Pataffio – Tesoretto by Brunetto Latini

MESSER

BRUNETTO
LATINI

IN NAPOLI MDCCLXXXVIII.
A spese di Tommaso Chiappari.
Con Licenza de’ Superiori.


INDICE


Non gite a genti brocole mie rime;

Perchè non porterebbon la gorgiera,

E farebbon di voi picciole stime.

Pataff. 5.

[v]

ALL’ECCELLENTISSIMO
SIGNOR DUCA
D. NICOLA
DE SANGRO
De’ Conti de’ Marsi ec. ec. ec.

SIGNORE.

Mi do io a credere Eccellentissimo Signore, che la bizzarra Poesia di Brunetto Latini non tanto compiacciasi di sortir finalmente dall’oscurità di più secoli, che la nascosero alla pubblica luce; quanto sollecita sia d’abbattersi in un personaggio, che ricco di meriti e splendido per natali l’introduca sotto l’ombra della sua protezione nel gran teatro del mondo. E per verità presentandosi al pubblico [vi]in veste ruvida e in chioma canuta, come chi dagli ultimi confini ne viene di stupenda antichità; non potrebbe ella non paventare di veder rivolti contra di se cento e cento sguardi accigliati e severi. Ma quale sarà mai il suo conforto, Eccellentissimo Signore, qualor veda che voi vi degniate di porgerle cortesemente la mano; e coll’autorità del vostro nome l’assicuriate da’ pungenti motteggi di certi spiriti, come poco filosofici, così altrettanto ambiziosi di schernir tuttociò, che non ridonda de’ lezzi e delle galanterie della moda! Darà ella un’occhiata alla vostra nobilissima origine, e la vedrà derivare da’ più rimoti fonti, e dalle regie cune della Borgogna. Scorrerà col guardo i magnanimi vostri Antenati, e ne mirerà un numero prodigioso che riempion la terra colla celebrità del lor nome: gareggiando [vii]insieme scambievolmente ad accrescer di sempre nuovi ornamenti la splendidissima Famiglia; altri col rendersi alla Religione non men utili che gloriosi, sostenendone col maggior decoro le dignità più cospicue; altri alla civil società, promovendone colla maggior saviezza i vantaggi; ed altri allo stato, dilatandone colla gloria dell’armi la maestà ed i confini. Si fermerà poi in voi, Eccellentissimo Signore; e in voi scorgerà un ornatissimo Cavaliere pieno di magnanimità e di grandezza; fornito di spiriti generosi, che vi sollevano all’ammirazione de’ vostri pari; provveduto di lumi, che vi rendon sì ragguardevole alla più scelta porzione de’ cittadini; e fregiato insieme di tante e sì amabili qualità, che forman la preziosa corona di tanti impareggiabili vostri ornamenti. Piacciavi dunque, o Signore, d’accoglierla quest’Operetta; [viii]giacchè non sa trovar fuor di voi sì copiosi argomenti di fiducia e di conforto: e accordate a me il vantaggio pregevolissimo di potervela presentare. Spero che per un tratto del vostro bel cuore, non la sdegnerete nella sua tipografica povertà; e sol vi compiacerete di riguardare in me la rispettosa ambizione di professarmi al cospetto del pubblico, col più alto profondissimo ossequio

Dell’Eccellenza Vostra

Umiliss. Divotiss. Ossequiosiss. Servit.
Tommaso Chiappari.

[ix]

A’ CORTESI CITTADINIL’EDITORE.

Che dirà il Sig. Tiraboschi al comparire in istampa il Pataffio di Brunetto Latini? Egli per una certa sua antipatia compiaceasi che da alcuni pochissimi manoscritti se ne serbasse la sola esistenza, celata da folto stuolo di anni alla comune notizia. Ma il vostro genio, cortesissimi Cittadini, fu assai diverso. Voi ambiste di veder tratto dalla polvere dell’antichità il monumento più venerabile della lingua toscana, il codice autentico della legislazion della Crusca, il primo modello delle Terze Rime, l’esemplare originario della scherzosa e satirica poesia dell’Italia. Infatti se tanto si pregiano i consumati avanzi della greca e della latina antichità, era ben da volersi mirare un pezzo sì interessante per la storia poetica. Egli è da appressarsi, dicea l’Abbate Genovesi, alle stesse ferree porte dei Peripato, almen per iscorgere nel natio loro aspetto le varie vicende dell’uman pensamento. Or eccolo, Cittadini cortesi, il fin qui inedito lavoro del rispettabilissimo maestro di Dante. Io ve lo do assistito da due esemplari; uno favoritoci dall’eruditissimo [x]Sig. Marchese Andrea Tontoli, l’altro fatto ritrarre dalla Corsiniana di Roma. La lezion del secondo è stata quasi sempre la preferita, perchè sostenuta dall’autorità d’un Ridolfi. Non così posso io autorizzarvi la prefissa punteggiatura. Negli scritti degli antichi è vano sperarne la ben minima traccia. Quanto perciò compatirete la tormentosa incertezza di fissarne la legge, analoga al più vero significato; altrettanto cambiar la potrete, quando ne scopriate l’errore. Temea il Sig. Tiraboschi un operoso comento che caricasse il Latiniano Pataffio. Le mie annotazioni dovrebber per questo capo renderne ad esso men antipatica l’edizione. Quelle del Salvini ho io avute davanti. Sarei più pedante, se a lui mi fossi attaccato; e voi men capireste la Poesia di Brunetto. Ne’ molti passi più oscuri e più dubbj ho fatto consultare il Ridolfi sul codice Corsiniano. Vi prego del vostro favore.

[xi]

BRUNETTO LATINI.NOTIZIE STORICHE.

L’Italia non potea giacer lungamente nella fatale dimenticanza delle bell’arti. Il talento della nazione dovea presto destarsi per divenire il maestro d’Europa. La Toscana fu la madre fortunata de’ primi genj d’Italia. Merita fra questi un distinto luogo Brunetto Latini. Egli nacque in Firenze da Buonaccorso figlio di Latino de’ nobili di Scarniano. Il nome dell’avo passò a divenir cognome di sua illustre famiglia. Nessuno s’è compiaciuto di lasciarci memoria nè dell’anno della sua nascita, nè di quelli della sua gioventù. Dal 1260, comincia l’epoca gloriosa per sì grand’uomo. Una lega de’ Ghibellini co’ Sanesi e il Re Manfredi minacciava oppressione alla Repubblica di Firenze. I Fiorentini rivolsero le speranze ad Alfonso Re di Castiglia, eletto Imperatore; e nelle sue forze cercavano un argine contra il potente Manfredi. Brunetto già famoso in que’ tempi per dottrina e per eloquenza; e riguardato come uomo di particolar senno ed industria, fu scelto per recarsi a lui ambasciatore de’ Guelfi. L’esito di quest’ambasciata aggiunger non potè nuovo peso al merito dell’inviato. [xii]Prima di compierla udì egli la nuova della sanguinosa giornata di Montaperti sì fatale alla patria. I Guelfi per non restare intera vittima del furor Ghibellino, preferirono un crudele esilio, e si ritirarano da Firenze. Un siffatto partito scelse anche Brunetto, prendendo la via della Francia. Parve ch’un colpo di vendetta si riserbasse contra Manfredi, scrivendo poi ch’avesse egli occupato contra Dio e contra ragione il reame di Puglia e di Sicilia. Quanto in Francia prolungasse il suo soggiorno non è pervenuto alla nostra notizia. Colà tanta prese affezione a quella lingua, che ne divenne scrittore, producendo un libro intitolato il Tesoro. Interrogato perchè rinunziando al materno linguaggio l’avesse scritto in Francese: perchè, disse, io scrivea nella Francia, e perchè sopra tutte è la lingua Francese e più comune e più dilettevole. Godano i Francesi di sì rispettabile e sì autentica testimonianza, che non potè non destare la compiacenza d’un Bayle. Il Tesoro è un monumento dell’adeguatezza e della vastità di sua mente. Prende in esso a formar l’uomo, provvedendolo di quelle nozioni che gli son necessarie per esserlo. Sulla scorta dell’antico e del nuovo Testamento gli porge un quadro storico della sua religione. Perchè sappia il mondo, con un piano di geografia gli fa conoscer la terra che abita, e lo scorge alla contemplazione [xiii]degli elementi, de’ cieli, degli animali. Per informarlo alla società, va filosofando su’ vizj e sulle virtù; gli detta leggi di ben parlare; gli addita l’arte di governar la repubblica. Questo libro è ancora inedito nella lingua in cui fu scritto. I tempi ne serbaron qualche prezioso esemplare nelle più insigni biblioteche d’Europa: nella Vaticana cioè, e nelle regie di Parigi e di Torino. N’ebbe il pubblico un’imperfetta traduzione italiana da Buono Giamboni, quasi coetanea al suo originale. Il 1284. è l’altro punto di sicura cronologia nella storia di Ser Brunetto. Sindaco allora del Comun di Firenze con Manetto di Benincasa maneggiò una famosa alleanza tra’ Fiorentini i Genovesi e i Lucchesi, diretta ad umiliare i Pisani. Egli presedè in Firenze al congresso che si tenne nella Badia co’ Sindaci di Lucca e di Genova; e sotto le sue viste politiche si stabiliron le convenzioni di questa lega. Buon cittadino tutti sempre consacrò i suoi talenti alla felicità della patria. Per lui risorsero in Firenze gli studj de’ rettorici insegnamenti, e della morale filosofia. La lingua latina vi riprese per lui una gran parte del suo antico splendore, e v’acquistò l’italiana una più nobil forma e una più vasta estensione. Il suo genio gli fu di scorta a ricercar le scienze negli scritti della dotta antichità, e il suo profitto lo rendè lo stupore e l’ammirazione [xiv]di tutti. Sono un prodigio i molti e grandi elogi che la storia letteraria riempion del nome suo. Gran filosofo, gran rettorico, gran politico. I fasti della patria non parlan di lui se non col più alto rispetto. Uomo eccellente, uomo sommo; padre e maestro della fiorentina letteratura e della fiorentina repubblica, è il tuono ond’è concordemente acclamato. Di questa fu segretario, ossia dittatore. Ebbe ella a godere d’aver collocato in sì grato figlio le sue beneficenze e i suoi onori. Ei si vergognò che sterili e infruttuosi si rimanessero in lui. Co’ lumi pertanto d’Aristotile andò mostrando l’arte della retta amministrazion dello stato; e impiegò le sue industrie in perfezionarne il governo. Scrisse Brunetto diverse opere, quanto rare altrettanto pregiate fra’ letterati. Tra quelle è la Chiave del Tesoro, e la Rettorica di Tullio, ch’illustrò colle sue riflessioni. Alla sua mente creatrice deesi l’invenzione delle Terze Rime, in cui scrisse il Pataffio; e in cui porse a Dante un modello per la Divina Commedia. Del Pataffio e del Tesoretto parleremo a suo luogo. Altri scritti a lui attribuiti non reggendo alla più esatta critica, li lasciamo fragli apocrifi o dubbj. Tale si è l’Etica d’Aristotile, che credesi non altro essere se non una parte del suo Tesoro. Tante cognizioni traeano a lui la gioventù Fiorentina per direzione e per guida. [xv]Dante Alighieri e Guido Cavalcanti sono due de’ suoi discepoli più rispettabili; e che rendon più venerabile la memoria del lor maestro. Gloriosa è la testimonianza del primo, che in lui prometteasi un aumento di conforto per la Divina Commedia, se fosse più a lungo vivuto. Chi legge Brunetto scorge i primi lumi, ch’influirono in Dante. Non è da dissimularsi però che questi riprende talvolta come volgare lo stil del Latini. Ma le mire di questi eran di scrivere al popolo: così richiedendolo o il soggetto satirico ch’avea per mano, o l’impegno della comune istruzione. Il suo nome intanto si dilatò per le Corti, che con onori singolarissimi mostraron qual conto si facesser di lui. I Re di Napoli si distinser fra tutti, accordando all’arme sua gentilizia l’onor del Rastrello, distintivo de’ cadetti della real Casa di Francia. Perseo, unico figlio da se lasciato, spiegò il primo sì onorifica insegna. Morì Brunetto nel 1294, sebbene per una dubbia espressione di Gio. Villani molti riferiscano la sua morte al 1295. Un codice della Magliabechiana osservato dal Mazzuchelli decide il litigio di quest’inutil cronologia. Fu sepolto in Firenze nel chiostro di S. Maria Maggiore de’ Carmelitani della Congregazione di Mantova. Fino a questi ultimi tempi s’osservarono i vestigi del suo nobil sepolcro sostenuto da quattro colonne; su cui scolpite vedeansi [xvi]le sei rose, che formavan l’impresa di sua famiglia. Il celebre Giotto impiegò il pennello a perpetuarne la sensibile immagine. Per un illustre ristorator delle lettere non dovea adoprarsi se non quel famoso ristoratore della pittura. Il ritratto fu collocato nella cappella del palazzo del Potestà, come quello del padre più augusto della Repubblica. Fu di professione notajo. I Toscani han creduto di non doversi depositare la pubblica fede, se non in mano di persone nobili, superiori alle frodi e alla cabala. Fecondo di motti piacevoli e spiritosi era la delizia delle più gaje conversazioni. In esse piacevole ed officioso con tutti, sebben venisse dalla sua filosofia animato all’austerità. Era veramente da bramarsi che lo splendor d’una vita così gloriosa oscurato non fosse da alcuna macchia. L’umana debolezza l’abbassò ad una vergognosa scorrezion di costume. Dante, quel suo discepolo benemerito, non potè risparmiargli un posto fra’ rei d’infame peccato.

[xvii]

NOTIZIE LETTERARIEDEL PATAFFIO.

Molti han parlato del Latiniano Pataffio, come d’un articolo di recondita erudizione. Nascosto fin qui tra’ manoscritti più rari, a pochi si dette a vedere, poteron pochissimi impegnarsi ad intenderlo. Molto perciò non ci volle a stabilirsi, che fosse un’informe radunanza d’antichi proverbj senz’ordine e connessione. Il sentimento d’un solo potè facilmente servir di canone a’ giudizj degli altri. Io non potea persuadermi che potesse un Latini scriver parole senza vincolo di sentimento. Non però si giunge sì tosto al compiuto trionfo d’una fatal prevenzione. Ho io motivo di dolermene nel comento de’ primi capitoli. Piacque a Brunetto di morder con satirici sali le persone o i costumi de tempi suoi. Piace alla satira l’oscurità de’ gerghi de’ motti e degli equivoci. Si scelse quindi per questo scritto il titolo di Pataffio: come se qual epitaffio antico non dovesse essere a portata dell’intendimento [xviii]di tutti. Il saper lejere li antichi pataffj contavasi fralle doti più singolari del famoso Cola di Rienzo. Che sian però nel Pataffio migliaja di Vocaboli motti proverbi riboboli: e oggi di cento non se ne intenda pur uno; sarà certamente un’esagerazione del Varchi.

Francesco Ridolfi ad istanza d’Alessandro VII. s’accinse il primo a comentare quest’arduo componimento. Cotesto esemplare si serba inedito in Roma nella Ghisiana cod. 2050. Ne trasse di sua mano una copia Gianantonio Papini illustrator del Burchiello. Questo è il codice[1] a cui mi sono appellato. Un siffatto lavoro non dovea lasciarsi intentato dall’Abb. Salvini. Era esso per verità assai analogo al di lui genio. Il suo originale divenne ornamento della Severoliniana. Che l’annotazioni del secondo sieno e più copiose e più pellegrine di quelle del primo, è una dell’autorevoli decisioni de’ giornalisti d’Italia. L’osservazioni del Salvini non sogliono passar più in là d’un vocabolo. [xix]Mira il Ridolfi ad internarsi nello spirito del Poeta; e si mostra persuaso, che non fosse il Pataffio un disordinato accozzamento di sole parole.

Servan due lettere a terminare queste notizie. La prima, sarà un attestato della mia diligenza. La seconda concilierà all’edizione il ben dovuto rispetto. In questa mi son presa la libertà di troncare ciocchè sarebbe ripetizione riguardo a Brunetto.

[xx]

Illustriss. e Reverendiss. Signore

Mi trovo nell’impegno d’assistere a una ristampa del Parnaso Italiano, corredandolo di notarelle, ove lo richieda il bisogno; e rifondendone le vite degli Autori. Ho già compito il Petrarca. Adesso questo Sig. March. Tontoli ha somministrato un moderno manoscritto del Pataffio di M. Brunetto Latini illustrato con note del Salvini. Esse non bastan però all’intelligenza del testo. Questo Libraro che fa la spesa dell’edizione, ha sparsa la voce della produzione di questo opuscolo inedito, e n’ha eccitata non poca fame. Vorrei io corrispondere al pubblico desiderio. Ma mi sgomenta la poca autenticità dello scritto e la mia inabilità d’attingerne il senso. Temo il giusto rimprovero di produrlo adulterato. Prevedo un’inevitabile disuguaglianza nello spiegare alcuni passi, e lasciarne altri nascosti al mio medesimo intendimento. Ecco ciocchè mi fa ardito ad incomodarla; presentando intanto al suo esame uno squarcio del primo capitolo per riportarne il suo giudizio e pregarla de’ lumi suoi; giacchè so certamente che non potrei a miglior oggetto rivolgermi. Sopra un tale riflesso scuserà la mia animosità. Mi sarebbero poi preziose le sue cognizioni relative alla storia dello Scrittore. Ed oh potessi essere nella comodità di consultarla sulla dilucidazione [xxi]di tanti continui passaggi d’una poesia, ch’appunto avrebbe bisogno d’una man sì maestra! Io intanto rinnovando le più umili scuse, ho il vantaggio di ripetermi a tutte prove

Di V. S. Illustriss. Reverendiss.

Napoli S. Maria in Portico 5. Maggio 1789.

Umiliss. Ossequiosiss. Servidore
Luigi Franceschini
Della Congreg. della Madre di Dio.

[xxii]

Molto Reverendo Padre

Le moltissime occupazioni che presentemente m’opprimono, fanno sì che io debba tumultuariamente rispondere all’umanissima sua de’ 5. stante, in cui mi ricerca di qualche schiarimento sopra il Pataffio di Brunetto Latini…..

È da vedersi Gianantonio Papini nelle lezioni sopra il Burchielli stampate in Firenze per Bernardo Paperini nel 1733., ove nella prefazione a pag. 27. parlando della poesia detta alla burchiellesca, e d’un Sonetto di Franco Sacchetti su questo gusto, soggiunge; „Questa sorta di componimento maneggiata e condotta viene per mezzo di antichi proverbi, e strani vocaboli, di molti de’ quali perduta è la significazione, chente e quale è il celebre Pataffio di M. Brunetto Latini.“ ec…..

Vengo ora all’illustratore del suddetto Pataffio, che fu Francesco Ridolfi gentiluomo Fiorentino, benemerito della celebre Accademia della Crusca col nome di Rifiorito. Trovandosi in Ferrara Maestro di Camera del Cardinale Sigismondo Ghigi Legato, fecesi ammirare in quelle Accademie con i suoi poetici componimenti. Servì anche in Napoli il di lei Eminentiss. Arcivescovo Cardinale Pignatelli, da lui lasciato pochi giorni prima che assunto fosse al sommo Pontificato sotto [xxiii]il nome d’Innocenzo XII. sotto il di cui governo morì, essendo stato pure Canonico di S. Maria in via Lata in Roma.

Corresse gli Ammaestramenti degli Antichi raccolti e volgarizzati da Fra Bartolomeo da S. Concordio Pisano dell’ordine de’ Frati Predicatori; ridotti alla vera lezione, col riscontro di più testi a penna, dal Rifiorito Accademico della Crusca, al Sereniss. Cosimo Duca di Toscana. I compositori del Vocabolario della Crusca si sono serviti degli Ammaestramenti, nell’ultima edizione di detto Vocabolario.

Comentò l’anno 1666. il Pataffio di Ser Brunetto Latini, che manoscritto trovasi nella Libreria Ghisiana cod. 2050. come rapporta il Giornale de’ Letterati d’Italia art. 3. del Tom. 24.

A dì 16. Maggio 1657. furono fatte nella Basilica Laurenziana di Firenze solenni esequie a Ferdinando III. Imperatore, ove fece l’Orazione il nostro Francesco Ridolfi, come si ricava da alcuni ricordi di Michele Ermini, Mss. nella Strozziana, ed ora nella Magliabechiana.

Ne parla Anton Magliabechi nelle sue schede Mss. nella pubblica Libreria Magliabechiana. Salvino Salvini Canonico Fiorentino ne tratta ne’ Fasti Consolari dell’Accademia Fiorentina, essendo il nostro Francesco riseduto Console dell’Accademia suddetta.

In questa selva di notizie che ho l’onore di parteciparle potrà rilevare ciocchè fa al suo bisogno; e farà un bel dono alla Repubblica Letteraria dandoci il Pataffio coll’illustrazioni [xxiv]del mentovato Ridolfi, che giungeranno affatto nuove. Godo di questo felice riscontro per rinnovarle la mia servitù: mentre ansioso de’ suoi ulteriori comandi col più distinto ossequio mi protesto

Di V. P. R.

Firenze 19. Maggio 1789.

Devotiss. Obbligatiss. Servitore
Angelo Maria Bandini.

[1]

PATAFFIODI MESSER BRUNETTO LATINI.

CAPITOLO PRIMO.

Squasimodeo, introcque e a fusone

Ne hai ne hai pilorcio, e con mattana;

Al can la tigna; egli è un mazzamarrone.

Squasimodeo: per dio; voce contadinesca. Squasimodeo, ch’ella mi par pur bella. Pulci Bec. 23. Il Salvini intende: scusimi Diosalvo mi sia.

Introcque; intanto; dal Lat. intra hoc. Dante Inf. 20. E andavamo introcque.

A fusone: in gran copia, a bizzeffe; dal Lat. ad effusionem.

Ne hai ne hai: s’intende de’ denari secondo il prov. Chi non ha non è. Ne hai, e tanti ne hai che te ne vien la mattana; ch’è una noja prodotta da non sapersi che fare. Che mojam di mattana, e crepiam d’ozio. Malm. 1. 18.

Al can la tigna: prov. per significare che niuno dee lamentarsi de’ mali che derivano dal suo medesimo naturale, come ne’ cani la tigna. Gli sta bene che lo tormentino i denari; giacchè è così (mazzamarrone) babbeo, che non se ne sa veder bene.

[2]

La difalta parecchi ad ana ad ana

A cafisso, e a busso, e a ramata:

Tutto cotesto è della petronciana.

Difalta: sproposito, bestialità. Ad ana ad ana: in ugual porzione; termine medicinale. Vai manipolando le tue bestialità, una non men grossa dell’altra.

A cafisso ec. vale tutto alla disperata, a botte da orbi. Cafisso: capo fisso, basso. Ramata: pala di vinchi per colpir gli uccelli al frugnuolo.

Petronciana: frutto perlopiù di color violaceo, detto ora petonciano. Lat. mela insana. Leggesi Nov. Ant. 34. 1. Maestro Taddeo trovò che chi continuo mangiasse nove dì petronciano, diventerebbe matto. Dunque tutto cotesto è effetto della tua pazzia.

Bituschio, Scraffo, e ben l’abbiam filata

A chiedere a balante, e gnignignacca

Punzone, e sergozzone, e la recchiata.

Ben filata: abbiam veramente fatto assai a stuzzicare questo gnignignacca.

Balante: uomo inconcludente; forse dal Lat. balans, pecorone. Balante è pure un soggetto romanzesco de’ Reali di Francia.

Gnignignacca: vale pure uomo inetto. Avverte il Ridolfi che volendosi significare l’inettitudine di uno, si dica: E’ mi fu intorno du’ ore, e gni gni gni non raccapezzava mai nè io nè esso quel ch’ei volesse.

Sergozzone: quasi soggozzone, pugno dato sotto il mento. Recchiata: cioè orecchiata, tiramento d’orecchie.

[3]

Bindo mio no, che l’è una zambracca:

In pozzanghera cadde il muscia cheto;

E pur di palo in frasca, e bulinacca.

Zambracca: meretrice; da zambra, camera.

Il muscia cheto: quella gatta morta c’è già data dentro a cotesto pantano.

Bulinacca: una delle più cattive erbe, che nasce da cipolla puzzolente. Vuol dire ch’il merlotto girando e rigirando andò giusto a cader nel peggio, cadendo in cotesta donna.

Io mi vo ciacchillando, e non fo eto;

In confrediglia andiam garabullando;

Pisciata l’ha chi fugge pe ‘l faeto.

Ciacchillando: voltandomi e rivoltandomi come fa il ciacco, cioè il porco. Non fo eto; non faccio un et, non ne cavo niente.

Confrediglia: combriccola di gente poco buona. Garabullando: ingarbugliando, ingannando.

Pisciata l’ha: l’ha indovinata chi n’è fuggito pe ‘l faeto: cioè per mera paura; chi alla puzza s’è accorto subito dall’aria cattiva.

Punta nel legno, e va dimergolando,

E no ‘l farebbe nacchi; e a schimbeci

A dio riveggio va dirupinando.

Dimergolando: va dimenando il chiodo piantato nel legno, eppur non gli farebbe far (nacchi) cricch; cioè non lo smuoverebbe un tantino.

A schimbeci: a traverso, per le rotte. A Dio riveggio; in precipizio; come a babboriveggioli, quasi andare a rivedere il babbo nell’altro mondo.

[4]

Egli ha cotte le fave il lavaceci;

E sarà cuccuin: va egli al lecca?

Egli è ‘l gran Ser Mazzeo, e Capodieci,

Ha cotte le fave: par ch’equivalga al prov. addio fave; il caso è disperato, il botto è fatto. Cuccuin: forse dal Francese cocu, cornuto, becco. Salvini.

Al lecca: il Ridolfi legge: all’esca; va dove lo tira l’appetito.

Ser: titolo de’ notari: Mazzeo: persona caratteristica nota in que’ tempi. Nel volgar Fiorentino è usitatissimo il trar de’ modi di dire dal carattere di certi soggetti noti fralla plebe. Per esempio: Il guadagno del Tinca. Perchè costui, dice il mio P. Paoli, vendea le frittelle allo stesso prezzo, che le comprava; contentandosi di sol leccarsene le dita. Ma di molti se n’è poi perduta memoria; e n’avrem diversi esempj nel Pataffio.

Borbotta, cionca, millanta, e contecca

Contorno cuticagna, e chiappuzino

Allichisato, che sempre la becca.

Contorno cuticagna: scherza sulle prime sillabe co cu per ridargli del cuccuino.

Allichisato: da allichisare, perdere il tempo invano. Questa terzina manca nel codice del Ridolfi.

[5]

Lasciam’andar giù l’acqua per lo chino:

Tu gli hai di bazza, non lo smozzicare

A bacchio, a micca, a gratta ‘l cul Giannino.

Hai di bazza: gli hai fatto un colpo, che non era da sperarsi; metafora tolta dal giuoco de’ trionfini. Quando la carta non è presa nè con trionfo, nè senza, è di bazza: Menag.

A bacchio: alla peggio; dal bacchiar le noci, che si fa senza discrezione. Lo stesso valgono a micca, e a gratta ‘l cul.

Catellon catellon non abbajare,

Che se’ inciprignito, e stramazzato.

Vuomi tu gherbellir? non cespicare.

Catellon catellon: cagnaccio che se ne va quatto quatto facendo il fatto suo. Quindi in prov. Catellon catellone se ne va, e torna al Piovano. Sacch. Nov. 118.

Inciprignito: indiavolato, con faccia arcigna com’una capra. Stramazzato: stralunato, fuor di se.

Gherbellir: ghermire, dar di mano. Non cespicare: non inciampare, bada a te.

Tu se’ fancel marin, garzon bollato:

Non tutti quei, che gridon sia sia:

Egli è un bebo, e fu aggratigliato.

Fancel: tu sei un fanticello di marina, o di galea. Garzon bollato: una birbacchiola marcata dal boja, perchè tutti t’abbiano a conoscere.

Sia sia: come amen amen. Non tutti que’ che dicon domine domine ec. e vi ci sottintende. son buoni. In fatti costui è un bebo, cioè un becco; dal belar delle pecore.

Aggratigliato: fu ben serrato in una carcere. Detto dalle graticole o ferrate delle prigioni.

[6]

Io non ho fior nè punto, nè calia,

Minuzzol, nè scamuzzolo: sta masso,

Ritenso con rimeggio, e ricadia.

Io non ho fior ec. nè scamuzzolo: tutti modi per significar la minima parte di qualsisia cosa. Io non ho un briciolo di cervello.

Sta masso: sta sodo. Onde in modo basso: Star sodo com’un travertino.

Ritenso: ritenuto; sta sulle tue con rimeggio, o sia remeggio, quasi con remi tesi, con cui si rompe il corso dell’acqua. E ricadia: e con ritegno. Aver ricadia si dice di coloro, i quali perchè apprendono, così non operano se non con ritegno.

E spalancato gli è di palo il passo;

Tu m’hai ben raffilata la ghiandaja;

Io non farei a parlacocco un asso.

Spalancato ec. dice il Ridolfi che il sentimento di questi due versi è tale, che meglio sia il tacerne che il dirne. Palo è anche un piccolo luogo di sbarco della spiaggia Romana.

Io non farei ec. son così sfortunato, che non mi riuscirebbe mai un buon colpo. Parlacocco: sorta di giuoco.

[7]

Or tu ti mostri delle sei migliaja;

Egli è casalananna, e dice duto:

Non t’affannar, ch’egli ‘l vedrebbe naja.

Ti mostri ec. vale quanto delle cento miglia. Fai il balocco, come se non avessi capito. Il Gonnella udendo la proferta s’allegrò dentro; e di fuori si mostrò delle cento miglia. Sacch. Nov. 211.

Casalananna: egli non è mica un bambino. Vien forse, dice il P. Paoli, da sa la nanna; cantilena delle balie. Dice duto: sa dir Dio t’ajuti. Salvini.

Egli ‘l vedrebbe naja: non ti pigliar pena: provar che l’è un furbo, perchè lo conoscerebbe un nanni, un cieco.

Egli è cenato, e par pur un piovuto;

Più vago n’è, che la scimia de’ granchi:

Pappa, diluvia, e io te ne rifiuto.

Piovuto: cotto fracido dal vino; Lat. madidus.

Più vago n’è: intendi del vino, di cui è tanto ingordo che si cuoce come una bertuccia.

Diluvia: diluviare si dice d’un mangione, che divora.

Tre d’accia, e due di porro tu abbranchi;

E non gli crocchia il ferro a Vincolenza:

Egli è al verde con dolci arri granchi.

Tre d’accia ec. detto di chi avendo per le mani cose disparatissime, ne confonde una coll’altra. Accia: matassa di filo.

Non gli crocchia il ferro: detto di chi è bravo di sua persona, e non teme. Vincolenza: forse un paese, in cui nell’occasioni ben s’adoprasse il ferro. Ridolfi.

Egli è al verde: ha dato fondo a tutto il suo. Arri: arri là, va là; voci de’ vetturali per istimolare gli asini al corso. Granchi: dicesi d’un avaro ha il granchio alle maniEgli è divenuto miserabile con tanto pungolar l’avarizia.

[8]

In un barlonco andai, e pesca’ lenza;

Leal faina se’, non far la ghega;

Or va moltoso, e schifo in contenenza.

Barlonco: specie di barile, qui per picciolo stagno. Pesca’ lenza: non presi niente; perchè lenza in gergo furbesco significa acqua. Ho perduto il tempo.

Leal faina ec. non fare il sempliciano, che sei un tristo. Faina: animal rapace e scaltro. Ghega: beccaccia, uccello innocente.

Contenenza: per contegno. Della statura e contenenza dell’Imperadore. Franc. Sacch. 18.

Egli è al cul del sacco, e là si frega;

Ne’ bucini non entra il falimbello;

Ed in parroffia van ch’han fatto lega.

È al cul del sacco: è arrivato all’ultimo del mandar male la sua roba. E là si frega: e là si spassa a scuoter questo sacco voto.

Bucini: sorta di reti da pescare, larghe a principio e strette in fondo. Falimbello: sorta d’uccello, allusivo ad uomo vano e leggiero. Vuol dire, chi chi non è messere non c’incappa.

In parroffia van: vanno in brigata; da parrocchia, unione di molti. Arcita entrò con tutta la parroffia. Bocc.

[9]

Isceverare striscia e scartabello,

Tromba da Vico; il bizzarro scamoja,

E buffa all’aglio, e dagli un bucconcello,

Isceverare: metti pur da parte, va pur raccogliendo ogni minuzzolo, ogni pel di notizia, o tromba da Vico. Il Boccaccio: Giovani di tromba marina, susurroni, disseminatori di novelle infamanti.

Scamoja: fugge a gambe levate. Buffa: fa delle baje. All’aglio: giuoco de’ fanciulli simile alla cieca mosca, oggi becca l’aglio, in cui il fanciullo bendato corre dietro agli altri per prenderli. Il preso si conduce in mezzo, e gli si dice: Che sei tu venuto a fare in piazza? Ed egli risponde: A beccar l’aglio. E quegli battendolo sopra una spalla, soggiunge: O beccati cotesto. Quindi si può intendere: dagli un bucconcello, cioè una percossa, forse sulla bocca.

E ne fa gran burbanza, e falamoja:

Da occhi abbiam fatt’acqua, eccoci frate,

E tu se’ di cassetta una gran gioja.

Ne fa gran burbanza: e il peggio si è ch’ei se ne fa gran boria. Salamoja: similmente nel Malm. 8, 26. Acciocchè i versi suoi sieno immortali Porgli fra sale e inchiostro in salamoja.

Da occhi abbiam fatt’acqua: dicesi far acqua da occhi, quando non riesce di rimediare a niente.

Cassetta: dove si raduna la spazzatura e l’immondezza. Quindi si capisce che gran gioja si fosse costui; una gioja di cassetta, uno stronzo.

[10]

Là oltre elle si son raffazzonate

Giubbo, tallero, e zugo tal festuco,

Iscalaverna, e l’oche impastojate.

Raffazzonate: raffazzonarsi con uno si dice talvolta per accordarsi con lui, aprir seco corrispondenza

Giubbo ec. son quattro voci di disprezzo, con cui si denominano que’ tali, di cui non si fa stima. Si ha andare al giubbetto per andare alla forca. Zugo: è propriamente una frittella avvolta sopra un fuscello, che per la sua forma di baccello diede luogo al modo di dire: Rimanere un zugo; cioè restar com’un minchione.

Iscalaverna: pensa il Ridolfi che possa essere un peggiorativo di caverna. Ma qui non potrebbe aver luogo. Dico essere un peggiorativo di Laverna, deità protettrice de’ ladri; presa anche pel ladro stesso.

Oche impastojate: uomini dappoco, ch’in qualunque minimo affare si trovano intrigatissimi.

[11]

Brollo biotto egli è, brullo e caluco:

Deh pecora margiolla va costinci,

E cui frolle in canestro, e bruco bruco.

Brollo e brullo: arso; dal Franc. brulè: cioè arso e asciutto di quattrini. Così biotto e caluco; quasi bigotto e caloscio, cioè ch’è dato giù.

Pecora margiolla: pecora rognosa, marcia.

Canestro: con equivoco scherzoso è stato detto per brache. Vede le calze sfondate al maestro, E la camicia ch’esce del canestro. Bern. Rim. Frolle: che sia frollo, macero. Bruco bruco: mal in arnese, cui cascan gli stracci da dosso.

Tu mi fai nefa, levati da quinci:

S’aggravò Screzio a gara, e schizzinoso

E’ favella a Ser Poltro, e fa del pinci.

Mi fai nefa: tu mi dai noja, va via.

Favella a ser Poltro: parla con chi non si muove, con un poltrone. Fa del pinci: fa il locco, da pincio. Lasc. Rim. E qui rimase alfin pincon pincone.

Isbucciati, e non far dello stizzoso;

Egli mi porta broncio, e non ha zazza:

Digrigna un micolino smanzieroso.

Mi porta broncio: mi porta il muso, sta meco ingrugnato. Non ha zazza: forse non ha niente. Presso il Boccaccio s’ha zazzeato per ozioso, scioperato. Andando il Prete di fitto meriggio or qua or là zazzeato. Nov. 72, 6.

Digrigna: quasi digrugna, cioè tempera un pocolino (un micolino) il muso con un tantin di riso. Smanzieroso: svenevole, con lezzi affettati.

[12]

Tu mi facesti bocchi, e non magazza:

Di non volere stimoli s’ingegna

La lima sorda vivendo di razza.

Facesti bocchi: tu mi facesti boccacce, piuttostochè bocca graziosa, come mi farebbe (magazza) la mia ragazza; Franc. ma garce. Salv.

La lima sorda: il ladro, che suol servirsi di siffatte lime. Di razza: di rapina, di ratto.

E’ calameggia, e sta ‘n gota contegna;

Tra l’uscio e l’arca ciascun di lor fue:

Non piaccia a Dio, che ‘l buon anno ti vegna.

Calameggia: sta a gote gonfie come chi suona il zuffolo, non avendo altro che fare. Sta ‘n gora contegna: significa pure sta gonfio e pettoruto, sta in gravità.

Trall’uscio e l’arca: fu alle strette, fu trall’incudine e il martello.

Cotesto non farebbe Cimabue,

Che dipinse nell’acqua il peto grosso:

Tre se ne dà Ser Guinizzo per due.

Cimabue: un degli antichi pittori. Ancor va in proverbio: Non la farebbe Cimabue, che avea gli occhi fodrati di panno.

Dipinse il peto: uno che si bagni e che spetezzi, col far venire le gallozzole dell’acqua a galla, fa visibile il peto. Salv.

Tre se ne dà per due: questo Ser Guinizzo è un notajo molto accorto ne’ fatti suoi. Comunemente aver tre pan per coppia signifca saper trarre un notabil vantaggio da qualche affare. Ridolf.

[13]

Ben avrei voglia de’ botton dell’osso:

Tu se’ in detta; deh pur pian barbiere

Quand’egli fiede nel bacino il cosso.

Botton dell’osso: aliossi, dadi. Avrei voglia di giuocare; ma tu se’ in detta: tu ti sei accordato a mettere in mezzo chi giuoca.

Cosso: picciol tumore che viene in faccia.

Egli t’appiccò il fiasco il ciabattiere;

E pranzerebbe volentieri a squacquera;

Va in tregenda il cavalier micciere.

T’appiccò il fiasco: pose in pubblico i fatti tuoi, le tue vergogne. Tolto dal fiasco, che si suol in Toscana appender per segno delle cantine.

Pranzerebbe a squacquera: mangerebbe volentieri all’altrui spese. Par che voglia dire, ch’ei sguazza quando può dir male d’alcuno.

Tregenda: brigata notturna, che dal volgo credesi esser di streghe o di morti. Cavalier micciere: cavalier che cavalca un asino, un miccio.

[14]

Curra curra dicea la dolce pacchera,

Poi disse pica pica, e poi ve’ tu;

E alla buona guelfa e fu suzzacchera.

Curra curra: voce con cui si chiamano le galline. Pacchera: l’ho per soprannome di femmina detto per vezzo. Ridolf. Pacchera è propriamente un uccello.

Buona Guelfa: donna de’ Guelfi, del cui partito fu Brunetto; buona perciò detta da lui. Fu fuzzacchera: le recò onta e dispiacere.

La vaga forosetta disse: or du

Gotta, che dia a sta bestia felcina;

Ch’io ti farò, com’io fe’ dianzi al bu.

Or du: or dunque Bestia felcina: bestia cornuta, avvezza a mangiar felci.

Ben piscia Berta, ben pisciò Fiondina;

E gli cornan gli orecchi, e molto gracchia:

E l’ebbe appunto in su la beccatina.

Ben piscia ec. l’hanno indovinata, han fatto bene.

Gli cornan gli orecchi: gli fischian gli orecchi. Noi diciamo: Ben mi fischiavan gli orecchi, quando ci accorgiamo che taluno da noi lontano mormorava di noi.

Su la beccatina: averla sulla beccatina significa esser colpito sul più vivo.

A gran gajaldo al barlume smiracchia

Al passo a Malamoco aggratigliato,

Alla ruffa alla raffa, ed abbatacchia.

A gran gajaldo: con gran gaudio, con brio. Smiracchia: aguzza la vista per vedere, per ispiare quanto v’è di male.

Passo a Malamoco: luogo dell’Adriatico; vale passo cattivissimo. Aggratigliato: imprigionato.

Alla ruffa alla raffa: è quando strappasi un all’altro una cosa, intorno a cui son molti a pretenderci; che perciò s’abbatacchia, cioè si sbatte qua e là alla peggio.

[15]

Cansati bizzocon, ch’e’ t’ha alloccato:

Lodato sia San Pilpistro, e San Puccio;

Or non sellar, ma leva lo camato.

Bizzocon: fatti in là zotico ignorantone: giacchè t’ha alloccato, t’ha allumato, t’ha adocchiato.

San Pilpistro ec. Santi inventati per dir nel burlesco un equivalente di lodato Dio.

Non sellar: non metter la sella, ma deponi pur anche lo camato, ch’è la bacchetta che s’usa da chi cavalca. È un modo d’esprimer la sorte infelice di chi credendosi di migliorare stato, peggiorò anzi dell’antica sua condizione.

Sonne fuor come Ughetto del Poltruccio:

Egli ha dato del culo in sul petrone;

Ben raccozzato egli è trezze e guarduccio.

Del culo in sul petrone: dicesi di chi è andato in rovina, è caduto in miserie, ha fatto cedo bonis.

Trezze e guarduccio: pensa il Ridolfi dover dire quartuccio, e che in gergo significhi quattro, come trezze valga tre: perciò che siccome tre e quattro stan bene uniti, come numeri tra lor vicini, così ben vadano insieme questi due malandati.

[16]

Facciamo a bella bargia, e a bel grillone:

Zoccoli in brodo! egli è Latin Calzari,

Agnardo, e Bella coscia di montone.

Bella bargia ec. sorta di giuochi insulsi. Giacchè oramai siamo spiantati, spassiamoci per consumar il tempo. Di costoro nel poem. intit. La compagnia di Belfiore: Basta ch’e’ sappian cantar quella rima Di giorno e notte, di mattina e sera, Fa la là, li la là, la li, la lera.

Zoccoli in brodo: è un’esclamazione solita profferirsi al sopraggiunger d’una persona, di cui si parlava male. Lat. lupus est in fabula. Oggi: Co’ zoccoli! per coprire un certo più sconcio intercalare.

Agnardo e Bella coscia ec. secondo il Ridolfi sono soprannomi plebei di due persone, che sopraggiungono insieme con Latin Calzari.

Uno sfolgoro ci ha: pazzi e denari;

Egli trasogna, e sta a canna badata:

Fate agl’ingoffi, che siete di pari:

Uno sfolgoro: un’immensa sfolgorata distanza v’è tra pazzi e denari; non potendo far roba se non chi ha senno. Così spese sfolgorate.

Trasogna: farnetica. Sogna quattrini chi quattrini non ha. Sta a canna badata: sta a bocca aperta come chi desidera, e sta a bada.

Agl’ingoffi: a musoni, a pugni. Vedetevela insieme, che siete spiantati e pazzi ugualmente.

[17]

Pisciaci su donna Berta arroncata.

Pisciaci su: dacci di naso, la cosa è fatta. Arroncata: forse grinza, da arroncare, sarchiare; o storta, da ronca.

[18]

CAPITOLO SECONDO.

Egli è sbandito il becco, e ‘l magaluffo;

E pillottami dentro a chicchirlera:

Non traligno, e stordito non l’acciuffo.

Magaluffo: quasi magaluppo. Si dice galuppo ad uomo di vil canaglia e mal in arnese.

Pillottami: pillottare è gocciolare sull’altrui carne grasso o cera bollente. Chicchirlera: beffa, burla. Colle sue bajate mi fa arder di rabbia.

Non traligno ec. io la fo da par mio ; è per certo che non da sbalordito o da messere io l’afferro pel ciuffo.

Deh! non ne far così gran sugumera,

Ch’io ho pieno il bustaccio a maccabeo:

Aggaffala, ch’ell’è buona gemmiera;

Sugumera: è una boria caricata; oggi sicumera. Per amor di Dio non ne menar tanta boria.

A maccabeo: io ne son pieno a crepapelle, fino a non poterne più. A macca: in abbondanza.

Aggaffala: acchiappala. Egli è pure una strana cosa, che questi poveri mariti non posson trarre un peto, che non abbian sei persone che gliene ricolgano. Firenz. Luc. Gemmiera: per gemma.

Io non starò più punto al batasteo;

Non ne farei un tomo in su la paglia:

Tu t’hai a dar pacin, fa voto a Deo.

Al batasteo: in gergo secondo il Salvini per dire: Io non istarò più punto a batostare, a contrastare.

Tomo: capitombolo. Tanto poco me ne curo, che non farei un capitombolo sulla paglia.

Dar pacin: darti pace. Il Boccaccio ne derivò un nome per un suo personaggio.

[19]

Ardingo, ‘l nuoto andrà ben di rigaglia,

Or va di notte; e non menare il cane,

Ghiotto tralinto a bilenco sparpaglia.

Il nuoto ec. andrà il negozio a maraviglia bene e vantaggiosamente. Si dice: io nuoto nel grasso. Significa poi rigaglia quell’utile che si ricava dalle possessioni oltre al pattuito, e di là da quel che si potea aspettare.

Or va di notte: si legge Esposiz. di Vang. Notte si è detta da nuocere. Quindi potrebbe intendersi: Or va male.

Non menare il cane: crederei potesse equivalere a non menare i denti; non menar tanto le gengive, non mangiar tanto.

Tralinto: ghiotto bisunto. A bilenco: a gambe storte e squatrasciate. Sparpaglia: disperge. Chi per se raguna, per altri sparpaglia. Sacch. N. 188.

Battisoffia, bedame, e berghinzane,

Ciurmati baldamente il bugigatto:

E scocossato a pian passo rimane.

Battisoffia: è quel batticuore cagionato da improvvisa paura: qui per uomo pauroso; come se dicesse: O poltrone vigliacco. Bedame e berghinzane son titoli d’ugual significato, di cui carica pure questo codardo. Bedame: forse bedale secondo il Ridolfi, soldato di poco conto. Berghinzane: da berghinella, vil femminetta.

Ciurmati: fatti un incantesimo al (bugigatto) pertugio; quasi buco di gatto.

Scocossato: sbattuto e ribattuto; Lat. succussatusA pian passo rimane: pur non gli va male, cade in piè com’i gatti.

[20]

Egli è una trombetta, egli è mal gatto;

Per Pentecosta rimese le penne,

Diviatamente e’ fia da polli imbratto.

È trombetta: va dappertutto predicando i fatti altrui. È mal gatto: è un furbo.

Rimese le penne: si rifece, si riebbe. Diviatamente: a dirittura, ben presto. Oggi nel volgar Fiorentino diviato.

Imbratto: beverone di crusca che si dà a’ porci, o a’ polli. Tornerà ad esser crusca da dare a’ polli.

E genti senza senso dicon menne:

E’ mi comincia a tremare i pippioni:

Non è transita l’otta, e non ci venne.

Dicon menne: come volesse dire: Un castrone dice castrone all’altro. Menno: mutilato, o sbarbato.

Tremare i pippioni: aver gran paura; modo basso. Pippione: per testicolo.

[21]

Saldi alla pettinella: scerpelloni,

E volta tema, e sta accoccolato;

Alzò le berze, e mostrolli i tornoni.

Saldi alla pettinella ec. stiam fermi al punto, teste sbalestrate e volanti. Pettinella: è la fiocina, che si lancia a’ pesci dopo aver loro ben diretto il colpo.

Scerpelloni: spropositi madornali; dall’andar torto delle serpi. Come dicesse: Vomita cento farfalloni; nè mai sta al proposito; volta tema, cambia discorso.

Berze: le gambe. I tornoni: non può aver che un sucido significato.

Pur bubbola starà a guaraguato:

E via vocata io feci del cocuzzolo:

Rannicchiati ricente, e bestrugiato.

Bubbola: uccello che perlopiù dimora fralle lordure; qui detto ad uno per titolo ingiurioso. A guaraguato: stare a guaraguato, vale star nascosto per espiare i fatti altrui.

Via vocata; via via, incontanente. Cosi tutta vocata per tuttavia si ha nel volgarizzamento di Lucano. Feci del cocuzzollo: feci capolino; essendo cocuzzolo la sommità del capo.

Bestrugiato: non si può indovinar cosa significhi. Congettura il Ridolfi che possa voler dire strapazzato.

Un botto caddi, ed uno stoscio al bruzzolo:

Rimorchi! tu non sai mezza la messa:

Deh non far grotte ch’io me ne scompuzzolo.

Uno stoscio: oggi uno stroscio, quel rumore che fa una cosa cadendo. Bruzzolo: il crepuscolo della mattina o della sera. Onde volgarmente: Levarsi al bruzzolo.

Rimorchi: il Ridolfi l’ha per una parola enfatica, come cappita! Infatti si ha dal Varchi che rimorchiare è verbo contadino, e significa dolersi ec.

Tu non sai mezza la messa: tu sei poco informato, tu non sai quel che ti dica. È un modo di dire.

Non far grotte: non aggrottar le ciglia, non far faccia brusca. Scompuzzolo: me ne sconcaco dalle risa.

[22]

Babbo mamma; Roma e toma, e Tessa;

Egli è un bizzocone, e un bacheco,

E ‘n su le squille trovò la Contessa.

Babbo ec. è tutto un bisticcio per dir di uno, che non si sa in che dia, che non dà nè in busso nè in basse. Pare un bambino che cinguetti babbo e mamma; promette (Roma e toma) mari e monti, poi finisce in ceci. Tessa: mona Tessa a presso il Boccaccio.

Bizzocone: un pinzocherone, uno stolido bacchettone. Bacheco: un baccellone, un baggeo.

Sulle squille: sull’alba o sulla mezza notte, quando suonano le campane. La Contessa; quella di Civillari, di cui il Boccaccio: Erano allora per quella contrada fosse, nelle quali i lavoratori facean votar la Contessa a Civillari per ingrassare i campi loro. Alle quali come Buffalmacco fu vicino, di netto col capo innanzi il gettò in essa. 8. 9.

[23]

Poi ricevette lo danajo dal Greco,

Per fisima, che venne al Zenzovino:

Pertinace la gongola sia teco.

Danajo dal Greco: un Fiorentino pronunzia dana’; donde la giusta misura di quello verso. Ricever danajo dal Greco è riportar danno, dove si dovea sperare utilità; solendosi avere in mal concetto i doni de’ Greci. Timeo Danaos & dona ferentes. Virgil.

Per fisima: per capriccio. Zenzovino: crede il Salvini che possa esser zanzero, giovine da solazzo.

Gongola: tumore che infesta la gola. Pertinace ec. ti s’attacchi bene.

La favola mi par dell’uccellino

Se mai che sì; deh vienlo mazzicando;

Non ti darei un sol pelacucchino.

La favola ec. quel ripeter sempre lo stesso con un giro di parole senza venir mai alla conclusione. Onde in prov. La canzona dell’uccellino, che non finisce mai: Se mai, che sì ec.

Vienlo mazzicando: suonalo bene con una mazza, dagli bene.

Pelacucchino: non volerne dare un pelacucchino vale non volerne dare nemmeno un’acca. Lat. ne hilum quidem.

E in dileguo spesso va frummiando,

Ed è nuovo arzigogol mal tecchito;

E per la niffa sta contrugiolando.

In dileguo va frummiando: va col pensire, errando per gl’immensi spazj immaginarj, va freneticando.

Arzigogol: immaginazion fantastica, castell’in aria. Mal tecchito: vano, infruttuoso. Onde si dice: Non attecchisci niente.

La niffa: il muso, il grifo; onde anniffare per ingrugnarsi. Sta contrugiolando: tutto finisce in trucioli, frutto del suo mal umore. Ridurre in trucioli è ridurre una cosa in minuzzoli inservibili.

[24]

Tu hai lasciato quel desco imbastito

Per ciccia coderina in gozzoviglia:

Del manico se’ troppo riuscito.

Desco imbastito: tavola imbandita. Ciccia coderina: la carne della coda stimata da’ ghiotti pel miglior boccone. Hai rinunziato a una buona tavola per rosicchiarti una coda co’ tuoi compagnoni. Hai lasciato il più per tenerti al meno.

Del manico ec. si dice ad uno che scappa in un’azione non corrispondente all’idea, ch’aveasi del suo carattere.

Il cacastecchi e lagrima e bisbiglia;

E quest’è più che stajo su la chierma:

Egli è da Sciobbio, benchè s’arrubiglia.

Il cacastecchi: lo stitico, lo spilorcio. Quest’Ilario mi riesce fra mano una pillacchera e un cacastecchi. Commed. D’Ambra.

Più che stajo: quand’uno dopo una serie di spropositi cade in qualche bestialità più madornale, si dice: Oh questo ha colmato lo stajo. Forse chierma per chierca, capo. Come dicesse: Adesso ha sul capo uno stajo piucchè colmo.

È da Sciobbio: usa la plebe Fiorentina per ispiegarsi copertamente trar de’ concetti da’ nomi di alcuni luoghi. Così egli è da Levante per dire che leva via quel d’altri. Non altrimenti è da Sciobbio, che ha relazione e scialbo, pallido. Ridolf.

S’arrubiglia: s’arrossisce. Il Boccaccio in lingua furbesca disse empiere il fiasco di vin rosso.

[25]

Ella borbotta allo stecchetto ferma;

E sbonzola doman, ch’è berlingaccio.

Deh fistol venga a’ rigattieri in ferma.

Allo stecchetto ferma: stando a stecchetto. Stare a stecchetto è mangiar magramente, fare a miccino.

E sbonzola: e mangia poi a crepapancia dimani, che è (berlingaccio) giovedì grasso.

Terma: contrada di Firenze, così detta dalle terme che diconsi esservi state anticamente. Par che se la prenda co’ rigattieri, perchè comprando da costei, le dan campo di vendersi tutto per far carnovale.

Io l’ho zombato com’un tovolaccio;

E zufolaigli dreto e zinghinaja,

E delle cacatesse in sul bustaccio.

L’ho zombato: l’ho battuto a più non posso, come si farebbe a un tavolone, che non si risente.

Zufolaigli dreto: gli fischiai, gli dissi appresso cento male parole; gli dissi esser come la zinghinaja, ch’è quella lenta indisposizione, per cui non si è nè sano nè malato; e come le cacatesse, cioè le male femmine, che struggono e consumano.

[26]

Pur domine mercè, Martin dall’aja,

Nè più mar nè più terra, e posa ciolo?

È mai sì, che no ‘l farebbe naja.

Nè più mar ec. questo verso vuol esprimer l’inquietudine di uno, cui paja che gli manchi sempre il terren sotto i piedi. Come dicesse: Cosa è mai? Forse non vi sarà più nè mar nè terra, e cascherà il (ciolo) cielo? Ma sì davvero, che niuno il farebbe quel che tu fai.

Egli è diman post dì berlingacciuolo;

E voi vi dite il ver Madonna Uliva,

Chi non ha rocca s’impegni il figliuolo.

Berlingacciuolo: il giovedì che precede t giovedì grasso: oggi berlingaccino.

Tu sei una covata assai cattiva;

La ritruopica non ti troverebbe.

A gambe alzate il vidi che tortiva;

Una covata: una nidata, cioè una cattiva razza. Del Greco: Mali corvi malum ovum.

La ritruopica: l’idropica, qui presa per la versiera, che è un diavolo ideale.

Tortiva: in lingua furbesca vale evacuava il corpo; dall’azion di premere. Columella: Vinum tortivum, vino spremuto.

[27]

E la cavalla non men porterebbe,

Egli il volle grancire, ed uncicollo;

Dell’asciuga berrette e’ mi darebbe.

Porterebbe: s’usa questo verbo per aver nel ventre. Onde potrebbe intendersi, che costui tanto evacuava, quanto ne potea esser nel ventre d’una cavalla.

Grancire ed uncicare; aggrappar colle granfie, come farebbesi cogli uncini.

Asciuga-berrette: ladro. Mi darebbe del ladro. Oggi pure: Egli è stato rasciugato da’ birri; è stato preso.

Se piove a Palavanghi, e Davarcollo,

Io potrei ben avale appiccar brevi;

E chi non si spergiura fiacca il collo.

Avale: ora, adesso; voce antica. Appiccar brevi: appender voti. Breve è propriamente quel sacro amuleto, che portano al collo i bambini.

E chi non ec. proverbio equivalente a quell’altro: Chi dice il vero è impiccato.

Nespola barattiera per le nevi

Rivela, sbusa, rabbuffa, cernecchia;

E pure i lecchettini mi dicevi.

Nespola: chiama questa barattiera una nespola in tempo di neve, cioè cattivissima, una pessima truffarella: perchè le nespole nell’inverno molto avanzato sono acide, e di sapore disgustosissimo.

Sbusa: munge, carpisce gli altrui denari. Rabbuffa: imbroglia, avviluppa. Cernecchia: sbroglia, sviluppa. Usa mille raggiri per cavarne il suo conto.

I lecchettini ec. eppur mi vendevi paroluzze melate.

[28]

Sempre tu fai di mercatante orecchia;

Per barbagrazia il disse, e non fe zitto:

Mona Bertina, cala giù la secchia.

Per barbagrazia: per una grazia singolare, per non dir peggio.

Mona ec. questo verso, dice il Ridolfi, vuol esprimere il parlar melato della persona, di cui si tratta; volendo come dare un saggio delle leccate grazie, ch’avea sulla bocca.

Alle mulina degli Argenti ritto

Io vo, già capitato a mal tenore:

A scudo, ed a capel vi fu’ confitto.

Argenti: famiglia nobile e antica di Firenze, di cui Dante e il Boccaccio.

A scudo ed a capel: appuntino. Vi fui colto appunto, com’era stato ideato.

Tu se’ della porrata imbrattatore:

Marzocco avrà la tossa coccolina;

Per gramanzìa è grande ingannatore.

Porrata: vivanda fatta di porri. Imbrattar la porrata vale sconcertar gli altrui disegni.

Marzocco: lione di pietra che sta per insegna avanti il palazzo vecchio di Firenze: val quanto stolido. Tossa coccolina: catarro grave da stare a capo nudo allo scoperto. Scherza sul detto lione, che così sta: e intendesi d’uno ch’abbia in capo cattive idee.

[29]

Fonne fallo di questa man porcina,

Che non mi fece ancor motto nè totto;

Mi hai pur cinque; è merda in pezzolina.

Fonne fallo: questa mia mano è ben disgraziata nel giuoco; non è buona ad altro che a far fallo. Motto ec. nè tanto nè quanto.

Mi hai pur cinque: par ch’accenni il giuoco della mora, in cui fallandogli spesso la mano, il compagno gli ha già cinque.

Merda in pezzolina: termine di disprezzo di qualunque sia a cosa.

Se tu gli affusolasti un mal rimbrotto,

E’ par dalle convalle lembo e bretta:

Facciamo a bombajarda tutti in frotto.

Gli affusolasti: gli scaricasti addosso, gli facesti un bel rabbuffo per farlo rimanere svergognato.

Par dalle convalle: si sta com’un balocco, un uomo di grossa pasta. Così: Egli è dalle vallade, alludendosi alle vallade di Bergamo, donde si fingono i zanni delle commedie. Ridolf.

Lembo e bretta: Dante usò lembo per lo più cupo fondo della valle. Bretto significa sterile. Onde il senso sarà: Ei si sta com’un balocco, e un balocco de’ più torzoni e senza sugo.

Bombajarda: giuoco di fanciulli, che corrono a prendersi un coll’altro; oggi bomba.

[30]

Egli ha fatta la fica alla cassetta

In ghermugio, in civeo; e delle cionti

Affibbia, bocca vecchia e giulivetta.

La fica alla cassetta: far le fiche alla cassetta è approfittarsi de’ denari avuti da altri in consegna. Potrebbe qui Brunetto giocar d’equivoco poco onesto.

Ghermugio: da ghermire, come gherminella, giuoco di mano. Civeo: può essere da inciveare, mettere in civea, che è una specie di cesta. Ridolf.

Delle cionti affibbia: accocca, fiocca randellate; Lat. contus, bastone. Rosel tu toccherai di molte cionte. Burchiel.

Bocca: chi sa che non abbia a leggersi a bocca, seguitando l’equivoco d’aver fatta la fica alla cassetta, e corrispondendo a quel che segue: In questa porta ec.

In questa porta Cavaliere apponti:

O Gianni, che vai tu pur rimberciando?

Egli è un capessonchio dalle Fonti.

Rimberciando: rattoppando, racconciando come si fa a’ panni laceri.

Un capessonchio; un duro capassone, e villano; essendo le Fonti un luogo della campagna di Firenze.

[31]

Bilocco e’ par sempre vada corbando

Al basiasco; e ito colà entro,

Egli è sbusato, e vaffi infrancescando.

Corbando: andando com’un corvo, che gira o gracchia intorno alla carne.

Basiasco: il Ridolfi l’ha per nome di luogo particolare, oggi incognito; da cui però si tragga qualche concetto scherzoso.

È sbusato: rimane scusso di forze. Infrancescando: imbrogliandosi nella sui confusione.

Che rileva ponzar quand’e’ v’è dentro?

E non è ognindì pon là pon là?

E ‘l Belzebubbe è frugato nel centro.

Ponzar: fare sforzo affin d’intromettere o d’espellere una cosa.

Frugato: frugare è tasteggiare con un randello o altro qualche luogo segreto ed oscuro, qual appunto sarebbe il centro di uno.

Arri al somiero, ed al caval giò là;

Le gasdie maritate a’ bigolloni

Scuteggia, ed a Capalbio sempre va.

Arri ec. queste voci son tolte dall’uso de’ contadini, che le dicono agli animali per istimolarli al corso. Va il caval per giò; Per andà va il bo, e l’asino per arri. Sacchi, Rim.

Gasdie a’ bigolloni: bigollone uomo grossolano; perciò gasdia sarà denominazion di femmina, che faccia buona coppia con tali uomini. Ridolf.

Scuteggia: verbo ora ignoto, ma probabilmente frequentativo di scuotere. Ridolf.

Capalbio: luogo delle maremme di Toscana; quasi caput alvei. Ma qual sarà la sua allusione?

[32]

Voi siete di guaime due melloni:

Egli è un miccingogo, e piglia ‘l grillo;

E sempre n’ha pisciato maceroni.

Di guaime due melloni: modo frizzante; due sciocchi in sommo grado. Baccei di guaime disse il Burchiello.

Miccingogo: uomo grande e grosso com’un miccio, goffo di fattezze, e di pochissima attitudine; oggi maccianghero.

Piglia ‘l grillo: alza sopracciglio. Qui però par che equivalga a quel di Plauto: Supercilium salit; che diceasi di uno, che fosse giunto a farsi solleticare da qualche dolce speranza.

N’ha pisciato maceroni: n’è stato sempre ardente e bramoso; Lat. amore macerari. Il macerone è un’erba aromatica.

Ed il purlente sempremai titrillo;

E’ avviluppa, e scardina la tigna,

Perch’è un tristo al fuoco, ed ha l’assillo.

Purlente: forse quasi prudente, cioè che prude, che dà prurito. Titrillo; quasi titillo, solletico. Salvin.

Scardina: scardassa. Scardassar la tigna dicesi per malmenare alcuno, farne straccio.

Tristo al fuoco: volgarmente un dormi al fuoco, che fa vista di dormire per furberia; fa la gatta di Masino.

Ha l’assillo: smania punto dalla sua passione. Assillo è un animaletto alato, che punge aspramente.

[33]

La prugnola trangugio, ch’è arcigna.

Deh cacciate le passere ti sieno:

E’ non ha una bogia, e sempre ghigna.

La prugnola ec. mi tocca ad inghiottire un aspro e cattivo boccone; proverb.

Le passere: cacciar le passere s’intende tener lontani i molesti e gravi pensieri.

Non ha una bogia: è sano com’un pesce, non v’ha in lui vestigio di rogna o d’altro malore.

Risciacquale il bucato almeno almeno;

Non ha per certo di che Dio lo ‘mpicchi;

Per questa barba tu farai di meno.

Risciacquale il bucato: falle una lavata di testa, una sonora strapazzata.

Non ha certo ec. nemmeno ha tanti quattrini che bastino a comprare una fune per impiccarsi. Restim volo emere qui me faciam pensilem, dice in Plauto quel Calidoro, che non avea come pagare le sospirate notti.

Per questa barba: tocca la barba in atto di giurare; Lat. Si vir sum. Mentre non hai quattrini, ti giuro che passerai vedove e meste le notti.

[34]

Di ferro in ferro, ed è tra vinchio e vinchi;

E’ casca, e tiensi al palo e a guascherie:

Tu se’ incerrato che non ti sviticchi?

Di ferro ec. egli è alle strette, non sa come uscirsene.

Guascherie: congettura il Ridolfi, che possano essere arnesi di legno, a cui appigliarsi, come gualchiere. Potrebbesi anche trarne la derivazione da guaraguasco, sorta di pianta.

Se’ incerrato: gli antichi usavano incerrare per commettere insieme sì strettamente, che fosse impossibile il separarsene. Sei in sì stretto impegno da non riuscirti di disbrogliartene? Ridolf.

Gatta tien’a parete, e druderie:

La mostra tu ne fai di bucherello:

Lodata sia la campana del die.

Gatta ec. scherza alludendo a’ gatti in fregola. Gatti si chiaman quelli che son molto tristi ed accorti. Ne’ tuoi amori l’hai da fare con chi sa ben pelare i merlotti. Parete per casa l’usò nel Tesoretto.

La campana ec. la campana dell’alba, quando i gatti finiscono il lor fregolio.

Farà di gazzafistol mocon bello:

Bozzacchio parve il manico, e spulezza:

E’ gli vuol rasi, lì inerti centello.

Farà ec. di questo verso tante son le varie lezioni, che vano è cercare che cosa abbia detto e inteso M. Brunetto. Chi legge farà, chi tara, e chi darà. Chi mocone, e chi macone.

Bozzacchio: il bastone parve bozzacchiuto, cioè corto ma grosso; che perciò si facea ben sentire: e spulezza, cioè caccia la polvere, come intende il Salvini. Del resto: Spulezzare, volar via come la pula al vento. Davanz. Post.

Gli vuol rasi: vuole i bicchieri ben pieni e colmi; mettivi un altro poco di vino. Forse metaforizza sulle bastonate, e dice che gliene dia in buona misura.

[35]

Grignaccola pericol sempre lezza;

Sciorina al centopel, ti pasca l’occhio

La pazza al pozzo menando la pezza;

Grignaccola; forse frignaccola da frigna, natura della donna. Cento pel: l’ano.

La pazza ec. è da credersi che non v’abbia se non la superficiale significazione d’un bisticcio, simile a quel d’oggi: Al pozzo di Messer Pazzin de’ Pazzi v’era una pazza che lavava pezze.

In mo’ d’archetti, e’ non è morto Bocchio.

In mo’ d’archetti: è una maniera di rispondere con qualche amarezza, quando non si vuol rendere adeguata risposta. Interrogati: In che modo fareste voi? Duramente rispondesi: In mo’ d’archetti.

[36]

CAPITOLO TERZO

Ell’è brignacca, bacalar cignato:

Disse colui ch’ebbe la moglie morta.

E questo fatto è fatto, ed è spacciato.

Ell’è brignacca: secondo il Ridolfi è modo di dire, come sarebbe: Cappita! l’è una piccola bagattella, l’è una salignacca.

Bacalar cignato: baccelliere coronato, laureato. Dicesi anche per ironia, com’il Berni d’un gigante: E fra se dice: sì gran bacalare Un piede e mezzo bisogna scortare. Orl. 2. 60. Onde seguiterebbe il senso: L’è una fava, l’è una cosa da nulla!

Levai la quaglia, e ‘l tozzo la ne porta;

E ‘l Ghiucciole dall’aja no ‘l farebbe:

Sentenzia bornia fu assai bistorta.

‘L tozzo la ne porta: invece di guadagnarci ci ho perduto; come avviene al cacciatore, quando non sol gli fugge la preda, ma gli porta via l’esca. Prov. Andar per la decima e lasciarvi il sacco.

No ‘l farebbe ec. nemmen messer Ghiucciole sarebbe stato tanto babbano e tanto gnocco. Dall’aja: suol dirsi a’ più goffi villani; come Cecco dall’aja.

Bornia: cieca. Risoluzione presa alla cieca non riesce che alla malora. Se tu e gli altri che le gatte in sacco andate comperando, spesse volte rimanete ingannati, niuno maravigliar se ne dee. Bocc. Lab. 264.

[37]

E la camicia il cul non toccherebbe:

Doh! ch’egli è un cotale uti nè puti;

Un male schiaffo, e una ceffata ebbe.

La camicia ec. modo basso, che dicesi d’uno il quale esulta per contentezza. Ella rimase facendo sì gran galloria, che non le toccava il cul la camicia. Bocc. 32.

Uti nè puti: ah! sì ch’egli è un baccellone, nè carne nè pesce; e perciò gli fu sonata. Male: per malo.

Rozza petarda, lapi, nuti, e ciuti:

In india pastinaca m’impinzai;

Non son minciolfi, perchè sien zembuti.

Rozza petarda: cavallaccia che spetezza. Dicesi a talun per disprezzo come carogna. Segue il disprezzo in lapi, nuti, e ciuti, che son termini di niun senso, messi per dinotare lo sciocco parlare della persona di cui si tratta. Ridolf.

India pastinaca: paese ideale come la cuccagna, che fingesi d’un grasso sbardellato. M’impinzai: m’empiei a crepapancia. Vuol dire: Io intanto me ne sto in guazzetto. Così il Bartoli: Intanto Cecco all’ombra d’un ontano Se la grogiola allegro a pancia piena; E parmi giusto il prete di Pacciano.

Minciolfi: furbesco travestimento di minchioniZembuti: da zembo, che dice il Ridolfi suonar gobbo in alcune parti d’Italia. Non ti credere d’averla a fare con mammalucchi, benchè tu li vegga maltagliati e scontrafatti.

[38]

Al tuo pasqual servigio il culattai,

Ruscella; deh fa ‘l tomo schiavonesco;

Sicchè noi siam da Bientina begnai.

Il culattai: s’usava in Firenze da’ più anziani del negozio condur sulla piazza il giovine, che andava la prima volta alla bottega o al banco, e acculattarlo sopra un marmo; come se ciò fosse un iniziarlo al servizio della bottega. Ridolf. Pasqual: solenne, total servizio.

Ruscella: soprannome di persona allor cognita. Confessa poi il Ridolfi non saper indovinare qual gergo si nasconda in questi due versi. Similmente ne’ Cant. Carnasc. 34. Il tombol schiavonesco e faticoso, Donne sì ben facciamo, Che senz’alcun riposo Tre volte e quattro già fatto l’abbiamo.

Bientina: lago tral Lucchese e il Fiorentino. Begnai: forse bagnai, al dir del Ridolfi, per bagnati.

E co’ calzar del piombo sta in cagnesco;

E mi venne un cicato per lo teri:

Fatti un cristeo di foglie di pesco.

Co’ calzar ec. con lenta gravità, con guardinga sostenutezza. Sta in cagnesco: sta burbero, fa il muso torto.

Un cicato ec. un cieco per la limosina; gergo antico. Teri: oggi il tarì è moneta Napolitana, già detta terì. Il Salvini che va sempre alle radiche di primissima origine, dubita sia teri per tergo.

Foglie di pesco: bisogna ch’esse siano solutive, com’in sommo grado lo sono i fiori del pesco. Ridolf. Se questa poi fu la limosina, fu molto squisita.

[39]

Ed in gazzurro stanno i ciabattieri;

Bàccito ti darà bombar, Ciampugio:

Dello smallato fanno i ciabattieri;

Gazzurro: zurro, allegria, galloria. Onde gazzarra, festoso sparo di mortaretti.

Bàccito; crede il Ridolfi che sia un composto, come màmmata per mamma tua, così Bàccito per Baccio tuo.

Ciampugio: Ciapo di Puccio, o Giacopuccio. Sta tu pure allegramente, o Giacopuccio; che Baccio tuo ti darà del buon bevere. Da bombo, voce fanciullesca per vino.

Smallato: spogliato della scorza. Far dello smallato è lo stesso che fare il dinoccolato, fare il cascante.

A scornabecco la Ghisola, e Pugio.

Non t’affannare a gerla, Misingrino;

Mondagli l’orzo, ch’e’ non è mattugio.

A scornabecco: si pongono scambievolmente in capo la corona, la corona del becco. La Ghisola è pur presso Dante (Inf. 18.) una femmina, che fe crescer gli splendori in fronte a suo marito.

Gerla: specie di corba per portare il pane. S’usa anche per significare una gran quantità. Dopo aver mille imbarazzi, Porta addosso una gerla di ragazzi. Malm. 12. 11.

Mattugio: denominazione d’una specie di passere, che son le più avide del cibo. Il senso è dunque: Non gli avessi tu a portare una gerla di pane: che anzi mondagli l’orzo, preparagli un piattin gentile; mentre non è egli un divoratore, ma ma boccuccia delicata.

[40]

Gnaffe, tu se’ un nuovo Pagolino

A vederti i luccianti scerpellati;

Se non ti vendichi, esci baldovino.

Pagolino: v’è stato un cieco, detto Pagolino, e famoso in compor canzonette.

Luccianti scerpellati: occhi stravolti, che poco vedono. Egli avevano quegli occhi scerpellini, sicchè e’ vedevan poco o niente. Firenz. As.

Esci baldovino: ti fai vedere un asinaccio. Così d’un asino l’Angiolieri: Stando lo baldovino entro d’un’ prato, Dell’erba fresca molto pasce e ‘nforna.

Non frottolar, che tu gli hai trabaldati:

Quando l’asino ragghia, un Guelfo è nato:

Sì dice. E gli ebbe netti, e scuccolati.

Non frottolar: non ci vender frottole. Gli hai trabaldati: li hai trafugati. Tu sei un fante lesto, e senza far mostra li hai rubati.

Quando l’asino ec. M. Brunetto era Guelfo, Chi qui parla in disprezzo de’ Guelfi è un furbo che vuol farsi merito presso i Ghibellini, e così trar da loro denari.

Ebbe netti ec. ebbe i quattrini pronti e sgusciati; cioè li ebbe un sopra l’altro.

Per via s’acconcia soma a fare a fato:

Egli è un cerbacone, e connofica:

Coglier vuol questa tira, e scarcasciato.

Per via s’acconcia ec. anche operando (a fato) a sorte, va talvolta un affare a mettersi da se stesso in buon essere nel suo medesimo corso.

Un cerbacone: uno scioccone, un buon da nulla; e vien forse da cerbonea, vin guasto e inservibile. Connofica: titolo ingiurioso formato da due sinonimi del latino cunnus. Così nell’8. dice ad uno: Viso di conno infermo e di marmotta.

Coglier ec. vuol vincer questa gara; ed è scarcasciato, cioè malconcio; da scarcassato, rallentato com’arco non teso.

[41]

E conoscoti, il cul disse all’ortica;

Andar io posso a far dell’erba a’ cani,

Bontà di te, che se’ muccia fatica.

Conoscoti ec. modo basso, con cui intendiamo d’esprimere, che non c’è punto ignota la maligna qualità di taluno. Altrimenti: Ti conosco mal’erba.

Far erba a’ cani: applicarsi ad un mestiere di niun profitto; perchè i cani non mangiando erba, tal fatica sarà perduta. Similmente: Fare il lava carboni. Addio miei negozj, in grazia tua (bontà di te) che sei un (muccia fatica) perditempo, uno scansafatica.

Ecco l’avanzo del grosso Cattani;

Alle minonne perderei giucando

Decimole, peteri, e ani ani.

L’avanzo del Cattani: s’intende quello scapito sofferto dove credeasi guadagno. Così l’avanzo del Cazzetta, che fecondo il Menagio bruciava gli olivi per far buona cenere.

Alle minonne: giocare alle minonne o alle minonnole è trattenersi in giuochi di niun interesse. Mi dice sì mal la sorte, che perderei anche dove non si può perdere.

Decimole ec. tre termini significanti quelle più miserabili bazzecole, in cui può consister la perdita di uno, che nemmen ha che perdere. Decimole: da decimo, meschino. Peteri: da peto, come crede il Ridolfi. Ani ani: voce delle contadine per chiamar l’anitre.

[42]

Dicervellato vienlo mazzicando;

E metterai Petruccolo in Quaracchi:

E’ tocca bomba, e va chicchirillando.

Dicervellato: ch’ha perduto il senno. Con una buona mazza vienlo (mazzicando) a sonare il pazzo maledetto.

Quaracchi; villa vicina a Firenze, ove fa il peggior vino del paese. Perciò la plebe al vin cattivo grida: Quaracchi. Ridolf. Il senso: Lo metterai a mal partito.

Tocca ec. egli però corre a mettersi in sicuro; e va (chicchirillando) prendendosi trastullo. Bomba è il luogo privilegiato in quel giuoco de’ fanciulli i in cui uno corre dietro agli altri che gli scherzano intorno, e poi per non esser presi scappano a toccar bomba; donde presto ripartono per divertirsi del compagno.

[43]

Per abbiata sai tu, che tanto gracchi:

Un farsetto a Milano bianco io ho;

Alla canna di Ciolo vo t’attacchi.

Per abbiata: per prova. Si vede che ne sei maestro a tue spese, dacchè tanto sfringuelli. Simile: La lingua batte dove il dente duole.

Canna di Ciolo: è nota la favola di Celo o Cielo, padre di Saturno. E il Ferrari dice che ciolo suona presso i Lombardi virilitatis argumentum. Perciò precede: Un farsetto a Milano ec.

Ma guarti coda del metal dondò:

Egli ‘l farebbe alla benifatta,

Che fistol venga a chi ‘n terra ‘l cacò.

Ma guarti: ma guardati dalla coda del metal dondò, cioè della campana, che è una fune. Ma salvo ti sia un capestro.

‘L farebbe alla benifatta: modo esprimente un animo pronto, se gli venga bene, a far qualunque azion corta senza riguardo nè a benefizj nè ad amicizia. Rid.

A questo tratto tu pur hai la gatta,

Che tonder non faretene a Capocchio.

Molta schinci! egli ha più d’una natta.

A questo ec. secondo il Salvini noi diremmo: Hai tolta questa gatta a pelare. In sì intrigato affare ti sei impegnato, che non basterebbe a svilupparlo nemmen Capocchio; il quale pensa il Ridolfi esser soprannome d’un barbiere. Per verità ha da essere un gran nodo quello, che col rasojo non si può sciogliere.

Molta schinci: il vocabolario alla voce natta cita contro il suo solito dimezzato questo verso: segno che non vuole autenticarne le due prime parole, che scorrette crede il Ridolfi. Egli però n’arguisce un senso ammirativo, come poffare il mondo!

[44]

Non stare in penna muda: che se’ crocchio?

La treggia pur di Berta, e di Bernardo:

Tu m’hai per cazzavela, e per ranocchio.

Penna muda: È quel cambiar di penne che fan gli uccelli; cosa che li rende chiocci e malaticci per la dissipazione de’ cibi organici, com’insegna il Signor de Buffon. Non te ne star sì tapino: forse se’ crocchio, stai poco bene?

La treggia ec. detto, che usasi qualor siamo attediati di udire o di vedere sempre lo stesso; come dicessimo: E siam sempre lì. Ridolf. La treggia è una specie di traino senza rote, che si trascina da’ bovi.

Tu m’hai ec. tu m’hai preso per un facchino. Cazzavela: uccello di poco conto. Il Salvini crede che sia qui per cazzuola, vile animaletto d’acqua.

Suo clientolo egli è, perch’è Lombardo;

Parole, che le son da cuocer accia

Tra ugiole e barugiole con giardo.

Parole ec. ti buttan certe parole, che ti son come quel ranno bollente, con cui si cuoce l’accia. Fatte ho lo tal bischenche, Che chiamano i pajuoli e il ranno caldo. Buon. Fier. 4.

Tra ugiole e barugiole: in tutto e per tutto. Con giardo: con baje; sebben giardo sia propriamente quel gonfiore che vien a’ piè de’ cavalli. Ridolf.

[45]

Non metton leppo, e l’uva sfarinaccia:

I’ son già palagiato, e non vuol litti;

Ed a gambe rovescio fate a taccia.

Leppo: puzzo d’untume ch’abbrucia. L’uva sfarinaccia: s’infracida; detto di chi va in rovina senzachè paja. Non fan sentire il puzzo, non danno a divedere; ma intanto ti mandano in malora.

Palagiato: da palagio, ov’è la corte del Potestà. Metter uno in palagio significava in Firenze attaccargli una lite. Ridolf. Si dice di non amar le liti; ma intanto io son citato al Potestà.

A gambe ec. sebben colla testa rotta, pur si finisca una volta; si venga ad una tassa, ad una composizione. Veggiam di fare un taccio seco, e darli il manco che si può. Cecchi Serv. 4.

Non ne fecion gran calamo, nè zitti

Tale, eh zi: chente trucci? scimunito,

Infaonato, e maceron rifritti,

Calamo: quasi clamo, cioè clamore, schiamazzo. Non farne zitto: non farne motto.

Tale ec. modo di chiamar da lontano una persona, di cui non si sappia il nome; quasi sibilando: zi ziChente trucci? Che treschi, che fai? Trucci si dice agli asini. Rid.

Infaonato: livido. Si dice di piaghe invecchiate e incancrenite. Macerone: erba poco buona, e pessima poi rifritta. Pensa il Ridolfi che qui si parli d’amicizie rattoppate, di cui poco è da fidarsi. O scimunito, sta pur sicuro che son piaghe vecchie, e maceron rifritti.

[46]

Le calze egli ha tirate, ed è basito;

Ed ha rotto il bifolco, e la celloria;

E alla barba l’hai inuggiolito.

Le calze ec. tirar le calze, e basire valgon morire. Ha fatto il colpo.

Ha rotto ec. egli è crepato. Bifolco: il ventre, per ischerzo, quasi biforco; cioè quella parte, ov’il corpo umano si divide in forca. Che sta nel lago dalla forca in giuso. Bern. Orl. 2. 4. 35. Celloria: la collottola.

Inuggiolito: inuggiolire far venir l’appetito di checchessia, adescare. In sua malora (alla barba) l’hai posto in sugo, ce l’hai fatto cadere.

Ecco susorno di questa baldoria:

Caccabaldole s’usa, e chicchirlò;

Scacco alla capra, che sete in galloria.

Susorno: fumo. Baldoria: fuoco d’allegria. Caccabaldole e chicchirlò: parole e facezie lusinghevoli, ma vane e fallaci. Ecco dove la festa va a finire: in trappole ed inganni.

Scacco ec. tratto insidioso per trarre alcuno in precipizio. Che sete in galloria: giacchè in tempo di bagordo è facile il coprir la cattiva intenzione, e far il colpo.

[47]

E valicato egli ha la merla il Po:

E buon sarai allor che marzo in culo

Ti pioverà, o che Berta filò.

Valicato ec. significa esser fuggita la favorevole occasione, come (dice il Tassoni) avviene al cacciatore, quando l’inseguito merlo gli va di là dal Po, ch’a lui è impossibil d’attraversare.

Buon sarai ec. non t’aspettar più bene. Aspettalo quando marzo ti faccia fiorir le fave in culo, o quando torni il tempo che Berta filava; tempi, che non verran mai. Vedi Paoli Mod. Tosc.

Ma cresci pure in quel che mostra il mulo,

In unghie, ed in capelli; a diebus ille:

Egli ha legato l’asino il cuculo.

Cresci pure ec. puoi pur crescere mulo grosso quanto tu vuoi; la fortuna non ti dirà mai più. Capelli: per peli. Mulo val bastardo; e si suol dire: Egli è proprio bastardo, cioè gli van tutte le cose bene. Tu come mulo, traditor ribaldo, hai la protezion de’ Saracini, Bern. Orl. 1. 28. 10.

A diebus ille: uh! son cose degli antichi secoli fortunati; non è più da sperarci. Noi: Temporibus illis.

Ha legato l’asino: ci ha preso sonno, non ci pensa più. E fatto un chiocciolin sull’altro lato, Le vien di nuovo l’asino legato. Malm. 1. 12. Detto dal costume del villano, che assicurato il giumento, si mette spensierato a dormire.

[48]

Ucci col pepe! v’è di piè d’anguille,

Il guadagno di Berto alla ciriegia;

E teronti a ragion tre volte mille.

Ucci: accorciamento di cappucci. Suol dirsi per enfatica espressione di maraviglia: Cappucci! l’aggiunto col pepe non è che un determinativo del tal cavolo; quello cioè ch’è buono a condirsi col pepe. Ridolf.

Piè d’anguille: cosa che non esiste, come la materia prima degli Scolastici. V’è da sguazzar nel grasso; v’è copia di piè d’anguille, che non ne hanno.

Il guadagno ec. oggi si dice: Avanzi di Berta Ciregia, che disfacea i muri per vendere i calcinacci. Paoli.

Mille: si dice star sul mille, e vale spiegar Una certa grandezza superiore al proprio stato. Ben a ragione puoi farla da grande, ricco di piè d’anguille, e de’ guadagni di Berto.

Del Feo buffetto io ebbi da Vinegia,

E vo, che voi empiate le bonette:

Esch’io di questa cappa, ch’è di Liegia;

Feo: fello, cattivo. Salv. Dico doversi intendere buffetto del Feo, ed esser nome di qualche famoso panattiere, come Feo Belcari fragli antichi verseggiatori. Buffetto: aggiunto di pane; bianco, fino. Noi sappiam fare ancora il pan buffetto Più bianco che non è ‘l vostro ciuffetto. Cant. Carn. 34. Vinegia: osteria di Firenze.

Le bonette: le berrette, che s’usavano in que’ tempi invece de’ cappelli; dal Franc. bonet.

Esch’io ec. si suol dire cavarne cappa o mantello; e vale trarsi destramente fuora d’un intrigo meglio che si può. Di Liegia: di panno di Liegi. Il Ridolfi legge dileggia; e spiega che già rompendosi fa far trista figura a chi la porta.

[49]

Perchè cacare, e otto fanno sette.

S’i’ scappo, in vita mia non vi rincappo.

Scazzica, mozziconi, e le civette!

Perchè ec. troppo ci si scapita; com’al disotto si troverebbe ne’ conti, chi bilanciar volesse l’introito della bocca coll’esito del ventre, che sempre meno restituisce di quello ch’introitò.

Scazzica ec. tre enfatiche esclamazioni, esprimenti l’alterazione e lo sdegno dell’animo. Ridolf.

Mogio mogio e’ scendea, e sparadrappo;

Col fuscellin caendo oggi t’andai:

Tu mi fai castrafica per carappo.

Sparadrappo: stracciapanni; come sparapane per uno che par voglia divorarti cogli occhi; e s’intende d’un bravazzo. Se ne veniva locco locco; ma gli giravan pel capo de’ cattivi fumi, e disse: Te appunto volea.

Caendo: cercando; che prima si disse chaendo dal Lat. quærendo. Cercar una cosa col fuscellino è cercarla colla più minuta diligenza.

Tu mi fai ec. tu mi rendi mal per bene; essendo castrafica un atto ingiurioso, e intendendosi carappo per uno scherzo o una carezza amorosa. Rid.

[50]

Il niffol tu hai levato sempremai:

Deh non ti paja puzza; o tu, o io

Mancinocolo se’; l’epa pinza hai.

Il niffol ec. hai arricciato il niffo, il naso, come chi sente cosa che puzza. Dee esser la risposta della persona trovata.

Mancinocolo: guercio dall’occhio mancino. Lumine læsus, Rem magnam præstas Zoile, si bonus es. Martial. 12. 54. L’epa pinza hai; hai piena la pancia, sei briaco.

Più che la pazza il figliuol va ratìo:

Fatt’è il becco all’oca, e salda e bella;

Vin da tre V fa pipita stantio.

Va ratìo: il bell’imbusto scappa via ratto e veloce piucchè un pazzo.

Fatt’è il becco all’oca: il negozio è finito, la cosa è fatta. Non v’è rimedio; è fatto il becco all’oca. Lalli En. 3. 64. Diede origine al detto la novella d’un’oca artificiale, servita ad un giovine per introdursi ad una donzella. Minuc. Malm. 2. 13.

Vin da tre Vec: vino di tre Vendemmie, cioè di tre anni, fa cattivi effetti; essendo appunto la pipita un male causato a’ polli da bevanda stantia. Par che voglia dire, che non è mai utile il rimestar un antico affare già tranquillato.

[51]

Mala fistiggine è di chi rappella:

Cambiato io ho per certo muschio a gallo.

Ve’ l’avola lassù, vedi la stella.

Fistiggine: dubita il Salvini che sia in luogo di fastidiosaggine. Chi torna a riappellare s’aspetti i più molesti e penosi taccoli.

Cambiato ec. in quanto a me non mi son curato di ricever galla per muschio, purchè non avessi ad entrar in liti.

Ve’ l’avola ec. teme qui il Ridolfi di qualche scorrezione. Il Salvini rimarcandoci stella per tramontana, detta sido dal Burchiello; pago di sì interessante scoperta ci lascia al suo solito.

Del fango ha tratto ‘l cul, ch’era vassallo.

La gichera potresti ben sonare:

Tu se’ troppo ghignoso, orezzi al ballo.

Del fango ec. s’è tirato fuora dagl’imbarazzi, o dalla miseria. Era vassallo: ci stava sotto. Mi parrebbe che si potesse riferire alla stella, e intendersi esser già sorta la stella mattutina; ed esser tempo di far con suoni e balli le mattinate, come segue appresso.

La gichera: la giga, stromento musicale, molto usato da’ giocolieri; dal Franc. giguer, danzare. Quindi gicheroso, festevole.

Se’ troppo ghignoso: troppo ti piace lo stare in festa; da ghigno, riso. Orezzi: aneli, sospiri; da orezzo, venticello. Qui scorgo un dialogo di due persone, una delle quali invita all’allegria, l’altra la riprende.

[52]

Le zarle mi mostrò, non mugiolare;

E fece una baruffa co’ gagliuoli;

Pascibietola se’ col tuo belare.

Non mugiolare: lascia una volta di piagnuccolare; egli mi fece vedere quanto gli valga il dente. Zarle: zanne; a supposizion del Ridolfi.

Gagliuoli: per interiori d’agnelli o simili; da gaglio, secondo il Ridolfi. Del resto gagliuolo è baccello. Fece una baruffa: ne fece una mangiata; come direbbesi: S’è arruffato con un piatto di maccheroni.

Pascibietola ec. e tu co’ tuoi piagnistei (belare) sarai sempre un bietolone, un pappalardo.

Deh ghigna un poco, e mostrami i fagiuoli,

Al tempo farò ben delle magliate,

Quando le micce saran cavriuoli.

Fagiuoli: i denti, che si mostran ridendo. Magliate: azioni da bravo, smargiasserie; in lingua furbesca. Salvin. Anch’io, soggiugne l’altro, farò le mie; ma aspetta ec.

Quando ec. aspetta che l’asine diventin capriuoli; cosa che non sarà mai.

E sonvi le madonne aggrovigliate;

E le traveggole ha il più malemme;

E culibando fanno mattinate.

Madonne aggrovigliate: i divoti del Salvini intendano matasse arruffate; e tirino al proposito il prov. arruffar le matasse per fare il ruffiano. A me sembra che senza gergo possa intendersi di vere donne raccolte in lieto gruppo per le già dette feste.

Le traveggole: allucinamento. Malemme: mal uomo. Chi nel viso degli uomini legge Omo, Ben avria quivi conosciuto l’emme. Dant. Purg. 23. Il briccone in mezzo a tante madonnine perde il lume dagli occhi.

Culibando: culettando, sculettando, che presso il volgo significa ballando. Ridolf. Mattinate: quel sonare e cantare che gli amanti fanno o fanno fare sul mattino sotto la finestra dell’innamorata; siccome serenata, quel della sera.

[53]

Cavando sempre d’alfabeto l’emme,

Non m’insegnar sott’ombra roder cece,

Dicendo: i’ son di que’, ch’aman Buemmme.

Cavando ec. facendo il goffo, il semplice; mentre la gente grossolana suole nelle parole latine non far sentire in ultimo questa lettera, e dir per esempio: Pane nostru. Rid.

Insegnare ec. voler copertamente far da maestro nell’atto stesso d’affettar ignoranza e sciocchezza.

Dicendo ec. sempre con una studiata smorfia ripetendo tu d’essere un ignorante. Avere studiato in Buemme (in Boemia dal Franc. ant.) si dice in gergo per non saper niente; com’esser dotto in Buezio.

[54]

Molte pollezze di queste non grece,

Che fè già per tre oche il detto loro,

Ma non a que’ che l’uno e l’altro fece.

Pollezze ec. il senso e l’ordine della terzina è: Questo lor parlare, che (fè molte pollezze) fu capace d’ingarbugliar parecchi; non potè però mai burlare chi tutto vede. A me non ficcherann’eglino questa pollezzola dietro. Lasc. Gelos. Pollezzola son propriamente le tenere cime delle piante.

Per tre oche: suppongo che valga per chi è tre volte babbocchio. Un cotale potea restarci minchionato. Così: Dar fieno a oche.

Ma non a que’ ec. il Petrarca disse: Che creò questo, e quell’altro emispero; cioè Dio.

Porrebbe intervenir che ‘l fiero toro

Più tosto caderìa, che ‘l cicco agnello,

Quando volesse quel che diè martoro

Potrebbe ec. mentre chi sa? non mancherà un tempo, in cui chi vuol soverchiare resti al disotto: basta che lo voglia quel Dio, che sa punire i Caini. Contro i testi del Ridolfi e del Salvini che leggono cieco agnello, correggo cicco agnello; essendo cicco voce contadinesca, che s’usa co’ fanciullini e vale piccolino.

A quel che sparse lo sangue d’Abello.

[55]

CAPITOLO QUARTO.

Lapaccio è morto, e tu ci arai ‘l malanno

Con maniche d’avanzo a tre fibbiette;

Ma non d’occhio fagian sarà tal panno.

Con maniche ec. in larga copia; malanni in quantità. Detto da’ pomposi maniconi dell’antica gala Fiorentina, ch’appuntati con tre fibbiette o con tre nastri pendeano sfoggianti dal braccio.

D’occhio ec. panno a color d’occhio di fagiano, che si fabbricava in Firenze. La misura de’ tuoi malanni sarà sfarzosa ed ampia, come quella de’ gran maniconi; ma il panno sarà di lutto e non di gala.

Per le bruzzole fieno, e per le sette.

Non ti mostrar così da monte grosso:

E monna scocca ‘l fuso ha tre cornette.

Le bruzzole: l’ore del crepuscolo di sera o di mattina; siccome le sette detto assolutamente intendesi delle sette ore. Saran maniche d’oscurità e di duolo.

Da monte grosso: non ti finger sì grossolano, e che sì poco tu capisca. Così da monte gonzi per gonzo.

Monna scocca ‘l fuso: si suol dir per giuoco d’una donna svogliata di lavorare. Ha tre cornette: è restata con niente, è rimasta con tre stuzzicadenti per divertirsi. Ridolf.

[56]

Dinoccolato rimase a mezz’osso,

E fecene la salsa cammellina;

E dipoi l’appiccai un arcidosso.

Dinoccolato: rotto, spossato. Atque exossato ciet omni pectore fluctus. Lucr. 4.

Salsa cammellina: equivoco allusivo alla bava che gettan dalla bocca i cammelli, e con cui sovente lordan coloro, ch’ad essi stanno vicini. Rid.

Un arcidosso: un arco d’osso, un cornetto. Similmente attaccar l’uncino fra tanti disonesti equivoci del Boccaccio. 40.

Egli è rimasto in calze, e ‘n cappellina;

E non sapea le fitte del maccajo:

Adagio pur, che cova la mucina.

È rimasto ec. è restato in farsetto; n’è uscito com’un merlotto spennacchiato; cioè con pochi cenci indosso sbalordito e confuso.

Le fitte ec. il Vocabolario l’intende per terreno che sfonda e non regge sotto i piè, sicchè a stento ne possa uscir chi c’incappa. Maccajo: luogo in cui sian baccelli; essendo il macco una vivanda di fave ridotte in tenera pasta. L’interpretazione è men laida di quella del Salvini.

Mucina: gattina. Oggi gatta ci cova, c’è sotto cosa da temersi. Un esule di Firenze scrisse a Cosimo I. queste sole parole: La gallina cova; quasi dir volesse che sebbene ei non facea schiamazzo pel ricevuto esilio, tramava nondimeno gran cose. Il Duca gli fece rispondere, che la gallina potea covar malamente, perchè era fuori del nido. Paoli Mod. Tosc.

[57]

Io mi sputacchio, attienti al colombajo.

Scottobrinzolo carezze; ed a ghiri

Mattaniccio, che hai gozzo panajo.

Mi sputacchio: il Salvini lo crede detto sporcamente. Attienti al colombajo: fatti in là, salvati casta colomba. Scherzo amoroso.

Scottobrinzolo carezze: la crederei una di quell’espressioni, che sovente nascon di nuovo tral brio de’ lepidi parlatori; e significhi cosa picciola ma cara, come giojuzza mia, carezza mia. Da scotto, cibo dell’osterie, e brinzolo, forse com’il Franc. un brin de pain.

A ghiri: il Ridolfi giudica potersi intendere non altrimenti che a lupi; cioè va che t’ingoino i lupi, levamiti d’intorno. E dovrebbe esser risposta di colui, a cui fu detto attienti al colombajo.

Mattaniccio: forse fastidioso, rincrescevole; da mattana, noja. Gozzo panajo: hai un gozzo com’un otre, capace d’un sacco di pane.

O siri, vostra coglia il can la tiri:

La pugna vinsi, e poi l’aggavignai:

All’assiuol col buono schizzo ammiri.

L’aggavignai: vinta la sua resistenza, l’acchiappai per le gavigne, lo tenni stretto pel collo.

All’assiuol ec. il Ridolfi scorge in questo verso un sentimento da offender le caste orecchie. Quasi uno rispondesse: Tu che fai? Assiuolo: uccello sulla cui fronte s’alzan due penne a guisa di corna; onde testa d’assiuolo è detto ingiurioso agli ammogliati. Ammiri: prendi la mira.

[58]

Per voglia di giucar mi sconcacai:

Martin la cappa perdè per un punto;

Del ringhio seppe, e tutto lucherai.

Martin ec. dicesi ad esprimere ch’un minimo accidente porta seco talvolta conseguenze della maggior importanza. A un certo Ab. Martino fu ritolta l’abbazia per aver sulla porta del monistero scolpito: Porta patens esto nulli claudatur honesto; e aver affisso un punto dopo nulli, il che rendea un senso villano, e manifestava la sua ignoranza. Menag.

Del ringhio ec. diè a veder la sua rabbia, com’animal che ringhia e digrigna i denti. Lucherai: anch’io feci fronte del tutto sdegnosa; da luchera, truce aspetto. Un canonico com’un satanasso, che la luchera avea giusto di Spillo. Son. Contad. Spillo era uno sbirro di que’ tempi.

Non entro in cul di troja per grassunto;,

Ma terra terra a basso fondo stommi.

Non rosecchiare, o magrettino spunto.

Non entro ec. modo laido per dispregiare una cosa, sebben capace di darne diletto. Finalmente non sei più ch’una troja; non so poi che farmene.

Non rosecchiare: non dar de’ morsi; tolto dagli animali in amore. È risposta a chi disse non entro ec. Magrettino spunto: magro strutto e consumato, secco com’un chiodo.

[59]

E con singhiozzo la frigna spacciommi:

Pace dia Dio a chi lasciò l’uscio aperto:

E con rimbrotti a salincervio alzommi.

Singhiozzo: palpito convulsivo, che suol succedere ad un gustoso pasto, ed è segno del fatto buon pro.

Salincervio: è propriamente un gioco de’ fanciulli che si saltano a cavallo un dell’altro.

Schippa tosto infardato scoperto.

Messer non mi sbranite: e da buon die

Colombo stava in asserel diserto.

Schippa: scappa fuori, guizza com’anguilla che si vibra di mano al pescatore. Non è lecito il più spiegarsi. Non mi sbranite: non mi fate male; detto lezioso.

Colombo stava: era già del tempo che stava come puro colombo solitario sulla sua mazza senz’accostarsi ad alcuno.

E così si racconcian le badie:

Guardici noi da’ funghi cacherelli

Al nome del Dialto, e Fantasie.

Le badie: così s’arriva presto a mettersi in bonis, a far sostanze. Al contrario: Di buona badia siamo a debole cappella, cioè di ricchi siam divenuti poveri.

Funghi cacherelli: che nascono ad un tratto dallo sterco. Non piaccia all’alto Dio e agli Angeli, che tosto dallo sterco cresciamo in grandezza a somiglianza di questi funghi. Fantasie: gli Angeli che per mostrarsi a noi si veston di corpo fantastico.

[60]

E tutti Caorsini, e Pittoncelli

Quand’i’ odo alle ghegghe, molto gabbo:

Per la famiglia farem de’ bianchelli.

Caorsini: di Caorsa. Pittoncelli: del Poitù. E però lo minor giron suggella Del segno suo e Sodoma e Caorsa. Dant. Inf. 11. Ivi Caorsa è per usurarj e barattieri, di cui dovea esser pien quel paese. Onde Brunetto: Quand’io odo siffatta canaglia invitare a (ghegghe) beccacce, cioè a pranzi delicatissimi; molto gabbo, molto me ne fo beffe. Rid.

Farem ec. perchè i loro figli presto finiranno in bianchelli, cioè in fagioli secondo la lingua furbesca, come crede il Ridolfi.

Tattuelle conialla mamma e babbo,

Dolce mona matassa; di presente

In su lo stomaco un cocomer abbo.

Tattuelle conialla: tattamelle, o voci storpiate di bambini che balbettano, di cui vuol qui imitare il linguaggio. Tato dicono i fanciulli per fratello.

Mona matassa: soprannome di femmina imbrogliatrice: quasi dicesse: Madonna mia graziosa, coteste vostre son tutte tattamelle da bambini; e ci vuol altro. Ridolf.

Un cocomer abbo: ho in corpo cose, che ne crepo, e non le posso dire; come cocomero che non passa, e aggrava lo stomaco.

[61]

Groppa non tien madonna la vegnente:

Deh pur non cigolare, e neo neo;

Ed ha una costuma mona ogliente.

Groppa non tien: non porta in groppa, non sa soffrire. La vegnente: la grassa e fresca; traslato dalle piante, che si dicon vegnenti, quando son rigogliose.

Non cigolare: non cinguettare, non fare strepito; tolto dallo strider de’ ferri o delle carrucole nel fregarsi. Neo neo: non far neo neo, cioè non fremer tra’ denti.

Mona ogliente: madonna la leziosa, la profumata non fa altro che una cosa; uno è il vizio suo.

Il messerino storpio col maneo

Sguazzerà sorso a sbacco, e faentina:

Non dabo a te ceterucolo meo.

Il messerino ec. un tale storpiato nella mano, noto allora fralle bettole, e le taverne. Ridolf.

Sguazzerà nel vino (sorso) bevendo a più non posso. Il salario sguazzar bricconeggiando. Buon. Fier. Sbacco: crede il Ridolfi che sia il nome dell’osteria. Faentina: una delle porte di Firenze, ov’eran molte bettole.

Non dabo ec. si rivolge ad un altro: E del bere, gli dice, a te non darò già io, bello il mio zoccolone. Ceterucolo: cetriuolo, uomo senza garbo nè grazia.

[62]

Mencia non è la buona panichina?

Al nome di San Gal co’ gran bendoni

Egli è pur cuore e cuffia, e non ha gina.

Panichina: è un titolo, che si suol dare scherzando a donne di cattivo odore. Qualche buona panichina t’ha messo nel capo quest’imbratti. Sacch. 106.

Bendoni: strisce che pendon dalle cuffie, o da altro ornamento di testa sì d’uomo che di femmina.

Egli è ec. pare a vederlo un Rodomonte; gran cuore e gran berrettone; e poi non ha gina, non val niente, non c’è un quattrin di nervo e di sostanza.

Sparagi, guaraguasto, e stranguglioni,

Pilatro, marcorella, e petacciuola:

Calamandrea, e bocciolon marroni.

Sparagi, guaraguasto: erbe che crescono in fusto. Stranguglioni: tumori in forma di pallotte, glandule. Ecco cosa sono in sostanza quest’uomiciattoli fecciosi, com’è costui: son fusti glandulosi.

Pilatro ec. quattro erbe medicinali, o purganti o frigide, che pur si stendono in fusto. Bocciolon marroni: castagne grosse come bocce, balloccioroni. Segue lo stesso frizzo.

Deh metti un pane in tavola Vivuola,

Ch’ecco Ser Azzo, che vien per lo spazzo;

E faccio tela a ventuna pajuola.

Deh metti ec. oh via, al diavolo siffatte bubbole, pensiamo a noi: e tu, o Vivuola, metti in tavola. Vivuola si crede dal Ridolfi un garzon d’oste.

Faccio tela ec. al mio ordito, ch’è ben largo, ci vuol trama assai; cioè alla mia fame, che non canzona, ci vuol roba in quantità. Pajuola: è una mano di fila per ordito della tela; la quale è a ventuna pajuola, quando alla sua larghezza vi vogliono ventuna di queste mani. Rid.

[63]

Non sa chi la si bevve Papi pazzo;

E ‘n Catalogna i buon tavolaccini;

Ed al pan molle aguale è giunto ‘l guazzo.

Papi: lo stesso che Ciapo, Jacopo. Quello scioccon di Ciapo non sa chi se l’è bevuta, chi ha ingojato il boccone.

Catalogna: fra’ Toscani va in detto Giustizia Catalana, e intendesi giustizia barbara iniqua. Tavolaccini: donzelli del Magistrato; dal portare il tavolaccio, targone di legno. Buoni per ironia, cioè d’un empio tribunale più empj ministri; o sia ad un male s’è dato per giunta un mal peggiore.

Al pan molle ec. segue il senso medesimo: a un pane per se stesso molle s’è aggiunto tant’umido, che gliene sopravanza per guazzoAguale: ora, in questo tempo.

Non varrebbe la fava tre lupini?

A bertolotto tu sai bisticciare:

La schiazzamaglia non ha de’ fiorini.

Non varrebbe ec. non è così? è tanto certo che così è, quanto è certo che le fave costan tre volte più de’ lupini. Rid.

Bisticciare: garrir con alcuno, motteggiandolo e proverbiandolo; a bertolotto, col passarsela franca. Così mangiare a bertolotto, mangiar senza spendere. Schiazzamaglia: plebaglia, feccia del popolo.

[64]

Cusoffiole! deh non arrabicare;

Ed ha cacciato l’aglio, e anitrisce;

E le cervella diè a rimpedulare.

Cusoffiole: voce d’ammirazione e di sorpresa, come capperi! Lat. papæ. L’acutezza del Salvini giunge a vedervi un gergo di quel soffiansi in cul, che segue appresso. Non arrabicare: non ti prender collera.

Ha cacciato l’aglio: pensa il Ridolfi che significhi è castrato, siccome in tal senso dicesi aver cavati i fagiuoli, che cogli spicchi dell’aglio hanno qualche somiglianza. E anitrisce: eppur nitrisce contuttociò, com’infocato cavallo.

Rimpedulare: è propriamente rifare il pedule delle calze. Quindi aver dato il cervello a rimpedulare è un motteggio, che val non averlo presso di se, come se si fosse mandato a risarcire.

A mal in corpo co’ granchi le bisce

Soffiansi in cul la mattina a digiuno,

Cardando, perchè teme nol ghermisce.

A mal in corpo: si spiega dal Varchi: Di mal talento, e come si dice volgarmente, a male in corpoCo’ granchi: quasi con due bocche, perchè tante se n’attribuiscono a quest’animale. Onde parlar com’un granchio, cioè andar molto avanti nel dir de’ fatti altrui. Le bisce: i mormoratori, che sono appunto come bisce sorde e velenose. Rid.

Soffiansi in cul: è un modo della plebe, che significa motteggiarsi e dirsi male scambievolmente; seguendo la metafora delle bisce, di cui è proprio il sibilare.

Cardando: cardare è trar fuora il pelo a’ panni col cardo; qui metafor. per mormorar d’un altro mentre non è presente.

[65]

Tu se’ nè dura o mezza, dice ognuno;

E non ha buschia, ed è una gran lappola;

Non ti faria del melarancio un pruno.

Mezza: qui co’ zz aspri in senso di quasi fracida. Cotesti maldicenti sai tu che dicono? Ognuno dice che se non sei tu fracida, nemmen sei acerba; che sei matura.

Buschia: nulla. Lappola: dicesi a persona che facilmente s’attacca, come fa quest’erba alle vesti. E dicon di te: Ell’è una femmina, che non ha che stracci; ma è una lappola, che s’appiccica a quanti le capitano.

Non ti faria ec. nemmeno è buona a niente; nè anche saprebbe dal molto cavare il poco, o come dicesi da un lenzuolo un berrettino.

[66]

Alle guagnespole egli è una trappola;

E ben son secche, e di maggio tagliarsi:

Non istare a gambon con una chiappola.

Alle guagnespole: specie di giuramento, come alle guanguele; cioè per lo S. Vangelo, antic. GuangueloA le guanguel ch’io v’ho pur dato drento. Fir. Bell. Trappola: è un furbo pieno di sotterfugi.

Di maggio ec. quando interrogato taluno non risponde a proposito, si suol soggiungere: Sì sì, tagliaronsi di maggio. Rid.

Non istare ec. non prender gara, non ti mettere a tu per tu con una frasca (chiappola) con uno scioccherello.

Egli è nuovo cintonchio a scantonarsi:

E ben conosco, chi è ser Marzucco,

Che fornì cerretel per rimbuscarsi.

Cintonchio: il Ridolfi si dà per vinto in questo terzetto, che ha per molto scorretto. Il Salvini col Vocabolario intende cintonchio per un’erba Lat. centunculus. Ella vegetando per le mura con pregiudizio di esse, potrebbe intendersi che costui è in danno della sua casa non altrimenti ch’il cintonchio. Ma scantonarsi è propriamente sfuggire, voltar canto, e centunculus è anche una ciarpa a pezze di più colori. Direi con maggior connessione, che la suddetta chiappola è appunta com’un composto di cento colori e di cento facce per ischermirsi; e che perciò è vano il garrir con lei.

Cerretel: forse diminutivo di cerretano, che suol dirsi a’ pitocchi. Rimbuscarsi: rimettersi in averi. Rid. Io leggerei rimbucarsi; avendosi in Dante Purg. 6. un ser Marzucco, che finì frate minore. Il senso sarebbe: Quando ti dico che colui è un cintonchio, so quel che mi dico; perchè so ben conoscere chi è realmente buono, com’il buon Marzucco.

[67]

Ma non è fatto sera a Prato aducco,

E l’occhio avrà insalato il baccelliere,

Perch’e’ sia frontezzuolo, e troppo ciucco.

Non è ec. suol dirsi per modo di minaccia: Non è ancor sera, cioè v’ha tempo a scontarla, ce n’avvedremo. Prato è occidentale a Firenze; e perciò è una grazia il dirsi ch’a Prato non sia ancor giunta la sera. Aducco: ancora; Lat. adhuc.

Insalato: costerà caro al baccelliere il gusto di quel ch’ha veduto; dicendosi ella m’è stata insalata, quand’una cosa s’è dovuta pagar bene.

Frontezzuolo: testa picciola. Rid. Benchè quel ch’ei fa, lo faccia perch’è un cervel di gatto, e un asinone. Ciucco per la rima invece di ciuco, asino.

Buggiano egli è vertecchio, ed è ciarpiere;

Col cerbolato straluna alle due

Ed orochicco, e traspalline pere.

Buggiano: copertamente per titolo ingiurioso; così mandar uno al borgo a Buggiano, mandarlo a farsi friggere. Il Ridolfi intende vertecchio per ingannatore; da verta, rivolta di rete peschereccia. Ciarpiere: faccendiere, che tutto acciarpa.

Cerbolato: forse da cerbio. Nelle rime del Sacchetti: Fiorenza mia, poichè disfatte hai Le cerbiatte corna; cioè gli Ubaldini, la cui arme eran due corna di cervo. Intenderebbesi che con uno di cotesta famiglia andasse egli (alle due) di notte in cerca di vaghe donne.

Orochicco: gomma usata dalle donne per acconciarsi i capelli; qui per le stesse ornate donne. Traspalline: trasparenti, come crede il Ridolfi. Traspalline pere sarebber gli ornamenti, che dal collo o dagli orecchi pendono delle femmine, detti così dalla lor figura di pera.

[68]

E fè fascina, e non stette infra due;

In su la siepe egli ha gittato il giacchio:

Tu ti raffredderai a darle ‘n due.

Fè fascina: strinse subito il fardello, venne alle corte. Non stette infra due: non perdè un momento a risolvere.

Giacchio: è una rete rotonda da pescare. Quindi gettar il giacchio sulla siepe è far cosa non tanto inutile che dannosa; mentre vi si straccerà la rete anzichè pescarvi.

Darle ‘n due: detto de’ giocatori, in cui arbitrio sta il distribuir le carte in due o più volte. Rid. Il senso è mordace: Bada bene, che non t’avessi a pigliare un’infreddatura col tanto affaticarti.

[69]

Della scabbiosa trambasciando pacchio:

Eccoti belle cetere sbadiglia,

E donna Lippa ne ripose un bracchio.

Scabbiosa: erba aspra ed amara, già confusa colla stebe spinosa. Trambasciando: con ambascia. Pacchio: mangio; modo basso. Mangio veleno, che dicesi quand’uno si consuma di rabbia.

Belle cetere: sicuramente per soprannome di qualche notajo, di cui è stile empir le carte d’un mondo d’eccetera. Ridolf. Sbadiglia: il Salvini l’ha qui per indizio d’appetito venereo.

Lippa: per Filippa. Bracchio: per braccio, ch’è anche una misura; Lat. brachium.

D’un grosso martignon le calde tiglia!

Tu m’hai posto a piuolo, e va’ di nasso:

Per bargagnare spesso si sbadiglia.

Martignon: contadinone, come crede il Ridolfi, villanone di buoni lombi. Tiglia: castagne grosse e allesse; oggi tigliate, su cui men onestamente s’equivoca in Toscana. Ardisco prender tutto il verso per un’espressione ammirativa, come corbezzoli!

Posto ec. m’hai piantato com’un asino, te ne sei scordato di me; come chi legato il giumento al piuolo, va pe’ fatti suoi. Quindi star al piuolo, star aspettando il comodo altrui. Va’ di nasso: vai pe’ tuoi venti, dimentico de’ nostri patti; da lasciare in Nasso, come fece Teseo ad Arianna. Vedi Paoli Mod. Tosc.

Bargagnare: è astutamente temporeggiare per ricavar dal trattato un vantaggio maggiore Franc. barguigner. Ne’ capitoli di Carlo Calvo: Fœminæ barcaniare solent. Du Fr.

[70]

Io fui già soppediano, ed or son casso;

E per lanterne vesciche tu fai,

Che volentieri ti mostrerei il chiasso.

Soppediano: cassetta anticamente tenuta vicina al letto sotto i piedi. Casso: cassato, scacciato; ho avuta l’erba cassia. Poco io era, ma or son niente. Salvin. Il Ridolfi prendendo casso per cassa del petto, intende al contrario migliorai di condizione. Con lui non convengo.

Per lanterne ec. tu ne prendi a gabbo, dando ad intendere una cosa per l’altra. Oggi vender lucciole per lanterne.

Chiasso: via stretta, delle quali abbondava Firenze; e in cui abitan per lo più persone o donne di mal affare.

Madre del diavolo, io la scapigliai:

Piscia marina colpa col leccone;

E oggi molto vi si dice assai.

Piscia marina: acqua in abbondanza; e s’usa, dice il Ridolfi, dalla plebe quando piove dirottamente. È un peccato il dar vino adacquato e pisciatello a chi ama il buon mangiare (leccone) e meglio bevere: e un peccato era l’indugiare a saziar le mie brame.

[71]

E nell’orciuolo egli ha il calabrone,

Ed è una rivela, e pur tranquilla;

E quante corna, Siri, e va carpone.

Nell’orciuolo ec. aver il calabron nell’orciuolo dicesi d’uno che mormora fra’ denti per non farsi ben intendere, pare un moscon nel fiasco.

Rivela: Il Ridolfi l’ha in significato d’uomo sciocco. L’intenderei per inquietatore dal Franc. reveil, svegliatojo. Tranquilla: tiene a bada, dà trastullo.

Quante ec. allude al giuoco de’ fanciulli, in cui uno siede, l’altro gli pone la faccia in grembo, sulla cui schiena sale il terzo a cavallo alzando le dita perchè quel l’indovini, e dicendo: Biccicalla, calla calla, Quante corna ha la cavalla? Biccicù cu cu, Quante corna c’en quassù? Ed il senso è qui: Ora sta a cavallo, or va sotto; ha degli alti e bassi, ma non si smarrisce.

Pur a cotai folate mi ritrilla,

Poi viddi Annuccio smemora busarli;

La serpe è mescolata con l’anguilla.

Folate: in certe occorrenze, che sopraggiungono all’impensata come folate di vento. Mi ritrilla: mi fa risentire; benchè freddo mi fia, pure mi fa ribollire il sangue nelle vene.

Busarli: bucarli, ficcarcela. La serpe ec. prov. il furbo s’è dato a farsela co’ semplici.

[72]

Pur pissi pissi passera mi ciarli;

E con ciloma sempre frottolando,

La picchierella gli venne per darli.

Pissi pissi: quello strepito di voci, che fan molte passere insieme unite. Onde fare un pissi pissi, un passerajo un bisbiglio.

Ciloma: diceria inutile. Frottolando: tirando giù una lunga cicalata o tantafera; da frotta, affluenza o scivolata di parole, che saltan di palo in frasca.

Picchierella: dar la picchierella in modo basso è battere, dar buffe; qui figuratamente per venir tentando, far che tocchi il ticchio.

Indugio: è un de’ nostri rinculando;

E’ canterella: non farà gonnella,

Perchè gli casca il mannarese stando.

Non farà gonnella: non ne ricaverà niente, non potrà vantarne per suo trionfo le vinte spoglie. Così d’una belva caduta in mano de’ cacciatori suol dirsi: Le fecer la pelle.

Mannarese: è uno stromento da tagliare, quale il pennato con cresta a guisa di mannaja. Parla in figura di uno che sia tutto ardore per gli assalti amorosi, ma poca valenzìa abbia per trionfarvi.

[73]

È ninna ninnarella, che m’appella;

Pur non lo sgomentar, che ‘ntrista agli occhi;

Tracanna e pur adagio la cappella.

Ninna ec. oggi ninna nanna, cantilena per addormentare i bambini. Sembrami che voglia dire: Ho capito chi è; è quel ninna nanna, quel dammene un che te ne caschi due; come suol dirsi d’un melenso ed inetto. Poichè ninnarsela è star lì senza concludere.

Cappella: rendita del beneficio. Egli se la va bevendo pian piano, e così sciorina l’entrate della sua cappellania.

Le giraffe, i giumenti, e i cavalocchi,

Il mangiapelo, ed il cencro li venne;

Aperte son le papice agli sciocchi.

Giraffe ec. son cinque animali diversi, figurativi del mal umore saltato in capo a costui. Così suol dirsi gli venne l’assillo, gli montò il moscherino. Pare che gli sia entrato in corpo tutto l’inferno.

Le papice: le palpebre, a dir del Salvini; equivalente a quel d’oggi; I mucini hanno aperti gli occhi.

Della mal’uggia il cappel di cotenne

Anche gli ho tratto, benchè sia in bellezza;

E Lioferne il seppe, che ‘l sostenne.

Mal’uggia: mal talento. Il cappel di cotenne in giocoso gergo è il capo. Gli ho sgombrata la testa dal frenetico umore, gli ho tratto il ruzzo dal capo.

Lioferne: lo sa Oloferne che lo provò sotto la man di Giuditta, come si faccia a levar il zurlo di testa ad uno.

[74]

E ‘l becco a mugner non è gran durezza,

E già non arcimento per la strozza:

La gatta tanto alla pappa s’avezza

E ‘l becco ec. si dice ad esprimer la difficoltà d’un’impresa. Quando giunsono a quello di Casalecchio in sul Reno, trovarono il becco più duro a mugnere. M. Vill. Brunetto dice al contrario ch’il levar la frenesia di testa a colui, non gli par sì difficile impresa.

Non arcimento per la strozza: e in fede mia che non mentisco; so quel che mi dico. Oggi mentir per la gola, dir menzogne sfacciate.

Che l’è cotta la bocca, e la gargozza.

[75]

CAPITOLO QUINTO

Nel ver quest’è pur nuova cerbonea

A vedermi ingrossata la fagiana:

E mona pinca alberga la manea;

Cerbonea: oggi cerboneca, vino guasto e corrotto. Oh! questo sì ch’è un caso strano; ci mancava appunto quest’altro malanno.

La fagiana: i Medici direbber lo scroto. Mirabile è la franchezza di tante espressioni, con cui il Poeta qui passeggia nel lubrico, non mai cadendo in una sfacciata sozzura.

Pinca: specie di cetriuolo, la cui figura porge qui una nuova espressione relativa a fagianaLa manea: cioè la mano, dice il Ridolfi; e corrisponde alla già detta ingrossatura.

E non oso ferir per la chintana.

Facimol venga lor, perchè son trugli;

Ma ‘n foglia; e l’acqua corre alla borrana.

Chintana: è quell’anello a cui mirano i giostratori, e a cui drizzano i loro colpi. Qui in senso figurato e più improprio che presso il Boccaccio: Ella provar volle, come sapessono nella chintana ferire. Lab.

Facimol: fascino, fattucchieria. Trugli: il Salvini lo deriva da trogli, balbuzienti; e il Ridolfi da trullare, spetezzare. Il Francese trauler vale non istar mai fermo. C’est un garçon qui ne fait que trauler. Potrebbe appunto lagnarsi dell’indocilità di certi garzoncelli, cagion del suo male.

Ma ‘n foglia: crederei che significasse son però freschi e rigogliosi, come florida pianta. L’acqua ec. e perciò il pendio della natura ne porta ad essi. Era il principio d’una canzonetta usata tra’ balli dalle villanelle, e ne fa menzione il Boccaccio, dicendo di M. Belcolore: Sapeva sonare il ciembalo, e cantare; L’acqua corre alla borrana. 82.

[76]

Le ‘mbandigion fur solo i rimasugli;

Ma e’ potrebbe a tredici ir le paffe:

Menando il restio e’ cozzar co’ cespugli,

Le ‘mbadigion ec. ne toccarono i soli avanzi, essendosi altri colti i primi e miglior bocconi dell’amate delizie.

A tredici: assolutamente detto s’intende del mese. Ir le paffe: suppone il Ridolfi che significhi scorrer grasso, cioè aversene copia e delizia, come dicesi paffuto, quasi di molte paffe. Quindi star paffuto, star negli agi e nelle delizie.

Menando ec. volendo essi far i restii all’altrui voglie a guisa di cavalli indocili. Cozzar ec. l’ebbero a fare con chi ne potea più di loro, e dovettero portar la soma. Comunemente cozzar co’ muricciuoli.

Ciriege capponate son da gnaffe:

Ma son maggior maraviglia i baleni;

Perchè l’ha minacciato delle staffe.

Capponate: che per la pienezza del sugo stanno a bocca aperta, come se fosser castrate. Son da gnaffe: son di tal piacere da far esclamare: Gnaffe! Parla in gergo, forse di talun bene in carne e naticuto.

I baleni: indizj o lampi di cosa che ha da succedere. Rid. Con più astrusa interpretazione il Salvini: L’Iride figliuola di Taumante, cioè dello stupore. Ma Brunetto usando balenare in significato di tentennare, i baleni sarebber certi movimenti voluttuosi da lasciarsi a’ canti carnascialeschi.

Minacciato ec. come dicesse: Perlochè è venuto a minacciarlo di farlo tirare alla staffa, cioè farlo servire al suo piacere o voglia o non voglia. Il Ridolfi intende staffe per prigione.

[77]

E patrignomo fu un segaveni,

Cuginomo, Signormo, e l’oca Gianni

Lor peverada son per nuove meni.

Patrignomo: mio patrigno, l’affisso mo per mio era in uso presso gli antichi. Segaveni: uno che tiranneggia altrui per ingordigia d’interesse; sanguisuga. Il Salvini spiega chirurgo.

Peverada: propriamente è brodo, così detto dal pepe, con cui si condiva. Essere una stessa peverada vuol dire esser tuttuno con talaltro, esser d’un brodo stesso. Meni: probabilmente per mene, intrighi, maneggi; onde star nelle mene.

E valicati sono i semplici anni;

E non mel succio al certo delle dita

Per le susine crepole ch’affanni.

Valicati ec. non son più qui tempi, non se ne trova più, di quella buona gente di prima.

Non mel succio ec. non me lo cavo dall’unghie; cioè non è un arcigogolo di mia fantasia, ma pur troppo è vero.

Per le susine ec. e tu lo provi in que’ bocconi amari, che ti tocca a inghiottire. Il Ridolfi crede che susine crepole sian lo stesso che bozzacchi, cioè susine intisichite e non mature; così terra crepoli per terra selvatica.

[78]

E sirocchiama pare sbalordita;

Nipotimi con ziemi stanno baggi,

Perch’hanno la minestra lor condita.

Baggi: stan come tanti baccelloni o baggei, perchè non han più a che pensare. Il Salvini lo trae da fave baggiane, che sono assai grosse, e fanno nel Regno di Napoli; Lat. fabæ bajanæ.

La minestra ec. hanno acconciate le cose loro. Oggi dicesi accomodarsi l’uova nel paniere.

Ed io stommi perchè non son maggi,

Perchè mi dilettai senza diletto,

A secco gracidando con dannaggi.

Stommi: non mi muovo, non son per farne risentimento; poichè non per questo son eglino di me (maggi) maggiori, perchè per mia disgrazia mi dilettai ec.

A secco: senz’aver bevuto. Gracidando: parlando com’un briaco. Tu farnetichi a santà, e ansani a secco. Laber. Segue a dire che per sua sventura provava i danni de’ diletti senz’averli goduti; come chi senz’aver bevuto è briaco.

[79]

A suon di cornamusa ebbi ‘l gambetto,

E alle gote spesso gliel percossi;

E gamba di cicala, e culo stretto.

A suon ec. lo stesso che far cornamusa, cioè inzampognare alcuno, minchionarlo. Ebbi ‘l gambetto: fui escluso dalla combriccola con solenne minchionatura; mi toccò a star da fuori, ti, dov’altri si solazzavano.

Alle gote ec. far che voglia dire: Ce lo rinfacciai più volte, ce lo gettai più volte sul viso.

E gamba ec. ebbi il malanno per tutti i versi; e come direbbesi, il coltello non tagliava, e il pane era duro. Il verso, dice il Ridolfi, è proverbiale, e più disonesto di quel che convenga parlarne.

Bioccolo scalterito e arcidossi!

E la tristizia fitta è troppo arcigna;

E ‘l fico malandrin paragonossi.

Bioccolo: la plebe usa dire: Egli è un bioccolo, cioè un tristo, un briccone; da levare i bioccoli, che dicesi figuratamente per rubare. Rid. Scalterito: scaltrito, astuto. Arcidossi: cornuti. È in tuono d’epifonema: O birbi e cornuti che sono!

La tristizia: l’iniquità in essi (fitta) incarnata è tanto nera e maligna, che ne fa orridi e arcigni i lor medesimi volti.

Fico: persona lacera ne’ panni a guisa di fico. Salv. Quello straccion furfante vi fu anch’egli a far le sue prove; paragonossi.

[80]

Da Cigoli de’ corbi avesti pigna:

Verso mercoledì la cieca lasca

Rimira a squarciasacco la matrigna.

Cigoli: Castello tra Firenze e Pisa nelle vicinanze di Sanminiato, nelle cui pianure svernano molti corvi. Pigna: perchè non pochi pini sono ne’ contorni di Cigoli. Il Salvini intende pigna di corbi, cioè quantità di corvi. Il sentimento dipende da qualche allusione a noi ignota.

Verso mercoledì: dicesi volgarmente che si guarda verso mercoledì, quando non si sta attento ad una cosa, ma si vaga coll’occhio. Lasca: pesce d’acqua dolce; qui per soprannome, come per soprannome il Grazzini fu detto il Lasca. Rid.

A squarciasacco: oggi a stracciasacco, e vale guardar con dispetto, e con faccia brusca. Questa terzina di passaggio, dipendente da un principio ignoto, si sottrae alla nostra intelligenza.

Meglio è pincione in man che tordo in frasca,

Ch’a strangolarsi è ire a ripentaglio:

Il ghioro con la gru l’occhio ti pasca.

Pincione: fringuello. È un proverbio che significa esser meglio il poco sicuro, ch’il molto dubbioso ed incerto.

Strangolasi: fare sforzo colla gola per trarne più gagliarda la voce. Segue il senso: Meglio è contentarsi del poco; perchè il troppo volere è cimentarsi a qualche pericolo.

Ghioro: forse è scorrezione di ghiozzo, pesciolino messo dal Berni fragli squisiti, ma goffi. M. Daubenton osserva, che questo pesce avido della carne pescasi in gran quantità gettandosi nell’acqua una testa di cavallo o di bove. Si sa al contrario l’accortezza delle gru, fralle quali una rinunzia al proprio riposo per vegliare alla sicurezza comune. Perciò il senso: Ti sia d’esempio il ghiozzo, che perdesi per troppo bramare; e la gru, che vive sicura col non tutto volere.

[81]

Metti serpillo, sermollin, seraglio,

L’uvola in su non ci recasti mai;

E otta per vicenda m’abbarbaglio.

Serpillo ec. erbe che s’adoprano per rendere appetitose le vivande. In sostanza vuol dire: Fa quanto puoi per istuzzicarci l’appetito. Il Salvini dice che scherza sul Ser, titolo de’ Notari.

L’uvola ec. l’ugola nell’appetirsi il cibo s’allunga e s’alza. Per quanto dunque tu sappia fare, mai non ti riuscì di tirarci al boccone, com’i pesci all’amo.

Otta per vicenda: è un modo di dire che vale ad ora ad ora. M’abbarbaglio: eppure me lo mostri talora in sì dilettevole aspetto alla fantasia, che par che m’allucini. E quanto volgo più la fantasia, Più m’abbarbaglio, nè me ne correggio. Dondi al Petr.

[82]

Cacajuola non ebbi, e meriggiai:

E il letame porta l’asinello,

E spesso è ricoperto per li vai.

Cacajuola ec. non mi mosse stimolo d’alcuna voglia, come chi è sollecitato da inquieto ventre. Perciò meriggiai; mi stetti com’un papa, sedendomi tranquillo all’ombra di state.

Il letame ec. questi due verbi proverbian la stoltezza di coloro, che si compiacciono di cose superiori al proprio stato. Rid. Niuna stolta brama giunse a strascinarmi; mentre ben so che l’asinello è destinato a portar letame, sebben per accidente sia talora rivestito di (vai) preziose pelli.

E dommi in testa di monte morello;

La lingua va dove gli duole il dente.

Che muggioli per uno scontrinello?

Dommi ec. dar per la testa di monte morello è star fra se medesimo fantasticando, malinconico e pensieroso. Ridolfi.

La lingua ec. detto proverbiale, esprimente ch’il discorso o il pensiero torna sempre ad aggirarsi su quelle cose, da cui l’animo è tocco altamente.

Che muggioli: com’un altro, o egli medesimo riprendesse a se stesso: A che mai cotesto lamento e piagnistero per uno scontrinello? per uno sciauratello? Diminutivo di scontrino, impertinentello che sempre insolente ti si fa incontro.

[83]

E di mala bozzina son le lente;

E in galea ti mise co’ suoi motti:

E perch’egli ha ritidio è feghinente.

Di mala ec. lenticchie di cattiva cottura, perciò di cattiva qualità. Metaforicamente per gente d’iniqua razza, e da non isperarne mai bene.

In galea ec. mettere o vendere alcuno in galea vale raggirarlo furbescamente finchè si tragga nella frode.

Ritidio: crede il Ridolfi che debba leggersi mitidio, termine popolare significante accortezza. Ritidio non è però strano fralla plebe, e val minuzzolo; dicendosi per esempio: Non ve n’è rimasto ritidio. Il senso sarebbe lo stesso, cioè perchè ha un poco di cervello e di raggiro, è feghinente: è un niente di fede, un fraudolento.

Musorno fu culattier de’ cimbotti,

E fra più tristo ch’asino a gragnuola.

A pentole portollo con rimbrotti;

Musorno: il babbacchione; uno che sta com’asino stolido a muso levato. Culattier: scherzosamente, come culattario per culo. Cimbotti: i colpi che si danno in terrà da chi casca. Il suo sedere parve fatto per le cascate; cioè ci volea un tal babbacchione per cader nelle trappole di colui.

E sta ec. l’asino sotto una pioggia di gragnuola sta ad orecchie calate, e sbalordito.

A pentole: portar uno a pentole significa portarlo a cavalcion sulle spalle colle gambe pendoloni.

[84]

E poi gli fece menar la vivuola,

Pagandol poscia del lume e de’ dadi;

E chi gramola spesso, e chi maciuola.

Menar la vivuola: propriamente sonar la viola; ma il volgo si serve figuratamente di questo detto per grattarsi la rogna. Rid. Gli diede rogna a grattare, gli diede guai.

Pagandol ec. que’ che tengon ridotto di giuoco si fan pagar l’uso de’ lumi, de’ dadi, o delle carte. Sovente nel riscuoter da chi ha perduto ricevono sgarbi e strapazzi; e allora con dolente ironia dicono: E’ m’ha pagato de’ lumi, e de’ dadi. Ridolf.

E chi gramola ec. gramolare è franger con replicati colpi gli stipiti del lino; lo stesso che maciullare, o secondo Brunetto maciuolare. Par ch’accenni la parapiglia e la baruffa delle busse sonategli. Il Ridolfi l’intende di genti che mangiano.

E pevere in comino a pisciar vadi.

Chi ha sparato a trescar; su’ sciagura,

Che fece penzol per romper le stradi.

Pevere: cioè pepe. Comino: seme d’erba di tal nome, caloroso e aromatico. Gli Alemanni l’usan col sale per appetir il bevere. Questo verso è un’imprecazione, augurando a chi è baccello un orinar pungente e mordace, come fosse un infusione di pepe e di comino.

Chi ha sparato: chi ha disimparato, chi non ha più cervello per sapersi condurre nè propri affari. Trescar: trafficare, far i fatti suoi. E senza saper bene spesso quello ch’e’ si treschino Varch. Stor.

Fece penzol: suo danno (su’ sciagura) se poi giunse alla forca, com’assassin di strada. È detto in figura per qualunque disastro non saputo prevenire.

[85]

E’ s’accovacciolò di mietitura;

E ha enfiata l’epa, e vanne a croscio

Per fare alli dì neri squarciatura,

S’accovacciolò: covacciolo è il covo che si fa nel letto da chi molto vi giace, com’avviene agli ammalati. Ond’i contadini dicono accovacciolarsi il mettersi a letto ammalato. Di mietitura: i contadini usano pure denominare i tempi delle loro faccende, come di mietitura, di battitura, di vendemmia. Ridolfi. Nella mietitura sogliono anche mangiar meglio, e meglio bevere.

Ha enfiata l’epa: ha piena e gonfia la pancia. Vanne a croscio: va traballando, non si regge in piedi.

Dì neri: giorni di digiuno. Squarciatura: frattura. Per aver fatto straccio de’ digiuni, essersi abbandonato a stravizzi.

[86]

E delle grinze, e secche fave scroscio.

E non son troglio, e con pedica vivo;

Con zinghinaja più volte trangoscio.

Scroscio: romore che si fa mangiandò il biscotto, o altra cosa secca. E per aver fatto da valoroso un menar di fave smoderato. Forse tutto questo diboscio è più sconcio di quel che mostri la lettera.

Non son troglio: non sono scilinguato, la dico chiara. Con pedica ec. Dal Lat. pædicare. Salv. Sì lo confesso, la mia vita è un impasto di puerili amori. Con minor connessione il Ridolfi l’intende per pidocchieria, estrema miseria, dal Lat. pediculus.

Con zinghinaja: e spesso poi per un lento languore mi consumo e mi struggo.

Fondato egli è su l’ariento vivo

L’Abbate Gianni; or non lo stuzzicare,

Ch’egli ha del lercio assai più ch’io non scrivo.

Su l’ariento ec. quand’uno non può contenersi e star fermo, noi diciamo: Par ch’abbia addosso l’argento vivo.

L’Abbate Gianni: ne parla anche Dante; presso il quale il lercio peccato è appunto l’infame vizio de’ sodomiti, fra’ quali annovera lo stesso Brunetto. In somma sappi che tutti fur cherci, E litterati grandi e di gran fama, D’un medesmo peccato al mondo lerci, Inf. 15.

[87]

In visibilio non voler entrare,

Che ‘l brodo non si fa per gli asinelli:

Va con mitidio, e non vi bazzicare.

In visibilio ec. non ti curare d’andar troppo avanti, cercando ciocchè a te non conviene.

Che ‘l brodo ec. non son cose da tutti; non te ne venga appetito. Questo proverbio vuol dire che certe cose non son per gente di dozzina e comunale.

Va con mitidio: cammina con giudizio, bada a quel che fai. Non vi bazzicare: non v’andare attorno, lascia andare.

E’ sta con guazzabuglio, e con fringuelli,

E delle frottole una serquettina,

Scamorcioli, travicoli, e spruzzelli.

E’ sta ec. ripiglia a dir dell’Abbate Gianni, che se la passa in guazzabuglio, cioè in una tresca di ragazzoni, com’un civettone in mezzo a’ fringuelli, che fanno una continua chiucchiurlaja. Il Ridolfi spiega: In guazzetti, mangiando fringuelli, cioè poco.

Serquettina: dozzina, qui per moltitudine confusa. Segue il senso: E se ne sta in un miscuglio di ciarle, di baje, e di scamorcioli ec.

Scamorcioli; è un peggiorativo del Franc. morceau, tritume d’una cosa. Onde scamorcioli equivalerebbe al plebeo frusticchi, ragazzettacci. Nel senso stesso travicoli, quasi salterelli; e spruzzelli, quasi sputacchiarelli.

[88]

E ‘l can suo pari non vuol in cucina.

Mi ruppe ‘l fuscellino, accalappiando

A una trave Amata per Lavina.

E ‘l can ec. non vuol rivali, non vuol seco alla tresca chi gli possa dar fastidio.

Fuscellino: rompere il fuscellino è spartir l’amicizia. Accalappiando: accalappiare è ingannar col laccio gli uccelletti. Amata: madre di Lavinia, appiccatasi per la morte di Turno promesso sposo alla figlia. Meco spartì l’amicizia, badando a farmi restar nel laccio non altrimenti che l’infelice Amata.

Lo scudelliere ha marcio, e va singando:

A biotto su la paglia e’ balenoe

Per non aver le conche, e origliando.

Scudelliere: invece di scudiere, cortigiano. Marcio: termine di giuoco, e val posta doppia. Usasi figur. in buono e cattivo significato. Bisogna dir male d’ognuno, perchè abbian paura a dirne di te, o almeno non ti si dia marcio. Varch. Suoc. Singando: singhiozzando, fignolando. Rid.

A biotto: malamente, alla peggior maniera. Balenoe: in senso metaforico dicesi appunto de’ cortigiani che balenano, cioè traballano e stan per cadere dalla grazia de’ lor padroni, e perciò anche di lor fortuna.

Non aver conche: gergo per dire non aver con che, cioè non aver denari, con cui riparare a sinistri eventi. Salvin. Origliando: nè potendo far altro che star a orecchie tese per pigliar lume.

[89]

E Gherardo Ventraja il rincalzoe:

Quel che ‘n pentola bolle ben lo saccio;

E per li dindi si rinfalconoe.

Rincalzoe: detto figur. dal rincalzar le piante; e vale lo sostenne, l’appoggiò nella disgraziata decadenza.

Quel che ec. proverbio che significa so come va la faccenda, so io tutto il mistero di quest’affare.

Dindi: denari; voce fanciullesca derivata dal suono din din, che fan le monete cadendo. Si rinfalconoe: si ringalluzzì, rialzò la cresta. Come falco a vista della preda, così egli riprese spirito a vista de’ denari somministratigli.

Di ben far verso ‘l gomito procaccio:

Per le tre livre tonde tien carriera,

E straluna, alle due essendo in braccio.

Gomito: sorta di misura. Proccuro di star colla misura alla mano per ben mettere in versi ciocchè ho nel cuore.

Livre: lire, o piastre. Tien carriera: sta tutto in moto, sta in ardenza per conseguire le tre piastre, che nuove (tonde) di zecca gli han ferita la fantasia.

Straluna: va col cervello in aria, pensando come farsene padrone. Essendo in braccio: cioè già in possesso delle due omai da se buscate. Rid.

[90]

A basta lena fa monna Imperiera;

Per gli andrivieni è l’oca del Mendanno

Rombosa, e sgavacchiata la somiera.

A basta lena: s’ajuta con tutte le forze, fa quanto le basta la lena. Imperiera: donna che ci pretende; detto burlescamente.

Andrivieni: giravolte di vie che sboccan qua e là. L’oca ec. allude al costume di portarsi oche in dono a’ padroni de beni tenuti a livello, com’un tributo di ricognizione. Rid. Vuol dire che per tutte le strade giravano i regali di costei per cattivarsi la protezione di questo e di quello.

Rombosa: facendo strepito; da rombo. Si sente per ogni via il gracidar di quest’oche. Sgavacchiata: malconcia, piena di gavoccioli. La somiera: l’asina. E per ogni via passa l’asina tutta guidaleschi, che porta dalla villa cotesti regali.

E par percossa d’un piantamalanno;

Per la ghignata mormora e cinguetta,

E schifa volentieri il caldo ranno.

Par ec. sta in tanta costernazione cotesta monna Imperiera, che par le sia caduto addosso un qualche grave malanno.

Ghignata: riso caricato che si fa per ischerno. Una burla, una cosa da niente tutta la pone in moto.

E schifa ec. e previene tutt’i pericoli. Ciascun d’ambe le parti stette saldo, Ch’ognun cerca fuggire il ranno caldo. Malm. 9. 37.

[91]

Una gran calda io ebbi, e una stretta:

E’ non ha luogo in crosta l’asinello;

E basta bene un pazzo per casetta.

Gran calda: oggi scalmana, accension di sangue. Una stretta: aver la stretta vale esser condotto a mal punto; dicendosi il grano aver la stretta, quando un gran caldo lo secca quasi ad un tratto.

Non ha ec. il pane non è fatto per gli asini; essendo crosta la corteccia del pane. Passai disgrazia, perchè non eran bocconi da par mio.

Basta ec. proverbio che significa bastar un solo a far delle stravaganze, come basta un sol pazzo a mettere in disturbo una casa.

Io fe’ de’ Pazzi spesso un bel castello

Palancola, Sbaraglia, e Ancreone

Prete col petrognano, e petrosello.

Io fe’ ec. l’ordine è: Io feci spesso palancola, ch’è un castello della nobil famiglia de’ Pazzi. Ma perchè palancola o palancolato è anche una chiusa di pali fitti in terra a guisa di siepe, perciò far palancola dicesi dalla plebe dello stare sdrajato per terra colle gambe in su e in giù. Questo è ciò che intende Brunetto, equivocando sul nome di quel castello e il detto della plebe. Rid.

Sbaraglia e Ancreone: si suppongono nomi d’altri luoghi, e da cui la plebe tolto avesse qualche simil dettato, come da Palancola; seppur non seguisse: E fo Prete Sbaraglia ec.

Petrognano: si sa solamente essere un villaggio non lungi da Firenze. Forse prendesi per qualche erba relativa a petrosello, di cui fosse fertile. Così Falerno per vino di Falerno.

[92]

Alzando i mazzi feci zibaldone

Alle peggior del sacco, e rovistando

Alla cavalleresca Scatuzzone.

Alzando i mazzi; montato in collera, alzando in tuono sdegnoso la voce. Feci zibaldone: feci un miscuglio di cose, dissi quanto mi veniva alla bocca.

Alle peggior del sacco: alla disperata. Venni alle brutte, spezzato ogni freno. Rovistando: gettando a gambe all’aria.

Alla cavalleresca: a uso di soldato in zuffa. Cavaliere anticamente diceasi per soldato. Il cherico perde il privilegio chericale, se si fece bigamo o cavaliere. Maestruz. Scatuzzone: secondo pensa il Ridolfi è soprannome di colui, che fu gettato sossopra.

Ed il pattume vien rammuricando:

Erro, cu cu andra’ tu in cuccagna

Dal pero al fico sempre perperando?

Il pattume ec. rammuricare il pattume è raccogliere e rammucchiare la spazzatura. Suol dirsi d’un sordido: Egli raccatterebbe fino il pattume; quando vedesi tener conto d’ogni più vil cosa.

Cu cu: voce del cuculo. Cuculo che sei, la sbaglio? oppure col tener conto d’ogni cencio ti farai signore? Cuccagna: paese favoloso; ove fingesi copia di tutti i beni.

Dal pero al fico: sempre, da stagione a stagione. Rid. Oppure dal poco al meno, cioè da tutto. Perperando: facendo denari; da perpero, moneta Greca. Quindi sperperare, disperdere.

[93]

Del Vescovo la mula ti scalcagna.

Io già son ritornato mezz’in succhio

Per gire a bellegote, ed in benagna.

Del Vescovo ec. altro ch’andar in cuccagna; già comincia sotto di te a ciampicare la stessa mula Vescovile; già si vede la tua decadenza in povertà. Ridolf. Le mule de’ Vescovi soleano essere ben pasciute; e il ciampicare in mano a costui segno era che l’orzo cominciava a mancare.

Per gire ec. pare un gergo che dinoti esser la sua passione tornata in sugo; preso bellegote per un soprannome relativo a qualche florida guancia. Ridolf.

La tigna con tignamica mi sbucchio,

Sofferendo la posola, e ‘l lattime;

E la bagascia mia n’ha un buon mucchio.

La tigna ec. starsi grattando la tigna significa aver da pensare a’ proprj guai. Tignamica: erba di grave odore. Mi tocca a soffrir doppia pena: ho tigna da grattare, e non ho ch’un’erba puzzolente per farlo.

La posola: striscia di sovatto, che posando sulla groppa del giumento regge lo straccale ed il basto. Lattime: male de’ bambini lattanti. Mi tocca a far da asino per portar la soma; e da bambino per sopportare.

[94]

Non gite a genti brocole mie rime;

Perchè non porterebbon la gorgiera,

E farebbon di voi picciole stime.

Brocole: non dubito che venga dal Latino brochus, uomo armato di lunghe zanne prominenti a somiglianza de’ porci. Perciò genti brocole o ha da intendersi genti materiali e grossolane, o genti mordaci e satiriche.

Gorgiera: armatura del collo. Non si metterebbon certo sull’armi per prender le vostre difese.

Ma gite come fa del sol la spera

A mogliama miglior che concubina;

E fiate a lei in su la primavera.

Come fa ec. vuol che vadano alla sua donna, più cara a lui che la concubina agli amanti; e vadano sul far dell’alba, e dell’alba serena di primavera, come regalo di fiori.

Come si fa di rose, della spina

Faccia di voi ghirlande a catafascio:

L’amico cesar abbia la più fina;

A catafascio: a gran fasci. Vuol che da’ pungenti motti di questi versi prenda ella ampia materia da trafiggere i vizj e l’iniquità di certuni.

L’amico cesar: dicesi di persona consaputa, e ch’intendesi senza nominarsi, siccome l’amico fabio. La punta più acuta vuol che sia riserbata a punizion di costui.

[95]

Che in prigion mi vide con ambascio.

Can risegato, pisciar le die bene:

Far mi convien, com’il can d’Altopascio.

Can risegato: forse ha da dire can rinegato. Salv. Pisciar ec. è un’imprecazione, come suol dirsi ironicamente Dio gli dia bene, mentre se gli desidera male. Rid.

Far mi ec. dicesi di chi non potendo egli avere un bene, nemmen vuole ch’altri ne goda. Altopascio; più coltamente Altopasso, paese in Toscana.

E presso a connfitemini a podere,

L’anca del babbo m’ha nuovo; e spuntato

Egli è per fermo contro a suo volere.

Presso ec. esser sul confitemini è usitatissimo in senso d’esser all’estremo di qualsisia cosa; forse da’ tre salmi Confitemini in fine del mattutino del sabato. A podere: a forze, a ossanza. Stando già io male in gambe ec.

L’anca ec. suol dirsi: Egli ci s’è rifatta un’anca, cioè nella tal cosa egli si è riavuto, s’è rimesso in buono stato. Stando già male in gambe, egli m’ha fatto rifar un’anca a suo dispetto. Del babbo; è grazia di lingua; e così taluno toccandosi le guance direbbe: Per questa ciccia di mamma.

E come gheppio ne son rovesciato;

Quando il giuoco è compiuto, rena rena;

E vammi grosso, e tutto m’ha storpiato.

Gheppio: uccel di Rapina, e dicesi esser rovesciato, quand’è battuto da’ suoi pari. Lagnasi il Poeta ch’a se non altrimenti avvenisse.

Rena rena: detto enfatico, con cui si suol esprimere una grand’abbondanza. I contadini usan dire: Uh! tanta roba che la beata rena. Rid. Segue il senso: Perseguitato da quel malevolo, alla fin del giuoco mi trovai assai bene.

Vammi grosso: andar grosso ad uno vale esser pieno di mal umore contra di lui. Egli mi va grosso, quasi io fossi stato e non egli che ha tirato a storpiarmi, a danneggiarmi.

[96]

In gangheri tu l’hai a suo catena,

Eccetera vo dir, perch’aggio fretta;

Il can t’abbai e ‘l lupo a mala mena:

Suo: invece di sua per grazia di lingua. Lei sempre come suo sposa e moglie onorando, l’amò. Bocc. 29. Qui Ser Brunetto ammaina le vele, e dice quel che gli vien detto.

A mala mena: al peggior partito. Mena: è lo stato delle cose. Or va, e vedi la lor mena. Dant. Inf. 17.

L’amata in cuffia, e la truccia in berretta.

La truccia: pensa il Ridolfi che sia qualche cosa di peggio che amataTrucci si suol dire agli asini, pungolandoli. Del rimanente questo verso credesi un di que’ modi da far capire che non se ne vuol più; come sat prata bibere.

[97]

CAPITOLO SESTO.[2]

Non è rimasa zazza di Bellondo;

A pelo a pelo mi passò gli orlicci:

Tombolando pur dianzi vidi ‘l fondo.

Zazza: forse per zazzera secondo il Ridolfi; oppur niente affatto, come nel Cap. I. Non v’è restato nemmeno un capello. Bellondo: soprannome di persona che stesse sulla galanteria, e facesse il bello. Rid. Alla penetrazion del Salvini sembra quasi bello-tondo, cioè pane.

A pelo a pelo: giusto giusto, a misura a misura. Orlicci: propriamente le croste del pane; qui per similitudine l’estremità di qualunque cosa. Arrivò appena appena a farmi godere degli ultimi residui.

Tombolando: cascando a precipizio. Vidi ‘l fondo: giunsi a veder il fine d’ogni poco di bene; precipitai nella miseria.

A chieder a ciuffetto ebbi capricci:

In un guinzaglio cispi e zaffardosi.

Gonfiai, e poi mollai di dire: o micci;

Chieder a ciuffetto: è chieder roba a uno che ciuffa, o carpisce l’altrui, tanto è lontano da dar del suo; quindi usasi per cercar cosa quasi impossibile ad ottenersi.

Guinzaglio: striscia di corame, con cui i cani da caccia s’attaccano pel collare. E siccome ad una stessa se n’attaccan talora più d’uno, così n’è venuto il proverbio: Stan bene in un guinzaglio; e si dice di persone d’un medesimo costume. Rid. Cispi: cisposi.Zaffardosi: imbrattati di qualsisia lordura. Non sai di chi più far conto; posson mettersi tutti in un mazzo, com’i cispi e i zaffardosi.

Gonfiai: s’intende per la rabbia. Tenni tenni; e poi più non potendo, lasciai andare e dissi: oh micci che siete ec.

[98]

E l’anime del nocciolo amorosi.

E se tesser non può, ed ella fili:

E la luna nel pozzo a’ sottrattosi.

L’anime ec. di due strettissimi amici suol dirsi: Son due anime in un nocciolo. Qui per ironia, come sarebbe: Oh i bravi amici veramente!

Se tesser ec. modo aspro per disprezzar chi pregato e ripregato non ci vuol favorire. Rid. Giacchè non si compiaccion di farmi grazia, si stiano, io poi non li curo piucchè tanto.

La luna ec. mostrar la luna nel pozzo è dar ad incendere una cosa per l’altra. Sottrattosi: che fan professione d’ingannare. È un’imprecazione contra i falsi amici, quasi dicesse: Piaccia al cielo, che cadan sovra di loro quegl’inganni, con cui d’altri si burlano.

[99]

Donnuccia se’ tornato per li pili;

Animo tuo, e manico di vanga;

Ben sappiam ciò, che tiene i tuo’ barili.

Donnuccia: si dice ad uomo d’animo vile. Se’ tornato per li pili; non t’è bastato l’andarti male una volta; e come sciocca femminuccia sei tornato pel contrappelo, per avere il resto.

Animo tuo ec. viva il tuo gran cuore; abbiasi un cuor sì grande, e poi si debba pure maneggiar la zappa, che fralle zappe stesse si diverrà illustre e famoso. Spiritosissima ironia.

Ben sappiam ec. ben ti conosco a fondo, ben so quanto pesi. Il Salvini che non è mai contento se in ogni detto non iscopre un gergo furbesco, dice barili valer bardasse.

Or lima, ed or vendemmia, ed or ti sfanga;

Siri margotti fanno del baccello:

E con le tube un ermellin s’infanga.

Or lima: adesso è il tempo che tu lavori di rapina. Vendemmia; che tu facci di mal acquisto buona raccolta. Sfanga: e che ti levi dal fango della miseria, e da’ taccoli.

Siri ec. mentre ora badano alle baje, e non pensano a te. I ragazzi tagliando la cima del baccello inguisachè s’alzi e s’abbassi in forma di cappuccetto sull’interna fava, dicesi che fan ser margotto. Salv.

Con le tube ec. via non te ne fare scrupolo, che anche gl’innocentini cedono alla necessità; come lo stesso ermellino al suon delle trombe del cacciatore non più per salvarsi schifa il fango e l’immondezza. Rid.

[100]

Bucherattola dalle per l’anello:

S’io rido, e tu fa me; non brancicare.

E ricordossi il mosto, e l’acquerello.

Bucherattola: picciola buca. Anello: foro dell’ano. Dalle una cosa per un altra. Brunetto è molto amante di proverbiare con sozzi equivoci.

S’io rido ec. tal sia di me, s’io lo dico per burla. Non brancicare; tieni le mani a te.

Ricordossi ec. allora si mise egli in punto di farsi render conto di tutto da capo a fondo. Ridolf. Così si dice averci messo il mosto e l’acquerello per averci perduto tutto; essendo il mosto il primo sugo, e l’acquerello l’ultimo della vinaccia, estratto da lei a forza d’acqua.

Il tempo si comincia a rabbuffare;

Ed ha un pelo al cui detto struffaldo:

La cubattola non racciabattare.

Il tempo ec. minaccia tempesta; detto metaforicamente di uno, che comincia a far temere della sua collera. Molto più in là va il Salvini, e spiega che comincia a crescer la barba.

Ha un pelo: usasi pigliar pelo in significato d’adombrarsi e insospettirsi. Detto struffaldo: tale da potersi dire uno struffolo, cioè un ispido mazzo di paglia o di capecchio. Vuol dire che l’avea preso un diabolico umore il più tristo e bisbetico.

Cubattola: stromento da caccia tessuto di verghe. Racciabattare: rattoppare. Non ti fidare in sì torbido tempo a metter pezze, e ordir nuove trappole,

[101]

In cottardita sta, perch’egli è baldo;

E havvi meno a far, che ‘n paradiso

Non ha San Marcellino, e Santo Baldo.

Cottardita: veste di carattere, conceduta già da’ Sovrani a persone di rango o di merito. Encicl. e Du Fresn. Quindi stare in cottardita è mettersi in aria autentica per farsela valere. Baldo: baldanzoso.

Havvi meno a far; eppure non è cosa per lui lo spiegar quest’aria. Non si sa poi l’origine del proverbio per rapporto a Baldo e Marcellino. Forse potrebbe alludere alla supposta storia d’aver S. Marcellino offerto incenso ag’idoli.

E chi paura avesse del mal viso,

Non vadi a San Giovanni sciobrigato;

Nè guardi ‘l pel nell’uovo troppo fiso.

S. Giovanni: festa con fiera in Firenze, ove concorreano tutti i bravi della Toscana. Sciobrigato: senza brighe, senz’affari. Chi teme un brutto ceffo com’ha costui, e non ha affari per quella fiera, non vi vada; perchè dovendovi star ozioso, se la farebbe colle persone, e incontrerebbe mostacci da farlo tremar di spavento. Son passato ancor io da S. Giovanni; è un detto Fiorentino per far capire di non aver paura. Paoli.

Nè guardi ec. nè la consideri troppo per la minuta, faccia occhio grosso, affinchè non abbia a procacciarsi affanni.

[102]

I stambernicchi! e’ nel vaglio ha pisciato;

E ‘l diavol no ‘l baciò avale in bocca:

Bench’e’ sia scalterito e’ fu arcato.

I stambernicchi: pensa il Ridolfi esser voce enfatica, come cappita! oh la gran cosa! Dante Inf. 32. disse parimente Tabernicch per cosa grande e smisurata ; essendo Tabernicch un altissimo monte della Dalmazia. Nel vaglio ec. ha perduto invano il tempo e la fatica.

E ‘l diavol ec. col diavolo non se la potè tenere; il diavolo ne sa più di lui, e lo cuccò. Quindi a bocca baciata, di buon accordo. Avale: poco fa.

Scalterito: benchè egli fosse astuto e scaltrito, fu colto all’arco. Arcato: preso con inganno.

È sopra il cane, e presta ha la bicocca:

A veder par l’Abbate da Pacciano;

E per darli alla spalla se ne scocca:

È sopra il cane: ha avuto de’ brutti cani alla vita: cioè gli sono state addosso persone da non uscirsene coll’ossa sane. Metafora tolta da’ cani che gli sbirri lascian dietro a coloro, cui vogliono arrestare. Bicocca: castelluccio di rifugio. E la sua astutezza gli trovò sempre una sicura ritirata. Rid.

Par l’Abbate ec. sta con una cera di pasqua, e par che non sian fatti suoi. Il Salvini ci fa sapere che quest’Abbate da Pacciano sottoscrisse il Concilio Fiorentino; notizia poco interessante per l’intelligenza di Ser Brunetto.

Darli alla spalla: ma per quanto se gli stringano alle spalle persone di vaglia, ei se ne scocca, cioè se ne libera con tal disinvoltura, che più spedito non si scioglierebbe strale da arco scoccato.

[103]

E pur chiccheri ciaccheri ciciano.

E ‘l majo è frasca a fidarsi in ghiandaja;

Ma ‘n gola gli pisciò, com’a friano.

Chiccheri ec. parole per se stesse insignificanti, usate per esprimer l’inconcludenti chiacchiere di taluno. Eppur sembra che non sappia accozzar due parole, nè altro sia il suo parlare ch’un perpetuo chicchi bichicchi.

Majo: ramo fronzuto, ch’i contadini Toscani innalberano il primo di maggio avanti le case delle loro innamorate, cantando canzoni coll’intercalare: Bene venga maggio, ben venuto maggio. Vuol dire che siccome cotesto ramo sarebbe (frasca) sciocco se si lusingasse che l’astute ghiandaje si fidasser di lui come di vero albero, così sciocco è chi si fida d’un più astuto di se.

Ma ‘n gola ec. lo minchionò nella più solenne maniera. Friano: gergo allusivo in qualche modo alla famosa Frine, meretrice d’Atene.

[104]

Le natiche, e ‘l lecchetto, e la corlaja,

E la versiera, e ‘l diavol saccolone.

E che diascane? dice la massaja.

Lecchetto: è propriamente una picciola colonnetta o palo, che serve per meta; ma qui è uno sporco gergo Toscano.

Versiera ec. cioè mise in opera i già detti mezzi bricconi, e il diavolo e la versiera; colle quali ultime parole intendesi comprender le molte altre baronate, che nominar non si vogliono.

Che diascane: al sentir tante bricconate riprende sorpresa la (massaja) serva: E che diascane, che è mai cotesto? Diascane si dice da chi ha scrupolo di dir diavolo, a cui equivale.

Comanda a Monterappoli il lancione;

E stringo ‘n su le secche in Barberia:

E ‘l picchinaccio mi colse al cantone;

Monterappoli: castello 18. miglia lontan da Firenze, famoso per l’uve celebrate dal Redi. Lancione: famiglio di corte; detto dal portare una specie di lancia. Veramente, ripiglia il Poeta, si può far d’ogni erba fascio; non essendovi più giustizia.

Stringo ec. ed io lo provo che trovo mille intoppi nel più bel de’ miei affari; che tale appunto è il significato di stringere o restar sulle secche di Barberia.

Picchinaccio: in vece di piccinaccio, dicesi d’uomo di bassa statura ma furbo e facinoroso. Oggi: Piccino, ma tutto pepeAl cantone: al voltar d’un canto, come fa chi apposta taluno. Rid.

[105]

Ed aspetta il fagiuolo in druderia,

Ed alla fossa ciaschedun si peli:

Il guidalesco ha marcio in giulleria.

Aspetta ec. attende il minchione al passo. E io rimanga in asso un bel fagiuolo. Buon. Tanc. In druderia: alle tresche e a’ bagordi.

Alla fossa ec. e sta aspettando chi venga a lasciarvi il pelo; tolto dall’uso di ripulire e pelar gli uccisi animali ad una fossa d’acqua corrente. Rid.

Guidalesco: lesione fatta sul dosso delle bestie dal lungo portar la soma. Giulleria: scurrilità. È sì vecchio fralle tresche scurrili, che v’ha fatto il callo.

Dà dà, che non l’accerti; che pur beli?

La gatta in sacco abbia Nalda massiccia,

La cerbola novella, ed i micheli;

Dà dà: risposta al sozzo invito di quel fetido picchinaccio. Fa pur tutti i tuoi sforzi, che con me non l’accerti, non ti vìen fatto il colpo; tu la sbagli con me. Che pur beli: che concludi a far il bambin piangente? Io non mi muovo.

La gatta ec. io voglio vedermi il fatto mio; tal sia di Nalda se lasciasi da te ingarbugliare. Vender la gatta nel sacco è aggirare alcuno senza dargli tempo di vedersi i fatti suoi.

La cerbola novella: la cervetta. Salv. Nuova espressione ch’accresce forza al proverbio della gatta in sacco, e che suppone il Ridolfi indicare altra tresca ingannevole. I micheli: forse dal Franc. michè, beffato; nè lungi sarebbe dall’interpretazion del Ridolfi, il quale pensa corrispondere a bernardi, di cui in Cola di Rienzo: Chi gli toccava la coda, e chi i bernardi.

[106]

E asso in cul a Ghita, e molta ciccia.

E se tu l’hai per mal, sì te ne scigni;

E ‘l diavol tentennino al bujo arriccia.

Asso: detto copertamente sotto figura, come direbbesi un fusto un cero. Ghita: accorciativo di Margherita.

Se tu ec. se tal mia ritenutezza dispiaceti, e tu crepa. Proverbio derivato forse dall’uso di slacciarsi la veste per men sentire un dolore; E s’usa ad esprimer quel non curarsi ch’alcuno s’abbia a mal d’una cosa.

Diavol tentennino: diavol tentatore; da tentennare, agitare, commuovere. Arriccia: arricciare è rizzar irto il pelo, come gatto stizzito. Lo so ch’una furia divien quel diavolo ch’hai sempre a lato, invisibil (al bujo) ministro del tuo furore.

L’anima vienti a gola, e più non ghigni,

E non remoli cica d’impazzare;

E gl’incruscati tozzi son ferigni.

L’anima ec. lo so che poco ci vuole, e l’anima spinta dalla fame da te se ne vola; e che perciò vorresti incappare un qualche merlotto per mangiare alle sue spalle. Più non ghigni: la stessa fame t’ha fatto dimenticare il solito riso.

Non remoli cica: e punto dalla tua rabbia canina non sei molto lontano dall’andar in pazzia.

Tozzi: duri avanzi di pane. Incruscati: carichi di grossa crusca. Ferigni: impastati di più sottil cruschello. I tozzi del più nero pane ti sembran belli e buoni; cioè a tutto attaccheresti i denti, tutto ti parrebbe un zucchero.

[107]

Più presto se’, che non è al cacare

La mogliera di zaffo zaffardoso:

Le calze ho poste a leggere imparare.

Più presto se’ ec. la fame ti fa essere assai sollecito, vorresti subito avermi nella rete. Modo basso allusivo alla fretta, con cui si corre, quando le bisogne non ammetton punto di dilazione.

Zaffo zaffardoso: tappo lordo; vil gergo di stronzo, di cui è moglie la natica. Salv.

Calze: per calzoni. Io per me non ti posso troppo aiutare, perchè ho impegnati fino i calzoni. Mandar a imparare a leggere è frequentatissimo dalla plebe per mandar a pegno; forse derivato, dice il Ridolfi, dal polizzino che se ne ha, su cui consolarsi leggendo.

Tu non riguardi mai raso nè toso,

Ma sempre a mosca cieca mugiolando;

E fassi allo ‘nfornare il pan goloso.

Non riguardi ec. tu non sai far distinzione tra persona e persona, ti meni alla disperata addosso ad ognuno. Raso è più che toso.

A mosca cieca: operi sempre alla cieca, non badi se è o non è boccone da farti pro. Mosca cieca giuoco fanciullesco, detto dal bendarsi gli occhi di uno. Mugiolando: come cane affamato, che freme tra’ denti.

Fassi ec. come l’odor del pane infornato eccita l’appetito, così stuzzica la tua avida gola ogni occasion che ti capita!; e subito ti ci lanci.

[108]

E’ vanno a saccomanno pedovando:

E chi ha li gattoni è uccellato.

Un frusino! deh vienlo mazzicando.

E’ vanno ec. volgesi a parlar per le generali di cotesti puzzolenti mezzani, e dice che comm’assassini di strada s’avventano a tutti. Pedovando: pedovare è scorrer saccheggiando a piedi, come cavalcare è scorrervi a cavallo.

Gattoni: malore che carica l’articolazione delle mascelle, e rende l’uomo inetto alle consuete operazioni. È uccellato: è burlato. E chi non è piucchè spedito a salvarsi in cotesto assassinio, ci resta com’un messere.

Frusino: crede il Ridolfi esser lo stesso che fruscolo, bastone. Oh un buon randello per rompergli (mazzicando) l’ossa!

E chi è nella malta non trottato,

L’asino fatto par del pentolajo;

E respice non ha il frugolato.

Malta: quel fango che depositò l’acqua torbida ristagnata; oggi memma. Onde affogar nella memma non sapere uscir d’un intrigo. Quanto a proposito il Salvini! Lat. maltha, et nota, materia quadam durissima ex calce viva, come dice Plinio; onde smalto.

Non trottato: non esperto; traslato da’ cavalli, che si dicon trottati, quand’ebbero scuola di cavallerizza. Rid.

L’asino ec. chi non sa l’arte di disbrigarsi da un imbarazzo, resterà al laccio dì questi mezzani; e quanti son gli usci tante saran le donne che lo peleranno. Far come l’asino del pentolajo è fermarsi a cicalare ad ogni uscio, com’il pentolajo per vendere ferma il suo asino ad ogni porta.

Respice: cioè res; secondo lo stil furbesco, ch’aggiunge alla vera voce sillabe inutili per ricoprirla. Non averne respice è non aver più niente d’alcuna cosa. Salv. Frugolato: frequentativo di frugato, tentato. Rid. E chi è preso di mira dagl’importuni assalti di costoro, vede il fondo d’ogni suo avere.

[109]

E tutto in somma della lingua l’hajo;

E ben si sanno le sue maccatelle;

E par pur ch’abbia cacato l’acciajo.

In somma ec. l’ho tutto sulla punta della lingua; un poco che venga stuzzicato, so che debbo dire.

Maccatelle: que’ peccati, che da chi li commise s’hanno per non saputi. Quindi scoprir le maccatelle.

E par ec. tolto da chi ha fatta la cura dell’acciajo. Come dicesse: Ben si sa qual sordido commercio ha fatto d’umana carne cotesto mezzano; eppure è sì affamato come se uscito fosse fresco fresco dalla cura dell’acciajo.

[110]

Che Dio non disse! Egli ha pur zaccherelle:

E tutto è del papavero cotesto:

La forza pasce ‘l prato, e tonda l’erbe.

Che non disse: quante scuse quel mezzan maledetto non trovò egli per iscolparsi d’aver altrui impoverito! Disse che quegli avea mille (zaccherelle) taccoli; e questi furon che gli asciugaron la borsa.

Del papavero ec. e che tutto era effetto della sua pigrizia, e del suo letargo nel maneggio de proprj affari. La forza ec. ci vuol industria e fatica per cavar frutto dal suo terreno; nè bisogna dormire come fa egli. Questo verso o è scorretto, o contiene una gran licenza di rima.

A bocca secca sta, ch’è un bisesto;

E si prostende a barba spimacciata;

Per non stuccar di cammellin mi vesto.

A bocca secca: sta a denti asciutti, fa le fette magre; ma non è cosa nuova, che possa a me darsene colpa: è un bisesto, son già quattro anni.

Si prostende ec. modo esprimente un’agiata poltroneria. So che tu stavi a barba spimacciata. Sacch. 106.

Cammellin: oggi ciambellotto, saja di pel di cammello per far vesti da mezza stagione. Per non annojare con sì lungo discorso, muto abito.

[111]

E grossa e mazzocchiuta e sfolgorata,

Ghibellin marcio, e coglion di sambuco:

E qui non mi ripigli la brigata.

Mazzocchiuta: che finisce in grosso, come terminasse in pannocchia. E ‘l baston grave e mazzocchiuto e grosso. Morg. 26. 73. Qui pure parla d’una mazza, che ci vorrebbe a usi tal Ghibellino. Sfolgorata: magnifica.

Perchè ‘l cervello a galla mi conduco

Ad ogni piè sospinto con baggiane;

E come favilesche poi traluco.

Cervello a galla: perchè i fumi mi vanno al capo, e mi salta il cervello sopra la berretta; come suol dirsi d’un che va in collera.

Ad ogni piè sospinto: avverbialmente, e vale spessissimo. Baggiane: parole lusinghevoli per condur taluno al proprio volere.

Favilesche: per faville. Con tutta la dolcezza di mie parole prendo poi subito fuoco, se trovo ostacolo a’ miei voleri.

Carne di lupo, la zanna del cane:

E’ staberla susine con ganasce;

Un cardelletto egli è, ch’appicca zane.

Carne ec. con chi è carne di lupo, cioè con chi è tristo e maligno bisogna usar zanna di cane; cioè bisogna mostrar i denti, e non farsela fare. Similmente: Chi ha il lupo per compare, porti il can sotto il mantello.

Staberla: l’intende il Ridolfi per mastica, stritola; e la crede una caricata espressione nata nella stessa enfasi del parlare. Susine: è molto comune a questo frutto l’esser agro e maligno. Vuol dir che costui a piena gargozza pascesi di malignità.

Un cardelletto: egli è uno spiritello inquieto. Appicca zane: ti spaccia per reo di cose, delle quali sei affatto innocente. Lo stesso appiccar sonagli.

[112]

Ed arbor sotterrato non ha grasce:

Cianciafruscole sono a dare il gaggio,

Perch’a cul erto del mondo si pasce.

Arbor ec. finchè sta sotto terra non se ne trae (grasce) alcun frutto; così costui mentre mormora di nascosto, non merita che disprezzo.

Cianciafruscole: composto di ciancia e fruscola. Son ciarle inutili, nemmen meritan la spesa che vi si badi. Gaggio: ricompensa, mercede; onde ingaggiare.

Perchè ec. perchè è una bestia del campo; perchè campa in questo mondo colla faccia sul terreno e il culo all’aria all’uso delle bestie.

Più che sabato santo tu se’ maggio,

E vienti il capogirlo per trincare:

Ed ha più tempo, che non ha scheraggio.

Più che ec. tu sei più lungo (maggio) del sabato santo, che non finisce mai a chi aspetta la pasqua; quando cominci una canzone non la finisci mai più. Sembra risposta di uno, che lo riprendi del troppo andar in lungo col suo mordace discorso.

Capogirlo: capogiro, effetto d’esaltazion di vapori dallo stomaco alla testa. Trincare: bere smoderatamente. Il soverchio vino è quello che ti fa passar pel capo coteste torbide fantasie.

Ed ha ec. le magagne di colui son cose vecchie più della vecchia chiesa di S. Pietro Scheraggio; nè è più da farne tanti schiamazzi come tu fai. Cotesta chiesa è antichissima in Firenze, così nominata da un vicino scolatojo d’acque e di lordure della città.

[113]

La finattola pigli a strugolare

Con una fava bugia: vuo’ tu nulla?

Ed alle Smirne è ito per corbare.

Finattola: crede il Ridolfi esser diminutivo di fine. Io credo esser l’ultima posatura d’un fluido da qualche tempo stagnante. Strugolare: forse da truogolo, vaso del beverone de’ porci; perciò strugolare per rimestare, intorbidare.

Fava: figur. per alterigia stolta. Chi domin è costui, ch’ha sì gran fava? Sold. 5. Bugia: bucata, vuota. E’ debba avere un poco il cervel bugio. Morg. 15. 43. Con una vana prosopopeja troppo vai tu rimestando un fango già vecchio e posato.

Alle Smirne: il Ridolfi crede esser lo stesso che andato in Calicut, in Og Magog, cioè in brutti e lontani paesi. Corbare: gracchiar come corvo. Ora vedi dove è andato a sbattere per attaccar una briga; è andato lontan mille miglia, s’è attaccato a cose vecchie e rancide.

[114]

Le corna ha la giraffa, e ‘l cul le trulla;

Per befania smascellai di risa,

Perchè la trentavecchia parve ciulla;

Le corna: que’ guidaleschi che son sulla schiena delle bestie da cavalcare (come son le giraffe) invecchiate sotto il pestio del lor cavaliere. Può intendersi di donna già logora e consumata. Trulla: non fa altro che spetezzare pel rilassamento de’ fianchi.

Befania: il giorno dell’Epifania. Similmente il Berni d’una vecchia squarquoia: Il dì di befania Vo porla per befana alla finestra. Allude all’opinion de’ Toscani fanciulli, i quali credon che la notte dell’Epifania giri la befana per le strade e per le case.

Trentavecchia: spauracchio de’ ragazzi, come la befana; ch’appunto suol dirsi d’una vecchia brutta e scontrafatta. Ciulla: fanciulla.

E per la vena pazza s’è ancisa.

Addio ser Ugo, che la paglia è data;

A cesta fu per ribobol divisa.

Per la vena ec. per quel suo ramo di pazzia di voler far la bella e la giovine s’è rovinata, s’è ammazzata.

Ser Ugo: presso il Davanzati così: Ugo Latimero, che dicemmo predicator di riboboli. Scism. 77. La paglia è data: è finito per te, hai perduto in questa vecchia il più bel soggetto de’ tuoi riboboli.

A cesta ec. paglia, cioè materia di riboboli ve ne fu da potersene dare a piene ceste; ma ora è finita.

[115]

Adesa in letto, e sta raggruzzolata:

Che l’arco, com’a’ ceci, la sparnacci,

Che m’ha furata mezza la curata.

Raggruzzolata: raggruppata al genial caldo del suo covacciolo.

Arco: usato per bastoncello corto e curvo. Sparnacci: da sparnicciare: Lat. excutere. Com’il coreggiato fa saltar i ceci per l’aja, così un buon randello faccia guizzar costei pel letto.

E’ stanno come capre, e coltellacci;

Non va dal gozzo ‘n giù la sorba lazza;

E ‘l cavriol pon porri, stu avacci.

E’ stanno: cioè la detta Adesa, e altra persona ch’avea a far con costei. Come capre ec. son in discordia, si posson tanto vedere, quanto le capre posson vedere i coltellacci, da cui sono scannate.

Lazza: aspra immatura. Si son dati scambievolmente certi bocconi da non potersi inghiottire, sebben si faccia forza e si finga.

Cavriol: animale velocissimo. Pon porri: balocca com’un perditempo. Stu avacci: se tu sei destro in approfittarti dell’occasione. Vuol dire che chi sa con costei trar profitto di lor discordie, farà restar com’un balocco ogni più lesto rivale.

[116]

Non ha ramo nè razza chi biscazza;

E or ben piove nell’orto del Prete:

La gatta fagna talora stramazza.

Non ha ec. al contrario rimarrà un troncone chi biscazza; cioè chi sta cogli oziosi ne’ ridotti di giuoco, lasciando passar il momento di sì propizia fortuna. Non aver nè ramo nè razza è non aver discendenza, esser com’uno scioperato vagabondo che non si sa chi si sia.

Or ben piove ec. ora il vento spira propizio. Que’ tanti mortorj che fan pianger le case, fanno ingrassar il prete; il qual si rifà, come orto alle frequenti piogge. Quindi il proverbio. Rid.

Fagna: l’astuta gatta per voler far la morta, talvolta poi tombola davvero; così chi fa il minchione, restaci talora minchionato veramente.

Quot vis, & ego dabo tibi, pete:

Disse fratelmo, e poi non me l’attenne;

Perch’i’ son nella falta con gran sete.

Fratelmo: mio fratello.

Perch’i’ ec. perlochè io mi trovo in angustie, molto asciutto e consumato, non avendomi mantenuta la parola. Falta: mancanza d’averi, necessità.

[117]

Con le tanaglie di Cerracchio venne,

E de’ zoccoli trasse le bullette:

Nè piuma mai rimessi, nè penne.

Cerracchio: crede il Salvini che sia da cerre, ch’in furbesco val mani. Il Ridolfi pensa esser lo stesso che tenaglie di Nicodemo, cioè attrezzo o preparativo di gran forza. Quindi dicesi: Ci vorrebber le tenaglie di Nicodemo. Il senso è qui che costui venne ben risoluto e ben preparato.

Bullette: chiodetti di largo cappello. Suol dirsi: Ei s’attaccò fino a’ chiodi, cioè spogliò affatto la casa.

Nè piuma ec. non mi rifeci mai più; sempre miserabile mi son restato.

Ma quello Dio che morte ricevette,

Gl’Ipocriti sconfonda, e i traditori

E li bugiardi falsi in parolette.

E a me dia grazia, ch’io passi i furori

Per peggio non sentir, che nuove tresche.

Ed il Caca da Reggio è de’ Priori;

Il Caca: famoso assassino, quasi altro Caco. Salv. Privo il Ridolfi di tanta erudizione dice che questo verso vuol deridere le millantarie d’un vile, che di se spacciasse gran cose; e andasse, come suol dirsi, facendo il Potta da Modena. Tasson. Secch. 1. 12. I Priori erano sei eletti dell’arti che vigilavano al buon governo della città di Firenze. Quest’uffizio fu stabilito nel 1282. Ne segue che Brunetto scrisse il Pataffio in età molto avanzata.

[118]

Ma lodo Cristo, che non furon pesche.

Ma lodo ec. contuttociò sia lodato Dio, perchè potea peggio avvenire. Allude alla volgar novella d’un Comune, che consultando sul regalo da farsi al nuovo Potestà; chi opinò per le pera, chi per le pesche, e chi pe’ fichi. Prevalse il partito degli ultimi, e con tal presente si spedirono i Deputati. Nell’atto d’aprirsi le ceste e porgersi al Potestà, i fichi eran già marci. S’ordinò ch’i preziosi frutti si tirassero in faccia a’ Deputati medesimi. Costoro considerando il rischio di tornarsene col volto fracassato: Fortuna, dicean consolandosi del minor male, fortuna che non furon pesche.

[119]

CAPITOLO SETTIMO.

Più non soffiar, che ti convien più bella;

E ‘n su la bica non saltar sì tosto,

Che non se’ come l’asino di sella.

Soffiar: sbuffar per la stizza. Finiscila una volta col tuo rabbioso sbuffare; peggio ti toccherà.

Su la bica: saltar sulla bica vale montar in collera. Bica è propriamente una massa circolare di grano in paglia.

Non se’ ec. che finalmente non sei una qualche cosa di singolare; non sei piucchè un asin da basto.

Dato ti sia d’un verruto d’agosto.

Tira le calze a te, disse Tirante:

Buon fante fu, ma cuffiava del mosto.

Verruto: sorta di dardo; ma qui vale pertica appuntata. Dice d’agosto, perchè allora il legname è più duro. Rid.

Tira ec. tirar le calze è usitatissimo per morire; dallo stirarsi de’ corpi al partir dell’anima. Crepa, disse, Tirante; il qual soprannome esprime un duro mascalzone, dicendosi carne tirante la carne dura.

Buon fante: a proposito di Tirante, secondo il proverbio: Carne tirante fa buon fante. Salv. Cuffiava; bevea assai.

E mastro Sapa con le gambe infrante

Non dice, che c’è dato: aguti o ferri?

D’un ver non si pagò fra tutte quante.

Sapa: furbesco accorciativo di sapiente. Salv. Gambe infrante; mal reggendosi in piedi, effetto del vino.

Non dice ec. mena giù di te alla cieca, ne parla senza tante distinzioni. Similitudine tolta da’ compratori, quando per sollecitudine non troppo stanno a sofisticare fra una cosa e l’altra; nè badano se sian (aguti) chiodi, o ferri comunque. Rid.

D’un ver ec. fu un ostinato, nè volle persuadersi d’una verità per quante ragioni gli s’adducessero.

[120]

E dopo gogna tu ci andrai con gli erri,

E come pollo cieco non starai.

Per le ragion bazzesche che disserri,

Gogna: la berlina, ove s’espongono i malfattori agli insulti del popolaccio. Erri: ferri piantati nel muro per attaccarci qualche cosa; detti dalla lor figura. Il verso equivale al proverbio: Cader dalla padella nella brace; cioè di male in peggio. Rid. Il filo del discorso è: Chi ti dice: crepa, e che sei un briacone; chi ti dà per un solenne caparbio: e dopo aver sofferta cotal berlina, ti convien più bella; tu n’andrai tra’ ferri.

Pollo cieco: che sbalordito poco sentimento par che abbia de’ suoi mali. Ti scotterà la faccenda; ne darai la testa per le mura.

Bazzesche: triviali, sciocche, fra tante strane cose che t’escon di bocca, fammi ec.

[121]

Fammi anche la bulletta a questa omai;

Come di San Ruffel le campanelle,

Così appiccicando gli accordai.

Fammi ec. dammi per passabile anche questa. Quand’uno racconta stranezze, si suol soggiungere: Oh a questa fammi la bulletta: cioè questa è sì grossa, che per passare ha bisogno del pubblico bullettino, com’alle dogane le merci straniere. Rid.

S. Ruffel: parrocchia Fiorentina, alle cui campane attribuisce il volgo l’andar ripetendo col loro suono: Vendi o impegna. Ecco ciocchè è incredibile, e ha d’uopo del bullettino: che tu li abbia accordati ad accomodarsi al bisogno, come quelle campane a ripetere, ch’è d’uopo ceder ne’ casi estremi, e o vendere o impegnare.

Solleticando sotto le ditelle,

Menando lui a zufolo e tamburo;

Del morruà tirò tre metadelle:

Ditelle: ascelle, ov’il sollecito è più sensibile. Seguendo io così a dargli sotto, e incalzandolo.

Menando ec. e spiegando sopra di lui autorità, come capitano sopra i soldati, che conduce a suon di piffero e di tamburo.

Del morruà ec. il porco che fece? lasciò andar per disprezzo tre sonanti ventosità. Morruà credesi scorrezion dal Ridolfi. Seguo il Salvini che lo trae da hæmorroidarius; la parte ove vengon le moroidi. Così metadelle, furbesco di meta coll’e stretta, cioè cacata.

[122]

Alla ‘mbracciata l’acerbo, e ‘l maturo.

Ell’è per se belletta e per se bella:

Pe ‘l rotto della cuffia (questo giuro)

Alla ‘mbracciata: tutt’insieme (quasi in una bracciata) diede per lo sfiatatojo la lassa al digesto e all’indigesto.

Ell’è ec. è cosa veramente da crepar di ridere: si potrebbe desiderar più bella?

Pe ‘l rotto ec. così burlando burlando ei si levò d’imbarazzo, come se non fosse fatto suo. Uscir pel rotto della cuffia è inaspettatamente sortir d’un pericolo.

E’ se n’uscì più chiaro che la stella;

Come la putta fa dell’avoltojo,

Quand’è svegliato, e ha la picchierella.

La stella: la diana, che nitida e bella esce dal mar d’oriente a far pompa di sue bellezze. Salv.

Putta: ghiandaja. Si sbrigò con quella speditezza, con cui una ghiandaja si sottrae agli artigli di rapace avoltojo, quand’è più stimolato dalla (picchierella) fame.

Amico di parole, o copertojo

Che sia di straccio fatto, non mi piace;

E i camuffati, e li bugiardi annojo.

Amico ec. di siffatti amici di parole faccio io quel conto, che far deesi di cenciosa coperta, la quale non coprendo che uno, lascia l’altro amico allo scoperto.

I camuffati: que’ ch’a guisa di pitocchi s’imbacuccan sotto la buffa, cioè quella veste con cappuccio usata da’ confrati; e s’intendon gl’impostori.

[123]

E ‘l pan ripreso dal forno mi spiace,

E ‘l migliaccio che fece Sere Spada;

Ma soprattutto la moglie vivace,

Pan ripreso ec. pan riscaldato; cioè amicizia racconciata, ch’è come cavolo rifritto, che non fu mai buono.

Migliaccio: specie di polenta in torta. Non sapendosi a qual cosa alluda dell’incognito Sere Spada, non può sapersi la forza di questo detto. Un lume n’abbiam dal Boccaccio, che dice delle sue novelle: Chi ha a dir paternostri, o fare il migliaccio al suo divoto, lascile stare. Concl. Cioè chi fa il santocchio non le legga.

E spezialmente quando fusse lada.

Io son nato vestito col legume,

Perch’aggio delle fave, ma non biada.

Lada: laida. Dice che chi è lercio e (vivace) superbo, com’appunto esser sogliono i bacchettoni, è a lui insoffribile.

Nato vestito: molto comunemente dicesi esser nato vestito per esser fortunato. Col legume: com’un cece, fagiuolo, o altra civaja, che nascon vestiti di baccello. Ecco in che senso io son nato vestito; in senso d’essere un baccellone.

Aggio ec. infatti ciocchè ricercasi per esser un baccello io l’ho; ma non biada: non entrate, che vi voglion per esser fortunato; essendo biada la sementa in erba sul campo.

[124]

Venga scialacquo in ciascheduno agrume;

Non dico già per vin di melagrana:

Dà per terraccio, ed esce pe ‘l cocchiume.

Agrume: figur. per uomo esoso, spilorcio; e in ognun di tal fatta desidera, ch’in pena di loro spilorceria si desti un fanatismo di profusione.

Non dico ec. è una spiega del verso superiore, facendosi intendere ch’ei parla degli agrumi non in senso proprio, ma figurato: altrimenti non escluderebbe il vin di melagrana, ch’è il più agro fra tutti. Rid.

Terraccio: quella larga apertura della botte, che si chiude col fondo. Cocchiume: quel foro della stessa botte, che chiudesi col turacciolo. Quando trattasi d’altri che diano, non è mai contento; pel terraccio vuol che versino. Quando poi trattasi di dar egli, tutto ha da passar per angusto foro. Rid.

Or è compiuta quasi la campana:

Legali ‘l cul com’a gatto mammone.

Un saltanseccia se’ donna bugiana.

È compiuta ec. or via questi son negozi finiti, non ci si pensi più. Far la campana d’un pezzo dicesi per compier non interrottamente un affare.

Legali ec. non v’è rimedio; fa di lui ciocchè farebbesi d’uno scimiotto; cioè attaccargli a’ lombi una buona corda, e lasciarlo strepitare. Modo sprezzante. Rid.

Saltanseccia: uccelletto, che si posa or su questa or su quella cima, altrimenti saltampalo; e per metafora un incostante, un leggiero. Bugiana: scostumata.

[125]

Che Fiesol arse pare ‘l diavolone:

Tu ti fai beffe de’ grossi tonduti,

E ‘l diavol vanne in zoccoli trottone.

Che Fiesol ec. sembra ella il gran diavolo, che mandò Fiesole a fuoco. La città di Fiesole più volte è stata involta fralle rovine.

Grossi tonduti: monete tosate. Tu del peccato di tosar monete non te ne fai nè in qua nè in là, come se fossero bagattelle.

Diavol ec. similmente le gatte vanno in zoccoli, e vuol dire passarsela in piena letizia. Tu prendi a scherzo i più enormi delitti; ma il diavolo ne fa gran festa.

E bene sta, e buon dì: sono arguti,

E della Vernia parean Frate Zugo:

In gran cattività si son cresciuti.

Bene sta ec. risponde in aria sprezzante la femmina: Oh! me ne consolo assai di quel ch’andate dicendo; col buon giorno. Sono arguti: che gente spiritosa son mai costoro!

Parean ec. chi tali li avrebbe creduti? parean anzi altrettanti marzocchi, come Fra Zugo d’Alvernia. Sei un zugo suol dirsi per sei uno stolido.

Cattività: malizia, ribalderia. Han fatto un gran profitto nel mestier de’ furfanti.

[126]

Mia consobrina è pur vaga del sugo

Della pentola; l’occhio sempre vuole;

E dove la mi vaga, quivi frugo.

L’occhio: cioè della pentola, che è quel grasso che galleggia sopra il brodo. Il Salvini sospetta che scherzi sotto il velo de’ soliti equivoci.

Alma scarabocchiata, alle carole

Mi fa ‘mpazzire, come tordo in gueffa.

E quand’in testa si pon le vivuole

Scarabocchiata: anima nera; da scarabocchiare, far segnacci coll’inchiostro. Alle carole: alle consuete tresche. Gueffa: gabbia.

Vivuole: porsi le vivuole in testa è adornarsi il capo co’ fiori, come fan le femmine.

Assai gargaglio, e poi ricevo beffa

Scoccoveggiato: è egli sempre in casa;

Sì misse lima sorda, che le ceffa.

Gargaglio: faccio gran fracasso. E vanno verso Tunisi cantando, Come putte ebre tutti gargagliando. Ciriff. 3. 98.

Scoccoveggiato: cuculato, uccellato; da coccoveggiare, ch’è l’atto della civetta, quando trastulla gli uccelli.

Sì misse: a tal’intrinsechezza ella ammise quella lima sorda, cioè colui che sa far sì bene il fatto suo senza far romore. Le ceffa; le ciuffa, le ruba; perchè ciuffare volgarmente s’usa per rubar di soppiatto, appunto come lima sorda.

[127]

A man salva pur ebbi mona Masa,

Ben gud e re i gianda ja te,

Mi disse la giudea che lici accasa.

A man salva: a colpo sicuro. Mona Masa: madonna Tommasa, nome molto frequente ne’ gerghi e dettati del volgo. Rid.

Ben gud ec. accozzamento di parole insignificanti, dirette soltanto a contraffare la lingua Ebrea, come suol farsi della Tedesca. Imitato da Dante Inf. 31. Raphel maì amech zabì almi, Cominciò a gridar la fiera bocca.

Lici: ivi, lì intorno. Poco allungati c’eravam di lici, Dant. Purg. 7. Accasa: ha la casa, abita.

E come l’animal che dice be,

I’ son trattato; e vien pur cicalando:

Ben avrei lassi i muli in buona fe.

Cicalando: cinguettando, garrendo. Son trattato com’un pecorone; eppur quella lima sorda ha anche tanta faccia di garrire.

Avrei lassi ec. metafora tolta da’ mulattieri, i quali invitati a restar in qualche osteria che lor non piace, rispondono: Io avrei ben lassi i muli, se qui mi fermassi. Rid. Vuol dire: Io sarei ben ridotto a cattivo partito, se dovessi dar orecchio a’ cicaleggi di costui.

[128]

Da ripuisti vien ciacciamellando;

Perchè sì presto Neri se’ in zelo?

Zecca putita, che vai pur nicchiando.

Da ripuisti: da far rapine in casa di quell’alma scarabocchiata della mia consobrinaCiacciamellando: cianciando, infilzando bubbole una appresso l’altra.

Zelo: brama di qualsisia bene. Qual mai è in te la fame dell’altrui roba, che n’ardi sì presto? Neri dovrebbe esser il nome di quella lima sorda già detta.

Zecca: animaletto noto, che s’attacca e sugge il sangue; figur. per un ingordo e rapace. Putita: puzzolente. Nicchiando: facendo il malcontento; non sazio ancora di sugger denari.

In sa’ di scotta di cappa di cielo

Egli ha del buon; ma non l’ha manomesso,

Danda monnoso, prato giuccherelo.

Sa’: sajone, casacca. Scotta: presso il Du Fresne scotte è un ammasso di cose insiem raccolte: Quod ex diversis rebus in unum acervum congregatur. Quindi Scoti, quasi ex diversis nationibus compacti. Brunetto vuol dire che costui vestiva un sajone di mille pezze. Cappa di cielo: panno d’un celeste scolorito.

Ha del buon: ha de’ buoni quattrini, sebbene al vestito sembri un pitocco. Ma non l’ha manomesso: ma i quattrini che ha non ancora li ha messi a mano; non se ne serve.

Danda: forse dal Franc. dandin, lo stupido, il bighellone. Monnoso: briacone; da pigliar la monna, imbriacarsi. Prato: presso il Du Fresne pratum è un cortillaccio di monistero o di prigione; dal Franc. preauGiuccherelo: forse dal Franc. juchoir, gallinajo. Altro titolo ingiurioso, ch’assomigliandolo a un cortil di galline, esprime la di lui sporchezza.

[129]

Cui serpe morde, o riceve cubesso,

Lucerta teme; ed ha uno a mulino,

Quando la gatta impregna per lo sesso.

Cubesso: il Du Fresne riporta cuba per valle infossata. I serpenti allignando in luoghi umidi, potrebbe esserne derivato cubesso, che qui scorgesi valer serpente. Similmente: Chi ha provata l’acqua bollente, teme ancor della fredda.

Ha uno ec. come sopra ha detto di quel lercio truffarello che ha del buon, ma non l’ha manomesso; così di lui qui soggiunge che ha uno a mulino, quando ec. cioè mai.

Quando ec. quando avvenga l’impossibile, qual è quello che la gatta impregni per la sola virtù del suo sesso. Rid. Il Salvini legge fesso. Dice dunque esser colui spilorcio a segno d’esser caso impossibile, ch’i mulini macinin sua farina.

[130]

Perchè si duol cotanto, e fa traino?

Deh dimmi ch’hai pisciato in sette neve,

Che Dio ti vaglia, pecchia Fiorentino.

Fa traino: geme, quasi strascinasse il traino. Perchè dunque va egli piangendo miserie? Rid.

Hai pisciato ec. dimmelo tu che sei un vecchio saccente, e che tanto sai del mondo.

Dio ti vaglia: così Dio t’ajuti. Pecchia: si dice d’un gran bevitore; onde pecchiare, succhiare il vin come le pecchie.

In tramito tutt’è, rispose in breve

Un beccaliti un pizzica quistioni:

Al dormi le salute? e’ riman grieve.

In tramito: la risposta è in pronto, alle corte. Il Ridolfi legge: In tramen tutti.

Dormi: un tristo che fa il fatuo per suo interesse; quindi far il dormi al fuoco. Ecco perchè va piangendo miserie; perchè sa l’arte di far il dormi, e sostenerne il carattere. Sappia uno in brigata far finta di dormire: hai bel tempo a tentarlo con saluti; ei mostra di non accorgersene.

E chi è giunto che vada carponi,

Allora è catacolto, e gratigliato;

E ben si vuol incontrar li talloni.

Carponi: andar carponi è andar colle mani e co’ piedi per terra, nel qual modo non può farsi che poco cammino.

Allora ec. qualor non è piucchè lesto chi incappa in costui, ci riman bene (catacolto) acchiappato, e posto (gratigliato) in gabbia.

Incontrar ec. e’ bisogna esser di gamba svelta con lui; e con tanta fretta scappare, ch’un tallone arrivi l’altro correndo. Rid.

[131]

E strabuzzando così ingrugnato

Uscì del puzzo de’ lavoratori,

Che n’ebbe un caccabeo così ingrifato;

Strabuzzando: stravolgendo gli occhi, come chi fa buzzo ad alcuno, cioè si mostra seco in collera.

Puzzo de’ lavoratori: il letame. Scosso finalmente da tanti rimproveri uscì egli sebbene ingrugnato dallo sterco de’ suoi vizj. La Crusca legge dal pozzo; e sarebber nel senso stesso le fosse della Contessa di Civillari, Bocc. 89.

Caccabeo: dal Lat. caccabus, pajuolo. Poichè n’ebbe buscate quante ne potea buscare. Chiamar i pajuoli e il ranno dicesi similmente dal Buonarroti nella Fiera per meritar di buscarne in groppa e in sella.

Di rio in buon, non facendo scalpori.

Di San Giuliano ha detto il Pater nostro:

E più non usa co’ berlingatori.

Di rio ec. di malvagio che era, cambiato in buono, nè più menando schiamazzi. Scalpore è lo strepito di chi si risente.

Di San ec. vale aver detta una segreta orazione, per cui ne sia impensatamente venuto un qualche bene. Per certo diceste stanotte il paternostro di San Giuliano; perocchè noi non potremmo avere migliore albergo. Fior. Pecor. 3. 1.

Berlingatori: que’ ch’amano le continue gozzoviglie; che si dilettano d’empier la morfia, pappando e leccando. Varch. Ercol. 64.

[132]

La mala sciarda fu giunta nel chiostro,

E spopolato fu; l’aria grattando:

Le materasse a terra quando giostro.

Mala sciarda: la cattiva pelle, uomo d’iniqua razza; dal Franc. echarde, scheggia. La scheggia ritrae dal ceppo dicesi di chi non traligna da’ suoi progenitori. Fu giunta: fu affrontata. Nel chiostro: sotto i portici del passeggio. Rid.

Spopolato: gli furono scosse le pulci da dosso, fu ben battuto. L’aria grattando: invano facendo strepito; Lat. aerem verberare. Simile, dice il Salvini, a pescar l’anguille per aria.

Le materasse ec. in mezzo a’ suoi vani schiamazzi disse: In ogni modo non m’andrà tanto male; se si cascherà si cascherà sul morbido.

Un dì dell’anno sta la vecchia in bando.

Tratti gli aresti i denti della gola:

Poi rose ‘l pretesemol dentecchiando.

Un dì ec. un giorno disgraziato suol venir per tutti; non può sempre andar bene. Allude al volgar detto di segarsi la vecchia alla metà di quaresima; che perciò si suol per burla in quel dì dirsi alle vecchie che non si faccian vedere, perchè non l’abbiano a segare.

Tratti ec. ne’ suoi schiamazzi spalancava tanto di gargana, che se gli sarebber potuti sveller comodamente tutti i denti di bocca. Il Boccaccio usò la stessa frase per uno che smascellava delle risa.

Poi rose ec. poi strinse i denti arrabbiato, quasi rosicchiasse punte di prezzemolo.

[133]

In calze a campanil macchie non tola;

E fu la maraviglia del trecento,

Veggendo giunto ‘l Prete alla tagliuola.

Calze a campanil: calze che sciolte al ginocchio, cadon grinzose su’ piedi, e impediscono il camminare. Macchie: le siepi. Rid. Non tola: dall’ant. tolo presso il Menagio. Quindi tolutarius equus, cavallo che va di portante. Il senso: Posto in tali imbarazzi non gli riesce di saltar la siepe, e sottrarsene.

Del trecento: della più stupenda antichità. Si destò tal maraviglia, qual si sarebbe fatta a uno di que’ portenti, di cui eran fecondi i più antichi secoli.

Tagliuola: metafor. per qualunque intoppo. Lo stupore fu il vederlo intoppato sì malamente.

Ed al zaffo di sotto ch’era lento,

Non chiese cosa che ‘l Prete ne goda:

Ma colà giuso li dissi: memento;

Zaffo: turacciolo de’ tini. Credo voglia dire ch’ei non si sbigottisse, nè perciò avesse bisogno di sturar il fondo per sopraggiunto scioglimento di ventre; scherzando su di lui come nel Malm. Pervenne una zaffata a sua eccellenza, Che fu per farlo quasichè svenire. 3. 17.

Non chiese ec. non ricorse al zaffo di sotto per grand’urgenza, quasi che dell’accadutogli non si prendesse molta apprensione. Non è mal che ne goda il Prete, non è mal di rilievo.

Colà giuso: io però al vederlo caduto in tal abisso e tal imbarazzo, gli dissi: Tienti ora a mente le mie parole.

[134]

Doman lo saperai, leva la coda.

E ‘l bell’amico a una sì mi disse:

Non ti darei una micca di broda.

Doman ec. te n’accorgerai appresso, e proverai le dannose conseguenze di tal evento; leva la coda, spiega pur adesso baldanza. Il Piovano Arlotto vedendo i suoi popolani ridersela di lui, ch’invece d’acqua santa aspergeali coll’olio, disse: Domani ve n’accorgerete. E veramente il maggior danno era loro, di cui si macchiavan le vesti.

Bell’amico: ironicamente. Quel buon galantuomo mi rispose (a una) di botto: Nemmeno una scodella di broda ci spenderei per coteste tue parole, tanto poco conto ne faccio.

E Cortesin da Pelago mi scrisse,

La posola un pochetto sofferrai:

Che fu maggior la schiatta di Parisse.

Pelago: luogo vicino a Firenze, celebre per lavori di lana. Seguita la risposta del bell’amico.

Posola: striscia di sovatto, con cui attaccasi al basto lo straccale. Già Cortesino me l’avea predetto ch’anch’io dovea provar il basto, cioè qualche disastro, ma di poco e da non isgomentarmi.

Che fu ec. poichè la stirpe stessa di Paris benchè tanto famosa, nemmen fu esente da qualche disavventura.

[135]

Di Ser Verde le brettine giucai,

Però la palla mi levò di mano;

Or bombo cacciacristo sempre mai.

Brettine: redini del cavallo, qui per attrezzi di cavaliere; traslat. le corregge con cui i notai legavano i lor protocolli, e che formavan tutto il corredo della cavalleria di Ser Verde. Rid. Vuol dir che la sorte gli avea detto male, e perciò avea allor fallito il più bel colpo.

La palla ec. levar la palla di mano è togliere altrui l’opportunità d’un favorevole incontro; come quando un giuocatore sta per ribatter la palla, e glie la toglie un altro più lesto.

Bombo: bevo. Cacciacristo: vino acido, incapace di consecrazione. Per così mala sorte mi tocca ora a sorbir questo poco d’aceto.

Il solicello, quel dottor alano

La penitenza non sofferse gretto;

Com’in dileguo per poggio e per piano.

Solicello: forse composto di solo e di cella, e val romito. Soligello legge il Ridolfi. Alano: cane Inglese. Come mastin sotto ‘l feroce alano, Che vince di vigor non già di rabbia. Ar. Fur. 46. 138. Quasi costui fosse fra’ Dottori, come l’alano fragli altri cani.

Gretto: meschino. Segue il bell’amico, e dice di non voler quieto passarsela nello sventurato suo incontro, com’il bravo romito non soffrì da meschino la penitenza.

In dileguo: sì lontano, che sparisca e più non si veda. Com’un lampo si sottrasse al gastigo.

[136]

Diletto, so che gusti del mottetto:

Però chi non è ricco in quarant’anni,

Ha messo mano ‘n pasta, e va a brodetto.

Diletto: amico mio. Mottetto: detto concettoso e frizzante. Amico, so che ti piace un parlar sentimentoso; or senti questo: Chi non è ec.

Va a brodetto: non è capace di concluder niente di sodo. Come dicesse: Sai pure ch’ho già passati 40 anni; e perciò puoi figurarti, che non ho più da imparare a maneggiarmi.

La botte piena e la mogliera, Nanni;

E menerem la coda tuttavia,

E non sarem ni mica barbagianni.

La botte ec. assicurati, o Nanni, che m’andrà a maraviglia bene. Dicesi che non può aversi la botte piena e la moglie briaca, cioè che non si può da cattivo principio aver bene. Egli però tuttora se ne promette, sicuro della sua arte in procacciarsi una straordinaria fortuna.

Menerem ec. usasi oscenamente; qui però significa ch’ei non rimarrà avvilito, ma tornerà a potersi scapricciare a suo genio.

[137]

La monalda non vuol grossa badia

Per poter fare il fonfo a druda bella:

E quando la monnosa va per via,

Monalda: forse dal Lat. monedula, putta, uccello che ruba l’oro e l’argento; qui per soprannome d’una vecchia di mal affare, come crede il Ridolfi. Grossa badia: gran somma di denaro.

Fonfo: il Ridolfi l’ha per voce inventata a ricoprir uno sporco sentimento. Potrebbe aversi a legger tonfo, caduta. Ella si contenta finalmente di poco, perchè la bella ne sia compiacente.

Monnosa: scimia, titolo da riferirsi alla detta vecchia; ovvero graziosa da riferirsi a druda bella. Così monnosino, giovine cascante di lezj femminili.

Levati quel peluzzo da mascella,

E poi fanno la chiosa a rifettoro;

E me il Carasanna cieco appella

Levati ec. allora puoi levarti un capriccio, puoi prenderti un gusto. Oggi levarsi un pelo dagli occhi, togliersi una molestia.

Chiosa: far la chiosa è trar da una cosa materia di discorso e di riflessioni. Rifettoro: per qualunque luogo ove si mangia, tavola. Rid. E poi voglion parlare; e caratterizzarmi per un messere, che non sappia valersi dell’occasioni.

Cieco: cioè Fiorentino; proverbiandosi così i Fiorentini specialmente da’ Sanesi. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi. Dant. Inf. 15. Vedi Menag.

[138]

Pur dalle valli, ch’io son da pianoro.

Dalle valli: dove sono i villani più rozzi, perchè più lontani dal civil commercio. Pianoro: borgo lontan 10. miglia da Bologna; qui credo per pianura vicina alla città. Mi crede un Fiorentin dalle valli; ma non son poi tanto goffo.

[139]

CAPITOLO OTTAVO.

Di là dal mare sta mona Diambra,

E quivi sogna pur di bere aceto;

La qual mi fu rapita della zambra.

Di là dal mare: detto per luogo rimotissimo, quasi mondo impenetrabile e sconosciuto. Brunetto motteggia chi gli volea dar ad intendere l’assenza della sua donna, mostrando di non avervi creduto; e spiegandosi in termini non dissimili a quel detto: Più su sta mona luna; cioè ti capisco, tu non la dici giusta. Paoli Mod. Tosc.

Sogna ec. piena la fantasia di meste immagini e dolorose. Oh sì davvero! la se n’andò, non m’è stata tolta; e da me lontana la poveretta si pasce di fiele per amor mio.

Zambra: camera; onde zambracca, femmina di piacere.

A crai la riveggio all’ontaneto,

Dov’eran zezze bizze amore e gigli:

Oro strabocco ne vien da Corneto.

A crai: al dimane; dal Lat. crasOntaneto: luogo piantato d’ontani. Il Salvini appassionato pe’ gerghi crede che significhi il luogo, ov’ella s’intanava; cioè dove facea la sua segreta combriccola.

Zezze: ultime; voce di contado. Bizze: sdegni, inimicizie. Gigli: fiorini coll’impronta del giglio, com’oggi gigliati i zecchini. Salv. Quivi cessavan le natie inimicizie fra’ due contrarj affetti d’amante e d’avaro; non potendosi quivi amar senza spesa.

Corneto: paese di Romagna; qui in gergo per mestiere di donna, che fa scorno al proprio marito. L’Ariosto: Credendo andare a Roma, andò a Corneto. Salv. Una fonte d’oro perenne è siffatto mestiere.

[140]

E sonvi l’arcaliffe per conigli,

E stanno pure a cogliere i chiovi;

Però che ‘l mondo è pur fori e cavigli.

Arcaliffe: con arco in fronte, cioè cornute (da Califfo, signor de’ Saracini) moltiplicate come conigli. Salv. Ma arcaliffe potrebbero esser le più famose nel mestiere; e conigli un gergo anagrammatico, di cui simile nel Lib. Son. 79. Pere coniglie in farsettin di vajo, E pesche impiccatoje.

Cogliere ec. è ben proprio di siffatte arcaliffe il far grata accoglienza a quanti chiovi lor s’offeriscano. Fori ec. dacchè il mondo non è ormai altro che fori e cavigli; nel senso del Bocc. Concl. Dico che più non si dee a me esser disdetto, che si disdica agli uomini ed alle donne dir tuttodì foro e caviglia ec.

Sempre mi sguaraguati se mi trovi:

E’ sono a te come la forca al fieno.

No ‘l dico per piaggiarti per Dio Giovi,

Sguaraguati: mi guardi e mi riguardi, mi vai con cento occhiate squadrando da capo a’ piedi. È discorso della donna trovata all’ontaneto.

Sono ec. son costoro per te oggetto di rivalità e di rancore; com’il fieno teme la forca, da cui venga infilzato.

Per piaggiarti: per parlare a seconda del tuo genio. Per Giove ch’io non intendo addormentare i tuoi gelosi sospetti; ma pure ti sarò buona compagna ne’ geniali scherzi.

[141]

Il bambagio alla musa spaccereno;

Al tanto, a paralocco, alla bassetta:

O topo o vispistrel noi pur sareno.

Bambagio: trarre il bambagio è trarne l’ultimo sugo, e quasi snervare. Musa: scherzi, giuochi. Per servirti farem gli ultimi sforzi del genio.

Tanto: oggi tantìo, giuoco come la bassetta e il paralocco. In osceno significato altresì ne’ Cant. Carn. 6. Fare alla bassetta, E convien che l’uno alzi e l’altro metta.

O topo ec. farem la parte nostra comunque sia. Allude alla favola del pipistrello, che com’uccello si salvò dal gatto, come topo dal falco. E fanno appunto com’il pipistrello, Or figura di topo ed or d’uccello. Cort. Convert.

Mezza m’ha fatta pinza la bonetta;

E così va su vacca per vassojo:

Me’ son i pedignon talor che fretta.

Pinza: piena. Bonetta: berrettino; per similitudine il ventricolo o la borsa. Sappi però che quel mio amante m’ha trattato assai bene.

Va su vacca: quand’uno dilapida il suo, e oggi una cosa impegna, domani un’altra ne vende, soggiungesi e va su vaggia, e va su vacca. Rid. Vassojo: conca di legno per uso de’ manovali. Col trattarmi sì bene s’è ridotto a dover vendere e impegnare per un vassojo.

Me’ son ec. oggi chi va piano va sanoPedignon: male ch’il freddo genera ne’ piedi congelandovi il sangue. Per lusingar Brunetto si protesta ella però di più pregiare un amante moderato nello spender per le sue belle, che un altro troppo corrente e inconsiderato.

[142]

Ma io ho posto un freno al menatojo,

Che io non mi darò mai più alle streghe,

Se voglia non mutasse il colatojo.

Ma io ec. replica di Brunetto, il qual dice d’essersi posto in sì rigido sistema di continenza, che ec.

Alle streghe: darsi alle streghe è darsi alla disperazione, alle furie; qui impazzar per amore.

Colatojo: figuratamente, come menatojo; cioè carne incontinente e rubella.

Non credo che s’andasse cento leghe,

Ch’ella vorrà ‘l peluzzo trarne tutto;

E non starà in calcole a far pieghe.

Non credo ec. sebben però vantasse ella di tanto piacerle la moderazion dello spendere negli amanti, pur credo che molto non passarebbe ec.

Vorrà ec. che non sarà contenta se non m’abbia pelato affatto, facendo andare a scroscio i miei quattrini.

Calcole: certi regoli che calcan co’ piedi le tessitrici, alzandoli e abbassandoli. Far pieghe: dicesi per operar con agio. Rid. Onde non istar in calcole a far pieghe è ben menar le calcole; cioè adoprarsi con tutta possa a munger denari.

[143]

Gnanima, il suo sarà consiglio asciutto;

Che le son belle begole colui:

Dì quel che tu ne credi, e dì di botto.

Gnanima: per l’anima mia; specie di giuramento, come gnaffe per mia fe. Salv. Asciutto: magro, sterile.

Begole: bubbole. Son poi belle chiacchiere; avrebbe ella a trovar i messeri che ci credessero. Colui: riempitura per grazia di lingua.

Dì quel ec. che ti pare? non è così in tua coscienza? Modo d’esprimer la sicurezza in cui si è, ch’altri non discordi da’ proprj sentimenti.

Non lascerà, perch’ella dicess’uhi;

E castra qui, e rendimi l’avanza:

Che faranno allo sdrucciolo amendui.

Non lascerà: sicuro dell’altrui risposta e non aspettandola, prosegue egli dicendo, che non lascerà ella l’antica pratica per quante smorfie abbia dette.

Castra ec. parole che diconsi a dileggiamento di taluno, da cui non si vuol essere impastocchiati; stendendosi nel dirle il pugno verso di lui, spinto il dito grosso frall’indice e il medio: il che volgarmente chiamasi far le fiche o le castagne.

Sdrucciolo: l’atto stesso di sdrucciolare. Ed egli ed essa faranno a chi più sdrucciola nelle tresche antiche.

[144]

Che la ribeca fu menata a danza,

E fia miglior che la lega di Chianti.

E di luglio fo pepe a stranianza:

Ribeca: chitarra. La veglia è in pronto, nè s’ha da far altro ch’entrar in ballo; e vuol dir allegoricamente di già veder le disposizioni a riprender la tresca.

Lega di Chianti: moltitudine fra se discorde, come la compagnia del ponte Arifredi, pochi e mal d’accordo. E la tresca riuscirà brillante e di genio. Lega son più paesi di contado soggetti a un governo. Chianti è vicino a Firenze, rinomato pel vino.

Di luglio: far pepe è aggruppar le cinque dita in forma di cono, il che non riesce quando le mani sono aggranchiate dal freddo. Perciò far pepe di luglio è esser sì bravo da riuscir nelle cose più goffe. A stranianza: con peregrina bravura. La parte intanto che mi tocca a fare, è quella che farebbe ogni più gran minchione.

[145]

Del detto mese pulci e non contanti.

Perchè ‘l granchio mi morse mangio ‘l cucco,

E della guardanappa faccio guanti;

Del detto ec. da me che sperar ne potea? pulci quante n’ha luglio; non denari, come dagli altri suoi amanti.

Granchio: esser morso dal granchio intendesi andar ristretto nelle spese. Cucco: uovo; voce de’ bambini: qui per cibo scarso. Perchè lo spender m’è rincresciuto, gli altri trescano ed io faccio astinenza.

Guardanappa: sciugatojo. E in uno straccio di sciugatojo mi ravvolgo le mani, simile a un poveraccio piantato là sulle piazze a scaldarsi al sole per non aver altro.

E allogliato talor mi pilucco.

Del diavol li scuffion! tornò la buffa

Che per lo stucco tinto vengo stucco.

Allogliato: chi ha mangiato pan di loglio, ch’il volgo crede faccia infatuire. Mi pilucco: mi rodo di rabbia, mi tapino.

Del diavol ec. esclamazione energica da premettersi a cosa di grave spavento. Scuffion: i rabbuffati crini, e le corna. Rid. Buffa: visiera, qui per la faccia orribile di colei, ch’a guisa di furia tornò in campo.

Stucco: il volto della donna. Faccia di stucco suol dirsi appunto d’un volto liscio o dilavato. Tinto: illividito per l’ira. Com’Ilarcon la vide così tinta. Ciriff. Calv. 3. 74. Vengo stucco: rimango di gesso, mi gela il sangue.

[146]

Nier, Bindoli fu Neri a non dir truffa:

Chi tornò tosto? chi per l’acqua andone?

Il naso, se l’agogni, in cul li tuffa.

Nier: tronco di Ranieri. Bindoli: dice che questo Neri piuttostochè Neri fu Bindoli di casato; volendo con tale scherzo tacciarlo di bindolo e di raggiratore, e attribuirgli la colpa dell’accaduto. A non dir truffa: per non dir peggio, cioè truffajuolo.

Chi tornò ec. suol dirsi per proverbio che chi presto vuol la risposta, mandi l’ambasciata quando piove; perchè il messo allor cammina per non bagnarsi. Rid. Il senso: Credi tu ch’il più sollecito messo sia quel che va per acqua? oibò; fu Neri per andar a sparger zizzanie.

Il naso ec. e se vuoi meglio saperlo, metti là il naso a sentire di qual verme è in lei questa bile. Seguo la correzion del Ridolfi in questo verso, che suol leggersi: Il naso se l’agogna, il cul la tuffa.

Poi quindavalle sì mi ciottolone:

Tu del porcel? così la mi digrigna;

E testa e viso mi fa di piccione.

Quindavalle: quindi a basso alla valle; voce de’ contadini. Ciottolone: all’uso pur de’ contadini per ciottolò; mi tirò de’ ciottoli, de’ sassi. Pittura di quella femmina inviperita.

Tu del ec. sai tu il costume del porcello quand’è inviperito, come stride? Figurati che non altrimenti ella digrignava. Rid.

E testa ec. i colombi irati vanno un contro all’altro tronfi e pettoruti; così ella venne contra di me. Salv.

[147]

Diavol! che filò Berta, cosa arcigna,

Per natalizia tu sentir potresti

In su le giugge, e ‘n su la scarafigna.

Che filò ec. diavolo! che vuoi tu da me? Potrebbe esser che tu avessi a provare ciocchè filò Berta; cioè buoni staffili fatti di fune, ch’in verità, son cosa arcigna ed agra. Rid. Invettiva di colei, la qual sorprendendolo lo minaccia che ne gli saran da taluno pestate le polpe.

Per natalizia: pel santo natale; giuramento, con cui vuol mostrare di parlar da senno e non per burla.

Giugge: forse da giuggiare, giudicare; e sarebber le parti deretane, quasi costituiscano il giudice in tribunale. Scarafigna: forse è parte polputa; vocabolo formato dal Lat. scarifieri, esser inciso con taglio anatomico.

E la lancia alle reni gli tenesti,

Quando la carta ligia trasse fuori;

E dell’orto quel tal non cacceresti.

La lancia: tener la lancia alle reni ad alcuno è qui stringersegli al fianco, quasi non se n’abbia paura.

Carta ligia: carta d’obbligo; figur. per qualunque pretensione. Tu volesti far da bravo, quand’ei cacciò fuori le sue pretensioni.

Dell’orto ec. proverb. E poi sei sì dappoco, chi non ti darebbe l’animo di cavar un ragno da un buco di muro.

[148]

E’ sa metter a can gli zaraori;

E alle tre caval: noi averemo,

Squittendo in albagia, rimbrottatori.

Metter a can: metter su, attizzare. Zaraori: voce furbesca simile a zarei, che presso i Romagnuoli val quanto i messeri; seppur non equivale a zarosi, bravazzi.

Alle tre ec. e sebben tu la passi liscia per una o due volte; la terza non falla, e le paga tutte. I Fiorentini dicono: Alla terza si corre il palio; a cui è in tutto simile alle tre caval. Rid.

Squittendo: alzando voce acuta e stridente, com’i bracchi dietro la fiera ch’inseguono. Padron mio, se troppo stuzzicheremo, non mancherà chi ci stia a’ denti.

Quand’io son con la landra molto alleno;

Il forse è forcelluto; e rimpennai

Sonno vegghiato: caddi poco meno.

Landra: donna di piacere. Alleno: perdo appoco appoco la lena. Proseguendo egli la narrativa del fatto, dice di non essersi perciò sdegnato; essendo piuttosto suo costume d’appiacevolirsi colle donne.

Il forse ec. si sparte frall’incertezze del sì e del no, quasi due punte a guisa di forca. Orsù, ripresi, non ci stiamo ora a tormentare frall’incertezze di quel ch’avverrà.

Sonno vegghiato: ore del sonno passate in veglia. E quindi mi volsi a rifarmi (rimpennai) de’ perduti godimenti, come chi si rifà del perduto sonno. Il canto rimpenna l’anima che giaceva. Salv. Disc.

[149]

Con l’altra berza allora sostentai;

E poi ci scarmigliammo insieme alquanto:

Ma pur un nodo alla borsa fiaccai.

Fiaccai ec. sciolsi pur di nuovo un altro gruppo alla borsa. Sta colla landra, e parla in gergo di quanto fu con lei prodigo e largo.

E me lasciasti al grido, e diemmi vanto

Di non fare in tre mesi alle comare;

Perch’io uscii dell’erba tutto quanto.

Lasciasti ec. lasciar alle grida vale operare inconsideratamente; da lasciar i cani al primo romore avantichè sia scoperta la fiera. Il discorso par qui di volo rivolto al rivale, della cui poca accortezza si ride in avergli dato campo di ritrattar colla landra.

Comare: passatempo di fanciulle, le quali posta in un letto la bambola, la visitano a guisa di parturiente, e le fan complimenti. Qui figur. per non più trattar con donne, essendone sazio.

Uscii ec. simile, dice il Ridolfi, a uscir del seminato, cioè spropositare. Perchè in quel dì mi sfrenai veramente. Ma forse è metafora tolta dalle biade, quand’inaridiscono in paglia. Il senso sarebbe il medesimo.

[150]

Seccaggine era all’uscio a tentennare;

Stato già fu’ gran pezza, e vidi ‘l bello,

Ed ebbilo cogliuto al trampalare.

Seccaggine ec. e ben sarei stato un babilano, un pezzo d’arido legno, se fossi stato lì a baloccare.

Vidi ‘l bello: m’accorsi della favorevole congiuntura. Alza la spada, e quando vede il bello, Tira fendente. Malm. 11. 32.

Ebbilo ec. nè già sì bella occasione mi lasciai scappare; anzi la colsi su’ trampoli stessi, su cui si movea; cioè mentre veniva con piè mal sicuro. Quindi cosa strampalata, improbabile.

Trafiggi e volgi, assaggiando caldello:

Un suo dì ha come l’oca vecchiccia

Di mona Bonda, e mostra paperello.

Caldello: in lingua gerga è il mosto. Rid. Quand’assaggi il vin novello come fai tu? Infilzi nello spiedo e giri per aver pronto l’arrosto. Così feci io in quell’assaggio di nuovo gusto: tutto fu in ordine.

Un suo dì: i suoi anni però non le mancano. Oche di mona Bonda si dicon dalla plebe quelli che nascondono gli anni loro, e si lisciano per comparir (paperello) più giovani. Rid.

Salse di quinci ‘l sorcio alla salsiccia;

Parlò francioso al topo musingrino,

Quand’era ‘mpappolato alla paniccia.

Salse ec. e questo è il punto fatale, dove cominciarono i guai; detto per similitudine, come qui mi cadde l’asino. Rid.

Francioso: insegnar a parlar francese dicesi per far altrui alcun male, che gridar faccialo uhi; affermativa de’ Francesi. A siffatta voce è simile lo strido del sorcio colto all’inganno. Musingrino: oggi musacchino, topo di muso acutissimo. Rid. L’amico si sentì punto sul vivo, e strillò.

[151]

Allora empiessi ‘l suo cattivellino:

Quell’altro scaccheniglio prese farro

Avvelenato; n’andò pe ‘l giardino,

Allora ec. quel musingrino, cioè egli stesso, da cui fu ficcata all’amico, lasciò che l’altro strepitasse a sua posta, e badò a fare il fatto suo. Il suo corpo il cattivellino; o cattivellino per pancia. Rid.

Scaccheniglio: forse da scaccharius, ladroncello. Du Fresn. Quell’altro, cioè l’amico già detto, mangiò un boccon sì bilioso, per cui ec.

E della mosca baco fè ramarro.

Però la lettera è pur forte cosa,

Che m’ha fatto inzigare, e però garro.

Mosca baco: mosca che nasce da piccol verme. Fece d’una freddura un fatto strepitoso; come far d’una mosca un lionfante.

La lettera ec. quanto fa l’avere studiato! Fa ch’io possa francamente (inzigare) stuzzicare altri, e contrastarmela.

[152]

Con la gabotta v’entrò la pastosa:

E da qual piè tu zoppichi ben saccio,

Con cerconcello ‘n bocca tutt’ontosa.

Gabotta: inclinerei a derivarla dal Franc. gavotte, specie di ballo, e crederei che pastosa fosse una qualche sonata, o altro ballo. Quindi intenderti ch’a quel festino, cioè a quella sciarra, niente mancò per renderla viva e strepitosa.

Cerconcello: erba ch’in se ha dell’acrimonia. Ontosa: piena di dispetto. Con tutto l’amaro d’un livido labbro gli dissi: Io ben conosco il tuo debole, e perciò so come sonartela.

E rosecchiando a Crema un grande straccio

Veggiam fu Prete e non si ordinò:

Talora a piazza ride ‘l più tristaccio.

Veggiam: par che l’altro ripigliasse in aria sprezzante: Oh! questo poi aspetteremo a crederlo, quando lo veggiamo. Ed ei replicasse con ira: Che veggiamo e veggiamo? Veggiam fu di Crema, ove rosicava stracci, e fu Prete senz’ordinarsi; cioè non concludea un fico, come tu farai. Rid.

Per di cazza ‘l catino imbratterò:

Ed il battaglio per lo corpo diemmi;

E cica di metal già non trovò.

Di cazza: colla mestola; e quella è propriamente, con cui schiumasi la pignatta. Catino: vaso di creta, in cui lavansi le stoviglie di cucina.

Diemmi: mi diedi. Rimangansi qui ne’ lor sozzi veli ravvolte le sporche metafore di questo e de’ seguenti terzetti.

Cica ec. niente di metallo; perchè qui non si parla di ferro e di campana, se non per metafora.

[153]

E rintrillando, bramito giugnemmi:

Non nuoce, ch’e’ non è ben grandileo.

Per una donna pregna riscotemmi;

Rintrillando: replicando quello il suo trillare, cioè quel tremulo dibattimento, proprio del suono della campana. Rid. Bramito: suonò stridulo. Il Ridolfi legge tranudo, piucchè nudo.

Non nuoce ec. fu questo il suon che gli giunse all’orecchio. Nuocemi legge il Ridolfi. Grandileo: grande, ma di malfatta grandezza. Rid.

Pregna: piena, corpacciuta. Talmente m’elettrizzai, che me la sarei veduta con un colosso di donna.

E dileggiato fu il prospiteo.

Viso di conno ‘nfermo e di marmotta,

Non ci mostrar la luna, e ‘l culiseo.

Prospiteo: il prospetto, la facciata davanti. Equivoco tratto da’ gerghi della lingua furbesca.

Viso ec. sembran parole di uno che se la prende contro al fatto racconto, dichiarandosi d’averlo per incredibile e troppo glorioso.

Non ci mostrar ec. non ci contar fole e millanterie sì sfacciate. Mostrano a’ mariti la luna per lo sole. Bocc. 72. Culiseo: maraviglia, o come dicesi, il bel di Roma.

[154]

La zeba tu cavalchi, e pur mal trotta,

Colleppolando indarno; della Nente

Non t’avverrà come Tristan d’Isotta.

Colleppolando: gongolando, esultando per gioja; ma indarno, perchè è (zeba) capra che mal trotta.

Tristan: personaggio della Tavola Ritonda. Egli amò Isotta, e felice fu nel suo amore che lo rendette famoso. Ma lo stesso non avverrà a te, amando la Nente.

Se Nencio tuo e la Boba non mente,

D’altro ti pascerai a gran gualdoro;

E questo disse ‘l lupo: allegramente.

D’altro ec. allude alla favoletta del lupo, ch’uscito a far preda di pecore, dovette anzi salvar se stesso da’ cani; sicchè tornato digiuno si consolava con dire: D’altro ti pascerai allegramente, ossia a gran gualdoro. Quindi ne derivò il dirsi fra’ contadini da chi mal fesse i suoi assegnamenti: Come disse il lupo. Rid.

E non torrai ‘l nome a pinca d’oro,

Che non saresti un icchese di gatta,

Perchè da San Donato fai dimoro.

Pinca d’oro: uomo che brilli per ricchezza e per genio. Il Boccaccio chiamò pinca da seme uno sciocco, un tronco di carne solamente buono per razza.

Icchese ec. sgraffio, sberleffe. Mentre non sei capace d’un jota, non potrai contrastar il posto a tal amante.

San Donato: chiesa popolare di Firenze. Tu stai a S. Donato; cioè sei di quelli che pigliano sì, ma mai non danno. Bello è l’altro riportato dal Ridolfi: S. Donato ha rotto il capo a S. Giusto; i donativi han dato in collo alla giustizia.

[155]

Degli Amerati i’ ho nome lo ‘mbratta,

Che ‘n piazza ‘l vidi al pozzo toscanelli.

Dimmi magogo: che cos’è la patta?

Lo ‘mbratta: il vitupero, lo sporcafamiglia degli Amerati. Risposta del rimprocciato. Guggio Imbratta è presso il Boccaccio il nome d’un babilano. Salv.

Pozzo ec. pozzo denominato dalla casa de’ Toscanelli, sulla cui piazza stava a pubblico uso.

Magogo: uomo grossolano. Patta: epatta, numero di giorni aggiunti all’anno lunare per pareggiarlo col solare. Quindi patta per pari.

E’ mi rispose: piaccionti i baccelli?

Allora i’ asseccai; e la sciverza

L’ha trasportata di cazzi in crivelli.

Piaccionti ec. modo di non rispondere a tuono, simile all’altro del popolo: Dove vai? Le son cipolle. Quanto al cento? Io vo a Firenze.

Asseccai: restai lì senza più saper che dirmi, come chi dà nel secco. Sciverza: a congettura del Ridolfi è sciarra, contesa.

Trasportata ec. e così col risponder sì male a proposito gli riuscì di svolgere e troncar la contesa. Crede il Ridolfi che debba leggersi di cassi in crivelli, usatosi casso dagli antichi per cassa in cui riporsi le biade. Come dicesse: Si trattava di casse, ed ei saltò a crivelli.

[156]

Chi con le mani o con parole scherza,

Infinta oltraggeria non usi mai:

E’ farà corpacciata in su la terza.

Infinta: di doppio aspetto, affin di far male e poi per iscusarsi poter dire io burlava. Non fondi alcuna speranza sopra siffatta doppiezza.

Corpacciata: dar in terra una corpacciata vuol dire cader di botto in terra. Se pur la prima e la seconda gli vada bene, alla terza ci darà di muso.

E questo alle mie spese già provai;

Ed il gavocciol venne ad un’ampolla;

E ‘l mascalzon dicea: non dormirai.

Il gavocciol ec. il tumore venne a (ampolla) suppurazione. Venne il tempo di pagarne la pena; o com’or diciamo il nodo venne al pettine.

[157]

E muggiolando dicea: molla molla.

A spizzicone il naso un tal miccino

Egli tirò: allor tutta si crolla.

Muggiolando ec. con voce lamentevole io gli replicava: molla molla, cioè ammollisciti, lasciami andare; metafora tolta da’ muratori quando cercano che s’allentino i canapi. Salv.

A spizzicone: a mala pena, a stento. Un tal miccino: un pocolino. Tirar il naso l’intendo per quel fregarsi colla mano il naso, quasi stirandolo; atto solito di taluni nel momento di chiamar in se stessi all’esame la risoluzione che debban prendere.

Tutta: crederei ch’avesse a leggersi tutto si crolla; cioè si dimena movendo il capo in qua e in là, come chi pensa per risolvere.

Credetti allor vedere un bel monnino,

E rivoltando vidi una bizzoca:

E quand’i’ voglio un asso e’ vien duino,

Allor ec. cominciai allora a sperarne bene; ma vane furon le mie lusinghe. Quest’è il sentimento di tutto il quartetto. Monnino: bambino.

Bizzoca: una femmina. Mi trovai com’uno ch’aspetta un maschio, e gli nasce una femmina.

Duino: punto de’ dadi, quand’entrambi mostrano il numero del due. Tenendo ec. sempre fondando in vano le mie speranze, come chi crede tener in pugno una cosa che non esiste.

Tenendo sempre ‘n man pur cazzo d’oca.

[158]

CAPITOLO NONO.

Toccami lo scoffone un tal cichino:

Catragimoro non ti venga mai;

E non star per ischeggia, piccenino.

Scoffone: voce Lombarda che val calzerone, usata qui furbescamente per cosa men che onesta a spiegarsi. Rid. Un tal cichino: un tantinetto.

Catragimoro: capogirlo. Falla da uomo, e non ti mostrare uno sventato babilano privo di senso.

Non star ec. risentiti; fa vedere che son fatti tuoi, e che non sei un pezzo di legno. Scheggia: è un ritaglio di legno atto unicamente a riempiere un vuoto; perciò star per ischeggia sarà lo stesso che star per ripieno, per un di più. Rid.

Una correggia allor forte tirai:

Un nuovo trespol disse allor ch’i’ era:

in quell’i’ l’ebbi aperto i crini affai.

Trespol: treppiè. Venni com’incumbente a parer un trespolo, che posa su tre punti; oppure sembrai tale al dimenarmi, dicendosi che sta su’ trespoli una cosa che tentenna.

L’ebbi aperto: giacchè tanto bramosa bussava alla mia porta, io glel’apersi; feci a suo genio: e in quello, e nell’atto stesso affai, l’accaffai, l’acchiappai pe’ capelli. Rid. Ma forse affai è accorciativo d’affaitati, ornati in foggia meretricia. Le aprii, le scompigliai il ben colto crine.

[159]

Di bramangier l’empiè la paltoniera:

L’acqua tra giugno, e maggio questa fune;

E per le cazzapinte fu maniera.

Bramangier: manicaretto appetitoso posto dal Boccaccio fra’ dilicati, e ch’il Salvini crede corrispondere al bianco-mangiare; quasi blamangier. Equivoco voluttuoso. Paltoniera: comunemente paltonerìa, appetito dissoluto; onde paltoniere, scostumato.

L’acqua ec. il caso cadde tanto opportuno, che parve proprio una benefica pioggia tra giugno e maggio, quando le piante han più bisogno d’umore e di sugo per la vegetazione allor più vigorosa. Fune: volgar Fiorentino per fu; com’appresso tune per tu. Il Salvini legge: L’acqua tragugno, e mangio questa fune.

Cazzapinte: composto di cazza, mestola; e di pinta, spinta. Maniera: mansa, mansueta. Il mulo diventò maniero. Fior. Pecor.

Giuccheri paccheri, disse allor: tune

Vien’oggi a manicar con esso noi.

Allor la baciucchiai in veste brune.

Giuccheri paccheri: parole esprimenti una follia di gioja, un pazzo tripudio. Salv. Il Ridolfi legge: Giuccherì paccherì.

Manicar: mangiare; voce de’ contadini, che dicono ancor manucare. In premio di sua larga condiscendenza in esserle ministro di tanta gioja, lo vuol seco a tavola.

In veste brune: sembra non potersi intendere se non che colei fosse allor vestita di nero. Rid.

[160]

Trista sia io, senza mio danno (poi

Mi disse) s’io non fo: ch’avrem cornacchie?

E mantacando subito disse: ohi!

Avrem cornacchie: finalmente che abbiam da temere? che quattro garrule cornacchie vadan gracchiando su’ fatti nostri? Io non le curo. Cornacchia dicesi uno che molto cicala di questo e di quello.

Mantacando: ansando per la calda palpitazione con sì gagliardo fiato, che quel sembrava d’un mantice o mantaco; come disser gli antichi. Salv.

Allora la ciscranna fece macchie:

Tiensi doman la festa, disse; in quella

Dato ci fu ventisette batacchie.

Ciscranna: panca piegatoja, o scanno di letto. Fece macchie: sentir fece la garrulità del suo cigolio. Così da indovino il Salvini. Più naturale è l’intendersi che quindi cominciò l’amaro di que’ godimenti, come ne vien a turbare l’essersi adagiato sopra una panca, rea di far macchie a danno de’ vestimenti.

Tiensi ec. siamo alla vigilia di quella brutta festa, in cui sì bel giuoco andò a finire in una furia di (batacchie) bastonate. Si vede ch’altre volte il batacchio succedè a’ suoi geniali trastulli.

[161]

Il zuccolo fu rotto alla Morella;

Col beccastrin giugnetti il bastracone;

E ‘n su la foggia subito ricrella.

Beccastrin: zappa grossa e stretta. Bastracone: pezzo d’uomo grosso e forzuto. Quegli era un bastracone, ch’avrebbe gittato in terra una casa. Sacch. 110.

Su la foggia: sul berrettone, cioè sul capo. Ricrella: crede il Ridolfi, che significhi mena un colpo appresso all’altro; e forse è dal Franc. criailler, non far altro che strepito.

E’ assaggiò di quella ‘mbandigione?

Fischiandomi oltre mona Tessa disse;

Che Berto bea egli è pur di ragione.

Fischiandomi: susurrandomi all’orecchio con acerbo motto, mi disse: Assaporò egli que’ diletti, di cui tu gli fosti sì liberale e sì larga. Or ben gli sta, se gli sconta sotto un bastone.

Che Berto ec. proverbio ch’assolutamente vale egli è giusto; come dicesse: Ha mangiato? dunque è conveniente che beva.

La bufèra ‘nfernal mai non s’affisse,

La qual’è febbre quartana contina:

Ch’ogni disamorato ne perisse.

La bufera ‘nfernal: un turbine sì maledetto, suscitato propriamente dal diavolo, parve eterno; tanto la durò egli menando questo sconquasso. Imitato da Dante Inf. 5. La bufèra infernal che mai non resta.

La qual ec. è perciò tale, da dirsi appunto una continua quartana, ch’ammazza l’uomo. Contina anche da se val febbre continua. Cadde malato in Pisa, e d’una contina passò all’altra vita. M. Vill. Stor.

Ch’ogni ec. così la stessa ventura provasse chiunque sia nemico d’amore, talchè ne perisse.

[162]

Ferza, donna, ‘n sul cul: le corna! svina,

Che ti verrà orlando il cappelletto,

E poi ‘ngorbierò la pedoncina.

Ferza: sferza. Risponde egli: Una buona frusta ne sta già dunque pendente sopra le natiche. Le corna! canchero! Svina: svigna, fuggi a gambe; voce contadinesca, come sfratta. Rid.

Verrà ec. altrimenti metterà in pompa di guarnizioni il tuo bel cimiere; cioè più pompose renderà a’ pubblici sguardi le corna tue.

E poi ec. salvati ora, ch’avrem poi tempo pe’ nostri congressi. Ingorbiare è inzeppar nella gorbia, cioè in quel calzuolo di ferro, in cui incastrasi la punta de’ bastoncini di maneggio. Pedoncina: pezzo degli scacchi; scherzoso equivoco come quello, Sacch. 165. Carmignano, vatti quella pedina?

[163]

Tu palpi il copertojo fuor del letto;

Ed inghiarando qua e là ti vai:

Che hai tu sott’i piè? diss’io: calcetto.

Tu palpi ec. soggiunge ella: Tu con chi l’hai? In tanta paura sembri tu uno sbalzato dal letto, che ne tasteggia il copertojo, ma non ne gode.

E inghiarando ec. e fai nel tuo entusiasmo un tale sbatter di piedi, che pare tu pesti ghiara e sassi.

Il gozzo volsi ‘ndietro, e screpazzai:

Di mona Bruna crollava la testa:

Silenzio feci, e più non motteggiai.

Screpazzai: allora non mi potei più tenere; e scoppiai a ridere, voltandomi colla faccia altrove per non riderle in volto.

Di còmpito non sarie, disse ‘n questa,

Se non m’avessi dato tal baciozzo:

E poi si volse intorno: chi mi pesta?

Còmpito: quella quantità di lavoro, che s’assegna altrui in proporzione della sua attività. Non sarebbe stata opera da par mio, se almeno ec. Compito è anche un paese di Toscana, da cui forse in dettato esser da compito per esser nelle sue cose completo e perfetto.

Chi mi pesta: dicesi in prov. dentro è chi la pesta, il cuore è il luogo delle mie pene. Qua dentro è chi la pesta, Qui sono i miei dolori. Allegr. 43. Donde viene un tal mio disturbo?

[164]

E mona Belcolore e Andreozzo

In guardaspensa entraron quinciritta,

Mostrando ‘l desioso e ‘l berlingozzo.

Belcolore ec. io ed essa, quasi novelli Belcolore e Andreozzo. Il Bocc. 82.

Guardaspensa: dispensa; qui per istanza apparecchiata a segreti piaceri. Quinciritta: a diritto; dal Lat. hinc recta.

Berlingozzo: pasta coll’uovo in forma di torta fatta a spicchi; perciò intesa qui dal Salvini pel sesso femminile, come pel virile il desioso.

Al levar delle tende parve afflitta;

E stette marcassata pur baciando:

To to gli dissi; ed ella: gitta gitta.

Al levar delle tende: al levar mano dall’opera; tolto dal costume de’ soldati, che levan le tende quando sloggiano da una terra.

Marcassata: pensa il Ridolfi esser lo stesso che stramazzata per la stanchezza: quasi, soggiunge il Salvini, dal Lat. marcida.

To to: detto popolare con cui accompagnasi il porgersi alcuna cosa; e val prendi.

Se pigne, non maligna tonfolando;

Nel culattaro letto parrà ch’abbia,

Per la gran giravolta scorteando.

Se pigne: sebben ardente si spinga oltre. Non maligna: non vien però a farsi d’indole rea e nociva. Tonfolando: facendo il tonfo, come chi cade in un pozzo.

Culattaro: scherzo come culiseo e culisburgo; in cui parrà ch’abbia letto, cioè agiata capacità da starvi comodamente.

[165]

Un bel fancel è Arno, e mena rabbia,

E comincia a svernare a rigoletto:

Col cul in man già si trovò in gabbia;

Fancel: sincope di fanticello, garzoncello. Minaccia ella ora il rivale di questi suoi amori, presa la similitudine dall’Arno, piacevole nella sua origine e poi rovinoso.

Rigoletto: luogo appiè del monte di Falterona, ov’è la sorgente dell’Arno. Rid. Meno sforzato è l’intendersi ch’in fin del verno avanti di gonfiare per le sciolte nevi, sembra esso un ruscello; dal Franc. rigole, canaletto d’acqua.

Col cul in man: deluso nelle sue speranze; dal volgar atto di reggersi il deretano nel tapinarsi. Già in gabbia: altre volte finì a trovarsi per me nelle peste o in una carcere.

Ma gli scappò, che non era soletto.

Così veggio vendetta de’ crudeli,

Come si dice ch’è di Macometto.

Che non era ec. perchè avea de’ compagni o degli appoggi, perciò col loro ajuto gli venne fatto d’uscirne coll’ossa sane.

Macometto: si dice che questo celebre impostore morisse d’un lento veleno, fattogli apprestare col mezzo d’una sua femmina.

Capruggine, canestri, e cazzaveli,

Tartufi bergamaschi, e pece greca!

Mal cresce chi non pèggiora, direli.

Capruggine ec. l’ho per un di que’ modi ammirativi, come zoccoli! castagne! corbezzoli! la cui forza dipende totalmente dal soggetto del discorso e dall’uso. Quasi egli sul discorso di lei esclamasse: Canchero! l’è piucchè mai furfante.

Mal cresce ec. intendesi d’uno, in cui la malizia sia così passata in natura, che non possa far questa progressi se non su’ piedi di quella. Direli: gli direi; è da affibbiargli quel detto ec.

[166]

Babbo, il farsetto va, disse ‘l Suzzeca;

E misemi la pulce nell’orecchie,

Quando mi fè rimanere ‘l manzeca.

Il farsetto va: perde il pelo, va a logorarsi. Trarre la bambagia del farsetto vale snervare collo smoderato uso de’ piaceri. Sai che mi disse il furbo di cotesto Suzzeca per impaurirmi, e così farmi messere? Mi disse ch’il farsetto va.

Misemi ec. metter una pulce nell’orecchio ad alcuno è maliziosamente suggerirgli cosa, che debba porlo in apprensione.

Manzeca: cornuto; dall’Ebreo manser, adultero. Salv. Forse sarà da radice meno straniera, cioè da manzo, bue.

Cascato egli è omai infra le vecchie;

E ben mi morse ‘l granchio: a quella volta

Subito rinculai, dietro a parecchie

Cascato ec. è già invecchiato, non ne può più. Incalza furbescamente il Suzzeca, e contesta che quindi anche il suo farsetto già cascava a pezzi.

Mi morse ec. esser morso del granchio, è comunemente usato per esser di mano avara. Qui credo che parli d’una certa arida contrazion di potenza rapporto a’ piaceri: che perciò subito rinculò, rispondendo con beffe al fischio (squilletta) di parecchie, che l’invitavano.

[167]

Pisciar su la squilletta. Ed io: ascolta;

Allor mi misi la coda fra gambe;

E sperperato mi misson in volta.

Mi misi ec. lo stesso avvenne a me pure, ripiglia egli per restituirgli la burla; e perciò feci a somiglianza de’ cani, i quali quand’han paura si metton la coda fralle gambe, e fuggono.

Tra ‘l piovano e la scotta fu’ intrambe;

Perch’io ancora nespole non mondo,

Cucendo le gavarchie con le strambe.

Piovano: burlescamente per pioggia; onde andar col piovano, andar quando piove. Scotta: siero. Intrambe: una cosa di mezzo. Rid. Pur troppo fui anch’io in uno stato di consumazione, paragonabile a quello che di te tu racconti; com’il siero più o men se la batte coll’acqua piovana.

Nespole: non mondar nespole vale trovarsi a un dipresso nelle circostanze, ch’un altro di se stesso descrisse.

Gavarchie: ci convien confessar col Ridolfi di non saperne indovinare il significato. Strambe: funi fatte d’erba.

[168]

Povero ‘n canna son col capo biondo;

Son più leggier d’un can di ventott’anni:

Or non avess’i’ peggio all’altro mondo.

Povero ec. son sì macilento da sembrare un di quegli squallidi pezzenti, che van mendicando per le terre con canna in mano: eppur son giovine, col capo biondo.

Leggier ec. e son sì secco ed asciutto, che più non posso le quoja come cane di 28. anni; il quale se si desse, sarebbe affatto consumato dalla decrepitezza. Salv.

A caricarli ‘l basto tu t’ammanni:

Tu hai maggior ragion, ch’i quarteruoli,

E gongoli tu stesso de’ tuoi danni.

A caricarli ec. risponde la donna: A quel ch’io veggio tu (t’ammanni) ti vai bel bello preparando a farlo rimaner un asino.

Quarteruoli: monete d’ottone, che servono di memoria in un conto. E ragion fate senza quarteruoli. Sacch. Rim. Sai sì ben fare i tuoi conti, che tu sei a te stesso un calcolo più sicuro de’ quarteruoli.

Gongoli ec. perciò quel che ti dovea esser di rammarico e di danno, divien per te argomento di felicità e di tripudio.

A Lunata impiccati i bugiarduoli:

E per lo fummaiuol tu te n’andrai,

Scoprendosi le torte romagnuoli.

A Lunata ec. rammentati però della fine che fanno a Lunata i bugiardi. Lunata: terra del dominio Lucchese; nè altra notizia abbiamo.

Andrai: ti ridurrai al niente, squaglierai com’il fumo che sbocca da’ fumajuoli di sopra a’ tetti.

Romagnuoli: suol intendersi per astuti. Venendosi a scoprire i tuoi furbeschi pasticci, e i tuoi raggiri.

[169]

Paura guarda vigna sempre mai,

Dice ‘l proverbio, e non mala famiglia.

E zara vaglia, tosto confermai.

Paura ec. il timor d’un male che possa avvenire, ne guarda dal male stesso: tu al contrario ti sei fidato sopra mala famiglia, cioè su raggiri e furberie.

Zara: giuoco di dadi; e propriamente zare si dicon que’ punti, che per esser di caso assai raro non s’hanno in conto. Orsù, riprende egli, il mio caso è un po’ strano; ma ci scommetto ha da valer questa zara.

La botte piena, e la moglie ebra piglia:

E dormirà pe ‘l sugo del sermento,

Mal non pensando, se fia da Corniglia.

La botte ec. cose incompassibili; cattivo amministratore e prosperità d’affari. Tant’è la zara è questa: sarà il bersaglio de’ miei raggiri, e si crederà d’andar molto bene.

Sugo del sermento: il vino. Lo farò dormir lunghi sonni nell’oblio di sestesso, quasi immerso nell’ubriachezza.

Corniglia: città di Brettagna; equivoco dal Franc. Cornouaille. Nè penserà perciò se la sua donna venga intanto a fargli scorno.

[170]

E non pensando male, sarà spento

Ogni peccato in lei; e ‘n vita eterna

N’andrà diritta con poco tormento.

Non pensando ec. nè di ciò sospettando, la crederà egli incapace di male; quasi estinto in lei fosse lo stesso fomite del peccato, e quasi colomba da volar dritta in paradiso.

Però usa chiarello la taverna:

Amore ha nome l’oste; un soldo rotto

Spendi, e non bere acqua di citerna.

Chiarello: in gergo vale acqua. Perchè non sospetta di sua donna, nè guardala con gelosia, perciò può star bene nè saper come; aver cattiva merce e molto spaccio.

Amore ec. amore è quel che la fa da oste e vi chiama la folla de’ concorrenti; un misero soldo che tu spenda, là bei e ti diverti.

E del culo menate ben diciotto:

I’ non ci metto se non culo e denti;

E ‘l peto ‘n cul mi ritorna di botto.

Ben diciotto: assai, quanto ti piace. Così tener l’invito del diciotto per esser loquace quantomai. E strombettate pur da dietro quanto v’aggrada per farvi beffe di me. Il Ridolfi legge delle culmonate, altri delle culmenate.

I’ non ec. poco mi costa il rendervi la pariglia, e beffarmi di vostra beffe; una stretta di denti, un’allargata di fondo, ed è fatto.

E ‘l peto ec. anzi me ne vedo bene. Riavere il peto è un modo basso, che significa rinvigorirsi. Appoggiò lietamente il corpo al desco. E come si suol dir, riebbe il peto. Malm. 9. 6.

[171]

San Biagio è oggi, disson più di venti;

E minaccia madama di gran quello.

Tal cul ta’ brache, e sarete contenti.

S. Biagio: festa in Firenze aspettata da’ ragazzi. Sa a quanti dì è S. Biagio dicesi d’un ragazzo da non potersi burlare, ben sapendo quando gli tocca a far festa. Paoli Mod. Tosc. Deh non mi far dire; tu intendi, ed io intendo; ed ognuno di noi sa a quanti dì è S. Biagio. Macch. Cliz. 2. 3.

Gran quello: gran che; oppur molte quelle, cioè molte smorfie. Quasi dicesser costoro: Tu non ci burli; ben sappiamo il carattere di madama.

Tal cul ec. replica egli: Adattatevi al suo naturale; conforme ha il piede, così le ponete la scarpa.

I’ ho male campane, e non ti uccello,

Benchè sta notte sentii la tregenda:

E nel ventriglio ho l’asso, e nel cervello;

Ho male campane: sono un po duro d’orecchio. Risponde fra tutti Buchino: Poco ci sento; cioè quel che tu dici non mi suona.

Benchè ec. spiega com’abbia male campane, non perchè non ci senta in realtà, avendo pur sentito passar la tregenda; ma perchè non gli va a fagiuolo quel ch’egli dice. Si finge esser la tregenda una processione di notturni fantasmi, che vada attorno con lumicini.

Nel ventriglio ec. di chi è molto dedito al giuoco dicesi aver l’asso nel ventriglio. Lo spasso mi piace sì, ma questa volta non ti sento.

[172]

Una meta di bue fu la merenda:

Va che ti buchi, mi disse Buchino:

Iddio per tutti, e ciascun per se spenda.

Meta: coll’e stretto è una scaricata di ventre. Forse si dovrà legger metà, essendo insolito ne’ manoscritti l’uso degli accenti. Salv. Par ch’alluda al costume de’ fanciulli Toscani, ch’apparecchiano la sera la merenda alla befana (o tregenda) per esser ben da essa trattati. Quasi dicesse; Buoni pasti abbiam già dati a cotesta befana di donna; abbastanza ha mangiato alle nostre spalle.

Ti buchi: è volgar detto che la befana buchi il corpo a’ bambini, e perciò le balie se ne servono accortamente per ispauracchio de’ medesimi. Salv. Se da cotesta befana te la vuoi far ficcare, buon pro ti faccia; a me non me la ficca certo.

Iddio ec. lascialo a Dio il pensar a tutti; tu pensa a te, perchè a noi ci pensiam da noi stessi.

[173]

Chi prende moglie, e non ha del fiorino,

Non fia di meglio; e non fia canajuola,

Quando per lui non volgesse ‘l mulino.

Chi prende ec. chi senza denari s’accasa, com’ha fatto il marito di lei, ha da far così per istar bene; lasciar a carico della moglie il far grasso quanto più può.

Canajuola: specie d’uva che piace a’ cani, i quali di lei si sfamano quando loro manca il biscotto. Qui dice ch’alla fame di lui non si troverà risorsa fuor della moglie.

Il piè nell’O non gli hai, nè pur le suola;

Lascialo andar, ch’egli ha nome giuntone,

Perch’ha pregna la mamma e la figliuola.

Nell’O: nel sedere. Avere un piè nel sedere ad alcuno è esserselo guadagnato in modo di poter disporre della sua volontà. Rid. Dopo averlo tanto ingrassato che credi tu di cavarne? Sgarbi, e nient’altro. Nè pur le suola: men ch’il piede.

Giuntone: nome fantastico d’un mal uomo, creduto dal volgo corruttore della figlia e della madre; da giuntare, ingannare. Quindi aver nome giuntone è presso la plebe essere un indegno ingannatore. Rid.

[174]

Quel bene avrò a calen di mattone

Da quel che visse, solo da mia vaga,

Che per Enea la Reina Didone.

Quel bene ec. quel conforto che Didone ottenne da Enea, io dalla mia vaga l’avrò solamente dopo calen di mattone; anzi tanti anni dopo quanti son già gli anni della vita di lei. Calen di mattone: calende d’un mese che non vien mai, o verrà dopo il dì del giudizio.

Enea: è noto per l’epica di Virgilio il fatto della famosa spelonca, in cui la sorte d’una procella recò Enea a Didone.

E come ‘l fregio sul palio s’adaga,

Ch’è pertugiato volte più di mille,

che l’un dall’altro niente si smaga:

Fregio: ornamento di guarnizione. S’adaga: s’adatta, si soprappone; forse da adagiare.

Niente si smaga: non si stacca punto. Come sta il fregio strettamente attaccato al panno, a cui è ben cucito; così io ec.

Così fuss’io con le dolci mammille.

Ma credo ch’altri s’avrà tal diletto;

Ma drommi pace, se non mi ritrille.

Ritrille: quasi titille; cioè se nuovo solletico non sorga in me a turbar la mia pace. Salv.

Ch’i’ credo ben, che fusse maledetto

Il punto l’ora e ‘l dì ch’i’ nacqui al mondo;

Come chi è in pergamo interdetto.

In pergamo ec. come chi è scomunicato; secondo il costume di pubblicarsi sul pergamo le scomuniche.

[175]

Cicutrennola stammi sempre a tondo,

Ed un putito, e quindici merdosi:

E ‘l duol della marsupia sta facondo

Cicutrennola: è la cicutrenna uno stromento da sonare simile al zufolo. Zufolo usasi per minchione. Sì che tu resterai zufolo zufolo. Cecch. Il Salvini arbitra d’intender cutrettola, uccello ch’ha parte negl’incantesimi; e dicesi di donnicciuola dal menar la coda.

Putito: puzzolente, che spira cattivo odore come becco graveolente.

E ‘l duol ec. i dolori della (marsupia) borsa, inferma per esser vuota, son dolori facondi; cioè che rendono al cercare eloquenti gli stessi chiozzati ec.

A’ chiozzari, guascorti, ed acetosi.

E vannomi le cose tutte bieche,

Per modo ch’io contento gl’invidiosi:

Chiozzati: pieni di chiozze, di gomme, e di piaghe, com’i lebbrosi. Rid. Guascorti: guaschi in furbesco val gentiluomini. Salv. Perciò sarà composto di guaschi e di corti, gentiluomini di quattro soldi. Acetosi: acidi di stomaco; che perciò spesso paton la fame.

[176]

Ed una Beca non mi fa due Beche.

Beca: accorciatura di Menica o di Domenica. Rid. Le cose mi van sì male, com’a povero disgraziato ch’avesse una donna nemmen buona a tanto di far due femmine per servizio almen della casa.

[177]

CAPITOLO DECIMO.

Preso ‘l partito, è passato l’affanno?

Tutto cotesto è un manicar grosso:

Deh va che non ci nocci; sta con danno.

Manicar grosso: mangiar a grossi bocconi. È un operare inconsiderato il far consistere tutto il difficile nel primo passo di prender risoluzione; quasichè altro non vi sia poi da temere.

Deh va ec. vatti con Dio, che non ci abbiano a nuocere coteste tue massime. Sta con danno: abbili per te que’ malanni, di cui vai a caccia colla tua inconsiderazione.

Gli occhi a’ mochi non ebbi io nell’osso;

Ma col marretto mi colse un marritto,

Ch’i’ traboccai alla bocca d’un fosso.

Mochi: picciolissima biada, ben guardata da’ contadini affinchè non sia mangiata in erba dagli animali selvaggi, a cui piace moltissimo. Quindi aver l’occhio a’ mochi per badare con singolar diligenza a’ proprj interessi. Nell’osso: nella cassa dell’occhio. Rid.

Marretto: picciola marra. Marritto: colpo menato colla dritta, e perciò più gagliardo. Io l’ho provato che ti fa un operare inconsiderato: mi cascò quindi fra capo e collo un colpo orribile.

[178]

E che ne sai? e che sonv’entro fitto?

Tanto ti sia rivolto che tu muoja,

Con algherìa mi disson con iscritto.

Che ne sai: rispondono alcuni in difesa di quella massima: Preso ‘l partito, è passato l’affanno; e dicono: Qual maraviglia se talora ne segua male! Si può forse penetrar l’interno d’ogni cosa, e tutte prevederne le conseguenze?

Rivolto: non si può intender che del collo; detto da quella sentenza giudiciaria: S’appenda finchè muoja. Rid. Ti si possa stroncare il collo: puoi tu tutto antivedere?

Algheria: con fasto, con voce altitonante. Con iscritto: il Salvini legge conscritto, cioè senatore, che dicesi di chi sta sul grave. Forse è gergo frall’uno e l’altro.

Or s’i’ avessi avuta l’epa croja,

Pur risi, come Dio vuol, a formaggi;

E spennacchiato rimasi con noja.

Epa croja: trippa dura com’un tamburo. Col pugno gli percosse l’epa croja: Quella sonò come fosse tamburo. Dant. Inf. 30.

A formaggi: a guisa de’ formaggi; i quali ridono quando si fendono e crepano. Perciò ridere a formaggi sarà rider crepando per dispetto e per rabbia. Rid. Come Dio vuol: non di cuore: ma a strapazzo, e per non poter far altro.

Con noja: perchè mi scottava veramente il rimanervi avvilito e confuso; come gallina spennata, che par che si vergogni di se medesima.

[179]

Non gir alla badia d’adalticaggi:

Ma feci un pa’ di grotte con più doglie;

E di ciò fanno calli assai coraggi.

Adalticaggi: andar alla badia d’adalticaggi sembra un dettato significante cader giù a piombo dall’alto. Rid. Opportunamente gli soggiunsi: Non ti levare in tanta ira, che non avessi a romperti il collo. Adalticaggi: forse è il paese detto Altipassi da Tolomeo da Lucca. Salv.

Ma feci ec. aggrottai però intanto un par di ciglia con tanto d’occhi per interno livore.

Assai coraggi: più d’un cuore a siffatti incontri s’è dovuto indurire. Sicchè amendue aggiam solo un coraggio. Dant. Maj.

Già col tramaglio vi prese tre moglie:

Troppo mi se’ riuscito del guscio,

Disse veggendo mutatomi scoglie.

Già ec. ah ah, riprese egli borbottando, a costui un qualche gran fumo è salito alla testa. Credo di dover così interpretar questo verso, avuto per un mero bisticcio; riflettendo al proverb. Chi toglie una moglie, merita una corona di pazienza; chi due, una di pazzia; e simili. Tramaglio: ampia rete da pescare.

Troppo ec. più bravo assai mi ti mostri di quel che ti credevo; non ti tenea da tanto. Metafora tolta da’ pulcini.

Mutatomi scoglie: quasi avessi cambiata scorza, e fossi tutt’altro. Scoglia è la pelle ch’ogni anno muta la serpe.

[180]

Ciascun ha l’impiccato suo all’uscio:

Così tre asso nel cul li traesse,

Perch’a mie spese rosecchio ed isguscio.

Ciascuno ec. e qual maraviglia? ognuno ha i suoi difetti, e soffre ognun qualche eclissi. Quisque suos patitur manes. Virg.

Così ec. sì tanto gli risposi; perchè popoi t’ho io in quel servizio. Tre asso: quel che le persone modeste dicon quattro. Rid. Quasi dicesse: Un corno che dietro se gli ficchi: non campo (rosecchio ec.) già io alle sue spalle, nè ho bisogno di lui.

Rezzajo rezzajo mostra che si stesse;

E l’ascoltava per ismemorato:

Col cucchiajo voto mostra, che ‘l pascesse.

Rezzajo: quasi chi sta pigro e sonnolento al rezzo. Qui rezzajo è di due sillabe secondo l’apostrofe Fiorentina, che pronunzia rezza’.

Pascesse: per pascessi. Pascer col cucchiajo vuoto dicesi di que’ maestri, che fole porgono e non dottrine. M’ascoltava sì svogliato, che ben mostrava d’avermi per dettatore di sogni e di fole.

[181]

Tra que’ che sanno, un sonno ebbi schiacciato;

E poi mi dette qualcosa col pane:

Chi muta lato, disse, muta fato.

Schiacciato ec. schiacciar un sonno è dormir nella grossa. Chi sembrai allor tra’ sapienti? Sembrai un uomo stupidito dal più grave sonno.

Mi dette ec. perciò quasi compassionando la mia grossolana capacità, non col cucchiajo voto prese a pascermi, ma con massime sostanziali.

Chi muta ec. e la massima fu che chi muta lato, muta fato; massima più soda di quella di sopra, che preso partito sia passato ogni affanno.

Poi disse: al badalucco fatti cane;

Allora i’ mi ristrinsi nelle spalle:

Bocca pecciola fece ‘n tre semmane.

Badalucco: trattenimento giocoso. Altro ammaestramento mi diede, cioè ch’alle festevoli radunanze m’accomodassi; imitando lo scherzevole cagnolino, che con festa corrisponde alle feste che gli si fanno. Rid.

Pecciola: aver bocca a peccioli è volgar detto significante quel portar le labbra alzate, e più per ischerno che per vezzo. Rid,

Ed il prete mangatto, e tre farfalle

Ad un bacin ben pien di giglio ‘n giglio

Alla veletta stava per piglialle.

Mangatto: granfia di gatto, truffarello, Malgatto, cioè astuto, leggerebbe il Ridolfi. Farfalle: persone di poco cervello, facili ad essere svolte e sedotte.

Di giglio ‘n giglio: dall’una all’altra estremità; per esservi forse intorno all’orlo dipinti de gigli, come costumasi nelle crete. Il Salvini intende giglio per fiorino.

Alla veletta: come soldato in sentinella. Stava coll’occhio alla mira, sperando che lusingate dal ricolmo bacino, gli venisse fatto di coglierle.

[182]

Lucillo fè alle ciulle mormoriglio:

Tu m’hai sconcia tutta la farsata,

Disse ‘n gramuffa, inoltrando malpiglio.

Alle ciulle: all’uso delle cinguettanti fanciulle. Lucillo fu quegli, che scopri con opportuno bisbiglio l’occulta frode.

La farsata: la commedia. Salv. Par che meno a proposito intendasi dal Vocabolario per la parte inferior del farsetto. Col tuo bisbiglio m’hai sconcertata tutta l’opera, e sventati i miei disegni.

Gramuffa: parlar in gramuffa dicesi per modo di scherno il parlar in grammatica affin di non esser inteso. Malpiglio: brutta faccia.

Poi ‘n polvereto fu impolverata;

Anzi alle quarantotto s’ebbe quello:

La lustra le fu fatta a corpacciata.

Polvereto: villa vicina a Firenze, com’è anche un convento di Monache, dove la state non si scarseggia di polvere. Con tal bisticcio non vuol altro significare, se non che fu ingannata; quasi le fosse sparsa polvere indosso, che le annuvolasse la vista.

Alle quarantotto: del doppio più in là delle ventiquattro. L’avremo alle ventiquattro suol dirsi, quando aspettandosi l’adempimento d’una promessa, non se ne giunge mai al termine. Rid.

Lustra: far la lustra vuol dire in lingua antica fare altrui artificiose moine per ritrarne il suo profitto. Rid. A corpacciata: a sazietà, a traboccante misura.

[183]

Non posso più pisciar nel muro, Gello;

Perch’i’ odo già terza, e ‘l panno viene:

Zara a chi tocca; i’ ho voto ‘l borsello.

Non posso ec. dicesi dagli scapigliati di chi ha contratto certo mal forestiero. Convengon però il Ridolfi e il Salvini che qui significhi: Non ho tempo da cicalare. Quindi è che precipita il discorso, facendo un fascio di cose.

E ‘l panno viene: detto comunissimo per chi dal troppo lungo digiuno si sente mancar lo stomaco. Rid. Amerebbe il Salvini di leggere e ‘l pan non viene, è tardi e non c’è da mangiare. Oggi: Egli è nona, e il pan non viene.

Zara: giuoco di tre dadi. Proverb. Zara a chi tocca, e chi l’ha per mal si scinga; se la vedano un po altri: io per me ho voto ‘l borsello; forse ho voto il sacco, ho detto abbastanza.

[184]

Allo paperin nostro mai più bene:

E dove hai fatto l’uovo là schiamazza,

Senza travagli dietro, o pur con pene.

Paperin: soprannome di persona, ch’avesse i piedi a guisa de’ paperotti. Rid. A costui com’ad ingrato impreca egli che mai più bene non se gli faccia.

E dove ec. vuoi tu poter serbare un grado d’autorità? Volgiti a chi ti si riconosce obbligato. A chi prende aria autorevole con persone a lui niente obbligate, si suol rispondere che vada a schiamazzare dove ha fatto l’uovo, cioè dov’ha versati i suoi benefizj; tolto dalla gallina che schiamazza ov’ha fatto il bene, cioè l’uovo. Rid.

Soda e non mezza torrai una mazza;

E ‘l pizzicor della schiena le cava;

Ma per la Podestà nol fare ‘n piazza.

Soda: ben salda e dura; non già fragile (mezza) e fiacca. Mezza coll’e stretta; epiteto di frutto troppo maturo.

La Podestà: lo stesso che il Podestà. Non pero t’arrischiare di farlo in pubblico, per non esporti a risentimenti della giustizia.

Incespicando si dimergolava;

Di là da Bari cominciò a bere:

I’ ho portato ‘l vanto, e spetezzava.

Incespicando: quasi avesse i piedi avviluppati in cespugli, si dimergolava, barcollava su mal ferme piante.

Bari: città di Puglia. Ma qui di là da Bari è un gergo da doversi intendere: A oltrepassare la misura d’un barile. Rid.

I’ ho ec. pieno egli intanto di vino andava dicendo: Io ho portato il vanto nella gara del bere; e nel tempo stesso per una scurrile millanteria facea di basso trombetta.

[185]

Uno speziale è morto, ed a cadere

Comincia, e dice: costaci persona:

Un pa’ di Frati presel per tenere.

È morto ec. quando muore chi solo vendea una merce, suol dirsi: Ella comincia a cadere, e cadendo dice: Costaci persona; cioè costa il suo mancare la vita d’un uomo. Rid. Sembra voler dire, che non si sapesse trovar antidoto per rimettere in sesto quel briaco.

Questo fu a mal abbi in Falterona

Presso a Umiliato: o enne o esse,

Quando fu ritediosa tal persona.

A mal abbi: in tanta tua malora. Falterona: montagna, onde scaturisce l’Arno.

Umiliato: luogo della stessa montagna, forse allora spettante all’ordine degli Umiliati. O enne o esse: o sì o no.

Ritediosa: duplicatamente tediosa. Quand’una tal persona è sì rincrescevole, il miglior partito è sbrigarsi con un sì o con un no.

[186]

E ‘n Percussina catun percotesse;

Perchè Matteo vi fu, pur Mattio:

Così ‘l Romano a Romena non stesse.

Percussina: parrocchia del contado Pisano: Catun: ciascheduno; voce antica: Percotesse: termine di caccia, quando si batte un bosco per destarne la cacciagione. Rid. Segue bisticciando a inculcare di tener lontani i seccatori.

Pur Mattio: vi fu anche Mattia, perchè vi fu Matteo. Ma che perciò? L’autore pensa a far pompa di bisticci; e noi gli condoneremo questo sfogo, contentandoci di non intenderlo.

Romena: città del Casentino; già dei Conti Guidi. Salv. Romano: pende il Ridolfi a intenderlo pel contrappeso della stadera.

D’accegge un pa’ di nozze (o Guelfo Dio!)

Che campa nulla: ver la campanella

Questo fa ‘l Conte, che canta: Amor mio.

Un pa’ di nozze: per proprietà di lingua Fiorentina è lo stesso pranzo nuziale: e cotesto è d’accegge, uccello infausto agli sposi a motivo del lungo becco, di cui è armato. Guelfo Dio: quasi Dio non potesse esser de’ Ghibellini, tenuti per nemici della Chiesa. Rid.

Che campa nulla: che non dura niente, che tosto finisce; detto de’ contadini. Rid.

Perchè la stalla molt’acqua distilla

Pe’ falli folli che son troppo felli;

Chè fan le fiche con fioca favilla;

[187]

Fin vo far, che vi sien rotti gli anelli.

Che vi sian rotti gli anelli: questo è chiarissimo; e siamo ben tenuti alle buone intenzioni e a’ cortesi auspicj del nostro Brunetto. Dieci però di questi capitoli potean bastantemente accertar noi dello scopo, e lui dell’infallibilità di sue mire. I suoi futuri comentatori saran forse stati quelli, che più da lui furon presi di vista. L’essergli servito d’oggetto sarà pertanto l’unica gloria mia; e quindi mi si rammenterà invano: Nisi utile est quod facimus, stulta est gloria. Fedr. 3. 17.

Fine del Pataffio.

[189]

IL TESORETTO.

Tessuto in foggia di frottola, se gli diede pur il nome di Favolello o Favoletto, ch’altri credetter diverso dal Tesoretto medesimo. Si giunse più oltre: e il Latini comparve autore d’un terzo trattato col titolo della Penitenza. Il tempo ha dimostrato che cotesti erano una parte, non un’opera separata dal Tesoretto. Il principio della Penitenza si ridusse al capitolo ventesimoterzo di quest’opuscolo; e ne’ tre ultimi capitoli svanì il Favolello. Un’annotazion marginale ammessa poi per titolo da’ trascurati copisti, potè dar motivo alla vana moltiplicità di questi enti ideali. Certo è che le varie lacune rimaste aperte ne’ tre detti capitoli, ci nascondon la connessione ch’avranno essi col tutto, e ce li fa parere imperfetti frammenti di chi volle riformare le proprie idee.

S’ingannarono i giornalisti d’Italia a crederlo con taluni un compendio del Tesoro, ridotto in versi all’uso de’ Provenzali dal suo medesimo autore. Prevenne egli nel Tesoro il gusto del nostro secolo con un prodotto enciclopedico, che servisse di scorta ad ogni specie di letteratura. Nel Tesoretto quasi affatto si ristrinse a formar l’uomo nelle morali virtù, Sull’orme di Severino Boezio. Arrivò così avanti, ch’i versi di questo libro poteron sembrare al difficilissimo Castelvetro anzi risposi divini che umani; e ottenner da lui di farsi metter in riga co’ versi d’oro di Pitagora e di Focilide. Scrivendo Brunetto a comun vantaggio [190]degl’Italiani, s’adattò a’ settenarj rimati, ch’a giudizio del Barberini son la maniera più antica, e quindi la più naturale del nostro idioma. Era ella perciò la più adatta a quelle giovevoli impressioni, che far si voleano sul cuore e sulla memoria dell’uomo.

Federigo Ubaldini fu il primo a produrlo nel 1642. colle stampe di Roma. Nel 1750. si rivide comparir in Torino. Era da desiderarsi nel primo editore una diligenza, che ci porgesse il testo nella sua integrità, e una sicurtà più autentica di sua schiettezza. Si può dir francamente ch’ei poco raggiunse i sensi di quest’opuscolo. La seconda edizione è una copia tanto fedel della prima, che n’imita le medesime imperfezioni sostanziali. Ben mi duole che la privazion de’ necessari sussidj m’obblighi a contentarmi d’una riforma nell’ortografia e nella punteggiatura; e in togliere alcuni errori, che rendea sensibili la riflessione. In quella ho però serbato il dovuto rispetto al Vocabolario; e non ho voluto impoverire la nostra lingua. Nell’altra ho avuto di mira di raddrizzare i sentimenti, e sgombrare l’oscurità e l’equivoco.

[191]

TESORETTO DI MESSER BRUNETTO LATINI.

I.

Al valente Signore[3]

Di cui non so migliore

Su la terra trovare;

Che non avete pare

Nè ‘n pace ned in guerra;

Sì ch’a voi tutta terra,

Che ‘l sol gira lo giorno

E ‘l mar batte d’intorno,

San fallia si convene.

Ponendo mente al bene

Che faite per usaggio,

Ed all’alto lignaggio

Donde voi sete nato;

E poi dall’altro lato

Potem tanto vedere

In voi senno e savere

Ad ogne condizione,

Ch’un altro Salamone

[192]

Pare ‘n voi rivenuto,

E bene avem veduto

In duro convenente,

Dov’ogn’altro servente,

Che voi, par megliorare,

E tutt’or affinare;

E ‘l vostro cor valente

Poggia sì altamente

In ogne beninanza,

Che tutta la sembianza

D’Alessandro tenete;

Che per neente avete

Terra oro ed argento.

Sì alto ‘ntendimento

Avete d’ogne canto,

Che voi corona e manto

Portate di franchezza,

E di fina prodezza:

Sì ch’Achille lo prode

Ch’acquistò tanta lode,

E ‘l buono Ettor Troiano,

Lancellotto, e Tristano

Non valse me’ di voe,

Quando bisogno fue.

Che voi parole dite,

E poi quando venite

In consiglio, o ‘n aringa,

Par ch’abbiate la lingua

Del buon Tullio Romano

Che fue ‘n dir sovrano;

Sì buon cominciamento

E mezzo e finimento

[193]

Sapete ognora fare,

E parole accordare

Secondo la matera,

Ciascuna in sua manera.

Appresso tutta fiata

Avete compagnata

L’adorna costumanza,

Che ‘n voi fa per usanza

Sì ricco portamento,

E sì bel reggimento;

Ch’avanzate a ragione

E Seneca, e Catone.

E posso dire ‘n somma

Che ‘n voi signor s’assomma,

E compie ogni bontade;

E ‘n voi solo assembiate

Son sì compitamente,

Che non falla neente,

Se non com’auro fino.

Io Brunetto Latino,

Che vostro in ogni guisa

Mi son sanza divisa;

A voi mi raccomando.

Poi vi presento e mando

Questo ricco Tesoro,

Che vale argento ed oro:

Sì ch’io non ho trovato

Uomo di carne nato,

Che sia degno d’avere,

Nè quasi di vedere

Lo scritto ch’i’ vi mostro

In lettere d’inchiostro.

[194]

Ad ogne altro lo nego,

Ed a voi faccio prego

Che lo tegniate caro,

E che ne siate avaro.

Ch’i’ ho visto sovente

Vil tenere alla gente

Molte valenti cose:

E pietre preziose

Son già cadute ‘n loco,

Che son gradite poco.

Ben conosco che ‘l bene

Assai val men ch’il tene

Del tutto in se celato,

Di quel ch’è palesato:

Sì come la candela

Luce men chi la cela.

Ma io ho già trovato

In prosa ed in rimato

Cose di grand’affetto,

Che poi per gran segreto

L’ho date a caro amico:

Poi (con dolor lo dico)

Le vidi ‘n man de’ fanti,

E rassemplati tanti,

Che si ruppe la bolla

E rimase per nulla.

S’avem così di questo,

Sì dico che sia presto;

E di carta ‘n quaderno

Sia gittata ‘n inferno.

[195]

II.

Lo Tesoro comenza.

Intanto che Fiorenza

Fioriva e fece frutto,

Sì ch’ell’era del tutto

La donna di Toscana;

Ancora che lontana

Ne fosse l’una parte,

Rimossa in altra parte

Quella de’ Ghibellini

Per guerra de’ vicini:

Esso Comune saggio

Mi fece suo messaggio

All’alto Re di Spagna,

Ch’era Re d’Alemagna;

E la corona attende

Che Dio non la contende.

Che già sotto la luna

Non si trova persona,

Che per gentil legnaggio

Nè per alto barnaggio

Tanto degno ne fusse

Com’esto Re Nanfusse.

Ed io presi campagna,

E andai in Ispagna;

E feci l’ambasciata,

Che mi fu comandata.

E poi senza soggiorno

Ripresi mio ritorno:

Tanto che nel paese

Di terra Navarrese

[196]

Venendo per la calle

Del pian di Roncisvalle,

Incontra’ uno scolaio

Sor un muletto baio,

Che venia da Bologna;

E senza dir menzogna

Molt’era savio e prode.

Ma lascio star le lode,

Che sarebbero assai.

Io gli pur dimandai

Novelle di Toscana.

In dolce lingua e piana

Elli cortesemente

Mi disse mantenente,

Ch’i Guelfi di Fiorenza

Per mala provedenza,

E per forza di guerra

Eran fuor della terra;

E ‘l dannaggio era forte

Di prigione, e di morte

Ed io ponendo cura,

Tornai alla natura,

Ch’audivi dir che tene

Ogni uom ch’al mondo vene:

Che nasce primamente

Al padre ed al parente,

E poi al suo comuno.

Ond’io non so neuno,

Che volesse vedere

La sua cittade avere

Del tutto alla sua guisa,

Nè che fosse divisa:

[197]

Ma tutti per comune

Tirassero una fune

Di pace, e di ben fare:

Che già non può scampare

Terra rotta di parte.

Certo lo cor mi parte

Di cotanto dolore,

Pensando ‘l grand’onore

E la ricca potenza

Che suole aver Fiorenza

Quasi nel mondo tutto.

Ond’io in tal corrotto

Pensando a capo chino,

Perdei ‘l gran camino,

E tenni alla traversa

D’vna selva diversa.

III.

Ma tornando alla mente,

Mi volsi e posi mente

Intorno alla montagna;

E vidi turba magna

Di diversi animali

Ch’i’ non so ben dir quali:

Ma uomini, e muliere,

Bestie, serpenti, e fiere,

E pesci a grandi schiere;

E di tutte maniere

Uccelli voladori,

Ed erba e frutti e fiori,

E pietre e margherite,

[198]

Che son molto gradite;

Ed altre cose tante

Che null’uomo parlante

Le poria nominare,

Ne ‘n parte divisare.

Ma tanto ne so dire,

Ch’i’ le vidi obedire;

Finire e cominciare,

Morire e generare;

E prender lor natura,

Sì com’una figura,

ch’i’ vidi, comandava.

Ed ella mi sembiava

Come fosse ‘ncarnata,

Talora sfigurata;

Talor toccava ‘l cielo

Sì che parea suo velo:

E talor lo mutava,

E talor lo turbava.

E tal suo mandamento

Movea ‘l fermamento:

E talor si spandea,

Sì che ‘l mondo parea

Tutto nelle sue braccia.

Or le ride la faccia,

Un’ora cruccia e dole,

Poi torna come sole.

Ed io ponendo mente

All’alto convenente,

Ed alla gran potenza

Ch’avea, e la licenza;

Vscii di reo pensero

[199]

Ch’i’ aveva ‘n primero.

Ed ei proponimento

Di fare un ardimento,

Per gire ‘n sua presenza

Con degna reverenza:

In guisa che vedere

La potessi, e savere

Certanza di suo stato.

E poi ch’i’ l’ei pensato

N’andai davanti lei,

E drizzai gli occhi miei

A mirar suo cor saggio.

E tanto vi diraggio

Che troppo par gran festa,

Il capel della testa:

Sì ch’io credea che ‘l crine

Fusse d’un oro fine

Partito senza trezze;

E l’altre sue bellezze,

Ch’al volto son congionte

Sotto la bianca fronte.

Li belli occhi e le ciglia,

E le labbra vermiglia,

E lo naso affilato,

E lo dente argentato,

La gola biancicante;

E l’altre beltà tante

Composte ed assettate,

E ‘n suo loco ordinate,

Lascio che non le dica

Non certo per fatica,

Nè per altra paura:

[200]

Ma lingua nè scrittura

Non saria sufficiente

A dir compitamente

Le bellezze ch’avea;

Nè quant’ella potea

E ‘n aera e ‘n terra e ‘n mare,

E ‘nfare ed in disfare,

E ‘n generar di novo

O di concetto o d’uovo,

O d’altra conincianza;

Ciascuna a sua sembianza,

E vidi ‘n sua fattura,

Ched ogne creatura

Ch’avea cominciamento,

Veniva a finimento.

IV.

Ma poi ch’ella mi vide,

La sua cera che ride

In ver di me si volse;

E poi a se m’accolse

Molto bonariamente.

E disse mantenente:

I’ sono la Natura,

E sono la fattura

Del sovrano fattore;

Elli è mio creatore;

I’ son da lui creata,

E fui ‘ncominciata:

Ma la sua gran possanza

Fue senza comincianza.

[201]

El non fina nè muore;

Ma tutto mio labore,

Quanto ch’esso l’allumi,

Conven che si consumi,

Ess’è onnipotente,

Io non posso neente,

Se non quant’ei concede.

Esso tutto prevede,

Ed è in ogne fato;

E sa ciò ch’è passato,

E ‘l futuro e ‘l presente:

Ma i’ non son saccente,

Se non di quel ch’e’ vuole.

Mostrami come sole

Quello che vuol ch’i’ faccia,

E che vuol ch’i’ disfaccia

Ond’io son sua ovrera

Di ciò ch’esso m’impera.

Così ‘n terra ed in aria:

Ond’io son sua vicaria

Esso dispone ‘l mondo.

Ed io poscia secondo

Lo suo ordinamento

I’ guido a suo talento.

V.

A Te dico che m’odi,

Che quattro son li modi

Che colui che governa

Lo secolo ineterna.

Mise operamento

[202]

Allo componimento.

Ma tutte quante cose

Son palese ed ascose.

L’una ch’eternalmente

Fue ‘n divina mente

Imagine e figura

Di tutta sua fattura;

E fue questa semblanza

Lo mondo ‘n similianza.

Dipoi al suo parvente

Si creò di niente

Una grossa matera,

Che non avea manera;

Ma si fue di tal norma

Nè figura nè forma,

Ch’inde potea ritrare

Ciò che volse formare.

Poi lo suo ‘ntendimento

Mettendo a compimento,

Sì lo produsse in fatto;

Ma nol fece sì ratto,

Nè non ci fue sì pronto.

Che in un solo punto,

Com’ell’avea podere,

Lo volesse compiere;

Ma sei giorni durao,

E ‘l settimo posao.

VI.

Appresso il quarto modo

È questo d’ond’io godo:

[203]

E ad ogni creatura

Dispose per misura

Secondo ‘l convenente

Suo corso e sua semente.

E ‘n questa quarta parte

Ha loco la mia arte:

Sì che cosa che sia

Non ha nulla balia

Di far nè più nè meno,

Se non a questo freno.

Ben dico veramente

Che Dio onnipotente

Quello ch’è capo e fine,

Per gran forze divine

Puote ‘n ogne figura

Alterar la natura;

E far suo movimento

Di tutt’ordinamento.

Sì come dei savere

Quando degnò venere

La maestà sovrana

A prender carne umana

Nella virgo Maria:

Che ‘ncontro l’arte mia

Fu ‘l suo ‘ngeneramento,

E lo suo nascimento;

Che davanti e dopoi,

Sì come savem noi,

Fue netta e casta tutta,

Vergene non corrutta.

Poi volse Dio morire

Per voi gente guarire,

[204]

E per vostro soccorso.

Allor tutto mio corso

Mutò per tutto ‘l mondo

Dal ciel fin lo profondo:

Che lo sole scurao

E la terra tremao.

Tutto questo avvenia

Che ‘l mio Signor patia.

E perciò col mio dire

I’ lo voglio chiarire;

Sì ch’io non dica motto,

Che tu non sacci ‘n tutto

La verace ragione,

E la condizione.

Farò mio ditto piano,

Che pur un solo grano

Non fia che tu non sacci.

Ma vo’ che tanto facci

Che lo mio dire apprendi;

Sì che tutto lo ‘ntendi.

E s’i’ parlassi scuro,

Ben ti faccio securo

Dicerloti ‘n aperto;

Sì che ne sii ben certo.

Ma perciò che la rima

Si stringe ad una lima

Di concordar parole,

Come la rima vole:

Sì che molte fiate

Le parole rimate

Ascondon la sentenzia

E mutan la ‘ntendenzia;

[205]

Quando vorrò trattare

Di cose che rimare

Tenesse oscuritade,

Con bella brevitade

Ti parlerò per prosa:

E disporrò la cosa,

Parlandoti ‘n volgare,

Che tu ‘ntenda ed appare.

VII.

Omai a ciò ritorno,

Che Dio fece lo giorno,

E la luce gioconda,

E cielo e terra ed onda;

E l’aere creao

E li angeli formao,

Ciascun partitamente;

E tutto di neente.

Poi la seconda dia

Per la sua gran balia

Stabilì ‘l fermamento

E ‘l suo ordinamento.

Il terzo (ciò mi pare)

Specificò lo mare,

E la terra divise;

E ‘n ella fece e mise

Ogne cosa barbata,

Ch’è ‘n terra radicata.

Al quarto die presente

Fece compitamente

Tutte le luminarie,

[206]

Stelle diverse e varie.

Nella quinta giornata

Sì fùe da lui creata

Ciascuna creatura,

Che nuota in acqua pura.

Lo stesso die fu tale,

Che fece ogne animale;

E fece Adam ed Eua,

Che poi rupper la tregua

Del suo comandamento.

Per quel trapassamento

Mantenente fu miso

Fora del paradiso;

Dov’era ogne diletto

Senza niuno eccetto

Di freddo o di calore,

D’ira nè di dolore.

E per quello peccato

Lo loco fue vietato

Mai sempre a tutta gente:

Così fu l’uom perdente.

D’esto peccato tale

Divenne l’uom mortale;

Ed ha lo male e danno,

E lo gravoso affanno

Qui e nell’altro mondo.

Di questo grave pondo

Son li uomini gravati,

E venuti ‘n peccati:

Perchè ‘l serpente antico

Ched è nostro nemico,

Sedusse a ria manera

[207]

Quella prima muliera.

Ma per lo mio sermone

Intendi la cagione,

Perchè fu ella fatta,

E della costa tratta.

Perch’ella l’uomo atasse;

Poichè moltiplicasse:

E ciascun si guardasse,

Con altra non fallasse.

Se mai ‘l cominciamento

E ‘l primo nascimento

Di tutte creature

Ch’ho detto senne cure:

Ma sacci che ‘n due guise

Lo fattor le divise;

Che tutte veramente

Son fatte di niente.

Ciò son l’anime, e ‘l mondo,

E li angeli secondo.

Ma tutte l’altre cose,

Quantunque dicer ose,

Son d’alcuna manera

Fatte per lor matera.

VIII.

E poich’ell’ebbe detto,

Davante al suo cospetto

Mi parve ch’i’ vedesse,

Che gente s’accogliesse

Di tutte le nature:

Sì come le figure

[208]

Son tutte divisate

E diversificate.

Per domandar ad essa

A ciascun sia permessa

Sua domanda compiere.

Ella che n’ha ‘l potere

Ad ogne una rendea

Ciò ched ella sapea,

Che suo stato rechiede.

Così ‘n tutto provede,

Ed io sol per mirare

Lo suo nobile affare,

Quasi tutto smarrio.

Ma tant’era ‘l disio,

Ch’i’ avea di sapere

Tutte le cose vere

Di ciò ch’ella dicea;

Ch’ogne ora mi parea

Maggior che tutto ‘l giorno:

Sì ch’io non volsi torno,

Anzi m’inginocchiava;

E mercè le chiamava,

Per Dio che le piacesse

Ched’ella mi compiesse

Tutta la grande storia,

Dond’ella fa memoria.

E va, diss’essa, via

Amico: ben vorria,

Che ciò che vuoli ‘ntendere

Tu lo potessi apprendere

E lo sottile ‘ngegno,

E tanto buon ritegno

[209]

Avessi, che certanza

D’ogne una sottiglianza

Ch’i’ volesse ritrare

Tu potessi apparare;

E ritenere a mente

A tutto ‘l tuo vivente.

E cominciò di prima

Al sommo ed alla cima

Delle cose create

Di ragione ‘nformate;

D’angelica sustanza

Che Dio a sua sembianza

Criò alla primiera.

Di sì ritta maniera

Li fece ‘n tutte guise,

Che non li furo affise

Tutte le buone cose

Valenti e preziose;

E tutte le virtute,

Ed eterna salute,

E diede lor bellezza

Di membra e di clarezza:

Sì ch’ogni cosa avanza

Beltade e beninanza.

E fece lor vantaggio

Tal com’i’ ti diraggio,

Che non posson morire

Nè unque mai finire.

E quando Lucifero

Si vide così crero,

Ed in sì grande stato

Gradito ed onorato;

[210]

Di ciò s’insuperbio:

E contr’al vero Dio,

Quelli che l’avea fatto,

Pensato di mal tratto;

Credendosi esser pare.

Così volle locare

Sua sedia in aquilone:

Ma la sua pensagione

Li venne sì falluta,

Che fue tutta abbattuta

Sua folle sconcordanza

In sì gran malenanza.

Che s’i’ voglio ver dire,

Chi lo volse seguire

O tenersi con esso,

Del regno fuor fu messo;

E piovvero ‘n inferno

In fuoco sempiterno.

Appresso primamente

In loco di serpente

Ingannò con lo ramo

Ed Eva e poi Adamo.

E chi che nieghi o dica

Tutta la gran fatica,

La doglia e ‘l marrimento,

Lo danno e ‘l pensamento,

E l’angoscia e le pene,

Che la gente sostene?

Lo giorno ‘l mese e l’anno

Venne di quello ‘nganno.

E ‘l laido ‘ngenerare,

E lo grave portare;

[211]

E lo parto doglioso,

E ‘l nudrir faticoso

Che voi ci sofferete,

Tutto perciò l’avete.

E ‘l lavorio di terra,

Invidia e astio e guerra;

Omicidio e peccato

Di ciò fu generato.

Che ‘nnanti questo, tutto

Facea la terra frutto

Senza nulla semente,

O briga d’uom vivente.

Ma sta sottilitate

Tocca a Divinitate:

Ed i’ non mi trametto

Di punto così stretto;

E non aggio talento

A sì gran fondamento

Trattar con uomo nato.

Ma quello che m’è dato

I’ lo faccio sovente:

Che se tu poni mente,

Ben vedi li animali

Ch’i’ non li faccio iguali

Nè d’una concordanza

In vista nè ‘n sembianza.

E d’erbe e fiori e frutti,

Così l’alberi tutti,

Vedi che son divisi

Le nature e li visi.

A ciò ch’i’ t’ho contato

Che l’uomo fu plasmato,

[212]

Poi ogne creatura;

Se ci ponesti cura,

Vedrai palesemente

Che Dio onnipotente

Volle tutto labore

Finir nello migliore:

Ch’a chi ben incomenza

Audivi per sentenza,

Che ha ben mezzo fatto.

Ma guardi poi lo tratto:

Che di reo compimento

Avem dibassamento

Di tutto ‘l convenente.

Ma chi oratamente

Fina suo cominciato,

Dalla gente è lodato:

Sì come dice un motto

La fine loda tutto.

E tutto ciò che face,

O pensa o parla o tace,

In tutte guise ‘ntende

Alla fine ch’attende.

Donqua è più graziosa

La fine d’ogne cosa,

Che tutto l’altro fatto.

Però ad ogne patto

Dee uomo antivedere

Ciò che porrà seguire

Di quello che comenza,

Che ha bell’apparenza.

Che l’uom, se Dio mi vaglia,

Creato fu san faglia

[213]

La più nobile cosa

E degna e preziosa

Di tutte creature:

Così quel ch’è ‘n alture,

Li diede signoria

D’ogne cosa che fia,

In terra figurata,

Ver è ch’è viziata

Dello primo peccato,

Donde ‘l mondo è turbato.

Vedi ch’ogni animale

Per forza naturale

La testa e ‘l viso bassa

Verso la terra bassa,

Per far significanza

Della grande bassanza

Di lor condizione,

Che son senza ragione;

E seguon lor volere

Senza misura avere.

Ma l’uomo ad altra guisa

Sua natura divisa

Per vantaggio d’onore;

Che ‘n alto a tutte l’ore

Mira per dimostrare

Lo suo nobile affare:

Ch’egli ha per conoscenza

E ragione e scienza.

Dell’anima dell’uomo

Io ti diraggio como

È tanto degna e cara,

E nobile e preclara,

[214]

Che puote a compimento

Aver conoscimento

Di ciò ch’è ordinato;

Sol se non fu servato

Vo divina potenza.

Però senza fallenza

Fu l’anima locata,

E messa consolata

Nello più degno loco,

Ancor che paia poco;

Ed è chiamato core.

Ma ‘l capo n’è signore,

Che molt’è degno membro:

E s’io ben vi rimembro,

Ess’è lume e corona

Di tutta la persona.

Ben è vero che ‘l nome

È divisato; come

La forza e la scienza,

Che l’anima ‘mpotenza,

Si divide e si parte;

Ed aura in plusor parte.

Che se tu poni cura,

Quando la creatura

Vedem vivificata;

È l’anima chiamata.

Ma la voglia e l’ardire,

Usa la gente dire:

Quest’è l’animo mio;

Questo voglio e desio.

E l’uom savio e saccente

Dicon ch’ha buona mente.

[215]

E chi sa giudicare,

E per certo ritrare

Lo falso e lo deritto;

Ragion è ‘n nome ditto.

E chi saputamente

Un grave punto sente

In fatto e ‘n ditto e ‘n cenno;

Quell’è chiamato senno.

E quando l’uomo spira,

La lena manda e tira;

È spirito chiamato.

Così t’aggio contato,

Che ‘n queste sei partute

Si parte la virtute;

Che l’anima fu data,

E così nominata.

Nel capo son tre celle:

Ed io dirò di quelle.

Davanti è lo ricetto

Di tutto lo ‘ntelletto;

E la forza d’apprendere

quello che puote ‘ntendere.

In mezzo è la ragione,

E la discrezione,

Che scerne bene e male;

E lo terno è l’iguale.

Di retro sta con gloria

La valente memoria,

Che ricorda e ritene

Quello che ‘n essa vene.

Così se tu ripensi

Son fatti cinque i sensi,

[216]

Li qua’ ti voglio dire:

Lo vedere, e l’udire;

L’odorare, e ‘l gustare;

E appresso lo toccare.

Questi hanno per offizio,

Che l’olfato e lo vizio,

Li fatti e le favelle

Riportano alle celle,

Ch’i’ v’aggio nominate:

E loco son posate.

IX.

Ancor son quattro umori

Di diversi colori,

Che per la lor cagione

Fanno la complessione

D’ogne cosa formare,

E sovente mutare:

Sì come l’uomo avanza

Le altre ‘n sua possanza.

Che l’un è signoria

Della malenconia;

La quale è fredda e secca:

Certo è di larga tecca.

Un altro n’è ‘n podere

Di sangue, al mio parere,

Ch’è caldo ed umoroso,

E fresco e gioioso.

E flemma ‘n alto monta,

Ch’umido e freddo pronta;

E par che sia pesante:

[217]

Quell’uomo è più pensante.

Poi la collera vene,

Che caldo e foco tene;

Che fa l’uomo leggiero,

E presto e talor fiero.

E queste quattro cose

Così contrariose,

E tanto disiguali

In tutti l’animali

Si convene accordare;

E di lor temperare,

E refrenar ciascuno:

Sì ch’i’ li rechi ad uno,

Sì ch’ogne corpo nato

Ne sia complessionato.

E sacci ch’altramente

Non sen faria niente.

X.

Altresì tutto ‘l mondo

Dal ciel fin al profondo

È di quattro elemente

Fatto ordinatamente:

D’aria, d’acqua, e di foco;

E dentro in suo loco,

Che per fermarlo bene

Sottilmente convene

Lo freddo per calore,

E ‘l secco per umore,

E tutti per ciascuno

Sì refrenare ad uno,

[218]

Che la lor discordanza

Ritorni ‘n aguaglianza,

Ch’è ciascuno contraro

All’altro ch’è disvaro:

Ogni uomo ha sua natura

E divisa figura;

E son tuttor dispare.

Ma i’ li faccio pare;

E tutta lor discordia

Ritorno alla concordia:

Che io per lor ritegno

Lo mondo, e lo sostegno;

Salva la volontade

Della Divinitade.

Ben dico veramente,

Che Dio onnipotente

Fece sette pianete,

Ciascuna ‘n sua parete;

E dodici segnali:

I’ ti dirò ben quali.

E fu lo suo volere

Di donar lor podere

In tutte creature,

Secondo lor nature.

Ma senza fallimento

Sotto mio reggimento

È tutta la lor arte:

Sì che nessun si parte

Dal corso ch’i’ ho dato,

A ciascun misurato.

E dicendo lo vero

Cotal è lor mistero,

[219]

Che metton forza e cura

In dar freddo e calura;

E piova e neve e vento,

Sereno e turbamento.

E s’altra provedenza

Fu messa ‘n lor potenza,

Non ne farò menzione:

Che piccola cagione

Ti poria far errare:

Che tu de’ pur pensare,

Che le cose future,

E l’aperte e le scure

La somma maestade

Ritenne ‘n potestade.

Ma se da Astorlomia

Vorrai saper la via

Della luna e del sole,

(Come saper si vuole)

E di tutte pianete;

Qua ‘nnanzi ‘l troverete

Andando ‘n quelle parti,

Ove son le sette arti.

Ben so che lungamente

Intorno al convenente

Abboti ragionato;

Sì ch’i’ t’abbo contato

Una lunga matera,

Certo ‘n breve manera.

E se m’hai bene inteso,

Nel mio dir ho compreso

Tutto ‘l cominciamento,

E ‘l primo movimento

[220]

D’ogne cosa mondana,

E della gente umana:

Ed hotti detto un poco,

Come s’avvene loco,

Della Divinitate:

Ed holle tralasciate,

Sì come quella cosa

Ch’è sì preziosa;

E sì alta e sì degna,

Che non par che s’avvegna

Chi mette ‘ntendimento

In sì gran fondamento.

Ma tu semplicemente

Credi veracemente

Ciò che la Chiesa santa

Ne predica e ne canta.

Appresso t’ho contato

Del ciel com’è stellato,

Ma quando fie stagione,

Udirai la ragione

Del ciel com’è ritondo,

E del sito del mondo;

Ma non sarà per rima,

Come questo di prima;

Ma per piano volgare

Ti fia detto l’affare,

E dimostrato aperto,

Come sarai più certo.

[221]

XI.

Ond’i’ ti prego omai

Per la fede che m’hai,

Che ti piaccia partire:

Ch’a me conviene gire

Per lo mondo d’intorno;

E di notte e di giorno

Avere studio e cura

In ogne creatura,

Ch’è sotto mio mistero.

E faccio a Dio preghiero,

Che ti conduca e guidi

In tutte parti fidi.

Appress’esta parola

Voltò ‘l viso e la gola;

E fattami sembianza

Che senza dimoranza

Volesse visitare

E li fiumi e lo mare.

E senza dir fallenza,

Ben ell’ha gran potenza:

Che s’io vo dir lo vero

Il suo alto mistero

È una maraviglia,

Ch’in un’ora compiglia

E cielo e terra e mare,

Compiendo suo affare.

Che così poco stando,

Al suo breve comando

I’ vidi apertamente,

Come fosse presente.

[222]

Li fiumi principali

Che son quattro; li quali

Secondo lo mio avviso

Muovon di Paradiso:

Ciò son Tigris, Fison,

Eufrates, e Geon.

L’un se ne passa a destra,

L’altro ver la sinestra;

Lo terzo corre ‘n quae,

Lo quarto va in lae:

Sì ch’Eufrates passa

Ver Babilone cassa

In Messopotamia;

E mena tuttavia

Le pietre preziose,

E gemme dignitose

Di troppo gran valore

Per forza e per colore.

Geon va ‘n Etiopia,

E per la grande copia

D’acqua che ‘n esso abbonda,

Bagna della sua onda

Tutta terra d’Egitto;

E fa meglio a deritto

Una volta per anno;

E ristora lo danno

Che l’Egitto sostene,

Che mai piova non vene.

Così serva suo filo,

Ed è chiamato Nilo:

D’un suo ramo si dice,

Ch’è chiamato Calice.

[223]

Tigris tien altra via,

Che corre ver Soria

Sì smisuratamente

Che non è uom vivente,

Che dica che vedesse

Cosa che sì corresse.

Fison va più lontano;

Ed è da noi sì strano,

Che quando ne ragiono

I’ non trovo nessuno

Che l’abbia navigato,

O ‘n quelle parti usato.

Ed in poca dimora

Provede per misura

Le parti di Levante:

Là dove sono tante

Gemme di gran vertute,

E di molta salute;

E sono ‘n quello giro

Balsamo ed ambra e tiro,

E lo pepe e lo legno

Aloè ch’è sì degno;

E spigo e cardamomo,

Gengiove e cinamomo;

Ed altre molte spezie

Ciascheduna ‘n sua spezie;

E meglio oro, e più fina

E sana medicina.

Appresso ‘n questo poco

Misero a retto loco

Le tigri e li grifoni,

Allifanti e leoni,

[224]

Cammelli e dragumene

E badalischi e gene,

E pantere e castoro;

Le formiche dell’oro,

E tant’altri animali,

Ch’i’ non so ben dir quali:

Che son sì divisati,

E sì dissimigliati

Di corpo e di fazione;

Di sì fera ragione,

E di sì strana taglia,

Che non credo san faglia

Ch’alcun uomo vivente

Potesse veramente

Per lingua o per scritture

Recitar le figure

Delle bestie e d’uccelli:

Tanti son, laidi e belli.

E vidi mantenente

La regina possente,

Che stendeva la mano

Verso ‘l mare Oceano:

Quel che cinge la terra,

E che la cerchia e serra;

Ed ha una natura

Ch’a veder ben è dura,

Ch’un’ora cresce molto

E fa grande tomolto,

Poi torna in dibassanza.

Così fa per usanza;

Or prende terra, or lassa

Or monta ed or dibassa;

[225]

E la gente per motto

Dice ch’ha nome fiotto.

Ed io ponendo mente

Là oltre nel Ponente

Appress’a questo mare,

E vidi ritte stare

Gran colonne; le quali

Ci mise per segnali

Ercules il potente

Per mostrare alla gente,

Che loco sia finata

La terra e terminata:

Ch’elli per forte guerra

Avea vinta la terra

Per tutto l’Occidente,

E non trovò più gente.

Ma dopo la sua morte

Si son genti raccorte,

E sono oltre passati;

Sì che sono abitati

Di là in bel paese,

E ricco per le spese,

Di questo mar ch’i’ dico.

Vidi per uso antico

Nella profonda Spagna

Partire una rigagna

Di questo nostro mare

Che cerca (ciò mi pare)

Quasi lo mondo tutto:

Sì che per suo condutto

Ben può chi sa dell’arte

Navigar tutte parte.

[226]

E’ gitta ‘n questa guisa

Da Spagna fino a Pisa;

La Grecia, e la Toscana,

In terra Ciciliana;

E nel Levante dritto,

Ed in terra d’Egitto.

Ver è che ‘n Oriente

Lo mar volta presente

Lo Sottentrione

Per una regione,

Dove lo mar non piglia

Terra che sia sei miglia.

Poi ritorna ‘n ampiezza,

E poi ‘n tale strettezza,

Ch’i’ non credo che passi

Che cinquecento passi.

Di questo mar si parte

Lo mar che noi disparte

Là nella regione

Di Vinegia e d’Ancone.

Così ogne altro mare

Che per la terra pare,

Di traverso o d’intorno

Si muove, e fa ritorno

In questo mar Pisano,

Ov’è ‘l mare Oceano.

Ed io che mi sforzava

Di ciò ched io mirava

Saper lo certo stato;

Tant’andai d’ogni lato

Per saper la natura

D’ognuna creatura;

[227]

Ch’i’ vidi apertamente

Davanti al mio vedente

Di ciascuno animale

E lo bene e lo male;

E la condizione,

E la generazione,

E lo lor nascimento,

Lo lor cominciamento;

E tutta lor usanza,

La vista e la sembianza.

Ond’i’ aggio talento

Nel mio parlamento

Tener ciò ch’i’ ne vidi,

Non dico ch’i’ m’affidi

Di contarle per rima

Dal piè fin alla cima;

Ma bel volgare e puro,

Tal che non fia oscuro,

Vi dicerà per prosa

Quasi tutta la cosa

Qua ‘nnanzi dalla fine,

Perchè paia più fine.

XII.

Da poi ch’alla Natura

Parve che fosse l’ora

Del mio dipartimento,

Con gaio parlamento

Mi cominciò a dire

Parole da partire.

Con grazia e con amore

[228]

Facendomi onore,

Disse: fi’ di Latino

Guarda che ‘l gran camino

Non trovi esta semmana.

Ma questa selva piana

Che tu vedi a senestra,

Cavalcherai a destra.

Non ti paia travaglia,

Che tu vedrai san faglia

Tutte le gran sentenze

E le dure credenze.

E poi dall’altra via

Vedrai Filosofia,

E tutte sue sorelle.

Poi udirai novelle

Delle quattro vertuti;

E se quindi ti muti,

Troverai la Ventura

A cui si pone cura,

Che non ha certa via.

Vedrai Baratteria,

Che ‘n sua corte si tene

Di dire e ‘l male e ‘l bene

E se non hai timore,

Vedrai lo Dio d’amore;

E vedrai molta gente

Che servono umilmente;

E vedrai le saette

Che fuor dell’arco mette.

Ma perchè tu non cassi

In quelli duri passi,

Ti porta questa ‘nsegna

[229]

Che nel mio nome regna.

E se tu fussi giunto

D’alcun gravoso punto;

Tosto la mostra fuore:

Nè fia sì duro core,

Che per la mia temenza

Non t’abbia reverenza.

Ed io gecchitamente

Ricevetti presente

La ‘nsegna che mi diede.

Poi le baciai lo piede,

E mercè le chiamai;

Ch’ella m’avesse omai

Per suo accomandato.

E quando fui girato

Già più non la rividi.

Or conven ch’i’ mi guidi

Ver là dove mi disse,

Anzi che si partisse.

XIII.

Or va mastro Brunetto

Per un sentiero stretto,

Cercando di vedere,

E toccare e sapere

Ciò che gli è destinato.

E non fu’ guari andato

Ch’i’ fui nella diserta:

Sì ch’io non trovai certa

Nè strada nè sentiero.

Deh che paese fiero

[230]

Trovai ‘n quella parte!

Che s’i’ sapesse d’arte,

Quivi mi bisognava:

Che quanto più mirava

Più mi parea selvaggio.

Quivi non ha viaggio,

Quivi non ha persone,

Quivi non ha magione;

Non bestia non uccello,

Non fiume non ruscello,

Non formica non moscha,

Non cosa ch’i’ conosca.

Ed io pensando forte

Dottai ben della morte.

E non è maraviglia:

Che ben trecento miglia

Durava d’ogni lato

Quel paese smagato.

Ma si m’assicurai

Quando mi ricordai

Del sicuro signale,

Che contra tutto male

Mi dà sicuramento.

Ed i’ presi andamento

Quasi per avventura

Per una valle scura;

Tanto ch’al terzo giorno

I’ mi trovai d’intorno

Un gran piano giocondo,

Lo più gaio del mondo

E lo più degnetoso.

Ma recordar non oso

[231]

Ciò ch’i’ trovai e vidi.

Se Dio mi porti e guidi,

I’ non sarei creduto

Di ciò ch’i’ ho veduto:

Ch’i’ vidi Imperadori,

E Re e gran signori,

E mastri di scienze

Che dettavan sentenze;

E vidi tante cose

Che già ‘n rime nè ‘n prose.

Non le poria ritrare.

Ma sopra tutti stare

Vidi un’imperadrice,

Di cui la gente dice

Che ha nome Vertute;

Ed è capo e salute

Di tutta costumanza,

E della buona usanza,

E di buoni reggimenti,

Che vivono le genti.

E vidi alli occhi miei

Esser nate da lei

Quattro regine figlie.

E strane maraviglie

Vidi di ciascheduna,

Ch’or mi parea tutt’una,

Or mi parean divise

E ‘n quattro parti mise:

Sì ch’ogne uno per sene

Tenea sue proprie mene;

Ed avea suo legnaggio,

Suo corso e suo viaggio;

[232]

E ‘n sua propria magione

Tenea corte e ragione:

Ma non già di paraggio

Che l’un è troppo maggio;

E poi di grado ‘n grado

Ciascuna va più rado.

XIV.

Ed i’ ch’avea volere

Di più certo savere

La natura del fatto,

Mi mossi senza patto

Di domandar fidanza;

E trassemi all’avanza

Della corte maggiore,

Che v’è scritto ‘l tenore

D’una cotal sentenza:

Qui dimora Prudenza;

Cui la gente ‘n volgare

Suole senno chiamare.

E vidi nella corte

Là dentro dalle porte

Quattro donne reali,

Con corti principali

Tenean ragione ed uso.

Poi mi tornai là giuso

Ad un altro palaggio;

E vidi ‘n bello staggio

Scritto per sottiglianza:

Qui sta la Temperanza;

Cui la gente tal’ora

[233]

Suole chiamar misura

E vidi là d’intorno

Dimorare a soggiorno

Cinque gran principesse;

E vidi ch’elle stesse

Tenean gran parlamento

Di ricco ‘nsegnamento.

Poi nell’altra magione

Vidi ‘n un gran petrone

Scritto per sottigliezza:

Qui dimora Fortezza;

Cui tal’or per usaggio

Valenza di coraggio

La chiama alcuna gente.

Poi vidi immantenente

Quattro ricche contesse,

E genti rade e spesse

Che stavano ad udire

Ciò ch’elle voglion dire.

E partendomi un poco,

I’ vidi ‘n altro loco

La donna ‘ncoronata,

Per una camminata

Che menava gran festa,

E tal’or gran tempesta.

E vidi che lo scritto

Ch’era di sopra scritto

In lettera dorata

Diceva: Io son chiamata

Iustizia in ogne parte.

Vidi dall’altra parte

Quattro maestri grandi;

[234]

Ed alli lor comandi

Stavano obbidienti

Quasi tutte le genti.

Così s’i’ non mi sconto,

Eran venti per conto

Queste donne reali,

Che delle principali

Son nate per legnaggio,

Sì come detto v’aggio.

XV.

E s’io contar volesse

Ciò ch’i’ ben vidi d’esse

Insieme ed in divise;

Non credo ‘n mille guise

Che ‘n scrittura capesse,

Nè che lingua potesse

Divisar lor grandore

Nel bene e nel malore.

Però più non vi dico:

Ma sì pensai con meco

Che quattro van con loro,

Cui credo ed adoro

Assai più coralmente:

Perchè lor convenente

Mi par più grazioso,

E della gente in uso:

Cortesia, e Larghezza,

Lealtà, e Prodezza.

Di tutte quattro queste

Il puro sanza veste

[235]

Dirò ‘n questo libretto.

Dell’altre non prometto

Di dir, nè di rimare:

Ma chi le vuol trovare

Cerchi nel gran Tesoro,

Ch’è fatto per coloro

Ch’hanno lo cor più alto.

Là farò grande salto

Per dirle più distese

Nella lingua Franzese.

Ond’i’ ritorno omai

Per dir com’i’ trovai

Le altre a gran letizia

In casa di Giustizia:

Che son sue discendenti,

E nate di sue genti.

Ed i’ n’andai da canto

E dimoravi tanto,

Ched io vidi Larghezza

Mostrar con gran pianezza

Ad un bel cavaliero

Come nel suo mestiero

Si dovesse portare.

E dicea, ciò mi pare:

Se tu vuoli esser mio

Di tanto t’addisio,

Che nullo tempo mai

Di me mal non avrai:

Anzi farai tutt’ore

In grandezza e ‘n riccore;

Che mai uom per Larghezza

Non venne ‘n poverezza.

[236]

Ver è ch’assai persone

Dicon ch’a mia cagione

Hanno l’aver perduto;

E ch’è lor divenuto,

Perchè son larghi stati.

Ma molto sono errati:

Che com’è largo quelli

Che par che s’accapelli

Per una poca cosa,

Ov’onor ha gran posa?

Ed un altro a bruttezza

Farà sì gran larghezza,

Che sia smisuranza.

Ma tu sappi ‘n certanza,

Che null’ora che sia

Venir non ti poria

La tua ricchezza meno,

Se t’attieni al mio freno

Nel modo ch’i’ diraggio.

Che quelli è largo e saggio,

Che spende lo danaro

Per salvar l’agostaro.

Però in ogne lato

Rimembri di tuo stato;

E spendi allegramente.

E non vo che sgomente,

Se più che sia ragione

Dispendi alla stagione:

Anzi è di mio volere,

Che tu di non vedere

T’infingi alle fiate.

De’ denari o derrate

[237]

Che vanno per onore,

Pensa che sia ‘l migliore.

E se cosa addivenga

Che spender ti convenga;

Guarda che sia ‘ntento,

Sì che non paie lento;

Che dare tostamente

È donar doppiamente;

E dar come sforzato

Perde lo dono e ‘l grato:

Che molto più risplende

Lo poco chi lo spende

Tosto e con larga mano,

Che quel che di lontano

Dispendi con larghezza.

. . . . . . . . . .

XVI.

Ma tuttavia ti guarda

D’una cosa, che ‘mbarda

La gente più che ‘l grado;

Cioè giuoco di dado.

Che non è di mia parte

Chi si gitta ‘n tal’arte:

Ch’egli è disviamento,

E grande struggimento.

Ma tanto dico bene,

Se talor si convene

Giuocar per far onore

Ad amico o signore;

Che tu giuochi al più grosso;

[238]

E non dire: I’ non posso.

Non abbi ‘n ciò vilezza,

Ma lieta gagliardezza:

E se tu perdi posta,

Paia che non ti costa;

Non dicer villania,

Nè mal motto che sia.

Ancor chi s’abbandona

Per astio di persona;

O per sua vana gloria

Esce dalla memoria

A spender malamente,

Non m’aggrada neente.

E molto m’è rubello

Chi dispende ‘n bordello;

E va perdendo ‘l giorno

In femine d’intorno.

Ma chi di suo buon cuore

Amasse per amore

Una donna valente,

Se tal’or largamente

Dispendesse o donasse

Non sì che folleasse;

Ben lo si puote fare:

Ma nol voglio approvare.

E tengo a grande scherna

Chi dispende ‘n taverna;

O chi in ghiottornia

Si gitta, o ‘n beveria:

Ed è peggio ch’uom morto,

E ‘l suo distrugge a torto.

Ed ho visto persone

[239]

Ch’a comperar cappone,

Perdice e grosso pesce,

Lo spender non incresce:

Come vuole, sian cari,

Pur trovinsi danari;

Si paga immantenente:

E credon che la gente

Gli le ponga a larghezza.

Ma ben è gran vilezza

Ingollar tanta cosa.

Chi già fare non osa

Conviti, nè presenti;

Ma con li propri denti

Mangia e divora tutto,

Seco ha costume brutto.

Ma s’io m’avvedesse,

Ch’egli altro ben facesse;

Unque di ben mangiare

Nol dovria biasimare.

Ma chi ‘l nasconde e fugge,

E consuma e distrugge;

Solo chi ben si pasce,

Certo ‘n mal punto nasce.

Acci gente di corte,

Che sono usate a corte

A sollazzar la gente:

Domandonti sovente

Danari e vestimenti.

Certo se tu ti senti

Lo poder di donare,

Ben dei corteseggiare:

Guardando d’ogne lato

[240]

Di ciascun luogo e stato.

Mangia, non ebriare:

Se tu poi megliorare

Lo dono in alto loco,

Non ti vinca per giuoco

Lusinga di buffone.

Guarda loco e stagione

Secondo che s’avvene:

Che ‘l presentar ritene

Amore ed onoranza,

Compagnia ed usanza.

E sai ch’i’ molto lodo,

Che tu ad ogni modo

Abbi di belli arnesi

E privati e palesi:

Sì che ‘n casa e di fuore

Si paia ‘l tuo onore.

E se tu fai convito,

O corredo bandito;

Fa ‘l provedutamente

Che non falli neente.

Di tutto ‘nnanzi pensa:

E quando siedi a mensa,

Non fare un laido piglio;

Non chiamare a consiglio

Seniscalco e sargente:

Che da tutta la gente

Sarai scarso tenuto,

O non ben proveduto.

Omai t’ho detto assai:

Però ti partirai,

E dritto per la via

[241]

Ne va a Cortesia.

Pregala da mia parte,

Che ti mostri su’ arte:

Ch’i’ già non veggio lume

Senza suo buon costume.

XVII.

Lo cavalier valente

Si mosse snellamente;

E gìo senza dimora

Loco dove dimora

Cortesia graziosa,

In cui ogne ora posa

Pregio di valimento:

E con bei gecchimento

La pregò che ‘nsegnare

Li dovesse e mostrare

Tutta la maestria

Di fina cortesia.

Ed ella immantenente

Con bel viso piacente

Disse ‘n questa manera

Lo fatto e la matera.

Sie certo che Larghezza

È ‘l capo e la larghezza

Di tutto mio mistero:

Sì ch’i’ non vaglio guero;

E s’ella non m’aita

Poco sarà gradita.

Ell’è mio fondamento,

E io suo adornamento,

[242]

E colore e vernice.

E chi lo ben ver dice,

Se noi due nomi avemo,

Quasi una cosa semo.

Ma a te bell’amico,

Primamente ti dico,

Che nel tuo parlamento

Abbie provedimento.

Non sie troppo parlante;

E pensati davante

Quello che dir vorrai:

Che non ritorna mai

La parola ch’è detta;

Sì come la saetta

Che va e non ritorna,

Chi ha la lingua adorna,

Poco senno li basta,

Se per follia nol guasta.

Il detto sia soave;

E guarda e’ non sie grave

In dir ne’ reggimenti:

Che non puoi alle genti

Far più gravosa noia.

Consiglio, che si muoia

Chi pare per gravezza

Che mai non se ne svezza.

E chi non ha misura,

Se fa ‘l ben, sì lo fura.

Non sie inizzatore;

Nè sie ridicitore

Di quel ch’altra persona

Davanti a te ragiona.

[243]

E non usar rampogna;

Non dire altrui vergogna,

Nè villania d’alcuno:

Che già non è nessuno,

Che non possa di botto

Dicere un laido motto.

Nè non sie sì sicuro,

Che pur un motto duro

Ch’altra persona tocca,

T’esca fuor della bocca:

Che troppa sicuranza

Fa contro buona usanza.

E chi sta lungo via,

Guardi non dir follia.

Ma sai che ti comando,

Ed impongo a gran bando?

Che l’amico da bene

Innore quanto dene

A piede ed a cavallo.

Nè già per poco fallo

Non prender grosso core.

Per te non fa l’amore:

Ed abbi sempre a mente

D’usar con buona gente;

E dalla ria ti parti:

Che sì come dall’arti

Qualche vizio n’apprendi,

Sì ch’anzi che t’amendi,

N’avrai danno e disnore.

Però a tutte l’ore

Ti tieni a buon’usanza:

Perciocch’ella t’avanza

[244]

In pregio ed in onore,

E fatti esser migliore;

Ed a bella figura

(Ch’ell’è buona ventura)

Ti rischiara e pulisce

Se ‘l buono uso seguisce.

Ma guarda tutta via,

Se quella compagnia

Ti paresse gravoso;

Di gir non sie più oso:

Ma d’altri si procaccia,

A cui ‘l tuo fatto piaccia.

Amico, guarda bene:

Con più ricco di tene

Non ti caglia d’usare;

Che starai per giullare,

O spenderai quant’essi:

Che se tu nol facessi,

Sarebbe villania.

E pensa tutta via

Ch’a larga ‘ncomincianza

Si vuol perseveranza.

Dunque dei provedere,

Se ‘l porta ‘l tuo podere,

Che ‘l facci apertamente.

Se no, si poni mente

Di non far tanta spesa,

Che poscia sia ripresa:

Ma prendi usanza tale

Che sia con teco uguale.

E s’avanzasse un poco,

Non ti partir da loco;

[245]

Ma spendi di paraggio:

Non prender avvantaggio.

E pensa ogni fiata,

Se nella tua brigata

Ha uomo al tuo parere

Non potente d’avere;

Per Dio non lo sforzare

Più che non possa fare.

Che se per tuo conforto

Il suo distrugge a torto,

E torna a basso stato;

Tu ne sarai biasmato.

E ben ci son persone

D’altra condizione,

Che si chiaman gentili:

Tutt’altri tengon vili

Per cotal gentilezza;

Ed a questa baldezza

Tal chiama mercenaio,

Che più tost’uno staio

Spenderia di fiorini,

Ch’esso de’ picciolini:

Benchè li lor podere

Fossero d’un valere.

E chi gentil si tene

Senza far altro bene,

Se non di quella boce;

Credesi far la croce:

Ma el ti fa la fica.

Chi non dura fatica,

Sì che possa valere;

Non si creda capere

[246]

Tra li uomini valenti

Perchè sian di gran genti.

Ch’io gentil tegno quegli

Che par ch’il mondo pigli

Di grande valimento,

E di bel nudrimento:

Sì ch’oltre suo legnaggio

Fa cose d’avvantaggio,

E vive onratamente

Sì che piace alla gente.

Ben dico se a ben fare

Sia l’uno e l’altro pare;

Quello ch’è meglio nato

È tenuto più a grato:

Non per mia maestranza,

Ma pare che sia usanza,

La qual vinca ed abbatti

Gran parte de’ miei fatti,

Sì ch’altro non dir posso

Ch’esto mondo è sì grosso,

Che ben per poco ditto

Si giudica ‘l diritto:

Che lo grande e ‘l minore

Che vivano a romore.

Per ciò ne sie avveduto

Di star tra lor sì muto,

Che non ne faccian risa.

Passati alla lor guisa:

Che ‘nnanzi ti comporto

Che tu segui lor torto,

Che se pur ben facessi,

E tu lor non piacessi,

[247]

Nulla cosa ti vale

Il dire bene e male.

Però non dir novella,

Che non sia buona e bella

A ciascun che la ‘ntende:

Che tal te ne riprende,

Ed aggiunge bugia

Quando se’ ito via;

Che ti de’ ben volere.

Però dei tu sapere

In cotal compagnia

Giocar di maestria:

Cioè che sappi dire

Quel che deggia piacere.

E lo ben se ‘l saprai,

Con altri li dirai,

Dove sia conosciuto,

E ben caro tenuto.

E molti sconoscenti

Troverai tra le genti,

Che metton maggior cura

D’udire una laidura,

Ch’una cosa che vaglia:

Trapassa, e non ti caglia.

E chi bene ha pensato,

Ch’uomo molto pregiato

Alcuna volta faccia

Cosa che non s’aggiaccia;

In piazza ned in templo,

Non ne pigliare esemplo:

Perciocchè non ha scusa

Chi alli altri mal s’ausa.

[248]

E guarda non errassi,

Se tu stessi od andassi

Con donna o con signore,

O con altro maggiore;

E benchè sia tuo pare,

Che gli sappia innorare

Ciascun per lo suo stato.

Siene tu sì appensato

E del più e del meno,

Che tu non perdi freno.

Ma già a tuo minore

Non rendere più onore,

Che a lui sì ne convegna,

Sì ch’a vil te ne tegna.

Però s’elli è più basso

Va sempre ‘nnanzi un passo.

E se vai a cavallo,

Guarda di non far fallo.

E se vai per cittade,

Consiglioti che vade

Molto cortesemente.

Cavalca bellamente

Un poco a capo chino:

Ch’andar così indifreno

Par gran salvatichezza.

E non guardar l’altezza

D’ogni cosa che trove.

Guarda che non ti muove,

Com’uom che sia di villa.

Non guizzar com’anguilla:

Ma va sicuramente

Per via e tra la gente.

[249]

Chi ti chiede ‘n prestanza,

Non far addimoranza:

Se tu vuoli prestare,

Nol far tanto penare

Che ‘l grado sia perduto,

Anzi che sia renduto.

E quando sei ‘n brigata,

Seguisci ogni fiata

Lor via e lor piacere:

Che tu non dei volere

Pure alla tua guisa,

Nè far da lor divisa.

E guardati ad ogni ora,

Che laida guardatura

Non facci a donna, nata

In casa od in istrata.

Però chi fa ‘l sembiante

E dice che è amante,

È un briccon venuto.

Ed io ho già veduto

Solo d’una canzone

Peggiorar condizione:

Che già a questo paese

Non piace loro arnese.

E guarda ‘n tutte parti,

Ch’amor già per su’ arti

Non t’infiammi lo core:

Con ben grave dolore,

Consumerai tua vita;

Nè già di mia partita

Non ti poria tenere,

Se fossi in suo podere.

[250]

Or ti torna a magione,

Ch’omai è la stagione;

E sie largo e cortese,

Sì che ‘n ogne paese

Tutto tuo convenente

Sia tenuto piacente.

Per così bel commiato

Andò dall’altro lato

Lo cavalier gaioso:

E molto confortoso

Per sembianti parea

Di ciò ch’udito avea.

E ‘n questa beninanza

Se n’andò a Leanza:

E lei si fece acconto;

Poi le disse suo conto,

Sì come parve a lui.

E certo io che lì fui,

Lodo ben sua manera,

Lo costume e la cera:

E vidi Lealtade,

Che pur di veritade

Tenea suo parlamento.

Con bell’accoglimento

Sì disse: Ora m’intendi,

E ciò ch’i’ dico apprendi.

XVIII.

Amico primamente

Consiglio che non mente.

In qualche parte sia,

[251]

Tu non osar bugia:

Ch’uom dice che menzogna

Ritorna ‘n gran vergogna,

Perciocchè ha breve corso.

E quando vi se’ scorso,

Se tu alle fiate

Dicessi veritate;

Non ti saria creduta.

Ma se tu hai saputa

La verità d’un fatto,

E poi per dilla ratto,

Grave briga nascesse;

Certo se la tacesse,

Se ne fossi ripreso,

Saria da me difeso.

E se tu hai parente,

O altro ben vogliente,

Cui la gente riprenda

D’una laida vicenda;

Tu dei essere accorto

A diritto ed a torto

In dicer ben di lui:

E per fare a colui

Discerner ciò che dice.

E poi quando ti lice,

L’amico tuo gastiga

Del fatto onde s’imbriga.

Cosa che tu prometti,

Non voglio che l’ommetti:

Comando che s’attenga,

Pur che mal non t’avvenga.

Ben dicon buoni e rei:

[252]

Se tu fai ciò che dei,

N’avvenga ciò che puote.

Sai poi chi ti riscuote,

S’un grande mal n’avvene?

Foll’è chi teco tene.

Ch’i’ tegno ben leale

Chi per un picciol male

Sa schifare un maggiore;

Se ‘l fa per lo migliore,

Sì che lo peggio resta.

E chi ti manifesta

Alcuna sua credenza,

Abbine ritenenza;

E la lingua sì lenta,

Ch’un altro non la senta

Senza la sua parola:

Ch’i’ già per vista sola

Vidi manifestato

Un fatto ben celato.

E chi ti dà prestanza

Sua roba ad iserbanza;

Rendila sì a punto,

Che non sia ‘n fallo giunto:

E chi di te si fida

Sempre lo guarda e guida.

Nè già di tradimento

Non ti venga talento.

E vo’ ch’al tuo Comune,

Rimossa ogni cagione,

Sie diritto e leale:

E già per nullo male

Che ne possa avvenire,

[253]

Non lo lasciar perire.

E quando sei ‘n conseglio

Sempre ti poni al meglio:

Nè prego nè temenza

. . . . . . . . .

XIX.

Se fai testimonianza,

Sia piena di leanza.

E se giudichi altrui,

Guarda sì ambedui,

Che già dall’una parte

Non falli ‘n nulla parte.

Ancor ti prego e dico,

Quand’hai lo bono amico,

O sì leal parente;

Amalo coralmente.

Non sia sì grave fallo,

Che tu li faccie fallo.

E voglio ch’a me crede

Santa Chiesa e la Fede;

E solo intra la gente

Innora lealmente

Gesù Cristo e li Santi:

Sì ch’i vecchi e li fanti

Abbian di te speranza,

E prendin buona usanza.

E va che ben ti pigli,

E che Dio ti consigli:

Che per esser leale

Si cuopre molto male.

[254]

Allor lo cavaliero,

Che ‘n sì alto mistero

Avea la mente mesa,

Si partì a distesa,

E andossene a Prodezza.

Quivi con gran pianezza,

E con bel piacimento

Le disse suo talento.

Allor vid’io Prodezza

Con viso di baldezza

Sicuro e senza risa

Parlare a questa guisa.

XX.

Dicoti apertamente,

Che tu non sie corrente

In far nè dir follia:

Che per la fede mia

Non ha per sè mia arte

Chi segue folle parte.

E chi briga mattezza

Non sia di tal’altezza,

Che non rovini a fondo:

Non ha grazia nel mondo.

E guardati ad ogne ora,

Che tu non facci ingiura,

Nè forza ad uom vivente.

Quanto se’ poi potente,

Cotanto più ti guarda:

Che la gente non tarda

Di portar mala boce

[255]

Ad uom che sempre nuoce.

Di tanto ti conforto:

Che se t’è fatto torto,

Arditamente e bene

La tua ragion mantene.

Ben ti consiglio questo:

Che se con lo leggisto

Atar te ne potessi,

Vorria che lo facessi:

Ch’egli è maggior prodezza

Rifrenar la mattezza

Con dolci motti e piani,

Che venir alle mani.

E non mi piace grido:

Pur con senno mi guido.

Ma se ‘l senno non vale,

Metti mal contro a male;

Nè già per suo romore

Non bassar tuo onore.

Ma s’è di te più forte,

Fai senno se ‘l comporte;

E dà lato alla mischia:

Che foll’è chi s’arrischia,

Quando non è potente.

Però cortesemente

Ti parti da romore.

Ma se per suo furore

Non ti lascia partire,

Volendoti fedire;

Consiglioti e comando

Che non ne vad’a bando.

Abbi le mani accorte,

[256]

Non temer della morte:

Che tu sai per lo fermo,

Che già di nullo schermo

Si puote l’uom coprire,

Che non deggia morire

Quando lo punto vene.

Però fa grande bene

Chi s’arrischia a morire,

Anzi che sofferire

Vergogna nè grav’onta.

Che ‘l maestro ne conta,

Che l’uom teme sovente

Tal cosa, che neente

Li farà nocimento.

Nè non mostrar pavento

Ad uom ch’è molto folle:

Che se ti trova molle,

Piglieranne baldanza.

Ma tu abbie membranza

Di farli un mal riguardo:

Sì sarà più codardo.

Se tu hai fatta offesa

Altrui, che sia ripresa

In grave nimistanza;

Si abbie per usanza

Di guardarti da esso:

Ed abbi sempre appresso

Ed arme e compagnia

A casa e per la via.

E se tu vai attorno,

Sì va per alto giorno

Mirando d’ogne parte:

[257]

Che non ci ha miglior’arte

Per far guardia sicura,

Che buona guardatura.

L’occhio ti guidi e porti,

E lo cor ti conforti.

Ed ancora ti dico,

Se questo tuo nimico

Fosse di basso affare,

Non ci ti assicurare.

Perchè sie più gentile,

Non lo tenere a vile:

Ch’ogni uom ha qualche aiuto;

E tu hai già veduto

Ben fare una vengianza,

Che quasi rimembranza

Non n’era fra la gente.

Però cortesemente

Del nemico ti porta:

Ed abbie usanza accorta,

Se ‘l trovi ‘n alcun lato,

Paie l’abbie trovato.

Se ‘l trovi ‘n alcun loco,

Per ira nè per giuoco

Non li mostrare asprezza,

Nè villana fermezza.

Dalli tutta la via:

Però che maestria

Affina più l’ardire,

Che non sa pur ferire.

Chi fiede ben ardito

Può ben esser ferito:

E se tu hai coltello,

[258]

Altri l’ha buono e bello.

Ma maestria conchiude

La forza e la vertude;

E fa ‘ndugiar vendetta,

E fa allungar la fretta;

E mettere ‘n obria,

Ed affuta follia.

E tu sie ben atteso:

Che se tu fossi offeso

Di parole o di detto,

Non aizzar lo tuo petto;

Nè non sie più corrente,

Che porti ‘l convenente.

Al postutto non voglio,

Ch’alcun per suo orgoglio

Dica nè faccia tanto,

Che ‘l giuoco torni ‘n pianto;

Nè che già per parola

Si tagli mano o gola,

Ed i’ ho già veduto

Uomo che par seduto;

Non facendo mostranza,

Far ben dura vengianza.

S’ha offeso te di fatto,

Dicoti ad ogne patto

Che tu non sie musorno:

Ma di notte e di giorno

Pensa della vendetta:

E non aver tal fretta,

Che tu ne peggiori onta.

Che ‘l maestro ne conta,

Che fretta porta ‘nganno;

[259]

E indugia par di danno.

La cosa lenta o ratta,

Sia la vendetta fatta.

E se ‘l tuo buono amico

Ha guerra di nemico;

Tu ne fa quanto puoi.

E guardati da poi

Non metter tal burbanza,

Ched elli a tua baldanza

Cominciasse tal cosa,

Che mai non abbia posa.

E ancora non ti caglia

D’oste nè di battaglia;

Nè non fie trovatore

Di guerra e di romore.

Ma se par avvenesse

Che ‘l tuo Comun facesse

Oste ne cavalcata;

Voglio che ‘n quell’andata

Ti porti con barnaggio:

E dimostrati maggio

Che non porta tuo stato.

E dei ‘n ogne lato

Mostrar viva franchezza,

E far buona prodezza.

Non sie lento nè tardo:

Che già uomo codardo

Non conquistò onore,

Nè divenne maggiore.

E tu per nulla sorte

Non dubitar di morte:

Ch’assai è più piacente

[260]

Morir onratamente,

Ch’esser vituperato,

Vivendo, in ogne lato.

Or torna ‘n tuo paese,

E sie prode e cortese:

Non sie lanier nè molle,

Nè corrente nè folle.

Così noi due stranieri

Ci ritornammo a Tieri.

Colui n’andò ‘n sua terra

Ben appreso di guerra;

Ed i’ presi carriera

Per andar là dov’era

Tutto mio ‘ntendimento,

E ‘l final pensamento;

Per esser veditore

Di Ventura e d’Amore.

XXI.

Or se ne va ‘l maestro

Per lo camino a destro;

Pensando drittamente

Intorno al convenente

Delle cose vedute:

E son maggiore essute,

Che non so divitare.

E ben si de’ pensare,

Chi ha la mente sana

Od ha sale ‘n dogana,

Che ‘l fatto è ismutato:

E troppo gran peccato

[261]

Sarebbe a raccontare.

Or voglio ‘ntralasciare

Tanto senno e savere,

Quanto fui a vedere;

Per contar mio viaggio:

Come ‘n calen di maggio

Passati e valli e monti,

E boschi e selve e ponti,

I’ giunsi ‘n un bel prato

Fiorito d’ogne lato,

Lo più ricco del mondo.

Ma or mi parea tondo,

Or avìa quadratura;

Or avìa l’aria scura,

Or è chiara e lucente;

Or veggio molta gente,

Or non veggio persone;

Or veggio padiglione,

Or veggio casa e torre:

L’un giace e l’altro corre,

L’un fugge e l’altro caccia;

Chi sta e chi procaccia;

L’un gode e l’altro ‘mpazza;

Chi piange e chi sollazza.

Così da ogne canto

Vedea sollazzo e pianto.

Però s’i’ dubitai,

E mi maravigliai;

Ben lo de’ uom savere

Que’ che stanno a vedere.

Ma trovai quel suggello,

Che da ogne rubello

[262]

Mi fida e m’assicura,

Così sanza paura

Mi trassi più avanti;

E trovai quattro fanti

Ch’andavan trabattendo.

Ed i’ ch’ogne ora attendo

A saper veritate

Delle cose passate,

Pregai per cortesia

Che sostasser la via,

Per dirne ‘l convenente

Del luogo e della gente.

E l’un ch’era più saggio

E d’ogne cosa maggio,

Mi disse ‘n breve detto;

Sappie mastro Brunetto

Che qui sta monsignore,

Cioè Iddio d’Amore.

E se tu non mi credi,

Pass’oltre e sì ‘l ti vedi:

E più non mi toccare,

Ch’i’ non posso parlare.

Così fur dispartiti

Ed in un poco giti;

Ch’i’ non so dove e come,

Nè la ‘nsegna nè ‘l nome.

Ma i’ m’assicurai,

E tanto ‘nnanzi andai,

Che io vidi al postutto

E parte e mezzo e tutto:

E vidi molte genti

Chi liete e chi dolenti.

[263]

E davanti al signore

Parea che gran romore

Facesse un’altra schiera,

Ed una gran carriera.

I’ vidi ritto stante

Ignudo un fresco fante,

Ch’avea l’arco e li strali,

Ed avea penne ed ali.

Ma neente vedea;

E sovente traea

Gran colpi di saette;

E là dove le mette,

Conven che fora paia

Chi che pericol n’aia.

E questi al buon ver dire

Avea nome Piacere.

E quando presso fui,

I’ vidi presso a lui

Quattro donne valenti

Tener sopra le genti

Tutta la signoria.

E della lor balia

I’ vidi quanto e come;

E sovvi dir lo nome:

È Amore, e Speranza,

Paura, e Disianza.

E ciascuna ‘n disparte

Adopera sua arte,

E la forza e ‘l savere,

Quant’ella può valere.

Che Disianza punge

La mente; e la compunge,

[264]

E forza malamente

D’aver presentemente

La cosa disiata:

Ed è sì disviata,

Che non cura d’onore,

Nè morte nè romore,

Nè pericol d’avvegna,

Nè cosa che sostegna.

Se non che la paura

La tira ciascun’ora

Sì che non osa gire,

Nè solo un motto dire,

Nè fare pur sembiante:

Però che ‘l fine amante

Ritene a dismiura.

Ben ha la vita dura

Chi così si bilanza

Tra tema e disianza.

Ma fine amor sollena

Nel gran disio che mena;

E fa dolce parere,

E lieve a sostenere

Lo travaglio e l’affanno,

E la doglia e lo danno.

D’altra parte speranza

Adduce gran fidanza

Incontro alla paura;

E tuttor l’assicura

D’aver lo compimento

Del suo ‘nnamoramento;

E questi quattro stati,

Che son di piacer nati

[265]

Con esso sì congiunti,

Che già ore nè punti

Non potresti trovare

Tra ‘l loro ‘ngenerare.

Che quand’uomo ‘nnamora,

I’ dico che quell’ora

Desia ed ha timore,

E speranza ed amore

Di persona piaciuta;

Che la saetta acuta

Che muove di piacere,

Lo sforza, e fa volere

Diletto corporale:

Tant’è l’amor corale.

XXII.

Poi mi trassi da canto:

Ed in un ricco manto

Vidi Ovidio maggiore,

Che li atti dell’amore,

Che son così diversi,

Rassembra e mette ‘n versi.

Ed i’ mi trassi appresso,

E dimandai lui stesso,

Ched elli apertamente

Mi dica ‘mmantenente

E lo bene e lo male

Dello fante e dell’ale,

Delli strali e dell’arco;

E donde tale ‘ncarco

Li vene che non vede.

[266]

Ed elli ‘n buona fede

Mi rispose in volgare:

Della forza d’amare

Non sa chi non lo prova.

Perciò s’a te ne giova,

Cercati fra lo petto

Del bene e del diletto,

Del male e dell’errore,

Che nasce per amore.

Assai mi volsi ‘ntorno

E la notte e lo giorno;

Credendomi fuggire

Dal fante che ferire

Lo cor non mi potesse.

E s’io questo tacesse,

Fare’ maggior savere

Ch’io fui messo ‘n potere

Ed in forza d’amore.

Però caro signore,

S’i’ fallo nel dettare;

Voi dovete pensare,

Che l’uomo innamorato

Sovente muta stato:

E così stando un poco

I’ mi mutai di loco,

Credendomi campare.

Ma non potetti andare,

Ch’io v’era sì ‘nvescato,

Che già da nullo lato

Potea mover lo passo.

Così fui giunto lasso;

E messo ‘n mala parte.

[267]

Ma Ovidio per arte

Mi diede maestria;

Sì ch’io trovai la via,

Ond’i’ mi trafugai.

Così l’alpe passai,

E venni alla pianura.

Ma troppo gran paura,

Ed affanno e dolore

Di persona e di core

M’avvenne ‘n quel viaggio.

Ond’io pensato m’aggio,

Anzi ch’i’ passi avanti

A Dio ed alli Santi

Tornar divotamente;

E molto umilemente

Confessar i peccati

A’ preti ed alli frati.

E questo mio libretto

Con ogni altro mio detto,

Ched io trovato avesse;

S’alcun vizio tenesse,

Commetto ogne stagione

A loro correzione

Per far l’opera piana

Con la fede cristiana.

E voi caro signore,

Prego di tutto core

Che non vi sia gravoso,

S’i’ alquanto mi riposo;

Finchè di penitenza

Per fina conoscenza

Mi possa consigliare:

[268]

Ch’ho uomo che mi pare

Ver me intero amico;

A cui sovente dico

E mostro mie credenze,

E tengo sue sentenze.

XXIII.[4]

Al fino amico caro,

A cui molto contraro

D’allegrezza e d’affanno

Pare venuto ogne anno;

Io Brunetto Latino

Che nessun giorno fino

D’avere gioia e pena,

Come ventura mena

La rota a falsa parte;

Ti mando ‘n queste carte

Salute e intero amore.

Ch’i’ non trovo migliore

Amico che mi guidi,

Ed a cui più mi fidi

Di dir le mie credenzie:

Che troppo ben sentenzie,

Quando chero consiglio

Intra ‘l bene e ‘l periglio.

Or m’è venuta cosa

Ch’i’ non poria nascosa

[269]

Tener, ch’io non ti dica:

Pur non ti sia fatica

D’udire ‘nfino al fine.

Amico, tutte han fine

Mie parole mondane,

Ch’i’ dissi ogne ora vane.

Per Dio mercè ti mova

La ragione e la prova:

Che ciò che dir ti voglio,

Da buona parte accoglio.

Non sai tu che ‘l mondo

Si poria dir nonmondo;

Considerando quanto

Ci hanno ‘mmondezza e pianto

Che trovi tu che vaglia?

Non vedi tu san faglia,

Ch’ogni cosa terrena

Porta peccato e pena?

Nè cosa ci ha sì clera,

Che non fallisca e pera?

E prendi un animale

Più forte e che più vale;

Dico che ‘n poco punto

È disfatto e disgiunto.

Ahi uom perchè ti vante,

Vecchio, mezzano, e fante?

Di che vai tu cenando?

Già non sai l’ora o quando

Vien quella che ti porta;

Quella che non comporta

Officio o dignitate.

A Dio quante fiate

[270]

Ne porta le Corone,

Come basse persone!

Giulio Cesar maggiore,

Lo primo Imperadore,

Già non campò di morte;

Nè Sanson lo più forte

Non visse lungamente.

Alessandro valente

Che conquistò lo mondo,

Giace morto ‘n profondo.

Ansalon per bellezze,

Ettor per arditezze,

Salamon per savere,

Attavian per avere

Già non campò un giorno

Fuori del suo ritorno.

XXIV.

Ahi uom dunque che fai,

Già torni tutto ‘n guai?

La mannaia non vedi

Ch’hai tutt’ora alli piedi?

Or guarda ‘l mondo tutto:

E fiori e foglie e frutto,

Uccelli bestie e pesce

Di morte fuor non esce.

Dunque ben per ragione

Provao Salamone,

Ch’ogne cosa mondana

È vanitate vana.

Amico muovi guerra,

[271]

E va per ogne terra,

E va ventando ‘l mare;

Dona robe e mangiare,

Guadagna argento ed oro,

Ammassa gran tesoro:

Tutto questo che monta?

Ira fatica ed onta

Hai messo ‘n acquistare;

E non sai tanto fare,

Che non perdi ‘n un motto

Te e l’acquisto tutto.

Ond’io a ciò pensando,

E fra me ragionando

Quant’i’ aggio falluto,

E come sono essuto

Uomo reo peccatore;

Sì ch’al mio creatore

Non ebbi provedenza;

Nè nulla reverenza

Portai a santa Chiesa;

Anzi l’ho pur offesa

Di parole e di fatto:

Ora mi tengo matto,

Ch’i’ veggio ed ho saputo,

Ch’i’ son dal mal partuto.

E poi ch’io veggio e sento

Ch’io vado a perdimento;

Saria ben fuor di senso,

S’io non proveggio e penso

Com’io per lo ben campi

Sì che ‘l mal non m’avvampi.

[272]

XXV.

Così tutto pensoso

Un giorno di nascoso,

Intrai ‘n Monpusolieri:

E con questi pensieri

Me n’andai alli frati;

E tutt’i mie’ peccati

Contai di motto a motto.

Ahi lasso, che corrotto

Feci quand’ebbi ‘nteso

Com’i’ era compreso

Di smisurati mali.

Oltre che criminali!

Ch’io pensava tal cosa

Che non fosse gravosa,

Ch’era peccato forte

Più quasi che di morte.

Ond’io tutto a scoverto

Al frate mi converto,

Che m’ha penitenziato.

E poi ch’i’ son mutato,

Ragione è che tu muti:

Che sai che sem tenuti

Un poco mondanetti.

Pero vo’ che t’affretti

Di gire a frati santi.

E pensati d’avanti,

Se per modo d’orgoglio

Enfiasti unque lo scoglio,

Sì che ‘l tuo creatore

Non amassi a buon core;

[273]

E non fussi ubbidenti

A’ suoi comandamenti:

E se ti se’ vantato

Di ciò ch’hai operato

In bene od in follia;

O per ipocrisia

Mostrave di ben fare,

Quando volei fallare:

E se tra le persone

Vai movendo tenzone

Di fatto od in minacce,

Tanto ch’oltraggio facce;

O se t’insuperbisti,

Od in greco salisti

Per caldo di ricchezza,

O per tua gentilezza,

O per grandi parenti,

O perchè dalle genti

Ti pare esser lodato:

E se ti se’ sforzato

Di parer per le vie

Miglior che tu non sie;

O s’hai tenuto a schifo

La gente a torto grifo

Per tua gran matteria;

O se per leggiadria

Ti se’ solo seduto,

Quando non hai veduto

Compagno che ti piaccia;

O s’hai mostrato faccia

Crucciata per superba;

E la parola acerba,

[274]

Vedendo altrui fallare,

A te stesso peccare;

O se ti se’ vantato

O detto in alcun lato

D’aver ciò che non hai,

O saver che non sai.

Amico ben ti membra,

Se tu per belle membra,

O per bel vestimento

Hai preso orgogliamento.

Queste cose contate

Son di superbia nate;

Di cui il savio dice,

Ched è capo e radice

Del male e del peccato.

Il frate m’ha contato,

S’io bene mi rammento,

Che per orgogliamento

Fallio l’Angiol matto;

Ed Eva ruppe ‘l patto.

E la morte d’Abel;

La torre di Babel;

E la guerra di Troia.

Così conven che muoia

Soperchio per soperchio,

Che spezza ogne coperchio,

Amico or ti provedi;

Che tu conosci e vedi,

Che d’orgogliose prove

Invidia nasce e move,

Ch’è fuoco della mente.

Vedi se se’ dolente

[275]

Dell’altrui beninanza:

E s’avesti allegranza

Dell’altrui turbamento;

O per tuo trattamento

Hai ordinata cosa,

Che sia altrui gravosa:

E se sotto mantello

Hai orlato ‘l cappello

Ad alcun tuo vicino

Per metterlo al dichino;

O se lo ‘ncolpi a torto;

E se tu dai conforto

Di male a’ suoi guerreri.

E quando se * dir ieri *

Ne parle laido male;

Ben mostri che ti cale

Di metterlo ‘n mal nome.

Ma tu non pensi come

Lo pregio ch’hai levato

Si possa esser levato;

Nè pur se mai s’ammorta

Lo biasmo. Chi comporta

Che tal lo mal dir t’ode,

Che poi non lo disode?

Invidia è gran peccato;

Ed ho scritto trovato,

Che prima coce e dole

A colui che la vuole.

E certo chi ben mira

D’invidia nasce l’ira.

Che quando tu non puoi

Diservire a colui,

[276]

Nè metterlo al di sotto;

Lo cor s’imbrascia tutto

D’ira e di mal talento;

E tutto ‘l pensamento

Si gira di mal fare,

E di villan parlare:

Sì che batte e percuote

E fa ‘l peggio che puote.

Perciò amico pensa,

Se a tanta malvolenza

Ver Cristo ti crucciasti;

O se lo biastemmasti:

O se battesti padre,

Od offendesti madre,

O cherico sagrato,

O signore o prelato.

Cui l’ira dà di piglio,

Perde senno e consiglio,

In ira nasce e posa

Accidia neghittosa.

Chi non può in * tetta *

Fornir la sua vendetta,

Nè difender chi vuole;

L’odio fa come suole:

Che sempre monta e cresce,

Nè di mente non li esce.

Ed è ‘n tanto tormento

Che non ha pensamento

Di neun ben che sia;

O tanto si disvia

Che non sa megliorare,

Nè già ben cominciare;

[277]

Ma croio e neghittoso

È ver Dio glorioso.

Questi non va a messa,

Nè sa quel che sia essa;

Nè dice pater nostro

In chiesa ned in chiostro.

Che sì per mal’usanza

Si gitta ‘n disperanza

Del peccato ch’ha fatto;

Ed è sì stolto e matto

Che di suo mal non crede

Trovar in Dio mercede;

O per falsa cagione

S’appiglia a presunzione,

Che ‘l mette in mala via

Di non creder che sia

Per ben nè per peccato

Uom salvo nè dannato.

E dice a tutte l’ore

Che già giusto signore

Non l’avrebbe creato,

Perchè fosse dannato,

Ed un altro prosciolto.

Questi si scosta molto

Dalla verace fede.

Forse che non s’avvede

Che ‘l misericordioso,

Tutto che sia piatoso,

Sentenzia per giustizia

Intra ‘l bene e le vizia;

E dà merito e pene

Secondo che s’avvene?

[278]

XXVI.

Or pensa amico mio,

Se tu al vero Dio

Rendesti o grazia o grato

Del ben che t’ha donato:

Che troppo pecca forte,

Ed è degno di morte

Chi non conosce ‘l bene

Di là dove gli vene.

E guarda s’hai speranza

Di trovar perdonanza;

S’hai alcun mal commesso,

E non ne se’ confesso;

Peccato hai malamente

Ver l’alto Re potente

Di negghienza: ma avvisa

Che nasce di voi * tisa: *

Che quando per negghienza

Non si trova potenza

Di fornir sua dispensa

. . . . . . . . . .

Come potesse avere

Sì dell’altrui avere,

Che fornica suo porto

A diritto ed a torto.

Ma colui ch’ha dovizia,

Sì cade in avarizia

Che là ve dee non spende:

Nè già l’altrui non rende;

Anzi ha paura forte

Ch’anzi che venga a morte

[279]

L’aver li venga meno:

E pure stringe ‘l freno.

Così rapisce e fura,

E dà falsa misura,

E peso frodolente,

E novero fallente;

E non teme peccato

Di * * suo mercato;

Nè di commetter frode.

Anzi il si tiene ‘n lode

Di nasconder lo sole;

E per bianche parole

Inganna altrui sovente;

E molto largamente

Promette di donare

Quando non crede fare.

Un altro per impiezza

Alla zara s’avvezza,

E giuoca con inganno;

E per far altrui danno

Sovente pinge ‘l dado,

E non vi guarda guado;

E ben presta * auzino

E mette mal fiorino.

E se perdesse un poco

Ben udiresti loco

Bestemmiar Dio e Santi,

E que’ che son davanti.

[280]

XXVII.

Un altro che non cura

Di Dio nè di natura,

Si diventa usuriere;

Ed in ogne maniere

Ravvolge suoi danari,

Che li son molto cari.

Non guarda dì nè festa;

Nè per pasqua non resta:

Che non par che li ‘ncresca

Pur che moneta cresca.

Altri per simonia

Si getta ‘n mala via,

E Dio e Santi offende;

E vende le prebende,

E santi sacramenti:

E metton fra le genti

Esemplo di mal fare.

Ma questi lascio stare;

Che tocca a ta’ persone,

Che non è mia ragione

Di dirne lungamente.

Ma dico apertamente,

Che l’uom ch’è troppo scarso

Credo ch’ha ‘l cuor tutt’arso;

Che ‘n povere persone,

Nè in uom che sia prigione,

Non ha nulla pietade;

E tutto ‘nfermo cade

Per iscarsezza sola.

Vien peccato di gola,

[281]

Ch’uom chiama ghiottornia:

Che quando l’uom si svia

Sì che monti ‘n ricchezza;

La gola sì s’avvezza

Alle dolci vivande,

E far cucine grande,

E mangiar anzi l’ora;

E molto ben divora,

Che mangia più sovente,

Che non fa l’altra gente.

E talor mangia tanto,

Che pur da qualche canto

Li duole corpo e fianco;

E stanne lasso e stanco.

Ed innebria di vino;

Sì ch’ogne suo vicino

Si ne ride d’intorno

E mettelo in iscorno.

Vene tenuto matto

Chi fa del corpo sacco;

E mette tant’in epa

Che talora ne crepa.

XXVIII.

Certo per ghiottornia

S’apparecchia la via

Di commetter lussuria

Chi mangia a dismisura.

La lussuria s’accende,

Che altro non n’intende

Se non a quel peccato:

[282]

E cerca da ogne lato

Come possa compiere

Quel suo laido volere.

E vecchio che s’impaccia

Di così laida taccia,

Fa ben doppio peccato;

Ed è troppo biasmato.

È ben gran vituperio

Commetter avolterio

Con donne o con donzelle,

Quanto che pajan belle.

Ma chi ‘l fa con parente

Pecca più laidamente.

Ma tra questi peccati

Son via più condannati

Que’ che son sodomiti.

Deh come son periti

Que’ che contro natura

Brigan con tal lussuria.

XXIX.

Or vedi caro amico,

E ‘ntendi ciò ch’i’ dico;

Vedi quanti peccati

Io t’aggio contati:

E tutti son mortali.

E sai che c’è di tali,

Che ne curan ben poco.

Vedi che non è giuoco

Di cadere ‘n peccato:

E però dal buon lato

[283]

Consiglio, che ti guardi

Che ‘l mondo non t’imbardi.

Or a Dio t’accomando:

Ch’i’ non so dove e quando

Ti debbia ritrovare.

I’ credo pur tornare

La via, ch’i’ m’era messo:

Che ciò m’era permesso

Di veder le sett’arti,

Ed altre molte parti.

I’ le vo’ pur vedere,

E cercare e savere,

Dopoi che del peccato

Mi son penitenziato;

E sonne ben confesso,

E prosciolto e dimesso.

I’ metto poco cura

D’andare alla Ventura.

Così un dì di festa

Tornai alla foresta;

E tanto cavalcai,

Ched io mi ritrovai

Una doman per tempo

In su ‘l monte * dell’Empo

Di sopra ‘n su la cima.

E qui lascio la rima

Per dir più chiaramente

Ciò ch’i’ vidi presente.

Ch’i’ vidi tutto ‘l mondo,

Sì com’egli è rotondo,

E tutta terra e mare,

E ‘l foco sopra l’aire.

[284]

Ciò son quattro alimenti,

Che son sostenimenti

Di tutte le creature,

Secondo lor nature.

Or mi volsi di canto,

E vidi un bianco manto,

Così dalla finestra

Da una gran ginestra;

Ed i’ guardai più fiso,

E vidi un bianco viso

Con una barba grande,

Che su ‘l petto si spande;

Ond’i’ m’assicurai

E ‘nnanzi lui andai,

E feci uno saluto;

E fui ben ricevuto.

Ed i’ presi baldanza,

E con dolce accontanza

Li domandai del nome;

E chi egli era, e come

Si stava sì soletto

Senza niun ricetto.

E tanto ‘l domandai

. . . . . . . . .

Colà dove fue nato

Fu Tolomeo chiamato,

Mastro di strolomia,

E di filosofia:

Ed a Dio è piaciuto

Che sia tanto vivuto.

Qual che sia la cagione,

Io ‘l misi a ragione

[285]

Di que’ quattro alimenti;

E de’ lor fondamenti;

E come son formati,

Ed insieme legati,

Ed ei con bella risa

Rispose in questa guisa.

XXX.[5]

Forse lo spron ti move

Che discritte ti prove

Di far difesa e scudo.

. . . . . . . . .

. . . . . . . . .

Ma sei del tutto sicuro,

Che tue difensione

. . . . . . . . .

E fallati drittura.

Una propria natura

Ha dritta benvoglienza;

Che riceve increscenza

D’amare ogne fiata,

E lunga dimorata:

Nè paese lontano

Di monte nè di piano

non mette oscuritade,

In verace amistade.

[286]

Dunqua pecca e disvia

Chi buon amico oblia.

E tra li buoni amici

Sono li dritti offici

Volere e non volere:

Ciascun è da tenere

Quello che l’altro vuole

In fatto ed in parole.

Quest’amistà è certa.

Ma della sua coverta

Va alcuno ammantato,

Come rame ‘ndorato.

Così in molte guise

Son l’amistà divise,

Perchè la gente invizia

La verace amicizia.

S’amico ch’è maggiore

Vuol esser a tutt’ore

Per te come leone;

Amor bassa e dispone;

Perchè in fina amanza

Non cape maggioranza.

Dunque riceve ‘nganno

Non certo sanza danno

Amico (ciò mi pare)

Ch’è di minor affare,

Ch’ama veracemente

E serve lungamente:

Donde si membra rado

Quelli, ch’è ‘n alto grado.

Ben sono amici tali,

Che saettano strali;

[287]

E danno grande lode

Quando l’amico l’ode:

Ma null’altro piacere

Si può di loro avere.

Così fa l’usignuolo,

Che serve al verso solo:

Ma già d’altro mistero

Sai che non vale guero.

XXXI.

In amici i’ m’abbatto,

Che m’amon pur a patto;

E serve buonamente,

Se vede apertamente,

Com’i’ riserva lui

D’altrettanto o di pui.

Altrettal ti ridico

Dello ritroso amico,

Che dalla ‘ncomincianza

Mostra grand’abbondanza;

Po’ a poco a poco allenta,

Tanto ch’anneenta;

E di detto e di fatto

Già non osserva patto.

Così ha posto cura

Ch’amico di ventura,

Come rota si gira,

Che lo pur guarda e mira

Come ventura corre.

E se mi vede porre

In glorioso stato,

[288]

Servemi di buon grato:

Ma se cado ‘n angosce

Già non mi riconosce.

Così face l’augello,

Ch’al tempo dolce e bello

Con noi gaio dimora;

E canta a ciascun’ora:

Ma quando vien la ghiaccia,

Che par che non li piaccia,

Da noi fugge e diparte.

Ond’io ne prendo un’arte,

Che come la fornace

Prova l’oro verace,

E la nave lo mare;

Così le cose amare

Mostrami veramente

Chi ama lealmente.

Certo l’amico avaro

È com’ lo giocolaro;

Mi loda grandemente,

Quando di me ben sente:

Ma quando non li dono

Portami laido suono.

Questi davante m’unge,

E di dietro mi punge:

E come l’ape, in seno

Mi dà mele e veleno.

E l’amico di vetro

L’amor gitta di dietro

Per poco offendimento;

E pur per pensamento

E’ rompe e parte tutto,

[289]

Come lo vetro rotto.

Ma l’amico di ferro

Mai non dice diserro,

In fin che può trapare;

Ma e’ non vorria dare

Di molt’erbe una cima:

Natura della lima.

Ma l’amico di fatto

È teco ad ogne patto;

E persona ed avere

Può tutto tuo tenere;

E nel bene e nel male

Lo troverai leale.

E se fallir ti vede

Unque non si ne ride:

Ma te spesso riprende

E d’altrui ti difende.

Se fai cosa valente,

La spande fra la gente;

E ‘l tuo pregio raddoppia;

Cotal’è buona coppia.

E amico di parole

Mi serve quanto vuole;

E non ha fermamento,

Se non come lo vento.

XXXII.

Ora ch’i’ penso e dico,

A te mi torno, amico

Rustico di Filippo,

Di cui faccio mio cippo.

[290]

Se teco mi ragiono,

Non ti chero perdono:

Che non credo potere

A te mai dispiacere.

Che la gran canoscenza,

Che ‘n te fa risidenza

Fermata a lunga usanza,

Mi dona sicuranza;

Com’i’ ti possa dire

Per detto proferire:

E ciò che scritto mando

È cagione e dimando

Che ti piaccia dittare,

E me scritto mandare

Del tuo trovato adesso,

Che ‘l buon Palamidesso

Dice, ed hol creduto

. . . . . . . . .

* che se in cima

. . . . . . . . .

Ond’io me n’allegrai.

Qui ti saluto omai;

E quel tuo di Latino

Tien per amico fino

A tutte le carate,

Che voi oro pesate.

Fine del Tesoretto.

[291]

LAUDA[6]PER UN MORTO

O Fratel nostro, che se’ morto e sepolto,[7]

Nelle sue braccia Dio t’abbi raccolto.

O Fratel nostro, la cui fratellanza

Perduta abbiam, che morte l’ha partita;

Dio ti die pace, e vera perdonanza

Di ciò che l’offendesti ‘n questa vita:

L’anima salga, se non è salita,

Dove si vede ‘l Salvatore ‘n volto.

La vergine Maria, ch’è ‘n grande stuolo

Delli Angeli ed Arcangeli di Dio,

Preghiam che preghi ‘l suo caro Figliuolo,

Che ti perdoni e dimetti ogni rio:

E dell’anima tua empia ‘l desio,

Quando t’arà delli peccati sciolto.

Li Apostoli preghiamo e Vangelisti,

Patriarchi e Profeti e Confessori,

[292]

Acciocchè tu lo santo regno acquisti;

Che per te a Dio ciascheduno adori:

Sì che se tu nel purgator dimori,

Pervenghi al porto che si brama molto.

O Martiri, preghiam ch’a Dio davante

Preghiate con le Vergini e Innocenti,

Con tutti li altri Santi e con le Sante,

Che del nemico al mondo fur vincenti;

Che per lor santi meriti contenti

L’anima, della qual tu se’ disciolto.

Fratel divoto della santa croce,

Che per memoria della passione

La carne flagellasti, e con la voce

Facesti a Dio fervente orazione;

Il Salvator de’ peccator campione

Seco ti tenga, poich’a noi t’ha tolto.

O Fratel nostro, che se’ morto e sepolto,

Nelle sue braccia Dio t’abbi raccolto.

[293]

SONETTO[8]

Sed io avessi ardir quant’i’ ho voglia

Di ragionar con voi segretamente,

Come mi strugge amor per voi sovente;

Non soffrirei crudel tormento e doglia.

Ma come trema ad ogni vento foglia,

Così trem’io quando vi son presente:

Ed ogni mia virtù subitamente

L’ardente e dolce bene allor mi spoglia.

Ond’i’ ricorro al mio signor amore,

Che vi ragioni dalla parte mia

Quella vaghezza ch’ho di voi nel core.

E voi Madonna prego ‘n cortesia,

Che l’ascoltiate senza sdegno al core;

Che vi dirà lo vero e non bugia:

Ch’i’ quanto vostro son dir non poria.

[294]

SONETTO[9]D’INCERTO

In morte di M. Brunetto.

Ritengo più che posso mio coraggio

In questo caso tanto disastroso;

Ma non mi val Brunetto gaioso:

Poichè se’ morto, altro più ben non aggio.

Troppo ricevo al tuo morir dannaggio;

Troppa ragione ho d’esser doglioso.

Dove consiglio, oimè! dove riposo

A’ mie’ bisogni ‘n nessun troveraggio?

I’ voglio dipartirmi; e ammantellato

Andar vagando come pellegrino,

Sin che trovo uno bosco disertato.

Voglio cangiare con l’acqua lo vino,

In ghiande lo mio pane dilicato;

Pianger la sera, la notte, e ‘l mattino.