ma nel meglio delle speranze Marcello morì a diciannove anni[300]. Allora Augusto obbligò Agrippa (generale e ministro di tale potenza, da doversi o torlo di mezzo o legarselo indissolubilmente) a ripudiare Marcella per isposar Giulia: poi come questa restò vedova, volle la sposasse Tiberio, che per lei ripudiava Vipsania Agrippina.

Augusto erasi compiaciuto nell’educare egli stesso quest’unica figliuola al bene, ad amar le lettere e i lavori domestici, a filare di sua mano le lane di che egli vestivasi; e godeva allorchè i letterati ne lodavano la virtù, e scrivevano: — O castità, dea tutelare del palagio, tu vegli continuo ai penati d’Augusto e presso al [377]talamo di Giulia»[301]. Ma gli giunsero all’orecchio le dissolutezze di lei, scandalose anche alla corrottissima città; e ricordandosi meno d’esser padre che tutore uffiziale dei costumi, la mandò a confine nell’isola Pandataria, interdicendole il vino ed ogni delicatura di cibi; multò pure di bando o di morte molti complici di sue libidini; nè quanto visse, mai le perdonò, anzi in testamento prescrisse non fosse deposta nella tomba dei Cesari; e spesso esclamava: — Foss’io vissuto senza donna, o morto senza prole».

Augusto fece allevare Cajo Cesare e Lucio, nati da Giulia e da Agrippa, istruendoli egli medesimo, e procurando estirparne l’orgoglio; a tavola li faceva sedere a’ piedi del suo letto; per viaggio, precedere in lettiga; rimproverò il popolo che li richiamasse signori; non li proponeva mai ai suffragi de’ comizj senza aggiungere — purchè lo meritino»: sebbene poi violasse egli stesso i proprj consigli, anticipando ad essi gli onori e le magistrature, e adottandoseli come successori. Di ciò indispettito, Tiberio abbandonò la corte e si ritirò a Rodi, finchè Livia pare accelerasse la morte di quelli. Allora Augusto, per quanto conoscesse e odiasse Tiberio, lo adottò, (4 d. C.) patto che anch’egli adottasse Germanico figlio di Druso, il quale era morto nella guerra germanica non senza sospetto di veleno.

Privatamente Augusto non andò illeso da gravissime taccie. Ad oscene ragioni si attribuì l’averlo Cesare adottato. Mentre Roma affamava, diede un banchetto ove figuravano i dodici Dei colle dodici Dee, insultando alla miseria pubblica e alle credenze nazionali con lascivie da cui un epigramma allora divulgato diceva che Giove stesso torse gli occhi[302]. I suoi adulterj dapprima [378]furono spedienti onde insinuarsi nel segreto delle case: ma non li cessò neppure dopo acquistato il potere supremo. L’amicizia per Mecenate nol rattenne dall’amoreggiarne la moglie Terentilla: e il dabben ministro recavaselo in pace, purchè non gli fosse turbata la voluttuosa tranquillità.

Morto questo ministro, al quale sono dovute e la sua moderazione dopo il triumvirato e le lodi degli scrittori; morto anche Agrippa, Augusto si lasciò menare a senno di Livia, che sacrificando l’amor proprio per conservarsi il favore, secondò le lubriche inclinazioni del marito, uffizio al quale non isdegnavano scendere altri amici suoi. Al qual proposito la cronaca narrò che, aspettando un giorno al palazzo una dama, dalla lettiga chiusa che dovea recargliela vide uscir uno colla spada sguainata. Era il filosofo Atenodoro, che voleva dargli una lezione, e — Vedete (gli disse) a che vi esponiate. Non temete che qualche repubblicano o un marito offeso si valga di somigliante occasione per togliervi la vita?» L’argomento era efficacissimo per Augusto; se n’abbia fatto senno, non sappiamo.

Della sua immanità bastanti esempj ci passarono innanzi, e tratto tratto ripullulava. In occasione del bando di Giulia, mise a morte alcuni che gli davano ombra; altri quando riformò il senato, presumendo che gli esclusi cospirassero contro la sua vita. Dacchè la sicurezza del trono gli ebbe scemata la paura, mostrossi clemente; riferendogli Tiberio non so che dicerie e [379]lamenti del popolo, rispose: — Lasciamoli dire, purchè ci lascino fare». Di un Emilio Eliano, accusato di contumelie contro lui, disse: — Gli proverò che ho lingua anch’io per dire il doppio male di esso». A un Cassio Patavino, il quale professava non mancargli nè la volontà nè il coraggio di liberar Roma, impose soltanto d’uscire di città. Di lieve multa punì Giunio Novato, autore d’un libello sanguinoso. Un cavaliere, da lui acerbamente e a torto rimproverato in una rivista, il lasciò finire, poi gli disse: — Cesare, quando volete esatte informazioni sopra persone oneste, cercatele ad oneste persone». Aggradì la lezione, buona anche oggi ai dilettanti di spie.

Scoperto che Cornelio Cinna, nipote di Pompeo (4 d. C.), tramava con primarj personaggi, Augusto l’ebbe a sè, gli si mostrò informato sin delle minime particolarità, gli rammentò i favori concessigli, in fine annunziogli il perdono, anzi il nominò console[303]. Tratto da re; se pure non era la paura che il consigliasse a baciar la mano che non poteva recidere; la paura che lo accompagnò in tante battaglie, ove la fortuna il rese vincitore; la paura che il rendeva tanto superstizioso. Se il cielo tonava, rifuggivasi in sotterranei, avvolto in una pelle di vitello marino; godeva come di fausto augurio se, sul movere ad un viaggio, cadesse qualche spruzzolo; adombravasi come di tristo se si calzasse il sinistro piede prima del dritto; scriveva a Tiberio di non intraprendere affari il giorno delle none, nè mettersi in via il domani d’una feria. Eppure egli stesso nella guerra contro Napoli, avendo perduto la flotta, [380]insultò a Nettuno, vietando se ne portasse l’effigie in processione.

Anche l’amor della giustizia non era così disinteressato in Augusto. Assordato da lamenti contro Licinio, liberto e confidente suo, appaltatore delle rendite nella Gallia, lo fa processare: e già il reo è sul punto d’essere condannato, quando apre il tesoro al suo padrone, dicendogli averlo accumulato per lui, acciocchè i Galli non ne abusassero; ed è assolto.

Questi difetti sapea sottrarre alla vista ed all’ammirazione de’ Romani, colla finissima arte del simulare e dissimulare; nè il mestiero di re da veruno fu meglio conosciuto. Non ostentava alcun fasto nella persona o nel ricevere; nelle città entrava notturno o incognito per evitare le accoglienze; vestiva abiti lavoratigli in casa, senz’altro distintivo che la guardia pretoriana; abitava la casa che era stata dell’oratore Ortensio, nè v’aveva altri ornamenti o giojelli, che una tazza murrina, stata de’ Tolomei; accettava inviti anche da privati, ed avendogli un Milanese imbandito meschinamente, e’ gli disse celiando: — Non credevo fossimo in sì stretta confidenza». Agli spettacoli sedea fra i giudici, affettava di presentarsi egli stesso ai tribunali per assistere in giudizio clienti e amici suoi, e subiva le interrogazioni e gli acerbi ripicchi degli avvocati. Ad un legionario che lo pregava di patrocinio in certa causa, rispose d’essere occupato, e manderebbe a ciò un avvocato suo; ma il soldato replicò: — Quando a te fu mestieri del mio braccio, ho io mandato un sostituto?» ed egli l’assistette in persona. Parco nel concedere la cittadinanza, voleva che i Romani sentissero la dignità loro e portassero la toga, non la povera lacerna; e vedendo un cittadino in cenci, gemette che Romanos rerum dominos, gentemque togatam fossero ridotti a tali strettezze.

[381]
L’affabilità non gli togliea fermezza; respinse il titolo di signore, ma più non diede ai soldati quello di commilitoni, sentendosi esser più che un capitano di ventura; udendo la plebe gridare alla scarsità e carezza del vino, replicò: — Agrippa vi ha provvisti di buon’acqua». Correndo un’epidemia, il popolo immagina sia punizione degli Dei per avere permesso ad Augusto di abdicarsi dal consolato, e corre a furia al palazzo chiedendolo dittatore; ma egli resiste, e preferisce il titolo di provveditor generale, con cui soccorre ai bisogni della città. In mezzo a mali di nervi, di fegato, di pietra, conserva il viso costantemente ilare; e nessun adulatore gli sarebbe andato a sangue come chi abbassasse gli occhi quand’egli il fissava in viso, quasi abbagliato dallo splendore che usciva da’ suoi.

Conoscendo quanto giovi ai tiranni stipendiare la penna e la coscienza degli scrittori, favorì, e lasciò che Mecenate favorisse quanti primeggiavano allora per ingegno, ma a patto che lo lodassero; pagò le muse, ma per disarmare la storia, e perchè i loro canti non lasciassero accorgere che l’eloquenza era ammutolita. Orazio Flacco, colonnello a Filippi sotto Bruto, ebbe in sulle prime accoglienza fredda da Mecenate; poi acquistatone le grazie, dovette moderare gl’impeti repubblicani che gli faceano esaltare o le prische virtù o la indomita anima di Catone, e mise in celia se medesimo d’aver a Filippi gettato lo scudo. Pure ad Augusto non bastava ch’e’ tacesse, il voleva lusinghiero, e gli domandò: — Credi forse che l’amicizia mia t’abbia a riuscir disonorevole presso gli avvenire?»[304]. E Orazio l’encomiò, e si fece poeta della vita pacifica da lui [382]introdotta, e della quale era tipo Pomponio Attico (pag. 277). Anche Virgilio Marone, a cui Mecenate fece restituire i campi occupati dai coloni, dovea colla gracile zampogna e coi precetti agricoli torcere gli animi dai tumulti forensi e guerreschi alla tranquillità campestre; poi elevatosi a cose maggiori, intessere i destini di Roma con quelli della casa Giulia, e trovare fra gli Dei e fra gli eroi trojani gli antenati di questo uomo nuovo. Intanto a gara gli uni degli altri ripetevano al popolo, che la salute sua stava in quella d’Augusto, che egli solo avea saputo incatenare il demone della rivoluzione e della guerra civile, solo era da tanto da riparare poc’a poco i danni patiti.

A questi patti solamente Augusto (troppo imitato da cotesti altri protettori delle lettere) concede i piccoli onori; pranzi, lieta cera nelle anticamere, applausi nelle scuole e al teatro: ma nessuno si brighi di filosofia o d’eloquenza forense; se il capo di Cicerone è necessario all’ambizione sua, lo abbandona al manigoldo; se Ovidio l’offende, il bandisce, nè per canti o suppliche gli restituisce la patria; lascia in oblio Tibullo, repugnante dall’adulare.

In un governo quieto si può permettere che gli uomini s’avventino ingiurie, si taccino di ladri, di corrotti, d’ingiusti; tutti sanno che non è se non un’arte degli emuli, uno spettoramento de’ giornalisti: la moralità se ne stomaca, ma il Governo lascia fare, considerandoli come sbagli, non come delitti. Ma in Governo che succede a una rivoluzione sanguinaria e criminosa, dove uno può dire all’altro, — Tu scannasti mio padre, tu rapisti il mio avere, la casa che abiti guadagnasti proscrivendo mio fratello, il tuo podere è l’eredità legittima de’ miei figliuoli», di necessità bisogna impor silenzio, altrimenti la ostilità persevera, le passioni si esasperano, mentre è bisogno del silenzio che le ammorzi. [383]In conseguenza Augusto fece rei d’alto tradimento gli autori di qualunque libello infamatorio, e i magistrati doveano cercarli con quel rigore, che apre la via ad arbitrarie persecuzioni. Cornelio Gallo, per aver tenuto un discorso alquanto ardito, è mandato in esiglio ed ivi ucciso, e proibito a Virgilio di pubblicarne l’elogio; gli scritti di Labieno sono bruciati[305], ed esso costretto a lasciarsi morir di fame: Timagene d’Alessandria, eletto suo storiografo, gli dispiace per un frizzo, ed è comandato di non comparirgli avanti; ond’esso brucia le storie contemporanee, e intraprende studj più sicuri sui fasti d’Alessandro, come gli accademici odierni.

Anche Paolo Fabio Massimo radunava i letterati a pranzi e conversazioni, dove Properzio recitava le sue elegie, Ovidio le facili descrizioni man mano che gli scorreano dalla lubrica penna, Vario le tragedie romane; chiunque insomma avesse grido vi trovava ascoltatori, applausi e cortesie. Augusto l’ebbe amico, e seco in tutta segretezza recossi alla Pianosa per visitarvi il relegato pronipote Agrippa Postumo, alla cui vista s’intenerì fino alle lagrime. Nessuno dovea poter vantarsi d’aver veduto il vecchio imperatore compianger uno cui non voleva perdonare; e avendo Massimo confidato la cosa alla moglie, questa a Livia, Livia ad Augusto, il letterato favorito si trovò morto[306].

Il popolo quieto e pasciuto non guardava a questi fatti, ma credeva alle echeggiate lodi de’ cortigiani, i quali narravano ch’e’ salutava in Tito Livio il lodator di Pompeo, senza per questo sminuirgli la grazia; che di Cicerone disse, — E’ fu grand’uomo ed amante la [384]patria»; di Catone, — È buon cittadino e buon uomo chi sostiene il governo stabilito». Qual meraviglia? Augusto non professavasi restitutore delle prische virtù?[307] A differenza di altri vincitori, che credono rendersi facile il governo coll’avvilire il loro popolo e cancellarne le memorie, procurò migliorarne i costumi, avvivarne la fede, ridestare le tradizioni repubblicane, giacchè non davano più ombra in un tempo che le avversava. Esaltando la Roma quirinale, storici e poeti non faceano che lodare Augusto, il quale revocava i vetusti esempj, rassettava i templi cadenti e le statue annerite dagl’incendj, espiava colla pietà e coll’innocenza i delitti degli avi, tornava l’antico pudore, rifaceva caste le famiglie e liete le madri di prole somigliante (Orazio). Era dunque naturale che proclamassero divino colui che li beava di tali ozj[308]: ed Augusto, dopo investito della potenza in terra, accettò d’essere dichiarato dio.

In quarantaquattro anni d’amministrazione non abusò dell’assoluto potere, e adoperò ogni guisa per venire in grado al popolo. La città tenne provveduta di grani e di giuochi; frequentò quelli del Circo, nel cui mezzo ergeva un obelisco egiziano; e li proibì ad ogni altra città; invitò i più illustri attori, vietando agli edili ed ai pretori di bastonarli quand’anche non piacessero: pure, udito che un di costoro tenea seco una donna travestita, il fece prendere, sferzare sui tre teatri, ed esigliare; esigliò anche il celebre attore Pilade perchè mancò di rispetto a un cittadino, ma presto l’ebbe richiamato ad istanza del popolo.

Blandì l’orgoglio nazionale abbellendo Roma, facendovi [385]la piazza e il tempio di Marte vendicatore, quel di Giove fulminante in Campidoglio, l’Apollo palatino colla biblioteca, il portico e la basilica di Cajo e Lucio, i portici di Livia ed Ottavia, il teatro di Marcello, e tanti edifizj, che potè vantarsi di lasciar di marmo quella che aveva ricevuto di cotto. Nel tempio che a Cesare eresse nel fôro, fece trasportare da Coo la Venere Anadiomena di Apelle, stimata cento talenti, e avuta qual modello di bellezza perfetta. Lo secondarono i suoi; e Mecenate murò un palazzo con giardini deliziosi; Agrippa trasse di lontano acque salubri, con più di cento fontane ornate di trecento statue e quattrocento colonne di marmo; terme arricchite di bellissimi quadri, e dotate stabilmente di terreni; un magnifico tempio a Nettuno, e il Panteon, che rimane splendidissimo monumento delle arti in quel secolo. Doviziosi senatori, per consiglio d’Augusto, ripararono del proprio alcuni tratti delle pubbliche vie; Cornelio Balbo aprì un teatro, Statilio Tauro un anfiteatro, Lucio Cornificio un tempio a Diana, Munazio Planco a Saturno, Tiberio alla Concordia e a Castore e Polluce, Filippo un museo, Asinio Pollione un santuario della Libertà. Mentre si parlava delle fabbriche, dei poemi, degli spettacoli magnificentissimi, non sindacavasi il Governo, e così il tempo lo consolidava; del che s’accôrse l’attore Pilade, quando disse: — Sta di buon animo, o Cesare, poichè il popolo si occupa di me e di Batillo».

Roma comprendeva allora il giro di cinquanta miglia e immensa popolazione; ma quanta fosse veramente, è disputato: alcuno le assegna quattordici milioni; credono esser moderati quei che si limitano a quattro: eppure noi sappiamo che, per riguardi religiosi, la città estendevasi poco fuori del pomerio della primitiva; e che anche dopo ampliata da Aureliano, non era più [386]vasta dell’odierna, la quale gira da diciottomila ducento metri, seimila metri meno di Parigi. Vero è che molti quartieri restavano fuori di quel recinto; che le vie erano si anguste, da non potersi riparare dalle ruine, nè soccorrere agl’incendj[309]: alzavansi anche sterminatamente le case, benchè Augusto avesse proibito di eccedere i settanta piedi: il trovare nel catasto fatto da Teodosio registrate quarantottomila trecentottantadue case ci lascia negar fede a quella popolazione sterminata, ma non ci ajuta a determinare la vera.

Per assicurare il vitto e la quiete di tanta gente, acquistarono importanza il prefetto della città e quello dell’annona, cariche rinnovate da Augusto che gli diedero in mano anche la polizia. Ridusse a ducentomila i cittadini nutriti a pubbliche spese, mentre prima di Cesare erano trecentoventimila. Inoltre distribuì almen cinque volte denaro[310], non mai meno di ducento, nè più di quattrocento sesterzj, cioè da quaranta a ottanta lire per testa; e poichè, comprendendovi anche i fanciulli da undici anni in su, i donati sommavano a non manco di ducencinquantamila, ogni distribuzione importava da dieci a venti milioni. Aggiungi le ingenti spese di ventiquattro spettacoli dati a proprio nome, e ventitre a nome di magistrati assenti o incapaci, e le somme che, a chi ne lo cercasse, prestava senza interesse con ipoteca del doppio.

Di settantasette anni (14 d. C. — 14 agosto), a Nola venne in fin di morte, e chiesto lo specchio, si fece acconciare, indi agli amici chiese: — Ho rappresentato bene la mia commedia?» e senza attendere la risposta, — Battetemi le mani».

[387]
Anche noi posteri confesseremo che recitò bene la sua parte, se dopo le proscrizioni potè farsi credere umano, farsi credere prode dopo tante fughe e paure, farsi credere necessario quando tutte le istituzioni erano cadute, instauratore della repubblica che demoliva, conservatore dei costumi egli scostumato, fare che alcuni de’ tardi suoi imitatori, senza vedervi ironia, potessero compiacersi d’esser chiamati augusti. L’influenza d’un regnante bisogna cercarla non nei primi, ma negli ultimi anni del suo dominio; ed Augusto, come Luigi XIV, come Napoleone, trovò gli uomini già fatti, e alla fine non lasciò che decadenza. Pure, per conservare tanti anni l’autorità, e persuadere al popolo che la sicurezza di tutti pendea dalla conservazione di lui solo, qual profonda conoscenza e del cuore umano e dell’amministrazione si richiedeva! Stese egli medesimo un breve catalogo delle proprie azioni, insigne e forse unico monumento della storia d’un mezzo secolo narrata dal principale attore, e senza smancerie, come chi al giudizio della posterità si presenta senza apprensioni[311].

[388]
Nel testamento istituì eredi Tiberio e Livia, e in loro mancanza Druso e Germanico. Scusavasi della modicità di alcuni legati per la scarsezza dell’aver suo che non eccedeva i cencinquanta milioni di sesterzj (30 milioni): asseriva di avere adoprati al bene dell’impero i patrimonj redati da Ottaviano e da Giulio Cesare, e quattromila milioni di sesterzj lasciatigli da amici in quegli [389]ultimi vent’anni. Al popolo romano legò quaranta milioni di sesterzj, tre milioni e mezzo alle tribù, mille sesterzj a ciascun pretoriano, metà tanti a ciascun soldato delle coorti urbane, trecento a ciascun legionario. A senatori, illustri personaggi, fin re stranieri fece dei lasciti, uno dei quali ascendeva a quattrocentomila lire; menzionò sin taluno de’ suoi nemici. Al testamento [390]aggiunse una statistica dell’impero, istruzioni relative ai funerali, e il suddetto catalogo delle proprie imprese, da scolpirgli sul mausoleo.

Anche il testamento era dunque una scena della sua commedia; battiamogli le mani, ricordiamoci che diede al mondo quarantaquattro anni di pace, e ripetiamo: — Augusto non doveva mai nascere, o non mai morire».

fine del tomo secondo

[391]
INDICE
Capitolo pag.

XIX. Gli schiavi. Guerre civili 1
XX. Guerra Giugurtina. Mario e i Cimri. Guerra Sociale 19
XXI. Silla. — Mitradate. — Prima guerra civile. — Restaurazione aristocratica 52
XXII. Sertorio. — I gladiatori. — I pirati. — Pompeo 78
XXIII. La costituzione sillana abolita. L’eloquenza. Cicerone. Verre 105
XXIV. Scompiglio della proprietà. Consolato di Cicerone. Catilina 128
XXV. Gli storici. — Cesare. — Primo triumvirato. — Spedizioni contro le Gallie e i Parti 154
XXVI. Seconda guerra civile 201
XXVII. Dittatura di Cesare 221
XXVIII. Italia alla morte di Cesare 242
XXIX. Guerre civili fino all’Impero 306

LIBRO QUARTO

XXX. Augusto. Sistema imperiale 349
NOTE:
1. Κατὰ τοὺς δικαιοτάτους τρόπους.

2. Ulpiano li conta fra le res mancipi; e quod attinet ad jus civile, servi pro nullis habentur. Servitutem mortalitati fere comparamus (Dig. l. t. 17. l. 32, e 209 fragm. Ulpiani). In potestate dominorum sunt servi: quæ potestas juris gentium est; nam apud omnes per æque gentes animadvertere possumus, dominis in servos vitæ necisque potestatem fuisse: et quodcumque per servum acquiritur, id domino acquiri (Inst. i, t. 8). Floro li chiama secundum genus hominum (Hist., iii. 20). Ilpo presso Seneca (Controv. x. 4), dice in servum nihil non domino licere. Giovenale nella Sat. v. 210 scrive quest’infamia:

Pone crucem servo. Meruit quo crimine servus

Supplicium? qui testis adest? quis detulit? audi:

Nulla satis de vita hominis cunctatio longa est.

O demens! ita servus homo est? Nihil fecerit: esto.

Sic volo, sic jubeo: stet pro ratione voluntas.

3. Gajo, Inst., iii. 210. 212. 213. Vedi pure Heyne, E quibus terris mancipia in Græcorum et Romanorum fora adducta fuerint. Ci piace, per conformità di sentimenti, addurre queste parole di esso: Desinamus aliquando laudibus extollere virtutem romanam, omnis terrarum orbis vastatricem, et in generis humani calamitatem adultam et auctam. Quid enim? unius populi victoris tantæ ut essent opes, alia post aliam provincia viris opibusque fuit exhausta!

Pignoria, De servis, et eorum apud veter es ministeriis; Popma, De servorum operibus, suppl. ad Grævii Thes., vol. iii. — Jugler, Sul traffico degli schiavi fra gli antichi, Guglielmo di Laon, Sull’emancipazione, non sono quasi altro che raccolte di testi. Reitemeier, Gesch. und Zustand der Sklavereileidenschaft in Griechenland, e Blair, An inquiry into the state of slavery amongst the Romans, hanno maggior ordine ed estensione, quantunque si limitino a due nazioni. Recenti sono P. Saint-Paul, Sur la constitution de l’esclavage en Occident pendant les derniers siècles de l’ère payenne, e Walton, Histoire de l’esclavage dans l’antiquité: essi discordano sul numero degli schiavi. Dureau de la Malle, Économie politique des Romains, pretenderebbe che nel vi secolo di Roma in Italia vi fossero ventidue schiavi ogni ventisette liberi. Blair mette da principio uno schiavo ogni libero, poi nel vii secolo almeno tre ogni libero; ma conviene che il problema è irresolubile coi dati che possediamo.

4. Impediti pedes, vinctæ manus, inscripti vultus. Plinio, Natur. hist., vii. 4.

5. Giustiniano, 530.

6. Plinio, xvi. 18: xxi. 26; Quintiliano, Inst., ii. 16; Seneca, Ep. 47. — Il Gori, Descriptio columbarii, e i suddetti Pignoria e Popma enumerano con particolari nomi almeno ventitre specie d’ancelle, e più di trecento specie di schiavi.

Dopo la battaglia di Canne, Annibale domandava quattrocencinquanta lire pel riscatto di ciascun prigioniero cavaliere, ducensettanta pel legionario, novanta per lo schiavo; ma anche il prezzo de’ cavalieri doveva essere inferiore al consueto d’uno schiavo, giacchè si loda il senato d’aver piuttosto comprato schiavi, benchè costassero di più. Nel vi secolo di Roma uno schiavo robusto o una bella ragazza pagavansi venti mine, cioè da 1800 fr.; e Catone valuta mille cinquecento dramme, cioè fr. 1300, un buono schiavo da campagna. I prezzi d’affezione arrivavano all’eccesso.

7. Ovidio, Eleg. i. 6.

8. Tacito, Ann., xiv. 42.

9. Cod. Theod., ix. 12.

10. Polit., i.

11. De re rustica, x e xi.

12. Ulpiano. lib. ii. § 2: e Lex Furia Caninia.

13. πάμπολλοι. Ateneo, vi.

14. Apulejo, in Apolog.

15. Svetonio, in Augusto, 16; Plinio, xxxiii. 10.

16. Quantum periculi immineret, si servi nos nostri numerare cœpissent. Seneca. De clementia, i. 24. — Nel 210 il senato vuotò l’erario più santo, nel quale riponeasi l’aurum vicesimarum, cioè il ventesimo del valore degli schiavi affrancati. È probabile che alle stesso spediente si fosse ricorso nella prima guerra punica, ove il bisogno non fu meno stringente, sicchè nel tesoro non si trovava che il prodotto di trentun anno: e sommava a lire 4,500,000. Prendendo un medio fra le lire 1300 che Catone pagava un servo robusto e le 457 de’ legionarj venduti da Annibale agli Achei, avremo 878 lire, la cui ventesima è lire 44: sicchè gli affrancati sarebbero stati 100,000, vale a dire 33,000 l’anno.

17. Quest’è l’autore della legge De repetundis per frenare la rapacità dei magistrati. Mentre era pretore in Sicilia, il senato gli mandò denaro per comperare grano; ed egli il fece con tanta lealtà, che rinviò la più parte della somma speditagli: donde acquistò il titolo di frugi. Cicerone, in Verrem, iii.

I fatti che qui narriamo, raccolgonsi dai frammenti di Diodoro Siculo.

18. Vix ullius gentis, ætatis, ordinis hominem inveneris, cujus felicitatem fortunæ Metelli compares. Vellejo Patercolo, i. 12.

19. Si questionò sul luogo di questa battaglia, come s’un punto de’ più rilevanti. Cluverio nell’Italia antiqua, lib. i. c. 23, Cellario nella Geographia antiqua, Durandi, Sulla condizione dell’antico Vercellese, Nieuport nell’Historia reipublicæ et imperii romani, tom. ii. l. 7, Ottavio Ferrari nelle Dissertationes Insubricæ, e più distesamente Napione nelle Memorie dell’Accademia di Torino del 1839, la pongono alla Tosa presso Vercelli; Maffei e Carli nelle Storie di Verona, Filiasi ne’ Veneti, Pignoria nelle Origini di Padova, Sigonio, Panvinio, e dopo molti altri Walckenaer nei Mémoires de l’Institut, 1812, la vogliono a Verona: e chi paragoni l’impetuosa Adige alla piccola Tosa, la troverà ben più opportuna a quelle selve che i Cimri vi gettarono entro.

20. Forse allude a Lucullo. Vi scorgo però meno i sentimenti di Mario che quelli di Sallustio, autore di questa parlata.

21. Fra Nizza e Genova si trovavano Tropæa Augusti (Turbìa), detta dal monumento postovi dappoi in onore d’Augusto. Olivula Portus (Villafranca), Avisio Portus (Eza), Costa Balenæ (Torre di Larma), Tavia, Portus Maurici, Locus Bormani (Borganzo), Vada Sabatia, Savo, Vico Virginis (Legine), Alba Docilia (Albissola), ad Navalia (Laban), Hasta ad Figlinas (Feggino). A levante di Genova presentavansi Ricinum (Recco), Portus Delfini (Portofino), ad Salaria presso Campi, Segesta Tiguliorum (Sestri di Levante), Tegolata (Trigoso), ad Monilia, Bodetia (Bonassola), Portus Veneris, Eryx (Lerice).

22. Lungo il Po presentavansi le città di Cerialis (Ceresole), Carea (Chieri), Industria presso Verrua, Ceste (Moncestino?), Rigomagus (Rinco), ad Medias, Valentinum (Valenza); a mezzodì di esse vicino al Tànaro, Diovia (Mondovì), Potentia (Carrù), Polentia, Alba Pompeja; presso al Belbo Calanicum (Calizzano), Ceba, Crixia (Bocchetta del Censio), Nicea (Nizza della Paglia), Urbs (Orba), Libarna (Montechiaro); a mezzodì presso Ercate, Boacæ (Bozzolo), Rubra (Terra Rossa).

23. Ivi Taurasia, detta poi Augusta Taurinorum, Grajoceli (Bragella), Magelli (Moneglia), ad Fines (Avigliana), ad Duodecimum (Giaconera), ad Octavum (?), Vibiforum colonia (Pinerolo).

24. Ivi Rauda (Rotta) che credono i Campi Raudj famosi per la disfatta dei Cimri, Cottuta (Cozzo), Carbantia presso La Castagna, Laumellum, Durii (Dorno), Quadrata, Lambrus (Castel Lambro), Tres Tabernæ presso Borghetto, ad Rota (Orio).

25. Oltre Mediolanum, v’erano le città di Melpum (Melzo?); Laus Pompeja (Lodi), che ricevette colonia dal padre di Pompeo Magno; Forum Diuguntorum (Crema?); Acerræ (Pizzighettone) sull’Adda, la città più forte dell’Insubria: Spina (Spinazzino); a settentrione di Lodi e a levante Minervium, che i Galli chiamavano Buddig: al confluente dell’Adda col Po Cremona, già de’ Cenomani. Si aggiungano Tetellus presso Brescia (Rovato?), Sebum che diè nome al lago d’Iseo (Sebinus), Tollegate (Telgate), Leucum ove l’Adda esce dal lago di Como, Forum Licini (Incino) ivi presso, Pons Aureoli (Pontirolo) fabbricato più tardi, Modicia e Argentiacum (Monza e Crescenzago o Gorgonzola) presso Milano, Sibrium (Castel Seprio).

26. Ivi son pure menzionate Forum Livii (Forlì), Forum Populi (Forlimpopoli), Cæreviani (Torre di Cervia).

27. Moltissime città dei Veneti e dei Carni sono ricordate, ma sarebbe difficile determinare quali da antico esistessero, e quali fondate posteriormente: Ateste (Este) sul Rutero, Vicentia, Vicus Varianus presso Legnago, Vicus Enianus (Montagnana), Forum Alieni (Alenile), Maria (Loreo) presso Adria, Portus Edronis (Chioggia), Fossa Clodia (Castello in val di Pozzo), Portus Medoaci (Malamocco), Mons Ilicis (Monselice), Cadiana (Caldiero?), Auræi (Montebello), Atina (Tine), ad Cepasias sul Sile (Albaredo), Tarvisum (Treviso), Acelum (Asolo), Opitergium (Oderzo) e a levante di esso Juliæ Concordiæ (Concordia), Apicilia presso Latisana; Portus Navonis (Pordenone), Quadrivium (Codroipo), Portus Romatinus (Portogruaro), Marianum (Mirano). Fra Aquileja e Vicenza erano Susonnia (Savogna), Ceneta, Feltria, Belunum abitata da Reti, Cællina, Ibligo (Ipplis), Æmonia (Gemona) dei Carni, Noreja (Venzone), Forum Julii (Friuli) fortificata e colonizzata dai Romani, Pucioli (Pozzuolo). Più a settentrione stavano Menocaleni (Monfalcone), Quarqueni (Gorizia), Larice (Ladra) sull’Isonzo, ecc.

28. Rutilio Numaziano, viaggiatore del iii secolo, cantava di essa:

Alpheæ veterum contemplor originis urbem

Quam cingunt geminis Auser et Arnus aquis.

Conum pyramidis coëuntia flumina ducunt,

Intratur modico frons patefacta solo…

Sed proprium retinet communi in gurgite nomen,

Et pontum solus scilicet Arnus adit.

Lo stesso descrive bene l’isola Gorgona:

Assurgit ponti medio circumflua Gorgon

Inter pisanum, cyrniacumque latus.

29. Virgilio. Altre città dell’Etruria erano Macra (Monte Morello), Pistoria, Fesulæ, Florentia; fra l’Arno e il Tevere Portus Labronis (Livorno), Populonium presso Piombino e Telamone, che aveano porti e fonderie pel minerale dell’Elba; Rusellæ posta fra loro; Portus Cosanus o porto Ercole presso Cossa; a levante di questa Saturnia, e a mezzodì Graviscæ, Castrum Novum, ecc.: fra Alsium (Palo) e Fregenæ (Castel Guido); Regisuilla era anticamente sede di un capo pelasgo. Nell’interno, lungo e vicino al Tevere, erano Saxa Rubra (Grotta Rossa) a sei miglia da Pons Milvius (Ponte Molle); Capena (Civitella?) presso il monte Soratte; al nord di questo Nepe, antemurale a Roma contro i popoli settentrionali; Sutrium presso Trossuli (Trosso); Ferentinum al sud di Volsinio; Sena al nord di Volterra; all’est Salphis (Monte Alfino).

30. Nell’Umbria propria, sulla costa dal Rubicone all’Esi erano la fiorente Arimino, Pisaurum che si vorrebbe denominata dell’oro pesatovi da Brenno, Fanum Fortunæ (Fano), Senogallia; nell’interno presso la via Flaminia Mevania (Bevagna) bella e forte, Hispellum (Spello) sulla via di Perugia, più a mezzodì Spoletum, sul Nar Interamna (Terni), Ocriculum Sentinum presso l’Esi, negli Appennini Iguvium (Gubio), Sarsina sul Sapi. Voglionsi pur ricordare Forum Sempronii (Fossombrone), Fulginium (Foligno), Trebiales (Trevi), Corsulæ (Monte Castrilli), Assisium, Tifernum Tiberinum (Tifi) presso le sorgenti del Tevere, Urbinum Hortense e Urbinum Metaurense (Urbino e Urbania). Camerinum, ai tempi di Silla fabbricato dagli abitanti della distrutta Camerta; Nequinum che i Romani denominarono Narnia.

31. Altre sue città Numana, Potentia, Firmum; a mezzodì l’antica Cupra maritima, Castrum novum, Hadria (Atri) de’ Liburni, Asculum sulla montagna.

32. Altre cittadella Campania erano sulla costa Vulturnum, Linternum, Cuma una delle più forti, Neapolis, Resina a piè del Vesuvio, Stabiæ rôcca, Sorrentum. Nelle terre de’ Picentini Salernum e Marsina. Nell’interno Venafrum, Teanum dei Sidicini, Cale dei Caleni Ausonj, Calatia (Gajaza), Saticula, Trebua, Suessula, Totella, Acerra.

33. Viteliv, scritto da dritta a mancina, secondo l’antico modo italiano. Si hanno medaglie di questa lega, rappresentanti otto guerrieri, che tendono le spade nude verso una troja tenuta da un uomo inginocchiato a’ piedi d’una insegna militare.

Il Micali (Monumenti inediti, tav. liv) pubblicò una medaglietta che porta nel dritto mutil embrator e una testa di donna coronata d’ellera, nel rovescio c. paapi e un toro che calpesta una lupa atterrata, allusione al nome d’Italia (Vitalia) vincitrice della lupa romana. L’iscrizione è in lettere e lingua osca, facendo rivalere la favella e l’alfabeto territoriali a quelli della città comune.

34. Cicerone, allora nuovo soldato, si ricordava d’avere assistito a un colloquio fra Sesto Pompeo e Scatone suo ospite, al quale il primo domandò, — Che titolo ti ho a dare?» E Scatone: — Chiamami ospite per cuore, nemico per necessità». E si favellarono senza tema nè soperchieria, poca ragione avendo d’odiarsi, giacchè essi non cercavano di tôrre a noi la città, ma di averla insieme con noi. Erat in eo colloquio æquitas: nullus timor, nulla suberat suspicio; mediocre etiam odium; non enim ut eriperent nobis Socii civitatem, sed ut in eam reciperentur petebant. Philippica, xii. 11.

35. Come uno dei pochi passi poetici di Plutarco, leggasi la romanzesca descrizione di quella fuga. Da quel profluvio di superstizioni vedano i prudenti quanto sia opportuno il consiglio di formare la gioventù sugli Uomini illustri di Plutarco.

36. Orosio, v. 9.

37. Simul illud cogitare debes, me omnem pecuniam, quæ ad me salvis legibus pervenisset, Ephesi apud publicanos deposuisse; id fuisse iis bis et vicies. Ad fam., v. 20.

38. Ep. 39, del 693 di Roma.

39. Pro lege Manilia.

40. Vedi Plutarco in Silla; Appiano nel Mitradatico; Cicerone, pro lege Manilia e pro Flacco: gli Excerpta di Dione e di Memnone; oltre Tito Livio, Vellejo Patercolo, Valerio Massimo, Floro, Eutropio, Orosio. Alcuno imputa il suddetto Rutilio Rufo d’aver consigliato questa barbarie a Mitradate: Cicerone ne lo purga (pro Rabirio Posthumo), e c’informa che campò travestito da filosofo.

41. Cicerone, pro Roscio Amerino.

42. Lo confessa fin il gelido Appiano (B. Civ., i. 97): οἵδε μὲν οὔτως ἐγκρατῶς ἀπεθανον.

43. Nel Circo Massimo, Augusto fece porre l’obelisco che ora è in piazza del Popolo, e Costanzo quello del Laterano. Dal circo di Caracalla, che tuttavia sussiste, fu tolto l’obelisco di piazza Navona. Il circo più famoso è il Coliseo, la cui elissi si svolge per 534 metri all’esterno e 239 all’interno, 19 metri sollevasi la precinzione esteriore in quattro ordini sovrapposti: capiva novantamila spettatori; attorno e sotto v’erano volte ove serbare le fiere; poteasi anche farvi scorrer acqua; e larghe tende riparavano dal sole e dalla pioggia.

44. Gladiatoria sagina, dice Tacito, Hist., ii. 88.

45. Quare tam timide incurrit in ferrum? quare parum audacter occidit? quare parum libenter moritur? Seneca, ep. vii. — Injuriam putat quod non libenter pereunt. Contemni se putat. Lo stesso, De ira, i.

46. Plinio, xxviii. 11; Celso, iii. 23; Areteo, iv. 175.

47. Plausum immortalitem, sibilum mortem videri neccesse est. Cicerone, pro Sextio.

48. Crudele gladiatorum spectaculum et inhumanum nonnullis videri solet; et haud scio an ita sit, ut nunc fit. Cum vero sontes ferro depugnabant, auribus fortasse multæ, oculis quidem nulla poterat esse fortior contra dolorem et contra mortem disciplina. Tuscul., ii. 17.

In un momento di mal umore, Cicerone pigliò per traverso i sopradetti giuochi di Pompeo: — Per cinque giorni v’ebbe due caccie, magnifiche, chi lo nega? ma un uom d’affari che divertimento può prendere dal vedere o un uomo debole sbranato da una fortissima bestia, o un’insigne fiera traforata da un cacciatore? L’ultimo giorno si ebbe gli elefanti, di cui il vulgo e la turba fa le meraviglie: ma non vi fu alcun diletto, anzi sorse una certa compassione e un credere che quell’animale avesse qualche affinità colla stirpe umana». Epist., lib. vii. — Strana cosa! il vedere sbranato un uomo dà poco divertimento, e l’uccidersi un elefante mette compassione.

49. Tacito, Ann., xiii. 49.

50. Spectaculum, quod ad pulchra vulnera contemptumque mortis accenderet. Panegir. c. 33.

51. Valerio Massimo, ii. 10. 2.

52. Cicerone, pro lege Manilia, 14.

53. Cicerone, pro lege Manilia, 12.

54. Per nemora illa odorata, per thuris ac balsami silvas romana circumtulit vexilia. Floro, iii. 5.

55. Elegantissima iscrizione pose nel tempio che a Minerva eresse nel campo Marzio, e che Plinio ci conservò, Natur. hist., vii. 27:

gneivs pompeivs magnvs imperator bello triginta annorvm confecto fvsis fvgatis occisis in deditionem acceptis hominum centies vicies semel, centenis octoginta tribvs millibus depressis avt captis, navibvs septingentis qvadraginta sex. oppidis castellis mille qvingenti viginti octo in fidem receptis. terris a mæotis lacv ad rvprvm mare svbactis. votvm merito minervæ.

56. In hanc rem constat Catonis præceptum pene divinum, qui ait: Rem tene, verba sequentur. Così nell’Arte retorica di Giulio Vittore, scoperta dal Maj.

57. Hominis, ut opinio mea fert, nostrorum hominum longe ingeniosissimi atque eloquentissimi. Pro Fontejo.

58. Hirtium et Dolabellam dicendi discipulos habeo, cœnandi magistros. Puto enim te audisse… illos apud me declamitare, me apud illos cœnitare. Ad familiares, ix. 16.

59. De officiis, ii. 10.

60. In Bruto, 19.

61. Cicerone fa così narrare il fatto da esso Antonio: — Non vogliate credere che nella causa di Manio Aquilio, nella quale io non veniva a narrare avventure d’antichi eroi, o i favolosi loro travagli, nè a sostenere un personaggio da scena, ma a parlare in mia propria persona, far potessi quel ch’ho fatto per conservare a quel cittadino la patria, senza sperimentare viva passion di dolore. Al vedermi davanti un uomo ch’io mi ricordava essere stato console, un generale d’eserciti, cui il senato aveva conceduto di salire al Campidoglio in forma poco dissimile al trionfo; al vederlo, dico, sbattuto, costernato, afflitto, in avventura di perdere ogni cosa, non prima incominciai a parlare per movere gli altri a compassione, ch’io mi sentii tutto intenerito. Mi accôrsi allora veramente della straordinaria commozione de’ giudici, quando quell’afflitto vecchio e di gramaglia vestito levai di terra, e gli stracciai la vesta sul petto, e mostrai le cicatrici: il che non fu effetto di arte, ma sì d’una gagliarda commozione d’animo addolorato. E nel mirare Cajo Mario ivi sedente, che colle lacrime sue più compassionevole faceva il lutto della mia orazione, allorchè a lui mi volgeva con frequenti apostrofi raccomandandogli il suo collega, ed implorandone l’ajuto per la causa comune di tutti i capitani; questi tratti patetici, e l’invocar ch’io feci tutti gl’iddii e gli uomini, cittadini e alleati, non poteano essere da mio gravissimo dolore e da lagrime scompagnati; e per quanto avess’io saputo dire, se detto l’avessi senz’esserne passionato, non che a commiserazione, avrebbe il mio parlare mossi a riso gli uditori». De oratore, ii. 45.

62. Svetonio, De claris rhet., ii. Conyers Middleton nella Vita di Cicerone dà la storia di quel tempo, ma soverchiamente parziale al suo eroe. Prima ancora, Francesco Fabricio nostro aveva scritto Sebastiani Corradi quæstura et M. T. Ciceronis historia, in bel latino difendendo l’Arpinate da Dione e Plutarco, tediando però coll’uso d’un’allegoria perpetua secondo i tempi, giacchè suppone che un questore presenti le azioni di Cicerone in forma di moneta buona, per contrapposto alla falsa degli storici greci. Lo studio di quest’età non potrebbe farsi meglio che sulle Epistole di Cicerone stesso, principalmente al modo che le ordinò e tradusse in tedesco C. Wieland; poi G. Schütz professore a Jena col titolo di M. T. Ciceronis epistolæ ad Atticum, ad Quintum fratrem, et quæ vulgo ad Familiares dicuntur, temporis ordine dispositæ, ecc., ristampate a Milano in 12 vol. in-8º colla versione del Cesari e illustrazioni. Anche Golbery pose una Histoire de Cicéron in fronte alla traduzione delle opere di questo, edita da Panckoucke, Parigi 1835: e nel 1842 si pubblicò Cicéron et son siècle par A. F. Gautier. A Leyda si stampò una biografia di Tullio, scritta da W. Suringar, e tratta dalle opere di lui, col titolo M. T. Ciceronis commentarii rerum suarum, seu de vita sua: accesserunt annales ciceroniani, in quibus ad suum quæque annum referuntur quæ in his commentariis memorantur. Una ho posta io negli Italiani Illustri.

63. A Tirone liberto di Tullio attribuiscono l’invenzione delle note o abbreviature stenografiche. Che poi quest’ultimo scrivesse le orazioni dopo il fatto, lo attesta egli stesso: An tibi irasci tum videmur, quum quid in causis acrius et vehementius dicimus? Quid! quum, jam rebus transactis et præeteritis, orationes scribimus, num irati scribimus? Tuscul., iv. 25. Pleræque enim scribuntur orationes habitæ jam, non ut habeantur. Brutus, 24. Nei momenti d’ozio preparava introduzioni a futuri componimenti, onde gli occorse di mettere la stessa a due diversi lavori. Nunc negligentiam meam cognosce. De gloria librum ad te misi; at in eo proœmium idem est quod in Academico tertio. Id evenit ob eam rem, quod habeo volumen proœmiorum; ex eo eligere soleo, cum aliquod σύγγραμμα institui: itaque jam in Tusculano, qui non meminissem me abusum isto proœmio, conjeci id in eum librum, quem tibi misi. Cum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratum meum; itaque statim novum proœmium exaravi etc. Ad Attico, xvi. 6. Un’altra disattenzione sua ci occorre nel lib. v De finibus, ove finge che gl’interlocutori trovino in Atene Papio Pisone, il quale poi nel parlare si riferisce ai discorsi tenuti antecedentemente, e ai quali non si suppone ch’egli assistesse. Le distrazioni anche dei più forbiti valgano di scusa se non di discolpa a noi scrittorelli.

64. Che Cicerone riponesse in ciò la finezza dell’arte, appare dal vedere come la mancanza di digressioni sia da lui presa per segno di rozzezza negli antichi, ai quali appone che nemo delectandi gratia digredi parumper a causa posset. Brutus, 91.

«Cicerone (diceva Apro nel Dialogo Della corrotta eloquenza, che si attribuisce a Tacito) fu il primo a parlar regolato, a scerre le parole e comporle con arte; tentò leggiadrie; trovò sentenze nelle orazioni che compose sull’ultime, quando il giudizio e la pratica gli aveano fatto conoscere il meglio, perchè l’altre non mancavano di difetti antichi, proemj deboli, narrazioni prolisse; finisce e non conclude, s’altera tardi, si riscalda di rado, pochi concetti termina perfettamente e con certo splendore; non ne cavi, non ne riporti; è quasi muro forte e durevole, ma senza intonaco e lustro».

65. Ego quia dico aliquid aliquando, non studio adductus, sed contentione dicendi aut lacessitus: et quia, ut fit in multis, exit aliquando aliquid, si non perfacetum, attamen fortasse non rusticum, quod quisque dixit, id me dixisse dicunt. Pro Plancio.

66. Pro Cæcina; De finibus, iii e i; De nat. Deorum, i; Tuscul., ii.

67. Cicerone, Brutus, 64.

68. Pro Murena.

69. De legibus, i. 5. 6; De repub., iii. 17.

70. i. 22. 23.

71. Quartum quoddam genus reipublicæ maxime probandum esse sentio, quod est ex his quæ primo dixi moderatum et permixtum tribus… Placet esse quiddam in republica præstans et regale: esse aliud auctoritati principum partum ac tributum: esse quasdam res servatas judicio voluntatique multitudinis. — Ecco l’idea dei tre poteri, però già accennata dal pitagorico Ippodamo, poi attuata dai popolani moderni.

72. Cicerone, in Verrem, ii.

73. Lo stesso, ivi.

74. Parmi questo il concetto che ragionevolmente esce dalle ampollose lodi di Marco Tullio: Sic porro homines nostros diligunt, ut his solis neque publicanus, neque negotiator odio sit. Magistratuum autem nostrorum injurias ita multorum tulerunt, ut nunquam ante hoc tempus ad aram legum, præsidiumque vestrum publico consilio confugerint… Sic a majoribus suis acceperunt, tanta populi romani in Siculos esse beneficia, ut etiam injurias nostrorum hominum perferendas putarent. In neminem civitates ante hunc (Verrem) testimonium publice dixerunt: nunc denique ipsum pertulissent si etc. Ivi.

75. Se Cicerone espone il vero, i Siciliani usavano un calendario ben rozzo, giacchè per mettere in accordo i mesi solari coi lunari, aggiungevano o toglievano uno o due giorni, facendo più breve o più lungo il mese. Est consuetudo Siculorum, ceterorumque Græcorum, quod suos dies mensesque congruere volunt cum solis lunæque ratione, ut nonnumquam si quid discrepet, eximant unum aliquem diem, aut summum biduum ex mense, quos illi ἐξαιρεσίμους dies nominant; item nonnunquam uno die longiorem mensem faciunt, aut biduo. Ivi.

76. Cicerone si scusa dell’attribuire importanza a pitture e sculture. Dicet aliquis: Quid? tu ista permagno æstimas? Ego vero ad meam rationem usumque non æstimo; verumtamen a vobis id arbitror spectari oportere, quanti hæc eorum judicio, qui studiosi sunt harum rerum, æstimentur, quanti venire soleant, etc. Ivi, iv. E vedi il nostro Cap. xlii.

77. Cicerone, De provinciis consul., iv.

78. Un libro intero della sua azione contro Verre aggirasi sui lavori di belle arti da costui rapiti; ed è prezzo dell’opera il leggerlo, sì per informarsi di tante opere insigni, sì per conoscere le maniere con cui esso le occupò; tra queste un Apollo ed Ercole di Mirone, un Ercole dello stesso, un Cupido di Prassitele. Nelle Memorie dell’Accademia francese di belle lettere, tom. ix, Fraugier inserì una dissertazione, intitolata La galleria di Verre.

79. Scyphos sigillatos… phaleras pulcherrime factas… attalica peripetasmata… pulcherrimam mensam citream.

80. In Verrem, v. 3.

81. Tito Livio, vi; Strabone, vi.

82. A Gellio, xvi. 13: Tacito, Ann., xiv. 27; Maffei, Verona illustrata, v; Denina, Rivoluzioni d’Italia, ii, 6.

83. Τότε μὲν πολίχνια, νῦν δὲ κώμαι, κτῆσεις ἰδιωτῶν. Strabone, v.

84. Is exercitus noster locupletium. Ad Attico.

85. Poi al contrario negli Uffizj: Tiberius enim Gracchus tamdiu laudabitur dum memoria rerum romanarum manebit; at ejus filii nec vivi probantur bonis, et mortui numerum obtinent jure cæsorum. E nell’orazione De harusp. resp.: Tiberius Gracchus convellit statum civitatis: qua gravitate vir? qua eloquentia? qua dignitate? nihil ut a patris avique Africani præstabili insignique virtute, præterquamquod a Senatu desciverat, deflexisset. Secutus est Cajus Gracchus: quo ingenio? quanta vi? quanta gravitate dicendi? ut dolerent boni omnes, non illa tanta ornamenta ad meliorem mentem voluntatemque essent conversa.

86. «Vi fanno vendere i campi di Attalo e degli Olimpeni, aggiunti al popolo romano dalle vittorie di Servilio, fortissimo uomo: poi i regj campi di Macedonia, acquistati dal valore di Flaminino e di Paolo Emilio: poi la ricca e ubertosissima campagna corintia, unita alle rendite del popolo romano dalla fortuna di Lucio Mummio; quindi i terreni della Spagna, posseduti per l’esimia virtù dei due Scipioni; poi la stessa Cartagine vecchia, che spogliata di tetti e di mura, o por notare la sciagura de’ Cartaginesi, o per testimonio della nostra vittoria, o per qualche religioso motivo, fu da Scipione Africano ad eterna memoria degli uomini consacrata. Vendute queste insegne, ornata delle quali i padri vi trasmisero la repubblica, vi faranno vendere i campi che re Mitradate possedette nella Paflagonia, nel Ponto, nella Cappadocia; e non pare che inseguano l’esercito di Pompeo coll’asta del banditore, costoro che propongono di vendere i campi stessi dov’egli or agita la guerra?» De lege agraria, i.

87. Macrobio, Saturn., ii. 10. Vedi le orazioni contro Rullo e Pisone.

88. Se ne vantò molti anni dipoi, Ego adolescentes fortes et bonos, sed usos ea conditione fortunæ, ut, si essent magistratus adepti, reipublicæ statum convulsuri viderentur … comitiorum ratione privavi. In Pisonem, ii. Quel Cicerone che aveva rinfacciato a Rullo di ratificare le usurpazioni di Silla, tre anni dopo sosteneva la legge portata dal senato che confermava i possessi sillani, e che autorizzava a vendere le gabelle per comprare possessi a nuovi coloni (ad Attico, i. 19); e per far grato a Pompeo, sostenne la rogazione di Flavio.

89. Quicumque aliarum ac senatus partium erant, conturbari rempublicam, quam minus valere ipsi volebant. Sallustio, Catil., 57.

90. Sergestusque, domus tenet a quo Sergia nomen. Virgilio, Æn., v. 121.

91. Plinio, lib. vii. c. 28.

92. Tum enim dixit, duo corpora esse reipublicæ, unum debile infirmo capite, alterum firmum sine capite; huic, cum ita de se meritum esset, caput se vivo non defuturum. Cicerone, pro Murena, 25.

93. Così lo fa parlare Cicerone, pro Murena, 25.

94. Sallustio attribuisce quest’accusa all’astuzia degli amici di Cicerone. Nonnulli ficta hæc et multa præterea ab iis existimabant, qui Ciceronis invidiam leniri credebant atrocitate sceleris eorum qui pœnas dederant. Pure Dione Cassio pone espresso che si scannò uno schiavo, e proferita la formola del giuramento, Catilina la confermò prendendone in mano le viscere, e dopo lui i complici: παῖδα γάρ τινα καταθύσας, καὶ ἐπὶ τῶν σπλάγχνων αὐτοῦ τὰ ὄρκια ποιήσας, ἔπειτα ἐσπλάγχνευσεν αὐτὰ μετὰ τῶν ἄλλον: xxvii. 30. Niente di strano in quest’atto, derivante dalla comune credenza del potere misterioso del sacrifizj umani.

95. Credo a Sallustio e a Cicerone più che a Plutarco, il quale (in Cicer., 16) gli dà trecento seguaci armati e i fasci consolari.

96. Illa lata insignisque lorica. Pro Murena, 25.

97. Ξίφη δὲ, καὶ στυππεῖα, καὶ θεῖον, dice Plutarco: ma Cicerone non parla che di armi.

98. Catilinaria, i, 2.

99. Ab omni judicio pœnaque provocare licere, indicant XII Tabulæ compluribus legibus, dice Cicerone, De rep., ii. 31.

100. Livio, iii. 55.

101. Leges præclarissimæ de XII Tabulis translatæ, quarum altera de capite civis rogari nisi maximo comitatu vetat. Cicerone, De legibus, iii. 29.

102. In Pisonem. Il racconto nostro deve aver mostrato le incertezze che rimangono sopra la natura e l’estensione di quella congiura. Ne abbiamo testimonianze incidenti di molti; più estese, sebbene tarde, di Appiano, Dione Cassio, Plutarco e Svetonio, che tutti danno qualche particolari; contemporanee quelle di Sallustio nella Catilinaria, e di Cicerone nelle famose arringhe. Sallustio era devoto a Cesare, e scriveva per arte più che per istudio di verità; e come avverso a Cicerone, non disfavorisce troppo Catilina, sebbene ostenti morale col disapprovarne i vizj. Cicerone è un regio procuratore, che vuole mostrar rei gli accusati. Se ci restassero la storia del suo consolato e le lettere sue di quel tempo, ne trarremmo certo maggior lume che da passionate arringhe. Delle Catilinarie moderni filologi impugnano l’autenticità, or di alcuna, or di tutto, scoprendone cattiva la latinità, infelice l’arte, e dichiarandole opera di retore. Gli eccessi della critica ci movono a sdegno collo strapparci quelle ammirazioni che nutriamo fin dalle prime scuole: pure è forse vero che le da noi possedute non sono proprio le recitate da Tullio, sebbene si sappia ch’egli medesimo aveva introdotto nel senato gli stenografi. Ad ogni modo, tanta vi appare la cognizione de’ fatti speciali, degli usi, delle leggi, tanta la corrispondenza con altri passi di Tullio e nelle orazioni e nelle lettere, che sarebbe assurdo l’attribuirle a qualche frate del medioevo, o a qualche retore posteriore; il farne merito a Tirone, il celebre liberto e secretario di Tullio, se pregiudicherebbe al concetto artistico, non diminuirebbe la loro validità storica.

Esso Cicerone dà Catilina come un mostro nelle Catilinarie; ma nell’orazione pro Rufo lo imbellisce: — Voi non avete dimentico come egli avesse, se non la realtà, l’apparenza delle maggiori virtù. Circonda vasi d’una banda di perversi, ma affettavasi devoto alle più stimabili persone. Avido della dissolutezza, con non minor ardore si conduceva al lavoro ed agli affari. Il fuoco delle passioni struggeva il suo cuore, ma piacevasi altrettanto delle fatiche guerresche. No, mai cred’io sia esistita al mondo una mescolanza di passioni e gusti tanto differenti e contrarj. Chi meglio di lui seppe rendersi gradito a’ personaggi più illustri? qual cittadino sostenne talvolta una parte più onorevole? Roma ebbe mai nemico più crudele? chi si mostrò più dissoluto nei piaceri, più paziente nelle fatiche, più avido nelle rapine, più prodigo nel largheggiare? Ma il più mirabile in costui era il suo talento d’attirarsi una turba d’amici, d’allacciarseli con compiacenze, di partecipar loro quanto possedeva, di fare a tutti servizio col proprio denaro, col credito, colle fatiche, fin col delitto e coll’audacia; di padroneggiare il suo naturale, acconciarlo a tutte le circostanze, piegarlo, raffazzonarlo in tutti i sensi; serio cogli austeri, gajo cogli allegri, grave coi vecchi, amabile coi giovani, audace cogli scellerati, dissoluto coi libertini. Mercè di questo carattere flessibile e accomodante, erasi attorniato d’uomini perversi e arditi, come anche di cittadini virtuosi e fermi, colle sembianze d’una virtù affettata…. La colpa d’essergli stata amico è comune a troppi, ed anche ad onestissimi. Io stesso fui ad un punto di restare ingannato da costui, credendolo buon cittadino, zelante degli uomini onorevoli, amico devoto e fedele».

Sulla congiura di Catilina fecero riflessioni in senso diverso, oltre gli storici, Saint-Evremond, Saint-Réal, Mably, Gordon, Montesquieu, La Harpe, Vauvenargues, Napoleone (Mém. de Ste-Hélène, 22 marzo 1816). Una buona storia tessè Sérant de la Tour: e a tacere quella debole di un anonimo, una completa ne pubblicò pur ora Prospero Mérimée, Études sur l’histoire romaine. Crébillon e Voltaire in Francia, Ben Johnson in Inghilterra, ne trassero soggetto di tragedia: oltre il dramma giocoso di Giambattista Casti. Gomont, traducendo poc’anzi in francese la Catilinaria di Sallustio, si credette in dovere di protestare che non faceva allusione a fatti odierni.

103.

Et verba antiqui multum furate Catonis

Crispus, romana primus in historia.

Marziale.

Quintiliano dà per esempio di grecismo vulgus amat fieri. Svetonio, nelle Vite dei grammatici, riferisce che Sallustio fece dal greco filologo Attejo raccorre arcaismi ed aneddoti per farcirne il suo racconto. Vedi De Sallustio Catonis imitatore, per Fr. Deltour. Parigi 1859.

104.

Tutior at quanto merx est in classe secunda!

Libertinarum dico, Sallustius in quas

Non minus insanit, quam qui mœchatur…

Orazio, Ep. ii. 46.

105. Ad illa mihi pro se quisque acriter intendat animum, quæ vita, qui mores fuerint, per quos viros, quibusque, domi militiæque, et partum et auctum imperium sit; labente deinde paullatim disciplina, veluti desidentes primo mores sequatur animo; deinde ut magis magisque lapsi sint, tum ire cœperint præcipites, donec ad hæc tempora, quibus nec vitia nostra nec remedia pati possumus, pervenutum est. Præfatio.

106. Ea belli gloria est populo romano, ut, quum suum, conditorisque sui parentem Martem ferat, tam et hoc gentes humanæ patiantur æquo animo, quam et imperium patiuntur. Ivi.

107. Quæ ante conditam, condendamque urbem, poeticis magis decora fabulis, quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec affirmare nec repellere in animo est… Datur hæc venia antiquitati, ut, miscendo humana divinis, primordia, urbium angustiora faciat. Ivi.

108. Fa che un legato romano vada agli Etolj alle Termopile, sgarrando le parole di Polibio ἐπὶ τὴν τῶν Θερμικῶν σύνοδον, che indicano la città di Termi in Etolia. Un trattato co’ Macedoni, riferito esattamente da Polibio, è franteso da lui. Riferisce due tradizioni sulla morte di Pleminio, dando le ragioni per cui preferisce l’una: poi in appresso adotta l’altra senza un cenno della prima. Ripete due volte il trionfo di Fulvio Nobiliore, quasi colle identiche parole. E taciamo gli sbagli di data, e la generale negligenza nell’indicare le sue fonti. Pure egli cita spesso i monumenti; come per es. i trattati di federazione o di pace (lib. xxi. 2; xxiii. 33; xxvi. 24; xxix. 11. 12; xxx. 37. 45; xxxiii. 30; xxxiv. 35; xxxviii. 9. 38); i fasti e gli annali de’ magistrati; i libri lintei riposti nel tempio di Moneta (iv. 7; xiii. 20. 23; ix. 18. 38; xxxix. 52); le iscrizioni di statue, di quadri, di trofei affissi ne’ tempj (ii. 33; iv. 20; vi. 29; x. 2: xl. 52; xli. 28); gli elogi funebri e i titoli delle immagini de’ maggiori (iv. 16; viii. 40); le leggi, i plebisciti e i senatoconsulti; le lettere di re o di capitani o di magistrati provinciali; e la scoperta del senatoconsulto de’ Baccanali attestò ch’e’ lo avesse veduto, giacchè spesso adopra le parole medesime.

109. Inter bellorum magnorum… curas, intercessit res parva dictu, sed quæ studiis in magnum certamen excesserit. A principio del lib. XXXIV.

110. Lib. xliii. c. 13.

111. Lib. ii. c. 1.

112. Formo questa voce sull’esempio di Tullio, il quale (ad Attico, lib. ix. ep. 10) scriveva: Hoc turpe Cnejus noster biennio ante cogitavit: ita syllaturit animus ejus, et proscripturit.

113. Sallustio fu protetto da Cesare, contrariato da Catone: or ecco come ne parla: — Dopo che per lusso e negligenza la città fu corrotta, quasi sfruttata, per lungo tempo non produsse veruno di grande qualità: ma a ricordo mio, di virtù somma, di costumi diversi vissero Porcio Catone e Giulio Cesare. Stirpe, età, eloquenza ebbero quasi pari, pari magnanimità e gloria. Cesare si reputava grande per benefizj e largizioni, Catone per integra vita; quegli s’illustrò per mansuetudine e amorevolezza, a questo crebbe decoro la severità: Cesare col dare, sollevare, perdonare, Catone acquistò gloria senza nulla largire: uno rifugio ai miseri, l’altro ruina ai tristi; di quello la cortesia, di questo lodavasi la costanza. Cesare erasi proposto di faticare, vigilare, trascurar i suoi per intendere agli affari degli amici, non negare cosa degna d’essere donata; ambiva per sè un gran comando, un esercito, una nuova guerra, dove il suo merito sfolgorasse. Catone fece studio della modestia, del decoro, soprattutto della severità; non gareggiava di ricchezze coi ricchi o di fazione coi faziosi, ma di valore coi prodi, di verecondia coi modesti, di disinteresse cogl’innocenti: e quanto meno la gloria agognava, tanto più essa lo seguiva».

114. Monstrum activitatis; Cicerone. Nil actum credens si quid superesset agendum; Lucano.

115. Χρηματοποιὸς ἀνὴρ ἐγένετο, δύο τε εῖναι λέγον τὰ τὰς δυναστείας παρασκευάζοντα καὶ φυλάσσοντα καὶ ἐπαύξοντα, στρατιώτας καὶ χρήματα. Dione, xlii. 49.

116. Tullio lo colloca fra i migliori storici di Roma, ed aveva descritto la guerra degli Alleati e il consolato di esso Tullio. Dione (xxxiii. 1. 7) descrive meglio d’ogni altro il consolato di Cesare.

Questi tempi sono bene illustrati dal tedesco Drumann, Storia di Roma nel passaggio dalla repubblica alla monarchia: ossia Pompeo, Cicerone, Cesare, e i loro contemporanei per ordine di genti, 1830-38.

117. Con quella erudizione passionata e quella ostinata logica, con cui i Tedeschi acconciano ad ogni caso un sistema che abbiano prefisso, testè Holtzmann volle mostrare che Celti e Germani sono un popolo solo (Kelten und Germanen. Stuttgard 1855). La quistione si annette alla storia nostra in quanto concerne le popolazioni galle o celtiche, da cui fu abitata la contrada settentrionale d’Italia. Ora Holtzmann, analizzando le poche voci e i nomi proprj trasmessici dagli storici antichi, li trova tutti germanici, nè in verun modo bretoni o gallesi; come ambacti, bracca, druido, gesum, sparus, Vercingetorix, Brennus, Sigomarus, Bojorix, Critognatus, ecc.; e le terminazioni di paesi in dunum e durum derivanti da tun siepe, villa, e tor rôcca. Nell’Italia settentrionale non si trovano traccie di voci celtiche, fino per confessione di Diez, autor recente del Dizionario delle lingue romancie. Avvertenza a coloro che facilmente si buscano fama d’eruditi coll’asserire alcuni veri, dissimulando o ignorando quelli che vi contraddicono.

118. Cicerone, ad fam., vii. 7, 8, 9. Lucano (Phars., ii. 572) cantò: Territa quæsitis ostendit terga Britannis. Dione narra che tutta la fanteria fu rotta, e sarebbe andata a sterminio se non accorreva la cavalleria. Orazio e Tibullo in molti passi riguardano la Gran Bretagna come indomita. Non fu dunque tale spedizione tanto gloriosa come la fa Cesare ne’ suoi Commentarj.

Quasi ad appoggiare la possibilità dell’antichissima trasmissione orale delle poesie d’Ossian, ultimamente si scopersero altre poesie di bardi gallesi, mentosto della Scozia e dell’Irlanda che del principato di Galles; ove, tra altre cose, allo sbarco di Cesare in Bretagna si dà per motivo il suo amore per la figlia d’un re, ch’egli avea veduta nelle Gallie.

119. Quum suam lenitatem cognitam omnibus sciret, neque vereretur ne quid crudelitate naturæ videretur asperius fecisse. Irzio, 44.

120. Plutarco in Cesare, 15: Πόλεις μὲν ὐπὲρ ὀκτακόσιας κατὰ κράτος εἷλεν, ἔθνη δὲ ἑχειρώσατο τριακόσια μυριάσι δὲ παραταξάμενος κατὰ μέρος τριακοσίαις, ἑκατὸν μὲν ἐν χερσὶ διέφθειρεν, ἄλλας δὲ τοσαύτας ἐζώγρησε.

121. De provinciis consularibus.

122. Epistola non erubescit. Ardeo cupiditate incredibili, neque, ut ego arbitror, reprehendenda, nomen ut nostrum scriptis illustretur et celebretur tuis: quod etsi mihi sæpe ostendis te esse facturum, tamen ignoscas velim huic festinationi meæ… Non enim me solum commemoratio posteritatis ad spem immortalitatis rapit, sed etiam illa cupiditas, ut vel auctoritate testimonii tui, vel indicio benevolentiæ, vel suavitate ingenii vivi perfruamur…. Nos cupiditas incendit festinationis, ut et ceteri, viventibus nobis, ex literis tuis nos cognoscant, et nosmetipsi vivi gloriola nostra perfruamur. Ad fam., v.

123. Res eas gessi, quarum aliquam in tuis literis et nostræ necessitudinis et reipublicæ causa gratulationem expectavi… Quæ, cum veneris, tanto consilio, tantaque animi magnitudine a me gesta esse cognosces, ut tibi multo majori quam Africanus fuit, me non multo minorem quam Lælium, facile et in republica et in amicitia adjunctum esse patiare. Ivi.

Già scrivendo contro Verre (v. 14) esclamava: — Dei immortali! qual divario di mente e d’inclinazione fra gli uomini! così la stima vostra e del popolo romano approvi la mia volontà e speranza, com’io ricevetti le cariche in modo da credermi legato per religione a tutti i doveri di quelle. Fatto questore, reputai essa dignità non solo attribuitami, ma affidatami. Tenni la questura in Sicilia come se tutti gli occhi credessi in me solo conversi, ed io e la questura mia stessimo s’un teatro a spettacolo di tutto il mondo; onde mi negai ogni cosa che è reputata piacevole, non solo a straordinarj appetiti, ma alla natura stessa ed al bisogno. Ora designato edile, tengo conto del quanto io abbia ricevuto dal popolo romano, e che devo fare santissimi giuochi con somma cerimonia a Cerere, a Libero e Libera; colla solennità degli spettacoli placare Flora madre al popolo e alla plebe romana; compiere colla massima dignità e religione i giuochi antichissimi che si dicono romani, ad onore di Giove, di Giunone, di Minerva; che mi è data a difendere la città tutta, a curare i sacri luoghi; che per la fatica e l’attenzione di queste cose sono assegnati, come frutti, un luogo antico in senato dove proferir il suo parere, la toga pretesta, la sedia curule, la giurisdizione, le immagini per conservare la memoria alla posterità».

Thomas, parlando di lui nel Saggio sugli elogi, dice: — Lodò se medesimo anche fuor dei momenti d’entusiasmo, e ne fu biasimato; io non l’accuso, nol giustifico; solo osserverò che quanto più in un popolo la vanità supera l’orgoglio, più esso tien conto dell’arte importante d’adulare e d’esser adulato, più s’ingegna a farsi stimare con mezzi piccoli in mancanza di grandi, si sente ferito persino dall’altera franchezza e dalla schiettezza naturale d’un animo che conosce la propria lealtà e non teme di menarne vanto. Ho veduto alcuno stomacarsi perchè Montesquieu osò dire Son pittore anch’io: oggi anche l’uomo più guasto, anche nell’atto di concedere la sua stima, vuol conservare il diritto di ricusarla. Fra gli antichi, la libertà repubblicana concedeva maggior energia ai sentimenti, e più libera franchezza al discorso; quest’infiacchimento del carattere, che si chiama gentilezza, e che tanto teme di ledere l’amor proprio, cioè la debolezza incerta e vana, era allora men comune; si aspirava mentosto ad essere modesti che grandi. La debolezza conceda pure qualche volta alla forza di conoscere se stessa; e se ci è possibile, consentiamo ad avere uomini grandi anche a questo prezzo».

124. Apud Quintiliani Instit., iv.

125. Tantum enim animi inductio et mehercule amor erga Pompejum apud me valet, ut quæ illi utilia sunt et quæ ille vult, ea mihi omnia jam et recta et vera videantur. Ad fam., i. 9.

126. Cuinam auguratus deferatur? quo quidem uno ego ab istis capi possum. Vide levitatem meam. Ad Attico, ii. 5.

127. Quis ullam ullius boni spem haberet in eo, cujus primum tempus ætatis palam fuisset ad omnes libidines divulgatum? qui ne a sanctissima quidem parte corporis potuisset hominum impuram intemperantiam propulsare? qui cum suam rem non minus strenue, quam postea publicam confecisset, egestatem et luxuriam domestico lenocinio sustentavit? Queste cose diceva Cicerone in senato post reditum, 5. E un’altra volta rammenta che primam illam ætatulam suam ad scurrarum locupletium libidines detulit; quorum intemperantia expleta, in domesticis est germanitatis stupris volutatus, deinde… piratarum contumelias perpessus, etiam Cilicum libidines barbarorumque satiavit etc. — De harusp. responsis, 20.

128. Certarum mulierum atque adolescentulorum nobilium introductiones nonnullis judicibus pro mercedis cumulo fuerunt. Cicerone, ad Attico, 1. 16.

129. Nos, ut ostendit, admodum diligit… aperte laudat; occulte, sed ita ut perspicuum sit, invidit; nihil come, nihil simplex, nihil ἐν τοῖς πολιτικοῖς honestum, nihil illustre, nihil forte, nihil liberum. Ad Atticum, i. 13.

130. Oltre le lettere, vedi l’orazione pro Plancio, 40.

131. Le lettere sue ridondano di fiacchi lamenti: — Mi struggo di cordoglio, Terenzia mia. Io son più misero di te miserissima, perchè oltre la sciagura comune, mi pesa la colpa. Mio dovere sarebbe stato o colla legazione evitare il pericolo, o colla diligenza e gli armati resistere, o cadere da forte. Nulla poteva essere più misero, più turpe, più indegno di questo… Dì e notte mi sta innanzi la vostra desolazione… Molti sono nemici, invidiosi quasi tutti. Vi scrivo di rado, perchè se sono accorato in ogni tempo, quando vi scrivo o leggo lettere vostre vo tutto in lagrime, che non posso reggere. Oh fossi stato men cupido della vita! oh me perduto! oh me desolato! Che ne sarà di Tullietta? pensateci voi, ch’io più non ho capo… Non posso dire di più, perchè m’impedisce l’angoscia». Onde Asinio Pollione (ap. Seneca) diceva: Omnium adversorum nihil, ut viro dignum est, tutti præter mortem; ma soggiunse: Si quis tamen virtutibus vitia pensarit, vir magnus, acer, memorabilis fuit, et in cujus laudes oratione prosequendas Cicerone laudatore opus fuerit.

132. Pro Sextio.

133. Non multi cibi hospitem, sed multi joci. Ad fam., ix. 26.

134. Philipp., ii. 32.

135. Cicerone, ad Quintum fratrem, ii. 6.

136. Cic., ad Q. fr., ii. 5; ad fam., i. 5

137. Diæta curare incipio; chirurgiæ tædet.

138. Ad Attico (iv. 3) scriveva: — Clodio sarà da Milone accusato, se pure in prima non lo ammazzi. Io me la vedo che Milone, scontrandolo per via, lo ammazzerà; lo dice aperto».

139. Dei senatori, dodici condannarono, e sei assolsero; dei cavalieri, tredici condannarono, e quattro assolsero; degli erarj, quattro assolsero, e dieci condannarono: onde in quel giudizio l’aristocrazia aveva trentacinque voti sopra quarantanove.

140.

Milesne Crassi conjuge barbara

Turpis maritus vixit? et hostium

(Proh curia, inversique mores!)

Consenuit socerorum in armis

Sub rege medo Marsus et Appulus?

Orazio, Od. iii. 5.

141. Quæ enim proposita fuerant nobis, cum et honoribus amplissimis et laboribus maximis perfuncti essemus, dignitas in sententiis dicendis, libertas in republica capessenda, ea sublata tota, sed nec mihi magis quam omnibus; nam aut assentiendum est nulla cum gravitate paucis, aut frustra dissentiendum. Cicerone a Lentulo proconsole.

142. Noster populus in bello sic paret ut regi. Cicero, De rep., i. 40.

143. Omnia maxima, minima ad Cæsarem scribuntur. Cicerone al fratello Quinto, iii. 1.

144. Cicerone ad Attico, v. 5.

145. Referta Gallia negotiatorum est, piena civium romanorum: nemo Gallorum sine cive romano quidquam negotii gerit; nummus in Gallia nullus sine civium romanorum tabulis commovetur. Cicerone, pro Fontejo.

146.

ivssv mandatvve popvli romani.

consul imperator tribunus miles tiro commilito armate qvisqve es manipvlarie centvrio legionarie tvrmarie hic sistito· vexillvm sinito· arma deponito· nec citra hoc flvmen rvbiconem signa dvctvm exercitvm commeatvmve tradvcito· si qvis hvivsce ivssionis ergo adversvs præcepta ierit feceritve adivdicatvs esto hostis populi romani ac si contra patriam arma tvlerit penatesqve e sacris penetralibvs asportaverit senatus populique romani.

sanctio plebisciti senatusve consvlti·

vltra hos fines arma ac signa proferre liceat nemini.

Da G. Fabricio, Antiq. mon., lib. i. Non è certa l’autenticità.

147. Animadvertis Cn. Pompejum nec nominis sui, nec rerum gestarum gloria, nec etiam regum aut nationum clientelis, quos ostentare crebro solebat, esse tutum; et hoc etiam quod infimo cuique contigit, illi non posse contingere, ut honeste effugere possit. Cicero, ad fam., ix.

Sed pœnas longi Fortuna favoris

Exigit a misero, quæ tanto pondere famæ

Res premit adversas, fatisque prioribus urget.

Sic longius ævum

Destruit ingentes animos, et vita superstes

Imperio.

Lucano, viii. 34.

148. Hoc τέρας, horribili vigilantia, celeritate, diligentia est. Cicerone ad Attico, viii. 9. Nullum spatium perterritis dabat. Svetonio in Cesare, 60.

Dum fortuna calet, dum conficit omnia terror.

Lucano, vii. 21.

149. Dureau de la Malle pretende che l’erario dissipato da Giulio Cesare fosse di duemila milioni della moneta presente (Economie des Romains, vol. i. p. 91). Ora Jacob (On precious metals vol. 1) asserisce che tutti i metalli preziosi d’Europa, prima della scoperta dell’America, sommavano appena ad ottocentocinquanta milioni di franchi. Guaj se nella storia antica si pretende esattezza di cifre!

150. Ad Attico, viii. 7. 10.

151. Pompeo aspira ad una dominazione simile a quella di Silla; chiaramente lo mostrò: e’ non lascerà un tegolo in Italia, se riesce. Fa terribili minaccie contro i ricchi e contro quelli che non l’hanno seguito. Ad Attico, viii. 11; ix. 7. Ripete, Se l’ha potuto Silla, perchè nol potrei io? Ivi, ix. 10. Sua idea è di far perire prima Roma e l’Italia per fame, tôrre il denaro ai ricchi, devastare le campagne, metter fuoco dappertutto. Poi vuol trattare nulla meglio la Grecia, e crede che il bottino che lascerà farvi ai soldati lo metterà di sopra di Cesare, ix. 7. 10. Nel suo campo non si parla che di proscrizioni, e si gode di richiamar quello che nomasi regno di Silla, ix. 11.

152. Nil tam populare quam odium popularium. Cicerone ad Attico, ii. 9.

153. Svetonio, in Cesare, 62.

154. Πίστευε τῆ τύχη γνοὺς ὅτι Καίσαρα κομίζεις. Come questo motto è snaturato nella diluita declamazione di Lucano! Qui la poesia sta tutta nella prosa.

155. La cecità de’ suoi nemici è stupendamente ritratta in questo passo di Cesare: His rebus tantum fiduciæ ac spiritus Pompejanis accessit, ut non de ratione belli cogitarent, sed vicisse jam sibi viderentur. Non illi paucitatem nostrorum militum, non iniquitatem loci atque angustias, præoccupatis castris, et ancipitem terrorem intra exstraque munitiones, non abscissum in duas partes exercitum, cum altera alteri auxilium ferre non posset, causa fuisse cogitabant. Non ad hæc addebant, non ex concursu acri facto, non prælio dimicatum, sibique ipsos multitudine atque angustiis majus attulisse detrimentum, quam ab hoste accepissent. Non denique communes belli casus recordabantur, quam parvulæ sæpe, causæ vel falsæ suspicionis, vel terroris repentini, vel objectæ religionis, magna detrimenta intulissent; quoties vel culpa ducis, vel tribuni vitio, in exercitu esset offensum; sed, perinde ac si virtute vicissent, neque ulla commutatio rerum posset accidere, per orbem terrarum fama ac litteris victoriam ejus diei concelebrabant. Civ. iii. 72.

156. «A Farsaglia Cesare non perde che ducento uomini, e Pompeo quindicimila: cosa consueta nelle battaglie degli antichi, senza esempio nelle moderne, ove la quantità dei morti e dei feriti è più o meno, ma nella proporzione di uno a tre, e la sola differenza dal vinto al vincitore consiste soprattutto nel numero de’ prigionieri. Effetto della natura dell’armi. Quella da projetto degli antichi facevano generalmente poco danno; gli eserciti loro si attaccavano coll’arma bianca, e però era naturale che il vinto perdesse molta gente, e il vincitore pochissima. Se gli eserciti moderni venissero alle mani, ciò non succederebbe che al finire dell’azione, ed allorchè si fosse sparso già molto sangue: non v’ha differenza tra il vinto ed il vincitore durante i tre quarti della giornata; e la perdita cagionata dalle armi da fuoco è pressochè eguale da ambe le parti. La cavalleria, nelle sue cariche, ha qualche somiglianza colle truppe antiche: il vinto perde molto più del vincitore, perchè lo squadrone fuggente è inseguito e caricato colla sciabola, soffrendo così molto danno senza arrecarne.

«Gli eserciti antichi combattendo all’arma bianca, abbisognavano d’uomini più esperti, dovendo sostenere tanti combattimenti particolari: un esercito dunque d’uomini agguerriti e veterani avea necessariamente il vantaggio; e fu per questo che un centurione della legione decima disse a Scipione in Africa: Dammi dieci de’ miei camerata che sono prigionieri, e lasciaci combattere contro una delle tue coorti, e vedrai chi siamo. Questo centurione diceva vero: un soldato moderno che tenesse un simile linguaggio, non sarebbe che un millantatore. Gli eserciti antichi si affrontavano colla cavalleria, e un cavaliere armato dal capo alle piante avrebbe affrontato un battaglione». Napoleone.

157. Ad Attico, ix. 15.

158. Adriano fece ristorare il sepolcro di lui, e scrivervi questo verso: Τῶ ναοῖς βρίθοντι, ποσὴ απάνις ἔπλετο τύμβου: «Ebbe già templi, or ha una tomba a pena».

159. La metà da anticiparsi gli fu somministrata da Rabirio Postumo, cavaliere romano, che poi di ciò accusato, fu difeso da Cicerone. Gabinio, per farsi assolvere, dovette spendere quanto avea lucrato; e Cicerone che dapprima lo accusava, alfine lo difese, perchè appoggiato da Pompeo.

160. Cicerone, allora sul denigrare, scriveva che Sullanas venditiones et assignationes ratas esse voluit, quo firmiores existimentur suæ. Ad fam., xiii. 8.

161. Istum, cujus φαλαρισμὸν times, omnia teterrime facturum puto. Ad Attico, vii. 12. — Incertum est Phalarimne sit imitaturus. Ivi, 20.

162. Adhuc in hac sum sententia, nihil ut faciamus nisi quod maxime Cæsar velle videatur. Epistolar. lib. iv, ad Sulpicium. — Admirari soleo gravitatem et justitiam et sapientiam Cæsaris; numquam nisi honorificentissime Pompejum appellat. At in ejus personam multa fecit asperius. Armorum ista et victoriæ sunt facta, non Cæsaris. At nos quemadmodum complexus! Cassium sibi legavit, Brutum Galliæ præfecit, Sulpicium Græciæ, Marcellum, cui maxime succensebat, cum summa illius dignitate restituit, etc. Lib. vi, ad Cæcinam. Lodi a Cesare sono profuse nell’orazione pro Marcello, che o non è sua, o men degna di lui.

163. Causa Diis victrix placuit, sed victa Catoni. Lucano.

164. Correvano pasquinate, dicendo: — Cesare trae i Galli dietro al carro, ma per introdurli in senato: costoro mutano la braca celtica nel laticlavio. Il pubblico è pregato d’insegnare la strada del senato ai nuovi senatori».

165. Cicerone è malcontento che Cesare abbia comunicato il diritto latino ai Siculi, benchè gran fautore di questi. Scis quam diligam Siculos, et quam illam clientelam honestam judicem. Multa illis Cæsar, nec me incito; etsi latinitas erat non ferenda. Ad Attico, xiv. 12.

166. Cicerone, ad fam., ix. 15, scrive: — Talvolta odo che un consulto del senato, quando tornò a conto a Cesare, fu portato in Siria o in Armenia, prima ch’io pur sapessi che fu fatto: e molti principi mi scrissero ringraziandomi ch’io avessi opinato perchè si desse loro il titolo di re, mentre io non sapevo tampoco che fossero al mondo».

Hoeck, Druman, Duruy, Thierry, Michelet, e gli inglesi Quinoy, Long nella traduzione di Plutarco, Mérival nei Romani sotto l’Impero, considerano Cesare come l’uomo che si collocò alla vanguardia del mondo. Dopo il colpo di Stato di Napoleone III, i Francesi si diedero a bersagliare Cesare per allusione; e a noi fecero colpa di non averlo giudicato da quello aspetto momentaneo e parziale. Anche dopo Bury, Histoire de la vie de Jules César, 1758, e Meissner, Vita di Giulio Cesare, continuata da Haken, 1811, è a desiderare che alcuno ne tragga una più compita e vasta dai Commentarj, da Plutarco, da Svetonio. Quella scrittane da Napoleone III non accontentò i veri dotti, e rimase incompiuta.

167. Servio scriveva a Marco Tullio (ad fam., iv. 5): Ea nobis erepta sunt, quæ hominibus non minus quam liberi cara sunt, patria, honestas, dignitas.

168. Sedebamus in puppi, nunc vix in sentina sumus. Ad fam., ix. 15. — Semiliberi saltem simus, quod assequemur latendo et tacendo. Ad Attico, xiii, 31.

169. Il fare Bruto figlio di Cesare è acquarzente de’ tragici, che hanno bisogno d’esagerate situazioni. Bruto nacque nell’85 av. C., cioè quando Cesare finiva appena quindici anni; il quale ne contava quarantasette al tempo de’ suoi amori con Servilia, e cinquantasei quando fu assassinato.

170. Quidquid vult, valde vult. Cicerone, ad Attico, xiv. 1. — ὥσπερ τὰ ψυχρήλατα τῶν ξιφῶν, σκληρὸν ἐκ φύσεως. Plutarco in Bruto, 1.

171. Nolite existimare majores nostros armis rempublicam ex parva magnam fecisse… Alia fuere quæ illos magnos fecere, quæ nobis nulla sunt; domi industria, foris justum imperium. Sallustio, Catilin.

172. Plutarco, in P. Emilio, dice che l’universo fremè d’orrore al finir della guerra coll’Epiro, ove dalla ruina d’una nazione erasi cavato bottino sì modico e sì scarso guadagno. I soldati si opposero al trionfo di Paolo Emilio perchè aveano toccato poco. Livio, xlv. 34. 35.

173. More latrocinii, veteribus possessoribus ademerunt agros, domos, sepulcra, fana… juvenes pariter ac seniores, mulieresque cum parvis liberis, conquerentes se pelli agris focisque. Appiano, De bello civ.

Impius hæc tam culta novalia miles habebit?

Barbarus has segetes? En quo discordia cives

Perduxit miseros! En queis consevimus agros!…

O Lycida, vici pervenimus, advena nostri

(Quod numquam veriti sumus) ut possessor agelli

Diceret: Hæc mea, sunt, veteres migrate coloni.

Virgilio, Egloghe i e ix.

174. Lib. ii. cap. 15. Lo attestano pare Tacito. Ann., xii. 43, Plinio, lib. xvii, Columella, pref. al lib. 1.

175. Pro Flacco, 6. 7. 8.

176. Si allude alla legge Valeria del 667 di Roma, per cui i debiti furono ridotti a tre quarti.

177. Cicero, De officiis, ii. 21.

178. Poltifagi chiama Plauto i Romani.

179. Ad me autem, etiam cum rogat aliquid, contumaciter, arroganter, ἀκοινωνήτως solet scribere. Cicerone, ad Attico, vi. 1. — Omnino (soli enim sumus) nullas unquam ad me literas misit Brutus, in quibus non inesset arrogans, ὰκοινώνητον aliquid. Ivi, 3.

Molto si è discusso intorno ai nomi di unciarium fœnus, semiunciarium fœnus, centesima usura, adoprati nel diritto romano. A noi pare, fra le tante, meglio probabile la spiegazione del Niebuhr, che l’unciarium fœnus indichi l’interesse di un’oncia, vale a dire di un dodicesimo del capitale all’anno; e il semiunciarium di un ventiquattresimo: la centesima sarebbe un centesimo del capitale, da pagare alle calende d’ogni mese; il che viene al dodici per cento l’anno. Le due prime denominazioni derivano dall’antica divisione romana dell’asse in dodici oncie; la terza più recente è calcolata sulla divisione decimale. Lasciando via il supposto del Niebuhr dell’anno romano di dieci mesi (Appendice II), l’unciarium darebbe l’otto e un terzo per cento, e il semiunciarium il quattro e un sesto.

180. Cesare nella Gallia Transalpina fece un milione di schiavi, secondo Plutarco e Appiano: Lucullo nel Ponto tanti, che si vendeano quattro dramme, cioè men di quattro lire per testa. Augusto ne menò quarantaquattromila dalle montagne dei Salassi.

181.

Tota salutatrix jam turba peregerit orbem

Sideribus dubiis.

Giovenale.

182. Queste costose tavole pare fossero di cisto, thuja articulata.

183. Tante e sì varie qualità di pesci nutrivano alcuni nei vivaj, che tenevano nomenclatori a posta per distinguerle e suggerirne il nome, al quale scrivono che alcuni fossero educati ad accorrere:

Natat ad magistrum delicata muræna,

Nomenclator mugilem citat notum,

Et adesse jussi prodeunt senes mulli.

Marziale, x. 30.

Vedi le odi d’Orazio Jam pauca aratro — Beatus ille — Robustam, amice; e alquanto più tardi Seneca, ep. 47, e Petronio; e in generale Meursio, De luxu Romanorum.

Nel Palazzo di Scauro, frammento d’un viaggio fatto a Roma verso il fine della repubblica da Meroveo principe degli Svevi, Mazois suppone che Meroveo, figlio d’Ariovisto vinto da Cesare, prigioniero a Roma, v’incontri amicizia col greco architetto Crisippo, il quale lo conduce a vederne le magnificenze. E così questi gli narra i progressi dell’arte del fabbricare: — Un tempo questa regina delle città era costruita nulla meglio delle vostre di Germania; i suoi cittadini, agricoltori e soldati, dormivano colle famiglie sotto tugurj di legno o di canne. Solo dopo la guerra di Pirro cominciossi a coprir di tegoli le case, invece di scandule e stoppia. Avevano un solo piano, poichè i regolamenti degli edili proibivano di dare ai muri degli edifizj privati spessezza maggiore d’un piede e mezzo; dappoi si pensò a rinforzare i muri di mattoni con catene di pietre, ed anche costruirne interamente di pietre: per tal modo si diede alle abitazioni maggior elevatezza; anzi si cadde nell’abuso, onde savie prescrizioni fissarono l’altezza ordinaria delle case dai sessanta ai settanta piedi. Siffatta precauzione previene molti mali; giacchè negl’incendj non si possono portare con tanta facilità i soccorsi necessarj agli appartamenti troppo alti, i tremuoti fanno crollare di più gli edifizj, e le inondazioni, causa di tanti guasti a Roma, corrodono le fondamenta e trascinano a rovina le case sopraccaricate d’appartamenti. Ciò forse contribuisce a far dalle persone agiate abbandonare i cenacoli, o camere di soffitta; solo persone di mediocre fortuna, stranieri, liberti vi abitano pel buon mercato: un appartamento compiuto e comodo sotto l’altana (solarium) non costa meno di duemila sesterzj l’anno, e una casa comoda e piacevole non s’appigiona a meno di trentamila. Gl’incendj sono uno dei più grandi flagelli di Roma; essi puniscono sovente l’orgoglio e il lusso di questi degenerati repubblicani, i quali, invece di servire alla utilità nelle loro fabbriche, siccome gli antenati loro, non cercano che di soddisfare ad una smoderata passione ed a stravaganti capricci».

Sopra ciò vedi Plinio, Nat. Hist., xxxvi. 24. A Cicerone reduce furono assegnati d’indennità per la villa di Tusculo denari 500,000, per la casa a Formio denari 250,000, per quella di Roma denari 2,000,000; e si lagna siano state valutate troppo basso. Plinio il Giovane, privato e filosofo, ci descrive le sue ville d’un fasto voluttuoso che sarebbe troppo ad un re. Può far riscontro al Palazzo di Scauro l’opera dell’architetto francese L. P. Hudebourt, Le Laurentin, maison de campagne de Pline le Jeune, restituée d’après la description de Pline. Parigi, 1838. Gabriele Peignot (Sur le luxe des Romains dans leur ameublement) raccolse curiose particolarità.

Il gusto de’ quadri cominciò dacchè Lucio Mummio ne portò di Grecia nel 146 av. C. Fra gli esposti in vendita fu un Bacco, di mano d’Aristide di Tebe, pel quale Attalo avea offerti ventotto talenti e mezzo (lire 114,000): l’Alessandro fulminante di Apelle, tolto al tempio di Diana d’Efeso, era stato pagato al pittore venti talenti (lire 96,000), e di poi fu venduto per tante monete d’oro quante ne portava. Marco Agrippa pagò ai Ciziceni un Ajace e una Venere lire 228,137: una Venere uscente dal mare si comprò lire 480,000; l’Ajace furioso, e la Medea che uccide i figli, lire 384,000: Tiberio, avuta la scelta fra lire ducentomila ed un quadro di Atalanta e Meleagro, preferì questo.

Lucullo portò dal Ponto una statua, che era costata due milioni e quattrocentomila lire. La colossale di Mercurio, opera di Zenodoro, costò dieci anni di lavoro e lire ottocentomila.

Cajo Gracco aveva una tavola sostenuta da due delfini in argento massiccio, che gli costava mille lire la libbra. La decantata di Tolomeo re di Mauritania in cedro, grossa tre dita, e grande quattro piedi e mezzo quadrati, dovea valere un tesoro. Cicerone pagò ducentomila lire una di cedro. Gallo Asinio ne aveva una di ducentomila lire; e Seneca cinquecento di gran valore, tutte di cedro col piede d’avorio.

Di gran lusso erano pure i letti, fossero cubicolari per dormire, triclinarj per la tavola, o nuziali. Quei della prima sorte tenevansi in semplici cameruccie, senza cielo nè cortine. I triclinarj al tempo di Augusto erano sovente di cedro vestito di lamine d’argento, o intagliati e cesellati in oro, avorio, tartaruga, madreperla, altre materie preziose. Vi si stendeano coperte ricchissime, di cui al tempo di Catone alcuna fu venduta sin censessantamila lire. Nerone ne comprò una variopinta per lire settecento settantacinquemila. Costosissimi dovean pure essere i letti nuziali.

Estremo era il lusso nelle coppe e tazze, con cui ornavansi gli abachi. Lucio Crasso ebbe due coppe cesellate da Mentore, che costavano lire ventimila. Cercatissimi erano i vasi murrini, e un solo fu venduto lire trecentrentaseimila; Petronio consolare, condannato a morte da Nerone, ne ruppe uno di un milione quattrocenquarantamila lire, perchè il tiranno non l’ereditasse. Silla avea piatti che pesavano fin ducento marchi; e Plinio aggiunge che in Roma se ne sarebbero trovati cinquecento d’egual peso. L’imperatrice Livia offrì in Campidoglio un vaso di cristallo che pesava cinquanta libbre. Uno schiavo di Claudio, tesoriere dell’alta Spagna, fece fare un vaso, pel quale si dovette fabbricar a posta una fonderia; tutto argento puro, pesante cinquecento libbre, che servivasi fra otto piatti da cento marchi ciascuno. Su quel modello ne volle poi uno Vitellio, che chiamava scudo di Minerva.

Altrettanto piacevansi i Romani di lampade e candelabri, variatissimi di forma e di materia.

Peignot dà una stima delle sostanze di varj cittadini, secondo i dati antichi; e per quanto vi si possa ridire, offre, se non altro, dei termini di comparazione:

Silla avea di sua sostanza L. 150,000,000
Il commediante Roscio almeno » 20,000,000
Il tragico Esopo, benchè in una sola vivanda consumasse lire 20,000 » 5,000,000
Publio Crasso il Ricco aveva in fondi e quasi altrettanto in case a Roma, schiavi, armenti » 60,000,000
Emilio Scauro, genero di Silla » 80,000,000
Demetrio, liberto di Pompeo, un capitale di » 19,200,000
L’oratore Ortensio acquistò colle arringhe » 20,000,000
Milone, andando in esiglio, portò buona parte del suo avere a Marsiglia; il resto confiscatogli per pagarne i debiti saliva a » 15,000,000
Lucullo ebbe da » 120,000,000
e alla sua morte, i pesci di un suo vivajo furono venduti » 800,000
Marc’Antonio avea per » 120,000,000
Sallustio lasciò » 60,000,000
Virgilio » 1,957,424
tutte per donativi da Augusto. Pel tu Marcellus eris Ottavia gli fece contare 52,000 lire.
Augusto in venti anni aveva ricevuto in doni od eredità più di 100,000,000 e ne lasciò » 200,000,000
Apicio, celebre gastronomo, avea per » 19,375,934
e quando si vide ridotto a 2,000,000 si uccise per paura di morir di fame.
A Tiberio si trovarono » 540,000,000
Callisto, liberto di Caligola, possedeva per » 40,000,000
Narcisso liberto, poi segretario di Claudio, ammassò » 50,000,000
Seneca filosofo possedeva » 60,000,000
e Plinio il Giovane » 20,000,000
184. Come i Romani distribuissero le ore di loro giornata, è soggetto di una dissertazione dell’abate Couture nei Mémoires de l’Académie française. Per le donne vedi Boettiger, Sabina, o il mattino d’una dama romana. Lipsia 1806.

185. Tra i vini gli antichi lodarono il Pucinum, cioè il prosseco del Friuli; e Plinio (Nat. hist., xiv. 6) dice che Livia d’Augusto attribuiva a quel vino l’esser campata ottantadue anni.

186. Plinio, x. 23. 52.

187. Lo stesso, x. 23. — L’allevamento dei polli divenne una cura gravissima, e i pollaj e colombaj presero estensione maggiore, che in principio non n’avessero le ville. Un gallinario presedeva alla bassa corte, e sotto di lui un uccellajo o pastor avium. Varrone fa dire all’intendente della masseria di Sejo, che il pollajo gli fruttava più di sessantamila sesterzj, e che cinquantamila tordi allevati in un’altra campagna eransi venduti altrettanto, cioè due volte più che un podere di ducento acri. Un ovo di pavone pagavasi cinque denari. Che più, se un par di piccioni si pagarono fin mille sesterzj, e due galline quattromila monete d’argento? Nessuna maraviglia dunque se Varrone si estende lungamente ne’ precetti intorno alla bassa corte, dando particolarità, dalle quali non si raccoglie se non l’estensione di quell’allevamento.

188. Orazio, Satir., 3.

189. Plinio, ix. 17.

190. Lo stesso, iii. 8; viii. 82; ix. 82.

191. Varrone, iii. 17; Plinio, ix. 8.

192. Antica orazione ap. A. Gellio, xv. 8; e Orazio diceva:

Romana juventus

Non veneris tantum, quantum studiosa culinæ.

193. Plutarco, in Antonio.

194. A. Gellio, i. 6. — Sallustio appone a Fulvia «l’esser erudita di greco e latino, saper sonare e ballare più che non convenga a donna onesta, il saper fare versi, dire arguzie, usare discorso modesto o procace».

195. Valerio Massimo, ix.

196.

Quasi in choro pila ludens

Datatim dat se se et communem facit;

Alium tenet, alii nutat, alibi manus

Est occupata, alii pervellit pedem,

Alii dat annulum spectandum, a lubris

Alium invocat, cum alio cantat, et tamen

Alii dat digito literas.

197.

Nunc tibi captivos mittet Germania crines,

Culta triumphatæ munere gentis eris.

O quam sæpe, comas aliquo mirante, rubebis,

Et dices: Emta nunc ego merce probor.

Amor. i. 14.

Tutta quest’elegia va in disapprovare l’amica del soverchio ornarsi.

198.

Quid juvat ornato procedere, vita, capillo,

Et tenues coa veste movere sinus?

Aut quid orontea crines perfundere myrrha,

Teque peregrinis vendere muneribus?

Naturæque decus mercato perdere cultu?

Properzio, i. 2.

199. L’elegia quarta del 1º libro degli Amori d’Ovidio, a parte le sconcezze, informa assai degli usi nei banchetti d’allora, istruendo egli l’amica del come comportarsi in un convito ove assistano e il marito e l’amante:

Cum premit ille torum, vultu comes ipsa modesto,

Ibis ut accumbas; clam mihi tange pedem…..

Cum tibi quæ faciam, mea lux, dicamve, placebunt,

Versetur digitis annulus usque tuis…

Nec premat impositis sinito tua colla lacertis;

Mite nec in rigido pectore pone caput ecc.

200. Plutarco, in P. Emilio, in Mario e in Cicerone; Valerio Massimo, vi. 3. 10; Plinio, vii. 15. — Paula Valeria divortium sine causa, quo die vir e provincia venturus erat, fecit: nuptura est D. Bruto. Cicerone, ad fam., viii. 7. — Numquid jam ulla repudio erubescit, postquam illustres quædam et nobiles feminæ non consulum numero, sed maritorum annos suos computant, et exeunt matrimonii causa, nubunt repudii? Seneca, De benef., iii. 26. — Lucano, il poeta della virtù, nobilita di frasi la prostituzione della moglie di Catone (Phars., ii. 329):

Mox ubi connubii pretium, mercesque soluta est;

Tertia jam soboles, alios fecunda penates

Impletura datur…

Dum sanguis inerat, dum vis materna, peregi

Jussa, Cato…

Visceribus lassis, partuque exhausta, revertor

Jam nulli tradenda viro.

201. Qui patrium mimæ donat fundumque laremque. Orazio.

202. Ovidio (de Ponto, iii. 3) si scusa delle sue oscenità, perchè non destinate a matrone, che portavano la benda al crine e la veste lunga fin ai piedi: e Tibullo (i. 6) esorta la madre della sua Delia a tenerla casta, benchè non abbia nè la benda nè l’abito prolisso. Alludono al vestire delle libere, che Orazio (Satir. ii. 63. 82) chiama togatæ. Vedi anche Plauto, Epid., ii. 2. 42.

203. Plauto, nella Bacchide e nell’Asinaria, nomina un processo avanti ai Tre capitali (ibo ad tres viros, vestraque ibi nomina Faxo erunt) per far eseguire la promessa scritta di fedeltà per un anno. E per chi dubitasse che il poeta umbrio non si riferisse che a costume greco, soccorre Ovidio, il quale dice aver assistito a un giovane (aderam juveni), che citava (jamque vadaturus) per simile ragione l’amica, e già teneva in mano il libello (duplices tabellæ), quando la vista di lei lo disarmò, e conchiuse:

Tutius est, aptumque magis discedere pace,

Quam petere a thalamis litigiosa fora.

Munera quæ dederis, habeat sine lite jubeto.

Rem. am., ii. 274.

204. Cicerone (Ad fam., ix. 26) descrive un banchetto, cui furono invitati egli, Attico, altri principali, e con essi la meretrice Citeride: Non mehercule suspicatus sum illam affore, sed tamen ne Aristippus quidem ille socraticus erubuit, cum esset objectum habere eum Laida.

205. — Le signore (esclama una di queste sciagurate in Plauto, Cistel., i. 1. 31) vogliono che noi stiamo da esse dipendenti, che sempre abbiam bisogno di loro. Se si va a trovarle, si vorrebbe non esserci mai andate. In pubblico fanno carezze alla specie nostra; in segreto ci mordono, perchè siamo liberte».

206. Vedi Christius, Hist. legis Scatinæ. Ala 1727.

207. Dives regnum orbæ senectutis exercens. Seneca, ad Marciam, 19.

208. Ad Attico, i. 5.

209. Pro Cluentio, pro Amerino, ecc.

210. Pro Cælio, 18.

211. Si meam, cum in omni vita, tum in dicendo moderationem modestiamque cognostis. Philipp. ii. 5.

212. Varrone, De re rustica, i. 2. 17; iii. 6; Macrobio, Saturn., ii. 9.

213.

Sæva canent, obscœna canent, fœdosque hymenæos,

Uxoris pueris, Veneris monumenta nefandæ

Nec Musa cecinisse pudet, nec nominis olim

Virginei, famæque juvat meminisse prioris.

Oh! pudor extinctus, doctæque infamia turbæ

Sub titulo prostant, et queis genus ab Jove summo

Res hominum supra evectæ, et nullius egentes

Esse merens vili, ac sancto se corpore fœdant.

214.

Omnis enim per se Divûm natura necesse ‘st

Immortali ævo summa cum pace fruatur,

Semota a nostris rebus, sejunctaque longe;

Nam privata dolore omni, privata periclis,

Ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri…

Nec bene promeritis capitur, nec tangitur ira.

Humana ante oculos fœde cum vita jaceret

In terris oppressa gravi sub religione…

Primus Grajus homo mortales tollere contra

Est oculos ausus, primusque obsistere contra,

Quem nec fama Deûm, nec fulmina, nec minitanti

Murmure compressa cœlum…

Quare relligio, pedibus subjecta vicissim,

Obteritur, nec exæquat victoria cœlo.

De rerum nat., i. 56.

215.

Nobis cum brevis occidit lux

Nox est perpetua una dormienda.

Nam castum esse decet, pium poetam

Ipsum; versiculos nihil necesse est,

Qui tum denique habent salem ac leporem.

Si sunt molliculi et parum pudici.

216.

Nec jurare time; Veneris perjuria venti

Irrita per terras et freta summa ferunt.

Tibullo, i. 4.

Quater ille beatus,

Quo tenera irato flere puella potest.

Lo stesso, i. 11.

217.

Donec me docuit castas odisse puellas

Improbus, et nullo vivere consilio.

Properzio, i. 1.

Dum furibunda mero mensam propelli, et in me

Projicis insana cymbia plena manu,

Tu vero nostros audax invade capillos,

Et mea formosis unguibus ora nota.

Lo stesso, iii. 8.

Flet mea vesana læsa puella manu…

Ergo ego digestos potui laniare capillos?

Ovidio, Amor. i. 7.

Anche Tibullo è pieno di busse date e ricevute.

218. È delle meno rilevate questa di Catullo car. lv:

Cœli, Lesbia nostra, Lesbia illa,

Illa Lesbia, quam Catullus unam

Plus quam se atque suos amavit omnes;

Nunc in quadriviis et angiportis

Glubit magnanimos Remi nepotes.

219.

Quæritis unde avidis nox sit pretiosa puellis,

Et Venere exhaustæ damna quærantur opes?….

Luxuriæ nimium libera facta via est…

Hæc etiam clausas expugnant arma pudicas…

Matrona incedit census induta nepotum,

Et spolia opprobrii nostra per ora trahit.

Properzio, iii. 13.

220.

Non equa munus equum, non taurum vacca poposcit,

Non ovis placitam munere captat ovem.

221.

Nos, ut consuemus, nostros agitamus amores;

Atque aliquid duram querimus in dominam.

Eleg. i. 7.

Aut in amore dolere volo, aut audire dolentem;

Sive meas lacrymas, sive videre tuas.

Eleg. iii. 8.

222.

Assiduæ multis odium peperere querelæ;

Frangitur in tacito fœmina sæpe viro.

Si quid vidisti, semper vidisse negato,

Aut si quid doluit forte, dolere nega.

Eleg. ii. 18.

223.

O me felicem! o nox mihi candida! etc.

Ivi, 15.

Has pono ante tuam tibi, diva, Propertius, aram

Exuvias, tota nocte receptus amans.

Ivi, 14.

224.

Non peccat quæcumque potest peccasse negare.

225.

Rusticus est nimium, quem lædit adultera conjux,

Et notos mores non satis urbis habet,

In qua Martigenæ non sunt sine crimine nati

Romulus iliades, iliadesque Remus.

226.

Non ego divitibus venio præceptor amoris,

Nil opus est illi, qui dabit, arte mea.

227.

Lis decet uxores: dos est uxoria lites.

228.

Sunt qui mendaci specie grassentur amoris,

Perque aditus tales lucra pudenda petant.

Nec coma vos fallat liquido nitidissima nardo,

Nec brevis in rugas cingula pressa suas;

Nec toga decipiat filo tenuissima, nec si

Annulus in digitis alter et alter erit.

Forsitan ex horum numero cultissimus ille

Fur sit et uratur vestis amore tuæ.

Marziale ha molti epigrammi contro i parasiti che a tavola rubavano il tovagliuolo del vicino: Attulerat mappam nemo, dum furta timentur.

229.

Nam citius paterer caput hoc discedere collo.

230.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas,

Atque metus omnes et inexorabile fatum

Subjecit pedibus, strepitumque Acherontis averni.

Georg., ii. 490.

Pone merum et talos: pereant qui crastina curant!

Mors aurem vellens, vivite, ait, venio.

Catalecta.

231. Lo mette in bocca a Cotta. Omnes mortales sic habent, externas commoditates a Diis se habere; virtutem autem nemo unquam acceptam Deo retulit. Num quis quod bonus vir esset, gratias Diis egit nunquam? De nat. Deorum. E Orazio, ep. i. 18:

Hæc satis est orare Jovem quæ ponit et aufert;

Det vitam, det opes: æquum mi animum ipse parabo.

Questo sottrarre a Giove la direzione delle coscienze trovasi pure nel devoto Tito Livio, che fa dire a Scipione (xxxvi. 45): Romani ex iis, quæ in Deûm immortalium potestate erant, ea habemus quæ Dii dederunt; animos, qui nostræ mentis sunt, eosdem in omni fortuna gessimus gerimusque.

Pure dai poeti stessi potrebbero trarsi nobilissimi concetti della divinità, che mostrerebbero come la tradizione primitiva non fosse spenta; per esempio, il dio retributore anche delle azioni individuali è dipinto da Plauto nel prologo del Rudens:

Qui falsas lites, falsis testimoniis

Petunt, quique in jure abjurant pecuniam,

Eorum referimus nomina, exscripta ad Jovem.

Cotidie ille scit, quis hic quærat malum …

Iterum ille eam rem judicatam judicat …

Bonos in aliis tabulis exscriptos habet, ecc.

232. Mortem ærumnarum requiem esse; eam cuncta mortalium mala dissolvere; ultra, neque curæ neque gaudio locum esse. Sallustio, Catil., 49.

233. Nat. hist., xviii. 2.

234. Jove tonante, fulgurante, comitia populi habere nefas. Cicerone, De divin., ii. 18. — Servi, ancillæ, si quis eorum sub centone crepuit, quod ego non sensi, nullum mihi vitium facit: si cui ibidem servo aut ancillæ dormienti evenit, quod comitia prohibere solet, ne is quidem mihi vitium facite. Festo, ad v. prohibere.

235. Quid gravius quam rem susceptam dirimi si unus augur alio die dixerit? Cicerone, De leg., ii. 12.

236. A Gellio, xiv. 9; Cicero, ad fam., iv. 13; S. Agostino, De civ. Dei, i. 3.

237. Cicerone, De divin., ii. 47-49.

238. Plinio, ii. 107.

239. Grutero, Vet. inscript., p. 309.

240. Plebei philosophi, qui a Platone et Socrate et ab ea familia dissident, appellandi videntur. Tuscul., i. 22.

241. Quid est igitur bonum? Si quid recte fit et honeste et cum virtute, id bene fieri vere dicitur; et quod rectum et honestum et cum virtute est, id solum opinor bonum. Paradox, i. È un paralogismo.

242. Quæ in nostris rebus non satis honeste, in amicorum fide honestissime, ut etiam si qua fortuna acciderit ut minus juste amicorum voluntates adjuvandæ sint, in quibus eorum aut caput agatur aut fama, declinandum sit de via, modo ne summa turpitudo sequatur. De amic., 16. 17.

243. Ita sequi virtutem debemus, ut valetudinem non in postremis ponamus. — Temporibus assentiri sapientis est. — In navigando tempestati obsequi artis est.

244. Pro Sextio, 68.

245. Sæpissime et legi et audivi, nihil mali esse in morte, in qua si resideat sensus, immortalitas illa potius quam mors ducenda est: sin sit amissus, nulla videri miseria debeat quæ non sentiatur. Ad fam., v. 16. — Una ratio videtur, quidquid evenerit ferre moderate, præsertim cum omnium rerum mors sit extremum. Ivi, vi. 2. — Sed de illa . . . sors viderit, aut siquis est qui curet Deus. Ad Attico, iv. 10. — Poi in piena udienza (pro Cluentio, 61) diceva: Si quid animi ac virtutis habuisset, mortem ducimur, ut existimemus illum apud inferos impiorum supplicia per ferre . . . Quæ si falsa sunt, id quod omnes intelligunt, quid ei tandem aliud mors eripuit præter sensum doloris? — Pro Rabirio dice il preciso opposto.

246. De provinciis consularibus.

247. Cicerone, De oratore, i. 52.

248. De ambitu, del 179 av. C.; Cincia, del 175; Voconia, del 169; Sextinia, del 128.

249. Lex de dolo malo. È noto l’aneddoto di Cajo Canio.

250. Cicerone, ad Attico, i. 16; iv. 15. — Svetonio, in Cesare, 19.

251. Cicerone, ad Attico, iv. 15.

252. Cicerone, pro Cluentio. Egli riconosceva non l’iniquità, ma la falsità delle deposizioni estorte colla tortura: Illa tormenta gubernat dolor, moderatur natura cujusque tum animi, tum corporis, regit quæsitor, flectit libido, corrumpit spes, infirmat metus, ut in tot rerum angustiis nihil veritati loci relinquatur.

253. Cicerone per Flacco dice: Huic misero puero vestro, ac liberorum vestrorum supplici, judices, hoc judicio vivendi præcepta dabitis… qui vos, quoniam est id ætatis, ut sensum jam percipere possit ex mœrore patrio, auxilium nondum patri ferre possit, orat, ne suum luctum patris lacrymis, patris mœrorem suo fletu augeatis; qui etiam me intuetur, me vultu appellat, meam quodammodo flens fidem implorat . . . Miseremini familiæ, judices; miseremini patris, miseremini filii; nomen clarissimum et fortissimum, vel generis vel vetustatis vel hominis causa, reipublicæ reservate. — Per Plancio: Quid enim possum aliud nisi mœrere? nisi flere? nisi te cum mea salute complecti? Huc exurge tamen quæso: retinebo et complectar, nec me solum deprecatorem fortunarum tuarum, sed comitem sociumque profitebor . . . Nolite, judices, per vos, per fortunas vestras, per liberos, inimicis meis . . . dare lætitiam . . . nolite animum meum debilitare cum luctu, tum etiam metu commutatæ vestræ voluntatis erga me . . . Plura ne dicam, tuæ me etiam lacrymæ impediunt, vestræque, judices, non solum meæ. — E per Milone: Quid restat, nisi ut orem obstesterque vos, judices, ut eam misericordiam tribuatis fortissimo viro, quam ipse non implorat, ego autem, repugnante hoc, et imploro et exposco? Nolite, si in nostro omnium fletu nullam lacrymam adspexistis Milonis, si vultum semper eumdem, si vocem, si orationem stabilem ac non mutatam videtis, hoc minus ei parcere.

Queste mozioni d’affetti erano il forte di Marco Tullio; e quando fra molti componessero un’arringa, sempre a lui lasciavano la perorazione e il patetico.

254. Ac nimirum rei militaris virtus præstat ceteris omnibus. Hæc nomen populo romano, hæc huic urbi æternam gloriam peperit, hæc orbem terrarum parere huic imperio coegit; omnes urbanæ res, omnia hæc nostra præclara studia, et hæc forensis laus et industria latent in tutela ac præsidio bellicæ virtutis… Qui potest dubitare, quin ad consulatum adipiscendum, multo plus afferat dignitatis rei militaris, quam juris civilis gloria? Pro Murena.

Ogniqualvolta però cito un’opinione di Cicerone, son quasi sicuro di trovare la precisa opposta in altri suoi scritti, tanto egli è indeterminato e vago. Il capo 21 De officiis prova longe fortius esse in rebus civilibus excellere, quam in bellicis.

255. Cicero, pro Rabirio.

256. Lo stesso, pro Lucio Sylla.

257. Philip., ii. 9; v. 6; Ad Quirites posi reditum. — Lapidationes persæpe vidimus; non ita sæpe, sed nimium tamen sæpe gladios. Pro Sextio, 36. Cum quis audiat nullum facinus, nullam audaciam, nullam vim in judicium vocari . . . è l’argomento dell’esordio pro Cælio. E nella perorazione: Oro obtestorque vos, ut qua in civitate Sextus Clodius absolutus sit, quem vos per biennium aut ministrum seditionis aut ducem vidistis . . . in ea civitate ne patiamini illum absolutum muliebri gratia, Marcum Cælium libidini muliebri condemnatum . . .

258. Nostris vitiis, non casu aliquo, rempublicam verbo retinemus, re ipsa jampridem amisimus. De rep., v. 1.

259. Quid nunc vobis faciendum est, studiis militaribus apud juventutem obsoletis? Cicerone, pro Fontejo, 18.

260. Καὶ πιλόν τις ἐπὶ δόρατος ἔφερε, σύμβολον ὲπενθερώσεος. Appiano, ii. 109, ove descrive pure Bruto col pugnale nella destra, la toga avvolta alla sinistra: τὰ ἱμάτια ταῖς λαιαῖς, ὥσπερ ἀσπίδας περιπλεξὰμενοι, καὶ τὰ ξίφη μετὰ τοῦ αἴματος ἔχοντες, ἐβοηδρόμουν βασιλέα καὶ τύραννον ἀνελεῖν.

261. Illa concionalis hirudo ærarii, misera ac jejuna plebecula. Ad Attico, i. 16.

262. Meministi me clamare, illo ipso primo capitolino die, senatum in Capitolium a prætoribus vocari? Dii immortales! quæ tum opera effici potuerunt, lætantibus omnibus bonis, etiam sat bonis, fractis latronibus. Ivi, xiv. 10.

263. In summo publico luctu, exterarum gentium multitudo circulatim suo quæque more lamentata est, præcipueque Judæi, qui etiam noctibus continuis bustum frequentarunt. Svetonio, in Cesare, 84.

264. Sallustio, dall’epistola di Cassio Parmense.

265. Pro Marcello, passim.

266. Quam vellem ad illas pulcherrimas epulas me idibus martii invitassent! Reliquiarum nihil haberent; at nunc his tantum negotii est, ut vestrum illud divinum in rempublicam beneficium nonnullam habeat querelam. Epistola a Trebonio, x. 28. E a Cassio, xii. 4: Vellem idibus martii me ad cœnam invitasses; reliquiarum nihil fuisset. Eppure altrove protesta che allora era amico di Antonio: ego Antonii inveteratam sine ulla offensione amicitiam retinere sane volo. Ad fam., xvi. 23. Cui quidem ego semper amicus fui, antequam illum intellexi, non modo aperte, sed etiam libenter cum republica bellum gerere. Ivi, xi. 5.

267. Quid mihi attulerit ista domini mutatio præter lætitiam quam oculis cepi, justo interitu tyranni? Ad Attico, xiv. 14. L’approva nel libro De officiis, e più spesso nelle Filippiche: Noster est Brutus, semperque noster, cum sua excellentissima virtute reipublicæ natus, tum fato quodam paterni maternique generis et nominis. x. 6. Est Deorum immortalium beneficio et munere datum reipublicæ Brutorum genus et nomen, ad libertatem populi romani vel constituendam vel recuperandam. iv. 3. Omnis voluntas Bruti, omnis cogitatio, tota mens, auctoritatem senatus, libertatem populi romani intuetur; hæc habet proposita, hæc tueri vult. x. 11. Reddite prius nobis Brutum, lumen et decus civitatis; qui ita conservandus est, ut id signum, quod, de cœlo delapsum, Vestæ custodia continetur; quo salvo, salvi sumus futuri. XI. 10. Animadverti dici jam a quibusdam, exornari etiam nimium a me Brutum, nimium Cassium ornari. Quos ego orno? nempe eos, qui ipsi sunt ornamenta reipublicæ. xvi. 14.

268. Philipp. v. 8.

269. In varie lettere ad Attico, nella raccolta ciceroniana.

270. Cicerone, Philipp. v. 9.

271. Incensi omnes rapimur ad libertatem recuperandam: non potest illius auctoritate tantus senatus populique romani ardor extingui; odimus, irati pugnamus; extorqueri de manibus arma non possunt; receptui signum aut revocationem a bello audire non possumus; speramus optima; pati vel difficillima malumus quam servire. Philipp. xiii. 7.

272. Appiano, iv. 8.

273. Ella non piangeva, sinchè visto un quadro che rappresentava il congedo di Ettore da Andromaca, non potè frenar le lacrime. Allora Cilio amico di Bruto recitò que’ versi d’Omero:

Or mi resti tu solo, Ettore caro,

Tu padre mio, tu madre, tu fratello,

Tu florido marito.

Al che Bruto rispose: — Ma io non posso aggiungere quegli altri:

Or ti rincasa, e a’ tuoi lavori intendi,

Alla spola, al pennecchio;

giacchè, se la natural debolezza impedisce a Porzia di sopportar le fatiche della guerra, ha l’anima salda ed operosa quanto e più di qualunque fra noi».

Gli antichi aveano sovente sulle bocche detti e versi dei classici, su’ quali faceansi gli studj primi; e i maggiori personaggi ne proferirono nelle circostanze più gravi. Pompeo, scendendo nella nave traditrice, esclamava con Sofocle:

Ὄστις δὲ πρὸς τύραννον ἐμπορεύεται,

κεῖνου ̓στὶ δοῦλος κἄν ἐλεύθεροςμολῆ.

Bruto formolava la sua disperazione con questi altri:

Ὤ τλῆμον ἀρετὴ, λόγος ἀρ’ ᾖσθα. Ἐγὼ δὲ σε

ὡς ἔργον ἤσκουν, οὺ δ’ ἄρ’ ἐσούλευες τύχη.

D’Augusto quasi le ultime parole furono:

Εἰ δὲ πᾶν ἔχει καλῶς, τῷ παιγνίῳ

δότε κρότον, καὶ πάντες ὑμεῖς μετὰ χαρᾶς ’κτυπήσατε

Nerone moriva verseggiando, verseggiando Trajano. Le lettere di Cicerone e de’ suoi amici son piene di tali detti o di allusioni.

274. Questa strana ignoranza che mandò a fascio le cose, Plutarco l’attribuisce alla Provvidenza, che ordinò così perchè allo stato di Roma era ormai necessaria la monarchia. Avanti la battaglia, sullo stendardo della prima legione si fermò uno sciame d’api; un centurione sudò un umore oleoso che sapeva di rosa, e che per quanto s’asciugasse non cessò mai; i primi usciti dal campo scontrarono un Etiope, e presolo per mal augurio, l’uccisero; due aquile combatterono di sopra dei due eserciti, sinchè quella dal lato di Bruto non prese la fuga. È sempre il savio Plutarco che parla.

275. Eum jus fasque esset occidi, neve ea cædes capitalis noxa haberetur.

276. La giornata di marzo dovette essere giudicata variamente sinchè vissero coloro che vi aveano preso parte. Cicerone sulle prime partecipò all’entusiasmo comune; professava che tutti i buoni aveano cooperato a quell’azione; che si vergognava di tornare in una città, donde Bruto era uscito; e che dopo ucciso il dittatore, avea veduto quest’eroe eretto per la coscienza d’un ottimo e bellissimo fatto; nulla del caso suo, molto dolente di quel della patria. Philipp. i. 4. E in senato diceva: — O senatori, se voi abbandonate Bruto, qual cittadino mai sosterrete? Tacerò io la pazienza, la moderazione, la tanta tranquillità nelle ingiurie, la modestia di Bruto? il quale, benchè pretore urbano, stette fuor di città, nè rese giustizia, egli che la giustizia aveva ricuperato alla repubblica; mentre poteva esser cinto dal presidio di tutta Italia e dal quotidiano concorso dei buoni che maraviglioso a lui traeva, volle piuttosto esser difeso assente dal giudizio dei buoni, che presente dalla mano: nè di presenza solennizzò i giuochi Apollinari, come conveniva alla dignità sua e del popolo romano, per non aprire adito alla audacia de’ malvagi. Ma in fatto quali giuochi mai, quali giorni furono più lieti di quelli? Ad ogni verso il popolo romano con gran clamore ed applauso esaltava la memoria di Bruto: non eravi la persona del liberatore, ma v’era la memoria della libertà, nella quale credeasi vedere l’effigie di Bruto». Ivi, x. 3.

Ma fuor della retorica, dichiarava quella una follìa, compita eroicamente. Però negli Uffizj, ponendo che i doveri d’uomo devano essere sagrificati a quei di cittadino, scrive: — Non è reo chi uccide un tiranno, foss’anco suo amico; anzi il popolo romano considera quest’azione come uno sforzo di virtù. Non si dà relazione possibile fra noi e i tiranni; e, come tagliasi un membro quando pregiudica il corpo intero, così bisogna dalla specie umana rescindere queste bestie feroci che d’uomo hanno soltanto l’aspetto». Quest’uscita violenta doveva fare più senso in libro di principj medj e di fredda analisi, talchè dovette operare potentemente sopra la gioventù d’Atene, fra cui era diffuso, e valse, senza dubbio, a guadagnare molti alla parte dei tirannicidi.

Sottentrata la monarchia, l’uccisione di chi l’aveva introdotta doveva sembrare inutile, se non ribalda; ma d’altra parte la tirannide di quegli imperatori facea giudicare merito l’aver ucciso chi ad essi aveva aperto il calle. Ogni pensiero contro la vita e fin sulla vita dell’imperatore essendo lesa maestà, per contrasto si volgeano le lodi sovra Bruto e i suoi; qui faceasi sfoggio di retorica, qui di sofistica; ogni maestro di scuola, ogni verseggiatore trattava questo soggetto, tanto più che gl’imperatori non l’impedivano. La filosofia stoica, prevalsa in quel tempo, glorificava il suicidio e il regicidio; e le lodi date agli uccisori di mostri, come Caligola o Domiziano, ridondavano sopra gli uccisori del primo Cesare. Così venner di moda le lodi di quell’eroismo, e il medioevo le adottò, e più ancora i moderni. Il dramma servì moltissimo a corrompere la verità storica per migliorare le condizioni drammatiche, dando quel delitto come figlio della giustizia e della necessità. Shakspeare e Voltaire esaltano Bruto; ancor più l’Alfieri, partigiano spiegato dei regicidi.

Eppure quel giudizio vulgare non era comune. A Seneca, stoico e declamatore, in tutt’altro proposito sfugge una notevole osservazione: — Il divo Giulio fu ucciso men da nemici che da amici, de’ quali non aveva adempito le inesplebili speranze. Ed egli il volle; e nessun mai più liberalmente usò della vittoria, nulla traendone a sè fuorchè la podestà del distribuirla. Ma come bastare a tanti improbi appetiti, quando ognuno agognava per sè solo tutto quello ch’egli poteva dare? Vide dunque attorno al suo sedile i pugnali de’ suoi commilitoni, Cimbro Tullio caldissimo suo partigiano poc’anzi, ed altri che erano divenuti pompejani quando Pompeo non c’era più». Anche nel libro ii De beneficiis, pur levando a cielo Catone e Bruto, tipi della sua filosofia, disapprova l’uccisione come inopportuna: — Grand’uomo in ogn’altra, Bruto parmi errasse grandemente in questa cosa, sperando piantar la libertà ove tanto era l’allettamento del comandare e del servire, e stimando la città potesse nella primitiva forma ridursi dopo perduti i costumi, e che tornerebbe la eguaglianza, il diritto civile e la forza delle leggi dove tante migliaja d’uomini avea veduti contendere non se obbedire, ma a chi: quanto ignorò la natura delle cose e della città sua chi, ucciso uno, credette dovesse mancare altri che volesse lo stesso!»

Nel medioevo, Dante colloca Bruto e Cassio nel maggior fondo degli abissi, insieme con Giuda. Alla virtù di Bruto diè gravi stoccate il Gibbon; ma costui discrede sempre alla virtù anche pura. Drummond, nella Vita di Cesare, rivela i moventi della congiura in modo da torle l’ammirazione. E i serj narratori oggimai tutti concordano seco, lasciando ai fanciulli ed ai retori ammirare l’eroismo di apparato, sconnesso dal suo oggetto.

277. Ce lo rivela un sucido epigramma d’Augusto, conservatoci da Marziale, xi. 20.

278. Svetonio in Augusto, 15. — Dione (xlvii. 14) dice quattrocento.

279. Mecænas, atavis edite regibus. Orazio, lib. 1. — Ingeniosus vir ille fuit, magnum exemplum romanæ eloquentiæ daturus, nisi illum enervasset felicitas, imo castrasset. Seneca, Ep. 19. — Lion, Mecænatiana, sive de C. Cilnii Mecænatis vita et moribus. Gottinga, 1824.

280. Τήν τε τόχην τὴν μεγίστην ὀπότε τὶ ὀμνύουσι ποιέσθαι, τὸ ἐν τῷ Καπιτολιῳ δικάσαι. Dione.

281. Massime dall’incontro d’un asinajo chiamato Bonaventura (εὐτυχὼς) che cacciava un somaro detto Vincitore (νικῶν). È il solito Plutarco.

282. Δυστυχὼν ὸμοιότατος ἐν ἀγαθῷ: nella sventura somigliante a ottimo. Plutarco.

283. Che ne fosse dei due maschi partoritigli da Cleopatra, nol sappiamo: la fanciulla Cleopatra Selene fu educata dalla virtuosa Ottavia, e maritata con Giuba II re di Mauritania. Delle due Antonie generategli da essa Ottavia, la maggiore partorì a Ottaviano Lucio Domizio Enobarbo, padre di Gneo Domizio che generò Nerone imperatore: la minore sposò Druso figliastro d’Ottaviano, e n’ebbe Claudio imperatore, e Germanico padre dell’imperatore Caligola.

284. Ὤς καὶ πλεῖον τὶ, ἤ κατὰ ἅνθρωπος, ὥν. Dione, liii. Ma Augusto che cosa significa? Festo lo stiracchia da avium gesta, o avium gustata; altri da augurium; chi da αὐγή splendore; e chi da augeo in senso di consacrare la vittima, onde Augusto varrebbe quanto sacro: del che Ovidio canta nei Fasti, i. 614:

Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur

Templa, sacerdotum rite dicata manu.

Hujus et augurium dependet origine verbi,

Et quodcumque sua Jupiter auget ope.

I più lo traggono da augere in senso d’aumentare; onde in una lapide ad onore di Giuliano, e ne’ panegirici di Massimiano e Costantino troviamo semper augustus, che fu adottato dagl’imperatori di Germania, e che da essi traducevasi per Mehrer des Reichs, cioè aumentante l’impero.

Macrobio, ne’ Saturnali, i. 12, conservò il senatoconsulto che mutò in agosto il nome del mese sestile in cui Augusto trionfò: Cum imperator Cæsar Augustus mense sextili et primum consulatum inierit et triumphos tres in urbem intulerit, et ex Janiculo legiones deductæ secutæque sint ejus auspicia ad fidem sed et Ægyptus hoc mense in potestatem populi romani redacta sit finisque hoc mense bellis civilibus impositus sit atque ob has causas hic mensis huic imperio felicissimus sit ac fuerit placere senatui ut hic mensis Augustus appelletur.

Intorno agli imperatori romani le fonti antiche sono:

Dione Cassio ne’ libri li-lx. Da questo all’lxxx non abbiamo che l’abbreviazione fattane da Sifilino, che va fin ad Alessandro Severo. È partigiano della monarchia, quanto della repubblica Tacito. Gli Annali di questo corrono da Tiberio a Vespasiano; ma è perduto quello che descriveva il regno di Tiberio dal 32 al 34 anno, il regno di Caligola, i sei primi anni di Claudio, l’ultimo anno e mezzo di Nerone. Della Storia non abbiamo che i tre anni dal 69 al 71.

Svetonio, Vite dei Cesari da Giulio Cesare a Domiziano; I compendj di Eutropio, Aurelio Vittore, Sesto Rufo; Vellejo Patercolo, pei regni d’Augusto e di Tiberio; Gli otto libri di Erodiano da Commodo a Gordiano; Le vite degl’imperatori da Adriano a Diocleziano negli Scriptores Historiæ Augustæ minores.

Fonti moderne sono:

Muratori, i cui Annali cominciano al 1º di Cristo, 31º di Augusto, e vanno sino al 1749; aridi ma precisi.

Le Nain de Tillemont, Histoire des empereurs et des autres princes qui ont régné dans les six premiers siècles de l’Eglise. Bruxelles 1700: e l’edizione accresciuta 1707: compilazione faticosa, e tesoro d’erudizione. I Gesuiti Catrou e Bouillé finiscono la loro storia romana con Tiberio; ma sì essi come Rollin e Vertot sono poco esatti nelle citazioni, e aggiungono circostanze retoriche e sofistiche, ignote agli antichi. Sta più esatto a questi Hooke, al quale s’affidano gli autori inglesi della Storia Universale.

Crevier, Hist. des empereurs romains depuis Auguste jusqu’à Constant. Parigi 1749; è continuazione del Rollin, prolissa e scarsa di critica.

Gibbon, Decline and fall of the roman empire. Basilea 1787. Comincia agli Antonini.

Champigny, Les Césars. Parigi 1845 e 1853.

Merival, Storia dei Romani sotto l’impero (ingl.). Londra 1850.

Garzetti, Della storia e della condizione d’Italia sotto il governo degl’imperatori romani. Milano 1838.

Le epoche sono accertate dai numismatici, come Le Vaillant, Cooke, e più di tutti da Eckhel, De doctrina nummorum.

285.

Quis non latino sanguine pinguior

Campus, sepulcris impia prælia

Testatur, auditumque Medis

Hesperiæ sonitum ruinæ?

Qui gurges, aut quæ flumina lugubris

Ignara belli? quod mare Dauniæ

Non decoloravere cædes?

Quæ caret ora cruore nostro?

Orazio, Od. ii. 1.

286. Tacito, Ann., i. 2.

287. Dione, lib. liii, mette due esercitazioni retoriche in bocca a que’ consiglieri della libertà e della servitù del popolo signore del mondo.

288. I Romani esecravano il nome di re, eppure metteano in conto di gloria l’aver avuto dei re in paese o in casa: Mecenate è lodato da Orazio perchè atavis edite regibus; Ennio da Silio Italico perchè antiqua messapi ab origine regis; la città di Vejo da Properzio perchè fu regno.

Et Veii veteres et vos tum regna fuistis;

Et vestro posita est aurea sella foro.

Augusto non volle esser detto dominus se non dagli schiavi, e proibì a’ suoi figli e nipoti d’adoprarlo fra loro. Anche Tiberio nol comportò, e a chi glielo dava rispose: — Io sono principe del Senato, imperatore dell’esercito, ma signore soltanto degli schiavi». Caligola l’adottò; ma nessun altro lo seguì fino a Domiziano, che comandò espresso di chiamarlo signore e dio, e un editto cominciò, Dominus et deus noster sic fieri jubet. Plinio loda Trajano di ricusar questo titolo; pure talora glielo dà nelle sua lettere. In privato era molto in uso; Tibullo canta:

Quam juvat immites ventos audire cubantem,

Et dominam tenero continuisse sinu!

e da Seneca abbiamo che era titolo generico, dato a quelli di cui non soccorresse il nome: Omnes candidatos bonos viros dicimus; quomodo obvios, si nomen non succurrit, dominos salutamus. Ep. 3.

289. Ben lo notò Tacito, Ann., III. 56: Potestatem tribuniciam Drusa petebat. Id summi fastigii vocabulum Augustus reperit, ne regis aut dictatoris nomen assumeret, ne tamen appellatione aliqua cetera imperia præmineret.

290. Il territorio delle provincie senatorie chiamavasi prædia tributaria, o anche provincia del popolo romano; delle altre, prædia stipendiaria, o provincia di Cesare. Le provincie senatorie furono l’Africa (cioè gli antichi dominj di Cartagine), la Numidia, l’Asia propria, l’Acaja, l’Epiro coll’Illiria, la Dalmazia, la Macedonia, la Sicilia, la Sardegna, Creta colla Libia, la Cirenaica, la Bitinia col Ponto e la Propontide, la Betica nella Spagna. Per sè Augusto tenne la Spagna Tarragonese e la Lusitania, le Gallie tutte, le due Germanie, la Celesiria, la Fenicia, la Cilicia e l’Egitto. La Mauritania, parte dell’Asia Minore, la Palestina e alcuni cantoni della Siria avevano governo nazionale sotto l’alto dominio di Roma. Dappoi Augusto cedette al senato Cipro e la Narbonese in cambio della Dalmazia.

La nostra Gallia Cisalpina avea avuto per governatori