Una partita a scacchi; Il Trionfo d’amore; Intermezzi e scene by Giuseppe Giacosa

UNA PARTITA A SCACCHI
IL TRIONFO D’AMORE
INTERMEZZI E SCENE


GIUSEPPE GIACOSA

Una partita a scacchi

LEGGENDA DRAMMATICA IN UN ATTO


Il Trionfo d’amore

LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI


Intermezzi e Scene.

MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI

16.º migliaio.


Proprietà letteraria.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, non esclusi i Regni di Svezia, di Norvegia e d’Olanda.

È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma senza il consenso della Società Italiana degli Autori

(Articolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882).

Milano. — Tip. Treves. — 1911.



INDICE


[1]

UNA PARTITA A SCACCHI.LEGGENDA DRAMMATICA IN UN ATTO IN VERSI.

[2]

Rappresentata per la prima volta all’Accademia Filarmonica di Napoli, sotto la presidenza del Duca di San Cesario, la sera del 30 aprile 1873, e posta in scena da Achille Torelli.

[3]

Al Conte
FEDERIGO PASTORIS
PITTORE.

Nessuno meglio di te, e pochi al pari di te, intendono ed amano la poesia grave delle cose passate. Il tuo quadro: I Signori di Challant fa riscontro alla mia Partita a Scacchi così, che io mi compiaccio di chiamare Renato il tuo canuto castellano e Iolanda la sua bella e pietosa figliuola.

Se anche non ti fosse già dedicato da tanto tempo, e se anche non fossimo legati da un’amicizia fraterna che mi è tanto cara, non sarebbe questa una ragione sufficiente per intitolarti il mio lavoro?

Torino, Dicembre 1875.

Giuseppe Giacosa.

[4]

INTERLOCUTORI.

  • Renato
  • Iolanda
  • Oliviero, conte di Fombrone
  • Fernando, paggio
  • Un valletto

L’azione segue nel castello di Renato, in valle d’Aosta.

(Epoca: Secolo XIV).

[5]

PROLOGO

Di questa fiaba in versi ho tratto l’argomento

Da una romanza scritta circa il mille e trecento,

A dire il vero, in calce la data non ci sta,

Epperò nei cent’anni spaziate in libertà.

Mezzo secolo prima, mezzo secolo poi,

A me non giova nulla, e poco importa a voi.

La romanza era scritta in lingua provenzale,

In quel metro monotono, cadenzato ed eguale,

Che infastidisce i nervi qual tocco di campana;

Ma in quella cantilena, per dissonanza strana,

C’era un fare spigliato, un’andatura snella,

Che mi costrinse a leggerla ed a trovarla bella.

Era un giorno d’autunno. Singolare stagione,

Che v’annebbia il cervello in barba alla ragione!

Sia vapor di vendemmia che impregni l’atmosfera,

[6]

Siano i fumi che i prati esalano la sera,

Sia la pioggia imminente che vi assidera l’ossa,

O sia un presentimento lontano della fossa,

Fatto sta che i pensieri mutano di colore,

Come fanno le foglie sopra il ramo che muore.

Era solo, adagiato — ma che dico? adagiato!

Nella lunga poltrona stavo lungo sdraiato,

Cogli occhi semichiusi e con un libro in mano,

Semichiuso ancor esso. — Mi giungean di lontano

Grida, canti e clamori di villici. — Imbruniva —

Pei fessi delle imposte filtrava un’aria viva,

Che pareva dicesse: L’inverno è qui che viene.

Io non muovevo palpebra, quantunque nelle vene

Mi serpeggiasse il freddo; ma, sia pigrizia o grillo,

Sopportavo quei brividi, pure di star tranquillo.

La stanza parea enorme, tanto era vuota e bruna —

Di tratto in tratto, a sbalzi, una mosca importuna

Borbottava per l’aria misterïosi metri,

Poi dava scioccamente della testa nei vetri.

Le tende alla finestra frusciavano inquïete….

Racconto queste cose perchè, se nol sapete,

Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo;

[7]

È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo,

È una canzon perduta che pel capo ci frulla,

È l’aroma d’un zigaro, è un’ombra, è tutto, è nulla.

È un lembo della veste di persona sottile,

È la pioggia monotona che scroscia nel cortile,

È una poltrona morbida come sera d’estate,

È il sole che festevole picchia alle vetrïate,

È delle cose esterne la varia litania

Che fe’ ridere Ariosto e pianger Geremia. —

Stavo dunque soletto, cogli occhi semichiusi

E la mente perduta in fantasmi confusi;

Avea smesso di leggere per sonnecchiare, ed era

L’autunno, ve l’ho detto, e per giunta, la sera.

Il libro raccontava storie vecchie e infantili

Di castelli, di fate, di valletti gentili;

Talora licenzioso nei motti, ma coll’aria

Di un nonno che sorrida con malizia bonaria.

È strano come in quelle pagine polverose

L’amore è schietto e tutte le vicende festose!

Si direbbe che il tempo, inflessibile a noi,

Abbia corso a ritroso per tutti quegli eroi.

Le mura dei castelli son corrose ed infrante,

[8]

E suvvi ci si abbarbica l’edera serpeggiante,

Son mozzate le torri, i merli son caduti,

Le sale spazïose i bei freschi han perduti,

I camini giganti dall’ali protettrici

Son colmi di macerie, stridon sulle cornici

I più grotteschi uccelli: ma sereni, sicuri,

Più forti che le torri e più saldi che i muri,

Quegli uomini di ferro d’ogni mollezza schivi

Si parano alla mente baldi, parlanti, e vivi.

Son là, coll’armi al fianco, col girifalco in mano.

Ieri: leon di guerra, ed oggi: castellano.

Ignoranti di patria, di libertà; capaci

Di morir per un nome o il più puro dei baci;

Con tre motti stampati nel cuore e nella mente:

Il Re, la Dama, Iddio; e su questi, lucente

Come un sole a meriggio, una grande chimera,

Legge informe, malcerta, prepotente, severa,

Assoluta giustizia o generoso errore,

Inflessibile al pari del cristallo: L’onore. —

Allora tu, dell’arme infra i disagi grevi

Santa della famiglia religïon splendevi.

Allor, scoperto il capo e muti i circostanti,

[9]

Il padre, il vecchio, il Sire, colle mani tremanti

Benediceva al figlio, padre a sua volta, ed era

Quell’atto più solenne di qualunque preghiera.

E sapeva il vegliardo, chiudendo a morte il ciglio,

Che presso alla sua tomba c’era un marmo pel figlio,

E che il figlio del figlio, lattante bambinello,

Dell’avo un dì sarebbe sceso anch’ei nell’avello;

E pareva dicesse con il sorriso estremo:

Non sospiri, non lacrime, un dì ci rivedremo,

E che vivi racconti nelle sere invernali!

Fanciulle dai capelli d’oro, draghi coll’ali,

Visïoni, fantasmi, amori sventurati

Che chiamavan le lagrime su quei volti abbronzati.

O storie di battaglie, d’amor, di cortesie.

Nuvolette vaganti per quelle fantasie,

O sereni riposi dopo l’aspre fatiche,

O cortili ingombrati dai cardi e dalle ortiche,

O gotici leggii, o vetri istorïati,

O figlie flessuose di padri incappucciati,

O sciarpe ricamate fra l’ansie dell’attesa,

O preludi dell’arpa, o nenie della chiesa,

O mura dei conventi malinconici e queti,

[10]

Celle di sognatori, di santi e di poeti,

Voi dell’arte e dei sogni siete i lucenti fuochi,

Voi, vivi solamente nel rimpianto dei pochi!

Il tempo, onde nessuna umana opera dura,

Ammorbidì i profili della vostra figura,

Ma il secolo, correndo nella prefissa via,

Voi, soavi memorie, voi, caste fedi, oblia….

A poco a poco, intorno, la notte era discesa.

Scossi via la pigrizia. — Dalla lampada accesa

Piovve un raccolto lume sulle pagine mute

Che aspettavano il frutto di tante ore perdute;

Ed io dalla romanza scritta il mille e trecento

Di questa fiaba in versi ho tratto l’argomento.

[11]

UNA PARTITA A SCACCHI

Sala non vastissima, colle pareti rivestite di arazzi ed il soffitto a palco, a regolini bozzolati. Un ampio camino reca dipinta sulla cappa l’arme della famiglia. Deschetti, sedie in legno, sedie pieghevoli, dove fa da piano un cuscino di stoffa colle armi ricamate, seggioloni colla spalliera altissima e riccamente scolpita che termina colla frangia di legno. In faccia al camino, la finestra assai grande, coi vetrini rotondi connessi a piombo filato. Tende di stoffa. Cassapanche, cofani di legno intagliato. In un angolo della stanza, daccanto al camino, si aprono due porte binate: una mette alle stanze interne, l’altra alla scala. Una tavola con suvvi la scacchiera.

[12]

SCENA I.

Al levarsi della tela, Renato e Iolanda stanno presso la finestra come per interrogare il tempo. — La finestra mette una luce fredda e grigia, che è vinta da quella rossiccia del camino. — Durante la prima scena i servi recano due lucerne ad olio, di ferro, a becchi, e le posano sulla tavola.

Iolanda.

E la pioggia continua, fredda, incessante e greve!

Renato.

Oggi pioggia, Iolanda, domani avrem la neve,

Essa è già su nell’aria che turbina, io la sento.

La Becca era coperta stamane.

Iolanda.

E sempre il vento!

Renato.

L’ora?

[13]

Iolanda.

La sedicesima, padre.

Renato.

È già notte oscura!

Povera mia fanciulla, va, la tua sorte è dura.

Vivere prigioniera con un bianco guardiano

In questa tetra valle, dimora all’uragano!

Che nebbia fitta! Senti che fischi! La montagna

Rompe il vecchio nemico e nell’urto si lagna.

Che crepiti d’abeti! Quanti son stesi al suolo!

Iolanda.

Una buona giornata doman pel boscaiuolo:

Li vedrem cigolando solversi in fumo. — È bella

Sul tizzo che s’imbruna quell’azzurra fiammella.

Le buone piante! Quando ardono sull’alare,

Io le guardo, le guardo, le ascolto sospirare

Con quei lunghi sospiri, e penso alla foresta

Dove un giorno levarono fieramente la testa.

Quanti urti coll’aspre valanghe han sostenuti!

Quante rigide nevi sopra i rami barbuti!

Ne verranno dell’altre.

[14]

Renato.

Figlia, è freddo.

Iolanda.

Venite,

Padre, a sciogliere al fuoco le membra intirizzite.

Mi direte le vostre gesta di cavaliero,

Oppur la bella fiaba di Aroldo e il suo corsiero.

Chiameremo a compagni Cristoforo e Martino….

Renato (seduto sotto la cappa e guardando la fiammata).

Ne ho visti dei folletti svanir su pel camino!

No, non chiamar nessuno, figlia, voglio te sola.

Siedi, fatti più accosto, così: la mia parola

Cerca la via più breve per arrivarti al cuore.

Tu sei la mia figliuola, Iolanda, il solo amore

Ch’io mi abbia in questa terra, il solo, e tu lo sai.

Quando mi sei vicina, figlia, non penso mai

Alle mie rughe antiche e ai miei capelli bianchi.

Iolanda, io sono vecchio, solo se tu mi manchi.

Una volta, perdonami, ti bramava un fratello

Che, come tu lo sei, fosse nobile e bello,

Che tramandasse ai figli pura ed intatta, come

[15]

Io la tenni dai padri, la gloria del mio nome.

Iddio non mel concesse. Savie leggi le sue!

Nel mio cuore, Iolanda, non c’è posto per due.

Ora, se ci ripenso, sono meco adirato

Per quel tanto di affetto che ti avrebbe rubato.

Vieni figliuola, senti: tu sei bella e sei buona

E sei casta; il tuo nome vai più che una corona;

Avrai dieci castella e possenti domini;

Sarai donna e signora ne’ miei vasti confini;

Ma….

Iolanda.

Padre, ch’io continui? Se mi state a sentire,

Io v’indovino tutto che mi vorreste dire.

Renato.

Ebbene?

Iolanda.

A vostra figlia manca ancora uno sposo.

Renato.

È vero. Un cavaliere nobile e generoso,

Che, facendoti lieta, faccia me pur felice.

[16]

Io son presso al tramonto. Qualche cosa mi dice

Che….

Iolanda.

Non voglio sentirle quelle brutte parole.

Ritornerete giovane colle prime vïole.

Renato.

E poi questo castello ha troppe echi, le sale

Così vuote e sonore mi fanno tanto male!

Le vecchie travi han d’uopo di nidi e di canzoni,

Han bisogno di strilli i monotoni androni.

Mi mancano bambocci che mi turbino il sonno….

Sai, si diventa padre per diventar poi nonno.

I vecchi rimbambiscono ed amano i trastulli.

Non fosse che a sgridarli, mi ci voglion fanciulli.

Iolanda.

Voglio essere io sola ad amarvi.

Renato.

Perchè?

Ne’ tuoi figli, Iolanda, non amerei che te.

Tu sei già troppo vecchia, tu sei seria e pensosa,

Tu rifletti al da farsi, una gran brutta cosa!

[17]

Ti sorprendo talvolta cogli occhi al cielo intenti,

Tu non pensi a tuo padre, figliuola, in quei momenti.

Insomma tu sei donna; io, vecchio paladino,

Anche quando t’abbraccio mi curvo ad un inchino.

E poi, in questa valle maestosa ed oscura

C’è troppa solitudine e c’è troppa paura.

Tu non conosci i cieli aperti della piana,

Nè i rosati orizzonti della curva lontana.

V’han paesi ove i fiori ridono sempre ai miti

Zefiri. I miei castelli sono tetri e romiti.

La vastità del cielo allo sguardo è contesa.

Questa bruna montagna più che gli anni ci pesa.

Qui s’invecchia anzi tempo, se il soave liquore

Degli affetti non mesci nella coppa d’amore.

Io son mortale, o figlia; via, provvedi a te stessa.

Iolanda (sorridendo).

Sì, fonderò un convento per farmene badessa.

Renato.

Tu ridi, folle.

Iolanda.

Ebbene, veniamo al serio. Anch’io,

Quando mi trovo sola meco stessa e con Dio,

[18]

Sogno talora i gaudi dell’amore e mi sento

Addormentarsi l’anima tutta in un rapimento.

E fingo che il mio fato conduca un forte e bello

A superar la fossa del mio patrio castello;

Lo ascolto in tuon sommesso mormorarmi parole

Più ardenti e più feconde che la luce del sole,

E lo guardo negli occhi che divampano fuoco,

E mi cullo in visioni celesti…. e a poco a poco

Mi risveglio…. e le sale del mio patrio castello

Non suonan mai dei passi di questo forte e bello.

Renato.

Al marchese d’Andrate opponesti un rifiuto:

Era un bel maritaggio.

Iolanda.

Non l’avevo veduto!

Renato.

Il duca di Rosalba….

Iolanda.

Oh! il duca!… In fede mia,

E’ sarà stato un forte, padre, ma bello, via!

[19]

Renato.

L’animo generoso ogni bellezza avanza.

Iolanda.

Sì, ma non veggo l’animo e veggo la sembianza.

Se io mi fossi quale voi dite ch’io non sono,

Avessi pure il cuore divinamente buono,

Non troverei nessuno di virtù così sante

Da sceverar dall’animo la causa del sembiante.

La bellezza è l’impresa che i nostri sguardi arresta!

Si cerca poi se al motto corrispondan le gesta.

Renato.

E vuoi condur la vita in codesta maniera,

Fra i trapunti ed il fuso, fra l’ago e la scacchiera?

Iolanda.

Oh! la scacchiera, giusto men fate sovvenire.

Vi debbo una rivincita.

Renato.

No, lasciami finire.

Tanto non ci riesco; con te non sono destro;

L’allieva ha superato di gran lunga il maestro.

Tu sei come la rocca di Bard: non la si piglia.

[20]

Aggiungo questa gloria a quelle di famiglia.

Dunque, il duca Rosalba?…

Iolanda.

Ah! torniamo al soggetto?

Se mal non mi sovviene, un dì mi avete detto

Che m’avreste lasciata assoluta padrona

Nel dispor del mio cuore e della mia persona.

Renato.

È vero, e, contro gli usi de’ miei pari, ti voglio

Signora più assoluta che una regina in soglio.

So che più d’un mi biasima sommessamente, ed io,

Che chiamo di mie gesta solo giudice Iddio,

Penso che la tua scelta sarebbe arra sicura

Di nome senza macchia, di cuor senza paura.

Ma, fra tutti i signori che alle mie corti aduno,

Io non t’ho fatta libera di non sceglier nessuno.

Ami forse in segreto?

Iolanda.

No.

Renato.

Tel credo; dal cuore

[21]

Altero sulla fronte salirebbe il tuo amore.

Tu non sapresti infingerti.

Iolanda.

Voglio farvi contento.

Sceglietemi uno sposo voi stesso, io v’acconsento.

La libertà vi rendo che mi avete largita,

E aspetto la mia sorte.

Renato.

Grazie, figlia.

Iolanda.

Ho sentita

La squilla della torre.

Renato.

Un vassallo, venuto

A rendermi d’omaggi il debito tributo.

Iolanda (dalla finestra).

Son parecchi cavalli.


[22]

SCENA II.

Un servo, poi Oliviero conte di Fombrone, Fernando e detti.

Servo.

Il conte di Fombrone

Sollecita la vista del mio nobil padrone.

Renato (premuroso).

Il conte di Fombrone? Fategli tutti onore,

E sia sulle mie terre, più che ospite, signore.

(entrano Oliviero e Fernando)

Renato (a Fombrone).

Oliviero, ben giunto, nobile e vecchio amico;

Questo è giorno di festa pel mio castello antico!

Oliviero.

L’amicizia è l’attrice delle gioie più sante,

e non l’ho mai provato siccome in questo istante.

[23]

Renato (prende per mano Iolanda e la presenta ad Oliviero).

La mia figlia Iolanda.

Oliviero (inchinandosi).

Dio lega opposte cose;

Il rigor delle nevi e la beltà delle rose.

Renato (a Iolanda, indicando Fombrone).

Tu conosci il suo nome; fummo compagni quando

Le braccia eran robuste ed era aguzzo il brando,

Corremmo insiem le corti e guerreggiammo allato,

E se lo seppe il vinto signor di Monferrato.

Oliviero (indicando Fernando).

Il mio paggio Fernando.

Renato (dopo aver guardato il paggio con attenzione benevola e risposto con un cenno di capo al suo grave inchino, volgendosi a Fombrone).

Cresciuto alla tua scuola,

Avrà pronta la mano e lenta la parola.

Il sangue assiderato vivo al fuoco discorra;

[24]

Son pungenti le brezze che soffia questa forra.

Mescete il Mommeliano.

(I servi eseguiscono).

Oliviero (sedendo accanto al fuoco).

Per Dio, ti giuro il vero:

La tua figliuola è bella, e forte è il tuo maniero.

Renato.

Dimmi di te, Oliviero: rechi in fronte dipinto

Che lottasti cogli anni e, come sempre, hai vinto.

Oliviero.

È passato il bel tempo.

Renato.

La quercia il gel non teme.

Chi direbbe, a vederci, che siam cresciuti insieme?

Non ti dieder disagio queste brevi giornate?

Le strade sono lunghe, Fombrone, e mal fidate.

Odo narrar sovente di violenze e rapine:

Non t’incorse disgrazia?

Oliviero.

Per poco in sul confine

[25]

Della montagna, dove la valle si disfalda,

Non uscivo malconcio.

Renato.

Come? Narra.

Oliviero.

La salda

Spada e l’animo ardito del mio paggio Fernando

Mi tolsero di briga. Venivam cavalcando

Il mio paggio e due bravi, quando dalla foresta

Uscì un sibilo acuto: sollevammo la testa,

E ci apparve sbucata sul margin della strada

Di dieci malandrini armati una masnada.

Stemmo, e il maggior di quelli, fattosi a noi dinante,

C’impose di seguirlo con un piglio arrogante.

Fernando a lenti passi gli si mosse vicino:

— Forse ti seguiremo, ma insegnane il cammino —

Gli disse, e con un colpo lo stese a terra. Tosto

Minacciosi i rimasti ci furono d’accosto,

Meno per trar vendetta del capo insanguinato

Che per far bella ruba del bottino agognato.

Eran nove, gagliardi, armati e risoluti;

[26]

Noi quattro, io vecchio, i luoghi macchiosi e sconosciuti.

Il mio paggio mi guarda; poi mi s’accosta in atto

Di chi voglia ricevere qualcosa di soppiatto;

Indi, a furia spronate, lancia il cavallo a volo.

Subito alle calcagna gli si muove uno stuolo

Di cinque masnadieri…. e a noi priva di gloria,

Ma sicura ed agevole rimane la vittoria.

Iolanda.

Fu raggiunto dai cinque?

Oliviero.

Poco tratto di via

Percorso, egli si volse, e al branco che venia

Sorridendo con volto nobilmente sdegnoso,

Volse dell’armi audaci lo slancio impetuoso.

Era solo, piantato come un Centauro antico

Sul dorso flessuoso del corsiero. Il nemico

Gli facea ressa intorno, urlando a tutta possa.

Ei pronto alla parata, tremendo alla percossa,

Tenea con lenti giri quanto è larga la strada.

Già nei cozzi continui avea rotta la spada,

Quando, sbrigati i quattro che ci stavano a fronte,

[27]

Noi giungemmo, ed i ladri preser la via del monte,

Lasciando di tre morti le spoglie in sul terreno.

Iolanda.

E non foste ferito?

Oliviero.

Io no. Fernando al seno

Ebbe una scalfittura ch’oggi è saldata, è vero?

Fernando.

Sì, conte.

Renato.

La tua mano, o giovane guerriero.

Sei un prode; in te il senno è pari all’ardimento.

Tuo padre nel ritorno t’abbraccierà contento.

Fernando.

Non ho padre, signore.

Renato.

Così giovane? Avrai

Una madre.

Fernando.

Neppure, e non li ebbi mai.

[28]

Renato.

Il tuo nome?

Fernando.

Fernando. La mia sorte è severa,

Se mi farò uno stemma, avrà la sbarra nera.

Renato.

Tu sei sangue di principi!

Fernando.

Se mi dà vita Iddio,

Farò diventi gloria l’essere sangue mio.

Renato.

Fiere parole!

Fernando.

Il vanto vuol essermi concesso.

Dacchè tutto che sono nol debbo che a me stesso.

Renato.

Sei giovane e fidente, l’anima hai franca e ardita,

Apprenderai cogli anni la scienza della vita.

Ma ti darò un consiglio, io che ho vissuto tanto:

L’opera è più gloriosa, scompagnata dal vanto.

[29]

Fernando.

Io penso che su giovane bocca il vanto convenga,

Se il labbro non promette più che il braccio mantenga.

Renato.

Non ti dolga, Fombrone, s’io biasmo le sue mende;

Amo in lui la prodezza, ma l’orgoglio m’offende.

Fernando.

Rispetto in voi l’antico coraggio e il nome antico

E del mio buon signore il più fidato amico;

Ma portare dimessa la fronte io mai non soglio;

È fra le mie virtudi, prima virtù, l’orgoglio.

Renato.

Che sai tu della vita, fanciul? chi te l’apprese?

Perchè la guancia hai bella e le pupille accese,

Perchè il vigor degli anni ai perigli t’indura,

Perchè tutta al tuo sguardo sorride la natura,

Perchè, fissando intrepido il destin che s’avanza,

Senti un nervo nel braccio, nel cuore una speranza,

Perchè non ha che stelle la tua notte serena,

Perchè, se il labbro ha sete, sempre la coppa hai piena,

[30]

Perfin contro il futuro spingi il folle ardimento?

E gridi alla tua sorte: io voglio e non pavento?

Ma non lo sai, fanciullo, non te l’han detto ancora

Che assai lungo è il cammino, che la vita è di un’ora?

E che, prima di giungere al culmine agognato,

Avrai le mani lacere e il viso insanguinato?

Che dovrai divorarti il sopruso e l’affronto?

Che oggi ti chiami aurora e domani tramonto?

Ero ancor piena l’anima di splendide chimere

Se volavano al vento le guerresche bandiere;

Sentivo ancora i fremiti generosi e la sete

Dei perigli, e correvano le mani inquiete,

Correvano a brandire l’asta; al nome di gloria

Mi luceva negli occhi l’ardor della vittoria:

E un giorno all’opra usata cesse il vigor, mi parve

Un peso insopportabile la mia spada. Le larve

Svaniron tutte, i moti del mio cuor furon muti,

E i miei sogni di gloria non erano compiuti!

Fernando.

Vecchio, sei grande e nobile, come nessun fu mai.

Dirò superbo un giorno: lo vidi e gli parlai.

[31]

La tua grave parola fu quella di un veggente.

Sì, le tue sagge norme le terrò fisse in mente.

Però la mia fortuna alla tua non somiglia:

Tu avesti in sorte un nome, un tetto, una famiglia.

Fu la scuola di un padre che t’educò alla vita,

E sprone alle grandi opere fu la grandezza avita.

L’armi, pria che un cimento, ti furono un trastullo.

Io crebbi solo — un orfano, no, non è mai fanciullo

Nell’età dei sorrisi, dei baci, degl’incanti.

Non conobbi che l’ire, non conobbi che i pianti.

Io non avevo un nome che, per sacro legato,

Dovessi far più illustre o serbare onorato;

Io non aveva un padre che, premio al mio valore,

Baciasse in sulla fronte il giovin vincitore.

Di ritorno dal campo, triste conforto m’era

La venale larghezza d’una soglia straniera.

Quanto le glorie illustri di tanti avi ti fenno,

Guadagnarlo dovetti coll’opera e col senno;

Nessun l’onor m’apprese, nessun m’apprese Iddio,

L’onor, l’armi, la fede, sono retaggio mio.

Lasciai lembi di carne in più d’una tenzone,

Lasciai lembi di cuore al piè d’ogni blasone.

[32]

Fidente nel mio fato, invido mai non fui

Sotto l’acerbo insulto della grandezza altrui.

Superando gli ostacoli che incontravo per via,

M’era fonte d’orgoglio lo solitudin mia.

Ed or che, me volente, s’appiana il mio sentiero,

Or che son fatto paggio e diverrò scudiero,

Or che, mercè maggiore d’ogni maggior tesoro,

Sono presso al battesimo degli speroni d’oro,

Vuoi ch’io sappia frenarmi e rimanermi muto?

No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto!

Son forte, la mia spada nessuna al mondo agguaglia,

E non è lieve impresa lo sfidarmi a battaglia.

Freccia non esce invano mai dalla mia faretra,

E nella più minuta delle mire penètra.

S’io gl’imposi il cappello, il falco mai non erra,

E torna colla preda vittorïoso a terra.

Nè dell’arti gentili la scïenza obbliai,

E so dal mio lïuto trarre sirvente e lai;

Di sonanti ballate so far velo al pensiero,

So raccontar d’amore al par d’ogni troviero,

Spezzai più d’una lancia correndo la gualdana.

Più d’uno sguardo ottenni di bella castellana….

[33]

Renato.

Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova.

Bada non mi sovvenga di metterti alla prova:

Chè, se falli!…

Fernando.

Signore, fate a vostro talento;

Accetterò con gioia qualunque esperimento.

Ma lasciate ch’io noveri tutte le mie virtù,

E poi venga la prova: non vi chieggo di più.

Per studiare a tentarli ed a schermir gli attacchi,

Appresi le difficili movenze degli scacchi,

E nessuno mi supera….

Renato.

Dacchè ne porgi il destro,

Noi ti vedremo all’opera, o d’ogni arte maestro.

A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria,

Come si faccia a vincere senza gridar vittoria.

(a Fernando)

Qui si parrà all’aperto la tua scienza nascosta.

Perderai, tel predíco.

[34]

Fernando.

Lo vedremo…. E la posta?

Renato.

La posta? Se tu vinci, io ti do per consorte

La mia figlia Iolanda.

Fernando.

E se perdo?

Renato (traendolo in disparte, sommesso).

La morte.

Fernando.

L’offerta è troppo bella per opporvi un rifiuto.

Renato.

Accetti?

Fernando.

Accetto, conte.

Renato.

Se perdi….

Fernando.

Avrò perduto:

[35]

E non mi sentirete lagnarmi o maledire.

Se non appresi a vivere, ho imparato a morire.

Renato.

A te, figlia.

(I due si apprestano a giocare).

Fernando (a Renato).

Scusate il soverchio ardimento,

Ma un gioco tal richiede un giocatore attento.

Il conte di Fombrone presso il fuoco vi aspetta:

Direte insiem le gioie dell’età prediletta.

Qui si vuol esser soli.

(Il tavolino a cui stanno seduti i due che giocano è vicino al proscenio, mentre invece il camino è in fondo alla scena. Oliviero è presso il camino).

Oliviero.

Il mio paggio ha ragione.

Renato.

Ed eccomi ai suoi cenni. Mesci ancora, Fombrone.

Oliviero.

Fosti con lui severo.

[36]

Renato.

Troppo?

Oliviero.

No. Anch’io soventi

Ebbi a fargli rimbrotto, e con acerbi accenti.

Ma è così bello il roseo confidar nel futuro!

Chi ignora i disinganni, Renato, è così puro!

La gioia è così piena dentro quell’occhio nero!

Così lucente, sotto quel crin folto, il pensiero!

Ed io lo vidi all’opera, e lo so forte e audace.

Quel suo animo baldo e leale mi piace,

E mi ricorda i giorni della mia giovinezza.

Renato (fra sé).

Come sfida la morte con eroica fermezza!

Oliviero.

Tu pensi?

Renato.

Nulla.

Oliviero.

Eppure ti leggo nelle ciglia….

[37]

Renato.

Vorrei che avesse a vincere.

Oliviero.

Per sposare tua figlia?

Renato (colpito e crucciato).

È vero!

Oliviero.

Convien dire ch’ella giuochi a pennello,

Se offristi al vincitore un premio come quello!

E tu che avrai, se perde, in cambio alla fanciulla?

Renato (esitando).

Nulla.

Oliviero.

Nulla? Davvero?

Renato (quasi parlando a sè stesso).

No, non voglio aver nulla.

Un tal patto non regge.

Oliviero.

E Renato pretende

Riprender la sua fede?

[38]

Renato.

E se egli me la rende?

(I due continuano a parlar sommesso).

Iolanda.

Che hai, paggio Fernando? Non giuochi e non favelli.

Fernando.

Io?… Ti guardo negli occhi che sono tanto belli.

Iolanda.

Ed io senza periglio decimo le tue schiere.

Già perdesti una Rocca, e dò scacco all’Alfiere

Se non provvedi tosto a metterlo da banda.

Attento ai mali passi.

Fernando.

Grazie, bella Iolanda.

Pensavo a mille cose lontane, e stavo muto

Per la triste certezza che tanto avrei perduto.

Eccomi a tal ridotto che un sol passo non feci.

Iolanda.

Vuoi tu, paggio Fernando, che mutiamo le veci?

Fernando.

No, tienti la tua sorte e lasciami la mia.

[39]

Iolanda.

A te — Non trovi nulla che t’ingombri la via?

Oh la sventata! Vedi che ho messo il piede in fallo.

Ti dò scacco all’Alfiere e disarmo il Cavallo.

Fernando (prende il cavallo).

Non ardirei di prenderlo: l’accetto come un dono.

Iolanda.

Vedi l’avventurata giuocatrice ch’io sono!

Neppur credi all’errore.

Renato (avvicinandosi).

Come sta la partita?

Fernando.

Io perdo.

Renato (contento).

Sì? Fanciullo, facciamola finita.

Smetti il giuoco, fu scherzo la scommessa.

Fernando.

Vi pare?

Con voi, nobil signore, non ardirei scherzare.

Nè con veruno al mondo, intorno a un argomento…

[40]

Renato.

Tu perdi; me l’hai detto tu stesso.

Fernando.

E non consento,

Perdente, a grazia alcuna; chè, vincitore, avrei

Altamente vantati tutti i diritti miei.

Renato.

Bada a tentar la sorte, paggio, bada!

Fernando.

La tento

E, data una parola, signor, non mi ripento.

Renato.

E tal sia.

(S’allontana e poi ritorna)

No, sei giovane, fanciullo, e ardimentoso

E d’una tua disgrazia non mi darei riposo.

Smetti quella fierezza, renditi al buon consiglio,

Io te ne prego come si pregherebbe un figlio.

Sei in tempo, ritraggiti; tu sai quanto t’aspetta….

A te, Iolanda, aiutami; digli che mi dia retta.

[41]

Iolanda.

Perchè mi dovrò esporre io pure ad un rifiuto?

Un istante può rendergli il terreno perduto.

Renato.

La vanità di vincere ti fa di questo avviso.

Iolanda.

O padre!

Renato.

Ma tu ignori che, s’ei perde, è deciso….

Fernando (interrompendolo).

Conte…. fate opra inutile; nessuno mi cancella

Dal cuore una promessa.

Renato.

Ti lascio alla tua stella.

(Renato va di nuovo presso Fombrone, con cui conversa a bassa voce. Iolanda e Fernando giuocano per alcuni istanti senza far motto).

Iolanda.

Che volle dir mio padre con quelle sue parole:

Se egli perde, è deciso?…

[42]

Fernando.

Nulla, ch’io sappia — fole.

Iolanda.

Eppure mi pareva che parlasse assennato,

E tu l’interrompesti tutto quanto turbato.

Che perdi tu, se perdi?

Fernando.

Nulla che mi stia a cuore.

Iolanda.

Mio padre più ti teme vinto che vincitore.

Non so perchè, Fernando, son pensosa ed afflitta.

Fernando.

Bella Iolanda, allegrati: sarà mia la sconfitta.

Iolanda.

Oh! perchè con sì tristi presagi ti martelli?

Fernando.

Io? Ti guardo negli occhi che sono tanto belli!

Iolanda.

Sei mesto nel sembiante: perchè? La tua ferita

Ti duole forse?

[43]

Fernando.

Punto…. Com’è bella la vita!

(Pausa).

Iolanda.

Paggio Fernando, è molto lontano il tuo paese?

Fernando.

Io nacqui dove l’aria è tepida e cortese,

Dove la terra è piena di cantici e di fiori,

Dove in grembo alle Muse sorridono gli amori;

Dove nel mar si specchiano i pallidi oliveti,

Dove i colli son ricchi d’aranci e di palmeti,

Dove tutto è profumo, dove tutto è sorriso.

Dove non si vagheggia più bello il Paradiso,

Dove spiran le brezze del sonante Oceàno….

E quel vago paese è lontano, lontano.

Iolanda.

Le donne vi saranno leggiadre ed amorose.

Fernando.

Sì, facili all’amore, ma folli ed obliose;

Sì, il mio sole di fuoco nutre beltà procaci,

[44]

Sì, quelle labbra ardenti sono fatte pei baci.

Ma noi, cresciuti ai torridi meriggi e in mezzo ai fiori

Inebrianti e pinti dei più vivi colori,

Amiamo i molli petali, flessuosi e pallenti,

Amiamo le corolle bianche dei cieli algenti;

Ed una treccia bionda, e un occhio azzurro, e un bianco

Viso, ed un abbandono soavemente stanco,

Ci suscitan le accese fantasie del pensiero

Più che una chioma bruna e più che un occhio nero.

Il mio mare lontano è azzurro, azzurri i monti

Che si veggon da lungi, e son d’oro i tramonti.

(Pausa).

Tu sei bella, Iolanda.

Iolanda.

Com’è dolce il tuo dire!

Fernando.

Senti — Hai tu mai pensato che si possa morire

Prima d’aver provato che cosa sia l’amore?

Prima che un sol fiorisca dei germogli del cuore?

Prima di bisbigliarsi le più ardenti parole?

Prima d’aver goduta la tua parte di sole?

[45]

Iolanda.

Oh no!

Fernando.

No, non è vero? Se non fosse che un’ora,

Un’ora dell’ebbrezza che ogni ebbrezza scolora;

Le mie pupille un’ora fissate nelle tue,

E poi venga il destino.

Iolanda.

Si morirebbe in due.

Fernando.

Che morbidi capelli!

Iolanda.

Perchè parli di morte,

Quasi che ti volessi doler della tua sorte?

Fernando.

Come hai dolce il sorriso!

Iolanda.

Perchè, paggio Fernando,

Mi guardi così mesto?

[46]

Fernando (ricomponendosi).

Nulla — Andavo pensando

A speranze impossibili, a confusi desiri —

Giuochiamo; ho fatto un sogno d’oro….

Iolanda.

Perchè sospiri?

Fernando.

Sospiro la mia pace, le mie terre lontane.

Iolanda.

E gli sguardi ottenuti di belle castellane.

Fernando.

Bada, or sei tu che perdi.

(Indicandole il giuoco).

Iolanda.

Me ne dài con premura

L’avviso; la vittoria par ti metta paura.

Fernando.

Oh! ma non sai, Iolanda, che ho giocata la vita?

Non lo sai che, se perdo, questa volta è finita?

Non lo sai che sei bella come nessuna al mondo;

[47]

Che amo il tuo fronte bianco ed il tuo crine biondo;

Che di mio non ho nulla che il sangue nelle vene;

Che sono solo al mondo se tu non mi vuoi bene?

Iolanda.

E tu, cieco, non vedi che m’affanno da un’ora

Per goder quest’ebbrezza che ogni ebbrezza scolora?

Oliviero (a Renato).

Guarda com’è pensoso, là, colla testa china….

Renato.

Come va la partita?

Fernando (sorridendo).

Do scacco alla Regina.

Iolanda.

Ascoltami, Fernando. Questa è la prima volta

Che mi giunge una voce d’amore a me rivolta.

Se tu sapessi come li ho sognati soventi,

La tua maschia sembianza, i tuoi nobili accenti!

Quante volte, seduta sul verone, la sera,

Invece del monotono ritmo della preghiera,

Mormoravo parole febbrili ed interrotte,

[48]

Chiedendo al ciel benigno un raggio alla mia notte!

Se tu sapessi come dietro le vetrïate

Passavan lunghe e fredde le vedove giornate!

Se vedevo una donna con in braccio un bambino,

Se mi giungean le note di un nuzïal festino,

Guardavo alle mie vesti, ai monili, alle anella,

E mi sentivo povera, più che un’umile ancella.

Sentivo qui nel core uno sgomento arcano,

E nel paterno affetto mi rifugiavo invano.

Venner marchesi e conti a cercarmi in isposa,

Ma tutti li respinsi per ripugnanza ascosa.

Tu giungesti, Fernando, tu che sei forte e bello,

E una voce nell’anima mi gridò tosto: è quello.

Fernando.

La tua mano, Iolanda. Mano bianca e sottile,

Non avrai tu la sorte di un umil paggio a vile?

Iolanda.

È il destin che ci unisce nella sapienza sua;

Guarda, due mosse ancora, e la vittoria è tua.

Renato (avvicinandosi).

A che ne siamo?

[49]

Iolanda (sorridendo).

Padre, la vostra figlia invitta

Medita il disonore di una prima sconfitta.

Renato.

Perdesti?

Iolanda.

Non ancora…. ma perderò.

Renato.

Fernando,

Ascoltami, sospendi; io vaneggiava quando

T’offersi quella sfida. Scegli fra i miei castelli

Il più forte, il più ricco; è tuo, ma si cancelli

Questo patto impossibile; rendimi la mia fede:

Ti farò ricco e nobile…. è un padre che tel chiede.

Fernando.

Signore, a tanta offerta una risposta sola:

Amo la figlia vostra — Conte, ho la tua parola.

Renato.

La terrò, se lo imponi; ma se onor ti consiglia,

Se in cuore un po’ d’affetto tu nutri per mia figlia,

Pensa, e s’io ti rammento tristi cose, perdona,

[50]

Pensa che già respinse una ducal corona;

Ch’essa è quanto rimane di un antico lignaggio;

Pensa che più d’un principe invidia il suo retaggio.

(Fernando esita; Iolanda se n’avvede e lo spinge con gesti a giuocare).

Iolanda (a bassa voce).

Giuoca, Fernando.

Renato.

Un giorno, paggio, tu pure, è vero,

Sarai forse possente e ricco cavaliero;

Ma finor….

Iolanda (a bassa voce).

Giuoca, giuoca, un passo sol….

Renato.

Finora

Di tua vita, Fernando, tu non sei che all’aurora;

Iolanda è bella, è ricca, e…. suo padre tel dice,

A lungo non potrebbe esser con te felice.

(Mentre Fernando esita, Iolanda di soppiatto lo piglia dolcemente per la mano, e fa lei una mossa per lui).

[51]

Iolanda.

Padre, è tardo il consiglio: quello che è fatto è fatto.

L’onor vostro è impegnato.

Renato.

Che dici?

Iolanda (alzandosi, e con lei tutti).

Scacco matto.

Oliviero.

Fernando ebbe il demonio o l’amor dalle sue.

Iolanda (a Renato).

M’offrivate uno sposo e lo scegliemmo in due.

Renato (rabbonendosi).

E così mi ti mostri vergognosa ed afflitta?

Iolanda (abbracciando suo padre e porgendo una mano a Fernando).

Chi vince è di famiglia, quindi non c’è sconfitta.

Renato (a Fernando).

Dacchè il fasto di un nome non ti concesse Iddio,

Ti sembra a sufficienza degno ed illustre il mio?

[52]

Fernando.

Signor….

Renato.

Sei prode all’opera e assennato al consiglio

Ed io ringrazio il cielo che m’ha donato un figlio.

Fernando (dopo di essersi inginocchiato ai piedi di Renato il quale gli impose le mani sul capo, s’alza e si volge a Iolanda senza dire parola).

Iolanda.

E ancor, paggio Fernando, mi affissi e non favelli?

Fernando.

Io ti guardo negli occhi, che sono tanto belli.

(Cala la tela)

Torino, 1871.

[53]

NOTAALLA PARTITA A SCACCHI

Chi volesse conoscere l’originale della leggenda da cui fu tolto il soggetto della Partita a Scacchi, eccolo quale si trova nel Dictionnaire raisonné du Mobilier Français de l’Époque carlovingienne à la Renaissance, par Viollet-Le-Duc. Paris, 1871. Tome deuxième, pages 464-466.

Huon de Bordeaux se déguise en valet de ménestrel pour s’introduire dans le château de l’amiral Yvarins. Celui-ci, voyant un si beau page au service d’un coureur de châteaux, se doute de quelque tour: “— Eh!„, lui dit-il en l’examinant. “c’est grand “dommage que tu serves un ménestrel, il te con viendrait mieux, ce me semble, de garder un château: tu as quelque projet caché! D’où viens-tu, et quel métier sais-tu faire? — Sire, répond Huon, je sais beaucoup de métiers, et je vous les dirai s’il vous plaît. — Soit, répond l’amiral, je suis prêt à t’écouter; mais garde-toi de te vanter de choses que tu ne saurais faire, car je te mettrai à l’épreuve. — Sire, je sais muer un épervier; je sais chasser le cerf ou le sanglier; quand je l’ai pris, je sais corner la prise; et mettre les chiens sur la [54]voie. Je sais servir à table; je sais jouer aux tables et aux échecs de façon à battre qui que ce soit. — Bon, réplique l’amiral, là je t’arrête, et au jeu d’échecs je vais t’éprouver. — Laissez-moi achever, sire, puis vous me mettrez à l’épreuve sur tel point qui vous conviendra. — Continue donc, tu parles bien. — Sire, je sais encore endosser un haubert, porter l’écu au cou et la lance, diriger un cheval, et vaincre à la joute qui voudra se présenter. Je sais encore entrer dans les chambres des dames et m’en faire aimer. — Voilà bien des métiers; je m’en tiens aux échecs. J’ai une fille, la plus belle qu’on puisse voir, et qui sait fort bien jouer aux échecs, car je n’ai jamais vu un gentilhomme la mater. A toi revient, par Mahomet, de jouer avec elle; si elle te fait mat, tu auras le cou coupé. Mais, écoute:

Que se tu pues me fille au ju mater

Dedens ma cambre ferai .i. lit parer

Aveuc ma fille tote nuit vous girés,

De li ferés toutes vos volentés,

Et le matin, quant il ert ajornés,

De mon avoir .c. libres averés,

Dont porés faire totes vos volentés„.

“— Il en sera, répond Huon, comme vous voudrez„.

L’amiral s’en va raconter cela à sa fille.

“— Mon père est fol, assurément, se dit la damoiselle; par le respect que je lui dois, plutôt que de voir périr un si beau garçon, par lui je me laisserai mater„.

[55]

On apporte un riche tapis au milieu de la salle. “— Vous m’avez bien compris? dit l’amiral. Il convient che vous jouiiez avec ce varlet: si vous le battez au jeu, il aura la tête tranchée aussitôt; si c’est vous qui êtes matée,

De vous doit faire tote sa volenté„.

“— Puisque vous le voulez ainsi, réplique la damoiselle, je le dois vouloir, que cela me convienne ou non„.

Puis dist en bas, coiement, à celé:

“— Par Mahommet, il le fait boin amer

Por son gent cors et sa grande beauté;

Vauroie ja ke li gus fust finé.

“ . . . . . . . . . . . . .

L’amiral recommande à tous ses barons de ne souffler mot.

“— Li jus est grans, nus ne s’en doit meller.

“ . . . . . . . . . . . . .

Adont ont fait l’eskerier aporter,

Qui estoit d’or et d’argent painturé:

Li esckiec furent de fin or esmeré.

“— Dame, dist Huez, quel ju volés juer?

Volés as trais, u vous volés as dés?

“— Or soit as trais, dist la dame al vis cler„.

La partie s’engage, et le bachelier est bien près de la perdre, car il regarde plus souvent la damoiselle que l’échiquier, et celle-ci s’en aperçoit:

“— Vasal, dist ele, dites, à coi pensés?

Près ne s’en faut que vous n’estes matés.

Ja maintenant arés le cief coé!„.

[56]

— “Attendez un peu, dit Huon, le jeu n’est pas fini. Ne sera-ce-pas

“…. grans hontes et moult très grans vieutés

quant en mes bras toute nue gerrés,

Qui sui sergans du povre menestrel.

Las barons de rire, et la damoiselle à son tour de regarder Huon et de ne plus faire attention à son jeu; si bien

Qu’ele perdi son ju à mesgarder„.

“— Maintenant, dit Huon à l’amiral, vous voyez si je sais jouer; encore un peu, et votre fille est sûrement matée. — Maudite soit l’heure où je vous ai engendrée, ma fille! dit le père furieux. Vous avez battu à ce jeu tant de hauts barons, et vous vous laissez mater par ce garçon! — Calmez-vous, répond Huon, les choses pourront en rester là, et votre fille se retirer en sa chambre; pour moi, j’irai servir mon ménestrel. — Si vous agissez ainsi, je vous donnerai cent marcs d’argent. — Soit!„, répond le bachelier. Mais la damoiselle s’en retourne le coeur plein de dépit: “— Si jeusse su cela, se dit-elle, je t’aurais bien maté„.

Le conte est un peu leste; mais il s’agit de paiens, et l’on voit que Huon se comporte en gentilhomme. Tout est bien qui finit bien„[1].

[57]

IL TRIONFO D’AMORE.LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI IN VERSI.

[58]

Rappresentata per la prima volta in Torino al Teatro Gerbino dalla drammatica Compagnia Bellotti-Bon N. 2 la sera del 30 Aprile 1875.

[59]

A MIO FRATELLO PIERO.

[60]

INTERLOCUTORI.

  • Diana d’Alteno
  • Ugo di Monsoprano
  • Gerberto, vecchio scudiero di Diana
  • Viscardo, scudiero di Diana
  • Gastone, paggio
  • Martino, soldato
  • Gottifredo, scudiero d’Ugo
  • Dame, paggi, segniferi, uomini d’arme.

La scena succede in un castello degli Alteno in valle d’Aosta, (Epoca: Secolo XIV).

[61]

ATTO PRIMO.

Sala baronale. Alla Sinistra dello spettatore, una porta coll’usciale a bussola: alla diritta, una finestra binata con vetri connessi a piombo filato. Le pareti, per due terzi, cominciando dall’alto, sono coperte di arazzi. La parte inferiore è rivestita di panche corali in legno scolpito, in modo che ne derivino altrettante spalliere, come per sedie distinte. In cima agli arazzi corre una fascia dipinta a grotteschi, sulla quale posa il massiccio soffitto a palco, scompartito in rilievo ed in cavo. Nei cavi è il leone d’oro in campo rosso; nei rilievi, un fiorame sporgente e dorato. Nella parete in fondo, nel mezzo, sta la gran sedia signorile, la cui spalliera in alto si ricurva a baldacchino. Dappertutto, in giro, sui mobili, scolpito, intagliato, dipinto, [62]lo stemma di casa Alteno, che dame, scudieri, paggi, valletti, soldati, recano in petto, in modo che vi campeggi.

SCENA PRIMA.

Diana, Gerberto e Gastone.

Diana (a Gastone).

Date largo ristoro al cavalier; gli sia

Prodigo il mio castello di aiuti e cortesia,

E riposi, ove il brami, le stanche membra.

(a Gerberto)

Io voglio

Domar di quell’audace l’irriverente orgoglio,

Non la spossata lena.

(a Gastone)

E se istanza ne muova,

Consento a che protratta gli sia l’ultima prova

Fino a domani.

(Gastone s’inchina ed esce).

[63]

Gerberto.

È mite il tuo consiglio; eppure

Potrebbe esser più mite.

Diana.

Come?

Gerberto.

Le sue venture,

li suo nome, la balda sicurezza, l’amore

Che per gli occhi trapela, testimonio del cuore.

Le prove superate, assai lo fanno degno

Che il rigore tu allenti per lui del tuo disegno.

La fortuna sorrise al suo valore, e invano

Speri che lo abbandoni.

Diana.

Che mi chiedi?

Gerberto.

La mano

Che gli darai costretta, se vince, a lui pietosa

Porgi, non vinta, e fatti, te volente, sua sposa.

Diana.

Mai.

[64]

Gerberto.

Giovinetta! È bello l’amor, la vita è bella:

Non uccider la vita.

Diana.

Bertrada, mia sorella,

Amò quanto a cortese anima si concede;

E n’ebbe, immeritata e terribil mercede,

L’abbandono, — Io, vegliando al suo letto daccanto,

Ne ascoltavo i lamenti, ne raccoglievo il pianto,

Ne confortavo i giorni estremi. Era la mia

Sola e buona compagna, e con lenta agonia,

Giovin tanto, l’uccise l’amorosa ferita.

O vecchio, ad essa pure era bella la vita.

Gerberto.

Fu sventura.

Diana.

Quel giorno che sorressi la stanca

Testa l’ultima volta; che la vidi più bianca

Della neve del monte; che l’ultimo sommesso

Lamento ne raccolsi ed il supremo amplesso;

Quel giorno a me promisi per le mie vesti brune

[65]

Che, per vario mutare di tempi e di fortune,

Non avrei schiuso l’animo, in suo rigor sereno,

Ai vani allettamenti di un amore terreno.

Gerberto.

Oh! la dura promessa!

Diana.

Da quel giorno, Gerberto,

Salda nel mio proposto, io respiro più aperto

Il vigor della vita. Il mio voler m’incuora,

E, donna, mi son fatta di me stessa signora.

Chiusa nel mio corruccio e nell’orgoglio mio,

O fidato compagno, amo te solo…. e Dio.

Gerberto.

Breve tratto vecchiezza e gioventù divide,

E triste è quella casa dove l’amor non ride.

Diana.

Vengano gli anni. Sola nel mio vecchio maniero

Io li aspetto e non temo. Mi sdegna il lusinghiero

Linguaggio delle Corti d’amore; in me si muove

Un’anima selvaggia, ed anelo alle prove

Che la fiacca natura femminile mi vieta.

[66]

Talor sogno e vagheggio, con voluttà secreta,

I larghi cieli e l’armi degne ed i campi aperti,

Le fatiche, le imprese gloriose, ed i serti

Della vittoria…. e quando l’occhio stanco si posa

Sui segni d’una vita imbelle e ingenerosa,

Arrosso di vergogna. De’miei padri l’impresa

Reca un mare in tempesta, e sulla fascia accesa

Il motto dice: Torbido mi sublimo. Io son figlia

Di una schiatta montana e so di mia famiglia.

Gerberto.

E vuoi che in te si estingua così la lunga schiera

Dei forti, onde sei nata?

Diana.

Sorda alla tua preghiera

Non fui, Gerberto; invise mi son le nozze: ebbene

Le accetto; ma se è legge legarmi alle catene

Di un tiranno, mi vinca e mi avrà.

Gerberto.

Non fu degno

Di corona il valore del conte Ugo?

[67]

Diana.

L’ingegno

Mostri pari alla forza.

Gerberto.

Tre volte io l’ho veduto

Bello in volto e in arnese, inchinarti il saluto

Dell’armi, e nello sguardo in te fiso era tanto

Desiderio d’amore che ne sciolsero in pianto

Le tue donzelle. Vinse tre volte; il primo immane

Cimento ha superato.

Diana.

Ma il secondo rimane

Di men facil vittoria. Mi affido alla tenzone

Degli enigmi.

Gerberto.

E se perde?

Diana.

Chiaro è il bando: prigione;

Mio prigione, e nessuna via di salvezza. Ah! sete

[68]

Di mia gemma vi prende? Eccola. A voi. Vincete.

Non più.

(Gastone entra e s’inchina).

Diana (a Gastone).

Che cerchi?

Gastone.

Implora il cavalier la vista

Della mia graziosa signora.

Diana.

Entri.

(Gastone s’inchina ed esce).

Diana (a Gerberto).

Ti attrista

La mia fermezza? Ho in odio i superbi, e mi sfida

Colui.

Gerberto.

T’ama.

Diana.

Io non l’amo. Il suo saper decida

Di entrambi.


[69]

SCENA II.

Gastone, Ugo e detti.

Gastone solleva la tenda inchinandosi ad Ugoe rimane sull’uscio in attesa di comandi.

Diana (ad Ugo).

Il mio messaggio ti giunse?

Ugo.

E te ne reco

Le mie grazie.

Diana.

La legge che ogni colloquio meco

Ti contende, conosci?

Ugo.

La conosco, ma tale

Cortesia mi tributa la tua casa ospitale

Che l’animo commosso ne trabocca.

[70]

Diana.

Il maniero

È cortese al mendico non men che al cavaliero,

Per legge di famiglia.

Ugo.

Il tuo messo mi diede

Di protrarre la prova degli enigmi.

Diana.

E la fede

Te ne confermo.

Ugo.

È tuo desiderio che sia

Rimessa ad altro giorno?

Diana.

No, perchè?

Ugo.

Della mia

Stanchezza tanta cura ti prese! Il premio è tanto

Che il mettere la vita per ottenerlo è un vanto.

Ogni indugio mi pesa più assai della fatica.

[71]

Diana.

Ricusi?

Ugo.

Non ricuso. Prego.

Diana.

E tal sia.

(a Gastone)

S’indica

La tenzone e si aduni la mia Corte.

(Gastone s’inchina ed esce).

Diana (fra sè, guardando Ugo).

Il superbo!

(a Gerberto)

E tu aspettami.

(esce).


[72]

SCENA III.

Ugo e Gerberto.

Ugo.

Vecchio, per vincer quell’acerbo

Animo, per piegarlo all’amore, io darei

Il mio nome, le mie balde speranze, i miei

Venti anni, i miei castelli dalle torri merlate,

I miei speroni d’oro e le armi immacolate,

Il mio ricco forziere, le mie caccie, i miei balli,

Le mie brune foreste, i miei cento vassalli,

Il mio pennacchio azzurro più mobil di un paleo,

Il dorato orifiamma che va primo al torneo;

Darei per un suo sguardo la salvezza infinita,

E per un suo sorriso, vecchio, darei la vita.

Gerberto.

Tanto l’amate?

[73]

Ugo.

Erravo in lontani paesi,

In traccia di venture e d’amor, quando intesi,

La prima volta, grido di una bella sdegnosa

Che a quegli solo avrebbe data la man di sposa

Il qual, contesa in armi la palma del valore

E fatto vittorioso tre volte il suo colore,

Tre enigmi da lei posti scioglierebbe. La nuova

Proposta mi sorrise, e a tentarne la prova

Cercai la tua signora. La fama la dicea

Più nobile di un principe, più bella di una Dea.

Ma nè del gentil sangue nè dell’alta bellezza

Ebbi pensiero alcuno; sol mi prese vaghezza

Di rintuzzar l’orgoglio della superba e farmi

Chiaro nelle tenzoni dell’ingegno e dell’armi.

Qui venni e nel cospetto di lei fui tratto. Oh quanto

La veritiera immagine era maggior del vanto!

Avevo corsa Europa; al suon del mio liuto

Sovente era mercede di una bella il saluto;

Mi eran noti i sorrisi della vecchia Castiglia

E le beltà procaci di Granata e Siviglia;

Le pallide fanciulle del Reno hanno tesoro

[74]

Di grandi occhi celesti e di capelli d’oro;

Nella terra di Francia pronto, ardente è il desire;

Son languide le molli figlie del Devonsire:

Ma più bella, più casta, più soave, più vera,

Più celeste mi apparve questa bellezza altera.

Gerberto.

Altera troppo e d’ogni freno umano sdegnosa,

Con me, coi suoi famigli, con tutti, essa è pietosa

E buona: al mendicante larga di ospizio, e mite

Ai falli di chi in basso vive: ma che le ardite

Speranze in lei raccolga un cavalier, sia pure

Figlio di re, che amore le chiegga: e per oscure

Tempeste il solitario cor si solleva. A voi,

Signor, posso rivolgere un consiglio?

Ugo.

Lo puoi,

E te ne prego.

Gerberto.

Facile e vivo arde il pensiero

Allorchè sulla fronte il crine è folto e nero;

Ma non lento riesce anche l’oblio.

[75]

Ugo.

L’oblio?

Perchè?

Gerberto.

Non è fortuna sempre pari al desio.

Ugo.

Che vuoi dirmi?

Gerberto.

Difficile è la vittoria.

Ugo.

E tale

Cento volte più fosse, pur non sarebbe eguale

All’altezza del premio.

Gerberto.

Ma vinto alla tenzone

Degli enigmi, vi è forza rimanerne prigione.

Ugo.

Lo so.

Gerberto.

Ma sarà lunga prigion senza riscatto.

[76]

Ugo.

Lo so.

Gerberto.

Ma egli è uno splendido avvenire… disfatto.

Ugo.

Lo so, lo so.

Gerberto.

Ma niuno di voi piange, o signore?

Non avete, lontano da queste soglie, un cuore

Che palpiti, ansioso della vostra fortuna?

Non avete uno stemma, non un padre, non una

Sorella che vi attenda nel deserto maniero?

Non germoglia una rosa sopra il vostro sentiero?

Appese alle pareti del castello nativo

Non pendono delle armi gloriose? un giulivo

Squillo di tromba il reduce cavalier non aspetta?

Non vi tiene un ricordo, un giuro, una vendetta?

Oh! esser nobile e ricco e bello e forte — avere

Sol vincolo l’onore, sol compagno il piacere;

Pensar che quanto è vasta la terra, a noi si schiude;

Che dovunque c’è un campo per la nostra virtude;

[77]

Che un re raccoglierebbe dal trono un nostro guanto;

Che più di una donzella di noi ragiona in pianto;

Che tutti i suoi tesori per noi la sorte aduna;

E disprezzar i doni tutti della fortuna!

Ugo.

L’amo tanto!

Gerberto.

Ma invano.

Ugo.

Oh! non dirlo: mi accora

Troppo la tua sentenza.

Gerberto.

Tornan.

Viscardo (entrando).

La mia Signora.


[78]

SCENA IV.

Entra Diana preceduta dal porta stendardo, da sei scudieri, fra i quali Viscardoda quattro ufficiali di roba lunga, e seguita dalle dame che vestono coi suoi medesimi colori, dai paggi fra i quali Gastone recante su di un cuscino due pergamene rotolate, e da uomini d’arme, comandati da MartinoGli uomini d’arme, gli ufficiali, gli scudieri ed i paggi si dispongono in ordine ai due lati della sedia signorile. Il porta stendardo a diritta.

Diana (ad Ugo).

Sempre nel tuo proposito perduri?

Ugo.

Sì.

Diana (fa cenno a Viscardo di prendere una delle pergamene).

Viscardo.

(Viscardo obbedisce).

[79]

Ugo (cercando intorno a sè).

Il mio scudiero?

Diana (volta alle proprie genti).

Alcuno qui lo conduca.

(Un paggio esce).

Diana (ad Ugo).

Tardo,

Se più indugi, sarebbe il ravvedersi.

Ugo.

È scritto

Sull’impresa dei forti: Mutar legge è delitto.

Diana (dal cuscino che Gastone ad un suo cenno le presenta, prende la pergamena che rimane, e la consegna a Gerberto).

Qui stan chiusi gli enigmi.

(Gerberto s’inchina, riceve la pergamena, e poi conduce Diana a sedere. Appena Diana è seduta, le dame seggono d’accanto a lei).

(Goffredo entra, e per recarsi presso Ugo, il quale si [80]trova alla destra dello spettatore ed a sinistra del trono, passa davanti a Diana, a cui s’inchina profondamente. Egli tiene in mano l’elmo del proprio signore, sul quale è infitto un grande pennacchio azzurro).

Gottifredo (ad Ugo).

Signor.

Ugo.

Rimani.

Viscardo (svolgendo la pergamena, dalla sinistra del trono dove stava, s’inoltra fin quasi al mezzo della scena).

È questa

La grida che il volere della mia dama attesta.

(Legge).

Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa

Voglia Diana d’Alteno, Contessa di Perosa,

Marchesana di Fronte, di Quarto e Borgo-Vico,

Donna dei cento pari, con feudo franco e antico,

Patronessa al secondo altare di Sant’Orso,

Dovrà, vinte tre pugne e senza alcun soccorso

[81]

Di amuleto, di filtro o d’infernal malìa,

Sciogliere quei tre enigmi che a lei piaccia, e ove sia

Vinto, darsi prigione senza mercede. Il pieno

Nostro alto gradimento questo è — Diana d’Alteno —

Gottifredo (a un cenno di Ugo s’inoltra come Viscardo).

Il mio nobil padrone Ugo di Monsoprano,

Conte di Chiusi e d’Orcia, Senatore romano,

Duca di Roccastrada e di Pennino, a voi,

Regina di bellezza, umil s’inchina, e poi

Che della prima prova uscì vincente, e questa

Seconda a cui s’accinge della vittoria attesta,

La prova degli enigmi domanda, e sè promette

Prigione ove fallisca.

Ugo (a Diana).

Così terrai le indette

Promesse, come io quelle terrò del mio scudiero?

Diana.

La mia fede di dama.

Ugo.

La mia di cavaliero.

[82]

Diana.

Ardito signore, sai dirmi qual sia

Quel falco che corre veloce e non muove?

Che ognora è presente ed è in ogni dove,

Che nulla barriera trattiene per via?

Che vede, non visto, sè stesso alimenta,

E più di sè dona, più forte diventa?

Ardito signore, sai dirmi qual sia?

Ugo (dopo una pausa).

Mi sian facili al pari di questa le altre prove.

Quel falco che sta immoto e corre, e in ogni dove

È presente ad un tempo; che ostacol non paventa;

Che non veduto vede; che se stesso alimenta;

Che più di sè largheggia, più s’afforza: è il Pensiero.

Gottifredo (piano ad Ugo).

Signor, l’altera donna impallidisce.

Gerberto (dopo aver aperta la pergamena).

È vero:

È il Pensiero.

[83]

Gottifredo (c. s.).

Coraggio, signore; io vi rispondo

Che il Dio d’amor vi aiuta.

Diana.

Cavaliere, il secondo:

Signor di Pennino, sai dirmi qual sia

Un’arma spregiata, ma nobile e tersa?

Incide assai piaghe, ma sangue non versa:

Niun dono ci toglie e doni c’invia.

Di regni e d’imperi fu madre e nudrice;

Se in lei si confida, è un popol felice:

Signor di Pennino, sai dirmi qual sia?

Ugo (dopo una pausa).

Io penso che si appunti della mente l’acume

Dei tuoi begli occhi, o bella insensibile, al lume.

Quell’arma dispregiata, ma nobile, che piaga

E non ferisce, e doni non toglie e dona, e appaga

Chi in lei confida, e d’onde nacque più d’un impero,

È l’Aratro.

Gottifredo (piano ad Ugo).

Signore, essa vacilla.

[84]

Gerberto (dopo aver cercato nella pergamena).

È vero:

È l’Aratro.

Ugo.

Io prometto francar cento prigioni

Di guerra, ne dovessero perir tutti i miei buoni

Domini, se nel terzo non fallisco.

Gerberto (piano a Diana).

Son vane

Le tue speranze: cedi.

Diana.

No — Un ultimo rimane.

(sorge in piedi).

Superbo campione, sai dirmi qual sia

La perla che moto, splendore a sè dona?

Sovente il suo raggio ne accende, ne sprona

Assai più di quello che il cielo le invia.

Sta chiusa in suo cerchio, ma in lei si rinserra

L’ampiezza del cielo, del mar, della terra.

Superbo campione, sai dirmi qual sia?

(Ugo non risponde).

[85]

Gottifredo (dopo una pausa).

Per san Giorgio, egli tace.

(piano ad Ugo)

Oh! coraggio.

Viscardo.

La sorte

Lo tradisce.

Gerberto (a Diana).

Sii buona, or che sei la più forte.

Diana (ad Ugo).

Non rispondi? Ti dài per vinto?

Ugo (come per subita idea).

Ah!

(si ravvede)

No.

Diana.

Ti dài

Per vinto? Io ti perdono la prigionia.

Ugo.

No, mai.

[86]

Diana.

A tua posta. E quante ore, dacchè stai così muto,

Per maturar l’enigma chiedi?

Ugo (prontissimo).

Non un minuto.

La perla che a sè dona splendor; che l’uomo accende

Sovente più del raggio che dal ciel le discende;

Che, in suo cerchio racchiusa, racchiude il mondo intero

È l’Occhio.

Gottifredo (verso Gerberto).

Ha colto il segno, Gerberto, ha colto?

(Tutti sono attentissimi ed aspettano colla massima ansietà la risposta di Gerberto).

Gerberto (dopo aver cercato nella pergamena).

È vero:

È l’Occhio.

(Ugo e Gottifredo danno segni di giubilo, Diana impallidisce; fra gli scudieri, i paggi, gli ufficiali, gli uomini d’arme, corre un mormorio che Diana fa cessare con uno sguardo severo).

[87]

Diana (scende lentamente dal seggio e si avvicina a Ugo).

Hai vinto. — Io sono la tua sommessa ancella,

È tua la mia corona, son tue le mie castella,

I miei vasti domini son tuoi; la mia milizia,

Il mio alto diritto di moneta e giustizia,

Il mio seggio al consiglio dei pari, i miei vassalli,

I servi della gleba son tuoi. — Cento cavalli

Partiranno domani con ricchi doni e molto

Giubilo di concenti a bandir che sepolto

È il nome degli Alteno, per sempre — Hai vinto — E voi.

Imprese dei miei padri, poveri e muti eroi,

Che tanti anni lottaste a edificar l’altera

Casa e il nome e la gloria, che la vecchia bandiera

Faceste in tanti campi di voi stessi vermiglia;

Voi, stemmi glorïosi dell’estinta famiglia,

Copritevi di lutto. Un solo rimanea

Germoglio della quercia robusta e vi tenea,

Venerate memorie, pure ed intatte. Or nuova

Età succede. Vinta egli ha l’ultima prova.

Nuovo stemma sul vostro s’imbranca e vi costringe

A patirne il contatto; nuovo color vi tinge.

[88]

Stringetevi, o leoni dalla fulva criniera,

T’inchina, o vecchio cencio, alla nuova bandiera.

Fate largo al novello signor. Son tua. Ma al solo

Diritto di conquista piego la fronte; il suolo

In te passa e son fatta cosa del suolo anch’io.

Ma gli affetti dell’anima son franchi. Il core è mio.

Ugo.

Io metto pegno e giuro per quel cor che non hai,

Di propor tale enigma che sciogliere non sai.

Sorridi, e a meraviglia beffarda atteggi il viso?

Non hai disimparato dunque ancora il sorriso?

Diana.

Son vinta, è tuo diritto l’oltraggio.

Ugo.

Vinta? Invero

Tale non ti direbbe nessuno. È mio pensiero

Offrirti una suprema via di salvezza; e poi

Che sei tanto maestra nel porre enigmi, vuoi

Tentare il tuo riscatto?

Diana.

Che!?

[89]

Gottifredo.

Signor….

Ugo.

Ti prometto

Sciolta la tua parola, se tu me vinci.

Diana.

Accetto.

Ugo.

Sai tu dirmi qual sia di tutti i fiori

Il fior più ricco di veleno e miel?

Egli è, se chiuso ai mattutini albori,

Vivo alla sete quando abbruna il ciel.

Se man nol coglie, di rugiade invano

Gli è il ciel benigno e di tepori il sol.

Spesso, ingrato a chi il cura, ad un lontano

Spregio, raccoglie degli olezzi il vol.

Tu che tanto il conosci, in cortesia

Dimmi il suo nome e recami ove sia.

(Diana tace meditando intensamente).

[90]

Ugo (dopo una lunga pausa).

Taci? Hai pensoso il fronte tu pure e il capo chino?

Non germoglia quel fiore finor nel tuo giardino.

Diana.

No…. un istante.

Ugo.

Ti rendo la tua fede, io non voglio

Quanto dar non potresti, e mi basta l’orgoglio

Di averti vinta.

Diana.

Ah!

Ugo.

È triste la tua vita, e pensoso

Di tua sorte mi faccio. Hai negato il pietoso

Ufficio che t’incombe, non sei donna; nessune

Lusinghe ha l’avvenire per te; queste due brune

Muraglie non allegra nessun raggio di sole.

Qui la dolcezza è morta delle umane parole.

Un giorno, e non lontano forse, per queste sale

Andrai muta e solinga, ripensando il mortale

Tuo cammino, e un sol fiore non troverai per via.

[91]

Ti rendo la tua fede e ripiglio la mia.

Va solitaria, vivi per te. Non hai sentito

Il mio amore, potente, senza freno, infinito;

Ai tuoi vani ricordi la fredda anima avvinta,

La tua stella propizia ti venne e l’hai respinta.

Hai respinta la vita, hai respinto il sorriso,

Hai respinte le gioie tutte del paradiso;

Rimani nel deserto arido dove sei.

Le tue grazie ricuso. I tuoi castelli? Ho i miei.

La tua corona? Ho quella de’ miei padri. I domini?

Delle mie vaste terre non conosco i confini.

Il mio stemma è glorioso, s’anco il tuo non si svelle.

L’Italia è ricca ancora di leggiadre donzelle,

E il mio cammin conduce dove sfavilla il sole.

Addio.

Viscardo (a quelli di sua parte).

La nostra dama insulta.

(Incitati da Viscardo gli scudieri e gli uomini d’arme, i quali durante tutta la parlata di Ugo mostrarono maraviglia da prima e poi ira, irrompono minacciosi contro di lui).

[92]

Ugo (ritirandosi di un passo e piantandosi fermo innanzi a loro).

Che! Chi vuole

Misurar la mia spada, muova un passo. Per Dio!

Vi sovvenga che ancora il signor qui son io.

Che, vincitore, il premio ricuso — per scerete

Mie voglie — ma che tutti servi miei qui voi siete.

Che non patisco segni di violenza ed oltraggio.

Diana (con voce profondamente commossa).

(Nuovo cenno di minaccia fra le genti di Diana).

Inchinatevi tutti sommessi al suo passaggio.

(Scudieri ed armati fanno ala ad Ugo, il quale, dopo aver gittato a Diana uno sguardo pieno di alterigia, parte seguito da Gottifredo).

Fine del primo Atto.

[93]

ATTO SECONDO.

Sala nel castello di Diana. Le pareti dipinte a fresco, a soggetti variati e scompartiti da colonne dipinte che fingono cristallo, coi capitelli e la base dorati. La pittura del fondo è pallida ed il disegno ingenuo, e rappresenta castelli e paesaggio. Le figure hanno colori vivissimi senza mezze tinte ed atteggiamenti, alcuni grotteschi, ma sempre pieni di movimento. Fra l’impiantito e il dipinto, uno zoccolo, oscuro e piuttosto alto. Fra il dipinto ed il soffitto, una fascia a colori vivaci, rappresentante fiorami e foglie intrecciate con somma eleganza e varietà. Il soffitto, a palco, a travi, molto oscuro. A destra dello spettatore, una finestra coi vetrini a piombo filato: in faccia, il camino ampio e massiccio. Nella parete in [94]fondo, una porta coll’usciale a bussola, di legno intagliato; nell’angolo, fra la parete dov’è il camino e quella del fondo, una porta coll’usciale a bussola, di legno intagliato: e nell’angolo, fra la parete dov’è il camino e quella del fondo, una porta binata. Vicino alla finestra, una tavola semplicissima, ed attorno alla tavola parecchi deschetti. Presso il camino, dove arde un gran fuoco, una gran sedia a bracciuoli, alta, colla spalliera intagliata ed ornata in cima di una frangia di legno e dello stemma di casa Alteno.

[95]

SCENA PRIMA.

GerbertoViscardo e Martino giuocano ai dadi alla tavola presso la finestra. Diana è seduta nella sedia a bracciuoli daccanto al fuoco, in atteggiamento così raccolto che i tre giuocatori non la possono vedere. Su di una sedia pieghevole, presso la bussola della porta in fondo, Gastone dorme.

Dalla finestra viene una luce fioca che appena arriva a mezza stanza, mentre Diana è illuminata dai riflessi della fiammata. Durante la prima e la seconda scena, la luce svanisce a poco a poco, di modo che al fine della seconda scena la stanza non è più rischiarata che a sbalzi da qualche vampa del focolare.

Martino.

Metto. Sei.

Viscardo.

Più sommesso. Non siamo nell’androne

Della tua soldataglia.

[96]

Martino.

Non ci siamo, hai ragione,

Non ci siamo. Là almeno si grida a squarciagola,

E qui, per poco, un sibilo diventa la parola.

Bell’onore mi fate!

Viscardo (accennando verso il camino).

È là.

Martino.

Chi?

Viscardo.

La signora.

Martino.

Sempre accigliata?

Gerberto.

Sempre.

Viscardo.

Più del solito ancora.

Martino.

Se ardesse la foresta intera in quel fornello,

Quando c’è lei, si battono i denti!

[97]

Gerberto.

Sul castello

È disceso l’inverno come sulla campagna.

Viscardo.

L’abbiam tutti nell’anima l’inverno, e ci guadagna

Ogni giorno.

Gerberto.

Una grave tristezza è dappertutto.

Viscardo.

Già nel borgo si muore di freddo.

Martino.

E qui, di lutto.

A te. Metti.

Viscardo.

Tre. Vinco. Gerberto….

(gli passa i dadi).

Martino.

Ieri notte

La montagna ha mandato il suo regalo, e rotte

Ne furono due case di servi.

[98]

Viscardo.

Una valanca?

Martino.

Terribile! terribile! E Lupo è morto.

Gerberto.

È bianca

Di neve, per l’altezza di una picca, la valle.

Martino.

La montagna ne porta un’altra sulle spalle.

Viscardo.

Il letto della Dora si confonde col prato.

Martino.

Per la soverchia neve il tetto ha scricchiolato.

Viscardo (a Martino).

Giuoca.

Martino.

Non ci si vede più a momenti.

Gerberto.

Una volta,

Che vita in queste sale, quando c’era raccolta

[99]

La famiglia! Eravate in fasce. Era un conforto.

Adesso il vecchio Sire è morto…. il figlio è morto.

Era bello e valente il figlio! Sono tutti

Morti. Povera casa! — La pianta è senza frutti,

Il nido è senza rondini, il tetto è senza nidi —

Tramonti e non aurore.

Viscardo.

Che hai, Martino?

Martino.

Eh! ridi,

Se ci riesci! Ho il fistolo. To! la bella domanda!

— Di fuori, una nevata come il cielo la manda!

Una nevata fitta, che fa le barbe ai rami;

E dentro, delle muffe seducenti richiami:

Un vecchio che al passato presta sempre l’orecchio,

Ed una giovinetta che è più vecchia del vecchio.

Viscardo.

Medita una vendetta contro il Conte.

Martino.

Sì. Aspetta.

È un anno che la medita omai quella vendetta.

[100]

Ma già non me lo levano di testa, io l’indovino;

Il Moro ama le busse, il Tedesco ama il vino,

E la femmina, o tosto o tardi, ama….

(Diana si è levata da sedere).

Gerberto (piano a Martino).

Sta zitto

Una volta. — S’è alzata, non vedi?

Martino.

Il gran delitto!

Diana (s’accosta lentamente ai tre, i quali subito smettono dal giuocare e s’alzano in piedi inchinandola).

No…. sedete…. e giocate.

(I tre rimangono in piedi).

Suvvia, sedete, ho detto.

(allontanandosi mentre i giuocatori si rimettono a sedere)

Il rispetto! Il rispetto! Nulla, tranne il rispetto.

— A me, Gastone.

(lo vede dormire in fondo alla scena).

Dorme.

(Gerberto le si avvicina e s’inchina).

[101]

Diana (bruscamente).

Ho chiamato Gastone

E non altri.

(Martino va a svegliare Gastone).

Diana (raddolcita e con tristezza a Gerberto).

Perdonami, mio buon vecchio. Hai ragione.

Mi ti faccio ogni giorno più ingiusta.

Gastone (a Diana).

Mia signora.

Diana.

Ti hanno svegliato, povero paggio? La tua dimora

Forse era il Paradiso dei sogni, ed una bella

Mano ti conduceva forse di stella in stella;

E quando un importuno ti destò, chi sa quale

Riga d’angioli al cielo volse le candid’ale.

O forse era una fata che ti rapiva il cuore,

O la figlia d’un principe ti ha fatto imperatore….

E a così liete immagini per cagion mia sei tolto.

Gastone.

Il mio sogno continua, se vi parlo o vi ascolto.

[102]

Diana.

E come?

Gastone.

Il sonno un’unica visïone m’invia.

Diana.

Quale?

Gastone (guardandola timidamente).

La mia signora.

Diana.

La Madonna?

Gastone.

La mia

Signora.

Diana (fra sè).

Perchè arrosso così?

(a Gastone)

Meglio che desto

Tu gli ordini ne attenda, anzichè manifesto

Farle il tuo puerile sogno.

[103]

Gastone.

Alla mia padrona

Son dispiaciuto?

Diana.

Lasciami.

Gastone.

Oh, non mi siete buona

Come sempre!

Diana.

Il mio libro dell’Ore.

Gastone.

Eccolo.

Diana.

Tanto

La man ti trema e gli occhi hai lucenti di pianto?

Fanciullo! E presto…. presto ti faremo scudiero;

Vestirai l’arme, e allora, addio vecchio maniero,

Addio, la tua signora. Andrai cercando intorno

Gloria e fortuna, e il cielo ti secondi…. e al ritorno

Mi troverai qui, curva dagli anni e dalle cure.

[104]

Mi dirai le tue gesta, le tue belle venture;

Oppur, se avrò raggiunto i miei padri, verrai

Sopra l’inglorïosa mia lapide e dirai:

Fu superba ai superbi, ma fu con noi pietosa.

Piangi, fanciullo? Piangi tu…. che l’avventurosa

Libertà di te stesso sull’ampia terra aspetta?

Tu, cui non è conteso l’amor…. nè la vendetta?

Quanta invidia ti porto!

Gastone.

La mia bella signora

Ignoto duolo affligge. Quando un pensier vi accora,

A serenarvi l’animo ch’io vi legga è costume

Le dolci Litanie della Vergine.

Diana.

Il lume

Del giorno è spento.

Gerberto.

Mando pei servi?

Diana.

No. Rimani.

[105]

Attraverso le tenebre, volano più lontani

I pensieri. Lasciatemi sola.

(Viscardo, Martino e Gastone le si inchinano profondamente ed escono per la porta di mezzo. Gerberto li accompagna fino sulla soglia).


SCENA II.

Diana e Gerberto.

(Diana è rimasta assorta in pensieri, Gerberto, il quale già stava per uscire cogli altri, si volta, la guarda, e le si avvicina lentamente).

Gerberto (giuntole dappresso).

Che hai?

Diana (si scuote per la paura, lo guarda, e gli dice con tristezza dolce)

Sei tu?

Gerberto.

Che hai?

[106]

Diana.

La tua canizie e la mia gioventù

Si accordano. Tu sei rimasto. Al mio comando

Obbedirono subito gli altri, ed è giusto: quando

Il dover non li astringe, a che indurar di questa

Solitaria fanciulla la tristezza molesta?

Sono altrui fastidiosa e a me stessa. La bella

Vita!

Gerberto.

Perchè ti affliggi così? Non sei tu quella

Di prima? I tuoi vassalli non t’inchinano tutti,

O ti niegan tributi? Non stanno i ben costrutti

Castelli testimonio del tuo nome? Tu imperi.

Che più brami?

Diana.

Gerberto!

Gerberto.

Te dei miti pensieri

La blandizie non tocca; altri cerchi le care

Dolcezze onde si allegra di bimbi il focolare,

Di tal gioie l’austera tua maestà rifugge.

[107]

Tu sei forte e selvaggia, come il vento che rugge

Nella tua valle. Tutto hai quanto brami.

Diana (in tuono di amarezza sprezzante).

E deggio

Sopportar de’ miei servi anche il vile dileggio?

Gerberto (si risente come per grave offesa, poi subito si ricompone).

Son tuo servo, puoi dirlo. Te non nata, lo fui

Di tuo padre, Valfrido il pio; prima di lui,

Ebalo Magno, l’avo centenne, aveami, e seco

Delle silvestri gole di Chiusella, già speco

Di predatori, il tuo retaggio accrebbi. Ancora

N’odo la voce quando, venuto all’ultim’ora,

Al piangente figliuolo disse: Il dominio mio

Pria dal mio saldo braccio, poi lo tengo da Dio,

Poi da Gerberto. Sono tuo servo. Alla battaglia

Di Castiglione m’ebbi traforata la maglia

Per sei lanciate, e quattro non cercavano il petto

Di me scudier, ma quello del Sire; onde, al cospetto

Di tutta la milizia, dei Conti e dei Baroni,

Valfrido, e n’ebbe fama di Pio, scese d’arcioni

[108]

E m’abbracciò. Ma il tempo in suo saper concilia

Coll’amplesso del padre l’oltraggio della figlia.

Diana.

Ma non lo sai che un anno oggi compie, e mi pesa

Sull’anima e l’opprime l’invendicata offesa?

Fui reietta! Una figlia d’Alteno! e tacqui.

Gerberto.

Il saggio

Che ne soffre è guardingo nel provocar l’oltraggio.

Diana.

Anche tu mi rampogni?

Gerberto.

Non richiesto, un intero

Anno tacqui. Ma a Diana d’Alteno io debbo il vero,

Qual sia.

Diana.

Del mio diritto usai.

Gerberto.

Dritto si noma

Sminuir la parola?

[109]

Diana.

Ero vinta e non doma.

Gerberto.

Oh! la dura sconfitta che ti offerìa d’un prode

L’amor!

Diana.

Tanto mi amava…. che mi respinse.

Gerberto.

E lode

Per me n’ebbe.

Diana.

Geloso più dell’altrui ti mostri

Che della mia ragione.

Gerberto.

Vuoi ch’io raccolga i nostri

Vessilli e l’armi, e dove sia lo giunga? Ti giuro

Che ancor mi basta l’animo di farlo, e che sicuro

Ho il braccio. — Ma le genti diran: Dai lor castelli

Uscivan gli avi in guerra o per domar ribelli

O francar terre o ligi all’impero o i ladroni

[110]

A stanar dal lor covo; uscian, forti dei buoni

Usberghi, delle buone spade…. e del buon diritto;

N’escono i figli per punir, quasi un delitto,

L’amor di chi sè stesso pose in cimento e vinse,

Nè la vinta donzella a invise nozze astrinse.

Diana.

Avvilisci, avvilisci tu pur questa reietta!

Gerberto.

E se anch’ei maturasse pensieri di vendetta,

Non potrebbe, e più giusto sarìa, della tua stella

Spegner la luce e tutte spianar le tue castella?

Diana.

E ben venga. Men dura mi sarebbe l’aperta

Guerra che il noncurante disprezzo. Oh che! Non merta

Dunque la man di Diana l’onor dell’armi? Oscura

Non mi starei, nè imbelle, e salirei le mura

Come un arciero, il braccio saldo, sicuro il viso:

E forse…

Gerberto.

Ma del colpo onde cadrebbe ucciso

Tu morresti.

[111]

Diana.

Io!?

Gerberto.

Cerca nel tuo cor, nelle notti

Insonni, nei tuoi lunghi silenzi, nei rimbrotti

Immeritati a noi volti; cerca nel lento

Corso di tue giornate, nell’interno scontento

Di te, nella tua sete di vendetta indefessa:

Troverai tal pensiero che, arrossendo, in te stessa

Riconosci; che orgoglio non è, che non è offesa

Dignità di signora, che ti affligge, ti pesa.

Ti tortura, e pur tanta parte di ciel ti addita.

Non sei crudele, hai l’anima bella, e aneli alla vita

E all’amor. Quando al vento svettano i pini, e annera

La stanza, e le tristezze piombano colla sera,

Allora a bieche immagini la tua mente non vola,

Allor ti senti trista, allor ti senti sola,

Allor senti che mancano al tuo tetto le bionde

Teste dei figli e l’ansie della culla profonde.

Taci? Piangi? Ti ho letto nel cor? Non ho te stessa

A te svelato? Diana non mente. Or via, confessa….

[112]

Diana.

No, non è ver, non l’amo.

(S’ode uno squillo di corno lontano)

Che sia?

(un altro squillo più vicino)

Mi ha impaurita

Quel suon.

Gerberto.

Qualche mendico che la strada ha smarrita.

Diana.

Scendi ad udirne.

(Gerberto s’avvia).

Diana (inquieta).

No. — Manda qualcun.

Gerberto (chiamando dal fondo).

Martino.

Diana.

Mi hai parlato severo.


[113]

SCENA III.

Gastone, Viscardo, Martino e detti.

Diana.

Ebbene?

Viscardo.

Un pellegrino

Che chiede ospizio la notte.

Diana (rassicurata).

Ah!

Viscardo.

Già provvidi io stesso

Perchè degno ristoro a lui venga concesso

Di letto e mensa.

Diana.

Dove?

[114]

Viscardo.

Coi servi.

Diana.

I servi? A tale

Sei tu dunque discesa, o mia casa ospitale,

Che al pellegrino, al messo che il Signore t’invia,

All’ospite che invoca la vecchia cortesia,

Offri de’ tuoi valletti la servile dimora,

E tanto più l’oltraggi quanto meglio ti onora?

Viscardo.

Ma….

Diana.

Taci. Ti concedo di fare umile ammenda

Del tuo fallo. Conducilo a noi, teco discenda

Gastone ed in mio nome lo inchini. Egli è mio pari

Dacchè varcò la soglia del mio castello, e impari

Ognun che sacro è l’ospite come un re.

(a Martino)

Tu provvedi

[115]

Perchè rechin le faci, e poi qui tutti in piedi

Daccanto a me.

(Viscardo, Gastone e Martino escono).

Gerberto.

Sei bella e generosa.

Diana.

Almeno,

Dacchè spento per sempre è l’onor degli Alteno,

L’usata cortesia ne risplenda.

Gerberto.

L’onore

È spento?!

Diana.

Non cercarmi, Gerberto, oltre nel cuore.


[116]

SCENA IV.

Entrano quattro valletti recanti ciascheduno una torcia accesa, poi Viscardo, Gastone, Martino, ed ultimo Ugo, vestito da pellegrino, con sotto il cappello un cappuccio che gli nasconde parte del viso. Egli rimane ritto in fondo, sulla soglia, colle genti di Diana.

Diana (appoggiata a Gerberto — ad Ugo).

O qual tu sia, di nobile lignaggio o di plebeo,

Tu che vesti il pietoso mantello del romeo,

Donde tu venga, il monte a noi ti mandi o il piano,

Dove il passo tu muova, o al vicino o al lontano

Romitaggio, comunque si nomi il tuo signore,

Checchè tu volga in mente o racchiuda nel core,

Entra e riposa. È questa la tua casa e il saluto

Festoso essa ti porge — Fratello, il benvenuto. —

Ugo.

Nobil donzella, e voi che le fate corona:

[117]

Per tutte le dolcezze che la terra ci dona,

Per tutte le speranze onde il morir s’allieta,

Per tutte le promesse di più vasto pianeta,

Io vi dico che l’angiol del Signor stende l’ale

Della vostra magione sulla soglia ospitale;

Che sovente il mendico non reietto tributa

Tai doni onde il bagliore di ricche gemme ammuta;

E così possa, meco al vostro desco assiso

Se il fronte vi s’imbruni, serenarlo il sorriso.

(discende la scena).

Diana.

Il mio nome ti è noto?

Ugo.

Tutta lo benedice

La valle, per te fatta più ricca e più felice.

Diana.

È lungo il tuo cammino?

Ugo.

Non so.

[118]

Diana.

Pietà t’incuora

Di nostra alta Signora?

Ugo.

Sì, della mia Signora.

Diana.

Dura stagion scegliesti per tentare il viaggio.

Ugo.

Maggior premio ne attendo al mio pellegrinaggio.

Diana.

Le strade saran tutte deserte e sconsolate.

Ugo.

L’inverno è in ogni dove. — Eppure, a due giornate

Dal tuo castello, vidi un superbo corteo

Ricco di vaio e piume, qual per nozze o torneo.

Diana.

Un corteo?

Ugo.

Lo guidava, in armi, un cavaliero

Recante: Drago unghiato sul petto, e sul cimiero

Pennacchio azzurro.

[119]

Diana (sorpresa)

Oh!

Ugo.

Azzurri i valletti e, nel segno,

Cinto in fiamme, il cortese motto: Servendo regno.

Diana (esitando)

E il suo nome conosci?

Ugo.

Nol rammento…. ed ho appresa

Fin la cagion del viaggio. Dei conti di Valesa

Alla maggior figliuola egli porge la mano.

(quasi cercando nella memoria).

Ugo di Mon….

Diana (prontissima).

…. soprano.

Ugo.

Ugo di Monsoprano.

E udii che raro incontri nodo più avventuroso,

Nè la sposa più bella, nè più amante lo sposo.

[120]

Diana.

Meglio assai che al devoto abito non consuona,

Sei dotto.

Ugo.

Udii…. passando.

Diana (per interrogarlo).

E….

(si ravvede)

No.

Ugo.

Che vuoi?

Diana.

Perdona

Se, a tue novelle intenta, quasi pongo in oblio

Che tu sei l’ospitato, che l’ospite son io.

(a Gerberto)

Gerberto, a lui la stanza darai dei fiordiligi.

(ad Ugo)

Vi dormì quando fece passaggio il re Luigi,

Onde il giglio a nostre armi sposato.

[121]

Ugo.

Al pellegrino

Tant’agio non s’addice. Se il concedi, vicino

Al fuoco io mi raccolgo a meditar.

Diana.

La casa

È tua. Io, poichè l’ombra della notte l’ha invasa,

Mi ritraggo. A tuoi cenni sono i famigli — Addio.

(Ai servi)

Lasciatelo a sè stesso.

(I valletti assicurano due torcie a due anelli infitti nelle pareti laterali, poi escono con Martino e Viscardo).

Diana (s’avvia; giunta a mezza scena si arresta e torna verso Ugo, vorrebbe interrogarlo — e poi con uno sforzo violento).

No. — Gastone.

(Gastone la precede con una torcia ed escono per la più alta delle due porte che s’aprono daccanto al camino).


[122]

SCENA V.

Gerberto ed Ugo.

Ugo (appena si vede solo con Gerberto).

Son io.

Gerberto.

Tu! chi?

Ugo.

Guardami.

Gerberto.

Il conte di Monsoprano. Voi!

Ugo.

Taci.

Gerberto.

Voi qui, signore?

Ugo.

Ascoltami. Tu puoi

Giovarmi.

[123]

Gerberto.

Quelle nozze?

Ugo.

Bugia con studio ordita.

Gerberto.

Tornaste…?

Ugo.

Per vederla, mi costasse la vita.

Gerberto.

Ma….

Ugo.

So quanto vuoi dirmi: ch’essa m’odia, ch’io sono

Temerario, che invano spero nel suo perdono,

Che l’offesi, che ha muto il cor tranne al pensiero

Della vendetta, e che ora sono in sua mano…. È vero?

È vero…. e minacciarmi e consigliarmi, e appena

Ritorno e la rivedo più bella e più serena

Di prima, dirmi: parti, rinunzia alla sua vista,

Ripiglia la tua strada, lunga, deserta, trista,

Rifatti pellegrino. Questo vuoi dirmi? — Senti:

[124]

Per tutte le minaccie e per tutti i tormenti,

Per tutte le congiure della terra e del cielo,

Non mi parto se prima non le parlo e mi svelo.

Gerberto (il quale fin qui contenne a stento la propria gioia).

Iddio vi manda.

Ugo.

Che! Gerberto, hai detto…?

Gerberto.

Iddio

Vi manda.

Ugo.

Non mi scacci?

Gerberto.

Io discacciarvi! Il mio

Sogno per voi s’avvera; ben tornaste, l’atteso

Voi siete.

Ugo.

Come? parla.

[125]

Gerberto.

Udite: io vi paleso

Quanto di certa scienza non so, quanto essa stessa

O ignora o nel secreto solo del cor confessa;

Straniero o nemico più non le siete; a voi

Pensa; di voi ragiona, voi rivede nei suoi

Tormentosi colloquii seco stessa, le meste

Ore sue son vostre; finor combatte e veste

Di crudeli propositi l’assidua cura. — Appena

Vi riconosca, salda sentirà la catena.

Ma guai se impreveduto non le giunge il periglio.

Ugo.

Sono in tue mani.

Gerberto.

Ditemi tutto il vostro consiglio.

Ugo.

Attenderla.

Gerberto.

Stassera?

Ugo.

Essa verrà.

[126]

Gerberto.

Qui?

Ugo.

Al mio

Racconto l’ho veduta impallidir: desìo

La prenderà di udirne più a lungo; curïosa

Del mio stato mi apparve ed era, e peritosa

Per voi soli si è fatta. Essa verrà; lo sento;

E ne ho il cor traboccante di gioia.

Gerberto.

In voi l’accento

Dell’amore favella, e raro inganna.

Ugo.

Speri

Tu pur? dimmi.

Gerberto.

Dell’anima son profondi i misteri.

Se mai venisse…. insieme qui non ci vegga. Intanto

Io la Corte ne aduno…. e….

(porge l’orecchio come se gli paresse di sentire rumore, — poi)

[127]

No, m’inganno. Oh quanto

Il cor mi batte!

Ugo (che s’era appressato alla porta bianca, ridiscende in fretta).

È qui. Va.

(Gerberto esce frettoloso dal mezzo. Ugo si rimette il cappuccio e siede coi gomiti sul tavolo e la testa nelle mani).


SCENA VI.

Diana ed Ugo.

Diana (entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un momento esitante).

Solo?

Ugo (si riscuote e si leva da sedere).

Il tuo scudiero

Uscì pur ora. Vuoi ch’io lo chiami?

[128]

Diana.

No. Un fiero

Turbine si scatena per la valle e non ponno

Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno.

Ugo.

Io l’ho da lungo tempo disappreso.

Diana.

Tu pure?

(pausa)

Sei giovane, per l’abito che indossi.

Ugo.

Le sventure

Raddoppian gli anni.

Diana.

Tante ne provasti?

Ugo.

Una sola:

La maggiore di tutte.

Diana.

Quale?

[129]

Ugo.

Non è parola

Che le convenga.

Diana.

Vuoi raccontarmela, il lento

Giro a ingannar dell’ore?

Ugo.

Hai tu pel mio tormento

Un balsamo?

Diana.

L’ignoro. Strana inchiesta mi fai.

Ugo.

Lasciami il mio secreto allora, se non hai

Potenza di sanarmi.

Diana.

Amaro parli.

Ugo.

Quale

Mi si conviene, parlo.

[130]

Diana.

Sentila, come sale

Per gli archi e come acuta sibila la bufera.

È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera

I gemiti sinistri e le nenie interrotte.

Senti?… riddano tutti gli spirti della notte.

Ugo.

Mai non scendesti al piano?

Diana.

Come l’abete, ho stese

Radici al suolo.

Ugo.

Oh triste!

Diana.

Tu che tanto paese

Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle

Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle.

Narrami.

(siede nella gran sedia, ma voltandola in modo da mostrare la fronte al pubblico).

[131]

Ugo.

Vuoi ch’io dica d’Isabella e Zerbino?

Ad Isabella insidia invano un Biscaglino:

Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore.

Diana.

No, quella non la voglio: è una storia d’amore.

Ugo.

O vuoi d’Arïodante la pietosa novella?

Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella,

Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l’errore.

Diana.

No, quella non la voglio: è una storia d’amore.

Ugo.

Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi.

Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi;

Morto alfin lo ritrova e l’uccide il dolore.

Diana.

No, quella non la voglio; è una storia d’amore.

Ugo.

Tanto ne temi?

[132]

Diana.

Abborro le molli cantilene.

Ugo.

Più benigno consiglio al tuo sesso conviene.

Diana.

Nacqui di forti.

Ugo.

Ai forti è la pietà retaggio.

Diana.

Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio?

Ugo.

Tal che il posso.

Diana.

Mi sdegnano le tue parole impronte.

Ugo.

E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte

Ed all’amor non credi?

Diana.

L’uomo è oblioso.

[133]

Ugo.

E sia:

La suprema dolcezza dell’amor non s’oblìa.

Diana.

Tu mi cerchi nell’animo il mio secreto.

Ugo.

Ascolta.

È una storia terribile.

Diana.

Narra.

Ugo.

Fu già una volta

Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella,

Ma d’animo feroce tanto quanto era bella.

Una torre in rovina al suo maniero allato

Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato

Così che a grave stento l’uom ne attingea la vetta.

Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta

Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano

[134]

Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano

Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri.

(Diana che stava raccolta ad ascoltare leva la lesta meravigliata e sospettosa).

Ugo.

Che hai?

Diana.

Nulla. Prosegui.

Ugo.

Un dì, due cavalieri

Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo,

Di poco tratto asceso, cadde e morì nell’imo.

Vide il sommo il secondo e lo giungea d’un passo;

Quando sotto l’unghiata zampa si smuove un sasso

E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno.

Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno

E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito

Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo…. un ruggito

D’angoscia…. e nel profondo fossato del maniero

Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero.

[135]

Diana.

Triste novella!

Ugo.

Ascolta. Passan più lune, e vana

Ogni attesa riesce alla bella inumana.

Ma un dì novo campione si offerisce. La cima

È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima

Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto,

Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto,

Peritoso alla bella egli si mostra, ond’ella,

Agli sguardi sedotta e alla mite favella.

La terribile prova perdonargli vorrìa.

Bel cavalier ricusa perdono e cortesia,

E appena in ciel più terso il novo sol risplende,

Va, supera la vetta, e vincitor discende.

— Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede.

Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede,

Crudel? Nè la tua mano nè l’amor tuo m’alletta.

De’ miei morti fratelli qui venni a far vendetta:

Tu m’ami, e per me il fiore di tua vita è reciso.

Tal favellò e sdegnoso partissi.

[136]

Diana (con un grido).

Ah! ti ravviso:

Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati.

Ugo (getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume di cavaliero).

È vero:

Son io.

Diana.

Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero

Del mio sdegno?

Ugo.

Puniscimi, tanto il viver mi pesa.

Diana.

Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l’offesa!

Il ciel m’è testimonio, va, che t’avrei cercato

Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato!

Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri?

Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri

Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella

Corona de’ tuoi padri, nè le ricche castella,

Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia

[137]

La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa

Tu sei…. No, no, mentisco invano, invano il fiero

Animo si ribella. Non è ver, non è vero

Son codarda: va…. t’amo.

Ugo (le si appressa rapidissimo).

Ah!

Diana.

Lasciami. — Avvilita

Assai mi vedi, e ignota m’era la mia ferita.

Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa

Reca, trofeo di nozze, quest’anima angosciosa,

E la deridi.

Ugo.

Fola son le mie nozze.

Diana.

Ah!

Ugo.

Amore

Mi radduce.

Diana.

Tu m’ami?

[138]

Ugo.

Quando le tue dimore

Mi apparver di lontano, oh tu non sai l’ambascia

Che mi assalì!

Diana.

Tu m’ami! tu m’ami!

Ugo.

Lascia, lascia

Ch’io ti baci la mano, la bianca man; che intera

Ti racconti la storia del mio dolor, la nera

Mia vita. Tutte l’arti onde il cor si disvia,

Tutti gli ammalianti inganni onde s’oblìa.

Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma

Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma,

Supplicai mi sanasse l’alta virtù dei cieli:

Invano. — Invano in armi affrontai gl’infedeli:

Non ebbero potenza d’uccidermi, i codardi!

N’ebbi vanto e non pace. Tentai…. perchè mi guardi

Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano

È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano

[139]

Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita

Terra d’Italia, Diana! Com’è bella la vita!

Diana.

È vero? non m’inganni, m’ami, non hai mentito?

Sei tu veracemente che parli? Assai punito

Fu l’orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero,

Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero;

È finito l’esiglio, la tristezza è finita;

Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita.

Anche per me, sai, furono tristi l’ore; il secreto

Del mio cor mi stringeva d’angoscia e a me divieto

Era d’amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto

Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto.

Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera

Non ha terrori. È lungo, sai, l’anno in questa nera

Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona,

Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona!

Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole

Eran lame di fiamma, eran vampe di sole,

E mi entraron nell’anima roventi. Vilipesa,

Al cospetto di tutti….

(Ugo s’avvia verso il fondo).

[140]

Diana.

Che fai?

Ugo.

Pari all’offesa

Sia l’ammenda.

(chiama dalla porta del fondo).

Gerberto.

Diana.

E vuoi?

Ugo.

La mia signora

Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.


[141]

SCENA ULTIMA.

Gerberto e detti, poi tutta la Corte.

Ugo (appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente).

Gerberto.

Diana (a Gerberto, indicando Ugo).

Ha vinto.

Gerberto.

Ha vinto? Ben tel predissi; immite

Non sei.

Ugo.

Qui la sua Corte.

Gerberto.

Ringiovanisco.

(Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte di Diana come nel primo Atto, più i valletti colle torcie; e tutti si dispongono in fondo).

[142]

Ugo.

Udite,

Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai

Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai

Volger parola a Diana d’Alteno, grazïosa

Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa

Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono

Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono

E l’ottenni. — Voi tutti, che il foste all’ardimento,

Testimoni all’ammenda siatene.

(Si inginocchia davanti a Diana).

Diana (porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla Corte).

Io vi presento

Il mio sposo e signore.

Gerberto.

O mia nobil padrona,

Or posso, dacchè cingi la nuziale corona,

Col sorriso negli occhi e colla gioia in core,

Raggiunger nella fossa l’antico mio signore.

[143]

Diana (ad Ugo).

Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa

Cortese occasïon di riscattar me stessa.

Ugo.

Qual riscatto?

Diana.

L’enigma che mi ponesti. — Gloria

Comune omai, s’io vinco, sarà la mia vittoria.

Ugo.

Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori,

Il fior più ricco di veleno e miel?

Egli è, se chiuso ai mattutini albori,

Vivo alla sete quando abbruna il ciel.

Diana.

Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno

Inter m’ebbe sommessa, invisibil tiranno.

Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore.

Ma non lo può comprendere che intelletto d’Amore.

(Cala la tela.)

Torino, aprile 1875.

[145]

NOTEAL TRIONFO D’AMORE

Atto I, Scena III, pag. 72.

Il dorato orifiamma che va primo al torneo.

“Els escudiers seran egal

“E de vestir e de joven,

“De bos aips e d’esenhamen,

“Armatz de fer e entreseinz.

“Sellas et escutz de nou teinz

“D’un semblan e d’una color

“Portarem tuit, e l’auriflor„

Zo era sa captal senhera

Qu’als torneis anava premiera[2],


Scena IV, pag. 80.

Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa„ ecc.

Tutti i titoli di Diana d’Alteno furono ricavati dall’opera [146]L’Economia Politica del Medio-Evo, di Luigi Cibrario.


Scena IV, pag. 82.

Ardito signore, sai dirmi qual sia„ ecc.

Un cronista di un giornale commerciale di Milano, scrivendo del Trionfo d’Amore, diceva che il porre le sciarade in scena era stato finora privilegio dei signori Meilhac e Halévy, e che Giacosa aveva loro rubato il mestiere.

Non tutti quelli che scrivono su per i giornali la critica teatrale sono obbligati a conoscere la storia letteraria del nostro e degli altri paesi, nè a sapere che visse in Italia un Carlo Gozzi ed in Germania un Federico Schiller.

Per poco che il cronista suddetto lo avesse saputo, non avrebbe ignorato che Carlo Gozzi scrisse una fiaba intitolata Turandot; che Schiller ridusse questa fiaba per il teatro tedesco; che Andrea Maffei tradusse in italiano la riduzione dello Schiller; e che Antonio Gazzoletti ne trasse argomento per un melodramma musicato dal Bazzini.

Nella Turandot del Gozzi una fiera principessa chinese propone tre enigmi al principe Calaf. I tre enigmi si avvolgono intorno alle parole Sole — Anno — Leone d’Adria. Di questi tre enigmi lo Schiller non ne conservò che uno: l’Anno, ed agli altri sostituì del proprio l’Occhio e l’Aratro. Il Maffei, traducendo lo Schiller, mutò la tessitura ma non il soggetto dei tre indovinelli, [147]due dei quali l’Occhio e l’Aratro, sono gli stessi che, in veste diversa, Diana d’Alteno propone ad Ugo di Monsoprano. — All’enigma dell’Anno l’autore del Trionfo d’Amore, per maggior chiarezza, sostituì quello del Pensiero.

Le sciarade, come li chiama il cronista, e delle quali lo stesso cronista vorrebbe attribuire il privilegio esclusivo ai signori Meilhac e Halévy, avevano dunque ricevuto il battesimo scenico e letterario sotto il patronato di nomi abbastanza illustri, quali sono quelli del Gozzi, dello Schiller, del Maffei e del Gazzoletti.


Scena IV, pag. 87.

Cento cavalli

Partiranno domani, con ricchi doni e molto

Giubilo di concenti….„

Archambaud, signor di Bourbon, si dispose a far visita al conte di Nemours e dà gli ordini opportuni:

“Cent cavalier serem, ses plus,

“Quatr’escudiers aura chascuns;

“Nos tuit portarem un seinal„[3].


Atto II, Scena II, pag. 108.

…. “Ma il tempo in suo saper concilia

Coll’amplesso del padre l’oltraggio della figlia„.

Nello stampare questi versi, l’autore si attenne all’uso [148]ortografico, parendogli permessa, purchè usata con somma parsimonia, la rima fonica, la quale esiste nella prosodia spagnuola, tanto affine alla nostra. A quelli poi che non volessero acconsentirgli una simile licenza, l’autore osserva come, derivando le parole figlio e figlia dal filius e filia latini, non ripugni all’indole della nostra che se ne mantenga la latina ortografia, tanto più che esistono nel vocabolario italiano le parole: filiale, filialmente, filiazione. — D’altra parte, il vocabolario del Fanfani registra la parola Conciglio, dicendola: voce usata soltanto dai poeti per la rima. Se si potè scrivere Conciglio per Concilio, pare debba essere ugualmente lecito scrivere: conciglia per concilia o filia per figlia.


Scena VI, pag. 131.

Vuoi ch’io dica d’Isabella e Zerbino?„ ecc.

Gli argomenti dei tre racconti proposti da Ugo di Monsoprano sono tolti dall’Orlando Furioso, tranne qualche leggierissima variante riguardo al primo. E qui sia permesso all’autore di scagionarsi dall’accusa di anacronismo mossagli da uno dei più dotti, coscienziosi ed eleganti critici italiani, il professore Giuseppe Cesare Molineri.

Il Molineri, in una appendice della Gazzetta piemontese di Torino, osserva come Ugo di Monsoprano narri nel XIV secolo tre istorie che l’Ariosto raccontò nel XVI, vale a dire due secoli dopo.

A primo aspetto l’errore pare evidente. Ma quando [149]si rifletta che l’Ariosto racconta fatti appartenenti alla tradizione cavalleresca, che cita ad ogni momento Turpino, che questi fatti istessi avevano dato argomento a cento altri poemi cavallereschi anteriori all’Orlando Furioso, si vedrà come l’accusa cada di per sè.

A questa stregua sarebbe un anacronismo tutto il soggetto del dramma, dove nel 1875 parlano e vivono personaggi del 1300; sarebbe un anacronismo il poema dell’Ariosto, che nel 1506 raccontava storie dell’800.

Il Molineri dice che si scopersero le fonti di molti dei racconti dell’Ariosto, e che i citati non appartengono a quel numero. Ma dal fatto che si sappia donde l’Ariosto abbia tratte molte delle proprie novelle non consegue che tutte quelle delle quali non si rinvennero vestigia anteriori siano state inventate da lui. E fossero anche? Non hanno esse i medesimi caratteri delle genuine? Stonano forse nel poema? I nomi, le passioni, le gesta di quei personaggi non sanno forse di Medio-Evo e di cavalleria, come quelli degli autentici?

E se l’autore le avesse inventate lui le tre storie che racconta Ugo, ci sarebbe anacronismo? L’autore non doveva già mettere in bocca dei suoi personaggi storie che realmente fossero state narrate all’epoca assegnata al dramma, ma solamente storie che potessero in quell’epoca essere raccontate. In una parola non era questione di fatto, ma di intonazione e di colorito.

[150]


Scena VI, pag. 133.

Fu già una volta„ ecc.

La storia della Fidanzata del Kinast è raccontata dal Saintine nel suo libro La Mythologie du Rhin.

[151]

AVVERTENZE

sulla Recitazione e sul Vestiario della Partita a Scacchi e del Trionfo d’Amore.

[152]

Così la Partita a Scacchi come Il Trionfo d’Amore furono stampati per intero senza virgolare i brani da ommettersi nella recitazione. Ecco ora le varianti che le esigenze sceniche hanno suggerite.

[153]

PARTITA A SCACCHI.

Scena II, pag. 32. — Nella parlata di Fernando, dopo il verso:

M’era fonte d’orgoglio la solitudin mia,

gli attori passano subito a quello che dice:

Son forte, la tua spada nessuna al mondo agguaglia,

e così seguitano la parlata, sino all’ultimo verso della stampa, dopo il quale risalgono a questo:

Ed or che, me volente, s’appiana il mio sentiero, ecc., ecc.

per serbarsi, come chiusa della parlata, il verso:

No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto.


Nella stessa Scena, pag. 33. Variante:

Renato

Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova.

Bada non mi sovvenga di metterti alla prova,

Che, se falli!…

[154]

Fernando.

Signore, io non temo gli attacchi

Tanto di mille spade

(vede la scacchiera preparata sul tavolo, ed indicandola)

Che di un giuoco di scacchi.

Renato.

A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria…. ecc., ecc.

[155]

TRIONFO D’AMORE.

Atto II, Scena I, pag. 101. Ordinariamente si omette il dialogo fra Diana e Gastone. Variante:

(Diana raddolcita e con tristezza, a Gerberto)

Perdonami, mio buon vecchio, hai ragione.

Teco ogni dì più ingiusta mi faccio e più severa

Con tutti. Come imbruna! La notte non ha sera

E il giorno è triste.

Gerberto.

Mando pei servi?

Diana.

No, rimani.

Attraverso le tenebre volano più lontani

I pensieri. — Lasciatemi sola.

(Viscardo e Martino si avviano. Giunti alla porta in fondo, svegliano Gastone, il quale esce con loro).

[156]


Atto II, Scena VI, pag. 159. — Nella parlata di Diana, dal verso:

Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita,

si passa subito a quello:

Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole, ecc., ecc.

[157]

AVVERTENZE SUL VESTIARIO.

Un’ultima avvertenza che riguarda il vestiario. I teatri di musica, e più i teatri drammatici, hanno fatto tanto spreco di costumi medievali falsi, che non c’è oramai nulla di più facile che il vestire di quell’epoca, con un poco di eleganza e di novità. Abbiamo in Italia una miniera inesauribile di modelli, e l’attore in qualunque città, solo che voglia darsi la pena di visitare un’Accademia od una Pinacoteca, troverà figurini ai quali potrà attenersi dalla piuma del berretto fino alla punta degli stivaletti, sicuro di riuscire giustissimo e come disegno e come colore. Non temano, specialmente trattandosi del XIV e XV secolo, che la scrupolosa esattezza del vestire possa, al lume della ribalta, diventare o esagerata o grottesca. La signora Virginia Marini, nel Trionfo d’Amore, ebbe al secondo atto il coraggio di mettersi in capo un certo berretto a forma conica, alto, dalla cui punta cadeva un velo lunghissimo, che essa raccoglieva sul braccio. Questa certamente è una delle acconciature più arrischiate, e piacque, perchè a noi lontani, che abbiamo in testa una folla di foggie diverse di vestire, [158]occorre, per affermare una data epoca, che essa ci si affacci co’ suoi caratteri più evidenti.

Non c’è bisogno di tanto oro nè di tanto velluto. Il paggio della Partita a Scacchi non deve essere ricco; deve essere elegante, e l’eleganza non appartiene alla stoffa, ma al disegno ed ai colori. Non si ricorra ai berrettini di fantasia, perchè le fantasie di questo secolo in fatto d’arte non valgono quelle di quattro secoli indietro. La prima cura di un attore dovrebbe essere questa; di riprodurre mediante tutti i soccorsi dell’arte, la espressione generale delle fisionomie dell’epoca che egli è chiamato a rappresentare. Quindi nel trecento e nel quattrocento, ad esempio, non baffi. Cerchino i quadri, le miniature, i tappeti, i disegni, le statue di quel tempo: non ci troveranno un solo paio di baffi. Non corazze lucide, nè altri interi pezzi di armature; non corazze di cuoio, non stivali col trombino, ecc.

In lavori, come la Partita a Scacchi ed il Trionfo d’Amore, la parte decorativa ha una importanza immensa. Presso un pubblico non disposto all’indulgenza, un vestito stuonato può nuocere all’effetto di una scena. E quanto è detto del vestire si intenda del mobiglio. Le nostre compagnie, anche le primarie, fanno delle produzioni drammatiche due campi distinti. Quelle alla moderna e quelle che non lo sono. Alle prime, nell’arredo della scena, tutto quanto occorre. Alle seconde, da Alcibiade fino a Napoleone, un paio di scanni dorati, coperti di una stoffa di cotone rossa o verde, un tavolo rococò, dorato esso [159]pure, e seggioloni di nessun’epoca, ma colla sua brava doratura. Io ho assistito ad una rappresentazione del Trionfo d’Amore; ed al secondo atto c’erano in scena certe scranne, quali si trovano sovente in campagna nelle anticamere; stile Impero, colla spalliera dipinta a paesaggi.

Ci vorrebbe tanto poco a far bene!

[161]

INTERMEZZI E SCENE

INTERMEZZO.

[162]

Recitato da Giuseppe Pietriboni, la sera del 23 marzo 1875 a Torino (teatro Gerbino) in occasione della rappresentazione datavi dalla Compagnia Pietriboni, in favore della sottoscrizione per un monumento a Carlo Goldoni.

[163]

Signori — Io vorrei chiedere al pubblico indulgente

Di trattenermi alquanto seco direttamente.

Forse l’occasione mi dà soverchio ardire,

Ma dacchè tante volte voi mi state a sentire

Allor che in me favellano or questi or quei poeti,

Mi pare che nessuna convenienza mi vieti

Di parlarvi una volta in mio nome e che sia

Il dirvi grazie, un debito per me di cortesia.

Per me che dall’omaggio al sommo Veneziano

Quasi ricavo un bricciolo d’orgoglio paesano

E figlio di quell’arte che fu per noi sua figlia

Sento all’interna gioia che la festa è in famiglia.

Vi dirò di Goldoni, Signori. Tuttavia

Non ne farò l’elogio nè la biografia;

L’elogio, il vostro accorrere lo fa meglio di me

E la biografia se l’è scritta da sè.

[164]

Più modesto proposito ho nella mente accolto.

Cercherò la sua vita dal dì che fu sepolto.

Anzi, a scansar le piccole bugie cui s’abbandona

Chi racconta di tempi che non vide in persona

E a far che non si svegli qualche critico arguto,

Comincierò dai giorni in cui l’ho conosciuto.

Ero un bambino, quando venni la prima volta

A teatro e rammento che ci vidi raccolta

Un’intiera bottega di rigattier. Codini.

Nêi, guardinfanti e fibbie e parrucche e spadini

E con essi il moderno abito a coda e seco

La toga dei Quiriti ed il coturno Greco.

Era una lunga scuola a quei tempi la scena

E una scuola difficile. Daccanto alla serena

Commedia dei maestri del riso, allor s’udìa

Sonar del verso classico la solenne armonia.

Solean Goldoni e Alfieri, di poi quasi sepolti,

Darsi la mano e insieme destar su tutti i volti

O l’allegria festosa che vien dritta dal cuore,

O i pallor subitanei dell’ansia e del terrore.

La Pamela dell’oggi, era doman Medea.

[165]

Così, dai multiformi aspetti dell’idea

Sgorgava per novello vigor ringiovanita,

Un’arte viva, ricca, varia come la vita.

S’era ingenui, convengo, e sentivate dire

Che il teatro ad esempio dovesse divertire.

Non erano risolti i problemi sociali,

Non erano i teatri mutati in ospedali

Di malattie dell’anima. Pare esagerazione,

C’eran persino, in scena, delle oneste persone.

Ma in cambio, superata la ribalta, correa

In giro, per i palchi, per tutta la platea

Qualche risata schietta, qualche lacrima vera,

E il pubblico batteva le mani e buona sera.

Allora di Florindo e Rosaura il festivo

Amor blandiva gli animi…. e Goldoni era vivo.

Ma un giorno giù dall’Alpi precipitò su noi

Una lunga falange di non più visti eroi.

Eran pallidi e belli, avean le furie in seno,

Parlavan sorridendo di pugnal, di veleno,

Sorridendo morivano fra un bacio ed un singhiotto

E la luna faceva loro da Galeotto.

[166]

Uditi i re discorrere come gli altri mortali,

Il verso di Agamennone tace e ripiega l’ali;

Affogato dall’impeto della nuova invasione

Florindo si rannicchia tremando in un cantone,

Rosaura agli spasmodici deliri s’impaura

E domanda rifugio a qualche cella oscura,

Il vecchio Ottavio parte, grattandosi l’orecchia,

Lisetta abbrividisce…. e Goldoni sonnecchia.

E parrucche e spadini e ricami e gorgiere,

E tutta la bottega del vecchio rigattiere,

In un guasto cassone pigiata alla rinfusa,

Borbotta il miserere della gioconda musa.

Balda ai fresco venuti sorrideva la vita.

Erano figli anch’essi della varia, infinita

Arte che dagli affetti dell’uom ritragge e crea.

Anch’essi eran rampolli dell’universa Idea.

Ma nati di artifizio e lontani dal vero,

Ratto com’era sorto, ne dileguò l’impero.

E un nuovo mutamento di scena s’apparecchia,

E nuovi eroi s’affacciano…. e Goldoni sonnecchia.

Solamente, una sera, stanco del lungo sonno,

[167]

Guidato da un nipote…. degno figlio del nonno,

L’occhio di nuovo pieno di vita e la fronte alta,

Fu veduto in persona tornare alla ribalta.

La schiera dei suoi comici era con lui rinata,

Rifece il capitombolo l’Erede fortunata,

Ed ei, di una sconfitta fra l’ire e il tramestìo

Tocco novellamente dal carbone di Dio,

Ripromise le sedici commedie nuove e poi

Lasciò libero il campo ai sopraggiunti eroi.

L’arte novella sale in cattedra e pretende

Governare il cammino delle umane vicende.

La commedia ha deposto il suo gaio berretto

E sdegna il facil riso ed il semplice affetto;

Fatta seria e matrona, le snelle membra affoga

Dentro le magistrali ampiezze di una toga.

Sermoneggia coll’aria di una nonna pentita….

Il diavolo era vecchio e s’è fatto eremita.

Ha per ragion suprema la pubblica morale….

La tesi è molto bella…. e molto originale.

Qui ci sta una parentesi. Può darsi che taluno

Vanti famosi intingoli…. e ne parli a digiuno.

[168]

Può darsi che taluno lanci la pietra e a lui

Il rimprovero tocchi ch’egli rivolge altrui.

Egli è che un buon rimedio i mali umor disvia

E chi di fresco n’esce odia la malattia.

Voi, se qualcun vi secca, gli insegnate il latino

E i cronisti gli danno il resto del carlino,

Ma ai buoni insegnamenti chi ha cervello s’inchina;

Can che scottò la cenere non tocca più farina[4].

La parentesi è chiusa. Il proscenio ribocca

Di moralisti in coda e lì…. bazza a chi tocca.

La donna è fatta il grande problema d’occasione.

S’inventa una parola: Riabilitazione.

Gli anatomisti accorrono a farne l’autopsia:

Questi cerca il rimedio, quegli la malattia.

Uno accusa la moglie di un Sì male assortito,

Un altro più galante dà la colpa al marito,

E come sempre avviene in mezzo al pandemonio,

Arriva un terzo il quale condanna il matrimonio.

[169]

Gli affetti casalinghi non son degni di nota,

Passa sul palco scenico l’almanacco di Gotha.

Si canta in cento mila toni che il mondo invecchia,

E invecchiando peggiora…. e Goldoni sonnecchia.

Ma il guaio è che, malgrado tante scoperte rare,

Il pubblico ancor esso comincia a sonnecchiare.

Un giorno, un capocomico che se ne avvede, va

Ruminando ove possa trovar la novità.

E mentre seco stesso propone e dispropone,

Capita senza addarsene in faccia ad un cassone.

È un cassone a cui scappano cento anni da ogni lato,

Logoro, mal connesso, sferrato, impolverato.

Ci soffia su, e attraverso la polvere che il cela

Uno scritto sbiadito debolmente trapela.

Son due nomi — Florindo e Rosaura. Egli pensa:

Chissà, poveri amanti, quanta muffa s’addensa

Su voi! Come sarete ridotti al lumicino!

Florindo avrà disfatto il nodo del codino,

Rosaura avrà di funghi piena la collaretta.

Apre il cassone…. e un grato profumo di violetta

Si spande intorno e tosto Florindo arzillo e sano

[170]

N’esce e porge a Rosaura sorridendo la mano.

Rosaura gli sciorina l’inchino di prammatica.

Ha l’alito che aulisce di fragola selvatica,

Ha le guancie di rosa e la voce d’argento.

Il nostro capocomico ci si rimette a stento;

Ma alla fine, sedotto da una subita idea,

Li porta sul proscenio…. e i palchi e la platea

A: bravo, a battimani, ad accoglienze oneste

E Goldoni si sveglia…. e con esso rideste

Tornano le gaiezze onde i nonni fur lieti,

Tornan dei sani amori i colloquii discreti,

Tornan le maldicenze, bevendo il cioccolatto,

E tornano gli applausi dieci volte per atto.


La mia storia è finita, Signori. Il tempo vola.

Al Cavalier di Spirito ritorno la parola.

[171]

[172]

Recitato dalla signora Annetta Campi-Piatti, la sera del 17 febbraio 1877, nel teatro Carignano di Torino, in occasione della prima recita della Compagnia Drammatica della Città di Torino, diretta da Cesare Rossi.

[173]

Signori amabilissimi! Se il nostro direttore

Si tolse il privilegio della parte migliore

Per dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice,

Lasciate che del massimo grado di prima attrice

Io mi valga a mia volta per ridir quel che sento

Nel pormi a questo nobile e terribil cimento.

E poi, se il tentativo attecchirà per bene

E se invece del solito rimutare di scene

Su queste antiche tavole farem stabil dimora,

È giusto ed opportuno il cominciar fin d’ora

A conoscerci alquanto, poichè le buone intese

Fanno l’attor voglioso e il pubblico cortese.

La troppa timidezza non è di mia natura,

Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura.

[174]

Nè siete voi, signori, che paura mi fate.

Anzi, da quelle seggiole così ben popolate,

Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori,

Dalla platea, speranza e terror degli autori,

Se non mi fa cadere in inganno la mia,

Parmi qui salga un alito di vera simpatia,

Che m’incuora, mi affascina e mi fa più gradita

L’arte cui consacrammo, voi l’affetto, io la vita.

M’impaurisce il cumulo delle grandi memorie

Che in questa sala tornano così vive. Le glorie

Del passato son stimolo ed inciampo ai presenti.

I nomi che ci fanno pensosi e riverenti.

Vanto dell’arte e lume di sogni orgoglïosi,

Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi.

Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori,

Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori.

Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri,

Qui, studïoso insieme degli antichi maestri

E dell’aperta vita, Rossi, nel suo secreto,

Maturava le collere del pensieroso Amleto.

Che splendida corona di glorie han queste scene!

[175]

Alberto Nota in tele scorrevoli e serene,

Pellico nella mite effusione del cuore,

Brofferio nella satira, Marenco nel dolore,

Giacometti nel fascino di favole involute,

Stampavano il pensiero di queste genti argute

E oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri,

Sfolgoreggiava il genio solitario d’Alfieri.

Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi,

Che gli uomini maturi d’allora ora son vecchi,

Che i giovani d’allora son uomini maturi:

Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuri

Che non siamo, e la luce di quel sole crudele

Offuscherebbe il raggio delle nostre candele.

Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai mille

Dev’esser grande, a costo di parer imbecille.

E quanto più l’altezza necessaria si vede,

Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede.

Io, per quanto mi tocca, vi domando licenza

Di non essere un genio in spirito e presenza.

Sarò docile, assidua, piena di buon volere,

[176]

Tenterò che sull’arte non soverchi il mestiere,

E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio,

Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio,

Me ne verrà maggiore fiducia di me stessa

E di future glorie la feconda promessa.

D’altronde, non vi pare che ormai troppo sovente

Noi s’inneggi al passato a danno del presente?

Questo povero onesto presente ha il grave torto

Di non essere ancora sotterrato…. nè morto

E noi ci adoperiamo coi piedi e colle mani

A ucciderlo quest’oggi…. per cantarlo domani.

È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominati

Si oppose un dì il fulgore degli ingegni passati

E forse ai nostri figli un giorno si opporrà

Il senno e la grandezza dell’odïerna età.

La memoria è una fata che coi suoi filtri arcani

Fa più belli gli oggetti quanto più son lontani.

Chi non vide talvolta tornar non evocato

Siccome un luminoso guizzo del suo passato?

E da quella ideale vista chi non ha tratto

Maggior compiacimento che non ebbe dal fatto?

[177]

Chi non ricanta in mente qualche dolce canzone

Udita in giovinezza e schiva l’occasione

Di riudirla ancora, per non fugar la gaia

Coorte dei ricordi che a quell’uno si appaia?

Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispetto

Dovuto a quei maestri che furono. Vi ho detto

Queste cose, temendo, nella mia reverenza,

Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza.

Il proverbio egoista patisce un’eccezione:

Gli assenti, in fatto d’arte, hanno sempre ragione.

E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamente

Che alla stretta dei conti, voglio bene al presente.

Il diavolo non parmi brutto come lo fanno.

Non mi pare che il vizio sia peggiore tiranno

Che non per lo passato, che madonna virtù

Invecchi e si raggrinzi ogni giorno di più.

L’arte nostra non parmi, come vogliono tanti,

Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti,

In cerca di una forma idëal che non trova.

Non credo all’arte vecchia e non credo alla nuova;

Credo all’arte che il tempo senza danno accarezza

E cui splende nel volto l’eterna giovinezza.

[178]

Mi han detto che se fosse mortal l’avrebbe uccisa

Il soverchio discorrerne che fanno in varia guisa

Tanti dotti filosofi in veste di censore,

Che vorrebbero imporle idea, forma, colore

E governarla a modo di un fantoccino in fasce.

Ma si divien filosofo e poeta si nasce

E la virtù nativa più che ogni altra conquide.

Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Mi han detto che la guardano con occhio di livore

Tanti arguti filosofi in veste di censore,

I quali per ridurla alla propria portata,

Predicandola vera, la vorrebber sguaiata.

Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide.

Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Mi han detto che ne provano salutare terrore

Tanti puri filosofi in veste di censore,

I quali le contendono il vïaggio infinito

E la vorrebber sempre fanciulla da marito.

Ma l’arte è donna saggia che molto visse e vide.

Il filosofo brontola e il poeta sorride.

[179]

Mi han detto che le negano i voli e lo splendore

Tanti freddi filosofi in veste di censore,

Che abborrono del verso la serena armonia,

Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia.

Per costoro Desdemona è pazza da catena,

Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena,

E se ne avesse tanta virtù l’animo basso,

Legherebber Prometeo un’altra volta al sasso.

Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide.

Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Le idee sono di genere femminile. È destino

Che quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino.

Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere,

Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere.

È di una pasta docile, tagliato alla carlona,

Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona.

L’idea, per sua natura vagabonda, non vuole

Patir nessun inciampo di metri o di parole.

È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa,

Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa,

Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento,

[180]

Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento,

Che l’amante più assiduo corbella, e a chi s’avvede

Di sue grazie non curi, le sue grazie concede.

Lasciamola padrona di far quello che vuole,

Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole!

Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio,

Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io.

Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire,

Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire.

Sono molto contenta di trovarmi fra voi.

Se voi di me lo siate, me lo direte poi.

Per ora l’impazienza de’ miei compagni attori

Mi chiama alla commedia. Buona sera, signori.

[181]

PROLOGO

ad una rappresentazione della Serva Amorosa fatta con le maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella.

[182]

PERSONAGGI.

  • Pantalone
  • Arlecchino
  • Brighella.

[183]

Pantalone

(viene alla ribalta a sipario calato).

Pubblico modernissimo. Son passati molt’anni

Dacchè più non ti venni innanzi in questi panni,

Dacchè insiem colla maschera, col pizzo e il zimarrone

Anche il vecchio deposi nome di Pantalone.

Il nome, la zimarra, la maschera ed il pelo,

Non le virtù, nè i vizii, nè la persona. Al cielo

Mi levasti più volte, o pubblico sagace,

Scambiandomi con altri. Ieri ancor, con tua pace

T’ebbi e t’avrò domani plaudente spettatore

Di mie smanie barbogie, del mio avaro furore

Paterno, di mia lunga tremula tabaccata.

E già ti parvi, e certo ti parrò, di covata

Recente, e avesti e avrai per novo il mio sembiante.

[184]

Perchè, vedi, tu suoli, o pubblico costante,

Mutar gusto ogni giorno, ma gli autor te la fanno

E come avviene al povero che ha rivoltato il panno

Del logoro pastrano e per nuovo lo spaccia,

Essi mi mutan nome, mi imbellettan la faccia

Con diversi colori, mi fan magro o paffuto,

Mi vestono alla foggia del giorno, e chi n’ha avuto

Ne ha avuto, io sembro un altro e son sempre lo stesso.

Così un pollo coriaceo che resistette allesso

Ai morsi laceranti d’affamato avventore,

Venti volte ritorna al banco del trattore,

Di venti spoglie nuove si veste e ne riparte

Venti volte bugiardo. Vedi, il trattore è l’arte,

Io sono il pollo e tu l’avventore affamato.

Chi mi saprebbe dire quando e da chi son nato?

È un’antica prosapia quella dei Bisognosi

E andrà lungi. Io già vidi i teatri famosi

Di Atene e Roma, e quivi fui sgomento di amori

Giovanili e zimbello di furbi servitori.

Già Plauto, già Terenzio mi chiamavano vecchio

Senex nel lor linguaggio, e mi facevan specchio

Degli stessi difetti, delle stesse virtù

[185]

Che mostro al giorno d’oggi. Ho due mill’anni e più

Sul groppone, e li porto, parmi, con faccia lieta.

Il mio scrigno conosce più conii di moneta

Che non visi d’amanti la luna badïale.

Io, dal sesterzio all’ultimo biglietto consorziale,

Pesai con ogni peso, scrutai con ogni lente

Ogni forma, ogni titolo di moneta corrente.

Ne misurai del panno a diverse misure!

Ne allevai di pupille destinate alle pure

Gioie del maritale mio talamo, ed aimè

Rapite dal galante! Ne fiutai del Rapè!

E ne diedi a fiutare…. troppo. — Insomma, cortese

Pubblico, d’ogni tempo son io, d’ogni paese.

Perciò non ti dispiaccia se, per fare contento

Il gran babbo Goldoni, indosso il vestimento

Ch’egli mi diè in sua vita. Già, se lo vuoi sapere,

Una maschera al viso ce l’ho tutte le sere;

E stassera la parte che faccio è modernissima:

Sono un babbo modello, e la tua felicissima

Età, pubblico austero, non ha che babbi savi

E più savi figliuoli. Tu sei miglior degli avi,

Tu sei lo specchio d’ogni rara virtù, io trasecolo

[186]

Pensando alla sublime civiltà del tuo secolo.

— Pubblico intelligente — mi batterai le mani.

Già se ti vuoi sfogare sfogati con quei cani

Di Brighella e Arlecchino.

(Arlecchino e Brighella sollevano il telone uno da una parte della scena e l’altro dall’altra, e mettono fuori la testa).

Arlecchino (fra sè).

Oh!

Brighella (fra sè).

Cosa dice?

Pantalone (seguitando senza avvedersi di loro).

Quelli

Non son tipi moderni; di simili flagelli

È perduta la stampa. Mostreranno la nera

Maschera, o il bianco saio o l’abito a scacchiera,

Ma l’aspra, irriverente, cinica gherminella

Di che si compiacevano Arlecchino e Brighella

Nessun più la conosce per fortuna. (prende una presa di tabacco).

(Arlecchino e Brighella vengono pian piano alla ribalta, e si accostano a Pantalone, [187]non avvertiti. Tutti e due vestono il costume tradizionale, ma lo coprono con un soprabito moderno. Arlecchino non ha maschera. Il pubblico capisce che non rappresentano il tipo della maschera antica, ma bensì dei personaggi moderni travestiti. Perciò non parlano in dialetto).

(Brighella, mentre Pantalone prende la presa, gli dà un colpo sotto la tabacchiera che gli manda il tabacco negli occhi).

Pantalone (cogli occhi pieni di tabacco).

Che è ciò?

E pciù. E pciù. Che è stato? (vedendo i due) Voi birbi!

Arlecchino.

Io no.

Brighella.

Io no.

Pantalone.

Chi mi ha buttato in viso quel tabacco?

Brighella.

Mah!

[188]

Pantalone.

Mostri!

Brighella.

È andato da per sè.

Arlecchino.

Le par che ai tempi nostri

Si tendan tali trappole?

Brighella.

Mancar di educazione

Con un vecchio balordo?

Arlecchino.

Un vecchio bietolone,

Mancargli di rispetto! Una volta magari.

Ma oggi si riveriscono i taccagni suoi pari. (gli prende

di saccoccia senza ch’egli se ne avveda il fazzoletto e lo

passa a Brighella).

Pantalone.

Oh basta! Ho gli occhi pieni di Rapè. Il fazzoletto (cerca

il fazzoletto e non lo trova).

[189]

L’avevo: son sicuro che l’avevo. Oh cospetto! (ad Arlecchino).

L’hai tu!

Arlecchino.

Non l’ho.

Pantalone (a Brighella).

Tu dunque, brigante?

Brighella.

Io non l’ho tolto.

Arlecchino.

Le pare? A questi chiari di luna! Ci vuol molto

Coraggio a dir che al secolo del progresso ci sia

Dei ladri o borsaiuoli.

Pantalone.

Tu menti.

Brighella.

Una bugia!

Brighella ed Arlecchino ne tessevan l’ordito.

Arlecchino (imitando l’accento di Pantalone).

Ma di quelli è perduta la mostra.

[190]

Pantalone.

Già; ho capito,

Voi state ad origliare dalle tende.

Arlecchino.

Oh padrone!

Origliar!

Brighella.

Noi!

Pantalone (prendendoli a braccetto).

Compari belli, avete ragione,

Quel che dissi, l’ho detto…. zitti!… per far piacere

Al pubblico;… ma io, se il volete sapere,

Credo che di Brighella e d’Arlecchin ce n’è

Più che di Pantaloni, assai di più, perchè

Questo gli è sempre vecchio, mentre di questi qua

Se ne trova a bizzeffe e di tutte le età.

(Cala la tela).

[191]

IL TRIBUNALE DI PROUDHON[5].

[193]

Proudhon siede in cattedra giudice.

(Agli uscieri).

Entrino gli accusati.

(Entra un paladino armato di tutto punto).

Proudhon.

Come ti chiami?

Il paladino.

Orlando.

Proudhon.

Il padre?

Orlando.

Per qual vita, signore?

[194]

Proudhon.

Ti domando

Da chi nascesti.

Orlando.

Nacqui due volte; la men bella

Vita mortal mi diede Berta che fu sorella

Di Carlo Magno. Vissi fra l’armi e fui tradito

E ucciso a Roncisvalle.

Proudhon.

Codesto scimunito

Mi beffeggia. Per morto ha un aspetto gioviale.

Orlando.

Vivo or la mia seconda vita lieta immortale.

Proudhon.

Onde l’avesti? Sei tu sangue di potenti

Un’altra volta?

Orlando.

Assai più nobile. Le genti

Chiamarono mia madre: poesia.

[195]

Proudhon.

Tristo nome

Di vagabonda. E il padre?

Orlando.

Furono molti.

Proudhon.

Come?

Orlando.

Nè so nomarvi i primi; solo in mente mi reco

Luigi Pulci, e il conte Matteo Boiardo, e il Cieco

Di Ferrara e il canonico Francesco Berni e il frate

Folengo mantovano e messere….

Proudhon.

Segnate

Quella donna per mali costumi.

Orlando.

Ma di questi

Uno mi fece ornato di sì splendide vesti

E di sì chiara fama che a me si volse amico

Il mondo intero.

[196]

Proudhon.

E il nome?

Orlando.

Messere Ludovico

Ariosto.

Proudhon.

Ora che oprasti in tua vita? Rispondi.

Orlando.

Feci trillare intorno i sonagli giocondi

Del riso. Alla più armonica delle umane favelle

Diedi nuove armonie, nuovi ritmi; le belle

Favole che dormivano sorsero al nostro invito.

Tessei con filo d’oro il trasparente ordito

Dell’ottava e le posi come vivagno in cima

Il frastaglio festevole della facile rima.

Chiusi l’idea nel vetro chiaro della parola.

Suonò d’armi e di baci per me il vento che vola,

Cercai le vive immagini al vivo mondo e quelle

Mi scherzarono intorno come vispe gazzelle.

Proudhon.

Costui parla un linguaggio ch’io non intendo. E quale

Bene recasti agli uomini?

[197]

Orlando.

Ho allegrato il Ducale….

Proudhon.

Non parlar dei gaudenti. E agli umili hai giovato?

Orlando.

Chiedetene i viali suburbani. Tornato

Appena il dolce tempo primaverile, intorno

Van le coppie amorose cercando ove del giorno

Fia men chiara la luce e la gente più rada.

La giovinetta forse gualcisce ora per strada

L’opera della notte che reca alla sartora,

Ed egli inganna in ozio delizïoso l’ora

Dovuta alla scïenza. Parlan piano, egli umile

Chiedendo, ella negando fiera. Giunti al sedile

Sostano e nel mio libro cercan l’animo loro.

Egli vi legge i lagni degli amanti, il tesoro

Sempre mal vigilato di virtù femminine.

Sul suo labbro il mio canto trova armonie divine.

Ella s’accosta trepida, insciente, rapita

Duplicando per tutti quanti i sensi la vita.

Finchè come d’entrambi il vivo amor collima

Un desïato bacio mette al verso la rima.

[198]

Proudhon.

Ah! mezzano d’amori, così giovi alle genti?

Orlando.

O badate, messere, malgrado i suoi tormenti

L’amore è ancor per gli uomini la più saggia follia.

Proudhon.

Al rogo, al rogo.

Orlando.

E quando mi avrete arso e ne sia

Tutta ridotta in cenere la mia veste, badate

Al pulvischio che vola in groppa alle folate

Del vento. Andrò pel mondo o memoria o rimpianto.

L’aria che tante volte risonò del mio canto

Ne riterrà le dolci cadenze, e quando i nuovi

Amanti torneranno agli usati ritrovi

Vi sentiranno olezzi di fiori acri e procaci,

Parrà loro di udirvi un cinguettar di baci.

Opra della mia cenere saran cresciuti i fiori.

Opra del mio ricordo della mente gli errori.

Ed io sarò nell’animo loro vivo e giocondo.

[199]

Proudhon.

Al rogo il primo pazzo e chiamate il secondo.

(Entra una donna vestita a bruno in aspetto addolorato).

Il tuo nome?

La donna.

Desdemona.

Proudhon.

E la tua vita?… Ah! Senti:

Avrai come quell’altro un mucchio di parenti.

Lasciamoli da parte. Che hai fatto?

Desdemona.

Ho amato.

Proudhon.

Belle

Prodezze! E poi?

Desdemona.

Null’altro.

Proudhon.

Ti portano alle stelle

Per questo?

[200]

Desdemona.

O no, signore. La mia povera gloria

Mi viene dalla morte.

Proudhon.

Su, racconta la storia

E spicciati.

Desdemona.

Son nata in Venezia.

Proudhon.

Non preme.

Desdemona.

Andai sposa ad Otello il moro e vissi insieme

Con lui la dolce vita, finchè un dì per fatale

Inganno egli mi uccise.

Proudhon.

Apposta? Meno male.

Qui c’è forse un esempio. Tu l’avevi tradito?…

Desdemona.

Oh signore; io l’amavo….

[201]

Proudhon.

Come s’ama un marito!

Desdemona.

No, vi giuro pel cielo….

Proudhon.

Dunque non servi a niente?

Colpevole ti assolvo, ti condanno innocente.

Ah se tu lo tradivi, la tua morte era scola

Alle mogli infedeli. Ti bastava una sola

Colpa a farti morale pei secoli! Che errore

Fu il tuo! Donna impudica, insegnavi il pudore,

Donna casta e infelice, il folle amor tu insegni.

Vanne al rogo coll’altro pazzo, non siete degni

Dell’ordine civile ch’io vagheggio. Chi resta?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E passa nel cospetto del giudice la mesta

Fila dei pensierosi che han scrutato il secreto

Della vita mortale; passa il giovine Amleto,

Passa Adelchi e Consalvo e Aroldo e don Giovanni.

Vi passano le belle dolorose negli anni

Giovanili rapite dall’amore alla vita:

[202]

Dona Sol, e Giulietta e Clara e Margherita.

Van lente e riluttanti, come giovenche al giogo,

E la voce del giudice ripete: al rogo, al rogo.

Passano i pazzi savi dall’ingegno bislacco,

Passano Calandrino e Bruno e Buffalmacco.

E Gargantua porgendo mano a Pantagruello.

Jourdain rifa gl’inchini e i ghigni Sganarello.

Ecco sir Gianni Fàlstaff, dai poderosi lombi,

E la paffuta faccia del marchese Colombi.

E seguita la voce nasal del pedagogo,

La tedïosa nenia che grida: al rogo, al rogo.

[203]

I GIUDIZI DEL PUBBLICO[6].

[204]

PERSONAGGI.

  • Giorgio Dandin
  • Il signor Travetti
  • Otello, moro
  • Un Pittore, amante corrisposto della Donna Romantica
  • La Donna Romantica
  • Veneranda
  • Fiammetta
  • Margherita.

[205]

(La scena segue in un caffè. Tutti i personaggi tornano dalla rappresentazione del dramma Diana di Lys di Alessandro Dumas figlio).

Travetti.

L’ha inteso, signor Giorgio, il dramma di stassera?

Giorgio.

Sì.

Travetti.

Che ne dice?

Giorgio.

Bello. Che la storia sia vera?

Travetti.

Oibò, pretta invenzione, tutto quanto….

[206]

Giorgio.

Peccato!

Credevo un fatto storico. Io l’avrei raccontato

In paese.

Travetti.

Le pare che si ammazzi la gente

Così in un batter d’occhio?

Giorgio.

Sa, non ci ho posto mente.

Credevo un fatto storico, le ripeto, e lei sa,

La storia è sempre stata piena di atrocità

Senza nome, ma è scritto e non ci si ragiona.

Travetti.

Vede, io per giudicare se una commedia è buona

O cattiva, mi metto ne’ panni dell’attore

E domando a me stesso: Che avrei fatto?

Giorgio.

E già!

Travetti.

Il cuore

Mi dà il meglio giudizio, perchè, dice il giornale

[207]

Che il teatro ci deve far l’uomo al naturale,

Io sono un uomo, penso, m’investo, vaglio il sì

Ed il no, poi conchiudo: Ecco, l’uom fa così.

Giorgio.

È chiara.

Travetti.

Ora vediamo, un uom che avrebbe fatto

Nei panni di quel conte.

Giorgio.

Mah!

Travetti.

Intanto nel primo atto

Sarebbe stato un bravo e solerte marito

E non un bighellone, non uno scimunito

Come quello. La caccia certo è uno sfogo onesto

Benchè abbia i suoi pericoli anch’essa, ma per questo

Un uom non lascia in casa la moglie abbandonata.

Caccia nei suoi poderi a caccia riservata.

Le pare?

Giorgio.

Certo.

[208]

Travetti.

Allora non sarebbe seguìto

Nulla affatto ed il dramma era bello e finito

Prima di cominciare. Ma veniamo al finale.

La moglie ama il pittore.

Giorgio.

Bel giovane.

Travetti.

Fa male,

S’intende; il conte arriva e li coglie in flagrante.

Che avrebbe fatto lei?

Giorgio.

Io?

Travetti.

Supponga un istante

Non è un uomo anche lei?

Giorgio.

Mi meraviglio!

Travetti.

Ebbene,

Che fa un uomo in tal caso?

[209]

Giorgio.

Le dirò: Queste scene

Le conosco; mia moglie, ormai tutti lo sanno,

Fa uno strappo al contratto trecento volte l’anno.

Travetti.

Bravo, dunque lei parla per esperienza; approva

La condotta del conte?

Giorgio.

Oibò.

Travetti.

Vede? La trova

Naturale?

Giorgio.

Ma che! Il conte, in tal frangente,

Aspettava che il caso fosse chiaro e patente,

Perchè in scena quei due non facevan del male

Poi chiamava qualcuno: prova testimoniale!

E una volta convinti la moglie ed il pittore

Di aver fallito a tutte le leggi dell’onore.

Di chi restava il torto? Del marito? Mai più.

Egli dei tre era il solo fedele alla virtù.

[210]

Travetti.

Ah no, scusi, lei va troppo blando.

Giorgio.

Ma ho sempre

Fatto così.

Travetti.

Non basta. Ci sono delle tempre

D’uomo che non sopportano una simile offesa.

Perchè il talamo è luogo sacro, come la chiesa.

Il reo che lo contamina dev’essere punito.

L’onore è il sommo bene e l’onor d’un marito

È in poter della moglie — Ma ci son tribunali,

C’è la legge e davanti la legge siamo eguali

Tutti: non v’ha contessa che tenga, lo statuto

È lì che parla. Or bene un uomo pervenuto

A quelle strette, vince il brutale furore

E a costo di morirne doman di crepacuore….

Otello (che si è a gran stento contenuto fin’ora, non ne potendo più, scatta, urlando).

Li ammazza tutti e due, sull’attimo.

[211]

Giorgio (spaventato).

Chi è quello

Scomunicato?

Travetti.

Piano. È il generale Otello.

Otello.

Non è la legge offesa, non è il patto giurato

Che gridano vendetta. È il cuore insanguinato

Che vuol disseminare la morte in sulla terra.

Chi mi ha tolto il mio bene? Tutti e due. Nella guerra

Dei neri affetti, l’uomo non pondera, non vaglia.

Ma si gitta perduto per dentro nella battaglia.

Un uomo il vostro conte? Un fantoccio! L’uom vero

Uccide l’uno e l’altra e l’universo intero

E quanti sospettarono l’oltraggio e (guardando i due

con aria di collera sprezzante) i goffi musi

Che ne fanno discorso.

Giorgio.

Misericordia!

Travetti.

Scusi,

[212]

Generale, ad uccidere si fa presto, ma fanno

Presto a metterlo in gabbia pure. Lo assolveranno,

Ma e l’impiego?

Otello.

Quel conte non era un impiegato.

Travetti.

Lo crede un disonore lei servire lo Stato?!

Pittore.

Io poi quel che non posso mandar giù è quell’idea

Di pigliarsela contro l’amante. Ero in platea

E a quella vista il cuore mi si è rivoltato.

Passi, ammazzar la moglie. È sua. Ma gli ho giurato

Fede io mai? L’ho tradito? Ho detto la bugia?

O se una donna mi ama e viene in casa mia

A dirmelo, ci ho colpa forse?

La Donna Romantica.

Lasci. La vita

Non va come il teatro; nè v’ha più scimunita

Catastrofe di quella. L’uom corregge il destino.

La legge è un fatto umano e l’amore divino.

[213]

Sa nel mondo reale che sarebbe seguìto?

I due si combinavano per freddare il marito.

E sulla tomba ultrice, sotto il cielo stellato,

Sfidando gli elementi e gli uomini ed il fato….

(piano al pittore).

Domani sera all’otto.

Pittore.

Non mancherò.

Veneranda (giunge ansimando e va a sprofondarsi sul divano più largo e morbido della sala).

Garzone,

Una marena subito. Oh Dio che agitazione

Mi ha dato quella loro commedia!

Travetti.

Donde viene,

Signora Veneranda?

Veneranda.

Di teatro. Che scene!

Ha inteso?

Travetti.

Ma è finito da un’ora.

[214]

Veneranda.

Già! Dovrei

Scalmanarmi per correre!

Travetti.

Non c’è Taddeo con lei?

Veneranda.

È rimasto un momento di fuori. Il poveretto

È ancora sbigottito. Camminando mi ha detto

Che se il mondo reale fosse come lo fanno

I commedianti, egli morirebbe entro l’anno.

Quei comici han l’argento vivo dentro le vene.

Di su, di giù, si sbracciano, si fingon delle pene

Immaginarie, piangono, si danno un movimento

Di scoiattolo in gabbia. A vederli è un tormento.

E il colpo di pistola in fine, le par bello?

Dovrebbero annunziarlo almeno sul cartello,

Che si sappia. Ho creduto morirne di paura.

Insomma quella gente in scena hanno figura

Di scimmie ammaestrate che fan le capriole

A suon di frusta. A un tratto quando il padrone vuole

Quetarle, dà un gran colpo di tamburo e interrotte

Le gambate, ogni scimmia rincasa e buona notte.

[215]

Fiammetta.

Io non curo degli uomini, ma se cerco in me stessa

Non ravviso per donna quella vostra contessa.

Non ha che la miseria di un solo unico amante,

E lascia che lo sposo te lo colga in flagrante!

Eh! Baie!

Travetti.

Che ne dice, signora Margherita?

Margherita.

Che dire? Ho riso e ho pianto. Riconobbi la vita.

[217]

IL FINALE DI UN DRAMMA.

[219]

Una volta che stavo da un mese in val d’Aosta

Per finirvi un mio dramma, giunto all’ultima scena

Mi trovai colla mente così gaia e disposta

Al comico, che nulla potea mettermi in vena

Di tristezza. L’eroe, inghiottito il veleno,

Non voleva saperne di morire o moriva

Come fanno i brillanti da farsa, e nondimeno

Bisognava ammazzarlo. Bellotti m’inseguiva

Con lettere, e il cartello tenea le cantonate.

Disperavo d’uscirne allorchè mi sovvenne

Di un luogo triste ed arido chiuso fra desolate

Pareti di macigno, deserto, da perenne

Ombra oscurato, e solo di cinque ore discosto.

[220]

Risolvetti d’andarci; era il tocco e fui tosto

In cammino. In quel luogo sorge un vecchio castello

Di tristissimo nome; io che vesto l’orpello

Romantico, e che metto in scena il Medio Evo,

Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevo

Certo trovare il bandolo della tragica azione.

La strada che vi mette segue un buio vallone,

Traversa due villaggi, si biforca, a diritta

Sale al castello, e a manca giunge per una fitta

Abetaia al maggiore borgo della vallata

Dov’è un ottimo albergo dovuto alla passata

Di un gran valico alpino.

Era il fine d’aprile;

Sui castani brillava la gialliccia e sottile

Verdura delle foglie nuove, correan sui prati

Dei brividi cangianti, i noci eran gemmati

Di cartocci rigonfi, lucentissimi e neri.

I monti per le forre, pei seni, pei sentieri

Eran tutti rigagnoli, le erbe del pendìo

Sudavan luccicando e un vivo chiacchierìo

D’acque empiva la valle d’indistinte parole.

In alto le ghiacciaie crogiolavano al sole

[221]

Molli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma.

Immaginate voi se pensavo al mio dramma

Più che alla quadratura del circolo, se avevo

Mente al vecchio ciarpame del vecchio Medio Evo

In tanta giovinezza di cose! Appena appena

Mi tornasse un lontano ricordo della scena

Lo discacciavo tosto, infastidito, armato

Dei codardi sofismi dell’uom pigro e beato.

Al secondo villaggio la via corre da canto

Il basso muricciolo che cinge il camposanto.

Un uom stava scavandovi la breve fosserella

Capace appena appena d’un bimbo alla mammella.

Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlare

Da filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare,

Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che male

È morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale;

Se n’andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Ma

perchè tanta fretta? — Domani c’è mercato

Al borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell’ore. — Buona

sera, compare. — Buona sera, signore.

Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente.

Oh poveri parenti e povero innocente

[222]

Bambino, eccolo aperto il letto che non muta,

Io l’ho vista la terra ferace ed imbevuta

Dei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami.

Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi grami

Resti. La cuna è ancora calda, il dolce malato

Volge ancor gli occhi in giro…, ma domani è mercato:

La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca.

Bastaron quelle poche parole e quella poca

Terra smossa per mettermi in più gravi pensieri.

E poi su dalle cime spuntavano dei neri

Nuvoli. Per la valle corse il vento gelato

E fu un ciel di burrasca. La via traversa un prato

Torboso, indi s’inerpica per un colle cosparso

Di gran massi grigiastri dove, pigri, sull’arso

Terreno crescon rovi e ginepri e s’affila

Qualche gracile abete. — Sulla vetta, una fila

Di catapecchie logore sonnecchia intirizzita,

Le finestre sbarrate non dan segno di vita.

Non v’han donne sugli usci, e non bimbi fra l’erba;

Intorno la montagna leva, ostilmente acerba,

Lisci scoscendimenti del colore del rame,

E sui dirupi, e dentro le gole e sulle grame

[223]

Piante passava il vento sibilando. La sera

Cala presto fra i monti; quel giorno la bufera

L’anticipava. Il vecchio castello era vicino,

Ma non mi dava l’animo d’andarci; quel bambino

Malato mi teneva la mente; ne vedevo

Le labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievo

Ossuto delle guancie scarne, e il fronte sudato.

Pensavo le accoglienze festose al neonato

E le prime poppate colla famiglia in giro

Estatica al miracolo. Che tristezza il respiro

Faticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasce

L’uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasce

In poche ore. Solo quella fossa mi dava

Paura. — Se tornassi, se spianassi la cava

Terra? — Me ne pigliavano dei desiderii acuti

Che poi volgevo in ridere. Intanto eran caduti

I rabbuffi del vento ed una calma greve

Stagnava nella valle; poi cominciò la neve

A barellare intorno lenta e fine. In Gennaio

La neve è allegra, cova le semenze, dà il saio

Alla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva,

Mette i fiocchi maligni sopra la piaga viva

[224]

D’onde le viti piangono ed il pesco s’ingomma,

Copre le nuove gemme colla gelida gromma

Che le brucia, assalisce gl’insetti a tradimento,

Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormento

Inatteso le gracili erbe piegan la testa.

La strada ora correva per entro la foresta

D’abeti. I rami scuri si schiarivano in cima

Per le messe di un verde tenero; come prima

Il fiocco le toccava, si spegneva squagliato

Dall’umido calore, ma il ramo contristato

Non durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciutti

Vi facevan cuscino.

M’eran passati tutti

I grilli di poeta drammatico e perfino

Il pensier della fossa aperta e del bambino.

M’ero lasciato dietro il castello, e per vero

Nell’umor nero c’ero, v’assicuro che c’ero.

Non sentivo altra voce che di freddo e di fame.

Come piacque al Signore, la puzza di letame

Che annunzia i borghi alpini mi avvertì ch’ero giunto.

L’albergo biancheggiava luminoso nel punto

Più elevato del borgo, e fui tosto in cortile.

[225]

Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottile

Fil di fumo un odore d’incenso e il mormorio

Di sommesse preghiere. Strano! Dove son io

Capitato? Son questi gl’inni dei bevitori?

Che mai cuoce al fornello che ne esalano odori

Di Chiesa? Dov’è l’oste? E la serva? — Un vicino

Grugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino!

Immaginate un mostro alto tre palmi, chiuso

Il collo dentro un sacco di lanaccia, ed un muso

Anzi un grifo, anzi un grugno orribile, la bocca

Vi s’allaccia alle orecchie, dissotto il labbro tocca

Il mento imberbe, e sopra va rimondando un naso

Piatto e largo. Quel poco di mento che è rimaso

Visibile è sorretto da tre gozzi imperiosi

E potenti, tre gozzi da gigante, tre cosi

Autonomi e fioriti, con il cuoio rigato

Di venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiato

Ribolle e raspa. Il mostro mi guardava contento

Dimenando la testa ed il busto con lento

Moto uguale e gracchiando una grassa risata.

Fissava scioccamente la porta spalancata

[226]

Onde usciva l’incenso, poi giungeva le mani

In grave atto compunto.

Il viso e gli atti strani,

L’ora, la solitudine, il tempo, la stanchezza

Combinavano a mettermi in una svogliatezza

Dolorosa. Infilai l’uscio e entrai nella stalla.

Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce gialla

Di una lucerna oravano; in mezzo allo strame

Giacea morta una vecchia, magra come la fame.

Uscii correndo, in corte il cretino seguiva

A dondolarsi, presi per la scala; una viva

Paura mi serrava la gola; oh finalmente!

Ecco l’oste, un ometto panciuto e sorridente.

E che liete accoglienze, che saluto festoso! —

Benvenuto, signore, salga presto al riposo

Alla vampa del fuoco, è freddo intorno, date

Un bricco di vin caldo. Desina? Due patate

Fritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. —

S’inchinava e rideva con una parlantina

Sciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signore

Ha visto? — Nei suoi occhi guizzò come un bagliore

Di dispetto, e la faccia si fe’ scura e l’accento

[227]

Lamentoso. — È mia madre; è morta in un momento,

Senza male. Che angoscia, signore! Le daremo

La stanza più lontana, là nell’angolo estremo

Della casa; la povera mia madre! Aspetto il prete

Che la venga a pigliare. — Portate vino, ho sete

E spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaro

E freddo. Quella morta gli rubava il danaro

Dell’alloggio e del pranzo.

Bevuto appena il vino,

Così solo com’ero mi riposi in cammino

Pel ritorno. La notte era scesa; le forme

E i colori sparivano e la montagna enorme

Mettea nel cielo nero una riga più nera.

La neve di poc’anzi s’era fatta bufera.

Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia.

Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia.

Nei ristagni del vento sentivo a quando a quando

Come il cader d’un peso molle che rendea un blando

Suono, ed era la neve ammontata sui pini

Che piombava per terra. Dai cespugli vicini

Uscivano fruscii sùbiti come scatto.

Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto,

[228]

Ed alternavo in mente le maledizïoni

Del Re Lear là nel bosco e le dolci canzoni

Della cuna. Passai senza avvertirlo a canto

Il basso muricciuolo che cinge il camposanto,

Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito.

E l’indomani sera il dramma era finito.

Fine.

[229]

INDICE.

Una partita a scacchi
(pag. 1 a 52).
Note alla “Partita a scacchi 53
Il trionfo d’amore
(pag. 57 a 144).
Note al “Trionfo d’amore„ 145
Avvertenza sulla Recitazione e sul Vestiario della “Partita a scacchi„ e del “Trionfo d’amore„ 151
Intermezzi e Scene
in versi martelliani.
Intermezzo per il monumento a Carlo Goldoni 161
Prologo 171
Prologo ad una rappresentazione della “Serva Amorosa„ fatta colle maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella 181
Il tribunale di Proudhon
Dalla conferenza “Della morale nell’arte„
191
I giudizi del pubblico
Dalla conferenza “Del vero in teatro„
203
Il finale di un dramma 217

OPERE DI GIUSEPPE GIACOSA

Edizioni Treves

Una partita a scacchi. — Il Trionfo d’amore. — Intermezzi e Scene (in versi). 16.ª ediz. L. 3 —
La signora di Challant, dramma in 4 atti. Terza edizione 4 —
Diritti dell’Anima. — Tristi Amori, commedie. Quinta edizione 3 50
Come le foglie, commedia in 4 atti. 16.ª ediz. 4 —
Il Conte Rosso, dramma in versi. 3.ª ediz. 3 —
Il Marito amante della Moglie. — Il Fratello d’Armi (in versi). 2.ª edizione 3 50
Il più forte, commedia in 3 atti. 3.º migliaio 4 —

NOTE: