Saggio di ricerche sulla satira contro il villano by Domenico Merlini

SAGGIO DI RICERCHE
SULLA
SATIRA CONTRO IL VILLANO
Dr DOMENICO MERLINI

SAGGIO DI RICERCHE

SULLA

SATIRA CONTRO IL VILLANO

CON APPENDICE DI DOCUMENTI INEDITI

TORINO
ERMANNO LOESCHER

FIRENZE ROMA

Via Tornabuoni, 20 Via del Corso, 307

1894

Proprietà Letteraria

Torino — Vincenzo Bona, Tip. di S. M. e de’ RR. Principi

INDICE

ALLA CARA E VENERATA MEMORIA

DI

CARLO MERLINI

IL FIGLIO

CON AFFETTO RICONOSCENTE

AVVERTENZA
Lo studio che noi presentiamo al cortese Lettore vuol essere considerato come un semplice contributo e un modesto saggio sopra un argomento di tanta importanza, quale è quello da noi trattato; questo desideriamo di dichiarare esplicitamente, perchè non ci si incolpi di temerarietà, per aver voluto costringere in una piccola cornice una ricerca che presenta tanto interesse per la nostra storia letteraria. Sopratutto abbiamo cercato di affrontare la questione tanto intricata delle origini della Satira contro il Villano, e ci siamo sforzati di mettere in chiaro i non dubbi legami che esistono tra le ultime esplicazioni di questa Satira e il sorgere di una delle principali maschere della Commedia dell’Arte. Abbiamo inoltre cercato di curare colla massima diligenza, fin dove ci fu possibile, la riproduzione dei documenti inediti o rari che abbiamo riunito nell’Appendice.

Ringraziamo vivamente tutte le gentili persone che ci furono cortesi di comunicazioni e di consigli, e in particolar modo il prof. Rodolfo Renier, nostro amato maestro, al quale siamo lieti di attestare qui la nostra affettuosa riconoscenza, il prof. Vittorio Rossi, al quale dobbiamo la conoscenza di rari documenti, e S. E. il principe G. G. Trivulzio che volle concederci l’accesso alla sua preziosa biblioteca.

Rovato Bresciano, 1º marzo 1894.

[1]
CAPITOLO I.
CAUSE CHE DETERMINARONO QUESTA SATIRA.
LA CONDIZIONE ECONOMICA DEI VILLANI NEL MEDIO EVO.
Uno dei tipi più caratteristici e più noti nella letteratura popolare medioevale è senza dubbio il «Villano», che incontriamo in una straordinaria quantità di componimenti satirici degni di essere studiati, se non per la loro poca importanza letteraria, almeno per la luce che possono portare alla conoscenza dei rapporti fra le diverse classi sociali nel medio evo. Soltanto la satira contro le malizie delle donne, colle quali i Villani hanno avuto molte volte comuni i capi d’accusa, e quella contro la corruzione del clero, possono paragonarsi in fecondità ed in violenza a quella assai copiosa di cui furono fatti bersaglio i poveri coltivatori del suolo. Oggetto del più profondo disprezzo da parte dei signori per i quali erano composte le poesie satiriche dei menestrelli, i villani furono colpiti con non meno feroci invettive dagli appartenenti alle altre classi sociali, e specialmente dalla plebe cittadina, per quell’antagonismo assai vivo che ha sempre diviso gli abitanti della campagna da quelli della città, e che nel medio-evo era inasprito da speciali ragioni [2]economiche. Da quali cause fu originata questa satira feroce contro i villani? Ecco la questione più difficile a risolversi in questa nostra ricerca.

Lo Stoppato[1] aveva promesso di dedicare un capitolo speciale del suo lavoro annunciato sul Ruzzante allo studio del tipo del villano nella letteratura popolare durante il medio-evo; ma la morte immatura che l’ha rapito, non ha permesso ch’egli mandasse a termine il suo divisamento. Il Novati[2], illustrando una poesia medioevale satirica contro i villani «De natura rusticorum»[3], ha ricordato un buon numero di queste produzioni satiriche contro i villani del medio-evo, ed egli pure si è domandato: «Perchè i miti abitatori dei campi, quei coloni che il buon Virgilio chiamava pii, presso i quali la giustizia aveva soffermato il piede ancora un istante prima d’abbandonare la terra per sempre[4], essi la di cui semplicità ed innocenza sono [3]esaltate a gara da tutti gli scrittori antichi, divengono per le generazioni del medio-evo i malvagi villani pieni di ogni malizia, degni di ogni vitupero contro i quali tutto è lecito, poichè per essi nulla esiste di sacro, di venerando? Perchè l’odio popolare giunge perfino a designarli complici, anzi autori del più atroce fra i misfatti, di aver crocifisso Gesù Cristo?[5] Perchè per tanti secoli non una voce si leva a difenderli? La questione è assai ardua, nè si comprende facilmente la cagione di un odio così tenace, che si effuse in tante poesie burlesche, in tanti [4]proverbi e motti, in tante satiriche novelle, contro questa umile classe, la quale considerata pari agli animali domestici e venduta e rivenduta colla terra che coltivava, ebbe a soffrire più che le altre tutte nell’età media: per la quale le stesse libertà comunali furono vano nome».

Rintracciare le cause principali che possono aver generato e favorito questa satira contro il villano, e tentare di fissare e di ricostruire la figura di questo tipo curioso, seguendone le vicende nei numerosi componimenti satirici in cui lo troviamo tratteggiato, ecco quanto noi ci proponiamo di fare in questo nostro studio. Ed anzitutto osserveremo come sia necessario distinguere due correnti opposte in questa satira contro il villano, che si manifestano ben presto, e forse contemporaneamente, e che molte volte più che uno sdoppiamento della medesima figura, ci farebbero supporre l’esistenza di due tipi ben distinti del villano; ma esse invece, come vedremo, corrispondono evidentemente a due fonti diverse di produzioni che hanno per oggetto il medesimo tipo. Da una parte abbiamo la corrente, che chiameremo negativa, a cui appartengono tutti i componimenti satirici nei quali è riflesso il disprezzo del mondo aristocratico e della plebe cittadina verso il villano nel medio-evo; dall’altra la corrente opposta, e che chiameremo positiva, nella quale la fantasia popolare si impadronisce di questo tipo caratteristico di «vinto della società» per crearne il rappresentante degli oppressi, che, valendosi dell’astuzia riconosciutagli dai suoi schernitori, riesce con quest’arma vincitore dei suoi potenti e brutali avversari. Questa inversione della satira contro il villano si è compiuta quasi insensibilmente nella coscienza medioevale; perchè, come vedremo, le qualità positive per le quali grandeggia nella fantasia popolare fino a confondersi con leggendari personaggi creati [5]come lui dal sentimento di rivolta degli oppressi contro gli oppressori, non sono che la conseguenza naturale della esagerazione delle cattive qualità attribuitegli dalla satira negativa. Queste due correnti ci rappresentano da una parte il villano vittima delle burle più grossolane e dotato di tutti i vizi che la più bizzarra fantasia ha potuto immaginare, tra cui primeggia una volpina astuzia contro cui è impossibile lottare; dall’altra invece, nel concetto stesso dei suoi detrattori, riesce, appunto colla sua malizia, ad ottenere vittoria sugli avversari che gli sono attribuiti nella tradizione popolare. Ma avremo occasione di ritornare più a lungo su questa inversione della satira, studiando la figura del villano nella novella, in cui appaiono ben distinte queste due correnti satiriche di cui abbiamo ora parlato.

Per ora ci fermeremo alla satira negativa, e cercheremo di rintracciare le cause principali che la possono aver generata.

Il Wright[6], parlando delle cause inesplicabili che possono aver dato origine alla straordinaria quantità di invettive che nel medio-evo dai trouvères furono scagliate contro i villani, in molte delle quali troviamo manifestato dell’odio brutale, ha espresso l’opinione che queste poesie satiriche contro di essi siano state prodotte dalla cura costante dei menestrelli di guadagnarsi la benevolenza dei signori da cui erano mantenuti, e ai quali erano indirizzate queste poesie che ne riflettevano ed adulavano il disprezzo per i servi. Questa ipotesi del Wright, che ci pare più accettabile di quella messa innanzi da altri[7], che [6]cioè la satira contro i villani originasse dalla paura che si aveva nel medio-evo che questa moltitudine di oppressi non rialzasse un giorno minacciosamente la testa, è confermata da molte poesie dei «jongleurs» tra le quali basterà che ricordiamo il poemetto di Matazone da Calignano[8], di cui avremo occasione di parlare, nel quale appare evidente l’intento del rozzo cantore di rendersi favorevoli i signori, attribuendo loro un’origine ben diversa da quella vilissima attribuita ai villani, coi quali è lieto di non aver più legami.

Ma per quanto giusta, questa ipotesi del Wright vale solo a spiegare una parte molto limitata dei componimenti satirici contro i villani, quella cioè che riflette il disprezzo dei signori verso i servi lavoratori del suolo; vedremo come il disprezzo verso i rustici non fosse men vivo da parte dei «chierici» e in generale di tutta la classe colta nel medio-evo[9]. E questo, oltrechè per quella speciale tendenza satirica di quell’età da cui ci son pervenuti tanti bizzarri componimenti, trova una spiegazione anche nel perdurare, in epoche relativamente recenti, della dottrina aristotelica che sanzionava la differenza sociale tra servo [7]e padrone, come una conseguenza razionale di un diverso grado d’intelligenza. Nella letteratura italiana troviamo, a differenza delle altre nazioni, ben poche poesie satiriche contro i villani originate da questo sentimento aristocratico di disprezzo verso una classe infima; perchè invece la maggior parte dei componimenti satirici contro i villani appartiene alla letteratura prettamente popolare, e fu dettata dall’antagonismo assai vivo nel medio-evo tra gli artigiani della città e gli abitanti della campagna. Il Novati osserva giustamente che «una spiegazione probabile di questa satira può trovarsi nel fatto che insieme ad una ignoranza, ad una semplicità che porgevano pronta e facile occasione di riso, la plebe cittadina rinveniva nel villano che s’inurbava una astuzia ed una sagacità grossolana, è vero, ma non sospettata; talchè spesso chi pensava poterlo con impune facilità gabbare e schernire, allo stringer dei conti vedevasi contro ogni sua credenza gabbato e schernito»[10].

Questo antagonismo assai vivo che troviamo espresso in una quantità straordinaria di poesie popolari, di novelle, di proverbi, deve però essere stato originato ed inasprito da cause speciali economiche; perchè in più d’una di queste composizioni satiriche popolari contro i villani nel medio evo, troviamo frequenti accenni a questa lotta economica tra la popolazione cittadina e quella rurale. Una delle cause principali che hanno dato origine a questo antagonismo tanto vivo, deve ricercarsi, molto probabilmente, nella continua e numerosa immigrazione delle popolazioni del contado verso la città; immigrazione che ha cominciato subito dopo l’abolizione della servitù della gleba e ha continuato, si può dire, fino ai giorni nostri. [8]La satira contro il villano che godette tanto favore specialmente nella drammatica popolare del secolo decimosesto, fu originata da cause economiche non molto dissimili da quelle che hanno creato più tardi nella Commedia dell’arte la maschera degli Zanni bergamaschi, coi quali andò a poco a poco confondendosi il tipo del Villano. E infatti tanto questo quanto quelli rappresentano, molto probabilmente, l’odio della plebe cittadina verso il campagnuolo che si inurba portando colla sua robusta opera un pericoloso concorrente all’occupazione degli artigiani della città, che si vendicano dell’intruso collo scherno di cui lo fanno bersaglio; come più tardi la plebe delle città marittime vide certamente con animo trepidante la calata in città di numerosi montanari, quasi tutti bergamaschi, che, stabilendovisi in vaste e potenti corporazioni, finivano col monopolizzare in proprio favore, per così dire, il lavoro manuale dei porti. Abbiamo detto che questa invasione dei villani nella città ha cominciato appena dopo l’abolizione della servitù della gleba, e non sarà perciò inopportuno che diciamo alcune parole intorno alle condizioni economiche dei villani nel medio-evo. Purtroppo assai poco sappiamo su questo argomento, specialmente per la pluralità di nomi con cui viene distinta la classe rurale nel medio-evo, e per la mancanza di un lavoro speciale, come quelli che si hanno in Francia e in Germania, che illustri le condizioni delle nostre classi rurali di quei secoli. «È una lacuna grave assai nella storia italiana, dice il Cipolla, sicchè noi siamo costretti a ricorrere ai lavori stranieri, che riproducono condizioni di cose simili, ma non sempre identiche alle nostre. Dobbiamo augurarci che da un lavoro d’insieme ci siano sciolti i molti enimmi, che si celano sotto i nomi indicanti le varie classi sociali dei lavoratori, o che si nascondono sotto i documenti, non sempre chiari, di livello, di enfiteusi, [9]di precaria, ecc…[11]». I comuni italiani, osserva il Poggi, appena resisi indipendenti dalla giurisdizione comitale, si diedero tosto all’opera per abbattere le forze ostili della nobiltà feudale da cui erano minacciosamente circondati, e la lotta si iniziò nel campo economico tra le industrie nascenti e la proprietà fondiaria. Iniziatasi la lotta su questo terreno, i signori rurali credettero di uscirne facilmente vincitori impedendo ai propri vassalli di portare a vendere nelle città le derrate di cui esse abbisognavano; ma le città si approvigionarono per mezzo delle comunicazioni fluviali e marittime, e ciò valse anzi a dare un notevole impulso al loro commercio. Visto riuscir vano il loro tentativo, i conti rurali incominciarono a imporre tasse e balzelli sulle merci che transitavano per il contado, e anche ad impadronirsene depredando i mercanti; allora le città vennero a guerra aperta coi conti rurali e ne abbatterono la potenza[12]. Già prima che si iniziasse questa lotta, erano frequenti le fughe dei servi della gleba, dalla campagna nella città, per sottrarsi ai soprusi dei feudatari. «Beato chi poteva toccare il suolo di una terra franca, senza che il padrone ne conoscesse il ricovero. Dopo un anno ed un dì alzava al seguito del gonfalone di una arte un capo libero e cittadino, e guardava in faccia [10]senza tremare il suo antico tiranno»[13]. Quando poi nella seconda metà del secolo decimoterzo i comuni, dopo di aver abbattuta la potenza feudale, abolirono il servaggio della gleba, allora si manifestò un vero esodo dalla campagna dei villani, che abbandonavano i loro tuguri e i campi da loro coltivati per correre nelle città a godervi i beneficî delle libertà municipali; ma allora incominciarono pure i provvedimenti da parte dei cittadini per impedire questa pericolosa invasione dei contadini che si inurbavano. Particolarmente celebrato dagli storici è il bando con cui la Repubblica fiorentina il 6 agosto dell’anno 1289 abolì la servitù della gleba, e vietò di vendere i coltivatori coi terreni, annullando nello stesso tempo tutte le prestazioni, angarie e servizi personali dovuti al padrone; ma basta scorrere gli Statuti fiorentini[14] per accorgersi che la libertà accordata alle popolazioni rurali fu più in apparenza che in realtà e che, colla abolizione della servitù personale, la Repubblica aveva unicamente di mira di liberare l’agricoltura dai vincoli signorili, perchè i prodotti di essa potessero venire senza molestia nella città, e di abbattere completamente la potenza feudale. E infatti subito dopo l’abolizione della servitù della gleba troviamo negli statuti stabilite delle misure molto restrittive alla libertà dei villani per immobilizzarli sul terreno e impedire il loro inurbarsi, e per favorire nello [11]stesso tempo la classe mercantile e l’interesse delle industrie urbane. E infatti «fu ordinato che le famiglie dei lavoratori non potessero locar l’opera loro a giornata, ma dovessero ricercare la coltura d’altri fondi; e per timore che partissero dai poderi all’insaputa dei proprietari, gli obbligarono a riportare da essi il consenso alla disdetta….. il che se non rendeva inutile il benefizio della conseguita libertà, lo attenuava d’assai, rilasciando all’arbitrio dei proprietari di rifiutare il consenso alla partenza dai poderi….. Questi ordini rendono evidente che le catene servili, più che per sentimento di carità, furono abolite per favorire l’interesse della casta mercantile»[15]. Negli stessi statuti troviamo inoltre non equiparati i diritti degli abitanti della città e di quelli della campagna; era infatti comminato il doppio della pena al contadino che offendesse un cittadino, ed era all’offeso lasciata facoltà di trarne vendetta[16].

Noi ci siamo fermati a parlare della nuova condizione fatta ai villani nella Repubblica fiorentina, perchè qui più che altrove ci è dato di scorgere la preoccupazione dei cittadini di mantenere l’agricoltura in una costante inferiorità di fronte alle industrie, appunto perchè in Firenze erano queste assai sviluppate. Anche la nuova forma di contratto agricolo iniziatosi dopo l’abolizione della servitù della gleba, cioè la mezzadria, concorse assai, coll’indebitare il colono, ad immobilizzarlo sul terreno che coltivava, [12]spingendolo a ricorrere, per vivere, a quelle rapine che vedremo, con tanto monotona frequenza, ricordate nei componimenti satirici contro il villano. Ma quello che certamente ha inasprito questo antagonismo che si andava manifestando tra la città e il contado, fu l’obbligo imposto ai contadini dagli Statuti della coltivazione dei gelsi e dell’allevamento di una data quantità di bestiame, proibendone nello stesso tempo l’esportazione[17], perchè non mancasse la materia prima all’industria della seta e a quella della lana; ed erano comminate gravi pene ai trasgressori, e si fissava il prezzo a cui questi prodotti dovevano essere venduti. Ora siccome il prezzo fissato era quasi sempre tale da non rimunerare le fatiche dei coltivatori, questi molte volte guastavano i gelsi e trascuravano l’allevamento del bestiame, perchè venisse a mancare agli artigiani della città la materia prima necessaria per le industrie suddette. E questa condizione poco felice delle classi rurali, anzichè migliorare sotto il governo Mediceo, andò sempre più peggiorando, perchè i Medici ebbero di mira l’accrescimento delle industrie cittadine, ed aumentarono i vincoli gravosi con cui la repubblica aveva inceppato l’agricoltura, e reso malagevole il commercio dei prodotti della campagna. Da qui, secondo noi, originò quel fiero odio tra gli artigiani delle città ed i contadini che troveremo chiaramente espresso in molte poesie popolari, e, particolarmente, in quei contrasti[18] caratteristici che godettero tanto favore tra il popolo, e che continuano anche ai giorni nostri ad essere ristampati, quantunque abbiano perduto gran parte del loro significato. Malgrado la forma rozza di questi contrasti che indica la loro origine prettamente [13]popolare, essi sono importanti come una conferma di questo antagonismo a cui abbiamo accennato, ed una spiegazione delle cause che hanno dato così grande incremento alla satira contro il villano. Basterà che ricordiamo le: Astutie de’ Villani sententiose, e belle, Composte per Lorenzo Piccinini che si leggono in una Miscellanea marciana[19] e che risalgono, molto probabilmente, alla prima metà del secolo decimosesto; per la rarità e la brevità di questo contrasto, crediamo utile di riprodurlo, anche perchè la risposta che i contadini fanno alle accuse degli artigiani, rientra nel numero di quei «Lamenti dei Villani» di cui avremo spesso occasione di parlare. Prima sono gli artigiani che si lamentano delle male arti che adoprano i villani quando vengono in città a vendere le frutta:

Artigiani, hor che faremo,

Poi che ogn’un ci ha posto il freno

E non sono i Cittadini,

Ma son peggio i Contadini,

Se da lor nulla compriamo?

Dio ci scampi dal mal Villano.

Contadini fuora in contado

Che de’ buoni si trovan rado,

Quando vendono lor mercantia,

O per piazza, o per la via,

Han la bocca com’i cani;

Dio ci scampi da i mal Villani.

Se ci vendono un caciuolo,

Oh ch’affanno, pena e duolo!

[14]

Non più presto in piazza gionto,

L’ha pesato, e fatto il conto;

E ci giuran per certano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Nosce, pesche, fichi et mele,

E susine, nespole e pere,

Se da lor [gli] vogliam comprare

Non lo lasciano con man toccare,

E ti dicono: là fè pian piano;

Dio ci scampi dal mal Villano.

Quando vengono alla cittade,

Con le bestie, come accade

Che si abbattono in Luca, o in Viagio

Stà fuorte, ci harian sto sagio

Guarda, guarda, o paesano;

Dio ci scampi dal mal Villano.

Vedi se sono di mala razza!

Quando portan legno in piazza,

Se ne stanno con l’arco teso,

Si ben l’asino porta il peso,

Quando à freddo per monte, per piano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Hor finiam noi questa guerra;

Contadini da zappar la terra,

Buon bocconi non haveranno,

Perchè mangiar non sanno;

Agli, cipolle, fave, lupini e poco grano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

«Quanto vuoi di questa legna?»

Non ti ascolta, et se ne insegna

Muta un passo et dice: «arri là.»

«Val un Giulio, stà fuorte qua»

E ti mira da lontano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

Quando questi vanno ad opra

Una malitia vo’ che si scopra;

Quando che hanno piena la trippa

Piglia la vanga, non si ficca.

[15]

E ti mandano il dì pian piano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

L’anno al tempo della State

Mille astutie han ritrovate,

Fanno il giorno conclusione,

E a dispetto del padrone

A sue spese il pan facciano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Vanno al tempo del vendemmiare

L’uno e l’altro a consigliare:

«Che faremo Antonio et Matteo?

Sta in cervello, et non ci far Meo,

Vo’ che insiem ci accordiano».

Dio ci scampi dal mal Villano.

Ha voluto il vino Agosto

Caro vender l’uva et il mosto

Siam venuti al nostro gioco

Dieci lire la soma è poco,

Vo’ che a venti la diciano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

Dove è il loco deputato

Se ne van loro al mercato,

Et in man tengono un mellone,

E li fanno lor riputatione,

Ne ci pia un quattrin da fano,

Dio ci scampi dal mal Villano.

O si havessino costoro

Grano, vino, argento et oro

Come i nostri Cittadini

Non vorriano i nostri quattrini

Per comprare del lor grano:

Dio ci scampi dal mal Villano.

Ma l’intendono i ciricochi

Nè son matti, nè dapochi;

Li ci fanno stare al segno,

E ‘l Villan ch’ha poco ingegno,

Si ben pare l’artigiano.

Dio ci scampi dal mal Villano.

[16]
Risposta de’ Contadini [fol. 3 r.]

Noi siamo poveri Contadini,

Abitiamo fuora in confini,

Stavamo fuora a zappare,

Si ci dovessimo biasimare,

E veniamo per riparo,

E per questo noi vendiamo caro.

Ascoltate la ragione,

Ci havereste compassione,

Da che viene che siamo maltrattati.

Siamo da tutti discacciati,

Verso di noi si dimostra avaro,

E per questo vendiamo caro.

Si volemo torre il podere,

Ascolta, questo si è il dovere:

Le galline, et li capponi

Vogliono li Cittadini di ragione,

Di pollastri più d’un paro,

E per questo noi vendiamo caro.

E però loro si fanno tanti atti

Mille intrichi et mille fatti;

Chi non prova non lo sane,

E ci voglionvi le securtane,

E lo scritto del Notaro.

E per questo noi vendiamo caro.

L’anno al tempo delli frutti,

Li patroni li voglion tutti

Si son fichi, over poponi

Tutti li voglion che sian buoni,

E ci fanno il patto chiaro;

E per questo noi vendiamo caro.

L’anno al tempo della sementa,

Il contadino sempre mai stenta,

Voi sapete che è per usanza,

Se ci danno il grano in prestanza,

Si rincarca per l’ordinaro.

E per questo noi vendiamo caro.

[17]

Han costoro per natura,

Sempre far trista misura,

Hanno pigliato certa maniera

Quando adoprando la rasiera,

Ci vorrian votar lo staro;

E per questo noi vendiamo caro.

Se provasser come noi

Tutto il giorno arar con buoi,

E stentare tutto l’anno,

E sudare con affanno,

E lor dormir sopra al solaro!

E per questo noi vendiamo caro[20].

L’anno al tempo della state,

Dal patron siamo aspettati

In su l’aia più d’una volta:

E’ ci toglion tutta la ricolta

E ci votano il granaro,

E per questo noi vendiamo caro.

Se vendiamo una cipolla,

Tutti in piazza ci fan la folla

E ci vogliono metter la mano.

E ci bravan da can villano

O pensate che duolo amaro!

E per questo noi vendiamo caro.

. . . . . . . . . . . . . . .

L’anno al tempo de’ meloni

O cocomeri, et citriuoli

Ci vorriano il sacco pieno,

Ogni cosa per un quattrino,

E la fune, con il somaro,

E per questo noi vendiamo caro.

[18]

E se noi gimo a zappare

L’anno ad opra, e a svangare,

Ci danno a ber dell’acquarello,

Mal trattato il poverello

Con un fiero e puzzo amaro,

E per questo noi vendiamo caro.

. . . . . . . . . . . . . . .

Contadini hor che faremo

Poi che ognun ci ha posto il freno

Cittadini et artigiani,

Che ci trattan come cani,

E ci fanno poi meschini,

E dicon: «dagli, dagli a’ Contadini!»

Abbiamo detto che questi contrasti, che riflettono l’eterna lotta tra il capitale e la mano d’opera[21] nelle relazioni tra il padrone ed il colono, continuano a vivere tra il popolo e vengono per lui stampati nella letteratura popolare. Così nel «Contrasto fra un Fiorentino ed un Contadino»[22] continuiamo a vedere espresso chiaramente l’odio del cittadino contro i villani che s’inurbano:

. . . . . . . . . . . . . . . .

— Villan f…, contadino, bada,

Se avrò d’accordo gli altri fiorentini,

Mi metterò alla porta con la spada,

E proibirò l’ingresso ai contadini.

[19]

Segno che voglia e vada come vada,

Sian di piano, di monti o di appennini,

Sian di collina, della costa o valle,

Gli destino i suoi campi, prati e stalle.

— Quando avrem pien barili, sacchi e balle

D’ogni raccolta che tanto a noi preme,

E quelle pesche colorite, gialle,

D’ogni genere frutta ed ogni seme,

Quei prosciutti, salami e quelle spalle,

Tra noi villani mangeremo insieme

Tacchi, piccioni, galletti e pollastre,

E te in Firenze mangerai le lastre[23].

Malgrado la forma moderna a cui i cantastorie hanno avvicinato questi contrasti, non è difficile scorgervi un raffazzonamento di quelle poesie satiriche popolari contro i villani che abbiamo vedute originate dalle cause economiche che avevano inasprito, dopo l’abolizione della servitù della gleba, l’attrito tra la popolazione cittadina e quella della campagna. Accenni manifesti a questo conflitto d’interessi avremo spesso occasione di incontrare nella drammatica popolare senese dei Rozzi e nelle novelle «cittadine»; ma per ora ci basta di aver brevemente accennato alle cause che possono aver generato questo antagonismo, nel quale noi persistiamo a vedere l’origine principale della satira contro il villano nella letteratura popolare. Si è da alcuni tentato di dimostrare che si potrebbe trovare una causa di questa copiosa satira contro i villani, nella loro condizione florida che avrebbe spesso trasmodato in un orgoglio insolente e in un lusso non proporzionato al loro stato[24]. In quanto al [20]lusso nel vestire da parte dei villani nel medio-evo, non è raro di trovare, specialmente in Francia[25], degli accenni a questa tendenza, e in Germania troviamo persino delle leggi suntuarie contro di essi; ma probabilmente ciò si deve all’esteso significato che la parola «villano»[26] aveva [21]nel medio-evo, e d’altra parte abbiamo troppe testimonianze della triste condizione delle classi rurali in quell’epoca, per poter credere avveratosi uno stato tanto anormale di cose. Alle affermazioni di coloro che decantano il medio evo come l’epoca più felice per i lavoratori del suolo, noi potremmo opporre un numero grandissimo di documenti di quell’epoca, se non temessimo di uscire dal campo prefissoci in questo studio[27]. Abbiamo più addietro [22]accennato alla condizione degli abitanti della campagna sotto la repubblica fiorentina, perchè ivi più specialmente si potevano rilevare, per lo sviluppo straordinario che erasi dato alle industrie della lana e della seta, le cause particolari che possono aver originato un conflitto d’interessi fra la popolazione della campagna e quella della città; e abbiamo detto anche come questa condizione poco florida abbia sempre più peggiorato sotto il governo Mediceo, il quale ebbe cura di conservare premurosamente tutte le misure prese dal governo popolare della repubblica per impedire l’inurbarsi dei contadini. Ma non solamente la condizione della classe rurale fiorentina era ben poco florida, ma anche quella dei contadini di tutte le altre parti d’Italia. Le frequenti guerre che le città intraprendevano per aumentare il proprio territorio o per combattere il minaccioso crescere di una potente vicina, avevano per risultato di guastare e di impedire la coltivazione dei campi[28], ed i poveri contadini, spingendo dolenti il bestiame verso la città per sottrarsi all’onda devastatrice degli invasori, cadevano spesso nelle mani dei nemici che li mandavano a morte[29]; e quando la città, stremata dall’assedio, non aveva più vettovaglie per nutrirsi, scacciava i contadini, rifugiatisi entro le mura al [23]principiare delle ostilità, come bocche inutili[30], ed essi, uscendo dalla città, andavano soggetti alle rappresaglie degli assedianti[31]. Di una ben triste eloquenza sono poi i lamenti dei villani che incontriamo assai spesso nella poesia popolare del secolo decimoquinto e del [24]decimosesto[32], che sono detti «cose ridiculose et bellissime»; persino nelle poesie satiriche contro i villani, molte volte lo scherno muore sulle labbra degli anonimi ed oscuri rimatori, che si sentono trascinati a compiangere la miseria dei poveri contadini, trattati peggio delle bestie dalla gente d’armi. Così nell’Alphabeto delli Villani[33] del secolo decimosesto, i contadini lamentano con triste rassegnazione la loro infelice condizione:

Martori sem con duogia e con gran pianto

. . . . . . . . . . . . . .

Non so come a possom me sofrir tanto

Nassem tutti a sto mondo per stentare

L’è sì desgratià sta nostra ragia

Che d’ogni banda se sentom pelare.

. . . . . . . . . . . . . .

Sarem sempre de quigi che è al fondo

Martori semo e martori sarom.

A sem pruoprio la schiuma de sto mondo.

[25]
Anche in una Raccolta di poesie popolari milanesi della Biblioteca Ambrosiana[34] troviamo dei lamenti di contadini per le sevizie dei soldati verso gli oppressi; ricorderemo la: «Lamentatione | che fanno | Beltram da Gasian | Et Bausion da Gorgonzola | sopra li presenti tempi calamitosi et Racconta | no le Allegrezze, che si fanno in Milano per la | felice nascita del presente Principe di | Spagna che Dio mantenga» (nº 4 della Raccolta; dopo il titolo vi è una rozza silografia rappresentante un villano che vaglia, poi: In Milano, 1630). I due villani narrano gli orrori della guerra e i maltrattamenti che loro usano i soldati.

Bausion. Se costor fussen pagan

No poraven fa de pesij.

Baltram. Quant tosan àn pers l’onor

Per i man desti soldà.

Allegrezza | fatta da Beltramo da Gagiano | Sopra la Bondanza… Cosa piacevole et da ridere in lingua rustica. Milano, Malatesta, senza data; poi una silografia rappresentante due villani che ballano (n. 7 nella Raccolta).

A nun alter pover vilan

A la nog po’ a i ne dan

Sciavatà su per ol cò…

Il Lamento | del | Contadino | sopra diverse Arti. | Molto ridiculoso et piacevole, novamente posto in luce; poi una silografia rappresentante un villano che guarda le pecore. In Milano per Pandolfo Malatesta: da una nota manoscritta è creduto dell’anno 1625 (n. 8 della Raccolta). [26]Questo Lamento appartiene a quel ciclo caratteristico di poesie popolari, di cui avremo più oltre occasione di parlare, che contengono una specie di rivista satirica delle varie classi sociali e delle varie professioni. Qui il Villano, dopo di aver fatta l’enumerazione dei difetti della classe dei contadini, lamenta lo stato compassionevole in cui i soldati li hanno ridotti:

«Guardè un po’ che compassion

«Quant em ven sta gent a cà,

«Chai me fan sò di tremà

«Fin intro i pè della lechiera

. . . . . . . . . . . . .

«Fam roba tutt’ol beschiam

«E se vo’ po’ a lamentam,

«Tas ignò vilan poltron!»[35]

Questi accenni alla misera condizione dei villani in queste poesie popolari di un’epoca relativamente recente, dimostrano che la loro sorte, poco invidiabile durante il medio evo, ha continuato a mantenersi tale anche nei secoli successivi, e, purtroppo, anche ai giorni nostri, e che ben poco fondamento ha l’ipotesi, a cui abbiamo più addietro accennato, che vorrebbe originata la satira contro il villano dal suo prospero stato. Nè molto più felici dovettero essere le condizioni dei villani nella Francia e nella Germania durante il medio-evo, e ce lo prova il numero grandissimo di strazianti lamenti, in parte serî e in parte satirici, nei quali ci fu conservato un ben triste quadro della miseria delle classi rurali in quell’epoca. Basterà che ricordiamo per la Francia il disperato lamento del contadino, di cui si fa eco Alain Chartier [27]nel Quadrilogue[36], dove il terzo stato fa una straziante descrizione delle proprie afflizioni, ed accusa il clero e la nobiltà di aver rovinata ed immiserita la patria. Al medesimo autore è attribuita pure quella Complainte du pauvre commun et de pauvres laboureurs de France[37] che troviamo tanto spesso ricordata, e che è una non meno eloquente pittura del misero stato delle classi rurali in Francia nel secolo decimoquinto. Una fosca luce poi gettano sul medio-evo le frequenti e terribili rivolte dei villani[38], che, spinti dalla disperazione, rialzano ferocemente il volto macilento e si slanciano con furore selvaggio sui loro oppressori, vendicando in un sol giorno i soprusi sofferti in una lunga sequela d’anni; in Francia esse furono assai più sanguinose che altrove, perchè la reazione suole essere tanto più feroce, quanto più grande è stata l’oppressione. Ricorderemo tra tutte quella che ha superato le altre per violenza e per estensione, la famosa «Jacquerie» del secolo decimoquarto, così detta dal nome di Jacques Bonhomme con cui per disprezzo era chiamato in Francia il villano dalla gente d’armi. Ma anche questa, come tutte le altre sollevazioni dei villani, fu soffocata tosto nel sangue dei ribelli, e di essa non rimase che il noto lamento:

Cessez, cessez, gens d’armes et piétons

De piller et de manger le bonhomme

Qui de longtemps Jacques Bonhomme

Se nomme[39].

[28]
Per la Germania le condizioni delle popolazioni rurali durante il medio evo furono estesamente illustrate da una bella raccolta di poesie popolari tedesche, pubblicata recentemente dal Bolte[40], tra le quali particolarmente interessanti [29]sono i lamenti dei villani e i loro contrasti coi soldati; da una copiosa bibliografia di canti che egli ha fatto seguire alla sua raccolta, appare evidentemente quanto il tipo del villano abbia fornito anche alla poesia popolare tedesca continua materia di riso e di commiserazione.

[30]
CAPITOLO II.
POESIE SATIRICHE CONTRO IL VILLANO.
Abbiamo visto come il Wright spieghi la copiosa satira contro i villani che ci fu tramandata dalle poesie dei trouvères, come un’adulazione allo sprezzo del signore verso il lavoratore del suolo; e abbiamo detto pure come questa opinione del Wright sia confermata dall’evidente adulazione da cui è dettata la nota poesia satirica contro i villani di Matazone da Calignano:

A voy, signor e cavaler

Si lo conto volonter

così incomincia la sua «ragione» l’oscuro cantore popolare, che spinge l’adulazione fino ad attribuire ai signori un’origine molto diversa da quella vilissima che egli afferma esser toccata al villano:

La zoxo, in uno hostero

Si era uno somero:

De dre si fe un sono

Si grande come un tono.

Da quel malvasio vento

Nasce el vilan puzolento[41].

[31]
mentre il cavaliere è sorto dal connubio del giglio colla rosa, e appena nato ebbe in dono il villano di cui può fare ciò che più gli talenta. Perciò, dice il Matazone, ricordando la sua origine avvilente, il villano non deve lamentarsi di essere trattato duramente:

El vilan di mala fede

Queste parole no crede,

Ma e’ voyo che sapia

Ch’eie son tute verità.

[32]

Che nesun asino che sia

May no va solo per via

Che un vilan o doi

No ge vada da poi,

E valo confortando

E seco rasonando

Però che son parente

E nati d’una zente[42].

E il poemetto termina con un’enumerazione delle prestazioni e dei lavori che in ogni mese dell’anno il signore può pretendere dal villano, e che, come osserva il Meyer, [33]malgrado l’evidente esagerazione, può confermare la misera condizione in quel tempo dei villani dell’Italia settentrionale. Questo profondo disprezzo della nobiltà per i villani era condiviso cordialmente dal clero, e, in generale, da tutta la classe colta, e numerose poesie satiriche ci provano come lo scherno del clero contro i villani raggiungesse molte volte il più alto grado della violenza, e non fosse per nulla inferiore a quello da cui vedremo ispirate molte produzioni popolari della plebe cittadina. Uno dei componimenti più caratteristici che la satira contro il villano abbia prodotto in Francia nel secolo decimoterzo è certamente il poemetto intitolato Des vingtrois manières de vilains[43] e sul quale non sarà inutile che spendiamo alcune parole. L’anonimo autore di questa rara operetta, passa prima in rassegna umoristicamente il carattere ed i vizi della classe dei villani del suo tempo, e trova che si potrebbero dividere in ventitre categorie, di ciascuna delle quali espone il lato caratteristico; così, per esempio, il villano Porchins, il Kienins e l’Asnins, sono quelli che hanno le qualità proprie degli animali nominati; il Ferrè è quello che ha quattro file di chiodi sotto le scarpe; il Cropére è quello che rimane a casa, invece di andare a lavorare il campo, per rubare i conigli al padrone; il Moussous è quello che odia la società, il Babuin è quello che si ferma ad ammirare i monumenti della città e non s’accorge del ladro che gli ruba la borsa. «Li Vilains Purs si est cil ki onkes ne mist francisse en son cuer dés lors k’i vint des fons».

Poi segue una parodia delle Litanie[44] in cui si invoca [34]da Dio ogni sorta di maledizioni e di infermità[45] perchè sia punita la malvagità dei villani; che l’autore appartenga al clero, appare evidentemente dai versi seguenti:

A tous chiax qui héent clergie

Soit la male honte forgie!

Por chou ke li cler me soustiennent

Et me joiestent et me retienent

Por chou hé-je tous le vilains

Qui héent clers et capelains.

[35]
Seguono poi le Litanie, di cui ricorderemo il principio:

Kyrieleyson, biaux sire Diex,

Envoiés-lor hontes et diex.

Christeleyson, biax sire cris

Metés-les hors de vos ecris.

Christe-audi-nos, oés nos

Qu’il aient brisié les genous!

Tu pie Pater de celis

Ipsos confundere velis

Tu, Deus sanctus, sancte

Tu, lor oste toutes santé!

Sainte-Marie — la Dieu mére

Donnés lor grant honte amére,

Sains Gabriel et sains Michiel

Par vous leur soient (fermé) li chiel.

Anche da un fabliau pubblicato dal Wright[46] appare evidente l’odio dei chierici verso i villani, odio che molto spesso era originato dai tentativi di rivolta dei servi dei monasteri[47], perchè, come è noto, gli ecclesiastici non erano molto più umani dei signori feudatari nei loro rapporti coi lavoratori del suolo, e sono stati gli ultimi ad abolire nei propri domini la servitù della gleba. Nel fabliau sopradetto si pregano pure da Dio sopra i villani speciali maledizioni:

A toz les vilains doint Dex honte

. . . . . . . . . . . . .

Ne finent-il de traveillier

Chascuns jor, por ce gaaigner

Don clerc juvent, et autre gent[48].

[36]e più oltre si accenna all’astio reciproco che divideva le due classi:

Se il voient iij. clers ensamble,

O iiij., en une compagnie,

Don n’i a vilain qui ne die,

Esgardez de ces clers bolastres;

Par ma foi, il est plus clerjastres

Que berbiz ne que autres bestes».

. . . . . . . . . . .

Plaust à Deu lo roi puissant,

Que je fusse roi des vilains

Je feisse plus de mil ainz

Et autretant de laz feisse:

Dont je par les cos les preisse:

A mal port fussent arivé!

e nel «Despit au vilain»:

Mès Dieu en poise et moi si fet,

Quar trop sont li vilain forfet

Qui menjuent ces crasses oes

Et à ces clers si font les moes:

Déussent-il mengier poissons!

Il déussent mengier chardons,

Roinsces, espines et estrain

Au diemenche por du fain.

. . . . . . . . . . .

Déussent-il mangier viandes?

Il déussent parmi les landes

Pestre herbe avec bues cornus,

A iiij piez aler toz nus[49].

[37]
e Rutebenf nel «Pet au Vilain»:

«Ce di je por la gent vilaine,

«C’onques n’amerent clerc ne prestre».

Ma dove appare più evidente l’animosità che regnava tra queste due classi è nel «Contrasto tra i chierici ed i rustici» della seconda metà del secolo decimoquinto[50], e di cui crediamo utile, per la sua rarità bibliografica[51], dare qui un breve riassunto. La stampa di questo Contrasto che noi abbiamo avuto sott’occhio, ha per titolo: Altricatio (sic)[52] rusticorum et clericorum mota per eos coram domino papa tanquam iudice assumpto, e si compone di 156 versi che si possono dividere in 39 strofe monorime di quattro versi, ciascuno dei quali consta di due senarii accoppiati; dopo il titolo seguono undici versi in cui viene esposto il contenuto dell’operetta, quindi incomincia la:

[38]
Propositio rusticorum.

Sancte pater, clerici non cessant gravare

Nos modis compluribus quos vobis monstrare

Ad presens intendimus, nec non informare

Quibus nos fallaciis nituntur tractare

. . . . . . . . . . . . . . .

Deum neque populum in nullo verentes

More lupi rapidi nostra rapientes,

e continuano di questo passo accusando i chierici di essere inumani, simoniaci ed insidiatori dell’onore delle famiglie dei rustici.

Respondent clerici.

. . . . . . . . . . . . . . .

Insensati rustici, quis demon movebat

Vos talia dicere…..

e dimostrano ai rustici la necessità che essi hanno della protezione del clero, da cui ricevono tanti benefici:

Sicut animalia bruta viveretis

Ni sensum a clericis vos addisceretis

e infine pregano il Papa[53] di giudicare la controversia; e il Papa così decide:

Dicimus quod rustici pessime fuere

Moti quando clericis se opposuere,

Quibus reverentiam semper exibere

Deberent non iurgia contra hos movere.

Semper vellent rustici peccata peccatis

Addere cottidie spreta sanctitatis

[39]

Vita nec non optima norma castitatis

. . . . . . . . . . . . . . . .

Idcirco de cetero dicimus immergentes

Ut cleris in omnibus sint obedientes

. . . . . . . . . . . . . . . .

Talis est proprietas asini qui lirae

Solet libentissime sonitum audire,

Qui sonus in auribus eius sonat mire

Hunc si posset frangeret tamen invenire,

Rustici consimilem modum vos habetis

Nam dei servitium a clero velletis

Habere quos odio tanto vos habetis

Quod si potueritis vita privaretis;

e dimostra ai rustici che i chierici, nello spogliarli, sono mossi unicamente dal desiderio di toglier loro le occasioni al peccato. In fine: Disputatio rusticorum et clericorum explicit feliciter. Questo Contrasto, oltrechè per la sua rarità e per la satira contro i villani che vi predomina, ci pare assai importante perchè vi si scorge con molta evidenza la forma drammatica, quantunque imperfetta[54], a cui andava accostandosi questo genere di componimenti, come la nota «Contenzione di Monna Costanza e di Biagio contadino» di Bernardo Giambullari; esso si accosta alla Farsa, anche per la forma burlesca con cui è dettata la risposta del Giudice. Vedremo poi, studiando il tipo del villano nella novella, come gli ecclesiastici continuino nella tradizione popolare ad essere considerati come i più fieri nemici del villano. Molto probabilmente, anche la poesia satirica De Natura rusticorum pubblicata dal Novati è opera di un ecclesiastico, perchè tra le molte accuse che sono scagliate [40]contro i villani[55], si insiste particolarmente sulla loro empietà e ostinazione nel peccato. Una prova evidente della grande diffusione della satira contro il villano e del favore con cui era accolta non solo dalla plebe cittadina per le cause a cui abbiamo accennato, ma anche dalle altre classi, si ha oltrechè nei Contrasti, in quelle «Riviste satiriche delle varie condizioni sociali», che incontriamo tanto frequentemente nel medio-evo[56], e nelle [41]quali la più maltrattata è sempre la classe dei villani. Nella nota raccolta di poesie medioevali di Edélestand du Méril, in una di queste satire sulle diverse professioni, l’anonimo autore lamenta la generale depravazione dei costumi, e, parlando dei villani, rimprovera loro di essere orgogliosi:

Rusticos etiam quamvis sint humiles,

dico cupidinis esse culpabiles

quoniam inter se concupiscentiam

et incredibilem habent jactantiam[57].

e in un’altra composizione del medesimo genere, è detto dei villani:

païzant de village scevent plus de renart

que nulle gent qui vivent, trop sont de male part

vilain seront preudomme quant chien venderont lart[58];

[42]
e nel Dit des Mais[59] si censura il loro poco amore al lavoro:

Laboureur sont gens assez benéurez

Mesmement par cui terres sont labourées,

Mais il font bien souvent de malvaises jornées

Et tart viennent à œvre, et tost truevent vesprées[60].

[43]
A questo genere di componimenti appartengono, nella letteratura popolare italiana del secolo decimosesto, le [44]Malitie delle Arti[61] nelle quali si narrano le astuzie con cui i villani defraudano il padrone all’epoca del raccolto, accusa che vedremo ripetuta d’ora in poi in tutti i componimenti satirici contro i contadini:

De contadini mi convien tractare

che poderi di ciptadini haranno;

nanzi che fia tempo di vendemiare

di nascoso assai fructe venderanno,

lassa alcun di nocte le man menare

et rade feste guarderan dell’anno:

chi miete o sega o attende a vendegne

chi va a mulino, mercato o fa legne.

[45]
Anche Pietro Nelli (Messer Andrea da Bergamo) in una sua satira dedicata all’Aretino, passando in rassegna le diverse classi sociali, fa voti perchè i villani, essendo intemperanti, non possano mai venire in auge:

Gli artefici, e i villani, a Dio non piaccia

Che gl’habbiano mai ben, perchè sarebbe

Proprio un fargli annegar nella vernaccia[62].

Sullo stesso argomento ricorderemo pure Il Consiglio Villanesco — Mascherata sopra tutte le Arti del Desioso degli Insipidi[63], dove la rassegna satirica delle varie condizioni della società è fatta due villani che finiscono collo stabilire che la loro condizione è senza dubbio la più felice; e la Frottola de uno Villan dal Bonden, che se voleva far Cittadino di Ferrara[64], dove si narra che un villano, vedendo sempre più peggiorare la propria condizione, propone ai figli suoi di abbandonare la campagna e di recarsi in città ad esercitare qualche mestiere, ma ne è dissuaso dai figli che gli ricordano le male arti dei cittadini che vanno a gara nello scorticare i villani:

El ghe quei usurari

de quei citain

che per un bolognin

[46]

e men de tre fritelle

i cavaria le buelle

ai nostri pari

. . . . . . .

e sbirri e soldà

che mai non fa

che pensar muo e via

de scortegare

i poveri contadin.

Questi due componimenti appartengono a quel gruppo di produzioni satiriche che furono generate dall’antagonismo a cui abbiamo già più volte accennato, tra la plebe della città e quella del contado, e su cui avremo occasione di ritornare quando studieremo la figura del villano nella drammatica popolare dei Rozzi di Siena. Che la corrente satirica contro il villano che abbiamo incontrato nella letteratura prettamente popolare penetrasse frequentemente nella letteratura classica, è cosa da tutti risaputa e notissime sono le invettive che scaglia contro i villani Maffeo Vegio da Lodi nelle Rusticalia[65] ricordate dal Novati; il dotto umanista, ammiratore e imitatore di Virgilio, non può darsi pace che gli scrittori dell’antichità abbiano tanto lodato la semplicità della vita rustica[66], e crede che soltanto il desiderio di fuggire [47]il frastuono della vita cittadina possa indurre i poeti ad affrontare la mala compagnia dei villani.

Oltre quelle già conosciute, altre Rusticalia compose il Vegio, non meno violente e caratteristiche, che si leggono in un codice del secolo decimoquinto della Biblioteca Comunale di Verona[67]; ne riproduciamo qui alcuna delle più notevoli:

fol. 86 t.:

In Rusticos.

In comune bonum nasci gens rustica fruges

Fertis: ob id tuto pro studio rapitis.

Pergite commissum, vestra sententia solvet:

Sic aliqua ad superos spes exit ire polos.

[48]
fol. 86 t.:

In Baccham rusticam.

Non sat erit fruges rapere: at tibi ne quid inausum,

Furata es saccos improba Baccha meos.

Improba sis liceat, dum saltem provida Baccha es

Quandoquidem moriens eicies animam.

Infera precipitem mittent te numina saccis

Servatam quo sit tutior ipsa meis.

Nella seguente si meraviglia che, malgrado gli stenti e i duri lavori a cui sono obbligati, i villani siano tanto sovente feriti dagli strali di Cupido[68]:

fol. 86 t.:

In Rusticos.

Miror vos agrestes: meaque admiratio digna est:

Quam cupidi in caecam promitis Venerem.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Ebibitis puras comuni e flumine lymphas,

Atque editis viles, insipidasque dapes.

Unde igitur tanta haec vobis innata cupido est?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

così pure nella seguente:

fol. 87 r.:

In Rusticos.

Fama refert asinos romana per oppida numquam

Ad Venerem nisi post verbera multa trahi.

Vos quoque post longos rurestis turba labores,

Post inopem victum dira Libido rapit.

[49]
fol. 88 r.:

In Rusticos.

Queritis agricolae circum dumeta pusillas

Labruscas; vinum conficitisque novum.

fol. 88 t.:

Suave quidem potum est tenerumque amabile mustum.

Nescio qui dumi talia musta ferant.

Verum conscia nox raptas testabitur uvas,

Quas terrae e labris fingitis esse tamen.

In un’altra dice che i villani non hanno diritto di lamentarsi dei danni loro cagionati dal lupo e dalla volpe, perchè:

fol. 88 t.:

«In fures furum mutua turba ruit»

e nell’ultima li esorta a mutar vita, affinchè non servano di cattivo esempio ai loro figli:

Vobis nulla fides, nihil est purive piive,

Exemplum vestra est vita pudenda suum.

Desinite a vitiis igitur, tandemque fovete,

Quos discant mores pignora veatra bonos.

Ma dove troviamo assai più evidente e palese l’influsso della corrente satirica contro i villani dalla letteratura popolare alla classica, è nelle opere del Folengo; abbiamo già visto come nell’Orlandino abbia ripetuto contro di essi lo scherno e le accuse che avevamo già incontrato nella Nativitas rusticorum del Matazone. Senza dubbio la condizione dei contadini assai meno felice, anche in [50]quei tempi, nella città del Poeta che nelle altre parti d’Italia, doveva avervi prodotto un dualismo e un astio assai vivi tra la popolazione del contado e quella della città, e il poeta che nell’opera sua dà tanto larga parte alla tradizione popolare, riflette questo antagonismo, in molti luoghi dell’Orlandino e delle Macheronee, con espressioni nelle quali più ancora di quel convenzionalismo con cui nella letteratura classica si colpivano la malizia femminile e la corruzione del clero, troviamo molte volte espresso dell’odio brutale[69]. La satira copiosa del [51]Folengo contro i villani può trovare un’altra spiegazione anche come una reazione a quella bucolica falsa e convenzionale che l’imitazione di Virgilio nel Rinascimento aveva grandemente favorita, e nella quale la vita rustica ed i costumi degli abitanti della campagna erano dipinti con colori poco conformi alla realtà e coi luoghi comuni con cui gli antichi avevano decantato l’età dell’oro. Per una legge meccanica di equilibrio, succede nella reazione un eccesso opposto a quello a cui si vuol contrastare; e così, quanto nelle egloghe rusticali, specialmente verso la fine del secolo decimoquinto, si era allontanata la descrizione della vita campestre dal modello classico propostosi e dalla realtà della vita, altrettanto troviamo nella reazione esagerati i vizi e le cattive qualità dei villani, disconoscendo la utilità[70] e i meriti di questa povera classe che ha tanti diritti alla nostra riconoscenza. Alle lodi che il più celebrato di questi scrittori di egloghe, Giovan Battista Mantovano[71], tributava [52]nell’opera sua alla purezza dei costumi dei villani del suo tempo, fanno un troppo forte contrasto le invettive e la satira pungente con cui li colpisce il Folengo; basterà che ricordiamo la satira contro i villani della tredicesima Maccheronica:

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Pichetur quicunque favet tutatque vilanos,

Nil nisi crudelis quisquis miseretur eorum.

Tunc ego crediderim leporesque canesque coire,

Seque lupi miscere ovibus cernentur et uno

Stabunt pernices, vel quajae cum sparavero,

Si contadinum potero accattare dabenum.

Vis civem superare? bonas sibi praebe parolas.

Vis contadinum? bastonibus utere tantum.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Villanus nunquam cognovit dicere verum,

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Villanus hominem solo pro pane necaret,

Villanus gesiae reprobat servare statutos[72],

Villanus venerem non naturaliter usat

Et dicit quod nil mulieri bestia differt;

poi si scaglia in particolar modo contro i contadini di Mantova:

[53]
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Maxime villanos quos Mantua, Balde, governat

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Semper habent ossum poltronis quando lavorant,

Sed quando ballant, tot caprae nempe videntur

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Villanus nimia pro stizza roditur intus,

Quando bastiones facit impellente senatu…

Non meno vivaci sono le invettive che dopo più di un secolo scagliava contro i villani il satirico frate Francesco Moneti nella Cortona convertita, il noto poemetto in cui sono svelate le male arti dei Gesuiti, e che l’autore dovette poi in seguito ritrattare per sfuggire alla vendetta dei suoi potenti nemici. Il poeta narra la missione di un gesuita dalla cui parola eloquente ed ispirata tutta la popolazione della città e della campagna di Cortona fu convertita al bene oprare; e, dopo di aver deriso come il Boccaccio e il Folengo la credulità dei propri compaesani, racconta che il Missionario, convertito che ebbe i cittadini, si reca nel contado allo scopo di convertire anche:

I rustici che han grossa la coscienza.

Il popolo gli muove incontro festosamente ed egli così incomincia la sua predica:

VII. O popoli di razza acuta e fina,

Che di malizia agli otto gradi siete,

E vi puzzan le mani di rapina

. . . . . . . . . . . . .

Sebbene uomini siete da dozzina

In furberia però giudizio avete

VIII. Giove. . . . . . . . . .

Fece pien di creanza il Cortigiano

E senza discrizion fece il Villano,

. . . . . . . . . . . . .

[54]

IX. Ladron in atto, eretico in potenza

Macchinatore dell’altrui rovina,

Dietro al somaro poi senza pazienza,

Uomo da bosco, uccello di rapina,

Serpente antico di malizia tanta

Che scacciar non si può con l’acqua santa.

X. O contadini di bestial natura,

O rustica progenie maledetta

Che la cotica avete così dura

Che non la passerebbe una saetta,

Il vizio vi accompagna in sepoltura

Nè mai avete la coscienza netta,

Col callo ai piedi, e mani pur callose

Con unghie adunche sì, ma non pelose.

XIII. Tristi furfanti, villanacci indegni

Di magagne ripieni, e d’ogni errore,

E sarà ver, che ceda ai fieri sdegni

Fin Satanasso al rustico furore?

ed i villani, dice il poeta, compunti dalle veraci parole del Missionario che aveva con tanta acutezza enumerato tutti i loro vizi, si inducono a far una confessione generale di tutti i loro peccati.

. . . . . . . . . . . . . . .

Insomma nel paese de’ villani

Vomitato per tutto apertamente

Della coda fu visto, e delle mani

Tutto il velen del rustico serpente.

e il Missionario assolve e benedice tutti, e parte poi alla volta della montagna per proseguire l’opera sua redentrice; e arrivato tra i pastori, li saluta con queste poco lusinghiere parole:

XXXVIII. O Tartari nostrali imbastarditi,

Furbi di sette cotte, e gente alpina,

[55]

Zingari di montagna, e degli Sciti

Razza peggior assai, ladra, assassina…[73]

e rimprovera loro di esercitar la prodezza soltanto nelle aggressioni e nella rapina.

[56]
Al Moneti appartiene pure un altro satirico componimento contro i villani, noto sotto il titolo di Testamento e Ricordi lasciati dal gran Villano di Garfagnana ad un suo Figliuolo prima di morire[74], nel quale le invettive sono poste in bocca allo stesso Villano, che viene enumerando tutti i vizi della popolazione rustica, come già abbiamo visto nell’Alfabeto pavano; questa operetta del bizzarro Cortonese appartiene alla classe dei testamenti burleschi tanto comuni nella letteratura popolare[75], [57]e certamente dovette avere una grande diffusione tra il popolo, perchè la troviamo fedelmente riprodotta nel primo [58]ventennio del nostro secolo nel libro del Placucci sugli Usi e pregiudizi de’ Contadini della Romagna. E che [59]il Placucci avesse sotto gli occhi nello scrivere il «Testamento del Contadino» la satira del Moneti, appare evidentemente dal confronto dei due testamenti burleschi che noi brevemente verremo facendo:

Moneti.

Prima l’entrata io lascio a te d’ogni anno

Che sorella minore è dell’uscita

. . . . . . . . . . . . . . . .

In virtù di legato ancor t’assegno

Per tuo pedante l’asino col basto

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tutore il cane, e per le cose tue

Esecutor testamentario il bue.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Al grano, ed alla paglia del Padrone

Non ci lasciar le femmine accostare

. . . . . . . . . . . . . . . .

Placucci[76].

Germana dell’uscita io lascio a te l’entrata

. . . . . . . . . . . . . . . .

A te pedante nomino l’asino immantinente

Tutore il can fedele; e il lento bue paziente

Esecutore voglio testamentario ancora.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Al grano ed alla paglia del credulo padrone

Non abbian le tue donne soverchia divozione

. . . . . . . . . . . . . . . .

ma basteranno queste concordanze tra i due componimenti, per dimostrare che «le patrie cronache della Romagna [60]altera» da cui il Placucci dice di aver tratto il burlesco testamento del villano si identificano coll’operetta del Moneti, e che questa deve aver avuto una grande diffusione. Abbiamo detto che le invettive sono poste in bocca allo stesso villano; crediamo opportuno di riferirne qui i passi più caratteristici:

LXXIII. Quel comun detto: chi la fa l’aspetti,

È un mal che infetta tutti noi villani

Che nel farsi, e rifarsi onte, e dispetti

Meniamo ora la lingua, ora le mani,

Per tristo genio par che a noi diletti

Contra la specie d’esser inumani.

LXXV. Di rustica progenie siamo nati

E tali esser convien sino alla fossa,

Del più rozzo, e vil fango generati

Con torbido cervello, e sangue, ed ossa;

Di certa pelle e di cotenna armati,

Che non l’ha forse l’asino sì grossa,

E tanto ancor nella durezza eccede,

Che può servir per suol di scarpa al piede.

e oltremodo faceta, per quanto triviale, è la raccomandazione ultima che il villano moribondo fa al figliuolo. Altre poesie satiriche contro i villani abbiamo raccolto nell’Appendice, parte inedite, parte riprodotte da rare stampe, che dimostrano come la corrente satirica contro di essi, che diede origine a tanti componimenti nella letteratura popolare, sia stata prodotta da cause molteplici e favorita tanto dalla plebe quanto dalla classe colta delle città. Vedremo, studiando il tipo del villano nella novella, quanto favore godesse pure tra il popolo la corrente satirica positiva, ma prima sarà opportuno che rintracciamo le cause che hanno prodotto questa inversione della satira.

[61]
CAPITOLO III.
LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA NOVELLA.
«Le moyen-âge, osserva il Wright, paraît avoir été grand admirateur des animaux, en avoir observé de près les divers caractères, et s’être plu à les apprivoiser. Il ne tarda pas à se servir de leurs traits distinctifs pour satiriser et caricaturer la race humaine. Parmi les monuments littéraires que lui léguèrent les Romains, il n’accueillit aucun livre avec plus d’empressement que les Fables d’Ésope et les autres recueils d’apologues qui furent publiés sous l’Empire.»[77] Ma ancora prima del medio evo, anzi fino dai tempi della più remota antichità, gli animali ebbero una grandissima parte nelle letterature orientali, presi come rappresentanti di un dato carattere, ed è noto come la dottrina delle metempsicosi abbia contribuito potentemente alla loro introduzione negli apologhi e nei precetti[78]. Ma non entreremo qui a parlare della diffusione grandissima che ebbero nell’antichità le favole; solo ci preme di osservare come tra gli animali che più [62]frequentemente vediamo introdotti nella favola, una parte principalissima spetti alla volpe, che rappresenta il debole che è costretto a ricorrere all’astuzia per supplire alla forza che gli manca e per difendersi dalla prepotenza e dalla forza brutale dei suoi avversari. Questi si cambiano spesso dinanzi alla volpe; così negli apologhi orientali, essa, che qualche volta è sostituita dallo sciacallo, si trova alle prese col leone, e nell’antico folklore animalesco del Nord dell’Europa è messa di fronte all’orso, a cui nel medio-evo sottentra il lupo, che diventa poi il nemico più acerrimo della volpe a cui è sempre contrapposto nell’epopea animalesca medioevale[79]. E tra Renardo ed Isengrino s’impegna infatti quella lotta formidabile, che ci fu conservata nel cielo epico del Renart, alla cui compilazione, come ben disse il Lenient, concorsero parecchie generazioni come nella costruzione delle più colossali chiese, e che egli ben definisce: «écho des rancunes qui animent les petits contre les grands….. cycle immense où se développe sous toutes les formes le génie d’opposition.»[80] Come Renardo rappresentava, come abbiamo detto, il debole che si difende coll’astuzia, così, Isengrino dal sentimento di rivolta che animava l’una delle classi medioevali contro l’altra, i «vilains» contro i «courtois», fu considerato come il tipo della violenza brutale «un symbole, créé par la réalité des choses, de ces hauts barons si avides et si puissants, qui n’obéissaient qu’à leurs appétits du moment et ne cherchaient pas même un prétext à leurs rapines.

Qui fist vilains, si fist les lous

[63]
«disait un poëte du XIIIe siècle, en indiquant clairement la signification tout aristocratique que l’imagination populaire y avait atachée»[81]. Noi ci fermiamo a determinare il significato simbolico che la fantasia popolare nel medio-evo aveva dato a questa lotta tra Renardo ed Isengrino, perchè ci pare, come verremo dimostrando, che molti tratti di somiglianza abbia colla volpe il tipo del villano[82], quale lo vedremo tratteggiato nella satira positiva dei fabliaux. Certamente noi dobbiamo fermarci al Roman de Renart per trovare con evidenza manifestato il carattere simbolico che la volpe rappresenta in opposizione al lupo, e per vedere una possibile analogia negli intenti che informano la satira positiva contro Renardo ed il villano; perchè, come è noto, negli altri rami di cui si compone l’immenso ciclo del Renart la volpe viene man mano perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici, tanto che la vedremo poi vittima alla sua volta dell’astuzia di altri animali, Tybert, Chantecler e persino di Tardif, e non conserva nei successivi rimaneggiamenti del poema la missione di vendicatrice degli oppressi. Nel «Roman de Renart» in cui si vennero raggruppando le tradizioni popolari per opera dei suoi compilatori, e in cui possiamo più spiccatamente che altrove vedere quel carattere di universalità proprio della poesia medioevale «charme du vilain aussi bien que du seigneur»[83], la volpe, appunto per questa pluralità d’intendimenti da cui era informato il poema, rappresenta la vittoria del debole sul forte, ed è perciò assai cara alla classe degli oppressi che si [64]era fatto di lei il suo eroe prediletto[84]; ma per la classe dominante essa non è che la «bête puant» pericolosa per le sue cattive qualità, tra le quali predomina l’astuzia contro cui nessuno può lottare. Anche nel concetto adunque della classe feudale Renardo ottiene il sopravvento sul suo nemico acerrimo, Isengrino; ma questa vittoria non è che il risultato della esagerazione dei vizi di Renardo, il «Maufez» che viene persino confuso col diavolo, e a cui il disprezzo della classe aristocratica e colta attribuirà un’origine differente da quella degli altri animali, come pure si farà col villano. Questa evoluzione, o per dir meglio, inversione della satira contro l’eroe popolare, contro:

Renart qui tol le monde engane[85]

è la stessa che incontriamo nella più antica delle poesie satiriche medioevali contro il villano, nel Versus de Unibove dell’anonimo chierico franco del secolo Xº, dove leggiamo:

Natis natus ridiculis

Est rusticus de rusticis[86].

e poi, mentre ci aspetteremmo una delle solite invettive [65]che i giullari scagliavano contro il servo per lusingare l’orgoglio del potente signore di cui rallegravano i conviti[87], sentiamo invece dall’oscuro cantore narrate le astuzie con cui il villano si sottrae alle minaccie dei suoi nemici. Ora questo primo accenno all’inversione della satira contro il villano ci prova come nella tradizione popolare, di cui il cantore è l’eco fedele, si fosse già iniziato lo spirito di ribellione del debole contro il potente, la tendenza a formare del più umile tra i componenti la società medioevale quel simbolico oppositore alla prepotenza dei feudatari che vediamo tratteggiato in Renardo e nelle figure molteplici, ma certamente affini, del villano astuto. Che questo significato simbolico non fosse avvertito dal signore a cui queste satire contro il villano erano dedicate, non ci deve meravigliare, perchè anche tanti secoli dopo nemmeno alla corte del re di Francia si notava il simbolismo da cui era informato il Mariage de Figaro del Beaumarchais, di quel Figaro che può coll’astuzia sua salvare l’onore della propria fidanzata minacciato dal potente signore, e che può considerarsi, come ha giustamente osservato il Lenient, quale un vero successore dello scaltro villano. E molto probabilmente sfuggiva anche ai rozzi rimatori il senso allegorico che nella concezione popolare la satira positiva contro il villano andava assumendo, perchè molti di essi, come ad esempio l’autore del Versus de Unibove, fanno dichiarazioni esplicite di disprezzo verso il protagonista delle loro narrazioni. Certo l’estensione di significato della parola «villano», alla quale abbiamo più addietro [66]accennato[88], concorse validamente a rendere cara tanto alla plebe cittadina come a quella della campagna la figura del villano astuto, tanto che malgrado il dualismo che le divideva e di cui abbiamo incontrato accenni tanto numerosi, esse accomunavano nella derisione e nella sconfitta degli avversari del villano il loro odio verso gli oppressori. Così l’umile fabbro di Persiceto, Giulio Cesare Croce, chiamato come il giullare medioevale a rallegrare i banchetti dei signori, dopo di aver creato col Bertoldo una delle figure più caratteristiche e più popolari della satira positiva villanesca, non solo aggiunge più tardi non poche pagine alla satira negativa contro il villano col Bertoldino, ma da molte delle sue opere lascia trasparire l’eco dell’odio della plebe cittadina verso i coltivatori dei campi[89].

Ma, ritornando a quanto ci eravamo proposto di dimostrare, cioè all’analogia degl’intenti che informano la satira contro la volpe e quella contro il villano, osserveremo [67]come esista un parallelismo non solo nella loro significazione simbolica, ma anche in molti particolari delle astuzie ad entrambi attribuite, dai quali vediamo confermata la nostra affermazione, cioè che essi, nella concezione popolare medioevale, venivano molto spesso confusi.

L’origine prettamente popolare di questa lotta tra il debole astuto ed il forte si manifesta anche nell’esagerata stupidità che viene attribuita agli avversari degli eroi popolari; così Isengrino ci viene rappresentato come fornito di un’intelligenza non molto superiore a quella che dalla tradizione era riconosciuta negli avversari di Unibove e di Campriano. È noto l’aneddoto della volpe che entrata in un monastero per rubarvi dei polli, attratta dalla sete, entra in una secchia e cala in fondo al pozzo dove corre pericolo di annegare; ma fortunatamente sopraggiunge il lupo, a cui essa fa una descrizione smagliante dell’abbondanza che si gode nel paradiso terrestre[90] dove è volata l’anima sua:

Ceens sont les gaaigneries,

Les bois, les plains, les praieries;

Ceens a riche pecunaille,

Ceens puez veoir mainte aumaille

Et mainte oille et mainte chievre,

Ceens puez tu veoir maint lievre,

Et bues et vaches et montons,

Espreviers, ostors et fàucons

. . . . . . . . . . . . . .[91]

e il lupo, dopo di aver fatta la confessione dei suoi peccati, salta nell’altra secchia e discende nel pozzo mentre [68]la volpe risale e si mette in salvo. Così pure il villano astuto incontrando i suoi nemici, che credevano di averlo gettato nel fiume legato in un sacco[92] dove egli invece aveva fatto entrare un pecoraro, li induce, affermando loro che le pecore di cui lo vedono ora possessore furono da lui trovate nel letto del fiume, a precipitarsi nell’acqua dove trovano la morte. Anche tra l’episodio della guarigione del leone intrapresa da Renardo che viene chiamato presso il re infermo dietro il consiglio del cugino, e il noto fabliau Du vilain mire[93] vi è certo molta analogia in [69]quanto entrambi sono, contro loro voglia, obbligati a curare l’ammalato che nessun medico aveva saputo guarire; ed ambedue compiono meravigliosamente quanto vien loro imposto e guadagnano onori e ricchezze. La strana e comica cura a cui il villano assoggetta la figlia del re per levarle la resta di pesce che le si era conficcata in gola, è troppo nota perchè noi ci fermiamo a narrarla. Piuttosto osserveremo come una certa analogia, per quanto lontana, si possa vedere tra il Jugement de Renart e il fabliau Du Vilain qui conquisi Paradis par plait[94], quantunque diversifichino totalmente nella soluzione, perchè la volpe, accusata da tutti i suoi nemici presso il leone, ottiene salva la vita vestendo l’abito di pellegrino, mentre il villano, confondendo i suoi accusatori, guadagna un posto nel paradiso. Un certo parallelismo si potrebbe vedere nella difesa coraggiosa che entrambi fanno delle proprie azioni dinanzi al tribunale supremo. Ricorderemo qui brevemente il fabliau. Un villano era morto, e nè gli angeli nè i demoni, per un motivo che incontreremo parlando della satira negativa, non erano venuti a prenderne l’anima; questa vedendo l’arcangelo Gabriele che portava in cielo l’anima d’un signore, lo segue ed entra di soppiatto in paradiso. Quivi, conscia della sorte che l’aspettava, si rannicchia in un angolo; quando San Pietro la scorge, domanda chi abbia osato introdurre l’anima di un villano nel regno celeste:

[70]
Ensorquetot par seint Alain

Nos n’avons cure de vilain

Quar vilains ne vient en cest estre.

L’anima del villano non si lascia sgominare da questa accoglienza poco lusinghiera, e risponde per le rime a San Pietro:

Plus vilains de vos ni puet estre

Çà,» dit l’ame «beau sire Pierre

Toz iorz fustes plus durs que pierre

Fous fu, par seint paternostre

Dieus quant de vos fist son apostre.

e gli rinfaccia di aver avuto l’impudenza di rinnegare per ben tre volte il suo divin Maestro. San Pietro si ritira mortificato e manda, a scacciare il villano, San Tommaso che gli grida da lontano:

Vuide paradis, vilains faus.

Anche a questo santo il villano dice il fatto suo, e gli rimprovera la sua proverbiale incredulità; e così pure a San Paolo, che si presenta da ultimo a tentare la prova, ricorda la lapidazione di San Stefano. I tre santi, confusi ed indignati, si presentano al Signore e gli raccontano le offese ricevute dal villano, il quale, tradotto al cospetto di Dio, e invitato a giustificarsi, non perde la sua franchezza e sostiene i propri diritti al regno della beatitudine, enumerando i meriti che ne l’hanno reso assai più degno dei tre santi; e Dio accoglie le ragioni del villano e gli rende giustizia. In questi fabliaux campagnuoli spira un soffio democratico che riflette il sentimento di rivolta del popolo contro la classe dominante, quello stesso sentimento da cui è inspirato il Roman de Renart, nel quale non è raro di trovare anzi degli accenni significativi e persino degli eccitamenti alla ribellione[95]. Ecco come possiamo [71]spiegarci il formarsi di questa corrente satirica positiva che tende a formare della figura del villano un rappresentante e un difensore delle aspirazioni degli oppressi; e infatti mentre negli altri fabliaux dettati dallo sprezzo dei nobili e degli ecclesiastici vedremo quanto sia deriso il villano, in questi fabliaux ed in alcuni altri che verremo ricordando, il villano, per influsso anche della saga salomonica, incomincia ad alzare a poco a poco la fronte ed a prendere la rivincita sui suoi derisori.

Certo ad innalzare a questo significato simbolico la figura del villano nel medio evo e a dare un grande impulso alla corrente satirica positiva contro di lui, concorse potentemente anche il fatto che nella concezione popolare egli si era identificato col tipo dell’indovino del volgo che confonde colla sua astuzia il re saggio per grazia divina. Questo tipo di saggio volgare che il medio-evo aveva contrapposto a Salomone, se ben si osserva, corrisponde tanto fedelmente al villano quale lo abbiamo visto concepito nella letteratura medioevale, che vediamo in lui sintetizzate le due correnti in cui si bipartisce la satira contro il villano; e con questo infatti l’indovino ha comune l’astuzia volpina con cui vince i suoi oppositori, e la deformità ributtante che il popolo vedeva ripetuta nei buffoni e nei nani delle corti, ai quali pure era concessa una grande libertà di parola. Questa deformità con cui vediamo tratteggiato il tipo orientale del saggio del volgo corrisponde anche a quella tendenza verso il meraviglioso e il sopranaturale che fu propria del medio-evo; Salomone, Virgilio, Gerberto, Silvestro IIº, Cecco d’Ascoli, ed altri saggi furono creduti maghi, Attila, il «malleus orbis», fu fatto nascere dal connubio mostruoso di una donna con un cane. Così la nascita del mago Merlino è accompagnata da avvenimenti terribili[96] che fanno presagire quali portenti [72]compierà il bambino, a cui Dio per stornare i propositi del diavolo che voleva farne un anticristo, donerà poi l’onniscienza; e il ritratto del bambino[97] corrisponde in deformità a quello che la tradizione ci ha conservato di Esopo[98], di Marcolfo[99] e di Bertoldo[100]. Abbiamo compreso anche Esopo tra le figure del villano astuto, perchè infatti egli presenta una grandissima analogia con lui; ed anzi nei primi tempi, come ha osservato giustamente il Degubernatis, personifica umanamente, come il villano, l’eroe della favola animalesca, per lo più un furbo che vince un violento, e si confonde colla volpe, sua vera eroina. «In antico raffigurava soltanto la sapienza greca, ed era poco più che un personaggio allegorico; successivamente [73]prese nella finzione una persona sempre più distinta crescendo ad un tempo in deformità ed astuzia; Esopo diviene il tipo del villano accorto, che si rinnova nel grottesco italiano Bertoldo, il quale risolve ogni quistione che gli vien proposta»[101]. Il Pullé[102] ha dimostrato come si riscontri tra le leggende delle vite anteriori di Buddha una che ce lo presenta sotto le spoglie di Mahausadha in cui si può ravvisare un progenitore indiano dell’indovino del volgo; egli infatti scioglie tutti gli enigmi propostigli dal re Bahvannapâna del Vidcha e che sono quasi gli stessi che Salomone dà a Marcolfo, e, ancora bambino, dà prova di una straordinaria intelligenza. «Naturalmente, osserva il Pullé, si sono fatte delle differenze profonde fra le nobili figure del racconto indiano….. e il materiale, astuto e maligno contadino, modellato dal brutale e sarcastico talento dei barbarici volghi medioevali, cui non poteva gran fatto temperare la vena del rustico poeta. Fra il prototipo indiano e il Bertoldo, corrono appunto le differenze che corsero fra i tempi, la società e gli intenti ideali che li hanno rispettivamente prodotti.» Certamente questa leggenda deve aver contribuito assai a far sostituire al contradditore soprannaturale del re saggio nella saga salomonica il Marcolfo, caratteristica concezione del tipo del villano astuto nel medio-evo, in cui vediamo fondersi le due correnti di satira a cui abbiamo più volte accennato. Nel Marcolfo infatti la classe feudale non vedeva che il buffone dalle risposte insolenti e dalle azioni triviali a cui è concessa la più ampia libertà di fatti e di parole, e nella cui deformità ributtante sentiva [74]l’espressione del suo disprezzo per i villani; mentre la plebe si era formato del contradditore di Salomone[103] il suo eroe prediletto, il rappresentante di quello spirito di ribellione da cui sono informati quei Proverbes au vilain nei quali, come osserva giustamente il Guerrini, «il proletario prende la sua rivincita sul feudatario e lo beffeggia, lo insudicia per esaltare gli umili»[104]. Ecco come si spiega l’immenso favore che la figura di Marcolfo ebbe nella letteratura popolare medioevale, ed ecco [75]pure il perchè della straordinaria integrità del suo carattere attraverso tante generazioni nella tradizione popolare. Intorno alla figura del villano astuto, dell’indovino del volgo, cambiano gli avversari che gli sono opposti dalla tradizione e vengono mano mano perdendo di importanza per adattarsi all’ambiente popolare; così a Salomone, che conservava nel concetto del medio-evo una vitalità di carattere e una grandiosità di contorni che non permettevano di rappresentarlo soccombente nella disputa col villano[105], si vengono sostituendo altre figure più confacenti alla infantilità delle concezioni del volgo. Perchè il tipo del villano astuto si mantenesse vivo nella tradizione, era necessario che egli estrinsecasse questa sua malizia in qualche fatto che colpisse l’immaginazione popolare assai più dello spirito di opposizione che informa il dialogo nella leggenda, ed ecco come molto probabilmente originarono gli altri racconti nei quali lo vediamo tratteggiato. E qui ci troviamo dinanzi alla questione già tante volte dibattuta, se esistano, cioè, dei legami di affinità tra le varie figure di Marcolfo e Bertoldo, e [76]Unibove e Campriano. Se ben si osserva, quello spirito di ribellione da cui abbiamo veduto informata la saga marcolfiana nel medio-evo, e quella tendenza a formare dell’astuto villano un simbolico vendicatore degli oppressi, contribuiscono validamente ad aumentare sempre più l’importanza della figura di Marcolfo, che diventa nella concezione popolare l’attore principale della saga salomonica; e quanto più grandeggia l’idolo del popolo, altrettanto impallidisce il personaggio che gli è opposto dalla tradizione popolare, la quale, come abbiamo già osservato, tende ognora a sostituire alle figure storiche leggendarie, delle creazioni meglio corrispondenti all’indole sua. Certamente tra Marcolfo e Bertoldo che vincono in saggezza Salomone ed Alboino, e Unibove e Campriano che durano ben poca fatica ad ingannare avversari tanto sciocchi quali la tradizione loro attribuisce, pare che esista a tutta prima un abisso insuperabile; ma se si considera più attentamente l’evoluzione di queste fiabe da un punto di vista non limitato, e se si ricordano le leggi che governano questa evoluzione, non è impossibile riscontrare tra queste varie figure del villano astuto una certa affinità. È noto come gli studi recentissimi di novellistica comparata abbiano assodato che a ben pochi si possono ridurre i temi primitivi da cui è originata l’immensa fioritura di fiabe e di novelle nella tradizione di tutti i popoli e di tutti i tempi; questi temi fondamentali, passando dalla tradizione orale nella letteratura e viceversa, si son venuti man mano trasformando e modificando. Molto probabilmente adunque la narrazione delle astuzie di Unibove e di Campriano non rappresenterebbe che uno dei sottocicli nei quali la saga salomonica è venuta spezzandosi nel medio-evo, ciascuno dei quali ha sviluppato una parte speciale della leggenda, assimilandosi elementi affini di altre narrazioni; elementi che spesso giganteggiano fino a far perdere al «motivo» [77]fondamentale la sua originaria fisonomia. Tanto Unibove che il suo discendente Campriano non sarebbero che innesti della letteratura popolare sopra il ceppo della leggenda salomonica; mutandosi gli intenti che informavano la narrazione della sconfitta del re saggio per grazia divina per opera dell’astuto villano, si è cangiato anche l’ambiente in cui si muovono gli attori di questa fiaba. Il Lamma[106] nega recisamente che si possa supporre una anche lontana derivazione dalla saga salomonica delle figure di Unibove e di Campriano; ma, assai più giustamente, il Novati dice: «In fondo tenuto il debito conto delle trasformazioni sofferte, Marcolfo, Unibove, Campriano e Bertoldo non sono che altrettante riproduzioni del medesimo tipo, dell’uomo di vile condizione (schiavo da prima, contadino poi) semplice e goffo, ma scaltro e sagace, che talora vince in saviezza i più nobili, i più prudenti, i più savi»[107].

Il racconto delle astuzie del villano contro i suoi avversari si modifica profondamente passando dalla tradizione orale nella letteratura, perchè non conserva la memoria degli intenti che l’hanno originato[108], e dell’aneddoto marcolfiano non sopravvive che il ricordo delle astuzie che saranno poi attribuite nelle raccolte di facezie ai più celebri buffoni del tempo. Il Folengo, che tanto frequentemente attinse nell’opera sua alla tradizione orale, e che, come abbiamo visto, coglieva tanto volentieri l’occasione [78]di colpire colla satira i villani, inverte le parti nel racconto della burla, e mentre nel Campriano abbiamo il villano che inganna i mercanti, nell’ottava maccheronica del Baldo il villano Zambello è ingannato da Cingar che gli vende a caro prezzo il coltello miracoloso di San Bartolomeo; così Til Eulenspiegel, che pure è il discendente tedesco in linea retta del Marcolfo, fa di preferenza i villani vittime delle sue burle poco decenti. È inutile che ripetiamo qui i numerosi riscontri che presenta la storia di Campriano nella tradizione popolare[109]; solo ricorderemo come si possa far rientrare in questo ciclo il fabliau De Barat et de Haimet ou de trois larrons[110] nel quale sono narrate le astuzie usate da un villano per salvarsi dalle rapine di due ladri famigerati che non sono sciocchi e creduli come gli avversari di Unibove e di Campriano. Eccone il sunto: Un villano, già compagno di due ladri famosi per la loro audacia, li ha abbandonati per la paura del capestro ed è ritornato a casa propria; avendo un giorno ucciso un porco e dovendosi per poco assentare da casa, raccomanda alla moglie di vegliare affinchè non vengano a rubarlo i due ladri che si aggiravano nei dintorni. I ladri infatti essendo entrati nella casa del villano ed avendo visto il porco appeso in cucina, decidono di [79]rubarlo nella prossima notte: ma il villano, ritornato a casa, appena sa dalla moglie della visita dei ladri, sospettando le loro intenzioni, stacca il porco e lo nasconde. Giunta la notte i ladri, penetrati nella casa, s’accorgono dell’inganno, ed uno di essi, approfittando del momento in cui il villano si era alzato dal letto per assicurarsi se la vacca non gli era stata rubata, s’avvicina al letto e domanda alla moglie del villano, fingendo di essere il marito e di non ricordarsi dove avevano nascosto il porco, il luogo del nascondiglio; saputolo, i due ladri rubano il porco e fuggono. Il villano li insegue e raggiunto quello che portava il corpo del delitto e che era rimasto più addietro del compagno, si fa cedere da lui il maiale col pretesto di sollevarlo del peso; il ladro, credendo di aver a che fare col proprio compagno, continua la sua strada mentre il villano ritorna verso casa. Segue poi la narrazione delle altre astuzie con cui i ladri si impadroniscono nuovamente del porco e con cui il villano per la seconda volta riesce a riconquistarlo; finchè il villano, stanco di lottare e disperando di poter vincere in astuzia i due ladri, si decide a dividere con loro il porco.

Anche in alcuni altri fabliaux vediamo tratteggiata la figura del villano astuto che ottiene il sopravvento sui suoi avversari: basterà che ricordiamo il Vilain au Buffet[111] nel quale è narrato con quanto spirito un villano rintuzzasse l’alterigia di un maggiordomo impertinente, e l’altro De deux bourgeois et d’un vilain[112] dove si racconta come un villano, messosi in cammino con due borghesi, mangiasse tutta la provvista di viveri che avevano messo in comune, e spiegasse questo suo atto arbitrario [80]con un sogno fatto durante la notte[113]. In questi due ultimi fabliaux appare evidente quella tendenza alla ribellione che ha ispirato il Roman de Renart, e il villano ritorna ad essere rappresentato come vincitore dei suoi avversari appunto perchè questo spirito di ribellione non poteva avere un’espressione più fedele del dipingere la classe dominante vinta dal più umile degli esseri della società medioevale, dal villano tanto disprezzato e bersaglio convenzionale della satira dei trouvères.

Prima ancora che nei fabliaux il villano era già oggetto di scherno e di satira in quelle raccolte di favole che ebbero tanto favore nel medio-evo; ricorderemo qui alcune delle più caratteristiche da cui originarono molti dei fabliaux satirici contro i villani. Abbiamo detto, parlando del fabliaux Du Vilain qui conquist Paradis par plait, come i villani fossero stati scacciati dall’inferno; ecco per qual motivo il diavolo non voleva più accogliere le anime dei villani:

De Rustico et Plutone[114].

Dum timet agricola se debita solvere morti,

Exhalans ventus podice purgat eum.

Hanc rapiens Daemon animam se credit habere;

[81]

Currit ad inferni pestifer ille loca.

Cuius in introitu socii fetore premuntur:

Vix etiam nares complice veste tegunt.

Hoc cito Pluto decretum praecipit: omnis

Rusticus ut maneat Ditis ab aede procul.

Sit procul antiqua jam rusticus omnis ab urbe,

Quem sibi consortem Tartara saeva negant.

[82]
Nel già ricordato Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo possiamo già vedere con quanto favore fosse accolta la satira contro il villano[115] che viene dipinto come ingrato[116] e subdolo e comincia ad essere personificato nel tipo leggendario dello sciocco abbindolato dalle false asserzioni della moglie infedele[117].

Anche nei fabliaux il villano è rappresentato come vittima dei tradimenti della moglie, che, sorpresa coll’amante, fa credere al marito ch’egli non è più vivo; basterà che ricordiamo il fabliau: Le vilain de Bailleul[118] [83]nel quale si narra come un villano, ritornato a casa in un momento inopportuno, è persuaso dalla moglie di essere gravemente ammalato, e, appena coricato, di aver spirato l’anima a Dio; la moglie lo copre con un drappo, e chiamando con alte strida tutto il vicinato, piange la perdita dell’amato sposo. Ma appena i vicini sono partiti, il villano che convinto di esser morto, non faceva più alcun movimento, s’accorge che la moglie si consolava troppo presto della vedovanza col prete, suo complice, al quale egli dice:

Certes se je ne fusse mors

Mar vous i fussiez embatuz[119].

[84]
Il numero considerevole di questi fabliaux satirici nei quali vediamo tratteggiato il tipo del villano sciocco ci prova quanto favore fosse nel medio-evo accordato a quella corrente satirica da cui abbiamo veduto originati tanti curiosi componimenti. Tutte le storielle create dal mordace spirito medioevale e che vennero man mano raggruppandosi intorno al ciclo di narrazioni riferentisi allo sciocco leggendario, non privo qualche volta di una certa astuzia, sono attribuite di preferenza dai trouvères al villano, perchè appunto la corrente satirica ne aveva fatto il tipo più disprezzato, il luogo comune di tutte le vilenies che uscivano dalla bizzarra e vivace fantasia di questi poeti popolari ai quali esse avevano guadagnato dai contemporanei l’appello di ministri diaboli[120]. Abbiamo già visto come i villani avessero in comune colle donne molte accuse; anche queste sciocchezze che vengono ad essi attribuite le troviamo spesso rivolte a deridere qualche altra classe di persone, e man mano che la satira contro il villano viene perdendo il favore che l’aveva accompagnata nel medio-evo, esse passano successivamente ad [85]ingrossare il numero delle narrazioni con cui ciascun paese suole deridere la semplicità proverbiale degli abitanti di un dato luogo. Come le astuzie del villano oppositore sono usurpate successivamente dai più noti buffoni di ogni paese, così la scempiaggine dello stesso tipo diventerà carattere distintivo degli abitanti di Cuneo, di Peretola, di La Cava, di Bastelica, di Busto Arsizio ecc. in Italia; della Picardia, di Saint-Dode in Francia, di Gotham in Inghilterra, di Schildbourg in Germania, e via dicendo. Basterà che ricordiamo alcuni dei temi di queste tradizionali sciocchezze: il villano che ritornando dal mercato, e contando il numero degli asini acquistati, non computa nel numero quello ch’egli cavalcava e ritorna al mercato per cercarvelo[121]; i villani che, andati in città a comperare un crocefisso, raccomandano all’artefice di darne loro uno vivo per poterlo uccidere qualora non piaccia ai loro compaesani[122]; il villano che, andato in città, s’accorge che si è già alla vigilia della Domenica delle Palme, mentre egli non aveva ancora annunciato ai suoi l’arrivo della Quaresima[123]; il villano derubato della tela[124], dei capponi[125], e tante altre [86]che sarebbe qui troppo lungo enumerare. Sono note poi tutte le balordaggini che furono fatte compiere da Bertoldino e da Cacasenno[126], nei quali possiamo vedere il ritorno alla satira negativa contro il villano astuto che era stato dalla tradizione popolare contrapposto al re saggio per grazia divina. Ricorderemo da ultimo due altri fabliaux che appartengono alla satira negativa contro il villano, e di cui daremo un breve sunto. Nel fabliau di Jean de Boves Brunain, la Vache au Prestre[127], non si sa veramente quale dei due vizi che vi sono attribuiti ai villani, la credulità e l’ingordigia, sia maggiormente colpito dalla satira; un villano avendo sentito che Iddio centuplica le elemosine fatte, dona al curato la propria vacca che da qualche tempo dava pochissimo latte, e avendo questa trascinata al tugurio del villano la vacca del curato colla quale era stata accoppiata, il poco disinteressato donatore ringrazia Dio di averlo ricompensato tanto presto della offerta fatta al suo ministro. Nel fabliau della Chatelaine de Saint Gilles[128] si deride invece [87]il villano che, inorgoglito dalla ricchezza accumulata colla sua proverbiale avarizia, osa alzare lo sguardo sopra una donna non plebea. Un villano, ricco ma avaro, sposa la figlia di un gentiluomo povero, quantunque essa gli manifesti l’avversione e l’invincibile ripugnanza ch’essa prova a doversi unire con un uomo di vile condizione, e non si impegni a mantenersi fedele:

Doit bien avoir li vilains honte,

Qui requiert fille à chastelain.

Ci le me foule, foule foule,

Ci le me foule le vilain.

ma egli grida tutto contento:

L’avoirs done au vilain

fille à chastelain.

Ma appena conchiuso il matrimonio giunge il cavaliere, il «douz amis» a cui la figlia del castellano aveva giurato eterna fede, e rapisce la sposa, inseguito inutilmente dal povero villano a cui i fuggitivi scagliano per di più un mondo d’ingiurie; e lo sposo tradito e beffato, ritorna dolente a casa dove l’attendono lo scherno e le condoglianze motteggiatrici del vicinato[129]. Come abbiamo potuto vedere dal rapido esame che siamo venuti facendo dei fabliaux nei quali è tratteggiata la figura del villano, se, come osserva giustamente il Lenient nelle belle pagine che ha dedicato a questo studio, il villano per [88]influsso della saga salomonica grandeggia nei fabliaux campagnuoli perchè il popolo s’era fatto di lui il simbolico rappresentante dell’odio verso gli oppressori, in molti altri, per le ragioni che abbiamo esposto, è di nuovo colpito da quella satira e da quello scherno che abbiamo veduto tanto fedelmente espressi nelle sarcastiche Vingt-trois manières de vilains. Il Bédier, nel suo magistrale lavoro sui fabliaux, esaminando la parte rappresentata dalle diverse classi sociali, nega assolutamente che i fabliaux, in cui è protagonista il villano, si possano dire ispirati dalla satira contro la classe dei lavoratori del suolo; la satira suppone dell’odio, e nei fabliaux, egli dice, piuttostochè una satira delle classi sociali, noi abbiamo di esse una semplice caricatura. Il Le Clerc invece ha creduto di veder i deboli colpiti costantemente dallo scherno degli autori dei fabliaux. Come si può spiegare l’esistenza di queste due correnti opposte e disparate che informano i fabliaux in cui entrano a far parte i villani? Da un lato abbiamo un numero considerevole di questi componimenti in cui incontriamo dell’odio brutale contro queste povere vittime del feudalesimo, di quello scherno che, secondo il Wright, il Le Clerc, l’Aubertin ed altri, era offerto dall’adulazione bassa dei trouvères quale olocausto al signore possente; dall’altro invece ne incontriamo un gruppo non meno numeroso in cui, prima timidamente, poi senza alcun timore, i villani sono fatti vincitori nella lotta impari che devono sempre sostenere coi loro avversari. Che nei primi non si trovi espresso dell’odio, più che quel motteggio con cui nel medio-evo si solevano colpire altri tipi caratteristici, come più tardi da noi l’alchimista ed il pedante, crediamo molto difficile ed arduo l’affermarlo; come non si può non riconoscere che nei secondi, che furono con espressione felicissima detti «campagnuoli» [89]dal Bartoli per affermare l’ambiente in cui si sono prodotti, il rozzo cantore si fa l’eco, l’espressione fedele dei sentimenti di rivolta che serpeggiavano tra la popolazione rurale e che scoppiavano di quando in quando nelle sanguinose e terribili Jacqueries. Si potrebbe credere che i jongleurs questi nomadi cantori, della cui vita zingaresca il Gautier ha fatto una vivace pittura, avessero nel loro ricco repertorio gruppi diversi di narrazioni per ogni classe di persone, e destinassero ai villani, da cui sappiamo che erano accolti ospitalmente, quelle in cui la vittoria arride al coltivatore del suolo, all’umile servo. Ma forse è più verosimile il supporre che i fabliaux satirici contro i villani siano dovuti alla classe dei trouvères che erano mantenuti da qualche signore, o frequentavano unicamente i castelli, e che, come Rutebeuf e Matazone da Calignano[130], facevano aperta professione di odio verso i villani; mentre i fabliaux campagnuoli sono da ritenersi come appartenenti a quell’umile schiera di cantastorie, qualche cosa d’intermedio tra il poeta, il saltimbanco e l’ammaestratore d’orsi, che frequentavano unicamente le fiere dei villaggi ed avevano un uditorio composto in gran parte da contadini. Come giustamente ammette lo stesso Bédier, nei fabliaux in cui è narrata la vittoria del servo [90]sul padrone si sente che il poeta prende con entusiasmo la difesa del debole contro il forte: «…. l’on entende l’accent de je ne sais quelle haine de jacques….. on sent que le poete se sait vilain lui-même, et qu’il parle à ses pairs»[131]. Se questo accento appassionato non si incontra che rare volte in questi fabliaux campagnuoli, ciò si spiega col fatto che questi jongleurs avevano poco da sperare dai villani

Malëureux de toute part,

Hideus comme leu ou lupart

Qui ne savent entre gens estre,[132]

e perchè, come osservava il Guerrini per il Croce, «la satira, che sarebbe stata un’arma terribile in mano di questi poeti di piazza ai quali il popolo prestava così volontieri orecchio, non era per queste povere anime di rassegnati»[133]. Comunque sia, è certo che il villano è una delle figure più caratteristiche dei fabliaux, e non si può parlare della satira contro di lui senza accennare alla parte importante ch’egli rappresenta in queste narrazioni. Accanto al fabliau satirico che riflette per opera dei trouvères il profondo disprezzo del signore verso il servo, vediamo spuntare a poco a poco il fabliau campagnuolo per influenza della saga salomonica, o per meglio dire, marcolfiana, che vediamo in Francia riprodotta nel Dit de Marcolphe. Il villano alza a poco a poco la fronte e prende la rivincita sui suoi derisori, e prima incomincia a canzonare il borghese che fino ad ieri aveva condiviso con lui lo scherno dei signori e degli ecclesiastici, poi non esiterà a guardare in faccia il suo signore e a sostenere francamente i suoi diritti anche innanzi a Dio. [91]Prima di studiare la parte rappresentata dal villano nella novellistica italiana, era per noi di somma importanza di seguirne le vicende nei fabliaux, per potere stabilire un confronto tra le due correnti satiriche in Francia ed in Italia, e più particolarmente per poter dimostrare come da noi, più che il disprezzo del servo verso il padrone, fu causa principalissima di quell’odio verso le popolazioni rurali che troveremo espresso nelle novelle, il dissidio economico che abbiamo visto manifestarsi tra gli abitanti della città e la popolazione della campagna.

***

Il Bartoli[134], parlando delle fonti del Decamerone, dice a proposito dei fabliaux e della loro influenza sulla novella in italia: «Gli autori dei fabliaux sono evidentemente i precursori di quello spirito che informa più largamente e completamente il Decamerone; di quello spirito satirico e sarcastico che guarda gli uomini dal papa e dall’imperatore fino al villano, per trovare in essi quello che c’è di ridicolo, di falso, di sbagliato, di finto, e scopertolo lo grida a voce alta, con urli anzi, che qualche volta hanno un po’ del selvaggio….. il Boccaccio può dirsi il grande erede dello spirito che informò la novella francese dei due secoli precedenti al suo. Dir questo, continua il Bartoli, è cosa giusta, ma non che il Boccaccio sia un’eco dei troveri.» Non è qui il caso d’ingolfarci nella questione tanto dibattuta delle fonti del Decamerone, nel quale alcuni scrittori, come il Le Grande d’Aussy, il Le Clerc, il Fauchet, il conte di [92]Caylus, il Barbazan, non vorrebbero vedere che una riproduzione in prosa dei racconti rimati dei trouvères per quell’esagerato sentimento di nazionalità che faceva chiamare al Settembrini «critica da femminette» i risultati novissimi degli studi di novellistica comparata. Già il Villemain, il Ginguenè, il Du Méril, il Dunlop, il Bartoli, il Landau, il Masi ed altri hanno dimostrato che se i troveri hanno offerto al Boccaccio dei temi tradizionali, soltanto dal genio del novelliere toscano uscì l’opera veramente artistica. Se noi confrontiamo il Boccaccio col jongleur medioevale troviamo tanta differenza d’intenti quanta ne corre, per esempio, tra i fabliaux e le novelle di Margherita d’Angoulême. Nel Decamerone si risentono molto potentemente le influenze aristocratiche dell’ambiente in cui il Boccaccio ha pensato e finge raccontate le sue novelle; per accertarci di questo basterà che noi confrontiamo la parte che nel Decamerone è fatta al Villano, con quella tanto importante ch’egli rappresenta, come abbiamo visto, nelle scene famigliari ritratte nei fabliaux. Il tipo del villano quale l’abbiamo visto tratteggiato nella satira dei trouvères e dei jongleurs, viene a perdere qui tutta la sua individualità caratteristica e tende a confondersi a poco a poco in quella grande classe di ignoranti e di poveri di spirito, che, da Calandrino a Mastro Manente, forma l’oggetto delle risa, e il bersaglio delle natte da parte della classe aristocratica e colta. Nella novella ottava del Decamerone, giornata terza, è detto chiaramente che il volgo serviva di spasso agli ecclesiastici, i quali, come osserva il De Sanctis, ridevano del volgo e dei meccanici perchè il saperne ridere era segno di coltura; Ferondo è così dipinto: «Ora avvenne che essendosi molto colto abate dimesticato un ricchissimo villano, il quale aveva nome Ferondo, uomo materiale e grosso senza modo (nè per altro la sua [93]dimestichezza piaceva allo abate, se non per alcune recreazioni le quali talvolta pigliava della sua simplicità) ecc…» Qui non c’è più quell’odio feroce contro i villani che dettava ai poeti popolari medioevali le violente invettive che abbiamo passato in rassegna; l’odio s’è cambiato in quella satira senza amarezza che scaturisce dal contatto di una fine intelligenza coll’ignoranza del volgo, e tutto l’intento satirico è volto a colpire la corruzione del mondo ecclesiastico. Così nella novella decima della quinta giornata, una certo delle più splendide del Decamerone, nella quale con ironia finissima e con una ricchezza smagliante di colori, il Boccaccio narra la predica e la mistificazione che frate Cipolla fa ai contadini certaldesi, l’ignoranza di quei poveri superstiziosi messa a confronto colla impudenza del frate, finisce quasi per assumere un certo aspetto compassionevole che rende meno acuta la satira contro la loro credulità, e fa dell’ignoranza loro uno sfondo su cui risalta ancora più vivamente l’empietà e la sfrontatezza di frate Cipolla. Nella giornata settima poi, in cui sono narrate «le beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti, o sì,» possiamo, senza molta difficoltà, riconoscere in quasi tutte le vittime della infedeltà coniugale i discendenti diretti del villano credenzone quale l’abbiamo visto riprodotto in molti fabliaux. Soltanto Masetto da Lamporecchio costituisce un’eccezione a questa abitudine del Boccaccio di collocare i villani tra i beffati, e rappresenta anzi il tipo del villano astuto che ricorre a mille espedienti per riuscire nel suo intento[135]. Anche nel Trecento [94]novelle del Sacchetti troviamo pochi accenni di satira contro i villani, quantunque egli ritragga l’ambiente popolare fiorentino; potremmo ricordare soltanto alcune risposte argute e pronte ch’egli attribuisce in alcune sue novelle ai villani[136]. Per il Sacchetti, ed anche per il Sercambi[137], dobbiamo ripetere quanto abbiamo già osservato a proposito del Boccaccio, come cioè, nella forma locale che assume la novella in Italia nel trecento, il tipo del villano, quale lo vedemmo tratteggiato nei fabliaux francesi, venga qui a suddividersi, se ci è permessa l’espressione, in altrettante figure non meno caratteristiche di artigiani che riproducono, più o meno fedelmente, i soliti vizi attribuiti dalla tradizione ai villani.

Nei novellieri del secolo decimoquarto ben poco troviamo di interessante per il nostro studio, e probabilmente possiamo spiegare questa assenza di acredine nel dipingere i campagnuoli, e l’abitudine anzi di mutarli, nei motivi tradizionali delle novelle, negli artigiani della città, col fatto che non per anco si era inasprito quell’antagonismo tra la città e la campagna che vedremo chiaramente riflesso nei componimenti del secolo decimoquinto, e decimosesto; o forse perchè l’estensione di significato che abbiamo visto attribuito nei fabliaux alla parola vilain permetteva anche ai nostri novellieri di comprendere in questo tipo non solo i contadini, ma anche gli artigiani ed i [95]meccanici della città[138]. E di fatti se noi osserviamo nel quattrocento la raccolta di novelle del senese Gentile Sermini, vediamo come egli colga tutte le occasioni per scagliarsi contro i villani nel suo libro che egli paragona ad un «paneretto d’insalatella.» La terza novella[139] è una vera carica a fondo contro l’ingratitudine[140] dei villani: «Bartolomeo Buonsignori fece un rustico scopone tornare in un salcio arrendevole.» Questo Bartolomeo, narra il Sermini, s’era recato a stare in villa, dove beneficava generosamente i suoi dipendenti; tra questi c’era un certo Neri «chiamato Scopone, il quale era un maragozzo villano, sconoscente e baccalare, ingrato e tutto suo, avaro delle cose sue, e dell’altrui cortesissimo, o volontieri quando poteva ne pigliava: corpente a casa [96]altrui, ove l’acqua gli era malsana e ‘l poco vino: non dico della carne, che quando vi s’abbatteva, ne faceva scorpacciate di lupo; era una gran dura mole per sè, ed aveva un maraviglioso vizio rustichesco, e nell’aspetto pur suo grossolano pareva; ed era grande, compassato e mal vestito, con un naso aquilino di tanta presa ch’aria tenuto un paio di ceste per occhiali: non era mai sì gran vernata che lui portasse calze o giubbarello: sempre involto nella terra: ed avendo in odio il lavar delle mani e viso, sempre era soglioso, co’ calzari ricusciti co’ gionchi.» Scopone, stando al servizio di Bartolomeo, s’era fatto molti risparmi coi quali aveva potuto comperare una vigna ed una casetta; da allora era divenuto ingrato e sconoscente verso il suo benefattore «siccome generalmente i suoi pari rustichi quando si trovano il valore di tre soldi subito si mettono l’orecchie dell’asino, ed insuperbiti fanno del grosso senza apprezzare più persona niente: non altrimente faceva Scopone.» Il Sermini continua narrando come Bartolomeo facesse pentire Scopone della sua ingratitudine, e conclude con questa riflessione: «….. perchè nel villano, in cui non è legge nè pratica discrezione, con lui non è da pigliar troppa famigliarità: ma volendone aver bene, non è da largar la mano, nè la borsa, nè nissun suo secreto. Diesi da longe e stretto tenere; e se richiede, ben non potendo perdere con lui, servalo di rado, e fagli bramare. Dimostragli tenerlo da poco: non gli ridere in faccia, e miralo di rado; non gli perdonare il fallo, ch’egli ne piglia baldanza. Salda con lui spesso ragione in presenzia di testimoni. Nol tenere a tavola teco, non ischerzare nè motteggiare con lui: fa che non sopprappigli del tuo, e non lassar invecchiare la posta, che te la negherà. Venendoti a casa, spaccialo presto, col bere un tratto: tienlo in timore, sicchè di te faccia stima e conto. Tienlo [97]in freno e senza baldanza e sottile più che puoi, che se lui si sente il valore di tre soldi, pigliando di te securtà, mai bene non avrai, perchè l’aceto l’acquarello rinforza; è il peggior aceto che sia; e non che tu ne abbi bene, a lui parrà meritare che tu il cappuccio te gli cavi, quando con l’orecchie asinesche passerà per la via….. e benchè più altre cose assai dire si potessero, per non troppo lungo dire, ho deliberato di tacere.» Qui siamo dinanzi a uno dei più caratteristici documenti dell’antagonismo tra la popolazione della città e quella delle campagne; in questa invettiva vediamo riprodotte e sintetizzate tutte le accuse che troveremo rivolte contro i villani negli Alfabeti e nei componimenti satirici che abbiamo raccolto in appendice, specialmente in quelle Malitie dei Villani o Sferza dei Villani che chiamar si vogliano, che possono dirsi con ragione il monumento maggiore che ci è rimasto ad attestare questo antagonismo tra i cittadini ed i villani, questo attrito che abbiamo visto riflesso nelle misure restrittive dei governi popolari cittadini contro i villani che si inurbavano. Noi abbiamo riferito questo lungo brano del Sermini, perchè ci pare, se non andiamo errati, che da nessun altro scrittore del secolo decimoquinto troviamo riprodotto con maggior evidenza e fedeltà l’eco di questa lotta economica; basterà che ricordiamo del medesimo autore un’altra novella[141] per dimostrare quanto fosse vivo questo antagonismo: «Mattano, dandoglisi ad intendere d’essere eletto de’ magnifici signori di Siena, sendo di fuore, alla città ritornò [98]per risiedere; della qual cosa fu in più modi beffato, che fu fatto Papa de’ Bartali, e priore de’ Mugghioni»[142].

È notissima la burla che alcuni giovani cittadini fanno a questo villano che voleva unirsi allo loro compagnia; essi conducono Mattano a Siena dove gli fanno consumare tutto il suo avere, cosicchè rimane schernito da tutti e ritorna a casa povero e mortificato. «Come il villano, dice il Sermini, lassa il contado ed alla città per abitare si riduce, non prima s’ha messo il mantello del colore, colle calze solate, che e’ comincia a gonfiare, parendogli essere dei maggiori della pezza; e quanto più è ignorante, tanto più è irreverente, scostumato, asinaccio e villano; che essendo nato in contado, volendo usare i costumi civili, non può e non sa».

In generale si può dire che l’influsso della saga marcolfiana nella novellistica dei primi secoli in Italia è quasi insensibile, e che il villano diventa anzi un luogo comune, nella tradizione popolare a cui tanto spesso attingono i novellieri, per indicare il tipo dello sciocco, come più tardi si fece per gli abitanti di una determinata regione. Innumerevoli poi sono le burle di cui sono dipinti vittime. Nella biblioteca Trivulziana esiste una novella in versi di anonimo, che non compare nel catalogo dei novellieri in verso e di cui, a nostro ricordo, non fu mai fatta menzione, nella quale si narra appunto una burla fatta da uno speziale ad un villano[143]. Questi si presenta una mattina «con faccia [99]macilenta» nella bottega dello speziale e gli domanda un rimedio contro gli spiriti da cui si crede invaso; lo speziale lo invita a ritornare il giorno dopo, assicurandolo che preparerà lo scongiuro necessario. Il giorno dopo:

La vaga Aurora anchora scomentiata,

havia la faccia a tinger di colore,

. . . . . . . . . . . . . . . .

non m’havia la botega anchor serrata,

che si appresenta il vilan traditore

e più di centomilia reverentie

mi dà nel capo con tante eccellentie.

Lo speziale lo fa entrare in una stanza, dove aveva preparato per lo scongiuro delle ossa umane e quanto altro poteva incutere spavento al povero villano, e tosto incomincia i preparativi per la esorcizzazione, come egli stesso ci racconta:

Allora nudo lo facio spogliare,

e mi vesto da prete immantinente;

l’acqua santa mi facio aparechiare

con la stola, e messale ed il pendente,

tutti li ordini io fo del scongiurare,

il villan manigoldo patïente

nudo, piloso, sporco de natura,

a mirarlo mi fea quasi paura[144].

Lo speziale incoraggia il villano e gli raccomanda di non lasciarsi intimorire da quanto sta per vedere, e con voce [100]alta evoca i diavoli; questi, che erano due garzoni dello speziale col viso tinto di carbone e camuffati da diavoli, si precipitano nella stanza con grandissimo fracasso. Lo speziale finge di essere impaurito dalla loro vista e fugge in piazza come si trovava vestito, mentre il villano, nudo, lo segue esterrefatto, facendo accorrere tutta la gente all’insolito spettacolo. Per mala sorte dello speziale era stata il giorno prima scavata nella piazza una fossa, poco odorosa, nella quale egli precipita in compagnia dell’infelice villano[145]; vengono estratti entrambi in uno stato miserando e il villano, non dubitando dell’inganno, si dice dolente che lo speziale abbia corso quel pericolo per sua causa, e la settimana dopo gli manda in dono:

ovi, galline e mille altre novelle.

Questa burla dell’allegro speziale al villano ricorda molto da vicino quella che forma il soggetto della nota Maccheronea di Tifi Odasi, quantunque in quest’ultima il beffato in luogo del villano sia uno speziale, cugino dell’autore. Quantunque la Maccheronea sia giunta a noi incompleta, si può capire però dalla breve esposizione dell’argomento fatta nei primi versi che l’Odasi coi due amici Bertipaglia e Canziano, camuffatisi da diavoli, spaventano lo speziale che si spacciava per negromante e che era stato chiamato da un certo Tomeo per fare uno scongiuro e liberargli la casa dagli spiriti. Lo pseudo-negromante e tutti quelli che con lui si trovavano in casa di Tomeo, fuggono terrorizzati, abbandonando la cena succolenta [101]a cui erano stati invitati e che, a quanto si può supporre, avrà formato la delizia degli allegri componenti della «macaronea secta.»

Et Bertapagiam cornuti in forma diabli

Et fugientem multo tremore cusinum

Et negromantem portans candela de sevo

Cum gropis, spagum, carbonem, zessumque biancum

Implentemque domum cum signis atque figuris

Sepeque dicentem «Nihil timete sodales»[146]

La Maccheronea dell’Odasi deve aver goduto certamente di una grande popolarità, e la nostra novella non è forse che una delle molte varianti che molto probabilmente saranno nate sopra questo argomento, appena entrato nel campo della tradizione popolare. Basterà che ricordiamo la burla che Viluppo, nella commedia di questo nome del Parabosco, fa ad un baro che si finge negromante, burla che troviamo ripetuta nella novella nona della prima giornata dei Diporti del medesimo; il negromante sconfessa innanzi ai finti diavoli la propria arte magica, e ritornato a casa, si accorge che l’autore della burla gli aveva sedotto la moglie. Così pure ricorderemo la novella IV della Cena II del Lasca, in cui la vittima è Gian Simone Berrettajo. Nè ci deve stupire il vedere lo speziale diventare qui autore della burla, perchè si capisce come nei primi anni del secolo decimosesto che segnano l’epoca del maggior fiorire di queste operette anonime popolari, non poteva certo un tale soggetto non invogliare qualche scrittore a valersene per la satira contro il villano, che era in quel tempo diventata un «motivo» alla moda; così le accuse a cui abbiamo già accennato della crocefissione di Gesù Cristo, dopo aver formato nei secoli antecedenti tema [102]di esecrazione sulla bocca dei cantastorie ecclesiastici contro i Giudei, furono poi esclusivamente dirette contro i villani. In una novella del Malespini[147] è narrata pure una burla spiritosa, per quanto poco pulita, che Baccio di Valdarno, un tipo di scroccone che si accosta molto alla figura caratteristica del Gonnella, fa ad un Villano che era entrato con un cesto di capponi nella bottega di un barbiere; essendosi questi assentato per un momento, Baccio fingendosi il garzone del barbiere, insapona il mal capitato villano persino negli occhi, e fugge col canestro, lasciando la sua vittima a difendersi dal barbiere che lo percuote, incolpandolo di una sudiceria commessa dallo stesso Baccio. Ma sarebbe troppo lungo e inopportuno ricordare qui tutte le novelle in cui possiamo incontrare la satira negativa contro il villano, e a noi pare che da quelle che siamo venuti passando in rassegna risulti già evidente e completo il tipo del villano quale era concepito dai novellieri; tipo stereotipato di sciocco, avido, ingrato quale lo vedremo tratteggiato nelle commedie rusticali, e nella commedia dell’arte. Per noi era importante il seguire le vicende del nostro eroe nella novellistica perchè in essa vanno formandosi man mano e delineandosi sempre più i caratteri dei personaggi che diverranno poi tipici nella commedia popolare. Quanto poi alla satira positiva nella novella[148] ben poco abbiamo da notare sul villano. In una raccolta di facezie e di motti del secolo XV e XVI[149] il villano è nuovamente rappresentato come astuto e confonde colle sue pronte ed argute risposte i suoi avversari; questa raccolta è per noi in particolar [103]modo interessante perchè vi troviamo spesso eloquenti conferme delle tristi condizioni dei villani in quel tempo. «Il marchese Nicolò di Ferrara andando a uccellare un giorno et sopravenendo una gran piova….. si ridusse al coperto in casa d’un contadino….. al quale la precedente nocte era nato un figliuolo maschio. Scavalcato il marchese, il contadino gli disse: Buon pro faccia, signore. — O di che? — Stanotte è nato un asino a tuo signoria. — In che modo? — Stanotte ho avuto un figliuol maschio. — Gli uomini sono asini? — In questo paese sì, perchè noi sopportiamo tante gravezze, et facciamo tante fazioni per te, che in effetto tutti ci possiamo chiamare asini. — Il Marchese, visto con quanto animo et buon modo l’havea decto, fece exempte lui et tutti e suoi figliuoli»[150]. Nella medesima raccolta incontriamo la novella tradizionale in cui si dimostra che la malizia dei villani è superiore anche a quella degli avvocati. «Uno doctore promisse a uno contadino, che gli insegnerebbe piatire (se gli desse uno ducato) per modo che sempre opterebbe la causa. Il contadino quel promisse. Il che il doctore disse: Niegha sempre et vincerai. Chiedendo poi il ducato il contadino neghò di avergnene promesso»[151]. Chiuderemo questa nostra rapida rassegna [104]delle novelle satiriche contro i villani, riproducendo qui in riassunto una novella pubblicata dal Passano[152] che si ricollega alle Novellette diaboliche del secolo decimosesto pubblicate dallo Zambrini; il Passano non vuol dire donde l’abbia tratta, e potrebbe anche darsi che essa sia stata una sua spiritosa invenzione. Ad ogni modo noi la riferiamo, perchè ci pare che la satira contro l’ingordigia e l’ingratitudine del villano che fa perdere la pazienza anche al diavolo[153] sia trattata assai finamente e corrisponda a concetti simili a quelli che abbiamo visto espressi in alcune [105]novelle del Rinascimento. Il Diavolo, che aveva scommesso di vedere un uomo contento, si avvicina a un contadino che stava lavorando in un campo e si lagnava della fatica, e si mette a lavorare per lui. Il contadino domanda allora di avere dallo sconosciuto benefattore anche la semente; il diavolo acconsente e crede di aver soddisfatto il villano, ma questi gli osserva che le intemperie avrebbero forse guastato il raccolto. Il diavolo gli consegna allora una scatola in cui stanno chiusi il sole e la pioggia; ma all’epoca del raccolto trova il contadino intento a guardare con occhio invidioso il campo dei vicini, che avevano approfittato dei doni racchiusi nella scatola, spaventato all’idea che la quantità straordinaria del prodotto ne diminuisse il prezzo. Satana gli mostra infine che i granelli di grano si sono mutati in oro puro, e il Villano dice: «Oh! mio Dio, quanto denaro dovrassi spendere per farlo controllare e marcare!» La novella finisce qui e non ci dice cosa abbia fatto il diavolo dell’incontentabile villano.

[106]
CAPITOLO IV.
LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA POESIA POPOLAREGGIANTE.
L’ORIGINE DELLO ZANNI DELLA COMMEDIA DELL’ARTE.
Dopo di aver studiato le condizioni economiche dei Villani nel medio-evo e di aver esaminate le poesie popolari che potevano aiutarci in questa nostra ricerca, abbiamo seguito il nascere e il delinearsi del tipo del Villano prima nelle poesie satiriche, poi nella tradizione e nella novella in cui abbiamo visto manifestarsi la corrente satirica positiva, accanto alla negativa che aveva dominato quasi esclusivamente nel primo periodo. Prima che noi possiamo trovarci innanzi al tipo comico completamente formato del Villano quale lo incontriamo nella Commedia popolare, e da questa, per riflesso, nella commedia erudita o sostenuta, è necessario che noi ricerchiamo nella poesia popolareggiante alcuni altri lati caratteristici di questo curioso tipo comico. Possiamo osservare subito che in questo campo la satira contro il villano è quasi esclusivamente negativa, e che in tutto il periodo abbastanza considerevole del fiorire della poesia rusticale non troviamo nei numerosissimi componimenti che si riferiscono ai villani quell’influsso della saga marcolfiana che aveva contribuito, [107]come abbiamo visto, a mutare, nella novella, la corrente negativa in positiva. Sarebbe assai malagevole il determinare con precisione il tempo in cui nacque la poesia rusticale e il periodo di formazione che dovette intercedere certamente dai primi tentativi[154] a quella forma classica a cui la troviamo assunta nella Nencia del Magnifico, il quale, seguendo l’esempio del Giustiniani che un secolo prima si era accostato alla Musa popolare, volle rendersi bene accetto ai suoi concittadini introducendo in Firenze questo nuovo genere di componimenti. Il D’Ancona, il Rubieri, il Burckhardt, il Gaspary, per non citare che i più recenti storici della nostra poesia popolare sono concordi nel rilevare il merito del Magnifico di avere, col suo poemetto rusticale, richiamato l’idillio a quel naturalismo che era completamente scomparso nella bucolica falsa e convenzionate che imperava in Italia dopo il Petrarca; non tutti però concordano nel determinare l’intento che si era prefisso Lorenzo dei Medici colla sua Nencia da Barberino, e in qual grado entri in essa la canzonatura, se non vogliamo chiamarla satira, verso il contadino innamorato. «Le poesie stesse dei culti imitatori, dice il D’Ancona[155], presentano del resto un doppio aspetto. Ve ne sono talune dove con ingenua malizia si fa quasi la caricatura o la parodia della musa popolare, ed altre in che il genere è sollevato alla dignità di forma letteraria. Alla prima categoria appartengono la Nencia da Barberino del Magnifico, e la Seca da Dicomano del Pulci… La caricatura c’è; ma condotta con elegante parsimonia, [108]si contenta di muovere il sorriso, di eccitare la giocondità, senza far ridere alle spalle degli agresti cantori.» E il Rubieri[156]: «È bensì da avvertire che tra tutti questi imitatori, solo pochissimi, come qualche volta il Medici, quasi sempre il Poliziano e il Bronzino si prefissero di cogliere il poeta popolare nel bello e nel buono della sua ispirazione. Quasi tutti gli altri vollero più che imitare il poeta, rappresentare il contadino nella parte più comica delle sue abitudini e della sua parlata… Contraffecero, non imitarono, anzi più spesso parodiarono e adulterarono….. essendo più o meno trascesi nella caricatura, come il Medici, il Pulci, il Buonarroti, il Doni ecc.». Secondo il Burckhardt[157] invece: «l’oggettivismo [109]del poeta (Lorenzo il Magnifico) è tale che si resta in dubbio se si risenta simpatia o disprezzo pel garzone che parla.» Il Gaspary poi, e noi accettiamo il suo giudizio, parlando di quella strana serie di paragoni che colla Nencia del Magnifico vengono in uso nella descrizione delle bellezze della innamorata da parte dei villani nelle poesie rusticali, osserva: «Ciò nondimeno anche i rispetti popolari toscani possiedono già una certa idealità, mentre al contadino di Lorenzo vengono in mente anche immagini ben triviali….. Così entra nella poesia un elemento comico; vi abbiamo il signore che si burla un poco di quella grossa gente di villa, ma si burla con moderazione e con garbo: è un sorriso mezzo nascosto, che accompagna l’esposizione e le dà più sapore[158]». A noi, che siamo venuti mano mano seguendo lo svilupparsi di questa corrente satirica nella letteratura contro il villano pare indubitato ed evidente che, non solo negli imitatori di Lorenzo de’ Medici, ma anche nella stessa [110]Nencia del Magnifico sia manifesto l’intento satirico contro la Musa dei campi, e che vi si veda quasi un riflesso di quell’astio della popolazione cittadina verso i contadini che abbiamo incontrato già più volte in altri componimenti e che vedremo più chiaramente espresso nelle Commedie rusticali. La cura speciale che metteva Lorenzo nel ricercare anche fra i componimenti letterari tutto ciò che potesse tenere continuamente distratti i Fiorentini dalla vita politica, perchè non s’accorgessero della tirannide medicea che andava per opera sua soffocando mano mano gli ultimi resti di libertà repubblicana, l’amore suo per la burla di cui ci fanno fede parecchie novelle e la felice disposizione del suo ingegno per la parodia satirica, ci fanno credere che egli colla Nencia, parodiando le ingenue espressioni della Musa popolare, abbia voluto anche favorire quella corrente satirica contro i villani che incontriamo in poesie popolari del suo tempo. Le immigrazioni continue dei contadini nella città, in cerca di miglior sorte per lo stato miserando in cui l’agricoltura languiva sotto il governo mediceo, e il più frequente contatto che avveniva tra la popolazione cittadina e rusticana per opera dell’estendersi dell’uso dei Fiorentini, arricchiti nelle industrie, di recarsi a villeggiare in campagna, dovevano certo contribuire a mantenere sempre più vivo quel contrasto tra la classe colta e l’ignorante da cui originò questa corrente satirica. Attorno a Lorenzo stava un eletto cerchio di ingegni che seguivano, compiacenti al loro protettore, l’indirizzo da lui dato verso ogni nuovo genere letterario[159]. [111]Probabilmente tra questi poeti cortigiani era pure quel Bernardo Giambullari che ad imitazione del Magnifico scrisse e Laudi e Canti carnascialeschi, Ballatette e Poemetti satirici e che noi riteniamo possibile autore della Sferza dei Villani; il Giambullari, come è noto, scrisse anzi una canzone sulla morte della Nencia da Barberino, descrivendo la disperazione dello sventurato villano Vallera[160].

Che l’intonazione satirica contro i villani fosse nella Nencia la parte più accetta ai Fiorentini, è provato luminosamente, ci pare, dal fatto che a questo intento è dato sempre più maggiore sviluppo nelle imitazioni che i seguaci del Magnifico fecero della Nencia. Il comico in questo nuovo genere di poesia iniziato da Lorenzo de’ Medici sta nel duro contrasto tra le espressioni erotiche dei contadini innamorati e la loro goffaggine, in quei paragoni della bella con le cose più volgari, a cui abbiamo già accennato; la satira non poteva a meno di manifestarsi nel contatto di una fine intelligenza con un materiale ingenuo sì, ma rozzo, quale era quello fornito dalla Musa popolare ch’essi volevano imitare. In Lorenzo de’ Medici la satira, quantunque sensibilissima, non perde mai la coscienza della misura, e tutto al più il poeta ride come certi attori che devono rappresentare qualche volta, per il popolo che affolla nei giorni di festa il teatro, certe raffazzonature di romanzi in cui le soluzioni impreviste sono affidate al pietoso «Deus ex machina»; sorriso che sfugge [112]al grosso del pubblico, ma è rilevato da uno spettatore scettico ed agguerrito contro certe ridicole catastrofi. Basterà che confrontiamo alcuni di questi ritratti di rustiche innamorate colle bellezze della Nencia cantate dal contadino Vallera, per convincerci dell’esagerazione sempre più manifesta e crescente in queste produzioni. La Nencia è:

Morbida e bianca, che pare un sugnaccio.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Più chiara se’ che acqua di fontana

E se’ più dolce che la malvagia.

Quando ti sguardo da sera a mattina

Più bianca se’ che il fior de la farina.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ella ha due occhi tanto rubacuori

Ch’ella trafiggere’ con essi un muro,

Chiunque la ve’ convien che s’innamori

Ella ha il suo cuore, più che un ciottol, duro.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu se’ più bella che madonna Lapa

E se’ più bianca ch’una madia vecchia[161]

Piacimi più ch’a le mosche la sapa

E più che e’ fichi fiori alla forfecchia.

E se’ più bella che il fior della rapa

E se’ più dolce che il mel de la pecchia.

Vorreiti dare in una gota un bacio

Ch’è saporita più che non è il cacio[162].

[113]
La Beca da Dicomano del Pulci:

La Beca mia è solo un po’ piccina

E zoppica, ch’appena te n’adresti.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Pelosa ha intorno quella sua bocchina

Che proprio al barbio l’assomiglieresti,

E come un quattrin vecchio proprio è bianca.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu se’ più bianca che non è il bucato

Più colorita che non è il colore,

Più solazzevol che non è il mercato.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu sa’ ch’io sono ignorante e da bene

Beca mia, dolce più ch’un cul di pecchia.

Nelle Rime e concetti villaneschi d’Ameto Pastore composti per la Tonia del Tantera di Gabriello Simeoni[163], Ameto dice della Tonia:

La tua guancia ha il color d’un rosolaccio

E la tua gola quel d’un gelsomino,

Le labbra paion proprio di migliaccio

. . . . . . . . . . . . . . . .

I tuoi denti somiglian la traggea

E ‘l petto un cofaccin cotto nel riso.

Notiamo qui di sfuggita che questo Ameto è forse l’unico pastore che a nostro ricordo sia confuso coi villani, perchè generalmente ai pastori si fa sempre parlare un linguaggio elevato e, come abbiamo già avuto occasione di ricordare, non sono mai posti in caricatura come i contadini; in molte egloghe difatti il comico è ottenuto dal contrasto tra le espressioni arcadiche dei pastori e le rozze e brutali scempiaggini del villano, che, come fu già osservato [114]dal Rossi[164] e dal Gaspary[165], viene nel dramma pastorale usurpando a poco a poco l’ufficio del satiro, disturbatore degli amori dei pastori e delle ninfe. Nell’«Amarilli, Pastorale di Cristoforo Castelletti, nuovamente dallo stesso Auttore accresciuta, emendata e quasi formata di nuovo. In Vinegia, Sessa, 1587», Apollo nel Prologo si propone:

Le pacifiche guerre, i dolci sdegni

E mill’altri amorosi avenimenti

Voler cantar di pastorelli, e ninfe.

E per mescer fra il pianto un breve riso

Di semplice Villan sciocchezze e scherzi

Gir’inestando infra dogliosi accenti.

Ma ritornando alla descrizione della bellezza delle innamorate dei villani, ricorderemo come in questa stessa Amarilli il Villano Cavicchio, nome che distinguerà poi la maschera del villano nella Commedia dell’Arte, descriva le bellezze della Ninfa che dà il nome al componimento:

È saporita, morbida, pastosa

Come un petto di lepre, è biancolina

Più che la festa la camicia mia,

Ha quelle poppe che paion due rape

Le labbra rosse come una ciriegia,

I denti com’il fior de la farina,

Il naso grande, dritto, profilato,

Che par’ un torso mondo di lattuga

Ed odorosa come un mel cotogno.

Ma dove possiamo scorgere più manifestamente l’esagerazione di questa tendenza a confrontare le bellezze dell’amata con cose volgari, tendenza che finirà, come vedremo nei componimenti in lingua rusticale, nel far lodare ai [115]contadini innamorati i difetti della loro bella come se fossero altrettanti pregi, è in un Capitolo rusticale che si trova in un volumetto miscellaneo della Trivulziana[166]:

. . . . . . . . . . . . . . . .

L’ha una sperticata sua persona

che piace sì che in piaza tra fachini

di nulla altro che lei non si ragiona.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Bianchi e’ cape’ come una ciminea,

succidi, lendinosi, arroncicati,

come son gli oncini d’una statea.

La fronte ha tonda come pan ficati

bianca lustrente come son carboni

pare un coperchio d’un privà da frati.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Un occhio nella stravisa biancho et nero

che quando adosso fissi a un li pone

paion pur que’ d’un gatto forestiero.

El naso ha proprio come uno stangone,

e’ buchi ha larghi come duo bertesche

gli è torto, aguzo, come un bel picchone.

. . . . . . . . . . . . . . . .

E’ denti ha radi et pochi ve n’enteri

et non vaglion fra tutti un bolognino

tanto son rotti, barbeggiati et neri.

. . . . . . . . . . . . . . . .

La gola è larga come una ciscranna

. . . . . . . . . . . . . . . .

[116]

Le spalle l’ha ossute et smisurate

. . . . . . . . . . . . . . . .

Le braze ha sperticate come antenne

le mani ha moze: et più oltre v’assegno

che le son gialle che paion codenne.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Chi mirassi e’ suo piè quando cammina

certo dire’ resuscitato el zolla

l’accenna [de] gir in sala et va in cucina.

Nei componimenti in lingua rusticale dei vari dialetti dell’Italia settentrionale, di cui avremo occasione di parlare, s’incontrano frequentemente queste descrizioni caratteristiche di innamorate rustiche, ma per non dilungarci troppo ci limiteremo a ricordare soltanto alcuna delle principali per dimostrare con quanto favore fosse accolto questo nuovo genere di produzioni nella letteratura popolareggiante di quel tempo. Come altri ha già osservato[167], si potrebbe far entrare in questa classe di ritratti comici femminili anche quello che fa il Ruzzante delle donne padovane nella prima delle sue Orationi; basterà però che citiamo soltanto alcune frasi del Ruzzante perchè si veda chiaramente come la parodia della musa campagnuola a cui la fine intelligenza del Magnifico aveva dato una impronta artistica, sia già venuta, nelle mani del commediografo popolare padovano, perdendo sensibilmente di delicatezza di contorni, e come sia più ammissibile lo stabilire, in questo campo, un confronto tra il Beolco e gli imitatori del Magnifico, anzichè direttamente colla Nencia, in cui, come abbiamo già osservato, la caricatura è tanto più efficace quanto meno si scopre. Ma sentiamo il Ruzzante: «E comenzando de sotto in su, e da i piè, potta, [117]mo che bie’ peazzón larghi… E po’ quelle belle gambe grosse… quelle cossonazze? Haiu me’ vezù la vostra Rebelintia de qui bieggi cieffi, e ramonazzi de nogara, de qui ch’ha quella scorza gnaliva, viva, frisia da morbezzo, ch’è gruossi com’è uno a travesso?… Mo ben, cussì è le so cossonazze, e cussì dure in tel pizzegare. Va po’ pi in su, quelle so belle neghe, bianche e ronde, sprecisamen con è un porco ben grasso, co’ l’è pelò da fresco….. con quelle spalazze da portare ogni gran carga… con quelle brazze da faiga, e man da baile[168], con quel voltonazzo reondo, nuorio, bianco e rosso, che ghe perderae fette da persutto inverzellò, o ravi de quiggi bianchi e russi…..». Citeremo da ultimo un saggio di queste bizzarre descrizioni di bellezza femminile di una di quelle numerose poesie in lingua rustica bergamasca che ebbero tanta voga nella prima metà del secolo decimosesto:

Quand ò molt bè compris el vos faciù

Ch’a v’ò sminà dal co’ fin ai calcagn,

Quei ug che par do büs lazzabotù,

Cun la mascherpa in serc, per do’ compagn

El nas che m’ fa somià ‘l cül d’ün capú,

. . . . . . . . . . . . . . . .

Quand consideri bè quel vos stomèc,

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ch’a l’è icsì blan, icsì sgüràt e net,

[118]

Che m’ spreghi el fos el cül d’un carboner,

Con quele beli spalli da zerlet,

Ch’à fà giazzà le predi di zener[169]…

Questi ultimi componimenti ci porgono ocasione di parlare dell’introduzione della lingua rustica nella nostra letteratura, essendo evidente, come noi verremo dimostrando, che questa imitazione della lingua dei contadini, iniziatasi nella Toscana per quel nuovo indirizzo della poesia popolareggiante a cui Lorenzo per primo aveva dato una impronta artistica, venne poi largamente favorita nelle altre regioni dall’inurbarsi dei contadini e dei montanari nelle città principali. Vedremo pure come in questa nuova forma di esplicazione della satira contro i villani si debbano ricercare le prime traccie e i primi elementi costitutivi della maschera degli Zanni a cui è fatta tanta parte nella Commedia improvvisata, e che pur presentandosi sdoppiata, o per meglio dire, frazionata nelle molteplici figure del servo, si può far risalire al tipo dello sciocco, Arlecchino, e a quello dell’astuto, Brighella, che riflettono le due correnti di satira contro il villano di cui abbiamo più volte parlato. Il primo esempio, a nostro ricordo[170], di [119]riproduzione della lingua rozza e ripiena di infantili storpiature dei contadini della Toscana, si può vedere nella risposta che Bentivegna del Mazzo, marito della Belcolore (Decam., Giorn. VIII, Nov. II), dà al Prete di Varlungo, e nella novella dodicesima del Sermini. Questo nuovo genere di componimenti, nei quali la corrente satirica contro i villani trovava una delle più indovinate esplicazioni, deve essere stato accolto con grande favore dai Fiorentini, e la poesia rusticale, anteriore alla Nencia, pubblicata dal Carducci, deve considerarsi certamente come l’unico saggio pervenutoci dei numerosissimi prodotti di questa fioritura rusticale iniziatasi dopo l’esempio del Boccaccio. Del nuovo impulso dato dal Magnifico colla Nencia da Barberino alla imitazione della lingua rusticale nella poesia popolareggiante, abbiamo già parlato più addietro; poco ci resta da aggiungere per quanto riguarda la Toscana. Dopo Lorenzo de’ Medici assistiamo a una straordinaria diffusione di questo nuovo genere letterario, non solo in Toscana, dove lo troveremo coltivato su larga scala e quasi esclusivamente dalla Congrega dei Rozzi di Siena, che nelle commedie rusticali [120]riflette fedelmente quell’antagonismo speciale che noi abbiamo cercato di rilevare fino dalle prime pagine di questo nostro studio, ma anche a Napoli, e sopratutto poi nell’Italia settentrionale. Alla poesia rusticale è accordato il medesimo favore con cui erano state accolte qualche tempo prima in tutta Italia le poesie popolareggianti di Leonardo Giustiniani. La poesia rusticale non è solo presa ad esempio dai numerosi imitatori del Magnifico, dal Pulci, dal Berni, da Gabriello Simeoni, dal Bronzino, dall’Allegri, dal Malatesti, dai due Cicognini, dal Bracciolini, dal Lippi, dal Forteguerri, dal Moniglia e dal Fagiuoli, per non ricordare che i principali; ma s’introduce, come vedremo parlando della satira contro il villano nella Commedia, nella Sacra Rappresentazione, nella Farsa e nella Commedia Rusticale. Ma di questo avremo occasione di intrattenerci più oltre; ora crediamo opportuno, prima ancora di parlare dell’espandersi di questo nuovo genere letterario nelle altre parti d’Italia, di tentare di mettere in evidenza un fatto particolare e caratteristico di quel tempo, da cui, secondo noi, ebbe grandissimo incremento, specialmente nell’Italia settentrionale, il diffondersi di questo nuovo gruppo di componimenti satirici contro i villani nella letteratura italiana del secolo decimosesto. Vogliamo parlare delle frequenti e periodiche immigrazioni dei facchini dalle valli bergamasche nelle città principali, dove monopolizzavano il lavoro manuale e si univano in numerose corporazioni che godettero privilegi e che continuarono a mantenersi fiorenti fino quasi ai giorni nostri. Negli scrittori del secolo decimosesto sono assai frequenti gli accenni a questa presenza nella città dei sobrii, forti e laboriosi montanari bergamaschi. Il Folengo così ne parla[171]:

[121]
. . . . . . . . . . Cernebas mille fachinos

Per sex marchettos humeris imponere somas.

Ut Cato noster ait: nemo sine crimine vivit,

Si Bergamaschi damnantur crimine quoquo,

Crimen avaritiae specialiter imputat illos.

Non Bergamascos habitantes dico per urbem,

Sed quod passutos castagnis, atque gosatos

Vel macco saturos mandat montagna deorsum.

In spallam portant saccum, sogamque recinctam

Et cantant vacui coram latrone viantes.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non urbe, non castrum, quod non sit plena fachinis

Arte fachinandi nil se gens altra fatigat,

Sunt Bergamascha solum de prole fachini.

E il Garzoni[172]: «I Fachini… nati nelle montagne del Bergamasco, ove sono tratti fuor del tinaccio, come tanti gazotti della Gabbia, et mandati fuor della vallata a beneficio di tutto il mondo, che si serve di loro, come di asini, o di Muli da somma….. Sono i fachini fra loro di più sorte, come le cerase sul frutto, e massime nelle città grosse; come in una Venetia… Sono primieramente quasi tutti montanari, overo di Valtolina, overo di Valcamonica, e non sono grossi di aspetto, ma di dentro sono così grossi di legname, che gente più tonda quasi non si trova di cotesta, benchè qualch’uno riesce in quella sua grossezza alle volte sottile, per le gran burle, che ricevono communemente dalla gente, e perchè ogni poco, in loro pare assai, essendo per natura tondi come un fondo d’una botte, e grossi come il brodo de’ macaroni, e versando di loro una stolida opinione appresso a tutti. Nel parlare non sono differenti dai [122]gazzotti, anzi hanno una lingua tale, che i Zani se l’hanno usurpata in comedia per dar trastullo e diletto a tutta la brigata essendo ella di razza di merlotti nella pronunzia e in tutto il rimanente… Nella città di Bologna e Ferrara sono i spassi dei signori scolari, quando al tempo del carnevale[173] fanno la barriera del porco cinghiaro, et de fachini armati, ove allhora si veddono quei poveri babbioni, e turlulù con un’armatura indosso, et un elmo in testa con la visiera chiusa cercar con un pestone di legno in mano d’uccider il porco, e darsi mazzate fra loro alla cieca che dànno da ridere e da sgrignare a gli altri, e da piangere a sè stessi… stentano tutto l’anno in Milano, in Vinetia, in Roma, in Napoli, in Ferrara, in Mantova e in mille altri luoghi d’Italia…» Dai brani che abbiamo riportato del Folengo e del Garzoni appare già chiaramente, prima ancora che lo vediamo confermato da altri documenti, che questa invasione sistematica dei facchini bergamaschi nelle varie città d’Italia dava luogo a quella reazione che suole avvenire in tutti i tempi e in tutti i paesi verso gli artigiani di un altro paese che vengono colla loro attività a portare una seria concorrenza nel lavoro manuale in un dato luogo; senza contare che in quel tempo erano vivacissime e assai frequenti le invettive che si scagliavano tra loro le città vicine. Quella satira contro i villani che abbiamo visto tanto accetta nelle città, trova in questo nuovo fatto come un filone inesauribile per una nuova esplicazione nei numerosi componimenti popolari satirici contro i Bergamaschi, e la lingua rustica bergamasca o facchinesca ha nell’Italia settentrionale il sopravvento su quella delle altre città, e diventa poi caratteristica dei [123]due tipi principali di Zanni nella Commedia popolare scritta e in quella improvvisata. Dal Garzoni sappiamo pure che i facchini bergamaschi si recavano anche nel Mezzogiorno d’Italia, dove la loro presenza avrà pure contribuito a rendere bene accolta la satira contro i Bergamaschi; satira che viene diffondendosi coll’introduzione della lingua rustica bergamasca, la quale venne disputandosi il primato colla senese, colla pavana, colla norcina e colla cavaiola. Così in Milano dalla immigrazione dei facchini del Lago Maggiore trasse origine la fondazione dell’Accademia della valle di Blenio[174] nella seconda metà del secolo decimosesto, composta da bizzarri ingegni che poetavano in quella lingua rustica ed a cui si devono molti componimenti satirici, che si fingono scritti dai Fechin dol Lagh Mejò; è inutile ricordare come nella poesia popolare milanese duri ancora questa tradizione nelle Bosinate che continuano ad esser composte anche ai giorni nostri. Sono numerosissime le poesie popolari satiriche che ci sono pervenute sui Bergamaschi, e di un buon numero di esse ha dato notizia lo Stoppato[175]; ricorderemo qui, tra le molte altre che conosciamo, una Canzone alla Villotta [Miscell. Marc., 2213, 9] del secolo XVIº:

Bergamaschi son tondi e gros

de natura desdegnos

e cavalcan a redos

e portan i scudi pelos

Nella Desperata: Testamento: et transito de Gratios da [124]Bergem per Venturina de val Lugana [Miscell. Marc., 2213, 14] di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, il villano innamorato, dopo di essersi lamentato della crudeltà della sua amante, decide di por fine ai suoi giorni; ma poi, come Cecco da Varlungo nel Lamento del Baldovini, quando deve mandar ad effetto il suo triste proposito, trova che è meglio sopportare con rassegnazione la sua disgrazia:

Voref mazam, ma non voref fam mal

che se indovini a forà la ventrada

el insiraf po fò ol malìtial

. . . . . . . . . . . . . . . .

In quel che vossi menà, me pars vedì

ch’el me pianziva tutti i me paret

e per amor de quei am son pentit.

Dove troviamo poi espresso più manifestamente l’antagonismo contro i facchini che nelle città marittime monopolizzavano il lavoro manuale dei porti, è nella nota novella del Delli Fabrizi intitolata La va da tristo a cattivo, dalla quale apprendiamo che in quel tempo Venezia era invasa da facchini bergamaschi ed albanesi[176]. Contro questi si scaglia violentemente l’autore, attribuendo alla loro invasione il deperimento morale della sua patria, Venezia, nel medesimo modo con cui Dante, come nota Vittorio Imbriani, attribuiva la rovina di Firenze al fatto dell’ammissione dei villani entro le mura. Crediamo opportuno riferire qui i passi più caratteristici della satira contenuta in questa novella contro i Bergamaschi:

Cantica I. Di due pessime genti feccia e schiume

Di ciascun vizio: et ad ogni virtute

Più adverse, di quante altre Febo allume

Questo proverbio….. par che inizio avesse.

. . . . . . . . . . . . . . . .

[125]

Di l’un fachini i genitori foro[177]

E dell’altro albanesi. . . .

. . . . . . . . . . . . . . .

Cantica II. Lo padre di costui. . . .

Fu bergamasco, e di ben di fortuna.

Dotato sì che ‘l non era mendico.

E questo, perchè, tratto dalla cuna

Di subito a Vinegia fu mandato

Dove questa canaglia si rauna.

E quivi col suo cesto agguadagnato

Cotanto avea con mille latrocini

E con migliaia che avea assassinato,

Che alcune terre appresso d’i confini

D’una sua valla, donde esso discese

Comprato avea qual fan tali mastini.

Ma come Giuda, ti so dir, che l’fioco

Facea di tutto da vero fachino.

A costui il novelliere attribuisce la nota storiella della compera del crocefisso, che abbiamo visto addossata dal Poggio ai villani:

O despietata e maledetta raccia

Che fin in Christo ardite porre mano,

Meno il cielo curando d’una straccia.

Abbiamo riportato qui queste atroci invettive contro i facchini bergamaschi, perchè ci sembrano una eloquente conferma di quanto noi abbiamo cercato di dimostrare riguardo all’origine della satira contro i villani; l’odio che vediamo espresso contro di essi non è un semplice esercizio [126]accademico come quello che informa la letteratura misogina del medio-evo, ma un riflesso di quell’antagonismo economico che, purtroppo, anche ai giorni nostri, suole svilupparsi nei centri commerciali, a cui accorrono i nostri robusti e laboriosi montanari, tra gli abitanti della città e gli operai dei paesi vicini. Ma anche da un altro lato ci interessano al sommo grado queste feroci invettive contro i facchini bergamaschi, cioè per la grande importanza che possono avere nello studio della origine di una delle più note maschere della Commedia dell’Arte; vogliamo parlare dello Zanni, che venne più tardi sdoppiandosi nei due tipi del servo sciocco ed astuto, Arlecchino e Brighella, e più tardi ancora in una infinità di altri buffoni della scena, ma che nel periodo della sua origine doveva rappresentare, come vedremo, un tipo unico, quello del facchino bergamasco. Questa invasione di facchini bergamaschi, particolarmente nella città di Venezia, ci è confermata da molti altri documenti. Nella novella dello Straparola[178] in cui sono narrate le tradizionali disgrazie dei tre fratelli gobbi (Notte V, fav. III), si racconta come uno di essi, Zambù, figlio di Bertoldo, parte dalla Valsabbia, e si reca a Venezia in cerca di fortuna; appena arrivato in città, si mette a fare il facchino nel porto. Questo nome di Zambù ci porge occasione di intrattenerci a parlare dell’origine bergamasca della maschera dello Zanni. Lo Zerbini[179], passando in rassegna le varie opere scritte in dialetto bergamasco, ricordava che si hanno due traduzioni in bergamasco[180] dell’Orlando [127]Furioso, una delle quali è la seguente: «Rolant Furius de Mesir Lodovic di Arost stramudat in lengua bergamascha per ol Zambô de Val Brembana indrizat al Sagnor Bartolamé Minchiô[181] da Bergem so patrô». Lo Zerbini parlava di questo Zambô come di un autore che veramente fosse esistito nel secolo XVI, ma assai più giustamente il Moschetti[182] crede che in questo nome si debba vedere una forma dialettale della maschera teatrale dello Zanni di val Brembana, che più tardi assunse il nome di Arlecchino. Siccome l’altra traduzione dell’Orlando è conosciuta sotto il nome del Gobbo di Rialto, il Pasquino veneziano, il Moschetti argomenta che questa statua a cui si affiggevano le satire e le caricature rappresentasse nel concetto dei Veneziani la maschera dello Zanni, la personificazione del tipo del facchino bergamasco. Per affermare l’origine bergamasca del Gobbo di Rialto, il Moschetti ricorda quanto gli si fa rispondere alla «disfida» che nel 1554 gli aveva mandato Pasquino, invitandolo a svelare il luogo di sua origine. Pasquino gli aveva detto: «Gobbo facchino del bando di Rialto… sei Bergamasco, Svizzero o Grifone? hai bocca da polenta o pur da gnocchi?» Il Gobbo risponde:

Da Bergamo a Venetia son venuto

. . . . . . . . . . . . . . . .

Non ti pensar, ben ch’io sia nato in villa

Fra due montagne in fondo ad una valle

. . . . . . . . . . . . . . . .

Di poca aiada mi contento e pasco

Da buon pitocco e da buon bergamasco.

[128]
In una delle molte operette di G. C. Croce[183] sullo Zanni, intitolata: «Disgratie del Zani. Narate in un Sonetto di dicisette linguagi. Come giungendo ad una Hosteria, alcuni Banditi lo volsero amazare, e poi fattoli dar da cena fa un contrasto con l’Hoste» lo Zanni, peregrinando attraverso i campi, giunge ad una casa e domanda ospitalità, ma ne è respinto ruvidamente da uno che gli grida:

Fachin poltron, ste no te to’ de chi

Forse che ti non parlare mai pi.

giunto a un’altra casa si sente gridare da un tedesco:

O tiaule poltrinaz une Fachine

e dappertutto è accolto coll’appellativo di Facchino poltrone, ciò che conferma indubbiamente la sua origine e il carattere del tipo che rappresentava. Notiamo poi che un’altra analogia tra lo Zambù dello Straparola e la maschera dello Zanni si può vedere nella loro ingordigia; lo Zambù in causa di essa è scacciato da tutti i padroni, e lo Zanni, nel Contrasto che segue alle «Disgratie» si sente dire dall’Oste, ch’egli non vuole e non può pagare:

Ti aver disdot pan ninag busagne

Diese piate de lasagne

E tante roste e vin…

ed è noto che l’ingordigia è appunto la caratteristica di questa maschera nella Commedia dell’arte[184], e che il suo piatto favorito sono i «maccarú e sbruffadei.»

Giacchè ora siamo sull’argomento della presenza di facchini [129]bergamaschi nelle città, e principalmente in Venezia, crediamo opportuno di ricordare qui come si possa vedere un’attestazione di questo fatto anche in quei numerosi Viaggi dello Zanni a Venezia che ci sono pervenuti[185], nei quali è assai evidente la satira contro i montanari che s’inurbavano. Così pure ricorderemo i due sonetti pubblicati dal Tosi[186], che sono detti nel titolo: «Due bellissimi sonetti in lingua bergamasca nel primo dei quali si dichiara la bellezza di Venezia et nel secondo la dottrina del Zanni.» Nel primo è descritta dallo Zanni la sua partenza dalla montagna:

De l’an che i tribulat ste mal content

Propi dol mis che i asen va in amor

Cazat da un opiniò, da un cert umor

Da Bergem me parte’ subitament…

che ricorda quanto lo Zanni dice nella Bizzarria di Pantalone del Gatticci: «a so’ cittadì montanar delle valladi in confin di Bergamasch, e so nasud l’an chi castrava i porc, Missier,»…[187].

Nel secondo sonetto si legge pure:

Ol prim trat ch’em parte’ de voltolina

Eri plu tondo che non è una rava

La brigada de mi semper sgrignava

e lo Zanni continua dicendo che quando ritornerà da Venezia alle proprie montagne, è certo di essere accolto con grande plauso dai suoi compaesani:

Ai me vegnerà contra in comitiva

A son de tamburi, campani e piva

Cridando: viva! viva!

[130]
Lo Zerbini nella ricordata monografia sul dialetto bergamasco, accennava pure a questa immigrazione di facchini in Venezia: «I poveri valligiani vi andavano a stentar la vita o come facchini o come servi, e gli allegri veneziani dovettero ridere non poco alle spalle di essi per le forti aspirazioni e per le dure cadenze del loro vernacolo.» Venendo poi a parlare dell’origine bergamasca di Arlecchino, egli ammette come indiscusso che questo tipo rappresenti nella Commedia dell’Arte il bergamasco che partiva dalla propria provincia per accorrere alla capitale della Repubblica in cerca di miglior fortuna; e su questo siamo con lui perfettamente d’accordo. Ma non siamo del suo avviso su quanto affermava sullo Zanni; essendo per noi assai importante questo argomento, apriamo una parentesi per riassumere le varie opinioni che si sono emesse sull’origine di questo tipo della Commedia dell’Arte. Lo Zerbini a questo proposito osservava: «Niccolò Rossi (sec. XVIº) ne’ suoi Discorsi sulla Commedia lascerebbe credere che lo Zanni o Gianni, com’egli lo chiama, sia anche esso una maschera fissa bergamasca, e alcuni lo fanno anche discendere da Valle Brembana, e propriamente da S. Giovan Bianco»; ma egli non accettava tale ipotesi e seguiva l’opinione del De-Amicis, che cioè lo Zanni fosse derivato dal Sannio del teatro popolare latino e fosse un nome generico per indicare i personaggi buffi della Commedia improvvisata.

La questione dell’origine della maschera dello Zanni aveva già formato oggetto di discussione fino da un’epoca non molto lontana dalla sua comparsa sul teatro. Egidio Menagio[188], alla parola Zanni nota: «Dissi nelle mie Origini Francesi che questo vocabolo italiano derivava [131]dal Greco-Barbaro τζάννω, voce dello stesso significato… Ora sono del parere del Signor Carlo Dati… il quale tien per fermo che sia stata corrotta questa voce da quella di Giovanni.» Segue poi la lettera del Dati al Menagio, della quale riporteremo qui solo la parte più notevole: «….. ancorchè io creda assolutamente che Zanni non significhi altro che Giovanni, essendochè Gianni che è abbreviatura di Giovanni, si dica per lo più in Lombardia e particolarmente nel territorio di Bergamo, Zan….. figurandosi il Zanni in Commedia un villano Bergamasco che avesse nome Giovanni, non poteva chiamarsi altrimenti che Zanni. E così per avventura si pose nome quel primo, che messe in iscena tal personaggio. Come Cola e Coviello pur si dicono in Commedia i Servi Napoletani, da’ nomi de’ primi inventori di questa parte, Nicola e Jacovello.» Continua il Dati ricordando come un tale che in lingua latina curiale aveva scritto contro un suo concorrente, volendo indicare che egli in Commedia aveva fatto lo Zanni, si era così espresso: «fecerat Joannem»; che il Varchi nell’Ercolano invece di Zanni li chiama Gianni, e che il personaggio corrispondente della Commedia è chiamato dagli Spagnuoli Bobo Juan, e dai Francesi Jan-Farine, Jan-Potage[189].

Respinto ogni legame di parentela della maschera dello Zanni col Sannio dell’antica commedia popolare latina, ci pare che risulti abbastanza evidente, da quanto siamo venuti dicendo, che le origini di questo tipo della Commedia dell’Arte devono essere ricollegate alle numerose [132]attestazioni che affermano l’esistenza di una corrente satirica contro i facchini bergamaschi. Ultimamente si sono venuti aggiungendo a questa ipotesi molti validi argomenti, che confermano con grande evidenza come si debba attribuire a questa satira contro i Bergamaschi la comparsa sul teatro dello Zanni. Il Rossi, nella nota recensione allo Stoppato[190], ricorda una commedia di Vincenzo Fenice, stampata nel 1549, nella quale trovasi tra i personaggi un «Giovanni Bergamascho servitor» che vien sempre chiamato Zane; ed il Gaspary[191] ha fatto osservare che in una lettera del Macchiavelli del 25 febbraio 1514 si incontra già il nome di Zanni usato per significare un servitore bergamasco, e che nel secondo dialogo di Ruzzante «Tonin Bergamascho fante di M. Andronico» è chiamato, nell’ultima scena, «Zane». Lo stesso Beolco nella Rodiana, atto IIº, scena VIIIª, fa dire a Truffa: «Tutti i matti ha lome Zane…..». Come si può attribuire al Calmo l’invenzione della maschera del Pantalone, parrebbe ovvio di attribuire al Beolco la creazione della maschera dello Zanni, ma il Marchese Cesare Lucchesini[192] ci prova che questo tipo deve essere anteriore alle produzioni [133]del Ruzzante. Il Riccoboni, egli osserva, ha falsamente attribuito al Beolco l’introduzione delle maschere sul teatro, perchè tanto per il Pantalone quanto per il Dottor Bolognese non troviamo nelle opere del commediografo popolare padovano personaggi corrispondenti. «Lo stesso dicasi, egli aggiunge, dei due Zanni Bergamaschi. In fatti lo Speroni, nella seconda parte del Dialogo della Istoria, introduce Paolo Manuzio a dire che essendo egli giovane, Ruzzante in Padova spesse fiate fece commedie assai belle e volentieri ascoltate, quantunque in esse lo innamorato parlasse Tosco e il servitore non Bergamasco, ma Padovan da Villa. Le quali parole dimostrano abbastanza che indipendentemente dal Ruzzante era già fin d’allora in vigore l’uso d’introdurre sulla scena servitori bergamaschi e che questo uso non era seguito dal Ruzzante stesso: e perciò non può avere avuto da lui l’origine.» Già nella «Floriana, Comedia nuovamente impressa in Florentia e diligentemente emendata per Bartolomeo de Zanetti da Bressa, 1518» vediamo deriso il dialetto bergamasco[193]; è noto poi come il facchino bergamasco entri, come comico intermezzo, anche nella commedia erudita. Il Calmo non solo introduce dei pastori bergamaschi nelle Egloghe dove rappresentano la parte buffonesca propria del villano, ma nella Saltuzza ha messo il nome di «Balordo» al facchino bergamasco che vi si trova. Noi crediamo che questa maschera provenga appunto, più che dal senso dispregiativo che si soleva annettere al nome di Giovanni in molte nazioni, come [134]ci dicono il Dati ed il Flögel, da un servo bergamasco Giovanni che nella commedia popolare abbia goduto di molta popolarità, e che sia passato poi con questo nome nella tradizione; che il nome di Giovanni avesse un significato non troppo lusinghiero, ci è confermato tra l’altro dal noto Capitolo di Monsignor Giovanni della Casa in biasimo del suo nome.

Gli argomenti che il Riccoboni[194] porta contro il Menagio e il Dati per dimostrare che il tipo e il nome dello Zanni provengono direttamente dal Sannio degli antichi mimi, sono di scarso valore. In una nota del Davanzati al Tacito, egli osserva, è detto che gli Zanni sono attori che in lingua bergamasca o norcina hanno l’arte di far ridere; dunque vi erano Zanni che non parlavano bergamasco, ma norcino, dialetto rustico di una città dell’Umbria, e allora perchè non li vediamo chiamati Gianni in Toscana? Abbiamo già visto come lo Zanni fosse chiamato pure col nome di Giovanni, e nell’Ercolano del Varchi è detto appunto: «….. credo bene che i Gianni nelle loro Commedie dicano……..»[195]. Anche Anton Maria Salvini nelle annotazioni alla Fiera del Buonarroti (3, 1, 9) nota: «Zanni, servo sciocco in commedia, detto [135]Zanni alla lombarda per Gianni»[196]. Il D’Ancona[197], commentando un noto passo del Borghini su cui avremo occasione di ritornare, riporta il passo della Vita di Battista Franco del Vasari secondo il quale «la origine degli Zanni è riferita alla metà circa del secolo XVI, e riappiccata alle Commedie fatte fare in Roma da una brigata di artisti e di begli umori, a capo dei quali era Giovan Andrea dell’Anguillara.» Il D’Ancona però, fondandosi sul Canto carnascialesco degli Zanni del Lasca, opina che la maschera dello Zanni sia senza alcun dubbio di origine lombarda, ciò che vedremo confermato da una poesia di un anonimo senese della Congrega dei Rozzi. Anche il Valentini accenna a quest’origine lombarda delle maschere della Commedia dell’Arte: «La commedia italiana improvvisa, detta dell’arte, è antichissima, e più antica della commedia italiana regolata e scritta. Ebbe il suo principio nella Lombardia, si sparse per tutta l’Italia, penetrò nella Francia, dove ancora sussiste»[198]. Tanto qui però, come nella poesia senese a cui abbiamo ora accennato, crediamo che si debba dare alla parola Lombardia un’estensione di significato assai ampia, e che si debba per essa intendere l’Italia settentrionale; si accenna a quest’origine lombarda, perchè i due tipi più caratteristici della Commedia dell’Arte, cioè gli Zanni, furono tolti da Bergamo, ma se ben si osserva è molto più probabile che queste maschere siano nate sulle scene [136]del teatro popolare veneziano, dove, come abbiamo visto, il loro sorgere corrispondeva all’intento satirico contro i Bergamaschi. A Bologna ebbe pure la Commedia dell’Arte un grande sviluppo, e il Goldoni infatti ci dice (Memorie, t. II, cap. XXIV) che in quella città incontrò opposizione più che altrove la sua riforma teatrale. Il vedere affidate a comici bergamaschi le parti degli Zanni al tempo del nascere della Commedia improvvisata, non conferma l’origine lombarda di essa, ma soltanto che i comici bergamaschi erano naturalmente preferiti per la più fedele riproduzione ch’essi potevano dare del dialetto e dei costumi di quei montanari che erano imitati dagli Zanni.

Venezia fu probabilmente la culla e la tomba della Commedia dell’Arte, perchè in quella città appunto iniziò il Goldoni la sua riforma che doveva segnare la condanna delle maschere; questo non è da intendersi in senso assoluto, perchè reliquie della Commedia improvvisata si potranno trovare anche nel nostro secolo[199].

Il Masi, parlando dell’oscurità in cui si ravvolge l’origine del primo Zanni, di Arlecchino, osserva: «….. il buon Galeani Napione, notando che il Quadrio dice ignorarsi l’origine dello Zanni Bergamasco, ne fa senz’altro inventore il Bandello in due personaggi, il primo dei quali è un Gandino Bergamasco (P. I, nov. XXXIV), ed il secondo un Fracasso Bergamasco esso pure (P. IV, nov. XXV)…. C’è in realtà in quei due personaggi del gran novelliere cinquecentista molto del carattere di Arlecchino.»[200] Ma, come osserva giustamente il Masi, l’opinione del Galiani ha poco valore, perchè non si sa [137]se il Bandello abbia tolto questa creazione alla Commedia dell’Arte o viceversa[201]. Veramente importante è la prima novella ricordata dal Galiani, e noi possiamo incontrarvi assai larghi accenni all’astio che produceva anche in Genova l’invasione dei facchini bergamaschi. Il Bandello spiega questa invasione colla povertà del suolo montuoso bergamasco che obbliga gli abitanti ad emigrare in cerca di miglior fortuna, e si diffonde ad enumerare le cattive qualità dei Bergamaschi di contado, che qui non ripeteremo, perchè identiche a quelle già da noi ricordate. Ma non è il solo Bandello che introduca tra i tipi ridicoli delle sue novelle i Bergamaschi, e basterà che ricordiamo lo Straparola, il Domenichi ed il Giraldi, e i commediografi popolari già citati.

Nello Straparola, che era di origine bergamasca essendo nativo di Caravaggio, vediamo riflessa, nel racconto dell’astuzia usata dai suoi concittadini per vincere i Fiorentini, la reazione contro questa corrente satirica, l’inversione da negativa in positiva quale l’abbiamo vista manifestarsi anche per il villano in generale; i Bergamaschi passarono poi nella tradizione, in grazia di questa reazione, per la gente più astuta e più fine d’intelligenza. Il Bandello dunque non può dirsi inventore di questa maschera, perchè essa era già nata prima di lui; però a lui spetta il merito di averci, più diffusamente degli altri novellieri del suo tempo, conservato nelle sue novelle la conferma dell’esistenza di questa corrente satirica contro i facchini [138]montanari. Il Valentini[202] dice che Arlecchino[203] era pure chiamato Battocchio, e crede che Brighella sia originario di Brescia, come Pulcinella da Acerra; assai importante in questa rarissima opera del Valentini è la parte terza, sulle maschere del Carnovale Romano, nella quale troviamo attestazioni del perdurare nel nostro secolo tra il popolo della maschera del matto e di quella del villano.

Parlando del tipo del villano nella Commedia avremo occasione di diffonderci a parlare dei non dubbi legami di parentela che esistono tra il contadino e lo Zanni; per ora ci interessava solo di stabilire come l’introduzione di questa maschera nella Commedia dell’Arte debba ricollegarsi strettamente alla corrente satirica contro i Villani dalla quale abbiamo visto generata l’introduzione dei componimenti in lingua rustica, e più particolarmente a quell’inurbarsi della gente di campagna nelle città in cerca di lavoro, da cui persistiamo a credere originate per la maggior parte queste caratteristiche produzioni satiriche. Il De Amicis, nello studio già ricordato sulla Commedia dell’Arte, ha cercato di dimostrare che lo Zanni, derivato dal Sannio della Commedia latina, è un nome generico sotto cui devono comprendersi tutti gli attori che avevano solo lo scopo di far ridere gli spettatori, e che Pulcinella ed Arlecchino non sono che due maschere provenute direttamente dal buffone della Commedia latina. Per quanto riguarda Pulcinella, lo Scherillo[204] [139]prima e Benedetto Croce[205] poi hanno stabilito con validi argomenti che il volere cercar di riannodare questa maschera con quella corrispondente del teatro popolare latino è un’utopia che fu accolta fino ai giorni nostri dagli storici della nostra letteratura, ma che tale opinione è assolutamente priva di ogni fondamento, e che Pulcinella e le molte altre figure tipiche del servo, ora astuto ed ora sciocco, della Commedia dell’Arte, sono una creazione italiana del secolo decimosesto, originate da un intento satirico contro i villani di una data regione. L’affinità che può sussistere fra la maschera della commedia popolare antica e lo Zanni non è nei particolari e nei lati di rassomiglianza fra il Macco e il Pulcinella, ma nella identità e nella continuazione dello spirito drammatico degli Italiani che in epoche tra loro tanto lontane hanno creato, sotto l’impulso di un medesimo intento satirico, due maschere che riproducono la stessa caricatura contro i villani. Che il nome di Zanni sia poi divenuto, come opina il De-Amicis, un nome generico e collettivo per indicare le varie parti buffe che erano affidate alle maschere che rappresentavano la caricatura delle diverse città, è dimostrato tra l’altro dal fatto di trovare già nel secolo decimosesto distinti il primo ed il secondo Zanni; ma ci pare indubitato che questa maschera debba essere ricondotta nella sua origine ad un tipo unico riflettente la satira contro i facchini di Bergamo. E infatti quanti parlano dello Zanni, accennano sempre alla sua origine bergamasca, e più particolarmente insistono sulla sua calata «dalle vallade.» Pier Jacopo Martelli, passando in rassegna i vari tipi della Commedia dell’Arte, dice: «Che diremo [140]di quel cotal Bergamasco, che venir mostra dalle parti vallive di quella stessa provincia? Quella sua maschera mora ritonda, e intorno al mento pelosa a guisa di simia….. quel suo dialetto zannesco….. furono e saranno sempre la delizia più favorita dei popolani.» Il Flögel[206] ripetendo un’opinione già espressa dal Riccoboni, credeva che il dialetto bergamasco fosse stato dal Ruzzante messo in bocca di preferenza ai servi «weil die Stadt Bergamo den Ruf geniesst, dass ihr Pöbel vorzugweise aus Gecken und Betrügern besteht, die in beidem Charakteren Meister sind.» Parole ripetute letteralmente da Maurice Sand[207]: «Arlequin et Brighella sont toujours de la ville de Bergame….. Ceux de la haute ville, personnifiés dans le type de Brighella, sont vifs, spirituels et actifs; ceux de la ville basse sont paresseux, ignorants et presque stupides, comme Arlequin. J’en demande pardon aux habitants de la basse ville, mais je suppose que, comme Arlequin, ils sont devenus, depuis le seizième siècle, aussi vifs et aussi spirituels que leurs compatriotes de la ville haute.»

Questo sdoppiamento della maschera dello Zanni nei due tipi dello sciocco e dell’astuto bergamasco corrisponde alle due correnti positiva e negativa della satira contro il villano; ma la satira non è diretta contro gli abitanti della città di Bergamo, ma contro i facchini che da molti paesi delle montagne bergamasche, quasi fino ai giorni nostri, avevano monopolizzato il lavoro manuale nei porti delle città marittime. Del resto se potessero esistere ancora dei dubbi sull’origine bergamasca degli Zanni della Commedia dell’Arte, basterebbe ricordare quanto si legge su di [141]essi nelle Memorie di Carlo Goldoni[208]. Questi, parlando dell’ostilità da lui incontrata nel pubblico quando aveva per la prima volta iniziato nelle sue Commedie la soppressione delle Maschere, che avevano formato per due secoli la più grande delle attrattive per il popolo, ci conferma quanto abbiamo visto espresso dal Flögel[209] e dal Sand sulla fama che ai suoi tempi godeva la popolazione bergamasca, da cui furono tolti i due Zanni, Brighella ed Arlecchino, e ci dà su essi questi interessanti particolari: «Brighella rappresenta un servo raggiratore, furbo e briccone. Il suo abito è una specie di livrea, e la sua maschera bruna dimostra con caricatura il colore degli abitanti di quelle alte montagne bruciate dagli ardori del sole. Vi sono Comici di questo impiego che han preso il nome di Finocchio, di Fichetto, di Scapin, ma è sempre il servitore istesso, ed il medesimo Bergamasco. Gli Arlecchini prendono ancora altri nomi, e si chiamano Traccagnini, Truffaldini, Gradelini, Mezetini, ma sempre gli stessi stolidi, e gli stessi Bergamaschi…… e la coda di lepre che fa l’ornamento (del cappello) è ancor oggi l’ordinario fregio dei contadini di Bergamo.» Dalle parole del Goldoni ci pare che risulti assai chiara l’origine e l’intento satirico di questa maschera dello Zanni, rappresentante sulla scena la caricatura dei Bergamaschi valligiani che s’inurbavano nelle città marittime in cerca di lavoro; e da questa maschera ripetono certamente la loro origine tutti i numerosissimi servi della Commedia popolare italiana. Anche gli abitanti della Cava, che sulla fine del secolo decimoquinto ed il principio del decimosesto sono [142]colpiti dalla satira nelle farse napoletane, come ha osservato giustamente Benedetto Croce[210], devono la reputazione che loro è fatta in quei componimenti alla immigrazione che gli industri abitanti della Cava facevano nella città di Napoli. Se più tardi questo tipo caratteristico di servo nella Commedia popolare in Italia, originato da questo intento satirico, venne avvicinato al tipo del servo della tradizione classica quale lo incontriamo nella commedia erudita, ciò dipende dai rapporti frequenti che intercedono in ogni tempo fra i due generi letterari, popolare e classico; ma ci pare omai indubitato che la maschera dello Zanni debba ritenersi originata sulla fine del secolo decimoquinto od al principio del secolo successivo.

Recentemente il Toldo[211], in uno studio sugli antecessori di Figaro, del servo che vince coll’astuzia i tranelli tesigli dal suo potente signore, ha svolto con abbondanza di particolari l’idea del Lenient, già da noi più addietro ricordata, dimostrando cioè, con un esame minuzioso delle farse francesi in cui il servo ha una parte importante, come il tipo del villano quale l’abbiamo visto tratteggiato nei fabliaux, presenti già assai bene delineati quei caratteri particolari e distintivi del servo che incontriamo nelle farse e nelle commedie popolari francesi. Egli osserva giustamente: «Les types des fabliaux devinrent, par conséquent, des personnages du théâtre, et le vilain se transforma dans le valet et le badin de ces pièces.» E su questo punto, sul quale noi avremo occasione di ritornare, siamo con lui completamente d’accordo. Ma venendo il Toldo a parlare poi (pag. 154-198) degli Zanni nella Commedia italiana, è in piena contraddizione con quanto aveva detto antecedentemente, accogliendo la vecchia opinione che [143]essi provengano dalla commedia latina, e che siano pervenuti alla Commedia dell’Arte passando attraverso alla elaborazione classica della Commedia erudita[212]. Il voler continuare a credere Pulcinella derivato dal Maccus latino, dopo quanto hanno dimostrato lo Scherillo ed il Croce, che sono concordi nel ritenerlo una maschera satirica dei villani di Acerra, è altrettanto assurdo, quanto il credere lo Zanni derivato dal Sannio, etimologia, come la chiamò giustamente Anton Maria Salvini, più ingegnosa che vera. L’Agresti, rivendicando l’originalità del servo nella Commedia italiana del cinquecento, nota come i drammaturghi di quel secolo respingessero spesso chiaramente l’accusa di plagio che poteva essere loro mossa riguardo ai personaggi introdotti sulla scena, e ricorda le parole caratteristiche del servo Corbolo nella Lena:

Or l’astuzia

Bisogneria d’un servo, quale fingere

Ho veduto talor nelle commedie.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Deh, se ben io non son Davo, nè Sosia,

Se ben non nacqui fra Geti, nè in Siria,

Non ho in questa testaccia anch’io malizia?[213]

Ma crediamo di esserci omai dilungati di troppo dal nostro argomento, e domandiamo venia al cortese lettore di questa digressione. Abbiamo creduto opportuno di accennare a questa immigrazione dei facchini bergamaschi nelle città marittime, per poter spiegare l’apparizione quasi contemporanea [144]di queste due maschere, del villano cioè e del facchino, sul principio del secolo decimosesto. In una Epistola del primo quarto di detto secolo, nella quale sono riferite notizie interessanti sopra un convito di studenti in Padova, incontriamo la prima apparizione di queste due maschere: «Approssimada l’hora de la cena fo vestidi 6 da maschere, li quali non erano stati visti in quella congregation: uno grando da m.º Francesch, uno da fachin, dui da villani senza volto et dui da matello agilissimi…..»[214].

Nella prima metà del secolo decimosesto i numerosissimi componimenti rusticali che uscirono alla luce nell’Italia superiore, dalla Frottola alla Commedia, dal Contrasto al Mariazo, sono detti indifferentemente «alla villanesca» o «alla bergamasca» e abbiamo già visto come questo ultimo appellativo sia sinonimo di «alla facchinesca». Di questo genere di componimenti, assai importanti per lo studio delle fonti della Commedia popolare, un buon numero fu ricordato dallo Stoppato, il quale ha notato pure come essi fossero recitati dai buffoni nei conviti. Il primo tra i compositori di questo genere di produzioni nell’Italia superiore che abbia seguito l’esempio dato dal Magnifico è il Ruzzante, di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Certamente, come abbiamo osservato anche per Lorenzo de’ Medici, non si deve credere che il Beolco sia stato l’inventore di queste produzioni rusticali padovane, ma soltanto il perfezionatore, e alcuni suoi antecessori furono ricordati dal Lovarini[215] e dal Frati[216]; ma a lui più particolarmente spetta il merito di avere, [145]come i Rozzi di Siena, preparato ed attuato il passaggio di questo tipo nella commedia che venne poi detta «alla vilanesca.» Il Rossi ricorda alcune rappresentazioni di commedie alla villanesca fatte da Ruzzante in Venezia nel 1520, e, pure negando al Beolco l’invenzione delle maschere, riconosce che il carattere in cui si mantiene immutabile è quello del villano. Certo non si potrebbe trovare, come ha osservato il Lucchesini, nelle Commedie del Ruzzante il tipo dello Zanni quale lo incontriamo nella seconda metà di quel secolo e nel successivo nella Commedia dell’Arte; ma queste evoluzioni e questi adattamenti all’ambiente avvengono molto lentamente. Però, come fu già osservato dal Gaspary, nelle Commedie l’avvicinamento del servo della tradizione classica al contadino padovano è assai bene riuscito[217]. Del Beolco, come scrittore di commedie e di componimenti popolareggianti, ha parlato a lungo il Gaspary, il quale ha rilevato molto giustamente come il Ruzzante, solo forse tra gli scrittori di componimenti rusticali, nutrisse molta simpatia per la gente di campagna e come in una orazione in lingua rustica facesse caldi voti perchè cessasse quel vivo antagonismo tra contadini e cittadini che vedremo riflesso in più luoghi delle commedie dei Rozzi. Crediamo opportuno riferire le parole del Ruzzante: «….. perquè l’è tanto el gran cancaro de nimistà e malevolentia tra nù containi della villa, e i cittaini da Pava, ch’à se magnessòm del cuore, e tutto ‘l dì per questo à se tragagiom…… Mo’ pacintia, i ne dise à nù containi, villani, marassi, ragani. Nù à ghe digòm à iggi, cacanèggi, can, lusulari, magna sangue de poeritti.» E parimente assai importanti sono i frequenti accenni che si incontrano nelle opere del Ruzzante alla misera condizione dei contadini di quel tempo; [146]il Beolco, che per riprodurre con fedeltà la vita dei campi aveva studiato da vicino gli usi ed i costumi dei contadini, non poteva far a meno di compiangere il loro triste stato ed i mali che li affliggevano.

Delle Rime di Magagnò, Menon e Begotto in lingua rustica padovana non ci occuperemo, perchè improntate in gran parte all’imitazione classica di Pindaro, del Petrarca e del Veniero, e perchè veramente non vi troviamo più la vivace riproduzione che il Ruzzante ci aveva dato dell’ambiente e della vita rurale, ma solo il linguaggio rustico padovano sotto cui si scorge facilmente quella bucolica convenzionale a cui abbiamo più volte accennato. Così pure molto meno interessante, di quanto farebbe supporre il titolo, per la storia dello Zanni, è la Raccolta di tutte l’opere di Bartolomeo Bocchini detto Zan Muzzina, Modena, 1665; oltre l’enumerazione di alcuni Zanni nel Prologo tra Olivetta e Bagolino già ricordato dal D’Ancona, vi incontriamo ancora un Testamento burlesco di uno Zagno orbo[218] che può essere annoverato tra i componimenti di questo genere di cui abbiamo più addietro parlato, ed alcuni prologhi di Commedia per gli Zanni che depongono in favore dell’affinità di questa maschera con quella del villano, alla quale, come vedremo, erano pure di frequente affidati i prologhi nella Commedia popolare. Anche il Dialogo in furbesco tra Scatorello e Campagnuolo assassini di strada (pag. 270) che lo Stoppato diceva «importantissimo per studiare le origini e lo svolgimento della maschera del Zanni nella Commedia dell’arte» non contiene purtroppo nulla di quanto a torto gli fu attribuito. Lo sviluppo che la maschera dello Zanni raggiunse nella [147]Italia centrale ci è confermato dai numerosi componimenti popolari che ci sono pervenuti e che furono già da altri ricordati, e stretta analogia con lo Zanni ha pure la maschera tipica modenese di Sandrone, villano arguto di quel contado[219]. Ma ritornando agli imitatori della Nencia del Magnifico ricorderemo ancora il pistoiese F. Bracciolini; nel noto Contrasto tra Ravanello e la Nenciotta, è interessante per il nostro studio il bando curioso che il villano innamorato ha sentito leggere al mercato, inibente l’amore ai contadini[220]:

. . . . . . . . O contadini e paesani

Col berrettino e col cappel di paglia

Ch’avete dure e sudice le mani,

Ma fanno presa come una tanaglia;

Illustri gonzi e nobili villani

Ruvida gente e povera canaglia

. . . . . . . . . . . . . . .

Perchè l’amore è una certa cosa

Che non sta bene a gente contadina

Vuol morbida la mano e non callosa

E la camicia fina, fina, fina;

E il contadin l’ha sempre polverosa

In fuor che la domenica mattina.

Nelle Stanze rusticali di Iacopo Cicognini[221], Pippo si rivolge alle dame fiorentine annunciando loro il suo matrimonio con la Betta, le bellezze della quale sono celebrate nel solito modo satirico, enumerando cioè come altrettanti pregi i difetti fisici e morali dell’innamorata; in altre Stanze rusticali del medesimo, Pippo a cui è nato [148]un bambino che ha una strana rassomiglianza col padrone, dice che si vuole vendicare rubando sul podere e che non vuole invitare alcun Fiorentino al pranzo preparato per festeggiare la nascita del figlio:

Non ci voglio artigian nè cittadini,

Ch’un dì passando per mercato nuovo

Quelle giustizie di que’ fattorini,

Come s’io fussi un natural fantoccio

M’acculattorno a mezzo del Carroccio.

Ricorderemo per ultimo i Cartelli per Mascherate del Fagiuoli dove sono derise la semplicità e la gelosia dei villani che conducono le loro mogli in città a vedere le feste carnovalesche; ma in queste poesie rusticali del Fagiuoli, come nel Lamento di Cecco da Varlungo del Baldovini si cercherebbe invano quel senso della misura nella satira che costituisce il pregio principale delle prime poesie di questo genere da noi studiate.

[149]
CAPITOLO V.
LA SATIRA CONTRO IL VILLANO NELLA COMMEDIA.
Dopo di avere ricercato i primi elementi costitutivi del tipo del villano nei diversi componimenti che abbiamo passato in rassegna, parleremo ora di altri componimenti che hanno più stretta relazione colla Commedia rusticale, e in generale con tutte le produzioni di forma drammatica nelle quali è fatta larga parte alla satira contro il villano. Il D’Ancona[222] e lo Stoppato[223] hanno già dimostrato come nei componimenti minori della letteratura popolare della fine del secolo decimoquinto si debbano ricercare i primi rudimenti delle commedie rusticali; e noi avremo occasione, parlando delle produzioni drammatiche dei Rozzi, di accennare alle prime forme di questo genere, composte per essere recitate nei trattenimenti e nei conviti. Particolarmente interessanti per lo studio delle fonti della Commedia popolare sono le parole che si leggono dopo il titolo in molte di queste produzioni, come nella nota Contenzione del Giambullari e in molti inframessi degli [150]antecessori dei Rozzi[224], da cui si apprende che esse erano rappresentate.

Il D’Ancona, nel suo magistrale lavoro sulle origini del nostro teatro, ha dimostrato come le scarse reliquie di produzioni drammatiche che ci sono pervenute dal medioevo non ci autorizzino a supporre quanto lo Stoppato aveva cercato di assodare, che cioè, durante quell’epoca di tenebre, abbia continuato ad esistere accanto al dramma religioso un dramma popolare indipendente; perchè tali reliquie si possono considerare tanto come ultimi resti del teatro popolare latino quanto come inizio informe e rudimentale del teatro popolare italiano[225]. In tanta incertezza di cognizioni su questo argomento, noi incliniamo a credere che le origini del tipo del villano quale lo vediamo tratteggiato nella commedia rusticale debbano ricercarsi, nelle loro prime manifestazioni, in quei componimenti satirici dell’età media che noi siamo venuti passando in rassegna. Abbiamo già avuto occasione di ricordare quanto il Toldo ha cercato di dimostrare studiando il carattere del servo nel medio-evo, come cioè il villano dai fabliaux passi coi medesimi tratti caratteristici nella farsa nel secolo decimoquinto, rappresentandovi la parte del servo e dello sciocco; passando in rassegna molte di queste farse, egli ha dimostrato come in esse il villano conservi assai bene delineato il suo carattere di rappresentante del debole che lotta coll’astuzia contro il forte, e come nel Badin della farsa francese si incontri già quella ingordigia che diverrà poi la caratteristica dello Zanni della Commedia dell’Arte. Già prima il Lenient[226] aveva rilevato l’importanza di questo tipo del [151]teatro popolare francese, paragonandolo al parassita del teatro classico latino e diffondendosi a parlare dello sviluppo grandissimo che, come è noto, ebbe in Francia la maschera del Badin, come pure quelle del Sot e del Fol[227]. Questo tipo entra assai presto negli intermezzi che si introdussero, con un processo uguale a quello con cui la parodia penetra nell’epopea, nei misteri e nelle sacre Rappresentazioni. Il Barbazan ci dice appunto: «La représentation des Mystères était interrompue par différents entr’actes, dans lesquels un fol, c’est-à-dire un baladin, disait de lui-même tout ce que lui venait à l’esprit, et faisait diverses sortes de tours. Ces entr’actes sont marqués en marge par ces mots: Hic Stultus loquitur.» L’influenza del teatro popolare francese in Italia che si manifesta con tanta evidenza nelle Farse dell’Alione[228], deve aver avuto un raggio di esplicazione molto più vasto di quanto comunemente si crede; abbiamo già visto nel Convito di studenti padovani a fianco della maschera del villano e del facchino quella del «mattello», e abbiamo pure altre notizie della presenza del matto sul nostro teatro[229]. Anche se nell’Italia non si ebbero, per ragioni speciali, i sots come s’incontrano invece nel nord dell’Europa, è certo però che la presenza del badin nelle farse francesi deve aver contribuito molto, per analogia, all’introduzione delle parti ridicole tanto nella Sacra Rappresentazione come nelle prime [152]manifestazioni del teatro popolare italiano. Data la costante preoccupazione della Chiesa di allontanare il pubblico dagli spettacoli profani dei buffoni di piazza, era naturale che nelle concessioni che successivamente si facevano nel dramma sacro allo spirito popolare che andava risvegliandosi, si riflettessero le correnti e le nuove forme più caratteristiche di esplicazione di detto spirito. Al fatuo ed allo sciocco dovette succedere molto presto nella Sacra Rappresentazione quella riproduzione satirica della vita rusticale che noi abbiamo visto accolta con tanto plauso nella letteratura popolare e popolareggiante. Lorenzo de’ Medici e i suoi imitatori, tra i quali forse il meno noto e quello che più largamente ed efficacemente contribuì a diffondere i vari generi letterari a cui il Magnifico dava un’impronta artistica col suo ingegno multilaterale è Bernardo Giambullari, col nuovo indirizzo dato alla poesia rusticale concorsero validamente a rendere bene accetti negli inframessi del dramma sacro i villani; il Giambullari anzi li aveva forse per il primo introdotti, colla Canzona de’ saeppolatori, anche nelle mascherate carnevalesche. Dello stesso Giambullari è quella Contenzione di Mona Costanza e di Biagio, in cui è detto: «e puossi fare in commedia» parole che unitamente a quelle che si leggono in parecchie composizioni degli antecessori dei Rozzi «opera dilettevole, e da recitare per trattenimenti di conviti, veglie e feste» ci dimostrano chiaramente come quei Contrasti, che sono da considerarsi come le forme rudimentali del nostro teatro popolare, andassero mano mano assumendo vera forma drammatica. Crediamo inutile di ripetere qui i numerosi accenni che si conoscono della frequenza di questi frammessi di contadini nella Sacra Rappresentazione, di cui hanno fatto menzione il Palermo, il D’Ancona ed il Mazzi; ricordiamo soltanto quanto lasciò scritto il Borghini: «Al tempo de’ nostri padri non si faceva [153]commedia che buona parte del riso non dipendesse da un frammesso di contadini. Oggi come cosa bassa e vile, e riso sciocco, è pure dimessa, e sono successi i Bergamaschi e Zanni e i Veneziani che, in verità sono poco meglio, per non dir peggio.» Già nella Sacra Rappresentazione assistiamo a quella differenza di trattamento tra i pastori ed i villani della quale abbiamo già avuto occasione di parlare; mentre i pastori sono dipinti con quella purezza idillica che incontreremo nell’egloga e nel dramma pastorale, i villani sono perpetuamente rappresentati come rapaci ed ingordi, e interessanti sono solamente i lamenti ch’essi fanno sulla loro condizione miserevole, come nella Rappresentazione di Giuseppe, del Santo Onofrio, e del Sant’Ippolito[230]. La frequenza dei villani [154]introdotti come intermezzo comico nella Sacra Rappresentazione, fu rilevata per primo dal Palermo. «I contadini poi, egli dice, si trovano per avventura più che gli altri messi in iscena, e dipinti per molto furbi e ingordi ai danni dei loro padroni……. non certo a fin di correggerli, chè da questi spettacoli troppo alieni erano i contadini, ma perchè in quel tempo i loro costumi davano più che altro materia a divertimento»[231]. Questi inframessi di villani nelle Sacre Rappresentazioni, se ci possono interessare come conferma della diffusione grandissima raggiunta in quel tempo dalla satira negativa, non presentano da nessun altro lato materia di studio, perchè contengono le solite accuse contro i ladrocinii ai quali i poveri contadini erano costretti a ricorrere per vivere; noi vedremo ripetute queste accuse, con una costanza degna di miglior causa, nelle Commedie rusticali e nella Sferza dei Villani da noi riprodotta in Appendice. Questi frammessi di contadini che incontriamo nella Sacra Rappresentazione, introdotti dapprima come comico intermezzo per sollevare l’animo degli spettatori dalla tragicità dello spettacolo che si rappresentava, incontrarono tanto il favore del pubblico, che vennero mano mano ampliandosi [155]ed emancipandosi dalla Sacra Rappresentazione[232], assumendo il nome di Commedia o di Farsa[233] e iniziarono un nuovo genere di produzioni di carattere rusticale da cui trae origine il teatro dei Rozzi di Siena. Tra queste Farse ricorderemo, tra le molte che si conoscono[234], la Rappresentazione di Biagio contadino nella quale si narra una comicissima burla che alcuni buontemponi fanno ad un villano avaro, burla che ritroviamo già narrata dal Morlini, ripetuta poi dal Bernoni, e che ci prova come nel teatro popolare penetrassero, forse per mezzo della tradizione orale, elementi tratti dalla novellistica.

Abbiamo già avuto occasione di accennare alle farse Cavaiole che si rappresentavano in Napoli sulla fine del secolo decimoquinto e sul principio del successivo[235]; giustamente il Palermo ha combattuto l’idea che esse si ricollegassero alle Atellane, ed ha dimostrato come invece esse debbano considerarsi come un prodotto spontaneo locale ed «una imitazione naturale, esagerata più o meno, de’ costumi ridicoli de’ campagnuoli, e così di altre condizioni di cittadini».

Dove però questo nuovo genere di produzioni raggiunse il massimo sviluppo, in modo da diventare quasi esclusivo trattenimento, fu nella città di Siena per opera della Congrega dei Rozzi. Lo studio dei numerosi componimenti rusticali di questa Congrega di artigiani ci è facilitato prima di tutto dai diligenti lavori del Palermo e del Mazzi, e in secondo luogo dalla uniformità di queste produzioni che ci presentano sempre presso a poco i medesimi fatti [156]compiuti da caratteri molto affini, e informati da uno stesso intento, la satira cioè contro i villani[236]. Questa Congrega dei Rozzi, la più prospera tra le molte che fiorirono in quel tempo a Siena, era composta di artigiani che si radunavano nei giorni festivi per recitare i loro componimenti drammatici, dei quali essi, come tutti i commediografi popolari, erano e autori e attori; godettero per molto tempo la protezione del Cardinale Alessandro Chigi, furono chiamati più volte a Roma da Leone X e alcuni di essi, probabilmente, si spinsero fino a Napoli.

Dai primi anni del secolo decimosesto fino al 1531, anno in cui fu costituita la Congrega, abbiamo un periodo di preparazione a cui appartiene un buon numero di produzioni degli Antecessori dei Rozzi; il periodo più fiorente della Congrega è nella seconda metà del secolo decimosesto, perchè nel principio del successivo incomincia a manifestarsi quella decadenza che doveva colpire un genere di produzione di carattere esclusivamente rusticale, e la satira contro i villani, che era stata l’unica ispiratrice del teatro dei Rozzi, viene a fondersi nella caricatura delle diverse regioni che incontriamo riprodotta nelle varie maschere della Commedia dell’Arte. Il Palermo non era del parere che nel Teatro dei Rozzi vi fosse stato un «cammino successivo d’arte», cioè che prima si fossero composti Dialoghi, poi Egloghe e poi Commedie, perchè le produzioni da lui esaminate apparivano composte contemporaneamente; ma noi crediamo che anche in esse vi sia stato un passaggio progressivo dai frammessi della Sacra rappresentazione al Dialogo, all’Egloga e da ultimo [157]alla Commedia rusticale. Il fatto di trovare componimenti dell’un genere contemporanei a quelli di un altro, vorrebbe forse significare soltanto che si continuava a scrivere, per esempio, i Dialoghi anche quando si era già pervenuti nell’evoluzione artistica alla Commedia. È per noi però abbastanza evidente che le fonti del teatro dei Rozzi, più che un ampliamento di mascherate campagnuole, come vuole il D’Ancona, siano da reputarsi come strettamente collegate a quell’indirizzo nuovo segnato dal Magnifico colla Nencia e coi Canti Carnascialeschi, a cui appartengono pure molte composizioni popolari di Bernardo Giambullari che furono per lungo tempo credute opera dei Rozzi. Il Mazzi, avuto riguardo alla parte che spetta ai villani in queste Commedie dei Rozzi, le ha divise in tre classi: «l’Egloga e Commedia rusticale, che pone in scena quasi esclusivamente villani; l’Egloga e Commedia pastorale o di maggio, rappresentante Ninfe e Pastori, fra’ quali, come episodio, alcun villano; e l’altra ove parlano cittadini e qualche villano al solito»[237]. Quantunque questi tre generi non si siano succeduti con ordine progressivo rigoroso, tuttavia noi possiamo vedere in essi tracciata la parabola discendente di questi componimenti rusticali, come avevamo visto l’ascendente iniziantesi coi frammessi della Sacra rappresentazione e coi contrasti e cogli altri componimenti popolari di forma imperfettamente drammatica. La Commedia rusticale in cui non s’incontrano che villani, perde molta parte dei suoi tratti caratteristici nella pastorale, dove i villani non entrano che come disturbatori degli amori idillici dei pastori, come più tardi nel dramma pastorale il satiro col quale i villani vengono a poco a poco confondendosi; e nella commedia cittadina, nella quale i villani entrano come episodio, vengono [158]pure avvicinandosi al tipo del servo sciocco o astuto col quale li vedremo fusi nella commedia classica. Parlando delle Commedie rusticali dei Rozzi, il Mazzi dice: «Se noi vogliamo cercar in esse qualche merito, bisogna riconoscerlo solamente in quel tanto che ci hanno conservato di voci e modi popolari e contadineschi; non già nella pittura e rappresentazione dei villani; i quali posti in scena o ingordi e rapaci, o brutali e sensuali, o sciocchi e stupidi, o importuni e insolenti, o poltroni e vigliacchi, queste note appariscono troppo forti e sentite, perchè alcuno possa crederle, tali quali sono rappresentate, proprie dei villani senesi del secolo XVI, e non riconosca a prima giunta l’esagerazione e lo sforzo di far ridere alle loro spalle»[238]. E il Palermo: «Proprio dei Rozzi fu di rappresentarli, più che furbi o grulli, quali son sempre fatti dai Fiorentini, brutali invece e sfacciati: e forse ciò per colpire meglio il ridicolo, entrati una volta infelicemente a cercarlo nel disonesto.» Importanti per il nostro studio, più ancora che la satira contro i villani che manca di ogni senso di misura, sono gli accenni frequentissimi che incontriamo in queste Commedie alla condizione miserevole dei poveri villani, e non è raro il caso di vedere questi autori artigiani prendere le parti della gente di contado contro i soprusi a cui andava soggetta da parte della nobiltà e dei soldati spagnuoli. Così pure assai numerose sono le conferme di quell’antagonismo tra contadini e cittadini che abbiamo visto originato da condizioni economiche. Nell’Egloga rusticale Michelagnolo, il cittadino, da cui prende il nome il componimento, dice al villano Balestro:

Mich. Vatti con Dio che tu se’ la volpaia

che chi dice un villano, un traditore

vuol dire: che son di tristitia una nidaia.

[159]

Chi v’impiccasse tutti con furore

(spergiuri falsi, prima che piccini)

farebbe un sacrificio a tutte l’ore.

Bal. Costetta è cosa pur da cittadini:

tirate l’uschio a voi, et poi serrate

a ciò che non ne vengha a’ contadini.

Sollecitate pure el verno et siate:

con dani, con la paglia et le gravezze

et con le spese mai ci abbandonate.

Et fateci col gran cento stranezze,

et quando al verde poi noi siam condotti

empicha, empicha dice: o che carezze.

Anche negli Inganni Villaneschi del Desioso della Congrega degli Insipidi, appare quest’antagonismo; il Sindaco, padre della Bia, dice che darà la figlia in moglie a quello fra i tre villani innamorati che proverà d’aver meglio degli altri ingannato i cittadini:

E perché so ch’ognun di voi vuol male

A’ cittadini e anco a’ buttegai,

Perchè ognun c’è nemico capitale

Chè so che ci vorrebbero, e’ carnai,

Veder tutti falliti ire a baldana

. . . . . . . . . . . . . . . . .

A nessun di vo’ tre chi vo’ dar Bia

A quel che più dal dover s’allontana

Nel praticar con elli. . . . . . .

e i tre villani rivali raccontano i furti commessi da loro a danno dei cittadini:

Fruzichella. Nel vino io metto sempre l’acquarello

perchè no m’embriachi le persone,

dell’oglio furo el primo ch’è più bello

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sindaco. Tu fai come die fare ogn’uomo accorto.

Tanto nelle Commedie rusticali, come nelle Commedie od Egloghe maggiaiuole i villani finiscono sempre col bastonarsi [160]a vicenda, o coll’essere bastonati dai pastori ch’essi importunano colla loro sguaiataggine[239]; ciò fa ricordare come anche nei Scenari della Commedia dell’arte figuri sempre il bastone nella nota degli attrezzi necessari alla rappresentazione. Il teatro dei Rozzi, per la tendenza che ebbe sempre ad esagerare nella satira contro i villani, conteneva già dal suo nascere quei germi di decadenza che cominciarono a svilupparsi sul principio del secolo XVII, e tutte le loro produzioni hanno uno scarso valore artistico. Il Palermo anzi sostiene che nessun profitto apportò alla vera comica il teatro dei Rozzi, perchè più che un ritratto dei costumi del contado, ce ne diede una contraffazione e si propose il riso come fine e non come mezzo. Che le Commedie dei Rozzi abbiano avuto una benefica influenza come reazione alla bucolica falsa e convenzionale che imperava nell’egloga pastorale, crediamo si possa difficilmente negarlo, e vedremo anzi come si possa frequentemente riscontrare un influsso di esse anche nella Commedia sostenuta. Dal Torraca e dal Croce sappiamo che non solo a Roma, ma anche a Napoli si rappresentavano già fino dalla prima metà del secolo decimosesto commedie dei Rozzi, e che si facevano venire anche «eccellenti istrioni da Siena.» E assai evidente è pure l’influenza che ebbe il teatro dei Rozzi e la poesia rusticale toscana sul Ruzzante, il quale già fino dal 1520 dava rappresentazioni di brevi componimenti rusticali nei conviti dei signori, e si può considerare come anello di congiunzione tra la commedia rusticale e le prime forme rudimentali [161]della Commedia dell’arte. Anche nelle egloghe drammatiche del Calmo si scorge facilmente l’influenza delle egloghe maggiaiuole dei Rozzi; nell’egloga seconda anzi incontriamo un villano Alfeo Satiro che sorprende i due pastori Cornisiol e Tegola e li lega ad un albero per divorarli, e, come abbiamo già ricordato, vi incontriamo dei pastori bergamaschi che vengono sostituendosi al tipo del villano. Anche nelle Commedie del Calmo il villano ha per lo più la parte di servo, e come tale viene accostandosi al tipo dello Zanni della Commedia popolare. Il tipo del villano entra pure come comico intermezzo nell’atto terzo del Figliuol Prodigo del Cecchi, in cui Tognarino fa delle sciocche domande al padre Bartolo; anche nel Martello dello stesso è narrata una burla che alcuni famigli e una cortigiana fanno al villano Tognon di Bartolo, burla molto simile a quella che si legge nell’atto secondo della Vaccaria del Ruzzante. Anche in altre Commedie entrano dei villani, ma in generale si può notare che nella commedia sostenuta questo tipo va perdendo molta parte dei suoi tratti caratteristici. La commedia rusticale raggiunge il punto culminante della parabola colla Tancia di Michelangelo Buonarroti il Giovane, la quale può dirsi il capolavoro di questo genere; vi sono narrate le gelosie di due villani innamorati della Tancia, che è stata promessa dal padre ad un cittadino. Assai interessante per lo studio delle tradizioni popolari è lo scongiuro contro la malía che le villane recitano nel terzo atto sulla Tancia svenuta:

Mi succionno gli orci i sorci

Mi becconno i polli i porri

Mi mangionno gli agli i porci

Io gridava corri corri

E’ sorci, e’ polli, e’ porci fuggir via.

Malia malia

. . . . . .

[162]
Molto comiche sono le esclamazioni desolate dei due villani, che decidono di morire, dovendo la Tancia sposare il cittadino:

Ciap. Or venga di baleni un centinaio

Si spampanino i tuoni a dieci a dieci

Vada in malora l’orto e il pisellaio

E’ baccegli, e’ carciofani co’ ceci…

Cec. Si trasformino in vespe e in calabroni

Tutte le pecchie mie e ‘l mele in pegola

E l’olio in morchia e ‘n zucche i miei poponi…

Il cittadino fa bastonare i due villani, pensando:

Che ‘l villan è una bestia sì ritrosa

Che le parole suol poco temere

E le lusinghe la fanno viziosa

Ma col baston se n’ha ogni piacere.

Il villano continua a mantenersi intatto nei suoi tratti caratteristici nelle rappresentazioni che si davano nei conventi e in generale negli istituti religiosi, e anche ultimamente si è pubblicato uno scherzo scenico di Filippo Baldinucci in cui il villano Ciapo ha una larga parte[240]. Il nome di Ciapo è dato sempre al villano nelle commedie del Fagiuoli, e nell’Amarilli di Cristoforo Castelletti il villano si chiama Cavicchio, il quale nome nei scenari dello Scala[241] distingue la maschera del villano. Anche nella Commedia dell’arte la maschera del villano ebbe un grande sviluppo, ed a lei più particolarmente erano affidati [163]i prologhi[242]; ma però, se ben si osserva, dopo il favore immenso che abbiamo visto accordato nei secoli antecedenti a tutto quanto si riferiva alla satira contro il villano, e particolarmente alla lingua rustica, alle farse ed ai frammessi, si aspetterebbe di trovare nella Commedia dell’arte una più larga partecipazione di questo tipo, che nella prima metà del secolo XVI aveva formato quasi esclusivamente la delizia degli Italiani nei teatri popolari. Per spiegare questo fenomeno basterà che ricordiamo le parole del Borghini riguardo all’invasione dall’alta Italia nella media e nella meridionale delle maschere della Commedia dell’arte. Nella seconda metà del secolo XVI ai lagni che gli scrittori delle commedie letterarie innalzano per il favore che il pubblico andava sempre più accordando alle maschere, si uniscono quelli degli scrittori di Commedie rusticali. Cristoforo Castelletti nel prologo dei Torti amorosi (1581), come nota il Gaspary[243], si lamenta che il pubblico preferisca alle commedie classiche «una chiacchierata all’improvviso e fuori di proposito di un vecchio Venetiano e d’un servitor Bergamasco, accompagnata da quattro ationi disoneste.» Pier Jacopo Martelli ricorda come in Venezia la Scolastica dell’Ariosto fosse accolta da fischi e schiamazzi da quello stesso pubblico che tanto applaudiva le maschere. E il Lasca[244]:

Le belle cose e i costumi divini

de i giovan Fiorentini

l’opere degne e ‘l vertuoso spasso

altro oggidì non è che gire in chiasso

per udir commediacce rattoppate

recitate e condotte da brigate

[164]

infami, tal che mai belle e gentili

cose non s’odon, ma plebee e sporche.

. . . . . . . . . . . . . . . .

e per questo cotal maggior sollazzo

botteghe, banchi, cameracce e scuole

restan la sera abbandonate e sole.

E più oltre (pag. 430):

Hanno i poeti questa volta dato

del cul, come si dice, in sul pietrone,

poi che ‘l nuovo salone sverginato

stato è da’ Zanni per lor guiderdone,

onde delle commedie hanno acquistato

la gloria tutta e la riputazione;

così da i Zanni vinti e superati

possono ire a impiccarsi i letterati.

E il Bronzino[245]:

I ciurmadori e zanni, della calca abbisognano

E de’ corribi, e di chi creda e spenda

Non di chi lor bugie scuopre e difalca.

Ma assai più caratteristici, e molto più interessanti per lo studio delle fonti della Commedia dell’arte, sono i lamenti che si leggono in un codice, del principio del secolo XVII della Comunale di Siena, contenente rime di anonimi Rozzi[246], nella Mascherata d’un branco di Villani che si lamentano delle Donne che apprezzano più Il Zanni, Pantaloni e Ambrogini[247]. Precede un «Mandrigale cantato in Musica da quatro Villani.»

[165]
Siam, Donne belle, i vostri contadini

Da voi abbandonati,

E del tutto laggati,

Per Venetiani, Zanni et Ambrogini.

Noi siam pur donne del vostro paiese

Che per voi lagoriamo,

E poder v’azzappiamo,

E (vi) si può dir che vi faccian le spese.

Che pensate cavar da simil genti

Ch’appena san parlare,

E parte sol belare,

Facendo sol bèbè che sien dolenti.

Son venute tal gente in cheste bande,

Per dar pene, et affanni,

A noi coi lor malanni,

E voi di lor ne fate un conto grande.

Laghatel’ire et fate a modo vostro

E noi soli apprezzate,

Che vi haviam sempre amate

Essendo ciaschedun sempre mai vostro.

Seguono poi ventiquattro stanze dette alternativamente dai villani; riporteremo qui soltanto alcune delle più importanti:

Stanza III, Villano III.

Siam delle Masse i vostri contadini

E la più parte stati mezzaiuoli.

Che a dolerci di voi, mesti e tapini,

Venuti siam con pene, affanni e duoli,

Sol perchè troppo i Zanni e gli Ambrogini

Norcin, Pantalon come figliuoli

Voi gli apprezzate et a lor date spasso

E noi havete laggat’ire in chiasso.

Stanza VI, Villano II.

Io non son però vecchio e m’arricordo

Ch’un certo Milanino, et un Masetto

Et ho sentito dir, ch’io non so’ sordo

[166]

Che un Basilio et un ser Angioletto,

Prima che fusse il Mondo fatto lordo

Da costor, che ciascun sia maladetto,

Eran da voi quasi tenuti in collo

Tenendo in feste ognor la lengua in mollo.

Stanza VII, Villano III.

Ma poi che varcò qua questa canaglia

Cascamo della cima in piana terra,

E non siamo apprezzati un fil di paglia

Tanto ci fanno chesti Zanni guerra;

Laghate Donne star chesta germaglia

A far le baie quando si fa serra,

E pigliate noi altri del paese

Che haviam pur lengue che saranno intese.

Stanza VIII, Villano IV.

E che siel ver che son gattivi e tristi,

Che son dipenti per ogni ostaria,

E mi ricordo anchor d’haverne visti

Dipenti fin ne la furfanteria;

Potete con lor farvi pochi acquisti,

Laghate dunque sì fatta genia

E apprezzate noi che siam moschani

Et haviam più di lor meglior ‘taliani.

Stanza X, Villano II.

El peggio è poi che con tanto apprezzargli

Se cavate da lor molti visacci,

Che sian contenti di voler mostrargli,

Acciò laghate chesti animalacci,

E quando parlan non state a scoltargli,

Chesti ch’an lengue di Pappagallacci,

E laghate apprezzargli in Bombardia,

Dove quasi da lor sempre è moria.

Particolarmente interessante per la storia delle maschere della Commedia dell’arte è l’accenno in quest’ultima stanza al luogo d’origine di questi tipi, cioè alla Lombardia, che qui però, come abbiamo già osservato, va intesa nel senso [167]più largo di Alta Italia. Non è qui il luogo di parlare a lungo delle origini della Commedia a soggetto, tema assai importante e che ha interessato in questi ultimi tempi molti studiosi; a noi basta di accennare soltanto ad un fatto di capitale importanza per il nostro argomento. Abbiamo già avuto occasione nel capitolo precedente di rintracciare le origini di una delle maschere più caratteristiche della Commedia dell’arte, quella dello Zanni, che noi abbiamo ricollegato alla corrente satirica che dominava, in Venezia più specialmente, contro i facchini bergamaschi. Respinto ogni legame di parentela dello Zanni col Sannio della Commedia popolare latina, ne viene per conseguenza che anche le altre maschere non hanno alcun legame atavico coi tipi corrispondenti delle Atellane, e che queste maschere sono un prodotto locale delle varie regioni d’Italia, una creazione di quello spirito mordace e sarcastico del secolo XVI che ci ha dato tanta copia di componimenti satirici. «La Commedia improvvisata, dice il Gaspary, pare sia nata dalla farsa popolare sotto l’influsso della Commedia letteraria. Alcuni dei suoi tratti caratteristici osserviamo già nel Ruzzante e nel Calmo, l’uso dei dialetti… i servi burloni, l’unione in una sola persona dell’autore e del recitante, il ritorno in diverse produzioni della medesima figura rappresentata dallo stesso autore… Se si considerano i tipi principali, si potrebbe credere che la Commedia dell’arte sia venuta dall’alta Italia, di dove furono anche alcuni de’ suoi più antichi comici, come Alberto Ganassa da Bergamo»[248].

Lo Zanni è nato dalla corrente satirica contro i villani, di cui abbiamo visto l’ultima forma di esplicazione [168]nell’introduzione della lingua rustica; l’antagonismo contro gli industriosi bergamaschi trovava nel loro dialetto valligiano pieno di aspirazioni l’elemento principale per la caricatura. La farsa popolare offriva poi nel tipo tradizionale del servo sciocco[249] un ottimo materiale per lo sviluppo della maschera dello Zanni; il carattere del servo sciocco che era, come è noto, anche nelle farse francesi uno dei principali personaggi, non poteva trovare un migliore continuatore dello Zanni, caricatura dei facchini bergamaschi, i quali venivano pure introducendosi nella commedia sostenuta[250].

Il popolo delle città trovava nel tipo dell’Arlecchino un continuatore di quel rozzo e sciocco villano che aveva formato per tanto tempo la sua delizia nelle farse popolari e nella commedia rusticale; più tardi, perdendosi a poco a poco la coscienza dell’intento satirico che aveva originato questa maschera, sorse accanto allo sciocco Arlecchino il furbo Brighella, nel quale il popolo vedeva riflesso sè stesso, e un rappresentante, come il villano del fabliau e della saga marcolfiana, del debole che vince coll’astuzia il forte e il prepotente, raffigurato nel capitano spagnuolo. A Venezia si unì presto allo Zanni, nelle prime forme rudimentali della Commedia improvvisata, Pantalone, rappresentante del popolo veneziano, e mano mano che questo nuovo genere di produzione veniva diffondendosi in Italia, si venivano aggiungendo altri tipi e caricature; così a Bologna il Dottor Graziano, in cui si può veder riprodotto il tipo del pedante tanto frequente nella Commedia popolare scritta e nella erudita, e via dicendo. Lo Zanni, pur cambiando [169]nome e sdoppiandosi, in queste peregrinazioni, in mille figure secondarie, conserva però sempre i tratti principali suoi caratteristici, ed anche Pulcinella, lo Zanni napoletano, è pure la caricatura dei villani dell’Italia meridionale[251]. Del favore accordato a Bologna alla maschera dello Zanni, ci fanno fede le opere del Croce e del Bocchini già ricordate; e dappertutto lo Zanni formava lo spasso e la delizia del popolo italiano. Il Lasca, nel Capitolo In lode di Zanni, ci dice[252]:

. . . . . io credo che Zanni sia nato

per passatempo, burla, giuoco e festa

e fare il mondo star lieto e beato.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Lo scalo . . . . . . . . . . . . . .

mi dice ch’uno spasso a Zanni uguale

mai non vide il Latino o ‘l popol Greco.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

e tra la più pregiata e nobil gente,

a Napoli ed a Roma altro che Zanni

così quaggiù, ricordar non si sente.

Zanni ognun chiede, ognun chiama e vuol Zanni,

Zanni ognun brama, e quello è più stimato,

che parla meglio, e meglio scrive in Zanni.

Carlo Dati racconta che «il Duca di Mantova si dilettava di praticar commedianti, e anche di far da Zanni. Onde egli con essi ed essi con lui parlavano famigliarmente [170]e mangiava con essi»[253]. Ma non ci dilungheremo oltre a parlare della popolarità della maschera dello Zanni; a noi basta di aver dimostrato i non dubbi legami di parentela che esistono tra questo tipo e quello del villano e che spiegano come la satira contro quest’ultimo, tanto popolare nella prima metà del secolo decimosesto, venga tutto a un tratto, al primo apparire della commedia improvvisata sul nostro teatro, perdendo quel favore con cui era stata accolta per tanto tempo da ogni classe di persone.

***

Ben poco ci resta ancora a dire sull’argomento che forma l’oggetto del nostro studio. Dopo di aver ricercato le cause principali che possono aver generato questa satira copiosa contro il villano, cause che abbiamo visto potersi determinare nell’odio di casta e nell’antagonismo tra la popolazione rurale e la cittadina, e dopo di avere seguito nei vari generi letterari lo sviluppo progressivo di questo tipo caratteristico, ci rimarrebbe ancora di ricercare nella tradizione popolare gli ultimi e scarsi accenni del perpetuarsi di questa corrente satirica. Ma tale ricerca non sarebbe coronata da un risultato soddisfacente, perchè nel folklore la divergenza tra le due correnti satiriche, la positiva e la negativa, per quella infantile esagerazione che la fantasia del popolo suole usare nelle trasformazioni a cui assoggetta la tradizione, si fa assai maggiore; tanto che nella prima il villano viene fatto l’autore di una quantità di burle e di astuzie che in altri tempi erano attribuite ai più noti buffoni, e nella seconda diventa il tipo caratteristico della sciocchezza, e si confonde col personaggio [171]leggendario che, in tutti i tempi e in tutti i paesi, commette presso a poco le medesime scempiaggini. Nei proverbi, più ancora che nelle novelline popolari, è più facile trovare riprodotti alcuni dei concetti fondamentali della satira negativa; ne ricorderemo qui alcuni dei più curiosi:

Allo sprone i cavalli, al fischio i cani

Ed al bastone intendono i villani[254].

Il villano punge chi l’unge e unge chi lo punge[255].

Quando il villano è alla città

Gli par d’essere il Podestà.

Quando il villano mangia una gallina

O il villano è ammalato, o è ammalata la gallina.

I contadini sono come le corna, duri e storti.

L’astuzia dei contadini, e la misericordia di Dio sono infinite.

Chi vuol castigar un villano, lo dia a castigare ad un altro villano.

Quando il villan tratta ben,

La pioggia secca il fien.

[172]

Guardati dal villano quando ha la camicia bianca.

Non usar il villano alla mostarda, l’orso al miele e i matti alle pesche.

La baronada dei contadini xe più granda de la misericordia de Dio.

Ricchezza de contadini dura tanto come l’acqua nel cavin[256].

Quando el vilan se incitadina, el ricerca fin el late de galina.

A far servizio a ‘n vilan, se fa dispeto a Domenedio[257].

Da questi pochi proverbi che abbiamo citato, si può scorgere facilmente quanto vivo sia nella tradizione il ricordo dei concetti fondamentali che informavano i numerosi componimenti satirici contro i villani da noi ricordati, e delle accuse che per tanto tempo furono lanciate contro questa classe infelice; concetti ed accuse che vedremo ripetute nei componimenti satirici da noi riprodotti in Appendice.

[173]
APPENDICE
[175]
1.
LA VITA DE LI INFIDELI, PESSIMI E RUSTICI VILANI
[Museo Civico e Raccolta Correr di Venezia. Catal. Cicogna, n. 1248. Cod. cart. del sec. XV contenente un trattato di medicina; a f. 89t si legge questa satira contro i villani, di cui noi diamo qui la parte più importante per il nostro studio[258]].

Rustici vilani,

Che in tanti affani

Semper estis,

Et uestra vestis

De marzo bixello,5

Dentro del uostro bursello

Non habetis numos,

Inter dumos

Cum li piedi discalçi,

E cum li falzi10

Inciditis herbas

Inter merdas

De le uostre uache

Cum chali e rache

In corpore toto.15

E di choto

Mille volte al sole

Ayo e cepole

Cum l’aqua pura.

Ex mestura20

Mangiati el pane[259].

In le capane

Fumo refertis;

Parum differtis

[176]

De li uostri animali,25

In boschi e ualle

Semper statis,

Et a soldatis

I primi robati.

Vui siti pelati30

Ex omni parte;

Ogni arte

Ognuomo vi refuda,

O zente cruda,

Peior hebreis,35

Et in deis

Nulla fede.

. . . . . . .

A la roxata

El dì e la note;

E sono remote40

De uui le piume.

. . . . . . .

Rare uolte

Vuy pagate le colte.

. . . . . . .

El vj conuiene mangiare

Radices et herbas45

Multas acerbas,

Cum aqua de pessina;

E la mattina

Ad laborandum

Et stentandum50

Semper per altruy.

Chi fa bene a vuy

Stulti putant

Non arbitrant,

Che dio habia per male,55

Zente bestiale

Vbicumque sitis;

Et quando venitis

A la citade,

Per le strade60

Pueri clamant[260]

. . . . . . .

Et quando intratis

In la barbaria,

El maestro ve pia

Cum blandiciis65

Et cum deliciis,

Vi mette a sedere,

E cum più sapere

Facies lauat;

Et prima cauat70

L’aqua de la ramina,

E cum l’orina

Eam dissoluit,

Et uos inuoluit

In qualche pexa rota,75

E la ballota

Ex merda pura

Aspra e dura

[177]

Come uno muro;

E cum uno rasoro80

Dentato e grosso

Che ve rompe la faza

Ognomo solaza.

Homines rident

Quando vident85

Li uostri dañi.

Pezo dei cani

Vos infestant,

Et molestant

Ogni uostro bene.90

E spesso vi uene

In carceribus

Cum pedibus

In feris

Similes feris,95

Ben ferati

E poi ligati

Toxi raxi e neti

Sine pane.

Le uostre lane100

Sono molto grosse,

Hauete dure le osse

Per tanto stentare.

. . . . . . .

Perchè in vuy regna

Ogni malizia105

E ogni tristitia

E siti ignoranti

Tuti quanti,

Mendatori

Robatori,110

Li uostri errori

Si purgano cusì

Como vedeti

Che siti tractati,

Perchè non vi leuati115

Troppo in alteça.

La uostra aspreça

Ve fa stentare

El dì e la nocte

. . . . . . .

Non haueti mai bene:120

Nati in pene

Serui seruorum

Asini asinorum

Maledicat uos deus,

In secula seculorum125

Amen. Ab insidiis diaboli et

signoria de villano et a furore

rusticorum libera nos domine.

Questa Satira contro i Villani si può far rientrare, specialmente per la chiusa parodica, in quel gruppo di componimenti parte in volgare e parte in latino, chiamati «farsiti» in Francia, e in Italia «disposti,» di cui ha parlato il Novati[261] studiando la Parodia sacra nelle Letterature moderne. In quanto alla lingua possiamo ricordare quanto fu detto dal Mussafia intorno ai Monumenti [178]antichi di dialetti italiani[262], dal Raina sulla Storia di Stefano[263], e da altri; e per quanto riguarda la prosodia, come osservava il Biondelli[264], questi componimenti poetici informi dei primi secoli sono da ritenersi come prose rimate, quantunque molte volte non si abbiano nemmeno delle rime, ma delle semplici assonanze.

[179]
2.
CAPITOLO SATIRICO
Il seguente Capitolo satirico contro i Villani è contenuto in un volumetto miscellaneo della Trivulziana, segnato [47, 1] in-4º, car. got. mm. 160 × 110, fol. 11, s. l. n. d. probabilmente della fine del secolo XV o del principio del XVI[265]; nel titolo stampato sulla custodia moderna, il Capitolo che si legge nel fol. 9 r. e t. e quello che noi ripublichiamo, che occupa i fogli 10 e 11, sono attribuiti a Cecco d’Ascoli. Il primo Capitolo è una delle solite serie di proverbi tanto frequenti nella fine del sec. XV, ed è per noi importante soltanto per l’attribuzione che vi leggiamo negli ultimi versi:

e quisti versi sono provati

cecho d’asculi fo l’autore

Finita la frotola al vostro honore.

Ci limiteremo a parlare del secondo. Tutti i poemetti popolari italiani della preziosa collezione trivulziana hanno nel primo foglio una nota manoscritta dell’abate Carlo (1715-1780) che aveva l’abitudine di fare delle annotazioni [180]sopra ogni opera che acquistava, e di riportare, per le opere anonime, le supposizioni che correvano in quel tempo tra i bibliografi. Non abbiamo alcun dato, eccetto quello fornitoci dagli ultimi versi del primo Capitolo, per poter accertare la verità di questa attribuzione del secondo Capitolo satirico allo Stabili. Il Novati, pubblicando alcune lettere giocose attribuite all’Ascoli[266], nelle quali è fatta con molto umorismo l’apologia della potenza sovrumana del denaro, osservava che, a meno di non voler ammettere che nel secolo XV esistesse un oscuro poeta collo stesso nome dell’autore dell’Acerba, esse andavano certo in quel tempo sotto il nome dello Stabili, ma il Castelli le ritiene apocrife[267]; molto probabilmente anche questo Capitolo, in cui, prima della Sferza, erano raccolte tutte le accuse che si scagliavano in quel tempo contro i villani, se non uscì dalla penna dell’infelice astrologo di Carlo duca di Calabria, era attribuito certamente a quello spirito bizzarro. Possiamo vedere qualche accenno, per quanto vago, di satira contro i villani, anche nelle lettere giocose attribuite dal Novati allo Stabili; così nella prima, l. 5: «Villani, rustici, et vani vos (denarii et floreni) habentes, sapientes et nobiles reputantur, tenentur et amantur……» e nella seconda, l. 13: «Ubi nos sumus (denarii) ibi superbia invenitur, facimus natos de stercore nobiles nuncupari…….» Nella seconda specialmente, come è facile vedere, l’anonimo autore raccoglie la nota storiella della vilissima origine del villano che abbiamo incontrato per la prima volta nella satira del Matazone, e colpisce l’alterigia dei villani arricchiti a cui già aveva accennato nella prima, [181]e che doveva essere in quel tempo uno dei temi prediletti di satira[268].

Nel riprodurre dalla rara stampa della Trivulziana questo Capitolo attribuito allo Stabili[269], non abbiamo aggiunto che la punteggiatura e fatte poche correzioni, essendo persuasi che in questi documenti che hanno scarsissimo valore letterario e sono importanti soltanto per lo studio dei rapporti fra le diverse classi sociali di quel tempo, sia inutile fatica il cercare di correggere i versi ipermetri o mancanti [182]di qualche piede. Molto probabilmente questa satira contro i villani, come quella che abbiamo riprodotto nel Capitolo primo, doveva formar parte del repertorio dei Cantastorie, e in questo caso nel canto si compensavano le differenze prosodiche. Notiamo l’accenno ai versi 53-54 del favore accordato dai villani ai giullari che cantavano sulle piazze le avventure dei Paladini; il pubblico che stava a sentirli era certamente composto per la maggior parte da gente di campagna che accorreva alla città nei giorni di mercato.

O malvaso rio villano

da un rabioso cano

tu fusti ingenerato;

inimico de l’alto dio

tu sei maluasio e rio,5

in corpo a la tua madre

comenciasti a biastemare

il sancto paradiso.

Tu porti in dosso il biso[270]

dentro la magagna,10

per tore una castagna

destrugeresti il mondo.

E gategia a tondo a tondo

e impie la sua testa,

ma non ama festa,15

inimico al degiunare.

El villano è traditore

le giudeze e doctore,

in ogni catiuanza[271]

balla e mena (a) danza[272].20

L’eretico in la fede

Da i cuppi in su non crede.

In prima chel uada a mesa,

la boca sua s’apresta

l’impe il suo botazo,[273]25

dopo tole il suo botazo

el mena e batte l’ale

chel par un ocastrello,

el fumo i ua al ceruello.

E comencia a cingliatare,30

delle correge il sa ben trare.

Dopo tol la chiauarina[274]

e quale la stambechina[275]

e tira via corrando

chel par che l’habia bando.35

E non po stare poco in chiesa,

la panza sua gli pesa

el se la frega con le man

e poi dixe col piouan:

El serìa hora hauer beuto;40

el mal villan cornuto

giamai no po aspetare

chel prete se parta da l’altare

e che torni in sagrestia.

El villan non sa l’aue maria45

nè alcuna oratione;

per sua diuotione

el fa gl’incantamenti.

El di di san Zoanne

vano a trovar la festa,50

e dicen che moria

non po esser di questo anno.

Se glie chi canta d’Orlando

stan diuotamente:

De dio nè di sancti55

non vol udire niente.

[183]

El nascere o il morire

fano a guisa d’un porcello:

mai non s’empe el suo budelo.

Son malvagi e mal nasciuti60

l’uno e l’altro si fan cornuti.

Robanse le moglie

in villa fra le foglie,

e le mandragole fano,

e fuori per li piani65

s’amaciano como cani[276].

Fanno la recolta

ogni cosa menan in volta,

e consumano el paese;

le forche del paese,70

non li pono castigare.

S’el to terren vo’ far arare,

volen la prestanza.

Sempre inganar ti vole,

le dopio di parole.75

El gode a le tue spese.

A casa tua è cortese

ven con raxon fatta,

(h)a sempre qualche natta;

ven per traparte80

e ben sa tutta l’arte.

Le gran catiuo e tristo,

dopo chel tarà visto

venne a casa toa tirato

e sempre accompagnato,85

e castagna apresso al foco

e netta le soe ciauate.

Dice cha formazo e late

e chel ge par un bel piacere.

Quando ven po al partire90

el te dà di cinque luno

e mal dice di ciascuno.

El mal villan ingrato

el to bosco ta tagliato

e se lo porta a casa sua.95

De la gallina che coua

non te dà mai pullixino,

la le man fatte a uncino.

El non teme una frulla[277],

perchè la testa i brulla;100

e se gli uolta il ceruello,

a lato porta el cortello,

sempre il te menaza

cum una malvagie faza,

e non uole odire rason,105

le becho e de monton

e come non se vede

dauer fioli si crede[278].

El vilan mai pensa ben

el tuo bestiame ten,110

mangiasi il capret(t)o

la piegora e l’agneletto

e dice chel lupo è stato.

El tuo bo ta scortegato,

e dice che le morto;115

per darte alcun conforto,

el te porta a cha la pelle,

e con sue stracia gonelle

par che sia malenconioxo.

El mal vilan doloroso120

dapo’ il se na ride,

dice al compagno: vide

che gli la ho calata[279],

e poi de brigata

deuentano soldati,125

e con sue falsitade

le dano scaco mato,

da poi van difato

a casa de suoi villani

e si dano sagramenti.130

A tutti caua gli denti

ogni cosa mena a fasso,

se questo non mel credi

domandane a Pietro Tasso.

[184]

Se dal vilan dei hauere,135

mai non te vol pagare

se pur tu el fai grauare;

rompe la testa al messo,

poi gli dà un capon lesso

nel suo carniero140

e poi gli mostra il sentiero.

E senza alcun dinaro,

el vilan si sta al pagliero.

Se ben hauesse desinato

el mangia un altra volta,145

e via fa la ricolta

chel par un tamburino;

e goza d’acqua in lo vino

el mal vilan non vole.

Il se adormenta in su le tole150

el comenzia a sornacchiare[280];

adagio tul poi chiamare,

el te responde a bombardele[281],

el caga il sangue e le budele,

cum l’asino il se alenato,155

quel porco auinato.

Il comenza a sperzurare,

biastema dio e la matre,

e tole in man la spada,

e qui convien che vada,160

al pezo che po andare;

el vilan non sa fare

alcun atto honesto,

non sa lege ne testo

ne alcun comandamento165

pur che l’habia l’argento,

sempre del tuo restella.

Sel te mena castela ovasela

sei passa per lo canale

el comenzia a misurare,170

e tole via l’usolo

e se l’impe con lo parolo

el te fa bona misura;

senza prete la bateza.

Non sia niuno chi creza175

ch’el vilan dica mai vero,

de ogni ben le ligiero.

Se tu havessi mille carte

il te le mette in bisquizo,

per ch’el trota con lo mizo180

el suo visin l’accusa;

el vilan mena la musa

e dice che non è uero;

ancor non si contenta

la tua vigna ha uendemiato185

e poi dice le tempestato,

il ti chiama po a uedere

ma el ver non poi sapere.

Il vilan vene in citade

con le legne sul mercato;190

in megio gli ha piantato

legne di salese o di noxe.

Dice chen seche e stasonate,

e che di marzo son tagliate;

e stassi così apogiato195

che loyca ha studiato,

ch’el par un bel castrone.

Lo re d’ogni giottone,

le mal bategiato

el ta segato il prato,200

e po acusa el tuo vicino.

L’ingrossa di mal fare;

el spirito suo crudele

a Cristo de del ferro

siando in croce posto[282].205

A caxa toa vien tosto,

e sempre si lamenta

e dice: la somenta

non credo sia questo anno.

El par che sia d’afanno210

triste e tribulato,

ch’el par madonna Honesta[283]

[185]

ch’el se mente per la gola,

el to ricolto inuola

et impe il suo granaro,215

e po cerca comperare,

e così rico douenta,

perchè le della somenta

del traditor Cain.

El ceso con lo lin,220

faxoli cum le roveglie,

e tutte l’altre maraveglie

il suo terren sa fare.

El vilan ta domandato

che uol esser tuo compare,225

e giura su l’altare

che non farà mai bene

del ben del tuo vicino;

la nocte col matino

el te roba e va in striazo230

se in villa tu voi stare

per darte alcun piacere,

el vilan non te vol vedere.

De quel del tuo misere

l’ingana ogni daciere235

e fa d’ogni car doi,

e pur a li amisi soi;

e questo bon pato fano,

s’el vilan te vol salutare

el te giura la moria,

ceruellari e pomonceli240

e si dissen vilania

. . . . . . . . . . .

Chal profondo sian andati

A ciò che la somente245

Del vilan mai non si trovi.

[186]
[187]
3.
CONTRO IL VILLANO
In un cod. miscell. della Biblioteca Comunale di Udine[284], contenente rime dei sec. XIII, XIV e XV e finito di scrivere nell’anno 1469, a fol. 173 si legge, dopo la satira del Pucci contro i villani già più volte da noi ricordata, un sonetto satirico, adespoto, inedito, che noi riproduciamo integralmente[285]. Il sonetto non deve risalire oltre il sec. XV; fu scritto certo ad imitazione del sonetto pucciano, che nel cod. è intitolato: Contro la perfidia del villano.

Contro il villano.

Empio, crudele, di umiltà nemico,

Villan, ragano[286], pien d’ogni magagna,

Nato d’un qualche sterpo di castagna

Di tuo padre figliol, più non ti dico.

Ritroso fuor d’umanità, rustico

Privato d’ogni ben, figliol di cagna

Cuor fuora di pietà, che mai non stagna

Povro di senno e di virtù mendico.

[188]

Che zentileza, che costume è il tuo

Che pregandoti altrui per tempo o tardo

Non fai risposta alcuna al parlar suo?

Ben par a me veder quando ti guardo

Proprio il vero nemico di Ragione,

Et a cui ben ti fa non li sai grado.

E già non fu bugiardo

Colui che disse: chi serve a villano

Meglio seria che si c……. in mano.

[189]
4.
LA SFERZA DEI VILLANI
Tra le numerose satire che nella seconda metà del secolo decimoquinto furono composte contro i villani, spetta indubbiamente il primo posto alla Sferza contro i Villani; essa deve aver goduto di una grande popolarità, perchè sintetizza tutte le accuse che abbiamo visto lanciate fino a questo tempo contro i contadini, e tra il numero grandissimo di poemetti popolari che uscirono verso la fine di quel secolo e il primo quarto del susseguente deve essere stato certamente uno tra i più diffusi. Il Doni la ricorda nella Libreria[287], e nei Marmi[288] fa dire a Tofano di Razzolina: «Io mi ricordo haver letto anch’io nella Sferza de’ Villani, o nel Sonaglio delle donne, se ben ho memoria, che i Romani quando volevan dir villania a uno, che si lasciasse menar per il naso dalla sua donna, dicevano: Colui starebbe bene in Achaia.» La stampa più antica che noi conosciamo di questo poemetto, posseduta dalla Biblioteca Casanatense di Roma[289], differisce notevolmente dalle ristampe che di esso furono fatte nella seconda metà del secolo decimosesto. In primo luogo porta un titolo diverso, [190]cioè Malitie de’ villani; questo titolo probabilmente gli venne per analogia dagli altri poemetti popolari satirici di quel tempo da noi più addietro ricordati, cioè Le Malitie delle Arti, Le Malitie delle Donne[290] ecc. che formarono la delizia e il repertorio del popolino in quel tempo, e che, barbaramente raffazzonati, continuano ad essere stampati anche ai giorni nostri. Inoltre si differenzia dalle edizioni posteriori anche per il numero delle ottave e per le silografie; crediamo opportuno descrivere le edizioni della Sferza che abbiamo avuto sottocchio, e quelle ricordate in Cataloghi bibliografici.

I. — L’opuscolo della Casanatense che contiene le sopradette [191]Malitie de’ villani della fine del secolo XV si può ritenere, tra le edizioni della Sferza che ci sono pervenute, la più vicina all’originale, se pure non è la prima. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una bella silografia che appartiene al periodo classico fiorentino[291] rappresentante un pastore nudo, o per meglio dire, mal coperto da una veste svolazzante, che sta seduto ai piedi di un albero, e suona il violino, mentre dinanzi a lui scherzano nell’erba un cane e due pecore; poi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, etc., fogli 4, doppia colonna, ottave 73, in-4º, car. got., senza segnatura nè numero di pagina, s. l. e a., mm. 213 × 139; tienti quest’opra per un buon ricordo || finisce la Malitia dei villani.

II. — Biblioteca Trivulziana. Miscellanea storica, volume III, nº 13, Scaffale 48.

La Sferza dei Villani. Poi una silografia rappresentante cinque villani, uno dei quali viene frustato; indi le tre prime ottave. Inc. Per far una leggiadra mia vendetta, ecc.; e tienti questo per un buon ricordo || Il Fine | In-4º, car. rom., fogli 6, con segn., A, A₁, A₂, A₃, senza numero di pag., s. l. e a., 96 ottave, doppia colonna, mm. 200 × 150.

III. — Biblioteca Trivulziana. Scaffale VI, 3.

La Sferza de | Villani. — Poi una silografia come nel nº II, indi le tre prime ottave. In-4º, car. rom., senza segn. nè numero di pagina, s. l., e a., mm. 210 × 150, doppia colonna, 96 ottave; in fine un’altra silografia rappresentante tre pastori con pecore. Questa edizione ha tre postille di Rosso Martini, Accademico della Crusca.

[192]
Queste sono le edizioni che noi abbiamo avuto sotto occhio; della Sferza sono menzionate le altre seguenti:

IV. — La Sferza de’ villani, (in ottava rima). Firenze, 1553, in-4º de 6 ff. à 2 colon., fig. en bois, mar. r. tr. d. Vedi: Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paris, 1847, pag. 217, nº 1360.

V. — Il dott. G. Milchsack nella Descrizione ragionata del Volume miscellaneo della Biblioteca di Wolfenbüttel contenente Poemetti popolari italiani, con aggiunte di A. D’Ancona[292], pag. 233, nº LVIII, dà la descrizione bibliografica di un’edizione della Sferza, stampata in Firenze nel 1568, in-4º, car. rom., 6 fogli, 96 ottave, colle due silografie da noi ricordate al nº III.

VI. — Nella Bibliotheca Manzoniana, Catalogue des livres composant la Bibliothèque de feu M. Le Comte Jacques Manzoni, Città di Castello, Lapi, 1892, Iere partie, pag. 403, nº 2997, è ricordata la seguente edizione della Sferza: Firenze, G. Baleni, 1588, in-4º, di 6 ff., con due silografie; la prima di queste, cioè quella rappresentante i cinque villani, uno dei quali viene frustato, è riprodotta in questo Catalogo.

VII. — La Sferza de’ Villani. — Vicenza, per gli Eredi di Perin Libraro, 1602. È ricordata dal Guerrini, op. cit., pag. 395, nº 105 del Saggio bibliografico delle opere del Croce.

VIII. — Nel Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, nº 1361, è fatta menzione di un’altra edizione della Sferza, stampata in Firenze nel secolo decimosettimo.

Nulla sappiamo dell’autore di questo poemetto satirico; sulla custodia dell’edizione trivulziana da noi descritta al nº II si legge un’annotazione manoscritta, forse di mano [193]dell’abate Carlo, che, come abbiamo detto più addietro, era solito annotare i libri che veniva acquistando: «ottave molto belle e di ottima Lingua. Si vogliono del Giambullari, ma, dice l’abate Tiraboschi, dell’Autore nulla si sa fuori di quello che nella Storia de’ Poeti Italiani piacque allo Zilioli di porre senza alcuna prova.» Confessiamo di non aver trovato questo passo nel Tiraboschi, e il conte Soranzo, alla cui ben nota cortesia noi ci eravamo rivolti per sapere se nelle due copie manoscritte della Storia de’ Poeti Italiani dello Zilioli che esistono nella Marciana fosse fatta menzione dell’autore della Sferza, rispondeva che le sue diligenti ricerche erano rimaste infruttuose. Bernardo Giambullari, padre dello storico Pier Francesco, visse nella seconda metà del secolo XV e nel primo quarto del XVI; Giulio Negri[293] dice di lui: «Viveva dopo Luca Pulci: scrisse la storia di S. Zanobi Vescovo con due Laudi nel fine in ottava rima, e terminò il Ciriffo Calvaneo di Luca Pulci: scrisse inoltre molti Canti Carnascialeschi ed altre poesie amenissime tutte stampate;» ricorda quindi alcuni scrittori che parlano di lui con lode. Il Giambullari occupa certo un posto distinto in quella accolta di ingegni colti e geniali di cui amava circondarsi Lorenzo il Magnifico, ad imitazione del quale compose i più svariati componimenti, dalla Lauda al Canto Carnascialesco, dalla Novella ai Poemetti satirici. In questi ultimi anni si sono pubblicati parecchi componimenti di questo scrittore, e probabilmente molti altri giaceranno inediti nelle Biblioteche in qualche raccolta di poesia popolareggiante. Ignorato quasi dagli storici della nostra letteratura, siamo certi che l’importanza e il valore del Giambullari andranno sempre più aumentando, quanto più sarà fatta oggetto di studio quella mirabile fioritura [194]poetica popolareggiante della seconda metà del secolo XV che ebbe in Toscana tanti geniali cultori. Sotto il nome di «Biagio del Capperone» fu per lungo tempo creduto appartenente alla Congrega dei Rozzi di Siena, come autore di Sonetti «in stile rusticale;» ma fu dimostrato dal Mazzi che questi appartengono al Giambullari, come si legge in una rarissima stampa del Museo Britannico. A pag. 2 di detta stampa, di cui il Mazzi potè avere copia, si legge: «Sonetti Rusticani Composti per Bernardo Giambullari. Mandati al mio carissimo Giannozzo di Bernardo Salviati Ciptadino Fiorentino. L’anno 1515» a pag. 3: «Sonecti di Biagio del Chapperone rusticani, fatti a Roma a Papa Leone X et altri», dalle quali parole apprendiamo che il Giambullari fu scrittore di poesie rusticali, (il che può rendere più ammissibile la nostra attribuzione della Sferza), che fu a Roma chiamatovi, come i Rozzi, da Leone X, figlio di quel Lorenzo di cui il Giambullari fu uno dei più geniali e imitatori. Se egli non appartenne ai Rozzi, ad essi però è strettamente collegato, perchè può considerarsi come il trait-d’union tra la poesia rusticale del Magnifico e la drammatica dei Rozzi. Al Giambullari appartengono pure: Il Sonaglio delle Donne[294], il Tractato del Diavolo co’ Monaci[295], una novella intitolata Una resia che un Demonio volle mettere in un monastero di Monaci, la Contentione di Mona Costanza e di Biagio[296], il [195]Trattato della Superbia e della Morte di Senso, pubblicato ultimamente dal D’Ancona[297], una raccolta di Canti Carnascialeschi[298], molte Canzoni ed è pure ricordato come autore di Laudi dal Gaspary. Se noi confrontiamo la Sferza dei Villani con questi poemetti satirici, troviamo grande affinità sia nello stile, come nella vena satirica e nel fine umorismo; vedremo inoltre come vi siano tra questi e quella delle frasi comuni. Questo complesso di analogie, come pure la forma spigliata e la vivacità festevole della Sferza militano in favore di questa attribuzione della satira all’autore dei sopradetti componimenti. La Sferza incomincia parafrasando il primo verso del secondo sonetto del Petrarca:

Per far una leggiadra mia vendetta.

Anche l’ottava IX delle Malitie delle Donne che potrebbero forse essere dello stesso autore della Sferza, incomincia col noto verso dantesco:

È di natura sì malvagia et ria.

Questi ricordi classici attestano la coltura dello scrittore di questi poemetti popolari. Anche il fatto di vedere nel passo citato dei Marmi del Doni ricordati insieme la Sferza ed il Sonaglio delle Donne può servire ad avvalorare la nostra supposizione, che, cioè, i due poemetti siano dovuti allo stesso scrittore. Diremo ora del metodo da noi seguito nel curare la ristampa della Sferza dei [196]Villani. Abbiamo tenuto per base l’esemplare Casanatense, valendoci delle due ristampe trivulziane per le correzioni più ovvie, ed aggiungendo l’interpunzione e le altre particolarità grafiche dove ci parve opportuno. Così pure abbiamo aggiunte alla Sferza Casanatense le ottave che si leggono nelle edizioni posteriori, perchè dall’esame di esse ci parve indubitato che appartengono al medesimo autore; segneremo tuttavia con un asterisco le ottave in più delle ultime edizioni. In quanto al titolo, abbiamo adottato quello di Sferza de’ Villani sotto il cui nome, come abbiamo visto, è sempre ricordata, essendo evidente che il titolo primitivo di Malitie de’ Villani fu nelle ristampe posteriori, che erano state sensibilmente aumentate, cambiato in quello di Sferza, forse anche in questo caso per analogia con altri poemetti satirici di quel tempo dello stesso nome.[299]

La Sferza dei Villani.

I.

Per fare una leggiadra mia vendetta,

disposto son di cavarmi lo stecco,

di compilare in versi un’operetta,[300]

che suoni Nanni e Tonio e Nencio e Checco,[301]

perchè sono una razza maladetta;5

e per invocation vo’ chiamar Ecco

habitator delle selve, e de’ boschi,

dove stanno i crudel’ rustichi foschi.

II.

E come d’Ecco la voce rimbomba

in ville in valle, dov’altri lo chiama,10

Eco faccia i miei versi eguali a tromba,

[197]

che risuoni per tutto la lor fama,[302]

de’ rustichi crudeli in ogni tomba,

e mettagli in disgratia di chi gli ama:

perchè ogni piacere e cortesia15

che si fa lor tutto è gittato via.

III.

Non fe’ natura un animal più strano,

nè più vitiato, nè manco virile

sopra alla terra, quanto fu il villano,

e quel che non diventa mai umile,20

se non quando ti porge un po’ la mano

che necistà lo caccia del suo ovile,[303]

se non ti può rubar mercè ti chiede

poi dice mal di te se non ti vede.

IV.

Io ho veduto tanta esperienza25

già tante e tante volte in vari modi

di questa rusticana e ria semenza,

che par proprio che un verme il cor mi rodi[304]

sì ch’io non posso avere più patienza,

et una Sferza fo’ con aspri nodi,30

che sonerà la rusticana setta:

la Sferza lor sarà quest’operetta.

V.

La qual darà manifesta notizia,

generalmente dei villan cattivi,

benchè interamente lor tristizia35

non si può dir di quei superlativi,

de’ quali è da schifar loro amicizia,

nè da voler che in casa tua n’arrivi;

chè son come il carbon che cuoce o tinge[305],

quel villan che par buon, par perchè finge. 40

VI.

La prima volta che il villan ti parla,

ne viene a te con sì benigna vista,

che tu non puoi nella mente assettarla,

[198]

se non d’avere udito un Vangelista:[306]

guardati da quel che sì dolce ciarla,45

che la sua intenzion drento è pur trista,[307]

e viene a te con sì dolce maniera

per porti il colpo suo nella visiera.

VII.

Se ti parlasse superbo et altiero,

sa ben che non avrebbe teco accordo:50

ma egli ha fatto prima suo pensiero,

d’esser lui la civetta e tu sia il tordo,

le sue parole il vischio a tal mestiero,

e simulare il semplice e il balordo;

e mentre che ti parla, spesso ghigna,55

e così ti conduce nella vigna.[308]

VIII.

E quando t’ha dove volea condotto,

e’ comincia a scoprire un canestruccio

che t’ha recato; tenevalo sotto

perchè tu non andassi a santo alluccio[309]60

credendo che tu sia come lui ghiotto

ed aspetti al presente dare il succio;[310]

sarà poi un canestro come un nicchio

e fiavi drento un quattrin di radicchio.

IX.

Io ho già visto a’ villani comperare65

più e più volte un quattrin d’insalata

o dua, e portar quella a presentare

all’oste, ol balio, e sono una brigata;[311]

non per amore, ma voglionsi sfamare

alle sua spese con quella derrata;70

se le son donne, tre o quattro rocche

porteranno e faran cinque o sei bocche.

[199]

X.

E viene sempre col disegno fatto

il rustico fellon di far lo scotto

alle tua spese: stu lo inviti un tratto75

terrà lo invito tuo con questo motto,

che per farti piacere ad ogni patto

vorrà ber teco, e comincia di botto;

e fa lo scotto suo da vetturale,

a tuo dispetto se tu l’hai per male.80

XI.

Par che il diavol gli sia nella mascella,

et è da ogni man ritto e mancino,

e bada a maciullare e non favella,

e poco o rare volte annacqua il vino;

stu gli ponessi innanzi una camella,[312]85

non ne fare’ rilievo il paterino,

mentre che v’è del pan l’altre vivande

le schifa come fa il porco le ghiande.[313]

XII.

Non fia sì tosto poi uscito fuori,

che dirà mal di te con chi che sia:90

e che tu scanni e’ tua lavoratori

e ognor fai loro qualche villania,

e ponti mille falsi e mille errori,

e giura per far creder la bugia;

se lui ti avrà giuntato se ne vanta,95

chè gli pare aver fatto un’opra santa.

XIII.

Quell’altro ch’è cattivo al par di questo,

commenda la tristizia che gli ha fatta,

e pargli darsi un vanto molto onesto

d’un furto fatto, e contalo per natta,100

dicendo: guarda s’io colsi l’agresto[314]

avale al balio, ella mi venne adatta;

in mentre che beevo, o la fu bella,

gli tolsi una forchetta e poi vendella.

[200]

XIV.

Guarda se questa è di quelle del sacco,105

e se son gente da far loro onore,

aspetta ch’io ho messo più d’un bracco,

che mi daran de’ lor vizi sentore;

parratti che io sia Ercole che Cacco

faccia della sua tana sbucar fore,110

comincio appunto adesso a tor la penna

la qual so che non fia di vizi menna.[315]

XV.

Dico di questa rusticana gregge

che non si può fidar di lor col pegno,

senza timor di Dio, fede, nè legge,[316]115

non prezzan nulla e cerca in ogni regno,

non so come la terra se gli regge;

ma il ciel dimostra ben d’averli a sdegno,

che le tante tempeste e gran furori,

di venti e d’acque, son per loro errori. 120

XVI.

Nessun si può lamentar del Signore,

lui ci apparecchia le ricolte grande,

Cerere e Bacco ogni anno viene in fiore

copiosamente, e molte altre vivande;

ma il seme rustican tanto fetore125

ne spira al ciel, che il ciel poi giù ne spande,

grandine, e pioggie, e pessime influenze

che Bacco affligge e le buone semenze.

XVII.

Questo è proprio l’origine del danno,

e il giusto pate la pena del reo130

per le ingiurie che al ciel fan tutto l’anno,

quest’asin battezzato Tonio e Meo,

che credo certo che all’inferno vanno

[201]

di lor per ogniun cento del Giudeo,

perchè non hanno nè timor nè fede135

esperienza ognora se ne vede.

XVIII.

Quanti villan si trova per migliaio

che i precetti di Dio s’abbino a mente,

certo non credo che ne sia un paio,

e non fu mai la più astuta gente;140

sa ben quanti covon è in un pagliaio,

come lo vede o giugnevi rasente,

ma non sa già che cosa si sia fede,

et a fatica crede quel che vede.

XIX.

Credo che pochi tra molti ne sia,145

che abbino della fede cognizione,

nè sappin pur ben dir l’Avemaria,

nè il Paternostro, o altra orazione,

e il Credo parre’ loro una pazzia,

perchè non hanno niuna divozione;150

odon la messa poche volte l’anno

e quelle per pappar quando vi vanno.[317]

XX.

Come ch’è la mattina d’Ognisanti,

vi vanno perchè il prete dà lor bere,

e del pane impepato a tutti quanti,155

e per la Pasqua come dei sapere,[318]

che dà dell’erbolato a donne e a fanti;

e i ghiotti, più che l’orso delle pere

vannovi tutti, insino a’ pecorai,

piccoli e grandi che non mancan mai.160

XXI.

Non che vi vadin già per devozione,

nè per rimorso d’esserne obbligati,

ancor vi vanno con intenzione

d’essersi l’un con l’altro ritrovati,

chi per chiarire una contenzione,165

chi per concluder qualche lor mercati,

[202]

di porci, o buoi, o pecore, o castroni;

queste alla chiesa son loro orazioni.

XXII.

E fanno in chiesa cerchi e capannelle,

come fanno a’ mercati e in su la piazza;170

mentre che dicon quelle lor novelle,

chi picchia in terra il piede, e chi la mazza,

e il prete non può dir messa cavelle,

pel cicalio di quella gente pazza,

se gli riprende e’ ne pigliano il broncio,175

poi non ti dico come il prete è concio.

XXIII.

E fanno peggio ancor que’ di più anni

che que’ lor fanciullacci, e quei garzoni;

questi paiono in chiesa barbagianni,

ovvero allocchi, sempre per cantoni180

a vagheggiare, e vagheggiano i panni

di quelle lor mattote, e’ bighelloni,[319]

ch’elle son sì di biacca imbrodolate

che paion proprio tinche infarinate[320].

XXIV.

Quest’è la divozion, questo el timore,185

quest’è la fede de nostri villani,

ignoti e ingrati verso il Creatore,[321]

tua perfidi nimici, crudi e strani;

e tanta è la stoltizia e il loro errore,

ne’ domestici luoghi e ne’ silvani,190

che non conoscon mai grazia, nè dono,

che ricevin da Dio, sì ingrati sono.

XXV.

Quanti ne son che faccin conscienza

di torre e di voler restituire,

ma con tutta l’industria e lor potenza195

s’ingegnan sempre di poter rapire

perchè non temon alla gran sentenza

in die iudicij dover comparire,

ma quel che ruban più chiaro lo veggio

che ne vanno ogni dì di male in peggio.200

[203]

XXVI.

Se tu vuoi stare a veder la ricolta

in villa, al tempo della battitura

tu perdi il tempo, sia o poca o molta,

qui giuoca solo aver buona ventura,

che se te la vuol fare egli avrà colta205

la rosa a tempo, che non val tua cura;

se el gran battuto el dì resta nell’aia,

la notte scemerà parecchie staia.

XXVII.

Il villan finge di starlo a guardare

la notte sotto il monte della paglia,210

e manda l’oste in casa a riposare,

coglie l’agresto e insacca e non lo vaglia,

ma del fondo del monte usa cavare

perchè vi è poca pula, e poi ragguaglia

il monte in modo tal che non si paia,215

el cane al suo padron mai non abbaia.

XXVIII.

Ed ogni notte lui coglie l’agresto,

et in più vari modi pur che voglia,

e mai non pensa di farla pel resto

questa tristizia ancora se la moglia,220

e non ti torrà mai il quinto ol sesto

per poco che del tuo dover ti toglia,

ma trattandoti bene al suo parere,

ti darà la metà del tuo dovere.

XXIX.

Deh, odi come un rustico toglieva225

ogni anno el gran sull’aia d’ogni bica,

fatte le biche il padron le vedeva

e poi non se ne dava altra fatica,

el rustico di poi le disfaceva

e rifaceva: odi tristizia antica,230

nel disfarle e rifarle tanto ammacca

il gran, che ne trarrà parecchie sacca.

XXX.

Se il tuo podere è di frutte copioso,

non creder che a te tocchin le più belle

che te le ruba e vende di nascoso235

poi dice che gli furon tolte quelle,

e mostrasene a te molto cruccioso

[204]

con dir che non vi può campar cavelle

e simulando cuopre sue magagne

poi drieto ti farà sette castagne.[322]240

XXXI.

Alla vendemmia quel che egli usan fare

non è da dire dell’uva e del mosto,

se v’è niun buon vignazzo da mangiare[323]

innanzi al tempo l’ha colto, e riposto,

dico per sè, e stu ne vuoi serbare245

e’ dice che è al tuo voler disposto,

e che ne basta a lui una bigoncia,

che è quella che la sua tristizia acconcia.

XXXII.

E ti si mostra piacevole e largo

e che te ne vuol dar per una dua,250

ma nota ben lettor, quel che qui spargo,

auzza se tu sai la mente tua,

chè non ti basterebbon gli occhi d’Argo,

a veder l’arte e la tristizia sua;

quella bigoncia che ripon palese255

ne vende più di quattro alle tue spese.

XXXIII.

E se fa il vino e che tu non vi stia,

quante mezzine e bigoncie n’attigne

mentre che bolle, e’ ne bee tuttavia,

e poi, allo svinare e’ te la cigne;260

il primo sempre mai vuol che il suo sia

poi ti ragguaglia con quel che gli strigne,

ma come l’altre cose te lo ammezza,

e nel canale o nel tin te ‘l battezza.

XXXIV.

Vientene poi al Dicembre o al Gennaio,265

al far dell’olio e’ ti vuol ristorare,

e del grano e del vino il buon massaio

che fa sì bene il tuo usufruttare;

[205]

sempre dell’olio si toglie il primaio

che olio vergine si usa di chiamare,270

che è più dolce e più chiaro che il secondo

e non fa mai posatura nel fondo.

XXXV.

E dice poi: cotanto ve n’è stato;

ma non ti dice il rustico fellone

che s’ha tolto il miglior et ha lasciato275

a te l’olio ristretto del sansone,

et hallo tutto insieme mescolato,

e se egli è sapiente e’ dà cagione,

che l’ulive eran troppo state in caldo:

forse che manca mai scusa al ribaldo?280

XXXVI.

Vientene al tempo della potatura

d’ulivi, e viti, e così d’altri frutti,

per te fa col pennato, e con la scura

taglia per sè i rami grossi tutti,

et arde tutto il verno alla sicura285

alle tue spese, e stan caldi et asciutti;

le legne che gli avanzan le divide

e fa le parte, e piglia, e poi ne ride.

XXXVII.

Prima al seccar de’ fichi, chi gli coglie

al fico, sempre scelgono e’ più passi,290

sia qual si vuole, el marito o la moglie,

non creder quelli all’oste si portassi;

poi quando alla fornace gli raccoglie,

con diligenza un’altra cerca fassi;

e finalmente e’ più grassi e più belli295

non creda l’oste aver nessun di quelli.

XXXVIII.

Chè il rustico quei bei vuol davantaggio,

che delle dotte sue si vuol pagare,

e serba quelli alle rose di Maggio

et a quel tempo gli vuol maritare,300

e dice: se d’un fico a terra caggio

un tratto, chi me n’ha a ristorare?

s’io tolgo questi, e’ son ben guadagnati,

e non gli pare avertegli rubbati.

[206]

XXXIX.

Se tu gli dai a far qualche lavoro305

di velti o fosse a cotanto la canna,

o vuoi insomma strazi il tuo tesoro,

come tu non vi se’ il villan t’inganna,

che massi non trarrà del luogo loro,

nè aprirà la fossa a una spanna,310

nè affonda un braccio che te la riempie

senza fognare, e pelati le tempie.

XL.

Se tu darai alcun bosco a tagliare,

in somma, o a cotanto la catasta,

in ogni modo e’ ti vuole ingannare,315

guarda pur di non metter mano in pasta;

la toglie in somma e la vuole spacciare

per l’util suo, e il tuo disegno guasta,

e guasta le ceppaie, e in modo taglia

lungo, nè poi con la scura ragguaglia.320

XLI*.

Non creder tu che molte ne rifenda,

nè ritondi le teste con la scura,

perchè in queste due cose è la faccenda,

e falle giuste di buona misura,

la qual cosa non fa per chi le venda,325

ma di questo il villan poco si cura

fatte le legne adesso, e noi e’ frasconi,

et empie le fastella di bronconi,

XLII*.

che sarebbono a schegge sufficienti

e lui l’addossa per vicine presto;330

ma se facessi le legne altrimenti,

non farebbe per lui di farti questo,

che e’ taglierebbe infin ceppi rasenti,

poi le rifenderebbe, in quarto, e in sesto,

e d’ogni stecco ne farebbe due,335

per far più somma alle cataste tue.

XLIII*.

Se a cataste gl’ha a essere pagato,

e’ te la cigne nell’accatastare;

mette pezzi bistorti in più d’un lato,

e fagli come ponti ritti stare,340

e le scheggio rifesse avrà voltato,

[207]

la scorza con scorza, che fa stare

e’ pezzi sollevati, e poi ritura

con fruscoli le buche e ponvi cura.

XLIV*.

Et ha tutte le teste capovolte345

da ogni lato, e mostran bella faccia

alle cataste, e più serrate e folte

paion le scheggie, e così te la schiaccia;

le poche legne fan cataste molte

per questo modo, ma questa bonaccia350

torna in tristizia del comperatore,

et inganna te e lui quel traditore.

XLV*.

Se a tanto la soma fa e’ frasconi,

farà e’ fastelli come covoncini,

et empiele di sterpi, di bronconi355

per farne più, e toccar più quattrini,

et non gli serra troppo per cagioni,

che non ti pain come son piccini,

e se fa in somma quel rustico fello

vorria metter il bosco in un fastello.360

XLVI.

Se tu da’ un podere ad un villano

che lavori altre terre che la tua,

poi dir d’avergli dato il sacco in mano

perchè ti rubi a tutta voglia sua,

di frutte, vino, e olio, e legne, e grano365

nè vorrà più di te per ogniun dua;

se tu ti duoli che ti tolga il tuo,

dice che quello ha ricolto nel suo.

XLVII*.

Se tu dai terre a fitto a niun villano,

non far pensiero d’aver mai l’intero370

dal patto della scritta di sua mano,

che ti dimostrerà per bianco nero,

dirà che il temporal sia strano

per lui, e mai non ti dirà un vero,

quando gli fia nociuto il secco, o ‘l molle,375

e così t’avrà giunto dov’ei volle.

XLVIII*.

Così con la bugia ti fa un resto

con buon pensier d’averti strapagato;

[208]

se tu gli hai dato vigna intendi questo,

che ‘l tempo non t’avrà mai osservato,380

quando avrà colto a suo modo l’agresto

tirandogli gli orecchi col pennato,[324]

o non ti paga, o qualche scusa ha dare

che ti convien la vigna ripigliare.

XLIX.

Se tu gli hai dato sodi da pastura385

in piano o in piaggia, o prati da far fieno,

sempre ti conterà qualche sciaura,

o che le bestie altrui state vi sieno,

ovver che per la sua disavventura

che tutto il giorno le nebbie vi stieno,390

o veramente che il vento rovaio

gli abbia abbruciati che par di gennaio.

L*.

E sempre mai ti conta qualche indozza[325]

per non ti dar l’intero del tuo fitto

ch’egli abbi auto, e mente per la strozza395

il malvagio, crudel, pessimo, ghiotto,

ma e’ si vorrebbe aver la lingua rozza

a mille il giorno senza alcun risquitto,

perchè e’ son pur come dà lor natura,

tutti d’un pelo, e d’una cornatura.400

LI*.

Se tu dai al villan bestiame a soccio,

credi che a te tocca a dargli le spese;

quando dirà che si sia morto un boccio,

quando che il lupo un bel temporal prese,

o ch’è in peculio indozzato, e sta chioccio,405

per la mala vernata sì l’offese

che le son piene di rogna e di scabbia,

e crede poca lana e trista s’abbia,

LII*.

per poter coglier ben l’agresto a quella,

e d’un toson ne saperà far dua,410

e sceglier la più fine e la più bella

[209]

per vestir sè e la brigata sua;

almeno un capperone, o la gonnella

ti torrà spesso della parte tua,

la qual fia piena di croste di lappole,415

e per rubarti lui fa mille trappole.

LIII.

Al divider del cacio fa pensiero

d’averne men che mezza la tua parte,

chè vende le ricotte, il latte, il siero,

e poi nel far del cacio egli usa un’arte,420

che farà il tuo in un certo bicchiero

minor che il suo e tien questo in disparte,

e farà il tuo come una spugna vano

e il suo serrato, e incolpane la mano.

LIV*.

Se la tua donna dà qualche gallina425

a mezzo a la tua lavoratore,

fa tuo pensier che poi la Mecherina

gli chiede da beccare a tutte l’ore,

e qualche volta pur quattr’uovolina,

gli recherà pur sempre le minore,430

che ragguagliando l’uova col beccare

tu vien la coppia un grosso a comperare.

LV*.

Se la gli dà galletti a far capponi,

ovvero una chiocciata di pulcini,

credo n’assaggerai pochi bocconi,435

che nibio, o volpe, o lor mani a uncini

te gli aran tolti, dicono i felloni;

se tu nol credi sappil da’ vicini,

ch’ognor senton gridar: ai, ai, e troia,

ah, Mecherina mia, tu sei pur gioia!440

LVI.

Se t’ha dar l’anno due paia di capponi,

o qualche serqua d’uova ch’è ne’ patti,

daratti almen che sia tre gallioni

et un cappone infermo che dà i tratti;

l’uova piccine serbano i felloni445

per l’oste, e l’altre vendon questi gatti,

che quelle grosse ti farebbon male,

e logoran più cacio, legne e sale.

[210]

LVII*.

E’ polli e l’uova, fatto berlingaccio,

s’indugiano a portarli tutti quanti,450

che se te gli recassino più avaccio,

conosceresti que’ galli a’ lor canti,

ma comunque son giunti tu gli spacci

perchè sien triti, a tutti il collo schianti,

così dell’uova non vi si pon cura,455

che se ne rompe una intriditura.

LVIII*.

Se tu hai aver lin pon qui l’orecchio;

di patto fatto quando il poder tolle,

daratti qualche lin fradicio e vecchio,

di fuor lisciato, e dentro fia capecchio460

et anco molto ben umido e molle,

a te lo dà nel tempo autunnale,

e poi le pioggie incolpa e il temporale.

LIX.

Se la tua donna di state, o il Gennaio

dà a far bucato alla Nencia o la Checca,465

le pare a lei non le costi danaio,

ma tanto la crudel ne pappa e lecca,

che sare’ meglio dargli al curandino,

e non ti sare’ fatto la cilecca

di qualche zaccarella che vi manca,470

sempre quando il villan panni t’imbianca.

LX.

Come sarebbe una o dua camiciuole,

qualche tovagliolino o tovagliola

che la Bartola ha tolte, e se le vuole

in casa sua per la sua famigliuola;475

se la tua donna del danno si duole

il rustico mentendo per la gola

si scusa e finge averne grande affanno,

stringesi nelle spalle e tu t’ha il danno.

LXI.

Se tu lo servi o prestigli danari480

senza testimonianza o senza pegno,

al far del conto poi perchè tu impari

li niega, stu non dai buon contrassegno,

sicchè chi ha a imparar è buon che impari

alle spese d’altrui in ogni regno;485

[211]

ma prima impareresti ogni scienza,

che del villan la vera conoscenza.

LXII.

Stu gli fidi le chiavi di tua casa,

per la cantina, o per la colombaia,

si faria più per te, sendo rimasa490

sola, a mandarvi il fante o la massaia,

che l’olio e il vin ti ruba, e poi le vasa

riempie d’acqua perchè non si paia;

e in colombaia da sera e mattina

l’agresto coglie e incolpa la faina.495

LXIII.

E caverà della coltrice tua

qualche sacco di penna il rustichetto,

che sia sì piena che gli par la sua

rispetto a quella vota nel suo letto;

e così fa d’una coltrice dua,500

e poi per ricoprir questo difetto,

ha in più d’un luogo la tua cincischiata,

poi dice: e’ topi l’hanno rosicchiata.

LXIV*.

E se tu lasci vendere al villano,

sia che cosa si vuole, o tanto, o quanto,505

legumi, frutte, biade, vino o grano

od olio, non potrai mai darti il vanto

che il vero prezzo ti rassegni in mano,

se fusse bene il dì di Vener Santo,

sempre ti ruba con mille bugie,510

e se nulla t’ha compro l’attessie.[326]

LXV.

E per non esser tristo poi tenuto

dal prete per le sue operazione,

se si confessa mai il villano astuto,

cerca d’un che non ha sua cognizione515

e quanto può di non esser veduto,

da chi potesse darne relazione;

e qui d’ogni sua ladroncelleria,

è assoluto per la simonia.

[212]

LXVI.

Poi se ne va quel rustico fellone520

al popol suo, et risciacqua il bucato,

e fassi coscienza d’un mellone

che nell’orto dell’oste avrà imbolato;

e finge aver nel cuore uno steccone

cioè lo stimol di questo peccato,525

ma che vuol pel mellon dargli una zucca,

così inganna il prete, e te pilucca.

LXVII.

Questo crudel con sua simulazione,

inganna il prete, ed è tenuto buono;

così gli venga per sua punizione530

la folgore di Giove col gran tuono,

benchè egli avran l’eterna dannazione

poi che fien desti all’angelico suono,

della città di Dite e’ contadini

faransi allora eterni cittadini.535

LXVIII.

Per la lor trista et insaziabil sete

che gli hanno di rubare al cittadino,

andranno tutti a bere all’onde Lete

come promette il giudizio divino,

che di quel che si semina si miete540

ne’ Campi Elisi il frutto per destino

celeste, e fia renduto giusto merito

a ciaschedun del suo tempo preterito.

LXIX.

E se egli avvien che il rustico fellone

abbia a uscire del tuo contra sua voglia545

o di sua volontà, egli è sì strano

e tristo che convien che lui ti toglia,

se vi avrà posto nulla di sua mano,

qualche bel nesto o cosa che ti doglia,

e vende al tempo, e vorrebbe potere550

portarne seco la casa e il podere.

LXX.

E se nessun servigio t’ha mai fatto

o preso qualche po’ di scioperio,

te gli ricorda e vuolne esser rifatto,

e non pensa il crudel, malvagio e rio555

alle cose che t’ha di casa tratto,

[213]

in soddisfarlo: e per l’amor di Dio

senza le zaccherelle che t’ha tolte,

che s’è pagato a doppio cento volte.

LXXI.

Et oltre a quelle cose che ti toglie,560

quel che vi lascia cerca di guastare

giusta a sua possa il marito e la moglie

tutto quel verno a rompere e tagliare;

e quando vien che l’ulive ricoglie

guasta gli ulivi e finge di potare,565

quelle belle vermene che ne fanno

le taglia o fiacca per farti più danno.

LXXII.

Se vuoi saper lor ladroncellerie,

di’ che tu voglia il podere allogare:

qualche crudele a te viene ognidie570

a chiederlo: e comincia a biasimare[327]

quel che v’è drento, e mostrati le vie

le quali ha usate a poterti rubare,

che sono tante e tali che t’attoscano;

gli artefici l’un l’altro si conoscano.575

LXXIII.

E dice mal di quel perchè tu il cacci

se fusse bene un suo carnal fratello,

e mostra di saper perchè tu facci

la voglia sua, e fassi il buono e il bello,

e quanto è più cattivo par più tracci580

d’entrarvi: poi ti fa peggio che quello,

che ti farà tutte quelle magagne,

che pose all’altro e delle più taccagne.

LXXIV.

E così tutti quanti han per natura

di biasimar l’un l’altro, e fansi scorgere585

viziati e tristi ad ogni creatura,

[214]

e noi non ci possiam del tutto accorgere

perchè e’ non ruban mai con la misura,

ma sempre a vista, e fannosela porgere

la cosa tolta, e son tutti d’accordo590

a questo, e sanno fare il cieco e il sordo.

LXXV.

Se tu metti dell’opere e tu stia

appresso a loro a veder lavorare,

odi sempre dir mal di chicchessia,

dell’oste, o di vicini, o di comare;595

ognun di qualche ladroncelleria

si vanta d’aver fatto, e sannol fare,

di furti, d’adulteri, o false pruove

e senti tutto il dì tristizie nuove.

LXXVI.

Se tu hai qualche serva, schiava, o fante,[328]600

in casa di villan non la mandare,

che le fanno cattive tutte quante,

massime della gola, e del rubare;

se v’è niun pollastron si fa suo amante

e le promette volerla sposare,605

ella sel crede, e poi mena il rastrello

a ciò ch’ella può in casa e porge a quello.

LXXVII.

Non ti fidar d’alcun, che ogniun t’inganna

giusta sua possa; e poi ti dà la berta,

e par lor che dal ciel venga la manna610

quando e’ ti tolgon la cosa coperta;

quando e’ ti viene intorno e che si affanna

in tuo aiuto vuolsi stare all’erta,

che le carezze che i villan ti fanno

son tutte per loro utile e tuo danno.615

LXXVIII.

Se pure alcun discreto e costumato

[215]

ne trovi, benchè pochi ce ne sia,

non creder che di rustico sia nato,

ma che di seme mescolato sia

di qualche gentilotto che avrà dato620

la pace di Marcon per qualche via[329]

alla madre di quello in giovanezza;

però tien quel villan di gentilezza.

LXXIX.

Non può la vera linea rusticana

partecipar d’alcuna gentilezza,625

ma perfida, crudele, iniqua e strana,

nè onore, nè virtù ama, nè prezza,

ma tutti son d’una sardesca lana[330]

che mai si può ammorbidar sua asprezza,

ma la divina giustizia gli doma,630

come bestie che son portan la soma,

LXXX*.

di schegge, di steccon, colonne e brace

e così doma il ciel la lor superbia,

e sol del vitto in tanta contumace

che si pascon com’asini dell’erba;635

la crusca loro par manna verace,

a chi ne può avere, o vita acerba

che fanno universal, pe’ lor peccati

oggi questi crudel’ villan sfacciati!

LXXXI.

Se io volessi in tutto satisfare640

a molti degni, e nobil cittadini,

che m’han pregato ch’io debbi narrare

le gran tristizie d’assai contadini,

se fosse inchiostro tutto quanto il mare,

la terra carta, e tutti gli uccellini[331]645

avessin tutti lor penne da scrivere,

i’ non potrei avendo sempre a vivere.

LXXXII.

È tanto natural la lor tristizia,

[216]

ch’ognor si fanno tra lor mille inganni,

e benchè gli abbin le cose a dovizia650

si fanno l’uno all’altro di gran danni,

vicino, o parentado, o amicizia

non riguardan, nè più Nencio che Nanni;

sia qual si voglia, o amico, o parente

ogni tristizia tra lor si consente.655

LXXXIII.

Quanti ne sono che hanno già venduto,

una soma di legna, o paglia, o brace,

tu l’hai pagata, e sì t’avrai creduto,

che te la porti a casa, e ti stai in pace,

e la vende ad un altro il gatto astuto660

e pur se ve la porta è sì fallace

che si farà pagare un’altra volta

alla tua donna se la può aver colta.

LXXXIV.

Stu compri dal villan una bigoncia

di mele, o pere, o qual frutte si sieno,665

credi che l’ha di sotto in modo acconcia

con paglia, strame, felce, frasche o fieno,

che non ritornerà la libbra un’oncia

benchè per buon mercato te la dieno;

di sopra fien parecchie belle e grosse,670

poi, mescolate, piccole e percosse.

LXXXV*.

Stu comperi in mercato delle frutte

susine, o fichi, mandorle o baccelli,

usano un’arte nel contarle tutte

che il conto non ti torna mai da quelli,675

sien che frutte si vuole, o belle o brutte,

[217]

mostronne quattro e tre te ne dà egli;

stu paghi prima che tu l’abbi tolte,

lo niega e ti convien pagar due volte.

LXXXVI*.

Se tu dai a balia, come tu l’hai dato,680

in capo d’otto dì torna il villano,

e dice che il bambino è raddoppiato,

ma vien per trarti un ducato di mano;

ma non vien mai a dir che il latte sia mancato,

o che la balia è pregna, o sia mal sano685

il tuo figlio, ma mentre che dà i tratti,

appunto allor tel dicon questi gatti.

LXXXVII.

Nota, lettore, una tristizia atroce,

che ti parrà che a l’altre porti el maio;

un villan tolse un sacco pien di noce690

all’oste, e si le misse nel pagliaio

verso levante, che da quella foce

era molto percosso dal rovaio,

e quivi tanto le tenne nascose,

che i topi tutte quante l’ebbon rose.695

LXXXVIII.

Odi quest’altra d’un ch’aveva un pero

carico ben di pere carovelle;

l’oste d’averle tutte fe’ pensiero

e d’accordo pagò il villan di quelle,

el gatto ch’era pratico al mestiero700

prese il danaio e colse le più belle,

vendelle ad un treccon qui di mercato,

l’oste lo giunse e via l’ebbe cacciato.

LXXXIX*.

Odi quest’altra, se colgon le dotte

a far tutte lor’ opere cattive:705

intesi d’un che già s’ebbe condotte

sotto il suo letto un’anfranta d’ulive,

ed avendo il fattoio, le fe’ di notte

quando dormiva ognun per quelle rive,

l’oste non seppe mai nulla di questo,710

forse che un dì gli sarà manifesto.

XC*.

Un bel fico sampiero era in un orto,

[218]

carco di fichi come citriuoli;

l’oste a guardarlo molto stava accorto

dal villan, dalla moglie, e da figliuoli,715

ma il perfido villan gli fe’ gran torto,

al furto destro più che i capriuoli,

scaricò il fico, e poi quando ne scese,

in prova e’ più bei rami egli scosese.

XCI*.

E poi se ne vantò pel vicinato,720

pur con suoi pari come i tristi fanno,

che fanno il male, e nol tengon celato

tra loro anche si ridon dell’inganno;

gli ebbe quel fico in modo fracassato

che si seccò prima che fusse l’anno725

così fosser a lui secchi le braccia,

anco la lingua, e gli occhi nella faccia.

XCII*.

Deh! odi questa d’un villano ingrato,

qual era preso in forza di comune

et era già a morte sentenziato,730

e trito come un pollo dalla fune,

l’oste fe’ tanto che l’ebbe scampato;

così ne fusser sue voglie digiune!

odi se quel villan gli fe’ gran vezzi,

rubollo e volle poi tagliarlo a pezzi.735

XCIII*.

Odi quest’altra, se l’è pur di quelli

che ti voglion rubare a tutti i patti:

un villan quattro, o cinque, o sei agnelli

rubava ogni anno a l’oste de’ più fatti;

dico più grassi, naturali e belli,740

e si gli nascondevan tra lor gatti,

poi si scusava, e mentia per la strozza,

che gl’eran tutti morti d’una indozza.

XCIV.

Quando egli avvien, siccome i fatti danno,

che fortuna ti ponga d’alto in basso,745

guardati da’ Villan, che ti porranno

per darti il tuffo in su le spalle un masso,

e primi sono e’ tua che a saccomanno

metton il tuo e ingrassan del tuo grasso;

[219]

se vuoi che in un verso il ver conchiuda,750

in tre e Chersi sia, e Cacco e Giuda.

XCV.

Perchè tu intenda, discreto auditore,

la chiosa della Sferza dei villani,

cioè della perfidia del lor core,

e’ furon quei che di lor proprie mani755

presono, e flagellorno il tuo Signore,

e crocifissol, que’ perfidi cani;

se furo a lui tanto ingrati e crudeli

come vuo’ tu che sieno a te fedeli.

XCVI.

E però fa con tutto il tuo potere760

che tu schifi la lor conversazione,

stu gli fai lavorar, fagli il dovere

ma che non entri in tua abitazione,

e non fare a nessun mai un piacere,

sia qual si vuol di tal generazione;

fa ch’io non abbi, auditor detto a sordo[332]

e tienti questo per un buon ricordo.

[221]
5.
SATIRA CONTRO I VILLANI[333]
La satira che noi pubblichiamo si trova in un codice Marciano [It. IX, 453], ed è la prima di parecchie satire anonime che si leggono nel fascicolo terzo, che noi faremmo risalire non oltre la fine del secolo XVI; appartiene a quel genere di Capitoli satirici che ebbero tanta voga in quel secolo per parte degli imitatori del Berni. Abbiamo riferito del Capitolo soltanto la parte caratteristica ed importante per il nostro studio, degna di nota specialmente per l’odio atroce da cui è informata, che contrasta sensibilmente colla forma di esercizio accademico con cui la satira incomincia.

Ora e con…[334] questo caldo insano,

Signor Antonio mio Pruzzacarino,

Vogliovi ragionar dello villano.

Non voglio già chiamarlo contadino

Perchè sarebbe troppo alto cognome,

Come a uno sgherro il dire paladino.

Io vo dall’opre registrando il nome,

[222]

Perchè villano ogni difetto include[335]

. . . . . . . . . . . . . . . .

Fur ben le sorti nostre et aspre et crude

Quando a Natura, empia matrigna, piacque

Al mondo dar bestie di pietà ignude.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tra l’altre bestie diede a noi mortali

Questa villana bestia assai più ria

Dell’altre vieppiù crude e micidiali,

Di carità, di amor priva che, Arpia

Ingorda sendo ognora al ben rubella,

Da ogni costume buon sempre travia.

Come nasce col puro ognor l’Agnella,

Il Lupo col vorace e con l’inganno,

La Tigre col crudel, con l’alma fella,

Così nasce il villan con l’odio, a danno

Nostro pronto, et ognor si vede in fatti

Quant’egli possa porne in doglia e affanno.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sempre con rabbia, sdegno, e con rancore

Vede, ode il Cittadino, e mali pensa

Fargli, e quando non può sente dolore.

Se in casa l’hai con caritade immensa,

Ciò che ti può rubar ti ruba e brava

Et have a rubar sempre l’alma accensa.

Se t’è lavorator ti tol la fava,

Il miglio, il vino, e quel che puoti tutto,

E quanto che più può del tuo ne cava.

[223]

. . . . . . . . . . . . . . . .

D’ogni delitto rio, d’ogni empia colpa

Il villan fassi reo, vedi che sorte,

Dove e se può ‘l ladron ne snerva e spolpa.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Tu puoi ben dir ch’adopri egli la schiena

In cavar fossi, in terrazzar, che astuto

Dice: farò, nè al fin suo detto mena.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Se ti bisogna a qualche tempo, et ora

Un’opra dal villan, carezze e preghi

Voglionvi sì che il cor rabbia divora.

Onde convien che il Cittadin rinneghi

Talvolta la sua fede, o incrudelisca

Contro sta schiatta ria e lasci ch’anneghi.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Sbasisca il traditor villano e cada

Che non face pietade ad alcun mai

Che abbia veduto a che rio gioco vada.

Pregando tu ‘l villan nulla farai

Perchè più s’inasprisce, empio diventa,

Ti serve meglio se al villano dai.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Questa deve esser sempre l’orazione

Che al villan si dee far, che altro piacere

Non sa il villan che il gusto del bastone.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Presta al villan danari in ginocchione

Mentre piangendo te ne fa richiesta

Che al render poi farà, tristo, il buffone.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Se tu offendi il villan, per caso poi

Se un dì può più di te, mai non si lassa

Se non t’uccide o squarcia come i buoi

Ma se non può, non di legger la passa,

Ma la serba nel cor, fin che gli viensi

Occasione di porti in una cassa.

[224]

. . . . . . . . . . . . . . . .

Se in casa il villan lasci praticare,

Cerca torti l’onor, sta sull’avviso

Di farti mal, pur che lo possa fare.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ha poi nel core il rio villan radice

Di virtù, che non cura e non tien conto

Se è becco e alcun sul viso glielo dice.

Tutti i peccati ancor che grandi e gravi

Ha in sè il villan, nè trovo in lui ragione

Che una lagrima mandi onde quei lavi.

Non crede nello Credo, e confessione

Fa il villan tutta alla rovescia, e i passi

Non sa di fede, o di convinzione.

Non sa che creder debba, e in dubbio stassi,

Il battesimo nega il villan empio

. . . . . . . . . . . . . . . .

Rubaria con conscientia e Cristo e il Tempio.

Chi chiedesse al villan, certo udiria

Mille crudel’ consigli; al parer mio

Sarebbe uccider quei gran cortesia.

Se vuoi merito avere appresso a Dio

Scortica tu ‘l villan, bastonal sempre,

Struscia ‘l villan, sì ch’egli paghi il fio.

Martoreggia ‘l villan, pungil, tai tempre

Non mutar mai, perchè fia a Cristo grato

Ch’una natura tal fiera si stempre.

Tieni pure il villan crudel stentato,

Tormentalo tu pure in ogni guisa

Che il cielo avrai, dove sarai beato

Se serbi fino a morte sta divisa.

[225]
6.
ALFABETO CONTRO I VILLANI
È tratto dal codice I, 3, 32 della Biblioteca Bertoliana di Vicenza, fol. 15 e seg., sec. XVII[336]. Di Alfabeti contro i Villani abbiamo già più volte avuto occasione di ricordare quello del secolo XVI contenuto nella Misc. Marc. 2213, 5 che sarà ripubblicato dal Novati; un altro, del nostro secolo, fu pubblicato dal Meyer[337], ed esiste pure, con varianti poco notevoli, in un codice del Museo Correr[338].

Alfabeto sopra li Villani.

a A lavorar è sempre destinato

Il perfido villan, malvagio, ingrato,

b Bontà non regna in lui, nè cortesia

Sol rabbia, invidia, odio, e rubbaria.

c Cattivi sono, e pieni d’ogni vitio

Come si puol veder per ogni inditio.

d Da Cain derivò questa natione

Che da Dio ebbe la maleditione.

e Esorto ognun fuggir dalle sue mani,

Che non se puol dir peggio, di Villani.

[226]

f Fali pur tu del ben quanto sai fare

Alfin per Dio, chè ti vuol ingannare.

g Giotti, e maligni sono a tutta botta

Ma guardati da lor co’ sono in frotta.

i Ingrati sono a chi li fa servitio,

Questo è [sol] causa che vanno in precipitio.

l Ladri sono, golosi, e marioli,

Insieme con la moglie e’ lor figlioli.

m Ma ve’ per caso tu ne trovi un bon

Di’ che è bastardo o fiolo del paron.

n Non vi fidate mai di questa gente,

Che resterete coglionati sempre.

o Oh! chi vedesse del Villano il core,

Che per patron non vorrebbe il Signore!

p Poltroni sono, e pieni di fetore

Colmi di terra e pieni di sudore.

q Quando per seminar non trova grano

Allora vien con il capel in mano.

r Ramega come il Bue il Villan poltrone

Quando mangia la robba del patrone.

s Se vuoi tener il Villan con timore

Dalli pur poca robba e manco onore.

t Tutta la festa salta, balla, e giocca

Che a cena poi si segnano la bocca.

v Volgarmente si dice che il Villano,

A spese d’altri vive tutto l’anno.

x Cristo non darà mai di gloria il Regno

Al Villan che dell’opre sue è indegno.

z Zello al culto divin niente non hanno

Vada dunque tal setta col malanno.

Questo Alfabeto satirico contro i Villani della Bertoliana di Vicenza non è che un raffazzonamento, con varianti di poco conto, di quell’Alfabeto contro i Villani che si legge nel cod. H, XI, 5, fog. 202t-203 della Comunale di Siena, ricordato dal Mazzi[339], e di cui il gentile Bibliotecario di [227]quella città, Dr F. Donati, ci mandò una copia diligente. Questo Alfabeto, opera di un anonimo della Congrega dei Rozzi della seconda metà del secolo XVII, ci prova come le composizioni di quella Congrega si diffondessero in tutta Italia; probabilmente esso deve considerarsi come fonte non solo dell’Alfabeto vicentino, ma anche di quello esistente nel Museo Correr e di quello pubblicato dal Meyer. Crediamo opportuno riferirlo qui per intero:

Alfabeto contro i Villani.

A A lavorare sempre è destinato

Il Villano maligno et ostinato.

B Bontà non regna in lor, nè cortesia

Ma sol malignità, invidia e gelosia.

C Cattivi sono e pieni d’ogni vitio,

E questo il può veder chi ha giuditio.

D Deriva da Cain questa natione,

Et hebben dal ciel la maladitione.

E E se [tu] vuoi veder ben la profesia,

Dal Villan deriva la scortesia.

F Falli pur bene, assai se li sai fare,

Che loro al fin ti vogliono ingannare.

G Giotti, maligni sono, a tutta botta,

Guardati dai Villan se son in frotta.

H A lor non si vuol haver [altra] compassione,

Se non come hanno loro [alla robba] del Padrone,

I Ingrati [sono] a quelli che li fan servitio

E questo puol veder chi ha giuditio.

K Karità fra Villan mai non si trova,

Ma la superbia in lor sempre rinnova.

L La robba del Villan forza è [sforza] che cada,

Perchè come la vien, convien che vada.

M Mille volte il dì fanno giuramento,

Sol per haver un solo suo contento.

N Non si vuole haver altra ragione,

Se non la penna, l’inchiostro, e il bastone.

[228]

O Oh chi veder potesse il suo secreto!

Volentieri tirar faria [a noi] il giogetto.

P Però come hanno bisogno [d’un sacco] di grano,

Vengon da Voi con il cappello in mano.

Q Quando poi viene il tempo di pagare,

Ne van fuggendo per non [voler] sodisfare.

R Rare volte il Villan paga il Padrone,

Se non gli manda [a casa] la real segutione.

S Se tu vuoi ch’il Villano stia in timore,

Lassal pover di robba, e men d’onore.

T Tutte le [sante] feste passano a giocare,

E poi al fin si vanno ad imbriacare,

V Volendo [poi] far rumor con tutto il mondo

E questo è causa che van nel profondo.

X Christiani sono che non hanno fede,

Mal va per quel che nulla gli concede.

Y Fisa si trova nella vecchia scrittura,

Che sempre sian bugiardi di natura.

Z Zeta si trova alli notar del malefitio,

Che li fanno purgar tutto l’inditio.

& Et se per sorte ne trovaste un buono,

Cercha la fin, ch’è figliol del Padrone.

Come vuoi tu conoscer un Villan deluscato,

Miralo nella schena che glie scuadrato.

Rimanete con Dio et l’autore,

[Che] Dio vi guardi di man di traditore.

Abbiamo riprodotto questo Alfabeto nella sua integrità, cercando di correggere, fin dove ci fu possibile, i versi ipermetri che vi si incontrano; essi costituiscono l’impronta più evidente del carattere popolare di queste produzioni. Per le tre lettere: Et, Con, Rum che seguivano alla Z negli antichi Alfabeti, si veda quanto dice il Novati nello studio più volte citato[340]. Per quanto riguarda la chiusa dell’Alfabeto [229]ricorderemo un raro opuscolo[341] del secolo XVI, in cui i villani sono annoverati tra i pericoli da cui un galantuomo deve guardarsi:

Seren de inverno

nembo de instà

archimista povero

e medico amalà.

. . . . . . . . .

Vecchio lussurioso

e signoria de vilan

. . . . . . . . .

Furia de cani

e furia de villani

. . . . . . . . .

Trotto de asino

e promesse de vilan

. . . . . . . . .

Da carezze de cani

e zanze de villani.

Il Piovano Arlotto[342], ad un tale che gli domandava quale fosse la migliore orazione da dirsi appena levato, rispondeva: «Quando tu ti rizzi su segnati e divotamente recita un paternostro e un’avemaria, e poi aggiungi queste parole: Signor mio Gesù Cristo, guardami da furia e da mani di villani, coscienza di preti, guazzabuglio di medici, eccetere di notai, da chi ode due messe per mattina e da chi giura sulla coscienza propria.»

[230]
Errata-corrige.
Pag. 3 lin. 30 nota 1 invece di della si legga delle
» 24 » 35 » 2 » abbecedario » orazione
» 69 » 10 » pardis » Paradis
» 102 » 5 » Baldarno » Valdarno
» 121 » 4 » danmantur » damnantur
» 125 » 12 » assassinati » assassinato.
» 175 » 18 » conoscenza » notizia
» 183 » 3 » budelo, » budelo.
» 191 » 8 » un » il
» 192 » 14 » Biblioteca » Bibliotheca
» 206 » 33 » esser » essere
[231]
INDICE
Capitolo I. Cause che determinarono questa Satira. — La condizione economica dei Villani nel medio evo pag. 1
Capitolo II. Poesie satiriche contro il Villano 30
Capitolo III. La satira contro il Villano nella Novella 61
Capitolo IV. La satira contro il Villano nella Poesia popolareggiante. — L’origine dello Zanni della Commedia dell’Arte 106
Capitolo V. La satira contro il Villano nella Commedia 149

APPENDICE

1. La vita de li infedeli, pessimi e rustici Vilani 175
2. Capitolo satirico 179
3. Contro il Villano 187
4. La Sferza dei Villani 189
5. Satira contro i Villani 221
6. Alfabeto contro i Villani 225
NOTE:
1. Stoppato, La Commedia popolare in Italia, Padova, Draghi, 1887, pag. 151.

2. Novati, Carmina medii aevi. Alla Libreria Dante in Firenze, 1883, pag. 25.

3. Ne esiste una copia anche nel cod. 1393 della comunale di Verona a c. 112-114.

4. La corrente satirica medioevale contro i villani che godeva tanto favore nella letteratura popolare, per quei frequenti e reciproci influssi che sogliono manifestarsi tra questa e la letteratura classica, ebbe dei caldi propugnatori anche tra gli scrittori classici, ed è curioso anzi il vedere come essi ricordino le lodi fatte dagli antichi all’innocenza dei rustici, per dimostrarle molto male attribuite. Così il Petrarca dopo di aver ricordato il noto passo di Virgilio (Georg., II, 473) afferma recisamente che ora la giustizia si comporterebbe in maniera ben diversa coi villani.

«De Villico malo et superbo». — «D. Villicum insolentem patior. R. Insolentem tantum, et non furem bene tecum agitur. D. Villicus malus est mihi. R. Malum fer aequanimis, villicus nisi pessimus, bonus est. D. Villicum durum aegre fero. R. Mollem delicatumque ferres aegrius, durities rusticorum epitheton est… D. Dixi dum rure gloriareris, excultos rusticos, ultimos hominum terris abeuntem iustitiam reliquisse; si unquam genus humanum revivisceret, eosdem illos puto ultimos reperturam… D. Asperrimus villicus est mihi. R. Ubi veritas dixit quod terra homini spinas et tribulos germinaret, subintelligendum fuit, et rusticos tribulis cunctis asperiores…» (Francisci Petrarchae Florentini opera omnia, Basileae, 1581. De Remediis utriusque fortunae. Liber II, Dial. LIX, pag. 153). — E lo stesso, come vedremo, fa il Maffeo Vegio.

5. Oltre che nella ventiduesima strofa dell’«Alphabeto delli Villani» contenuto nella Miscell. marciana, 2213, 5 e che sarà ripubblicato dal Novati nella continuazione al suo studio sulle Serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella letteratura italiana dei primi tre secoli (V. Giorn. storico della lett. it., vol. XV, pag. 337), troviamo ripetuta l’accusa contro i villani in un sonetto satirico della seconda metà del sec. XV estratto dal Mazzoni dal cod. 243 della bibl. Universitaria di Padova, e pubblicato dal medesimo in Spigolature da manoscritti, Padova, 1893 (estr. dagli Atti e memorie dell’Accad. di Padova), pag. 6.

Ladri crudeli, porci e Farisei,

che de la sèta vi trovasti alhora

che occiser Cristo, cum li altri zudei.

e nell’ottava 72ª delle «Malitie de’ villani» (V. Appendice III)

e furon quei che di lor proprie mani,

presono, et flagellorno il tuo signore

et crocifissol que perfidi cani…

Questa accusa, come molte altre, la vediamo nel m. e. diretta anche alle donne:

Donne crude falce rey

Per cui dio fu crocifisso.

V. Mario Mandalari, Rimatori napoletani del quattrocento, Caserta, Jaselli, 1885, pag. 4.

6. Thomas Wright, Anecdota literaria, a collection of short poems english, latin and french, London, Russel Smith, 1844, pag. 52, «Poems on the different classes of society», e nell’Histoire de la Caricature et du Grotesque, del medesimo, Paris, 1875, pag. 106.

7. Histoire littéraire de la France, t. XXIII, pag. 194.

8. Romania, XII, 1883, pag. 14. P. Meyer, Dit sur les vilains par Matazone di Calignano.

9. Anche nella letteratura tedesca la maggior parte delle poesie satiriche contro i rustici è ispirata dal disprezzo della classe colta verso il servo della gleba.

«Adlige und Städter gewöhnten sich, wie Freytag sagt, im Gefühle einer höheren Bildung und kunstvolleren Sitte den Landmam zu verhöhen. ‘Seine ungeschlacte Esslust, plumpe Einfalt und betrügerische Pfiffigkeit werden mit endlosem Spott übergossen in Liedern, Erzählungen, Schwänken, Fastnachtsspielen.’ Und auf diesem Gebiet vermochten die Angegriffenen nicht Gleiches mit Gleichem zu erwidern. Während die Preislieder der Handwerker, der Soldaten, der Studenten, der Jäger von Angehörigen dieser Stände ausgehen, haben die älteren Lobpreisungen des Bauernstandes offenbar Nichtbauern zu Verfassern». Johannes Bolte, Der Bauer im deutschen Liede, Berlin, Mayer und Müller, 1890, pag. 6.

10. Novati, Op. cit., pag. 26.

11. Cipolla, Nuove considerazioni sopra un contratto di mezzadria del sec. XV. Memoria letta nell’Accad. di Agricolt., Arti e Commercio di Verona il 28 giugno 1891. Per lo studio delle fonti vedi F. Schupfer, Manuale di storia del Diritto romano, Città di Castello, Lapi, 1892, pag. 339. Per la Francia ricorderemo il bel lavoro di L. Delisle, Études sur la condition de la classe agricole et de l’agricolture en Normandie au m. â., di cui fece una lunga recensione il Biot nel Journal des Savants, 1851, ripubblicata poi nei Mélanges scientifiques et littéraires, Paris, 1858, t. III, pag. 163.

12. Enrico Poggi, Cenni storici delle leggi sull’agricoltura dai tempi romani fino ai nostri, Firenze, Le Monnier, 1845, t. II, periodo IV, pag. 141 e seg.

13. Cibrario, Della economia politica nel m. e., Torino, Fontana, 1841, t. I, pag. 261.

14. Statuta populi et communis Florentiae, etc., collecta anno mccccxv, t. I, pag. 254. Vedi anche gli Statuti del comune di Ravenna editi dal Can. A. Tarlazzi (Serie 1ª dei monumenti istorici pertinenti alla provincia di Romagna), Ravenna, Calderini, 1886, pag. 110 e 116. Sulle condizioni che nell’Italia superiore s’imponevano ai villani nel secolo XIV per divenire cittadini, vedi A. Gloria, Della agricoltura nel Padovano, Padova, 1851-55. Vol. II, parte I, cap. XXVII e XXXVI.

15. Poggi, Op. cit., pag. 141-210.

16. Statuta… Florentiae… Rubrica XXXVI. De augumento poenarum contra comitatinos offendentes cives. Negli Statuti di Ravenna (Op. cit., pag. 159) i rustici erano multati del quadruplo della pena comminata ai cittadini; e nel capo XXVI degli Statuti dell’arte della seta compilati a Siena nel 1513, si legge: «se alcuno cittadino offendesse alcuno contadino od altra vile persona, sia condannato in la metà della pena solamente».

17. Perrens, Histoire de Florence, Paris, Hachette, 1877, t. III, pag. 302.

18. D’Ancona, Origini del Teatro italiano, Torino, Loescher, 1891, vol. I, libro II, pag. 547.

19. È un opuscolo in-4 pic. car. rom. di fogli 4 non num. che si trova nella Miscellanea marciana, 2183, 9. Nel primo foglio, dopo il titolo, vi è una silografia di carattere fiorentino rappresentante tre villani che attendono a lavori campestri; poi: In Perugia, Fiorenza, Bologna et di nuovo in Trevigi, appresso Angelo Righettini, 1624. Ci fu comunicato dal prof. Vittorio Rossi.

20. Nella «Frottola di due Contadini, Beco e Nanni» (Palermo, Manoscritti Palatini, II, 584-86).

Nanni dice:

E’ non si vuol trattar gli osti altrimenti,

I’ vorrei vederlo, ve, Beco, traspare.

No’ lavoriamo all’acqua, a’ caldi, a’ venti,

E lor si stanno al fresco a meriggiare.

21. V. Mario Menghini, Canzoni antiche del popolo italiano, vol. 1º, fascicolo 6º.

22. Composizione di G. Pestelli, Firenze, Salani, 1888. — Vedi anche il Contrasto curioso fra il Padrone e il Contadino che vuol mangiare a tutti i costi! di Giovanni Fantoni, Firenze, Salani, 1888.

Il Batines, Bibliografia delle antiche rappresentazioni italiane sacre e profane, Firenze, 1852, pag. 81, ricorda un «Contrasto del Cittadino e del Contadino» del sec. XVI, stampato in Siena, e il Brunet, Manuel du Libraire, vol. 1º, col. 1569, ricorda una «Altercatione overo Dialogo composto dal Magnifico Lorenzo di Piero di Cosimo de’ Medici, nel quale si disputa tra el cittadino el pastore». Edizione del sec. XVI, di venti fogli pic. in-8 s. n. V. D’Ancona, Op. cit., II, 343.

23. Alcuni di questi contrasti sono ricordati dal Torraca, Reliquie viventi del dramma sacro nel Napoletano in Giorn. di Filologia Romanza, IV, 8.

24. Bianchi Giulio, La proprietà fondiaria e le classi rurali nel medio evo, Pisa, Spoerri, 1891, capitolo III (Vedine recensione in Rivista di Scienze giuridiche, marzo 1892).

25. Alcius Ledieu, Les Vilains dans les œuvres des Trouvères (VIII volume della Collection internationale de La Tradition), Paris, Maisonneuve, 1890, pag. 31.

26. Nei primi secoli del medio-evo la parola «villano» serviva a distinguere una classe speciale dei lavoratori del suolo; verso il secolo XIIº servì a designare in generale tutta la classe dei rustici e degli artigiani del contado; quando poi incominciò a colpirli la satira, la parola «villano» venne usata sempre in contrapposizione a «courtois» che serviva a designare la classe nobile. In quest’ultimo senso l’usa appunto Matazone da Calignano:

Però che in vilania,

Non vose aver compagnia

Se no da gli cortexi

Da cui bontà imprexi.

e nel medesimo senso la troviamo usata nel Roman de la Rose di G. de Lorris et Jean de Meun, Amsterdam, Bernard, 1735:

t. I, verso 1956 Si me baiseras en la bouche

A qui nul villain horns ne touche,

Je ne laisse mye attouchier

Chascun villain, chascun bouchier,

Mais doit estre courtois et frans,

Celluy du quel l’hommage prens.

» » 3785 Villain qui est Courtois c’est rage.

come pure in più luoghi del De Babilonia civitate infernali di frate Giacomino da Verona. Più tardi invece prese il significato di homme de mauvaise vie; così nel Dit de la Rose di Christine de Pisan (V. Société des anciens textes français) Œuvres poétiques de Christine de Pisan publiées par Maurice Roy, Paris, 1891, t. II, Le dit de la Rose, pag. 39, v. 336:

J’appelle villains ceulz qui font

Villenies, qui les deffont,

Je n’entens pas par bas lignage

Le vilain, mais par vil courage.

così pure negli ultimi versi dell’Enseignement à preudomme

Nus qui bien face, n’est vilains:

Mès de vilonie est toz plains

Haus hom qui laide vie maine:

Nus n’est vilains, s’il ne vilaine.

Vedi pure: Novati, Le serie alfabetiche proverbiali, in Giorn. storico della Lett. ital., XVIII, serie 2ª. Sul significato della parola in Francia vedi: Leymarie, Histoire des Paysans en France, Paris, Guillaumin et C., 1856, tomo I, pag. 287. Egli ricorda alcuni versi del Roman de Rou in cui è fatta distinzione tra «vilains» e «païsans»:

verso 2825 Chevaliers et borges, vilains et païsans

» 2985 De granz haches i fierent vilains et païsans.

» 5979 Li païsan e li vilain.

Cil del boscage e cil del plain.

Vedi anche Lenient, La satire en France au moyen-âge, Paris, Hachette, 1875, pag. 119, e Mario Mandalari, Op. cit., pag. 24:

Non è sulo gentilomo

Quillo che nasse gentile

Non le basta avere lo nomo

Sili facte soy so vile.

27. L’estrema miseria in cui la classe dei lavoratori del suolo si trovava nel medio-evo spingeva molte volte anche i villani liberi a vendersi a qualche signore per non morire di fame; il Blancard, Documents inédits sur le commerce de Marseille au moyen-âge, Marseille, 1884-85, pag. lx, ricorda, tra i contratti commerciali del secolo decimoterzo, la formola di un contratto con cui un villano vende sè ed i figli: «Ego, a fame et penuria inennarabili cohactus vendo, trado tibi tali et tuis heredibus, in perpetuum, personam et filiorum ad servitutis jugum, et dissiplinandum, tenendum et imperandum…..».

28. Vedi Archivio storico italiano, tomo II. — A. Sozzini, Diario delle cose avvenute in Siena dai 20 luglio 1550 ai 28 giugno 1555. Vi è narrata la guerra sostenuta dai Sanesi per cacciare dalla città la guardia spagnuola, chiamatavi da Don Ferrante Gonzaga, pag. 186: «Alli 15 detto (Marzo 1553) essendo stata abbandonata da’ nemici la torre della Talfe, vi si riducevano circa venti villani per potar le vigne circonvicine. La mattina a buon’ora vi andorno li nimici con fanti e cavalli, e la ripresero e li fecero tutti prigioni; de’ quali ne capporno tre e diecesette ne strozzorno e gli lasciorno tutti sotto una quercia ignudi intorno al pedone (dell’albero): il che dette grandissimo terrore agli altri villani».

29. Ibidem, pag. 326, ottobre 1554.

30. Ibid., pag. 299, settembre 1554. «Il governo creò un magistrato di quattro cittadini, per distribuzione di Monte, sopra il mandar fuori le bocche disutili: e per essi fu mandato pubblico bando che chi aveva in casa contadini o lor famiglie rifuggite, gli dovesse aver mandati fuori della città in fra tre giorni, sotto gravissima pena: per il che ne uscirno dalla città assai, con buona scorta di soldati».

31. «Alli 29 detto (marzo 1555) si partirono alcuni contadini compresi nel precetto delle bocche disutili; ed essendo poco lontani dalla città furono presi dagli Imperiali; e tagliatoli il naso e li orecchi, li rimandorno dentro nella città». Vedi anche la Profezia sulla guerra di Siena, Stanze del Perella accademico Rozzo, edite da L. Banchi (Scelta di curiosità letterarie, dispensa XCI) Bologna, Romagnoli, 1868, pag. 10, e le Stanze del Nini a Don Ferrante, ibid., pag. 37:

Strofa XIIIª Evvi certi paesi ruvinati

Ch’altro non ci è rimasto che letame;

E’ povar contadin ci son restati

Per lagorare e muoionsi di fame».

e L. Frati, Un’Egloga rusticale del 1508 in Giorn. storico della lett. it., XX; due contadini lamentano la loro triste condizione:

Polo. L’uno ne sforza, e l’altro poi ne invola

E missi e bariselli et exacturi,

Ne’ se po’ dire una sola parola.

Tonio. O Pol, o Pol, se ancor dieci anni duri,

Serem costretti arar como li boi

Et a caval portar sti tradituri.

In un noto contrasto pubblicato dal Menghini, un villano fa questa descrizione della propria miseria:

. . . . . . . . . .

son senza pan e vin

ne letto ne litiera

e nho se non la spiera

Della chasa,

Ho vendu luua in frasca

& el formento in herba

per me più non si serba

se non el marz’hospedal

(M. Menghini, Canzoni antiche del popolo italiano, riprodotte secondo le vecchie stampe. Roma, 1891, vol. 1º, fascicolo VI, pag. 134).

32. Vedi il «Pater noster dei contadini Lombardi» e il «Pater noster delli Villani» pubblicati dal Novati in Giornale di Filologia Romanza, luglio 1879, e in Studi critici e letterari, Torino, Loescher, 1889, pag. 175, La parodia sacra nelle letterature moderne; il Novati ricorda molti altri lamenti consimili francesi e tedeschi.

33. Questi ultimi versi sono citati anche dal Novati, Carmina m. e., pag. 29; dovendo esser presto ripubblicato, come abbiamo già detto, non ci fermiamo a parlare più oltre di questo Alfabeto satirico contro i Villani. Solo ricorderemo come nella Biblioteca Trivulziana esista una stampa dell’orazione ricordata nella prima terzina dell’Alfabeto: La sancta croce che se insegna alli putti in terza rima ed è unita all’Alfabeto nel quale si trovano li errori che regnano nel mondo a questi tempi s. d. in fine: Per il Binali, sul campo de San Stephano.

34. Vol. miscellaneo S. B. V., VII, 14. Raccolta di Bosinate cd altre poesie in dialetto milanese e della campagna. Di questa raccolta di Bosinate, che, a quanto afferma il Tosi, fu donata da Francesco Cherubini all’Ambrosiana, diede notizie ed estratti G. De Castro, nella Storia della Poesia popolare milanese, Milano, Brigola, 1879, pag. 120 e sgg.

35. Vedi per le condizioni nel medio-evo delle popolazioni rurali nel mezzogiorno d’Italia: Diego Orlando, Il feudalesimo in Sicilia, Palermo, Lao, 1847.

36. Les œuvres de Maistre Alain Chartier, Paris par maistre P. Vidone, 1529, pag. 402. Il Wright, Histoire de la caricature, pag. 320, ricorda una caricatura del sec. XVI, in cui si accenna all’oppressione del terzo stato.

37. Leymarie, Op. cit., pag. 621.

38. Per l’Italia vedi Muratori, Rerum it. script., XX, col. 907. Corio, Storia di Milano, vol. II, pag. 325. Cibrario, Op. cit., vol. I, pag. 132-141.

39. Lenient, Op. cit., pag. 11.

40. Bolte, Op. cit. Vedi a pag. 119: Verzeichnis von Liedern über den Bauernstand, e particolarmente i Bauernklagen, nº 52-69, e i Contrasti tra il Contadino e il Soldato, 70-80. Diamo qui due strofe del Contrasto tra il Villano e il Soldato, pag. 41:

Soldat.

3. Wilt du Bawr mif Güte nicht,

So lauff ich dir ins Hauss

Und hole heraus, was mir gebricht,

Schlage dir die Fenster aus;

Rinder, Ochsen, Schafe, Pferde und Küh,

Die nehme ich und verkauffe sie

Für mich,

Und lebe also täglich im Sauss,

Sehe mit fettem Maul zum Fenster auss

Lustig.

Bawr.

6. Krieg ich dich aber einmahl allein,

So schlag ich dich zu Todt,

Mein Nachbarn mir behülfflich seyn,

Du kriegst die schwere Noth

Und kömpst zu letzt auff Galgen und Radt,

Alssdan dein Leben ein Ende hat.

Schmertzlich,

Hast uns Bawren vexirt genug,

Zu letzt Kömpst du in Nobis-Krug

Endtlich.

Soldat.

15. Wann alles ist auff und verzehrt,

Ziehe ich in ein frisch Landt,

Und du Bawer must betteln gähn

Mit einem Stab in der Handt;

. . . . . . . . . . . . . .

Ich lasse dir Pand und Sand.

Vedi anche il Contrasto tra il Cavaliere e il Contadino pubblicato da Ludwig Uhland, Alte hoch- und nieder deutsche Volkslieder, Stuttgart, 1881, pag. 255.

41. Questa poesia satirica contro i villani deve aver goduto una grande popolarità, perchè l’origine ridicolissima e molto umile attribuita ad essi, è spesso ripetuta dai loro detrattori; certamente il Folengo, che tanto copiosamente attinse alla tradizione popolare, ricordava la «ragione» del cantastorie pavese, perchè nell’Orlandino [capo V, strofe 57-58] accorda ai villani la stessa origine:

Passava Giove per un gran villaggio

Con Panno, con Priapo e Imeneo,

Trovan che un asinello in del rivaggio

Molte pallotte del suo sterco feo.

Disse Priapo: questo è gran dannaggio:

Tu, Domine, fac homines ex eo.

Surge, villane, disse Giove allora

E il villan di quei stronzi salta fora.

Ed in quel punto istesso quanti pani

Fur di letame o d’asino o di bove,

Insurrexerunt totidem villani

Per tutto il mondo a far delle sue prove;

Cioè pronte in rubar aver le mani

E maledire il ciel, quando non piove,

Esser fallaci, traditor maligni

Di foco e forca per soi mirti digni.

Una origine simile è attribuita nella tradizione popolare ai Friulani; vedi Bernoni, Tradizioni popolari veneziane, Venezia, 1875, puntata 1ª, pag. 8: «Come xe nata la nazion dei Furlani». «Un giorno San Pietro, andando a spasso col Signore, lo prega, dacchè ha creato tante nazioni, di fare anche quella dei Friulani; il Signore gli osserva che i Friulani saranno cattivi e bestemmiatori, e per dimostrarlo, discende da cavallo e col piede tocca dello sterco di cane, da cui salta fuori un Friulano: Pofardio (el dise sto furlan) so’ qua ancia io’». «Astu visto, el Signor alora ghe dise a San Piero, se xe vero che i biastema? Ben, za che i ghe xe, che i ghe staga anca lori. E cussì xe nata la nazion de’ Furlani».

42. L’asino, che nella favola è sempre l’oggetto dello scherno e dei sorprusi degli animali forti e prepotenti (negli Animali parlanti del Casti, per un intento satirico speciale, è innalzato alla dignità di precettore del principe ereditario) si trova spesso nella satira accomunato col villano; il Folengo nell’Orlandino [cap. II, strofa 29] li dice cugini, forse anche qui ricordando le parole di Matazone:

Vedestu mai qualche poltron villano

Poltron s’appella di suo proprio nome,

Discalzo cavalcar il suo germano

L’asino dico, a mezzo inverno, come

Spesso mena le gambe, quale insano

Acciò di borea il spirto nol dome.

Nel Catorcio d’Anghiari di Federico Nomi è narrato [canto VII, pag. 103] lo strano connubio di un asino con una villana, da cui nasce il mostro Miccione, mezzo uomo e mezzo asino, che diventa poi marito della villana Sandra:

Dicono che una donna empia ignorante

Come sono d’ordinario le villane,

Sprezzando altiera ogni altro caldo amante

Per un somier sentì voglie ben strane…

e nel Nuovo Thesoro de’ Proverbji italiani di Buoni Thomaso, Venetia, 1604, pag. 372: «L’asino è un animale tutto pigro, tutto ostinato, tutto pieno di villania, degno della villa… accompagnato sempre da buon bastone, et la sua guida è un villano pur anco egli voto d’ogni discretione…». Sull’asino nella leggenda ha parlato il Finzi nel noto opuscolo; lo Straparola, Le tredici piacevolissime notti, Venetia, Zanetti, 1604 (notte X, nov. 2) ci raffigura l’asino che riesce coll’astuzia vincitore nella lotta impegnata col leone.

43. Fu pubblicato da F. Michel, Paris, 1833, e da A. Jubinal, Des XXIII Manières des vilains, pièce du XIIIe siècle, accompagnée d’une traduction en regard, suivie d’un commentaire par Eloi Johanneau, Paris, 1834.

44. Questa parodia delle Litanie è uno dei più caratteristici componimenti che abbia prodotto l’irriverente vena satirica-parodica nel medio-evo, ed appartiene a quel genere speciale di produzioni «farsite», cioè composte di volgare alternato colle parole del testo sacro, a cui appartengono pure i «Pater noster» satirici contro i villani. Vedi sulla parodia sacra nelle letterature moderne lo studio già ricordato del Novati negli: Studi critici e letterari, Torino, Loescher, 1875, pag. 175. Molto più recente è la parodia delle Litanie contenuta nel Catéchisme à l’usage des grandes filles qui souhaitent se marier (Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour, aux femmes, au mariage, et de livres facétieux par M. Le C. D’I***, Turin-Londres, 1871, vol. II, pag. 141):

Kyrie, je voudrais

Christe, être mariée

Kyrie, je prie tous les Saints

Christe, que ce soit demain

. . . . . . . . . . . .

45. Veramente bizzarra è l’enumerazione dei mali che si invocano da Dio sui villani, e si potrebbe comparare a quella non meno bizzarra della Lauda de l’infirmità di Iacopone da Todi:

O Signor per cortesia

mandame la malsania

a me la freve quartana

la continua e la terzana

la doppia cottidiana

colla grande idropesia

a me venga mal de dente

mal de capo mal de ventre

a lo stomaco dolor pungente ecc.

46. Wright, Op. cit., pag. 53: Des vilains. Vedi anche il fabliau: «Le pet au vilain» di Rutebeuf (Montaiglon et Raynaud, Recueil des Fabliaux, III, 68).

47. Wright, Op. cit., pag. 49: Satire on the men of Stokton, satira politica contro i servi del monastero di Stockton (contea di Durham); vedi pure dello stesso, Histoire de la Caricature et du Grotesque, pag. 162-163.

48. Nell’«oremus» dell’Officium lusorum è detto: «Omnipotens sempiterne deus, qui inter rusticos et clericos magnam discordiam seminasti, praesta, quaesumus, de laboribus eorum vivere, de mulieribus ipsorum vero… semper gaudere». Bartoli, Storia della lett. it., vol. I, pag. 285, nota 3. E l’autore del fabliau «De Gombert et des II Clercs» dopo di aver narrato il brutto tiro giuocato ad un villano da due chierici che egli aveva ospitati, consiglia ironicamente i mariti a negare l’ospitalità ai chierici.

49. Jubinal, Jongleurs et trouvères, Paris, Merklein, 1835, pag. 107.

50. Nel Catalogue de la Bibliothèque de M. Libri, Paria 1847, è fatto risalire al 1470 circa; questo Contrasto è ricordato anche dal D’Ancona, Op. cit., vol. II, pag. 561, e dal Brunet, Manuel du Libraire, pag. 203, che ripete la data sopradetta.

51. Esiste manoscritto nel cod. 443 del sec. XV, della Regia Biblioteca di Monaco di Baviera, fol. 160, nel quale fa seguito alla novella «De uxore cerdonis a presbytero compressa». Vedi Halm et Laubmann, Catalogus codicum latinorum bibl. regiae monacensis, Monachii, 1868. La stessa biblioteca ne possiede pure una rarissima stampa [s. a. 126] adesp. 4 fogli non numerati, s. d. n. l. (cm. 20 × 14), car. rom. con segnature rosse nei fogli 1 r. 2 r. 3 r., che noi abbiamo potuto vedere qui per la cortesia di quel Bibliotecario, Dr Enrico Simonsfeld, al quale rinnoviamo i nostri cordiali ringraziamenti.

52. Questo Contrasto è sempre menzionato col titolo di «Altricatio» invece di «Altercatio»; ignoriamo se l’edizione di cui noi parliamo sia quella descritta nel Catalogo Libri e nel Repertorium Bibliographicum dell’Hain, ma essa certamente non è posteriore all’anno 1470, da quanto appare dalle particolarità tipografiche.

53. Anche nella Disputatio Mundi et Religionis il Papa è chiamato a pronunziare la sentenza. V. D’Ancona, Op. cit., II, pag. 549, nota 1.

54. Nelle commedie rusticali dei Rozzi sono frequentissimi questi Contrasti, particolarmente del «Villano» e dell’«Oste» (padrone) dinanzi al giudice.

55. Nella strofa VIII è detto di essi:

Sunt a rure rusticani

et a villa sunt villani.

Ciò contrasta con quanto abbiamo notato più addietro, e dimostra come la corrente satirica contro i villani tendesse ad unire il concetto delle loro rozze maniere con quello del loro vivere lontano dalla vita civile; così nel Flabel d’Aloul la moglie del villano grida:

Bien vous noma à droit vilain

Cil qui premiers noma vo non

Par devit avez vilain à non

Quar vilain vient de vilonie.

Montaiglon et Raynaud, Recueil des Fabliaux, vol. III, 26; e in quel violento sonetto del Pucci, contro i villani, ricordato dal Novati:

Cristo abbia l’alme di quelle persone

Che chiamar prima il Contadin Villano

E poi facciasi allegro, grasso e sano

Quanto quel detto è posto con ragione.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla Burchiellesca, Londra, 1757, pag. 214.

56. Wright, Histoire de la Caricature et du Grotesque pag. 121-128. Si ricordi anche il fabliau Des chevaliers, des clercs et des vilains. Due cavalieri giungono, cammin facendo, in un luogo delizioso, e la vista incantevole strappa loro questa esclamazione: «Oh! se avessimo qui delle vivande delicate e dei vini generosi!» Due chierici, giunti nel medesimo luogo, esclamano: «Quanto saremmo felici di avere al nostro fianco in questo paradiso terrestre la nostra dama!» Da ultimo arrivano due villani sui quali la bellezza della natura non fa alcun effetto, e sulle loro azioni è bene non insistere. La satira sta intieramente nel duro contrasto tra i sentimenti delle due prime classi e il ributtante contegno della più spregiata, quella dei villani; la parte più poetica è qui riservata ai «clercs», a cui appartiene senza dubbio l’autore del fabliau.

57. Poésies inédites du moyen-âge, Paris, Franck, 1854, pag. 317.

58. Ibidem, pag. 341. — Nella stessa raccolta del Du Méril appartiene pure alla satira contro il «Villano» il poemetto De Paulino et Polla del giudice venusino Richardus, e che giustamente dal Du Méril è detto «uno dei saggi meno imperfetti della letteratura drammatica anteriore al Rinascimento». L’argomento del poemetto ci è esposto dall’autore nei seguenti versi:

Materiam nostri, quisquis vis, nosce libelli,

haec est: Paulino nubere Polla petit,

Ambo senes; tractat horum sponsalia Fulco».

Questo comicissimo soggetto è trattato con molto brio dall’autore, che certamente ha voluto dipinger sè stesso nel Fulcone che fe incaricato dalla vecchia, innamorata di Paolino, di concludere il matrimonio; Fulcone le domanda quale dote porti al futuro sposo:

Alveoli veteres non melle carere feruntur

tu quoque denarios, ut meditamur, habes,

e le fa un’umoristica apologia della potenza dell’oro. La vecchia, poco lusingata da questo complimento, si decide a malincuore a fare l’enumerazione dei beni da lei posseduti:

Septem gallinas cum gallo quae generare

non cessant. . . . . . . . .

Notiamo qui che nel vol. miscell. S. B. V. VII. 14 dell’Ambrosiana si legge pure un’altra comica descrizione del corredo nuziale di una villana: Nova | Cipolata | in lingua rustica | Dove si tratta di Maritare Suanina, et tutto | quello se gli vuol dare per Dotta, Milano, Pandolfo Malatesta, 1616.

Fulcone cerca di persuadere Paolino a sposare la vecchia, ma Paolino si scaglia contro le donne, causa di tutti i mali, e siccome Polla è una villana, ecco come dipinge la classe dei rustici:

In toto mundo vix peior bestia vivit,

reptilibus cunctis vilior ipse manet.

Tam mala res usquam puto quod non inveniatur.

Aera cum flatu, corpore fœdat humum

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non homo sed pecus est qui non perpendit honorem

est ideo fatuus quisquis honorat eum.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Non precibus, sed verberibus, terrore minisque

rusticus assiduis aggrediendus erit.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Esse reus mortis deberet quisquis honorat

villanum, et titulis intitulare studet.

59. Jubinal A., Nouveau recueil de contes, dits, fabliaux et autres pièces inédites des XIIIe, XIVe et XVe siecle, Paris, 1839, vol. I, pag. 181.

60. Confronta queste accuse con quelle lanciate contro i villani nel Libro de Alexandre, strofa 1665:

Lauradores non quieren derechamientre dezmar

Amanse unos a otros escarnios se buscar:

Buscan so dia negro quando estan de vagar

Suel mucha cobdicia entrellos entrar.

Sanchez, Poetas castellanos anteriores al siglo XV, Madrid, 1864. Il Meyer [Romania, IV, 385] ricorda alcuni altri componimenti di questo genere; nel frammento di poema sopra le classi sociali da lui pubblicato, vengono primi nell’enumerazione:

li clers qui les corunes unt

i quali devono pregare per i laici, poi vengono i cavalieri che devono difendere il paese dagli infedeli, e da ultimo i villani:

Puis establi le vilain

Pur gaanier as altres pain;

questa divisione è ripetuta nel Des Putains et des Lecheors; Wright, Op. cit., pag. 60:

Quant Déex ot estoré le monde,

. . . . . . . . . . . . . .

Trois ordres establi de genz,

. . . . . . . . . . . . . .

Clers et chevaliers, laboranz.

Lès chevaliers toz asena

As tenes, et as clers dona

Les aumosnes et les dimages;

Puis asena les laborages

As laboranz, por laborer.

E nella «Consultatio sacerdotum», Wright, Latins poems…, p. 179 (citato dal Bédier, Les Fabliaux, Paris, Bouillon, 1893, pag. 361):

Laborare rusticos, milites pugnare

Iussit, ac praecipue clericos amare.

Vedi pure Li Mariages des Filles au Diable, Jubinal, Op. cit., pag. 283 e Les Œuvres facétieuses de Noël du Fail, Paris, 1874, tom. I, pag. 7-10.

61. Assai popolare dovette essere nel secolo decimosesto questa operetta che appartiene a quel ciclo di componimenti satirici a cui si ricollegano Le Malitie delle Donne scoperte dal Gobbo di Rialto, della misc. marciana 2213, 3, riprodotte dal Menghini, e il cui ritornello, come avverte il Morpurgo, fu parodiato in una canzonetta satirica contro i villani (il Morpurgo ha ristampato per Nozze Cassin-D’Ancona, Firenze, 1893, un’altra poesia satirica intitolata pure «Le Malitie delle donne» che non ha nulla di comune con quella della misc. marciana) e le Malitie dei Villani, assai più note sotto il nome di Sferza dei Villani che noi riproduciamo in Appendice. La Biblioteca Trivulziana possiede due edizioni delle Malitie delle Arti; la prima, di cui abbiamo qui sopra riferito l’ottava cinquantesimaquarta, diretta contro i villani, è un opuscoletto di settantadue ottave; dopo il titolo Le Malitie di Tute l’arte segue una rozza silografia rappresentante varî attrezzi, e comincia:

Emprima io laudo te signor di gloria

e finisce colla chiusa solita di questi componimenti popolari:

fornita è questa storia al vostro honore.

Da una nota manoscritta è detto: Ottave di Giampietro Salvetti (sec. XVI) di Pistoia, stampate in Firenze nel 1562. L’altra edizione ha per titolo: Historia nuova | delle Malitie, e Astutie, et | Inganni, che usa ciascheduna arte. Composte | in ottava rima et novamente stampate, poi sei piccole silografie rap. lavori campestri, s. d. n. l., due fogli, doppia colonna, car. rom. sec. XVI; in questa i villani non sono nominati. Il D’Ancona e il Milchsack ne ricordano un’altra edizione del 1555.

62. Le Satire alla Carlona di M. Andrea da Bergamo, Vinegia 1546, vol. 1, pag. 60, satira XIII.

63. Curzio Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI, Firenze, 1882, vol. 1, pag. 325.

64. Questa «Frottola» (del sec. XVIº, 3 fogli a 3 col. s. d. n. l. adesp. 21 × 16), dopo il titolo ha nel primo foglio la medesima silografia preposta al «Contrasto del matrimonio de Tuogno e della Tamia» ricordato dallo Stoppato, Op. cit., pag. 102. La grande diffusione che nel principio del sec. XVI ebbero queste produzioni popolari, non permetteva per ognuna di esse l’intaglio di una speciale silografia, e perciò molte volte possiamo venire a conoscere il luogo di origine di alcune di esse, per mezzo di queste ripetizioni di silografie tolte da operette più note.

65. Carmina illustrium poetarum italorum, tomo X, pag. 262.

66. Anche il Garzoni, un secolo circa dopo il Vegio, dopo di aver nel suo curioso libro La Piazza universale di tutte le Professioni del mondo, Venetia, 1587, ricordate le lodi che gli scrittori dell’antichità avevano tributato alla vita campestre proclamandola più invidiabile di quella cittadina, soggiunge: «Con tutte le preminenze et lodi ch’hanno gli Agricoli della terra se io tacessi, Momo mi accuserebbe per partiale; onde è forza contare tutte quelle che io mi ricordo, per fuggir le calonnie di costui; come che il contadino o villano è da meno che un plebeo, perchè il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento… Il villano è sordido quanto dir si possa… si muta di camiscia se non allo spontar delle luserte, o al rinovar della pelle che fanno i serpenti, o delle corna come fanno i cervi, la qual cosa avviene una volta l’anno… I villani hanno ancora comunemente la conscienza grossa, et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione, che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni… che gli induce a fornicar volentieri con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partirsi da messa innanzi all’«Ite missa est»… Hoggidì sono i villani astuti come volpi, malitiosi come la mala cosa, pieni di magagne come il cavallo del Gonella…, e quando si dice villano, tanto è dire, come se alcuno dicesse Barraba fra’ ladri, Euribato fra’ furbi, Procuste fra gli assassini, Harpalo fra sacrilegi, perchè non regna in lui comunemente nè conscienza, nè ragione, essendo un bue nel discorso, un asino nel giudizio, un cavallaccio nell’intelletto, un alfanna nel sentimento grasso più che il brodo dei macheroni, eccetto che nel male è peggior di un mulo, havendo tanta malitia che lo copre tutto da capo a piede. Per questo il villano è battezzato con tanti nomi di rustico, di tangaro, di serpente, di madarazzo, d’irrationale, di ragano, di villan scorticato, e di villan Cucchino che più dispiace a loro che ogn’altro vocabolo».

67. È il cod. 1393, cart. del sec. XV di carte 187; contiene, come già abbiamo detto, a c. 112-114 r. la satira De Natura rusticorum, edita dal Novati; è descritto dal Biadego, Catalogo descrittivo dei Manoscritti della Biblioteca comunale di Verona, Verona, 1892, pag. 37. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del prof. conte Carlo Cipolla.

68. «E similmente sono ancora di quegli assai che credono troppo bene, che la zappa e la vanga e le grosse vivande et i disagi, tolgano del tutto ai lavoratori della terra i concupiscevoli appetiti, e rendan loro d’intelletto e d’avvedimento grossissimi». Boccaccio, Decamerone, giornata III, nov. I. Queste parole di Filostrato sono ripetute nell’Heptaméron des nouvelles de très haute et très illustre princesse Marguerite d’Angoulême, royne de Navarre, Paris, 1858, nov. XXIX: «Je ne trouve point etrange, dist Parlamente, que la malice y soit plus que aux autres, mais ouy bien, que l’amour les tourmente parmy le travail qu’ilz ont d’autres choses…».

69. Attilio Portioli, Le Opere Maccheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1892, Volume I, Maccheronica VII, pag. 186:

. . . . . . . . quid sueta ligone

Vomere et attrito rigidas sub vertere glebas

Rustica progenies aspirans grandibus ambit?

En pastus siliquas, paleis caput obrutus, et qui

Non nisi festivo tellurem tempore sputis

Inficit, abiectus, sordens, alienus ab omni

Morigero cultu, tantum suefactus aratro,

Aut stimolare boves, aut stercus fundere campis…

Maccheronica XI, pag. 257:

Est sacrificium sanctum ammazzare vilanos.

Sanguine vult (Baldus) spadam nec spegazzare vilano.

E a pag. 261, parlando delle devastazioni portate dalla grandine:

Poltronos facit haec se desperare vilanos.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Audis gaioffos tali pro sorte vilanos

Blasphemare Deum, coeloque ostendere ficas.

E nell’Orlandino, cap. V, ottava LVI:

Perch’esser al villan crudo e severo

Altro non è se non bontà e clemenzia;

Anzi dirò che un fusto grosso intero

È quello che gli spira gran prudenzia:

Dalli pur bastonate sode e strette

Che non si ha di guarirlo altra ricetta.

dove è ripetuto il notissimo proverbio degli Alfabeti e di tutte le altre poesie satiriche contro i villani.

70. Anche nella poesia popolare tedesca sono frequenti le lodi all’utilità del contadino. Ricordiamo i canti nº 1-6 editi dal Bolte nella raccolta ricordata.

71. Sono note le lodi esagerate che gli tributarono i contemporanei che lo dissero «secondo Virgilio»; particolarmente interessante per il nostro studio è l’egloga quarta, tra le dieci di cui si compone l’opera sua giovanile Adolescentia, intitolata «De disceptatione rusticorum et civium» nella quale un villano narra a un altro quale sia l’origine della diversità di condizione tra la popolazione della città e quella del contado, come gli ha raccontato un giorno Aminta: Il Creatore, dopo tre lustri da che aveva posti Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, scende un giorno sulla terra e domanda ad Eva di vedere la loro prole; Adamo era assente e la nostra prima madre, temendo che i nati non sembrassero troppo numerosi al Divin Padre, ne nasconde alcuni nel fieno, e gli presenta i più grandicelli a cui il Creatore dispensa gli onori terrestri; la madre, incoraggiata da questa buona accoglienza, corre a prendere gli altri e li presenta così com’erano, coperti di strame e di ragnatele, al Creatore:

Non arrisit eis, sed tristi turbidus ore:

Vos foenum, terram, et stipulas, Deus inquit, oletis;

Vester erit stimulus, vester ligo, pastina vestra…

L’altro villano risponde che Aminta, essendo cittadino, segue il costume della gioventù urbana di deridere i villani, ma che invece gli abitanti della campagna sono da preferirsi per la loro innocenza a quelli della città, di cui enumera lungamente i vizi:

Insanis, Fulica, insanis, tot in urbibus hostes

Sunt tibi quot cives, hi nos tondentque pilantque

Non habita nostri capitis ratione coarctant.

72. Confronta questa accusa d’irreligiosità fatta dal Folengo ai villani, colle lodi che invece il Mantovano tributa alla loro pietà nell’egloga VIII «De rusticorum religione».

73. È degno di osservazione il fatto di veder qui i pastori trattati nella satira assai peggio dei villani, mentre vedremo nella drammatica popolare dei Rozzi e nel dramma pastorale continuamente distinte le due classi, e il villano rappresentato sempre come disturbatore degli amori idillici dei pastori, ufficio che più tardi fu assegnato al satiro. Anche il Bolte ha osservato come avvenga ben presto nella poesia pastorale questa disparità di trattamento tra i villani ed i pastori: «Den meisten dünkt der Abstand zwischen dem vergilischen Ideal und der gemeinen Wirklichkeit zu gross, und sie verfallen auf den seltsamen Ausweg, die Landbevölkerung in zwei Gruppen, edle Schäfer und grobe Bauernrüpel, zu teilen. Für die letzteren haben sie nur stolze Zurückweisung oder Hohn» Bolte, Op. cit., pag. 8. In un poemetto rusticale di Ferdinando Franchi, intitolato Gli Sciali dei Contadini del Piano (sec. XVIII) e inteso a satireggiare la voracità dei villani, vediamo il perdurare, in questo genere di componimenti, di questa distinzione:

Le sontuose mense dei villani,

le feste, i balli e le allegrie io canto

non già di quei che con industri mani

fendono al vago colle il duro manto,

ma sì de’ malcreati pianigiani

che sopra tutti han di rapaci ‘l vanto:

razza ignorante e rustica nazione,

che duro più dell’asino ha ‘l groppone.

Ma avremo occasione più tardi di ritornare su questo argomento; dacchè abbiamo ricordato il poemetto del Franchi, non sarà fuor di luogo che riproduciamo qui la descrizione curiosa ch’egli fa di un pranzo nuziale di contadini. Appena è portata la minestra in tavola:

XXIV. Getta la turba a cotal vista un grido

grido di gioia e di letizia adorno

che ne rimbomba ogni vicino lido

e ne trema la terra intorno intorno:

giunge perfino dentro al Regno infido,

. . . . . . . . . . . . . . . .

e nelle ombrose solitarie selve

le feroci spaventa orride belve.

XXV. Vedeste mai rabbioso stuol di cani

da cruda fame oppressi e tormentati

dal ferro uccisa belva a brani a brani

divorarsi coi denti smisurati?

. . . . . . . . . . . . . . . .

sono cotali que’ villan cornuti

che per vantaggio lor son molto astuti.

XXVII. . . . . . . . . . . . . . . . .

O razza buscherona contadina,

o rustica progenie sconsagrata!

laggiù nell’eternale atra fucina

la moglie di Pluton t’ha ingenerata!

Ingolleresti tutta la cucina,

mangeresti un demonio in carbonata.

Questo poemetto fu pubblicato da G. Nerucci nell’Archivio per le trad. pop., vol. II, pag. 294.

74. La Cortona Convertita del Padre Francesco Moneti con la Ritrattazione ed altri bizzarri componimenti poetici del medesimo autore, Amsterdam, 1790, pag. 292. — Il Moneti scrisse anche una satira Della vita e costumi de’ Fiorentini, ristampata nel nº 8 della Bibliotechina grassoccia.

75. Il Rossi illustrando un componimento di questo genere che si trova nelle Lettere del Calmo (Le lettere di M. A. Calmo, Torino, Loescher, 1888, pag. 149) annunziò di aver raccolto un gran numero di questi testamenti umoristici; speriamo ch’egli attenga presto la promessa fatta di trattare ampiamente di questo argomento tanto caratteristico della letteratura popolare. Ricorderemo qui solo alcuni dei più noti. Che il protagonista di questi testamenti umoristici fosse molto spesso il Villano, e ch’essi fossero recitati dai buffoni e dai giullari per dar spasso nei conviti alle liete brigate, ci è attestato dal Garzoni, La Piazza universale, cap. dei Buffoni, pag. 352: «Hor ne’ moderni tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili sono più ingombrate di buffoni, che d’alcuna specie di virtuosi; e quella Corte par diminuita, e scema, dove non s’oda, o non si veda un Caraffula, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia tratenimento con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatele, con mocche, all’honorata udienza, che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti villaneschi di Barba Mengone, e di Pedrazzo; adorna l’instromento, che fa Sier Cecco di parole più grosse, che quelle del Cocai… parla di medicina come un Mastro Grillo…». Oltre il noto Testamentum asini pubblicato dal Novati nei Carmina m. e., ricorderemo i seguenti altri:

I. Desperata: Testamento: et Tran | sito de Gratios da Bergem | per venturina de val Lu | gana. Composta per el dottor Farina: | Cosa da crepar | dal ridere… In Venetia per Stephano Bindoni, 1554, Miscell. marciana 2213, 5:

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

E lagi, mi brigadi, a i me paret

un per de scarpi vechi senza suoli

che combri za tre agn per do marchet

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

E sto gabà el lagi e la gonella

al spicial fò da San Salvador

perchè i robè una volta una porcella…

II. Il Testa | mento de Zuan Polo | alla schiavonescha col nome del | noder et di testimonii et | comessarii con l’epitaphio che | va sopra la sepoltura et | un sonetto molto ridiculoso. Miscell. marc. 195, 7.

III. El contrasto del matrimonio de Tuogno e de | la Tamia el quale e Bellissimo et notamente composto da ridere et sgrignare ecc. | Item un bel testamento de un altro | villan da havere grande piacere: | et el Pianto de la Tamia, poi segue una silografia rappresentante quattro villani che si appellano davanti al giudice. Del Contrasto ha parlato lo Stoppato; nel testamento burlesco Tuogno lascia sua erede universale la Tamia:

el corpo me a le grole

e l’anima a chi la vole.

IV. Il Testamento | di M. Latantio | mescolotti | cittadin del Mondo. Miscell. Marc. 2208, 12:

Lascio a color che sono innamorati

mille rivolgimenti di cervello

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

L’otio a’ Poeti, et a i poveri la fame

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Lascio ch’ognun d’estate goda il caldo

Item lascio le scuse a i debitori.

Vedi Guerrini, La Vita e le Opere di G. C. Croce, Bologna, Zanichelli, 1879, Saggio bibliografico nº 258. Confronta anche nel medesimo i testamenti burleschi dei numeri 139, 220, 252, 256, 257.

V. Testamento novamente | fatto per Messer | Faustin Ter | dotio Miscell. Marc. 2147, 3:

el capello ai tignosi

li capilli ai tosi

le orecchie a i sordi

il cervello ai balordi

il lassa ai cechi gli occhi

ai zaltruni i pidocchij

la lingua dona ai mutti

e la vesica ai putti.

Questo testamento burlesco è ricordato dal Rossi, Lettere di M. A. Calmo, Appendice II. Il Rossi ha pure pubblicato un altro testamento burlesco satirico nell’Intermezzo, Rivista di Lettere, Arti e Scienze, Anno I, Alessandria, 1890, pag. 629.

VI. Un altro testamento burlesco è nell’atto quarto della Tragicomedia di Squaquadrante Carneval et di Madonna Quaresima…, Brescia 1544 (Vedi la descrizione bibliografica di quest’operetta in: Luigi Manzoni, Il libro di Carnevale dei sec. XV e XVI, Bologna, Romagnoli, 1881, Scelta di curiosità letterarie, dispensa CLXXXI), operetta che da una nota manoscritta dell’esemplare posseduto dalla Trivulziana è attribuita a Filippo Ferroverde Pittore senese, e che continua ad essere ristampata per il popolo (V. Biondelli, Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, Bernardoni, 1853, parte I, pag. 178 e 188); e molti altri ne ricorda il Nisard nell’Histoire des Livres populaires ou de la Litérature du colportage, Paris, 1864, tomo I, cap. VI. Ricordiamo pure: La Farce de M. P. Pathelin avec son Testament à quatre personnages, Paris, 1723. Nel volume miscell. S. B. V. vi. 65 dell’Ambrosiana si legge pure un testamento burlesco, che ha il seguente titolo: Vita e testament de l’Omm de preja, Milano, 1850.

76. Usi e pregiudizi de’ Contadini della Romagna, operetta seriofaceta di Placucci Michele, Forlì, Barbiani, 1848, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. III, pag. 486; fu poi ristampata dal Pitrè, Palermo, Pedone, 1885, nel vol. I delle Curiosità popolari tradizionali.

77. T. Wright, Histoire de la Caricature et du Grotesque, Chapit. V, pag. 70.

78. E. Du Méril, Poésies inédites du moyen âge précédées d’une Histoire de la Fable Ésopique, Paris, Franck, 1854, pag. 9.

79. Léopold Sudre, Les Sources du Roman de Renart, Paris, Bouillon, 1893, pag. 12. Vedi anche Canello, Saggi di critica letteraria, pag. 170: Favole, Fabliaux e Fiabe su Renardo e Isengrino.

80. Lenient, La satire en France au moyen-âge, pag. 127.

81. Du Méril, Op. cit., pag. 108.

82. Nelle favole non è raro di vedere il villano contrapposto al lupo; ricorderemo la XXII del Novus Aesopus di Alessandro Neckam: De lupo et bubulco. V. Du Méril, Op. cit., pag. 193. Nella facezia CLXII del Poggio il lupo è sostituito dalla volpe.

83. Sudre, Op. cit., pag. 341.

84. Lenient, Op. cit., pag. 134. «Renart est le type et le héros d’une generation nouvelle. Le monde commence à se désenchanter de la force pour adorer une autre puissance, l’adresse, la ruse, ce qui s’appellera plus tard la politique.

Tot cil qui son d’engin et d’art

Sont mes tuit apelé Renart.

85. Martin, Le Roman de Renart, Paris, 1882-87, v. 10180.

86. Lateinische Gedichte des Xe und XIe Jh. herausgegeben von I. Grimm und A. Schmeller, Göttingen, 1838; vedi quanto è detto nella Prefazione, pag. XVIII, sulla origine popolare di questa novella.

87.

Ad mensam magni principis

Est rumor unius bovis

Presentatur ut fabula

Per verba jocularia.

88. Nei fabliaux si accenna sempre alla classe dei villani benestanti:

Jadis estait uns vilains riches

Més moult estoit avers et ciches.

89. Nel: Vanto di duoi | Villani | cioè | Sandron e Burtlin | Sopra le astutie | tenute da essi nel vender le | castelate quest’anno | Cosa bella, e da ridere, del Croce || In Bolog. per lo Erede del Cochi al Pozzo rosso con Licenza dei Super. e Pri. (Vedi Guerrini, Op. cit., pag. 481, nº 262)

A tal ch’sti Zittadin,

Han ben dal gof a dirla qui fra nu,

Sis credin cha siamo turlurù.

Ch’s’iavesin ben più

Occhi ch’n’nha al Pavon in t’la cova

I n’aran mai da nu la part sova

. . . . . . . . . . . . . .

nu cuntadin,

Nassem tut cun l’man fat a rampin.

90. Vedi sulle descrizioni del Paradiso deliziano e del Paese di Cuccagna, Albino Zenatti, Storia di Campriano contadino, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CC), pag. lviii, e Vittorio Rossi, Lettere di A. Calmo, Appendice II, pag. 398.

91. Sudre, Op. cit., pag. 228.

92. Anche Renart, vinto in combattimento da Roonel, si finge morto ed è messo in un sacco e gettato nel fiume, ma è poi salvato dal cugino Grimbert. Ricordiamo come riscontro all’aneddoto del sacco, oltre quelli già notati, dal Köhler, dall’Imbriani, dallo Zenatti, dal Pitré e dal Rua, la seconda farsa di Tabarin nella quale il capitano Rodomonte, colla solita promessa, induce lo sciocco Lucas ad entrare nel sacco. Anche nella novella Les Lunettes di La Fontaine (Marty-Laveaux, Œuvres complètes de La Fontaine, Paris, Jannet, 1857, t. II, parte IV, pag. 295), il giovane che si era introdotto nel monastero e si era tradito rompendo gli occhiali dell’abbadessa, legato ad un palo, sta per essere castigato della sua temerarietà; ma fortunatamente passa un mugnaio, a cui il giovane fa credere che i tormenti che lo aspettano sono una punizione delle sue oneste ripulse, e il mugnaio si fa mettere al suo posto e viene in sua vece bastonato.

93. Questo caratteristico fabliau (Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, 74) che ha ispirato a Molière il suo Médecin malgré lui è noto nella novellistica italiana sotto il nome di: Storia | nuova | piacevole | e da ridere | di un Contadino nominato Grillo, il quale si volse far medico | e per le sue astutie diventò ricco, ecc… Oltre i numerosi riscontri che ne diedero il Köhler nella decimanona illustrazione alla Posilecheata di Pompeo Sarnelli nella ristampa curata dall’Imbriani, e il Rossi, Op. cit., libro IV, pag. 270, ricorderemo la novella quinta del Sermini (Le Novelle di Gentile Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874): «Maestro Caccia da Seiano era sì in cerusica ed in fisica valentissimo, che veduto, senza dare medicina alcuna, in meno di due naturali, ogni infermità curava perfettamente» nella quale, come nelle Aventures des Til Ulespiègle, première traduction complète par P. Jannet, Paris, Lemerre, 1880, pag. 26, è riprodotta la seconda parte dell’aneddoto. Il Baruffaldi, come è noto, ha sciupato questo comicissimo tema, diluendolo in un poema di dieci canti (Grillo, Canti dieci d’Enante Vignaiuolo, Venezia, apresso Homobon Bettanino, 1738), nel quale ha tentato di fare del villano Grillo un successore della tradizione Bertoldesca:

Tenea in fronte però tal signatura,

Che mostrava avanzar d’astuzia, e senno,

Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

(Pag. 4, strofa X).

94. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., tomo III, nº LXXXI.

95. Vedi Lenient, Op. cit., cap. V.

96. Confronta le circostanze spaventevoli che accompagnarono la nascita del mago Merlino, con quelle molto comiche narrate nel capitolo primo delle Aventures de Til Ulespiègle, P. Jannet, Paris, 1880: «De la naissance de Til Ulespiègle, et comment il fut baptisé trois fois en un jour».

97. I due primi libri della Istoria di Merlino, per cura di G. Ulrich, Bologna, Romagnoli, 1884 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CCI), pag. 39.

98. L’Esopo di Francesco del Tuppo, per cura di Cesare de Lollis, alla libreria Dante in Firenze, 1886, pag. 27. Vedi anche Du Méril, Op. cit., pag. 34, e la Vita di Esopo del La Fontaine (Œuvres de J. de La Fontaine, Paris, Hachette, 1883, t. I, pag. 26-54).

99. El Dyalogo di Salomon e Marcolpho a cura di Ernesto Lamma, Bologna, Romagnoli, 1885 (Scelta di curiosità letterarie, dispensa CCIX). Quella stessa tendenza verso il meraviglioso che nella coscienza medioevale aveva fatto credere che i saggi dell’antichità fossero iniziati nei segreti dell’arte magica e dotati di poteri soprannaturali, andava pure rivestendo i sapienti dei caratteri particolari che la tradizione attribuiva all’indovino delle tradizioni popolari. Nel Fiore di Filosofi e di molti savi, Bologna, Romagnoli, 1865 (Scelta di Cur. Lett., dispensa LXIII) edito dal Cappelli, Socrate è così descritto: «Socrate fu grandissimo filosofo in quel tempo e fu molto laidissimo a vedere, ch’egli era piccolo malamente, ed avea il volto piloso, le nari ampie e rincagnate, la testa calva e cavata, piloso il collo e li omeri, le gambe sottili e ravvolte».

100. El Dyalogo, ecc., pag. xxxii.

101. Angelo De Gubernatis, Storia della Satira e Florilegio di satire ed epigrammi, Firenze, 1884.

102. F. L. Pullé, Un progenitore indiano del Bertoldo, negli Studi editi dall’Università di Padova a commemorare l’ottavo centenario della origine della Università di Bologna, Padova, 1888, vol. III.

103. Il Wesselofsky (Giorn. storico della lett. ital., volume VIII, pag. 275) osserva che nel ciclo delle leggende salomoniche negative che dimostrano il saggio re confuso dal suo rustico interlocutore si possono far rientrare «la leggenda abruzzese testè recata in luce dal Pitrè (Archivio, IV, 514, 515) non che il fabliau francese, avvertito dal Mussafia, di un giovane il quale profittando dei savi consigli di suo padre, cui egli salvò la vita, riesce a sciogliere le bizzarre quistioni propostegli dal re». A questo ciclo dell’indovino del volgo, del villano astuto che scioglie gli enigmi propostigli dal suo signore si ricollega pure la novella quarta del Sacchetti: «Messer Bernabò, signore di Milano, comanda a uno abate che lo chiarisca di quattro cose impossibili: di che uno mugnaio, vestitosi de’ panni dello abate, per lui le chiarisce in forma che rimane abate, e l’abate rimane mugnaio»; questa novella è ripetuta nel Grand Paragon des Nouvelles di Nicolas de Troys, Paris, Franck, 1879, nov. 40ª. «D’un seigneur qui par force vouloit avoir la terre d’ung abbè, s’il ne luy donnoit responce de trois choses qu’il demandoit, laquelle il fit par le moyen de son mounier». Così pure la troviamo tra le novelline dell’Hebel in Germania, e nei Contes populaires de la Gascogne, raccolti dal Bladé, Parigi, 1886, tomo III, pag. 297. Nelle novelline popolari vediamo il villano vincere persino il diavolo nell’abilità di sciogliere enigmi; basterà che ricordiamo la novella XXVI dei Cryptadia, Contes secrets traduits du russe, Recueil de documents pour servir à l’étude des traditions populaires, Darmstadt, 1883-86, vol. I, pag. 59. Nell’Orlandino di Limermo Pitocco, Le opere Maccheroniche di Merlin Cocai, ed. cit., vol. III, parte I, cap. VIII, Marcolfo scioglie gli enigmi proposti all’abate Griffarosto; il Folengo ha trasformato l’astuto villano in cuoco dell’abate. Per altri riscontri vedi: De Castro, Op. cit., pag. 183, e V. Imbriani, La Novellaia fiorentina, Livorno, Vigo, 1877, pag. 621.

104. Guerrini, Op. cit., pag. 185.

105. Il carattere religioso della figura di Salomone, il re saggio per grazia divina, concorse a conservarne la grandiosità leggendaria: nella Rappresentazione di Salomone il Signore apparendogli in sogno, gli dice:

Io t’ho donata molta sapienza

più che mai fusse in persona raccolta,

et ancor voglio per la mia clemenza

che più degli altri abbi ricchezza molta,

onore, gloria e fama ancor ti dono.

Non potendo, per questo carattere religioso, essere intaccata la maestà della figura del re saggio per grazia divina, la tradizione popolare cercò di spiegarne la sconfitta per opera dell’indovino del volgo, accordando all’astuzia del villano un’origine comune, quantunque molto più modesta, con quella della sapienza salomonica. Vedi El Dyalogo di Salomon e Marcolfo per Ernesto Lamma, ecc., pag. 37.

106. Lamma, Op, cit., pag. xlv.

107. Novati, in Giorn. St., V, pag. 258.

108. Tra i molti rifacimenti a cui andò soggetta l’opera del Croce, ricorderemo i Trastulli della Villa di Camillo Scaliggeri, Venetia, 1627, in cui è narrato il viaggio della famiglia di Bertoldo alla corte del re Attabalippa, e lo Specchio ideale della Prudenza tra le pazzie, ovvero Riflessi morali sopra le ridicolose azzioni, e semplicità di Bertoldino, Firenze, 1707, del Moneti, curiosa satira del bizzarro Cortonese contro i dotti commenti degli Umanisti. Carlo Goldoni, compose un dramma giocoso per musica intitolato: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. Il re Alboino fa venire alla sua corte la famiglia di Bertoldo, e si innamora di Menghina, moglie di Bertoldino; questi è geloso al massimo grado, e dopo alcuni avvenimenti non molto spiritosi, la famiglia dei villani ritorna ai suoi monti e ai suoi cibi prediletti. L’unica scena che ricorda il racconto del Croce, è l’incontro di Alboino con Bertoldo, il quale parla al re con molta ruvida franchezza; qui non abbiamo più le astuzie tradizionali con cui Bertoldo inganna la regina, e il villano è persino ingannato dalla nuora.

109. V. Zenatti, Op. cit.; G. Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giorn. storico della Lett. It., vol. XVI; Pitrè, Archivio per le tradizioni popolari, vol. I, pag. 200.

110. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº XCVI.

111. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, nº LXXX.

112. Barbazan, Fabliaux et Contes, Paris, 1808, t. II, pag. 127.

113. Questa storiella esiste anche in un codice Vaticano da cui la trasse l’Hauréau (Notices et Extraits des Mss. de la Bibl. Nat., t. XXIX, pag. 322), De clericis et rustico. Il villano dice tra sè sul conto dei compagni: «Sed sint urbani cum semper in urbe dolosi…». È noto poi come questa astuzia sia stata più tardi attribuita a Pulcinella. Per altri riscontri vedi Vittorio Imbriani, Dante e il Delli Fabrizi in Atti della R. Acc. di Scienze di Napoli, vol. XX, pag, 10, e la Novellaia fiorentina, pag. 616.

114. Hervieux, Les fabulistes latins, Paris, Firmin Didot, 1894, t. II, pag. 420, Romuleae fabulae Gualteri Anglici, Favola IV dell’Appendice. Questa favola, che ci dimostra quanto grande fosse lo scherno di cui era fatta oggetto nel medio-evo la disgraziata classe dei villani, deve aver goduto di una grande diffusione, perchè la ritroviamo spesso ripetuta. Essa, come è noto, forma l’argomento del fabliau di Rutebeuf, Le pet au vilain (Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. III, nº LXVIII):

. . . . . . . . . . . . . .

Onques à Ihesu Crist ne place

Que vilainz ait herbergerie

Avec le Fil Sainte Marie;

Car il n’est raison ne droiture,

Ce trovons nous en Escriture;

Paradis ne pueent avoir,

Por deniers ne por autre avoir;

Et à Enfer ront il failli,

Dont li maufè sont maubailli.

. . . . . . . . . . . . . .

Ainsi s’acorderent jadis

Qu’en Enfer, ne en Paradis,

Ne puet vilains entrer sans doute.

Il poeta destina i villani alla Terre de Cocusse. La troviamo anche nel Volgarizzamento delle favole di Galfredo dette di Esopo (edito da G. Ghivizzani, Bologna, Romagnoli, 1866, Scelta di curiosità letterarie, dispense LXXV-LXXVI, fav. LXV) ed è seguita dalla seguente Moralità temporale: «Per il villano s’intende l’uomo cattivo, la compagnia del quale non solo dalli buoni è rifiutata, ma anche dalli cattivi». Già nel poemetto, De Paulino et Polla, abbiamo visto come fosse rimproverato alla classe dei rustici di corrompere la purezza dell’aria:

Aera cum flatu, corpore fœdat humum.

Cene della Chitarra parodiando i dodici sonetti dei mesi di Folgore da S. Gemignano, contrappone alle gaie feste ed ai baci di belle fanciulle promessi da Folgore ai suoi concittadini, la compagnia dei villani:

Intorno questo sianovi gran bagli

Di villan scapigliati e gridatori

Dai quai risolvan sì fatti sudori

Che turben l’aire, sì che mai non cagli.

Poi altri villan facendo in mancie

Di cipolle, porrate e di marroni

Usando in queste gran gravezze e ciancie.

A questo ciclo di satire contro il fetore dei villani, possiamo aggiungere anche il racconto del villano asinaio che passando in una via dove era la bottega di un profumiere fu tanto colpito dall’odore degli aromi «essendo stato nutrito en lo fango et in lo fetore de la stalla» che cadde a terra privo di sensi e non ritornò in sè fino a quando non gli fu posto sotto il naso un poco di letame. (Vedi F. Ulrich, Recueil d’exemples en encien italien, in Romania, Romania, XIII, 1884, nº 49, pag. 55 e Novati, in Giorn. Storico, III, 322 e V, 321; vedi anche il nº 54 degli Exempli dell’Ulrich, De un sengnore et uno vilan). È noto come l’autore del corrispondente fabliau, De vilain asnier, faccia seguire la storiella da questa morale:

Ne se doit nus desnaturer.

che ci fa ricordare la favola dell’Escarbot et sa Femme, di cui parla il Wright, Histoire de la Caricature, ecc. cap. V, pag. 71, e la risposta che il lupo dava ai monaci che volevano insegnargli a leggere. Vedi anche la novella XXI dei Cryptadia, vol. I, pag. 49.

115. Notiamo come nelle favole LXXXIX e XC sia rivolta contro i villani l’accusa di non saper conservare i segreti, la quale, nella saga salomonica, e ancora prima nella leggenda di Mahausadha, era diretta dal volgare indovino contro le donne.

116. Vedi le favole LIII, LXXXIII.

117. Vedi le favole LXXV, LXXVI; quest’ultima è ripetuta dal Sercambi (Novelle inedite tratte dal cod. Trivulziano CXCIII per cura di R. Renier, Torino, Loescher, 1889) nella nov. LXXX.

118. Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CIX; sarebbe troppo lungo e inopportuno il ricordare qui tutti i fabliaux che dipingono l’infelicità coniugale del villano. Ricorderemo quello, Du preste ki abevete, che ha qualche analogia col Vilain de Bailleul, così pure il Fabliau d’Aloul, il Meunier d’Arleux, la Sorisete des estopes, Le quatre souhais Saint Martin, ecc.

119. Questo fabliau che, come è noto, fornì l’argomento alla nov. VIII della giornata III del Decamerone, appartiene al ciclo leggendario delle narrazioni riferentisi allo sciocco che si crede morto o cambiato con un altro. Basterà che ricordiamo la novella II del Sercambi (ediz. cit.), De Semplicitate, la facezia LXVII del Poggio; in una novella del Fortini, il villano Santi del Grande recatosi in città a vendere due capretti, è persuaso da alcuni burloni che essi sono capponi e non capretti, come i ladri avevano fatto col prete Scarpacifico (Straparola, Notte 1, fav. II) e Eulenspiegel col villano (pag. 133, cap. LXVIII), e, convinto di esser morto, si lascia fare i funerali, e solo dalle provvidenziali bastonate con cui è accolto dal fratello è richiamato alla realtà della vita. Anche nella Trinuzia del Firenzuola i servi persuadono il dottor Rovina ch’egli non è più lui stesso, come è narrato del Grasso Legnaiuolo, e come è fatto credere a M. Niccolò nello Stufaiolo del Doni, a Calandro nella commedia del Dovizi, ed al marito dalla moglie infedele in alcune novelle (Vedi la II delle Antiche Novelle in versi di tradizione popolare riprodotte sulle stampe migliori con introduzione di G. Rua, nel vol. XII delle Curiosità popolari tradizionali pubblicate per cura di G. Pitrè, Palermo, Clausen, 1893, e la novella Mustafà del Batacchi). La storiella dello sciocco che si lascia fare i funerali e che è lasciato cadere in terra dai portatori perchè l’intendono parlare, è ripetuta dal Poggio, facezia CCLXVII; dal Morlini (Novellae, Fabulae, Comedia, Lutetiae Parisiorum, 1855, nov. II); dal Lasca (La prima e la seconda Cena di A. Grazzini, Milano, 1810, cena II, nov. II) e nella tradizione popolare questa scempiaggine è attribuita a Giufà in Sicilia (Pitrè, Fiabe, Novelle e Racconti popolari siciliani, Palermo, Pedone, 1875, vol. III, cap. CXC), a Iuvadi in Calabria (F. Mango, La leggenda dello sciocco nelle novelle calabre, in Archiv. per le trad. pop., vol. X, pag. 45). In questo ciclo si può comprendere la «Farce nouvelle de Malmet badin natif de Baignolet, qui va à Paris au marché pour vendre ses œufz et sa cresme, et ne les veult donner si non au pris du marché» (Violet Le Duc, Ancien Théâtre François, Paris, Jannet, 1854, t. II, pag. 80), e la novella LXVIII di Bonaventure des Periers.

120. Histoire litt. de la France, XXIII, p. 204. Oltre l’analisi minuta dei fabliaux che hanno per protagonista il villano, fatta dal Le Clerc, dal Lenient e dal Bédier, essi furono riassunti dal Ledieu nell’Op. cit., dove si trovano anche alcune notizie sulla condizione dei villani nel medio-evo.

121. È attribuita anche ai saggi di Gotham. (Vedi Wright, Histoire de la caricature, ecc., pag. 212). Secondo un’altra storiella, il villano, avendo perduto l’asino, si reca da un ciarlatano e si fa dare una medicina per ritrovare la sua cavalcatura (Poggio, facezia LXXXVI; Bonaventure des Perriers, novella XCIV).

122. Poggio, facezia XII. Il Delli Fabrizi, come vedremo, l’attribuisce ai Bergamaschi.

123. Poggio, facezia XI; Malespini, Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV; G. Finamore, in Archivio per le tradizioni popolari, vol. IX, pag. 157.

124. Vedi il fabliau Brifaut, Montaiglon et Raynaud, Op. cit., t. IV, nº CII. Questa fa parte del ciclo delle numerose scempiaggini che nel folklore continuano ad essere attribuite al tipo leggendario dello sciocco.

125. Morlini, nov. XIII; Straparola, notte XIII, fav. II, e si trova inoltre nella Raccolta di burle, facezie, ecc., poste insieme da Alessandro di Girolamo Sozzini, gentiluomo sanese, Siena, 1865, nella Cortigiana dell’Aretino (Atto I, scene XI-XVIII), nelle facezie di M. Poncino della Torre, del Piovano Arlotto, di C. Dati, nel Cortigiano del Castiglione, Firenze, Sansoni, 1894, libro II, cap. LXXXIX. Per altri riscontri vedi Rua, Intorno alle piacevoli notti dello Straparola, in Giornale storico della Lett. Ital., XVI, pag. 278.

126. Agli accenni ricordati dal Guerrini (Op. cit., pag. 259-260) sull’imperizia dei Veneziani nel cavalcare, aggiungiamo i seguenti: la scena III dell’atto I della Talanta dell’Aretino dove si narrano le comicissime paure del veneziano Vergolo che deve essere aiutato da tre o quattro persone per montare a cavallo. Carlo Dati narra di un Veneziano, che andato a una posta, chiese un cavallo lungo per sei persone. Molti altri sono ricordati da V. Cian nel commento al Cortegiano, ed. cit., libro I, cap. XXVII, lib. II, cap. LII.

127. Montaiglon, ecc., I, nº X. Vedi anche Sacchetti, novella CXXXIV, e Kryptadia, vol. I, pag. 158, nov. XLIX.

128. Montaiglon, ecc., t. I, nº XI; Ledieu, Op. cit., pag. 111.

129. A questo ciclo si riconnette anche il noto fabliau De Berangier au lonc c… (Montaiglon, ecc., t. III, pag. 252, n. LXXXVI), nel quale si narra come una figlia di un castellano povero, costretta a sposare un ricco villano smargiasso, faccia al marito una certa burla sulla quale è bene non insistere, smascherandone la codardia e costringendolo a sopportare in pace che essa conceda il suo amore ad un nobile cavaliere. Il villano invece confonde e svergogna la moglie nel fabliau: De la C… noire, Montaiglon, ecc., VI, nº CXLVIII.

130. Il Matazone così incomincia:

A voy, segnor e cavaler

. . . . . . . . . .

Intenditi questa raxone

La qual fe Matazone

E fo da Caligano

E naque d’un vilano

E d’un vilan fo nato

Ma non per lo so grato

Però che in vilania

No vose aver compagnia

Se no da gli cortexi

Da chi bontà imprexi.

131. Bédier, Op. cit., pag. 292.

132. Ibid., pag. 290.

133. Guerrini, Op. cit., cap. I.

134. Bartoli, I precursori del Boccaccio, Firenze, Sansoni, 1876, pag. 22.

135. Abbiamo già accennato alla corrispondenza delle parole di Filostrato in questa novella con quelle di Geburon nella XXIX nov. dell’Heptaméron di Margherita d’Angoulême; in quella raccolta è l’unica novella in cui il nobile consesso si compiace di narrare le avventure di un villano; e Normefide, interrompe bruscamente Parlamente con queste parole: «Je vous pris, laissons là ce païsant avecq sa païsante…».

136. Novelle di F. Sacchetti, Torino, Pomba, 1853, nov. LXXXVIII, CLXV, ecc.

137. Vedi la nov. XVIII della raccolta del D’Ancona, la VII dell’ediz. lucchese, e la II, XI, LXIX, LXXX della raccolta tratta dal Renier dal codice trivulziano.

138. Il Müntz, L’Arte italiana nel Quattrocento, Milano, 1894, trad. it. di A. Luzio, osserva: «Scorrendo gli scritti del sec. XV, o esaminando le opere d’arte della stessa epoca, si è colpiti dal vedere qual esigua parte vi abbia il contadino. Nel secolo precedente esso era stato uno degli attori favoriti dei novellieri, Sacchetti, ser Giovanni (!) non meno del Boccaccio. Ma d’ora in poi, diventa un mito, un’astrazione: quando per caso straordinario, un artista fa ad uno di questi diseredati l’onore di introdurlo in una sua composizione, egli lo imbacucca d’un costume bizzarro che si avvicina al costume antico assai più che non è quello del Rinascimento. Non si direbbe quasi che l’artista non ha mai messo i piedi ne’ campi, non ha mai veduto un colono od un pastore se non attraverso un prisma?».

139. Le Novelle di G. Sermini da Siena, Livorno, Vigo, 1874.

140. Sull’ingratitudine dei villani è da ricordarsi Le Dit de Merlin Mellot (in Jubinal, Op. cit., pag. 128), in cui è narrato di un villano «ânier» che si mostra sconoscente verso il suo sovranaturale benefattore, il quale castiga l’ingrato togliendogli tutti i beni e gli onori che gli aveva concessi, e riducendolo di nuovo «ânier»; il racconto termina con questa considerazione:

Je puis bien tele gent au chien comparagier,

Quant le chien a charoigne plus qu’il n’en puet mengier

I. autre ne lairoit par-devant li rungier,

Ainz l’abaie et rechine com déust esragier.

141. Novel. XXV. Nella nov. XII narra il Sermini la sua fuga dalla campagna, dove si era rifugiato per fuggire la moria nel 1492, deciso ad affrontare il pericolo di essere attaccato dal morbo, pur di togliersi dalla compagnia dei villani, contro cui si scaglia con somma violenza, deridendone il linguaggio ed enumerandone i vizi.

142. Nella Raccolta di Novellieri della Collezione dei Classici italiani, vol. II, pag. 29, è narrata, in una novella d’anonimo, una burla simile fatta a Bianco Alfani a cui è fatto credere che è stato eletto Podestà di Norcia; egli spende quanto possiede per il necessario arredamento, ma poi ritorna al suo paese beffato e impoverito.

143. È un opuscoletto di poche pagine, che porta la segnatura 48, 4, del sec. XV, e nella prima pagina si legge: Dialogo de dui Villani | che se scontrano, et uno dimanda | a l’altro ciò che ha visto a Venetia, et li narra il tutto, cosa piace | vole, da ridere. Per Rocho de gli Arimenesi | Paduano Poeta Laureato sul Monte de Venda di Caroli | e Panocchie Laureato e Poetato de man | de la signora Mathia Cartolora | ditta refugio de’ Matti || Con una novella de uno Villano che credea essere inspiritato, et venne per rimedio alla speciaria della Borsa. In fine: In Venetia, per Francesco de Tomaso di Salò e compagni in Frezaria al segno de la Fede. Il nome di questo stampatore non si trova in alcuno degli elenchi dei primi editori di Venezia.

144. Confronta il ritratto del villano nel Vilain mire e nel Fabliau d’Aloul.

145. Allo speziale accade quello che toccò pure ad un prete, come si racconta nella seguente novella: «Novella de uno prete il qual per voler far le corna a un contadino si ritrovò in la m… lui e il chierico: cosa piacevole da ridere di Eustachio Celebrino da Udine. Venetia, 1535». È ricordata dal Passano, dal Brunet e nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour; noi non abbiamo potuto averla sott’occhio.

146. P. A. Tosi, Maccheronee di cinque Poeti italiani del sec. XV, Milano, Daelli, 1864.

147. Duecentonovelle, parte II, nov. LXIV.

148. Novelle ed. ed ined. di ser G. Forteguerri, nov. VIII.

149. Scelta di curiosità lett., nº CXXXVIII, Bologna, Romagnoli, 1874.

150. Il Verri (Storia di Milano, II, cap. XIII, pag. 212) riferisce, riportandola dalla Cronaca dell’Ozario, una scena consimile tra un Villano e Bernabò Visconti; il Villano però non sa di trovarsi innanzi al temuto signore, e si lamenta soltanto delle ingiustizie commesse dal governatore di Lodi, e dell’estrema miseria in cui era ridotto.

151. Nella Farce de Maistre Pierre Pathelin, avec son testament à quatre personnages, di Pierre Blanchet, come è noto, Thibault Aignelet risponde sempre «Bée» alle domande del giudice, come gli aveva insegnato Pathelin; ma quando questi vuol farsi pagare dal villano che era stato assolto con questo stratagemma si sente rispondere dall’astuto cliente «Bée»; e la medesima burla è ripetuta in una farsa di Hans Sachs, nell’Arzigogolo del Lasca, nella Scelta di facezie, tratti, buffonerie, motti e burle cauate da diversi autori, Firenze, 1594, pag. 161 e nei Diporti di M. Girolamo Parabosco, Torino, Pomba, 1853, Giorn. I, nov. VIII, pag. 63.

152. Passano, I novellieri italiani in prosa, indicati e descritti, Torino, Paravia, 1878, vol. II, pag. 423.

153. Il villano, in una novella che troviamo riportata dal La Fontaine (Op. cit., pag. 254: Le Diable de Papefiguière) e dai Kryptadia, t. I, pag. 59, inganna il Diavolo che gli aveva dato un campo da lavorare a metà prodotto, seminando delle patate e lasciando al Diavolo le foglie; essendosi poi stabilito che il raccolto sarebbe spettato a chi dei due avesse riconosciuto la cavalcatura del compagno, il villano viene al luogo fissato a cavallo della moglie e vince la scommessa, non avendo il diavolo conosciuto la strana cavalcatura dell’avversario. Vedi anche sullo stesso argomento della lotta tra il diavolo e il villano, Rua, in Giorn. Storico, XVI, pag. 250. Anche Belfagor, nella notissima novella del Machiavelli, deve rinunciare a castigare il villano Matteo del Bricco dell’abuso che costui faceva della facoltà concessagli di guarire le ossesse, perchè è messo in fuga dalla falsa notizia, datagli dall’astuto villano, che stava per essere raggiunto da Monna Onesta. Il D’Ancona (Poemetti pop. it., Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 131) come Appendice al Trattato della Superbia, ecc. ha pubblicato tre Contrasti, il primo dei quali in un’edizione recente è intitolato: Curioso Contrasto tra la Morte ed un Villano astuto che guarisce ogni malattia colle Erbe. La Morte incontra un villano e cerca di intimorirlo minacciando di farlo morire con varie malattie che gli viene enumerando; ma il villano non si lascia sgomentare e ad ogni male minacciato ricorda i rimedi corrispondenti a cui saprebbe ricorrere, e non si dà per vinto che quando la Morte minaccia di coglierlo all’improvviso.

154. Il Carducci, Cantilene e Ballate, Strambotti e Madrigali nei sec. XIII e XIV, Pisa, Nistri, 1871, pag. 74, ha pubblicato uno dei più antichi esempi di poesia rusticale, anteriore alla Nencia; ripubblicato da Severino Ferrari, Bibl. della Lett. pop. it., Firenze, 1882, anno I, vol. I, pag. 65.

155. D’Ancona, La poesia popolare italiana, Livorno, Vigo, 1878.

156. E. Rubieri, Storia della poesia popolare italiana, Firenze, Barbera, 1877, parte II, cap. XIV.

157. Burckhardt, La civiltà nel secolo del Rinascimento, Firenze, Sansoni, 1876, t. II, pag. 104 e seg. Il Burckhardt, dopo di aver osservato che questa reazione naturalistica nella poesia contro la bucolica convenzionale degli imitatori di Virgilio e del Boccaccio non era possibile che in Italia per le condizioni diverse in cui vi si trovavano i contadini rispetto a quelli di Francia e di Germania, aggiunge: «Ora è bensì vero che la boria e l’orgoglio cittadinesco sono un continuo stimolo ai poeti e ai novellieri perchè mettano in canzonatura il villano, e che la commedia improvvisata si dà premura poi di fare il resto. Ma tuttavia dove trovare neanche un’ombra di quel crudele e beffardo odio di razza contro i vilains, di cui sono pieni gli aristocratici poeti provenzali e qua e colà anche i cronisti francesi? Egli è un fatto che negli scrittori italiani di qualsiasi specie (Corteg., II, 54; Pandolfini, Governo, pag. 86) s’incontrano frequenti e spontanee testimonianze d’onore e di rispetto per una classe di persone che rende alla società sì segnalati servigi e ha tanto diritto alla di lei gratitudine». Senza fermarci a constatare la maggiore o minor quantità di componimenti satirici contro i villani nei diversi paesi, osserviamo contrariamente a quanto afferma l’illustre storico del nostro Risorgimento, che se il Pandolfini, o per meglio dire, l’Alberti in alcuni luoghi dell’opera discorre della felicità di chi vive in villa lontano dai rumori della città, parlando dei contadini, dice: «È cosa da non poter credere quanto nei villani sia cresciuta la malvagità! Ogni loro pensamento mettono nell’ingannarci; mai errano a loro danno in niuna ragione s’abbia a fare con loro: sempre cercano che si rimanga loro del tuo… Se le ricolte sono abbondanti per sè ne ripongono le due migliori parti. Se per cattivo temporale o per altro caso le terre furono quest’anno sterili, il Contadino non te n’assegna se non danno, ecc.» (pag. 106-107). Anche nel Cortegiano del Castiglione non abbiamo saputo trovare le attestazioni di simpatia a cui il B. accenna; anzi i contadini vi sono in più luoghi dipinti come vittime di burle tradizionali per opera di buontemponi, e vi si stigmatizza il nobile che lotta per diporto col villano. Certo nella nostra letteratura non mancano le lodi ai villani, ma ai due scrittori citati non spetta questo merito. Tra i molti che scrissero in lode della popolazione rurale, ricorderemo Gio. Vincenzo Imperiale che scrisse nei primi anni del sec. XVII un poema, intitolato: Lo stato rustico, Genova, 1611, nel quale contrappone la felicità della vita rustica all’infelicità della cittadina.

158. Storia della Lett. it. (trad. it.), Torino, Loescher, 1891, volume II, parte I, pag. 228.

159. Il Fanfani dice del Magnifico: «Scritturò ancora (mi si lasci dir così, perchè proprio mi dà l’idea egli d’impresario, e gli altri di virtuosi) quanti più filosofi, letterati, poeti, storici potè raccapezzare; e tutti se gli teneva dattorno, e tutti facevansi grassi alle sue spalle, godendosi ville, sollazzi ed onorati riposi, secondo la natura di ciascuno, e rendendo poi al magnifico dispensatore larga mercede di incensature». Poesie giocose inedite o rare pubblicate da A. Mabellini, con un Saggio sulla poesia giocosa in Italia di Pietro Fanfani, Firenze, 1884, pag. 16.

160. G. Baccini, Bollettino storico, letterario del Mugello, Firenze, 1893, anno I, n. 7, pag. 104; il Baccini ricorda altre canzonette dello stesso Giambullari.

161. La quinta delle ventotto stanze rusticali pubblicate dal Ferrari, Op. cit., pag. 231, ricorda questo passo della Nencia.

162. Nella poesia rusticale pubblicata dal Carducci, già ricordata, è detto:

Siete più netta che non è il pattume

E rilucete più ch’una stagnata.

Il Folengo:

Bocca Zoanninae cum grignat, grignat Apollo

Bocca Zoanninae cum spudat, balsama spudat.

163. Satire alla Berniesca, Turino, pro Martino Cravotto, 1549. Confronta anche la XXXVII delle Stanze dello Sparpaglia alla Silvana di F. Doni, e i ritratti femminili nella Catrina e nel Mogliazzo del Berni.

164. V. Rossi, Battista Guarini ed il Pastor Fido, Torino, Loescher, 1886, parte II, pag. 174.

165. Gaspary, Op. cit., vol. II, parte II, pag. 271.

166. Il volumetto porta la segnatura [47. 1] s. l. n. d. adesp. car. got. della fine del sec. XV (cm. 16 × 11). Il Capitolo è così intitolato: Capitolo rusticale contando le bellezze de | la sua inamorata. A fol. 2t, si leggono: Strambotti alla Martorella che finiscono con un Strambotto sopra un paio di calze: a fol. 5r: Capitolo, Sonetti e Strambotti d’amore: a fol. 9r e 10r i due Capitoli attribuiti a Cecco d’Ascoli di cui parliamo in Appendice II.

167. Silvio Pieri, Un commediografo popolare del sec. XVI, in N. A., luglio 1881.

168. Nelle Rime di Magagnò, Menon e Begotto in lingua rustica padovana, Venetia, 1610, sono assai frequenti le imitazioni del Ruzzante; si confronti il ritratto che Menon fa della Thietta:

E qui do brazzi — Par ramonazzi

. . . . . . . . . . . . . . . .

O che man care — Man da impastare

Senza faiga — sie stara de pan. (pag. 16).

Qui peazzon, che co i va per la villa

I sfregola le zoppe, pi che ‘l sole. (pag. 30).

169. Biondelli, Op. cit., pag. 162: Matinada, idest Strambòg che fa il Gian alla Togna. Si può qui ricordare anche la Serenata, overo cantata del Dott. Graciano e Pedrolino in lode della loro innamorata del Croce, pubblicata da A. Gaudenzi, I suoni, le forme e le parole dell’odierno dialetto della città di Bologna, Torino, Loescher, 1889, pag. 225:

Pedr. ….. voi cantà de Franceschina

Che l’è piò bianca che n’è la puina,

E piò zentil assè d’un formai dur.

Gra. La Sabadina è com’una polpetta,

. . . . . . . . . . . . . . .

170. Sulla poesia rusticale vedi il Quadrio, Della Storia e della Ragione d’ogni Poesia, Bologna, 1739, libro I, dist. II, cap. VII. Tra gli scrittori in lingua rustica napoletana ricorderemo G. C. Cortese, al quale appartiene: La Rosa, Chelleta posellechesca che no Toscanese decerria Favola boscareccia (Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, Napoli, 1783, t. III). Anche nelle poesie di Filippo Scruttendio de Scafato abbiamo parecchie descrizioni burlesche delle bellezze dell’innamorata; basterà che ricordiamo il sonetto III della Corda primma:

Cecca se chiamma la Segnora mia,

La facce ha tonna comm’a no pallone

. . . . . . . . . . . . . . . .

Ha le vuocchie de cefescola e d’arpia,

Ha li capille comme l’ha Protone,

No pede chiatto ha dinto a lo scarpone

Che cammenanno piglia mezza via,

È cchiù bavosa che non è l’anguilla

Cchiù saporita che non sò le spere…

così pure vedi il sonetto nº XIII.

171. Portioli, Le opere Macheroniche di Merlin Cocai, Mantova, 1882, vol. 1, pag. 253.

172. La Piazza universale, ecc., discorso CXIIII, pag. 344. Vedi anche G. Rosa, La Valle Camonica nella Storia, Breno, Venturini, 1881, pag. 73 e 114, e Rua, Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola, in Giorn. Stor., XVI, pag. 245.

173. I facchini servivano di spasso alla popolazione cittadina nel carnovale, come gli Ebrei a Roma nel sec. XVII.

174. Biondelli, Op. cit., pag. 182 e seg.; De Castro, La Storia nella Poesia popolare milanese, Milano, Brigola, 1879, pag. 110. Sulla presenza nel carnevale milanese di Mascherate facchinesche, vedi Ambrogio da Milano (C. Cantù), I Carnevali milanesi nel Mondo Illustrato, febbraio 1847, pag. 119, e I. Cantù, Il Carnevale italiano, Milano, Vallardi, pag. 98.

175. Stoppato, Op. cit., pag. 113 e seg.

176. V. Imbriani, Dante e il Delli Fabrizi, loc. cit.

177. Abbiamo qui un’altra conferma dell’uso comunissimo in quel tempo della parola «facchino» per bergamasco, usata, come avverte l’Imbriani, anche dall’Ariosto (Sat., VI, 115). Altre testimonianze di questo uso porta il Rossi nel noto studio sull’Odasi (Giornale Stor. della Lett. It., XI).

178. Le Tredici Piacevolissime Notti, Venezia, Zanetti, 1604, pag. 236.

179. Zerbini, Note storiche sul Dialetto Bergamasco, Bergamo, Gaffuri, 1886, pag. 38.

180. Anche nelle Rime di Magagnò, ecc. (pag. 58) si legge una traduzione in lingua rustica padovana del primo canto dell’Orlando.

181. La corrente satirica contro i Bergamaschi aveva annesso un significato dispregiativo anche al nome del grande capitano; vedi il Passerini, Op. cit., pag. 92, nº 191.

182. A. Moschetti, Il Gobbo di Rialto e le sue relazioni con Pasquino, nel Nuovo Archivio Veneto, Anno III, t. V, parte I; V. Rossi, in Rassegna bibliografica della Lett. It., I, 184 e in Giorn. Stor., XXII, pag. 295.

183. Vedi nel Saggio bibliografico del Guerrini sul Croce i numeri 62, 98, 99, 170, 189, 244, 256, 263, 266.

184. Stoppato, Op. cit., pag. 156 e seg. Sopra la voracità dello Zanni vedi anche la Corona Maccheronica di B. Bocchini detto Zan Muzzina, parte I, pag. 220.

185. G. Rua, Intorno alle Piacevoli Notti dello Straparola, in Giorn. Stor., XVI, pag. 245.

186. Tosi, Op. cit., Appendice.

187. Stoppato, Op. cit., pag. 156.

188. Le origini della lingua italiana, Genova, 1685, pag. 498.

189. Il Niccolò Rossi, nel passo citato dal De Amicis, dice appunto: «Nè commedie io nomerò giammai quelle che da gente sordida et mercenaria vengono qua e là portate, introducendovi Gianni Bergamasco, Francatrippa, Pantalone et simili buffoni…». Nelle Stanze in lode delle Virtuosissime et Honestissime Damigelle Siciliane e di tutta la loro honoratissima Compagnia di G. C. Croce è detto:

(st. XXVI) Burattino v’è anchor, che similmente,

È molto raro nell’imitatione,

E in far belle cascate parimente

Porge diletto assai alle persone;

Ma se ben in tal’arte egli è eccellente,

D’un pelo non gli cede Giovannone,

Che col rozzo idioma fa d’intorno

Muover gran risa, e rende un spasso adorno.

190. Giorn. Stor., IX, pag. 285.

191. Storia della Lett. It., vol. II, parte II, pag. 306.

192. Opere edite ed inedite del Marchese Cesare Lucchesini, Lucca, 1832, t. II, pag. 128.

193. Il dialetto bergamasco, colle sue forti aspirazioni, doveva certo fornire oggetto di satira, e basterà che ricordiamo le dispute che nella tradizione popolare si narrano come avvenute tra i Bergamaschi e i Fiorentini sulla priorità della loro lingua (Straparola, notte VII, 2, e notte IX, 5.).

194. Riccoboni, Histoire du Théâtre italien, Paris, 1730, t. I, cap. II.

195. Ediz. dei Classici italiani, Milano, 1804, pag. 124. L’Agresti, Studii sulla Commedia italiana del sec. XVI, Napoli, 1871, pag. 146, dice: «In Firenze era un ridotto, detto il Zanni (!!), alle cui laidezze abbominevoli correvano in folla, anche i giovani bennati, struggendosi di piacere per quelle sconcezze, ed applaudendole molto più delle commedie de’ letterati». Povero Zanni, confuso con un teatro! Carlo Dati nella lettera al Menagio, dice: «E perchè questa parte del Zanni è tra’ Comici forse la principale, i medesimi quasi da essa prendono il nome, dicendosi andare a gli Zanni, e alle Commedie degli Zanni, cioè dei Commedianti».

196. In una nota del Minucci al Malmantile racquistato del Lippi, Milano, 1807, Canto II, ottava XLVI, è detto: «Zanni, dal nome Giovanni, che propriamente significa servo ridicolo Bergamasco…».

197. D’Ancona, Origini del Teatro it., Torino, Loescher, 1891, 1, 602, nota 4.

198. F. Valentini, Trattato su la Commedia dell’arte ossia improvvisa. Maschere italiane ed alcune scene del Carnovale di Roma, Berlino, 1826.

199. V. Caravelle, Chiacchere critiche, Firenze, Loescher, 1889, pag. 36 e sg.

200. E. Masi, Sulla Storia del Teatro it. nel sec. XVIII, Firenze, Sansoni, 1891, pag. 227.

201. Il Cian, nel commento già ricordato al Cortegiano (lib. II, cap. XXVIII, pag. 159), ricorda un passo del Nifo, De Re Aulica, nel quale si accenna all’analogia della satira contro i Bergamaschi e i Cavensi, introdotti sulla scena come tipi ridicoli e burleschi: «… quales apud nos sunt qui Cavenses imitantur, et apud Venetos Bergomates».

202. Op. cit., parte II, cap. I.

203. Sulla tanto dibattuta questione dell’origine del nome di Arlecchino vedansi gli studi del D’Ancona, Varietà storiche e lett., Milano, Treves, 1885, parte II, pag. 290, e di G. Raynaud, La Mesnie Hellequin negli Études Romanes, Paris, Bouillon, 1891, pag. 64.

204. Michele Scherillo, La Commedia dell’Arte in Italia, Torino, Loescher, 1884, pag. 53 e seg.

205. Corriere di Napoli, settembre 1893, nº 245 e 247. Vedi pure dello stesso: I Teatri di Napoli, sec. XV-XVIII, Napoli, Pierro, 1891, pag. 688.

206. Geschichte des Grotesk-Komischen, Leipzig, Werl, 1862, pag. 30.

207. Masques et Bouffons, Paris, 1860, t. I, pag. 75.

208. Memorie del Sig. Carlo Goldoni, scritte da lui medesimo, Venezia, 1788, t. II, cap. XXIV, pag. 186 e seg.

209. Le parole del Flögel sono pure ripetute nel noto raffazzonamento del Nick, Die Hof-und Wolks-Narren, Stuttgart, 1861, t. II, pag. 90.

210. Benedetto Croce, Op. cit.

211. Pierre Toldo, Figaro et ses origines, Milan, Dumolard, 1893.

212. Il Quadrio, Op. cit., libr. I, pag. 193, ritiene pure che gli Zanni abbiano un’origine relativamente recente: «E generalmente, per concitare le risa, si sono dagli Italiani introdotti nella Commedia gli Zanni, che quante parole dicono, tante malamente difformano e sconciano, sghignazzando intanto per sì fatti spropositi gli spettatori».

213. Agresti, Op. cit., pag. 82.

214. E. Lovarini, Un allegro convito di studenti a Padova. Epistola (Nozze Sagaria-Bottesini), Padova, Crescini, 1889, pag. 7.

215. Propugnatore, Nuova Serie, vol. I, parte I, pag. 291.

216. Giorn. Storico, XX.

217. Tutte le opere del Famosissimo Ruzante, Vicenza, 1584.

218. A pag. 231 della stessa opera trovansi nella «Zagni che fa tutte le parti in Commedia» alcune notizie interessanti sui vari personaggi della Commedia dell’Arte.

219. Testi antichi modenesi dal sec. XIV alla metà del sec. XVIII editi da F. L. Pullé (Scelta di Curiosità lett., Romagnoli, disp. CCXLII), pag. lxix e seg.

220. Poesie pastorali e rusticali raccolte ed illustrate con note dal Dr Giulio Ferrario, Milano, 1808, pag. 348.

221. Ferrario, Op. cit., pag. 409.

222. A. D’Ancona, Origini del Teatro, Torino, Loescher, 1891, volume I, pag. 547 e seg.

223. Stoppato, Op. cit., pag. 89-127.

224. Curzio Mazzi, La Congrega dei Rozzi di Siena nel sec. XVI, Firenze, Le-Monnier, 1882, vol. I, pag. 289 e seg.

225. D’Ancona, Op. cit., vol. I, pag. 60.

226. Lenient, Op. cit., pag. 322.

227. E. Picot, La sottie en France, in Romania, VII, pag. 236. Vedi pure Marius Sepet, Observations sur le Jeu de la Feuillée d’Adam de la Halle negli Études Romanes, Paris, Bouillon, 1891, pag. 69.

228. Bruno Cotronei, Le Farse di G. G. Alione, Reggio Calabria, Siclari, 1889.

229. A. D’Ancona, Il Teatro mantovano nel sec. XVI, in Giorn. St., V, pag. 27; F. Torraca, Studi di Storia lett. napoletana, Livorno, Vigo, 1884, pag. 271; Giorn. Stor., X, pag. 177; Camerini, I Precursori del Goldoni, pag. 180.

230. Il D’Ancona (Op. cit., vol. I, pag. 600), ricorda come «ultima immagine delle feste popolari, onde celebravasi il Natale, e della parte che riserbavasi in esse a’ pastori» l’uso dei pifferari abruzzesi la vigilia di Natale di andar suonando colle cornamuse alle Madonne di Roma; assai più importante come attestazione del perdurare della Sacra Rappresentazione nei giorni nostri è il trovare, specialmente nel Piemonte, riprodotta nelle feste del Natale assai fedelmente la Sacra Rappresentazione della Natività. Non è qui il luogo di stabilire un confronto minuzioso tra l’antica e la recente Rappresentazione, solo ci preme di rilevare come si sia perfettamente conservata anche ai giorni nostri la satira contro i villani che vi hanno parte come comico intermezzo; e diciamo villani, anzichè pastori, perchè chi voglia studiare attentamente il carattere di Nencio, Bobi e Randello dell’antica Rappresentazione, e il pastore Gelindo della Rappresentazione odierna, può capacitarsi che i costumi loro attribuiti si addicono meglio ai villani che ai pastori. Fra le molte stampe che conosciamo di queste riproduzioni della Natività, nota ai giorni nostri sotto il nome di Pastore Gelindo, ricorderemo la seguente: La Natività di nostro Signore Gesù Cristo e la strage degli Innocenti, Rappr. sacra, Novara, 1839. Vi abbiamo l’Angelo che fa il prologo: nel primo atto Gelindo, che parla in dialetto rustico piemontese, dovendo partire per Betlemme per il censimento, fa alla moglie Alinda mille ridicole raccomandazioni: avendo incontrato S. Giuseppe e la Madonna che egli non conosce, fa a S. Giuseppe mille complimenti sul suo buon gusto nella scelta della moglie, e canta alla Madonna uno «stranot». Nel secondo atto, Gelindo ritornato a casa e sentita la visione avuta dai pastori, li conduce a Betlemme; anche qui prima della partenza i pastori si mettono a mangiare, e succede una scena comica tra quelli che partono e quelli destinati a rimanere a casa: alla fine partono tutti insieme, e, giunti alla capanna, depongono ai piedi del Messia i loro umili doni. Nel quarto atto, Gelindo, ritornato in città a vendere dei latticini, ne offre ai Re Magi che egli non conosce, e si arrabbia contro alcuni monelli che lo avevano derubato della sua merce: «Ant el Sittà el bsogna peu dila, o j’è dla gran burbaja: ant el terri in son nent chsi dà a la scroccarìa…».

231. Palermo, I Manoscritti Palatini, Firenze, 1860, vol. II, pag. 435 e seg.

232. D’Ancona, Op. cit., II, 521.

233. Mazzi, Op. cit., I, cap. X.

234. Due Farse del sec. XVI riprodotte sulle antiche stampe, Bologna, Romagnoli, 1882.

235. Torraca, Op. cit., pag. 85-116.

236. Notiamo qui che nel Cod. It., XLVI della Marciana, del sec. XVII, si leggono le dieci Mascherate Rusticali di Francesco Faleri ne la Congrega de’ Rozzi detto l’Abbozzato. Dedicate all’Apollinea Sughera de’ Rozzi, 1666 che il Mazzi non aveva potuto vedere.

237. Mazzi, Op. cit., I, 198.

238. Mazzi, Op. cit., I, 199.

239. Anche nella Comedia pastorale di M. Bartolomeo Braida di Sommariva, Torino, 1556, un villano, che entra come comico intermezzo, è bastonato da due pastori; egli corre ad armarsi per trarne vendetta, e brava, ma i pastori ritornano e lo bastonano nuovamente. Vedi Delfino Orsi, Teatro in dialetto piemontese, Milano, 1890, vol. I.

240. Fu pubblicato per nozze Caravelli-Mucci da R. Boninsegni, Firenze, 1892. Anche ai giorni nostri è ripetuta molto spesso la satira contro il villano in questi componimenti; ricorderemo la farsa Villan che s’inurba del Can. Egidio Cattaneo, San Benigno Canavese, 1887.

241. Il Teatro delle Favole rappresentative overo la Ricreatione Comica Boscareccia e Tragica, divisa in cinquanta giornate composte da Flaminio Scala, Venetia, 1611, giorn. XLII, e XL.

242. Stoppato, Op. cit., pag. 133-150.

243. Gaspary, Storia della Lett. Ital., II, parte II, pag. 278.

244. C. Verzone, Le rime burlesche di A. Grazzini detto il Lasca, Firenze, Sansoni, 1882, pag. 296: Sopra l’andare a vedere le Commedie del Zanni. Vedi anche pag. 521.

245. Rime burlesche di A. Bronzino, Venezia, 1810, pag. 19.

246. Mazzi, Op. cit., II, pag. 225. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del Bibliotecario della Comunale di Siena, signor Fortunato Donati, a cui rinnoviamo i più vivi ringraziamenti.

247. Confessiamo d’ignorare chi siano questi Ambrogini, uniti alle note maschere degli Zanni e dei Pantaloni. Nello stesso codice H, XI, 5, fogl. 205t-207, si legge un Riscatto degli Ambrogini dalle donne Ambrogine.

248. Gaspary, Op. cit., pag. 278.

249. Camerini, I Precursori del Goldoni, Milano, Sonzogno, 1872, pag. 130.

250. Basterà che ricordiamo la Calandria del Bibbiena, e la Cofanaria di F. D’Ambra.

251. La nota storiella dell’asino rubato da Pulcinella al villano, vive nella tradizione popolare; nella Trivulziana esiste una novella di M. Agnolo Piccione, L’asino mutato in frate, Omate, 1810, dove Pulcinella è sostituito da frate Taddeo. Vedi pure Archivio per le trad. pop., vol. V, pag. 205. Così nel Conte d’un Paysan qui avoit offensé son Seigneur del La Fontaine è ripetuta la scena delle varie pene scelte da Pulcinella nel primo intermezzo del Malade imaginaire di Molière, la quale ricorda alla sua volta la bastonatura del pedante Manfurio.

252. Verzone, Rime del Grazzini, ecc., pag. 521.

253. C. Dati, Op. cit., pag. 111.

254. G. Giusti, Raccolta di Proverbi toscani, pag. 172. Questo proverbio si incontra, tra l’altro, in una poesia di Pietro Jacopo de Jennaro (Mandalari, Op. cit., pag. 99):

Io conoscho tua persone

Che de schacta de villano

Che non va sencza bastone

E per prego non se fa humano…

ed è ripetuto nell’atto IV della Tancia del Buonarroti, e negli Alfabeti satirici. Nell’ott. LXXVIII del Sonaglio delle donne del Giambullari, è rivolto contro le donne:

che la bestia si doma con lo sprone

et la donna perversa col bastone.

255. Novati, Carm. m. e.; Alfabeto pubbl. dal Meyer, ecc…. La maggior parte di questi proverbi satirici contro i villani s’incontra già nelle Serie alfabetiche pubblicate dal Novati, in Giorn. St., XVIII, pag. 104 e seg., nella raccolta del Pescetti, Proverbi italiani, Venetia, Spineda, 1618, pag. 271, del Buoni, del Pasqualigo, dello Strafforello, ecc.

256. Ninni, Materiali per un Vocabolario della Lingua rusticana del Contado di Treviso, con un’aggiunta sopra le superstizioni, le credenze ed i Proverbi rusticani. Venezia, Longhi, 1892.

257. Il Pucci, nel sonetto satirico già ricordato, dice:

E come anticamente

Dice il Proverbio che per me si conta,

Che chi a villan fa ben, a Dio fa onta.

258. Dobbiamo la notizia di questa satira al prof. Vittorio Rossi.

259. Confronta l’Alphabeto delli Villani già ricordato:

. . . . . . . . . . nu martoregi,

Con un po’ de sorgo se fazon del pan,

Galli, galline, oche, e polastriegi

Gli altri si magna, e [nu] con un po’ de nose

Magnon di raui, come fa i porciegi.

260. Il Lasca nel Canto Carnascialesco dei Maestri di far Razzi dice pure:

Vedete questi che pe’ contadini

e per la goffa gente

Son fatti solamente

che gli appiccano i putti e i mattaccini.

In un capitolo di un Senese, antecessore dei Rozzi (Mazzi, II, 243) è pure detto altrettanto.

261. F. Novati, Studi critici e letterari, Torino, 1889, pag. 175.

262. Sitzungsberichte der Philosophisch-Historichen Classe der K. Akad. der Wissenschaften, 1864, Wien, vol. XLVI, pag. 119.

263. Romania, VII, p. 44.

264. B. Biondelli, Poesie Lombarde inedite del sec. XIII, Milano, Bernardoni, 1856, pag. 11 e segg.

265. C. Lozzi, De’ segni distintivi delle antiche Edizioni e Stampe (Il Bibliofilo, II, 33).

266. Giornale Storico della Lett. It., vol. I, pag. 62.

267. G. Castelli, La vita e le opere di Cecco d’Ascoli, Bologna, Zanichelli, 1892, pag. 51; V. Rossi in Giorn. St., XXI, pag. 385.

268. Nelle Rime genovesi della fine del sec. XIII e del principio del XIV pubblicate dal Lagomaggiore in Arch, glott. it., vol. II, pag. 161, ricorre spesso questo motivo; così al nº LXVII, pag. 249:

De Rustico: moto

Vilan chi monta in aoto grao

per noxer a soi vexim,

de per raxoin in la per fim

strabucar vituperao.

e al nº CXVII, pag. 286:

De Rustico ascendentem in prosperitate.

E no so cossa più dura

ni de maor prosperitae

como vilan chi de bassura

monta en gran prosperitae:

otre moo desnatura,

pin de orgoio e de peccae

. . . . . . . . . . . . .

per zo che in lui no e dritura

ni cortesia ni bontae.

Vedi anche il nº CXVIII.

269. A proposito del perdurare nella tradizione della credenza che lo Stabili fosse iniziato ai segreti dell’arte magica, accusa che l’aveva condotto sul rogo, ricorderemo, tra i molti che si conoscono, il seguente accenno nell’Amor nello specchio, commedia di G. B. Andreini, Parigi, MDCXXII, atto III, scena II, pag. 77. È il Mago che parla: «….. vi farò veder cose, che direte, questi è un Pietro d’Abano, un Cicco d’Ascoli, et uno istesso Zoroastro, inventore dell’Arte».

270. bisso = panno lino nobilissimo (Adriano Politi, Dittionario Toscano, Venetia, 1665).

271. cattivanza = tristitia (Politi, Op. cit.).

272. menar la danza = significa anche: esser primo in un negozio.

273. Tifi Odasi dice di Paolo nella nota Maccheronea:

Ad stringam semper poteris catare botazum.

274. chiavarina = spetie d’arme in asta (Politi, Op. cit.).

275. stambechina = L’Odasi descrivendo l’armatura di Guiotto, dice:

Tunc stambachinam multo labore tiratam

Se ponit a retro.

276. Nell’Alphabeto delli Villani già ricordato, è detto:

Odio se porton tutti in la coragia,

E se mostron amisi al parlamento,

Po’ se magnassemo el cuor in fritagia.

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Question fra nu andon cercando e briga.

277. frulla e frullo = niente (Politi, Op. cit.).

278. Nell’Alphabeto delli Villani alla lettera Y:

Fygiol che ge nasse dentro al sieue,

Ge faom le spese e se i tegnom in cha,

No saom si gie nuostri o pur del preue.

279. Il testo: gli lo a calata. Calarla a uno = accoccargliela (Politi, Op. cit.).

280. sornacare = ronfare (Politi, Op. cit.).

281. L’Odasi dice a proposito delle cento saette che stavano nella faretra di Guiotto:

Tu bombardellas poteris pensare ruentes.

282. È la solita accusa che abbiamo visto lanciata contro i villani.

283. Pico Luri di Vassano (Ludovico Passerini), Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani spiegati e commentati, Roma, 1875, pag. 480, nº 1013, nota: «Mona Onesta da Campi…. rammentata dal Caro, dal Cocchi, dal Varchi… celebrità femminile nel regno dell’Ipocrisia». Monna Onesta è nella nota novella Belfagor del Machiavelli, ripetuta dal La Fontaine, la moglie del diavolo mandato da Lucifero sulla terra a provare le dolcezze della vita coniugale; Belfagor dopo poco tempo preferisce ritornare nell’inferno. Madonna Onesta è ricordata anche nella Ruffiana, Comedia di M. Hippolito Salviano, in Vinegia, presso D. Cavalcalupo, 1584, atto I, scena I; la cortigiana Cipria dice alla Madre: «Qui in Roma hauete uoluto fare Madonna honesta che facea d’una ciliegia due bocconi…». È ricordato questo motto proverbiale anche nella Raccolta di Proverbi del Pescetti, pag. 241, e nel Piacevolissimo Fuggilozio di T. Costo, Venetia, 1655, lib. III, pag. 67.

284. G. Mazzatinti, Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d’Italia, vol. III, pag. 179; Novati, Carmina m. e., pag. 30.

285. Ne dobbiamo la copia alla cortesia del Bibl. Dr Vincenzo Joppi della Comunale di Udine.

286. L’autore di questo sonetto doveva appartenere al territorio padovano, perchè troviamo questo epiteto ingiurioso tra quelli enumerati dal Ruzzante, e usati dai cittadini di Padova per deridere i villani (Vedi cap. IV, pag. 145).

287. La Libraria del Doni Fiorentino nella quale sono scritti tutti gli autori vulgari con cento discorsi sopra quelli… In Vinegia, 1550, parte V, pag. 61.

288. Doni, I Marmi, Venetia, 1609, lib. I, Rag. IV, pag. 18; nella ed. Fanfani, Firenze, Barbèra, 1863, pag. 65.

289. Segnato: O. II, 28, nº 1546.

290. Oltre le Malitie delle Donne di cui abbiamo più addietro parlato, un poemetto con questo titolo figura nella raccolta di Hermann Varnhagen, Ueber eine Sammlung alter italienischer Drucke der Erlanger Universitätsbibliothek, Erlangen, 1892, nº 3. Queste Malitie delle Donne potrebbero forse appartenere a Bernardo Giambullari, autore del Sonaglio delle Donne e di altri poemetti popolari satirici. Nella Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour già ricordata, sono menzionati due opuscoli satirici del sec. XVII contro le Malizie delle Donne (vol. I, pag. 2, pag. 77); altri ne ricorda il Libri, e una Malice des femmes contenant leurs ruses et finesses come pure una Méchanceté des filles… ricorda il Nisard, Op. cit., cap. VII, e anche ai giorni nostri si ristampano per il popolo: Il nuovo alfabeto delle Donne di F. Reggiani, e l’Alfabeto agro-dolce delle Donne di A. Frizzi. Naturalmente, come è facile supporre, a questi poemetti misogini, furono contrapposti altrettanti poemetti contenenti le lodi del bel sesso e l’enumerazione delle malizie degli uomini. Così al Sonaglio delle Donne fu risposto col Trastullo delle Donne di Pier Saulo Phantino da Tradotio, Castello di Romagna; in Fiorenza, presso Iacopo Chiti, 1522; l’autore di questo poemetto in difesa delle donne, chiama il Giambullari:

Villan marasco nato nel letame.

Al Trastullo delle Donne fu risposto poi colla Campanella delle Donne composta per il faceto giovine Francesco de Sachino da Mudiana. Il Nisard ricorda La Malice des hommes découverte dans la justification des femmes…, il Novati un Alfabeto in biasimo degli Uomini scritto da una Donna, ecc.

291. Vedi intorno alle particolarità delle Silografie di questo periodo, il Varnhagen, Op. cit., pag. 2 e segg. e il Duc de Rivoli, Bibliographie des Livres à figure vénitienes de la fin du XVe siècle et du commencement du XVIe, Paris, Leclerc, 1892.

292. Scelta di curiosità letterarie, Romagnoli, Bologna, 1882, dispensa CLXXXVII.

293. Istoria degli Scrittori fiorentini, Ferrara, 1722, pag. 103.

294. Vedine la descrizione bibliografica nel Milchsack, Op. cit., nº XC, e nell’opera del Varnhagen; il Passano ne ricorda una edizione senese dell’anno 1611. Il Varnhagen ricorda dello stesso anche alcune Canzoni a ballo.

295. Il Trattato e la novella furono ristampati nella dispensa LXX della Scelta di Curiosità lett. del Romagnoli, Bologna, 1866. La novella ha molta analogia colla leggenda di Rush, di cui parla il Wright, Histoire de la caricature, ecc., cap. XIV.

296. Fu ristampata nella dispensa XCVI della Scelta suddetta; il D’Ancona la ricorda come un Contrasto che si avvicina alla Farsa (Origini del Teatro, pag. 547). Nella Trivulziana uniti ad un’Operetta delle semente, d’anonimo, stampata in Firenze nell’anno 1572, si leggono due Capitoli, uno dei quali appartiene a Bernardo Giambullari. Il fatto di trovare questa Operetta delle semente unita con poesie del Giambullari potrebbe servire di conferma all’attribuzione che il Mazzoni-Toselli aveva fatto di essa al poeta toscano.

297. Poemetti popolari italiani, Bologna, Zanichelli, 1889, pag. 181.

298. S. Ferrari, Bibliot. di Lett. pop. it., anno I, vol. I, pag. 20-53.

299. Avvertiamo che segneremo con A il testo Casanatense, con B e C i due esemplari trivulziani, nº II e nº III, e che terremo conto soltanto delle varianti che discordano sensibilmente col testo da noi seguito.

300. B, compitare.

301. B, togno, nencio e checo C, Vanni… Checco.

302. A, risuonin.

303. B, necessità.

304. B, e mi par certo un verme.

305. Nella Ruffiana già ricordata, atto III, scena VIII, M. Anselmo dice: «….. perchè sapendo che le p…… sono come il carbone che o coce o tenge…..».

306. B, Salomista.

307. B, drieto.

308. A, riconduce.

309. B, da ser Puccio.

310. dare il succio = sopportare di mala voglia (Fanfani, Voc. dell’uso toscano).

311. oste = il padrone.

312. C, il Martini in una postilla spiega: camella = agna.

313. Nelle Nozze di Maca di F. Mariani, atto II, scena III, il villano innamorato dice alla sua bella: «Ch’io vengo a te come il porco alla ghianda».

314. coglier l’agresto = rubare.

315. C, il Martini spiega: menno = da minuere.

316. Nel sonetto contro i Villani pubblicato dal Mazzoni è detto:

O turba renegata, senza legie,

biastemata da lo eterno dio,

perchè chiascun de voi se trova rio

e fedeltà voi giamai non coregie!

317. A, apparer.

318. B, dee.

319. C manzotte.

320. Nell’ottava XIX delle Malizie delle donne (Varnhagen, Op. cit., nº III); è pure ricordato l’uso delle contadine di imbiancarsi il volto colla biacca:

ondechè molti mormoran di quelle

vedendole nel volto trasformate

e d’acqua grassa el volto imbellettato,

con biacca tutto quanto imbrodolato.

uso che ci è confermato anche da un intermezzo del Sansone, ricordato dal D’Ancona. Anche nella Nencia, come fu già osservato dal Burckhardt, Op, cit., vol. II, pag. 132, l’innamorato promette alla sua bella, biacca e belletto per dipingersi il volto.

321. C, il Martini nota: ignoti = sconoscenti.

322. Il Passerini, Op. cit., pag. 464, nº 984, spiega: Fare le castagne ad uno «si fa premendo i polpastrelli dei due diti pollice e medio, e facendoli scoccare nel dividerli in ordine inverso… atto di spregio e schernimento plebeo».

323. A, vizato.

324. pennato = strumento per potar le viti.

325. indozza = malore.

326. attassare = tartassare.

327. Nella Frottola di due contadini, Beco e Nanni, questi dice al compagno che vuole fargli avere a mezzadria un certo podere:

L’oste è mio amico, ignorante e da bene,

Vo’ dir male del suo lavoratore,

Ei mi crede e darattel per mio amore.

328. Abbiamo qui, come nella Cassaria dell’Ariosto, e nei Morti vivi, commedia di Sforza d’Oddi, Vinegia, 1597, atto I, scena III, una attestazione dell’esistenza in Italia nel secolo XVI della schiavitù; vedi su questo argomento nella Nuova Antologia, serie III, volume XXXIV, pag. 618, lo studio di Luzio-Renier: Buffoni, Nani e Schiavi dei Gonzaga ai tempi d’Isabella d’Este.

329. Il Passarini, Op. cit., pag. 265, nº 563, spiega questo modo di dire, così: «La pace non cementata dall’affetto e dal pentimento sincero è la pace di Marcone». Ma osserva che è usato anche in senso equivoco e allora si riferisce alla notissima facezia, ricordata anche dal Torraca (Studi di Storia letteraria nap., Livorno, Vigo, 1884, pag. 196) e tratta da una Raccolta di aneddoti di cui abbiamo già avuto occasione di parlare, nella quale si narra la strana risposta che un matto diede a Fra Roberto da Lecce. La novella di Marcone è pure ripetuta dal Bandello (parte III, nov. XLIX), il quale in un’altra novella (parte I, nov. LIII), ricorda il Giambo di Marcone. In questo secondo significato è usato generalmente, e lo troviamo nella commedia Scanniccio di G. Roncaglia, atto II, e nella prima scena della Commedia di Pidinzuolo; anche il Riccoboni, Dell’Arte rappresentativa, Londra, 1728, cap. IV, pag. 38, lo ricorda:

Restino con la pace di Marcone

I Cortigiani. . . . . . . . . . . .

Il Bartoli, Scenari inediti della Commedia dell’Arte, Firenze, Sansoni, 1880, pag. lvii, nota 2, e lo Stoppato, Op. cit., pag. 74, ricordano: La Pace di Marcone, commedia di Cristoforo Sicinio, Venetia, 1618.

330. Luciano Banchi, Statuti Senesi scritti in volgare nei secoli XIII e XIV, Bologna, Romagnoli, 1871, vol. II, pag. 200, spiega: lana sardesca = lana sucida, guadata di Sardegna.

331. Confronta la strofa LXXXVIII dei Proverbia que dicuntur super natura feminarum, editi dal Tobler in Zeitschrift für Rom. Phil., IX, pag. 287:

Le stele de lo celo ni la rena de mare

Ne le fior de li arbori no porav’om contare;

Altresì per semblança no po omo parlare

Le arte c’a le femine per i omini enganare.

Per raffronti di questo «motivo» nella poesia popolare dei nostri giorni, vedi D’Ancona, La poesia popolare italiana. Livorno, Vigo, 1878, pag. 203-204.

332. Nella Contentione di Mona Costanza e di Biagio di B. Giambullari, ottava XXXVIII, è detto pure:

Ma fate ch’i’ non abbi detto al sordo.

333. Ci fu comunicata dal Prof. Vitt. Rossi.

334. Nel Ms. a questo punto vi è una sigla indecifrabile.

335. Il Novati (Carm. med. aevi, pag. 28) ha riprodotto da un Cod. Marc, la seguente declinazione del nome «Rusticus»:

Singulariter.
N. hic villanus
G. huius rustici
D. huic tferfero (sic)
A. hunc furem
V. o latro
Ab. ab hoc depredatore.
Pluraliter.
N. hi maledicti
G. horum tristium
D. his mendacibus
A. hos nequissimos
V. o pessimi
Ab. ab his infidelibus.
336. G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti della Bibl. d’Ital., vol. II, pag. 7, nº 24.

337. Romania, XII.

338. Novati, Le serie alfabetiche, ecc., in Giorn. St., XV, pag. 337.

339. Mazzi, Op. cit., II, 271.

340. Giorn. St., XV, pag. 337.

341. Proverbii attiladi novi et belli, quali l’uom non se ne debbe mai fidare… In Venetia, 1580. Scelta di cur. lett., nº XCI, Bologna, Romagnoli, 1865.

342. G. Baccini, Le Facezie del Piovano Arlotto, Firenze, Salani, 1884, pag. 316.

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