Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato by Walter Scott

IVANHOE

OSSIA

IL RITORNO DEL CROCIATO

DI
WALTER SCOTT

VERSIONE DEL PROFESSORE
G. BARBIERI

Illustrato di Tavole incise a bulino prese dalle rinomate del pittore
F. HAYEZ

Giunta credei del mio partir l’aurora;

Dissi agli amici addio; qui stommi ancora.

Prior.

VOLUME UNICO.

MILANO
Presso il Libraio Editore G. Reina
1843.

[1]
IVANHOE

O SIA

IL RITORNO DEL CROCIATO

CAPITOLO PRIMO
«Tal favellando riducean l’armento

De’ loro porci con fatica al chiuso:

Che un patto innanzi fean, tre di rilento,

Quelle bestie, e acordanti, come d’uso

Parean grugnir: «noi distogliamo a stento

Dal loto il ventre e dalle ghiande il muso.»

In quella ridente piaggia dell’Inghilterra cui portano fecondità e delizie l’acque del Don, sorgeva un dì vasta foresta, dietro la quale s’ascondeano in gran parte le montagne e le valli situate fra Sheffield e la deliziosa città di Doncaster. Vedonsi tuttavia gli avanzi dell’antica selva ne’ sontuosi dominii di Wentworth e di Warncliffe-Park e nei dintorni di Rotherham. Quivi è che la tradizione colloca il teatro de’ guasti operati dal favoloso drago di Wactley. Quivi accaddero alcune fra le sanguinose battaglie, che le civili discordie della Rosa Rossa e della Rosa Bianca eccitarono. Quivi pure fiorirono quelle bande di prodi, che furono in origine cacciatori di contrabbando, e che, proscritti in pena di tale colpa, si fecero per necessità masnadieri, e le cui imprese, ciò nonostante sono celebri nelle antiche ballate inglesi.

Ella è questa la scena de’ fatti che imprendiamo a narrare; storia che si riferisce alla fine del regno di Riccardo I, allorquando questo principe giaceva nei ferri, e il suo riscatto desideravano, più di quanto lo sperassero, i sudditi suoi, stanchi e tratti a stremo da tutte quelle calamità, che tiranni secondarii possono far provare ad una misera popolazione. I nobili, il cui potere era divenuto esorbitante nel durar del regno di Stefano, e ricondotti appena ad una specie di soggezione alla corona dalla saviezza di Enrico II, aveano riassunta tutta l’antica loro [2]licenza, cui si abbandonarono più sfrenatamente che mai. Facendosi costoro scherno delle rimostranze di un debole consiglio di Stato, affortificavano le proprie castella, cresceano il numero delle loro creature, riduceano in vassallaggio tutti i paesi circonvicini, nè omettevano ogni possibile espediente, per raccogliere forze che lor bastassero a ben comparire nelle politiche agitazioni, delle quali era minacciata l’intera contrada.

Ned era migliore la condizione di quella classe di nobili, che veniva tosto dopo i grandi baroni, di quella classe detta comunemente Franklin[1] indipendente giusta le leggi inglesi dalla feudale tirannide. Ma precario era divenuto per essi un tale diritto. Se, come accadea d’ordinario, questi Franklin si metteano sotto la protezione d’alcuno fra i piccoli monarchi confinanti, accettando qualche carica feudale nelle case de’ medesimi, ovvero se con un negoziato di lega si obbligavano a soccorrerli in tutte le loro imprese, a tal prezzo ottenevano per vero dire una tranquillità temporanea; ma gli era il prezzo di quell’indipendenza cotanto cara ad ogni cuore inglese, oltre al rischio di dovere sovente prendere parte nelle spedizioni le più temerarie, che ambizione potesse suggerire al loro proteggitore. Per altra parte i grandi baroni avevano in loro arbitrio tante vie di vessare e d’opprimere, che trovavano ognora un pretesto, e rado mancavano di volontà per tribolare, perseguire, disastrare que’ meno possenti vicini che cercavano sottrarsi alla loro autorità; o che pensavano una condotta tranquilla e le leggi del paese essere bastante schermo per essi contro il pericolo di que’ tempi.

Le conseguenze della conquista dell’Inghilterra, operata da Guglielmo, duca di Normandia, non contribuirono poco ad aumentare la tirannide dell’alta nobiltà ed i patimenti delle classi inferiori. Quattro generazioni non aveano bastato per fare del sangue ostile dei Normanni e di quello degli Anglo-Sassoni un sangue solo, nè per congiungere coi vincoli d’uno stesso idioma e de’ communi interessi due nemiche schiatte, l’una delle quali respirava ancora l’orgoglio del riportato trionfo, l’altra deplorava tuttavia la vergogna della sofferta disfatta. L’esito della giornata di Hastings avea concentrata ogni autorità nelle mani della nobiltà normanna, la quale, siccome l’accertano i nostri storici, non ne aveva usato con moderazione. Le famiglie dei principi e nobili Sassoni, tranne un piccolissimo numero, erano state annichilate o spogliate, e rarissime furono, che ne’ paesi governati dai loro maggiori possedessero ancora i dominii di seconda o di terza classe. [3]Perchè la politica di Guglielmo e de’ suoi successori si stette nell’affievolire, fosse per vie legali od illegali, la forza di una parte di popolazione, considerata, nè a torto, da questi principi come quella che nudriva l’odio il più inveterato contro i conquistatori dell’Inghilterra. Tutti i re di stirpe normanna non trascuravano occasione di mostrarsi grandemente parziali alla parte normanna de’ loro sudditi. Laonde le leggi proibitive della caccia, e molte altre, pria sconosciute al codice sassone, ed estranee ai miti e liberi principii sui quali fondavasi, vennero introdotte nell’Inghilterra, quasi a crescer gravezza ai ceppi di cui andavano carichi i suoi debellati abitatori. Così alla corte come entro le castella dell’alta nobiltà, ov’era grande la sollecitudine d’imitare la pompa e la magnificenza della Corte, altro idioma non parlavasi che il francese. Fu questo l’idioma onde si perorava ne’ tribunali, in quest’idioma soltanto i giudizi si profferivano. In una parola esso era l’idioma dell’onore, della cavalleria e della giustizia, intanto che l’anglo-sassone, più maschio ed espressivo, si abbandonava ai contadini e al basso volgo che d’altra lingua non conoscea. Pure la necessità d’intendersi fra i signori delle terre e gli enti d’inferior lega che le coltivavano, diede origine a mano a mano ad un nuovo dialetto, che non era nè tutto francese nè tutto anglo-sassone. Tal si fu l’origine dell’idioma inglese presente. La lingua de’ vincitori e quella dei vinti insieme si confusero con felice lega, e ne nacque la nuova, arricchita indi a grado a grado dalle conquiste fatte sulle lingue classiche e su quelle che si parlano dalle nazioni del mezzogiorno europeo.

Tal era lo stato delle cose in que’ tempi, ed ho creduto opportuno il narrarle, non già perchè la storia dopo il regno di Guglielmo II, detto il Rosso, contenga o guerre o sommosse, o tai grandi avvenimenti che presentino gli Anglo-Sassoni sotto aspetto di nazione separata; pure mi giova che i miei leggitori nel corso di questa narrazione abbiano sempre dinanzi agli occhi la linea di confine, onde si mantennero disgiunti i discendenti dei Normanni dai discendenti dei Sassoni, e per gli odiosi privilegi che i conquistatori si arrogarono sui conquistati, e per la rimembranza, sgradevole ai secondi, di quanto furono a confronto di quel che erano divenuti; rimembranza che durata fino al regno d’Edoardo III, conservò aperte le piaghe fatte dalla conquista.

Il sole già al suo tramonto indorava una fra le parti più apriche e deliziose della foresta poc’anzi descritta, la quale però non era diradata cotanto che non mandassero ombra al sottoposto erboso suolo i folti rami di più centinaia di quercie che i secoli coronarono, e che videro forse il passaggio de’ trionfanti romani eserciti. In alcuni luoghi di questo sito amenissimo sorgeano betulle, agrifogli ed altre piante cedue d’ogni specie, le cui frasche s’intralciavano in guisa che ascondevano [4]i raggi del sol cadente. Altrove gli alberi, scostandosi gli uni dagli altri, mostravano all’occhio, vago d’addentrarsi quanto potea ne’ loro avvolgimenti, una serie di lunghi ed irregolari viali, cui l’immaginazione riguardava siccome sentieri selvaggi che a luoghi più selvaggi ancor conduceano. Qui la rossa luce degli ultimi raggi, rotta dalle foglie, assumea un color più pallido; là pompeggiava della sua porpora su zolle ignude d’alberi e pronte ad accoglierla per intero. Uno di que’ maggiori diradamenti della selva sembrava essere stato un dì sacro alle cerimonie superstiziose de’ Druidi, perchè sulla vetta di piccolo poggio, regolare sì che sarebbesi detto umano lavoro, vedeansi gli avanzi d’un cerchio di sassi greggi ed enormi. Sette di questi rimanevano ancora all’antico loro sito, gli altri ne erano stati smossi forse dallo zelo di alcuni fra i primi neofiti del cristianesimo; e quali allontanati di pochi passi, quali tratti sino al pendio della collina, un solo di questi precipitato fino alla radice di essa, arrestando in suo corso un ruscelletto, lo costrinse a sormontar tale ostacolo, onde soltanto d’indi in poi cominciò quel rivo a susurrar gratamente.

Due singolari personaggi teneano in allor quella scena. I modi esterni loro e le vesti presentavano quell’indole di selvaggia rusticità, per cui in que’ remotissimi tempi andavano contraddistinti gli abitanti occidentali della contea d’York. Il più attempato d’essi parea un contadino ruvido ed ignorante oltre ogni dire, e vestiva abito semplicissimo, che era una specie di giustacuore colle maniche, fatto colla pelle concia di qualche animale, cui si era lasciato in origine il pelo, ma logoro sì questo pelo che ne rimaneano sol poche falde, nè si potea ravvisare dalle medesime a quale bestia avesse appartenuto. Scendea tale abito dal collo al ginocchio, e tenea vece dell’altre vesti che sogliono immediatamente coprire il corpo. Fornito d’una sola apertura nella parte superiore, era questa assai larga, affinchè vi passasse la testa, onde appariva ad evidenza, che si addossava nello stesso modo con cui oggi si suol mettere una camicia, o come il giaco ne’ dì più rimoti. I costui piedi erano difesi da zoccoli che coreggie di cinghiali annodavano. Due liste di cuoio più sottile partivano da questi zoccoli e s’avvolgeano incrocicchiate fino alla metà della gamba, lasciando poi ignudo il ginocchio come usano anche oggidì i montanari scozzesi. La tonaca da noi descritta era stretta al corpo col ministerio d’una cintura di corame, che un fibbiaglio d’ottone chiudeva. Pendeano a questa da un lato una specie di saccoccia, e dall’altro un corno di montone, foggiato ad essere stromento da fiato; e le era parimente raccomandato un lungo coltello da caccia, largo di lama, puntuto, a due tagli, e guernito di manico d’osso, arme che fabbricavasi in que’ dintorni e che fin d’allora nomavasi coltello di Sheffield. Quest’uomo portava [5]il capo scoperto, e i suoi capelli d’un color rosso carico erano serrati in varie strettissime trecce. Non mi rimane a descrivere che una parte del suo aggiustamento, troppo degna d’osservazione per potersi dimenticare; ed era un collare di ottone simile a quello di un cane, ma che non si apriva, onde chi lo portava non poteva levarselo mai dal collo se non ricorreva alla lima, largo però quanto bastava a non impacciargli nè il moto nè il respiro. Su di questo collare leggevasi in caratteri sassoni la seguente iscrizione: «Gurth, figliuolo di Beovulfo, nato servo di Cedric di Rotherwood.»

Presso questo porcaiuolo, chè tale era la professione di Gurth, stava seduto sopra uno di que’ sassi da noi menzionati altro uomo, che di dieci anni sembrava più giovine del compagno, e che vestito di abito, quanto alla forma, simile a quello di Gurth, ne diversava nell’essere ricco ed elegante. D’un bel colore di porpora era il giustacuore, sopra cui stavano dipinti in varii colori e alla meglio diversi ornati grotteschi. Aggiungevasi un mantello di panno cremisino, alquanto macchiato, per vero dire, e ornato d’una lista color d’arancio vivacissimo, il qual mantello gli scendeva a mezza coscia soltanto. E tale era ch’ei poteva portarlo come più gli piaceva, o sopra una spalla, o sopra l’altra, o avvilupparvi tutta la parte superiore del corpo, la qual cosa, attesa la poca lunghezza del mantello medesimo, non contribuiva di leggeri a rendere bizzarro sì fatto arredo. Andavano le costui braccia ornate di smaniglie d’argento e d’argento pure n’era il collare che portava la seguente iscrizione: «Wamba, figliuolo di Witless, nato servo di Cedric di Rothervood.» Non dissimili dai zoccoli di Gurth erano quelli di Wamba, ma invece che a questo tenessero luogo di calze le stringhe di cuoio incrocicchiate attorno alla gamba, portava egli due cose (quella specie di stivaletti, che i francesi chiamano guêtres) l’una rossa e l’altra gialla. Copriva il capo di un berrettone, guarnito di sonaglietti eguali a quelli che vediamo attaccarsi al collo dei falchi, onde se ne udiva il suono e qualunque moto ch’egli facea; cosa che accadeva di frequente, perchè cambiava di postura ad ogni minuto. La parte inferiore di questo berrettone vedeasi orlata d’una fascia di cuoio, frastagliata a foggia di corona, e la superiore acuminata gli ricadea sulle spalle a guisa delle antiche nostre berrette da notte, o d’un berrettone d’ordinanza d’un ussero odierno. A questa parte del suo acconciamento da testa erano attaccati i sonaglietti. Tal circostanza, la forma del berrettone, e l’apparenza stessa della sua fisonomia, che indicava un capo sventato, benchè non privo dalla sua buona dose di malizia, annunziavano esser egli un di quegli enti allor conosciuti sotto nome di buffoni, mantenuti dai grandi per disannoiarsi delle molte ore penose che erano costretti a passare nei loro castelli. [6]Non meno del compagno aveva una saccoccia attaccata alla cintura, ma non gli si vedeva nè il corno nè il coltello da caccia, chè forse sarebbesi riputata imprudente cosa il confidare armi a questa razza di gente. Invece del coltello portava egli una sciabola di legno non diversa da quella con cui Arlecchino opera i suoi prodigi nelle moderne nostre burlette pantomimiche.

La fisonomia e il contegno di questi due uomini presentavano una diversità sorprendente al pari del loro abito. Parea d’uomo angoscioso il sembiante di Gurth. Tenea egli bassa la testa dando a divedere tale sconforto, che sarebbesi detto indolenza, se la vivacità che brillava nei suoi sguardi, ogni qual volta gli alzava, non avesse indicato che, a malgrado di sì tetro invilimento, il suo cuore sentiva l’oppressione cui vedevasi condannato, e nudriva il desiderio di liberarsene. In vece la fisonomia di Wamba non annunziava se non se una vaga curiosità, un tal quale irrequieto bisogno di cambiare atteggiamento a tutti gl’istanti, e la baldanza inspiratagli dall’onorevole carica ch’egli occupava e dall’abbigliamento di cui ornavasi. I dialoghi di questi due individui si facevano in anglo-sassone, la qual lingua, come già il dissi, era divenuta quella delle classi inferiori, se si eccettuino i soldati normanni e le persone attenenti al personale servigio dell’alta nobiltà.

«Possa la maledizione di san Withold venire addosso a questi sgraziati porci!» disse Gurth dopo aver sonato per più riprese il suo corno onde raunare quella sparsa mandria, la quale con suono non meno melodioso rispondeva all’invito, nè molto curavasi di abbandonare il sontuoso desco di ghiande e di semi di faggio che l’ingrassavano, nè il torbido pantano fra cui l’avvoltolarsi era per molti di quel consorzio più soave cosa che l’ubbidire alla voce del loro guardiano. «Sì! che la maledizione di san Withold cada sovr’essi e sovra di me! Se qualche lupo da due gambe non me ne porta via qualcheduno questa sera, io non mi chiamo nemmeno Gurth. Vien qui, Fangs,» gridava egli a più non posso ad un cane di grande statura, per metà mastino, per metà levriere, che correva qua e là, come per eccitare il padrone a raccozzare il recalcitrante suo armento; ma o fosse mal avvezzata la bestia, o non intendesse i segni che gli facea il porcaiuolo, o non ascoltasse che un cieco impeto naturale, sparpagliava col suo matto correre i porci, e aumentava il disordine anzichè porvi riparo.

«Possa il diavolo strapparti i denti che ti rimangono» esclamò allora Gurth «e l’inferno s’abbia quell’assassino di boscaiuolo che leva i denti davanti ai nostri cani! È egli possibile che così facciano il loro dovere? Wamba, a te Wamba! leva su, e se tu sei uomo, dammi un poco d’aiuto. Gira dalla parte di dietro la montagna, onde prendere il sopravvento ai miei porci, e vedrai che te li pari innanzi come se fossero innocenti agnellini.»

[7]
«Se ho ha dirtela» rispose Wamba senza cambiare postura «ho consultate su di ciò le mie gambe, e sono esse d’unanime avviso, che il portare i miei gioielli in mezzo a quella pozzanghera sarebbe colpa d’alto tradimento contro il mio sovrano e contro la mia guardaroba. Io ti consiglio dunque, o Gurth, a richiamare Fangs, e mettere la tua mandria nelle mani della Provvidenza. Vi sarà gente che ne prenderà cura, o si scontri essa in una truppa di soldati, o in una banda di cacciatori, od anche in una brigata di pellegrini, ai porci che hai in custodia non può mancare domani mattina la bella sorte di trasformarsi in normanni, la qual cosa non dev’essere una picciola consolazione per te.»

«I miei porci trasformati in Normanni! Spiegami questa faccenda, o Wamba: perchè io non ho nè l’ingegno assai acuto, nè lo spirito assai contento per interpretare gl’indovinelli.»

«Come nomini tu in sassone una di queste bestie da quattro zampe, che corrono grugnendo?»

«Che novità? hog, lo sa tutto il mondo.»

«E hog è buon sassone. Ma quando questa bestia è scannata, scorticata, squadrata ed appiccata ad un rampino a guisa d’un ribelle, allora in sassone come lo chiami?»

«Pork.»

«E anche questo tutto il mondo lo sa; ma quanto non sai tu è che hog è il nome normanno che porta questo animale vivo o morto che sia. Dunque finchè questo animale vive e vive sotto la custodia d’un servo sassone, conserva tuttavia il nome sassone, ed è un hog: ma se cade in man di gente sollecita di gozzovigliare a sue spese, o di venderne la carne, non mantiene il nome sassone di hog, fuorchè divenendo normanno. Se restasse sassone si chiamerebbe Pork[2]. Che ne pensi, amico Gurth?»

«Penso che è la verità, benchè uscita della bocca d’un pazzo: ma per san Dunstano che ella è una trista verità! Ci resta appena l’aria che respiriamo, e credo bene che anche questa ce l’abbiano lasciata con crepacuore, e solo forse per metterci in essere di sopportare meglio i pesi di cui ci caricano continuamente le spalle. Le carni le più belle e le più grasse sono per le loro mense, le donzelle le più avvenenti pei loro letti; ed i più bravi fra i nostri giovinotti vanno a compire i loro [8]eserciti in terre straniere dove lasciano le proprie ossa; onde non rimane poi qui nessuno che abbia nè la forza nè la volontà di proteggere il povero Sassone. Dio benedica il nostro buon padrone Cedric! Egli si è comportato da uomo nel mantenere da vero sassone la propria dignità. Ma adesso che arriva nel paese Reginaldo Frondeboeuf in persona, la vogliam veder bella! — Qui! qui!» si diede a gridar verso il cane. «Bravo, Fangs, bravo, carino! Facesti il tuo dovere. Ecco finalmente tutta la mia mandria raccolta.»

«Gurth» soggiunse Wamba «ben mi accorgo adesso che tu mi tratti da pazzo. Altrimenti non saresti mai stato così imprudente da mettere la tua testa in bocca al leone. Una sola delle parole che avventurasti contro i Normanni, ripetuta a Reginaldo Frondeboeuf, o a Filippo di Malvoisin, ti basterebbe a perdere il tuo impiego di porcaiuolo, anzi a far bella comparsa, sospeso al più alto ramo d’una di queste quercie, per ispirare terrore a chiunque nell’avvenire si sentisse il prurito di sparlare contro queste grandi potenze.»

«Ma si può esser più cane di quel che il sei? Ho da credere che tu mi voglia tradire dopo avermi eccitato tu stesso a parlare?»

«Tradirti! Oh no! Sarebbe opera da uom d’ingegno. Un pazzo non può prestarti così importanti servigi. — Ma ascolta. Qual gente è che ci capita?»

Si udiva da lontano uno strepito che annunziava venire a quella volta una brigata numerosa di persone a cavallo.

«Io non m’inquieto per sapere chi sieno» rispose Gurth, che raccolti aveva i suoi porci, e col soccorso di Fangs li faceva entrare in uno di que’ viali dianzi descritti.

«Voglio vedere chi sieno questi cavalieri» disse Wamba. «Essi vengono forse dal paese delle fate, incaricati d’un messaggio del re Oberon.»

«Ti possa soffocare la febbre!» sclamò Gurth. «Puoi tu parlare di simili cose, intantochè siamo minacciati da un terribile temporale? Non odi come mugghia il tuono? E non è distante che poche miglia da noi. Hai tu osservato che lampo? la pioggia comincia a cadere. Non ho mai veduti goccioloni sì grossi in mia vita. Non s’ode un soffio d’aria che spiri. Pure le frasche di queste quercie fan quel fracasso che annunzia orrenda tempesta. Tu puoi starti ragionando fino che vuoi; ma credimi una volta per tutte: spicciamoci di riguadagnare la nostra abitazione prima che il temporale incalzi. Ti predico che non sarà cosa sana per noi il trovarci questa notte a cielo scoperto.»

La forza di un tal ragionare persuase Wamba, datosi tosto ad accompagnare Gurth; il quale si pose in cammino dopo essersi munito d’un grosso bastone che raccolse a caso da terra; novello Eumeo che a grandi passi addentravasi nel viale facendo a prova col cane nel mandarsi avanti il gregge de’ suoi immondi animali.

Qui! Qui! Bravo Fangs, bravo carino! Facesti il tuo dovere! Ecco finalmente tutta la mia mandria raccolta.

[9]

CAPITOLO II.
Era Priore, non più; ma in quel consorzio

Degno il credean di mitra; nè dal mondo

Avea quindi il sant’uom fatto divorzio.

Brïosi corridor, viver giocondo,

Caccie di cervi lo allettaro, e al desco

De’ calici veder voleva il fondo.

Chaucer.

Aveva Gurth un bel rimproverare Wamba perchè camminava troppo adagio. Questi che dallo scalpitar de’ cavalli comprendeva essere vicina la brigata di cui s’accorsero, abbracciava a mano a mano tutte le occasioni di fermarsi lungo la strada. Talvolta era una nocciuola a metà matura ch’ei voleva cogliere di mezzo alla macchia. Tal’altra volea trattenersi a dir qualche cosa ad una giovane villanella, in cui si scontrava. Non tardò pertanto a raggiugnerli la cavalcata, composta di dieci individui. I due che le stavano innanzi sembravano uomini d’alto affare, il restante era gente del seguito.

Non era malagevole il riconoscere a primo aspetto lo stato e la condizione di questi due personaggi. L’un d’essi era evidentemente un ecclesiastico, insignito di alta dignità. Portava egli l’abito monastico di Citeaux, ma d’un tessuto più fino assai di quanto lo permettea la stretta regola del Santo, fondatore dell’Ordine. Di bellissimo panno di Fiandra erano il mantello ed il cappuccio, increspati con tal arte che di leggiadro panneggiamento gli adornavano la persona. Graziosa ne era la fisonomia, comunque il troppo star bene le desse alquanto il contegno di chi pensa molto a sè stesso, nè maggiormente annunziasse macerazione e digiuno di quello che le sue vesti il mostrassero sprezzante del lusso e della pompa mondana. Regolari se ne scorgevano i lineamenti, ma di sotto delle palpebre, che per lo più tenea basse, sfavillavano a quando a quando lampi di fuoco epicureo che lui divulgavano amantissimo della buona tavola e delle gozzoviglie. Pure la sua professione ed il grado gli avevano insegnato a regolare il muto linguaggio d’una fisonomia ilare di sua natura e gioconda, ed alla quale sapeva a suo talento imprimere i modi che alla solenne gravità si appartengono. Senza darsi fastidio nè degli statuti del convento, nè delle bolle pontifizie, nè de’ canoni del concilio, le maniche di questo magnate della Chiesa erano guernite di ricca pelliccia, e un fibbiaglio d’oro gli serrava al collo la parte superiore del mantello, e l’abito dell’Ordine [10]indosso a lui offeriva quella medesima ricercatezza, che vediamo oggidì in alcune avvenenti e gentili donne quacchere, le quali senza abbandonare quel che diremmo uniforme della loro setta, colla scelta dei drappi e col modo di aggiustarseli alla persona, la semplicità del vestir loro condiscono d’un tal qual brio, che alla terrena vanità somiglia d’assai.

Il degno religioso cavalcava una superba mula, regolandone l’andatura fra il passo ed il trotto; sontuosamente bardamentata, avea questa la briglia adorna di campanelle d’argento, chè tal di quei tempi era l’uso. Stando a cavallo, ben lunge dal mostrare la claustrale inettezza, dispiegava la maestria e le grazie di peritissimo cavallerizzo. Pareva inoltre che sol momentaneamente avesse scelta sì modesta cavalcatura, perchè un frate laico di quelli del suo seguito conducea per la briglia tal cavallo di ricambio, che era uno fra i migliori giannetti cresciuti nell’Andaluzia. Regnava a que’ dì grande lusso al proposito di tai corridori, che i mercatanti non senza gravi rischi e spese faceano venir dalla Spagna per venderli, a più caro prezzo ancora, ai personaggi ragguardevoli, e ricchi assai per farne compra. La sella e la gualdrappa del superbo palafreno coperte erano d’un panno, scendente a terra, e tutto ricamato di mitre, di pastorali e d’altri emblemi ecclesiastici. Un altro laico conducea una mula carica di bagaglie che senza dubbio erano gli arredi del personaggio or descritto. Due frati dello stesso ordine faceano il retroguardo, ridendo insieme e ciarlando, nè ponendo mente gran che alle altre persone di quella cavalcata.

Il personaggio che venivagli in compagnia mostrava un’età di circa quarant’anni. Rassembrava egli un atleta, magro, di alta statura, vigoroso a quanto appariva, cui la fatica stemperò le carni sì che non gli restavano fuorchè la pelle, i nervi e le ossa. Leggeansi nel suo aspetto, e gl’immensi rischi che avea corsi e quelli ch’egli era pronto ad affrontare di nuovo. Copriva il capo d’un berrettone di colore scarlatto, guernito di pelliccia, e foggiato siccome quelli cui chiamano i Francesi mortai per la somiglianza che hanno con questi arnesi rinversati. Scoperto affatto erane il volto, che inspirava rispettosa tema a chi la prima volta vedealo. I lineamenti, di tal natura che indicavano un animo dominato da forti passioni, aveano preso un colore arsiccio e quasi nero col lungo sopportare le impressioni del sole del Tropico. Se muta scorgevasi talora quella fisonomia, perchè niuna forte idea davale moto, sarebbesi detto ch’ella sonnecchiava aspettando che le passioni la risvegliassero; ma le gonfie vene della fronte, la prontezza onde il labbro superiore, coperto da folta basetta e nerissima, tremolava al menomo impulso dato alla mente, ben dimostravano quanto fosse agevole cosa il suscitare le procelle in quel cuore. Un solo sguardo [11]di quegli occhi neri ed acuti presentava la storia delle difficoltà superate, dei pericoli corsi, e parea chiedesse si opponessero altri ostacoli per avere il contento di rimoverli, e per offerire prove novelle di forza e di coraggio. Una profonda cicatrice aggiugnea non so che di aspro e feroce alla fisonomia di cotest’uomo, ed in oltre ne indicavano qualche cosa di sinistro gli occhi, perchè i loro raggi visuali non s’indirigevano con tutta esattezza laddove era volto il suo viso.

TEMPLARIO

L’esterne vesti d’un tal personaggio somigliavano in quanto è forma a quelle del suo compagno, perchè coperto egli andava parimente d’un lungo mantello, ma essendo questo di colore scarlatto dava a divedere come chi lo portava non pertenesse a veruno de’ quattro ordini religiosi; che più di quattro non se ne conosceano a quei giorni. Stavagli in bianco panno trapunta sul destro omero una croce di forma singolare. Ma non era tal mantello se non se la sopravvesta d’un abito ben d’altro genere da quello che la leggiadria di questo primo arredo poteva far credere. Perchè sotto di esso il cavaliere andava armato d’un saio di maglia d’acciaio, fornito di maniche, e manopole dello stesso metallo, fatte pieghevoli con tal arte, che si sarebbero dette operate al telaio. Nè diversamente quando gli avvolgimenti del mantello la davano a divedere, si mostrava guernita la parte anterior delle coscie, e le piccole piastre di acciaio lievemente imponendosi e succedendosi l’una a l’altra coll’ordine che osserviamo nelle tegole delle case, gli scendeano fino al ginocchio ed al piede, onde nulla mancasse all’armatura sua di difesa. Sola arme da offesa eragli un lungo pugnale a due tagli, che pendeagli dal cinturino.

Cavalcava egli, non una mula, al pari del compagno, ma una chinea, onde risparmiare il suo buon corridor di battaglia, che uno scudiere gli conducea appresso per il guinzaglio. Era questo cavallo bardamentato a tutto punto come in un giorno di zuffa, e coperto il capo d’un’armatura di ferro che portava lo stile di una picca colla punta sporgente all’infuori. Da un lato della sella vedeasi un’azza riccamente damaschinata in foggia orientale, e dall’altro l’elmo del guerriero ornato di sontuose penne, ed una lunga spada di quella forma che allora usavano i cavalieri. Altro scudiere portava la lancia del suo signore, e all’estremità di essa sventolava una banderuola, su di cui era dipinta una croce simile a quella che ornava il mantello del cavaliere. Questo scudiero portava parimente un picciolo scudo di forma triangolare, nella parte alta assai largo per difendere il petto, e che a grado a grado sminuiva ai due lati sino a formare il vertice inferior del triangolo. Un panno scarlatto, di cui lo scudo medesimo andava coperto, facea non si leggesse l’impresa che vi era scolpita al di sopra.

Questi due scudieri venivano seguiti da due altri, che la pelle loro [12]nericcia, i bianchi turbanti, le fogge del vestire annunziavano esser nati in qualche rimota contrada dell’Oriente. Ogni esterna apparenza, così del guerriero come delle persone del suo corteggio, presentava qualche cosa di nuovo e di straordinario. Sontuose erano le vesti degli scudieri, e i due Orientali portavano smaniglie, collane d’argento, ed anella dello stesso metallo attorno alle gambe ignude dalla noce del piede sino alla polpa, siccome ignude ne erano insino al gomito le braccia. Portavano abiti di seta, carichi di ricami che provavano la ricchezza del signore di quella comitiva ad onta della segnalata loro sproporzione colla semplicità dell’abito militare, che questi vestiva. Sciabole a lama ricurva, e coll’else damaschinate in oro, stavano attaccate ai loro pendagli fregiati d’aurei ricami, e guarniti di pugnali turchi d’un lavoro più prezioso ancora. Ognun d’essi portava all’arcion della sella il suo fascio di chiaverine, lunghe circa quattro piedi, e munite d’acutissima punta di ferro; arme che fu in grand’uso presso i Saracini, e adoperata tuttavia in Oriente nell’esercizio marziale conosciuto sotto il nome di El-Jerrid[3].

I cavalli, su cui stavano montati i due scudieri, al par di questi aveano strania origine. Nati di fatto fra i Saracini erano di razza araba. La statura loro dilicata, la sveltezza de’ loro colli, le svolazzanti criniere, l’agilità del loro moversi troppo diversi gl’indicavano da quei cavalli, le cui razze si educavano nella Normandia e nella Fiandra, e membruti quindi e vigorosi quanto facea d’uopo per essere cavalcati da guerrieri coperti dalla testa ai piedi di pesanti armature di ferro. Questi cavalli messi a petto de’ corridori d’oriente presentavano la differenza ch’è posta tra un corpo ed un’ombra.

La strana comparsa di una tal cavalcata eccitò non solamente la curiosità di Wamba, il che era facile cosa, ma quella pur anco del suo posato compagno. Nè tardò questi a ravvisare nel monaco il priore dell’abbazia di Jorvaulx, conosciuto molte miglia all’intorno, siccome uomo amantissimo della caccia, della buona tavola, ed anche, se non esagerava la fama, d’altri diletti men conciliabili co’ voti monastici.

Ma il Priore evitò l’inconveniente che stava per nascere, spingendo prontamente la propria mula fra il suo compagno di viaggio, ed il porcajuolo. pag. 15.

Pure si aveano a que’ giorni idee tanto condiscendenti alla condotta del clero così secolare come regolare, che il priore Aymer (tal nomavasi questo sacerdote), godea d’intatta fama in tutti i dintorni della sua abbazia. L’indole di lui franca e gioconda, l’indulgenza ch’ei dimostrava per tutto quanto avea nome di veniali fragilità presso i grandi, gli fruttavano essere ben accolto in tutti i castelli de’ nobili, a molti de’ quali soprappiù andava congiunto di sangue, per essere egli pure [13]di nobile famiglia, normanna d’origine. Le gentildonne soprattutto non si sentivano vocazione d’indagar troppo severamente il contegno d’un uomo, chiaritosi zelante ammirator del bel sesso, ed amabilissimo nel trovar parecchi modi atti a dileguare la noia troppo usa a stanziare e nelle sale e ne’ giardini de’ castelli che all’alta nobiltà pertenevano. Non eravi cacciatore cui il nostro monaco cedesse nell’ardenza d’inseguire gli animali selvaggi, nè v’era chi fosse meglio di lui provveduto di falchi ben addestrati, e di levrieri agilissimi fra quanti n’avesse la contea d’York; circostanza la quale non entrava per poco nel renderne la compagnia e desiderata e cercata da tutti i giovani appassionati per la caccia. Altra parte gli toccava sostenere colle persone attempate, nè con minore felicità vi riusciva, quando l’occasione se ne presentava. Benchè quanto a letteratura avesse cognizioni superficiali anzichè no, ne sapea però abbastanza per inspirare agl’ignoranti profondo rispetto ver’ la pretesa sua scienza, oltrechè, la gravità del portamento e del dire, e i modi autorevoli ch’egli assumeva a tempo e luogo per far valere la possanza della Chiesa e del Sacerdozio, molta opinione ancor gli acquistarono di santità. Persino le infime classi, così propense per indole a censurare rigorosamente la condotta de’ loro superiori, tiravano un rispettoso velo sulle fralezze del priore Aymer. Egli era caritatevole, e la carità, gli è cosa nota, fa velo a molt’altri difetti. Le rendite dell’abbazia concedute la maggior parte in godimento al Priore, non solo gli fornivano i modi di far fronte alle spese sue personali, che non erano tanto poche, ma in oltre lo metteano in istato di spargere liberalità su gli abitanti e spesse fiate di sovvenire alle angustie dell’indigente. Perciò se il priore Aymer rimaneva ultimo alla mensa, se maggior tempo impiegava nella caccia che negli ufizi della chiesa, se il vedeano per una porta di soccorso rientrare nell’abbazia dopo avere trascorsa la notte intertenendosi a tutt’altro che a cantar compieta, ciascuno alzava indulgentemente le spalle, e ciascuno si avvezzava a dar passata a tali irregolarità tanto più volentieri, che la maggior parte de’ confratelli del Priore si prendeva licenze eguali senza avere com’egli eguali diritti a farle dimenticare. La persona e l’indole del priore Aymer erano dunque assai conosciute ai nostri due servi sassoni, che lo salutarono rispettosamente ricevendone in compenso del saluto la solita benedizione.

Ma ciò che li sorprese, ed eccitò grandemente in essi attenzione e curiosità, si fu l’aspetto straordinario del compagno che il sacerdote aveva con sè, e del corteggio che lo accompagnava. Li faceva attoniti soprattutto l’apparenza, per metà militare, per metà monastica di quel bruno straniero, e l’aggiustamento singolare de’ due scudieri orientali, e la novità dell’armi che questi portavano. E lo stupore fu tanto che [14]il porcaiuolo e il buffone s’accorsero appena, quando il priore dell’abbazia di Jorvaulx chiese loro se in quelle vicinanze si trovasse qualche casa per alloggiarli. Fors’anche la lingua, in cui venne fatta l’inchiesta, comunque ad essi omai non sì strania, sonò male a quelle sassoni orecchie.

«Io vi chiedea, le mie creature» — ripetè il priore ad alta voce e valendosi del nuovo idioma mescolato di sassone e di normanno, e divenuto linguaggio di convenzione per comprendersi le une coll’altre fra le due genti — «io vi chiedeva se in questi dintorni sarà facile il trovare qualche brava persona, che mossa da amor di Dio, e da divozione verso la nostra Santa Madre Chiesa, voglia per questa notte usare ospitalità a due umilissimi servitori di questo Dio e di questa Chiesa.»

Nel tuono però di tali detti scorgeasi non so qual aria d’alterezza, che mal s’accordava colla modestia delle frasi onde al Reverendissimo era piaciuto valersi.

«Due umilissimi servitori di Dio e della Chiesa!» — meditò fra sè stesso Wamba, il quale benchè matto, aveva giudizio quanto bastava a non far tali considerazioni in modo d’essere inteso — «Vorrei dunque vedere come son fatti gli ufiziali primarii di Dio e della Chiesa, per esempio i siniscalchi, i cantinieri!»

Fatto nel suo interno questo comentario all’inchiesta del Priore, il buffone sollevò gli occhi verso di lui, e diede tale risposta «Se i Reverendi bramano trovare buon pasto e buon alloggio è lontano di qui poche miglia il priorato di Brinxworth, e a quanto mi sembra, il grado loro gli assicura di esservi accolti con tutto onore; che se mai li dilettasse il consacrare una parte di notte a far penitenza, possono tenersi a quest’altro sentiere, d’onde si va in dirittura al romitaggio di Copmanhurst. Quivi troveranno, non v’ha dubbio, un pio anacoreta, che li fornirà di ricovero nella sua grotta oltre al soccorso d’abbondanti preghiere.»

«Mio caro amico» — soggiunse scotendo il capo il Priore — «se il continuo tintinnar de’ sonagli che adornano il tuo berrettone non ti avesse alterata la fantasia, ben capiresti che clericus clericum non decimat; il che vuol dire: le persone di chiesa non si domandano mai ospitalità le une alle altre, e preferiscono il chiederla a’ laici per somministrar loro l’occasione di fare opera grata a Dio rendendosi ad un tempo utili e tributando onore ai servi dello stesso Dio.»

«Gli è vero» — prese a dir Wamba — «che comunque io non sia nulla meglio d’un asino, divido nondimeno colla mula di vostra Riverenza, l’onore di portare sonagli. Ma nel mio debole intendimento direi che la carità della nostra santa madre Chiesa, e de’ suoi servitori potrebbe anche, siccome tutte l’altre carità, incominciare ad operarsi sopra sè stessa.»

[15]
«Abbassa tosto la tua tracotanza, o mariuolo» sclamò il collega del Priore, interrompendo Wamba con fiero tuono e superbo «e soltanto additane, se pure lo sai, la strada che dobbiamo battere per andare…. per andare…. Come chiamate il franklin, di cui mi faceste discorso, priore Aymer?»

«Cedric» rispose il Priore, «Cedric il Sassone. Dimmi, amico, siam noi in vicinanza del suo castello? Puoi tu additarcene la strada?»

«La strada non è sì facile da trovarsi» rispose Gurth, che ruppe il silenzio per la prima volta «e la famiglia di Cedric si ritira assai di buon’ora.»

«Bella ragione!» sclamò il secondo viaggiatore. «In questa famiglia si reputeranno ad onore l’alzarsi da letto per provvedere ai bisogni di stranieri nostri pari, tanto più se ci abbassiamo a chiedere cortesemente un’ospitalità che è diritto nostro il pretendere.»

Ai quali detti rispose Gurth col tuono del mal umore: «Non so veramente s’io mi debba insegnare la strada che conduce al castello del mio padrone, a gente che arma il diritto d’esservi accolta in vece di dimandare l’ospitalità siccome favore.»

«Osi tu resistermi, o schiavo?» gridò il cavaliere, che conficcando lo sperone nel cavallo gli fece fare una giravolta; poi, correndo verso Gurth, si apprestava colla bacchetta che gli tenea vece di frusta a castigare quanto a suo avviso era arroganza punibile d’un servo di gleba.

Gurth, senza mover d’un passo, guardò biecamente il cavaliere, e nel tempo medesimo portò la mano al suo coltello da caccia. Ma il Priore evitò l’inconveniente che stava per nascere, spingendo prontamente la propria mula fra il suo compagno di viaggio e il porcaiuolo.

«Per santa Maria! fratello Brian, non vorrei v’immaginaste esser qui nelle terre di Palestina in mezzo ai Turchi ed ai Saracini, o fra infedeli e pagani. Noi altri isolani non amiamo le percosse, semprechè non ci vengano dalla santa Chiesa che talvolta castiga i suoi prediletti. — Dimmi tu, buon figliuolo» a questi accenti si volse a Wamba, unendo all’eloquenza delle parole l’altra più possente d’una moneta d’argento gettatagli fra le mani «dimmi qual è il cammino che guida al castello di Cedric il Sassone: tu non puoi ignorarlo; egli è un sacro debito il mettere sul buon sentiero i viaggiatori smarriti, quand’anche fossero di un grado men dignitoso del nostro.»

«In verità, reverendissimo padre, la testa saracina del reverendissimo vostro compagno spaventò per tal modo la mia che mi ha fatto uscir dalla mente questo sentiere; e temo che nemmen io sarò capace di giugnervi questa sera.»

«Eh via, via!» disse il Priore «so che puoi volendo additarcelo. Questo fratel venerabile ha passata tutta la sua vita a combattere i [16]Saracini per la liberazione di Terra Santa; egli appartiene all’Ordine dei cavalieri Templari, de’ quali avrai udito far menzione; ed è metà monaco, metà soldato.»

«Dovrebbe veramente bastargli l’essere metà monaco» soggiunse il buffone «per non mostrarsi sragionevole affatto verso i viandanti che incontra, supposto anche non si prendessero tutta la premura di rispondere ad interrogazioni, che non li riguardano.»

«Ti perdono la tua giocondità» rispose il Priore «purchè ne insegni la strada del castello di Cedric.»

«Ebbene dunque! le Riverenze vostre debbono seguire questo viale sintantochè giungano ad un luogo detto la Croce atterrata. Voi la vedrete di fatto a terra, e il solo piedistallo non ne è rinversato. Allora prenderete la strada di man sinistra, perchè alla Croce Atterrata vi è un crocicchio di cinque strade. Auguro alle Riverenze vostre di arrivarvi innanzi che scoppi il temporale.»

Il Priore lo ringraziò, e perchè l’augurio del buffone si avverasse meglio, la cavalcata, fermatasi tutto quel tempo, si diede a correre di gran galoppo.

«Se tengono la strada che con molto giudizio indicasti loro» disse Gurth al compagno, quando non udì più lo scalpitar de’ cavalli «il reverendo padre sarà ben fortunato, se arriva questa notte a Rotherwood.»

«Gli è vero; ma può giungere comodamente a Sheffield, e un albergo val l’altro. Son cacciator troppo destro per volere insegnare il covo del lepre al cane, quando non ho intenzione ch’esso l’acchiappi.»

«Ti stimo: e t’assicuro mi rincrescerebbe assai se questo Priore vedesse Lady Rowena…. Poi, potrebbe accadere che Cedric attaccasse briga col frate soldato, e ciò sarebbe anche peggio. Ma noi altri da buoni servi, dobbiamo veder tutto, ascoltar tutto, e tacer tutto.»

In questo mezzo, i nostri viaggiatori già lontani molto dai due servi, la discorrevano insieme in francese-normanno, come generalmente usavano le persone più ragguardevoli, eccetto pochi Sassoni, teneri di tutto quanto rammentava ad essi la loro origine.

«Da che deriva la tracotanza di quei furfanti» disse il Templario «e perchè mi impediste voi di punirli?»

«L’un d’essi è pazzo; volete voi, fratello Brian, pretendere risposte giudiziose da un pazzo? L’altro poi è di questa schiatta feroce, selvaggia, intrattabile dei Sassoni, pe’ quali il supremo de’ diletti si sta nel manifestare in tutti i modi che possono l’odio che portano ai lor vincitori.»

«Oh! avrei insegnato loro a furia di percosse la cortesia. Sono avvezzo a maneggiare spiriti di questa razza. I nostri schiavi Turchi [17]sono anch’essi per indole fieri, indomabili quanto avrebbe potuto esserlo Odino; ma due mesi trascorsi in mia casa, sotto la scuola del mio aguzzino, li rendevano umili, sottomessi, docili ed ubbidienti. Giuraddio! Ser Priore. Là sì conviene stare all’erta contro i pugnali e i veleni, se niente niente allentate loro la briglia sanno prevalersi bene degli uni e degli altri.»

«Ciò sarà verissimo. Ma ogni paese ha le sue regole e le sue consuetudini, e credetelo, il menar colpi su quello sgraziato era un cattivo metodo per costringerlo ad insegnarci la dimora del suo padrone. Aggiugnete che ottenuto anche l’intento per questa via, ciò bastava per irritare Cedric contro di voi. Vel dissi già. Questo franklin è superbo, d’un’indole fiera e disdegnosa oltre ogni credere. Nemico della nobiltà, lo è perfino de’ suoi confinanti, Reginaldo Frondeboeuf e Filippo Malvoisin, i quali, per vero dire, non sono avversari da disprezzarsi. Egli difende con tanta ostinatezza i privilegi della sua stirpe, ed è sì superbo di discendere in retta linea da Everardo, prode guerriero ai giorni dell’Ettarchia, che generalmente lo nomano Cedric il Sassone. Vedete! egli si reputa a proprio vanto l’origine sassone, che molti ora si studiano nascondere per non provare gli effetti di quel gran principio: Vae victis.»

«Priore mio, io voglio credere, che parlando di beltà femminili voi siate intelligente quanto un trovadore il più galante possa esserlo. Ma, vi confesso: farà d’uopo che questa Rowena da voi descrittami sia veramente un prodigio impareggiabile d’avvenenza, ond’io arrivi a padroneggiar me medesimo, e ad armarmi di tutta la pazienza necessaria a mettermi in buona grazia col suo padre Cedric, dopo l’odiosa dipintura che mi avete fatta di simil uomo.»

«Oh! debbo dirvi una cosa. Cedric non è in sostanza padre della giovane, e gli antenati di Rowena vantano ben altra nobiltà; e se tra essa e Cedric passano vincoli di sangue, la parentela è lontanissima. Egli ne è unicamente il tutore, ed io credo siasi instituito tale da sè medesimo; ma ama la pupilla, come se fosse sua propria figlia. Quanto poi all’avvenenza di Rowena, fra poco potrete giudicarla voi stesso; e se le grazie della sua persona, i modi espressivi di quel suo sguardo soave e maestoso ad un tempo non vi fanno dimenticare le giovani beltà della Palestina, e le huris di Maometto, acconsento mi riguardiate come un miscredente ed un infedele, e non più come un figlio legittimo della santa Chiesa.»

«Voi dovreste anche ricordarvi la scommessa che abbiamo fatta; e se la bellezza da voi tanto esaltatami non corrisponde all’idea che me ne inspiraste…»

«La mia collana è vostra. Gli è già detto; ma sono miei, se accade [18]il contrario, dieci carrattelli di vino di Chio, e a quest’ora ci fo i conti sopra, come se stessero già nelle cantine del convento sotto le chiavi del vecchio Dionigi, il cellerario.»

«Basta non dimentichiate essere io il giudice della scommessa, e che non la perdo se non convengo io medesimo di non aver mai veduta in vita mia una bellezza tanto perfetta. Son questi i nostri patti, non è egli vero? Mio caro Priore, la vostra collana d’oro corre gran pericolo, ve lo accerto, e voglio fregiarmene il collo nella lizza, che sta per aprirsi ad Ashby-De-La-Zouche.»

«La vedremo, la vedremo! Io non domando che una cosa sola, ed è che la vostra risposta sia leale ed interprete unicamente di quanto sentite; tale insomma qual io me la debbo aspettare da un cavaliere e da un ecclesiastico. Intanto, fratello carissimo, permettetemi di darvi alcuni suggerimenti, e di pregarvi ad assumere modi più cortesi di quelli ai quali vi assuefecero i vostri Infedeli allorchè li tenevate in cattività. Cedric il Sassone, se si credesse gravemente offeso, e vi dico io che s’offende per poco, con sopportazione del vostro titolo di cavaliere, e della importanza del mio ufizio e della santità de’ nostri ministeri, intesi tutti ad una medesima causa, sarebbe l’uomo da metterne sull’istante fuor della porta, e farne dormire a campo, fosse ancora la mezzanotte. Abbiate anche attenzione al modo di regolarvi colla leggiadra Rowena, perchè Cedric le fa guardia con gelosissima cura, e s’ei prende, m’intendete? il menomo sospetto, addio nostri divisamenti! Si dice, ch’egli abbia sbandito di casa il proprio figliuolo, solamente perchè volse sguardi affettuosi a questa rara beltà; chè a quanto sembra si può bensì adorarla da lungi, ma chi vuole avvicinarsele dee portar sentimenti così puri, come se si mettesse a piè degli altari dinanzi ad un’immagine della santissima Vergine.»

«V’ho inteso in tutto e per tutto, e conformerò ai vostri desiderii ogni mia azione, e avrò insomma il contegno, che potrebbe aspettarsi da donzella la più pudibonda. Ma quanto al timore da voi manifestato, che Cedric ne scacci di casa, state tranquillo; ella è tale umiliazione che i miei scudieri ed io saprem risparmiarvi. Se il prendesse la mattezza di venire a questo estremo punto, troverebbe gente buona da insegnargli per un’altra volta qual rispetto è dovuto alle leggi dell’ospitalità.»

«Io qui non vi prego che di dar prove di prudenza e di moderazione. Oh! eccoci alla Croce Atterrata, che quel buffone additò. Ma è tanto fitta la notte, che possiamo appena vedere la strada da seguirsi. Se non m’inganno, ne disse di tenerci a mano sinistra.»

«No: a destra. Me ne ricordo ottimamente.»

«Perdonatemi, a sinistra, e rammento perfino che ne indicò questa dirittura colla punta della sua sciabola di legno.»

[19]
«Sì: ma la tenea colla mano sinistra e volse la punta ver’ questa parte» e così dicendo il Templario indicava la mano destra.

Ciascuno de’ due sostenne, come in tai casi suole accadere, con eguale fermezza la sua opinione. Laonde le persone del seguito vennero consultate; ma niuna di esse erasi trovata in assai vicinanza per udire i discorsi di Wamba. Finalmente Brian sclamò col tuono di chi si maraviglia di non aver prima osservata una cosa: «Ma io vedo certamente un uomo addormentato, o steso morto vicino alla croce! Ugone, movete quel cadavere colla punta della vostra lancia.»

Avendo Ugone obbedito, saltò in piedi un uomo gridando in buon francese: «Chiunque vi siate, perchè venite a frastornarmi?»

«Noi volevamo soltanto,» disse il Priore, «domandarvi la strada che conduce a Rotherwood, ov’è la dimora di Cedric il Sassone.»

«Io pure mi trasferisco a quella volta» rispose lo straniero «e se avessi un cavallo, mi offrirei vostra guida; perchè gli è d’uopo fare più d’una giravolta, e chi non è ben pratico della strada va a pericolo di smarrirsi.»

«Amico mio, potete star certo de’ nostri ringraziamenti e d’una buona ricompensa, se ne guidate sani e salvi alla casa di Cedric» e ciò dicendo il Priore, ordinò a qualcuno del suo seguito che cedesse il proprio cavallo allo straniero, e cavalcasse in vece il corridore di riserbo, che, come dicemmo, un laico guidava a mano.

Il condottiero de’ nostri viaggiatori tenne sentiere affatto opposto a quello che Wamba colla malizia di farli perdere aveva ad essi indicato. Questo sentiero addentravasi di molto nella foresta, e larghi torrenti lo attraversavano, tanto più pericolosi ai viaggiatori a motivo delle paludi che li recigneano. Ma la scorta sembrava conoscesse come per istinto i traversi più sicuri e più corti, onde i viaggiatori non tardarono gran fatto a trovarsi incamminati in un viale più largo di quanti sino allora avevano trascorsi. Nel fondo di questo viale sorgeva un vasto e regolare edifizio che lo straniero mostrò al Priore dicendo:

«Ecco Rotherwood, ecco il luogo ove soggiorna Cedric il Sassone.»

Notizia riuscita sopra tutti grata ad Aymer, il quale non troppo avvezzo a peregrinazioni sì disagiate, nel durare del precedente cammino aveva avuta tanta paura de’ torrenti e delle paludi, che nol prese curiosità di movere nessuna interrogazione alla guida. Ma in allora sentendosi meglio, nè presentando alcun rischio il bel viale che rimaneva a farsi, cedè alla curiosità che gli fece indirigere diverse inchieste allo straniero. «Chi siete voi?» Fu questa la prima.

«Un pellegrino,» rispose l’altro, «e vengo di Terra Santa.»

Allora il Templario: «Avreste fatto meglio a rimanervi combattendo per la liberazione del Santo Sepolcro.»

[20]
«Gli è vero, ser cavaliere» rispose il pellegrino, che ravvisò a quanto parve il Templario. «Ma mentre coloro che si sono obbligati con sacramento a liberare la Santa Città, viaggiano in parti sì lontane dal sito ove il dovere li chiama, può egli farvi stupore, se un umile contadino mio pari, amico per natura della tranquillità e della pace, segue esempi tanto autorevoli?»

Irritato da tai detti il Templario volea rispondere, ma lo interruppe il Priore, manifestando la propria maraviglia, che la loro guida, dopo sì lunga lontananza conservasse tanta pratica di tutti gli avvolgimenti di quella foresta.

«Nacqui in questi paesi» egli rispose, e mentre sì rispondea si trovarono tutti dinanzi alla casa di Cedric; edifizio irregolare, fornito di molte corti, e che occupava una grande estensione di terreno. Comunque la vastità della fabbrica la indicasse abitata da un uomo facoltoso, essa non aveva nessuna somiglianza con que’ castelli fiancheggiati da torri e a smisurata altezza sorgenti, che erano la residenza ordinaria della nobiltà normanna, e che divennero in allora modello allo stile architettonico dell’Inghilterra.

Non per questo il castello di Rotherwood era sguernito di ogni genere di fortificazione; perchè in que’ tempi di turbolenza e disordine, qualunque casa non munita avrebbe corso pericolo di venir saccheggiata ed arsa nel termine di ventiquattr’ore. Circondato vedeasi l’edifizio da profonda fossa, cui somministrava l’acque un contiguo rigagnolo. Ne difendea le rive un doppio palizzato fatto di piuoli tolti dalla foresta. Dalla parte di ponente scorgeasi nello stesso palizzato una apertura, ed attraversava la fossa un ponte levatoio, che era l’ingresso alla casa, protetta da angoli salienti, donde, se facea d’uopo, i frombolieri e i lancieri poteano impedire il passaggio a chi vi fosse venuto con mal talento.

Il Templario si fermò dinanzi alla porta, e sonò a tutto fiato il suo corno, perchè la pioggia che avea minacciato i nostri viaggiatori per lungo tempo incominciava allora a cadere con grand’impeto.

[21]

CAPITOLO III.
Chi può mirar, nè abbrividir, que’ mesti

Ignudi liti, contro cui mugghiando

Con orribile suon frangonsi i flutti

Del nortico ocean? Pur su quei liti,

Noto per l’azzurrino occhio, e pel rosso

Ondeggiar delle chiome, e la fiorente

Morbida guancia, ove de’ suoi colori

Salute alma pompeggia, ebbe la culla

Il Sasson generoso, e su quei liti

Dotto nell’arti di Bellona ei crebbe.

Thompson.

Entro una sala, la cui altezza non mantenea proporzione coll’immensa vastità del ricinto, stava una lunga tavola costrutta di native querce, che aveano ricevuto appena un primo pulimento; e serviva questa al banchetto vespertino di Cedric il Sassone. Il solo adattamento delle travi maestre colle piccole travi ne formava la soffitta, ond’era unicamente merito de’ panconcelli e della stoppia che coprivano il tetto, se chi stavasi in quel luogo non sofferiva per intiero gli effetti delle intemperie. Ad ogni angolo di questa sala era un grande camino, d’onde uscia tanto fumo ad empiere la stanza, quanto ne mandava al di fuori la canna; così bene si conosceva in quei giorni l’arte di fabbricare! Questo costante vapore aveva portata una specie di vernice alla parte superiore dell’appartamento, che coperta quindi appariva di un denso strato di negrofumo e fuligine. Strumenti da guerra e da caccia vedeansi sospesi alle pareti dei muri, e grandi porte aperte in ciascuna di queste guidavano all’altre stanze del castello, che si mostrava vastissimo.

Ogni cosa di tale sala annunziava nella sua originaria semplicità l’era primitiva de’ Sassoni, alla quale il non uniformarsi sarebbe stato per Cedric un digradare il proprio onore. Quel pavimento non avea miglior lastrico d’un miscuglio di terra e calcina, ben manipolate insieme e indurite, come di tai pavimenti vediamo anche oggidì ne’ moderni nostri granai. Per un quarto della lunghezza della sala medesima lo stesso pavimento s’innalzava circa sei pollici, e tale spazio più alto, chiamato pulvinare, veniva riserbato ai principali individui della famiglia, e agli ospiti di riguardo. Laonde vedeasi collocata per traverso in questa parte privilegiata della sala una tavola pomposamente coperta d’un panno di color scarlatto, e dal mezzo di essa usciva, come [22]appendice, un’altra tavola più lunga, più stretta, e decorata con minor pompa, ove sedeano a prender cibo le persone di minor conto, e i servi della casa. Ognuno intende che la combinazione di queste due tavole presentava la forma d’un T; e se ne vedono anche oggidì delle simili ne’ collegi più antichi, quai sono quelli di Cambridge e di Oxford. Seggiole, e sedie a bracciuoli di pesantissimo legno di quercia, fregiate di rilievi scorgeansi sul pulvinare, e la tavola nobile andava pure coperta d’un baldacchino per difendere i magnati attorno ad essa seduti dalla pioggia, che siccome è da credersi, non rade volte attraversava quel tetto.

Le pareti del pulvinare erano guernite di tappezzerie, e il pavimento del pari andava coperto da uno strato, su cui vedeansi alcuni informi ricami, che non aveano miglior pregio d’un brillante accozzamento di colori. Nuda affatto vedeasi la parte inferiore delle pareti, scoperta la tavola lunga, non tappezzato ivi il suolo, e sole panche grossolane e pesanti vi faceano vece di sedie, nè alcun riparo impediva che l’acqua del cielo non cadesse sul capo del convitati.

Nel mezzo della tavola d’onore erano poste due sedie a bracciuoli più alte dell’altre, assegnate al padrone ed alla padrona della casa, i quali presedendo al banchetto ospitaliero, si assumeano l’incarico di far le parti agli altri; detti perciò in lingua sassone datori di pane.

Presso ciascuna delle due sedie a bracciuoli stava uno sgabelletto scolpito con molta cura e picchiettato d’avorio. Le altre sedie non andavano fregiate di un tal distintivo. Cedric il Sassone, insignito del titolo di Thane, cui i Normanni sostituirono l’altro di Franklin, si era già messo al suo posto, e non vedendo arrivare la cena s’impazientiva quanto il potrebbe a’ dì nostri un aldermanno della città di Londra.

Bastava il sol vedere in fisonomia il signor del castello per giudicare la sua indole franca e leale sì, ma vivace ad un tempo ed impetuosa. Mezzana erane la statura, larghe le spalle, lunghe le braccia, i suoi muscoli indicavano forza, e si dicea a prima vista esser egli avvezzo alle fatiche della guerra e della caccia. Largo di volto, avea grandi occhi ed azzurri, belli i denti, e la fisonomia di lui annunziava candore, franca schiettezza, e quella specie di buon umore, che va sovente unito alla vivacità, e talvolta a certa asprezza di modi. Leggeansi parimente ne’ suoi occhi naturale orgoglio ed una diffidenza, nata in lui dall’avere trascorsa la vita nel difendere quei diritti che continuamente gli venivano contrastati; laonde le sole circostanze in cui si trovò posero quell’animo fiero, risoluto ed impetuoso nella necessità di star sempre all’erta. I suoi biondi capegli divisi in due spartimenti da un solco longitudinale ch’egli tenea in mezzo del capo gli scendeano da due bande sopra le spalle, essendo questi lunghissimi, nè per anco imbiancati dalla neve della vecchiezza, comunque Cedric si avvicinasse al suo sessantesimo anno.

[23]
Vestiva egli una tonaca verde, il cui collare e le maniche vedeansi guerniti di minuto vaio, specie di pelliccia inferiore di qualità all’ermellino e che è, a quanto credesi, la pelle dello scoiattolo grigio. Tal sopravvesta, non abbottonata, copriva un giustacuore di panno scarlatto. Avea brache dello stesso panno, ma che non discendevano a tutta la coscia, lasciando scoperto il ginocchio. Portava zoccoli simili a quelli dei contadini, ma d’un cuoio più fino, e serrati nella parte davanti con fibbie d’oro. Due smaniglie ed una collana parimente d’oro gli si avvolgeano al collo e alle braccia. Un cinturino ingemmato ne sostenea il coltello da caccia acuminato e a due tagli, che in dirittura perpendicolare gli pendea dal fianco. Sulla schiena del suo seggiolone era posto un manto di panno scarlatto, foderato di pelliccia, ed un berrettone della stessa natura sontuosamente ricamato, i quali due arredi compievano l’abbigliamento del facoltoso Thane quando voleva uscire di casa. Stava appoggiata allo stesso seggiolone una corta chiaverina, guernita di lucidissimo pomo d’acciaio, e questa secondo l’uopo gli facea vece di bastone, ovvero d’arme.

Molti servi, le cui vesti serbavano una proporzione media fra la magnificenza di quelle del loro padrone, e la semplicità della tonaca portata da Gurth, il porcaiuolo, stavano attenti ad ogni minima occhiata del magnate sassone, e si teneano pronti ad eseguirne i comandi. Due o tre fra i medesimi, che occupavano più alto grado degli altri, rimanevano sul pulvinare dietro a Cedric. Gli altri si stavano nella parte inferior della sala. Vi si vedevano ancora commensali d’una specie diversa, due o tre grandi cani levrieri soliti ad essere adoperati nella caccia del cervo e del lupo; altrettanti cani da presa grossissimi di collo, di testa e di orecchie; una coppia di que’ cani da caccia della più picciola specie, che oggidì vengono chiamati bassotti. Tutta questa famiglia aspettava con impazienza l’arrivo della cena; ma con quell’accorgimento, con quell’intelligenza, che la razza canina possede nello squadrare le fisonomie, queste bestie si astenevano riguardosamente dall’interrompere il cupo silenzio del loro padrone tenute probabilmente in dovere dalla vista di una bianca bacchettina postagli vicino al piattello, e della quale si giovava Cedric a frenare le inchieste di tal parte quadrupede della sua servitù, quando si facevano troppo vivaci. Non eravi che un vecchio cane-lupo, il quale arrogandosi la libertà che talvolta i padroni concedono ad un vecchio servo favorito, stavasi sdraiato presso la seggiola del suo signore, e ne richiamava a quando a quando l’attenzione, or mettendogli la testa sopra le ginocchia, or lambendogli la mano. Ma in quella sera la povera bestia non ottenea miglior risposta di queste parole: «Abbasso, Balder, abbasso! non sono in vena di giocare.»

[24]
Ed era di fatto cosa verissima che l’animo di Cedric non si trovava allora in uno stato tranquillo. Lady Rowena, che era andata a vespero in una chiesa lontana d’assai, in quel momento soltanto ritornava a casa, e stavasi cambiando le vesti, perchè la pioggia gliele aveva tutte inzuppate. Gurth e la sua mandria, che avrebbero dovuto essere da lungo tempo al castello, non si vedeano pur anche giugnere, e le proprietà venivano sì poco rispettate in que’ tempi, che tale indugio poteva attribuirsi o a qualche brutto giuoco de’ malandrini e contrabbandieri, copiosissimi nelle vicine foreste, ovvero alla violenza di qualcuno fra i baroni confinanti, che confidandosi nelle loro forze, non usavano grande riguardo alle sostanze degli altri. E l’affare era rilevante più di quanto potrebbe credersi, perchè una gran parte delle ricchezze possedute dai proprietari sassoni, si stava in mandrie porcine, e soprattutto se questi aveano i loro dominii in vicinanza delle foreste, ove le querce somministravano abbondante nutrimento a tal genere d’animali.

A sì fatto motivo d’inquietudine altri se n’aggiugnevano. Non si vedea arrivare il buffone Wamba, le cui lepidezze, quali che si fossero, portavano una specie di condimento ai banchetti del nostro Cedric, e alle copiose bevute di vino onde per solito gl’innaffiava. Più; Cedric non avea mangiato nulla dopo il pranzo del mezzogiorno, se l’ora consueta della cena era trascorsa da lungo tempo; la qual cosa diveniva occasione di scontento ai gentiluomini campagnuoli di quei tempi, come spesso lo diviene anche agli odierni. Tal suo disgusto per altro egli non manifestava che con accenti interrotti, talora pronunziati a mezza voce, come s’egli avesse parlato a sè medesimo, talora vôlto ai servi che gli stavano a fianco, e soprattutto al suo coppiere che a quando a quando gli presentava a guisa di pozione calmante una tazza di vino.

«A che tarda ancora lady Rowena?»

«Non le rimane che a rassettarsi di nuovo il capo» rispose un’ancella con quel tuono franco onde una cameriera dei nostri giorni suol parlare al padrone di casa «non vorreste già comparisse a cena in cuffia da notte? Del rimanente non v’è in tutta la contea una gentildonna spicciativa nell’adunarsi, siccome la mia padrona.»

All’osservazione fattagli dall’ancella il Sassone rispose unicamente con una di quelle interiezioni che non si saprebbe come rappresentar con caratteri di scrittura, e che poteva riguardarsi una specie d’approvazione.

«Spero» egli aggiunse «che la sua divozione consulterà meglio il tempo la prima volta che vorrà andare alla chiesa di San Giovanni.» Volgendosi indi al suo coppiere, ed alzando la voce come se non gli fosse sembrato vero di trovar qualcuno sopra cui sfogare il suo mal umore: [25]«ma da parte di tutti i diavoli!» sclamò egli. «Qual cagione può ad ora sì tarda tenere Gurth fuori di casa? Non vorrei ci avesse a portar cattive notizie della sua mandria. Egli è però un servo diligente e fedele, ed io gli preparava un destino migliore. Forse lo avrei nominato fra le mie guardie.»

«Non è poi così tardi» rispose modestamente Osvaldo, «ned è ancora passata un’ora da che hanno sonato il coprifuoco[4].» Se Osvaldo avea intenzione di scusare il suo camerata, certamente fu mal destro nel rammentare a Cedric una delle cose le più atte ad accrescerne lo scontento.

«Vadano al diavolo il coprifuoco, il bastardo che l’inventò e lo schiavo disamorevole, la cui lingua sassone fa rintronare questa maladetta parola ad orecchie sassoni! Il coprifuoco! bel trovato, che costringe la gente dabbene a dovere spegnere il fuoco ed i lumi, affinchè i ladri e gli assassini possano a lor bell’agio operar nelle tenebre! Oh! Reginaldo Frondeboeuf e Filippo di Malvoisin sanno profittare del coprifuoco tanto bene quanto Guglielmo il Bastardo egli stesso, e quanto alcun altro di questi venturieri normanni, che si batterono ad Hastings. Io m’aspetto da un istante all’altro l’annunzio che la mia mandria è stata rubata, e divenuta pasto di questi banditi normanni che i loro padroni lasciano morir di fame. Tutte le rendite di costoro si stanno nel ladroneccio e nell’assassinio. Già avranno ucciso il mio servo fedele. E Wamba? Dov’è Wamba? Non mi disse qualcuno ch’egli era uscito insieme con Gurth?»

Osvaldo rispose affermativamente.

«Di bene in meglio! Avranno condotto via il buffone d’un Sassone per dargli a padrone un lord normanno. Ma noi tutti siamo veri buffoni nel restar sottomessi a costoro, e meritiamo maggior disprezzo che nol meriteremmo, se la natura ci avesse conceduto solamente una mezza dose di spirito. Ma io mi vendicherò» soggiunse egli spirando il massimo sdegno, e alzandosi da sedere, ed afferrando la sua chiaverina. «Io porterò le mie lagnanze al gran consiglio. Ivi, ho amici, ho vassalli. Chiamerò a disfida il Normanno corpo a corpo. Ch’ei si faccia avanti col suo saione d’acciajo, col suo elmo di ferro, e con tutto ciò che fa ardimentosa la sua codardia. Questa mia chiaverina ha rotti ostacoli più resistenti che tre dei loro scudi. Mi credono vecchio, lo vedo bene, ma s’accorgeranno che il sangue di Everardo scorre ancora entro le [26]vene di Cedric. Ah Wilfrid!» soggiunse egli abbassando la voce in modo di chi parla solamente con sè medesimo. «Se tu avessi potuto vincere una sconsigliata passione, il padre tuo non si vedrebbe abbandonato in questa età, come una quercia solitaria, i cui rami sfogliati rimangono ludibrio degli aquiloni!» Parve che queste ultime idee cambiassero il suo sdegno in mestizia; poichè rimessa a luogo la chiaverina, e seduto di bel nuovo si abbandonò interamente a malinconiche meditazioni, dalle quali d’improvviso il ritrasse il suono d’un corno.

A questo suono corrisposero gli abbaiamenti di tutti i cani, e non di quelli soltanto che si trovavano nella sala, ma di venti o trent’altri sparsi per tutto il castello; onde la bacchettina bianca di Cedric e gli sforzi di tutti i servi bastarono appena a far cessare questo canino fracasso.

«Si corra alla porta» sclamò il Sassone, appena il cessato tumulto dei cani gli permise di fare udir la sua voce. «Sappiasi tosto quali notizie ci arrivano. Non v’ha dubbio! È l’annunzio di qualche spogliamento, qualche malvagità operata sulle mie terre.»

Di lì a pochi istanti venne una delle guardie di Cedric ad annunziargli che Aymer, priore di Jorvaulx, e il cavaliere Brian di Bois-Guilbert, commendatore dell’ordine venerabile de’ Templari, accompagnati da seguito poco numeroso, e avviati al torneo che di lì a due giorni doveva aprirsi a poca distanza d’Ashby-De-La-Zonche, chiedevano per una notte ospitalità in quel castello.

«Il priore Aymer! Brian di Bois-Guilbert» sclamò Cedric «Normanni sì l’uno che l’altro! Ma poco monta. Normanni o Sassoni, non si dica mai che l’ospitalità fu negata nel castello di Rotherwood. Poichè lo scelsero per riposarvi, sieno i ben venuti. Avrebbero veramente fatto meglio a continuare per la loro strada. Non già che mi pesi il nudrirli e l’alloggiarli per una notte. Poi presentandosi quali ospiti, anche i Normanni debbono abbandonare la lor tracotanza. Undeberto» diss’egli ad una specie di maggiordomo, che gli stava dietro tenendo in mano un bianco bastone «prendete sei uomini in vostra compagnia e fate entrar gli stranieri nella parte del castello assegnata agli ospiti; i loro cavalli vengano collocati nelle mie scuderie, e abbiate cura che non manchi loro cosa veruna. Offerite ad essi vestimenta se han desiderio di cambiarne, accendete buon fuoco ne’ loro appartamenti, presentateli d’ala e di vino, e dite al cuoco che accresca la cena come potrà. Sia parimente vostra cura il dir loro, che Cedric si sarebbe portato in persona ad assicurarli che sono i benvenuti nel suo castello, s’ei non avesse fatto voto di non moversi mai tre passi al di là del suo pulvinare per andare incontro a chiunque non esca di real sangue sassone. Andate, non dimenticate nessuna cosa, e l’orgoglio di costoro non possa mai [27]vantarsi spacciando che trovarono avarizia e povertà in casa d’un Sassone.»

Il maggiordomo uscì per eseguire i comandi del suo padrone.

«Il priore Aymer!» replicò Cedric, volgendosi ad Osvaldo. «S’io non m’inganno egli è il fratello di Gilles di Mauleverer, ora, lord di Middleham.»

Osvaldo fece in aria rispettosa un segno affermativo.

«Ebbene! Ha un fratello che usurpa una carica ed un patrimonio dovuto ad una stirpe più degna, a quella di Ulfgar di Middleham. Ma qual è il lord Normanno che non usurpi? Questo priore, dicono, è un prete gioviale, più amico del fiaschetto e del corno da caccia, che non lo è delle campane e del breviario. Ottimamente! Ch’ei venga. Sarà ben accolto. E il Templario, come lo chiamate voi? Ho dimenticato il suo nome.»

«Brian di Bois-Guilbert.»

«Bois-Guilbert! Gli è un nome conosciuto bene e male. Si dice che è valoroso quant’altri migliori del suo ordine lo possano essere; ma che poi non gli manca un solo fra i vizi de’ suoi confratelli, orgoglio, arroganza, crudeltà, sregolamento di costumi; che ha un’anima chiusa alla compassione; che non teme e non rispetta nessuna cosa, nè sulla terra nè in cielo. Ecco quanto io ho inteso da pochi guerrieri tornati dalla Palestina. Ma infine, il male è di una notte: sarà ben ricevuto egli pure. — Osvaldo, mettete a mano una botte del più vecchio vino che abbiamo. Preparate l’idromele miglior che vi sia, il sidro il più spumante, il morat e il pigmento i più profumati[5]. Mettete in tavola tazze più grandi dell’ordinario. I Templari e i priori amano il buon vino e la buona misura. E voi, Elgitta, andate a dire alla vostra padrona, che per questa sera può dispensarsi dal comparire al banchetto, se però ella stessa non bramasse venirvi.»

«Ella lo bramerà certamente» rispose Elgitta senza esitare; «nè le parrà vero di udire le ultime notizie della Palestina.»

Cedric lanciò un guardo di scontento sopra l’ancella ardimentosa; ma Rowena e tutte le persone pertenenti a Rowena godeano immunità; nè per esse eran temibili le ire del Sassone, il quale si limitò a dirle; «Chetatevi, ed imparate a regolar meglio la vostra lingua. Arrecate il mio messaggio alla padrona. Ella poi faccia quanto meglio le aggrada. Fra queste mura almeno, la discendente d’Alfredo regna ancora come sovrana.»

[28]
Elgitta si ritrasse senza mettere replica.

«La Palestina!» disse il Sassone a mezza voce, ripensando all’ultime parole di Elgitta. «Quante orecchie si spalancano per ascoltare i racconti che su questo fatal paese si vanno spacciando or da crociati dissoluti, or da ipocriti pellegrini! Anch’io potrei chiedere!… Informarmi!…. Udire con cuore palpitante le favole che questi vagabondi impostori inventano per farsi concedere ospitalità!… Ma no: il figlio che m’ha disubbidito non è più mio figlio: il suo destino m’è indifferente siccome quello del più spregevole fra tante e tante migliaia d’uomini che s’attaccarono la croce alle spalle, e che spargendo il sangue umano s’abbandonarono a tutti i delitti dandosi vanto di compiere i voleri del Cielo.»

Aggrottò il ciglio Cedric e chinò gli occhi a terra; ma in tal momento s’aperse una delle porte della sala, e il maggiordomo, tenendo il suo bianco bastone e preceduto da quattro servi che portavano torce, si presentò, introducitore degli ospiti.

[29]

CAPITOLO IV.
«E la veste, che dianzi era succinta,

«Con tanta maestà le si distese

«Infino a’ piè, ch’all’andar anco, e Dea

«Veracemente, e Venere mostrossi.»

Eneide, Trad. An. Caro.

Il priore aveva avuto tempo di cambiare le sue vesti da viaggio in altre più preziose, sulle quali portava un camice adorno di finissimi ricami. Oltre all’anello d’oro massiccio, distintivo della sua dignità, le dita di lui andavano cariche di altri anelli, ov’erano legate preziose gemme, ad onta de’ canoni che le proibivano. N’erano gli zoccoli del più bel cuoio che la Spagna mandasse; ridotta vedeasi la barba alla minor dimensione che permettessero le regole dell’ordine, e la tonsura sua nascondevasi sotto un berrettone di scarlatto, che sontuosi ricami parimente fregiavano.

Il cavaliere del Tempio erasi egli pure abbigliato in diversa guisa, e benchè non isfoggiasse di gemme siccome il Priore, ricche egualmente n’erano le vesti, dignitoso l’aspetto più di quello del suo compagno. Il saione di maglia d’acciaio avea dato luogo ad una tonaca di seta porporina, guernita di pelliccia, cui soprastava candidissima lunga veste, che offeriva agli sguardi leggiadrissimo panneggiamento. Avea inoltre un mantello di velluto nero che mostrava alla spalla la croce dell’ordine ad otto punte foggiata. Più non coprivalo quel berrettone che dianzi scendeva al sopracciglio, rimanendogli a solo ornamento del capo la sua folta chioma, naturalmente inanellata e nera come lustrino, che ottimamente accordavasi col colore oltre modo bruno della sua pelle. Nulla pareggiava la maestà di quel portamento e di quel contegno, e solamente ne apparia di soverchio quell’alterezza derivata dalla consuetudine di usare un’autorità illimitata.

I due spettabili personaggi venivano accompagnati ciascuno dal suo corteggio, e dall’individuo che fin dalla Croce Atterrata gli aveva scortati colà. Teneasi questi in una distanza rispettosa da essi, e fra gli altri della comitiva si discernea per le sue vesti da pellegrino. Tutto avvolto in un gran mantello di rascia grossolana, zoccoli allacciati con una correggia ne difendeano i piedi ignudi; un cappellaccio, le cui larghe ali erano tutte coperte di nicchi marini, ed un bordone, guernito di ferro all’estremità, e ornato d’un ramo di palma alla cima ne compievano l’intero arredo. Egli veniva modestamente dopo tutti gli altri ospiti, ed [30]osservando che la tavola bassa era appena ampia abbastanza per contenere intorno a sè i servi di Cedric, e le persone di seguito dei due viaggiatori, si assise ad uno sgabello posto sotto uno de’ grandi cammini già da noi indicati, unicamente inteso, siccome parea, a rasciugar le sue vesti, nè curandosi d’alimenti, finchè l’ospitalità dell’intendente di Cedric non ricordossi di lui.

Sì tosto che vide giungere i suoi ospiti, Cedric si alzò con grande aria di dignità, e sceso dal pulvinare fece tre passi ver essi, indi si soffermò.

«Duolmi, reverendo Priore, che un voto mi rattenga di avanzarmi oltre per ricevere nel castello de’ miei maggiori tali ospiti quali siete voi, e questo prode cavaliere templario. Il mio intendente debbe avervi spiegato il motivo di questa, soltanto apparente, scortesia. Piacciavi ancora d’accogliere le mie scuse s’io mi varrò in parlandovi del mio nativo linguaggio, e se vi prego, allorchè mi rispondete, a valervene parimente, purchè però vi sia noto questo idioma; altrimenti, credo aver cognizione del Normanno quanto basterà ad intendere quello che mi direte.»

«Degno Franklin» rispose il Priore «o piuttosto permettetemi chiamarvi degno Thane, ancorchè simil titolo sia alquanto vieto; i voti vogliono essere mantenuti. Que’ legami che stringono la vittima a piè degli altari sono altrettanti nodi che ci congiungono al cielo. Sì, com’io lo diceva: i voti vogliono essere mantenuti, semprechè la nostra santa madre Chiesa non giudichi cosa oppurtuna il dispensarcene. Quanto spetta all’idioma che adopreremo, io avrò tutto il contento in valendomi di quello che fu pur l’idioma della mia rispettabile ava, Ilda di Middlebeam, morta in odore di santità direi quasi, al pari della sua gloriosa avvocata la beata Ilda di Whitby.»

Terminata ch’ebbe il Priore questa da lui creduta arringa conciliatoria, il Templario con tuono enfatico soggiunse brevemente: «Io parlo sempre francese, che è la lingua del re Riccardo e della sua nobiltà; però conosco abbastanza l’inglese per intendere i nativi di questa contrada.»

Cedric lanciò sul guerriero di Palestina uno di quegli sguardi d’impazienza e di collera, cui sempre lo provocava ogni spece di confronto fra le due nazioni rivali; ma rammentando tosto i doveri della ospitalità represse ogn’indizio di risentimento, e d’un gesto invitò gli ospiti a sedersi sopra due scanni posti alla sua sinistra, alquanto più bassi di quello in cui stavasi; indi ordinò venisse portata la cena.

Mentre i servi intendevano ad obbedire il loro padrone, questi scôrse all’altra estremità della sala Gurth e Wamba che allora giugneano.

[31]
«Si facciano tosto venire a me quei due sfaccendati» gridò il Sassone preso da subitanea impazienza, e tosto si accostarono al pulvinare i due pretesi colpevoli «perchè siete voi rientrati sì tardi? Che divenne della mandria a te confidata, sciagurato Gurth? Hai tu lasciato che te la rubino i masnadieri e gli scorridori?»

«Salvo il vostro beneplacito» rispose Gurth «ho ricondotta tutta quant’era la mia mandria.»

«Ma non è mio beneplacito lo starmi due ore a fantasticare sinistri, e far divisamenti di vendetta contra vicini che m’hanno offeso. Ti avverto: la prima volta che per colpa tua si rinnoverà simile inconveniente ne sarai punito coi ferri e colla prigionia.»

Gurth, che conosceva l’indole del suo padrone, e quanto fosse facile all’ira, credè cosa prudente il non addurre veruna scusa; ma s’incaricò di rispondere il matto, cui i privilegi della sua carica assicuravano che avrebbe trovata indulgenza in Cedric.

«Per verità, nostro zio, in questa sera non vi mostrate nè saggio, nè ragionevole.»

«Zitto là, Wamba, se tu ti prendi sì fatte libertà, ti mando, senza badare che tu sia un pazzo, a far penitenza e a ricevere la disciplina nella stanza del portinaio.»

«La Sapienza vostra si degni spiegarmi prima di tutto, s’ella sia cosa ragionevole e giusta il castigare qualcuno per le colpe commesse dagli altri.»

«Certamente che no.»

«E perchè dunque minacciar punizioni a Gurth, che non è colpevole nè poco, nè assai? Non è già che ci siamo dati bel tempo lungo la strada. Neppur un istante abbiamo perduto. Ma Fangs non ha potuto radunare tutta la greggia che dopo l’ultimo tocco della compieta.»

«Se poi il fallo è di Fangs» soggiunse Cedric volgendosi a Gurth «è duopo ammazzarlo, e provedersi d’un altro cane.»

«Salvo sempre il rispetto che vi è dovuto, o mio zio» tornò a parlare il buffone «neanche questa si chiama giustizia. Qual colpa ha Fangs, se non ha potuto far sentire la persuasione del suo morso agli animali ch’egli dovea raccozzare? La colpa è di chi gli ha levati i denti davanti, alla quale operazione, se lo consultavano, per dio! non si sarebbe prestato.»

«Strappare i denti al cane d’un fra miei servi!» sclamò il Sassone preso da subitaneo furore. «Chi è il ribaldo che osò farmi simile oltraggio?»

«Il vecchio Uberto, il boscaiuolo di ser Filippo Malvoisin. Costui trappolò il povero Fangs nella foresta; e gli saltò in mente che questa bestia desse la caccia al daino, contravvenendo ai diritti del signore del bosco, e…»

[32]
«Vadano al diavolo Malvoisin e il suo boscaiuolo. Insegnerò io ad entrambi che a termini della patente dei boschi, la caccia di queste foreste è libera. Per ora basta così. Andate ai vostri posti. E tu, Gurth, provedi un altro cane, e ardisca il boscaiuolo tentar la seconda! Mi prendo sul mio capo tutte le imprecazioni che si scagliano contro i vigliacchi, se non gli taglio l’indice della mano destra, sicchè non possa mai più scoccare una freccia. Vi chiedo scusa, miei degni ospiti, ma sono attorniato da tai confinanti, i quali, vel giuro, ser cavaliere, non valgono nulla meglio degl’Infedeli, contro cui vi siete cimentato in Terra Santa. Oh! la cena è imbandita. Prendetene la vostra parte, e scusate se meglio non vi ho potuto servire.»

Ma per vero dire, tal era quella imbandigione che non obbligava a scuse chi la offeriva. E se la tavola bassa non presentò che porco, o lesso o arrostito o abbrustolato, la mensa d’onore in compenso vedeasi copiosissima e di polli e di salvaggiume d’ogni specie, e di focacce e di torte empite di giulebbi e di frutta e mele. Certi piccoli uccelli detti di becco gentile non venivano già messi in tavola su i piattelli, ma infilzati tuttavia ne’ loro schidoni, i paggi li porgevano a mano a mano ai convitati che se ne prendean quanta parte tornava a lor grado. Un bicchiere d’argento stava dinanzi a ciascun personaggio di riguardo, gli altri, com’era di uso, bevevano entro tazze d’osso.

Ognuno s’accigneva al lavoro della mensa, allorchè d’improvviso il maggiordomo, sollevando il suo bianco bastone, gridò ad alta voce «Fate luogo a lady Rowena!» E fu un tempo medesimo l’aprirsi una porta situata ad un lato del pulvinare, e comparire la Lady, accompagnata da quattro ancelle. Cedric, comunque, nè forse gratamente, sorpreso al vederla giugnere in sì fatta occasione, fu presto ad andarle incontro, e rispettosamente la condusse fino al seggiolone postogli a mano diritta, sede assegnata alla padrona di casa. Ognuno parimente si alzò in piedi per riceverla, ed ognuno con silenzioso saluto corrispose quello che in graziosi modi ella volse ai convitati. Rowena prese adunque il solito luogo; ma non si era per anco seduta, che il Templario susurrò all’orecchio del Priore: «Non pretendo più portare al torneo la vostra collana d’oro e fate conto sul vino di Chio che ho perduto.»

«Non vel diss’io?» rispose parimente sotto voce Aymer. «Ma moderate il vostro impeto. Il Franklin vi sta osservando.»

Poco badò a tale avvertimento Bois-Guilbert, il quale avvezzo a non conoscere d’altre leggi fuorchè il proprio volere, non partì mai gli occhi dalla bella Sassone, che forse il ferì tanto più, perchè scorse in lei tal genere di vezzi, differenti affatto da quelli che l’Oriente gli aveva offerti ad ammirare.

ROWENA

[33]
Non mancandole alcuna delle proporzioni che abbelliscono il suo sesso, la statura di Lady Rowena, non troppo alta, era tale che ben si addiceva agli altri pregi della persona. La bianchezza della sua carnagione abbagliava la vista, e ad un tempo la nobiltà de’ lineamenti le toglieva quell’aria di scipitezza, di cui peccano d’ordinario le donne bianche soverchiamente. Due sopracciglia del color di castagno faceano leggiadramente arco a due begli occhi azzurri, che parean creati così per accendere come per ammollire, ed atti egualmente ai modi del comando ed a quelli della soave preghiera. Laonde mentre la dolcezza sembrava l’ordinaria espressione di quella fisonomia, scorgevasi ad un tempo che la consuetudine di comandare e ricevere omaggi, avea impresso nell’animo di lei quanta sublimità bastava a temperare la mansueta pieghevolezza d’indole sortita dalla natura. Le sue lunghe chiome, nel colore non dissimili dalle sopracciglia, scendeano in copiose anella, alla cui architettura certamente l’arte contribuì; fra queste anella brillavano preziose gemme, e la lunghezza naturale conceduta per intero a quella capigliatura, annunziava la chiarissima origine della nobile Sassone. Le ornava il collo una catenella d’oro, da cui pendeva un picciolo reliquiario dello stesso metallo. Ignude le braccia, e fregiate di smaniglie, il suo abbigliamento stavasi in una sottovesta, ed in una gonnellina di seta d’un color verde pallido, sopra cui ondeggiava altra veste fornita di larghe maniche, che le scendeano soltanto al gomito. Era questa di un panno di finissima lana cremisina. Un tessuto d’oro e di seta le prestava ufizio di velo, congegnato in guisa che poteva coprirle il volto ed il seno all’usanza spagnuola, ovvero scenderle in leggiadro panneggiamento sugli omeri.

E in questo secondo modo allora se ne giovava. Ma accortosi come gli occhi del Templario stessero fisi, immobili sopra di lei con tale ardore, che sarebbersi detti due carboni infuocati e scintillanti in mezzo a nera fornace, portò il velo al viso con aria di dignità, atta a fargli comprendere che quel modo libero di contemplarla le dispiaceva. Cedric s’avvide di tal contegno di Rowena, e ne comprese tosto il motivo, onde voltosi al guerriero, sì gli disse: «Ser Templario, le guancie delle donzelle sassoni sono poco avvezze al sole, e non sanno sopportare le occhiate fisse d’un crociato.»

«Se errai» rispose ser Brian «vi chiedo scusa, vale a dire, chiedo scusa a lady Rowena, perchè la mia umiltà non può stendersi più oltre.»

«Lady Rowena» soggiunse il priore «ne ha castigati tutti nel voler punire l’arditezza del mio amico. Spero sarà men crudele ne’ giorni del grande torneo, ove, mi è grato il crederlo, avremo il piacere di vederla.»

«Gli è tuttavia incerto se noi v’andremo» disse allora Cedric. [34]«Non mi garbano troppo queste vanità, sconosciute ai miei padri allora ch’era libera l’Inghilterra.»

«Deh! non ci togliete la speranza di potervi indurre a venirci in nostra compagnia» risoggiunse il Priore. «Le strade sono mal sicure, e la scorta di un tal cavaliere qual è ser Brian di Bois-Guilbert non mi sembra da disdegnarsi.»

«Ser Priore» rispose il Sassone «fino al momento che vi parlo, se ho voluto viaggiare in questi dintorni, non ho mai avuto bisogno d’altra scorta oltre quella de’ miei fidi vassalli e della mia spada. Se noi risolviamo di condurci ad Ashby-De-La-Zouche nol faremo che in compagnia del nostro nobile confinante e compatriotto, Atelstano di Conisburgo, e ci faremo scortare da un seguito bastante per non temer i malandrini di ogni specie… Bevo alla vostra salute, ser Priore, e vi ringrazio per la cortesia dell’offerta. Gustate di questo vino. Spero non vi dispiacerà. Se per altro voi foste tanto rigido osservatore delle regole monastiche da preferire il latte, inacetito alla vostra usanza, posso farvene somministrare, nè pretendo obbligarvi che mi stiate a petto nel bere.»

«Oh!» sorridendo disse il Priore «gli è solo fra le pareti del convento che noi ci limitiamo al lac dulce et acidum. Trovandoci in mezzo al mondo sappiam conformarci alle sue costumanze. Quella bevanda adunque che è la vostra, sarà pure la mia nel corrispondere al vostro brindisi; e il latte inacetito lo lascerò ai miei fratelli laici.»

«Ed io» disse il Templario empiendo la propria tazza «porto un brindisi alla bella Rowena. Da che questo nome è conosciuto nell’Inghilterra, non ha mai meritato meglio un tale tributo. In fede mia! potrei perdonare al misero Vortigerno la perdita dell’onore e del regno cui egli soggiacque, se nell’antica Rowena fosse stata la metà dei vezzi che adornano la moderna.»

«Vi dispenso da tanta cortesia, ser cavaliere» rispose Rowena senza scoprire il volto per questo; «o, se volete farne uso, vi prego darne a noi una prova col fornirci le ultime notizie della Palestina. Per orecchi inglesi questo argomento ha maggior vaghezza di tutti i complimenti, cui v’addestrò la vostra educazione francese.»

«Si riducono ben a poco queste notizie» rispose Bois-Guilbert. «Vi dirò che si va confermando la voce d’una tregua fatta con Saladino.»

Allora entrò di mezzo Wamba, che già occupava il suo solito luogo, seduto sopra uno scanno, il di cui dorsiere vedevasi decorato da due orecchie d’asino, e posto dietro al seggiolone del Signore, che a quando a quando si ricordava di porgere qualche minuzzolo al buffone, concedendogli sia facoltà di prenderlo dal piattello stesso del padrone, [35]grazia talor compartita anche ai cani favoriti che ammessi venivano nella sala. Il nostro Wamba aveva dinanzi a sè un tavolino, e tenendo le calcagna sulla spranga della propria seggiola, parea non intento ad altro che alle vivande delicate, di cui lo presentava Cedric; pur non perdeva alcuna occasione che a lui si offerisse per adempiere agli ufizi della propria carica. Laonde alle ultime parole pronunziate dal Templario non si fece riguardo d’interromperlo, sclamando: «Queste tregue cogli Infedeli mi fanno ben venir vecchio!»

«Che vuoi tu dire con ciò o matto?» Gli chiese il padrone con quel tuono, che lo dimostrava inclinato a prendere in buona parte le costui facezie.

«Gli è perchè di queste tregue ne ho veduto conchiudere tre; e ciascuna d’esse doveva durar cinquant’anni. Per conseguenza, facendo bene i miei conti, adesso io debbo avere, almeno almeno, cencinquant’anni.»

Il Templario che riconobbe allora l’amico della foresta, si volse a lui immantinente: «Comunque sieno le cose, mi prendo io l’assunto che non morirete di vecchiezza, se un’altra volta vi prende il talento di trarre in inganno i viaggiatori smarriti, siccome usaste con noi questa sera.»

«Che ascolto? Sciagurato!» Sclamò Cedric. «Trarre in inganno i viaggiatori! Tu meriti le verghe, perchè questo, anzichè di pazzia, è un vero atto di malignità.»

«Vi prego, nostro zio, non vogliate impedire che la pazzia divenga protettrice della malizia. Io non ho commesso che un leggiero sbaglio, confondendo la mia mano destra colla sinistra. Ma tale sbaglio, può ben perdonarmelo chi prende un matto per guida e per consigliere. Io dico che costui commette un fallo più grande d’assai.»

Venne interrotto il colloquio dal giugner d’un paggio, il quale annunziò starsi alla porta uno straniero, che chiedeva ospitalità.

«Entri subito, chiunque egli sia» rispose Cedric. «In una tempestosa notte siccome è questa, anche le bestie selvagge cercano la protezione dell’uomo, che è il loro mortale nemico, e ciò fanno piuttosto che affrontare il furore degli elementi. Osvaldo, andate a vedere, ed abbiate cura che questo straniero non manchi d’alcuna cosa.»

Osvaldo uscì immantinente per eseguire gli ordini del suo padrone.

[36]

CAPITOLO V.
«E che? Un Ebreo non ha forse mani, organi, sensi, affetti, passioni? Che differenza dunque vi è tra lui e gli altri uomini? Non si nudriscono tutti degli stessi alimenti? Non temono tutti le ferite delle medesime armi? Non sono sottoposti alle stesse malattie, guariti dagli stessi rimedi, infreddati e scaldati da un comun verno, e da una state comune?»

Il mercante di Venezia.

Osvaldo, che non tardò ad essere di ritorno, avvicinatosi all’orecchio del padrone, gli disse: «Lo straniero è un ebreo, di nome Isacco d’York. Degg’io farlo entrare nella sala?»

Wamba, che nella vicinanza in cui trovavasi, udì la domanda, si fece a dire coll’ordinaria sua libertà: «Incarica Gurth di far le tue veci. Un guardiano di porci è il degno cerimoniere d’un ebreo.»

«Santa Maria!» sclamò il Priore facendo un segno di croce. «Un miscredente, un Ebreo dovrebbe essere ammesso alla nostra presenza?»

«Un cane d’Ebreo» disse nel tempo stesso il Templario «avvicinarsi a un difensore del Santo Sepolcro!»

«Per dio!» Entrò in mezzo Wamba; «se non m’inganno, i Templarii son più ghiotti delle sostanze che della compagnia degli Ebrei.»

«Chetatevi, miei degni ospiti» soggiunse Cedric; «non sia mai detto che nel mio castello si ricusi ospitalità a chicchessia. Poichè il Cielo ha sopportato per tanti anni la presenza di tutta intera la nazione giudaica non possiamo noi per poche ore sofferir quella d’un individuo di tale razza? Non per ciò alcuno di questa assemblea sarà obbligato a conversare seco, od a mangiare in sua compagnia. Si può dargli una tavola a parte; a meno che» sorridendo aggiunse «que’ signori forestieri del turbante non volessero riceverlo in brigata con loro.»

«Ser Franklin» prese a dire il Templario «i miei schiavi saracini sono buoni Mussulmani, e disprezzano gli Ebrei quanto possa farlo qualunque Cristiano.»

«In fede mia!» sclamò Wamba «non vedo il perchè i seguaci di Maometto abbiano da avere tanto vantaggio sovra questo popolo eletto di Domeneddio.»

«Lo metteremo a mensa con te, o Wamba» soggiunse Cedric; «un matto e un Ebreo sono fatti l’uno per l’altro.»

[37]
«Ma il matto» replicò Wamba «saprà alzare un bastione che impedirà d’avvicinarsi all’Ebreo» e ciò dicendo s’impadronì del resto d’un prosciutto che stava sopra la tavola.

«Silenzio!» disse Cedric «egli giugne.»

Introdotto con poche cerimonie, agitato da timore e da titubazione che gli si leggeano nella fisonomia, e facendo a più riprese profondissimi inchini per tutti i versi, si avvicinò all’estremità inferiore della tavola un vecchio magro e d’alta statura, comunque il continuo abito di curvarsi glie l’avesse in tal qual modo accorciata. Vivaci e regolari ne erano i lineamenti, aquilino il naso, neri gli occhi e scaltriti, alta e corrugata la fronte; e la lunga barba, e i grigi capelli avrebbero prestato un aspetto venerando a costui; ma consideratane in ogni parte la fisonomia, annunziava questa con troppo evidenza, com’egli apparteneva ad una razza, che fu nel durare di quel secolo d’ignoranza abborrita da un popolo credulo e pieno di pregiudizi, e perseguitata da una nobiltà ingorda e invidiosa delle altrui ricchezze, odio e persecuzione, che, com’è da credersi, diedero agli Ebrei un’indole loro propria, i cui principali distintivi erano, per non dir peggio, la viltà e la cupidigia.

Le sue vesti, che, a quanto appariva, furono danneggiate assai dalla pioggia, si stavano in un grande mantello scuro sovrapposto a tonaca d’un colore di porpora carico. Portava stivaloni foderati di pelliccia, un cinturino da cui pendeano un piccolissimo coltello da caccia ed un calamaio. Il suo berrettone era giallo e d’una particolare forma riquadra, tal quale prescrivevasi in allora agli Ebrei per distinguerli dai Cristiani. Ma questo berrettone ei si levò rispettosamente nell’atto di entrare.

L’accoglienza trovata in quel momento da Isacco fu di tal natura, che avrebbe avuto onde consolarsene il più inviperito nemico della tribù d’Israele. Cedric, comunque l’Ebreo il salutasse più d’una volta con rispettosissimi modi, non gli rispose fuorchè con un gesto, indicandogli ch’ei potea sedersi alla tavola bassa, ove però non fu alcuno che gli volesse dar luogo; anzi ad ogni lato d’essa cui presentavasi, facendo il giro in modo di supplichevole, ciascuno sporgea in fuori i gomiti, e si stringea contro al vicino, e i servi sassoni, continuando a gustare di buon appetito la loro cena, non si prendevano nessun fastidio della fame che tribolava l’uom sopraggiunto. I frati laici della comitiva del Priore faceano grandi segni di croce riguardando con santo orrore costui che a lor giudizio era un intruso, e i Saracini quando l’ebber da presso, arricciando disdegnosamente i mustacchi, portarono la mano al pugnale, siccome ultimo espediente ad evitare la lordura, di cui la vicinanza dell’Ebreo li sozzava.

Gli è probabile che Cedric, mosso da quelle cagioni medesime, [38]per cui volle si aprissero le porte del suo castello a questo figlio d’un popolo disgraziato da Dio, avrebbero anche dato ordine alla sua ciurma di accoglierlo con minore scortesia; ma per mala ventura dell’Ebreo, il nostro Sassone stava allora tutto assorto in una discussione nata di recente col Priore sulle differenti razze de’ cani, e sulla convenevolezza del confonderle, argomento da cui Cedric non potea naturalmente disviarsi per saper se un Ebreo sarebbe o no andato a letto a digiuno.

Mentre Isacco ricevea da questa brigata un trattamento, pari a quello che la sua proscritta nazione otteneva da tutti i popoli della terra, la sola persona cui mettesse compassione lo stato di quel tapino fu quella stessa che sotto la cappa del cammino vedemmo seduta ad una picciola tavola avvicinatagli onde mangiasse intanto che si rasciugava. Immantinente alzatosi il pellegrino, sì gli disse: «Vecchio, prendi questo luogo, i miei abiti sono asciuttati, e vedo i tuoi ancor molli d’acqua; io son sazio e tu devi aver fame.» Detto ciò, raccolse i tizzoni sparsi nell’immenso spazio di quel focolare, e pose egli stesso sulla picciola tavola quanta parte di vivande poteva occorrere a sfamare l’Ebreo; poi, senza aspettarne i ringraziamenti, andò a collocarsi all’estremità inferiore della sala, o avesse egli qualche ragion particolare di cambiar luogo, o quello dov’era gli sembrasse per allora troppo vicino ad un oggetto, cui tutta era volta la sua benevolenza.

Se fosse vissuto a quei giorni un pittore capace di dipingere con naturalezza gli atteggiamenti diversi di quegl’individui, non v’ha dubbio, che avrebbe trovato un eccellente modello per raffigurare sotto umane spoglie il Verno in quel Giudeo, curvo dinanzi al fuoco, e sollecito di appressarvi le mani increspate e tremebonde ed inteso ad asciugare le stillanti sue vesti. Poichè questi si fu alquanto riscaldato, sedette innanzi alla sua picciola mensa, e cenò con un’apparenza d’appetito e di soddisfazione, da cui bene scorgeasi quanto necessaria fosse a lui quella cena.

Intanto che Cedric e il Priore continuavano la loro dissertazione intorno i cani, lady Rowena conversava con una delle sue ancelle, e l’altero Templario, volgendo a vicenda gli occhi, or sulla bella Sassone, or sull’Ebreo, parea meditasse alcuna cosa rilevante per proprio conto.

«Mi fa maraviglia, degno Cedric» dicea in quel tempo il Priore, «come ad onta della predilezione in che avete il vostro idioma, certamente vigorosissimo, non abbiate fatto grazia al francese-normanno per quei vocaboli che appartengono alla caccia. Non credo esservi lingua, che prevalga sopra l’ultima nel poter offerire voci variate ed acconce ad esprimere quante idee presenta questa gradevolissima fra l’arti del diletto.»

[39]
«Venerabile Priore» soggiunse Cedric «vi rispondo non curarmi punto di tai parole ricercate che vengono d’oltremare. Non ho bisogno di esse per gustare i piaceri della caccia nelle nostre foreste.»

«L’idioma francese» entrò allor in campo il Templario, adoperando quel tuono prosontuoso e autorevole che gli era sì famigliare «non è solamente l’idioma proprio della caccia; esso è parimente quello dell’amore e della guerra, atto così a cattivarsi il cuor delle donne leggiadre, come a spargere il terrore fra gli inimici.»

«Ser cavaliere» fu pronto allora Cedric nel rispondergli «colmate la vostra tazza e quella del Priore, e permettete intanto ch’io risalga ad un tempo rimoto da noi per trent’anni. Tal quale era a quei giorni Cedric, egli non aveva d’uopo di frascherie francesi per farsi ben intendere all’orecchio di giovane donna, e i campi di Northallerton possono far fede se il grido marziale de’ Sassoni fu inteso per mezzo alle file dell’esercito scozzese, quanto il possa essere quello del più ardimentoso fra i baroni Normanni. Viva la memoria de’ prodi, che combatteron in quella giornata! Fatemi ragione, diletti miei ospiti» e colmato in ciò dir fino all’orlo un nappo di vino, continuò con ardor sempre crescente. «Sì: quell’innalzamento di scudi fu ad ognor memorando, cento bandiere sventolavano su i capi di quei famosi guerrieri; il sangue sgorgava da ogni banda a torrenti, nè v’era chi non preferisse la morte alla fuga. Un bardo sassone avrebbe nominato la festa delle Spade un tal giorno; o l’adunamento dell’aquile che si lanciavano sulla lor preda, e avrebbe detto quel suon di guerra più soave all’orecchio che non i canti festevoli d’un convito nuziale. Ma i nostri Bardi or più non vivono, e le nostre imprese vanno a perdersi in quelle d’un’altra schiatta. Persin la nostra lingua, il nostro nome persino, stanno sul punto di spegnersi, nè rimane che un vecchio abbandonato da tutti» accennando sè stesso «a gemere tale sciagura. Coppiere, paggi[6], empite i bicchieri. Su via, ser Cavaliere. Vivano i prodi in armi! Vivano, qualunque ne sia la patria e la lingua, vivano i valorosi campioni, che danno oggidì maggiori prove di coraggio nel combattere per la Croce!»

«Parrà forse tropp’alto questo dire in uomo insignito di tale simbolo venerabile» e intanto Bois-Guilbert accennava la croce ricamata sul suo mantello. «Ma a chi fra i difensori dell’augusto vessillo potrebbe concedersi la palma, se non è ai miei generosi fratelli d’armi, ai campioni del Santo Sepolcro, ai prodi cavalieri del Tempio?»

«Ai cavalieri ospitalieri» soggiunse il Priore: «ho un fratello in quest’ordine.»

[40]
«Non m’intendo avvilire la loro fama» disse il Templario «ma credo…»

«Credo nostro zio» soggiunse interrompendo Wamba «che se Riccardo Cuor-di-Leone avesse avuto bastante giudizio per far a modo d’un matto, sarebbe rimasto in casa propria co’ suoi buoni Inglesi, e avrebbe lasciato l’onore di liberare Gerusalemme a questi bravi cavalieri, chè essi in fatti toccava più da vicino tale faccenda.»

«Nell’esercito inglese adunque» si fece a chiedere Rowena «non eravi alcun guerriero, il cui nome meritasse di stare a confronto de’ cavalieri del Tempio e degli altri di S. Giovanni?»

«Perdonatemi, leggiadra signora» rispose il Templario; «il monarca inglese condusse con sè molti prodi, i quali non cedevano in valore se non se a quelli che furono il perpetuo baluardo di Terra Santa.»

«I quali non cedevano a nessuno» sclamò il pellegrino, avvicinatosi quanto basta per intendere tali discorsi, che diè a divedere quanto il movessero ad impazienza. In quel momento tutti gli sguardi in lui si conversero, ma non era possibile distinguerne i lineamenti del volto, nascosto superiormente sotto le larghe ale di quel gran cappello, e nella parte inferiore coperto dal mantello entro cui con grande cura avvolgeasi.

«Sostengo» replicò il pellegrino con tuono forte e fermo di voce «che i cavalieri inglesi dell’esercito di Riccardo non la cedevano a nessuno di quanti sguainarono la spada in difesa di Terra Santa. E dico di più, che dopo la presa di san Giovanni d’Acri, il re Riccardo aperse un torneo, ove cinque cavalieri si cimentarono contro qualunque assalitore, e che in quella giornata ognun d’essi fece mordere la polvere a tre antagonisti, fra i quali si trovarono sette cavalieri del Tempio; e ser Brian di Bois-Guilbert sa meglio d’ogn’altro com’io dica la verità.»

Non vi sono espressioni bastanti a dipignere la rabbia che annuvolò maggiormente il volto non mai sereno del Templario all’udire tai detti. Preso da furore e da confusione ad un tempo, come senza volerlo portò la convulsa mano all’elsa della sua spada, e l’avrebbe sguainata, se non gli fosse tosto suggerito alla mente, che un atto di violenza in quel luogo non poteva andar impunito. Cedric, consentaneo alla sua indole rettissima e franca, e per l’altra parte poco uso ad abbracciare diverse idee in un istante medesimo, giubilò tanto in udendo le lodi de’ propri concittadini, che non s’avvide del furore venuto ad invasare il suo ospite.

«Pellegrino» sclamò egli «ti fo dono di questa smaniglia d’oro, se mi sai additare i nomi de’ valorosi cavalieri, che con tanta dignità sostennero l’onore dell’Inghilterra.»

Pellegrino, esclamò egli, ti fo dono di questa smaniglia d’oro, se mi sai additare i nomi de’ valorosi cavalieri, che con tanta dignità sostennero l’onore dell’Inghilterra.

[41]
«Io ve gli additerò senza l’uopo di ricompensa, chè ho fatto voto sino ad un tal dato tempo di non toccare oro giammai.»

«Porterò la smaniglia per voi, se volete» soggiunse tosto il buffone.

«Il primo d’essi così per onore come per grado e coraggio era il prode Riccardo, re d’Inghilterra.»

«Gli perdono» disse allora Cedric «gli perdono se discende dal tiranno Guglielmo.»

«Il secondo il conte di Leicester, il terzo ser Thomas Multon di Gislandia.»

«Almen quest’ultimo vanta origine Sassone!» sclamò tutto trionfante Cedric.

«Il quarto ser Foulk Doily.»

«Sassone questi ancora, almeno da lato di madre» interruppe Cedric, che lo ascoltava con avida attenzione, e che in favore de’ trionfi riportati dai suoi isolani condotti da Riccardo dimenticava in parte l’odio concetto contro i Normanni.

«Il quinto ser Edwin Turneham.»

«Vero Sassone per l’anima di Hengist!» sclamò Cedric, che non capiva in sè pel contento. «E il sesto! qual era il nome del sesto?»

«Il sesto» rispose il pellegrino dopo una pausa che parve ei facesse per raccogliere la sua mente «il sesto era un giovane cavaliere, men famoso, men distinto degli altri, e fu accolto in quella nobile comitiva per compirne il numero anzichè qual soccorritore all’impresa.»

«Ser pellegrino» disse allora Bois-Guilbert «dopo esservi ricordato sì bene di tant’altre cose, questa smemorataggine viene un po’ tardi per tornarvi di giovamento. Ebbene! Pronunzierò io medesimo il nome del cavaliere, innanzi a cui la fatalità della mia lancia, e un passo falso del mio cavallo, mi costrinsero a ripiegare. Questi fu il cavaliere d’Ivanhoe, nè alcuno ve n’era fra gli altri cinque, che in sì verde età avesse acquistata più rinomanza. Nondimeno sosterrò, promulgherò ad alta voce, che s’egli oggi si trovasse vicino a me, e volesse giostrar meco nel torneo che sta per aprirsi, gli concederei qualunque vantaggio d’armi, nè temerei perciò sfavorevole a me l’esito della tenzone.»

«S’egli si trovasse vicino a voi» rispose il pellegrino «non esiterebbe un istante ad accettare la vostra disfida. Ma nel presente stato di cose gli è inutile turbar la pace di questo albergo con menar vanti sul successo d’una pugna, che voi ben sapete non poter accadere. Se mai Ivanhoe facesse ritorno dalla Palestina, m’offro mallevadore io medesimo, che verrà vosco al paragone dell’armi.»

«Buon mallevadore!» rispose il Templario. «Qual è il pegno che date di ciò?»

[42]
«Questo reliquiario» soggiunse il pellegrino presentando all’istante una scatoletta d’avorio di prezioso lavoro; «questo reliquiario entro cui si racchiude un minuzzolo di legno della vera croce, che io portai meco dal monastero del monte Carmelo.»

Il Priore di Jorvaulx fece tosto il segno del cristiano, nel che lo imitò il rimanente della brigata, eccetto l’Ebreo, i Maomettani e il Templario. Costui non dando alcun indizio di aver per cosa santa quella reliquia, si tolse una catenella d’oro dal collo, che gettò nel mezzo della tavola, sì dicendo: «Il Priore conservi questo mio pegno insieme all’altro di quello sconosciuto vagabondo; e valga ciò ad autenticare, che se mai il cavaliere d’Ivanhoe metterà piede nell’Inghilterra, gli farà d’uopo corrispondere alla disfida di Brian di Bois-Guilbert; disfida che s’ei non accetta, scriverò il nome di lui come quello d’un vile su tutte le pareti delle commende del Tempio in Europa.»

«Non avrete sì fatta briga» soggiunse Rowena, rompendo improvvisamente il silenzio. «Poichè in questa sala niuna voce s’innalza a favore d’Ivanhoe assente, si farà ascoltar la mia. Affermo che questo cavaliere non ricuserà mai verun cartello d’onore, e se la mia debole guarentigia valesse a crescer prezzo all’inestimabile pegno offerto dal devoto pellegrino, interporrei a mallevadori il mio onore e il mio nome, nel sostenere che Ivanhoe non ricuserà il cimento di cui dimostra tanta vaghezza questo cavaliere orgoglioso.»

Una folla d’affetti che lottavan fra loro nell’animo di Cedric, lo ridussero al silenzio nel durare di una tal discussione. L’orgoglio di lui soddisfatto, il risentimento, e la perplessità si pigneano a vicenda sulla fronte del Thane, e l’un di questi sentimenti all’altro si succedea come nuvole che urtate da impetuoso vento si risospingono. In questo mezzo, tutti i servi, ne’ quali l’udire il nome del sesto cavaliere avea prodotto un effetto siccome elettrico, stavano immoti e cogli sguardi curiosamente fissi sul loro padrone; il quale solamente all’udire gli accenti di Rowena parve ricordarsi d’improvviso che il tacere oltre non gli s’addicea.

«Nobile Rowena» soggiunse «tal parlar vostro non è convenevole. Se fosse d’uopo d’altri pegni, io medesimo, comunque giustamente sdegnato contro mio figlio Ivanhoe, farei il mio onore mallevadore del suo; ma nulla manca al pegno della disfida, anche adattandosi alle regole bizzarre della normanna cavalleria… Non è egli vero, priore Aymer?»

«Verissimo;» questi rispose: «la santa reliquia, e la preziosa catena verranno deposte nel tesoro del nostro convento, e vi rimarranno inviolabili fin all’esito della disfida.»

A tai detti facendo nuovamente il segno della croce, Aymer consegnò il prezioso reliquiario a frate Ambrogio, uno de’ monaci del suo seguito, e con minori cerimonie, e forse con più interno soddisfacimento, [43]mise le catenella in una saccoccia, che foderata di pelliccia profumata aprivasi sotto il suo braccio sinistro. — «Nobile Cedric» soggiunse indi «il vostro vino è tanto squisito, che mi fa risonare all’orecchio il concerto di tutte le campane del mio convento. Permettetene di portare un brindisi a lady Rowena, poscia di ritirarci per prendere alcun poco di riposo.»

«Per la verga di Bromholme, ser Priore» rispose il Sassone «voi dismentite la vostra fama. Mi si facea creder esser voi tal uomo da lasciar sonare il mattutino innanzi separarvi dal fiaschetto, e m’accorgo che a malgrado de’ miei anni non siete buono di starmi a petto. In fede mia quando era giovane, un fanciullo sassone di dodici anni non si sarebbe tolto sì presto da tavola.»

Il Priore non senza buone ragioni persistette nel sistema di temperanza, cui volle in quella notte adattarsi. Non solamente per un dovere di sua professione, egli si credeva obbligato a mantenere la pace, ma abborriva per indole ogni litigio. Fosse poi mosso tale abborrimento da carità verso il prossimo, o da amor per sè stesso, non si saprebbe dirlo, ma forse tal sua prudenza derivava da entrambe le ridette cagioni. Ei temè in tal momento, e il temperamento impetuoso del Sassone, e l’indole prosontuosa e disdegnosa del Templario, che ne avea dato più d’una prova non terminassero finalmente con qualche scoppio sgradevole. Con molto accorgimento pertanto ei si spacciò facendo osservare che in una gioconda lotta di fiaschetti non era prudente cosa il rischiare il proprio capo contro quello d’un Sassone, si lasciò sfuggire lievemente alcuni detti che si riferivano al carattere sacerdotale di cui era insignito; poi conchiuse insistendo sulla convenevolezza di ritirarsi.

Fu dunque somministrata in giro l’ultima tazza; indi gli stranieri, dopo avere inchinati profondamente Cedric e Rowena che si ritrassero prendendo una porta di fondo nell’appartamento, s’accinsero a seguire i servi, incaricati di condurre ciascuno nelle stanze assegnategli.

«Cane di miscredente» disse il Templario nel passar da vicino all’Ebreo «non vai tu alla giostra?»

«Tale è il mio divisamento, nobile e venerabile Cavaliere» rispose Isacco che umilmente lo salutò.

«Tu ci vai senza dubbio per divorare colle tue usure le viscere de’ nobili, e per mettere in rovina le donne vendendo loro frascherie d’ultima usanza. Scommetto che sotto quel gran mantello tu nascondi un sacco pieno, zeppo di Shekel[7].»

«Nemmeno un solo!» sclamò il Giudeo incrocicchiando ambo le [44]mani, e inchinandosi. «Nemmeno una monetuccia d’argento! Ne chiamo in testimonio il Dio d’Abramo, e se mi trasferisco ad Ashby, gli è per implorare soccorso da alcuni fratelli della mia tribù onde poter pagare la tassa cui m’ha assoggettato lo Scacchiere degli Ebrei[8]. Non m’assista Giacobbe se mento! Io sono un uomo rovinato. E fino il mantello che porto, ho dovuto farmelo imprestare da Ruben di Tadcaster.»

Sorrise amaramente il Templario.

«Il cielo ti dia quella maledizione che è dovuta agli sfrontati mentitori tuoi pari!» E detto ciò allontanossi, quasi vergognando di rimaner più a lungo con esso. Raggiunti di poi i suoi schiavi Saracini, diede loro alcuni ordini in una lingua straniera che le persone vicine non potevano intendere. Il nostro Isacco rimase tanto stordito per le cose dettegli dal Templario, che stava tuttavia curvato nella postura la più umile, mentre Bois-Guilbert era già fuori della sala. Laonde allora quando sollevò il capo, l’Ebreo aveva la fisonomia d’uomo attonito e instupidito dal fragor di una fulgore scoppiata a’ suoi piedi.

Il Priore ed il Cavaliere vennero condotti ciascuno negli appartamenti loro assegnati, avendo a guida l’intendente e il coppiere, preceduti da due servi che portavano torce, e seguiti da due altri, carichi di reficiamenti, caso che nella notte ne fosse occorso il bisogno a quegli ospiti. Servi d’un grado inferiore furono quelli che indicarono, e agli uomini di seguito di que’ due personaggi, e agli altri forestieri, le stanze ove avrebbero passata la notte.

Attraversato un piccolo corritojo e saliti sette gradini ciascun de’ quali non era che una grossa trave di legno, si trovò ad un tratto nell’appartamento di Lady Rowena. pag. 46.

[45]

CAPITOLO VI.
«Mi salvò le sostanze, e forse anche la vita;

«Con qual cortesia saldiam questa partita.

«Accetta? Avrommi lode d’uom di buon cuore

«Ricusa? tanto meglio! serbai borsa ed onore.»

Shakspeare.

Il pellegrino, al lume di una torcia portata da un servo che lo precedea, attraversava i corritoi di questo vasto ed irregolare edifizio, allorchè gli fu alle spalle il coppiere dicendogli «che se non lo sgomentiva il bere una tazza d’eccellente idromele, lo seguisse in una stanza: avrebbe ivi trovato in congrega lo stato maggiore della famiglia stipendiata da Cedric, tutti vogliosissimi di saper notizie della Palestina e quelle soprattutto che riguardavano in particolare il cavaliere d’Ivanhoe.» Wamba, sopraggiunto in quell’istante, lodò la proposta, aggiungendo «che una tazza d’idromele sonata mezzanotte, ne valea tre dopo il coprifuoco.»

Astenendosi dal mettere in dubbio una verità pronunziata da quell’uom sì autorevole, il pellegrino ringraziò quelle persone dell’usatagli compitezza; ma soggiunse altresì «aver fatto voto di non parlare innanzi ai servi di quelle cose sulle quali i padroni non volevano che alla lor presenza si discutesse.» Gli è da sapersi che quando Cedric mandò in bando il proprio figlio, proibì ad ognuno pronunziarne il nome al suo cospetto.

«Un voto di tal natura» disse Wamba al coppiere «non sarebbe mai stato fatto da un uomo della nostra classe!»

Osvaldo si strinse nelle spalle in aria di persona scontenta, e disse all’orecchio di Wamba: «Io aveva intenzione di alloggiare costui in una stanza vicina alla mia; ma poichè si mostra tanto scompiacente verso i Cristiani, lo metterò a canto all’Ebreo. Anwold» diss’egli al servo che portava la torcia. «Conducete il pellegrino alla parte di fabbrica posta ad ostro. Vi auguro la buona notte, ser pellegrino, e vi ringrazio della vostra cortesia.»

«Sia con voi la Beatissima Vergine!» rispose senza scomporsi il pellegrino, e seguì senza più fermarsi la propria guida.

Giunto ad un’anticamera, cui mettevano molte porte, e schiarita da una piccola lampada di ferro, gli si parò innanzi la prima ancella di Rowena, dicendogli con tuono autorevole, che la sua padrona bramava parlar secolui. Tolta indi la torcia dalle mani d’Anwold, intimò [46]a questo di aspettarla ivi, facendo cenno di seguirla al pellegrino; il quale non giudicò da rifiutarsi questo invito siccome quello di Osvaldo; e benchè i primi moti dello straniero lo annunziassero sorpreso, ubbidì nondimeno senza farsi lecita veruna osservazione.

Attraversato un picciolo corritoio, e saliti sette gradini, ciascun de’ quali non era che una grossa trave di legno, si trovò ad un tratto nell’appartamento di lady Rowena, la magnificenza del quale corrispondeva al rispetto, che alla donna ragguardevole usavasi dal signor del castello. Ne coprivano le pareti tappezzerie ornate di oro e di seta, che rappresentavano argomenti di caccia, espressi con quella maestria, che lo stato dell’arti a quei dì permettea. D’una simile tappezzeria vedeasi fregiato il letto, che guernivano cortine color di porpora. Sontuosi cuscini soprastavano a quelle seggiole, e una d’esse a bracciuoli e più alta dell’altre avea dinanzi a sè uno sgabello d’avorio di bizzarro lavoro.

Davano lume all’appartamento quattro torcie di cera, conficcate in altrettanti candelabri d’argento. Ciò nullameno le donne leggiadre de’ nostri giorni non si avvisassero di portare invidia alla magnificenza d’una sassone principessa. Perchè le mura di tale stanza erano sì piene di crepature, e sì mal rinzaffate, che le tappezzerie si movevano ad ogni lieve spirar di vento, e la fiamma delle torce, anzichè salire perpendicolare, ondeggiava or da un lato or dall’altro come la banderuola d’uno stendardo. Perciò, comunque gli arredi fossero magnifici, e mostrassero tanto buon gusto quanto il secolo ne permettea, nulla vi si trovava delle cose che contribuiscono all’agiatezza, il qual genere di lusso essendo allora sconosciuto, il difettarne non produceva molestia.

Lady Rowena, dietro cui stavano tre ancelle, e una di queste intesa a metterle i capelli in aggiustamento da notte, sedea sulla specie di trono testè descritto, e detta sarebbesi una regina in atto di ricevere l’omaggio de’ sudditi. Nè dal tributarle omaggio si ristette il pellegrino, che piegò il ginocchio dinanzi a lei, sollecito però più che mai di coprirsi col suo mantello.

«Alzatevi, pellegrino» ella gli disse: «chiunque prende la difesa dell’uomo assente ha diritto di vedersi ben accolto dagli amici della verità, dagli ammiratori d’ogni nobil coraggio. Ritiratevi» soggiunse indi alle ancelle «desidero rimanermi sola col pellegrino.»

Senza partirsi dall’appartamento, quelle donne si ridussero all’estremità opposta, sedendo sopra un banco collocato contra il muro, e fattesi mute siccome statue, benchè situate a tal distanza dalla loro padrona che avrebbero potuto parlare a mezza voce senza tema d’essere intese.

«Pellegrino» disse Rowena dopo un momento di silenzio; nel [47]durar del quale sembrava pensasse al modo di cominciare l’intertenimento. «Voi questa sera pronunziaste un tal nome…. Il nome d’Ivanhoe» e nel ripetere la stessa voce sembrava facesse un grande sforzo a sè medesima. «E lo pronunziaste in un castello, ove, giusta le leggi della natura, dovrebbe essere un diletto l’udirlo; e dove nondimeno per una sequela di dolorose circostanze non può essere profferito che non ecciti in più d’un cuore sensazioni affliggenti, e di natura diversa fra loro. Una sola interrogazione ardisco farvi: ove trovavasi egli, qual n’era il destino quando voi abbandonaste la Terra Santa? Noi qui sapemmo che il cattivo stato di sua salute lo rattenne in Palestina dopo la partenza dell’esercito inglese, e sapemmo parimente che sofferse persecuzioni dalla fazion de’ Francesi, cui diconsi affezionati i Templari.»

«Conosco assai poco il cavaliere d’Ivanhoe» rispose con tremante voce il pellegrino «e ben vorrei conoscerlo maggiormente, o nobil donzella, poichè il suo destino vi sta a cuore. Pure mi è noto che sottrattosi alle persecuzioni dei suoi nemici, egli era sul punto di ritornare nell’Inghilterra, ove s’egli abbia qualche speranza d’esser felice, voi lo saprete meglio di me.»

Mandò un profondo sospiro Rowena, fattasi indi a chiedere il quando a un dipresso Ivanhoe avrebbe riveduto la patria, e se gravi pericoli gli sovrastavano durante il viaggio. Rispose il pellegrino non essere in suo potere il dare schiarimenti consentanei alla prima interrogazione, e quanto alla seconda, assicurò che non vi erano pericoli da temersi per chi tornando da Terra Santa tenea la strada di Venezia, di Genova, poscia della Francia. «Ivanhoe» aggiunse egli «conosce tanto bene la lingua e le usanze francesi che non corre alcun rischio nell’attraversare questo regno.»

«Piacesse a Dio» sclamò Rowena «ch’ei fosse giunto, e giunto in istato di portar l’armi nel torneo che sta per aprirsi, bell’arringo ai Cavalieri di questa terra per pompeggiare di lor destrezza e valore! Oh se mai Atelstano di Coningsburgo vi riportasse il premio, chi sa quali novelle, e a lui forse sgradevoli, riceverebbe Ivanhoe appena toccati i lidi della sua patria! Come stava egli l’ultima volta che lo vedeste? l’infermità ne aveva ella scemate le forze? Era egli molto cambiato?»

«Lo dicevano più smunto e fatto più bruno che non compariva allor quando giunse da Cipro col seguito di Riccardo. Diceasi parimente che gli si leggevano in fronte gli affanni del cuore; ma io vi narro quel che mi fu raccontato. Ivanhoe… non lo conosco.»

«Oh come temo che giunto alla sua terra non troverà molti motivi di sbandire il duol che lo preme! Vi son grata, buon pellegrino, d’avermi dati schiarimenti sul compagno di mia fanciullezza. Accostatevi» volgendosi alle ancelle «e offerite all’uom pio la bevanda del riposo, non voglio intertenerlo più lungamente.»

[48]
Elgitta presentò una tazza di vino condito di mele e droghe alla sua padrona, che prima a gustarne, la offerse indi al pellegrino, ed egli alcune stille ne bebbe.

«Accettate questa elemosina» gli disse «siccome un contrassegno del mio rispetto verso i luoghi santi che visitaste.»

Il pellegrino ricevè tal dono, salutando la donatrice con profonda umiltà, indi si ritrasse preceduto da Elgitta, che il ricondusse fino all’anticamera.

Ivi trovò Anwold, il quale prendendo la torcia di mano all’ancella, lo condusse con maggior fretta che cerimonie ad una parte di quell’edifizio pressochè diroccata, ed assegnata per alloggiarvi ai servi d’infimo grado, e agli ospiti di condizione più abbietta.

Giunti in un lungo e stretto corritoio, in cui era posto l’ingresso di molte picciole stanze o a dir meglio cellette, Anwold indicò al pellegrino quella che stavagli apparecchiata.

«In quale di queste stanze alloggia il Giudeo?» domandò il pellegrino.

«Quel cane di miscredente» rispose l’altro «alloggia nella stanza posta a sinistra della vostra. Per san Dunstano! converrà, cred’io, continuare un anno raspandola e stropicciandola prima che vi possa più alloggiare un Fedele.»

«E qual è la stanza di Gurth?»

«Del porcaiuolo? L’avete a mano diritta; che vi tocca esser linea di separazione fra un guardiano di porci ed un circonciso, scarto, com’io lo giudico, di tutte le dodici tribù d’Israele. Ben più onorevolmente vi avremmo collocato, se vi foste mostrato più compiacente all’invito di Osvaldo.»

«Sto benissimo così; nè la vicinanza d’un Ebreo può portarmi lordura a traverso una grossa parete di rovere.»

Dette tai cose entrò nella miserabile celletta indicatagli, e presa la torcia di mano al servo lo ringraziò augurandogli la buona notte. Indi spinta colle mani la porta, la quale, siccome tutte l’altre, non avea che un saliscendi per chiuderla, piantò la torcia entro un gran candeliere di legno, fattosi indi a riguardare intorno le suppellettili di quella stanza di riposo. Nè potevan queste essere più semplici, riducendosi ad uno sgabello di legno e ad un letticciuolo formato di tavole mal connesse, e giuncato di paglia fresca su cui erano distese alcune pelli di pecora che facevano l’ufizio di coperte.

Spenta la torcia il pellegrino, si gettò su questa verissima cuccia, senza spogliarsi di nessuna maniera, e dormì, o almeno vi rimase coricato, sintantochè i primi raggi dell’aurora s’introducessero nella stanza pei buchi d’una finestruccia fatta a grata, ed ottima per condurre [49]il fresco e la luce ad un tempo. Si alzò in allora, e recitata la preghiera del mattino, uscì di quella stanza, ed entrò senza fare strepito, ed alzandone con cautela il saliscendi, nella contigua dell’Ebreo.

Sdraiato costui sopra un letticciuolo simile affatto a quello del pellegrino, dormiva inquietissimo sonno, tenendosi sotto la testa quella parte di vestimenta da lui spogliate, meno per valersene a guisa di capezzale che per tema di vederle al suo destarsi sparite. Gli si leggea il turbamento sulla fronte, ed agitava le mani come uom che lotti coll’incubo. Faceva esclamazioni ora in ebraico, ora nel novello idioma mescolato d’inglese e di normanno, in mezzo al quale guazzabuglio il pellegrino potè raccapezzare tai detti: «In nome del Dio d’Abramo, risparmiate un miserabil vecchio! Non ho un solo shekel al mondo! Potreste anche mettermi in quarti, nè per ciò avrei modo di soddisfarvi.»

Il pellegrino, senza aspettare che la visione dell’Ebreo fosse finita, gli diede una spinta col bordone per risvegliarlo, il quale scotimento ruvido anzichè no, e la presenza, allora inaspettata d’un uomo, gli fe’ credere di continuare ancora in un sonno che a lui parea cosa vera. Rizzatosi dal letto a metà, e sollevandosegli ad un ad uno sul capo i grigi capelli, afferrò le vestimenta, che si tenea strette fra le mani con quell’ardore onde un falco ghermisce cogli artigli la preda, indi con quegli occhi vivacissimi, in cui terrore e sorpresa stavano impressi, diedesi a guardar fiso l’uom sopraggiunto.

«Non temete, Isacco, d’alcuna cosa. Io qui venni qual vostro amico.»

«Il buon Dio d’Israele ve ne rimeriti!» disse l’Ebreo che allora soltanto incominciò a respirare. «Mi parea… ah! lodato sia Abramo! Non era che un sogno. Ma voi….. che affari potete aver voi sì di buon’ora con un povero Ebreo?»

«Vengo per dirvi che se non v’affrettate subito a partire, il vostro viaggio non andrà immune da pericoli.»

«Dio di Mosè! E chi può trovare il suo conto a mettere in pericolo un povero sfortunato qual mi son io?»

«Questo è quello che potete sapere voi meglio di me. La cosa unica di cui posso accertarvi, si è che ieri sera il Templario, attraversando la sala del banchetto, e parlando saracino, linguaggio a me cognitissimo, ordinò a’ suoi Mussulmani di spiar l’istante che uscireste del castello, indi seguirvi, e impadronendosi della vostra persona, condurvi prigioniere nel castello di ser Filippo di Malvoisin, ovvero nell’altro di ser Reginaldo di Frondeboeuf.»

Gli è impossibile dipingere al giusto il terrore da cui fu invaso l’Ebreo all’udire tanto tremenda notizia, che il fe’ tramortito. Un sudor freddo ne ricoperse la fronte, gli caddero prive di moto le braccia, chinò il [50]capo sul petto. Dopo brevi istanti ciò nondimeno potè sopra sè medesimo tanto d’abbandonare il letto, ma questo sforzo lo estenuò interamente. Gli tremavano sotto le ginocchia, e i suoi nervi e muscoli avevano, parea, perduto il vigore e la naturale loro virtù; laonde cadde a’ piedi del pellegrino, non come uomo che si prostra mosso da riconoscenza o rispetto, ma a guisa da chi è tratto bocconi da una forza superiore cui non abbia modo alcun di resistere.

«Potente Dio d’Abramo!» furono questi i primi accenti ch’ei pronunziò sollevando al cielo le scarne mani, mentre il suo capo toccava ancora la terra «o santo Mosè! o beato Aronne! Non sognai io dunque, nè vana fu la visione che ebbi! Sentii gli strumenti della tortura che mi laceravano il fianco, siccome l’aratro rompe in passando le glebe, ove sorsero altra volta le città dei figli d’Ammone.»

«Alzatevi, Isacco, ed ascoltatemi» soggiunse il pellegrino, che lo guardava con quell’occhio di compassione non negata neanco alle persone meritevoli meno di stima. «Non è privo di fondamento il terrore che concepiste, ripensando soprattutto al modo onde i nobili ed i principi usarono co’ vostri fratelli per l’avidità di impadronirsi de’ loro tesori; ma alzatevi, ve lo replico; v’indicherò una via di salvezza. Vi è per altro d’uopo involarvi tostamente da questo castello, e profittare del sonno in cui è immerso ciascuno. Io vi condurrò a traverso della foresta per segreti sentieri, a me noti quanto il possano essere al boscaiuolo medesimo; non mi dipartirò da voi se prima non avrete ottenuto un salvocondotto da alcuno fra o baroni o capi, che si trasferiscono al torneo, e la cui protezione voi avrete del certo modi per guadagnarvi.»

È da notarsi, che allorquando ai primi detti del pellegrino, l’Ebreo travide qualche speranza di sottrarsi al Templario, cominciò a levarsi direm quasi pollice a pollice dal suolo ove giaceva supino, tanto che si trovò sulle sue ginocchia, tenendo al pellegrino conversi tai sguardi espressivi, che indicavano rincoramento e timore non disgiunti da diffidenza. Ma all’udire le ultime parole, s’impossessò di lui tutto lo spavento di prima, sicchè tornò a cadere prosteso col volto a terra.

«Io aver modi di guadagnarmi la protezione d’alcuno! mio Dio! Per ottenere la protezione d’un Cristiano l’Ebreo non ha che una sola strada, e come trovarla io povero tapino, che le altrui avanie hanno ridotto all’indigenza d’un Giobbe?» Allora, come se la diffidenza avesse in costui vinti tutti gli altri sentimenti, sclamò d’improvviso: «Ah per l’amor di Dio! buon figliuolo, per l’amore di questo padre onnipotente degli Ebrei e dei Cristiani e delle generazioni così d’Israele come d’Ismaele, per l’amore di questo Dio, non mi tradite! Io non ho modo di comperar protezione dal più povero fra i mendicanti cristiani, volesse questi concedermela ancor per un soldo.» Dopo tale scongiuro sorse [51]una seconda volta da terra, e afferrato il mantello del pellegrino, si diede di nuovo a contemplarlo in tuono umile e supplichevole. Questi si ritirò d’alcun passo, quasi pauroso, come lo erano a que’ giorni i Sassoni e Normanni, che la troppa vicinanza di costui li lordasse.

«Quand’anche tu portassi addosso tutte le ricchezze della tua tribù» soggiunse sprezzantemente il pellegrino «quale sarebbe interesse in me di pregiudicarti? L’abito che porto non ti accenna forse abbastanza che ho fatto voto di povertà? Nel lasciarti, io non avrò d’uopo che d’un cavallo e d’un saione di maglia. Nè creder già che mi mova alcuna vaghezza della tua compagnia, o ch’io pensi a vantaggiarne in qualsisia maniera. Rimani, se ciò meglio t’aggrada. Cedric il Sassone può concederti la sua protezione.»

«Egli non vorrà saperne, nè mi permetterà, ne son certo, il viaggiare fra le persone del suo seguito. Sassoni e Normanni son tutti la stessa cosa nel disdegnare i poveri Ebrei. Per altra parte, attraversar solo i dominii di Malvoisin e di Reginaldo Frondeboeuf dopo le sconsolanti notizie che voi mi deste!… Buon figliuolo, verrò con voi, affrettiamoci, stringiamo i nostri cinturini, e fuggiamo. Ecco il vostro bordone. Perchè ancora esitate?»

«Io non esito punto,» rispose il pellegrino, sorridendo fra sè della fretta che la paura metteva a quel suo futuro compagno. «Ma vedo bene che ne fa d’uopo assicurarci i modi d’uscir del castello. Seguitemi.»

In questa il condusse nella stanza di Gurth, ch’ei si era fatto indicare, nè ciò avrà dimenticato il leggitore, la sera innanzi. «Gurth» gridò egli «alzati ad aprire la porticella di soccorso, e fammi uscire insiem coll’Ebreo.»

Gurth, il quale dall’ufizio suo, cotanto vile a’ dì nostri in Europa, ritraea nell’Inghilterra Sassone tanto spicco, quanto bastò a rendere famoso in Itaca il pastore Eumeo, si trovò punto dal tuono imperioso che inver lui assumeva quel pellegrino.

«Che ascolto?» diss’egli sollevandosi sul gomito senza abbandonare il letto per questo «l’Ebreo vuol partire sì di buon’ora da Rotherwood, e un pellegrino va in sua compagnia?»

«Gli è quanto io pur sospettai» soggiunse Wamba entrando in quell’istante medesimo «che costui se ne sarebbe andato portandone via un mezzo prosciutto.»

«Sia com’esser si voglia» ripigliò a dire Gurth posando nuovamente il capo sul pezzo di legno che gli tenea vece di capezzale «l’Ebreo ed il Cristiano avranno la bontà di aspettare che si apra la porta comune. Noi non comportiamo che i nostri ospiti sfumino dal castello sì di buon’ora e quasi di soppiatto.»

«Sia com’esser si voglia» replicò con fermo tuono il pellegrino «io vi dico che non mi ricuserete quanto vi chiedo.»

[52]
Nel medesimo tempo, inclinandosi al letto del porcaiuolo, gli susurrò all’orecchio alcune parole in lingua sassone, che quando Gurth ebbe intese, mostrò esultanza; ma fu presto il pellegrino a portarsi un dito alle labbra: «Bada bene, o Gurth, bada bene. Tu hai fama d’uomo prudente. Aprine la porticella, e maggiori cose saprai.»

Obbedì Gurth, e in tuono sommesso e contento s’avviò col pellegrino alla porta di soccorso, seguito dall’Ebreo e da Wamba, che faceano entrambi le meraviglie su di tal cambiamento istantaneo di deliberazioni venute nel porcaiuolo.

«E la mula!» Sclamò l’Ebreo giunto alla porticella. «Senza la mia mula non posso partire.»

«Vanne in traccia» disse il pellegrino a Gurth «e conducine una anche per me, onde io possa tenergli dietro sino a che abbia abbandonati questi dintorni. Sarà mia cura giunto ad Ashby il rimettere le due bestie fra le mani d’alcuno fra i seguaci di Cedric…. E ascoltami.» Le altre cose furono dette con voce tanto sommessa, che il solo Gurth potè intenderle.

«Volentieri» rispose Gurth. «Sarete puntualmente ubbidito» e tosto partì in cerca delle mule.

«Quanto mi piacerebbe» disse Wamba, partito che fu il suo collega «se m’avessero insegnato tutte le cose che s’insegnano a voi pellegrini di Terra Santa!»

«Che cosa c’insegnano? A far orazione, a pentirci de’ nostri peccati, a digiunare, a mortificare la carne…»

«E’ bisogna ben credere che v’insegnino ancora altre cose…. Vogliam forse dire che le vostre preci e la vostra contrizione abbiano mosso Gurth ad aprirvi la porta di soccorso? È egli un merito di digiuni e di mortificazioni se v’ha prestata la mula del suo padrone? Se tutti i vostri espedienti si fossero ridotti a questi, v’assicuro ben io che tanto v’avrebbe fruttato di volgervi ad un de’ suoi porci.»

Intanto dall’altra parte della fossa comparve Gurth che conduceva due mule. I viaggiatori passarono sopra una specie di ponte levatoio, non più largo dello spazio di due assi parallelamente congiunte, nè più larghi erano la picciola porta e lo sportello, aperti nel palizzato esterno che conduceva entro il bosco. Non appena l’Ebreo fu presso della sua mula, s’affrettò a collocar sulla sella un sacco di traliccio turchino, che fin allora avea tenuto celato con grande studio sotto il mantello, e ciò seguendo soggiunse: «Vi sta l’occorrevole per cambiar di vestito, non altra cosa.» Montato in sella con maggior vivacità che non l’avrebbero dato a credere i suoi anni, fu sollecito oltre ogni dire di aggiustar quel fardello per modo che rimanesse celato ad ogni sguardo.

Dopo che i due viaggiatori ebbero camminato alcune ore senza profferir parola, il pellegrino ruppe il silenzio. — Vedi tu quella grande quercia, morta per metà di vecchiaja? — Ivi finiscono i dominii di Front-de-Boeuf…. pag. 54.

[53]
Men prontezza in montare sulla sua mula mostrò il pellegrino, e all’istante del partire porse la sua mano a Gurth, che un rispettoso bacio v’impresse. Indi lo stesso Gurth seguì coll’occhio i due viaggiatori sintantochè gli alberi della foresta non tolsero a lui questa vista, ed anche allora parea si sforzasse cercarla, quando lo tolse dai suoi pensieri la voce di Wamba.

«Ma sai tu, amico Gurth, che in questa mattina hai date prove d’una cortesia tutta nuova! Mi prenderei quasi assunto di camminare a piedi nudi come quel pellegrino, perchè poi tu mi servissi con eguale zelo. Io pure ti darei volentieri la man da baciare.»

«Ti dirò che non sei tanto pazzo, il mio Wamba, benchè tu non ragioni che secondo le apparenze; ma gli è poi quello che anche i più saggi fra gli uomini fanno. Oh! gli è tempo ch’io pensi al mio gregge» e detto ciò, rientrò, seguito dal suo compagno, in castello.

Intanto i due viaggiatori si allontanavano con una rapidità ben atta a provare da quai timori fosse tribolato l’Ebreo, perchè gli è ben raro che uomini giunti in quell’età amino forzar tanto le loro corse. Il pellegrino, che si dimostrava pratico d’ogni sentiero il men conosciuto di quella foresta, lo condusse per traversi solitarii e selvaggi che si sarebbe creduto non gli avesse mai calcati uman piede; onde l’Ebreo venne più d’una volta in timore, che il divisamento del giovane pellegrino fosse quello di consegnarlo in cattive mani.

E a dir vero la natura di que’ tempi rendea perdonabile tal diffidenza. Eccetto il pesce volante che trova nemici in tutt’e due gli elementi, non v’erano forse individui nell’intero regno della natura, i quali fossero bersaglio ad una persecuzione tanto generale, e sì costante e crudele quanto i miseri Ebrei. Sotto pretesti i più lievi, ed in uno i più sragionevoli, o coll’appoggio d’ingiuste ed assurdissime accuse, e le persone e le sostanze loro erano in balìa del furor popolare. Normanni e Sassoni, Danesi ed Inglesi, comunque genti fra lor nimicissime, gareggiavano d’accanimento contra un popolo, che parea fosse un merito e un religioso debito l’insultare, il vilipendere, il perseguir, lo spogliare. I re di schiatta normanna, e i nobili independenti, che nel commettere atti arbitrari teneano le regali orme, usavano in oltre contro di questa schiatta sfortunatissima un altro genere di cattivi trattamenti ridotti a calcolato sistema, e che aveano per suprema ragione la cupidigia. È conosciuta la barbarie del re Giovanni, il quale tenendo rinchiuso in uno de’ suoi castelli certo Ebreo assai facoltoso, gli faceva ogni giorno strappare un dente per ridurlo sotto questo martirio a pagare una somma esorbitante, che il tiranno da lui pretendeva e che l’infelice pagò finalmente, quando si vide sguernita una metà di mascella. Il poco d’argento monetato ch’era in paese trovavasi fra le mani di questo popolo perseguitato; [54]onde la nobiltà non si stava dall’imitare gli esempi del Monarca, mettendo a contribuzione gli Ebrei, e adoperando contr’essi ogni specie di vessazione, e perfino il tormento della tortura. Ciò nullameno la sete del guadagno inspirava ai figli d’Israele tal coraggio a sofferire i patimenti, che li traeva a sfidar pericoli ed ogni spezie di mali onde conseguire tutti gl’immensi profitti, per altra parte sperabili da una contrada ricca di sua natura quanto lo è l’Inghilterra. E ad onta di sì fatte persecuzioni, e di una corte speciale, con nome di scacchiere degli Ebrei, instituita a solo fine di tassarli arbitrariamente e spogliarli de’ loro averi, questa genia smodatamente moltiplicava, e perveniva a grandi ricchezze coll’espediente inventato di trasmettersi vicendevolmente somme rilevanti per via di cambiali; perchè ad essi e a tal circostanza, siccome narrasi, è debitore il commercio del trovato delle cambiali, che loro agevolavano i modi di far passare i capitali da un paese all’altro. Per lo che quando in un paese si vedeano minacciati d’un’oppressione da non potersi più tollerare, assicuravano i propri tesori con sì fatto stratagemma che altrove li trasportava.

Così aperta in tal qual modo una lotta tra l’ostinazione e la cupidigia degli Ebrei per una parte, e il fanatismo e la tirannide dei Grandi della nazione per l’altra, si aumentava il numero dell’anzidetta gente in proporzione di sofferte avanie. E se le ricchezze immense che largiva loro il commercio, cimentavano il più delle volte a gravi rischi i Giudei, altre volte anche accadea che procacciassero ad essi una certa prevalenza, e modi di assicurarsi un dato grado di protezione. Tale essendo il tenore della costoro esistenza, ne addiveniva in essi quel miscuglio di carattere timido, inquieto, sospettoso e ostinato ad un tempo, inflessibile e fertile nell’inventare astuzie, atte a liberarli dai pericoli che li circondavano.

Dopo che i due viaggiatori ebbero camminato alcune ore senza profferir parola, il pellegrino ruppe il silenzio — «Vedi tu quella grande quercia, morta, per metà di vecchiezza? Ivi finiscono i dominii di Frondeboeuf. Gli è lunga pezza che non siamo più sul territorio di Malvoisin. Laonde ti trovi fuor del pericolo che i tuoi nemici t’inseguano.»

«Possano, perchè non m’arrivino» soggiunse l’Ebreo, sollevando al cielo gli sguardi «fracassarsi le ruote de’ lor carriaggi, come accadde all’esercito filisteo. Ma voi, buon pellegrino, deh! non m’abbandonate. Ben v’è noto che fra i miei persecutori si trovano quel feroce, quel selvaggio Templario, e gli schiavi suoi saracini, poco rileva del luogo ove in me si scontrassero. Costoro non rispettano nè territorii nè signori di territorii.»

«Qui però» tornò a dire il pellegrino «è il sito ove dobbiam separarci. L’abito che ho indosso non mi permette di rimanere più [55]lungo tempo di quanto il voglia necessità, in compagnia d’un Ebreo. Per altra parte, come potrebb’egli un pacifico pellegrino difenderti contra due uomini armati?»

«Oh prode giovine! So ben io che potete difendermi, e son certo che lo farete. Comunque mi vediate povero, posso ricompensarvi, non dirò con danaro perchè ne son privo, e ne attesto il mio gran padre Abramo, ma…..»

«Già mi spiegai abbastanza ch’io non voglio da te nè danaro nè ricompensa. Quanto poi alla tua inchiesta… ebbene! sia come brami. Ti accompagnerò e ti difenderò anche, se sarà d’uopo, perchè finalmente non vedo che si possa imputare come delitto ad un Cristiano il difendere dalla violenza d’un Saracino un altr’uomo, sia questi pur anche Ebreo. Noi non siamo lontani dalla città di Sheffield. Ti condurrò dunque fin là. Ivi rinverrai, non ne dubito, qualcuno de’ tuoi fratelli per ricoverarti.»

«Oh! che la benedizione di Giacobbe piova sopra di voi, giovine valoroso! Troverò a Sheffield il mio congiunto Zareth, da cui spero ottener modi per continuare senza pericoli il mio cammino.»

«Andiamo dunque, e giunti colà ci divideremo: non ci rimane più che una mezz’ora di strada.»

Mezz’ora che fu da entrambi trascorsa in un perfetto silenzio; perchè il pellegrino disdegnava di parlare, senza che ve ne fosse il bisogno, all’Ebreo, nè questi ardiva volgere primo il discorso ad un uomo, che a motivo del pellegrinaggio fatto in Palestina godeva innanzi al pubblico gli stessi privilegi di chi è in concetto di santo. Fermatosi sull’altura d’un poggio — «Ecco Sheffield» disse il pellegrino ad Isacco, additandogli le mura della città. «Qui dobbiam separarci.»

«Ma non prima che abbiate accettati i ringraziamenti del povero Ebreo, poichè non oso pregarvi che m’accompagniate alla casa del mio parente Zareth. Egli potrebbe mettermi in grado di compensare il servigio che mi prestaste.»

«Deggio ancora ripeterti, che non voglio ricompensa? Se però riandando la lunga lista de’ tuoi debitori credi per amor mio di risparmiare i ferri e la prigionia a qualche sfortunato Cristiano di questo novero, lo avrò in conto di larghissima ricompensa.»

«Aspettate, aspettate!» sclamò l’Ebreo tenendolo pel mantello. «Vorrei fare alcuna cosa di più che fosse immediatamente gradevole a voi. Dio sa che Isacco è povero, e null’altro che un mendicante della sua tribù. Nondimeno…. Mi perdonerete voi se indovino la cosa che in questo punto bramereste di più?»

«Quand’anche tu la indovinassi non potresti darmela, a meno che non fossi ricco altrettanto quanto pretendi essere creduto povero.»

[56]
«Pretendo! Mio Dio! gli è che lo sono di fatto, nè solamente povero, ma assassinato, rovinato, indebitato, in somma la creatura più miserabile che viva su questa terra. La crudele rapacità de’ miei persecutori non mi lasciò nè mercanzie, nè danaro, nè suppellettili, nulla in fine di quanto io possedeva. Con tutto ciò ho l’onore di dirvi che posso procurarvi la cosa or più desiderata da voi: un cavallo di battaglia ed un’armatura da cavaliere.»

Altamente commosso dalle parole ultime il pellegrino, si volse con vivacità all’Ebreo, domandandogli: «Chi può averti inspirata una tal congettura?»

«Poco monta il chi e il come» rispose sorridendo il Giudeo. «Negatemi ch’ella sia giusta… Dunque, se ho indovinato il vostro bisogno, sappiate ancora che ho il modo di soddisfarlo.»

«Ma e può venirti in mente, che sotto queste mie vesti?…»

«Oh! Oh! conosco i Cristiani, e so bene non esservi uom nobilissimo fra essi, che mosso da spirito di superstizione religiosa disdegni prendere il bordone, mettere zoccoli, e andar piè scalzo a visitare il sepolcro di colui….»

«Giudeo» sclamò con grand’impeto il pellegrino, «guardati, vivadio! dal bestemmiare.»

«Perdonate; parlai inconsideratamente, lo vedo. Del restante ieri sera e sta mane ancora, vi siete lasciato sfuggire certe parole, che furono per me come la scintilla uscita della pietra focaia, scintilla che fa prova del metallo racchiuso entro la selce[9]. So di più che questa vostra veste di pellegrino nasconde una catenella d’oro, quali son soliti portarle i cavalieri. Ne ho veduto poche ore fa lo splendore quando vi stavate chino sopra il mio letto.»

Non potè ritrarsi dal sorridere il pellegrino. «Se un occhio indagatore, siccome il tuo, sperimentasse la propria finezza per entro quelle tue vesti, farebbe cred’io a sua volta qualche scoperta.»

«Non parlate così» disse l’Ebreo cambiando colore, indi dato di piglio al calamaio colla fretta di chi vuol troncare un discorso che non gli garba, ne trasse la penna e un foglietto di carta rotolata su di cui si pose a scrivere senza discendere della sua mula ed essendogli leggìo la parte superiore del suo berrettone. Terminato ch’ebbe, consegnò il biglietto scritto in ebraico al pellegrino, sì dicendogli: «Tutta la città di Leicester conosce il ricco Ebreo Kirgath Jairam di Lombardia. Portategli questo scritto. Egli ha da vendere sei armature di Milano [57]fine sì, che la inferiore di esse non disdirebbe ad un principe, e dieci cavalli da guerra, dei quali il men bello sarebbe degno d’un re che andasse a dar battaglia per assicurarsi del trono. Voi potrete scegliere l’armatura e il cavallo che vi converranno meglio, e domandare in oltre al mio corrispondente qualunque altra cosa di cui abbisognaste mai nel torneo. Vi sarà data. Dopo la giostra gli restituirete fedelmente il tutto, semprechè in allora non foste in istato di pagarne il prezzo.»

«Ma, Isacco» soggiunse il pellegrino, «t’è forse ignoto che in un torneo, l’armi e il cavallo del vinto appartengono al vincitore? Tale è la legge di questo genere di combattimenti. Se avessi quindi sfortuna, non potrei nè restituire nè pagare le cose avute.»

L’Ebreo impallidì soprappreso dall’idea di questa contingibile combinazione. Ma poi fattosi nuovamente coraggio: «No, no, no,…» sclamò «Questo è impossibile….. O almeno non voglio pensarci!…. La benedizione del nostro celeste padre starà sopra di voi. La vostra lancia sarà forte, lo spero, come quella di Gedeone.»

Dette le quali cose ei volgea la testa della sua mula alla parte di Sheffield; ma il pellegrino a sua volta lo prese per una falda del mantello: «Isacco» gli disse «tu non conosci ancora tutti i rischi a cui ti commetti. Supponi che l’armatura si sconci, che il cavallo rimanga ferito o morto; perchè certamente se fo tanto di trasferirmi al torneo, non risparmierò nè l’armi nè il corridore. La gente della tua tribù, ti è noto, non dà nulla per nulla. L’uso almeno delle cose prese ad imprestito dovrei pagarlo!»

L’Ebreo si contorse sopra la sella, com’uom tribulato da un accesso di collica: ma i sentimenti che lo animavano in quell’istante vinsero gli altri a lui più abituali. «Poco rileva» diss’egli «poco rileva… Lasciatemi partire. Se qualche danno accadrà, non dovrete pagarlo voi. Kirgath Jairam vi presterà senza interesse quanto vi sarà necessario, e ciò per amore del suo concittadino Isacco. Addio!… Ascoltatemi,» aggiunse tornando addietro «abbiate cura di non cimentarvi troppo nel calor della mischia. Risparmiate… non dico tanto l’armatura e il cavallo… ma la vostra vita, giovane valoroso. Addio.»

«Ti ringrazio del tuo consiglio» il pellegrino rispose. «Profitterò della tua cortesia, nè sarà colpa che della cattiva sorte se non mi verrà fatto di dartene il guiderdone.»

Allora si separarono, entrando ciascuno per diversa strada in Sheffield.

[58]

CAPITOLO VII.
«Vedi in bell’ordin molti cavalieri,

«Cui maggior turba di scudier fa scorta;

«E chi d’essi le lancie, chi i cimieri,

«Qual le corazze, qual gli scudi apporta;

«Squillan le trombe. All’armi orsù guerrieri!

«L’alba foriera a voi di lauri è sorta.

«Scalpita impazïente il palafreno,

«E fa prova di cor rodendo il freno.

Vecchia ballata.

Lo stato della nazione Inglese a quei giorni era misero oltre ogni dire. Il re Riccardo mancava dal suo paese, chè lo tenea prigioniero la dura politica del duca d’Austria. Ignoto era lo stesso luogo di sua cattività, e il destino di lui non sapeasi che in confuso dalla maggior parte de’ suoi sudditi gementi sotto l’oppressione d’ogni genere di tirannidi subalterne.

Il principe Giovanni, collegato con Filippo di Francia, il giurato nemico di Riccardo, s’adoperava a tutta possa col duca d’Austria, onde prolungare la prigionia d’un fratello, che quanto gli avesse largheggiato di beneficenze dimenticò. Intanto affortificava la propria fazione nell’interno del reame, apparecchiandosi, allorquando fosse morto il Re, a disputarne il trono al legittimo erede Arturo, duca di Brettagna, figliuolo di Goffredo Plantageneto e fratello primogenito di Giovanni; usurpazione che in appresso tornò, come è noto, a seconda delle sue mire. Leggiera, licenziosa e perfida era l’indole di costui. Si fece partigiani non solamente coloro che, per la condotta avuta intanto che il re Riccardo era assente, doveano temerne il ritorno e la vendetta, ma eziandio quella numerosa classe di persone risolute ed indocili ad ogni freno di legge, che reduci dalle crociate, aveano portati in patria con tutti i vizi acquistati nell’Oriente un cuore indurito, e il divisamento di restaurare i danni sofferti ne’ lor patrimonii, restaurazione che speravano unicamente fra le turbolenze d’una interna sommossa.

A queste cagioni di pubblico disordinamento e disastro vuolsi aggiungerne diverse altre. Alcuni uomini tratti a disperazione dagli atti [59]oppressivi de’ feudatari, e dalla severità con cui venivano poste in pratica le leggi normanne intorno la caccia, s’erano uniti in bande, e conduceano sempre nelle foreste vita di cacciatori, sovente di malandrini, avendo in assoluto non cale l’autorità delle territoriali magistrature. E per parte loro i feudatari, affortificatisi ne’ loro castelli; e ognun d’essi prendendo tuono di sovrano ne’ piccoli suoi dominii, assoldavano bande non da temersi men delle prime, e inobbedienti alla legge quanto il possono essere masnadieri di professione. Or dunque, e per istipendiar quelle truppe che li facean forti, e per sostenere il proprio lusso, e per appagarsi di tutte le stravaganze in cui l’orgoglio lor li traeva, prendeano danaro dagli Ebrei, che sol con esorbitanti usure il fornivano; ulcere struggitore delle loro sostanze, cui non vedeano miglior rimedio dell’usar atti di violenza contro gli stessi creditori ogni qualvolta il destro se ne appresentava.

In tale stato di cose, grande era il patimento del popolo inglese, cui l’avvenire offeriva una prospettiva di mali anche maggiori. E quasi poche fossero le noverate calamità, aggiugneasi un morbo pericoloso e pestifero che regnava nel paese, la cui malignità veniva aggravata dall’immondezza delle classi inferiori, dall’insalubrità de’ loro alloggiamenti e de’ lor cibi. Molti perivano, e gli stessi sopravvissuti invidiavano ai defunti un destino onde ponean fine a sciagure, che minacciavano di aumentarsi.

Ciò nondimeno, in mezzo a tante accumulate calamità, così i nobili come il popolo avean tal vaghezza dei tornei, il grande spettacolo di questo secolo, quanta ne ha del combattimento de’ tori la plebaglia di Madrid, comunque talvolta presaga di coricarsi digiuna. Nè doveri da adempiersi, nè debolezza d’età o di sesso, nè infermità, rattenevano ogni sorte di persone dal trasferirsi a tai feste. La posta d’armi (così chiamavasi) che stava per aprirsi ad Ashby nella contea di Leicester, avea[10] per tenitori i campioni i più rinomati a que’ giorni nell’armeggiare, e dovea onorarla di sua presenza lo stesso principe Giovanni. Laonde niun pensava più che a questo giorno, arrivato il quale fu immenso nella mattina il concorso delle persone d’ogni età e d’ogni grado, condottesi nel luogo assegnato al torneo.

Romantico veramente era tal luogo. Ai confini di una foresta situata in mezzo alla valle d’Ashby, vedeasi una grande prateria ammantata di bellissima verzura, cui facea da un lato lembo la stessa foresta, dall’altro molte querce sparse qua e là e venute a smisurata altezza. Parea che natura avesse preparato quel terreno allo spettacolo marziale di cui [60]doveva essere arena, perchè d’ogn’intorno alzavasi questo in dolce declivo a guisa d’anfiteatro. Il vasto ed uniforme spianato che stava nel mezzo, campo della giostra, vedeasi cinto di forti palizzati. Quadrilunga ne era la forma, benchè gli angoli ne fossero stati ritondati per dare agli spettatori miglior agio di contemplare le pugne. A tramontana e ad ostro gli stessi palizzati avevano pel passaggio de’ combattenti due aperture chiuse da porte di legno, e larghe sì che due cavalieri potessero entrar per queste di fronte. Ad ognuna delle medesime stavano due araldi d’armi, accompagnati da sei trombetti e da un forte distaccamento di truppe intese a mantenere il buon ordine, e a ricevere i cavalieri al loro arrivo.

Sopra un pianerottolo innalzato dietro la porta situata ad ostro eran poste cinque tende magnifiche, ornate di banderuole brune e nere, colori scelti dai cavalieri tenitori del torneo. Dinanzi a ciascuna d’esse stava sospeso lo scudo del cavaliere, al quale apparteneva la tenda, e in guardia di questo lo scudiere messo in abito bizzarro, e di tale strana foggia che dipendea dal gusto del suo padrone. La tenda di mezzo, qual sede d’onore, era stata assegnata a ser Brian di Bois-Guilbert, accolto con premura fra i tenitori, ed elettone anzi capo, così per la sua rinomanza cavalleresca, come per essere collegato in amicizia coi cavalieri institutori di questa giostra. A sinistra della sua tenda si vedeano quelle di ser Reginaldo Frondeboeuf e di ser Riccardo Malvoisin; dall’altro lato la tenda di Ugo Glentesmenil, nobile barone di que’ dintorni, famoso per noverare fra’ suoi antenati un lord, che fu grand’intendente dell’Inghilterra sotto i regni del conquistatore, e del figlio di questo, Guglielmo il Rosso; poi la tenda di Ralph di Vipont, cavaliere dell’ordine di s. Giovanni di Gerusalemme, che possedeva antichi dominii ad Heather presso Ashby-De-la-Zouche. Uno spazio vuoto di trenta piedi di larghezza, messo dolcemente in pendio, guidava dalla porta dell’arena al pianerottolo su di cui stavano collocate le tende, ed era chiuso d’entrambi i lati da un palizzato, che circondava lo spianato posto rimpetto alle tende medesime.

Il predetto intervallo che dicemmo largo trenta piedi, conduceva alla porta di tramontana, terminando dall’altro lato in un grande ricinto chiuso nella stessa guisa, luogo de’ cavalieri che si offerivano quali assalitori. Più addietro erano alcune tende, sotto le quali stavano allestiti reficiamenti di tutte le sorta. Altre tende pur si vedeano per collocarvi gli armaiuoli, i maniscalchi e vari artigiani il cui ministerio poteva divenire opportuno. All’intorno dell’arena erano elevate logge temporanee, ornate di tappeti ove molte sedie coperte da cuscini vedeansi allestite per la nobiltà d’entrambo i sessi che voleva assistere a questo spettacolo militare. Un angusto spazio frapposto tra le logge e la lizza veniva occupato da spettatori del medio ceto e potea paragonarsi alle platee de’ nostri [61]teatri. La plebaglia empiea le vette della collina, alte abbastanza perchè chi vi si collocava potesse al di sopra delle logge dominare coll’occhio l’arena. Più centinaia di giovani in oltre scorgeansi appollaiati su i rami della prima fila degli alberi della foresta, e v’erano spettatori sin sulla cima d’un campanile che vedevasi di lì a qualche distanza.

Una loggia posta nel mezzo dal lato di levante meritava osservazione per essere e più alta dell’altre, e più riccamente adorna, e fregiata d’una specie di trono, sormontato da un baldacchino che presentava gli stemmi dell’Inghilterra. Scudieri, paggi, guardie, tutti vestiti di sfarzosi abiti, stavano in bell’ordine attorno a questa sede d’onore, preparata al principe Giovanni ed al suo corteggio. Di contro verso ponente si presentava altra loggia, non meno alta della prima, e se non era tanto sontuosa, certamente maggior eleganza e ricercatezza vi si scorgea che non in quella assegnata al principe. Donzelle e giovani paggi, fra i più leggiadri che si fossero rinvenuti, tutti ornati di fantastiche vesti di color verde e di rosa, accerchiavano un trono fregiato dei colori medesimi. Sul baldacchino che copria questo trono, sventolavano parecchie banderuole le cui imprese erano cuori feriti o infiammati, frecce, archi, turcassi ed altri comuni emblemi soliti a rimembrare l’amore. Un’iscrizione a grandi lettere dorate indicava come quel seggio si riserbasse alla reina della beltate et dello amore. Ma chi esser dovesse tale Reina tutti ancora ignoravano.

In questo mezzo, gli spettatori d’ogni grado si affrettavano a prendere le sedi che lor pertenevano, nè ciò accadde senza molti litigi per definire i diritti a ciaschedun competenti, litigi che per lo più e senza molte cerimonie venivano composti da uomini d’armi, i quali coi bastoni delle labarde menavano colpi alla cieca su i temerari che pretendevano appellarsi dai loro giudizi. Se però si presentavano persone di maggior distinzione, intervenivano gli araldi d’armi, e talvolta anche i due marescialli del torneo, William di Wivil e Stefano di Martival, che armati di tutto punto trascorrevano l’interno di quel ricinto per mantenere fra gli spettatori il buon ordine.

A poco a poco le logge s’empirono di nobili cavalieri, cogli abiti de’ quali pomposi ma pressochè uniformi, faceano gradevole chiaroscuro le acconciature eleganti e variate delle matrone, concorse ivi in maggior numero che non gli uomini stessi, comunque si fosse potuto credere che il ribrezzo di vedere scorrere umano sangue le avrebbe fatte schife di un tale spettacolo. L’intervallo posto fra le logge e la lizza si trovò colla stessa prestezza occupato affollatamente da borghesi ed arcieri, ed anche da nobili d’una classe inferiore, cui la modestia o la povertà impedivano il pretendere a sedi più distinte. Pur fu tra questi che insorsero le maggiori dispute di preminenza.

[62]
«Cane d’un miscredente!» disse un vecchio, la cui tonaca spelata faceva prova dell’indigenza di cui n’era vestito, come la spada e una catenella d’oro annunziavano le pretensioni ch’egli aveva alla nobiltà. «Osi tu toccare un Cristiano, un gentiluomo normanno, che ha nelle vene il sangue di Mondidier?»

L’uomo a cui volgeasi tal complimento era appunto quell’antico nostro conoscente, Isacco d’York, ma vestito questa volta d’abito sontuoso e magnifico; e si adoperava questi ad ottenere due posti avanti nelle logge, uno per sè, l’altro per la sua figlia. L’avvenente Rebecca dopo avere raggiunto ad Ashby il padre suo, lo teneva pel braccio, nè ella, e nemmeno Isacco, atterrirono poco o assai de’ modi brutali che usava questo discendente di Mondidier. Perchè gli è vero, che vedemmo in altra occasione e sommesso e vile l’Israelita; ma ben sapeva egli che in questo luogo non avea da temer cosa alcuna. Una festa pubblica, al cospetto di tutti gli ordini della nazione assembrati, non era tal occasione ove la malevolenza o la cupidigia d’un nobile fossero pericolose agli Ebrei. Perchè li sicurava primieramente la legge generale, e quand’anche questa non fosse stata assai salvaguardia per essi, accadea quasi sempre, che in sì fatte adunanze si trovassero alcuni baroni, propensi per motivi d’interesse ad assumere le giudaiche difese. Quanto ad Isacco poi, egli avea un’altra cagione di starsi tranquillo. Non ignorava che assister doveva al torneo il principe Giovanni, da cui era conosciuto di persona. Allora appunto il ridetto Principe negoziava cogli Ebrei per ottenere una insigne prestanza che voleasi assicurata sopra terreni, e guarentita in oltre col deposito di preziose suppellettili; e toccava ad Isacco somministrare la parte più forte di sì fatta prestanza; onde questi non dubitava che la brama di conchiudere un tale affare gli avrebbe ad ogni brutto evento procacciato un proteggitore nel Principe stesso.

Incoraggiato da simili considerazioni l’Ebreo, continuò a spignere e a dispensar gomitate al Cristiano normanno senza prendersi briga della discendenza ch’ei vantava, della religione, o del grado. Le lagnanze del vecchio nobile eccitarono l’indegnazion de’ vicini. Tra questi un arciero, uom vigoroso, e ben complesso, vestito d’un giustacuore verde, con pendaglio guernito d’una piastra d’argento, e che tenea in mano un arco alto sei piedi, e dodici frecce al suo cinturino, si volse di repente all’Ebreo, e manifestando tal collera, che gli fe’ rosso il volto comunque abbrunito da molti soli apparisse:

«Non dimenticarti» sclamò in anglo-sassone «che tu non sei nulla meglio di un ragno. Se le ricchezze che hai accumulate succhiando il sangue delle tue infelici vittime, ti facessero montare in boria, pensa che sol tenendoti nell’oscurità possiamo scordarci di te. Ma se ti mostri in piena luce, per Dio! ti stritoliamo. Non sei che un ragno.»

[63]
Tal discorso, cui sosteneva un tuon di voce minaccevole e fermo, fe’ abbassar non poco l’ali all’Ebreo, che certamente avrebbe fuggito alla presta una vicinanza tanto insalubre, se in quel momento gli sguardi d’ognuno non si fossero vôlti al principe Giovanni che entrava nell’arena, accompagnato da numerosa scorta di cavalieri, di cortigiani, e d’alcuni ecclesiastici che in ricercatezza di vesti ai cortegiani non la cedevano. Scerneasi fra questi il Priore di Jorvaulx, messo in tanta eleganza quanta gliene permettea l’ordine cui spettava, sfoggiando d’oro e di ricchissime pellicce il suo abito, e le punte de’ suoi stivali, conformandosi, persino con caricatura all’usanza ridicola di que’ giorni, gli risalivano sì fattamente all’insù, che gli toglievano ogni possibilità d’appoggiare il piè sulle staffe. Ma sì fatto inconveniente non lo era pel vezzoso nostro Priore, cui non dispiaceva, crediamo, tale occasione di dar saggio di sua destrezza nel cavalcare al cospetto di sì brillante assemblea, e soprattutto di quel sesso che ne facea il più bell’ornamento. Il rimanente del corteggio del principe Giovanni era composto de’ capi principali delle sue bande stipendiate, di molti baroni dediti alla rapina e al mal vivere, che erano l’ordinaria sua compagnia, e d’alcuni cavalieri, Ospitalieri e Templarii.

Osserveremo a tal luogo che gli anzidetti cavalieri venivano riguardati come nemici del re Riccardo, perchè entrambi questi ordini si erano posti dalla parte di Filippo di Francia nelle lunghe contese fra questo monarca e il re d’Inghilterra, contese di cui fu campo la Palestina. Pochi non sanno che a tal discordia de’ due sovrani vuolsi attribuire il niun frutto delle vittorie replicatamente riportate dal re Riccardo; quindi ne andarono a vuoto i tentativi operati per impadronirsi di Gerusalemme, e quindi gli allori di cui si coperse nulla meglio germogliarono d’una dubbiosa tregua ch’ei conchiuse con sultan Saladino. Conformandosi alle stesse politiche massime, che furon quelle dei lor confratelli di Terra Santa, i Templarii e gli Ospitalieri dell’Inghilterra e della Normandia, avevano abbracciata la fazione del principe Giovanni, ben lontani per conseguenza dal desiderare o il ritorno del re Riccardo nell’Inghilterra, o la coronazione d’Arturo, erede legittimo di Riccardo. Non di tale avviso erano le poche famiglie sassoni ragguardevoli che trovavansi tuttavia nell’Inghilterra; e il principe Giovanni, ben sapendo come queste fossero avverse alla sua persona, e a tutt’altro inclinate che a favorirne le pretensioni, contraccambiava le stesse famiglie d’odio e di disprezzo, nè risparmiava opportunità di procurare loro umiliazioni ed affronti. Nè più dei predetti nobili erano propensi al principe Giovanni i borghesi, presi da tema che un sovrano di tale tempera, dedito affatto alla licenza ed alla tirannide, fosse per gravitare con usurpazioni novelle su i diritti e i privilegi del popolo.

Seguìto dalla pomposa comitiva che descrivemmo, ammantato di [64]una veste ricamata d’oro, tenendo in pugno un falcone, e coperto il capo d’un ricco berrettone di pelliccia, cui fregiava un diadema di gemme, e fuor del quale uscivano con leggiadria le lunghe chiome increspate che sulle spalle ondeggiavangli, il principe Giovanni, cavalcando un palafreno grigio, ardente e brioso, caraccolava primo fra i suoi nel mezzo all’arena, e fermavasi dinanzi a ciascuna loggia fisando con occhio ardito quelle donne, che per la loro avvenenza si faceano più ammirare.

Que’ medesimi, che nella fisonomia di questo principe leggeano l’audacia della dissolutezza unita ad estrema alterigia, e ad una compiuta indifferenza su quel che gli altri pensassero di lui, non poteano negargli quella sorte d’avvenenza che deriva da regolarità di lineamenti, conformati in oltre dalla natura a presentar l’aspetto della sincerità e del candore; laonde avea l’arte di dare al volto l’espressione della cortesia, comunque si scorgesse alcun poco lo stento di nascondere i sentimenti abituali dell’animo suo. Tale ingannevole apparenza è creduta il più delle volte nobile franchezza, ned è in sostanza se non se sicurezza d’uomo sfrontato, che la ritrae da privilegio di nascita o di ricchezze, o da altri vantaggi esterni, a’ quali non curasi d’aggiugnere verun’altra sorte di meriti. Ma quanto alle persone non use ad esaminare sì da vicino le cose, e il numero di queste per lo più è di cento contr’uno, la ricchezza de’ gioielli e delle pellicce che ornavano il principe Giovanni, i suoi stivali di marocchino, gli speroni d’oro, la grazia del cavalcare erano bastanti argomenti per sollecitare le tumultuose acclamazioni della moltitudine.

Entrato appena nel ricinto il Principe, avea posto mente all’alterco cui diedero origine gli sforzi fatti da Isacco per collocarsi unitamente alla figlia nelle sedi assegnate agli spettatori di seconda classe, e conobbe tosto, finissima sendone la vista, l’Ebreo; ma gli occhi suoi si fermarono, ognuno se lo immagina, con maggiore intensione sulla leggiadra figlia di Sion, che sbigottita dal tumulto si stringeva al padre suo, costretto quasi a portarla di peso.

Anche agli occhi d’un intelligente abile, qual lo era il principe Giovanni, Rebecca potea disputar di leggiadria colle più orgogliose bellezze dell’Inghilterra. La statura di lei, fornita di bellissime proporzioni, doppiamente spiccava sotto la specie di veste orientale ch’ella portava giusta l’uso delle donne di sua nazione. Un turbante di seta giallo dava spicco ad una carnagione che volgeva al bruno anzichè no, occhi vivaci, sormontati da perfettissimo arco di sopracciglio, naso acquilino d’ottima forma, denti bianchi al pari di bellissime perle, lunghe chiome nere, foggiate in trecce, che si ripartivano con artifiziosa negligenza sopra un collo ed un seno che ogni scultore avrebbe voluto per suo modello, collo e seno, cui lasciava vedere in parte una ricca zimarra di seta di [65]Persia, d’un color porporino e ricamata di fiori che brillavano del naturale loro colore; tutte le nominate cose univano in lei tal complesso di vezzi, per cui non cedea in nulla alle più belle fra le matrone che ornavano quelle logge. Egli è vero che il gran calore della giornata fu propizio agli avidi sguardi de’ contemplatori di Rebecca, obbligandola a lasciare aperti i tre primi fibbiagli della sua tonaca, che erano d’oro, e arricchiti di perle. Meglio quindi scorgeansi una collana e due pendenti di diamanti d’altissimo prezzo. Le sventolava sopra il turbante una penna di struzzo fermata ivi da una fibbia di brillanti. Le orgogliose matrone che le sovrastavano dalle lor logge, mettean sarcasmi contro la bella Giudea, mentre in proprio cuore ne invidiavano l’avvenenza, le vesti e le gemme.

REBECCA.

«Per il cranio d’Abramo!» disse il principe Giovanni «questa Ebrea è senz’altro il ritratto vivente di quella beltà che fe’ impazzire il più saggio fra quanti re siano stati… Che ne dite priore Aymer!.. Sì, per quel tempio che il mio prudente fratello Riccardo non si trovò in grado di riconquistare! colei è la sposa della Cantica Canticorum.»

«La rosa di Sharon, il giglio delle convalli» proseguì il Priore in tuono scherzevole «ma vostra Grazia si ricorderà m’immagino, che questa è un’Ebrea.»

«Che monta?» soggiunse il Principe. «Vedete là il mio Mammone d’iniquità, il mio principe dei shekel, il mio barone dei bisanti[11] costretto a lottare pel posto con cani che non possedono un soldo, che non hanno nelle loro saccocce usate una monetuccia coll’impronta della croce per vietare al diavolo di ballare attorno di essi… Per la vergine Maria, il nostro gran Tesoriere, e la sua vezzosa compagna quest’oggi sederan nelle logge… Chi è, Isacco, quest’avvenente persona?» chiese all’Ebreo avvicinandosi a lui: «È tua figlia o tua moglie? Chi è in somma questa huri dell’Oriente, cui porgi il tuo braccio?»

«Principe, ella è mia figlia Rebecca» rispose l’Ebreo senza mostrare il menomo imbarazzo, ovvero sorpresa di un discorso ove l’ironia non entrava meno della compitezza.

«Uom saggio, tu cresci ai miei occhi di merito» disse Giovanni dando in uno scoppio di risa, cui non mancarono di far ecco i suoi cortegiani. «Ma figlia, o non figlia, è duopo procacciarle una sede qual si conviene a tanta bellezza. Chi è in quella loggia?» soggiunse indi alzando gli occhi alla loggia sotto cui stavasi allora «Ah! non sono che Sassoni. Ottimamente! Si stringano dunque e diano luogo al monarca [66]degli usurai ed all’amabile sua figlia. Gli è ben fatto che imparino a spartirsi le prime sedi della sinagoga coi padroni naturali della sinagoga medesima.»

Le persone che tenevan tal loggia, ed alle quali questi inurbani detti s’indirigevano erano Cedric il sassone colla sua famiglia, e il vicino di lui Atelstano di Coningsburgo, personaggio che discendendo dall’ultimo re sassone dell’Inghilterra veniva riguardato con profondissimo rispetto da tutti i Sassoni abitatori della parte settentrionale di questo reame. Ma col sangue dell’antica real dinastia erano venuti in Atelstano molti difetti della medesima. Comunque gradevoli ne fossero i lineamenti, forte la complessione, gli anni nel fiore, scorgeasi non so che d’inanimato in quel volto, mancavano d’espressione i suoi occhi, goffo e pesante se ne vedea il portamento, e quanto allo spirito, egli era sì lento prima di risolversi a qualunque anche tenuissima cosa, che gli fu posto il soprannome portato già da uno de’ suoi maggiori, ed era Atelstano l’Irresoluto. Gli amici del medesimo, e n’avea molti affezionati ad esso quanto Cedric, pretendevano che questa abituale perplessità non derivasse in lui nè da debolezza d’animo, nè da mancanza di coraggio, ma l’attribuivano ad un’indole meditabonda, che lo traeva a pesar lungamente il pro e il contra di ciascun affare d’onde per vero avveniva, ch’ei prendeva quasi sempre il suo partito, quando non si era più a tempo di far nulla. Altri credevano che l’uso immoderato de’ liquori spiritosi, malattia in esso ereditaria, e la passione con cui si abbandonava ai diletti della mensa, avessero in cotal guisa assorte tutte le facoltà d’un ingegno non mai stato di primo ordine; e paragonavano i tratti di bontà, di generosità, di coraggio, che a quando a quando trasparivano dalla sua condotta ad alcune erbe salutari cui la natura fa nascere fra le piante nocevoli e inutili, in mezzo a tai campi a’ quali mancò solamente la coltura opportuna a renderli fertili.

A questo personaggio adunque sì rispettato da tutti i Sassoni, il Principe intimò con tuono imperioso di far luogo a Rebecca. Sopraffatto Atelstano da un comando, che per le usanze e per le opinioni di que’ tempi diveniva altissimo affronto, nè avendo voglia alcuna d’obbedire, nè avendo per l’altra parte una via di resistere, non oppose che la sola forza d’inerzia ai voleri di Giovanni; laonde, senza moversi, spalancò due grand’occhi grigi, e li fisò sopra il Principe con un tal atto di stupore, che poteva conciliar il riso; ma l’impetuoso Giovanni pensò a tutt’altro che a ridere.

«Questo porcaiuolo di Sassone non m’intende, oppure finge di non intendermi. A voi, Bracy (il cavaliere di Bracy che stavagli a fianco era il capo d’una compagnia franca, composta di mercenari, uno di que’ così detti condottieri, i quali usi a prestare i lor servigi al primo principe che offeriva ad essi stipendio, militava in quel tempo pel [67]principe Giovanni). A voi, Bracy, smovetelo colla punta della vostra lancia.»

Un tal ordine eccitò qualche bisbiglio fin tra le persone della comitiva del Principe; pure Bracy, dalla sua professione medesima fatto superiore a qualunque scrupolo, alzò la sua lancia, indirigendola al disopra dello spazio che dalla loggia separava l’arena, e senza dubbio avrebbe eseguito l’ordine di Giovanni prima che Atelstano l’Irresoluto si fosse deciso a fare un moto addietro per non essere giunto; ma Cedric, pronto ad operare quanto il suo amico era lento a prender partito, colla prestezza del lampo, sguainò il suo coltello da caccia, menando tal colpo sulla lancia che tagliò il legno, e ne fe’ cadere a terra il fendente.

Divenne rosso come bragia il volto del Principe; che mise giuramenti e imprecazioni in tuono spaventevole, ed era per portarsi a maggiori violenze, ma nel distolsero le preghiere de’ suoi cortigiani che il supplicarono di avere pazienza per allora, e più di tutto il distolse l’acclamazione del popolo, unanime in applaudire alla generosa temerità di Cedric. Compreso da rabbia Giovanni, girò gli occhi attorno di sè quasi cercando qualche vittima da sagrificare più facilmente al proprio sdegno, e li fermò a caso su quell’arciere di cui favellammo, che senza scompigliarsi per le occhiate minaccevoli su di lui lanciate dal Principe continuava ad alta voce applaudendo.

«A che intendono questi tuoi applausi?» gli disse il Principe.

«Fo sempre così» rispose l’arciere «se vedo un bel colpo di destrezza e vigore, o se accade che una freccia arrivi al suo scopo.»

«Molto bene! E la tua freccia sicuramente toccherebbe il bersaglio!»

«Lo spero!…. a ragionevol distanza.»

«A cento passi il bersaglio di Wal-Tyrrel» s’udì altra voce al di là dell’arciere; ma non fu possibile venir in chiaro della persona che pronunziò tai parole, allusive al destino cui soggiacque Guglielmo il Rosso, bisavolo del principe Giovanni. Fin quanto queste ne accendesser lo sdegno ciascun lo immagina; ma lo atterrirono ad un tempo, onde fu pago di comandare a quattro de’ suoi armigeri che tenesser l’occhio su quell’arciere.

«Per san Grizzel» disse il Principe «voglio vedere che cosa egli sa fare, egli che è sì proclive ad applaudire quanto fan gli altri!»

«Non temo la prova» rispose l’arciere con una calma che non si dismentì un solo istante.

«Quanto a voi, o Sassoni» soggiunse il Principe «movetevi di lì; e poichè così ho pronunziato, per quel sole che ne illumina, l’Ebreo avrà luogo in mezzo di voi.»

[68]
«No, Principe, no, se piace alla Grazia vostra,» incominciò allora Isacco. «A noi non è lecito sederci fra i potentati della terra.» Se l’ambizione di costui lo avea tratto a desiderare un posto vicino al discendente della famiglia dei Mondidier caduto in bassa fortuna, non era poi sì mal accorto di volersi far brighe con que’ Sassoni facoltosi.

«Oh cane d’un miscredente» sclamò Giovanni; «obbedisci ai miei ordini, o ti fo scorticare, e la tua pelle conciata sarà un’ottima sella pel mio cavallo.»

Forzato ne’ propri trinceramenti l’Ebreo, insieme colla tremebonda sua figlia, si fece a salir lentamente i gradini che guidavano a quella loggia.

«Vediamo chi ardirà impedirglielo!» diceva il Principe tenendo gli occhi fisi sopra Cedric, il cui atteggiamento era d’uom preparato a precipitar giù dalla loggia l’Ebreo.

Ma tal catastrofe venne allontanata dal matto Wamba, che postosi di mezzo fra il suo padrone e l’Ebreo, gridò rispondendo alla esclamazione minaccievole del Principe: «Io, per santa Maria!» e nello stesso tempo traendosi di saccoccia una gran fetta di lardo, di cui s’era munito, senza dubbio, per tema che il torneo durasse più lungo tempo della sua voglia di digiunare, si pose con una mano in procinto d’ugnerne la barba all’Ebreo, agitando coll’altra sul costui capo la sua squarcina di legno. Isacco, sul punto di vedersi lordato di una sostanza che genera il massimo raccapriccio in ciascun buon Giudeo, fe’ alcuni passi addietro, e rotolando da un gradino all’altro stramazzò sull’arena, in mezzo alle risate dei circostanti, fra’ quali il principe Giovanni, dimenticando allora la sua collera, non fu quei che meno ridesse.

«Cugino Principe» disse Wamba «concedetemi il premio del torneo. Ho vinto il mio avversario colla sciabola e collo scudo.» E ciò dicendo mostrava con una mano la fetta di lardo, coll’altra la sua sciabola di legno.

«Chi se’ tu, nobile campione?» chiese a Wamba il principe Giovanni che continuava ancora ridendo.

«Matto per diritto di nascita» rispose il buffone «mi chiamo Wamba, figlio di Witless, figlio di Weatherbrain,[12] figlio d’un Alderman.»

«Ebbene, si dia luogo all’Ebreo nella loggia di sotto (disse il principe Giovanni, cui forse non dispiacque un tale pretesto di ritrattare i primi ordini dati.) Ella non è cosa giusta il collocare un vinto a pari col vincitore»

[69]
«Nè di mettere un Ebreo vicino a una fetta di lardo» aggiunse Wamba.

«Matto!» sclamò il principe «m’hai fatto ridere. Gli è dovere ch’io ti ricompensi. Isacco, prestami un pugno di bisanti.»

L’Ebreo soprappreso da sì fatta inchiesta, nè osando dir di no, nè reggendoli il cuore di soddisfarla, trasse, non senza sospirare, un sacchetto di pelle che portava sospeso al suo cinturino, e stava forse calcolando quanti pezzi bastavano a far la figura d’un pugno di bisanti, allorchè il principe, impazientendosi dell’indugio, gli strappò il sacchetto dalle mani, e dopo aver gettate alcune monete d’oro al buffone, continuò il suo giro, portandosi con sè il rimanente, e lasciando l’Ebreo in balìa agli scherni de’ circostanti, che però non osarono negare nè a lui nè a sua figlia di sedersi fra loro.

[70]

CAPITOLO VIII.
»Voto è l’arringo, e aspettan della giostra

»Il suono eccitator molti drappelli

»Di prodi; ei s’ode già; già della chiostra

»Sacra al valor si schiudono i cancelli,

»Desio d’onor sospigni i duellanti,

»Come i lor sproni i corridor spumanti.«

Il principe Giovanni non aveva trascorsa che la metà dell’arena, allorchè fermandosi d’improvviso: «In fede mia! ser Priore» disse ad Aymer «noi abbiamo dimenticato l’affare più premuroso di questa giornata; nominare cioè la Regina della Bellezza e degli Amori che colla sua leggiadra mano presenti il premio al vincitor del torneo. Quanto a me, porto idee liberali, e i neri occhi di Rebecca m’hanno sedotto.»

«Santa Vergine!» esclamò tutto costernato il Priore. «Un’Ebrea! Noi ci guadagneremmo d’essere tutti lapidati, e non sono ancora vecchio abbastanza per volere affrontare il martirio. Poi, giuro pel mio santo avvocato, ch’ella è men bella di quell’amabile Sassone, di lady Rowena.»

«Ebrei o Sassoni, cani o porci, poco rileva» ripetè il principe «voglio nominare Rebecca, non foss’altro per mortificare que’ mariuoli di Sassoni».

Un bisbiglio e scontento generale si manifestò fra le persone di quel corteggio.

«Ciò passa lo scherzo, o Principe» disse Bracy «se voi fate simile scelta, non troverete cavaliere che voglia levar la lancia.»

«Egli è un insultar con mente deliberata i vostri cavalieri» aggiunse Waldemar di Fitzurse, uno dei più vecchi cortegiani del principe Giovanni, «e se vostra Grazia persiste in tale divisamento, è come s’ella volesse vederne andare a vuoto altri ben più nobili ed importanti.»

«Barone» rispose il principe con alterigia «vi ho preso al mio servizio per seguirmi e non per guidarmi.»

«Ma quelli che vi seguono nel cammino in cui v’innoltrate» gli disse a voce sommessa Waldemar «hanno acquistato il diritto di [71]guidarvi; perchè così per voi come per essi vi è pericolo d’onore e di vita.»

Dal tuono onde Fitzurse pronunziò questi detti, Giovanni s’accorse che non sarebbe stata cosa prudente il resistere.

«Io non voleva che scherzare ed eccovi tutti adirati contro di me. Eh! nominate quella che volete voi, dalla parte del diavolo! ed io confermo anticipatamente la vostra scelta.»

«Fate una cosa migliore, o Principe» allora disse Bracy «lasciate vacante il trono della bella nostra sovrana, sintantochè il vincitore del torneo venga acclamato. Poi permettete ch’egli medesimo indichi la donna degna d’occupar questo trono. Sarà ciò un aggiugnere splendore al trionfo del vincitore, e un avvezzar ad un tempo le donne ad avere in maggior pregio il valore, se diritto del valore diverrà l’innalzarle a gloria sì segnalata.»

«Se Brian di Bois-Guilbert vince il premio» disse il Priore «scommetto il mio rosario, che v’addito io, e non m’inganno, la Regina della Bellezza e degli Amori.»

«Bois-Guilbert è buona lancia» soggiunse Bracy «ma qui trovasi più di un cavaliere che non ne temerebbe lo scontro.»

«Silenzio» disse Waldemar «gli è ora che il Principe prenda il suo luogo. I cavalieri e gli spettatori s’impazientiscono, il tempo passa, e duopo è che incominci il torneo.»

Benchè il principe Giovanni ancor non regnasse, vedea in Waldemar Fitzurse tutti i difetti d’un ministro favorito, che vuol servir bensì il suo padrone, ma nel modo più confacevole a sè medesimo. Cedè però alla rimostranza di lui, comunque l’indole del Principe fosse tale, che la sua ostinazione diveniva appunto più grande allorchè trattavasi di bagattelle. Si collocò pertanto sul trono, circondato dalle persone del suo corteggio, e ordinò agli araldi d’armi pubblicassero i regolamenti del torneo che erano i seguenti:

1. I cinque cavalieri tenitori doveano accettare combattimento, qualunque fosse l’assalitore che il proponea.

2. Ogni cavaliere che divisava combattere potea scegliersi l’emulo fra i tenitori, toccando il proprio scudo. Se il toccava col legno della lancia era indizio che il combattimento dovea farsi coll’armi dette cortesi, vale a dire colla punta delle lancie difesa da un pezzo di legno piatto, onde i giostratori non correvano altri rischi se non quelli che poteano derivare da una caduta o dallo scontro de’ cavalli; ma se l’assalitore toccava lo scudo col ferro della lancia, s’intendeva che il combattimento fosse all’ultimo sangue, cioè a spada tratta, come nei veri duelli.

3. Allorchè i tenitori aveano compiuto il loro voto rompendo ciascuno cinque lancie, il Principe doveva acclamare il vincitore del primo [72]dì del torneo, e riceveva per premio un cavallo da guerra di singolare bellezza. In questa circostanza venne notificato, che oltre a tal ricompensa del suo valore egli avrebbe parimente il diritto di nominare la Regina della Bellezza e degli Amori, la quale poi aggiudicherebbe a chi dovesse spettare il premio del dì successivo.

4. Tal secondo giorno veniva assegnato ad un combattimento generale cui poteano prender parte tutti i cavalieri che lo avessero desiderato, e questi divisi in due bande eguali, avrebbero lottato sintantochè il principe Giovanni ordinasse il termine della Giostra col gettar nell’arena il suo baston del comando. Toccava indi alla Regina della Bellezza e degli Amori porre una corona d’oro, foggiata a foglie d’alloro, sul capo del cavaliere che il principe era per acclamar vincitore nel secondo cimento. Questa giornata ponea termine ai giuochi cavallereschi.

La terza veniva unicamente consacrata alla giostra dell’arco, a un combattimento di tori, e ad altre ricreazioni, fatte soprattutto pel volgo. Per simili modi il principe Giovanni cercava assicurarsi un’aura popolare che in vece gli sminuivano ogni giorno gli atti i più arbitrarii ed oppressivi.

Brillantissimo spettacolo quella lizza allor presentava. Le logge superiori venivano abbellite da quanto l’Inghilterra offeriva di ragguardevole per nobiltà, grandezza, dovizia e avvenenza; ed il confronto degli abiti di tal prima classe di spettatori con quegli altri crescea la maestà ed il diletto di quella vista. Le logge inferiori ove stavano i borghesi e molto numero d’arcieri, tutti vestiti de’ loro abiti da comparsa sembravano elegante guarnizione posta all’orlo di sfarzosa veste, ed atta a farne spiccare lo splendore.

Allorchè gli araldi d’armi ebbero terminato di leggere quel bando gridarono come d’uso: larghezza, larghezza, prodi cavalieri! e una pioggia di monete d’oro e d’argento cadea sovr’essi dalla cima di quelle logge, perchè lo spirito di cavalleria si faceva una legge d’onore pompeggiando in liberalità verso coloro che si riguardavano come incaricati d’assicurare il buon ordine di quelle imprese guerriere, e di consecrarne la ricordanza. Dopo avere ricevuta questa testimonianza di generosità de’ ragguardevoli inglesi, gli araldi passarono all’altre consuete esclamazioni: Amore alle dame! onore ai generosi! gloria ai prodi! Le medesime grida rintronava il popolo dalla cima delle colline, e molte trombe vi aggiugnevano il fragore de’ loro squilli guerreschi. Gli araldi d’armi uscirono indi dello steccato, non rimanendovi che i due marescialli del torneo, che a cavallo e armati di tutto punto stavano immobili siccome statue, ciascuno ad un’estremità dell’arena. Intanto lo spazio assegnato agli assalitori ringorgava di cavalieri ardenti della brama di venire a prova coi tenitori, e a chi gli osservava [73]dall’alto delle logge presentavano l’immagine d’un mare agitato, su cui vedeansi ondeggiare pennacchi, brillanti elmetti, e spade e lancie, alle quali vedeansi spesso attaccate picciole banderuole che sventolando di consueto coi pennacchi, animavano vie più quella scena.

Si aprirono finalmente i cancelli, e cinque cavalieri scelti dalla sorte a lenti passi innoltraronsi nell’arena; uno dei quali marciava primo, gli altri il seguivano, tutti splendidamente armati. Il codice da cui trassi tali particolarità descrive con tutta esattezza, e senza omettere veruna circostanza i colori, le imprese, l’armi de’ campioni. Ma non crediamo utile il fermarci di soverchio su questo argomento, perchè per valerci de’ versi d’un poeta nostro contemporaneo, che si spacciò dallo scriverne troppe cose:

«Son polve or sol que’ cavalier cotanti;

«E ruggine feral ne rose i brandi.

«Possan l’anime lor starsi co’ santi!»

Già il tempo ha fatto cadere dalle muraglie de’ loro castelli gli scudi che vi stavano appesi, e questi castelli medesimi son diroccati; appena può indicarsene il sito, e più d’una schiatta disparve a sua volta dai luoghi, ove la feudale tirannide fece sue prove. Qual uopo ha dunque il leggitore di conoscere tutti i nomi, tutti i simboli ecclissati d’una gloria che si dissipò?

Ma nel tempo di cui favelliamo, i nostri cinque campioni che non prevedevano questa dimenticanza in cui cadrebbero avvolti i loro nomi e le geste loro, si avanzavano nell’arringo rattenendo gli ardenti corridori e costringendoli andar di passo. In questo mezzo, l’armonia di una musica orientale udissi dalla parte posteriore delle tende sotto cui stavano i tenitori del torneo; la quale armonia produceano e cembali, e diversi strumenti fin allora sconosciuti in Europa, che i crociati avean portati seco da Terra Santa. Que’ concerti barbarici pareano ad un tempo e disfida degli assalitori, e congratulazioni del loro arrivo. Gli sguardi d’ognuno si teneano fermi ed immoti su i cinque campioni, che saliti sul pianerottolo ov’erano dirizzate le tende, si disgiunsero, solleciti ognun di essi di percuotere col legno della sua lancia lo scudo dell’antagonista, col quale intendea venire a tenzone. La maggior parte delle classi inferiori, alcuni anco delle superiori, e vuolsi perfino qualche matrona, videro con dispiacere che l’armi cortesi fosser prescelte; poichè quegli stessi che fra noi oggidì si dilettano delle tragedie, quanto più sono atroci[13], trovano vezzo in un torneo a proporzione de’ rischi affrontati dai personaggi della giostra.

[74]
Dopo che gli assalitori ebbero date a conoscere tal loro intenzioni, più pacifiche di quanto la maggiorità le avrebbe volute, si ritrassero all’altra estremità della lizza, ed ivi ordinati in linea ristettero, per dar tempo ai tenitori di abbandonare le proprie tende e mettersi a cavallo. Marciando primo fra questi Brian di Bois-Guilbert, scesero dal pianerottolo, ponendosi in atto di rispondere alla disfida che a ciascun d’essi era stata intimata.

A suon di trombe e di chiarine si lanciarono di gran galoppo gli uni contro degli altri, e tal fu la prevalenza in destrezza, o la buona sorte de’ tenitori, che gli antagonisti di Bois-Guilbert, di Malvoisin e di Frondeboeuf votaron gli arcioni. L’emulo di Glentmesnil, anzichè indirigere la sua lancia contro l’elmo o lo scudo dell’avversario, deviò siffattamente dalla mira diritta, che ruppe a vuoto la stessa lancia: circostanza che avessi per più obbrobriosa dell’essere scavalcato, perchè in tale sventura poteva aver parte la sfortuna, ma l’abbaglio del primo genere era da accagionarsi unicamente a goffaggine, e a poca perizia nel maneggio dell’armi. Il quinto assalitore fu il solo che sostenesse l’onore della sua parte; egli e il cavaliere di S. Giovanni, ruppero entrambi la loro lancia, separatisi indi senza che il vantaggio fosse dell’un piuttosto o dell’altro.

Le grida del popolo, le acclamazioni degli araldi, il suon delle trombe annunziarono il trionfo de’ vincitori, la disfatta de’ vinti. I primi si ritirarono sotto le proprie tende; gli altri confusi e umiliati uscirono dall’arringo per negoziare coi loro antagonisti il riscatto dell’armi e de’ cavalli, che giusta i regolamenti del torneo, appartenevano ai vincitori. Il quinto assalitore solamente dimorò brevi istanti nell’arena a raccogliere gli applausi degli spettatori, il che divenne maggior mortificazione ai suoi colleghi sconfitti.

Una seconda ed una terza banda d’assalitori successivamente comparvero in lizza, e benchè alcuni d’essi avessero il vantaggio, la vittoria in generale fu pei tenitori, de’ quali un solo non perdè sella, sventura cui ne’ tre scontri non evitò mai qualcuno degli assalitori. Costanza di buon successo in quanto a’ primi, che rallentò non poco l’ardor de’ secondi. Laonde quando fu l’ora del quarto cimento, tre assalitori soltanto mostraronsi nella lizza, ed evitarono nella disfida di toccar gli scudi de’ due tenitori reputati i più formidabili, cioè di Bois-Guilbert e di Frondeboeuf, limitandosi ad aver tenzone coi tre altri soltanto. Ma meglio non tornò ad essi da tal politico stratagemma, perchè due caddero da cavallo, il terzo mancò la posta; vale a dire la sua lancia, perdendo la mira diritta, non giunse a toccar l’avversario.

Una lunga pausa succedè al quarto scontro; nè parendo che alcun cavalier fosse voglioso d’entrar oltre in arringo, un sordo bisbiglio fe’ manifesto lo scontento della maggior parte degli spettatori, perchè i [75]tenitori non erano in favor presso il pubblico. Bois-Guilbert e Frondeboeuf si erano conciliato odio per l’indole loro altiera e tirannica; niun si curava degli altri perchè stranieri, se si eccettui Glentmesnil.

Il dispiacere adunque era pressochè generale; ma niuno il sentiva con maggior forza di Cedric il Sassone, che in ogni vantaggio riportato dai Normanni, tenitori del torneo, scorgeva un obbrobrio dell’Inghilterra. Ben egli in molti incontri avea date prove di valore, ma unicamente usando l’armi solite a maneggiarsi da’ suoi maggiori; nè conoscea poi di sorte alcuna la scienza delle giostre cavalleresche. Laonde a quando a quando lanciava inquiete occhiate sopra Atelstano, segnalatosi qualche volta in tal genere di lotte, e parea volesse con queste occhiate esprimergli il desiderio di vedergli operare uno sforzo per istrappar la vittoria di mano al Templario ed a’ suoi colleghi. Ma comunque il discendente de’ re Sassoni non mancasse di coraggio, nè tampoco di vigore e di robustezza, troppa era in esso l’indolenza e poca l’ambizione, onde indurlo sì presto all’atto di prodezza, che Cedric mostrava aspettarsi da lui.

«Mio nobile vicino» gli disse finalmente Cedric «la fortuna in tal momento non si palesa favorevole all’Inghilterra. La vostra lancia si terrà inoperosa quest’oggi?»

«Credo meglio aspettare a domani» rispose Atelstano «combatterò nella mischia. Quanto a impugnar l’armi quest’oggi, non ne vedo il prezzo dell’opera.»

Due cose spiacquero altissimamente in tale discorso a Cedric: la voce normanna mischia, usatasi da Atelstano, e cotanta indifferenza ch’ei mostrava per l’onore del suo paese; ma avea in troppa venerazione il regal sangue da cui discendeva il suo amico per osar rampognarnelo. Nè avrebbe avuto il tempo di farlo, perchè subito dopo le ultime parole di Atelstano, Wamba con una delle sue esclamazioni ruppe ogni parola che Cedric avesse voluto profferire.

«Sicuramente! Ella è cosa più gloriosa trionfare in mezzo a cento combattenti, che vincere corpo contra corpo il suo avversario.»

Atelstano prese per complimento fattogli sul serio tale sarcasmo, ma Cedric che leggea meglio in cuore del matto, lanciò un severo guardo sopra di lui, che dovette forse ringraziare soltanto il tempo ed il luogo, se non ebbe prove più segnalate della collera del suo padrone.

Intanto gli araldi d’armi gridavano: «Amore alle dame! Onore ai prodi! su via, generosi cavalieri, entrate in lizza: pensate quai begli occhi vi stan contemplando.»

La banda musicale dei tenitori intonava a quando a quando i concerti trionfali. Quasi tutti gli spettatori si querelavano di veder trascorrere nell’inerzia un giorno che doveva esser consacrato a nobili gesta; [76]i vegliardi sospiravano gli andati tempi, deplorando a voce sommessa lo scadimento dello spirito militare, ma tutti poi erano ad una nel sostenere, che non si vedevano più per animare i combattenti donne di sì esimia avvenenza, siccome quelle che furono in più bei tempi il fregio miglior de’ tornei. Il principe Giovanni ordinava già alle persone del suo seguito di trasferirsi ad imbandire la mensa, ed annunciava ai suoi cortegiani, come ei fosse per aggiudicare il premio a ser Brian di Bois-Guilbert, che senza rompere una sola lancia, valse a scavalcare tre competitori.

La musica aveva appunto terminata una di quelle arie consacrate a celebrare i trionfi, quando una sola tromba si udì intonar suono di disfida alla parte di tramontana; ver la qual parte si conversero tutti gli sguardi curiosi di osservare qual novello campione si presentava. E videsi con lento passo entrare in arringo un cavaliere di mezzana statura, nè di complessione troppo vigorosa, quanto almen si potea giudicare a malgrado dell’armatura che il nascondea. Era questa d’acciaio riccamente damaschinata d’oro, nè il suo scudo presentava altro stemma che una quercia svelta dalle radici; erano impresa il vocabolo spagnuolo, desdichado, diseredato. Montato sopra bellissimo corridore di mantello nero, attraversò l’arena, salutando coll’abbassare la punta della sua lancia il Principe e le matrone, nel che pose moltissima leggiadria. La destrezza ond’ei guidava il cavallo, una non so qual grazia e cortesia che da ogni modo suo traspirava, gli conciliarono tal generale favore, che alcune persone dell’infima classe non sapendo come manifestargli meglio la lor propensione sclamarono: «Toccate lo scudo di Ralph di Vipont, del cavaliere Ospitaliere. Egli è fra tutti i tenitori il men fermo in arcione; vi troverete più il vostro conto.»

In mezzo a tali grida e ad altre esclamazioni ben augurose, il nuovo campione salì il pianerottolo, e a grande sorpresa di tutti quanti gli spettatori, si trasferì in dirittura alla tenda di mezzo, e forte percosse col ferro della sua lancia lo scudo di Brian di Bois-Guilbert, segnale, come dicemmo, di disfida ad ultimo sangue. Maravigliò ognuno di tal atto che prosontuoso parea, nè altri più ne maravigliò del superbo Templario che uscì tosto della sua tenda.

«Sei tu in istato di grazia?» costui gli chiese con amaro sorriso; «ascoltasti la messa questa mattina, o tu che vieni a mettere in tal pericolo la tua vita?»

«Meglio di te son preparato alla morte» rispose il cavaliere Diseredato, chè tal fu il nome sotto cui si fece ascrivere nel novero degli assalitori.

«Va dunque a prender sito nell’arena, e guarda il sole per l’ultima volta, poichè questa sera dormirai in paradiso i tuoi sonni.»

«Son grato alla tua cortesia; e per dartene un compenso ti consiglio provvederti di cavallo fresco e di lancia nuova, perchè sul mio onore abbisognerai dell’una e dell’altra di tali cose.»

IVANHOE

[77]
Dopo avere mostrata cotanta sicurezza, fe’ scendere a ritroso dal pianerottolo il suo cavallo, e lo costrinse a traversare in un tale andamento tutta l’arena fino alla porta di tramontana, ove stette fermo ad aspettare l’arrivo dell’avversario; prova di maestria nel maneggio de’ cavalli che gli procacciò nuovi applausi.

Benchè mosso a sdegno dalle cautele alteramente consigliategli dall’avversario, Bois-Guilbert non quindi le trascurò. Troppa sciagura sovrastava al suo onore dal non riportare vittoria, ond’ei volesse porre in non cale ogni via che gliela poteva agevolare. Prese adunque un nuovo destriero ardentissimo e brioso, e parimente nuova lancia per tema che il legno della prima avesse sofferto dai replicati colpi portati ne’ precedenti tre assalti. E poichè anche lo scudo usato da lui fin allora era alquanto malconcio, un altro ne ricevè dalle mani de’ suoi scudieri. Nello scudo che dimise non vedeasi altro stemma se non se quello del suo ordine: vale a dire due cavalieri che cavalcavano un cavallo medesimo, emblema dell’umiltà e della povertà primitiva de’ Templarii, che indi posero in luogo di tali virtù l’arroganza e la cupidigia delle ricchezze, divenute finalmente origine dell’abolizione di tale congrega. Lo stemma del secondo scudo presentava un corvo che volava a tutto volo tenendosi un teschio fra gli artigli e n’era impresa: Guardati dal corvo.

Stavano oltre quanto può dirsi impazienti gli spettatori, allorchè a ciascuna estremità della lizza videro i due campioni, l’uno al cospetto dell’altro. Pressochè i voti di tutti erano pel cavaliere Diseredato, ma non fuvvi chi ardisse presagirgli in cotal giostra buon esito.

Non appena le trombe ebbero dato il segnale, i due combattenti si lanciarono l’un contra l’altro colla rapidità del lampo, e parve colpo di tuono il primo scontro d’entrambi in mezzo all’arena. Ne andarono in pezzi le lancie, e si credè per un istante vederli ad un tempo rinversati, perchè la violenza di quell’impeto fe’ piegare i garretti posteriori dei loro cavalli, e se non caddero i cavalieri, il dovettero a comune perizia di adoperare briglia e speroni. I due rivali di gloria si fisarono scambievolmente con occhi che sembrava lanciassero fuoco per traverso delle visiere, indi ritrattisi ognuno alla sua estremità del ricinto, presero nuova lancia apprestata loro dai propri scudieri.

L’unanimità delle acclamazioni fe’ manifesta la vaghezza ch’ebbero gli spettatori di questo assalto, il più eguale, il più brillante fra tutti quelli della giornata. Le matrone faceano sventolare le loro ciarpe e i loro fazzoletti per dare a divedere quanto ne fossero soddisfatte. Ma poichè i due cavalieri tornarono in luogo ed atteggiamento di nuovamente affrontarsi, succedè ai clamori un sì profondo silenzio che sarebbesi detto non essere in tanta moltitudine chi osasse nemmen respirare.

[78]
Fu conceduta ai campioni una pausa d’alcuni minuti, per dar tempo di riprendere fiato così ad essi come ai lor corridori. Indi ad un cenno messo dal principe Giovanni, le trombe intonarono il suon dell’armi, e i due combattenti vennero al mutuo scontro coll’impeto, col vigore, colla maestria di cui pompeggiarono dianzi, ma non colla stessa fortuna.

In questo secondo assalto il Templario drizzò la sua lancia verso il mezzo dello scudo dell’altro, e con tanta aggiustatezza e con tanta forza il colpì, che il cavaliere Diseredato dovette cadere addietro sulla groppa del suo cavallo, ma non votò quindi l’arcione. Che anzi, avendo egli parimente, fin dal principio di far carriera, portata la sua mira allo scudo dell’antagonista, la cambiò in quell’istante, indirigendone contra il cimiero la lancia, il qual bersaglio quanto più difficile da toccarsi, tanto più, toccato, toglieva al percosso ogni possibilità di resistere. Ad onta però d’un tanto svantaggio, il Templario non dismentì la rinomanza da lungo tempo acquistatasi; e se la violenza dello scontro non ne avesse rotta la cinghia del destriero, sarebbesi forse tenuto fermo in sua sella. Che che ne sia, il cavallo e il cavaliere caddero rinversati, e si avvoltarono nella polvere.

Spacciarsi dalle staffe, rimettersi in piedi fu un solo istante per Bois-Guilbert. Furioso oltre ogni dire in veggendo il guasto che tale avvenimento arrecava ai suoi allori, e in udendo gli applausi unanimi che si tributavano al vincitore, sguainò la spada, facendo cenno al cavaliere Diseredato di mettersi in parata. Questi colla massima leggerezza saltò da cavallo, sguainando parimente la spada; ma i marescialli del torneo, accorsi a tutta briglia, li separarono pronunziando che tal genere di combattimento non era lecito in sì fatto giorno.

«Noi ci rivedremo, lo spero» disse il Templario al suo vincitore lanciando sovr’esso tali sguardi che tutta l’intera rabbia ne disvelavano «e ci rivedremo in tal luogo ove non si troverà chi venga a separarci.»

«Non sarà per mia colpa, se ciò non accade» rispose il cavaliere Diseredato «a piedi, a cavallo, colla sciabola o colla lancia, mi troverai pronto tutte le volte a misurar colle tue le mie armi.»

Nè le cose sarebbersi contenute in tai detti, se i marescialli incrocicchiando le loro lancie fra i due campioni, non gli avessero costretti a disgiugnersi. Il cavaliere Diseredato tornò alla porta di tramontana, e Bois-Guilbert alla sua tenda, ove passò il rimanente del giorno in preda alla disperazione e alla rabbia.

Senza scendere da cavallo il vincitore chiese gli si portasse vino, indi aprendo la parte inferiore della visiera notificò che beveva alla salute di tutti i cuori veramente inglesi, e alla confusione de’ tiranni stranieri. Poi tostamente ordinò al suo trombetta di sonar la disfida [79]agli altri tenitori, incaricando l’araldo d’armi di annunziare a questi come fosse mente di lui combatterli un dopo l’altro, e seguendo quell’ordine qualunque in cui fosse piaciuto ai medesimi presentarsi.

Fidando in sua forza e gigantesca statura, Frondeboeuf fu il primo a scendere nell’arringo. Lo scudo di lui mostrava in campo d’argento una testa di toro nero, cancellata per metà dai molti colpi che avea sopportati. Ne faceano impresa queste voci latine spiranti arroganza: Cave, adsum. Il cavaliere Diseredato riportò sovr’esso un vantaggio lieve sì ma conchiudente, perchè rottesi ad entrambi e in un sol urto le lancie, Frondeboeuf perdè in quello scontro le staffe, laonde vinto il chiarirono i marescialli.

Nè in guisa molto dissimile terminò la lotta tra lo sconosciuto e ser Filippo di Malvoisin, giudicato perditore, poichè un forte colpo di lancia vibratogli sull’elmo dall’avversario, ruppe le stringhe che tal parte d’armatura annodavano, onde rimase scoperto il capo del combattente.

Nel cimentarsi con ser Ugo di Glentmesnil il cavaliere Diseredato fe’ prova d’altrettanta cortesia, quanto negli antecedenti scontri ne avea dati di destrezza e valore. Perchè sendo giovane ed impetuoso il cavallo di Glentmesnil, caracollando s’impennò nel far carriera per modo, che tolse ogni abilità di valersi della sua lancia al cavaliere. Lo sconosciuto lungi dal vantaggiare di questo incidente, levò la lancia quando gli fu da vicino, e la fe’ passare al di sopra dell’elmo dell’avversario, quasi per dargli a comprendere come sarebbe stato in proprio arbitrio il colpirlo. Indi voltando il corridore ritornò alla porta settentrionale, d’onde inviò l’araldo d’armi per domandare a Glentmesnil, s’egli era in grado di ricominciare l’assalto; ma questi gli fe’ rispondere protestandosi vinto così dalla maestria come dalla destrezza del suo antagonista.

Compiuto fu il trionfo dell’incognito da Ralph di Vipont, rinversato da cavallo con tanto impeto, che gli uscì il sangue dalla bocca e dalle narici, sicchè i suoi scudieri dovettero trasportarlo semivivo fuor dell’arena.

Fra mille evviva che continuarono per lungo tempo, venne accolta la dichiarazione unanime del Principe e de’ marescialli, i quali attribuirono al cavaliere Diseredato l’onore di questa giornata.

[80]

CAPITOLO IX.
»Ogni beltà più altera e peregrina

»Che adornava quel loco, ad una cesse

»Che gli atti e ‘l volto promulgar reina.

Il fiore e la foglia.

William di Wyvil e Stefano di Martival, marescialli del torneo, furono i primi ad offerire al vincitore le loro congralulazioni; e il pregarono ad un tempo permettere gli si levasse l’elmo, o volesse almeno alzar la visiera per trasferirsi a ricevere dalle mani del principe Giovanni il premio del torneo. Ma il cavaliere Diseredato li pregò con cavalleresca cortesia a dispensarlo da ciò, adducendo come non potea per allora farsi conoscere, mosso da cagioni che già prima d’entrare in arringo avea palesate agli araldi d’armi. Nè i marescialli insistettero oltre, perchè fra i voti singolari cui s’obbligavano in quel secolo i cavalieri, non ve n’avea di più usato quanto quello di rimanersi incogniti sino all’istante di aver compiuta una data impresa, o mandata a termine una tal avventura. Que’ marescialli pertanto astenutisi dal volere indagare i segreti del cavalier vincitore, annunziarono la brama di lui al Principe, e gli chiesero di poterlo presentare celato in volto a ricevere il guiderdone dovuto al valore.

Il misterioso velo, in cui pretendeva avvolgersi lo straniero, punse vivamente la curiosità del principe Giovanni, scontento già della conclusione d’un torneo sì sfavorevole ai tenitori, partigiani di lui, e vinti successivamente da un sol cavaliere. Laonde voltosi in tuono altero ai marescialli. «Per gli occhi della Madonna!» sclamò «questo cavaliere fu diseredato di cortesia come degli altri averi, se brama comparire col viso coperto alla nostra presenza. Cavalieri» soggiunse poscia indirigendosi ai cortegiani «avvi tra voi chi potesse indovinare qual sia l’incognito che si comporta d’una maniera così stravagante?»

«Non io al certo» disse Bracy «e in fede mia non credeva trovarsi in tutta Inghilterra un campione capace di vincere cinque cavalieri in un giorno. Non dimenticherò mai sin ch’io viva la vigorosa botta che diè il mal rovescio a Vipont. Quel povero ospitaliere fu levato d’arcione come una pietra lanciata fuor della frombola.»

«Non menate di ciò tanto rumore» rispose un cavaliere di S. Giovanni ivi presente «il vostro amico Templario affè non ha corso miglior fortuna. Ho ben visto io Bois-Guilbert a far tre rivolte, una dietro l’altra, in mezzo alla polvere.»

[81]
Bracy grandemente affezionato ai Templarii era in procinto di replicare, ma il principe Giovanni si pose di mezzo: «Silenzio, cavalieri! Che cosa son tali dispute?»

«Il vincitore» allor si fece a dire Wyvil «aspetta il beneplacito di vostra Grazia.»

«Il mio beneplacito!» rispose Giovanni. «Lo aspetti finchè sappiamo almeno se v’è qualcuno che possa far congetture sul nome e sulla condizione di questo straniero. Quand’anche aspettasse fino a notte, ha avute, parmi, assai faccende per non patire il freddo.»

«La Grazia vostra non userà al vincitore que’ riguardi ch’ei merita» soggiunse Waldemar Fitzurse «se lo fa aspettare tanto d’indovinare noi una cosa che non possiamo sapere. Per me almeno non so prendermi tale assunto… quando mai non fosse qualcuna delle buone lancie che seguirono in Palestina il re Riccardo; poichè quegli individui adesso tornan fra noi a guisa di veri cavalieri erranti.»

«Sarebbe mai il conte Salisbury?» soggiunse Bracy. «Egli è appunto della statura medesima.»

«Piuttosto ser Tomaso Multon, cavalier di Gilsland» riprese a dire Fitzurse. «La complessione di Salisbury mi pareva molto migliore.»

E Bracy: «Può averla lasciata in Terra Santa.»

«E se fosse lo stesso re?» s’udì altra voce senza potersi discernere da chi venisse.

«Riccardo-Cuor-di-Leone!» ripeterono tutti gli altri a mezza voce, e in tuono pauroso.

«Oh! Dio nol voglia!» disse il principe Giovanni volgendosi involontariamente, e tremando come se il fulmine fosse scoppiato a’ suoi piedi «Waldemar, Bracy, prodi cavalieri, rammentate le vostre promesse.»

«Ma questo è un timore panico affatto» soggiunse Fitzurse. «Dimenticaste, o principe, la statura gigantesca del fratel vostro? Potevate mai ravvisarla sotto quell’armatura? Wyvil, Martival, affrettatevi a condurre il vincitore a’ piedi del trono, così sarà dileguato un errore che ha scolorate le guancie del signor nostro. Guardatelo con più attenzione» continuò volgendosi al principe; «vedrete che gli mancano almeno tre pollici ad avere la statura di Riccardo. Poi il re ha le spalle più riquadre del doppio. Il cavallo dello sconosciuto, sotto il peso di Riccardo, non avrebbe potuto reggere alla prima giostra.»

Aveva appena finito sì fatto ragionamento, allorchè i marescialli condussero il cavaliere Diseredato nanti i gradini del trono. Il principe soprappreso tuttavia dall’idea che potesse trovarsi in quello sconosciuto il proprio fratello, un fratello ch’egli aveva offeso sì gravemente, ch’ei tentava spogliare del regno, senza por mente che sole prove di fiducia [82]e d’affetto ne avea ricevute, soprappreso, dissi, da tale idea, non credè abbastanza dileguato il timore concetto dalle osservazioni di Fitzurse; laonde nel tempo stesso che indirigeva al cavaliere Diseredato alcune frasi intese a commendarne il valore, nel tempo che ordinava fosse presentato al medesimo il palafreno di mantel nero, premio della riportata vittoria, tremava di riconoscere in quanto stava per rispondergli il vincitore la voce maschia e sonora di Riccardo-Cuor-di-Leone.

Ma il cavaliere Diseredato non rispose una sola parola al complimento fattogli dal principe, limitandosi a salutarlo profondamente.

Due scudieri condussero nell’arena il cavallo riccamente bardamentato, ornamento che ne aumentava di poco il pregio ad occhi capaci di valutare il merito intrinseco del corridore. Appoggiata una mano sul pomo della sella, lo sconosciuto vi montò sopra senza valersi di staffa, e brandendo la sua lancia, compiè due volte il giro del recinto, facendo fare al destriero tutte quelle prodezze che l’arte del cavallerizzo conosce.

Alcuno avrebbe potuto attribuire questo contegno dello sconosciuto a vanagloria e a desio di accrescersi lustro coll’offerire tal nuovo esperimento di sua abilità; ma fu supposto ch’ei volesse rendere in cotal guisa manifesto agli spettatori quanto fosse il pregio del dono compartitogli dalla munificenza del principe; quindi anche una volta divenne scopo degli applausi unanimi di quella vasta arena di spettatori.

Nel qual tempo il priore di Jorvaulx, sempre faccendoso, disse alcune parole all’orecchio del principe a fine di ricordargli che il vincitore dopo aver date prove di coraggio, dovea darne una del proprio senno, scegliendo fra le matrone che trovavansi nelle logge la meritevole del seggio assegnato alla Regina della Beltà e degli Amori, quella dalle cui mani aspettava la propria corona il vincitore del dì successivo. Laonde quando il cavaliere passò dinanzi al principe, la seconda volta, questi gli fe’ un cenno, dopo il quale lo sconosciuto volgendo e fermando con eguale rapidità il suo destriero, rimase innanzi alla loggia del trono, immobile e colla punta della sua lancia bassata a terra. La destrezza posta nell’eseguire tale fazione, sì istantaneo passaggio da uno stato di agitazione vivissima alla immobilità di una statua equestre gli meritaron nuovi applausi di quella numerosa assemblea.

«Ser cavaliere Diseredato» gli disse il Principe, «poichè è questo il solo nome sotto cui vi piacque farvi conoscere, una tra le prerogative del trionfo che riportaste, sì è quella di scegliere l’avvenente giovane, che qual Regina della Beltà e degli Amori presederà domani alla festa. Se siete estraneo in questa terra, e desideraste quindi qualche cognizione che in tale scelta soccorresse la vostra deliberazione, vi dirò solamente che Alicia, figlia del prode cavaliere Waldemar Fitzurse, vien [83]riguardata nella mia corte siccome la più ragguardevole, e per grado e per leggiadria.» E in ciò dire, gli indicò la loggia vicina ove stavasi l’encomiata donzella. «Però» aggiunse «è in libertà vostra presentare a quella cui giudicherete meglio la corona che sto per consegnarvi. Colei che la riceve dalle vostre mani, verrà riconosciuta Regina della Beltà e degli Amori. Sollevate la vostra lancia.»

Il cavaliere obbedì, e allora il Principe collocò sul ferro della lancia appressatagli una corona d’oro che imitava le foglie del lauro, attorno a cui si alternavano cuori e punte di frecce a guisa delle palle e delle foglie di fragole che adornano le ducali corone.

Del mostrarsi co’ detti suoi sì parziale alla figlia di Waldemar molte furono nel Principe le cagioni, che tutte derivavano dall’indole del suo animo, ove ad un tempo sprezzante alterigia e presunzione, astuzia e bassezza allignavano. Primieramente ei volea far dimenticare ai suoi cavalieri il disdicevol partito, ch’egli medesimo avea posto e che pretese indi colorare siccome scherzo, quello cioè di nominare a regina della giostra un’Ebrea. Con ciò intese in oltre a farsi benevolo Waldemar Fitzurse, che gli dava una specie di tema, e che nel corso di tale giornata avea manifestati indizi di scontento più d’una volta. Sperava parimente farsi un merito utile alle sue mire presso la donzella medesima, se venìa coronata; perchè le voglie de’ licenziosi diletti dominavano l’animo di lui non meno d’una cieca ambizione, figlia, come, vedemmo, dell’ingratitudine e della perfidia. Ad ogni evento ei preparava un seme di rancori fra Waldemar ed il cavaliere Diseredato che egli avea preso in avversione pel trionfo ottenuto su i suoi partigiani; perchè nel contingibile caso che il vincitore scegliesse tutt’altra fuor di quella a lui suggerita dal Principe, non era improbabile che Waldemar riguardasse tal preferenza siccome insulto arrecato alla propria figlia.

Il cavaliere Diseredato cavalcando il suo bel corridore, compiè a passi lenti il giro all’intorno di tutte le logge, facendo mostra di esaminare, come n’era diritto, le diverse beltà che le ornavano, per dar così fondamento alla scelta che avrebbe profferita; ma nel passare sotto la loggia d’Alicia pomposa di tutto l’orgoglio che leggiadria e magnificenza incoraggiano, non vi si fermò un solo istante.

Un riguardo non privo di vaghezza offrivano i diversi artifizi adoperati dalle donne che soggiaceano a tal sindacato. Qual d’esse arrossiva, quale ostentava il contegno dell’alterezza o della dignità; alcune volgeano gli occhi da un’altra parte, volendosi quasi far credere indifferenti a tutta questa bisogna; altre mostravano di frenare il sorriso, altre gli davano libera carriera sperando aquistare nuova leggiadria. Fuvvene pur di quelle studiose di nascondere col velo i propri vezzi; ma tai donne, narra il mio autografo, erano use da dieci anni a veder [84]ammirata la propria bellezza, onde gli è lecito supporre, che avendo goduta la lor buona porzione di mondane vanità, si ritraessero volontarie dall’arringo per lasciare alle più novelle la speranza di trionfare.

Finalmente il vincitore si fermò sotto la loggia, entro cui sedeasi Rowena, Rowena ver cui tosto si conversero gli sguardi d’ognuno.

Certamente se il vincitore avesse potuto accorgersi di tutti i voti che si faceano per lui in quella parte di logge, e se considerazioni estranee a quella che soprattutto il movea, avessero potuto offerirgli occasioni d’usare predilezione, questa predilezione ei non l’avrebbe di lì dipartita. Cedric non ascose, ognun sel crede, l’eccesso della sua gioia allorquando cadde il Templario, e più veemente la manifestò alla disfatta di que’ suoi tristi vicini Frondeboeuf e Malvoisin. Lo stesso Cedric, mettendo la metà del corpo fuor della loggia, non distolse un istante gli occhi dal vincitore; seguendone tutte le corse non col guardo solo ma col cuore e coll’animo. Presa da egual propensione lady Rowena, contemplò tutti gli avvenimenti di quella giornata, comunque facesse mostra di non prestar loro una sì viva attenzione. Perfino Atelstano, l’indolente Atelstano, uscì per un istante del suo letargo abituale, e votò una gran tazza di vino al buon successo del cavaliere Diseredato.

Altro gruppo di persone situate sotto quella medesima loggia non aveva presa minor parte all’evento di questa pugna.

«Padre Abramo!» sclamò Isacco di York, sin quando scorse il cavalier Diseredato entrar nella lizza. «È desso, è desso[14]. Vedi, mia figlia, vedi qual portamento altero e nobile è in quel Nazareno!» Ma quando il vide lanciarsi a tutta briglia addosso al Templario non potè ristarsi dell’esclamare: «Ah! quel buon cavallo di Barberia venuto sì di lontano! Guardate! non gli usa più riguardo di quel che userebbe ad una rôzza normanna. E quella bella armatura che costò tanti zecchini all’armaiuolo di Milano, a Giuseppe Pareira! che ci era da guadagnare un sessanta per cento d’interesse! Oh! ne fa conto come se l’avesse trovata in mezzo ad una strada maestra!»

«E che, padre mio?» soggiunse Rebecca «lo vorreste forse più [85]sollecito del cavallo e dell’armatura che della propria persona, compromessa, come vedete, a sì grave pericolo?»

«Figlia mia» rispose Isacco con qualche veemenza «tu non sai quel che ti dica. Il suo collo e le sue membra appartengono a lui, non lo nego, ma quel cavallo e quell’armatura appartengono…. Oh beato Giacobbe! Che cosa stava ora per dire! Nulla monta. Egli è un bravo giovine. Vedi! Rebecca, vedi! egli è in procinto d’atterrare il Filisteo. Prega, mia figlia, prega che non arrivi alcuna disgrazia a questo bravo giovane, nè al suo buon cavallo, nè alla sua ricca armatura! Dio de’ mei padri! Egli è vincitore. Il Filisteo incirconciso è caduto sotto la sua lancia. Og, re di Bashan, è caduto sotto la spada de’ padri nostri. Il bravo giovane ha guadagnato il bel cavallo e l’armatura d’acciaio del Filisteo. Voglio sperare almeno non si dimenticherà d’impadronirsi delle spoglie che sono sue.»

Il degno Giudeo mostrò la medesima sollecitudine pel bravo giovane, e la medesima sollecitudine pel suo cavallo e per la sua armatura, finchè durarono le quattro altre corse, nè dimenticò di calcolare alla presta il valsente de’ cavalli e delle armature de’ giostratori disfatti.

Fosse irresolutezza, o altra cagione, il cavaliere Diseredato rimase alcuni istanti inoperoso in questa parte d’arena, mentre gli spettatori cogli occhi fisi sopra di lui aspettavano impazienti di vedere che risolvesse. Finalmente abbassando a poco a poco e con molta grazia il ferro della sua lancia, depose la corona ai piedi della bella Rowena. Tutte le trombe allor rintronarono, e s’udiron gli araldi d’armi acclamare pel dì successivo lady Rowena Regina della beltà e degli Amori, e minacciar d’esemplare gastigo chiunque non ne avesse riconosciuta l’autorità. Indi si ripeterono le solite grida: Larghezza, prodi cavalieri, larghezza. Cedric non capendo in sè pel contento gettò nel mezzo dell’arena quante monete aveva in saccoccia, ed Atelstano ne imitò la generosità, benchè dopo avervi pensato sopra alcun poco.

S’intese allora qualche bisbiglio fra le donzelle d’origine normanna così poco avvezze a vedersi posposte alle sassoni, come i loro padri, fratelli ed amanti lo erano a vedersi vinti dalla gente cui di tali giuochi cavallereschi furono egli stessi i maestri; ma tai segnali di scontento si perdettero in mezzo al grido generale: «Viva lady Rowena! viva la Regina della beltà e degli Amori!» Alle quali acclamazioni alcune voci si udirono aggiugnere: «Viva la Sassone principessa! Viva la stirpe dell’immortale Alfredo!»

Comunque poco gradevoli riuscissero al principe Giovanni e ai suoi cortegiani la scelta fatta dal vincitore e la sì manifesta gioia universale che derivò da questa scelta, non potè far di meno di confermarla, laonde fattosi condurre il suo destriero, scese dal trono, e seguito dal suo corteggio [86]rientrò nella lizza. Fermatosi un istante sotto la loggia ove stavasi Alicia, le indirisse un complimento, poi voltosi alla sua comitiva soggiunse con voce alta ad arte per essere inteso: «Sull’onor mio! se le imprese del cavaliere Diseredato lo provarono ben fornito di nervi e di coraggio, la scelta che ha fatto il dimostra privo altrettanto d’occhi e di discernimento.»

Ma la disgrazia del principe Giovanni, così in questa occasione come in tutte l’altre della sua vita, era quella di non conoscere l’indole delle persone ch’ei si voleva affezionare. Anzichè sapergli grado di questa specie d’omaggio tributato alla beltà della figlia, Fitzurse prese in mala parte che il principe avesse con tal osservazione messo in vista maggiore il poco riguardo usatole dallo straniero, onde prese a dire con alterezza:

«Fra le prerogative della cavalleria non ne conosco di più preziose, di più inalienabile sopra quella che lascia libera ai cavalieri la scelta della lor dama. Mia figlia non va a mendicare omaggi da chicchessia, nè gliene potranno mancare nella sfera che le s’addice.»

Il principe nulla rispose; e per celare meglio il dispetto e la collera, punse i fianchi del suo palafreno, e corse di gran galoppo ver la parte di logge, ov’era Rowena, che non avea per anco toccata la corona deposta a’ suoi piedi.

«Raccogliete, leggiadra Lady» le disse egli «il segnale della vostra sovranità; niuno più di noi gode nel renderle omaggio. Se piacesse così a voi, come ai nobili vostri amici, di abbellire in tal giorno la nostra mensa al castello d’Ashby, ne sarebbe di non lieve diletto lo stringere più ampia conoscenza colla Regina del dì novello.»

Rowena si tacque, e Cedric rispose in idioma sassone con questi detti:

«Lady Rowena non sa la lingua che le sarebbe necessaria per poter rispondere alla Grazia vostra, nè quindi per ben comparire convenevolmente alla vostra mensa. Io pure e il nobile Atelstano di Coningsburgo non conosciamo che la lingua e i modi de’ nostri maggiori. Piacciavi adunque d’averne per iscusati se non accettiamo il vostro invito. Domani Lady Rowena adempirà gli ufizi a lei assegnati dalla libera scelta del cavalier vincitore e confermati dalle acclamazioni del popolo.»

Dopo i quali detti prendendo la corona egli stesso la collocò sul capo di Lady Rowena, per dar a comprendere com’essa accettava l’autorità temporanea che le venìa conferita.

«Che dic’egli?» Chiese il principe Giovanni ostentando ignorare l’idioma sassone, comunque a perfezione il sapesse. E quando uno de’ suoi cavalieri gli ebbe data l’interpretazione del discorso fatto da Cedric, soggiunse: [87]«Bene, bene! domani metteremo sul suo trono questa muta sovrana…. Ma voi almeno, ser cavaliere» volgendosi al vincitore che era rimasto tutto quel tempo presso alla loggia «voi almeno parteciperete del nostro banchetto?»

Lo sconosciuto parlò allora la prima volta, e con voce appena intelligibile, prese pretesto per dispensarsene dal bisogno ch’egli avea di riposo e dalla necessità di apparecchiarsi al combattimento della domane.

«Nulla di meglio!» disse Giovanni con tuono misto d’alterigia e sarcasmo: «noi siamo poco avvezzi a tali rifiuti: pure ci sforzeremo di rendere il nostro convito men che sarà possibile melanconico comunque non onorato dalla presenza del vincitore e della sua regina.»

Dette le quali cose uscì dal ricinto insieme col suo sfarzoso corteggio; e tal partenza fu il segnale a cui votossi l’arena.

La mediocrità non dimentica mai le ferite fatte al suo orgoglio. Prima di togliersi dall’anfiteatro, gli sguardi del principe si scontrarono in quell’arciere spiaciutogli fin dall’istante delle quistioni occorse al proposito dell’Ebrea. «Vegghiate su questo furfante» diss’egli ad alcuni de’ suoi armigeri «il vostro capo mi sarà mallevadore di lui.»

L’arciere sostenne il guardo corrucciato del principe con quell’intrepidezza che avea manifestata poc’anzi, e rispose: «Il mio disegno non è d’abbandonare Ashby prima della sera di domani. Son curioso di vedere come gli arcieri della contea di Stafford e Leicester sappiano usare delle loro armi. Le foreste di Needwood e di Charnwood dovrebbero essere una buona scuola per loro.»

«Ed io» disse il principe alla comitiva, disdegnando rispondere immediatamente all’arciere «sono curioso di vedere se questo spaccamonti sa valersi delle sue. Tremi, se la sua destrezza non fa in qualche modo le scuse della sua temerità.»

«Gli è tempo una volta» disse Bracy «che la tracotanza di questi sciagurati venga repressa col dar qualche esempio straordinario.»

Waldemar, a quanto parea, non persuaso, che il suo signore fosse sul buon sentiero per giugnere alla popolarità, si stette in silenzio, nè fece altro che stringersi nelle spalle. Il principe riprese il cammino del castello d’Ashby e in meno d’un quarto d’ora un solo spettatore non vedeasi in quel recinto.

Le persone unite in drappelli, più o men numerosi, si ritiravano per diverse bande, ma la maggior parte intendeva ad Ashby. I personaggi i più distinti alla corte avevano nel castello i loro alloggiamenti, mentre gli altri si procacciarono stanze nella città. In questo ultimo novero si trovarono quasi tutti i cavalieri che nel torneo sostennero la [88]parte di assalitori o che divisavano mostrarsi nella giostra della domane. Tanto che questi camminando s’interteneano delle cose accadute nella giornata, erano accompagnati dagli applausi della plebaglia, che d’applausi pur largheggiava al principe Giovanni, mossa piuttosto dallo splendore del suo corteggio, che da affezione verso di lui.

Ben più sinceri e più meritati ed unanimi applausi risonavano attorno del vincitore, il quale bramoso di sottrarsi agli sguardi delle turbe affoltatesi per contemplarlo, accettò una tenda offertagli dai marescialli del torneo, ed era una di quelle situate all’estremità settentrionale della lizza. Quand’egli vi fu entrato si dissiparono a poco a poco le persone rimaste per vederlo più da vicino, e per far congetture sul suo nome e sulla sua condizione.

Quel tumulto, che non va mai disgiunto da un’adunanza numerosa di persone convenute in un medesimo luogo per vedere qualche avvenimento cui prendano viva parte, fece luogo allora al confuso bisbiglio di gente che parla allontanandosi, rumore che sminuisce a poco a poco, sinchè finalmente non si fa più sentire. Rimasti non erano nel ricinto se non se coloro cui spettava toglierne i cuscini e gli altri arnesi portatili, onde metterli al sicuro nel durar della notte, ed eran pur questi i quali si disputavano gli avanzi del vino e de’ reficiamenti, che per ordine del Principe erano stati presentati agli spettatori.

Di lì non molto distante vennero piantate diverse fucine temporanee, che stettero in lavoro tutta la notte per riparare l’armi e le armature da adoperarsi nuovamente nel dì successivo.

Una forte guardia, che cambiavasi ogni due ore fu posta attorno alla lizza, ove rimase fin dopo il tramontar del sole.

[89]

CAPITOLO X.
«Come, lasciate le diurne grotte,

«E ululando su i veron, su i tetti,

«Rompe, i sacri silenzi della notte

«Il guffo, e agghiaccia degl’infermi i petti,

«Di celato il Giudeo suo livor sfoga

«Come il Cristian che in un paventa e affoga.

L’Ebreo di Malta.

Non fu appena entro la tenda assegnatagli il cavaliere Diseredato, più d’un paggio e scudiere si presentarono per aiutarlo a spogliar l’armi; e per offerirgli nuovi abiti e il ristoro del bagno; zelo e premura animati in parte dalla curiosità, perchè non v’era fra essi un solo non bramoso di conoscere il cavaliere, che dopo aver colti sì nobili allori, nascondea con tanta sollecitudine il nome ed il volto. Non quindi sepper di più, perchè il vincitore, dopo averli ringraziati di lor cortesia, li rimandò con dire che gli bastava del suo scudiere. Era questi una specie di contadino, che avvolto in una zimarra di feltro d’un color di bruno carico, e coperto il capo d’un berrettone normanno di pelliccia nera, sel facea scender sino sugli occhi, voglioso, a quanto parea, di tenersi incognito come il padrone. Egli fu dunque che tolse l’armatura al cavaliere, indi gli pose innanzi e vino e alimenti, di cui le fatiche della giornata cominciavano a fargli sentire il bisogno.

Terminata appena quella mensa frugale, lo scudiere gli annunziò come cinque uomini montati su cavalli barberi chiedevano di parlargli. Il cavaliere Diseredato nello spogliare la sua armatura avea rivestita la lunga tonica qual la portavano allora i pellegrini, la quale essendo guernita d’un grande cappuccio atto a scendere quant’uom volea sul capo, giovava a nascondere i lineamenti di chi n’era coperto come lo avrebbe fatto la visiera d’un elmo; oltrecchè la notte in sul cominciare risparmiava la necessità di qualunque travestimento, quando mai il caso non gli avesse portato innanzi persone che ne conoscessero perfettamente la fisonomia.

Con sicurezza quindi si trasse fuori della tenda, ove trovò gli scudieri dei cinque tenitori che ne conduceano a guinzaglio i cavalli carichi delle armature di ciascun d’essi.

[90]
«Conformemente alle leggi della cavalleria» disse il primo di questi scudieri «io, Baldovino d’Oyley, scudiere del formidabile cavaliere Brian di Bois-Guilbert, vengo ad offerire a voi, che v’intitolate il cavaliere Diseredato, l’armatura e il cavallo, de’ quali si valse il detto Brian di Bois-Guilbert nella posta d’armi di questo giorno, ed è rimesso nella vostra generosità il conservar tali cose, o porne il prezzo, tale essendo la legge dell’armi.»

Gli altri scudieri ripeterono a lor volta la stessa formola, ciascuno a nome dei loro padroni, indi aspettarono per udire la risoluzione del vincitore.

«Una sola risposta farò così a voi come ai vostri padroni» disse il cavaliere Diseredato, indirigendosi unicamente ai quattro ultimi scudieri. «Portate adunque i miei complimenti a questi nobili ed onorevoli cavalieri, e dite loro che non saprei perdonare a me stesso se li privassi di cavalli e d’armature che non possono appartenere a più valenti campioni. Vorrei potere far sì che qui finisse il messaggio di cui v’incarico, ma essendo io, così di fatto come di nome, cavaliere diseredato, mi vedo costretto a pregare i vostri padroni a riscattar queste spoglie, giacchè posso appena dir mia l’armatura che ho indosso.»

«Noi abbiamo ordine» disse lo scudiere di Frondeboeuf «d’offerirvi in riscatto cento zecchini per ogni cavallo e armatura.»

«Ciò basterà» rispose il cavaliere: «le circostanze in cui sono mi costringono ad accettare la metà di tale somma; quanto al di più ne farete due parti eguali, e ciascun di voi ne terrà una per sè, e distribuirà l’altra agli araldi d’armi ed ai menestrelli.»

Gli scudieri lo ringraziarono d’una generosità di cui non erano usi a vedere sì di frequente gli esempi. Allora il cavaliere si volse allo scudiere del Templario: «Quanto a voi, dite al vostro padrone, che da lui non voglio nè cavallo nè armatura nè riscatto. La nostra querela non è terminata, nè il sarà che dopo esserci noi battuti a lancia e a spada a cavallo ed a piedi. Egli medesimo mi ha sfidato a battaglia continuata fino alla morte, nè io lo dimenticherò. Soggiugnetegli indi che nol riguardo come i suoi quattro compagni, co’ quali verrò sempre di buon grado a cambio di cortesie, ma come un uomo ch’io tratterò mai sempre da mortale nemico.»

«Il mio padrone» rispose Baldovino «sa rendere disprezzo per disprezzo, colpo per colpo, cortesia per cortesia. Poichè ricusate accettare questo riscatto, che da’ miei colleghi non rifiutaste, vi lascio qui il palafreno e l’armatura del cavaliere Bois-Guilbert, ben certo ch’ei non vorrà d’ora in poi nè cavalcar l’uno, nè portar l’altra.»

«Questo è un ben favellare, prode scudiere» disse lo sconosciuto [91]«e tale ardimento s’addice a chi tratta la causa del signore lontano. Non però vi soggiungo di lasciar qui l’armi e il cavallo; riportate tai cose al vostro padrone, e s’ei ricusa riprenderle, conservatele per voi. In quanto io possa averne l’arbitrio, ve ne faccio un presente.»

Baldovino salutò profondamente il cavaliere, e si ritrasse indi coi suoi compagni.

«Ebbene, o Gurth!» disse il Diseredato rimasto solo col suo scudiere; «tu vedi ch’io non ho offuscata la gloria dei cavalieri inglesi.»

«Ed io» rispose Gurth «per essere un custode di porci sassoni, non ho forse ben sostenuta la parte di scudiere normanno[15]?»

«Ottimamente; ma io temeva ad ogni istante che il tuo contegno goffo giungesse a scoprirti.»

«Che dite mai? Non ho paura che alcuno mi riconosca, se non fosse mai il mio camerata Wamba, che non saprei dire se sia più matto o maligno. Per altro non ho potuto stare dal ridere, nel vedermi passar vicino il mio vecchio padrone, cui nessuno toglie di mente che Gurth stia ora badando ai suoi porci nella foresta e tra la melma di Rotherwood. S’ei sapesse questa mia spedizione!…. Non vi mancherebbe altro!»

«Eh via, Gurth! Non ignori quello che t’ho promesso.»

«In fine poi accada quel che sa accadere! Non lascerò di prestarmi per un amico se v’andasse ancor la mia pelle. Già ho un cuoio duro quanto un porco da razza della mia mandria, e le verghe non mi fanno paura.»

«Credimi, Gurth, io ti ricompenserò de’ pericoli cui ti cimenti per amor mio. Intanto prendi queste dieci monete d’oro.»

«Dio ve ne renda merito!» rispose Gurth, nel metterle in saccoccia «eccomi ora più ricco di quanto lo fu mai un porcaiuolo od un famiglio.»

«Ora prendi questo sacco d’oro; va ad Ashby e t’informa dove alloggi Isacco d’York, gli ricondurrai il cavallo, ch’ei m’ha fatto prestare, dicendogli di tenersi su questo denaro il valore dell’armatura fornitami colla sua sicurtà.»

«No per san Dunstano! che non farò nulla.»

«Come Gurth? ricuserai tu d’eseguire i miei ordini?»

«No certo, finchè saranno giusti, ragionevoli e tali che un Cristiano possa adempirli. Ma quello che mi date ora è ben tutt’altro. [92]Sofferire io che un ebreo si paghi da sè medesimo! Non sarebbe cosa giusta, perchè tornerebbe allo stesso col tradire il mio padrone. Non sarebbe nemmeno ragionevole, nè opera di Cristiano. Mi parrebbe di spogliare un fedele per arricchire un miscredente.»

«Eppure, pensaci! voglio ch’ei rimanga contento.»

«Fidatevi in Gurth» rispose lo scudier porcaiuolo, mettendosi il sacco sotto il mantello e in questa uscendo fuor della tenda. Poi aggiunse fra sè medesimo «Costui sarebbe il diavolo s’ei non si contentasse della quarta parte di quanto domanderà.» Così prese la strada d’Ashby lasciando il cavaliere Diseredato in preda alle sue penose e sgradevoli meditazioni, delle quali però non è ancor giunta l’ora di render conto.

Adesso fa di mestieri cambiare il luogo della scena, e che il leggitore abbia la pazienza di trasportarsi con noi nella città d’Ashby, o a dir meglio in una casa di campagna situata in un sobborgo, e spettante ad un ricco Israelita. Isacco, Rebecca, e la gente lor di servigio, aveano ivi posto alloggiamento, perchè ella è cosa nota che gli Ebrei usavano fra loro la virtù dell’ospitalità con altrettanta grandezza d’animo quanta era l’avarizia e la cupidigia, di cui venivano tacciati inverso i Cristiani.

In un appartamento poco spazioso, ma riccamente arredato e messo al gusto orientale, Rebecca sedea sopra un mucchio di cuscini ricamati, posti sopra un pianerottolo non troppo alto che tenea tutto il circuito di quella sala, prestando l’ufizio di seggiole e di seggiole a bracciuoli siccome in circa ne è l’uso nel regno di Spagna. Questa giovane, negli occhi di cui la filiale pietà si leggea, li tenea fisi sopra ogni atteggiamento del padre suo, che faceva lunghi passi su e giù per la stanza, con viso smunto e costernato, or giugnendo le mani, or sollevandole al cielo come uomo il cui spirito lotti contro gravissima tribolazione.

«Beato Giob!» sclamava egli «e voi dodici santi patriarchi, padri della nostra nazione! Poteva accader peggio ad un uomo che ha sempre adempiuta fin nelle cose minime la legge santa di Mosè? Cinquanta zecchini toltimi con un sol tratto di rete, che mi carpirono gli artigli di quel tiranno!»

«Però, padre mio» disse Rebecca «parvemi che quel denaro avuto dal Principe, lo deste volontariamente.»

«Volontariamente! Che tutte le piaghe dell’Egitto gli piombino adosso! Volontariamente, sì! Con quella volontà che gettai nel golfo di Lione le mie mercanzie, quando fu d’uopo alleggerire il naviglio per non vederlo sommergere. Le mie sete le più preziose coprirono i flutti; i miei deliziosi profumi ne imbalsamarono la schiuma, i miei [93]drappi d’oro e d’argento ne arricchirono le caverne. Non mi trovava io fra le angoscie di chi agonizza quando le mie proprie mani compievano questo orribile sacrificio?»

«Padre mio, non rischiavamo men della vita, e mi pare che dopo quel tempo Dio abbia benedette le vostre imprese e vi abbia colmato di ricchezze.»

«Va benissimo; ma che mi giovano se il tiranno vi mette le branche siccome ha fatto questa mattina, se nell’atto di togliermi le sostanze mi costringe a mostrare buon umore?… O figlia mia, noi siamo una schiatta errante diseredata, e peggio è, che quanto più veniamo vilipesi, spogliati, a proporzione il mondo si burla di noi, e siam costretti ricorrere alla umiltà, alla pazienza, allorchè dovremmo pensare a vendicarsi dei nostri persecutori.»

«Non vogliate prender tutto in mala parte, o mio padre; alcuni vantaggi ancora stanno per noi: i Nazareni sì implacabili, sì crudeli, sono in certo tal qual modo subordinati a questi dispersi figli di Sion, da loro perseguitati e vilipesi. Privi del soccorso di nostre ricchezze, nè saprebbero come pagar le spese delle loro guerre, nè potrebbero decorare i trionfi che ne derivano. Il denaro che ad essi prestiamo torna nelle nostre casse moltiplicato da un buon interesse. In somma, possiamo essere paragonati alle zolle che non fioriscono mai tanto bene siccome allora che vengono calpestate. La festa medesima d’oggi si sarebbe ella solennizzata senza l’aiuto di questi spregievoli Ebrei che anticiparono il denaro necessario a tal uopo?»

«Oh qual cantino vai toccando adesso, mia figlia, cantino che manda alle mie orecchie un suono ingratissimo! — Quel bel cavallo, quella ricca armatura, dovean far parte de’ miei utili nell’affare concluso ultimamente, ove sto a metà con Kirgath Iairam di Leicester; figurati! il guadagno d’una settimana! niente meno che il tempo frapposto tra un sabato e l’altro! Ebbene! prevedo che il cavallo e l’armatura finiranno come le mie mercanzie gettate nel mare. Perdita sopra perdita, rovina sopra rovina!… Però… non disperiamo ancora. La cosa potrebbe andar altrimenti. Quel giovane ha dato prove di galantuomo.»

«Non crederò mai, padre mio, che vi dolga d’avere riconosciuti i servigi a voi prestati da questo straniero.»

«Credo non averne alcun rincrescimento, o mia figlia… credo anche alla riedificazione di Gerusalemme, ma ho tanta ragione di sperare che questi miei occhi vedano risorgere le muraglie e le fortificazioni del tempio, quanta ne ho per immaginarmi che un cristiano… e il miglior vedi! di tutti i Cristiani… arrivi a pagare un debito ad un Ebreo se non contempla dinanzi a sè la prospettiva della prigione e de’ catenacci.»

[94]
E sì dicendo, continuava a trascorrere con passi irregolari la stanza; laonde Rebecca, vedendo che ogni sforzo suo per consolarlo non giovava se non se a fornirgli nuovi argomenti di querelarsi, prese il prudente partito di lasciare che si sfogasse a suo grado; condotta savissima, e che noi proponiamo da imitarsi in simili circostanze a chiunque sentasi vocazione per le parti di consolatore o di consigliere.

Annottava, allorchè tre servi entrarono in quella stanza, un d’essi che ponea due lampade sopra una tavola, e i secondi che portavano altra tavola incrostata di argento, e coperta di reficiamenti i più dilicati e di sceltissimi vini; perchè gli Ebrei ricchi nell’interno di loro abitazioni, non erano avversi in niun modo alle ricercatezze del lusso. Avea già empiuta di vin greco una tazza, e stava Isacco per appressarla al labbro, quando uno de’ ridetti servi venne annunziando un Nazareno, il quale desiderava parlargli; chè col solo nome di Nazareni gli Ebrei fra loro erano avvezzi ad indicare i Cristiani. Il tempo di chi vive del commercio è a discrezione del pubblico; onde Isacco ripose senza averne gustato, la tazza sopra la tavola; e dopo avere ordinato di velarsi alla figlia, permise che il forestiere s’introducesse.

Appena aveva avuto il tempo Rebecca di nascondere i suoi vezzosi lineamenti sotto un velo di tocca d’argento che le scendea sino ai piedi, si aperse la porta, presentandosi Gurth avvolto in un ampio mantello normanno. Le apparenze nol favorivano troppo; che anzi diede a sospettare di sè egli medesimo, perchè invece di levarsi, entrando, il suo berrettone, se lo assettò meglio alla testa.

«Siete voi l’ebreo Isacco d’York?» domandò in lingua sassone Gurth.

«Sì» rispose Isacco nella lingua medesima, perchè il suo commercio l’avea posto nella necessità d’imparare tutti gli idiomi che si parlavano nell’Inghilterra. «E voi qual’è il vostro nome?»

«Il mio nome non vi deve importare.»

«È però necessario ch’io lo sappia. Voi voleste pure sapere il mio. Altrimenti come farei a trattar negozi con voi?»

«Non vengo a trattar negozi, ma bensì a pagare un debito; bisogna bene che io sia sicuro se pago il denaro nelle mani di chi lo deve riscuotere. A voi, che lo ricevete, poco rileva il conoscere la persona che ve lo porta.»

«Ah! siete qui per pagarmi! Oh! allora la cosa cambia. Beatissimo Abramo! per parte di chi venite voi a farmi questo pagamento?»

«Per parte del cavaliere Diseredato, del vincitore al torneo di quest’oggi. Vi porto il prezzo dell’armatura, che sulla vostra commendatizia gli ha somministrata Kirgat Iairam di Leicester. Quanto poi al cavallo l’ho consegnato alle scuderie di questa casa, sano e prosperoso come sono io. Orsù, quanto vi viene?»

[95]
«Oh! l’ho sempre detto ch’egli era un bravo giovane!» sclamò l’Ebreo che non capiva in sè medesimo pel contento. «Un sorso di vino non vi farà male» soggiunse indi offerendo al porcaiuolo di Cedric una tazza d’argento riccamente cesellata, e colma d’un liquore di cui Gurth non avea mai gustato l’eguale. «E quanto danaro mi portate voi?»

«Madonna!» sclamò Gurth dopo avere bevuto «che divino liquore tracannano questi cani di miscredenti! e tanti buoni cristiani com’io, non hanno spesso per lor bevanda che una birra torbida, densa, della quale non saprebbero che farsi i miei porci! Ah! quanto denaro, dite, v’ho portato! Non gran cosa. Però non son venuto a mani vuote. Ma infine, Isacco dovete avere una coscienza ancora voi benchè Ebreo.»

«Il vostro padrone ha fatti buoni affari in quest’oggi. Colla punta della lancia e colla forza del braccio ha guadagnato cinque bei cavalli e cinque belle armature. Potete dirgli che mi mandi tutta la sua vincita, e gli pagherò il di più.»

«Il mio signore ne ha già fatto l’uso che volea.»

«Male, male assaissimo! Ha operato da giovane senza cervello. Non v’è qui un Cristiano che sia in istato di comperare tanti cavalli e armature; nè da alcun Ebreo avrà ottenuto la metà di quanto gli avrei pagate io tali cose. In somma, vediamo: in questo sacchetto vi sono bene cento zecchini» e in ciò dire apriva leggermente il mantello di Gurth. «A quanto pare dee pesar molto.»

«Perchè vi stanno in fondo alcuni ferri per armar freccie» rispose Gurth senza esitare un istante.

«Ebbene! per quella ricchissima armatura… mi contenterò d’ottanta zecchini; e non ci guadagno una monetuccia d’oro. Avete voi il modo di pagarmeli?»

«Anderebbe ottimamente! Così il mio padrone resterebbe senza un soldo. Ma non sarà questa la vostra ultima parola!»

«Bevete ancora una tazza di questo buon vino. Ah! ottanta zecchini son pochi. Dove io avea la testa? Cedere una sì bella armatura senza nessun profitto per me, non lo posso. Poi chi sa? quest’ottimo cavallo può essere diventato bolso, attratto… è impossibile che non gli sia accaduta qualche disgrazia… Figuratevi! quelle corse! quelle giostre! uomini a cavallo che si gettavano gli uni addosso gli altri con tal furore… parevano i tori selvaggi di Basham!»

«Vi dico che il vostro cavallo è sano e salvo e vigoroso nella scuderia; poi andatelo a vedere. E dico di più, che settanta zecchini bastano al di là per pagarvi quella vostra armatura. La parola d’un Cristiano val bene quella d’un Ebreo, crederei. In fine poi, se una tal somma non v’accomoda, riporterò il sacchetto qual è al mio padrone.»

Nel dir tai cose facea sonare le monete d’oro che nello stesso sacchetto si contenevano.

[96]
«Via, via! contatemi ottanta zecchini; gli è il meno a cui possa aggiustarmi; e vedrete che saprò comportarmi generosamente con voi.»

Gurth ricordandosi allora di quanto gli disse il padrone, desideroso soprattutto di contentare l’Ebreo non fece altre parole, e avendo contati sulla tavola ottanta zecchini, l’altro gli lasciò una ricevuta di saldo per la venduta armatura. Isacco indi diè una ripassata alla somma, e la mano sua tremava di gioia quando intascò i primi settanta zecchini. Più assai indugiò nel contar gli altri, e ad ogni pezzo che prendea di su della tavola, si fermava a fare una meditazione prima di metterlo in borsa; perchè allora cominciò nell’animo suo una lotta tra l’avarizia e qualch’altro sentimento più liberale; ma vincitrice in tale conflitto la prima come lo fu nel torneo il cavaliere Diseredato, gli era cagione di allogare gli zecchini l’un dopo l’altro a dispetto d’una tal quale inspirazione più generosa che gli diceva al cuore di rimettere una picciola parte del prezzo avuto.

«Settant’uno, settantadue… Un bravo giovane quel vostro padrone!… Settantatrè… giovane eccellente da vero!… Settantaquattro… Questo zecchino è un po’ tarpato, ma non importa… Settantacinque… E questo mi par calante… Settantasei… Quando il vostro padrone avrà bisogno di denaro, venga pure a trovare Isacco d’York… Settantasette… Ben inteso colle debite malleverie…. Settantotto.. Voi pure siete un bravo galantuomo… Settantanove… E meritate una ricompensa.»

Il Giudeo tenea in mano l’ultimo zecchino su cui fece una pausa molto più lunga. Forse avea in animo di regalarlo a Gurth, e se quella moneta fosse stata o tosata o calante, chi sa non avesse obbedito a tale impulso di sua generosità. Ma per fatalità di Gurth era nuova di conio. Isacco la esaminò per tutti i versi, nè potè trovarle una magagna. La mettè in bilancia. Cresceva d’un grano. Non potè venir a quella di separarsene: «Ottanta» diss’egli finalmente, e quello zecchino se ne andò a stare cogli altri. «Il conto va bene, e voglio sperare che sarete largamente ricompensato dal vostro padrone. Vi restano ancora monete entro il sacchetto?»

Gurth fe’ una contorsione di volto, la qual cosa gli accadea tutte le volte che voleva sorridere. «Circa altrettante quante voi ne avete scrupolosamente contate. Ebreo» soggiunse indi nel prendersi la ricevuta «io non me ne intendo, ma se questa non è in buona forma, ci penserà la vostra barba.» Poi empiè, e questa terza volta non aspettò che gli venisse offerta, una tazza di vino, e dopo averlo mandato giù tutto d’un fiato senza far cerimonie andò via.

«Rebecca» disse Isacco «questo Ismaelita mi sembra petulante anzichè no; ma poco monta: il suo padrone è un galantuomo ed ho gusto che questo torneo gli abbia fruttato alquanti shekel d’oro, e che [97]non men del suo braccio abbiano contribuito a ciò il mio cavallo e la mia armatura.»

Sorpreso perchè Rebecca non gli rispondea, si volse; ma questa era scomparsa di lì fin quando egli stava in discorsi con Gurth.

Intanto questi avea scesa la scala, e giunto in un’anticamera trovossi al buio, onde cercava a tasto la porta per uscire. Allora gli comparve una donna vestita di bianco, la quale tenendo in mano una lampada gli fe’ cenno di seguirla nell’appartamento d’ond’ella usciva, e di cui lasciò socchiusa la porta. Con qualche ripugnanza Gurth le obbediva, perchè costui, comunque ardito ed impetuoso quanto un cignale, ogni qual volta conosceva il pericolo cui si cimentava, nudriva poi tutti i superstiziosi timori de’ Sassoni circa gli spettri, le fantasme, le apparizioni; sicchè gli dava molta inquietudine questa donna bianca, soprattutto in casa d’un Ebreo. Fra i delitti che un pregiudizio generale apponeva a questa popolazione vi era pur quello di professare la scienza cabalistica e la negromanzia. Ciò nullameno, dopo avere titubato alquanto, il coraggio connaturale in lui la vinse sopra un timor panico; talchè seguì la sua guida in una stanza, ove si vide alla presenza di Rebecca.

«Mio padre non ha voluto che farti uno scherzo» gli diss’ella, «o mio amico. Ei deve, sappilo, al tuo padrone dieci volte di più che quell’armatura non vale. Quant’è la somma che gli sborsasti?»

«Ottanta zecchini» rispose Gurth stordito da sì fatta inchiesta.

«Ebbene, cento ne troverai in questa borsa» a dir riprese Rebecca; «rendi al tuo padrone quanto gli spetta, il rimanente tienlo per te. Ma sollecita, parti, non perder tempo in ringraziarmi, e va guardingo nel traversar la città, per non perdere il denaro e forse anche la vita. Ruben» chiamò ella battendo le mani «fate lume a questo straniero, e uscito ch’ei sia chiudete bene la porta.»

Ruben, uomo Israelita che si facea scorgere per nera barba e nere sopracciglia, obbedì agli ordini della padrona, e con una torcia accompagnò Gurth sino alla porta; poi quando il vide fuori la imbarrò con catene e catenacci che avrebber bastato ad assicurare qualunque prigione.

«Per san Dunstano!» disse Gurth nello uscire, «costei non è un’Ebrea, ma bensì un angelo sceso dal paradiso. Dieci zecchini dal mio bravo padrone giovane! Venti da questa perla di Sion! Oh che bella giornata! Un’altra simile, o Gurth, e tu ti riscatti dalla servitù e divieni libero delle tue azioni! Allora, addio porci! Getto via la verga da porcaiuolo, impugno spada e scudo, non ho più bisogno di nascondere nè il nome nè il volto, e seguo il mio giovane padrone sino alla morte.»

[98]

CAPITOLO XI.
Primo masnadiere.

Olà, olà! Gettateci la vostra borsa, se non

volete che ve la prendiamo per forza.

Speed.

Miseri noi! Siam capitati negli assassini.

Valentino.

Amici miei….

Primo masnadiere.

Non siamo vostri amici, anzi nemici.

Secondo masnadiere.

Zitto! bisogna ascoltarlo.

Terzo masnadiere.

Sì, per la mia barba, che bisogna ascoltarlo.

Egli è un uomo di garbo.

I due Veronesi.

Le notturne avventure di Gurth non erano ancor terminate, ed egli medesimo incominciava a sentire qualche paura, allorchè dopo avere attraversata tutta la città d’Ashby, ed essersi lasciate addietro alcune case sparse qua e là che ne faceano i sobborghi, si trovò in una strada bassa chiusa fra due alture coperte d’avellani e bossi e da alcune quercie, i cui rami col dilatarsi coprivano quel cammino ineguale e fatto più disastroso da profonde rotaie. Erano queste le vestigia del molto carriaggio che avea trasportati i materiali necessari alla costruzione delle logge innalzate attorno all’arena ove accadde il torneo. All’altre molestie aggiugneasi l’oscurità della notte, perchè gli alberi impedivano quel poco di chiarore che la luna avrebbe potuto somministrare.

Udivasi in lontananza lo strepito dei bagordi della città, e canti e suoni d’allegria, e risate, le quali alimentando in Gurth la considerazione che la parte migliore di società trovavasi entro le mura di Ashby, nol lasciavano senza tema sul presente suo stato. «L’Ebrea non avea torto» diceva egli fra sè medesimo. «Per il cielo e per san Dunstano! vorrei che io e il mio tesoro fossimo in sicuro sotto la tenda del mio padrone. Qui si trovano, non voglio dire assassini, ma cavalieri e scudieri erranti, sonatori, bagattellieri, arcieri, vagabondi sfaccendati da non esserne tranquillo un uomo che abbia solamente un marco d’argento in saccoccia. Figuratevi chi ha come io una tal carica di zecchini! Ah se posso essere fuori di questo cammino d’inferno! Almeno all’aperto li vedrei, i figli di s. Nicolò, prima che m’avessero a cader sulle spalle.»

[99]
Indi raddoppiò il passo per raggiugnere più sollecitamente l’altura, cui mettea termine quella stretta, ma non fu abbastanza felice per riuscire in ciò. Laddove più fitti erano gli alberi che guernivano le due colline, gli piombarono addosso quattro uomini, due da ciascun lato della strada, e sì stretto il serrarono fra loro, che gli sarebbe stato inutile il resistere, quand’anche lo avesse potuto.

«La tua borsa!» uno di questi gli disse. «Noi siamo persone amorevoli, avvezze a liberare i viaggiatori dal peso dei fardelli che potrebbero impacciarli nel lor cammino.»

«Voi non mi liberereste sì facilmente del mio» rispose Gurth con fermezza «se mi lasciate la facoltà di difendermi.»

«È quanto or vedremo» rispose il malandrino. «Se tu vuoi avere le ossa fracassate e perder anche la borsa, nulla avvi di più agevole. Noi possiamo aprirti due vene nel tempo stesso. Conducetelo nel bosco» diss’egli ai compagni.

In conformità di tal ordine Gurth venne costretto a salire la collina di sinistra, giunto alla cui vetta, si trovò in un vano della foresta, rischiarato dalla luna, ed ivi fermaronsi. Ai quattro primi masnadieri due altri s’aggiunsero, e Gurth osservò che tutti sei portavano maschere al volto, la qual cosa non gli avrebbe lasciato verun dubbio su la profession di costoro, se pur dubbio avesse potuto conservare dopo i complimenti fattigli nell’arrestarlo.

«Quanto denaro hai tu?» gli chiese un degli uomini sopraggiunti.

«Trenta zecchini che m’appartengono» con tuon risoluto rispose.

«Falso, falso!» sclamarono in coro i malandrini. «Un Sassone avrebbe in proprietà trenta zecchini, e sarebbe partito dalla città senza esser briaco! La cosa è impossibile.»

«Io li risparmiava per comperarmi la libertà.»

«Sei un asino» disse un di costoro, «tre boccali di buona birra t’avrebbero fatto libero, e più libero che non è il tuo padrone, fosse anche stato un Sassone come sei tu.»

«La è una brutta verità» disse Gurth. «Ma in somma! se trenta zecchini vi fanno, lasciatemi il braccio libero, e ve li rimetto.»

«Un momento!» disse uno de’ due, giunti dopo, che a quanto parve godea di qualche autorità sopra gli altri «il sacchetto che porti sotto il mantello contiene più denaro di quel che notifichi.»

«Esso appartiene al valoroso cavaliere ch’io servo, e al certo non ve ne avrei parlato se vi foste contentati di quello ch’è mio.»

«Bravo! il tuo umor mi va a genio, e comunque siam tutti figli di s. Nicolò, puoi far capitale su i tuoi trenta zecchini, semprecchè però tu sia franco e sincero con noi. Ma intanto sbarazzati del peso che ti molesta.» E sì dicendo presegli il sacchetto di cuoio entro del quale [100]erano e la borsa datagli da Rebecca, e gli altri zecchini che aveva portati con sè. Continuando indi il ladro l’interrogatorio gli chiese:

«Chi è il tuo padrone?»

«Il cavaliere Diseredato.»

«Quella buona lancia che guadagnò il premio quest’oggi! Qual è il suo nome, e la sua discendenza?»

«Egli desidera che ciò resti ignoto, nè da me certo il saprete.»

«E tu come ti chiami?»

«Dirvi il mio nome sarebbe lo stesso che nominarvi il mio padrone.»

«Tu sei un servo fedele. Ora spiegane com’è venuto al tuo padrone questo denaro? Da eredità forse, o da qualche altro titolo?»

«Titolo! dal diritto della sua buona lancia. Questo sacchetto contiene il riscatto di quattro bei cavalli, e d’altrettante belle armature.»

«Quanto v’è dentro?»

«Dugento trenta zecchini, trenta miei e dugento del mio padrone.»

«Non di più? Il tuo padrone è stato ben generoso coi vinti, se si spacciarono a sì buon mercato. Nomina coloro che pagarono i riscatti.»

Gurth obbedì.

«Ma tu tacesti il nome del Templario» riprese a dire il capo dei malandrini. «Fo perchè tu veda che non si riesce ad ingannarmi. Qual riscatto pagò ser Brian di Bois-Guilbert?»

«Il mio padrone non volle riscatto da lui. Non ne vuole che il sangue: domina fra loro un odio a morte, nè può esservi tra l’uno e l’altro alcuna scambievolezza di cortesia.»

«Uh, uh!» sclamò quel capo; indi dopo avere pensato un momento soggiunse: «Per qual combinazione ti trovavi tu con questa somma ad Ashby?»

«Ho dovuto trasferirmi colà per pagare all’ebreo Isacco d’York il prezzo d’una armatura, ch’ei prestò al mio padrone per valersene al torneo.»

«E quanto pagasti ad Isacco? All’apparenza questo sacchetto non è stato toccato.»

«Pagai ottanta zecchini ad Isacco, ed egli in vece me ne fece restituire cento.»

«Frottole, frottole!» sclamarono tutti ad una que’ masnadieri. «Stimiamo il tuo ardire di volerne dare ad intendere menzogne tutt’altro che verisimili.»

«Ciò che vi dico» rispose Gurth, «è tanto vero, com’è vero che potete guardare la luna. Troverete i cento zecchini entro una borsa di seta, che è separata dal rimanente di questo denaro.»

«Pensa bene» tornò a dire quel capo, «che tu parli d’un Ebreo, [101]d’un Israelita, d’un uomo incapace di restituire l’oro, toccato che l’abbia una volta, come le sabbie del deserto sono incapaci di restituire una tazza d’acqua, che il viandante abbia versata sovr’esse.»

«Un Ebreo» soggiunse un altro «non conosce la pietà più d’un usciere di tribunale che non abbia ricevuto il suo beveraggio.»

«E pure quel che vi dico è vero» replicò Gurth.

«Si batta l’acciarino» disse il capo «e vediamo. Se il nostro furfante non ci inganna, la generosità di questo Ebreo è un miracolo da mettersi con quello dei suoi antenati che faceano scaturir l’acqua dal sen de’ macigni.»

Venne accesa una torcia, tanto che il capo esaminasse il contenuto della borsa. Mentr’ei la slegava, i compagni suoi gli si serrarono addosso, e que’ medesimi che teneano Gurth per le braccia, partecipando della generale curiosità, allungarono il collo per veder l’oro che tentava la lor cupidigia. Lo scudiere di una nuova fabbrica, sentendosi meno angustiato, tentò con subitaneo sforzo di liberarsi, e sarebbe riuscito a fuggire, se avesse voluto abbandonare il denaro del suo signore; ma era ben altra la sua intenzione. Strappando di mano ad uno di quei banditi un nodoso randello, ne percosse sonoramente il lor condottiere che a questo assalto non erasi preparato, e che per la sorpresa si lasciò cadere la borsa. Gurth stava per raccoglierla; ma di lui più agili i ladri il prevennero, e più di prima gli si strinsero alla vita.

«Furfante!» disse il capo «con tutt’altri che me ti sarebbe tornato male della tua temerità. Ma fra un’istante ravviserai tu medesimo il torto che avesti. Per ora parliamo del tuo padrone. Gli affari del cavaliere debbono precedere quelli dello scudiero; giusta ogni buona regola di cavalleria. Intanto sta fermo, perchè se ti movi un’altra volta non ti daremo il tempo di continuare i tuoi tentativi. Colleghi» disse indi agli altri «questa borsa è ricamata in caratteri ebraici, e contiene veramente cento zecchini, tutte prove che non ne ha ingannati costui. Noi non dobbiamo pretender tributo dal cavalier suo padrone. Ei ci somiglia troppo e saremmo ingiusti se non lo esentassimo. I lupi non assalgono i lupi nelle foreste.»

«Ci somiglia!» disse uno de’ banditi. «Vorrei sapere in che cosa!»

«In che cosa?» replicò il capitano. «Non è egli povero e diseredato, come il siam noi? Non accatta egli al pari di noi la sua vita colla punta della spada? Non ha egli battuti Frondeboeuf e Malvoisin come il faremmo noi stessi, se il destro se ne presentasse? Non è egli nemico in vita e in morte di Brian di Bois-Guilbert, che è parimente nostro nemico? Ma quando anche non vi fossero tutte queste ragioni, vorreste voi che avessimo minor coscienza di quanta n’ebbe un miscredente, un cane d’Ebreo?»

[102]
«Non sia mai» rispose quello stesso bandito. «Diverrebbe un’infamia per la nostra società, benchè a dir vero, ho servito nella brigata del vecchio Gandelyn, ove non si avevano tanti scrupoli. Ma questo insolente contadino almeno, spero non se ne andrà immune dal suo salasso!»

«Questo poi dipenderà da te» rispose il capo. «Vieni qui furfante» voltosi allora a Gurth. «Dimmi. Sai tu adoperare il bastone?»

«Spero» rispose Gurth «d’avervene data una buona prova.»

«Ne convengo, il colpo fu applicato con maestria. Ebbene, mettiti ad egual prova con questo bravo campione, e se riesci andrai esente da tassa; benchè sull’onor mio, la fedeltà da te mostrata verso il tuo padrone mi è tanto piaciuta, che quand’anco tu soggiacessi, credo pagherei il riscatto per te. Orsù, Mugnaio» tal era il nome di colui al quale si proponea questo cimento «prendi il tuo bastone e pensa a difenderti come ad assalire. E voi altri, lasciate in libertà cotest’uomo, e provvedetelo d’un’arme eguale. Fa chiaro abbastanza per una giostra di simil natura.»

I due campioni, armati l’un e l’altro di randelli e grossi e lunghi e pesanti egualmente, s’innoltrarono in mezzo al vano della foresta per essere più spacciati nelle fazioni del mutuo assalto, e per godere tutto il vantaggio del chiaro di luna. Gli altri ladri circondavano i duellanti ridendo e gridando al loro collega: «Bada, Mugnaio, bada. Questa volta potrebbe toccarti di pagare la posta.»

Mugnaio tenendo col pugno la parte di mezzo del bastone, sel facea avvoltare attorno alla testa, che è quanto i francesi chiamano il molinello, e schernendo Gurth, gli dicea: «Fatti innanzi, villano, fatti innanzi e proverai quanto pesi il mio pugno.»

«Se tu sei mugnaio di professione» rispose Gurth «ti ho per doppiamente ladro; ma ti farò vedere che non ho paura di te.» Nel medesimo tempo si pose a fare il molinello col suo bastone, chè non la cedea all’avversario nè di destrezza nè di maestria.

Allora si assalirono i due campioni, e per alcuni minuti diedero eguali prove di agilità, di coraggio e di forza. Il fracasso che mandavano que’ due randelli, urtandosi a raddoppiati colpi l’un l’altro era tale, che a qualche distanza parea lottassero sei combattenti per banda. Certamente pugne contese meno e men perigliose, vennero cantate in buoni versi eroici, ma la pugna di Gurth e di Mugnaio non avrà l’onore medesimo sol per mancanza d’un inspirato poeta. Ciò nonostante benchè tal lotta a molinello sia andata or giù d’usanza, ci sforzeremo come sappiamo di rendere in umil prosa la dovuta giustizia al merito di questi due prodi avversari.

Durò lungo tempo la lotta, nè il vantaggio era più dell’uno che [103]dell’altro, la qual cosa irritò Mugnaio, che oltre al dispetto di trovare un sì abile competitore, stizzavasi in udendo le risa de’ suoi compagni, intesi a schernirne gli inutili sforzi, come suole accadere in sì fatte occasioni. L’impazienza da cui il ladro lottatore fu preso, era tutt’altro fuorchè favorevole a tal genere di duello che domanda molta calma e prontezza di spirito; e fornì a Gurth, uomo d’indole ferma e risoluta, l’opportunità di vincere, opportunità ch’ei seppe cogliere maestramente.

Mugnaio assaliva con impeto da furioso; nè mai cessavano le due punte del suo bastone dal percuotere sul bastone dell’avversario, con cui si trovava già corpo a corpo. Gurth, nell’eseguire rapidamente il suo molinello, pesava ogni colpo e si tenea alla difesa, talvolta ancora facendo passi in addietro. Ma gli occhi suoi non abbandonavano mai il nemico; laonde veggendolo estenuato dalla fatica, gli indirizzò un colpo di sinistra alla testa, che mentre Mugnaio voleva riparare, la destra mano di Gurth colla rapidità del lampo ne afferrò il bastone menandogli sì violento colpo che lo stramazzò.

«Vittoria, vittoria!» gridarono i ladri. «Questo è ben combattere! Viva l’antica Inghilterra! Il Sassone ha salvato la pelle e la borsa. Mugnaio ha trovato padrone.»

«Tu puoi partire, uom valoroso» disse il capitano aggiugnendo il proprio suffraggio alle acclamazioni degli altri, eccetto Mugnaio. «Farò che due de’ miei compagni ti riconducano sino a veggente della tenda del tuo padrone, affinchè non ti scontri in alcuni altri figli di san Nicolò che potrebbero non essere di coscienza timorata come la nostra: poichè in una notte, siccome questa, non siam noi soli che stiamo in agguato. Per altro» soggiunse egli aggrottando le ciglia «ricordati che tu non volesti dirci il tuo nome. Che mai non ti venisse il prurito di sapere i nostri, o d’indagar chi noi siamo! Pensa a questo avviso salutare, se non vuoi che male ti accada.»

Gurth dopo avere ricevuto il suo prezioso fardello dalle mani del capitano, lo ringraziò, assicurandolo che non ne avrebbe mai dimenticati i consigli. Due di quella brigata, armati de’ loro bastoni, gli intimarono allor di seguirli, e lo condussero per angusto sentiere, spesso ingombro di macchie, e che faceva assai giravolte. Erano in procinto d’uscirne, allora che due uomini s’appresentarono ad essi; ma le guide di Gurth lor dissero a mezza voce alcune parole, dopo le quali questi si ritirarono. Ben s’avvide allora il fido scudiere come la cautela ideata dal capo de’ ladri nol fosse stata senza perchè, e ne conchiuse che numerosa era tale famiglia, e che si montava la guardia con regolarità attorno al luogo ov’essa teneva le sue ordinarie adunanze.

Ivi soffermatisi i due masnadieri: «Non c’innoltriamo di più» dissero a Gurth «poichè non sarebbe prudenza per parte nostra il venire [104]più avanti. Non dimenticate l’avviso che riceveste: custodite il segreto su di quanto v’accadde in tal notte, nè avrete occasione di pentirvene. Ma se per vostra disgrazia parlaste, rammentate che la torre di Londra non vi sottrarrebbe alla nostra vendetta.»

«Grazie, grazie! bravi galantuomini» disse Gurth. «So anch’io che cosa è prudenza. Ma spero di non offendervi, se mi fo lecito di augurarvi un mestiere meno rischioso e alquanto più onesto.»

In questa si separarono. I ladri presero la strada d’ond’erano venuti, e Gurth si trasferì alla tenda del suo padrone, al quale ad onta delle proibizioni fattigli narrò tutte le sue avventure di quella notte.

Il cavaliere Diseredato stupì delle udite cose, ed anche della generosità di Rebecca; risolvette però di non profittar nè di questa generosità nè dell’altra usatagli dai ladri, alla cui professione parea per vero dire estranea tale virtù. Ma ogni meditazione sulla singolarità di sì fatti avvenimenti fu interrotta dalla necessità di prendere riposo; chè del certo gliene facean sentire bisogno e le fatiche della giornata, e più imperiosamente quelle cui doveva prepararsi pel dì successivo.

Il cavaliere si adagiò sopra un ricco letto che gli aveano preparato i marescialli del torneo, intanto che il fedele Gurth, sdrajato sopra una pelle d’orso stesa per terra, si mise per traverso all’ingresso della strada in guisa che niuno poteva penetrarvi senza svegliarlo.

[105]

CAPITOLO XII.
»Era già il novo destinato giorno

»Sereno e lieto a l’oriente apparso,

»E già la vaga fama e il chiaro nome

»Avea d’Aceste convocati intorno

»I vicin tutti e pieni erano i liti.

Eneide. Trad. del Caro.

Sul nascere dell’aurora, un cielo puro e sgombro di nubi presagì bellissimo giorno, e già scorgeansi sulla pianura i più solleciti fra quegli spettatori che d’ogni banda si trasferivano al torneo, ansiosi di occupare le sedi più adatte a contemplare in ogni lor punto le giostre cavalleresche.

Nè tardi furono a giungere i marescialli del torneo, accompagnati dagli araldi d’armi, onde e ricevere i nomi de’ cavalieri che si presenterebbero per entrar nella lizza, e chieder loro sotto quale bandiera desideravano collocarsi, cautela necessaria a fine di mantenere una certa uguaglianza fra i due drappelli che doveano giostrare l’un contra l’altro.

Volea l’uso che il vincitore dell’ultimo torneo fosse capo di una delle due bande. Quindi il cavaliere Diseredato venne scelto a comandarne una, intanto che l’altra avrebbe obbedito agli ordini di Brian di Bois-Guilbert, il quale dopo il cavaliere erasi acquistata maggior gloria alla giostra precedente. I tenitori, colleghi nel dì innanzi del Templario, parteggiarono, com’era naturale, per lui anche questo giorno, eccetto Ralph di Vipont, ridotto dalla caduta in tale stato da non poter sì presto rimetter corazza. Molti cavalieri venivano a farsi ascrivere, ardenti di combattere sotto gli stendardi d’un de’ due condottieri.

Ardore che più vigoroso mostravano in tal secondo genere di lotta cui davano preferenza, comunque un torneo generale, ove tutti i cavalieri combattevano ad una volta, offerisse maggiori pericoli, e minori occasioni di segnalarsi in singolare certame. Ma ve n’avea molti tra questi che non fidandosi abbastanza nella propria abilità per provocare un solo avversario d’alta rinomanza, speravano in un arringo a tutti aperto incontrare qualche men formidabile competitore, con cui cimentarsi e poter far pompa di valore.

[106]
Circa cinquanta cavalieri s’erano già fatti notare per comparir sull’arena, allorquando i marescialli notificarono che maggior numero non ne verrebbe ricevuto, la qual cosa fu di grande rincrescimento a molti, bramosi ancora di presentarsi. Poco mancava alle dieci ore, e tutta quanta la pianura vedeasi coperta di cavalieri e pedoni, che accorreano al luogo del torneo. Finalmente il concerto della musica militare annunziò l’arrivo del principe Giovanni e del suo corteggio. Gli si fece attorno ad onorarlo la maggior parte de’ cavalieri preparatisi ad entrare in lizza.

Nel medesimo tempo arrivò Cedric il Sassone insieme a lady Rowena, nè con essi era Atelstano, che armatosi di pesante corazza avea preso luogo fra i combattenti, e quel che fe’ trasecolare Cedric, l’avea preso tra i partigiani del Templario. Ben il Sassone rampognò di tale scelta l’amico suo, ma inutili furono le rimostranze, e questi si scusò con quelle vaghe risposte, di cui si valgono per l’ordinario tutti coloro, che ostinati in voler fare una cosa sol perchè l’hanno così risoluta, non trovano poi veruna ragione plausibile a giustificarla.

Se non plausibile per altro, una ragione aveva avuta Atelstano per mettersi sotto lo stendardo di Brian di Bois-Guilbert, ma fu assai prudente per non parteciparla ad alcuno. Benchè l’indole sua neghittosa per natura lo avesse rattenuto dalle dimostrazioni che sarebbersi addette a chi aspirava al favore di lady Rowena, egli era tutt’altro che indifferente ai vezzi della medesima, anzi si tenea certo di divenirle sposo, e perchè n’avea ottenuto l’assenso da Cedric, e perchè tal nodo piaceva a tutti quegli amici ai quali la stessa Rowena potea chieder consiglio. A fatica quindi celò il proprio rincrescimento in veggendo il dì innanzi, che il vincitore, usando del privilegio concedutogli dai patti di quella giostra, acclamò Regina della Beltà e degli Amori Rowena. Vago adunque era di punire chi si mostrò parziale alla donna, la cui mano esso agognava, oltrechè molto fidavasi nella prodigiosa sua forza, e nelle lusinghe dei suoi adulatori, che persuadevano Atelstano niuno esservi più atto di lui a riportare il premio del torneo. Indi fu che questo pretendente di Rowena venne nella deliberazione non solamente di negare il soccorso del suo braccio al cavaliere Diseredato, ma di fargli sentire, se l’occasione il permettea, quanto la propria lancia valesse.

Bracy, e molt’altri cavalieri partenenti al corteggio del principe Giovanni posti eransi fra i tenitori, perchè così volle il loro padrone, sollecito di non trascurare alcun modo possibilmente opportuno ad assicurare vittoria alla parte cui Bois-Guilbert comandava. Contra questa però si chiarirono molt’altri cavalieri così inglesi, come normanni, e con tanto maggior entusiasmo che gl’inorgogliva il combattere sotto [107]il vessillo di tal prode campione qual si mostrò il cavaliere Diseredato.

Non appena il principe Giovanni vide giugnere la donna cui si aspettava l’essere in quel giorno Regina, le mosse incontro con quell’aria di cortesia ch’ei sapea ostentare a sua voglia, e levandosi dal capo il ricco suo berrettone, saltò a terra offerendo la propria mano a lady Rowena per aiutarla a scendere dal suo palafreno, al quale un de’ cortegiani dello stesso Principe teneva la briglia. Intanto gli altri cavalieri si avvicinavano, studiosi di porgere i loro omaggi alla novella Regina.

«Siamo i primi» disse il Principe «a dar l’esempio del rispetto dovuto da ognuno alla Regina della Beltà e degli Amori, e affrettiamci di guidarla al trono serbatole in questo giorno. Signore» aggiunse volgendosi alle matrone «accompagnate la vostra Regina, e tributatele quegli onori, che voi parimente riceverete a vostra volta.»

Nel profferir tali accenti il Principe condusse lady Rowena alla sede d’onore preparatele rimpetto al trono, intantochè le matrone, più distinte per nascita e per avvenenza, gareggiavano nel farsele attorno e corteggiarla.

Sedutasi lady Rowena, l’aere rintronò di militare armonia, cui s’aggiugneano le acclamazioni della moltitudine. I raggi del sole, giunto allora al massimo del suo splendore, venian ripercossi dall’armi dei cavalieri, le cui bande poste alle due estremità dell’arena circondavano ciascuna i lor capi, e concertavano su la maniera di ordinare le loro linee e di sostenere l’assalto.

Gli araldi d’armi allora imposer silenzio quanto fu d’uopo ad udire la lettura de’ regolamenti pel torneo. Erano questi in parte intesi a diminuire nel più possibile modo i pericoli della giostra, cautela ivi più necessaria, perchè si faceva uso di corte spade e di lancie puntute.

Era libero ad ogni cavaliere il valersi d’una mazza, o d’una picozza di punta e taglio, non così del pugnale, arme formalmente proibita in quel conflitto. Un cavaliere gettato da cavallo potea rinnovare il battimento a piedi con un dei campioni, cui la stessa sventura fosse accaduta, ned era in allora lecito ad alcun guerriero a cavallo l’assalire il pedone. Se un cavaliere, spinto fino all’estremità dell’arena dal suo competitore, giugneva a toccare o coll’armi o col corpo il palizzato dovea darsi per vinto, e ritrarsi dalla pugna, divenendo in arbitrio del vincitore il cavallo e l’armi del perditore. Se un cavaliere rovesciato non era più in istato di rialzarsi, il suo scudiere o il suo paggio potevano entrar nell’arena e trarne fuori il loro padrone, ma questi tenuto vinto perdea parimente l’armi e il cavallo. La lotta aveasi per terminata tostochè il principe Giovanni gittava il suo bastone del comando [108]in mezzo all’arena; providenza intesa a risparmiare lo spargimento del sangue, allorchè manifesto ed inevitabile mostravasi per una delle due parti il trionfo.

Ogni cavaliere che violasse i regolamenti del torneo, o mancasse in qualsisia modo alle leggi della cavalleria, poteva essere, in punizione di sua sleale condotta, obbligato a spogliar l’armi e a sedersi ai cancelli dello steccato, esposto così alle pubbliche risate. Dopo avere promulgati sì fatti regolamenti, gli araldi d’armi terminarono esortando tutti i buoni cavalieri a fare il loro dovere, e a meritarsi il favore della Regina della Beltà e degli Amori; indi si ritirarono prendendo il luogo che loro spettava.

I cavalieri si avanzarono lentamente dalle due estremità dell’arena, schieratisi in doppia fila, e gli uni appuntino rimpetto agli altri. Il capo di ciascuna banda dovea starsi nel mezzo della fila d’avanti, ma niun de’ due vi si collocò se non se dopo avere passata in rassegna la sua brigata, ed assegnato a ciascuno il posto che gli competea.

Offeriva uno spettacolo maestoso ad un tempo e terribile la vista di tanti prodi guerrieri vestiti di ricche armature, e a cavallo di superbi corridori, preparati ad una lotta spesse volte micidiale, e seduti su guerresche selle, che sarebbersi detti pilastri d’acciaio, impazienti d’udire il segnal della pugna quanto impazienti se ne mostravano i lor focosi cavalli, che nitrivano e raspavano colle zampe l’arena.

I cavalieri teneano diritte le loro lancie, e intanto il sole ne facea sfolgorare le brunite punte, mentre le banderuole di cui andavano ornate, ondeggiando al di sopra de’ pennacchi, facean bell’ombra sugli elmi de’ combattenti. In tal postura rimasero per dar tempo al marescialli del torneo di trascorrere le file, il che questi eseguivano col massimo scrupolo onde accertarsi che una parte non fosse più numerosa dell’altra. Poichè riconobbero che il numero de’ combattenti era eguale da tutte due le bande, si ritrassero dall’arena. Allora William di Wyvil gridò con voce di tuono: «Lasciate andare» chè questo era il segnale. Nel tempo stesso squillaron le trombe, e i cavalieri, abbassate le lancie, le posero in resta: si mossero ad un tratto le bande, e le due prime file d’ognuna d’esse galoppando fecero impeto l’una sull’altra, e l’aria rotta al primo scontrarsi loro in mezzo all’arena ne portò il fragore oltre alla distanza d’un miglio.

Nel durare d’alcuni istanti gli spettatori inquieti non poterono discernere qual fosse stato l’esito del primo assalto, perchè nubi di polve sollevate dallo scalpitar de’ cavalli offuscavano l’aere, ma queste si dissiparono in pochi minuti; e non appena lasciarono scorgere i combattenti, fu visto che da ciascuna banda la metà de’ cavalieri era già scavalcata, quai vinti dall’abilità e dalla maestria, quai dalla forza dei [109]loro competitori. Alcuni miravansi stesi per terra in uno stato sì deplorabile, da creder fino impossibile che più potessero rialzarsi, altri risorti in piedi, tornavano a caricarsi su i loro avversari venuti in egual condizione. Due o tre che aveano ricevute profonde ferite, valendosi delle proprie ciarpe ad asciugare il sangue, faceano sforzi per togliersi dalla mischia. Quelli fra i cavalieri che poterono senza votar l’arcione sostenere l’impeto nemico, avendo per la maggior parte rotte le lancie, brandivan le spade, e mettendo il grido di guerra si assalivano, e s’avventavano gli uni agli altri con tal accanimento, come se dall’esito del conflitto fossero dipendute le loro vite.

Crebbe tantosto il tumulto perchè da ambo i lati, le seconde file tenute fin lì a riserbo si lanciarono nella mischia per soccorrere ciascuna la parte propria. Gli amici di Brian di Bois-Guilbert sclamavano tutt’insieme. Ah! Beauséant! Beauséant![16] Pel Tempio! Pel Tempio! E rispondea la fazione opposta Desdichado! Desdichado! grido di guerra suggeritole dall’impresa che ella avea letto sullo scudo del proprio duce.

Eguale entusiasmo animava entrambe le schiere, entusiasmo spinto al furore. Incerta si pendea quella pugna che gli era impossibile il presagir tuttavia chi fosse per essere vincitore. Lo scricchiolar dell’armi, il gridare de’ guerrieri, cui s’univa lo squillar delle trombe, coprivano i gemiti de’ soggiacenti, che privi di conoscenza si avvoltavano sotto i piedi de’ lor cavalli. Quelle armature dianzi sì fulgide, imbrattate di polve e di sangue, andavano in ischeggie sotto i reiterati colpi delle picozze di punta e taglio. Le candide piume che ornavano i cimieri cadevano d’ogni banda siccome falde di neve. Scomparso quindi tutto lo splendore e la grazia che prima ammiravansi in quelle militari vestimenta, non rimanevano che prospettive atte ad inspirare e terrore e pietà.

Pure tal è la forza della consuetudine, che non solamente il popolo, per natura inclinato alle scene d’orrore, ma le stesse matrone che empievano le logge, vedeano la pugna, non diremo già senza esserne commosse, ma certamente senza che le prendesse l’idea di volger gli occhi altrove da una scena sì disgustosa. Non negherassi che alcuna volta le guance della beltà impallidirono, e pur s’udì qualche gemito femminile sul caso d’un amante, d’un fratello, d’uno sposo, feriti o lanciati nella polve. Ma generalmente parlando le matrone incoraggiavano i campioni non solamente col battere palma a palma, ma col mandar [110]grida: «Brava lancia! buona spada!» ogni qual volta vedeano un cavaliere segnalarsi per atti d’ardimento o prodezza.

Se tanta vaghezza delle sanguinolente giostre il bel sesso mostrava, ognun s’immagina quanto gli uomini ne fossero dilettati. Il qual sentimento manifestavano con romorose acclamazioni, ogni qual volta la fortuna parea chiarirsi in segnalata guisa per una delle due parti, e gli sguardi della moltitudine erano sì fisamente conversi all’arena, che sarebbesi detto menar ella o ricevere i colpi di cui soltanto stavasi spettatrice. S’udivano fra ciascuna pausa le voci degli araldi d’armi esclamanti: «Coraggio, prodi cavalieri! l’uom muore, ma vive la gloria. Coraggio! la morte è da preferirsi alla disfatta. Coraggio, prodi cavalieri! gli occhi della beltà vi contemplano.»

Infra le vicissitudini di tal pugna ogni sguardo cercava scoprire i capi di ciascuna banda, i quali, lanciandosi ove fervea più forte la zuffa, coll’esempio e colla voce incoraggiavano i lor compagni. Per valore entrambi spiccavano, e appena eravi nelle file opposte un sol combattente con cui non si fossero cimentati. Mossi da scambievol rancore, e consapevoli che la rotta d’uno fra essi avrebbe indubitatamente risoluto l’esito della pugna, tentarono molte volte unirsi a singolare certame. Ma vano facean tale sforzo la confusione e la folla, onde accadea sempre che li separavano l’un dall’altro nuovi cavalieri, ardenti di sperimentare le proprie armi contra il duce della fazione avversaria.

Finalmente costretti gli uni dopo gli altri a confessarsi vinti, ritirandosi all’estremità dell’arena, e molti per le ferite non essendo in istato di continuar nella zuffa, il numero de’ combattenti fu diminuito d’assai; ed in allora il Templario e il cavaliere Diseredato si trovarono e fecero l’un sopra l’altro tal furioso impeto, quale odio inviperito congiunto a sete di gloria poteva inspirare. Tanta si fu la maestria d’entrambi negli assalti e nelle difese, che gli spettatori fecero eccheggiare il ricinto d’unanimi e involontari applausi, figli dell’ammirazione e della sorpresa.

Ma svantaggiosissima fu in tal momento la condizione cui videsi il cavaliere Diseredato; il braccio gigantesco di Frondeboeuf d’una parte, la forza prodigiosa d’Atelstano dall’altra, aveano atterrati tutti quelli che s’offersero ai loro colpi. Laonde spacciatisi dagl’immediati loro avversarii que’ due cavalieri, idearono ad un tempo il medesimo divisamento, quello cioè d’assicurare il trionfo della lor fazione coll’unirsi al Templario per isconfiggere il comune rivale. Forzando quindi di speroni si mossero per assalirlo, da un fianco il Normanno, dall’altro il Sassone. E sarebbe stato impossibile al cavaliere Diseredato il reggere un solo istante a tale lotta, impari quanto non aspettata, se le grida degli spettatori, [111]per istinto fin di natura commossi dal rischio d’un guerriero, che tre cavalieri assalivano in una volta ed all’improvvista, non lo avessero avvertito a tempo del giugnere de’ nemici.

Ei vide tantosto il pericolo che gli sovrastava; laonde dopo aver vibrato terribil colpo sull’armatura del Templario, fè dare addietro il cavallo con tale accorgimento, che evitò il duplice assalto di Atelstano e di Frondeboeuf, lanciatisi tanto furiosamente, che passarono fra il Templario e il suo competitore senza poter frenare i destrieri. Ma pervenuti poi a padroneggiarli, si collegarono tutt’e tre per far mordere la polve al cavaliere Diseredato, che certamente sarebbe tosto soggiaciuto, se nol salvava l’agilità del suo nobile corridore, premio delle imprese che il giorno innanzi lo segnalarono. Aggiugneasi, che il cavallo di Bois-Guilbert era ferito, e quelli di Frondeboeuf e d’Atelstano incominciavano a piegare sotto il peso de’ loro padroni e delle grevi armature da cui erano difesi. Di tai vantaggi profittò il cavalier Diseredato; e pose tant’arte nel dare e tor la briglia al suo destriero, che per alcuni minuti li tenne tutt’e tre in riguardo, separandoli quanto il potea e gettandosi or su l’uno or sull’altro, e menando loro colpi di spada, e ritraendosi prima che quegli emuli sbalorditi avessero tempo di riacquistare la mente.

Ma comunque gli rintronassero applausi da tutta l’arena, estatica al veder tante prove di abilità e di valore, gli era evidente che non potea durare più a lungo; onde i personaggi che stavano a fianco del principe Giovanni lo supplicavano unanimamente a voler gettare il suo baston del comando in mezzo alla lizza, e risparmiare così a tanto valente cavaliere il cordoglio d’una disfatta.

«No, per la luce del cielo» rispose il principe Giovanni «questo medesimo cavaliere che ostinatosi a celarne il suo nome, disdegna l’ospitalità da noi offertagli, toccò già jeri il suo premio. Soffra ora che a lor volta l’ottengano gli altri.» Ma intantochè il Principe terminava tai detti, un caso non preveduto cambiò repentinamente l’aspetto di quella giostra.

Stava nella sminuita banda che parteggiava pel cavaliere Diseredato un guerriero vestito di nera armatura, e che reggea parimente un nero corridore. Questo cavaliere grande, ed a quanto parea forte e robusto, non portando sopra lo scudo alcuna sorte d’impresa, avea fino a quel punto data a divedere poca premura alla giostra. Contento di rispingere, e il facea con molta destrezza, i campioni che lo assalivano, non si curava d’inseguirne o provocarne veruno. In somma ei sostenea la parte piuttosto di spettatore che di cavaliere partecipe del torneo, acquistatosi quindi dalla moltitudine il soprannome di Neghittoso Nero.

[112]
Ma parve uscir repente di tanta svogliatezza, allorchè vide in uno stato così rischioso il duce della sua truppa, al quale accorse in aiuto facendo sforzo di sproni, e gridando con voce imitatrice del tuono: «Desdichado al soccorso!» E n’era tempo; perchè mentre il cavaliere Diseredato stringea alla vita il Templario, accostatosi al primo Frondeboeuf stava col brando sollevato per vibrargli un colpo, allorchè il nuovo campione fu in tempo di arrestarlo, assalirlo, farlo d’un balzo avvoltar nella polve. Il Neghittoso Nero indi si volse ad Atelstano di Coningsburgo, nè potendo giovarsi della propria spada che avea rotta sull’armatura di Frondeboeuf, strappò di mano all’attonito Sassone la picozza di punta e taglio, con cui questi volea ferirlo, e gli misurò sì vigoroso colpo che il mise a starsene col suo collega.

Dopo tali due atti di prodezza che gli meritarono tanto maggiori applausi, perchè niuno a ciò si aspettava, il Neghittoso Nero parve tornasse nella sua naturale indolenza, e ricondottosi tranquillamente all’estremità dell’arena, lasciò che il suo duce terminasse egli la contesa con Brian di Bois-Guilbert. Nè lunga, nè ostinata fu questa lotta, perchè sendo gravemente ferito il cavallo del Templario, al primo scontro soggiacque. Brian di Bois-Guilbert si rotolò nella polve con un piede impacciato sì nella staffa che non potè liberarnelo. Scese immantinente a terra il suo competitore, e gli gridò s’arrendesse; ma il principe Giovanni più commosso dal pericolo del Templario che nol fu da quello in cui trovossi dianzi il cavaliere Diseredato, risparmiò a Bois-Guilbert l’umiliazione di confessarsi vinto col gettar nell’arena il suo baston del comando, e così mettendo fine alle pugne.

Gli scudieri, che senza rischio non avrebbero potuto nel durar del conflitto avvicinarsi ai loro padroni, entrarono allor nel ricinto per trasportare nelle vicine tende i feriti.

Tal ebbe conclusione il celebre torneo d’Ashby-de-la-Zouche, nè mai guerrieri si contraddistinsero per fatti d’armi più segnalati. Quattro cavalieri perirono sul campo, e un di questi soffocato dal calore che sofferiva entro la sua armatura; sommarono a trenta coloro che riportarono gravi ferite, e quattro o cinque di essi morirono pochi giorni dopo. Quindi tal giostra non vien memorata nelle antiche cronache se non se col predicato di nobile e bella posta d’armi d’Ashby.

Brian de Bois-Guilbert si rotolò nella polve, con un piede impacciato sì nella staffa che non potè liberarnelo. — Scese immantinente a terra il suo competitore, e gli gridò s’arrendesse, ma il Principe Giovanni…..

Spettando allora al principe Giovanni l’indicare il cavaliere, che per più belle imprese erasi segnalato, ei decise che l’onore di tal giornata apparteneva al campione, soprannominato dalla voce pubblica il Neghittoso Nero. Indarno gli venne rimostrato che in sostanza la vittoria fu riportata dal cavaliere Diseredato, il quale avea colle proprie mani atterrati sei cavalieri, e coronate sì chiare geste col mettere giù d’arcione il duce della parte contraria. Il principe Giovanni persistette [113]nella sua sentenza, adducendo che il cavaliere Diseredato e i suoi colleghi sarebbero stati vinti senza il possente soccorso del cavaliere dall’armi nere; a questo pertanto doversi aggiudicare il premio.

Venne tostamente sollecitato a mostrarsi il vincitore; ma a grande maraviglia de’ circostanti questi non si presentò. Egli si era partito dall’arena appena terminata la giostra, e vi fu chi ‘l vide avviarsi ver la foresta con quella lentezza e quei non curanti modi, che gli ottennero il soprannome di Neghittoso Nero. Per due volte le trombe il chiamarono; per due volte gli araldi d’armi bandirono l’acclamazione d’uso; laonde per l’assenza di esso fu d’uopo nominare altro cavaliere a ricevere gli onori del torneo. Il principe Giovanni non ebbe allora pretesti per non riconoscere que’ diritti che il cavaliere Diseredato potea far valere ad un premio a sì belle geste dovuto e lo acclamò vincitore.

Per mezzo d’un’arena innaffiata di sangue, coperta di frantumi d’armature e di morti cavalli, i marescialli del torneo condussero nuovamente a pie’ del trono il vincitore, al quale il principe Giovanni volse tai detti:

«Cavaliere Diseredato, poichè è questo il solo titolo, sotto cui acconsentiste d’essere conosciuto, noi vi decretiamo per la seconda volta gli onori del torneo, e notifichiamo che avete diritto a pretendere ed a ricevere dalle mani della Regina della Beltà e degli Amori la corona d’onore che il valore vi meritò.» Il cavaliere fe’ un profondo inchino, ma nulla rispose.

Intanto che gli araldi gridavano attorno a tutto il recinto: Onore al prode! gloria al vincitore! che le matrone sventolavano i lor fazzoletti di seta e i ricamati lor veli; che il popolo facea eccheggiar l’aria di vivissimi applausi, i marescialli fra ‘l concerto di suoni militari conduceano per mezzo all’arena il cavaliere Diseredato finch’ei giunse a piè del trono d’onore, occupato da lady Rowena.

Dissero al cavaliere di prostrarsi sull’ultimo gradino del trono; perchè tutti i suoi atti, tutti i suoi moti dopo il termine della pugna sembravano sol regolati dagl’impulsi di coloro che gli stavano attorno; e fu anzi osservato ch’ei vacillava della persona nell’attraversare la seconda volta quel campo. Lady Rowena, scendendo dal suo trono con grazia e dignità in essa uguali, accigneasi ad adattargli sull’elmo la corona che ella tenea fra le mani, ma i marescialli unanimamente sclamarono: «No, no, gli è duopo che il capo del vincitore appaia scoperto». Il cavaliere articolò alcuni accenti, ma con voce sì fioca che dall’atteggiamento di chi li pronunziava anzichè dalle rilevate parole, si giudicarono intesi a mostrar brama in lui di star celato sotto la sua visiera. Brama non esaudita! perchè o fosse rispetto a quelle consuetudini cavalleresche, o curiosità, i marescialli non ne fecero caso. L’elmo [114]gli fu tolto, e comparvero i lineamenti d’un giovane di cinque lustri, le cui guance, comunque arse dal sole, e pallide e tinte d’alcune tracce di sangue, presentavano ancora una fisonomia oltre ogni dire gradevole.

A tal vista lady Rowena mandò un lieve grido; poi, richiamando attorno di sè tutta la forza del proprio animo, comunque ne tremassero tutti i muscoli per la violenta commozione che in lei si destò, pose la corona sul capo del vincitore, accompagnandone l’atto con tali accenti che con voce chiara e distinta vennero pronunziati: «Io ti presento questa corona, ser Cavaliere! ella è il guiderdone del valore che dimostrasti quest’oggi.» Indi dopo breve pausa soggiunse con fermo tuono di voce. «Non mai corona di cavaliere fu collocata sovra un capo più degno di portarla.»

Il cavaliere chinò la testa, e baciò la mano della giovine regina, ma poi inclinandosi anche più che nol divisava, cadde svenuto a’ suoi piedi.

La costernazione divenne generale. Cedric, già soprappreso da muto stupore nel vedersi alla presenza un figlio che da sè avea sbandito, in quel punto si fe’ innanzi frettolosamente come per separarlo da lady Rowena; ma l’aveano già prevenuto i marescialli del torneo, i quali si affrettarono di sciogliere della sua armatura Ivanhoe, attribuendo ad una riportata ferita il deliquio; nè mal s’apposero, poichè si osservarono e le tracce d’una punta di lancia che ne trapassò la corazza, e la profonda piaga che un tal colpo gli avea portata nel fianco.

[115]

CAPITOLO XIII.
«Immantinente Enea l’altra contesa

«Propon de l’arco e i suoi premii dichiara.

Eneid. Trad. del Caro.

Non sì tosto il nome d’Ivanhoe fu pronunziato, volò di labbro in labbro, sintantochè giunse all’orecchio del Principe, che aggrottò le ciglia in udirlo profferire. Si sforzò nullostante a celare il suo turbamento, e girando attorno disdegnosamente lo sguardo disse ai cortigiani: «Milordi, e soprattutto, ser Priore, che cosa pensate voi della dottrina trasmessane dagli antichi su le simpatie e le antipatie innate? Ai moti destatisi nell’animo mio parea indovinassi che m’era vicino il favorito di mio fratello.»

«Or sì Frondeboeuf può prepararsi a rimettere il suo feudo d’Ivanhoe» sclamò allora Bracy, che dopo avere fatta assai decorosa mostra di sè nel torneo, dimise elmo e scudo per porsi nuovamente nella comitiva del Principe.

«Sì veramente!» aggiunse Waldemar Fitzurse «gli è di tutta probabilità che questo giovane vincitore venga per ridomandare il castello e i terreni assegnatigli da Riccardo, e che l’Altezza vostra per atto di generosità presentò a Frondeboeuf.»

«Frondeboeuf» disse il Principe «non è tal uomo da restituir di leggieri cosa da lui già occupata, molto meno se la possede a buon diritto; perchè non credo, miei signori, essere alcuno fra voi, il quale mi neghi la facoltà di conferire i feudi della corona ai fedeli servi, che mi stanno intorno, e che mossi egualmente da zelo e da sentimento di dovere, si mostran pronti a far le veci di chi andò a combattere sotto cielo straniero, ponendo in non cale la patria sua, e togliendo a sè stesso l’abilità di servirla col proprio braccio, tutte le volte che le circostanze il richiedono.»

L’uditorio era troppo parziale in sì fatta tesi; laonde non v’ebbe fra quei cortigiani chi non sentenziasse naturale e giustissimo il diritto che il Principe si arrogava, e fu gara nell’esclamare: «Buon Principe, generoso Principe, che fa a sè stesso una legge di compensare i suoi [116]servi fedeli!» Ognuno di loro sperava ottener feudi e dominii ragguardevoli al pari di Frondeboeuf, e accarezzava quindi la mano da cui gli dovevano derivare. Fe’ coro con essi il priore Aymer, che solamente credette a sè lecita un’osservazione, non potere cioè cristianamente nomarsi terra straniera la città di Gerusalemme, comunis mater, diceva egli, madre di tutti i fedeli. Ma, aggiugneva ad un tempo, ch’ei non vedea come il cavalier d’Ivanhoe potesse applicare a sè questa massima. «Io so da buon canale, che Riccardo non è mai andato molto più in là d’Ascalon, e Ascalon, chi nol sa? è una città de’ Filistei, immeritevole di que’ privilegi che alla sola Città Santa possono appartenere.»

Nel tempo di sì fatti ragionamenti la curiosità avea tratto Waldemar verso il luogo, ove Ivanhoe cadde svenuto; sicchè tornando al Principe gli disse. «Il giovane eroe non darà lungo motivo d’inquietudine a vostra Altezza, nè cercherà disputare a Frondeboeuf il feudo d’Ivanhoe; egli è gravemente ferito.»

«Chiunque egli sia» rispose Giovanni «io non vedo in lui che il vincitor del torneo; e foss’egli dieci volte di più nostro nemico, o dieci volte di più affezionato a nostro fratello, le quali cose tornano forse allo stesso, gli è d’uopo ora largheggiar seco lui d’ogni soccorso addicevole allo stato in cui si trova. Ordineremo tosto al nostro primo medico perchè lo visiti.»

Un amaro sorriso si lasciò scorgere nei lineamenti del Principe intantochè profferiva tai detti. Waldemar Fitzurse fu pronto a rispondere che gli amici d’Ivanhoe aveano fatto trasportar questo giovine fuor dell’arena, aggiugnendo:

«Confesso ch’io non ho potuto difendermi da una tal qual commozione in veggendo il duolo che quest’ultimo avvenimento ha cagionato alla Regina della Beltà e degli Amori. Oh! ella ha ben finito con tristezza il suo regno d’un giorno! Non certo io son l’uomo che mi lasci infievolir di leggieri dal pianto femminile: ma lady Rowena seppe reprimere il cordoglio con tanta dignità, che m’era impossibile il non ammirarne la fermezza e il coraggio. Quanta lotta ella dovea sostenere coi moti del proprio cuore, allorchè a mani giunte contemplava con occhio asciutto quel corpo esanime che giacea steso a’ suoi piedi!»

«E chi è in somma questa lady Rowena, di cui udiam farsi continuamente parole?»

«Ella è una Sassone, erede di un ragguardevole patrimonio» disse il priore Aymer «la più bella delle belle, una rosa di freschezza, un vero gioiello sott’ogni aspetto.»

«Ebbene! noi ci darem pensiere di consolarla, e di nobilitarla [117]col concederle in isposo un Normanno. Senza dubbio essa è minore, e quindi a noi s’appartiene la cura di collocarla. Che ne dite Bracy? Vi sentireste in voglia d’imitar l’esempio degli amici del Conquistatore, e di sposare una Sassone per arricchire d’una cospicua signoria?»

«Se la signoria mi conviene, o Principe» rispose Bracy «gli è ben difficile che mi dispiaccia la sposa; e l’Altezza vostra ha trovata ora una bella occasione di compiere un’opera buona, e di tenere tutte le promesse fatte al suo fedele servo e vassallo.»

«A ciò penseremo» disse il Principe, «anzi….. aspettate. Per poter subito dar mano all’opera, dite al nostro siniscalco di trasferirsi tosto presso lady Rowena, e invitarla ad onorare di sua presenza il nostro banchetto, insieme colla sua compagnia, intendo quel suo burbero d’un tutore, e quell’altro sassone, specie d’orso, a cui il Neghittoso Nero fece morder la polvere nel torneo. Rigot» soggiunse volgendosi al siniscalco «nel far invito usate tal compitezza e tali riguardi che l’orgoglio di questi alteri Sassoni ne sia soddisfatto, e che non abbiano pretesti ad un secondo rifiuto, benchè sul mio onore, il far cortesia a costoro, sia gettar perle dinanzi ai porci.»

Pronunziate appena queste parole, e già preparandosi il principe Giovanni a dare il segnale della partenza, un uom del suo seguito venne a portargli un biglietto.

«D’onde viene?» il Principe gli domandò.

«Gli è quanto ignoro, o mio Principe» rispose l’altro «ma a quel che mi sembra, da paese straniero. N’è apportatore un Francese, che ha viaggiato notte e giorno, perchè sia rimesso più presto nelle mani di vostra Altezza.»

Il Principe ne esaminò con molta attenzione il soprascritto, poi il suggello su cui erano improntati tre gigli. Aperse indi la lettera con una agitazione che crebbe manifestissimamente quando ne lesse le parole, che nè più nè meno eran queste: Pensate ai casi vostri. Il lione è scatenato. Giovanni divenuto pallido come la morte, guardò da prima la terra, poi sollevò gli occhi al cielo com’uom che avesse letta la sua capitale sentenza. Riavutosi in appresso dal subitaneo effetto di quella sorpresa, chiamò in disparte Fitzurse e Bracy, ai quali fece leggere successivamente il biglietto.

«Forse» disse il secondo «quest’è un timor panico, o fors’anche la lettera è falsificata.»

«No» rispose il Principe «conosco bene il sigillo, conosco bene l’armi di Francia.»

«Se ciò è» soggiunse Fitzurse «che si indugia a convocare i nostri partigiani, sia a York, sia in qualche città posta nel centro? Il menomo ritardo potrebbe divenirne funesto. Abbandoniamo adunque [118]tai giuochi puerili, e pensiamo agli affari più serii sui quali è d’uopo or meditare.»

«Badiamo però» interpose tale osservazione Bracy «badiamo di non mettere mal umore nel popolo e negli arcieri col defraudarli d’un passatempo sul quale contavano. Mi sembra che tutti questi riguardi si possano conciliare insieme, perchè il dì non è molto innoltrato. Vostra Altezza ordini che segua tosto la gara fra gli arcieri, e che immediatamente dopo di essa venga aggiudicato il premio al vincitore. Per tal via ella avrà adempiuta la sua promessa, e sarà tolto a questa banda di servi sassoni ogni pretesto di querelarsi.»

«Ottima idea, o Bracy!» disse il Principe «tanto più perchè non dimentichiamo noi già d’avere un debito da saldare con quel villano, che ardì ieri insultarci. Il nostro banchetto, per cui sono già corsi gli inviti, è ordinato ad ora tarda. Fosse l’ultim’ora della mia possanza, la voglio consecrata alla vendetta e al diletto. Domani avrem tempo e d’affari e d’inquietezze e di brighe.»

Lo squillo delle trombe avendo nuovamente raccolti quegli spettatori che già cominciavano ad allontanarsi, gli araldi d’armi notificarono, come il principe Giovanni, richiamato da importantissime cure che gli impedivano d’assistere alle feste divisate per la domane, e sollecito per altra parte che i suoi valenti arcieri non si separassero senza aver fatte prove di destrezza alla sua presenza, avea risoluto che i giuochi promessi pel dì successivo si celebrassero in quell’istante medesimo. Il premio assegnato al vincitore stavasi in un corno da caccia guernito d’argento, in un sontuoso pendaglio di seta, ed in un medaglione di sant’Uberto, che era il santo, avvocato de’ giuochi villerecci.

Allora si presentarono per disputarsi il premio più di trenta arcieri, la maggior parte de’ quali erano boscaiuoli delle foreste reali di Needwod e di Charnwood. Ma conosciutisi scambievolmente, e veduto quali erano i loro avversari, due terzi de’ medesimi si ritirarono per non soggiacere all’obbrobrio d’una quasi certa disfatta. Perchè in quei giorni la maestria d’un buon saettiere si menzionava molte miglia all’intorno, come oggidì le qualità d’un cavallo addestrato a New-Market son note a coloro che frequentano quel luogo tanto famoso.

Laonde il numero de’ competitori si trovò ridotto ad otto. Il principe Giovanni scese dal trono, per esaminar più da presso que’ scelti arcieri, molti de’ quali portavano la regale divisa. Poi soddisfatta una tale curiosità, girò gli occhi attorno al ricinto, ansioso di scoprire colui che lo avea concitato a sdegno, e il vide in piedi nel luogo stesso ove trovollo il dì innanzi, che serbava la stessa calma, la stessa intrepidezza di prima.

«Volea dirlo» questi accenti il Principe gl’indirisse «volea dirlo, [119]che la tua destrezza non sarebbe andata del pari colla tua audacia. Tu non osi ora cimentarti con tali competitori.»

«Con vostra buona licenza, o signore» rispose l’arciere «una ragione diversa del timor d’esser vinto mi tiene in disparte.»

«E qual è questa ragione diversa?» gli chiese il Principe, al quale per un motivo ch’egli non avrebbe saputo spiegare a sè stesso, la presenza dell’uomo interrogato inspirava un’inquieta curiosità.

«Egli è, perchè questi arcieri ed io non siamo avvezzi a mirare allo stesso bersaglio; poi temerei si accigliasse la Grazia vostra nel vedere anche il terzo premio toccare a persona, che ha avuta la sfortuna di caderle in disfavore.»

«Arciere, come ti chiami?» gli domandò arrossendo il Principe.

«Locksley» rispose l’arciere.

«Ebbene, Locksley, tu mirerai al tuo bersaglio, quando gli altri arcieri avranno data prova di lor destrezza. Se riporti il premio, io lo crescerò di venti nobili[17], ma se tu perdi, ti fo spogliare del tuo abito, siccome indegno di portarlo, ed inoltre scacciar dal ricinto a colpi di corda d’arco, e ciò per punirti della tua arroganza e delle tue millanterie.»

«E se io ricuso d’accettar la disfida a tai patti?» rispose l’arciere. «La Grazia vostra, difesa come lo è da tanti armigeri, può fare ch’io sia battuto, spogliato dei miei abiti, ma non con la sua autorità obbligarmi a tender l’arco senza il mio beneplacito.»

«Se tu ricusi, dici, d’accettar la disfida! Fo rompere dall’inspettore il tuo arco e le tue frecce, e sarai scacciato come un poltrone da quest’arena.»

«E’ non è veramente offerirmi buoni patti, o gran Principe, il volermi obbligare a misurar le mie forze coi migliori arcieri delle contee di Stafford e di Leicester, sotto pena di provare indegnissimo trattamento se rimango al di sotto. Nondimeno sia fatta la volontà della Grazia vostra!»

«Guardie, vegliate sopra di lui» disse allora Giovanni «vedo che il coraggio gli manca, ma non voglio ch’ei possa evitare il cimento, al quale è mia mente ch’egli soggiaccia. E voi, miei amici, coraggio, sostenete da pari vostri la vostra rinomanza. Per mio ordine stanno imbanditi nella tenda vicina i reficiamenti da dispensarvi dopo riportato il premio.»

Era il bersaglio uno scudo posto in fondo a quel viale che dalla parte d’ostro conduceva al torneo. Fra questo bersaglio e il luogo d’onde gli arcieri doveano mirare, venne lasciata una sì considerabile [120]distanza che sarebbesi detto il solo caso poterne indirigere le saette. La sorte decise quali arcieri doveano a mano a mano succedersi nel lanciare le loro tre frecce; che ciascuno dovea scoccar l’arco tre volte. Presedeva al buon ordine di quella palestra un ufiziale di classe inferiore, detto Inspettore de’ giuochi; poichè i marescialli del torneo avrebbero avuto siccome invilimento di lor dignità il regolare gli apparecchi d’un sì vulgar passatempo.

Gli arcieri avanzatisi un dopo l’altro, lanciarono le loro frecce con prontezza uguale alla maestria, e di ventiquattro che successivamente scoccarono, dieci aggiunsero la mira, le altre le andarono sì da presso, che avuto riguardo a quella distanza, tutti i saettatori si meritarono encomii. Ma chi ogn’altro superò in tal cimento fu Uberto, il boscaiuolo di Malvoisin, poichè due frecce partite dal suo arco si conficcarono nel cerchio disegnato in mezzo al bersaglio; e fu quindi acclamato vincitore.

«Ebbene! Locksley» disse il Principe all’arciere, ch’ei volea umiliare «ti senti ora in voglia di venire a prova con Uberto, o ti chiamerai vinto rimettendo arco e frecce all’inspettore de’ giuochi?»

«Poichè dunque non v’è altra via di levarsi d’impaccio» rispose Locksley «tenterò la fortuna, purchè, quando avrò mandate due frecce al bersaglio che mi verrà additato da Uberto, egli ne indirizzi una a quel bersaglio che a mia volta gli mostrerò.»

«Nulla avvi di più giusto» rispose il Principe «e acconsento a quel che mi chiedi. Uberto, se tu porti vittoria su questo millantatore, io colmerò di monete d’argento il corno da caccia assegnato al vincitore.»

«L’uomo non può fare che quanto può» rispose Uberto «ma il mio bisavolo lanciò ad Hastings tal freccia che gli fruttò molto onore. Spero non mostrarmi indegno d’essergli pronipote.»

Allora venne cambiato lo scudo che fu primo bersaglio, ponendone in sua vece un nuovo egualmente grande. Uberto, che qual vincitore nell’altro cimento avea il diritto del primo tiro, impiegò assai tempo nel fissare la mira e nel misurare la distanza, tenendo intanto fra le mani l’arco ricurvo e la freccia collocata sulla corda. Finalmente, fatto un passo avanti, alzò l’arco sintantochè la metà di esso gli fosse parallela alla guancia, poi ritrasse con forza la corda verso il proprio orecchio. Scoccò fischiando la freccia, conficcandosi nel cerchio descritto in mezzo allo scudo, ma senza toccarne esattamente il centro.

«Voi non metteste attenzione al vento, o Uberto» gli si volse il suo competitore, che in ciò dire tendeva il proprio arco «altrimenti avreste fatto tiro migliore.»

[121]
Dopo di che, senza voler nemmeno il fastidio di fisare un istante la mira, Locksley si pose nel luogo assegnato a tal prova, e scoccò l’arco sì sbadatamente in apparenza da potersi credere ch’ei non avesse contemplato nè poco nè molto il bersaglio. E discorreva ancora quando uscia dall’arco la freccia. Pur questa andò vicina al centro due pollici più di quella d’Uberto.

«Per la luce di Dio!» sclamò il Principe mettendo gli occhi addosso ad Uberto «se ti accade lasciarti vincere da questo sciagurato, sei degno della galera.»

Uberto aveva un intercalare, che solea frammettere in tutti i discorsi: «Quando anche l’Altezza vostra dovesse appiccarmi, l’uomo non può fare che quanto può. Per altro, mio bisavolo lanciò ad Hastings certa freccia….»

«Maladetto sia tuo bisavolo e la tua intera generazione!» sclamò interrompendolo il Principe. «Tendi l’arco, sciagurato, e mira diritto quanto il sai. Altrimenti, povero te!»

Cedendo a sì incalzanti esortazioni, tornò Uberto al suo luogo, ove non dimenticando l’avviso datogli dall’avversario, calcolò la divergenza che potea derivare alla sua freccia da un lieve fiato di vento alzatosi allora, poi lanciolla con tal maestria che infilzò al giusto il centro del bersaglio.

«Viva Uberto! viva Uberto!» esclamò quella moltitudine superbendo di vedere un arcier del paese che riportava la vittoria su d’uno straniero. «Viva in eterno Uberto!»

«Tu non saprai colpire più giusto, o Locksley» disse all’altro il Principe con insultante sorriso.

«Forse sì!» rispose colla massima calma Locksley, e dopo avere mirato con qualche maggior attenzione di prima, mise dall’arco la freccia che colpendo in dirittura quella dell’avversario la fece in pezzi. Della qual maestria tanto meravigliarono gli astanti, che non si contentarono nell’applaudire d’usar le frasi consuete. «Costui non è un uomo» si diceano fra loro gli arcieri «bensì un diavolo. Quanto ei fa è un prodigio. Nè tal prodezza si è mai più veduta, dacchè fu teso il prim’arco nell’Inghilterra.»

«Ora» disse Locksley «domando alla Grazia vostra la permissione di mettere uno di que’ bersagli che si costumano nel Nord; e sia onore all’arcier valoroso che varrà a disputare il premio a tal prova e a meritarsi un sorriso dalla giovane contadinella, che toccò più gagliardamente il suo cuore.»

Facendo indi alcuni passi per allontanarsi: «Ordinate» soggiunse, voltosi al Principe «se così vi piace, che alcune delle vostre guardie mi seguano. Non vado che a tagliare una bacchetta nella foresta.»

[122]
Giovanni fe’ cenno ad alcuni armigeri d’accompagnarlo, per tema che scomparisse; ma una diffidenza sì fuor di luogo eccitò indignazione nel popolo, che non potè starsi dal manifestarla con parole; laonde il Principe avvisò meglio ritrattar l’ordine, e permettere a Locksley che andasse solo nel bosco.

Tornò egli quasi nel medesimo istante portando seco una bacchetta di salice, lunga in circa sei piedi, ben diritta, e grossa alquanto più d’un pollice. Datosi a ritondarla con tutta la calma dell’animo, andava chetamente facendo le sue osservazioni: «essere ingiuria ad un buon saettiere il proporgli una mira sì larga, siccome uno scudo lo era. Quanto a lui, e nel paese ove nacque, varrebbe lo stesso mirar contra la tavola rotonda del re Arturo, intorno a cui si tenevano sessanta cavalieri; tal bersaglio essere buono per fanciulli di sette anni. — Ma» soggiunse indi camminando con aria deliberata verso l’estremità del viale, e conficcando nel suolo la bacchetta di salice, che a suo modo avea preparata «se v’è alcuno che raggiunga tal mira alla distanza di trenta passi, questo io chiarisco buon arciere, degno di portare arco e turcasso davanti un re, fosse anche lo stesso Riccardo il Grande.»

«Mio bisavolo» disse Uberto «lanciò ad Hastings tal freccia che gli fruttò molto onore; ma non gli saltò mai in capo di far suo bersaglio una bacchetta che appena si vede. Io non tenterò quel ch’ei non tentò. Se questo arciere tocca il bersaglio ch’egli medesimo ha posto, mi do per vinto; sarà segno ch’egli ha il diavolo dentro la pelle. Finalmente poi l’uomo non può fare che quanto può, nè io voglio avventurarmi colla certezza del mal esito.»

«Cane d’un poltrone!» sclamò il Principe coll’usata sua sfrontatezza. «A te, Locksley, scocca. Se la tua freccia aggiugne la bacchetta, concederò io pure esser tu il primo fra quanti arcieri io m’abbia veduti. Ma innanzi compartirti un titolo sì onorevole voglio prove irrefragabili della tua abilità.»

«Farò quanto posso, come dice Uberto» rispose Locksley. «L’uomo non può fare che quanto può.»

Nel pronunziar tali accenti, Locksley tese nuovamente il suo arco, ma questa volta per vero dire lo esaminò con maggior cura, e ne cambiò la corda, che coll’uso fattone replicatamente avea perduta in parte la sua rotondità. Contemplò indi lo scopo, e misurò coll’occhio la distanza, intantochè gli spettatori, quasi non si facendo lecito di respirare, ne miravano ansiosi ogni moto. L’arciere giustificò l’alta opinione, che concetta erasi della sua maestria. La freccia spaccò la verga di salice contro di cui venne lanciata. L’aria rintronò d’applausi e il principe Giovanni, egli stesso, col dimostrare ammirazione a [123]Locksley, parve abbiurasse la propria ingiustizia. «Questi venti nobili, e il corno da caccia son tuoi» diss’egli all’arciere. «Ben il meritasti. E te ne saranno sborsati altri cinquanta in questo istante medesimo, se acconsenti di venire arciere nella nostra guardia. Perchè non vidi nè braccio più vigoroso del tuo nel curvare un arco, nè più giusto occhio nell’indirigere al suo scopo una freccia.»

«Scusatemi, gran Principe» rispose Locksley; «ma ho giurato di non accettare servigio, quando non fosse presso il re Riccardo, vostro fratello. Questi venti nobili, io li rimetto ad Uberto, non men segnalatosi in tal giorno di quello che nella giornata di Hastings si segnalò il suo bisavolo. Un riguardo di modestia, a quel che penso, gli fe’ ricusare l’ultima disfida, ma non dubito che non avesse, com’io, giunto il bersaglio.»

Uberto ricevette con tal qual contraggenio il presente dello straniero, che sollecito a quanto parve di non tenere più lungo tempo in sè volta l’attenzione del pubblico, si perdè tra la folla non lasciandosi più vedere.

Forse non si sarebbe sottratto con tanta facilità agli sguardi del Principe, se la mente di questo fosse stata più sgombra, nè assorta ne’ più serii argomenti su i quali gli era d’uopo alfin meditare. Giovanni chiamò a sè il ciamberlano, che dava il segno della partenza agli spettatori, ordinandogli condursi tosto ad Ashby a cercare l’ebreo Isacco per ogni dove.

«Raccomandategli» disse «di spedirmi duemila scudi prima che il sole tramonti. Già sa le guarentie da me offertegli per tale prestanza. Ad ogni evento fidategli in pegno questo anello. Quanto alla rimanente somma ch’ei s’è obbligato a fornirmi, gli è d’uopo mi sia spedita a York prima che passino sei giorni. Se manca, gli fo tagliare la testa. Forse lo troverete lungo la strada, perchè il miscredente assisteva al torneo. Può darsi anzi ch’egli non sia molto lontano.»

Il maresciallo forzando di speroni s’indirisse alla volta d’Ashby. Il principe, risalito a cavallo e seguitato da grande numero di cavalieri, prese la stessa strada per osservare egli stesso gli apparecchi del banchetto da lui annunziato a compimento di questa giornata.

[124]

CAPITOLO XIV.
Ai ludi, ove di prisco animo ardito

Fêr mostra i prodi, succedè fra poco

A ristorarli splendido convito.

A canto alla sua donna prendea loco

Ogni campion che ai rai di due pupille

Di gloria e amor rinnovellava il foco.

Warton.

La festa annunziata dal principe Giovanni dovea celebrarsi nel castello d’Ashby. Ma tale castello in que’ giorni era ben lungi dal somigliare a quell’edifizio, le cui maestose rovine anche oggidì eccitano gratamente la curiosità del viaggiatore, e gli rimembrano il palagio fabbricato in appresso da lord Hastings che fu una fra le prime vittime immolate alla tirannide di Riccardo III. Nell’età, cui questa storia si riferisce, la città e il castello d’Ashby appartenevano a Ruggero di Quincy, conte di Winchester, che allora stavasi in Terra Santa, abitandone intanto la rocca il principe Giovanni, che senza scrupolo usava a suo grado delle cose tutte del proprietario. Voglioso in tale sera di sopraffar gli ospiti con una straordinaria ostentazione di lusso, comandò non si omettesse veruna cosa affinchè il banchetto fosse splendido quanto mai si potea.

I provveditori della casa principesca, che in tali occasioni godeano d’una sovrana autorità, fecero man bassa in quei dintorni per procacciarsi qualunque cosa potesse far bella mostra alla mensa del lor padrone. Parecchi inviti erano stati fatti, e più che mai abbisognante in quei giorni di cattivarsi favore da tutti, il principe Giovanni, estese cotali inviti non solamente alle famiglie normanne stanziate in Ashby o nelle vicinanze di questa città, ma alle più reputate fra le sassoni e le danesi. Comunque spregiati nelle circostanze ordinarie, gli Anglo-Sassoni erano troppo numerosi per non rendersi formidabili se avessero preso parte nelle civili sommosse, delle quali parea imminente lo scoppio; onde ogni buona ragione di politica consigliava l’amicarsene i capi.

Tutti sì fatti riguardi il Principe avea ponderati, venuto quindi nella ferma deliberazione di usare a questi ospiti, che spesso non vedeva [125]alla sua mensa, ogni sorte di compitezze e cortesie, a cui dinanzi non gli avea per vero dire avvezzati. E certamente ei possedea sovra ogni altro l’ingegno di sagrificare all’interesse la propria opinione, e di fingere sentimenti che non provava; ma per sua sfortuna la leggerezza e la petulanza, ingenite in lui, o più presto o più tardi scoppiavano, e gli toglievano il frutto che avrebbe potuto ritrarre da adoperata dissimulazione.

Ei diede un saggio di tal leggerezza, o piuttosto straordinaria demenza, allorchè il padre suo, Enrico II, lo inviò nell’Irlanda per conciliarsi l’affetto degli abitanti di quel reame, incorporato testè coll’Inghilterra. I capi Irlandesi s’affrettarono di movere incontro al giovane Principe per fargli omaggio e offerirgli l’amplesso di pace. Ma anzichè accoglierli colle addicevoli dimostrazioni di benevolenza, il principe Giovanni, nè meno matti di lui i suoi cortigiani, non seppero resistere alla tentazione di tirare per le lunghe lor barbe que’ magnati, la qual condotta gli è inutile il soggiungere quanta indignazione eccitasse negl’Irlandesi. Citammo simile esempio, onde il leggitore possa di per sè stesso farsi un’idea dell’indole di Giovanni e delle sue continue imprudenze, nè quindi maravigliar del contegno che gli vedrà serbare co’ novelli suoi ospiti.

Consentaneo per allora ai propositi fatti a sè stesso, il principe ricevè Cedric e Atelstano con riguardo il più segnalato, e quando il primo d’essi fece le scuse di lady Rowena, che adducendo qualche incomodo di salute si era esentata dall’accettar quell’invito, Giovanni non pose acerbità nel manifestarne il proprio rincrescimento. Cedric e Atelstano erano entrambi vestiti all’usanza degli antichi Sassoni, abito non ridicolo di per sè stesso, pur diverso tanto da quello degli altri convitati, che il principe Giovanni si diede poscia gran merito presso Waldemar Fitzurse per aver saputo contenersi da un improvviso scroscio di risa alla vista di quell’aggiustamento, fatto bizzarro dal confronto delle costumanze d’allora.

E per vero dire ad occhi sol guidati dalla ragione, la breve tonaca e il lungo mantello de’ Sassoni dovevano apparire vesti più leggiadre, e soprattutto più comode assai, che non quelle lunghe giubbe normanne, larghe sì che sembravano zimarre da carrettai, e quelle cortissime mantelline, che non difendendo nè dal freddo nè dalla pioggia, chi le portava, fatte non sembravano ad altro se non se a mettere in mostra tutte le pelliccerie ed i ricami che l’arte d’un sartore potea sovr’esse adunare; usanza di cui lo stesso imperatore Carlo Magno ravvisò i molti inconvenienti. «A che giovano» ei dicea «questi tabarri sì corti? A letto! Non son neanche buoni a coprirci. A cavallo! non ci riparano nè dal vento nè dall’acqua. Seduti! non salvano le nostre gambe nè dall’umidità nè dal freddo.»

[126]
Nondimeno ad onta dell’imperiale censura, i mantelli corti continuarono ad essere in grand’uso fino all’età che or descriviamo, e massimamente presso gli Angioini. Tutti i cortigiani del principe Giovanni li portavano, non si stando dal motteggiare i mantelli lunghi dei Sassoni.

Le persone invitate presero luogo intorno ad una mensa riccamente imbandita. I molti cucinieri usi ad accompagnare il Principe in simili viaggi aveano adoperato tanta maestria e tanto ingegno nel variare le forme delle diverse vivande, che non meno de’ moderni professori nell’arte della cucina, rendeano cosa impossibile ai convitati l’indovinare a prima vista la natura de’ cibi cui stavano per assaggiare. Focacce, pasticcierie d’ogni genere, e cibi ghiotti, non soliti in quei dì a vedersi che sulle mense dell’altissima nobiltà, screziavano gradevolmente quella vista senza togliere la simmetria, cui compievano fiaschetti di vini i più delicati posti di distanza in distanza.

Generalmente parlando l’intemperanza non era vizio caratteristico dei Normanni. Più difficili da contentare che ghiotti, cercavano bensì la squisitezza nelle vivande, ma rifuggivano da ogni genere di sregolamento, la qual cosa non si poteva dire de’ Sassoni. Gli è vero che il principe Giovanni ed alcuni che lo imitavano per fargli la corte, amarono oltre il dovere i diletti della mensa, ed ella è anzi notoria cosa, che la morte del primo fu dovuta ad una indigestione procacciatasi da sè medesimo col fatto abuso di pesche e di cervogia[18]; ma la condotta di questo Principe forma eccezione a quella de’ suoi compatriotti, sobrii la maggior parte.

Laonde con una gravità maligna, solo interrotta da alcuni segreti cenni che si faceano a quando a quando fra loro, i cavalieri normanni stavano contemplando ogni moto il più lieve d’Atelstano e di Cedric, che commisero a propria non saputa molte sviste derivate dall’ignorare affatto le usanze di que’ banchetti. Gli è più facile veder compatito un uomo il quale manchi alle regole della prudenza ed anche della costumatezza, che non tal altro, mostratosi ignaro delle minute particolarità d’un cerimoniale. Cedric, a cagione d’esempio, che forbiva le mani al tovagliuolo, anzichè aspettare che si rasciugassero agitandole all’aria disinvoltamente, fece ridere assai più del suo collega Atelstano, il quale da sè solo si appropriò un immenso pasticcio, pieno da quante cose fine e delicate potevansi immaginare. Ciò nulla meno allorchè dopo maturo esame si venne a scoprire che il thane di Coningsburgo (ossia franklin come i Normanni il nominavano) non conoscea le vivande da lui divorate sì avidamente, e che prendea per piccioni e lodole [127]gli usignuoli ed i beccafichi, tale ignoranza gli fruttò risate, che ben più giustamente si meritava per la sua ghiottoneria.

Alla fine del convito, allorchè i fiaschetti si faceano girare attorno con maggior libertà, i commensali si diedero a favellar del torneo e delle imprese onde ciascun cavaliere erasi più segnalato. Vennero quindi passati in rassegna i nomi, e dello sconosciuto che avea riportato il premio coll’arco, e del Neghittoso Nero sottrattosi agli onori che meritò, e finalmente del prode Ivanhoe che a sì caro costo avea comperata la gloria d’essere acclamato vincitore. Dominava in tai discorsi una franchezza veramente militare, e le arguzie e le lepidezze che si succedeano rapidamente l’una a l’altra come le figure artifiziali d’una girandola. Il principe Giovanni era il solo che non partecipasse, a quanto parea della comune giocondità. Immerso in moleste agitazioni non mostrava dilettarsi delle cose che accadeano attorno di lui; fuorchè rade volte, e se taluno de’ suoi cortigiani cercava divagarne la mente per sì fatto modo occupata, allora alzavasi impetuosamente, e colmando la sua tazza la votava d’un fiato, quasi con animo di svegliare così i sopiti suoi sensi, e frammettersi nei comuni ragionamenti, il che eseguiva con qualche osservazione, buttata, per vero dire, con poco garbo e spesso alla ventura.

«Noi votiam questa tazza» sclamò «ad onore di Wilfrid d’Ivanhoe, vincitore del torneo, ed esprimiamo il nostro rincrescimento perchè la riportata ferita non gli ha permesso onorare di sua presenza il nostro banchetto. Che ciascuno imiti noi nel portargli un brindisi, e soprattutto Cedric di Rotherham, ben meritevole di un figlio che ne presenta sì belle speranze.»

«No, Principe» rispose Cedric alzandosi e rimettendo, senza avvicinarla al labbro, la sua tazza sopra la mensa «non sarà mai ch’io dia il nome di figlio a chi ha sprezzati i miei ordini, a chi ha abbiurato i costumi e le usanze de’ suoi maggiori.»

«E’ non mi sembra possibile» sclamò il principe ostentando stupore «che un tanto prode cavaliere si mostri poi rubello ed indocile figlio.»

«Pur d’esso è tale» riprese a dire Cedric. «Egli abbandonò la mia solitaria abitazione per partecipare ai diletti della corte di vostro fratello, ove imparò tutte quelle prove d’agilità, dette prodezze da voi normanni, usati ad ammirarle con entusiasmo. Abbandonò, dissi la mia casa, contro mia voglia e trasgredendo i miei ordini, la qual condotta, ai tempi d’Alfredo, sarebbesi chiamata inobbedienza figliale, e punita quindi col massimo rigore.»

«Ah!» soggiunse il Principe mettendo con ricercatezza un profondo sospiro «poichè vostro figlio è stato alla corte del mio infelice fratello, non mi occorre chiedervi, ove e da chi abbia imparato a disobbedire suo padre.»

[128]
Nel farsi lecita simile considerazione, il Principe dimenticava, a quanto sembra, che se Enrico II ebbe, poco più, poco meno, a dolersi di tutta la sua prole, egli, Giovanni, s’era contraddistinto fra tutti i propri fratelli per ingratitudine, e fino per osata ribellione.

«Se non m’inganno» soggiunse indi dopo breve pausa, «mio fratello avea divisato di conferire il bel feudo d’Ivanhoe al suo favorito.»

«Glielo conferì di fatto» rispose Cedric «ned è questo il minor de’ rimproveri, che da me si è meritato mio figlio. Avvilirsi a ricevere, come vassallo, quei feudi, che appartenevano per diritto ai suoi maggiori, e posseduti da essi liberamente senza mai dipendere da chicchesia!»

«Quand’è così» non indugiò il principe «voi non metterete ostacolo, o generoso Cedric, alla mia intenzione di concedere questo feudo ad un tale che non si reputerà avvilito nel possedere una fra le più ragguardevoli signorie spettanti alla corona d’Inghilterra. Ser Reginaldo Frondeboeuf» disse indi voltosi al nominato barone «spero vi saprete conservare questa bella baronia d’Ivanhoe ed impedire, che ser Wilfrid col rientrarne in possesso non s’inimichi vie più il suo genitore.»

«Per sant’Antonio!» sclamò il gigante aggrottando il nero sopracciglio «voglio che mi si dica Sassone, se mai più Cedric o Wilfrid, o nessuno della sua schiatta, arriva a togliermi di mano il dono che l’Altezza vostra vuol farmi.»

«Chiunque ti chiamerà Sassone, o ser Barone» sclamò Cedric, punto al vivo da questa frase, non però insolita ai Normanni, studiosissimi di dar tutti i possibili contrassegni di disprezzo agl’inglesi originarii «ti farà un onore tanto grande quanto sei tu lontano dal meritarlo.»

Frondeboeuf stava in procinto di rispondere, ma tal briga gli risparmiarono l’arroganza e ad un tempo la leggerezza del Principe.

«In fede mia, o Milordi, il nobile Cedric ha ragione. Egli e la sua discendenza ci sopravanzano per lunghezza di genealogia come per quella de’ lor mantelli.»

«Sì» aggiunse Malvoisin «e ci sopravanzano ne’ campi, come il capriuolo sopravanza i cani che lo inseguiscono.»

«Oh! hanno infinite ragioni di vantar preminenze sopra di noi» incalzò il priore Aymer «non fosse altro, pe’ lor modi nobili e pieni di grazia.»

«E che dite della segnalata lor temperanza?» interpose il suo motto anche Bracy, non ricordandosi in quel momento che, giusta i divisamenti ideati dal Principe, stava per isposare una Sassone.

[129]
«E dove lasciate il coraggio?» continuò Brian di Bois-Guilbert. «Chè ne fecero sì bella mostra e nella giornata d’Hastings e in altre giornate!»

Intanto che i cortigiani seguendo l’esempio del Principe gareggiavano nel far ridere a costo di Cedric, il Sassone divenuto rosso dall’ira, li guardava torvo un dopo l’altro, com’uomo cui la rapidità, onde le costoro ingiurie si succedeano, non davano il tempo di rintuzzarle volta per volta, e simile a furioso toro, che attorniato da’ cani mossi contro di lui, esita nello scegliere la prima vittima di sua vendetta. Finalmente si volse al principe, siccome a primo autore dell’oltraggio cui sopportava, e tai furono gli accenti che con voce fatta tremula dallo sdegno ad esso indirisse.

«Sieno quai che si vogliono i difetti o i vizi della nostra stirpe, un Sassone sarebbe stato considerato un vero nidering[19]» epiteto di disprezzo il più enfatico fra quella gente «se nel suo castello ed alla sua mensa avesse usato al proprio ospite quel trattamento, che vostra Altezza comporta mi venga usato quest’oggi; e comunque grandi possano essere le sconfitte che i nostri maggiori soffersero nelle pianure di Hastings, dovrebbero almeno starsi zitti coloro» e in questa squadrava col guardo Frondeboeuf e il Templario «che poche ore fa perdettero sella e staffa contro la lancia d’un Sassone.»

«Affè che la botta è viva!» disse il principe. «Che ne dite, miei Signori? I nostri sudditi sassoni fan coraggio. Motteggiano, e si vanno emancipando in questi momenti di pubblica agitazione. In verità! Credo che a noi non rimanga miglior partito d’imbarcarci su i nostri vascelli, e raggiungere immantinente le coste della Normandia.»

«Per paura dei Sassoni!» soggiunse sghignazzando Bracy «se bastano i nostri spiedi da caccia per mettere a stremo cotesti orsi!»

«Tregua ai vostri motteggi, miei cavalieri» si pose di mezzo Fitzurse. «Crederei ben fatto» aggiunse indi volgendosi al Principe «se vostra Altezza assicurasse il buon Cedric, che tai discorsi, i quali possono veramente sembrare alquanto aspri ad un orecchio straniero, furono tenuti sol per scherzo, e che nessuno di noi avea intenzione di fargli oltraggio.»

«Di fargli oltraggio!» rispose il Principe, ricomponendo il volto ai cortesi modi ed urbani. «Gli è quanto alla mia presenza non vorrò [130]mai. Ascoltatemi, milordi, bevo alla salute di Cedric, di lui medesimo, poich’egli ricusa di bere alla salute del proprio figlio.»

La tazza passò da mano a mano in mezzo ai maligni viva di quei cortegiani, dai quali viva però non si lasciò adescare Cedric. Se non possedea soverchio acume di spirito, ben era un presumerlo troppo goffo nell’immaginarsi che tal palliamento bastasse a fargli dimenticare l’insulto dianzi sofferto. Tutto quanto ei potè sopra sè stesso fu lo starsene silenzioso finchè il Principe propose altro brindisi ad onore di ser Atelstano di Coningsburgo.

Questo cavaliere chinò il capo, e corrispose a sì fatto onore votando d’un fiato, dopo averla colmata di squisito vino, la tazza che avea fra le mani.

«Ora, miei signori, che abbiamo data soddisfazione ai nostri ospiti» disse il Principe, cui il capo scaldavasi alquanto per la forza de’ vapori del vino «gli è giusto ch’eglino a lor volta ne contraccambino d’egual cortesia. Nobile Thane» si volse a Cedric «permetteteci domandarvi un favore, ed è di nominare voi stesso qualche Normanno, il cui nome v’imbratti meno le labbra, indi annegare entro questo bicchiere ogni amarezza, che il solo suono di sì fatto nome potesse a vostro avviso lasciare dietro di sè.»

Intanto che il Principe Giovanni ponea tal partito, Fitzurse si alzò e postosi con disinvoltura all’orecchio del Sassone, gli diè per consiglio non lasciasse sfuggire sì propizia occasione di por termine ad ogni astio fra le due schiatte col nominare il principe Giovanni. Niuna cosa rispose il Sassone a questo politico suggerimento. Ma alzatosi, ed empiuta fino all’orlo la tazza, volse al Principe tali detti: «Vostra Altezza mi chiede ch’io nomini un Normanno, al quale nel portare un brindisi io non arrossisca. Gli è chiedermi un penoso sforzo, il confesso, qual s’ella comandasse allo schiavo di cantar le lodi di chi lo tiene fra i ceppi, al vinto, oppresso da tutti i mali che derivano dalla conquista, di celebrare i vanti del conquistatore. Ciò nondimeno acconsento. Sì: ne nominerò uno, primo per grado come per valore, il migliore, il più nobile della sua schiatta, e chiunque ricuserà ripeterne il nome, lo divulgo qual vile, qual uomo sfornito d’ogni sentimento d’onore, e lo dico e lo sosterrò a pericolo della mia vita. Cavalieri, alla salute di Riccardo-Cuor-di-Leone[20].»

[131]
Giovanni, il quale certamente aspettavasi, che il proprio nome coronasse la diceria del Sassone, si scosse in tutta la persona all’udire sì all’improvista pronunziar quello d’un fratello infelice, ch’ei però paventava. Quasi a non saputa di se medesimo, s’appressò al labbro la tazza, pronto indi a posarla sulla tavola per leggere negli occhi de’ convitati l’impression fatta in essi da un brindisi tanto improvviso. Molti, comportandosi da antichi ed abili cortegiani quali erano, seguirono fedelmente l’esempio del Principe, accostando il bicchiere alla bocca, e tosto riponendolo dinanzi a sè. Altri lasciandosi trasportare da un istinto più generoso, sclamarono con entusiasmo: «Viva il re Riccardo, e possa egli ben presto esserci restituito!» Pochi furono, e in tal novero si trovavano Frondeboeuf e il Templario, che neanco portarono la mano alla tazza, rimasti immobili, e pignendosi il disdegno in ciascun lineamento delle loro fisonomie. Niun v’ebbe però in quella comitiva che osasse apertamente contradire a tal brindisi.

Dopo essersi assaporato per ben un minuto il riportato trionfo, Cedric si volse al compagno: «Alziamci, nobile Atelstano; noi qui rimanemmo quanto bastava per ben corrispondere alla cortesia del principe Giovanni, che adempì sì degnamente verso di noi gli uffizi della ospitalità. Chi d’ora in poi vorrà conoscere a fondo i modi rozzi e grossolani de’ Sassoni, può venire a trovarci nelle case de’ nostri maggiori, noi non le abbandoneremo più per l’avvenire. Almeno or sappiamo che cosa sia un banchetto reale, e ci siamo acquistata un’idea della normanna urbanità.»

Dette le quali cose, levossi ed uscì seguito da Atelstano, e da molt’altri commensali, che Sassoni al par di questi, si tennero offesi dai sarcasmi lanciati dal principe Giovanni e da’ suoi cortegiani.

«Per l’ossa di san Tommaso!» disse il Principe dopo che furono partiti «questi tangheri di Sassoni ci han soperchiati, e se ne sono iti cogli onori del trionfo.»

«Conclamatum et poculatum est» disse il priore Aymer «sarebbe ora di ritirarsi.»

«Il Reverendissimo» disse Bracy «avrebbe forse qualche bella penitente da confessar questa sera? La sua premura di partire mel fa credere!»

[132]
«No, ser cavaliere» rispose l’Abate «ma mi tocca far molte miglia prima di arrivare al tugurio della mia abbazia.»

«Ve’ come ne lasciano!» disse il Principe fattosi all’orecchio di Fitzurse; «la paura si è già impadronita di loro, e primo ad abbandonarmi è il Priore.»

«Non temete, o Principe» risoggiunse Waldemar. «Mi dà l’animo persuaderlo a trovarsi a York, quando ci raduneremo colà giusta i fatti accordi. Ser Priore» disse indi ad alta voce «vorrei dirvi tra voi e me alcune cose prima della vostra partenza.»

Già tutti i commensali si erano sbandati, eccetto le persone del seguito del principe Giovanni, e coloro che si erano manifestati apertamente suoi partigiani.

«Ecco il bel frutto de’ vostri consigli!» disse il Principe che lanciò un guardo d’indignazione sopra Fitzurse. «Alla mia mensa persino vengo affrontato da un matto di Sassone, e al solo udirsi il nome di mio fratello tutti mi sfuggono quasi avessi un male contagioso.»

«Non dovete incolparne me, o Principe» ripigliò Fitzurse «bensì la vostra inconsideratezza e permettetemi il dir leggerezza. Ma non è ora il momento a rampogne che sarebbero inutili. Bracy ed io andremo a trovare questi vigliacchi e ne direm loro tante affinchè tocchin con mano ch’essi non son più a tempo di dare addietro.»

«Sarà fiato perduto!» sclamò il principe Giovanni, che trascorreva a lunghi passi la sala dimostrando massima agitazione, aiutata in buona parte dai fumi del vino. «Sarà fiato perduto! Eglino han viste le note scritte sul muro; hanno scorte l’orme della zampa del leone sopra la sabbia; ne hanno intesi i ruggiti, che rintronarono dall’ultima estremità della foresta: nulla varrà più a rianimare in essi il coraggio.»

«Piacesse a Dio, che vi fosse cosa atta a riaccenderlo in lui.» disse Fitzurse a Bracy. «Il nome sol del Fratello è per esso un martirio. Son pur da compiangere i consiglieri d’un principe sfornito di coraggio e di risolutezza così al bene siccome al male!»

[133]

CAPITOLO XV.
«In me uno schiavo, un docile stromento

«Sol di sue brame, ei vede in me. Non tardo

«Il disinganno fia. Fra le tempeste

«Del parteggiar, ch’ei ribellando adduce,

«Egli sel compri. A me schiudasi arringo

«Di me più degno. Chi dirammi stolto?

Basilio. Tragedia

Non mai ragno che abbia trovata rotta la sua tela si è dato più fastidi a racconciarla di quanto ne costò a Waldemar Fitzurse il raccozzare gli sbanditi baroni che parteggiavano per Giovanni. Pochi entrarono in tale fazione mossi da genio, nessuno da sincero affetto alla persona del Principe. Era pertanto d’uopo a Fitzurse rammentar loro i vantaggi, che aveano trovato fin a quel tempo nell’essere protetti dal ridetto Principe, e in uno mostrare ad essi una prospettiva più seducente per l’avvenire. Quindi ai giovani nobili, ligi soltanto al piacere, offeriva le lusinghe d’una licenza ancor più sfrenata. Cercava spronar gli ambiziosi largheggiando loro di speranze, d’onori; e le promesse di nuove signorìe e di più ampie ricchezze adoperava ad adescare gli animi interessati. Concedea gratificazioni a’ condottieri di bande assoldate, argomento il più possente sugli spiriti loro, e in mancanza del quale tutti gli altri sarebbero tornati a vuoto; benchè però l’operoso ministro abbondasse anche più nel promettere che nello sborsar danaro effettivo. Ma certamente non trascurò veruna di quelle pratiche le quali erano in suo potere, sia per far risolvere quelli che stavano tuttavia perplessi, sia per ridestare il coraggio in chi ne smarriva. Ei parlava del ritorno del re Riccardo, come d’avvenimento privo d’ogni probabilità. Allorchè però e dai volti esitanti di coloro cui ragionava, e dalle ambigue loro risposte s’avvide, che il timore appunto di tale tornata li tenea grandemente commossi, trovò più espediente l’asserire con coraggio, che quand’anche ella si fosse verificata, non doveano perciò cambiare nè punto nè poco i lor politici divisamenti.

«Se Riccardo torna fra noi» diceva Fitzurse «non verrà che per arricchire i suoi crociati, impoveriti e quasi morti di fame. E ciò a spesa di chi? Di coloro che nol seguirono nella spedizione di Terra Santa. Verrà per farsi rendere severissimo conto da tutti que’ sudditi che nel tempo di sua lontananza commisero alcune veniali colpe contra le leggi del paese o contra gl’interessi della corona; per punire i Templari [134]e gli Ospitalieri d’aver data preferenza a Filippo di Francia nel durare delle guerre in Palestina; finalmente per trattar quai ribelli tutti i partigiani del principe Giovanni. È la possanza di Riccardo che vi spaventa? Non sia ch’io gli tolga col mio dire i meriti di forte e valentissimo cavaliere; ma non viviamo già nel secolo del re Arturo, quando un campione sfidava solo tutto un esercito. Supposto ancora che tornasse Riccardo, tornerebbe solo, privo d’amici e di seguito; le ossa de’ suoi guerrieri stanno ad imbiancare le pianure della Palestina. I crociati che si sottrassero alla morte, comparvero qui quali veri mendicanti, qual vedemmo Wilfrid d’Ivanhoe; e son poi sì pochi che non abbiam nulla a temerne. Che rileva il suo diritto di primogenitura?» aggiugneva volgendosi ad altri, cui tale considerazione mettea qualche scrupolo. «Sarà per Riccardo un titolo più sacro alla corona di quel che il fu al duca Roberto di Normandia, figlio primogenito del Conquistatore? Eppure a questo Roberto vennero successivamente, e per voto unanime della nazione, preferiti Guglielmo il Rosso ed Enrico, fratelli di lui secondogeniti. E non avea in sè forse tutte le prerogative, ch’uom può far valere in favor di Riccardo? Prode cavaliere, capitano peritissimo, generoso verso gli amici e verso la Chiesa; crociato ei parimente, e di più conquistò il Santo Sepolcro[21]. Eh! ma tutto questo non gli fruttò di non morire cieco e prigione nel castello di Cardiffe in pena d’essere stato recalcitrante alla volontà del popolo, ch’era tutt’altra fuorchè d’avere lui per padrone. Siamo noi ne’ quali è il diritto di scegliere nella reale famiglia quel che ne sembra più atto a governare, o se così piaccia il dire, meglio fatto a proteggere gli interessi della [135]nobiltà. Potrebbe anche darsi, che, parlando di meriti personali, il principe Giovanni stesse un po’ sotto a Riccardo; ma quando poi si pensi, che questi ricomparisce con in mano il coltellaccio della vendetta, intantochè il primo ne comparte privilegi, onori, ricchezze, e’ non mi pare affè ci sia molto a deliberare su la scelta fra i due pretendenti.»

Sì fatti ragionamenti e molt’altri, che lo scaltrito consigliere del principe Giovanni seppe adattare, e all’indole de’ suoi ascoltatori, e alle circostanze particolari in cui ciascun d’essi era posto, produssero l’effetto ch’egli se ne riprometteva sugli animi de’ baroni, partigiani del principe, cioè d’indurne la maggior parte a promettere di trasferirsi all’assemblea divisata a York; onde concertarvi conchiudentemente i modi di mettere l’Inglese corona sul capo al fratello del legittimo Re.

Incominciava ad essere notte, allorchè Fitzurse, stanco, estenuato dagli sforzi operati a persuadere tal gente, e pur giubilante del buon successo ottenuto, si scontrò in Bracy, che dimessi i pomposi abiti onde avea sfoggiato al banchetto, vestiva in vece giustacuore e due brache lunghe scendenti alla gamba di panno verde, e armato d’un coltello da caccia, e d’un arco che tenea fra le mani. Un elmetto di cuoio copriane la testa, pendendogli dall’omero un corno da caccia e un fascio di freccie dal centurino. Certamente se in tutt’altro luogo lungi dal castello fosse passato vicino a Fitzurse, questi non avrebbe posto mente a persona acconciata in sì fatta guisa, ma poichè gli si presentò nel vestibolo, lo riguardò con maggior attenzione, sicchè riconobbe il cavaliere Normanno messo in abito d’arciere inglese.

«Che significa un tale travestimento da maschera?» domandò, preso da un poco di mal umore, Fitzurse. «È egli questo l’istante di pensare a nuove mattezze, allorchè sta per essere deciso il destino del nostro signore, del principe Giovanni? Nè avreste voi più saggiamente operato, col procurarci com’io feci, di confortare gli spiriti titubanti di questi nostri imbecilli, simili a ragazzi saracini nella paura che li prende al solo pronunziar loro il nome di Riccardo-Cuor-di-Leone?»

[136]
«Pensai a’ miei affari» rispose con tutta la calma Bracy «siccome voi pensate ai vostri.»

«Siccome pensai ai miei! Io non ho avuto in mente altra cosa che gl’interessi del principe Giovanni, comune nostro proteggitore.»

«Ottimamente Waldemar! ma qual è lo scopo di tutta questa premura? Il vostro interesse medesimo. Non mi darete a credere d’averne altro…. Che giova farmi il viso burbero? Ci conosciamo ben l’uno e l’altro. L’ambizione è il regolatore di tutte le opere vostre, il piacere lo è delle mie. Qui poi la differenza dipende da quella de’ nostri anni. E rispetto al Principe, ne portiamo entrambi la stessa opinione. Sappiamo e voi ed io quanto ei sia lungi dal possedere le prerogative che si vogliono ad un re, troppo perplesso per averne la risolutezza, d’indole troppo dispotica per averne la bontà, troppo sfrontato e presuntuoso per conoscere l’arte di farsi amare dai sudditi, e finalmente troppo incostante e pusillanime per saper mantenere, ottenendola, una corona. Con tutto ciò abbiam sposato la sua causa. E perchè? Perchè è sotto d’un tale sovrano che Fitzurse e Bracy sperano d’innalzarsi. Per questo, e non per altro, lo soccorriamo, voi colla vostra politica, io colle lancie della mia compagnia franca.»

«Per Dio! ho meco un ausiliare che promette bene!» soggiunse Fitzurse impazientendosi «un uomo che pensa unicamente a corbellerie, e ciò nei momenti i più rilevanti!… E qual è dunque in nome di Dio, il motivo di un tale travestimento or che la crisi è seriissima?»

«Voglio» rispose Bracy continuando nel suo tuono di calma «procacciarmi una moglie secondo l’usanza della tribù di Beniamino.

«Eh! dove eravate col capo ieri, allorquando dopo la ballata che il menestrello cantò, il priore Aymer ne fece il racconto di quella mortal lite insorta un giorno fra la tribù di Beniamino e tutte le altre tribù d’Israele. Ne disse pure che queste si armarono, tagliarono a pezzi la cavalleria della tribù contraria, giurarono per la santissima Vergine di non permettere mai che donne della loro razza si maritassero con que’ Beniamiti, i quali camparono da quel macello; aggiunse che i secondi mandarono a supplicare il santo Padre perchè in sì brutta faccenda gli aiutasse de’ suoi consigli, che conformandosi ai suggerimenti del capo della chiesa i cavalieri Beniamiti offersero un torneo splendidissimo, in mezzo al quale rubarono tutte le giovani donzelle che vi accorsero, e per tal via si provvidero di mogli senza l’uopo di domandarne il consenso a nessuno[22].»

[137]
«Credo bene ricordarmi di tale storia, ma se non m’inganno, voi o il Priore l’avete alquanto sfigurata. E la conclusione?…»

«Non v’ho detto che questa notte voglio procacciarmi una moglie secondo la usanza della tribù di Beniamino? Sì: questa notte, così travestito, mi getto addosso a quella mandria di porci sassoni, partita or dal castello, e mi porto via la bella lady Rowena.»

«Siete matto, Bracy? Pensate che comunque Sassoni, son ricchi e potenti, e tanto più rispettati dai loro concittadini, perchè appunto la ricchezza e la possanza si fecero il retaggio di ben pochi fra gl’individui di questa nazione.»

«E non dovrebbero esserlo d’alcun di loro, perchè la grand’opera della conquista potesse dirsi compiuta.»

«Sia! ma almeno questo non è il momento di pensarci. Lo scoppio a cui ci accostiamo impone al principe Giovanni la necessità di cattivarsi il favore del popolo, e quando aveste compiuta la vostra bellissima impresa, egli stesso, il Principe, non potrebbe negargli un atto di giustizia….»

«Non glielo neghi, se ha questo coraggio, e s’accorgerà qual differenza passi fra una schiera di buone lancie come le mie, e un attruppamento di cenciosi sassoni che non sanno qual cosa sia nè ordine nè disciplina. Però, voi andate parlando senza conoscere in ogni sua particolarità il mio divisamento. Tutto il biasimo di tale impresa cadrà su i banditi che infestano i boschi della contea d’York. Con questo abito non sembro uno de’ più ardimentosi di tale ciurma? Ho fatto spiare i passi de’ nostri Sassoni e questa notte dormiranno al convento di San Vittol….. Withold….. Dico bene? insomma d’un di que’ loro santi sassoni, presso a Burton. Domani piombiamo sopra costoro, come falchi sulla lor preda. Subitamente dopo, ricomparisco sotto le naturali mie forme, e facendo la parte di cavalier generoso, libero la mia Infante dalle mani de’ suoi rapitori; me la conduco al castello di Frondeboeuf, o in Normandia; nè farà di sè mostra al pubblico che divenuta sposa a Maurizio di Bracy.»

«Ammirabile divisamento! e sì bene inteso, che a dirvela, dubito se sia tutta farina del vostro sacco….. Venitemi sincero, Bracy. Chi vi ha ajutato ad immaginare sì bello stratagemma, e quel ch’è più, chi v’aiuterà a metterlo in esecuzione? perchè i vostri armigeri sono a York.»

[138]
«Oh! non ho difficoltà a dirvelo. Il templario Brian di Bois-Guilbert mi sarà ausiliare in un’impresa che di concerto abbiamo ideata. Egli e la sua gente metteranno, come ho fatt’io, abito di scorridori, lasciandosi indi vincere dal valor del mio braccio.»

«Per l’anima mia! gli è un divisamento degno de’ due sapienti intelletti, che si combinarono per concertarlo. Ma più di tutto ammiro la vostra antiveggenza, o Bracy, che lasciate la Infante in custodia del vostro ragguardevole confederato. Una sola cosa vi dico. Può darsi che riusciate a toglierla dalle mani de’ suoi amici sassoni, ma levarla poi dagli artigli di Bois-Guilbert, oh! è un affare assai spinoso. Egli è un falco avvezzo, sì, a ghermir bene la preda, ma non così di leggieri a lasciarsela portar via.»

«Che dite? Egli è Templario; nè quindi potrà mai divenirmi competitore nel disegno di sposare lady Rowena. E quanto poi al formare altre idee non legittime sopra quella, cui divisai fregiar del mio nome, oh vivadio! se foss’anche egli solo tutto il capitolo del suo ordine, non ardirebbe farmi simile oltraggio.»

«Poichè vedo, o Bracy, essere inutile ogni considerazione a sbandirvi dal capo tale pazzia, se tanto in voi è forte l’ostinazione, fate a modo vostro; ma almeno che questa pazzia non sia lunga come ne è male scelto il momento! e abbiate se non altro la cura di perdere men tempo che potete.»

«Vi ripeto, Fitzurse, che è un affare di poche ore. Dopo domani mi vedrete a York comandando i miei armigeri valorosi, e pronto a secondare tutti i divisamenti ideati dalla vostra politica. Ma i miei colleghi mi aspettano. Addio. Vado, come è impresa di vero cavaliere, a conquistarmi il sorriso della beltà.»

«Di vero cavaliere!» replicò Waldemar, guardandogli dietro mentre s’allontanava «di vero pazzo dovresti dire, di ragazzo che dimentica le cose più serie per correre dietro ad una farfalla….. E guardate! son questi gli strumenti, cui m’è d’uopo ricorrere! E per chi? per un principe presuntuoso quanto imprudente, e che sarà, potrei scommetterlo, ingrato padrone, come si è dato a divedere figlio ribelle, fratello snaturato!…. Ma egli a sua volta è una delle molle ch’io fo giocare per me! Oh mi riserbo a scoprirgliene il segreto, se mai gli venisse il coraggio di separare i propri da’ miei interessi.»

Le meditazioni dell’uom di stato vennero interrotte dalla voce del principe, che da un appartamento interno gridò: «Waldemar! Waldemar Fitzurse!» Si levò allora di capo, cioè dalla fantasia, il berrettone di futuro cancellier d’Inghilterra, carica alla quale agognava la smisurata ambizione del normanno cortegiano, e si affrettò ad ascoltar gli ordini del suo futuro monarca.

[139]

CAPITOLO XVI.
«D’un beato eremita a piè del monte

«Stassi la casa; letto suo la felce.

«Legumi il pasto, e bee l’acqua del fonte.

«Prosteso al suolo sopra la dura selce,

«Orando spende notti e giorni interi.

«Fuorchè di Dio, non ha il sant’uomo pensieri.»

Pernel.

Il leggitore non può avere dimenticato che nel secondo dì del torneo, chi decise della vittoria fu un incognito cavaliere, che gli spettatori soprannominarono il Neghittoso Nero, a motivo dell’indifferenza, anzi indolenza che diede a divedere sull’incominciar della giostra. Il ridetto cavaliere abbandonò la lizza nell’atto che veniva acclamato vincitore, e fu poi vana ogni indagine per trovarlo quando ne sarebbe stata necessaria la presenza onde il premio toccasse a chi decise la vittoria col suo valore. Intanto adunque che gli araldi d’armi si sfiatavano a chiamarlo col nome di Cavalier Nero, ei camminava verso settentrione, evitando le vie più frequentate, e tenendosi alle scorciatoie che attraversavano la foresta. Passò la notte in una piccola osteria fuor di mano, ove incontrò nondimeno un menestrello, da cui seppe come essendo scomparso il cavaliere nominato vincitore al torneo, il premio fosse stato conferito al cavaliere Diseredato.

All’alba del giorno successivo, ei si partì colla intenzione di arrivare, quanto più presto il poteva, al termine del viaggio da lui divisato; al qual uopo il dì innanzi aveva governato il suo cavallo in modo ch’ei potesse resistere a lunga corsa senza molto bisogno di pause. Ma non andò tanto avanti, com’egli sperava, perchè le viottole di questa foresta erano sì tortuose, che al cader della notte si trovava tuttavia lungo la frontiera occidentale della contea d’York. Gli fu quindi mestieri incominciar a pensare sul modo di trovare qualche nudrimento, così per sè medesimo come pel suo palafreno ed anche un ricovero nel durar della notte. Il luogo ch’ei trascorrea, non mostrandosi adatto nè all’una nè all’altra di tali cose, parea non gli rimanesse miglior espediente di quello solito in simili circostanze, ad adoperarsi dai cavalieri erranti, intendo lasciar pascolare alla fortuna i loro cavalli, e in quanto a sè medesimi, seder per terra; cogli omeri appoggiati ad un albero, e pingendosi alla mente la sovrana de’ loro pensieri. Ma sia che il cavalier Nero non avesse una Dulcinea, o che fosse neghittoso in amore, qual [140]sulle prime apparì nel torneo, il meditare su i vezzi o i rigori d’amata donna non gli offeriva pascolo bastante per fargli dimenticare i disagi e la fame, e per tenergli luogo di letto e di cena. Non fu quindi riguardo molto gradevole agli occhi suoi, quando volgendoli intorno, non si vide cinto che di selve, le quali per vero dire erano frastagliate da parecchi sentieri, ma questi anzichè condurre a qualche abitazione, pareano piuttosto fatti dalle bestie selvagge, ospiti di quel bosco, e da’ cacciatori che le inseguivano.

Il sole, stato fin a quel punto bussola alla corsa del cavaliere, già si era nascosto alla sinistra di lui dietro le montagne della contea di Derby, e più ch’egli inoltravasi, tanto meno sapea se si fosse avvicinato alla meta dell’impreso viaggio, o se in vece ne avesse di gran lunga sviato. Fra le diverse viottole che in quel bosco s’incrocicchiavano studiava conoscerne la più ricalcata, sperando lo condurrebbe alla capanna d’un qualche taglialegne; ma niuna maggiore certezza acquistando a tale proposito, giudicò meglio abbandonarsi all’accorgimento del suo corridore, perchè l’esperienza gli aveva insegnato, come l’istinto di sì fatte bestie sia talvolta guida più sicura, che non i calcoli più accurati de’ lor padroni.

Il palafren generoso, benchè stanco di avere tutto quel giorno portato in groppa un cavaliere di quella statura e complessione, e carico inoltre di pesante armatura, non appena dalle briglie, scorrenti libere sul proprio collo, s’avvide di essere abbandonato a sè medesimo, riprese nuovo coraggio e nuova lena. Di fatto per lo innanzi parea sentisse appena gli sproni, ed ora quasi altero di questa prova di fiducia datagli dal suo padrone, rialzò il capo, e più vivace divenne il suo trotto. Ei scelse per vero un cammino diverso dalla dirittura seguita fin allora dal Cavaliere, ma questi tenne la sua risoluzione lasciandosi condurre a grado del corridore.

Quanto accadde il fe’ contento d’avere operato in tal guisa, perchè la viottola su cui si trovava, a mano a mano mostrossi più larga, nè andò guari che lo squillo d’una campanella il rendè accorto di non essere distante da qualche chiesetta o romitaggio.

Poco di poi trovossi ad un diradamento della selva, ove da un lato alzavasi in linea perpendicolare una rupe, coperta di edera quasi per ogni dove, e sparsa qua e là di macchie di bosso, e sparsa pure di quercie, le cui radici conficcandosi entro i crepacci del masso pieni di terra, vi trovavano nudrimento. A questa rupe appoggiavasi una casuccia, le cui muraglie erano tronchi d’alberi congiunti fra loro da glutine di terra e muschio arboreo impastati insieme. Un giovine abete, rimondo di tutti i suoi rami, alla cui parte superiore era posto per traverso un grosso troncone, presentava al guardo un informe emblema [141]della Croce. A poca distanza sgorgava dal dirupo una sorgente d’acqua purissima, che cadea prima entro ad un sasso scavato, e da lavoro umano ridotto a rustico bacino; indi sfuggia con grato mormorio lungo un letto che ella si era coll’andar degli anni formato, sintantochè, dopo alcuni giri per la pianura di quell’anfiteatro, perdeasi affatto nella vicina foresta.

Presso di questa fontana vedeansi le rovine d’una picciola cappella, il cui tetto in parte era diroccato; edifizio, che quand’anche fu nel medesimo suo splendore, non può essere stato più lungo di sedici nè più largo di dodici piedi. La soffitta, la cui altezza serbava proporzione coll’altre dimensioni accennate, stavasi in quattro archi sostenuti da grossolani pilastri; due de’ quali allora faceano compagnia al resto di que’ diroccamenti. L’atrio ornato di fregi a ghirigori, quai ne osserviamo ancora nelle antiche chiese sassoni, era collocato sotto d’un portico, cui sovrastava un campanile, munito di quella campanella, il cui suono pochi istanti prima erasi udito dal Cavalier Nero nella foresta.

Alla vista di tal romitaggio, ei si tenne sicuro di ottenere ricovero per quella notte dall’anacoreta che vi stanziava; perchè gli eremiti abitatori de’ boschi, avevano in que’ tempi siccome lor debito di concedere ospitalità ai cavalieri smarriti, e soprappresi dal giugnere della notte. Scese pertanto da cavallo, e senza perder tempo ad esaminare le minute locali particolarità che abbiamo descritte, picchiò coll’estremità della sua lancia alla porta, con fermissima opinione che gli verrebbe aperta.

Gli convenne picchiar due volte prima d’avere una risposta, nè il tenore di questa fu tanto cortese qual s’era egli dato a presumerlo.

«Va per la tua strada, chiunque tu sia» udì rispondersi con voce forte e aspro tuono «nè stornar oltre il servo di Dio e di san Dunstano dalle devote sue pratiche della sera.»

«Buon Padre» rispose il cavaliere «io sono un povero viaggiatore smarrito fra questi boschi. Se mi concedete ospitalità per questa notte, sarà un atto di cristiana carità che farete.»

«Fratello mio, tutt’altro che poter far carità! La Beatissima Vergine e san Dunstano han pensato bene ch’io la ricevessi dagli altri. Le mie vittovaglie son tali, che un cane non vorrebbe farne meco a metà, e mi corico sopra una cuccia che la sdegnerebbe per sua lettiera un cavallo, niente niente avvezzato ai suoi comodi. Va dunque per la tua strada, e il cielo ti benedica!»

«Come volete che la trovi, la mia strada, per mezzo a un bosco e fra le tenebre della notte? Vi supplico, reverendo padre, apritemi almeno la porta, e venite voi ad additarmi il cammino.»

«Oh! il cammino è facilissimo da trovarsi. Quel sentiero che sta [142]rimpetto a questa mia piccola cella, guida ad una valle paludosa attorniata da un fiumicello che dovrebbe esser guadoso, perchè da molto tempo non abbiam piogge forti. Ma bada nell’accostarvi, perchè le rive ne son dirupate e presentano molti precipizi. Ti troverai indi in una cattiva strada, anzi in una strada rotta…»

«Nient’altro poi! paludi, acque da guadare, precipizi, strade rotte!» sclamò il cavaliere. «Ser eremita, quand’anche foste il più santo di tutti gli anacoreti, presenti e futuri, non riuscite a persuadermi di affrontare una tale strada nel cuor della notte. Se, come dite, vivete dell’altrui carità non è in voi il diritto di ricusarla agli altri. Apritemi dunque tosto la porta del vostro romitaggio, o per dio! non mi costrignete ad atterrarla.»

«Amico viaggiatore» l’eremita replicò «non mi costrigner tu a mettere in opera le armi carnali, che il cielo in mia difesa mi ha concedute. Potresti far cattivo contratto.»

Gli abbaiamenti che, proferite queste parole, si fecero udire, palesarono al cavaliere, come l’eremita chiamasse per suoi ausiliari alcuni cani, dimoranti non v’ha dubbio in qualche angolo di quella casupola. Laonde irritato dagli apparecchi che faceva il cenobito per vincerla nel dato rifiuto, urtò la porta con una spinta sì vigorosa, che parve crollassero i pilastri di legno cui si reggea.

«Abbi pazienza, abbi pazienza, amico viaggiatore» soggiunse allora l’anacoreta, che non avea troppa voglia di arrischiar la sua porta ad una seconda spinta di tale natura «vengo ad aprirti, ma pensa a quel che fai, perchè, per san Dunstano! te ne avrai da pentire.»

Immantinente apertasi la porta, l’eremita, che era un uomo vigoroso e ben complesso, coperto del suo cappuccio, e cinto a traverso le reni da una corda di giunchi, si mostrò al cavaliere, e d’una mano teneva accesa una torcia, e coll’altra un nodoso bastone, o quasi una clava. Due cani di enorme statura gli stavano a fianco, aspettando, a quanto pareva, dal loro padrone il segnale di lanciarsi sopra dello straniero. Ma poichè il lume della torcia fe’ vedere al romito d’aver che fare con un cavaliere armato di tutto punto, cambiò tosto deliberazione, e licenziati i suoi due confederati assunse più urbani modi, non quindi umili, e austera alterezza ne trapelava. Invitò nondimeno il cavaliere ad entrare entro la casa, cercando scuse alla prima accoglienza fattagli dalla consuetudine che avea di non aprire la porta a nessuno dopo il tramonto del sole, e ciò per tema de’ ladri e dei malandrini che infestando que’ boschi, non portavano nemmen rispetto a san Dunstano, o alle persone che al servigio di questo santo si dedicavano.

Entrato nella cella il cavaliere, si guardò attorno, e non vedendo [143]che un letto di foglie, un crocifisso di quercia male scolpito, un messale, una tavola di grezzo sasso, due sgabelletti, e pochissimi altri cattivi arnesi domestici, sì gli disse: «Padre mio, la povertà della vostra cella dovrebbe dispensarvi dall’aver paura de’ ladri, quand’anche non aveste que’ due fedeli ausiliari, che a statura dovrebbero esser buoni per atterrare un cervo e trovar pochi uomini che lor resistessero.»

«Il boscaiuolo» rispose l’eremita «mi ha permesso di conservarli a mia difesa in questa solitudine, fintanto almeno che nel paese domini maggior sicurezza.»

Sì dicendo adattò la sua torcia in una ventola di ferro conficcata entro uno di quegli alberi, che faceano uffizio di parete, e ravvivando il fuoco coll’aggiugnervi legne secche, sedè sopra uno sgabello a canto della tavola, accennando di fare la stessa cosa al cavaliere.

Adagiati che si furono entrambi, l’un guatò l’altro con molta serietà, e continuarono per alcuni istanti a squadrarsi, essendo cosa probabile, che ciascun di loro andasse ruminando in sua mente, se mai gli era occorso di trovarsi al cospetto di altr’uomo più vigoroso e più risoluto.

«Spettabile eremita» gli disse finalmente il cavaliere «se non mi rattenesse la tema d’interrompere le pie meditazioni in cui vi giudico assorto, avrei tre cose da chiedere alla Reverenza vostra. Prima di tutto, ove devo mettere il mio cavallo? Seconda, potete darmi da cena? Finalmente, ove dovrò io passare la notte?»

«La regola del mio istituto mi prescrive» rispose l’eremita «di non rompere il silenzio che ad un caso d’estrema necessità: vi risponderò dunque per gesti fin quanto mi sarà possibile.» Additandogli indi successivamente due angoli di quel tugurio. «Lì scuderia!» gli disse «là, vostra stanza di riposo!» Preso indi da uno scaffale un piattello su di cui stavano pochi ceci secchi, lo pose sulla tavola dinanzi all’ospite: «Vostra cena!»

Alzando le spalle il cavaliere, uscì di quell’abituro per levar dall’albero, cui lo aveva legato, il cavallo e condurlo in casa; ove, dopo averlo con gran cura alleggerito di tutto arnese, si levò il mantello per coprirne la schiena di quella bestia sì affaticata.

Atto di umanità, che parve commovesse molto l’eremita, il quale si diede ad esaminare il corridore profferendo le parole: «Nobile animale!» A tal sentenza succedè il ricordarsi, che il boscaiuolo nell’ultima visita fatta al romito, lasciò ivi qualche poco di foraggio. Dopo d’avere espresso laconicamente quest’atto di sua reminiscenza, uscì d’una porta situata in fondo della stanza; poi tornò portando seco un fascio d’ottimo fieno e una conveniente misura di biada che pose innanzi [144]al cavallo dell’ospite. Poi uscito una seconda volta, ritornò con un sacco di felce secca, che distese nell’angolo da lui contrassegnato, siccome stanza di riposo del cavaliere, da cui venne ringraziato di tal cortesia, indi ognun di loro si rimise al suo sgabello presso la tavola, ov’era sempre il piattello de’ ceci secchi. Il Romito allora recitò un lungo benedicite in latino, o in latino almeno egli credea, poichè sarebbe stato difficile il ravvisarvi gran che le tracce d’una tal lingua. Diede indi il primo esempio della masticazione al suo ospite col mettersi tre o quattro di quei ceci alla bocca, che ampia era ed armata di ottimi denti, acuti e candidi quanto quelli d’un cinghiale possono esserlo.

Il cavaliere, volendo imitarlo a questo desco, si tolse l’elmo, il corsaletto, e molta parte d’armatura, laonde l’eremita potè vedere una testa coperta di capelli biondi oltre ogni dire, naturalmente ricciuti, occhi vivacissimi che al pari de’ lineamenti indicavano sagacia, e animo grande ed intraprendente, basette d’un color alquanto più cupo de’ capelli, un uomo alfine in cui, giudicandolo dalla fisonomia, l’ardire conformava coll’altezza della statura.

L’eremita, quasi studioso di corrispondere alla confidenza che l’ospite in lui dimostrava, si mandò indietro il cappuccio, mostrando a sua volta una testa rotonda qual può averla soltanto un uomo di circa trentatrè anni. Larga erane la cherca e neri ed increspati i capelli che le stavano attorno, nè dall’aspetto scorgeasi certamente ch’ei facesse astinenza, o vita austera di cenobita. Le guancie di lui tinte d’un bel vermiglio spiravano la freschezza d’una salute floridissima, in quegli occhi sormontati da due foltissime sopracciglia, pressochè indivise fra loro, leggeansi coraggio e brio, intantochè la robustezza de’ muscoli, delle membra e de’ nervi lo indicavano pasciuto di alimenti ben altri che ceci secchi. Alla qual cosa non mancò di fare attenzione il cavaliere, che dopo avere non senza fatica stritolata una mezza dozzina di quei ceci, chiese all’ospite qualche cosa di liquido che lo aiutasse a trangugiarli.

Nè fu tardo il romito a mettere sulla tavola una mezzina colma d’acqua limpida e pura. «Viene» egli disse «dalla fontana di san Dunstano, da quella fontana, ove il santo battezzò da un dì all’altro cinquecento Danesi pagani. Che il nome ne sia benedetto in eterno!» Indi accostò alle proprie labbra la mezzina, il pomposo encomio però che ei di quell’acqua prodigiosa avea fatto non l’indusse a beverne più d’una sorsata.

«Reverendo padre» gli disse finalmente il cavaliere «affè, questi ceci secchi, che mangiate in sì discreta quantità, e quest’acqua cui appena attignete possedono una virtù miracolosa. (L’eremita lo guarda) [145]Sì; miracolosa. Chi vi contempla giudicherebbe voi un uomo fatto per mettere, cacciando, un cervo alle strette, o per cimentarvi valorosamente a duello con qualunque gagliardo competitore, anzichè a passare la vita vostra in un deserto leggendo il breviario e salmeggiando.»

«Gli è perchè, ser cavaliere, i vostri pensieri san di carne, come generalmente ne puzzano tutti quelli de’ laici ignoranti. La santa Vergine e san Dunstano si compiacquero di benedire l’alimento al quale mi sono ridotto, come il cielo benedì una volta i cibi che i santi fanciulli Sidrach, Misach e Abdenago, preferirono al vino e alle vivande da cui temettero lordura per averle offerte loro un saracino.»

«Oh santo padre, su la cui cera ha piaciuto al cielo operar tal miracolo, permettereste ad un umile peccatore il chiedervi il vostro nome?»

«Perchè no? In questo cantone vengo nominato l’eremita di Copmanhurst. Vi aggiungono, gli è vero, l’epiteto di santo, ma io non ci sto, sentendomi indegno di vedere aggiunto al mio nome un tal predicato. E voi, prode cavaliere, vorreste indicarmi il nome del mio ospite?»

«Perchè no, eremita di Copmanhurst? In questo cantone vengo nominato il cavaliere Nero. Vi aggiungono, gli è vero, l’epiteto di Neghittoso; ma io non ci sto, sentendomi indegno di vedere aggiunto al mio nome un tal predicato.»

L’eremita non potè starsi dal sorridere a tal risposta dell’ospite.

«Ser cavaliere Neghittoso» gli disse di poi «m’accorgo esser voi un uomo di spirito e ad un tempo prudente. Siete stato avvezzo alla licenza delle corti e de’ campi, al lusso delle capitali, e capisco bene che la semplicità del vitto monastico non vi si affà nè punto nè poco. Credo… sì, mi ricordo ora che il boscaiuolo, quando fu a vedermi l’ultima volta, oltre a quel resto di foraggio, lasciò qui alcune cose da mangiare. Io non le ho toccate per un rispetto alle regole del mio istituto; e adesso poi, assorto, come lo sono sempre, in profonde meditazioni, non pensava ad offerirvele.»

«Santo eremita, lo avrei giurato» sclamò il cavaliere. «Appena ho veduto fuor del cappuccio la vostra testa, mi sono convinto, che in questo romitorio dovea trovarsi qualche vivanda più sostanziosa. Il vostro boscaiuolo è un galantuomo. Di fatto, chi è che vedendo una bella dentatura come la vostra condannata a macinare questi miserabili ceci, quel largo vostro gozzo a non essere innaffiato che da una sì trista bevanda, chi è dissi, cui non venga desiderio procurarvi alimenti più confacevoli? Tutta questa roba» soggiunse accennando la frugale imbandizione di quel desco «è appena buona da dare al mio cavallo. [146]Vediam dunque subito in che si stia la munificenza del degno boscaiuolo.»

L’eremita diè una scaltra occhiata all’ospite, e mostrò comica incertezza in tutta la fisonomia. Parea titubasse ancora nel fidarsi dello straniero. Ma l’aspetto di questo avea tant’aria di sincerità, ne traspirava tal buona fede e schiettezza, anche il sorriso ne appariva d’uomo gioviale e ad un tempo ingenuo, che finalmente l’eremita mise da un lato i sospetti, e trasportatosi verso il fondo della sua celletta, aperse un armadio i cui battitoi erano un segreto architettato con accuratezza ed ingegno, e ne trasse uno smisurato pasticcio ch’ei collocò sulla tavola. Il cavaliere ne fè tosto la sezione valendosi del pugnale che gli pendea dal cinturino, senza perdere indi tempo a porsi in istato di giudicare del merito delle cose.

«È passato molto tempo, reverendo padre, dacchè l’onesto boscaiuolo vi ha fatto visita?» domandò all’eremita il cavaliere, che intanto mangiava con appetito quel pasticcio, sembratogli veramente squisito.

«Due mesi circa» rispose senza far attenzione a quello ch’ei rispondeva il romito.

«Vivadio! tutto è miracoloso in questo romitaggio. Io, vedete! avrei scommesso, che il selvaggiume di cui è fatto questo pasticcio saporosissimo, volava, non è una settimana, per questi boschi.»

Osservazione che scompigliò alquanto l’eremita, cui produceva non poca modestia il veder l’ospite che dava sì vigoroso assalto e facea sì belle brecce nel pasticcio, intanto ch’egli colle precedenti proteste di astinenza si era tolta da sé medesimo la possibilità di partecipare a tale fazione.

Ma da quest’angoscia lo liberò il cavaliere: «A proposito! ser eremita» gli disse ristandosi d’improvviso dal mangiare «ho viaggiato in Palestina, e mi ricordo che in questi paesi vi è un’usanza per cui tutt’uomo che ne convitti un altro, assaggia pel primo le vivande presentate al commensale, e ciò per provargli ch’esse non contengono nulla di pregiudizievole. Dio mi liberi dal sospettare in voi sinistre intenzioni; ma se ho a dirvela, vedrei volontieri che vi uniformaste a sì fatta usanza.»

«Quando sia per compiacervi, ser cavaliere» rispose l’eremita «e per non lasciare in voi veruna inquietezza, mi esenterò questa volta dalla professata astinenza.» E dir ciò e metter le mani (che forchette allor non si usavano) in mezzo al pasticcio furono un medesimo tempo.

Così rotto il diaccio da tutte due le bande, l’ospite e il commensale parea gareggiassero a chi dava prove di miglior appetito, nella qual lotta l’eremita superava di molto il cavaliere, benchè questi, secondo ogni apparenza, dovea essere più da lungo tempo digiuno.

[147]
«Eremita di Copmanhurst» allora si fece a dire il cavaliere «giocherei il mio cavallo contro uno zecchino che il rispettabile boscaiuolo cui abbiamo l’obbligazione di quest’ottimo pasticcio, lasciò anche quanto è convenevole a fargli onore con innaffiarlo condegnamente. Tal particolarità certamente non meritava di rimanere impressa nella memoria d’un anacoreta sì rigido come voi siete. Mi tengo per fermo che se tornaste a guardare, là in fondo della vostra celletta, trovereste qualche bevanda, anche migliore dell’acqua attinta alla fontana di san Dunstano.»

Il romito tornò di nuovo a dar occhiate maliziose sull’ospite, poi s’alzò sorridendo, e aperto una seconda volta l’armadio d’onde avea tolto il pasticcio, ne trasse un gran fiasco di cuoio, che potea contenerne otto di ordinaria capacità; indi il pose sulla tavola unitamente a due tazze d’osso che avevano i cerchi d’argento, dopo la quale aggiunta fatta alla cena, stimò bene congedare un inutil ritegno; laonde senza preamboli empì entrambe le tazze, e presane una sclamò: «alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso» indi la votò colla massima disinvoltura.

«Alla vostra, degno eremita» corrispose tosto il cavaliere. «Ma spiegatemi di grazia il perchè un uomo fornito di nervi e muscoli come i vostri, e di tutte in oltre le prerogative che abbisognano ad un buon commensale, abbia presa la deliberazione di confinarsi in questa solitudine. Fareste ben meglio, se non m’inganno, a portar lancia e scudo e far bella mostra di voi a buone tavole e in buona compagnia; anzichè rimanervi qui a mangiar ceci secchi e bever acqua, o anche a vivere dei doni che vi fa il vostro amico boscaiuolo. Per lo meno se mi trovassi nello stato vostro vorrei spassarmi a cacciare i daini del re. Ve n’ha tanti in queste selve, nè vi sarebbe chi s’avvisasse far lamento d’un daino ucciso ad uso del cappellano di san Dunstano.»

«Ser Neghittoso» rispose l’eremita «tai discorsi sono rischiosi, e vi consiglio a non avventurarli una seconda volta. Io sono un eremita fedele al re, come lo sono a san Dunstano. Se mi facessi lecito di dar la caccia al selvaggiume del mio principe, non sapete voi che rischierei d’andar prigione e fors’anche sulla forca, da cui stenterei col mio cappuccio a salvarmi?»

«Nondimeno, vi dico la verità. Se abitassi qui in vece vostra, non potrei trattenermi dall’andar qualche volta, allorchè è bella la luna, a diporto, e recitando anche il mio mattutino, se mi abbattessi in una torma di daini, la saluterei con qualche frecciata. Ditemi in vostra coscienza, non vi prendete mai questo diletto?»

«Amico Neghittoso, voi avete veduto tutto ciò che vi potea rilevar di vedere nella mia cella, e avete pur veduto oltre a quanto [148]meritava di trovarmi condiscendente un uomo che vi si è annicchiato a viva forza. Udite un mio consiglio. Godete del bene che il cielo vi manda, e non vi prendete briga del modo onde vi derivi. Empite la vostra tazza, bevete, mangiate, siate il ben venuto, ma non mi sforzate con nuove indiscrete interrogazioni a provarvi che se avessi voluto sul serio resistervi non sareste qui.»

«Ma voi stimolate la mia curiosità, che non potete credere quanto; e siete l’eremita più misterioso fra quanti ne ho conosciuti. Oh! bisogna ch’io vi conosca anche meglio prima di separarmi da voi…. Quanto alle vostre minaccie, sappiatelo, santo anacoreta, trovaste tal uomo, il cui mestiere è far fronte a tutti i pericoli che gli s’appresentano.»

«Alla vostra salute, ser cavaliere Neghittoso; io rispetto il vostro valore, ma non porto altrettanta buona opinione della vostra discretezza. Se voi volete battervi meco ad armi eguali, vi addosserò tal penitenza, che di qui ad un anno non commetterete più peccati di curiosità.»

«E quali sono queste vostr’armi, valoroso eremita di Copmanhurst?»

«Incominciate dalla cesoia di Dalila e dal chiodo di Iaele, e venite fino alla scimitarra di Golia, nè v’è arme fra queste colla quale io non sia capace di farvi fronte; se però mi lasciate la scelta, osservate mio degno amico, queste due bagattellucce.»

E in dir ciò aperse in un altro angolo della celletta un secondo armadio segreto, da cui trasse due spade ben affilate e due scudi di que’ che si usavano allora. Il cavaliere, che accompagnava col guardo ogni atto dell’eremita, vide che questo armadio contenea parimente molti archi, un archibuso, e dardi e frecce; in oltre un’arpa ed altri arnesi che non pareano fatti per un cenobita.

«Fratello eremita» allora disse il cavaliere «non vi farò più indiscrete interrogazioni. Quanto ho veduto in quest’armadio risponde a tutte le domande che avessi potuto volervi indirigere. Ma osservo un’arme» soggiunse prendendo l’arpa «colla quale più volentieri che con qualunque altra, mi piacerebbe battermi vosco.»

«Spero, ser cavaliere, che non abbiate dati giusti motivi a meritarvi il soprannome di Neghittoso. Ma a dirvela non so che pensare. In somma, siete mio ospite, nè sarò io quegli che metta alla prova il vostro coraggio, se ciò non sia di piena vostra volontà. Dunque se sapete qualche buona canzone sarete sempre il ben venuto al mio romitaggio di Copmanhurst, e san Dunstano farà forse che vi troviate, o qualche fetta di pasticcio, o alcun poco di cacciagione. Sediamoci, beviamo, cantiamo, e si colmino le nostre tazze, perchè ci vorrà qualche tempo ad accordar l’arpa. Il vino aiuta la chiarezza della voce e l’aggiustatezza dell’udito; e in quanto a me gli è d’uopo che il sugo [149]di grappoli m’arrivi sino all’ugne prima di poter cavar qualche suono dal mio strumento.»

E in dir ciò aperse in un altro angolo della celletta un secondo armadio segreto, da cui trasse due spade ben affilate e due scudi di que’ che si usavano allora…. pag. 148.

Il cavaliere mise in opera la ricetta suggeritagli dall’eremita, e nonostante non durò poca fatica ad accordare quell’arpa.

«Le manca una corda» diss’egli «e l’altre non sono gran fatto in buon essere.»

«Ho piacere che vi siate accorto del disordine. Gli è segno che non siete novizio nell’arte giocosa[23]. Ma nel malanno di queste corde ci hanno colpa il vino e l’intemperanza. Glie l’aveva detto io, ad Allan-Dale, il menestrello del Nord, di non toccare quest’arpa dopo aver votato la settima tazza. Non mi badò. Ecco quello che n’è avvenuto. Alla vostra salute, mio fratello, ed ai vostri buoni successi nell’arte giocosa.»

Così parlando si appressava dignitosamente al labbro la tazza, e continuava ad imprecare l’intemperanza del menestrello del Nord.

In questo l’arpa fu accordata fin quanto lo permetteva lo stato cui era ridotta, e il cavaliere dopo aver fatte colle dita le solite prove, chiese all’eremita se desiderava una serventese in oc, o una lai in oui, o un virelai[24] o finalmente una ballata in Inglese.

«Una ballata, una ballata!» rispose l’eremita; «che vale cento volte meglio di tutti gli oc e di tutti gli oui della Francia. Io sono inglese inglesissimo, ser cavaliere, come lo era il mio glorioso avvocato san Dunstano, e degli oc e degli oui fo quel conto, ch’ei faceva degli artigli del demonio. In questa celletta non si ha da cantare che inglese.»

«Or bene, vi farò udire una ballata composta da un canterino ch’io conobbi in Terra Santa.»

Il canto del cavaliere tal fu da scorgersi che s’ei non era perfetto maestro nell’arte giocosa, certamente aveva avute ottime lezioni. L’arte gl’insegnò a trar buon partito dalla sua voce, comunque fosse poco estesa, e volta più all’aspro che al melodioso. Potea pertanto meritarsi applausi da giudici anche più abili di quello che l’eremita lo fosse, e maggiormente perchè il cantore mostravasi tanto commosso dalle cose espresse nella ballata, che parea riguardassero lui medesimo, circostanza, da cui le note d’accompagnamento acquistavano anima e forza maggiore.

[150]
La ballata era la seguente, ed intitolavasi:

Il ritorno del Crociato.

Figlio di padri eroi, campion di Cristo,

Un cavalier che prove peregrine

Diè di valor nel disputar l’acquisto

Del Gran Sepolcro all’aste saracine,

Non ebbe appena il patrio suol rivisto,

Caldo d’amor, cinto di lauri il crine,

Sotto il veron di lei per cui sospira,

Nunzia le fè del rieder suo la lira.

Salve, fior di beltà! Se ancor gradito

T’è questo suon, ravvisa il tuo guerriero

Vincitor del Pagan, da’ suoi tradito,

Gli rimasero sol lancia e cimiero,

E il suo valor ch’è dono tuo. Tu ardito

Di gloria il festi a imprender il sentiero;

Che i rischi ad affrontar con fermo viso

Lo allettò il guiderdon d’un tuo sorriso.

Se fei perder l’arcion, morder l’arena

D’Icone al formidabile soldano,

Tuo nome resse questo acciar; tu piena

L’alma di senno e di vigor la mano

Rendevi a me; tu m’addoppiasti lena

Quando turba infedel per me al Giordano

Tinse del proprio sangue i flutti e i lidi

Imprecando Macon sordo a’ suoi gridi.

Non fia che i trofei laudi ond’io fui chiaro,

Nè i vanti in un di tua beltà rammenti.

A tarda etade i nomi andran del paro

Del cavalier, di quella i cui possenti

Vezzi alle imprese il cavalier spronaro;

E un vate vulgherà: corse ai cimenti

Il campion di Sorìa con fermo viso,

E gli fu guiderdon d’Elma un sorriso.

Mentre l’ospite cantava in tal guisa, l’eremita porgea attenzione, come farebbe un critico di mestiere che assistesse alla prima rappresentazione d’un’opera; col capo a metà inclinato sul petto, con occhi pressochè chiusi: mani spesso giunte, e facendo a vicenda passare un pollice sovra l’altro, alcune volte battendo il tempo colle mani e col piede. Se gli parea che la voce del cantore non si spiegasse quanto, almeno a giudizio di lui che stava ascoltando, lo volevano le leggi dell’armonia, aggiugnea, quasi per aiutarlo a torsi d’impaccio, la propria [151]voce. Ma poichè il cavaliere si tacque, il nostro anacoreta trovò leggiadrissimi e la ballata e la musica e il canto.

«Però» aggiunse «io sospetto, che il prode cavaliere, eroe di questa ballata, abbia vissuto lungo tempo coi Normanni, e quindi sposati que’ lor modi da cascamorto. S’egli abbandonò la sua donna per correre i campi della Palestina, non dovea forse, tornando, aspettarsi ch’ella si mostrerebbe cortese di grati sorrisi ad un amante stato più assiduo di lui nel corteggiarla? Che gli giovava andar a cantare sotto le finestre di lei una ballata, accolta cred’io in tale occasione come il miagolare d’un gatto sotto le grondaie? Ma ci pensi egli. Senza cercar altro, io beverò al buon successo degli amanti, ma veri amanti. Voi non siete, a quanto parmi, in questo novero, ser cavaliere.» Ciò gli disse dopo aver osservato, come egli temendo che sì frequenti e copiose libazioni gli alterassero il cervello, prendea la mezzina dell’acqua per temperare il suo vino.

«E che? non mi diceste voi venir quest’acqua dalla fontana di san Dunstano, del glorioso vostro avvocato?»

«Certamente, e battezzò infedeli a migliaia, ma in tutta la leggenda di questo santo non si dice mai che abbia battezzato il vino. Ciascuna cosa in questo mondo vuole essere adoperata all’uso per cui Domeneddio la creò. San Dunstano conosceva quanto le potesse conoscere chiunque altro, le prerogative di frate Giocondo.»

Dette le quali cose, l’eremita prese l’arpa, e cantò sovr’essa le seguenti strofette foggiate sopra un’antica canzonetta inglese.

Frate Giocondo.

Ti do un anno, e se il vuoi secoli,

Scorri Francia e Spagna e il mondo,

Chi è felice? Fra’ Giocondo

Sol felice puoi mirar.

Giovin prode ai corvi d’Asia

Lasciò l’ossa; in duol profondo

Sta la moglie? Fra’ Giocondo

Sol la puote consolar.

Per morir sta un Grande; e il cruccia

De’ peccati il grave pondo.

Chi lo allieva? Fra’ Giocondo

Il cappuccio e il suo cordon.

Ricchi e grami, i santi il bramano

E chi pur di colpe è immondo.

Va per tutto Fra’ Giocondo

Che ogni casa è sua magion.

[152]

Se lo sposo al desco tollera

Occupar loco secondo,

Chi sta primo? Fra’ Giocondo;

E la moglie ancor più fa.

Chi vuol far tenerla al diavolo

De’ piacer vedendo il fondo;

Viva, gridi, Fra’ Giocondo,

Il cappuccio e la pietà!

«Benissimo! sull’onor mio, e mi piace che avete cantati gli encomii della vostra tonaca. Ma a proposito di diavolo, sant’eremita di Copmanhurst, non temete voi che una volta o l’altra venga a farvi visita in mezzo a qualche passatempo, non del tutto canonico,»

«Non del tutto canonico!… E via! disprezzo quest’accusa e la metto sotto i miei piedi. Penso a compiere come si dee tutti i doveri dell’ordine cui appartengo, mattutino, prima, terza, sesta, vespro, compieta, recito giorno e notte e pater e ave e credo….»

«Eccetto però nelle ore del chiaro di luna, nella stagione del salvaggiume…»

«Exceptis Excipiendis. È questa la risposta che il vecchio abate mi suggerì d’aver pronta ogni volta che qualche laico m’avesse chiesto, s’io adempissi esattamente tutte le minuzie prescritte dal nostro istituto.»

«Ottimamente, reverendo padre, ma il diavolo non conosce eccezioni, e non dorme mai; voi sapete che ei fa le giravolte attorno come leone che rugge!»

«Oh! faccia le giravolte e ruggisca finchè gli pare e piace. Una staffilata ch’io gli applichi colla mia cintura lo fa mugghiare, come mugghiò sotto san Dunstano, che gli acchiappò il naso colle molle arroventate. Non ho mai avuto paura di uomini viventi. Figuratevi se voglio averla del diavolo, nè di tutte le sue diavolerie. San Dunstano, san Vinifredo, santo Sviberto, e quel po’ di merito ch’io possa avere, mi mettono in istato di sfidarlo, ad onta della sua coda e delle sue corna. Ma per dirvi un segreto, mio degno amico, non parlo mai di queste cose che dopo aver recitato mattutino.»

Cambiò allor d’argomento; ed aveano entrambi passati due o tre ore bevendo, ridendo, cianciando e cantando, allorchè il rumore di replicati picchii alla porta del romitaggio dieder loro altre faccende.

E da che proveniva sì fatto interrompimento? Ciò è quanto non ci è permesso spiegare, se prima non andiamo a raggiugnere altra brigata, perchè ad imitazion dell’Ariosto, non ci siam fatta una legge di accompagnar fedelmente per ogni dove i personaggi della nostra storia.

Dette le quali cose, l’eremita prese l’arpa, e cantò sovr’essa…. pag. 151.

[153]

CAPITOLO XVII.
«N’aspettano boscaglie ov’han soggiorno

«La damma e il capriol, d’alberi ingombre,

«Che col mutuo intralciar lor rami, al giorno

«Fann’onta e intempestive adducon l’ombre.

«Corriam, già annotta. All’orrido dintorno

«Chi fisa luci d’ogni tema sgombre?

«Colà inviar teme Dïana i raggi;

«Che li rispingon, quasi mura, i faggi.

La foresta d’Ettrick.

Fin d’allora, che il figlio di Cedric il Sassone cadde privo di sentimento sull’arena d’Ashby, il grido di natura, primo ad usar la sua forza nel cuore del padre, avrebbe fatto sì che questi ordinasse ai propri servi di prendere in custodia Ivanhoe, ed usargli ogni cura la più amorevole. Ma contrastava altro riguardo affacciatosi un istante dopo all’animo di Cedric. Ei non potea risolversi a riconoscere pubblicamente un figlio, ch’egli avea sbandito dalla propria casa e in formale guisa diseredato. Dopo alcuni momenti di lotta fra l’amor proprio e la tenerezza paterna, egli avea preso una via di mezzo, che fu chiamare a sè Osvaldo, e commettergli di valersi d’alcuni della sua gente per far trasportare il ferito cavaliere nella sua tenda, ove poi lo stesso Osvaldo sarebbe rimasto a vigilare affinchè non gli mancasse veruna sorte di soccorsi. Nè il coppiere di Cedric avea perduto tempo nell’accignersi ad eseguir tal comando, ma prima ch’egli potesse avvertire i quattro uomini del seguito di Cedric per condurli con sè, e, prima ch’ei fosse pervenuto, rompendo la calca, all’arena, altre persone aveano trasferito altrove Ivanhoe, che fu cercato invano nella sua tenda, senza potersi rilevare che cosa ne fosse accaduto; sicchè parea fosse stato portato via dalle fate.

E facilmente il nostro Osvaldo, superstizioso siccome lo erano tutti i Sassoni, avrebbe così spiegata la sparizione d’Ivanhoe, se non veniva ad interrompergli il corso delle meditazioni la presenza d’un uomo, vestito presso a poco da scudiere, e in cui ravvisò le sembianze di Gurth, suo camerata, il quale inquieto sulla sorte del suo padrone, disperato perchè più dell’altro non lo ritrovava, e ansioso sol di cercarlo per ogni dove, dimenticò le cautele necessarie alla sicurezza di sè medesimo. Osvaldo si fece tosto un dovere di arrestarlo qual fuggiasco servo sopra di cui dovea pronunziar sentenza Cedric.

[154]
Non quindi trascurò di assumere nuove informazioni per sapere contezze del figlio del suo padrone, e la sola cosa ch’ei giunse a scoprire si fu, come alcuni servi ben messi aveano collocato il cavaliere Diseredato nella lettiga appartenente ad una persona di sesso femminino, stata spettatrice del torneo, e lo aveano tratto indi fuor della lizza; ma ove poi lo avesser condotto niuno sapea raccontare. Tai notizie pertanto egli arrecò al suo padrone, facendosi seguire da Gurth, che considerava siccome una specie di disertore.

In questo mezzo, la natura avendo preso intero predominio sullo stoicismo patriottico che le facea guerra nel cuore del thane Sassone, questi si stava nelle più vive angoscie, finchè Osvaldo fosse tornato. Ma appena ei seppe che altre persone, da Cedric tosto giudicate amiche d’Ivanhoe, s’erano prese l’incarico di lui, e che, com’era verisimile, e come tosto il Sassone immaginò, gli avrebbero prestato ogni soccorso dovuto al suo stato, allora l’amor paterno fe’ luogo nuovamente all’orgoglio e al risentimento, radicato in lui contro quella ch’ei chiamava ribellione del figlio.

«Ne accada quel che ne sa accadere» disse in quell’istante «a me poco rileva, e poco ancor mi rileva, se coloro per amor de’ quali riportò le ferite, si prendono adesso cura di medicargliele. Si distingua, si distingua, giacchè è la sua vocazione, nelle frascherie de’ bagattellieri di questa normanna cavalleria, egli che avrebbe dovuto mantenere l’onore e la gloria de’ Sassoni suoi antenati adoperando l’azza e la spada, armi antiche della nostra patria!»

«Se per mantenere l’onore de’ propri antenati» disse lady Rowena «basta ad un uomo, l’intraprender con prudenza e l’eseguire con coraggio, essere il più prode de’ prodi, e segnalarsi altrettanto per dolcezza e per sommessione, chi può negare tai pregi ad Ivanhoe?… Sarà ora la sola voce d’un padre?….»

«Tacete, lady Rowena, ve ne prego, è questo il solo punto su di cui non possiamo andare intesi. Accignetevi ad intervenire al banchetto del Principe. L’invito è stato fatto con modi cortesi, onorevolissimi, in somma usando tai riguardi, che questi superbi Normanni ben rade volte hanno dati a dividere a persone Sassoni dopo la fatale giornata di Hastings. Voglio trovarmi al banchetto, se non fosse altro, per provare a cotesti orgogliosi, come un Sassone sappia sopportare la sventura d’un figlio, che ha atterrati i più valorosi fra i loro campioni.»

«Io non vi sarò al certo» rispose con fermezza lady Rowena; «e voi, temete piuttosto che quanto esaltate, siccome intrepidezza e coraggio, non venga invece attribuito a freddezza, anzi a durezza di cuore.»

«Per parte vostra farete ciò che meglio v’aggrada. Quanto a [155]cuore freddo e duro, lo mostrate piuttosto voi che sacrificate gl’interessi d’un popolo gemente sotto il peso della schiavitù ad una passione inutile quanto cieca. Vado in traccia del nobile Atelstano, e ci condurremo noi due al banchetto di Giovanni d’Angiò.»

E così fecero; e già vedemmo al proposito dello stesso banchetto le particolarità più meritevoli d’essere ricordate. Usciti di quella mensa i due Sassoni, insieme alla lor comitiva, montarono a cavallo, e raggiunta lady Rowena, tutti di conserva si apparecchiarono ad abbandonare Ashby. In mezzo alle faccende di quella frettolosa partenza si offerse per la prima volta a Cedric, dopo essere, così diceasi, disertato, il povero Gurth; e poichè il Sassone, come fu narrato, non uscì di buon umor del banchetto, aveva appunto d’uopo di qualcheduno su di cui sfogare la collera; e Gurth ne fu la vittima disgraziata.

«Legatelo» sclamò «legatelo! Osvaldo, Udiberto! Sciagurati, che vi avvisaste di lasciare in libertà questo furfante!» I compagni di Gurth senza osare la menoma rimostranza a favore di quello sventurato, gli legarono le mani dietro la schiena, al qual severo trattamento l’ex-scudiere si assoggettò senza mettere una sola querela. Unicamente rampognando con uno sguardo il suo padrone aggiunse tali parole: «Ciò m’accade perchè amo il vostro sangue più del mio sangue medesimo.»

«A cavallo e avanti» sclamò Cedric.

«E mi par bene che non vi sia tempo da perdere» aggiunse Atelstano «perchè, se non galoppiamo sul serio, la cena che ci ha preparata il degno abate Wattheof non varrà più nulla.»

Ma tanto s’affrettarono i nostri viaggiatori che prevennero la disgrazia da Atelstano temuta. L’abate di San-Vittoldo, uscito egli medesimo d’antica famiglia sassone, e parente di Cedric alla lontana, ricevette i nobili viaggiatori con tutti i riguardi dell’ospitalità sì propria a questa nazione, nè la cena del convento cedea quanto a splendidezza al pranzo del Principe. Rimasero a desco fino a notte molto innoltrata; nè si disgiunsero dall’Abate che la mattina del dì successivo, dopo essergli stati compagni e partecipi ad una sontuosissima colezione.

Allorchè la cavalcata uscia dalla corte del monastero, occorse un avvenimento di tal natura da far sinistra impressione in menti sassoni, perchè non v’era in tutta l’Europa un popolo che nell’essere superstizioso, e nel credere soprattutto ai presagi sopravvanzasse quella nazione. Non potea ciò dirsi de’ Normanni, che essendo una schiatta mescolata, e che avea fatto qualche maggior passo nella carriera della civiltà, non tenea più una gran parte di quei pregiudizi, che i suoi progenitori le aveano apportati dalla Scandinavia; e sotto simile aspetto potea vantarsi più istrutta de’ popoli conquistati.

Nell’istante adunque di cui favelliamo, la tema di qualche arcana [156]disgrazia venne inspirata da un profeta, certamente ragguardevolissimo, da un grosso cane nero e magro, che seduto sulle zampe di dietro alla porta del monastero, mise lamentevoli ululati, allorchè uscirono i primi cavalieri, poi seguì la cavalcata abbaiando e scorazzando da destra a sinistra.

«Padre mio» disse a Cedric Atelstano, che per un rispetto avuto all’età spesso usava seco di questo titolo «questa musica niente mi garba.»

«Nè a me maggiormente, nostro zio» disse Wamba. «Temo che ci tocchi pagare i violini senza ballare.»

«Il mio parere» disse Atelstano (cui era andata a sangue l’ala dell’Abate, la quale indipendentemente dalla fama di cui godeva questa spezie di birra fabbricata ne’ dintorni di Burton, era, come ognun può immaginare sceltissima) «il mio parere sarebbe che si tornasse all’abbazia, e si differisse al dopo pranzo il partire. Gli è sempre di cattivo augurio incominciar di mattino un viaggio scontrandosi in un frate, in un leppre o in un cane che abbai.»

«Oibò!» sclamò Cedric impazientendosi. «Basta appena la giornata al cammino che dobbiamo fare. Poi quel cane io lo conosco, è il cane di Gurth, disertore al pari del suo padrone.»

Irritato indi che quell’animale non la finisse mai d’abbaiare, s’alzò in punta de’ piedi sulle sue staffe, e dato di mano ad una chiaverina, la vibrò contro il povero Fangs, perchè quel cane era Fangs, che avendo seguito l’orme del suo padrone, e festoso d’averlo trovato, gli manifestava in tal guisa il giubilo di potere starsi con lui nuovamente. Poco mancò che non ne rimanesse inchiodato sul suolo; ma per sua buona fortuna il ferale strumento gli scalfì unicamente una spalla, onde la bestia ferita fuggendo immantinente dalla presenza del corrucciato thane andò a mettersi all’ultime file del retroguardo.

La tentata uccisione di un suo fedele compagno fu per Gurth cosa amara e più difficile da perdonarsi dei lacci stessi che lo impacciavano; laonde, dopo avere fatto un moto, inconsiderato siccome inutile, per portarsi le mani alle ciglia, chiamò Wamba, che visto di mal umore il padrone, avea avuta la prudenza di mettersi egli pure al retroguardo. «Wamba, fammi una finezza, prendi una falda del tuo mantello e rasciugami gli occhi. La polvere mi fa piangere, e come vedi non posso prestarmi questo servigio da me medesimo.»

Wamba lo compiacque, indi marciarono qualche tempo l’uno a canto dell’altro senza profferire parola. Finalmente Gurth, sentendo una necessità di disacerbare l’affanno che lo premea si volse al compagno: «Amico Wamba, fra tutti que’ matti che si prestano a servire Cedric, tu sei il solo matto che abbia saputo rendergli gradevole la tua [157]follia. Va adunque a trovarlo, e digli che Gurth non vuol più saperne di servirlo, e che da questo proposito nol moveranno, nè amore nè timore. Egli può bene caricarmi di ceppi, farmi battere colle verghe, ed anche mettermi a morte, ma non mai costringermi ad ubbidirlo. Va dunque e digli, che Gurth, figlio di Beowolf, si emancipa da sè medesimo.»

«Matto, come mi vedi» rispose Wamba «non farò mai la pazzia che mi suggerisci. Cedric ha ancora una chiaverina da impiegare, e sai che rare volte manca il suo scopo.»

«Questo scopo gliel diverrò io medesimo, non me ne importa; e quanto non vuoi dirgli tu, gli dirò io. Ieri abbandonò il figlio, il mio giovine padrone che s’avvoltolava nel proprio sangue; oggi, innanzi ai miei occhi, ha voluto ammazzare l’altra sola creatura vivente che mi abbia mostrato amicizia su questa terra; per sant’Edmondo, per san Dunstano, per san Vittoldo, per sant’Odoardo il confessore e per tutti i santi sassoni del calendario» Cedric non giurava mai per santi che non fossero di schiatta sassone, e tutta la sua gente ne imitava l’esempio «non gli perdonerò in sempiterno.»

«Ma a quanto credo» soggiunse Wamba che spesse volte si assumea le parti di pacificatore «il nostro padrone ebbe in animo di mettere paura a Fangs non di ferirlo. Si è alzato sulle staffe per essere più sicuro di far passare la chiaverina al di sopra della testa di questa bestia, e così sarebbe andata la cosa, se Fangs non avesse fatto uno sgraziato salto in quel momento medesimo. Però tutta la ferita sta in una scalfitura, che mi prendo incarico di guarir io con un empiastro di pece da un soldo.»

«Se lo credessi» sclamò Gurth «se lo potessi credere! Ma no, ho visto io partire la chiaverina, e il colpo era bene addrizzato. L’ho intesa a fischiar per l’aria con tutta la perfidia di chi la lanciò, poi dopo ho veduto lui, Cedric, che ha abbassati gli occhi a terra, come di rabbia per non avere colpito a segno. No, pel porco di sant’Antonio! non moverò più un piede per servirlo.»

Furon questi gli ultimi detti del porcaiuolo disertore, nè i reiterati sforzi di Wamba valsero d’indi in poi a fargli aprir bocca.

Intanto Cedric e Atelstano che marciavano avanti a tutti di quella brigata, la discorrevan fra loro sullo stato interno del paese, sulle dissensioni che teneano in trambusto la reale famiglia, sulle dispute feudali, onde i Nobili normanni erano nemici gli uni degli altri, e finalmente sulle occasioni che potevano tuttavia presentarsi ai Sassoni oppressi per iscotere il giogo de’ Normanni, o certamente per farsene temere e rispettare, col favore delle turbolenze che sembravan vicine; argomenti tutti che mettevano in estasi Cedric. La restaurazione della [158]sassone indipendenza gli stava a cuore con tanta gagliardia, che a tale speranza avea volontariamente sagrificato e la sua domestica felicità e gli interessi del proprio figlio; ed ecco in qual modo.

Ad operare questo grande cambiamento politico facea d’uopo di una perfetta unione fra i Sassoni, e che si lasciassero regolare da un capo egualmente riconosciuto da tutti. La necessità di eleggere un tal capo fra i discendenti del real sangue sassone si manifestava di per sè stessa, e per altra parte aveano messo ciò per condizione espressa dell’opera che presterebbero que’ partigiani, ai quali Cedric confidò i suoi segreti divisamenti e le sue speranze. Ora la prerogativa di sangue regio trovavasi appunto in Atelstano, ultimo rampollo maschile della sassone dinastia. Comunque ei non avesse i pregi d’ingegno necessarii ad un capo di fazione, pure l’apparenza esterna erane dignitosa, nè difettava di coraggio, addestratosi in oltre all’armeggiare, pareva anche inclinato a ben ascoltare i consigli di chi ne sapea più di lui, e lodato veniva per buona indole d’animo. Ciò nullameno ad onta de’ diritti che si univano in esso a farlo capo della sassone confederazione, molti inchinavano a preferire i diritti di lady Rowena, che discendeva in retta linea dal grande Alfredo, e il cui defunto padre, già capo di confederazione, rinomato per coraggio, saggezza e generosità, vivea tuttavia con onore nelle ricordanze de’ suoi concittadini.

Nè forse sarebbe stato difficile allo stesso Cedric il farsi capo di una terza fazione, formidabile per lo meno al pari dell’altre due. Benchè non iscorresse nelle sue vene un sangue reale, possedea coraggio, solerzia, forza d’animo, e soprattutto affetto intensissimo alla causa della sua patria, affetto che gli meritò d’essere soprannominato il Sassone. Aggiungasi, che eccetto Atelstano e lady Rowena, Cedric non la cedeva a verun altro quanto a nobiltà di legnaggio. Ma a tante belle prerogative che lo adornavano univa egli il massimo disinteresse, per cui avversissimo a qualunque impresa che potesse disgiungere gli animi della sua nazione, stremata anche troppo dal proprio infiaccamento, aveva anzi abbracciato con calore il disegno di collegare le due fazioni col dare lady Rowena in isposa ad Atelstano, disegno cui mettea inciampo l’amore palesatosi tra il figlio e la pupilla di Cedric. Tal si fu la cagione che indusse a bandire Ivanhoe dal tetto de’ comuni avi.

A così severo espediente s’era attenuto Cedric perchè sperava la lontananza di Wilfrid, bastante rimedio a dissipare in lady Rowena l’amore che ver l’illustre giovane ella avea concepito. Ma sbagliò nei suoi conti, e sbagliò tanto più che facea contr’essi il modo medesimo onde amministrò sopra lady Rowena la tutela affidatagli. Il nostro Sassone, cui il nome d’Alfredo sonava qual nome d’una divinità, usava all’unica discendente di questo monarca tai riguardi che appena si sarebbero [159]conceduti ad una principessa sovrana, in tal grado riconosciuta. La volontà di lady Rowena fu mai sempre per esso una legge, e parea che a render meglio nota a tutte le persone della sua casa la specie di sovranità da lui attribuita alla pupilla, mettesse una gloria nel comportarsi egli stesso qual primo vassallo della medesima. Accostumata quindi, non dirò solamente a fare il proprio volere, ma a comandare dispoticamente, poca docilità potea ripromettersene chi divisava modi atti a costringere gli affetti, e darle uno sposo che il cuore di lei non avesse dianzi prescelto. Ella era invece propensissima a far valere la propria indipendenza sopra tal cosa, in cui sogliono farla valere, opponendo all’uopo resistenza fortissima all’autorità de’ genitori e dei tutori, quelle donne ancora che all’obbedienza e alla sommessione furono maggiormente avvezzate. Nè ella si facea riguardi di palesar liberamente a Cedric quai fossero le inclinazioni vivissime del suo animo; laonde il tutore, che non poteva sciogliersi del giogo che si era imposto, cioè di far sempre i voleri della pupilla, non sapeva qual via prendere a cambiar la vicenda, e indur la pupilla a seguire i voleri di lui.

Invano ei cercò abbagliarne l’immaginazione col presentarle lo splendore d’una corona immaginaria. Rowena, fornita d’ottimo accorgimento, nè vedea possibili da effettuarsi i disegni di Cedric, nè possibili gli avrebbe desiderati, almeno quanto alla parte di essi che riguardava la sua persona. Laonde, senza far certamente mistero della predilezione conceduta a Wilfrid d’Ivanhoe, protestò che quand’anche ei più non fosse, amerebbe meglio rinchiudersi in un convento, che partecipare del trono in compagnia d’Atelstano, da lei disprezzato mai sempre, e che in allora le veniva in assoluto abborrimento, siccome origine delle sgradevoli insistenze da cui si vedea assediata.

Ciò nullameno Cedric, il quale troppo non credeva alla femminile costanza, durava ne’ suoi tentativi per concludere tai sponsali, che a suo parere doveano apportare il più importante de’ servigi alla causa de’ Sassoni. La non aspettata comparsa del suo figliuolo ad Ashby gli sembrò sulle prime, nè allora ebbe torto, l’estremo crollo delle proprie speranze; e se l’amor paterno vinse per brevi istanti quel suo amor di patria spinto oltre i confini del possibile, ben tosto questo secondo sentimento avendo ripresa tutta l’antica prevalenza, si risolse ad un’ultima prova per congiungere ad Atelstano la sua pupilla, e indi darsi tutto all’opera di far risorgere la sassone indipendenza.

E sull’argomento di questa sassone indipendenza volgeano i discorsi che in tal istante movea ad Atelstano Cedric, non senza sospirare a quando a quando in veggendo inerzia e indifferenza, laddove avrebbe voluto scorgere fuoco d’entusiasmo pari a quello onde ardeva egli stesso. Ned è già che Atelstano mancasse in vanità; ed anzi gli andava [160]grandemente a cuore chiunque a lui rimembrava gl’illustri suoi antenati, e i diritti, allor chimerici, che al sovrano grado gli dava il suo nascere. Ma all’amor proprio di cotest’uomo bastavano i rispettosi omaggi che gli tributavano i suoi vassalli e que’ Sassoni di condizione libera ne’ quali scontravasi. Nè tampoco può dirsi ch’ei paventasse ad un evento i pericoli, ma rifuggìa dalla molestia di andarne in traccia. Ei conveniva con Cedric sulla massima generale del diritto ch’era nei Sassoni di riconquistare la loro independenza; e più volentieri ancora si lasciava convincere, che ricuperata una volta questa independenza a’ suoi compatriotti, le proprie prerogative il portavano ad esserne il legittimo capo, ma quando si giugnea alla conclusione di metter le mani all’opera per far valere tali diritti, tali prerogative, egli era sempre Atelstano l’Irresoluto. Da lui venivano gl’indugi, da lui le obbiezioni, in somma non sapea decidersi ad imprendere cosa veruna. E tutto il calore e tutto l’entusiasmo di Cedric non faceano in quell’animo di diaccio maggior impressione che non la operi una palla arroventata, la quale caduta nell’acqua non vi produce che un leggier fumo e un fremito momentaneo.

Cedric si trovava al giusto nella condizione di chi battesse un ferro freddo, o di chi s’affaticasse a far prender il galoppo ad un cavallo avvilito e snervato. Che se, rinunziando per poco a tal fazione, volgeasi all’altra di tentar prova della propria prevalenza sull’animo di lady Rowena, era ancor di peggio, e i disgusti che riportava da tale esperienza il rendevano vie più scontento. Intanto lady Rowena s’intertenea con Elgitta, favellando del valore dimostrato da Ivanhoe nel torneo, colloquio che rimase interrotto dal sopravvenire di Cedric. Ma Elgitta per far le vendette della sua padrona, trovò modo d’inserire ne’ nuovi discorsi intavolati alcune allusioni al modo onde Atelstano fu scavalcato in mezzo alla lizza, argomento alle orecchie di un Sassone il più sgradito di quanti si potessero immaginare. Se Cedric era di mal umore prima di mettersi in cammino, tal circostanze non gliel dissiparono certamente, laonde più d’una volta in suo cuore maledì il torneo, chi ne divisò la prima idea, chi l’ordinò, e soprattutto la propria follia d’esservisi trasferito.

Verso il mezzogiorno, a sollecitazione d’Atelstano, la cavalcata fe’ pausa presso una fonte situata al lembo d’una foresta, così per dar riposo ai cavalli, come per reficiarsi a molle desco colle vettovaglie di cui l’abate di san Vittoldo avea caricata una mula del seguito della comitiva. Mercè all’appetito d’Atelstano, la pausa durò più a lungo che non l’avrebbe desiderato Cedric. E quindi tutti videro nel rimettersi in viaggio, che solamente a notte assai innoltrata si potrebbe giungere a Rotherwood, e sentirono quindi la necessità di affrettare il trotto de’ lor cavalli.

[161]

CAPITOLO XVIII.
»Fra quegli armati una donna vid’io

»Che d’alto affare al portamento, al volto

»Pareami certo, assai mi tenni appresso

»Per tutti intender que’ lor detti; e scopo

»A tal viaggio è la vicina rocca.

Orra. Tragedia

Dopo che i nostri viaggiatori ebbero attraversata vasta pianura, stavano per entrare in una selva che a quei giorni inspirava gran tema per la moltitudine dei malandrini cui servia di covile. Erano costoro uomini che tratti a disperato vivere dall’oppressione, e condotti ad estrema miseria da vessazioni inaudite, si univano in bande numerose quanto bastava per non temere quella debole guardia che vegghiava in tai giorni all’ordine pubblico. Nullameno Cedric e Atelstano, comunque si vedessero costretti a camminare una parte di notte, non si prendeano grande paura di costoro, credendosi assai fiancheggiati dalla scorta che aveano di dieci uomini armati, fra’ quali non comprendiamo Gurth e Wamba, che all’accader d’un assalto parea non potessero riuscire d’alcun giovamento; il primo per avere le braccia legate, l’altro perchè la professione cui si era dedicato tal non sembrava certamente da favorire in lui le inclinazioni marziali. Aggiungasi, che nell’attraversare la formidabile selva, Cedric e Atelstano si fondavano assai sul rispetto, che per essi aveasi in que’ dintorni, e pur sulla fama divulgata del loro coraggio. Di più. Quelli che le persecuzioni, e soprattutto il rigor delle leggi intorno la caccia, avea tratti a soggiornar le foreste, e a far vita di masnadieri, erano contadini sassoni in massima parte, onde parea cosa presumibile che avrebbero rispettati due capi, dai quali non ricevettero mai il menomo aggravio.

Ma d’improvviso dovettero mettersi in agitazione all’udire suon di gemiti e pianti a poca distanza. Corsi là donde tai voci venivano, videro una lettica chiusa, da cui erano stati distaccati e portati via i cavalli, una giovinetta vestita in sontuosi abiti di foggia ebraica, che piagneva a cald’occhi, e presso di questa un vecchio, che il suo berrettone giallo facea ravvisar per Ebreo, e che correva disperatamente qua e là torcendosi le mani, com’uomo cui fosse sopraggiunto il massimo de’ disastri.

Atelstano e Cedric chiesero al vecchio come accadea ch’ei fosse tra que’ boschi in compagnia d’una giovane, provveduto d’una lettica senza cavalli e sfornito di scorta; ma per qualche tempo in vece di averne una risposta, non udirono che interrotte invocazioni a tutti i patriarchi dell’antico Testamento. Finalmente Isacco d’York, che questi era il nostro antico [162]amico, ripigliando a poco a poco l’uso de’ sensi, narrò ai due Sassoni come avess’egli noleggiata ad Ashby una scorta di sei armigeri, i quali s’erano obbligati di guidare lui e la sua compagnia a Doncaster e di somministrar cavalli e muli così per portar le persone come per tirar la lettica, e come poi questi mascalzoni gli avessero, ch’era presso a poco un’ora, abbandonati, fosse poi per tema degli assassini, che un taglialegne gli avvertì d’aver trovati poco distanti di lì in banda assai numerosa, o fosse per qualch’altro motivo, che Isacco parea non si prendere molta briga di dilucidare. «Se la bontà vostra, soggiunse indi l’Ebreo con tutta umiltà, giugnesse a tanto di permetterne che proseguissimo sotto la vostra salvaguardia il cammino, sarebbe tal opera caritatevole che giuro sulle tavole della nostra santa legge, non se ne conterebbe verun’altra, la quale fosse stata accolta con maggiore gratitudine incominciando dai giorni della cattività d’Israele.»

«Cane d’Ebreo!» rispose Atelstano che avea una memoria fedelissima nel ricordargli le particolarità le più minute accadutegli, e soprattutto se queste avessero contenuto anche lievissima offesa contro di lui «non rammenti più il modo onde ti sei condotto nel primo dì del torneo? Fuggi, o combatti co’ masnadieri, o se così ti piace, aggiustati con essi, ma non aspettare nè soccorso nè protezione da noi. Se gli assassini non ispogliassero fuorchè gente della tua razza che assassina tutto il mondo, li riguarderei come onestissimi galantuomini.»

Ma in sì rigorosa sentenza non convenne Cedric. «Sarà meglio» diss’egli «che prestiamo loro qualcuno de’ nostri cavalli perchè possano continuare il cammino, e due de’ nostri uomini che li scortino sino al primo villaggio. Gli è vero che ciò diminuirà alcun poco le nostre forze, ma quand’anche ne assaltassero i malandrini, la vostra spada, nobile Atelstano, la mia e gli otto uomini che tuttavolta avremmo con noi, basterebbero a sperdere una ventina di quegli sciagurati.»

Lady Rowena, presa da qualche timore fin d’allora che udì essersi veduti assassini in poca distanza, si fece a difendere il partito posto dal suo tutore. Ma Rebecca d’improvviso scese, e guidando a mano il suo palafreno, corse ver la illustre donzella, e prostesa innanzi ad essa, le baciò rispettosamente il lembo della veste, come è uso degli Orientali ogni qualvolta indirigono discorso ai lor superiori. Rialzatasi indi e mandato indietro il velo, la supplicò in nome di quel Dio onnipossente, che entrambe adoravano, e in nome de’ comandamenti trasmessi da questo medesimo Dio sul monte Sinai, parimente rispettati da entrambe, ad aver compassione di quello stato deplorabile, e ottenerle quella salvaguardia che avea implorata il suo genitore. «Non è per me» soggiunse indi «ch’io vi chieda tal grazia, e nè manco per questo povero vecchio che è però il padre mio. So che il solo nome d’Ebrei basta per condannarne all’abbandono, allo spregio, agli insulti, nè la cosa cambia per essere noi piuttosto [163]o in una selva o in una grande città. Ma entro la lettica che vedete vi sta un ferito, un cristiano. Sia mercè vostra che senza pericolo e sotto una tutelar protezione possiam trasportarlo, nè lascio di mettervi innanzi agli occhi, che se per avere la vostra comitiva ricusata a noi tale grazia, gl’intervenisse qualche straordinario disastro, niuno d’essa, e voi men degli altri, nobile signora, sapreste perdonare a voi stessi le conseguenze di simil rifiuto.»

Il modo nobile, solenne e commovente onde Rebecca accompagnò tal sua preghiera, toccò vivamente l’animo della bella Sassone.

«Questo vecchio» diss’ella al suo tutore «è inabile affatto a difendersi, la figlia sua è meritevole di compassione quant’è avvenente; un uomo che soffre sta in quella lettica. Sien pur giudei il vecchio e la figlia sua! Noi non saremmo cristiani se gli abbandonassimo in sì terribile estremità. Poichè già conveniste di conceder loro, e alcune delle nostre bestie per trasportarli e due de’ nostri uomini di scorta, perchè non possiamo ancora permettere ad essi che ci accompagnino?»

Cedric condiscese tosto alle brame di lady Rowena, e Atelstano ancora, mettendo però il patto che gli Ebrei rimanessero sempre al retroguardo. «Vi troveranno» soggiunse «Wamba che, a quanto penso, sarà ancora provveduto di quel suo scudo, opportunissimo a respingere gli assalti.»

«Ma!» tostamente Wamba rispose «lasciai il mio scudo sul campo di battaglia, destino ch’ebbi comune con molti altri.»

Venne rosso Atelstano senza osare di rispondere altra cosa, perchè tal destino appunto gli era toccato nel giorno ultimo della giostra. Lady Rowena, cui non dispiacea vederlo umiliato, si studiò di far dimenticare alla leggiadra Ebrea il disadatto motteggio del nobile Sassone, coll’animarla a marciarle da presso in quel durar di cammino.

«Ciò non sarebbe convenevole» rispose Rebecca con modo umile sì, ma da cui però traspirava tal quale alterezza. «S’io accettassi, qualcuno potrebbe giudicarne disonorata la mia nobile protettrice.»

Intantochè venivano scaricate due delle mule che portavano le bagaglie, intantochè le stesse bagaglie erano ripartite sull’altre bestie da soma, lavori che si terminarono con molta sollecitudine, perchè la voce assassini avea posta solerzia in ognuno, e la crescea il terrore inspirato dall’essere imminente la notte; intantochè, dissi, tutte queste cose operavansi, Gurth si dolse del male che gli faceano le corde, troppo strette ai pugni delle sue mani. Wamba si prese assunto di rallentarle, e fosse a caso o a disegno, le rallentò sì bene, che Gurth non durò indi a fatica a spacciarsene affatto, e prima che tutti fossero lesti a rimettersi a cavallo, il porcaiuolo fece gamba nell’interno della foresta.

Il cavallo che fin allora avea servito a Gurth era stato assegnato all’Ebreo, e atteso il minorato numero de’ palafreni, essendosi risoluto che [164]il prigioniere farebbe il rimanente del viaggio sulla groppa d’un cavallo cavalcato da un altro, si credè veramente che Gurth stesse dietro ad uno de’ suoi compagni, e la seconda diserzione niuno avvertì, e a cose più serie per vero dire tutti pensavano, aspettandosi da un istante all’altro lo scontro degli assassini.

Il sentiere in cui entrarono allora i nostri viaggiatori era sì stretto, che due soli cavalieri vi poteano passar di fronte; terreno declive e paludoso, attraversato da un fiumicello, le cui rive andavano coperte di antichi salici. Cedric e Atelstano ben si accorsero, come un tal luogo fosse opportuno a nascondere qualunque malandrino che avesse divisato d’assalir viaggiatori, ma ad onta del preveduto pericolo, non aveano miglior espediente fuorchè affrettare la corsa, il che neanco era sì facile su quel suolo, ove ad ogni passo le gambe de’ corridori affondavano. Guadato che ebbero il fiumicello, non rimanea tempo a tutta la comitiva di raggiungere l’altra riva allorchè d’ogni lato si videro accerchiati ed assaliti da numerosa masnada d’uomini armati, che colla rapidità e accortezza delle lor fazioni pareano il doppio di quel che erano. Costoro gridavano ad alta voce: «Vivano il Dragon Bianco e san Giorgio! Viva l’Inghilterra»; e ciò coll’intendimento di farsi meglio credere scorridori sassoni.

Tosto Cedric e Atelstano caddero prigionieri, e tale avvenimento fu accompagnato da particolarità diverse giusta la diversità delle indoli de’ personaggi. Perchè Cedric contro il primo nemico ch’ei vide comparire lanciò la chiaverina rimastagli, e indirisse il colpo più di proposito che non lo avea fatto contro il povero Fangs; tal che il supposto masnadiere rimase inchiodato alla quercia cui stava d’avanti. Poi brandita la sciabola, ne affrontò un secondo al quale menò colpo sì disperato e con sì cieco impeto, che gli andò in pezzi l’arma contra un troncone. Allora due o tre uomini gli si lanciarono addosso, e stramazzatolo da cavallo, finalmente lo ebbero nelle mani. Ma Atelstano era perplesso, meditando se fosse più espediente cosa il correre incontro ai nemici che lo minacciavano di fronte o a quelli che lo circondavano, intanto che questi giunsero ad afferrare la briglia del suo cavallo; e divenne compagno di cattività a Cedric, senz’avere avuto il tempo di mettersi tampoco in parata.

Le persone di seguito impacciate in mezzo alle mule che trasportavano le bagaglie, sorprese di più ed atterrite sul destino cui soggiacquero i loro padroni, non opposero quasi resistenza di sorte alcuna agli assalitori che le disarmarono, impadronitisi in oltre di lady Rowena, che stava nella parte di mezzo della cavalcata, e d’Isacco e della figlia d’Isacco postisi al retroguardo.

Il solo a non lasciarsi trappolare fu Wamba, il quale in sì fatta occasione mostrò più coraggio di coloro che presumevano superarlo in senno. Perchè impadronitosi della sciabola d’un di que’ servi che non parea ricordarsi d’averla, si schermì abbastanza di tenere in rispetto coloro che si avvicinarono. Ei tentò parimente una prova di liberare il padrone, ma [165]osservando come avrebbe avuto che fare con troppi, e vedendo legati in massima parte i suoi compagni, pian piano si buttò giù da cavallo, e protetto dalle tenebre e dalla generale confusione, s’addentrò nel bosco senza che nessuno avvisasse fermarlo.

Allora due o tre uomini gli si lanciarono addosso, e stramazzatolo da cavallo, finalmente lo ebbero nelle mani. pag. 164.

Però appena il valoroso matto si vide fuor di pericolo, incominciò a trovarsi dubbioso se non gli convenisse meglio offerirsi compagno di prigionia ad un padrone, al quale era sinceramente affezionato.

«Ho inteso talvolta esaltare la felicità d’una libera condizione» meditava egli fra sè medesimo; «ma vorrei ora che un uomo saggio venisse insegnando ad un matto qual cosa può farsi della sua libertà chi l’ha ottenuta contra propria voglia!»

Udì allora susurrare il nome di Wamba da una voce, che gli doveva esser vicina, ma bassa e mandata colla massima cautela, poi nel tempo medesimo gli saltò addosso accarezzandolo un cane, che tosto ei riconobbe per Fangs.

«Gurth!» pronunziò Wamba col tuono stesso di voce onde aveva udito chiamarsi. «Sei tu, Gurth?»

«Sì» rispose Gurth avvicinandosegli; «ma che cosa è dunque accaduto? Che significa questo scricchiolar d’armi?»

«Una bagattella! son tutti prigionieri.»

«Prigionieri! chi?»

«Il nostro padrone, lady Rowena, Osvaldo, in somma tutti.»

«Oh! dalla parte di Dio! chi gli ha fatti prigionieri? Com’è stato?»

«È stata, che il nostro padrone si è troppo affrettato a cimentarsi, Atelstano si è affrettato men di quel che bastava, e il resto dei nostri niente affatto. Coloro che gli hanno fatti prigionieri vestono giustacuori verdi, e portano una maschera al volto.»

«E i nostri compagni?»

«Legati mani e piedi, stan là sparsi sull’erba che paiono mele all’istante che le hai gettate ai tuoi porci. Ne riderei se potessi trattenermi dal piangere.»

Tutto acceso in volto, allora Gurth esclamò «Wamba! hai tu un’arme? Il tuo cuore val meglio della tua testa. Gli è vero che siamo in due solamente. Ma un assalto improvviso, tentato contra gente che a ciò non si aspetta, potrebbe tornarne bene. Seguimi. Gli è duopo liberare Cedric.»

«Ma, Gurth, dimenticasti d’aver giurato un’ora fa che non gli avresti mai perdonato?»

«Eh! fu quando non avea bisogno de’ miei soccorsi. Vieni, seguimi, fa presto.»

Stavano già per partire, allorchè un terzo comparve fra essi ordinando che si fermassero. Alla foggia delle vesti e dell’armi, Wamba avrebbe potuto giudicarlo uno fra’ malandrini che arrestarono il suo padrone, [166]perchè non diversava da essi che nello avere il viso scoperto. Però al ricco pendaglio ch’egli portava, al corno da caccia che ne stava sospeso, al tuono tranquillo ed autorevole, onde gli parlava l’uom sopraggiunto, Wamba non tardò, a mal grado dell’oscurità, a riconoscere Locksley, quell’arciere che vinse il premio dell’arco affrontando tutti i patti svantaggiosi a’ quali si assoggettò.

«Che significa tutto questo?» disse loro. «Chi seno quelli che s’avvisano di far prigioniere le persone in questa foresta?»

«Potrebbero credersi vostri confratelli» rispose Wamba «perchè somigliate loro, come si rassomiglian due ceci.»

«Tosto il saprò» disse Locksley «ma aspettatemi in questo luogo. Vi proibisco, pena la vita, il movervi di qui prima ch’io torni. Obbeditemi, e prometto bene così a voi come ai vostri padroni. Ciò nullameno fa mestieri d’alcune cautele.»

Levatosi indi il pendaglio, e staccato il pennacchio che ornava il suo berrettone, consegnò tai cose alla custodia di Wamba; poi trasse di saccoccia una maschera, e coprendone il viso, si dipartì da loro per andar a fare scoperta, non senza ingiugnere nuovamente ai medesimi che lo aspettassero.

«Lo aspetteremo, o Gurth?» disse Wamba: «o vogliam dargli prova che Domeneddio ci ha forniti di gambe? In verità, anche costui ha cera di masnadiere, e non vedo troppo qual fiducia in lui possa aversi.»

«Fosse anche il diavolo» rispose Gurth «che rischiamo noi aspettandolo? S’egli appartiene a questa banda di scorridori, potrebbe averli già messi all’erta intorno alle nostre persone: ciò essendo come involarsi da loro? Poi, e non è gran tempo, ho fatto io la prova, che fino tra gli assassini si trova un qualche galantuomo.»

Non tardò multi minuti a far ritorno Locksley. «Ho veduto gli amici» diss’egli «e di più ho parlato ad essi, perchè vestiti alla mia foggia, m’hanno creduto un loro collega. Ora so, e chi sono e dove vanno e quello che vogliono fare. Ma il numero ne è grande, ed è gente valorosa nell’armi. Sarebbe la massima delle follie se tre uomini presumessero d’assalirli con buon successo. Conviene pertanto unire una forza più ragguardevole, e so ben io dove trovarla. Voi siete entrambi, credo, fedeli servi di Cedric il Sassone. Seguitemi adunque, nè mai sia detto, che l’amico dell’Inghilterra e degl’Inglesi manchi di braccia per soccorrerlo all’istante del pericolo; ma fa d’uopo non perder tempo, perchè già coloro s’avviano.»

E fatto a questi cenno di venirgli addietro, s’addentrò nella parte più folta della foresta, per vie non disegnate da traccia umana, e Gurth e Wamba il seguivano silenziosi.

Ma il silenzio mal si confaceva all’umore di Wamba, che lo interruppe finalmente, susurrando a mezza voce all’orecchio del camerata, ed [167]accennando il pendaglio e il corno da caccia che tenea tuttavia fra le mani: «Gurth, se non mi sbaglio, ho veduto guadagnar questo premio che non è molto.»

«Ed io» disse Gurth, parlando anche più sommesso «scommetterei tutti i porci del mio padrone, che tre giorni fa, o a dir meglio tre notti fa, ho udito la voce del bravo arciere che guadagnò questo premio, e che or ne fa scorta.»

«Amici» si volse ad essi Locksley, che ad onta di tutte le loro cautele gli aveva intesi «poco rileva ora quel ch’io mi sia e che cosa sia. Se arrivo a liberare il vostro padrone, avrete un motivo di riguardarmi come il migliore fra gli amici dell’Inghilterra. Ch’io mi chiami poi sotto tale o tal altro nome, ch’io tiri bene o mal l’arco, ch’io ami diportarmi a luce di giorno o a chiaro di luna, sono cose le quali non v’appartengono, e sulle quali fareste meglio a non prendervi fastidio.»

«Mettemmo la testa nella gola del lione» disse Wamba all’orecchio di Gurth. «Dio ne aiuti, che la possiam cavar fuori!»

«Zitto!» rispose Gurth. «Guardati dal disgustarlo con alcuna delle tue follie. Quanto a me, ho le mie buone ragioni a sperare che tutta questa faccenda andrà a finir bene.»

[168]

CAPITOLO XIX.
Soave è al peregrin poichè ha smarrita

La via, se ascolta in fondo della selva

Il salmeggiar di vigile eremita.

L’eremita della fontana di s. Clemente.

Solamente dopo tre ore di accelerato cammino, Wamba, Gurth e la misteriosa lor guida, giunsero ad un diradamento di selva, nel cui mezzo sorgeva enorme quercia, che coll’estese braccia spargea vasta ombra da tutti i lati. Cinque o sei uomini, vestiti di giustacuor verde non men di Locksley, stavano, a quanto parea, dormendo, sdraiati attorno dell’albero, intanto che a qualche passo distante da essi camminava innanzi e indietro un loro compagno posto di sentinella.

Questa, all’udire il calpestio de’ nostri viaggiatori che ad essa si avvicinavano, diede ai compagni il segno di stare all’erta; ed essi balzati in piede, afferrarono gli archi, preparandosi a lanciar le freccie ver quella parte, d’onde credessero venir un pericolo. Ma non tardò il lor capo a darsi a conoscere; al minaccievole atteggiamento succedettero i segnali di rispetto e di subordinazione.

«Dov’è Mugnaio?» chiese Locksley.

«Su la strada di Rotheram.»

«Con quanti uomini?»

«Con sei, e con buona speranza di bottino; così ne assista san Nicolò!»

«Lodo la pietà vostra. E ove trovasi Allan-Dale?»

«Dalla parte di Watling, ad appostare con quattro uomini il priore di Jorvaulx.»

«Ottimamente. E fra’ Giocondo?»

«Nella sua celletta.»

«Vado a cercarlo. Voi intanto mettetevi attorno per radunarci nostri colleghi; e raccoglietene quanti mai vi vien fatto raccoglierne, perchè abbiamo a far caccia di certo selvaggiume che non fuggirà al nostro avvicinarsi, ma si volterà contra noi. Che tutti sieno qui un’ora prima dell’alba — Aspettate un momento» ei soggiunse, mentre quelli già s’apparecchiavano ad eseguire il primo comando. «Io dimenticava la cosa la più essenziale. Che un di voi prenda la strada di Torquilstone, del castello di Frondeboeuf. Una banda di furfanti che hanno ardito addossarsi il nostro uniforme, conducono colà prigionieri Cedric il Sassone e la sua comitiva. È questo un insulto che si fa alla nostra gloria, e vuole il nostro [169]onore che sia punito. Teneteli ben di mira, perchè quand’anche giugnessero al castello prima che le nostre forze fossero raunate, converrebbe ad ogni costo studiar modo di vendicarsi e di sottrarre dalle branche di costoro i prigionieri che s’arrogarono di fare, vestiti dei nostri panni. Seguitateli da vicino, e il miglior camminatore fra voi si assuma tale incarico e quello di ragguagliarmi di tutto.»

Quella brigata si sbandò prendendo varie diritture a norma degli ordini ricevuti, e il loro capo, seguitato sempre da Gurth e da Wamba che il riguardavano con una tal qual rispettosa tema, mosse alla volta di Copmanhurst.

Giunti al picciolo diradamento di foresta, ad un lato del quale vedeansi il romitaggio, e la cappella a metà diroccata di Copmanhurst, Wamba disse sotto voce a Gurth: «Se la è la casa d’un ladro, si conferma la verità dell’antico proverbio: Presso la chiesa, lontano da Dio; e pei sonagli del mio berrettone! sì che la cosa è vera! Ascolta solo come si salmeggia bene nel romitaggio.»

Di fatto il pietoso anacoreta cantava allora una canzon da taverna, e in quel momento il cavalier Nero ne ripeteva a coro con esso il ritornello.

Il sugo di pergola

Dà forza al pensiero,

Sereno fa il cor.

Che tardi tu a mescere?

Hai fiasco e bicchiero.

Ve’ come zampilla!

Non perdasi stilla

Del grato licor!

«Affè non cantano male» disse Wamba che aveva accompagnate colla sua le voci dei due cantori, «ma per il nome di tutti i santi! chi sarebbesi aspettato di udire l’intonazione d’un tal mattutino nella cella d’un eremita?»

«Oh! per me non ne sono punto maravigliato» rispose Gurth. «Mi assicurano che l’eremita di Copmanhurst è un uomo che si dà bel tempo, e che non si fa scrupolo d’ammazzare un daino. M’hanno anche detto che il boscaiuolo ha mosse doglianze contro di lui all’ufiziale regio, e che d’ora in poi gli sarà proibito di portar cappuccio e cocolla.»

Intanto ch’essi in tal modo discorrevano, Locksley co’ suoi replicati picchii alla porta scompigliò non poco l’anacoreta e il suo ospite. «Per la mia cocolla!» disse l’eremita fermandosi a metà d’una cadenza «sta a vedere che abbiamo ancora altri viaggiatori smarriti! non vorrei per l’onore del mio cappuccio che ne sorprendessero in mezzo a questi santi esercizi. Tutti hanno i lor nemici, ser Neghittoso, e vi potrebbe esser gente tanto maligna da confondere il modo cordiale con cui ho accolto, in questa breve durata di tre ore, un viaggiatore affaticato come eravate voi, da confonderlo dissi con una gozzoviglia da dissoluti, da briachi: [170]e la dissolutezza e l’ubbriachezza son vizi, grazie a san Dunstano, contrari così alla mia indole come alla mia professione.»

«Guardate che vili calunniatori si danno!» soggiunse il cavaliere. «Così stesse in me il castigarli. Ma avete ragione, santo eremita. Tutti abbiamo i nostri nemici, e in questo regno vivono tali persone che, costretto a vederle in faccia vorrei essere coperto del mio elmetto, non mai a viso scoperto.»

«Copritevi dunque col vostro elmo, ser cavaliere, e fate presto quanto la vostra indole ve lo permette. Intanto vado a riporre nell’armadio segreto il fiaschetto, le tazze e il rimanente del pasticcio, e perchè non ascoltino quel ch’io mi operi al di fuori, fatemi da secondo in ciò che adesso stò per cantare. Pensate solamente al tuono della cantilena, non vi prendete fastidio delle parole. Sarà molto se le saprò io profferire.»

Detto ciò, e mentre facea scomparire gli avanzi del banchetto, intonò con voce forte e sonora un De profundis, intanto che il cavaliere, riponendosi in fretta la sua armatura, e ridendo di tutto cuore lo accompagnava colla sua voce.

«Che mattutino del diavolo cantate voi dunque a tal ora?» sclamò Locksley picchiando una seconda volta.

Il romore di quel canto, e fors’anche le copiose libazioni che fatte avea l’eremita, gli furono cagione di non riconoscere la voce che gli parlava, quindi rispose col solito formolario: «Tirate diritto per la vostra strada, e non disturbate ne’ lor divoti esercizi due servi di san Dunstano.»

«Cane d’un eremita!» udì rispondersi verso la strada. «Non ravvisi la voce di Locksley?»

«Va ottimamente» disse l’eremita voltosi all’ospite. «Non v’è da temer cosa alcuna.»

«Ma chi è questo straniero? Rileva a me di saperlo.»

«Chi è? Vi dico che è un amico.»

«Ma qual’è quest’amico. Può esserlo di voi, non di me.»

«Qual’è questo amico? È più facile l’interrogazione di quel che sia la risposta! Però or che ci penso: è l’onesto boscaiuolo del quale vi ho già parlato.»

«Onesto boscaiuolo, come voi pio eremita?»

«Tal quale.»

«Apritegli dunque, se non amate che egli vi sfondi la porta.» In quel momento appunto Locksley picchiava per la terza volta.

I cani sulle prime non mancarono d’abbaiare, ma il loro instinto avendo fatto che s’accorgessero chi fosse la persona nuovamente giunta, si diedero a raspare la porta quasi chiedendo essi pure che gli venisse aperto.

S’aperse finalmente questa porta, e Locksley, entrò unitamente ai suoi due compagni.

«Eremita» disse Locksley in veggendo il cavaliere «dove hai tu pescato questo nuovo collega?»

[171]
«Un fratello del nostro ordine» rispose sorridendo il romito «noi abbiamo passato insieme in orazione la notte.»

«Credo bene ch’ei sia un individuo della chiesa militante[25]. Da qualche giorno ne vediam molti a correre i campi. Ma ciò non fa alla questione. Oggi abbiamo bisogno della nostra gente, sieno cherici o secolari. Dunque tu ne farai la buona grazia di lasciare la cocolla e il rosario per armarti d’arco e di chiaverina.» Indi traendolo in disparte: «Tu sei matto a quanto mi pare. Perchè dar ricetto nella tua abitazione ad un cavaliere che non conosci? Hai forse dimenticati i nostri regolamenti?»

«Ch’io non conosco! Lo conosco quanto un mendicante conosce la sua scodella.»

«Presto dunque! il suo nome.»

«Il suo nome! come se fossi uomo da bere in compagnia d’un altro senza saperne il nome! Si chiama il cavalier Neghittoso.»

«Tu hai bevuto più del bisogno, eremita, e voglia Dio che tu non abbi cianciato nella stessa proporzione.»

«Arcier valoroso» si volse a Locksley il cavaliere «non fate rimproveri al mio giocondo albergatore. Ei non ha potuto negarmi ospitalità, perchè già l’avrei costretto a concedermela.»

«Costretto!» replicò l’eremita. «Aspettate ch’io abbia cambiata questa cocolla in un giustacuor verde, e vedremo chi sia buono di costrignermi a cosa che non mi garbi.»

Così parlando gittò la cocolla in un canto del romitaggio, e lasciò vedersi in camiciuola e brache verdi, pregando Wamba l’aiutasse ad addossare il giustacuore ch’era del colore degli altri arredi.

«Credete voi» disse Wamba «ch’io possa in buona coscienza aiutare un santo eremita a trasformarsi in un cacciatore o in un…. non so che cosa?»

«Non temere» rispose l’eremita. «Se commetto qualche peccatuzzo in giustacuor verde, la virtù della cocolla lo cancella all’atto di rivestirla.»

«Ser cavaliere» disse Locksley, tanto che l’eremita dava termine alla sua acconciatura «non potete negarlo. Il vostro coraggio fu quello che decise della vittoria nel secondo dì del torneo.»

«E quando ciò fosse, arcier valoroso, che conseguenza ne vorreste indurre?»

«Di riguardarvi come un uomo propenso ad assumere le parti del debole e dell’oppresso.»

«Ciò è debito d’ogni vero cavaliere, e ben mi spiacerebbe se si potesse sol sospettare ch’io non l’adempiessi.»

«Desidererei dunque che foste altrettanto buon Inglese come prode cavaliere, perchè l’impresa di cui m’accade parlarvi, gli è vero che per [172]sè medesima va nella classe de’ doveri d’un uomo onesto, ma riguarda soprattutto quelli che ad ogni verace Inglese s’aspettano.»

«Quand’è così non potevate volermi meglio. Non v’è nessuno cui stiano più a cuore di me gli interessi d’un Inglese, sia pur l’ultimo fra essi.»

«Ascoltatemi dunque, e vi farò consapevole d’un mio disegno, al quale se siete veramente quello che vi dimostrate, potete onorevolmente cooperare. Una banda di scellerati, addossando l’abito d’individui che valgono assai meglio di loro, si sono impadroniti delle persone di Cedric il Sassone, della pupilla di lui, del suo amico Atelstano di Coningsburgo, e di tutta la lor comitiva; or li conducono al castello di Torquilstone, situato in questa selva, e appartenente ad un nobile normanno. Chiedo a voi, se qual prode cavaliere e verace Inglese, volete soccorrerci a liberarli.»

«Io l’ho qual mio debito. Vorrei però sapere chi vi siate, voi che mi parlate in favore di queste persone.»

«Io sono… un uomo senza nome, ma l’amico del mio paese. Per ora gli è d’uopo vi contentiate di non saperne di più, la qual cosa dovrebbe esservi tanto meno difficile che desiderate voi stesso di rimanere incognito. Credete nondimeno che allorchè ho data una parola, ella è inviolabile quanto s’io portassi speroni d’oro.»

«Lo credo senza fatica. Sono avvezzo a legger nelle fisonomie, e dalla vostra apparisce che dobbiate essere uom d’onore e risoluto. Non vi farò quindi maggiori interrogazioni, limitandomi a dirvi che m’adoprerò di buon grado alla liberazione di questi oppressi prigionieri, dopo di che spero ci conosceremo meglio e avremo luogo d’essere l’un l’altro contenti.»

«Così dunque» disse all’orecchio di Gurth Wamba, che dopo avere data la sua opera all’acconciarsi dell’eremita, pian pianino s’era avvicinato agli interlocutori ed in tempo d’udire la conclusione del dialogo «così dunque avremo un nuovo confederato, il cui valore, voglio almeno sperarlo, dovrebb’essere di miglior lega che non la religione del romito e l’onestà della nostra scorta; perchè, ti parlo chiaro, quel Locksley mi presenta la fisonomia d’un vero scorridore, e il reverendo cenobita d’un ipocrita il più sfrontato.»

«Zitto Wamba, zitto!» rispose Gurth. «Tutto ciò può essere verità, ma tutte le verità non è bene il dirle. Poi. Se venisse anche il diavolo colle sue corna ad offerirmi soccorso per mettere in libertà il nostro padrone e lady Rowena, non so se avessi tanta religione da ricusarne l’offerta.»

Dopo che l’eremita ebbe cambiato di abito, come dicemmo, trasse dal suo armadio segreto le proprie armi, ed imbracciò lo scudo che sul sinistro omero gli posava; il coltello da caccia gli pendea dal cinturino che reggeva pure un buon numero di freccie, e teneva in mano l’arco ed una specie di chiaverina. Primo ad uscire dal romitorio, quando ne furono fuori tutti gli altri, chiuse accuratamente la porta, tra la quale e la soglia ascose la chiave.

[173]
«Ma, sei tu veramente in istato di poterne esser giovevole?» a costui chiese Locksley. «I fumi del vino che hai bevuto non ti annebbiano niente il cervello?»

«Non posso negarti, che mi sembra veder tutti gli alberi ballare d’intorno a me, e che le mie gambe non mi permetterebbero di ballare con essi, ma il potere di san Dunstano è grande, e tra poco, il vedrai, non parrà nè manco ch’io abbia bevuto.»

Così dicendo, s’accostò al bacino di sasso, entro cui, come dicemmo, cadea l’acqua della sorgente, scorrendo poscia in piccolo ruscello, e detto la fontana di san Dunstano. Ivi stesosi col ventre a terra, bebbe tanta di quell’acqua, che parea volesse inaridire la fonte.

«Santo eremita di Copmanhurst» sclamò il cavalier Nero «quanto tempo è che non vi siete sbramato sì lautamente di quest’acqua?»

«Due anni e tre mesi, e fu una volta che un bariletto di Canarie lasciò sfuggire il liquor contenuto per una fessura non canonica; allora mi convenne stare alla bevanda somministratami dalla liberalità del mio santo avvocato.»

Dopo avere indi immerso e faccia e mani nella fontana, rialzossi, e brandita la sua chiaverina: «Ove sono» gridò «questi malviventi, questi rapitori di giovinette che non hanno voglia di farsi rapire da essi? Mi porti il diavolo se non mi basta l’animo d’atterrarne una dozzina!»

«Oh! non istate a bestemmiare, santo eremita» sclamò il cavalier Nero.

«Che eremita, in nome di Dio? Non v’è più eremita, cavalier Neghittoso. Per san Giorgio e pel suo Dragone! quando ho buttato via il cappuccio, non son più un incappucciato; e allorchè ho indosso il mio giustacuor verde, sono in istato di bere, bestemmiare, spiegazzar gonnelle, al pari di qualsivoglia armigero di questo regno.»

«Via, via! nostro cappellano» disse Locksley «marciamo come si dee e in silenzio. Tu parli solo più che non farebbe in giorno di festa tutto un convento, quando l’abate s’è coricato. Non è tempo questo da perdere in ciance, ma di pensare a raccogliere le nostre forze; e affè ne avremo bisogno se ci tocca dare l’assalto al castello di Frondeboeuf.»

«Che ascolto?» sclamò il cavalier Nero. «Egli è Frondeboeuf che arresta i sudditi del re in sulla strada maestra? Da quando in qua è egli divenuto un oppressore, un assassino?»

«Quanto a oppressore lo è sempre stato» disse Locksley.

«E quanto ad assassino» aggiunse l’eremita «son certo, lo è dieci volte più di molti assassini che ho l’onor di conoscere.»

«Avanti, eremita, avanti» disse Locksley «e taci una volta. Il nostro assunto ora è di trovarci presto al luogo dell’adunata, non di mettere alla luce cose, che è decenza come prudenza il tenere velate.»

[174]

CAPITOLO XX.
«Oh quanto fu volger di lune e soli

«Dacchè quest’atrio, sì famoso un giorno.

«Fama, gioia, beltade in un raccolte

«Non mira più! nè sotto a queste antiche

«Gotiche vôlte omai sona che voce

«Dall’età spente; voce che ai nipoti

«In fero tuon rimembra le virtudi

«De’ lor grand’avi che l’avel ricopre!

Orra, Tragedia.

Mentre le persone di cui favellammo vegliavano alla liberazione di Cedric e dei suoi compagni, gli armigeri che se ne erano impadroniti, li guidavano al luogo di sicurezza, ove divisato aveano tenerli prigioni. Ma sendo oscurissima la notte, e questa razza di scorridori mal pratica delle giravolte della selva, accadde che si videro costretti a molte pause, ed anche una o due volte a tornare addietro, per accertarsi meglio della strada che doveano tenere. Ed ebbero d’uopo del ritorno dell’aurora per rimanere convinti che si trovavano sulla buona strada; la qual cosa avendoli confortati non poco, incominciarono ad affrettare il cammino.

Allora i due finti capi di banditi vennero fra loro a tal parlamento.

«Bracy» disse il Templario «gli è tempo che ci lasciate per prepararvi al secondo atto della nostra commedia, e sostener la parte di cavaliere liberatore.»

«Ho fatte altre considerazioni» rispose Bracy «ed ho risoluto di non abbandonar la mia preda sintantochè io non l’abbia posta in sicuro nel castello di Frondeboeuf. Allora solamente mi mostrerò a lady Rowena sotto il mio consueto abito, e farò, spero, perdonare all’impeto dell’amorosa passione, la violenza di cui confesserommi colpevole.»

«E qual motivo di grazia vi ha fatto cambiare disegno?»

«Questa cosa poi, cred’io, non riguarda che me medesimo.»

«Vorrei però sperare, ser cavaliere, che a tal cambiamento non avessero data origine i sospetti ingiuriosi al mio onore, destatisi, o per meglio dire che Fitzurse cercò destare, nell’animo vostro.»

«Oh! in tali cose non prendo consigli che da me medesimo. Lo sapete il proverbio: il diavolo ride se il ladro ruba al ladro, e per altra parte sappiamo che il fuoco e le fiamme dell’inferno non ratterrebbero un templario dall’abbandonarsi all’impeto delle sue passioni.»

«Nè il condottiero d’una banda franca dal temere per parte d’un amico e d’un collega que’ trattamenti ch’egli è solito fare agli altri.»

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«A nulla or giova il rimprovero di rimbalzo. Mi basta conoscere quai principii di morale professi l’ordine de’ Templarii per non somministrarvi da me medesimo l’occasione di togliermi una preziosa conquista che tanti rischi mi costa l’assicurarmi.»

«Ma nella presente circostanza che temete, o Bracy? Vi sono però conosciuti i nostri voti.»

«E anche in qual guisa li rispettate. I codici amorosi, ser Templario, vengono interpretati assai liberamente in Palestina, e nella presente bisogna non mi sento di confidar nulla alla vostra coscienza.»

«Ebbene, Bracy, sappiate dunque la verità. Non saprei che farmi della vostra dea dagli occhi azzurri. Contemplando le nostre prigioniere ho veduti due begli occhi neri. Quelli, quelli mi han conquistato.»

«Che ascolto? Vi degnereste della cameriera?»

«No, sul mio onore. I miei sguardi non si abbassano tanto; pure fra le nostre prigioniere trovo una preda che equivale ben alla vostra.»

«Per l’antico Testamento!» sclamò Bracy. «Forse la bella ebrea?»

«Ebbene! chi oserà trovarci a ridire?»

«Nessun ch’io mi sappia. Ma la vostra coscienza non vi rimproccerebbe una tresca aperta con un’Ebrea?»

«La coscienza d’un uomo che ha ammazzato trecento Saracini può essere più tranquilla di molte altre, nè ha bisogno di atterrire ad ogni minimo peccatuzzo, come il farebbe la coscienza d’una villanella nel presentarsi al confessionale la vigilia di Pasqua.»

«Eh! infine spetta a voi di sapere i privilegi del vostro onore. Pur vedete! avrei giurato che, più ancora degli occhi della leggiadra Ebrea, vagheggiaste i danari dell’usuraio suo genitore.»

«Non dirò che il danaro d’Isacco non abbia il suo merito. Ma credete voi che Frondeboeuf avesse voluto prestarne il proprio castello senza speranza di partecipare allo spoglio? Or dunque, io gli cedo Isacco per sua porzion di bottino, e come gli è giusto ch’io parimente abbia la mia, ho posti gli occhi sulla bella Rebecca. Adesso che vi son noti i miei divisamenti, tornerete alle prime massime? Voi vedete che per parte mia non vi resta alcuna cosa a temere.»

«No, no; le prime massime le ho affatto abbiurate, nè voglio perder le tracce della mia preda nemmeno un istante. Le cose che mi avete raccontate possono essere verissime, ma non mi fido della coscienza d’un uomo, che avendo ammazzati trecento saracini, si è assicurato un sì vistoso capitale d’indulgenze da non atterrirlo un peccato veniale di più.»

Intantochè i nostri due eroi duravano in tale disputa, Cedric si sforzava, ma invano, onde rilevare da’ suoi custodi chi fossero, e da quai disegni mossi coloro che il tenevano prigioniere.

«Voi siete Inglesi, giusta ogni apparenza» ei dicea loro «e vivadio! vi conducete come se foste Normanni. Sarete, non ne dubito, miei [176]vicini, e dovreste quindi esser ancor miei amici, perchè qual è nom inglese de’ miei dintorni che possa volermi male? Persin fra voi, che vi siete rifuggiti ne’ boschi onde sottrarvi alla persecuzione, fra voi contra i quali sta un bando che vi mette fuori della società, trovasi taluno che è ricorso più d’una volta alla mia protezione, e l’ha ottenuta, perchè mi faceano pietà le vostre sventure e i vostri patimenti, e le mie maledizioni andavano addosso alla tirannide, sola cagione del genere di vita che abbracciaste, e che non sarebbe mai stato il vostro. Che cosa dunque volete fare di me? Da quest’atto di violenza qual vantaggio potete voi ripromettervi? E nulla mi rispondete? Peggiori delle belve feroci nella vostra condotta, siete ancor muti com’esse?»

Ma tutti questi discorsi nulla valevano a fare che que’ ribaldi parlassero. Troppe buone ragioni aveano di serbar il silenzio, perchè a romperlo li potessero indurre nè le querele, nè i rimproveri di Cedric. Continuarono a marciare con frettoloso passo, sintantochè in fondo ad un viale di grandi alberi, si presentasse Torquilstone, castello antico, il quale per diritto di usurpazione apparteneva in quei giorni a ser Reginaldo Frondeboeuf. Tal era la forma di questa picciola rocca. Dal mezzo di essa alzavasi un’alta torre di base quadrata, e circondata di edifizi più bassi, che dominavano un cortile di superficie circolare. Intorno al muro di ricinto stagnava una fossa, cui somministrava le acque un vicino ruscello. Frondeboeuf, che per suo cattivo animo si crescea continuamente il numero de’ nemici, avea aggiunte nuove fortificazioni al castello col far costruire alte torri ad ogn’angolo del medesimo. L’ingresso erane da una parte per un ponte levatoio che terminavasi ad una pesante porta di ferro fiancheggiata da due torricelle, dall’altra per un portello di soccorso di stretto andito, che confinava con un fortino innalzato ad esterna difesa.

Non appena le cime delle torri di Torquilstone, che tappezzate d’edere e di porracine rifletteano i raggi del sol nascente, ferirono il guardo di Cedric, non gli rimase più dubbiezza alcuna sull’origine della cattività cui soggiaceva.

Alcuni armigeri vennero a riconoscere quella banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte levatojo, la cavalcata entrò nel cortile. pag. 177.

«Ah!» sclamò egli, vôlto ai suoi barbari condottieri, «io avea ingiuriato i ladri, e gli scorridori che infestano questi boschi col supporre individui delle lor bande coloro che mi arrestarono. Avrei potuto con egual fondamento confondere le volpi della mia patria e i lupi arrabbiati delle francesi foreste. Ditemi, sciagurati, è la mia vita che il vostro padrone desidera, o pretende impossessarsi delle mie sostanze? Non è cosa tollerabile, è egli vero, che rimangano, ancora sulla Inghilterra solamente due Sassoni, il nobile Atelstano ed io, i quali tuttavia possedano il lor retaggio! Che si tarda adunque a darci morte, a compir l’opera della tirannide togliendoci e dominii e vita dopo averne rapita la libertà? Se Cedric il Sassone non può salvar l’Inghilterra, egli è contento di morire essendosi sagrificato per essa. Dite al tiranno vostro padrone, che lo prego [177]solamente a rimettere in onorevole libertà lady Rowena. Nulla ei può temer da una donna, e periscono con noi tutti quelli che avrebbero potuto parteggiare per la sua causa.»

Ma tal discorso non ebbe maggior risposta che il primo; e giunsero finalmente alla porta del castello, innanzi alla quale Bracy sonò il corno tre volte. Alcuni armigeri vennero a riconoscere quella banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte levatoio, la cavalcata entrò nel cortile. Fatti scendere da cavallo i prigionieri furono condotti in una sala, ov’erano apparecchiati reficiamenti per essi, reficiamenti ricusati da tutti fuorchè dal solo Atelstano. Ma il discendente del santo re Confessore non ebbe tempo di far intero diritto al merito di quella imbandigione, perchè gli venne annunziato com’egli e Cedric dovessero andar a starsi in una stanza spartata da quella che assegnavasi a lady Rowena. E poichè sarebbe stata inutile ogni resistenza, si videro nella necessità di seguire le loro scorte in un grande appartamento sostenuti da due ordini di pilastri di macigno, quai ne vediamo anche oggidì nei refettorii de’ monasteri e nelle sale serbate alle adunanze capitolari.

Dopo avere disgiunta dalle persone del suo seguito lady Rowena, la condussero, veramente usando compitezza, ma non consultando l’inclinazione, in un’ala del castello. Tal distinzione di mal augurio, fu parimente conceduta a Rebecca. Vane tornarono le ferventissime e interminabili supplicazioni del padre, che messo a tali strette giunse fino ad offerire denaro per non venir separato dalla figlia. «Cane d’un miscredente!» gli disse una di quelle guardie «quando avrai veduto il canile che t’aspetta, non ti dorrai se non ne partecipa la figlia tua.» E senz’altre discussioni furono tratti il padre da una parte, la figlia dall’altra. Toltesi indi l’armi alle persone del seguito di Cedric e d’Atelstano, e dopo essere stati frugati per ogni dove, vennero chiusi nella prigion del castello. Lady Rowena non potè nè manco ottenere la consolazione di serbare Elgitta presso di sè.

L’appartamento, entro cui stavano rinchiusi i nostri due capi Sassoni, perchè d’essi primieramente incomincieremo a far discorso, comunque allor trasformato in una prigione, fu in altri tempi la sala maggiore del castello; ma poi sottratto a quest’uso, perchè fra le cose, che il nuovo occupante aggiunse a quell’edifizio, sia per affortificarlo, sia per renderlo aggradevole, noveravasi una grande sala, le cui soffitta reggeano pilastri più leggieri ed eleganti, ed abbelliti di fregi, che i Normanni avevano già introdotti nell’architettura.

Cedric trascorreva a grandi passi quel luogo tutto assorto nelle considerazioni che gl’inspirava la indignazione sulle cose presenti e sulle passate. La negghienza intanto d’Atelstano a questo tenea vece di filosofia e di rassegnazione nel fargli tutto sopportare, fuorchè gl’incomodi fisici dell’istante. Laonde il dolore della condizione cui vedevasi ridotto, gli si [178]facea sentire sì lievemente, che le animate esclamazioni di Cedric, appena e a quando a quando soltanto, otteneano qualche segno di approvazione da lui.

«Sì» Cedric diceva, un poco favellando con sè stesso, un poco indirigendosi ad Atelstano «gli è in questa sala medesima, che mio padre stette a convito con Torquil Wolfganger, allorchè questo nobile Sassone ricevette il prode quanto infelice Aroldo, che marciava in que’ dì contro i Norvegi collegatisi a Tosti ribelle. Fu in questa sala, che Aroldo diede quella sì altera risposta all’ambasciatore d’un fratello voltosi contro di lui. Quante volte acceso da quell’entusiasmo il mio genitore mi fe’ racconto di tale storia! Allorchè l’inviato di Tosti fu ammesso in questa sala, che vedete sì grande, ella non bastava perchè vi capisse tutta la folla dei nobili capi Sassoni, gareggianti di porsi attorno al loro re, e tutti ammessi alla sua mensa!»

Tali ultimi accenti scossero la fantasia d’Atelstano. «Spero» dice egli «che non dimenticheranno, quando sarà mezzogiorno, di mandarne il desinare. Ci hanno appena dato il tempo di far colezione. Poi non mi piace il cibarmi subito sceso da cavallo, ad onta che i medici lo dian per consiglio. Il mio appetito in quel punto non mi serve mai bene.»

Cedric continuò il suo racconto senza por mente che Atelstano lo avesse interrotto.

«L’inviato di Tosti s’innoltrò in questa sala, nè la fisonomia di lui dava a divedere che lo intimidissero i minaccevoli sguardi de’ circostanti; indi postosi dinanzi al trono del re, rispettosamente lo salutò. — Ser Re, gli disse, quali patti può sperare da voi il fratel vostro, Tosti, se dimettendo l’armi, vi chiede la pace? — La tenerezza d’un fratello, rispose il generoso Aroldo, e il bel ducato di Nortumberlandia. — E se Tosti accetta queste condizioni, riprese a dire l’inviato, quali terre concederete voi al confederato fedele del mio commettente, ad Hardrada, re di Norvegia? — Sei piedi di terreno, alteramente Aroldo rispose, e solamente perchè lo dicon gigante, gli concederemo forse qualche piede di più. — Rintronò di applausi la sala, e ciascun capo prese la tazza, e fu bevuto all’onore del giorno in cui Hardrada entrerebbe in possesso di tal dominio dell’Inghilterra.»

«Mi unirei di buon cuore a que’ plaudenti» Atelstano soggiunse «perchè la sete mi attacca la lingua al palato.»

«L’inviato» continuò Cedric malgrado il poco vezzo che d’udire sì fatta storia mostrava Atelstano «riportò tal duplice messaggio a Tosti e al confederato di Tosti. Allora le mura di Stamford divennero spettatrici di quella terribile pugna, in cui dopo operate cose di prodigioso valore, Tosti e il re di Norvegia morsero la polve con diecimila de’ loro soldati. Chi avrebbe creduto il giorno schiaratore di sì nobile trionfo, esser pur quello che vide veleggiare i navigli normanni, que’ navigli che approdarono [179]alle coste della contea di Sussex? Chi avrebbe creduto che l’infelice Aroldo non dovesse omai possedere nel suo reame più de’ sette piedi di terra da lui conceduti al sovrano della Norvegia? Chi avrebbe creduto, che voi, nobile Atelstano, voi uscito del sangue di Aroldo, io figlio di un guerriero, che non fu tra i minori sostegni del trono dei re Sassoni, diverremmo prigionieri d’uno spregevol normanno, in questa sala medesima, fatta celebre per ricordanze tanto gloriose?»

«Ella è una cosa molestissima» rispose Atelstano; «però vorrei sperare ce ne spacciassimo pagando un ragionevol riscatto. Ma qual che siasi l’intenzion di costoro, per lo meno non dovrebbero avere quella di affamarne. Il giorno s’innoltra; e non vedo nessun apparecchio di mensa. Osservate per quella finestra, nobile Cedric, e dall’altezza del sole giudicate voi medesimo, se sia vicino o no mezzogiorno.»

«Sarà vicino; ma nè manco a quella finestra mi posso volgere, senza che una tal vista mi porti ad altre considerazioni non meno penose, benchè non si riferiscano sì immediatamente allo stato in cui ci troviamo. — Quando fu fatta quella finestra, mio nobile amico, i nostri maggiori non conoscevano l’arte di fabbricare il vetro, e molto meno quella di dipingerlo. L’orgoglio del vostro avolo, del padre di Wolfganger fu quello che tirò dalla Normandia un artigiano, e ciò a solo fine di vedere il proprio castello arricchito delle decorazioni di tal nuovo lusso, che imbratta di colori fantastici la pura luce del cielo. Questo straniero venne fra noi tapino, mendico, umile fino ad essere abbietto, pronto a far di berrettone all’ultimo servo delle nostre case. Tornò via superbo, carico d’oro; e portò fra’ suoi compatriotti le notizie dell’opulenza e della semplicità de’ nobili Sassoni. Tal nostra pazzia era stata antiveduta e predetta da Hengist e dalle sue rozze tribù; e per questa sola ragione conservavano religiosamente i costumi dei loro padri. Fu nel dipartircene, che incominciammo a chiamare fra noi questi stranieri, a farne i nostri servi di confidenza, i nostri amici, a prender da essi le loro arti e i loro artisti; a disprezzare le costumanze semplici de’ nostri antenati. In somma noi eravamo infiacchiti dal lusso normanno, prima che l’armi normanne ci soggiogassero. Oh! i nostri cibi, non guastati dalla stessa ricercatezza, goduti in pace e libertà, valeano ben meglio di tutti que’ delicati camangiari, la cui ingordigia ci ha messi co’ piedi e co’ pugni legati nelle mani de’ nostri conquistatori.»

«In questo momento» tal fu l’osservazione d’Atelstano «non v’è cibo semplice che non mi sembrasse vivanda delicatissima. Ma io trasecolo, nobile Cedric, come voi serbiate sì minutamente la ricordanza degli avvenimenti trascorsi ch’è un pezzo, quando poi dimenticate l’ora del pranzo.»

«Ah! lo vedo» disse a sè medesimo impazientito Cedric «gli è un perder tempo il parlargli d’altra cosa che del suo appetito. L’anima di [180]Ardicanuto s’è impossessata di quel corpo. Non sa che sia diletto se non se a mensa e col bicchiere alla mano. Mio Dio!» soggiunse riguardandolo compassionevolmente «e sarà vero che un esterno sì nobile, sì dignitoso, nasconda un’anima tanto goffa, tanto grossolana? E sarà vero che la grand’opera della rigenerazione dell’Inghilterra debba reggersi ad un perno così diffettoso? Potrebb’essere che lady Rowena, divenutane finalmente sposa, gli desse un poco di quella sua anima generosa e nobile, ridestasse in lui i sentimenti di patrio amore, che vorrei anche sperarlo, non sono fuorchè intorpiditi. Lady Rowena! Ma e come adesso pensare a ciò, se ella, Atelstano ed io siam fra le mani d’un bruttale, d’un mascalzone, e forse il siamo perchè si teme che il lasciarci liberi metta in pericolo i crudeli nostri oppressori!»

Mentre Cedric stava assorto in così affliggenti contemplazioni, si vide aprir la porta della sala, innanzi a cui presentossi uno scudiere scalco, che avea in mano una bianca verga, distintivo della sua carica. A questo personaggio d’alto affare, che movea gravemente i passi, teneano dietro quattro servi, che portavano una tavola imbandita di vivande, la cui vista, il cui odore, parve facessero dimenticare ogn’altra idea ad Atelstano. Mascherati erano costoro, non meno dello scudiere scalco che li guidava.

«Che significano queste maschere» tai detti volse a quella gente Cedric; «e a che giovano? Crede forse il vostro padrone che noi ignoriamo ove ne abbian condotti o il nome di chi ne tien prigionieri? Ditegli» continuò il Sassone premuroso di cogliere tale occasione per negoziare la sua libertà «dite a Reginaldo Frondeboeuf, che vediam bene come per trattarne in sì fatta guisa egli non possa avere altro motivo se non se una insaziabile cupidigia di arricchire a nostre spese. Ebbene! cediamo alla sua rapacità, come date eguali circostanze, cederemmo a quella d’un assassino. Proponga egli il riscatto che pretende, e lo pagheremo se sarà proporzionato alle nostre facoltà.»

Lo scudiere scalco per tutta risposta fece un rispettoso inchino.

«E ditegli ancora» soggiunse Atelstano «che lo sfido a duello ad ultimo sangue, sia a piedi o a cavallo, e in quel sicuro luogo che gli sarà in grado di scegliere dopo trascorsa d’otto giorni la nostra liberazione. S’egli ha onore, se è cavaliere, non ricuserà un tale cartello.»

Lo scudiere replicò l’inchino e partì.

Simil disfida poteva essere intimata con qualche maggior dignità; perchè Atelstano nel pronunziarne gli accenti avea piena la bocca, e affaccendate assai le mascelle, circostanza che aggiunta a naturale perplessità tolse alla maggior parte di questo cartello quel tuono minaccevole con cui il discendente de’ re Sassoni s’intendeva d’accompagnarlo. Nondimeno Cedric n’ebbe qualche speranza che il suo collega cominciasse a risentirsi, quanto l’onore il volea dell’insulto sofferto da entrambi, e si consolò; perchè a dir vero ad onta del rispetto ch’ei portava al sublime legnaggio, [181]d’onde Atelstano scendea, cominciava a prender nausea d’un tanto durare nell’indolenza. Laonde afferrò la mano dell’amico, e gliela strinse di tutto cuore, come per dargli un contrassegno di approvare questo nobile sfogo di generosi sentimenti, ma si raffreddò alquanto in Cedric l’entusiasmo del giubilo che avea concetto, allorchè udì Atelstano esclamare «ch’ei vorrebbe combattere dodici uomini eguali a Frondeboeuf per uscir più presto d’un esecrabil castello ove si metteva aglio in tutte le vivande.» Comunque spiacesse a Cedric che il suo collega cedendo alla sensualità avesse fatta simile ricaduta nell’antica negghienza, pure si pose a desco rimpetto a lui, e die’ a divedere che se le sventure del suo paese lo rendeano immemore dell’ora della mensa, non quindi avea perduto il buon appetito ed altre simili qualità lodevoli de’ Sassoni antenati, del che diede valevoli prove, sedutosi a mensa.

I prigionieri non aveano ancora terminato il pranzo, allorchè li distolse da un affare sì rilevante, almeno per Atelstano, il suono d’un corno che venne per tre volte ripetuto con tanta violenza, come se chi gli dava fiato fosse stato un cavaliere errante, venuto a liberare giovane beltà racchiusa entro la rocca e possessore del magico strumento atto a farla crollare. I due Sassoni s’alzarono in piedi correndo alla finestra, senza però potere appagare la propria curiosità, perchè tutti quegl’invetriati guardavano nel cortile. Pure tale squillo pareva annunziasse avvenimento d’alta importanza, e tanto più il diedero a credere il tumulto e l’agitazione che poco dopo si misero per tutto il castello.

[182]

CAPITOLO XXI.
«I miei scudi! la figlia! — La figlia, oh Dio! gli scudi.

Il mercante di Venezia.

Poichè i due capi Sassoni videro inutili i loro sforzi ad appagare la curiosità, pensarono ad appagare almen l’appetito tornando a rimettersi a mensa. Noi li lasceremo intesi a tale lavoro, per fare una visita ad Isacco d’York, condannato ad una ben rigorosa cattività.

Il povero Ebreo era stato confinato in un sotterraneo umido e malsano, il cui pavimento stava di sotto all’altezza della fossa che circondava il castello. Non vi penetrava luce fuorchè per uno spiraglio alto sì che il prigioniere non vi giugneva colla mano. Anche in pieno meriggio vi regnava soltanto una specie di crepuscolo, e questo cambiavasi in buie tenebre molto tempo prima che l’altre parti del castello rimanessero prive della luce del giorno. Parecchie catene e ferri rugginosi, saldamente attaccati alle pareti, sembravano aver servito ad uso di prigionieri, de’ quali si fossero temuti il vigore e il coraggio. A crescere ivi l’orrore, alcune ossa umane indicavano che, almeno un prigioniere, altra volta era morto e rimasto privo di sepoltura in quello spaventevol soggiorno.

Ad una estremità della caverna trovavasi immenso forno di ferro, pieno di carbone, alla cui parte suprema stavano per traverso spranghe di ferro corrose dalla ruggine.

Sì tetro spettacolo avrebbe potuto addiacciare un’anima ben più forte di quella d’Isacco: pure, in tale istante di vero pericolo, era egli più tranquillo che allorquando s’atterriva da sè medesimo pascolando idee vaghe d’incerti rischi. Così il lepre, a quanto asseriscono i cacciatori, sopporta più tormentosa agonia, allorch’è inseguito dal veltro, che nell’atto di dimenarsi sotto i suoi denti[26]. Gli è probabile che i Giudei, usi a vivere fra perpetui spaventi, avessero apparecchiato lo spirito a quanto d’orribile la tirannide poteva inventare contr’essi, e che poi divenendo la vittima di qualche violenza, fossero almeno immuni dalla sorpresa, più atta a infiacchir l’animo di quanto il sia lo stesso terrore. Aggiungasi non essere stata quella la prima volta che Isacco trovavasi in sì cattivi frangenti. Egli avea pertanto una specie di guida e conforto nell’esperienza, e potea sperare di sottrarsi ai suoi persecutori, come avea fatto altre volte. Stava in oltre per lui quella inflessibile ostinazione, quella risolutezza [183]indomabile, onde gli Ebrei il più delle volte si apparecchiavano a sofferire quanti tormenti poteva inventar l’oppressione anzichè cedere alle ingiuste domande dei loro tiranni.

Fermo quindi nel disegno di resistere ai patimenti, Isacco raccolse, ravvolgendosele a mezza vita, le vesti a fine di salvarle dall’umidità indi sedè sopra un sasso, unico scanno che fosse in quel carcere. Quelle sue mani ch’ei si teneva incrocicchiate sul petto, que’ disordinati capelli, quella lunga barba, quel suo mantello foderato di pelliccia, e quel grande berrettone giallo, osservati alla incerta luce del fievol raggio diurno che lo spiraglio tramandava, avrebbero offerto un argomento degno del pennello di Rembrandt, se questo illustre pittore fosse vissuto a que’ giorni. Il nostro Ebreo passò tre ore senza cambiar postura, allorchè dopo essersi fatte udire alcune pedate di persone che scendevan la scala, vennero tolti con orrido fracasso i catenacci della prigione, e s’aggirò stridendo su i cardini suoi quella porta, per cui entrava Reginaldo, al quale tennero dietro due schiavi saracini del seguito del Templario.

Frondeboeuf, cui la natura largheggiò d’un’atletica complessione e d’un vigore formidabile, avea trascorsa tutta la sua vita nel far la guerra e, quand’era tempo di pace, nel commettere aggressioni contra alcuno de’ suoi vicini. Non mai titubò nella scelta de’ modi onde aumentare di ricchezze e possanza. A tale indole di costui conformavano i lineamenti ruvidi, selvaggi e feroci, e le stesse cicatrici, di cui spesseggiava il suo volto, e che a tutt’altri avrebbero conciliato il rispetto dovuto ad impronte onorevoli di valore, in esso raddoppiavano piuttosto l’orrore e lo spavento dalla presenza di lui inspirati. Questo tremendo barone vestiva un giustacuore di cuoio, bene stretto ai suoi muscoli, e logoro in più luoghi dall’armatura che sovente egli imbracciava. Sola arme eragli un pugnale a sinistra del cinturino, e in tal qual modo contrabbilanciava un mazzo di chiavi che gli pendea dalla parte destra.

I due schiavi mori che lo seguivano aveano dimesso lo sfarzoso loro abito orientale, che fece luogo a lunghe brache e camiciuole di tela grossolana, le cui maniche rialzate fino al gomito davano a costoro l’aspetto di beccai quando vanno in macellaria a compiere le fazioni del lor mestiere. Ciascun d’essi portava un canestro coperto, e appena entrati, si fermarono dinanzi alla porta, nel chiuder la quale Frondeboeuf pose la massima cura. Indi accostatosi a lenti passi all’Ebreo, fisò gli occhi sopra di lui quasi volendo far prova se avessero l’influsso che viene attribuito ad alcuni serpenti, di ammaliare cioè la lor preda. E per vero sarebbesi creduto che il torvo e feroce occhio di Frondeboeuf avesse tal virtù malefica sul suo misero prigioniero. A bocca spalancata, cogli occhi fisi in Frondeboeuf, dimentico de’ propositi di coraggio cui fatti avea, il povero Isacco fu preso da tale e tanto spavento, che non trovò la forza di moversi per sorgere in piedi e dar qualche dimostrazione di rispetto al tiranno, [184]o per accostare soltanto la mano al berrettone. Attratte ne divenner le membra, e parea impicciolisse da sè medesimo la propria statura, onde occupare il minore spazio possibile.

Il cavaliere Normanno sollevava il capo, e concedea intero rialzo alla propria statura, di per sè medesima gigantesca, come aquila che solleva alteramente le penne prima di piombare addosso all’indifesa sua preda. Fermatosi tre passi lontano dal sasso, su di cui stava seduto l’infelice Ebreo, fe’ cenno d’accostarsi ad un de’ suoi schiavi, al qual comando obbedì il negro satellite, levando fuor del canestro un paio di grandi bilance, e diversi pesi che depose a piè di Reginaldo, tornato indi presso il suo collega che non si era scostato dalla porta.

Anche ogn’atto di queste due scolte era lento e solenne, come di persone che tenessero concentrate le proprie idee a sostenere esattamente la loro parte in una imminente scena d’orrore.

Sì cupo silenzio venne finalmente rotto da Frondeboeuf, che tal complimento volse ad Isacco.

«Maledetto cane, uscito di razza pur maledetta!» e il tuono malauguroso di questa frase lo apparve anche più perchè il ripetè ogni eco di quella vôlta «vedi tu queste bilance?»

Lo sgraziato Ebreo non ebbe forza di rispondere che chinando, in modo di chi afferma, la testa.

«Ebbene! fa di mestieri che su queste tu mi pesi mille libbre d’argento di peso e titolo della Torre di Londra.»

«Beato Abramo!» sclamò Isacco, cui il senapismo di tal proposta fe’ ricuperare la voce «chi v’è al mondo che abbia mai pensato a far domanda sì esorbitante! Quali occhi d’uomo han mai visto tanto argento? Quand’anche frugaste tutte le case degli Ebrei d’York, non arrivereste a metterlo insieme.»

«Non sono poi uomo irragionevole. Se l’argento è sì raro, non fo difficoltà a ricever oro, e prenderemo un ragguaglio di sei libbre d’argento per ogni marco di questo metallo. Non vedo altro espediente per risparmiare al tuo miserabil carcame tai supplizi che tu stesso non te li puoi figurare.»

«Abbiate compassione di me, nobile cavaliere. Io son vecchio, stremenzito, povero, e fin immeritevole della vostra collera. Che onore è per voi lo stritolare un povero verme della terra?»

«Che tu sia vecchio può darsi, ed è un’infamia di coloro che ti hanno lasciato invecchiare nel tuo mestier d’usuraio. Voglio anche credere stremenzito, perchè qual è il giudeo che abbia o braccio o coraggio? Ma quanto a povero, tutto il mondo sa che sei ricco.»

«Vi giuro, nobile cavaliere, per tutto quello che credo, per tutto quello che crediamo voi ed io….»

«Ebreo, non spergiurare, e bada colla tua ostinazione di non mettere [185]tu medesimo il suggello al tuo destino prima di aver ben veduto e ponderato il trattamento che ti sta aspettando. E non pensar già ch’io dica così a solo fine di spaventarti, o di vantaggiare della viltà ereditaria in tutta la tua genia. Ti giuro per quello che tu non credi, per l’evangelio che la nostra santa madre Chiesa ne insegna[27], pel potere ch’ella ha di legare e disciogliere, per le chiavi del cielo che le furono confidate, per tutte queste cose io giuro essere presa, e inevitabilmente presa la mia risoluzione, e giuro sarà eseguita. In questo carcere, come devi accorgertene, non si celia. Vi son morti, senza che mai più siasi inteso parlar di loro, prigionieri, le diecimila volte più di te ragguardevoli. Ma la lor morte fu un passatempo a confronto di quella che t’ho serbata. Te la sentirai venir lentamente e in mezzo a patimenti d’inferno.»

Indi fe’ cenno agli schiavi di avvicinarsi, e parlò ad essi nella loro lingua, ch’egli avea imparata nella Palestina, ove fors’anche divenne maestro nelle atrocità. I Saracini apersero i lor canestri, donde trassero legne, un piccolo mantice, e un fiasco d’olio. Intanto che batteasi l’acciarino per accendere il lume, un di costoro aggiustava le legne nel forno di ferro da noi descritto, affinchè potessero infiammare il carbone collocatovi entro al quale scopo prestamente aggiunsero col soccorso del mantice.

«Isacco» disse allora Frondeboeuf «vedi tu quell’ardente fornace, e quelle spranghe di ferro che l’attraversano a mezza altezza? Tal sarà il morbido letto sopra cui verrai adagiato. Uno di cotesti schiavi ti manterrà sotto il fuoco, mentre l’altro ugnerà d’olio le tue membra, affinchè l’arrosto non bruci. Eleggi pertanto fra questo talamo ardente e il pagamento di mille libbre d’argento, perchè pel capo di mio padre! altra alternativa non ti rimane.»

«Egli è impossibile» disse tremando l’Ebreo «che voi abbiate con fermo proposito concepito un tale disegno. Il Dio benefico della natura non ha mai creato cuori capaci di compiere sì fatta crudeltà.»

[186]
«Non ti fidare a ciò, Isacco. Un conto mal fatto potrebbe fruttarti mal pro. Credi tu che le preghiere, le grida, i gemiti d’uno sgraziato ebreo, potranno smovere me dalla mia risoluzione; me, che ho veduto dar sacco ad una città, entro cui perivano a migliaia i Cristiani, quai consunti dal ferro e quai dal fuoco? O speri trovare qualche pietà in questi Negri che non conoscono nè legge nè patria, o altra coscienza fuorchè il valor d’un padrone? che al menomo cenno di questo adoperano indifferentemente corda o palo, ferro o veleno, che nemmeno intenderebbero la lingua in cui tu potessi implorar la lor compassione? Vecchio, opera con saggezza, e spacciati della parte superflua delle tue ricchezze, mettendo fra le mani d’un Cristiano una porzione di quanto a furia d’usure guadagnasti sovra altri Cristiani. Non ti mancherà modo di tornar presto a far enfiar la tua borsa: ma sdrajato che tu sia una volta su queste spranghe non vi sarà nulla che guarisca il tuo cuoio e la tua carne bruciata. Contami, ti dissi, la somma del tuo riscatto, e rallegrati d’uscire a sì buon mercato d’una prigione, cui molti galantuomini si sarebbero augurato sottrarsi a tal prezzo. Ma sbrighiamoci; perchè non ho tempo da perdere: pronunzia e scegli fra la tua pelle e il tuo danaro.»

«Che Abramo e tutti i santi patriarchi m’aiutino!» sclamò Isacco. «La scelta mi diviene impossibile, perchè non ho modo di soddisfare inchiesta così smodata.»

«Impadronitevi di lui, e fate il vostro dovere» disse Frondeboeuf in lingua Saracina ai suoi due schiavi; «poi vengano, se il potranno, ad aiutarlo i suoi patriarchi!»

Trattisi innanzi i due schiavi afferrarono quello sciagurato, e strappatolo dal sasso su di cui era seduto, lo tennero in piedi fra mezzo di loro, e colle mani sulle vesti e gli occhi fisi in Reginaldo, aspettavano il suo cenno per dispogliare Isacco, e compiere il rimanente di quella brutta bisogna. L’infelice Ebreo riguardava, or Frondeboeuf, ora i ministri della costui crudeltà, sempre lusingandosi di scorgere ne’ loro sguardi qualche indizio di misericordia; ma l’aspetto del barone serbavasi cupo e feroce, e il suo sorriso ironico ben annunziava come ad ogni pietà fosse chiuso quel cuore, le pupille malaugorose de’ barbari Saracini in continuo giro esprimevano la lor feroce impazienza di vedere avverato un supplizio da cui si ripromettevano orribil diletto. Finalmente Isacco portando gli occhi al braciaio struggitore ove stava per venir coricato, e vista dileguarsi ogn’altra speranza, ogni idea di fermezza lo abbandonò.

«Pagherò le mille libbre d’argento» diss’ei sospirando, «intendiamoci però» aggiunse dopo avere meditato un istante «le pagherò col soccorso de’ miei confratelli, perchè mi è d’uopo andar mendicando a tutte le porte della Sinagoga per procacciarmi una somma tanto enorme, tanto inaudita. Quand’è, e dov’è ch’io debbo sborsarvela?»

«Qui. Sotto la vôlta di questa caverna debb’essere contata e pesata [187]Pensi tu forse ch’io voglia restituirti la libertà prima d’aver conseguita la somma del tuo riscatto?»

«E quando poi questa sarà pagata, qual mallevadore avrò d’esser libero?»

«La parola d’un nobile Normanno, vile usuraio; la fede d’un nobile Normanno, più pura, cento volte più pura che non tutto l’oro e l’argento della detestabile ciurma de’ tuoi.»

«Vi domando mille e mille volte perdono, nobile cavaliere,» disse con voce paurosa l’Ebreo. «Ma e perchè dovrei io fidarmi interamente alla parola di chi non vuol credere buona la mia?»

«Perchè non puoi fare a meno. Se tu fossi ora in casa tua a York, presso il tuo scrigno, e ch’io venissi a supplicarti di prestarmi pochi shekel metteresti pure i tuoi patti, vorresti cauzioni, prescriveresti il tempo della restituzione, l’interesse. Or bene. Qui ho uguali vantaggi sopra di te, nè cambierò un’iota alle pretensioni che t’ho spiegate.»

Mise un gemito profondo il Giudeo. «Spero almeno» ei soggiunse «che dopo sborsato questo riscatto, saranno liberi con me i miei compagni di viaggio. Essi parimente mi sprezzavano siccome ebreo; pur mossi a compassione dell’angustia in cui mi trovarono, permisero ch’io viaggiassi di conserva con loro; unico motivo per cui caddero nell’agguato che a me solo era teso. Poi così essi potranno aiutarmi a pagare una porzione di questa smisurata somma che voi pretendete.»

«Se parlando de’ tuoi compagni di viaggio, intendi dire que’ due porcaiuoli Sassoni, gli affari loro non hanno nulla di commune co’ tuoi. Ebreo, pensa alle cose tue, nè t’impacciare di quelle degli altri.»

«Ma almeno rimetterete in libertà quel giovine ferito, ch’io conduceva a York in mia compagnia.»

«Te l’ho da ripetere un’altra volta? Pensa alle cose tue, nè t’impacciare di quelle degli altri. O per meglio dire, pensa a pagare il tuo riscatto, e nel termine il più breve.»

«Ascoltatemi nondimeno» Isacco riprese a dire «e ascoltatemi per amore anche di quel danaro che volete ottenere a costo della vostra…» Qui s’interruppe per paura di movere ad ira l’impetuoso Normanno.

«Segui pure. A costo della mia coscienza, vuoi dire. Parla senza timore, Isacco; già t’avvertii: non sono irragionevole, e so che chi perde al giuoco non ha forza di ridere; quindi posso sopportare le rampogne se mi vengono fin da un Ebreo. Tu però non avesti eguale pazienza, quando provocasti dinanzi ai tribunali Giacomo Fitz-Dottorel, non reo d’altro che d’averti chiamato col tuo titolo di sanguisuga, d’infame usuraio, dopo che le tue avanie gli ebbero divorato tutto il suo patrimonio.»

«Giuro per il Talmud, che a tal proposito sorpresero vostro Valore[28], [188]nobile cavaliere. Fitz-Dottorel avea brandito il pugnale contro di me nella mia casa medesima, perchè gli domandai quello che mi veniva, e si trattava d’un pagamento che doveva essermi stato fatto fin nella Pasqua precedente.»

«Ma ciò poco m’importa» rispose con aria non curante Frondeboeuf; «il caso è di sapere ora quando toccherò quello che tu devi a me. Quand’è dunque, Isacco, che tu mi sborserai i shekel?»

«Nobile cavaliere, basterà mandare con un vostro salvocondotto a York mia figlia Rebecca, e passato il tempo necessario all’andata e al ritorno, il danaro…» qui si fermò per dar varco ad un sospiro profondissimo «il danaro vi sarà sborsato.»

«Tua figlia!» sclamò Frondeboeuf col tuono d’uomo sorpreso. «Affè, Isacco, mi spiace non averlo saputo prima. Io ho sempre creduto quella giovinetta dagli occhi neri non ti appartenere che come la giovane Aga apparteneva ad Abramo. Ho pensato che tu seguissi l’esempio de’ tuoi patriarchi. In somma l’ho ceduta per donna di governo al venerabile Templario, ser Brian di Bois-Guilbert.»

All’udir l’infausta notizia l’Ebreo mandò tale grido che ne rimbombarono tutte le vôlte della caverna, e i Saracini ne furono soprappresi, tanto di lasciarsi sfuggire di mano il mantello d’Isacco che fino allora avean tenuto stretto col pugno. Il meschino si giovò di questa specie di libertà per prostrarsi ai piedi di Frondeboeuf abbracciandone le ginocchia.

«Abbiatevi tutto quanto mi chiedeste, nobile cavaliere; abbiatene il doppio, chiedetemi quanto possedo; riducetemi alla mendicità, feritemi col vostro pugnale, o fatemi stendere, se così vi piace, in quell’ardente braciaio, ma salvatemi la figlia mia, liberate Rebecca. Se voi siete stato concetto nel sen d’una donna, risparmiate l’onor d’una fanciulla priva di ogni difesa. Essa è l’immagine della mia infelice Rachele, l’ultimo di sei pegni ch’io ottenni dalla sua tenerezza. Volete voi togliere ad un misero vecchio l’unica consolazione che gli rimane? Volete voi ridurre un padre ad augurarsi che la propria figlia fosse stata collocata nella tomba de’ suoi maggiori prima che sua madre la partorisse?[29].»

«Avrei voluto saperlo prima» disse con aspro tuono il Normanno. «Io credea che la vostra popolazione non avesse amor che al danaro.»

Il suono di quel corno che mosse i due Sassoni a curiosità, e contemporanee a un tal suono molte voci, anzi grida che chiamavano Frondeboeuf. pag. 189.

«Ah! non giudicate sì male la nostra nazione» rispose Isacco, dai modi men truci del cavaliere confortato a speranza di commoverne il cuore «la volpe e il gatto selvaggio inseguiti dai cacciatori non obbliano la loro [189]prole, e la perseguitata stirpe d’Abramo ama i suoi figli, credetelo, con altrettanta tenerezza quanta ne possano avere verso i proprii i Cristiani.»

«Sia!» rispose Frondeboeuf. «Ciò mi sarà di norma per l’avvenire. Ma quanto a te, Isacco, queste considerazioni all’istante non giovano. Quel ch’è fatto è fatto. Sono corso in parola con un fratel d’armi, nè gli mancherei per tutta la nazione ebraica riunita. In fine poi, che gran danno è per la tua figlia l’essere schiava di Bois-Guilbert? Che male può derivargliene?»

«Che male?» sclamò torcendosi le mani il Giudeo «che male? Ov’è il Templario che abbia rispettato la vita d’un uomo o l’onor d’una donna?»

«Cane d’un infedele!» sclamò Frondeboeuf cogli occhi avvampanti di sdegno, e forse pago d’aver trovato un pretesto ad ostentarlo «non bestemmiare il santo ordine del tempio di Sion, e spacciati nel pagarmi il riscatto che m’hai promesso, ed a cui non ho posto che il sol patto della tua libertà.»

«Masnadiere, assassino!» sclamò l’Ebreo, tratto fuor di sè in guisa da non poter padroneggiare lo sdegno che lo trasportò «non ti pagherò nulla. Tu non toccherai una mezz’oncia del mio danaro, se non mi restituisci la figlia.»

«Perdesti il giudizio, Israelita? O veramente possedi qualche incantesimo che ti guarentisca il cuoio e le carni contro la forza del fuoco e dell’olio bollente?»

«Poco mi rileva» rispose Isacco, cui la paterna tenerezza avea spinto alla disperazione. «Fa di me quel che vuoi, fa straziar queste membra; arrostir le mie carni, divorale innanzi a’ miei occhi. Anche mia figlia è mia carne, e tal carne più preziosa ad un padre di quella ch’or tu minacci. Tu non avrai argento da me, quando non fosse ch’io potessi fonderlo e versartelo nella gola. No: non darei per te un obolo, se dovesse salvarti dalla dannazione che l’intera tua vita si è meritata. Inventa nuovi supplizi per farmi perire. Un Giudeo darà esempio d’affrontar tormenti a un Cristiano.»

«Gli è quanto or vedremo» disse Frondeboeuf, «perchè per quel santo segno che la tua nazione ha in orrore! tu stai per morire abbruciato. — Prendetelo» disse agli schiavi «spogliatelo, indi venga incatenato a quelle spranghe di ferro omai arroventite.»

Isacco fece alcuni sforzi per resistere ai suoi carnefici, ma troppo impari essendo la lotta, i Saracini gli strapparon di dosso il mantello, e così avrebbero fatto dell’altre vesti, se ad essi parimente non si fosse fatto udire il suono di quel corno che mosse i due Sassoni a curiosità, e contemporanee a un tal suono molte voci, anzi grida che chiamavano Frondeboeuf. Il barbaro cavaliere temendo esser sorpreso in quell’atto di atrocità infernale, fe’ segno agli schiavi di seguirlo, abbandonando frettolosamente il sotterraneo, ove lasciò l’Ebreo, il quale diedesi a ringraziare il Cielo della pausa che gli concedea, e ad implorare la protezione per sè e per la diletta sua figlia.

[190]

CAPITOLO XXII.
«Se poi, le sollecitudini, il rispetto, l’amore, che vi ho dimostrato non bastano a vincere il gelo di quel cuore; affè che vi farò la corte come si aspetta ad un militare.»

I due Veronesi.

L’appartamento entro cui fu condotta lady Rowena era messo con quella magnificenza priva di gusto in cui stavasi il lusso di que’ giorni, contrassegno di distinzione e riguardo che gli stessi prigionieri a lei pari di grado non aveano ottenuto. I fregi però e le suppellettili del ridetto appartamento erano stati notabilmente danneggiati dalla negligenza e dal tempo, essendo trascorsi molti anni dopo la morte della moglie di Frondeboeuf, che lo abitava, nè avendovi dimorato altri dappoi. Staccata in più luoghi vedeasi la tappezzeria che ne ornava le pareti, altrove il sole ne avea smunti i colori, e su tali apparati, come sugli altri arnesi scorgeansi i guasti operati dagli anni. Tal quale ella era però sì fatta stanza, venne giudicata la più degna da assegnarsi alla erede Sassone, che fu lasciata ivi a meditare sul proprio destino, mentre gli altri personaggi del criminoso dramma s’accordavano su le parti che ciascun di loro dovea sostenere; la qual cosa venne pattuita in un parlamento che insieme tennero Frondeboeuf, Bracy e il Templario. Dopo lungo discutere fra di loro sui vantaggi che sarebbero derivati a ciascuno da tale impresa audacissima, convennero finalmente anche sul modo di ripartire i prigionieri.

Gli era pertanto vicino il mezzogiorno, allorchè Bracy, già primo ad ideare il disegno della spedizione com’era primo nell’avervi interesse, si pose in atto di compire i divisamenti concetti sulla mano e sulle ricchezze dell’avvenente lady Rowena.

Non però solamente nel parlamento dianzi descritto avea speso il tempo dacchè era nel castello Bracy; poichè ne diede una parte ad acconciarsi con tutta la ricercatezza che poteva essere in un cicisbeo di quella età. Messi in disparte il giustacuor verde e la maschera, le sue lunghe chiome annodate in trecce gli scendeano sopra sfarzoso mantello guarnito di pelliccia; una specie di camiciuola venivagli sino a metà della gamba; gli pendea sontuosa sciabola da cinturino ricamato d’oro. Accennammo altrove la bizzarra usanza che dominava allora circa le punte delle scarpe; ma quelle di Bracy presentavano il nec plus ultra dell’usanza medesima, tanto lunghe e volte all’insù da poterle ottimamente credere due corna di montone. Ma tal era nell’incominciare del secolo XII l’uniforme dei damerini, nè potea negarsi il merito a Bracy di saper dargli spicco per vantaggio [191]di figura e di modi ne’ quali unite apparivano la compitezza d’un cortigiano e la franchezza d’uom di guerra.

Ei salutò lady Rowena levandosi il berrettone che era di velluto, e fregiato di un medaglione d’oro ove si vedea scolpito s. Michele in atto di conquidere il nemico del genere umano. Col capo tuttavia scoperto, fece un cenno come per pregare lady Rowena a sedersi, e poichè questa continuava a starsene in piedi, si levò il guanto offerendole la mano per condurla vicino ad una seggiola. Ma Lady Rowena ricusò questa sua premura volgendogli con nobile alterezza tai detti:

«Se io sono dinanzi al mio carceriere[30], e le circostanze mi costringono a crederlo, ser cavaliere, è debito della prigioniera il rimanersi in tale postura sintantochè ella abbia udito pronunziare il tenore del suo destino.»

«Leggiadra lady Rowena» rispose Bracy «io sono il vostro prigioniere, e vi state alla presenza dell’uomo ridotto a tale condizione per voi, non alla presenza d’un carceriere. Lungi da me fin l’idea di pronunziare sul vostro destino! Da quelle labbra vezzose aspetto in vece la sentenza che dee risolvere del mio.»

«Non vi conosco, ser cavaliere» rispose lady Rowena sollevando il capo con aria d’indignazione proporzionata all’oltraggio che al suo grado e alla sua beltà veniva arrecato. «Non vi conosco, e l’audace famigliarità ond’or pompeggiate meco di frasi da trovadore non è manto valevole alla violenza usata da un masnadiere.»

«Deh! incolpatene» riprese a dire Bracy che continuava sulle medesime corde «incolpatene i vostri vezzi. Soli essi m’inspirarono quanto potei farmi lecito, dimenticando persino il rispetto dovuto a colei che ho scelta a sovrana di questo cuore.»

«Vi replico che non vi conosco, e tutt’uom che porti catenella e sproni d’oro[31] non dee presentarsi tenendo simil linguaggio ad una donna indifesa.»

«Ella è una sciagura per me il non essere da voi conosciuto, pure, permettetemi lo sperare, che il nome di Bracy non vi soni affatto nuovo [192]all’orecchio, poichè gli araldi d’armi lo divulgarono più d’una volta nei tornei e su i campi delle battaglie, e poichè i menestrelli lo fecero scopo ai loro canti.»

«Lasciate dunque agli araldi d’armi e ai menestrelli la cura di esaltare le vostre prodezze. Tai lodi staranno meglio nelle loro labbra che nelle vostre; e ditemi intanto a quali archivi consegneranno la vittoria che riportaste la scorsa notte sopra d’un vecchio seguito da alcuni servi paurosi; e in quai libri registreranno la nobile impresa di rapire una giovane inerme per trasportarla a suo malgrado nel castello d’un assassino.»

«Voi siete ingiusta, lady Rowena» disse Bracy mordendosi le labbra in aria d’uom confuso, e scendendo a gradi ad un tuono più a lui confacevole di quello di caricato ganimede ch’egli aveva assunto da prima «ed è perchè non sentite in voi stessa la forza d’una gran passione, perchè non volete ammettere scusa sopra un delirio di frenesia, che fu effetto della vostra avvenenza.»

«Vi prego, ser Cavaliere, mettete in disparte il linguaggio de’ girovaghi cantarini; risuona male parlato da un nobile cavaliere qual v’annunziate di essere. Certamente voi mi costringete ora a sedermi per provarvi quant’io faccia lieve conto di questi fiori di galanteria fatti omai rancidi col trovarsi in ogni ballata.»

«La vostra alterezza» soggiunse Bracy, punto dal vedere come la via de’ modi cortesi non gli ottenesse che sprezzi «la vostra alterezza si è scontrata in un animo non meno altero. Sappiate adunque che ho fatto valere le mie pretensioni alla vostra mano nel modo il più convenevole alla mia indole, e la vostra che ora conosco, mi prova essere voi una fra quelle beltà da conquistarsi colla lancia in resta, e non adoperando i gentili accenti d’un cortigiano.»

«Se tai gentili accenti intendono solamente a celare la viltà del procedere, divengono come la cintura d’un nobile cavaliere stretta a’ fianchi d’abbietto villano. Non mi fa or maraviglia la facilità con cui vi siete stôlto da una ricercatezza di cortesia che v’impacciava. Nè il nego, vi sareste fatto più onore conservando l’uniforme e il dialetto d’un masnadiere, che cercando velar azioni di masnadiere coi colori troppo ad esse estranei d’una accattata cortigianeria.»

«Il vostro suggerimento è ottimo, lady Rowena, e conformando ora l’ardire de’ miei discorsi a quello delle mie azioni vi protesto che non uscirete di questo castello se non se moglie di Maurizio di Bracy. Non sono avvezzo ad incagliare nelle imprese cui mi cimento, e per altra parte un Nobile Normanno non ha bisogno di giustificare sì scrupolosamente la propria condotta agli occhi di una nobile Sassone, assai onorata da lui se le offre la propria mano. Voi siete altera, lady Rowena. Ebbene! ciò vi rende più degna d’appartenermi. Fuor dello sposarmi evvi forse altra strada per voi onde innalzarvi al grado e agli onori che vi sono dovuti? [193]Vedreste forse altra via più decorosa ad uscire d’una capanna, ove i Sassoni fan vita comune co’ propri maiali, uniche loro ricchezze? a trovarvi collocata nel grado che vi si aspetta? a brillare fra le persone dell’Inghilterra le più distinte per leggiadria, le più ragguardevoli per possanza?»

«Ciò che avete la bontà di chiamar capanna, ser Cavaliere, mi fu soggiorno sin dalla prima mia fanciullezza, e vi do parola, che se mai giugnessi ad abbandonarlo di mia volontà, ciò sarebbe solamente per seguire chi non disprezza l’asilo ove ebbi educazione, e quelle costumanze cui m’ha affezionata la consuetudine.»

«V’intendo, leggiadra milady, benchè voi crediate usar termini abbastanza velati ond’io non giunga ad indovinarne il senso in tutta la loro estensione. Ma mettete da una banda la speranza, che Riccardo risalisca il soglio giammai, e molto più l’altra che Wilfrid d’Ivanhoe, favorito di Riccardo, vi conduca qual propria sposa a’ piedi di questo principe. Tutt’altri che io toccando sì fatto cantino non potrebbe liberarsi dal sentir qualche moto di gelosia; ma non mi rimoverà dalle risoluzioni, in cui sono venuto con volontà la più deliberata, tal vostra passione priva di speranza, e ch’io riguardo come una fanciullaggine. Posso dirvi per altro che questo rivale sta in mio potere, che è qui prigioniero, che Frondeboeuf non ne sa nulla, benchè bastasse una mia parola a farnelo consapevole, e a destar nel suo cuore una gelosia che potrebb’essere ben più funesta della mia al vostro amante.»

«Qui Wilfrid!» sclamò lady Rowena. «Ah! ciò è vero quanto è vero che Frondeboeuf gli è rivale.»

Bracy fisò gli occhi un istante sopra di lei. «Da vero, nol sapevate?» indi le disse. «Non sapevate nemmeno ch’ei facea viaggio nella lettica dell’Ebrea? cocchio non v’ha dubbio addicevole ad un Crociato!» Poi si diede a ridere in tuono schernevole.

«S’egli è vero che qui si ritrovi» soggiunse lady Rowena con tuono d’indifferenza sforzata, perchè si affaticava indarno a nascondere interamente il tremore della persona, e le agitazioni che le portò nell’animo sì fatto annunzio «in qual modo è desso rivale di Frondeboeuf? o qual altra cosa può egli temere da costui oltre ad una cattività di poca durata e alla necessità di pagare un ragionevol riscatto giusta gli usi della cavalleria?»

«Cadreste voi forse nell’abbaglio, solito però alle persone del vostro sesso, di credere non esservi altri gelosi dispetti che quelli suscitati dalla loro avvenenza? Non sapete che v’ha gelosie d’ambizione, d’onori, di potere, di ricchezze, oltre a quella gelosia che è figlia di amore? Nè credete che Frondeboeuf cercherà spacciarsi di chiunque possa contrariarlo nelle sue pretensioni alla bella baronia d’Ivanhoe, da lui vagheggiata con tanto ardore e con sì poco scrupolo, com’oserebbe uom che aspirasse al cuore della più leggiadra fra le donne dell’Inghilterra?»

[194]
«Salvatelo, per amor del cielo, salvatelo» sclamò lady Rowena, la cui fermezza fu vinta dal timore concetto in quel punto pe’ dì dell’amante.

«Posso, voglio salvarlo, e tal è la mia mente. Una volta che lady Rowena sia divenuta sposa di Maurizio di Bracy, chi ardirebbe attentare veruna cosa contro un parente di lei, contro il compagno della sua fanciullezza, il figlio del suo tutore? Ma il dono della vostra mano dee comperare la mia assistenza. Non son poi sì pazzo, nè d’un’indole tanto romanzesca da voler compromettermi per sottrarre ai rischi, fra cui s’avvolge, quell’uomo dal quale deriva il più possente fra gli ostacoli opposti ai miei desiderii. Adoperate a pro di lui la prevalenza che avete sopra di me, e non ha egli da temer cosa alcuna. Ma se ricusate l’omaggio del mio cuore, Ivanhoe perirà, nè voi quindi sarete più libera.»

«Questo tuono d’indifferenza e di durezza in voi sembra forzato» disse lady Rowena guardando fisamente Bracy. «O voi non siete malvagio quanto volete sembrarlo, o non avete tutto il potere che v’arrogate coi detti.»

«Non vi lasciate sedurre da tale idea» rispose Bracy «il tempo vi darà a diveder com’è falsa. Pensate piuttosto che il vostro amante, cioè l’amante che preferite, trovasi in questo castello, ferito, privo di protezione, e pensate che la vita di lui è il cancello posto tra Frondeboeuf e la cosa che Frondeboeuf antepone a tutte le bellezze dell’universo. Vi immaginate forse che costasse molto a Reginaldo il rompere questo cancello con un colpo di pugnale? Forse vi confidate in ciò, ch’ei non oserebbe condursi a tal atto di aperta violenza. Sia pur anche. Ma un finto medico può amministrare al ferito tale ricetta che lo guarisca per sempre da tutti i mali. Ma la persona incaricata di servirlo durante l’infermità, può ritrargli il capezzale di sotto la testa, e dar tale sforzo alla sua gola, che impedendogli il respiro, gli agevoli il passaggio all’altro mondo[32]. Così o colla prima o colla seconda delle additate maniere, Ivanhoe perirebbe, senza che Frondeboeuf potesse venir sospettato autore della sua morte. Dite così di Cedric…..»

«Cedric!» sclamò lady Rowena «il mio nobile, il mio generoso tutore! Ah! ben merito le sventure che mi opprimono, poichè ho potuto dimenticarlo, tutta intesa coll’animo alla sorte del figlio suo.»

«Sì: anche il destino di Cedric dipende dalle vostre deliberazioni» soggiunse Bracy «e lascio a voi la cura di meditare su ciò.»

Fino a tale istante, lady Rowena avea sostenuta quest’affliggentissima scena con un’ammirabile intrepidezza, ma fu merito in gran parte del non aver essa riguardato nè come così serio, nè tanto imminente il pericolo. [195]La sua natural indole era quella che i fisonomisti generalmente attribuiscono alle carnagioni bianche, mansueta, timorosa e sensiva; e sol doveva ad educazione una tempera d’animo alquanto più forte. Usa a veder cedere ad ogni sua menoma brama i voleri d’ognuno, e persino del medesimo Cedric, imperiosissimo ver tutti gli altri, ella avea acquistato quella specie di coraggio e di sicurezza, che sono in noi l’effetto della consuetudine di vedere costantemente propensi e chini ai nostri voleri coloro coi quali trascorriamo la nostra vita. Non sapea quasi Rowena formare a sè stessa l’idea di resistenza ai propri disegni, e molto meno l’altra di vedersi costretta cedere agli altrui comandi.

Dopo avere girati gli occhi attorno di sè, quasi cercando soccorsi, che le era impossibile allora il trovare, dopo aver mandate alcune esclamazioni sconnesse, e che non presentavano verun significato, alzò le braccia al cielo prorompendo in lagrime e abbandonandosi alla disperazione la più violenta. Niuno l’avrebbe veduta in tale stato senza provarne pietà, e lo stesso Bracy sentivasi commosso a proprio malgrado, benchè per vero dire imbarazzato più ancora. Egli scorgea d’essersi spinto troppo innanzi perchè gli fosse lecito tornare addietro, e per altra parte lady Rowena ridotta era in tale stato che nè i ragionamenti nè le minacce più omai potevano sopra di lei. Bracy trascorrea in lungo ed in largo l’appartamento, ora tentando modi a calmare l’avvenente Sassone, ora studiando a qual partito dovesse appigliarsi.

«Se mi lascio intenerire» così ragionava egli fra sè medesimo «dai pianti e dal dolore di questa inconsolabile divinità, qual frutto raccorrò io dalla tentata spedizione, fuorchè vedere andate a male le belle speranze, alle quali m’abbandonai, e per le quali mi son cimentato a tanti pericoli? E mi toccherà inoltre sofferire i motteggi del principe Giovanni e de’ miei colleghi! Pure non mi sento fatto per la parte che impresi a sostenere. Non mi regge l’animo vedere intrepido que’ begli occhi che si stemprano in lagrime, que’ vezzosi lineamenti sformati dall’agonia della disperazione. Oh almeno si foss’ella mantenuta negli atteggiamenti e nei modi della primiera alterezza! ovvero avessi io, pari a Froudeboeuf, munito il cuore d’un triplice bronzo!»

Agitato fra tali considerazioni non trovò altro di meglio che pregar replicatamente lady Rowena a tranquillarsi, procurare di farla certa che non era in lei vero motivo di darsi in preda a cotanta disperazione; non aver egli avuto in animo di cagionarle un’angoscia così violenta, essere stato condotto da un eccesso di passione a prorompere in minacce ch’ei si sarebbe vergognato di mandare ad effetto. Ma in mezzo ai conforti che cercava procurarle, venne sorpreso dal suono per tre volte replicato di quel corno, che nel tempo medesimo avea messi in trambusto tutti gli abitanti del castello, e che avea rotto il corso degli spartati loro divisamenti agli altri complici di Bracy, come vedremo ancora del Templario. [196]De’ tre confederati forse fu Bracy quegli che men si dolse del contrattempo, perchè il suo colloquio con lady Rowena era giunto a tal termine che gli divenivano cose egualmente scabrose il troncarlo ed il continuarlo.

A tal passo crederemmo quasi mancare ad un dovere col non offerire ai nostri leggitori qualche prova, più ancora degli incidenti nella nostra storia narrati, atta a convincerli quanto sia conforme alla verità la trista dipintura che loro abbiamo presentata intorno i costumi di quella età. Egli è uno sgradevole argomento di considerazione il vedere che que’ prodi baroni, i quali colla nobile resistenza che opposero alle smodate pretensioni della Corona, assicurarono la libertà dell’Inghilterra e i privilegi del popolo inglese, sieno stati feroci oppressori eglino medesimi, ed abbiano commessi atti abbominevoli, non solamente contrarii alle leggi della lor patria, ma a quelle eziandio dell’umanità. Sfortunatamente un solo di que’ molti tratti che il giudizioso Henry attinse nelle opere degli scrittori contemporanei a que’ giorni, basta a dimostrare, che la finzione stessa potrebbe appena aggiugnere alla cupa orridezza di tempi sì disastrosi.

A quali atrocità potessero condursi per isfogare la violenza de’ propri appetiti i baroni e i signori de’ castelli, tutti Normanni, lo dimostra la descrizione delle crudeltà da essi usate, sotto il regno di Stefano[33], descrizione a noi trasmessa dall’autore della Cronaca Sassone.

«Essi opprimevano il popolo» dic’egli «obbligandolo a fabbricare castella, poi fabbricate queste, le empivano di malvagi, o per meglio dire di demonii incarnati, il cui ministerio era impadronirsi delle persone d’entrambi i sessi più distinte e per loro ricchezza più nominate; e queste venivano gettate entro carceri ove soggiacevano a supplizi più crudeli di quanti ne abbia un martire mai sopportati. Alcuni di tali infelici eran sepolti nel fango, altri, sospesi o pei piedi o pel collo o pei polsi, venivano sovrapposti ad ardenti braciai. Talvolta con nodose corde ne fasciavano i capi e strigneano la legatura finchè i nodi penetrassero nel cervello delle vittime, talora le gettavano in sotterranei zeppi di vipere, di rospi e di serpenti.»

Rimprocceremmo noi medesimi di crudeltà, se continuando fino al suo termine questo orribile racconto, prolungassimo ai leggitori una ingrata sensazione oltre all’uopo necessario allo scopo che ci eravamo prefissi.

Altra prova, e forse la più forte di quante possano arrecarsi a dimostrare i frutti amari allor prodotti dalla conquista si è, che l’imperatrice Maria, comunque nata dal re di Scozia e imperatrice d’Alemagna, figlia, sposa e madre di monarchi, fu costretta, mentre, giovine, soggiornò nell’Inghilterra [197]ove ricevè educazione, ad assumere il velo monastico siccome unica via di sottrarsi alle licenziose persecuzioni de’ nobili Normanni. Tal fu la particolarità che, siccome unico motivo de’ professati voti, ella addusse dinanzi al gran consiglio del clero Inglese, affinchè questi voti medesimi venissero annullati; e quell’assemblea ammise la validità della scusa; poi chiarendo le circostanze dalle quali questa sovrana fu spinta ad abbracciare uno stato cui non avea vocazione, da ogni obbligo monastico la liberò; dal quale atto rimase autenticata nel modo il più solenne l’esistenza di tal effrenata dissolutezza che fece l’obbrobrio di quel secolo. Non v’era chi negasse, diceasi, che dopo la conquista dell’Inghilterra operata da Guglielmo, i Normanni venuti con esso, superbi di tanto segnalata vittoria, non obbedivano ad altre leggi fuorchè alle proprie passioni. Non solamente spogliavano di beni e poderi i Sassoni debellati, ma faceano guerra aperta, e in brutal modo, all’onore delle lor mogli e dei loro figli. Indi fu che così di sovente le vedove e le donzelle pertenenti all’antica nobiltà del paese, si ritiravano nei conventi, ove abito religioso vestivano, non mosse da claustral vocazione, ma perchè, non rimaneva ad esse una via più sicura a serbare puro ed incontaminato l’onore.

Tal era la dissolutezza de’ tempi, e tal la prova somministratane da un atto pubblico dell’assemblea del clero Inglese, che Eadmer ne ha serbato. Noi crediamo pertanto non avere d’uopo di maggiori documenti ad accertare come e le tristi scene da noi presentate, e quelle che ne toccherà presentar tuttavia, non possono sicuramente incontrar nota di scostarsi da quanto è verisimile.

[198]

CAPITOLO XXIII.
«Così lion poichè n’ha il cor ferito

«Di lionessa amata il grato aspetto,

«A palesarle amor tempra il ruggito.»

Douglas.

Intantochè ne’ diversi spartimenti del castello accadeano le scene dianzi descritte, ne appresentava un’altra l’ebrea Rebecca entro una delle torri che Frondeboeuf avea fatto costruire a ciascun angolo del castello. Ivi ella era stata condotta da uno de’ suoi immascherati rapitori, i quali la introdussero in una picciola stanza, ove trovossi alla presenza di vecchia sibilla, intesa a filare e a canticchiare, o per meglio dire a borbottare un’antica ballata sassone, quasi accompagnandone il tempo colle volte che imprimeva al suo fuso. Sollevò essa il capo in veggendo entrare la bella Israelita, e fisò sovr’essa uno sguardo invido e maligno, accoglienza usata che l’avvenente giovinezza riceve dalla vecchiaia giunta a laidezza, tanto più se con queste due qualità si mette per terzo compagno un talento malefico.

«Su via, strega» sì disse una delle guide di Rebecca «spacciati, e sgombra di qui; tal è il comando del nobile nostro padrone; gli è duopo che tu ceda luogo ad una salvaggina più appetitosa di quel lurido tuo carcame.»

«Sì» disse brontolando la vecchia. «Così si pagano i miei servigi. Fu un tempo che bastava una mia parola per far cacciare il migliore fra gli uomini d’armi di questo castello. Or mi tocca ubbidire agli ordini dell’ultimo mozzo di scuderia.»

«Madonna Ulfrida» disse l’altro di que’ due galantuomini «non è questo il momento di far considerazioni, ma di obbedire e subito. Sai che non ci vuol duro orecchio quando il padrone comanda. Tu hai goduto al tuo tempo quant’altri mai possa godere. Il tuo sole ebbe il suo mezzogiorno, or corre al tramonto; e somigli a vecchio caval di battaglia messo nello stato di riforma; corresti di galoppo, or non se’ più buona nè manco al trotto. Su via, sbrigati e libera il campo.»

«Siete due cani» soggiunse la vecchia «e possa divenirvi sepolcro un canile! Voglio che Zernabok, il demonio degli antichi Sassoni, mi strappi di qui a brani, se esco prima d’aver filato tutto il lino avvolto all’intorno di questa rocca.»

«Ne renderai conto al padrone» disse un di costoro; poi ritiratisi entrambi, la lasciarono con Rebecca, cui movea nausea in uno e spavento la presenza di tale orca.

«Da che parte soffia mai il vento quest’oggi, e qual affare diabolico [199]stan macchinando?» borbottò la vecchia, allorchè i due condottieri di Rebecca furon partiti. Poi fisando con maligne occhiate Rebecca: «Veramente non è difficile l’indovinarlo; occhi vivaci, capelli neri, pelle bianca come la carta, prima che un sapiente l’abbia empiastrata con quella sua morchia nera…. Sì, sì! apparisce chiaro il perchè l’abbiano mandata in una torre ove non abito che io sola, in una torre d’onde un grido è inteso come se chi lo manda stesse sepolto diecimila tese sotto terra… Mia bella giovinetta, tu avrai gufi per vicini quanti ne vuoi e ne udirai gli stridori; quelli poi che tu metterai, non vi sarà un’anima che gli ascolti… Ma ell’è forestiera» e intanto esaminava il turbante e le vesti di Rebecca. «D’onde vieni? Sei tu Saracina o Egiziana? Perchè non rispondi? Non sai che piangere? O saresti muta?»

«Non andate in collera mia buona madre» rispose Rebecca.

«Dicesti assai, non occor altro» soggiunse Ulfrida «le volpi si conoscono dalla coda, e dalla lingua gli Ebrei.»

«Per amor del cielo! raccontatemi quel ch’io debba temere, e qual conclusione avrà la violenza onde qui m’hanno condotta: o forse a motivo della religione che professo si vuol la mia vita? Ne farò senza lamentarmi il sacrifizio a Dio.»

«La tua vita, carina! Eh! che vantaggio o diletto ritrarrebbero eglino dalla tua morte? Sta pur sicura che la tua vita non corre pericolo alcuno. Ti toccherà sorte non dissimile da quella ch’io stessa provai. Di fatto, un’Ebrea non può pretendere d’essere trattata meglio d’una nobile donzella Sassone… Guardami, io era giovane al pari di te ed anche più bella, allorquando Frondeboeuf, padre di Reginaldo, s’impadronì a viva forza di questo castello. Mio padre e i miei sette fratelli gli disputarono, d’appartamento in appartamento, palmo a palmo, il loro retaggio. Del sangue di questi si tinse ogni stanza, ogni scala. Sino al fanciullo in fascie tutti vennero trucidati; e il gel della morte non avea tuttavia addiacciati quegli esanimi avanzi, il lor sangue non era per anche rappreso, che già il vincitore mi aveva fatta sua preda.»

«Nè vi sarebbe alcuna via di fuggire, di sottrarmi a costoro?» esclamò Rebecca. «Qual ricco guiderdone v’avreste del soccorso che foste pronta a concedermi!»

«Fuggire! sottrarti!» replicò Ulfrida. «Non ci pensare nemmeno. Per uscire di qui non v’è che una porta, quella della morte; e questa ancor si apre tardi» soggiunse costei dimenando il capo. «Però gli è un conforto il meditare che ci lasciam dopo altri viventi, i quali non saranno meno miserabili di noi sulla terra. Addio, Ebrea… Ebrea o Cristiana, credilo pure, il tuo destino sarebbe sempre lo stesso, perchè hai che fare con gente, la quale non conosce nè scrupoli nè compassione. Addio, dunque; il lino della mia rocca è finito, e le tue faccende non sono ancor cominciate.»

[200]
«Rimanete! deh rimanete!» sclamò Rebecca. «Non fosse che per ingiuriarmi e maledirmi, la vostra presenza sarà sempre per me una specie di protezione!»

«Protezione a voi! Se non potrebbe proteggervi neanche la madre di Dio![34] Guardatela» aggiunse Ulfrida accennando a Rebecca un’effigie della Beata Vergine scolpita informemente sulla parete. «Vedetela là. Provate se potete indurla ad allontanare da voi il destin che vi aspetta.»

La vecchia strega uscì, pronunziati questi accenti che accompagnò d’uno schernitore sorriso, onde le grinze di quel suo volto si difformarono di nuova schifezza. Indi chiuse, dando doppia volta alla chiave, la porta. Rebecca la udì scender le scale, maledicendo ad ogni passo i gradini perchè li trovava tropp’alti.

Rebecca in quell’ora andava incontro a pericoli assai maggiori di quelli che potean sovrastare a lady Rowena. Non era cosa improbabile che qualche ombra di rispetto venisse conservata verso l’erede di nobile famiglia sassone. A quai riguardi doveva aspettarsi una giovane che apparteneva ad una schiatta proscritta e perseguitata? Pure l’Ebrea godeva un vantaggio sopra la Sassone; e le derivava dalla consuetudine di meditare, da una forza di spirito ben superiore agli anni che avea, dalla conoscenza de’ pericoli fra cui la sua gente sempre avvolgevasi, le quali circostanze la facean più ricca di modi onde far fronte agli oltraggi che la minacciavano. Fornita d’un’indole ferma e dedita ad indagare fin dalla sua verdissima giovinezza, nè la pompa o l’opulenza di cui sfoggiava il padre suo fra le domestiche mura, nè quanto vedea di simile nelle case d’altri doviziosi Israeliti, l’accecarono mai tanto da non iscorgere come precaria fosse la sua condizione. Pari a Damocle seduto a quella rinomata mensa, ella vedea fra lo splendore del lusso cui era avvezza, la spada ad un sol capello sospesa sul capo di tutta la sua popolazione. Tali considerazioni le avevano fortificata la mente, e fatta pieghevole alle leggi del destino un’indole, che sotto diversa combinazione di cose sarebbe forse divenuta altera, disdegnosa, ostinata.

Dall’esempio e da’ comandi paterni Rebecca aveva imparato a condursi con urbani modi verso chiunque le si fosse avvicinato, tranne però l’imitare il padre nella servile abbiezione. Troppo nobilmente altero avea sortito l’animo questa giovane, che sarebbe venuta in dispregio a sè medesima col farsi lecito un atto sol di viltà; ma tal orgoglio era ad un tempo modesto, laonde si sommettea rassegnata allo stato in cui, come partecipe dell’obbrobrio attribuito a’ suoi confratelli, l’avea posta il cielo, mentre però godeva dell’interno convincimento di aver diritto nella pubblica stima [201]ad un più alto grado di quello cui le permetteva aspirare il dispotismo arbitrario de’ pregiudizi religiosi.

Preparatasi pertanto di buon’ora alle avversità, aveva acquistata la fermezza necessaria a sopportarle. La condizione, cui trovavasi in quel momento, chiedea di fatto molta presenza di spirito, e quanto ne aveva ella, il raccolse attorno di sè.

Sua prima cura pertanto fu l’investigare ogni parte di quella stanza. Ma non vedea modi d’uscirne, perchè chiuso erane accuratamente l’uscio, nè dopo aver fatte ricerche attentissime, s’accorse che vi fossero porte, nè alle pareti nè orizzontali sul suolo o visibili o segrete. Nemmeno vi si potea assicurare da altrui sorpresa perchè l’unica porta che v’era non andava munita di catenacci interni. Non osservavasi che un muro grosso e continuo all’intorno, le tavole che formavano il pavimento, oltre all’essere di robustissimo legno, scorgeansi ottimamente connesse; nè presentavano la menoma fenditura. La sola finestra da cui ricevea luce quel luogo, potea darle qualche speranza, perchè scendendo sino al suolo dell’appartamento, nè guarnita d’inferriata, metteva ad un verone, o a dir meglio esterno terrazzo, largo incirca tre piedi, e così ideato che vi potessero capire alcuni arcieri, ogni qual volta fosse stato d’uopo difendere il castello assalito da quella banda. Ma non tardò ella ad avvedersi come tal pianerottolo fosse in isola, e privo di comunicazione con tutto il rimanente dell’edifizio. Sotto di questo terrazzo, alto più di sessanta piedi da terra, stava un cortile lastricato di grosse pietre.

Non le rimanea quindi altro conforto che il coraggio della rassegnazione, e quella ferma confidenza nel cielo che è retaggio dell’anime nobili e generose. Comunque le promesse onde la Scrittura conforta il popolo eletto, mal interpretate da Rebecca, divenissero per lei articolo di fede, ella non maravigliava però della condizion presente de’ suoi confratelli, essendosi avvezza a considerarla come uno stato di prova, ed a ridursi nella speranza che verrebbe a’ figli di Sion il lor giorno di vedere risorgere la propria gloria ecclissata e l’antica prosperità. Nell’espettazione di sì avventuroso momento, tutte le cose ch’ella vedea intorno a sè le annunziavan esser quello uno fra gl’istanti di persecuzione, predetti dai Profeti, e quindi debito di lei il sottomettersi senza querela ai voleri del Cielo. Riguardandosi pertanto siccome una fra le vittime della comune sciagura, erasi da lungo tempo accostumata a contemplare con intrepidezza i disastri che le potessero accadere, e ad invigorire il proprio animo per sofferirli senza avvilirsi.

Ella non potè nullostante ristarsi dal tremare, e mutar colore allorchè udì alcuno salir la scala che conduceva alla stanza, e soprattutto poi chè apertasi la porta, vide entrare un uomo di grande statura, e vestito come gli altri malandrini, autori della sua prigionia. Il berrettone che gli scendea fino al sopracciglio nascondeva la parte superiore del costui volto [202]e tenea il mantello incrocicchiato alto in guisa da non discernerne la parte inferiore. Sotto sì fatto travestimento, com’uomo che s’accignesse a cosa di cui vergognasse egli medesimo, chiuse con ogni riguardo la porta, prestandosi indi al cospetto dell’atterrita sua prigioniera. Comunque più ardimentoso di coloro da’ quali avea preso l’abito in prestanza, parve nondimeno esitante nello spiegare a Rebecca il motivo di tale visita. La giovane Israelita, che giudicava il personaggio alle vesti, immaginò non difficil cosa amicarselo coll’appagarne l’avarizia, onde profittò del tempo per torsi una sontuosa collana e due ricche smaniglie, che a lui presentò sì dicendo:

«Amico, accettate questi gioielli, e per amor del cielo, abbiate compassione del vecchio mio genitore e di me. Tal presente non è privo di valore, ma è una minuzia a confronto di quanto saremmo pronti a retribuire per liberarci da questo castello, immuni d’oltraggi.»

«Bel fiore di Palestina» rispose il Templario, ricusando i gioielli offertigli «le perle che mi offerite sono orientali, ma cedono in candore alla bianchezza de’ vostri denti; e il fuoco di questi brillanti languisce al paragone dello splendore che mandano quelle pupille. Oltrechè, fin d’allora che abbracciai questa professione, giurai con voto di anteporre sempre la beltà alle ricchezze.»

«Non fate danno a voi medesimo» rispose Rebecca «abbiate pietà di noi. Provveduto d’oro, niun’altra cosa vi mancherà; col maltrattarci non vi guadagnate fuorchè rimorsi. Il padre mio soddisferà di buon grado ogni vostra brama, e se vorrete avvisar giusto, il danaro che otterrete vi potrà agevolare la via di rientrare nella società, valervi il perdono delle passate colpe, e mettervi fuor del bisogno di commetterne nuovamente.»

«Il ragionamento è assai ben inteso,» rispose Guilbert in francese, trovando forse qualche difficoltà a continuare il colloquio in lingua sassone, come lo aveva incominciato Rebecca «ma sappiate, vezzoso giglio della valle di Bacca, che il padre vostro or già si trova fra le mani di un valente alchimista, il quale avrà la virtù di fonderne i shekel e trasmutarli in verghe d’oro. Il venerabile Isacco soggiace adesso a tal preparazione che gli farà rinunziare a quanto ha di più caro nel mondo senza l’uopo ch’io mi adoperi o preghi a tal fine. Quanto a voi, l’amore e la bellezza debbono pagare il vostro riscatto, nè d’altro ne accetterei.»

«Voi non siete uno fra gli scorridori che infestano queste selve!» disse Rebecca valendosi dell’idioma stesso adoperato dal Templario. «Io me lo era già immaginata; non si è mai dato che uomo di tal professione ricusi simili offerte, e niuno fra i masnadieri sassoni usa il dialetto in cui m’avete parlato. Voi siete un Normanno, forse un nobile Normanno. Deh! tal mostratevi negli atti, nè dovrete arrossire nel lasciarmi vedere il vostro volto scoperto.»

«E voi che colpite sì a segno nell’indovinare» rispose Bois-Guilbert abbassando il bianco mantello che gli nascondea una parte del viso «voi [203]non siete una figlia d’Israele, bensì l’incantatrice d’Endor, colla differenza che possedete in oltre giovinezza e beltà. Il diceste, bella rosa di Sahron. Io non sono uno scorridore, ma un cavaliere e cavalier Normanno di alto legnaggio, e mi sarà più diletto l’adornarvi di nuovi gioielli che togliervi quelli sotto cui fate sì bella mostra di voi.»

«E che v’aspettate dunque da me se non v’aspettate ricchezze?» soggiunse Rebecca. «Qual cosa può esservi di comune tra noi? Voi Cristiano, io Ebrea; la nostra unione è proibita dalle leggi della Chiesa e da quelle della Sinagoga egualmente; voi non potete pensar a sposarmi.»

«Sposarvi!» sclamò il Templario dando in uno scroscio di risa. «Sposare una Ebrea! no pel santo Dio, foste pur anche la regina di Saba! Sappiate di più, leggiadra figlia di Sion, che se il re Cristianissimo mi offerisse in isposa la sua Cristianissima figlia, e in dote la Linguadoca, non sarei in istato d’accettare l’offerta. Posso bene farmi lecita qualche frascheria, ma ammogliarmi non mai! I professati voti me lo impediscono. Son Templario, e questa insegna vel provi.» Allora le lasciò vedere la croce ricamata sul mantello, che avea fin a quel punto nascosta con un lembo del medesimo arredo.

«E voi ardite invocare simile testimonianza in tale momento?»

«A voi che rileva? Voi già non credete in questo venerando segno della nostra redenzione.»

«Credo quel che han creduto i miei padri, e se m’inganno nella mia credenza, possa il buon Dio perdonarmi!… Ma voi, ser cavaliere, qual credenza è la vostra, se non sentite scrupolo nel farvi manto d’un simbolo che la vostra religione ha per sacro, e ciò nel tempo che parlate di trasgredire un voto da voi giurato su questo simbolo istesso?»

«Voi predicate sì bene, figlia di Sirach, che è un incanto l’udirvi: ma mia cara, bella fra le belle, gli stretti pregiudizii della vostra nazione non vi dan luogo a conoscere i privilegi che noi godiamo. Il matrimonio sarebbe un delitto di primo ordine per un Templario[35], ma tutti gli altri capricci, ch’egli può prendersi la libertà di soddisfare, vengono considerati colpe veniali. Il più saggio fra i monarchi, e il padre suo, l’esempio del quale, ne converrete con me, debb’essere di qualche valore, non godevano [204]più estese prerogative di noi, poveri soldati del tempio di Sion, che ne assumemmo le difese. I proteggitori del tempio di Salomone hanno ereditato da quest’uom sommo il diritto d’imitare la sua condotta.»

«Se voi non leggeste la santa Scrittura che per trarne pretesti a giustificare una vita scandalosa, non siete diverso da coloro i quali s’adoprano a cavar veleni dall’erbe le più utili e salutevoli.»

In udendo sì meritato rimprovero, gli occhi del Templario sfavillaron di sdegno; «Rebecca, ascoltami. Finora ti parlai con mansuetudine. Incomincio adesso a tenerti linguaggio da padrone. Tu sei mia prigioniera: colla lancia e colla spada ti ho conquistata; e sei soggetta ai miei voleri secondo tutte le leggi delle nazioni. Io non cederò un palmo de’ miei diritti, e otterrò colla violenza quanto ricusi alle preghiere e alla necessità.»

«Ascolta me pure prima di lordarti d’abbominevol delitto. La tua forza può vincer la mia. Perchè Dio creò debole la donna, fidandosi alla generosità dell’uomo che ne avrebbe sacro l’onore. Ma io divulgherò la tua scelleratezza da un angolo all’altro dell’Europa, e dovrò alla superstizione de’ tuoi confratelli quello che forse mi negherebbe la loro pietà. Tutte le commende, tutti i capitoli del tuo ordine sapranno come un Templario violò per un’Ebrea i voti che avea professati. E que’ medesimi, i quali non fremerebbero sulla tua colpa, ti malediranno per aver disonorata la croce che tu porti, e disonorata per amore d’una giovane che apparteneva ad un popolo, secondo voi, riprovato da Dio.»

«Non ti manca spirito, mia vezzosa Ebrea» disse il Templario che non ignorava come una tresca illecita con un’Ebrea fosse punita severissimamente dagli statuti dell’Ordine, e che avea veduto digradare alcuni cavalieri convinti rei di tal colpa «ma bisognerà bene che tu abbia una voce assai acuta, se puoi farla udire oltre alle mura di questa torre. Esse, affinchè il sappi, non lasciano passar fuori nè querele, nè voci di pianto, nè gemiti, nè strida. Or dunque, non ne uscirai viva che ad un sol patto: accomodarti al tuo destino e abbracciare la nostra santa religione. Se ciò ti piace, potrai abbandonar questa torre, e sarà mia cura che tu splenda di tale magnificenza, onde le più orgogliose fra le nostre matrone si chiamino vinte nella pompa, come il sono nella bellezza, dalla favorita della miglior lancia fra i difensori del Tempio.»

«Accomodarmi al mio destino!» sclamò Rebecca. «Giusto Dio! qual destino! Abbracciare la tua religione! E che posso io pensare d’una religione professata da un mostro come tu sei? Tu la miglior lancia dei Templarii! La tua condotta è la condotta d’un vile; ma io la sprezzo e sfido ora a nuocermi la tua malizia. Il Dio d’Abramo ha aperta alla sua figlia una strada per sottrarsi a questo abisso d’infamia.»

Dette le quali cose corse impetuosamente verso la finestra che era rimasta aperta, postasi indi sull’orlo del pianerottolo da noi descritto testè. Essendo stato lungi dal presagire tale atto di disperazione il Templario, [205]che l’avea veduta immobile sino a quel punto, non potè nè rattenerla, nè attraversarle la strada. Nondimeno fece alcuni passi per correre ad essa. «Resta ove sei, feroce Templario» ella gridò «ovvero ti fa innanzi se il vuoi; ma al primo passo che tenterai verso di me, mi precipito all’istante nel profondo vano che sta aperto sotto i miei piedi. L’infamia mi spaventa ma non la morte.»

Voi siete ingiusta meco, o Rebecca, vi giuro sul nome che porto, per la croce la cui insegna fregia quest’omero…. pag. 205.

Terminati questi accenti giunse le mani sollevandole al Cielo, come per implorare la misericordia in sul procinto di consacrarsi alla morte.

Esitò un istante il Templario, ma quell’audace ferocia, sorda fino allora alle voci della pietà e alle preghiere, cedè all’ammirazione inspiratagli dal coraggio eroico dell’israelita donzella.

«Imprudente giovane!» le diss’egli «abbandonate quel fatal luogo; rientrate nella stanza, e vi giuro per quanto v’ha di sacro in cielo e in terra che nulla tenterò per offendervi.»

«Di te non mi fido, o Templario; troppo m’insegnasti a conoscere le virtù del tuo Ordine. Violare questo secondo giuramento non sarebbe per te che una venial leggerezza. Di fatto, potresti tu crederti in obbligo di tenere una promessa data ad una misera Ebrea, tu che non isgomentisci di tradir la fede giurata al tuo Dio?»

«Voi siete ingiusta meco, o Rebecca; vi giuro pel nome che porto, per la croce la cui insegna fregia quest’omero, per gli stemmi de’ miei antenati, che non avete da temere veruna cosa da me. Se non vi cale della vostra sicurezza, non dimenticate almeno la salvezza d’un padre; egli sta ora in pericolo, ed abbisogna d’un valevole amico. Io il sarò.»

«Oimè!» Rebecca esclamò «non so che troppo quai rischi gli sovrastino in questo luogo! Ma come credere alle vostre parole?»

«Acconsento che vengano rotte le mie armi e disonorato il mio nome, se avrete un motivo il più lieve di lagnarvi di me. Ho posto in non cale molte leggi, molti statuti, non ho mai mancato alla mia parola.»

«Eccovi fino a quanto posso fidarmi di voi» disse Rebecca, abbandonando il pianerottolo e venuta ad appoggiarsi al battitoio della finestra, che dalla descrizione da noi fatta si vede come dovea terminare al pavimento. «Non mi moverò di qui, e se voi con un sol passo cercate diminuire l’intervallo che ne disgiugne, v’accorgerete come un’Ebrea ami meglio commettere l’anima a Dio che l’onor suo ad un Templario.»

Mentre ella parlava in questa guisa, la sua fermezza nelle manifestate risoluzioni imprimevale al guardo, ai modi tal dignitosa esteriorità, che accresceane spicco all’avvenenza, e quasi le facea vestir natura di cosa più che mortale. Il timore di un destino terribile quanto imminente non le fece nè tremante il labbro nè pallida la gota; che anzi l’idea di essere padrona di sè medesima, e d’avere nella morte un rifugio contro il disonore, col francheggiarla le aggiugnea color più animato alle guance, e agli occhi suoi fulgidezza.

[206]
«Ebbene! sia pace fra noi, o Rebecca» sclamò il Templario.

«Sia» ella soggiunse. «Io pure desidero la pace, non bramo meglio che la pace; ma a questa distanza.»

«Ora non dovete più temermi.»

«Oh! no; non vi temo più, e ne do mercede a chi costrusse questa torre a tanta altezza, che un vivente non può caderne senza perder la vita. Grazie a questo, e più al Dio d’Israele, gli è vero, non vi temo.»

«Voi siete ingiusta, Rebecca, ne attesto il cielo e la terra! voi siete ingiusta. Io non sono per mia natura quale voi mi credete, crudele, indifferente per tutti fuorchè per me stesso, inflessibile. Una donna fe’ germogliare nel mio cuore la crudeltà, ma se fui spietato verso le persone del vostro sesso, ah! elleno non somigliavano a voi. Ascoltatemi, Rebecca. Non vi fu mai cavaliere che brandisse la lancia con cuore più ardentemente consacrato alla donna dei suoi pensieri come Brian di Bois-Guilbert. Questa donna era figlia di un barone di lieve conto, i cui dominii si ristrigneano ad una torre mezzo diroccata, ad un tristo vigneto, a qualche lega di terreno non dissodato sulla strada che guida a Bordò. Pure il nome di lei venne divulgato per ogni dove accadevano guerresche imprese; più divulgato che nol fu quello di tant’altre, le quali avevano una contea in loro dote. Sì» continuò egli con enfasi, e trascorrendo a lunghi passi la stanza, quasi immemore d’aver dinanzi a sè la bella figlia di Sion «sì, le mie geste, i pericoli che affrontai, il sangue che sparsi, fecer noto il nome di Adelaide di Montemart dalla corte di Castiglia fino a quella di Costantinopoli. E qual n’ebb’io guiderdone? Al mio ritorno, carico d’allori comperati a sì caro costo, a prezzo di tante fatiche e del mio sangue, la trovai sposata ad un semplice scudiere guascone, il cui nome non era mai stato pronunziato oltre i confini de’ suoi angusti poderi. Com’io fui allora, io che ardentemente amava costei! Giurai vendicarmi, e fu terribile la vendetta, ma ricadde soltanto sul capo mio. Passai la giovinezza errando di paese in paese. Nella virilità non mi è lecito conoscere le dolcezze d’un affetto mutuo e approvato dalle leggi; non avrò chi conforti la mia vecchiezza. Un avello solitario coprirà le mie ceneri, nè vi sarà dopo me alcuno che porti il nome di Bois-Guilbert. Misi ai piedi d’un superiore la mia libertà, la mia indipendenza. Il Templario, vero schiavo, eccetto l’intitolarsi tale, non può possedere in assoluta proprietà, nè tesori, nè terre: non vive, non opera, non respira che giusta i voleri e sotto il beneplacito del Gran-Mastro.»

«In vero!» disse Rebecca «quai vantaggi possono compensare sacrifizi sì grandi?»

«Il potere di vendicarsi, Rebecca, e la speranza di soddisfar l’ambizione.»

«Misera ricompensa per chi abbandona quanto gli uomini han di più caro!»

[207]
«Non parlate così, figlia mia, la vendetta è il piacer degli Dei, e se la serbarono in privilegio, nè insegnano, perchè riguardandola godimento troppo prezioso, non voleano che i mortali ne fosser partecipi. L’ambizione poi! oh l’ambizione è cosa tanto seducente da turbare la felicità persino del cielo. Rebecca» aggiunse indi dopo breve pausa, e scostandosi anche più dalla giovane «la donna che può anteporre al disonore la perdita della vita, certamente è fornita d’un’anima forte ed altera. Tu devi esser mia. Non vi spaventate» soggiunse tosto in veggendola tutta riscossa prendere ancora la via del pianerottolo «ciò non dovrebbe essere che di vostro pieno volere, e prescrivendone voi medesima i patti. Io v’invito a gioire in mia compagnia di più vaste speranze che non ne offre il soglio medesimo d’un monarca. Porgetemi attenzione prima di rispondermi e meditate prima di darmi una negativa. Il Templario, come scorgo esservi noto, perde i suoi diritti sociali e la libertà, ma fa parte di una corporazione possente, dinanzi a cui già paventano i troni. La gocciola di pioggia che cade nel mare par vi si perda; ma divien parte di quel formidabile oceano che mina gli scogli ed inghiottisce le intiere flotte. Così è dei cavalieri del nostro Ordine. Nè crediate ch’io sia fra essi uno dei più ignorati. Il valore di cui diedi alte prove, mi ha meritata una promessa della prima commenda che rimarrà vacante, e ognuno già mi riguarda come l’uomo nelle cui mani verrà il bastone di Gran-Mastro, appena morto Luca di Beaumanoir. Se a ciò pervengo, i grami soldati del Tempio non saran già paghi di mettere il piede sul collo de’ monarchi. Tanto può fare un fraticello dai zoccoli di corda. La nostra manopola strapperà gli scettri dalle loro mani, e la nostra armatura si collocherà sui lor troni. La venuta del Messia, che la vostra nazione aspetta invano, non potrebbe procurarle maggior possanza di quella cui mi è lecito l’aspirare. Non mi rimaneva che il conoscere un’anima accesa d’alti sentimenti al pari di me per metterla meco in comunione d’ogni mia grandezza; in voi l’ho trovata.»

«Ed è con una figlia d’Israele che osate adoperar tal linguaggio? Nè pensate?….»

«V’ho inteso; non mi opponete ora la differenza delle nostre opinioni religiose. Oh! a tal proposito! se poteste trovarvi appiattata ad un angolo quando teniamo le nostre adunanze segrete…[36]. Non crediate già che non abbiamo aperto gli occhi sulla follia de’ nostri fondatori, i quali rinunziarono a tutte le delizie del vivere per acquistarsi quanto essi chiamavano corona del martirio, morendo o di fame o di sete, o vittime or della peste or delle scimitarre di popoli barbari, cui disputavano invano [208]un arido deserto, che non presenta alcun vantaggio politico ad un Europeo che il posseda. Il nostro Ordine, innalzatosi ben a più alte mire, a più ardimentosi divisamenti, trovò un compenso più adeguato ai sagrifizi cui ci commettiamo. Gl’immensi possedimenti, divenuti nostra proprietà in tutti i regni europei, una rinomanza militare, che guida a noi il fiore della cavalleria d’ogni paese della Cristianità, tendono a tale scopo che neanche il sognarono i nostri pii fondatori, e che pure ignorano fra noi que’ colleghi non ammessi agli alti segreti dell’Ordine, spiriti deboli i quali vestirono l’abito di Templario per una conseguenza di quegli antichi pregiudizi che v’ho additati, e fatti a noi utili stromenti materiali della stessa loro superstizione. Ma in questo momento non mi è lecito alzar di più la cortina che vela vastissimi divisamenti. Lo squillo che si fa udire annunzia qualche novità nel castello, onde può essere necessaria la mia presenza. Meditate su tutto quel che vi ho detto. Non so domandarvi perdono della minaccia di violenza con cui v’ho atterrita, perchè senz’essa non avrei potuto conoscere la nobiltà, la bella alterezza dell’indole vostra; quindi entrambi vi abbiam guadagnato. La sola pietra del paragone dà a scorgere il perfetto oro. Addio. Ci rivedremo ed avremo un secondo colloquio.»

Il Templario uscì di quella stanza e scese la scala, lasciando Rebecca atterrita fors’anche più dalla sfrenata ambizione e dalla sacrilega empietà del malvagio in cui balìa sfortunatamente trovavasi posta, che dalla idea della morte cui si era consacrata con generoso coraggio. Partito che fu costui, la prima cura della giovinetta divenne render grazie al Dio di Giacobbe per averle conceduta protezione, e supplicarlo a continuarla sì a lei che al padre suo. Un altro nome si frappose a quelle fervide preci, intendo del giovane Cristiano per sua mala ventura caduto fra le mani d’uomini sitibondi di sangue, e ad esso nemici. In quella occasione ella rimprocciò per vero dire a sè stessa di non sapersi dimenticare, nemmeno volgendosi a Dio, la rimembranza d’un uomo, il cui destino non potea mai unirsi al destino di lei, d’un Nazareno, d’un nemico della fede giudaica. Ma tai voti, ella gli avea già indiritti al cielo e tutti i pregiudizii della setta cui pertenea, non ebbero forza per farglieli ritrattare.

[209]

CAPITOLO XXIV.
«Che scarabocchio orribile! non mai vidi il secondo.

«Sbassarsi arte è per vincere talvolta in questo mondo.

Versi tolti da una commedia.

Bracy già trovavasi nella grande ala del castello, allorchè vi giunse il Templario. «M’immagino» il primo disse al secondo «che questo sgraziato squillo abbia disturbato il vostro colloquio amoroso come lo ha interrotto a me. Ma pare che voi ve ne siate stôlto con fatica, poichè giugnete più tardi, onde conchiudo che il vostro primo abboccamento avrà avuto miglior esito del mio.»

«Ah! non v’ha dunque accolto favorevolmente la erede Sassone!»

«Per la reliquia di san Dunstano! lady Rowena, lo giurerei, ha inteso dire che non posso reggere alla vista d’una donna piagnente.»

«Oibò! il capo d’una compagnia franca scompigliarsi per le lagrime femminili! Però alcune gocce di quest’acqua cadute sulla fiaccola d’amore giovano anzi ad avvivarne la fiamma.».

«Fossero state alcune gocce! Ma la povera giovinetta ha versati pianti da spegnere un braciere. Non si son mai veduti tanti contorcimenti di braccia, nè tanto diluvio di lagrime dopo la morte dei quattordici figli di quella santa di cui ci parlava non ha molto il priore Aymer; credo santa Niobe. La bella Sassone era invasata da un demonio acquatico.»

«E la mia Ebrea da una legione di diavoli, perchè un diavolo solo, fosse anche stato Satanasso in persona, non valeva ad inspirare una sì indomabile fierezza, una risolutezza così ostinata. — Ma dove andò Frondeboeuf? Ch’ei non abbia intesa questa sonata di corno?»

«Sarà sicuramente a negoziar coll’Ebreo, il quale avrà strillato sì forte da coprir colla sua voce lo squillo del corno. Dovreste saperlo per esperienza: un Ebreo quando gli si chiede di pagare un riscatto, e tale qual certo non si starà dal pretenderlo il nostro amico, manda urla sì disperate, che sfido venti corni e altrettante trombette a farsi ascoltare. Ma non può tardare l’amico; perchè la sua gente non sapendo ove fosse, si è data d’intorno a cercarlo per tutto il castello.»

Frondeboeuf arrestato nel mezzo della tirannica sua fazione, come vedemmo, e che si fermò poi alcuni istanti per comprendere il motivo del suono uditosi, entrò nella sala quando Bracy terminava il discorso.

«Vediamo qual sia la cagione di questo maladetto interrompimento» dispettosamente questi dicea. «Ecco una lettera arrecata, son pochi istanti, da un messo, e scritta in sassone, se non m’inganno.»

La contemplava egli e la girava per tutti i versi, come se il cambiar [210]luogo alla carta, gli avesse giovato ad intenderne il contenuto. Finalmente la rimise a Bracy.

«Queste son per me note magiche» disse Bracy che possedea la sua buona parte dell’ignoranza comune quasi a tutta la nobiltà di quel secolo. «Il cappellano di mio padre si era assunto d’insegnarmi a scrivere, ma vedendo che invece di formar lettere io abbozzava sulla carta ferri di lance e lame di sciabola, giudicò ben fatto rinunziare all’impresa.»

«Date a me questa lettera» disse Bois-Guilbert; «noi Templarii siamo una specie di cherici[37]: il valore in noi va congiunto a qualche po’ di sapienza.»

«La Reverenza Vostra dunque» soggiunse Bracy «renda a noi utile la sua dottrina…. In somma, che ne fa sapere di bello questo scarabocchio?»

«Una disfida in tutte le forme, un vero cartello» rispose il Templario. «Ma per la madonna di Betlem è il cartello più straordinario di quanti sieno passati mai sotto il ponte levatoio d’un castello baronale, se però non è solamente lo scherzo d’un qualche matto.»

«Lo scherzo d’un qualche matto!» sclamò Frondeboeuf. «Vorrei ben vedere che vi fosse uom tanto ardito di fare il matto con me sopra tale argomento?… Leggete di grazia, ser Templario.»

«Vi servo:»

«Io, Wamba, figliuolo di Witless, buffone del nobile e libero uomo Cedric di Rotherwood, detto il Sassone, ed io Gurth, figliuolo di Beowolf, guardiano di porci…»

«Siete pazzo?» sclamò Frondeboeuf interrompendo immantinente il leggitore.

«Per san Luca! leggo quello che è scritto» rispose il Templario, e continuò indi l’incominciata lettura:

«Ed io Gurth, figliuolo di Beowolf, guardiano di porci presso il detto Cedric, col soccorso de’ nostri collegati e confederati, che nella presente querela fanno con noi causa comune, e soprattutto col soccorso del valoroso cavaliere nominato per adesso il Neghittoso Nero, facciam noto a voi, Reginaldo di Frondeboeuf, e ai vostri confederati e complici, quali che siano, come essendovi senza nessuna ostile intimazione, e senza averne manifestato il motivo, illegalmente e colla forza impadroniti della persona del nostro signore e padrone, il suddetto Cedric, e parimente della persona della nobile e libera donzella lady Rowena d’Hargottstand, con anche di quella del nobile e libero uomo Atelstano di Coningsburgo, e finalmente delle persone di alcuni uomini liberi, [211]vassalli e servi presso di loro; d’un certo Ebreo, nominato Isacco di York, della sua figlia e d’un incognito ferito, trasportato entro lettica, e de’ cavalli, delle mule e delle bagaglie, che appartenevano a queste persone; i quali nobili e liberi uomini, nobile donna, vassalli, servi, ebreo ed ebrea e suddetto incognito, erano in pace con sua Maestà, e viaggiavano sulla strada maestra del re; noi domandiamo e pretendiamo che le suddette nobili persone, vale a dire Cedric di Rotherwood, Rowena d’Hargottstand e Atelstano di Coningsburgo, i loro vassalli e servi, i suddetti ebreo, ebrea ed incognito, colle mule, coi cavalli, colle bagaglie appartenenti a ciascuno de’ soprannominati, ci sieno consegnati nell’ora medesima in cui verranno recapitate le presenti, o consegnati a quelli che noi incaricheremo di riceverli, senza che alle persone restituite venga arrecato o torto od ingiuria, così nelle loro persone come nei loro averi; alla quale intimazione, se non corrisponderete vi protestiamo di riguardarvi quai traditori e malandrini, e di adoperarci col cuore e col corpo, combattendo o assediando o in qualsisia altro modo, alla vostra distruzione. Su di che preghiamo Dio vi abbia nella sua santa custodia.»

«Sottoscritto da noi, la vigilia della festa di san Vittoldo, sotto la grande quercia di Hartill-Walk, essendo scritte le presenti dal reverendo fratello in Dio, servitore della Madonna e di san Dunstano, l’eremita di Copmanhurst.»

A’ piedi di tale cartello vedeansi un berrettone da matto grossolanamente delineato con una nota che indicava questo simbolo tener luogo della sottoscrizione di Wamba, figliuolo di Witless, e sotto sì rispettabile emblema una croce per supplire all’altra sottoscrizione di Gurth, figliuolo di Beowolf, indi in carattere svelto a quanto appariva, ma assai cattivo, le parole: Il Neghittoso Nero; finalmente una freccia molto ben disegnata ed intesa ad accennare che fra i confederati trovavasi l’arciere Locksley.

I due cavalieri ascoltarono da cima a fondo la lettura dello straordinario manifesto, e si guardavano con istupore l’un l’altro credendo quasi non indovinarne il vero significato. Bracy fu il primo a rompere il silenzio abbandonandosi ad un grande scoppio di risa, cui fece coro benchè più moderatamente il Templario. Frondeboeuf fu il solo a mantenersi in serietà, e mostrò anzi qualche impazienza della voglia che aveano di ridere fuor di tempo que’ suoi amici.

«Vi parlo schietto, o cavalieri» lor disse «fareste meglio pensando al partito da prendersi in tal circostanza, che perdervi a ridere sì mal a proposito.»

«Frondeboeuf» disse gaiamente Bracy «è ancora sbalordito dalla caduta fatta ad Ashby. Perciò solamente lo mette in pensiere un cartello benchè venuto da un mandriano di porci.»

[212]
«Per san Michele, o Bracy!» rispose Frondeboeuf «vorrei che tale avventura riguardasse voi solo. Questi furfanti non si sarebbero compromessi con una impudenza al di sopra di quanto si può immaginare, se non sapessero d’esser ben sostenuti. Le nostre selve non mancano di cacciatori e banditi, e so che costoro nulla meglio desiderano quanto il vendicarsi della severità che adopero nel mantenere in vigore le leggi intorno la caccia. Basti io vi dica, mi limitai, non è molto, contro uno di questi ribaldi, preso in fragranti, a farlo attaccare alle corna d’un cervo selvaggio che lo mise morto in cinque minuti. Lo credereste? I maladetti lanciarono contro di me più frecce, di quante ne ebbe lo scudo che fu bersaglio agli arcieri nel torneo d’Ashby. Ebbene! Engelredo!» si volse ad uno scudiere che vide entrare nello stesso momento «sono andati a fare scoperta come ordinai? Si sono presi dati certi sul numero di questi sciagurati?»

«A quanto si può giudicare» rispose lo scudiere «sono almeno dugent’uomini, radunati nel bosco rimpetto al castello.»

«Va benissimo!» soggiunse Frondeboeuf. «Ecco, miei garbati cavalieri a che mi son cimentato per compiacervi, per prestarvi il mio castello divenuto teatro alle vostre frascherie! Vi siete regolati con tanto bella prudenza, che m’avete raccolte d’intorno tutte le vespe di questo contado.»

«Dite piuttosto tutti i pecchioni» soggiunse Bracy: «una banda di vili, d’infingardi, che invece di procacciarsi il pane con un lavoro qualunque, vivono ne’ boschi a spese de’ daini che ammazzano, e dei viandanti che costoro svaligiano. Son pecchioni, ve lo ripeto, privi di pungolo.»

«Privi di pungolo!» riprese a dire Frondeboeuf. «Di grazia, che nome date voi a quelle frecce lunghe tre piedi contro cui non vale armatura se non è di Spagna, e sicure di colpire il bersaglio, non fosse largo più di mezza corona?»

«Vergognatevi, ser cavaliere» sclamò il Templario. «Pensiam piuttosto a raccogliere la nostra gente ed a fare una buona sortita. Un cavaliere, uno de’ nostri armigeri basta a mettere in fuga una ventina di questi sgraziati.»

«Basta certo» rispose Bracy. «Ma mi vergognerei a sollevare sol la mia lancia contro di tale ciurmaglia.»

«Voi direste bene, se si avesse che fare con Turchi o Mori, ser Templario, o con contadini francesi, valoroso Bracy. Ma costoro sono inglesi, bravi, ottimi arcieri, nè avremmo sovr’essi altro vantaggio fuor di quello fornitoci dalle nostr’armi e da’ nostri cavalli, vantaggio ancora che ne gioverebbe di poco ogni qual volta avessero il giudizio di tenersi nei boschi. Poi che parlate or di sortita? Se appena abbiam gente a sufficienza per difenderci nel castello! I migliori de’ miei armigeri, non meno [213]che la vostra compagnia franca, o Bracy, or trovansi a York. Qui mi rimane una ventina d’uomini, compresi anche quelli che v’accompagnarono nella vostra ideata spedizione.»

«Vorrei però sperare» soggiunse il Templario «che i vostri timori non si estendessero tanto da pensare che questi malandrini possano attrupparsi in numero bastante da prendere d’assalto il castello!»

«Ciò non dico, benchè non mi sia ignoto come costoro sono guidati da un capo ardito a tutto; ma fortunatamente per noi non hanno nè macchine da guerra, nè scale per tentare quello che dite; mancano in oltre di esperienza militare, quindi il mio castello può sfidare i loro sforzi congiunti.»

«Dovreste fare una cosa» soggiunse lo schernitore Templario. «Spedire un messaggio ai vostri confinanti per sollecitarli ad armare la loro gente in soccorso di tre cavalieri, che stanno entro la forte rocca di ser Reginaldo Frondeboeuf, assediati da un matto e da un guardiano di porci.»

«Lo scherzo non viene a tempo, ser di Bois-Guilbert, e se il volessi, non avrei nemmeno confinanti a cui volgermi. Malvoisin è a York con tutti i suoi vassalli; dite lo stesso degli altri miei colleghi, e sarei a York io medesimo senza questa vostra infernale intrapresa.»

«Ebbene» si fece a dire Bracy «gli è meglio inviare a York, e mandare a’ nostri che tornino addietro. Codesta ciurmaglia non resisterà cinque minuti tosto che veda spiegata la bandiera d’una compagnia ardimentosa, e sollevate le lance de’ miei prodi fratelli d’armi.»

«E chi poi s’incarica del messaggio?» domandò Frondeboeuf. «Verrà trattenuto, perchè… lasciate a que’ mascalzoni la cura d’impossessarsi d’ogni sentiere! Però!… mi suggerisce ora un’idea» aggiunse dopo avere pensato un istante. «Ser Templario, voi dovreste sapere scrivere come leggete bene. Se potessimo trovare il calamaio del mio cappellano, morto l’ultime feste di Natale, in mezzo ad un bordello!…»

«Se non m’inganno» si fece a dir lo scudiere rimasto ad un angolo della sala nel durare della discussione «se non m’inganno questo calamaio, lo ha conservato la vecchia Barbara, come una memoria di quel sant’uomo. L’ho intesa dire esser egli stato l’ultimo ad usarle uno di que’ tratti d’urbanità, che le donne gradiscono tanto dagli uomini.»

«Corri dunque a cercarlo» gli comandò tosto il padrone «e allora ser Templario, vi detterò io la risposta da farsi a questo cartello così pieno di tracotanza.»

«Gli risponderei più di buon grado colla punta d’una lancia che con quella d’una penna» rispose questi. «Nondimeno sia fatta la vostra volontà!»

Apprestato tutto quanto vi voleva per iscrivere, Frondeboeuf dettò le seguenti cose a Bois-Guilbert, sedutosi innanti una tavola.

[214]
«Ser Reginaldo Frondeboeuf, e i nostri cavalieri suoi collegati e confederati, non accettano disfide venute loro dalla parte di vassalli, servi o banditi. Se colui che assume il nome di Neghittoso Nero ha vero diritto agli onori della cavalleria, dee sapere che si è digradato da sè medesimo col mettersi in tal compagnia; nè può quindi domandare verun conto a cavalieri di nobil lega. Quanto ai prigionieri che abbiamo fatti, vi sollecitiamo per un moto di cristiana carità, a mandar loro un prete, se vi riesce di rinvenirlo, il quale possa ascoltarne i peccati e riconciliarli con Dio, perchè è nostra mente deliberata vengano decollati in questo giorno medesimo. I loro capi collocati su i nostri baluardi proveranno in qual lieve conto da noi si tengan coloro che hanno tai difensori. Il solo servigio, vi ripetiamo, che possiate prestare ai medesimi è d’inviar loro un prete, perchè li conforti nell’ultim’ora.»

Dopo che tal lettera fu piegata, Frondeboeuf la fidò allo scudiere, affinchè la trasmettesse al messo apportatore della disfida, il quale stava aspettando risposta alla porta del castello.

Compiuta per tal guisa la propria commissione, l’araldo de’ confederati tornò al quartier generale posto all’intorno di una venerabile quercia, distante dal castello tre gittate d’arco all’incirca. Colà Wamba e Gurth co’ loro ausiliari, il Cavalier Nero, Locksley e Fra’ Giocondo, aspettavano impazienti di sapere qual risposta verrebbe fatta alla loro intimazione. Li circondava a qualche distanza molta mano d’arcieri, i cui abiti e le audaci fisonomie additavano la consueta lor professione: più di dugento erano già riuniti, ed altri ancora se ne aspettavano. Quelli fra essi che venivano riconosciuti siccome capi, si contraddistinguevano soltanto dal rimanente di quella truppa per una penna attaccata al berrettone; chè quanto all’uniforme, all’armi, a tutto in somma l’aggiustamento, l’un dall’altro non si poteva discernere.

In questo mezzo, un’altra banda, ma non sì forte nè in armi nè per disciplina, adunavasi in quel luogo; ed erano i vassalli di Cedric, che uditone appena l’imprigionamento, si fecero accompagnare da grande numero di contadini de’ dintorni, tutti ansiosi di salvare, chi un ottimo padrone, chi un generoso compatriotta. Erano loro uniche armi le falci, i coreggiati, gli attrezzi degli aratri, ed in fine ogni strumento d’agricoltura, perchè i Normanni, conformatisi in ciò all’ordinaria politica de’ conquistatori, non avean permesso ai Sassoni di conservare o di portar armi. Laonde sì fatta truppa non potea per sè medesima incutere grande spavento agli assediati; ma crescendo il numero degli assedianti ne rendea più formidabile l’apparenza, ed in essi aggiugnea quello zelo di cui era infiammata ella stessa per una causa cotanto giusta.

Ai capi di questo esercito raunaticcio venne consegnata la lettera del Templario, ed ebbe incarico l’eremita di farne lettura.

«Pel pastorale di san Dunstano!» sclamò il degno anacoreta «per [215]quella beata verga che ritrasse più agnelle smarrite all’ovile di quante alcun altro santo ne abbia fatti entrare nel Paradiso, io non intendo nulla di questi scarabocchi, nè saprei fin dirvi se sia scrittura araba o francese.»

Mise dunque la lettera nelle mani di Gurth, che scotendo il capo la fece passare a Wamba. Questi la scorse coll’occhio imitando, a guisa di scimia, le contorsioni che avea veduto fare qualche volta a chi credea saper leggere, e persuaso dar ad intendere di possedere la medesima abilità. Poi fatto uno scambietto presentò il foglio a Locksley.

«Se le lettere grandi fossero archi, e frecce le piccole» disse l’arciere «potrei riuscire a qualche cosa; ma mi è tanto possibile intendere questo scritto quanto colpire un daino lontano dodici miglia di qui.»

«Vi farò dunque io da dottore» disse il cavalier Nero, e tolta la lettera di mano a Locksley, la lesse alla presta, indi agli altri ne spiegò in sassone il contenuto.

«Decollare il nobile Cedric!» sclamò Wamba. «Per la santa Croce! Ser Cavaliere, siete ben certo di non ingannarvi?»

«No, mio degno amico» rispose il cavaliere «vi tradussi fedelmente quanto si contien nella lettera.»

«Per san Tommaso di Cantorbery!» sclamò Gurth «ne è dunque forza impadronirci del castello, dovessimo strapparne colle mani ciascuna pietra!»

«Temo che le mie mani non sieno buone a questo lavoro» soggiunse Wamba «e mi prendo piuttosto imbrattarle di calcina per rifabbricare un muro colle pietre che avrai tu strappate.»

«Gli è uno strattagemma che costoro hanno ideato per guadagnar tempo» soggiunse Locksley. «Non ardirebbero commettere un delitto, di cui saprei fare una terribile vendetta.»

«Mi piacerebbe» allora disse il cavalier Nero «che alcuno di noi potesse introdursi nel castello onde scoprire il numero e gli apparecchi degli assediati. Anzi, poichè domandano che si mandi un ecclesiastico ai lor prigionieri, sarebbe questa una bella occasione pel nostro santo eremita di compiere un’opera buona, spettante al suo ministerio, e ad un tempo di ottenere gli schiarimenti che ne abbisognano.»

«Che la peste affoghi te e il tuo suggerimento!» sclamò il buon romito. «Ho l’onor di dirvi, ser cavalier Neghittoso, che quando dimisi il cappuccio di anacoreta, lasciai parimente con esso il mio latino e la mia santità; e addossato una volta il giustacuor verde, voglio piuttosto ammazzar dieci daini che confessare un Cristiano.»

«Ho ben paura» disse il cavalier Nero «che non si trovi fra noi un solo capace di sostener la parte di prete.»

L’un guardava l’altro tacendo.

«Già lo vedo» entrò in mezzo Wamba «il matto dee sempre esser [216]matto, e toccherà al matto rischiare il collo in un’impresa che ai savi mette paura. Sappiate dunque, miei cari cugini, che ho portata sopravveste nera prima del berretton coi sonagli, e sarei a quest’ora frate, se non mi fossi accorto d’aver l’ingegno necessario ad esser un matto. Spero pertanto che coll’aiuto del cappuccio e della cocolla del degno eremita, e per la virtù della scienza e della santità che saranno sicuramente infuse a questi venerabili arredi, mi troverò in essere di arrecare consolazioni e spirituali e terrestri, così al nostro buon padrone Cedric come ai compagni della sua disgrazia.»

«Credi tu ch’egli abbia bastante accortezza a sostener bene una tal parte?» domandò il cavalier Nero a Gurth.

«Non saprei dirvi nulla» questi rispose «ma se non riesce, sarà la prima volta, che non avrà cavato buon partito dalla pazzia.»

«Metti dunque l’abito da eremita, mio bravo figliuolo» disse il cavalier Nero «e fa che il tuo padrone ci renda conto dello stato del castello. Debbono essere in pochi a difenderlo, e v’è a scommettere cinque contr’uno che un assalto vigoroso e improvviso ce ne farebbe padroni. Ma il tempo stringe. Ti affretta.»

«Intanto» disse Locksley, «noi ci serreremo sì addosso alla piazza che non possa uscirne una mosca a portar altrove, fuorchè a noi medesimi, le notizie di chi sta dentro. Tu puoi quindi, amico mio, assicurar que’ malvagi che pagherebbero caro, ma assai, un sol capello torto ai lor prigionieri.»

«Pax vobiscum» disse Wamba della di cui acconciatura si prese incarico l’eremita.

Indi composta l’andatura alla gravità dignitosa e solenne d’un prior di convento, partì per eseguire la commissione che si era assunta.

[217]

CAPITOLO XXV.
«Allo spron vidi ritrosi

«Corridori i più brïosi;

«Talor stringer vidi il morso

«Per frenar di rozza il corso.

«Così ancor talvolta il matto

«Cangia d’indol tutt’a un tratto,

«E dal frate il breviario

«Prende in prestito e il rosario,

«La cocolla e i santi accenti

«Che a Dio volgono le genti.

Antica ballata.

Allorchè Wamba, vestito della cocolla e del cappuccio dell’eremita, e cinto di corda i fianchi si presentò innanzi alla porta del castello di Frondeboeuf, il siniscalco gli chiese il nome e qual cosa volesse.

«Pax vobiscum,» rispose il matto. «Sono un povero fraticello dell’ordine di s. Francesco, che vengo qui per adempire agli ufizi del mio ministerio verso alcuni prigionieri custoditi in questo castello.»

«Tu sei un frate ben temerario» gli rispose il siniscalco «poichè ti presenti in un luogo, ove uccello vestito delle tue penne non ha cantato da vent’anni, eccetto quell’imbriacone del nostro cappellano, morto, che Dio l’abbia in gloria! son pochi mesi.»

«Tu non pensare ad altro fuorchè dire al tuo padrone che mi trovo qui; ti fo sicurtà ch’ei darà gli ordini perchè io venga accolto, e l’uccello canterà in guisa da farsi udire da tutta la rocca.»

«Ottimamente! ma bada bene, che se il mio padrone mi sgrida, poichè gli avrò portata questa ambasciata, farò prova, te lo giuro, se la tua cocolla è buona targa contra una freccia.»

Intimatagli tale minaccia, scomparve, e corse annunziando a Frondeboeuf la strana notizia d’un frate che stava dinanzi alla porta del castello chiedendo ingresso. Rimase indi non poco maravigliato in udir l’ordine d’introdurlo subitamente, e fattosi accompagnare da alcune scolte, per tema d’una sorpresa, s’affrettò ad aprire la porta al supposto ecclesiastico.

Tutto il coraggio che avea francheggiato Wamba all’assuntosi incarico, poco men che affatto si dileguò, trovatosi alla presenza d’uom formidabile e temuto siccome lo era Reginaldo di Frondeboeuf, laonde pronunziò il suo Pax vobiscum, che credea soccorso infallibile a sostener bene la parte fratesca, lo pronunziò dissi, con tuono men fermo che dianzi. Buon per lui che Frondeboeuf, avvezzo a veder tremare innanzi a sè persone d’ogni grado, non formò alcun sospetto sulla timidezza di cui il buffone avea dato segni in quel punto!

«Chi siete voi, e d’onde venite, o venerabil padre?» gli addomandò.

«Pax vobiscum» replicò Wamba facendo un po’ di coraggio «io [218]sono un povero servo di s. Francesco, che attraversando queste selve, caddi in mano di ladroni: quidam viator incidit in latrones, dice la Scrittura Santa, i quali ladroni m’hanno imposto di trasferirmi a questo castello per adempire i doveri del sacro mio ministerio verso due persone condannate dalla onoranda vostra giustizia.»

«Va bene, e sapete voi dirmi il numero di questi ladroni?»

«Valoroso cavaliere, nomen illis legio, il loro nome è legione.»

«Frate, rispondimi chiaro quanti son di numero questi banditi, o altrimenti il tuo cappuccio non ti salverà dal mio sdegno.»

«Oh Dio! eructavit cor meum, cioè, il mio cuore crepò di spavento trovandomi in mezzo a loro. Credo bene che fra arcieri e contadini sommino circa a cinquecento.»

«Poffar Dio!» sclamò il Templario, che entrando nella sala udì tale antifona «le vespe si sono adunate a grossi sciami. Gli è ora di sterminare questa razza malefica.»

Poi tratto in disparte Frondeboeuf: «Conoscete quel frate?» gli chiese.

«Io no» rispose Frondeboeuf: «sarà di qualche lontano convento, perchè non mi ricordo averlo mai veduto.»

«Quand’è così non è prudenza l’affidargli un messaggio a voce. Converrà piuttosto valersi di lui per far tenere un ordine scritto al corpo franco di Bracy, onde venga tosto in aiuto del condottiero. Intanto, anche per non dar a sospettare d’alcuna cosa a questo incappucciato, sbrighiamoci di mandarlo a fare il suo mestiere preparando alla morte quei cani di Sassoni.»

Frondeboeuf, chiamato un servo, lo incaricò di condur Wamba all’appartamento, ove Cedric e Atelstano eran richiusi.

La prigionia, cui si vedea condannato Cedric, ne irritava ogn’istante più la naturale impazienza. Correva da un’estremità all’altra della stanza a lunghi passi, com’uomo che dovesse allora far impeto sul nemico, o dar assalto alla breccia, or parlava da sè medesimo, or volgeva i petti ad Atelstano, che con gravità stoica aspettava l’esito di tale avventura digerendo tranquillamente il pranzo del mezzogiorno, nè molto angosciandosi sulla durata di quella cattività, che pensava egli, finirebbe come tutti i mali di questa terra, quando al cielo fosse piaciuto.

«Pax vobiscum» fu l’introduzione di Wamba, che alterò allora la propria voce. «La benedizione di san Dunstano, di san Dionigi, di san Dultocco, e di tutti i santi del Paradiso piovano sulle vostre teste!»

«Salve et tu» rispose Cedric. «A qual fine venite qui, padre mio?»

«A fine d’esortarvi che vi prepariate alla morte»[38].

[219]
«Alla morte!» sclamò Cedric «tal cosa è impossibile. Li conosco scellerati, li conosco capaci di tutto. Ma non crederò mai ardiscano commettere un delitto che sarebbe sì notorio e al quale non li provocammo.»

«Eh! pur troppo, il far conti sulla umanità di costoro, egli è un persuadersi di rallentare un cavallo furibondo con una briglia di fil di seta.»

«L’udite dunque, Atelstano?» allora soggiunse Cedric. «Solleviamo pure al cielo le menti, e apparecchiamoci all’ultimo atto di nostra vita. Gli è anche meglio morir uomini che vivere schiavi.»

«Son pronto» rispose Atelstano «a tutto quanto la costoro scelleratezza saprà ordinare. Mi vedrete andar alla morte con quella calma, onde io era solito mettermi a mensa.»

«Ebbene! buon sacerdote» soggiunse allora Cedric «preparateci a tal passaggio da una vita all’altra.»

«Adagio, adagio, nostro zio!» disse tosto il buffone che ripigliò il tuon naturale di voce. «Si ci può ben pensare due volte prima di fare questo capitombolo pericoloso.»

«Per l’anima mia!» sclamò Cedric «non m’arriva nuova tal voce!»

«Lo credo anch’io. È la voce del vostro fedele servo, del vostro buffone» disse Wamba mandando addietro il cappuccio. «Se voi aveste seguiti i consigli d’un matto non vi trovereste a questo passo spinoso: ma se volete seguirli adesso non tarderete a cavarvene.»

«Che intendi tu dire?» chiese Cedric.

«Col vestir questa cocolla e questo cappuccio, col cingere questo cordone, soli ordini di cavalleria ch’io abbia portati in mia vita, vi sarà facile uscir della rocca. Lasciatemi poi qui col vostro cinturino e col vostro mantello e sosterrò io le vostre veci.»

«Lasciarti in mia vece!» sclamò Cedric «ma ti faranno appiccare, mio povero matto!»

«Sia! Non quindi vi farò disonore. Spero che Wamba, figlio di Witless, sospeso pel collo ad una catena, non presenterà immagine men dignitosa che la catena d’Aldemann sospesa al collo del suo bisavolo[39].»

«Ebbene, Wamba! accetto la tua proposta, ma con un patto. Il cambiamento di vesti che volevi fare con me, lo farai col nobile Atelstano.»

«No, per san Dunstano! Non vi sarebbe una ragione di far questo. Gli è ben giusto che il figliuolo di Witless si sagrifichi per salvare il figliuol d’Everardo; ma non è ancora divenuto matto abbastanza per voler morire in vece d’un uomo, i cui maggiori non erano niente per lui.»

«Uomo scortesissimo!» sclamò Cedric. «I maggiori d’Atelstano erano i monarchi dell’Inghilterra.»

[220]
«Sarà benissimo; ma il mio capo sta troppo bene diritto sulle mie spalle, onde io mi senta di farlo mettere di traverso per amor loro. Dunque, mio buon padrone, o accettate per voi medesimo tale partito, o non v’abbiate a male se esco libero di questa rocca, come vi sono entrato.»

«Lascia morire il vecchio albero» disse Cedric «e salva la giovane pianta, speranza della foresta. Salva il nobile Atelstano, virtuoso Wamba. Gli è il dovere di chiunque abbia sangue sassone nelle vene. Tu ed io sazieremo la rabbia dei nostri infami oppressori, intantochè egli libero e sicuro, susciterà a vendetta gli indignati nostri concittadini.»

«No, mio buon padre, no» sclamò stringendo le mani a Cedric Atelstano, perchè se qualche circostanza veniva a trarlo dalla indifferenza divenutagli abituale, non mancava d’esternar sentimenti degni dell’alto suo nascere «vorrei piuttosto rimanere una intera settimana in questo carcere, non nudrito che di pan nero e dell’acqua, soliti alimenti dei prigionieri più abbietti, che dovere la mia libertà ad uno sforzo generoso tentato dalla fedeltà di un servo, unicamente a favore del suo padrone.»

«Ascoltatemi, zio nostro Cedric, e voi cugino nostro Atelstano. Si va dicendo che voi siete uomini savi ed io un matto; ma lasciate questa volta che il matto risolva la contesa, e vi risparmi la briga di farvi cerimonie l’un coll’altro; perchè io sono come l’asino di Iohn Duck, il quale non voleva ch’altri lo montassero fuori del padrone. Il mio padrone è Cedric, e a solo fine di salvarlo venni fin qui; s’egli non vuole consentire tornerò via per la medesima strada. Un servigio offerto non è poi un volante, che si possa mandarlo da una racchetta all’altra, ed io non voglio essere appiccato per uom vivente, se non è per chi mi fu signore sin dacchè nacqui.»

«Consentite, nobile Cedric» soggiunse Atelstano «nè perdete sì bella occasione. La vostra presenza incoraggerà i miei amici a tentar ogn’impresa a fine di salvarne tutti. Se rimanete qui, ogni speranza per noi è finita.»

«E vi è forse al di fuori qualche speranza prossima di soccorso?» chiese Cedric volgendosi a Wamba.

«E che speranza!» rispose l’eroe buffone. «Sappiate, che col farvi vestire questa cocolla, vi metto addosso un abito di generale. Cinquecento uomini! nè son lontani di qui che due passi. Ed io pompeggiava questa mattina fra’ loro capi. Il mio berrettone da matto era un elmo di buona tempera, la mia squarcina di legno una sciabola ben affilata. Vedremo se fan buon negozio acquistando nel loro campo un savio in vece d’un matto. Non vorrei che nel cambio perdessero dal lato del valore quanto acquisteranno da quello della prudenza.»

Nel dir tai cose cambiava d’abito con Cedric.

«Addio, mio padrone» allora gli disse. «Usate, vel raccomando, indulgenza al povero Gurth e al suo cane Fangs; poi fate che il mio berrettone [221]buffonesco, sospeso alle pareti della gran sala di Rotherwood, ricordi sempre com’io diedi la vita pel mio padrone da vero matto, ma da matto fedele.»

Pronunziò tali ultimi accenti con tuono metà scherzevole, metà serio, onde gli occhi di Cedric si fecero molli di pianto.

«La tua memoria verrà conservata» diss’egli «sintantochè affetto generoso e fedeltà vivranno in onor sulla terra; ma io spero trovare strada di salvare il nobile Atelstano, la mia diletta Rowena, e te ancora, mio povero Wamba, perchè non creder mai che il tuo padrone arrivi a dimenticarti!»

Stava Cedric per uscir della stanza, allorchè s’arrestò d’improvviso.

«Non conosco altra lingua fuor della mia, salvo poche parole del lor maledetto normanno. Come potrò farmi credere un frate?»

«Nulla di più facile» rispose Wamba. «Pax vosbiscum è un talismano, che viene a proposito tutte le volte. Andate o venite, bevete o mangiate, benedite o scomunicate, pax vobiscum sempre. Queste parole giovano ad un frate quanto una bacchetta ad un mago, o un manico da scopa ad una strega. Pronunziate solamente in tuono grave e solenne: Pax vobiscum: cavalieri, scudieri, uomini a piedi e a cavallo, tutti sentono l’effetto dell’incanto. Credo che se mi conducono domani alla forca, cosa verisimile assai, proverò l’efficacia del Pax vobiscum col cerimoniere incaricato d’aggiustarmi il capestro attorno al collo.»

«Quand’è così, ho fatto presto ad assumere gli ordini religiosi. Pax vobiscum. Non lo dimenticherò. Addio, nobile Atelstano; addio, mio povero matto, che hai il cuor miglior della testa, vi salverò tutti, o morirò nel tentarlo. Il sangue dei nostri re Sassoni non verrà sparso, finchè rimarrà stilla del mio in queste vene; nè un capello cadrà dal capo di un fedele servo, che rischiò tutto pel proprio padrone, finchè il braccio di Cedric potrà sollevarsi in sua difesa. Addio.»

«Addio, nobile Cedric» disse Atelstano. «Ricordatevi che per sostener bene la parte di frate, vi è d’uopo accettare quanti reficiamenti vi vengono offerti.»

«Addio, nostro zio» soggiunse Wamba: «badate a non dimenticarvi del Pax vobiscum.»

Munito di questo duplice avvertimento, Cedric si dipartì dai compagni, nè tardò molto a far prova dell’efficacia del talismano raccomandatogli, come potentissimo, dal suo buffone. In un andito basso, stretto ed oscuro, che a quanto ei credea, dovea condurlo nella sala di ricevimento, s’incontrò in una giovane.

«Pax vobiscum» le diss’egli, traendosi da un lato per lasciarla passare.

Si arrestò questa, e con voce soave gli rispose: «Et tibi quaero; domine reverendissime, pro misericordia tua.»

«Sono alquanto sordo» replicò Cedric in buon sassone, e accorgendosi tosto di aver parlato un idioma sospetto, disse fra sè medesimo: «Vadano [222]al diavolo il matto e il suo talismano! Ho rotto la lancia mia al primo scontro.»

Non era cosa molto straordinaria in que’ tempi il trovare un ecclesiastico duro d’orecchio, allora che gli si parlava il latino, e la persona che gli volse quei detti sapeva assai bene tal lingua.

«Per amor del cielo! reverendo padre» ella gli disse in sassone «degnatevi di porgere qualche spirituale conforto ad un prigioniere ferito che trovasi in questo castello. Non gli negate tale atto di compassione, che il vostro santo ministerio chiede da voi. Nessuna fra le buone azioni di vostra vita avrà mai portato tanto utile al convento cui appartenete.»

«Figlia mia» rispose grandemente imbarazzato Cedric «è già spirato il tempo concedutomi per rimanere in questo castello. Mi è d’uopo uscirne subitamente per tal affare che risolve di vita o di morte.»

«Non vi opponete alla mia preghiera, o buon padre; ve ne supplico, invocando que’ voti che avete giurati voi stesso, di non lasciare cioè morire privo de’ vostri avvisi e soccorsi spirituali un uomo oppresso, un uomo in pericolo.»

«Venga la peste a questo maladettissimo incontro!» sclamò Cedric, e stava per esalare la sua impazienza in termini anche meno addicevoli all’abito che in allora ei vestiva, quando a quel colloquio si frammise la voce stridula d’un’altra donna. Era costei Ulfrida, l’antica abitatrice della torre.

«Come sta, giovane imprudente?» gridava la vecchia. «È questa la gratitudine alla bontà con cui vi ho tratta dal vostro carcere? Costrignere questo venerabile religioso ad andare nelle furie per liberarsi dalle importunità d’un’ebrea?»

«Un’ebrea!» sclamò Cedric, cui non parea vero aver trovato tale pretesto a spacciarsi. «Lasciatemi passare, o donna; non mi toccate; la vostra sola presenza basta a lordarmi.»

«Venite di qui, padre mio» disse la strega; «voi non siete pratico del castello; mi farò io vostra guida. Seguitemi, perchè devo parlarvi. Quanto a voi, maledetta da Dio fino nel sangue, andate nuovamente nella camera del ferito, e rimanetevi sin ch’io ritorni. Guai a voi se l’abbandonate ancora senza mia permissione!»

Rebecca si ritirò. Ulfrida, alla quale era stata affidata la cura del ferito, fu mossa da desiderio di parlar col sant’uomo, di cui seppe tosto l’arrivo al castello. Incaricò quindi del proprio ministerio l’ebrea, che trasse di prigione ella stessa. Ognun s’immagina come la Israelita accettasse di buon grado sì fatto ufizio. Pronta poi questa ad afferrare tutte le possibilità di scampo ove credea vederne un raggio, pensò ai soccorsi o se non altro ai consigli che a tal uopo avrebbe potuto somministrarle il creduto frate. Spiò pertanto il momento in cui stavasi per partire colla speranza di destarne la compassione a favore dei prigionieri; ma vedemmo come ella incagliò ne’ concetti divisamenti.

[223]

CAPITOLO XXVI.
«Qual d’atroci misfatti orribil tela

«A disvelarmi t’apparecchi? Assai

«Quant’or so d’essi già non è? qual pena

«A tai colpi serbò l’inesorata

«Destra d’un nume punitor, che il mio

«Labbro ti spieghi hai d’uopo? Ebben! ribrezzo

«Forzerommi a frenar. Favella. Io t’odo.»

Crabbe.

Poichè Ulfrida a furia di grida e di minacce, ebbe respinta Rebecca nell’appartamento dell’infermo, condusse Cedric, che la seguiva ben di mal animo, in una piccola stanza, indi ne chiuse diligentemente la porta. Posti poi sulla tavola un fiasco di vino e due tazze d’argento, lo invitò a sedersi dicendogli col tuono piuttosto di chi afferma un fatto, che di persona vogliosa d’istruirsene: «Voi siete sassone, padre mio! — Non lo negate» continuò costei quando vide che il supposto frate esitava a rispondere «le voci del mio idioma naturale sonano bene a questo orecchio benchè le ascolti sì di rado, e sol quando escono dal labbro di alcuni miseri servi digradati, cui questi feroci normanni addossano il peso delle fatiche le più vili ed abbiette. Sì, voi nasceste sassone, o padre, e sicuro, quant’è sicuro che siete un servo di Dio, di libera condizione. Me ne fe’ prova il vostro accento, e gran diletto n’ebbi in udirlo.»

«Dunque non vengono qui mai preti sassoni?» disse Cedric; «pure mi sembra che il loro dovere sarebbe di consolare, soccorrere i figli della lor patria.»

«No, non ne vengono; o se ne vengono preferiscono il partecipare eglino pure de’ banchetti co’ nostri conquistatori al dovere d’udire i gemiti de’ loro compatriotti. Almeno è questo che si vocifera, perchè io so ben poche cose. Son più di dieci anni che in questa rocca non ho veduti altri preti fuorchè l’indegno cappellano normanno, compagno de’ notturni sollazzi di Frondeboeuf, e che ora è andato a render conto delle sue dissolutezze al tribunal supremo. Ma voi siete un Sassone, un religioso sassone, gli è mestieri ascoltiate la mia confessione.»

«Sono Sassone, e nol posso negare, ma non merito il nome di sacerdote. Lasciatemi partire. Vi giuro, tornerò, o vi manderò uno de’ nostri religiosi che sarà meglio di me al caso per udire quanto avrete da confidargli.»

«No; non giugnerebbe a tempo. Il gel della morte potrebbe avere addiacciata quella lingua, che in questo momento è abile a parlarvi, nè vorrei scendere nel sepolcro, qual brutale fiera, siccome vissi; ma non [224]ho, se nol cerco dal vino, il vigor bastante ad incominciarvi l’orribil racconto.»

Indi trangugiò un bicchier pieno di vino con tanta avidità, che parea temesse lasciarne una stilla alla tazza. — «Questo liquore m’infiamma la fantasia» ella disse «ma non m’allegra il cuore» e tornando a mescere ne presentò una tazza a Cedric. «Fate altrettanto, padre mio, se volete essere in forza ad ascoltare la mia confessione.»

Cedric avrebbe voluto esentarsi da tale scambievolezza; ma l’impazienza della vecchia nello stimolarlo andava quasi a disperazione, laonde si risolvè a cedere; dopo di che, mostrandosi questa soddisfatta dell’usatale compiacenza, continuò così il suo racconto.

«Non credeste ch’io fossi nata nell’abbiezione a cui mi trovate. Io era libera, d’alto legnaggio, ricca, felice, ben veduta, onorata; ora sono schiava, avvilita, infamata. Fecero di me quel che di donna può farsi i miei padroni fintantochè durommi avvenenza; itane questa, divenni per essi scopo di sprezzi, di derisione, d’abborrimento. Potete voi maravigliar, padre mio, s’io detesti il genere umano e soprattutto la schiatta da cui ogni mia calamità mi deriva? Questa vecchia increspata e decrepita può ella dimenticare d’essere figlia di chi, sol che aggrottasse il sopracciglio, facea tremare mille vassalli, d’essere figlia del nobile thane di Torquilstone?»

«Tu la figlia di Torquil Wolfganger!» sclamò Cedric surto in piedi e palesando segni di estrema sorpresa. «Tu la figlia di quel nobile Sassone, dell’amico, del fratel d’armi del padre mio!»

«Di tuo padre?» replicò Ulfrida. «Sta dunque presente a’ miei sguardi Cedric il Sassone, perchè il nobile Everardo di Rotherwood non ebbe che un figlio, il cui nome è troppo ben conosciuto fra i nostri concittadini. Ma poichè sei Cedric di Rotherwood, a che quest’abito di frate? Venisti in tanta disperazione da credere impossibile la salvezza della tua patria? O cercasti all’ombra del chiostro un asilo contro la tirannide de’ crudeli nostri oppressori?»

«Poco rileva qual ch’io mi sia» rispose Cedric, tornato a sedersi. «Prosegui, sciagurata donna, il tuo racconto colmo d’orrori e, non ne dubito, di delitti.»

«Sì: debbo narrarti delitti, neri delitti, tali empietà, per le quali non v’è speranza di perdono, divenutemi insopportabile peso, empietà che tutte le fiamme del purgatorio non basterebbero ad espiare. Sì: in questa rocca tinta del nobile e puro sangue del mio genitore, de’ miei fratelli, esser io vissuta per isbramare i diletti del loro assassino, di tai diletti avere io stessa partecipato, essere stata ad un tempo la schiava e la complice de’ costui traviamenti; tutte queste circostanze mi fan colpevole di delitti moltiplicatisi ad ogni fiato d’aria che ho respirato.»

«Sgraziata!» proruppe Cedric. «Così dunque intanto che gli amici del tuo povero padre, intanto che ogni vero Sassone, versava lagrime [225]di sangue sulla morte di lui deplorabile, sulla strage de’ tuoi fratelli, su quella di te medesima, perchè ognuno ha sempre avuto per fermo che Ulrica fosse soggiaciuta al destino di tutti i suoi, tu vivevi per meritare il nostro odio, la nostra esecrazione? tu vivevi presso il vile tiranno che sperse tutto quanto dovevi tenerti più caro, che si bagnò le mani nel sangue dell’innocente fanciullezza, l’infame, per cui opera non sopravvive un sol rampollo maschile della chiara prosapia di Torquil Wolfganger! Tu intanto ti stringevi a costui con vincoli di amore illegittimi!»

«Illegittimi, non v’ha dubbio, ma non vincoli d’amore,» soggiunse Ulrica che gli è omai inutile il rammentare sotto altro nome costei, e quello d’Ulfrida, ella lo aveva assunto dopo lo sterminio della sua gente. «Non alligna amore sotto queste vôlte sacrileghe, e sarebbe più agevol cosa il trovarlo ne’ regni d’abisso. Amore no! ed è l’unico rimprovero ch’io non debba fare a me stessa. L’odio contra Frondeboeuf, contra ognuno della sua schiatta, era la sola passione da cui mi sentissi compresa fin negl’istanti, che si sarebbe detto notare nell’ebbrezza de’ piaceri i miei sensi.»

«Voi l’odiavate e viveva! E come? non v’erano dunque nel castello di Torquilstone, nè azze, nè coltelli, nè punteruoli? Eravate voi sì vilmente affezionata all’esistenza, da preferire un’infame vita al rischio di perderla! Giuro a Dio, aveste ragione che il castel d’un Normanno non lascia più d’una tomba traspirarci segreti cui dà ricovero. Se mi fosse venuto unicamente il sospetto che la figlia di Torquil vivea tal vita coll’infame sterminatore della propria famiglia, la mia spada, sì, la spada di un vero Sassone, avrebbe trafitta costei fin tra le braccia del suo corruttore.»

«Ah sì? tu avresti usato tale atto di giustizia al nome di mio fratello, al nome di Torquil? Allor veramente meriti il nome di Sassone che ti fu imposto[40]. Però sappilo. Nel ricinto medesimo di queste mura esecrate ove il delitto, come tu dicesti, sta avvolto in vel di sepolcro, allorchè io udiva pronunziare il nome di Cedric, carica qual mi vedi e di delitti e d’obbrobrio, io mi confortava in pensando, che vivea tuttavia l’uomo opportuno a far vendetta della nostra nazione. Pure io medesima, Cedric, ho gustati alcuni istanti di tale vendetta. Più d’una volta ho [226]seminata la discordia fra’ nostri nemici; più d’una volta ne ho apprestata la perfida coppa per cambiar le sale dei conviti in arene tinte di sangue. Quest’occhi miei si sono pasciuti delle lor ferite, le mie orecchie hanno uditi come concenti i loro gemiti. Guardami, Cedric; non trovi tu forse ancora in queste sembianze sformate dal delitto e dagli anni qualche lineamento che ti rimembri Torquil?»

«Ah taci, Ulrica, non mi far tale inchiesta» rispose Cedric in tuono di chi è compreso da dolore e da orrore ad un tempo «quest’orme di somiglianza son quelle che possono ravvisarsi tra l’uom vivente e il suo cadavere uscito fuor della tomba per la forza d’uno spirito maligno trattosi ad animarlo.»

«Ma questi lineamenti animati da uno spirito infernale si coprirono colla maschera d’un angelo di luce, allorchè pervennero a spargere dissensioni ed odii tra Frondeboeuf e il figlio di lui Reginaldo. Le tenebre degli abissi dovrebbero celare i frutti che ne derivarono; ma s’aspetta alla vendetta lo squarciar la cortina che vela un misfatto capace di far uscire gli estinti fuor de’ sepolcri. Da lungo tempo la discordia agitava le sue faci sui capi d’un padre tiranno, e d’un figlio degno di lui; da lungo tempo io nudriva segretamente ne’ loro petti lo snaturato livore, onde ardevano l’un contra l’altro; e questo livore al fine scoppiò tra il festeggiar d’un banchetto. Il mio oppressore seduto alla domestica mensa soggiacque sotto i colpi del proprio figlio[41]. Tai sono gli atroci arcani che queste vôlte nascondono. Crollate, mura che ne cignete» sclamò costei girando tutt’all’intorno gli occhi a guisa d’ossessa «e seppellite sotto le vostre rovine tutti coloro che furono iniziati in questo orribil mistero.»

«E di te, figlia del delitto e della sventura, che avvenne dopo la morte del più crudele fra i nemici della tua stirpe?»

«Indovinalo se ardisci tanto: ma statti dal domandarmelo. Continuai a vivere nell’obbrobrio, sintantochè la vecchiezza, un’anticipata vecchiezza, venisse ad improntar sul mio volto gli schifosi lineamenti della mia anima. Allora fui vilipesa, schernita entro quel luogo medesimo ove comandai per l’addietro, costretta limitare a sterili imprecazioni le mie vendette, condannata ad udire dalla torre assegnatami qual dimora, il festoso strepito di que’ tripudi, cui un giorno partecipai, e le grida e i gemiti delle nuove vittime dell’oppressione che successivamente queste carceri racchiudevano.»

«Ulrica! e con un cuore che, vorrei ingannarmi, sospira ancora la carriera de’ delitti da te trascorsa, come ardisci volgerti ad uomo che [227]addossa quest’abito? Che potrebbe far per te lo stesso sant’Odoardo se fosse qui in vece mia? Questo re confessore ebbe sì grazia dal cielo di poter guarire la lebbra del corpo, ma quella d’un’anima indurata nella colpa!… Dio solo può operare una tal guarigione.»

«Non quindi ti lascio ancora partire, crudele profeta, che m’annunzi la collera del cielo. Dimmi, se il puoi, qual sarà la conclusione delle immagini nuove e spaventose che turbano la mia solitudine? Perchè delitti dopo tanto tempo commessi tardano ad affacciarmisi alla mente con tutta la presenza della loro orridezza? Qual destino aspetta oltre al sepolcro colei, ch’ebbe per suo destino su questa terra il vivere fra le sciagure e le colpe? Amerei meglio tornare a Woden, a Mista, a Scrogula e a tutti gli Dei de’ pagani miei antenati, anzichè patire anticipatamente i terrori che m’assalgono nel durar del giorno, e funestano i sogni delle mie notti.»

«Non sono sacerdote» disse Cedric stogliendo gli occhi pieni di ribrezzo da quella vivente immagine del delitto, della sventura, della disperazione «non son sacerdote, bench’io ne porti le vesti.»

«Sacerdote o laico, tu se’ il sol timorato di Dio, il solo amico degli uomini, ch’io veda la prima volta dopo vent’anni. Mi dici tu di darmi alla disperazione?»

«Io…. io t’esorto al pentimento. Prega Dio, fa penitenza, e possa tu trovar grazia al cospetto della misericordia celeste! Ma non mi è lecito rimaner teco più a lungo.»

«Un istante! non abbandonarmi in tale stato, figlio dell’amico di chi mi diede la vita. Non abbandonarmi; o…. paventa, che il demonio, regolatore fin qui della mia vita, non mi tenti ora a vendicarmi del disprezzo, della barbarie ond’usi verso di me. Credi tu che se Frondeboeuf ravvisasse Cedric nascosto sotto quelle vesti nel suo castello, ti durerebbe a lungo la vita? Già i suoi occhi stan fisi sopra di te, come quei del falcone sulla sua preda.»

«Ebbene» soggiunse Cedric «mi strazino gli artigli e il rostro di questo uccello da preda; il labbro di Cedric non pronunzierà quindi accento che il cuore di Cedric dismentisca. Morrò qual Sassone, fedele alla mia parola, franco nelle mie azioni. Ritirati. Non toccarmi. L’aspetto medesimo di Frondeboeuf mi sarebbe meno odievole che non lo è la presenza d’una creatura fattasi vile, abbietta al pari di te.»

«Sia! non mi sforzo più a trattenerti; parti, dimentica la tua feroce virtù, dimentica come la miserabile che ti sta innanzi nacque dall’amico del tuo genitore. Parti, se i miei patimenti mi hanno separata da tutto il genere umano, da coloro ch’io avea diritto di trovar soccorrevoli, m’assumerò sola l’incarico di mie vendette; niuno mi aiuterà; ma tutti udranno la fama di quanto avrò osato operare. Addio. Il tuo sprezzo ha rotto l’ultimo filo che mi teneva ancora unita alla stirpe degli uomini. Il [228]vedo. Neanco l’atrocità delle angoscie che provo può meritarmi compassione da un sol de’ miei simili!»

«Ulrica!» soggiunse Cedric, commosso da questi ultimi accenti, «non hai tu dunque serbata la vita in mezzo a tanto abisso di sciagure e di colpe che per abbandonarti alla disperazione allorquando appunto i tuoi occhi si dischiudono sopra i tuoi falli, allorquando il pentimento dovrebbe aprirti una strada al tuo cuore?»

«Mal conosci il cuore umano, o Cedric. Per condursi com’io mi condussi, per dar luogo ai pensieri che in me allignarono, gli è d’uopo che si colleghino sfrenato amor del piacere, sete insaziabile di vendetta, desío d’illimitata autorità. Tai sentimenti inebbriano troppo l’anima che lor si abbandona per lasciarle più mai la facoltà di pentirsi. Sopravvissi all’età delle passioni; le rughe del volto m’han tolta, gli è vero, la funesta prevalenza di cui feci abuso; fin le idee di vendetta in me son ridotte a desiderii impotenti. M’ha giunta, accompagnato da tutte le sue serpi, il rimorso, sol presentandomi immagini di cordoglio inutile sul passato, di disperazione inesorabile sull’avvenire; ma mi ha giunta a malgrado del mio cuore, che non quindi si è aperto al pentimento. La tua vista però ha creata in me un’anima novella, e mi facesti a ragione comprendere nulla esservi d’impossibile a chi non paventa la morte. Per la forza de’ tuoi detti mi trasparirono nuovi modi a vendetta, e siane certo, gli afferrerò. Tal brama fin ora si divise con altre passioni l’impero di questo spirito, ad essa omai mi dedico interamente; e vo’ possa dir tu medesimo, che qualunque sia stata la vita d’Ulrica, seppe morir degna figlia del nobile Torquil. Ti sarà noto al certo, che molta mano di nemici sta raccolta attorno a questo malauguroso castello. Va a metterti lor capo, e allorquando vedrai una rossa bandiera sventolare sulla torre d’oriente, comanda l’assalto, fa impeto su i Normanni. Ti prometto che non saranno privi di faccende nell’interno della Rocca, e ad onta de’ costoro archi, dei costoro archibusi, i tuoi soldati arriveranno a scalar queste mura. Addio. Segui il tuo destino e abbandonami al mio.»

Cedric stava per chiederle alcuni schiarimenti intorno ad uno stratagemma sì imperfettamente abbozzato, allorchè la voce di Frondeboeuf, novello Stentore, si fece udire.

«In che dunque si perde questo frate sfaccendato» sclamava costui «per la Vergine di Compostella! ne farò un martire se mai qui indugiasse per eccitare cattive idee ne’ miei servi.»

«Una coscienza sinistra» disse Ulrica «è un verace profeta. Ma non vi disanimate, o Cedric, partite, intonate il cantico di guerra dei Sassoni, e se i Normanni rispondono col cantico di Rollo, del ritornello s’incaricherà la vendetta.»

Dette tai cose, ella scomparve prendendo una porta segreta, intantochè Reginaldo entrò nell’appartamento, e patì molto sforzo Cedric nel [229]salutare con ingannevole umiltà l’orgoglioso barone, che con lieve chinar di capo gli rendette il saluto.

«I vostri penitenti ebbero un lungo colloquio con voi, padre mio. Me ne congratulo per parte loro. È l’ultimo che hanno avuto con chicchessia. Gli apparecchiaste voi alla morte?»

«Erano preparati a qualunque evento» rispose Cedric balbettando quanto meglio poteva il francese «e vi erano preparati sin d’allora che seppero in potere di chi si trovavano.»

«Che ascolto, ser frate? voi avete un accento che puzza maladettamente di Sassone.»

«Venni allevato nel convento di san Vittoldo di Burton.»

«Intendo. Sarebbe stato meglio per te se tu nascevi Normanno; e sarebbe anche stato meglio il mio caso, ma ne’ momenti di bisogno uom non può sempre scegliere i suoi messaggieri. Questo convento di san Vittoldo è un nido di gufi, che sarà opera buona il disperdere. Oh! verrà l’istante che la cocolla non gioverà ai Sassoni più di quel che li proteggono le loro sarcotte.»

«Sia fatta in tutto la volontà del Signore!» disse Cedric con voce tremante di rabbia, il qual tremito Frondeboeuf credè effetto della paura.

«Tu già, ben me n’accorgo, nella tua spaventata immaginazione vedi i miei armigeri alle porte del refettorio, delle celle del tuo convento. Però, prestami un servigio, e qualunque cosa possa accadere ai tuoi confratelli, il canile ove stai non sarà tocco, vi dormirai tranquillamente come la lumaca entro il suo nicchio.»

«Fatemi dunque conoscere i vostri voleri» soggiunse Cedric celando a stento il fremito interno dell’animo.

«Seguimi per quest’andito, e uscirai per la porta di soccorso.»

Indi mostrando il cammino al supposto ecclesiastico, lo istruì in tali termini delle cose che desiderava da lui.

«Tu vedi, ser frate, questa mandria di porci sassoni che ha ardito circondare il mio castello. Di’ loro quanto ti verrà in mente affinchè credendo a stremo la rocca, destreggino quarant’otto ore. Intanto, tu porterai subito…. Ma aspetta, sai tu leggere, ser incappucciato?»

«La roba scritta, no; ma posso leggere il mio breviario, perchè conosco le lettere stampate, ringraziando sempre la Beatissima Vergine e san Vittoldo.»

«Affè è il messo che mi voleva!» borbottò Reginaldo fra’ denti. «Dunque prendi questa lettera, e portala al castello di Filippo di Malvoisin. Tu dirai esser io quegli che la spedisce, ma che fu scritta dal templario Brian di Bois-Guilbert; che lo prego farla giugnere a York con tutta la prestezza che può mettersi da un uomo fornito di buon cavallo. Digli ancora che non si turbi per noi, che i nostri armigeri son freschi per affrontare i cimenti, e ben apparecchiati dietro le fortificazioni. Sarebbe [230]un’infamia per noi il provare alcuna sorte d’inquietezza innanzi una banda di cenciosi, avvezzi a fuggire al solo vedere spiegate le nostre bandiere, al solo udire lo scalpitare de’ nostri corridori. Te lo ripeto, o frate, cerca nel tuo cervello qualche stratagemma atto a persuadere questi furfanti dell’utilità di tenersi nel loro campo sintantochè arrivino i nostri amici. La mia vendetta è desta. Ella è un falcone che non prende più sonno sinchè non abbia ghermita la preda.»

«Pel mio santo avvocato» sclamò Cedric con più enfasi che non lo avrebbe voluto la parte da lui sostenuta «e per tutti i santi vissuti e morti nell’Inghilterra! adempirò i vostri ordini, e nessun Sassone si allontanerà da queste muraglie, sin dove potrà la mia voce per rattenerlo.»

«Ah! ah!» disse Frondeboeuf «tu ti riscaldi molto, frate mio; si direbbe quasi che ti dà gusto il vedere strage di Sassoni. Però tu sei un porchetto della medesima razza.»

Cedric era un cattivo novizio nell’arte del dissimulare e gli sarebbe stato gran giovamento l’avere in quel tempo all’orecchio il suo povero matto, che colla fertilità del suo ingegno gli avrebbe suggerito qualche spacciativa risposta. Nondimeno la necessità è madre de’ trovati, dice un antico proverbio. Laonde Cedric borbottò sotto il cappuccio alcune frasi buone ad indurre Frondeboeuf nella opinione, che il frate considerasse quegli assedianti come una ciurma di ribelli e di scomunicati.

«Per Dio! dicesti la verità» sclamò Frondeboeuf. «Io avea dimenticato che questi cialtroni non perdonerebbero ad un de’ tuoi abiti più di quanto perdonano, se lor riesce trappolarlo, ad un ecclesiastico nato alla sponda opposta della Manica. Non fu il priore di sant’Yves, che legarono ad una quercia, costrignendolo a cantar salmi, intantochè gli frugavano le valigie?… Ah no, per la Madonna! questo complimento, lo fecero a Gualtieri di Middleton, un de’ nostri fratelli d’armi. Ma non importa, furon ben Sassoni, che nella cappella di s. Beess, rubarono candelieri, calici, pissidi, non è egli vero?»

«Saranno stati uomini senza timor di Dio» rispose Cedric.

«Oh! non ne avevano punto; e bevettero tutto il buon vino che que’ reverendissimi serbavano per gozzovigliare in segreto; perchè voi altri frati amate meglio una tavola ben imbandita, che il coro del convento. Dimmi, santo religioso, non hai tu giurato vendetta contro un tal sacrilegio?»

«Sì, ho giurato vendetta» replicò Cedric «e san Vittoldo m’è testimonio.»

In quell’istante giunsero alla porta di soccorso; ed avendo attraversata la fossa sopra un panconcello, giunsero ad un fortino costrutto ad esterna difesa, e che comunicava colla campagna mediante altra ben guernita portella.

«Vanne dunque» con tai detti il congedò Frondeboeuf: «se eseguisci fedelmente la commissione che t’assumesti, poi torni qui, troverai la [231]carne di Sassone a tal buon prezzo, che a migliore non sarà mai stata venduta la carne di porco nel mercato di Sheffield. Anzi, dopo l’affare torna liberamente, perchè mi sembri un buon diavolo. Ti vo’ far bere tanta malvasia quanta basta ad imbriacare la tua comunità tutta intera.»

«Spero anch’io che ci rivedremo» soggiunse Cedric.

«Intanto prendi questa moneta» disse il Normanno; e lasciando Cedric gli mise fra le mani quasi a mal grado di lui un bisanto d’oro, aggiugnendo: «Ma bada bene, che se mi manchi di parola, ti strappo la cocolla, e la pelle che ci sta sotto.»

«Te ne do licenza» rispose Cedric allontanandosi a grandi passi «se quando ci rivedremo non mi sarò meritato che tu tratti meco altrimenti.» Trovandosi allora in qualche distanza dal castello si volse alla parte ove lasciò Frondeboeuf, e gettando ver quella il bisanto d’oro, sclamò: «Maladetto Normanno, possa tu sperderti col tuo dono!»

Ma Frondeboeuf non si era ancora partito di lì, onde comunque non avesse potuto in tale lontananza udir le parole, o imperfettamente fu se le udì, vide però l’atto di gettar via qualche cosa che lo pose in sospetto. «Arcieri!» gridò egli alle scolte che guernivan le mura. «Una scarica generale di frecce sulla cocolla del frate!» Le quali scolte fer volto immantinente agli archi e obbedirono; ma Cedric a quell’ora trovavasi fuor di gittata.

«Che costui ardisse tradirmi?» meditò Frondeboeuf mentre facea ritorno al castello. «Ma infine che sarà? Questi cani di Sassoni che ho prigionieri mi tengon sempre aperta una strada alle negoziazioni. Olà, Gilles! A me Cedric di Rotherwood, e l’altro furfante di quel suo compagno, che si chiama Coningsburgo….. o Atelstano, mi pare; questi sgraziati nomi sassoni son sì duri alla lingua d’un Normanno! Al sol pronunziarli par che si abbia cotenna di lardo in bocca. Tanto che me la risciacqui, portatemi un fiasco di vino nella sala d’armi, ed ivi conducetemi i prigionieri.»

Venivano eseguiti sì fatti ordini, mentr’egli si avviava alla sala d’armi che era una loggia gotica ornata di trofei, frutto delle vittorie riportate da lui e dal padre suo, perchè nè il vecchio nè il giovane Frondeboeuf mancarono di valore. Entrando, vide sopra la tavola, che era non leggier lavoro di legno di quercia, un fiasco di vino, e in piedi dinanzi a quella i due prigionieri, cui quattro armigeri facevano guardia. Per prima cosa bevè Frondeboeuf, indi squadrò collo sguardo que’ Sassoni. Ma rade volte egli avea veduto Cedric, così per la solerzia ch’ei ponea nel disdirsi ogni corrispondenza coi Sassoni suoi confinanti, come perchè poche volte usciva dei propri dominii. Tal circostanza, unita all’oscurità che dominava in quella sala e all’arte onde Wamba cercava nascondere il volto col berrettone, e col mantello, fece sì ch’ei non s’accorgesse allor della fuga di quello fra’ suoi prigionieri, di cui maggiormente curavasi.

[232]
«Eccomi a voi, miei bravi Sassoni» disse il Normanno. «Come ve la passate a Torquilstone? Capite bene tutto quello che han meritato le vostre insolenze, la tracotanza onde osaste condurvi nel tempo d’una festa dovuta alla munificenza d’un principe della casa d’Angiò? Non avrete dimenticato in qual modo corrispondeste all’ospitalità del real principe Giovanni, ospitalità di cui eravate sì poco degni! Per Dio e per san Dionigi! se non mi pagate un ricco riscatto vi farò appiccare per li piedi alle spranghe di ferro di queste finestre, e ci starete fintantochè i corvi e gli avvoltoi abbiano fatti due scheletri de’ vostri corpi. Andiamo! non dite nulla, cani di sassoni? Qual somma mi offerite per riscattare la vostra miserabile vita? Incominciamo da voi ser Rotherwood; che cosa mi darete?»

«Neanco una scorza di noce» rispose Wamba. «Dacchè son al mondo, ho sempre camminato colla testa all’insù, e nondimeno si pretende ch’io abbia volto il cervello. Chi sa che mettendomi colla testa all’ingiù, il cervello non torni all’insù? È una prova che non ho mai fatta.»

«Santa Genevieffa!» sclamò Frondeboeuf. «Chi diavolo può parlare in questa maniera?»

Poi con una mano rovescia fe’ cadere dal capo del matto il berrettone di Cedric, e scostatigli un dall’altro i due lembi superiori del mantello, vide le prove irrefragabili di servitù, il collare d’argento che ricigneva il collo di Wamba.

«Gilles, Clemente! cani di vassalli!» gridò dando nelle furie il Normanno «qual bestia m’avete dunque condotto?»

«Credo potervelo dir io» soggiunse Bracy che entrava in quel punto. «Questi è il matto di Cedric, egli che scaramucciò sì nobilmente con Isacco d’York per una disputa di preminenza.»

«Ben bene! entrerò io arbitro in questa contesa, e li metterò d’accordo col farli appiccare entrambi ad una forca medesima, semprechè il padrone del buffone e quest’altro maiale di Coningsburgo non mettano un bel prezzo alla vita di costoro. Gli è d’uopo che Cedric ceda tutti i suoi averi; faccia ritirare questi sciami di banditi postisi attorno al mio castello, rinunzi alle sue pretese prerogative; si riconosca mio servo e vassallo. Ben felice se nel nuovo mondo che incomincerà per lui, gli lascerò il diritto di respirare! Andate» diss’egli ad una delle sue guardie «andate in cerca del vero Cedric; vi perdono lo sbaglio che avete fatto, e tanto più volentieri che lo scambio è corso tra un matto e un franklin sassone.»

«Certamente» soggiunse Wamba. «Ma v’è una disgrazia. L’eccellenza vostra cavalleresca troverà qui dentro più matti che franklin.»

«Che intende dir questo schiavo?» domandò Frondeboeuf agli armigeri che aveano condotto Wamba. Essi esitarono; pur si videro nella necessità di rispondere «che se quegli non era Cedric, d’altro Cedric non sapeano dar conto.»

[233]
«Per tutti i santi del Paradiso!» sclamò Bracy; «convien credere che sia fuggito nascosto ne’ panni del frate.»

«Per tutti i diavoli dell’inferno!» sclamò a sua volta Frondeboeuf. «Fu il porco di Rotherwood, che condussi io medesimo alla porta di soccorso; e glie l’ho aperta io colle mie mani! Ma tu» volgendosi a Wamba «tu, la cui pazzia ci ha fatto stare la saggezza di barbagianni più barbagianni di te, lascia a me il pensiere di darti gli ordini santi; oh! m’incarico io di farti la tonsura. A voi!» alle guardie. «Gli si strappi la pelle dalla testa, e in quell’acconciatura precipitatelo dall’alto della rocca. Ti piace lo scherzare? Scherza adesso.»

«Ma voi fate per me assai più di quanto m’avete promesso, nobile cavaliere» rispose Wamba, cui lo stesso avvicinar della morte non togliea l’abituale istinto di celiare. «Entrai nel vostro castello semplice frate, ed ora mercè la calotta rossa che mi state apparecchiando, ne uscirò cardinale.»

«Il povero diavolo» s’interpose ridendo Bracy «vuole morire fedele alla propria vocazione. Vel domando in grazia, Frondeboeuf; fatemi un dono di questo schiavo. Ei servirà di spasso alla mia compagnia franca. Che ne dici, buffone? Accetti tu il mio partito? mi seguirai alla guerra?»

«Sì» rispose Wamba; «però intendiamci, se il mio padrone acconsente; perchè voi vedete questo gioiello» e in ciò dire accennava il collare. «Non posso dimetterlo senza il beneplacito di chi mi possede.»

«Oh! quanto a ciò fidati a me, una buona lima normanna ti spaccia presto dal collare sassone.»

«Mi piace, Bracy» disse Frondeboeuf «che vi date bel tempo ad ascoltar le baie d’un matto, intantochè si minaccia nientemeno che di distruggere il castello. Non pensate in che mani è andato il nostro messaggio? Che arriverà ben tutt’altro che al suo destino? che noi non abbiam più luogo a sperare soccorso? E tutto ciò per gli artifizi del buffone di cui vi chiarite or protettore? Queste cose non le pensate voi? Non dobbiam forse da un momento all’altro aspettarci un assalto di quella ciurmaglia?»

«Alle mura dunque, alle mura!» sclamò Bracy. «Son pronto. Ma anche in mezzo ai pericoli m’avete mai visto più serio di così? Si chiami pure il Templario, e che egli impieghi a difendersi sol la metà del coraggio da lui dimostrato nel difendere il proprio Ordine. Mettete a sito tutta la vostra gente. Io, dal canto mio, non mi starò colle mani alla cintola, e credetelo, sarà più facile a que’ banditi sassoni scalare il cielo, che prendere d’assalto il castello di Torquilstone. Però, se volete negoziare con essi, perchè non vi prevalete della mediazione di quel degno franklin che da molto tempo sta qui non facendo altro se non se vagheggiare il fiasco di vino che è sulla tavola? Tenete, Sassone» disse indi ad Atelstano presentandogli [234]un bicchiere colmo. «Votate questa tazza; inumiditevi le fauci con tal nobil liquore, e così acquisterete forza a proporci un’offerta pel vostro riscatto.»

«Mille marchi d’argento» rispose Atelstano «se rimandate liberi me e i miei compagni.»

«E ne guarentisci tu» gli chiese Frondeboeuf «la ritirata di questi masnadieri, vera feccia del genere umano, che circondano ora la rocca violando la pace di Dio e del re?»

«Adoprerò a ciò ogni mio sforzo, e son sicuro che il nobile Cedric mi seconderà con quanta è in lui prevalenza.»

«Eccoci dunque d’accordo» disse Frondeboeuf; «tu ed i tuoi verranno posti in libertà, e tornerà ad essere pace fra noi, pagati che tu abbia i mille marchi d’argento. Questo riscatto è ben tenue, o Sassone, e devi sapermi grado della mia moderazione. Però, bada bene! il negoziato non comprende l’Ebreo Isacco.»

«Nè la figlia di questo, Rebecca» gridò il Templario, che in quel momento arrivava.

«Nè il seguito di Cedric» aggiunse Frondeboeuf.

«Nè lady Rowena,» sclamò con enfasi Bracy. «Non sia mai detto che mi venga tolta simile conquista senza disputarla colla spada alla mano.»

«Nè questo sgraziato buffone» tornò a dire Frondeboeuf. «Pretendo farne un esempio di terrore a tutti que’ buffoni di cattiva scuola, che d’ora in poi si avvisassero di cabalare.»

«State ad udirmi» disse con tuono fermo e sicuro il thane Sassone. «Son buon Cristiano, nè quindi ho stipulato nulla per gl’infedeli; laonde per gli Ebrei, fatene pure quel che volete. Ma nell’offerirvi mille marchi d’argento per riscatto mio e de’ miei compagni, intesi comprendere sotto un tal nome tutta la comitiva di Cedric. Lady Rowena è mia promessa sposa, e mi farete trascinare da quattro cavalli non domati prima che ad essa io rinunzi.» Qui Bracy lo avrebbe interrotto; ma continuò senza tirar fiato. «Il servo Wamba poi salvò in questo giorno la vita del mio buon padre Cedric, e perderò anzi la mia che permettere gli sia torto solamente un capello.»

«Vado pensando che dicesti tua promessa sposa» parlò allora il condottiero del corpo franco; «lady Rowena promessa sposa ad un vassallo tuo pari! Tu sogni o Sassone, e ti figuri d’essere ancora al tempo de’ sette regni. Sappilo dunque: i principi della casa d’Angiò non maritano le orfane ch’han prese in tutela ad uomini del tuo legnaggio.»

«Del mio legnaggio? Il mio legnaggio, orgoglioso Normanno, esce di sorgente più pura ed antica che non quello d’un mendicante francese, datosi ad accattare il suo pane col vendere il sangue d’una banda di masnadieri, poichè gli ebbe raccolti sotto i suoi stendardi spregevoli. I miei antenati erano sovrani di questi paesi. Prodi in guerra, saggi in tempo [235]di pace, alimentavano nel lor palagio più centinaia di fedeli sudditi, che tu non conti individui nella tua ciurma. La gloria loro fu celebrata dai canti dei menestrelli; le mortali loro salme ottennero onore di sepoltura in mezzo alle preci che s’indirigono a’ santi, e su quelle tombe sorsero templi che ne consacrarono la memoria.»

«Che hai da rispondere, Bracy?» disse Frondeboeuf che per istinto di connaturale malignità non avea disgusto di vedere umiliato neanco un amico «affè! il Sassone ha colpito nel segno.»

«Quanto può colpirvi» rispose Bracy, assumendo tuono d’indifferenza «un prigioniere cui si leghino le mani e si lasci poi l’uso della sua lingua. Ma le tue belle parole, fratel caro» volgendosi ad Atelstano «non renderanno la libertà a lady Rowena.»

Atelstano l’Irresoluto, che, anche nelle cose le più rilevanti per lui, tenea di rado parlate sì lunghe, come fu la precedente, studiava la risposta da farsi al versetto intonatogli da Bracy, allorchè il parlamento venne interrotto da una guardia che annunziava un frate presentatosi alla porta di soccorso, e che domandava essere introdotto nella rocca.

«Per il nome di san Bennetto, protettore di tutti i mendicanti sfaccendati!» sclamò Frondeboeuf «questa volta sarà un vero frate, o piuttosto un secondo impostore? Frugategli ben addosso, e interrogatelo a dovere, ed esaminatelo prima di lasciarlo entrare; perchè se vi lasciate ingannare anche questa volta vi fo strappar gli occhi dalle loro celle, e ne prenderanno luogo i carboni ardenti. Pensateci!»

«Sto a patto di provare tutti gli effetti del vostro sdegno, o signore, se questi non è un vero frate» rispose Gilles. «Il vostro scudiere Jocellyn lo conosce da vicino. Egli è frate Ambrogio, qui spedito dal priore di Jorvaulx.»

«Quand’è così, entri!» soggiunse Frondeboeuf. «Senza dubbio ne arreca notizie del suo padrone. Quegli non ha mai fastidi pel capo! Convien però dire che il diavolo sia in vacanza, e che i preti e i frati non abbiano adesso nulla da fare, se corrono così la campagna! — Guardie, allontanate i prigionieri, e tu, Sassone, pensa a quanto hai inteso.»

«Io domando» disse Atelstano «d’essere trattato onorevolmente, alloggiato e nudrito come s’aspetta al mio grado, e come debb’esserlo tutt’uomo che sta negoziando pel suo riscatto. In oltre sfido colui che fra voi si stima il più valoroso a rendermi ragione corpo a corpo dell’attentato contra la mia libertà. Tale disfida, o Frondeboeuf, debb’esserti stata portata dal tuo scudiere scalco. Tu non ne facesti conto veruno, pur t’è duopo rispondermi. Eccoti il mio guanto.»

«Non ricevo disfida da un mio prigioniero, e nessuno de’ miei amici corrisponderà a tale invito. Gilles, raccogli il guanto di quel franklin, e sospendilo ad uno di questi corni di cervo; vi rimarrà finchè sia libero chi il gettò. Allora s’egli osa ridomandarlo o s’egli osa asserire, che [236]fu fatto illegalmente mio prigioniere, avrà che fare con uomo, il quale non ricusò mai scontro col suo nemico, a piedi o a cavallo, solo a solo o conducendo i propri vassalli.»

Intantochè i prigionieri si ritiravano, entrava frate Ambrogio, la cui fisonomia era d’uomo costernato.

«Ecco un vero pax vobiscum» disse Wamba, in passandogli vicino, «gli altri erano moneta falsa.»

«Santissima Vergine!» sclamò il frate guardando ad uno ad uno i tre cavalieri. «Son io finalmente in sicuro, e in mezzo a Cristiani?»

«Sì, sì, sei in sicuro» disse Bracy: «quanto poi ad essere in mezzo a Cristiani, contempla. Questi è il prode barone Reginaldo di Frondeboeuf, che abborrisce a morte gli Ebrei; e questi il valoroso cavalier Templario, Brian di Bois-Guilbert, il cui mestiere è ammazzar Saracini. Se a tai segni non ravvisi i buoni Cristiani, non saprei qual altro tu ne sapessi desiderare[42].»

«Lo vedo. Voi siete amici e confederati del nostro reverendo padre in Dio, Aymer, priore di Jorvaulx» soggiunse il frate, prendendo per buona valuta l’encomio fatto da Bracy ai suoi compagni. «Quali cavalieri adunque e quali cristiani gli dovete protezione e soccorso; perchè, come si esprime il beato sant’Agostino nel suo trattato de Civitate Dei….»

«Che razza d’istorie ci sta infilando quest’animale?» lo interruppe così Frondeboeuf «o piuttosto che dici tu, ser frate? Noi non abbiamo or tempo d’udire le citazioni de’ santi padri.»

«Sancta Maria! Come questi laici si lasciano presto vincere dall’impazienza! Sappiate dunque, valorosi cavalieri, che alcuni sacrileghi malandrini, privi di timor di Dio, e di rispetto verso la Chiesa sua, sprezzatori della bolla della Santa Sede: Si quis suadente diabolo…..»

«Frate prete» disse il Templario «noi sappiamo, o almeno indoviniamo quello che vieni ad annunziarci. Ma spiegaci chiaramente. Il priore è fatto prigioniere? e in mano di chi è?»

«Oh Dio!» rispose frate Ambrogio «egli è fra le mani de’ figli di Belial, che infestano questi boschi, e che disprezzano il santo testo, ve lo dirò in nostra lingua: Non toccate i miei unti, non fate male ai miei profeti.»

«Ecco nuove faccende per le nostre lande» disse Frondeboeuf volto ai compagni. «Così dunque in vece di mandarne soccorsi, è il priore di Jorvaulx che ne chiede? Starebbe veramente per le feste chi al caso del [237]bisogno s’aspettasse aiuto da questi sfaccendati ecclesiastici! Ma in somma, frate! qual cosa è che il tuo padrone spera da noi?»

«Conciosia cosa che è stata fatta violenza al mio reverendo superiore, e ciò ad onta del testo che vi ho citato, conciosia cosa che i figli di Belial gli votarono affatto le valigie, portandogli via dugento marchi d’argento fino, conciosia cosa che domandano una somma più considerabile ancora per lasciarselo uscir dalle mani; conciosia cosa che….»

«Alla conclusione di questi conciosia cosa che» s’udì una voce d’un di quegli astanti.

«La conclusione è che si volge a voi, degni amici, affinchè vi moviate a salvarlo, o pagandone riscatto, o impiegando per lui la forza delle vostr’armi, come poi meglio vi piacerà.»

«Vada al diavolo il Priore!» gridò Frondeboeuf. «Convien dire ch’egli abbia bene innaffiata la sua colezione di questa mattina. E quand’è che il tuo padrone ha visto un baron Normanno aprir la sua borsa per venire in aiuto d’un ecclesiastico, possessore di sacchetti d’oro, dieci volte più gonfi de’ nostri? Colla forza poi delle nostr’armi!…. Anche qui, la gente che s’è impadronita della sua persona è dieci volte più numerosa della nostra; oltrechè noi medesimi ci aspettiamo da un istante all’altro dover sostenere un assalto.»

«Ed è quanto io volea pur raccontarvi, se Vostra Prontezza non m’avesse interrotto. Ma mi trovo sì confuso, Dio mi faccia grazia! perchè già… non son giovine, e la vista di tanti banditi basta bene a scompigliare il cervello d’un vecchio…. Però è la verità: a due passi di qui si fa un campo, ed ogni apparecchio per assalire le mura del castello.»

«Alle mura dunque, alle mura!» sclamò Bracy. «Vediam che cosa divisano questi cialtroni,» e sì parlando si trasferì in una vicina stanza, ove aperta quella finestra che guardava sulla campagna, si diede a chiamare i suoi colleghi.

«Sì, per san Dionigi!» sclamò. «Il vecchio frate ha ragione. Han già piantato un mantelletto di tavoloni rimpetto al castello. Ve’ quegli arcieri posti sul lembo della selva, fitti come le nuvole! e affè presagiscono temporale e grandine.»

Venne pure a quella finestra Frondeboeuf, e visti gli apparecchi dell’inimico, col suon del corno raunò gli armigeri ordinando a ciascuno di prendere il suo posto sopra i bastioni.

«Bracy» sclamò egli «imprendi tu a difendere il fianco di levante, ove le mura del castello son men alte. Nobile Bois-Guilbert, la tua professione ti fe’ pratico nell’arti della difesa, come in quelle degli assalti; vegghia alla parte occidentale, io mi terrò alla porta di soccorso. Però, amici miei, non vi limitate a guardar solo un punto. Fa di mestieri in tal giorno che ci troviamo da per tutto e nel medesimo tempo, e che per così dire ci moltiplichiamo onde portar soccorso e inspirare fiducia ovunque [238]scorgasi più vigoroso l’impeto del nemico. Siam pochi, ma il coraggio e la solerzia possono tener luogo di numero, tanto maggiormente perchè non abbiamo da batterci che con ciurme spregevoli di villani.»

«Ma, nobili cavalieri» soggiunse frate Ambrogio, conservando la stessa melensaggine anche in mezzo a questo trambusto «nè vi sarà alcuno di voi che voglia ascoltare il messaggio del reverendo padre in Dio Aymer, priore di Jorvaulx? Vi supplico prestarmi attenzione, nobile ser Reginaldo.»

«Volgi le tue preghiere al cielo» questi rispose «perchè noi non abbiam tempo d’ascoltarle su questa terra. A te Anselmo; fa bollire olio e pece per irrugiadarne i capi di questa canaglia. A noi gli archi e le balestre. S’inalberi la mia bandiera dalla testa di toro. Gli assassini vedran quest’oggi contro chi han preso a cozzare.»

«Ma, nobile Reginaldo» continuò il frate credendo conciliarsi attenzione a furia di molesto insistere «pensate al voto mio d’obbedienza, e sofferite ch’io compia per intero il messaggio addossatomi dal mio superiore.»

«Spacciatemi da questo sragionevole chiacchierone» gridò Frondeboeuf: «chiudetelo nell’oratorio; stia là a recitare il rosario finchè sia sbrigata questa faccenda. Sarà un caso insolito pe’ santi di Torquilstone udir borbottare Pater ed Ave. Penso anzi che dacchè vi stanno, tal cosa ad essi non sia accaduta giammai.»

«Non bestemmiate i santi, ser Reginaldo» disse Bracy: «per conquidere oggi questi ribaldi avrem bisogno del soccorso de’ santi.»

«A dirvela» rispose quell’anima perduta «me li son sì poco amicati, che ne spero aiuto sol col buttarli dall’alto delle mura sulle teste di questi manigoldi. V’è tra l’altre una statua di s. Cristoforo, che unica basterebbe ad accoppare tutta una compagnia di soldati.»

Durante un tale colloquio, il Templario indagava le fazioni degli assedianti con miglior senno che non ne mostravano il brutale Frondeboeuf e il suo compagno, anche più frivolo di quel che l’altro fosse brutale.

«Sulla fede del mio Ordine» diss’egli «questi maledetti mandano avanti gli approcci con maggior ordine ed ingegno che non ne avrei in essi creduto. Ve’ come sanno disinvoltamente farsi baluardo di ogni albero, d’ogni sterpo! E come ben progredisce quel mantelletto che gli assicura dai nostri dardi, dalle nostre frecce. Non vedo, gli è vero, fra loro bandiera o stendardo, ma scommetterei la mia catenella d’oro, che li guida qualche cavaliere, qualche uomo perito nel mestier della guerra.»

«Non v’ha dubbio» aggiunse Bracy. «Anzi vedo brillar l’elmo e la corazza di un cavaliere. Non osservate là in fondo quell’uomo d’alta statura, coperto d’armi nere, che sta schierando una banda d’arcieri? Per san Dionigi! Credo non ingannarmi. È quell’istesso cui mettemmo [239]nome il Neghittoso Nero, quegli, Frondeboeuf, che nel torneo d’Ashby vi fece votare l’arcione.»

«Ne godo» rispose Frondeboeuf. «Egli vien senz’altro per darmi la mia rivincita. Gli è a dire che sia qualche mascalzone di bassa lega, perchè non ardì farsi vedere dopo il torneo per ricevere il premio che il caso gli aggiudicò. Avrei avuto un bel rintracciarlo tra le file ove i nobili e i cavalieri cercano i lor nemici. Ben mi torna adesso di trovarlo confuso colla plebaglia.»

Ma gli apparecchi dell’assalto divenivano vie più serii e incalzanti, onde non v’era altro tempo da perdere in discorsi. I cavalieri si trasferirono ciascuno al proprio luogo, conducendo seco il piccol numero d’uomini posti sotto i lor ordini, nè bastanti a guernire tutto il ricinto di quelle mura, ed aspettarono con calma e coraggio lo scoppio da cui venivano minacciati.

[240]

CAPITOLO XXVII.
«Della stirpe d’Adam gramo rifiuto

«Son le genti idumee; pur dagli strali

«Feri di morte n’è il poter temuto.

«A lor colline e ombriferi viali

«Di fiori e d’erbe porgono tributo,

«Che d’un guardo la turba de’ mortali

«Non degna sol; di man dotta il lavoro

«Ne elice di salute il bel tesoro.

Il Giudeo.

Fa di mestieri che la nostra storia torni addietro poche pagine a fine di mettere innanzi agli occhi del leggitore alcune circostanze necessarie a lui da sapersi per comprendere quanto rimane di questo rilevante racconto. Certo gli sarà stata bastante scorta la propria intelligenza ad accorgersi, come allorquando Ivanhoe cadde stremo per le ferite, e parve abbandonato da ognuno, Rebecca dovesse aver ottenuto per sua filiale insistenza dal padre, ch’ei facesse trasportare il giovine guerriero in quella casa del sobborgo di Ashby, ov’era la temporanea dimora di quest’Ebreo.

E tale insistenza di Rebecca diveniva necessaria, non perchè Isacco fosse privo di umanità e di sensi di gratitudine, ma per l’ostacolo che a tale desiderio della figlia opponeano nel cuore di lui gli scrupoli e i pregiudizi della sua perseguitata nazione.

«Beato Abramo!» ei sclamava; «intendo bene ch’è un giovane pien di merito, e mi spezza il cuore a vederne sgorgare il sangue che gli lorda quella casacca sì ben ricamata, quel giustacuore di finissimo panno! Ma trasportarlo in casa nostra! vi hai ben pensato, mia figlia? Egli è cristiano, e la nostra legge non ci permette avere corrispondenze nè con Cristiani nè con Gentili se non se per affari sol di commercio.»

«Non parlate così, padre mio,» rispose Rebecca: «egli è vero che non dobbiamo collegarci ad essi ne’ piaceri de’ banchetti, ma feriti o infelici, qualunque religione professino, tutti gli uomini ne divengon fratelli.»

«Mi piacerebbe sapere come la pensi a tale proposito il rabbino Giacob ben Tudela. Non quindi è giusto che un sì valoroso giovane perisca per mancanza di chi lo soccorra. Seth e Ruben non hanno che a trasportarlo ad Ashby.»

«Lo mettano nella mia lettica, o mio padre; io cavalcherò uno dei nostri palafreni.»

«Ciò sarebbe un troppo esporti ai profani sguardi de’ figli d’Ismael e d’Edom» soggiunse Isacco a bassa voce e con aria inquieta, guardando [241]da ogni lato all’intorno di sè. Ma Rebecca in questo intervallo facea che si desse compimento a quanto avea compassionevolmente avvisato, nè dava retta alle obbiezioni del padre, allorchè questi, traendola leggermente per la manica della veste, soggiunse con voce ancor più sommessa: «Per la barba d’Aronne! E se questo prode giovane venisse a morire nella nostra abitazione, non ne butterebbero la colpa sopra di noi? Non andremmo a rischio di essere trucidati dal popolo?»

«Non morirà, o padre» gli rispose Rebecca rispingendone lievemente la mano «non morirà, ammenochè noi non lo abbandonassimo, e allor sì saremmo rei della sua morte davanti a Dio e davanti agli uomini.»

«Sì, mi è forza convenirne, ed ogni goccia di sangue che vedo stillar da quel corpo è come un bisante d’oro che uscisse della mia borsa. So che le lezioni di Miriam, figlia del rabbino Manasse di Bisanzio, che Dio ne abbia l’anima in paradiso, ti rendettero esperta nell’arte di guarire e di conoscere la virtù dell’erbe e la forza degli elissiri. Fa dunque come giudichi meglio. Tu sei un’eccellente figlia, una benedizione, una corona di gloria, un cantico d’allegrezza per me, per la mia casa e pel popolo di Dio.»

I timori d’Isacco però non erano sì mal fondati, e l’atto benefico della giovane virtuosa nella tornata ad Ashby diede al Templario, che la vide su quel cammino, l’occasione di fisare su di lei i licenziosi suoi sguardi. L’uomo audace le passò due o tre volte dinanzi per meglio contemplarla, e concepì quell’ardore, quell’ammirazione, di cui vedemmo le conseguenze, allorquando il caso la trasse in potere di quell’uomo scevro d’ogni massima di virtù.

Rebecca adunque non perdè un istante a far trasferire il ferito nel luogo di temporanea dimora del padre suo, ove esaminò ella stessa e curò colle proprie mani le piaghe d’Ivanhoe. I miei leggitori, e quelli soprattutto, alla cui giovinezza è più dilettevole la lettura de’ romanzi di cavalleria, rammenteranno, come le donne in que’ secoli, detti d’ignoranza, fossero sovente iniziate ne’ misteri della chirurgia, e come tal galante cavaliere andasse non di rado debitore del suo risanamento alla donna avvenente, che gli imprimea poi una ferita più profonda nel cuore.

Ma nel tempo di cui favelliamo, gli Ebrei d’entrambi i sessi possedevano e adoperavano in ogni ramo l’arte della medicina, ned eravi possente barone o anche monarca, il quale, infermo o ferito, sdegnasse fidar sè medesimo alla cura di qualche perita persona, comunque appartenesse a tal proscritta generazione. I Cristiani per la maggior parte credeano che i rabbini ebrei fossero profondamente versati nelle scienze occulte, e soprattutto nell’arte cabalistica, la quale traea nome ed origine dagli studi de’ savi di Israele. Nè i rabbini medesimi si affaticavano a dismentire l’opinione delle nozioni soprannaturali supposte in essi, perchè tale idea nulla crescendo allo smodato odio giurato dai Cristiani contro di [242]loro, diminuiva almeno il disprezzo che a questo odio andava congiunto. Uno stregone ebreo, un usuraio ebreo, potevano inspirare lo stesso orrore, ma non essere vilipesi egualmente. Egli è per altra parte credibile a chi osservi quai maravigliose cure vennero attribuite ai Giudei, che questi avessero in proprietà alcuni segreti di medicina particolari a loro, come parimente che fossero studiosissimi di tenerli occulti ai Cristiani presso i quali stanziavano.

Istrutta adunque l’avvenente Rebecca in tutte le dottrine privilegiate della sua stirpe, ne profittò oltre quanto poteva aspettarsi, anche avuto riguardo e alla giovinezza e al sesso e al tempo in cui essa vivea. Le era stata maestra, nell’arte di guarire gl’infermi, una vecchia figlia di un rinomato dottore ebreo, la quale amava Rebecca siccome figlia, e la fe’ partecipe di tutti i segreti ereditati dal padre. Il destino di Miriam fu essere sagrificata al fanatismo del secolo, ma i segreti di lei le sopravvissero nelle mani della sua degna discepola.

Considerata parimente per sapere e per avvenenza Rebecca, ottenea rispetto ed ammirazione da’ suoi confratelli, che la avevano in concetto d’una di quelle femmine favorite da Dio, delle quali fa menzione la Storia Santa; e il medesimo Isacco, in parte per un riguardo a sì fatte prerogative, e cedendo in parte a tenerezza paterna, che non avea limiti in esso, le concedeva maggior libertà di quanta ne dessero alle persone di quel sesso le israelitiche consuetudini; e già abbiam veduto s’ei si lasciasse guidare dall’opinion della figlia sino a sagrificarle la propria.

Allorchè Ivanhoe giunse all’abitazione d’Isacco, era tuttavia privo di conoscenza, e ne fu cagione la grande perdita di sangue che aveva fatta. Rebecca, dopo applicati sulle ferite i farmaci che stimava opportuni a guarirle, annunziò al padre, come stando lontano dal malato la febbre, il che potea sperarsi, pel molto sangue uscitone dal corpo, nulla avrebbe dovuto temersi per la vita di lui, e che non eravi pericolo nel trasportarlo a York il dì successivo. A tal notizia impallidì un istante Isacco, la cui carità sarebbesi volentieri limitata a lasciare il ferito nella casa ove trovavasi ad Ashby, ed a raccomandarlo con promessa di rimborsare le necessarie spese all’Ebreo proprietario dell’abitazione medesima. Ma a dissuaderlo da questo divisamento molte ragioni adoperò Rebecca, due delle quali citeremo soltanto, siccome quelle che parvero di maggior valore al padre di lei. L’una ch’ella non si sarebbe avventurata a confidare nè manco ad un individuo della propria tribù quell’ampolla ove racchiudeasi il balsamo necessario a compiere la sospirata guarigione, e ciò per tema ch’altri arrivasse a sorprendere il segreto del modo ond’era formato lo stesso farmaco. La seconda ragione poi ella deducea dall’essere Wilfrid d’Ivanhoe il favorito di Riccardo-Cuor-di-Leone, di cui si vociferava probabile il ritorno nell’Inghilterra; ritorno da temersi per Isacco, al qual poteva essere apposto a colpa l’avere somministrate somme ragguardevoli al [243]principe Giovanni, nell’atto che di tai somme lo stesso principe si valeva a macchinare ribellione. Con tal vista gli era utile il procacciarsi nello stesso Ivanhoe un valevole avvocato ed intercessore presso il Monarca.

«È vero, è conforme a ragione quanto mi dici, o Rebecca» le disse il padre cedendo alla forza di sì fatti argomenti. «Offenderebbe lo stesso Dio chi avventurasse a rischio i segreti della beata Miriam; perchè i beni conceduti da Dio non vogliono inconsideratamente esser buttati in altre mani, sian poi tali doni marchi d’oro o d’argento, o veramente nozioni misteriose e segrete. Gli è un debito il lasciarne depositarii coloro che li ricevettero dalla Provvidenza. E quanto all’uomo che i Nazareni chiamano col nome di Cuor di Leone, vedo anch’io come sarebbe meglio per me cader fra le branche d’un leon d’Idumea che nelle sue, se mai gli giugnessero a saputa i negozi che ho fatti con suo fratello. Do quindi ascolto agli avvisi tuoi, o mia figlia; e il bravo giovine (chè l’Ebreo si era avvezzato ad indicare con tal predicato Ivanhoe sin da’ primi fatti della giostra d’Ashby) venga con noi ad York, e la nostra casa sarà la sua finch’egli sia affatto risanato dalle riportate ferite; e se Cuor di Leone torna in questi paesi, come qualcuno va divulgando, il bravo giovine diverrà per me un muro di difesa contra la collera del Re. Se poi non torna, lo stesso bravo giovine verrà nonostante in essere di rimborsarmi delle mie spese, tosto che avrà guadagnato qualche buono spoglio colla punta della sua sciabola o della sua lancia, come ha fatto ieri ed oggi, poichè questo giovine è un bravo giovine, fedele alle sue obbligazioni, e puntuale a dato giorno, a data ora; restituisce quanto ha preso in prestito, paga quello che deve di più, soccorre l’Israelita, se lo vede pericolante fra gli agguati de’ ladri e de’ figli di Belial.»

Fu solamente sul far della sera che Ivanhoe ricuperò l’uso de’ sensi. Uscito allora come di profondo sonno, lo spirito di lui giaceva in quella letargia, in quella confusione, che sono effetto ordinario dello stato cui era ridotto. La sua mente non gli valse per qualche tempo a raccozzare le circostanze che avevano preceduto il suo svenire nella lizza, ned a seguire la concatenazione di quegli avvenimenti ne’ quali aveva egli avuta sì gran parte il dì innanzi. Alla molesta sensazione che gli cagionavano le ferite, la debolezza, lo stremo di tutte le sue facoltà fisiche e morali, mesceasi una confusa rimembranza di pugne, di colpi dati e ricevuti. Vedea cavalli far impeto gli uni contra gli altri, scontrarsi, rovesciarsi; udia scricchiolar d’armi, gridar di combattenti, tumultuar di battaglia. Tentò uno sforzo per allontanare la cortina del letto ove lo avevano collocato, e vi riuscì benchè non senza provare difficoltà.

Stupì grandemente trovandosi in un appartamento fregiato sì di ricchissime suppellettili, ma tutte di foggia orientale, e ove tenean luogo di seggiole i cuscini; talchè per un istante credè esser stato trasportato nel durare del suo letargo in terra di Palestina. Nè a guarirlo da sì fatta [244]illusione contribuì, come ognun s’immagina, il vedersi comparire innanzi, movendo circospetti passi, una giovine donna posta in tal sontuosa acconciatura che annunziava le usanze di vestire asiatiche anzichè le europee, e seguita da un’ancella di colore che traeva affatto al nero.

Fu questa una specie di visione agli occhi del cavaliere ferito, che stava per indirigere alcuni accenti alla comparsagli fata, allorchè questa s’appressò un dito al vezzoso labbro, come chi raccomanda il silenzio. Poichè l’ancella ebbe scoperto il fianco d’Ivanhoe, la leggiadra Israelita scorse con molto giubilo dallo stato della piaga, che le proprie cure non sarebbero tornate inefficaci. Adempiè quel ministerio la gentil medichessa con tal modestia e semplicità, piena di grazia e decoro, che anche a secolo più ingentilito niuno avrebbe ravvisato in tutto quanto ella fece cosa disdicevole a donna la più dilicata. In quell’atteggiamento, la vista di leggiadra e ufiziosa giovinetta china sul letto di persona di sesso diverso per medicarne le piaghe, non era la cosa che più si conciliasse ammirazione; perchè tale idea, pur essa gradevole, si dileguava all’offerirsi piuttosto l’altra d’un ente benefico inteso ad alleviare il dolore e a far fronte ai colpi minacciati da morte. Rebecca diede alcune brevi istruzioni in lingua ebraica a quella vecchia fantesca, la quale avvezza a servire in tali ufizi la sua padrona, le adempiè scrupolosamente e tantosto.

Gli accenti di strana lingua sonano aspri il più delle volte all’orecchio di tale che non li comprenda; pure usciti dalle belle labbra di Rebecca, produssero quel magico effetto che l’immaginazione attribuisce agli incanti di fata benefica. Certamente que’ detti furono inintelligibili per Ivanhoe; ma la voce soavissima che li modulava, lo sguardo tutto spirante affetto da cui erano accompagnati, li rendevano commoventi e sino al cuore li conduceano. Non osando una sola interrogazione, Ivanhoe lasciò ch’ella terminasse tutto quanto spettava al pietoso ufizio da lei assuntosi, e solo allorchè dopo le largitegli cure la vide in procinto d’allontanarsi, si risolvette a volgerle il discorso.

«Giovane e vaga donzella» le diss’egli in arabo, poichè tal idioma aveva imparato nell’Oriente, e la foggia del vestir di Rebecca dava a credere ch’ella il dovesse conoscere «quanto io mi sia grato a tal cure, e…»

Ma lo interruppe quell’avvenente discepola d’Esculapio. «Ser cavaliere, io parlo l’inglese, e nacqui nell’Inghilterra; benchè il mio abito e la mia famiglia appartengano ad altra contrada.» E in pronunziando sì fatti accenti, un lieve sorriso diè per pochi istanti a quella vaga forma uno spicco di men solito genere, perchè l’espressione d’ordinario ne era seria e piuttosto volta al patetico.

Nè diremo già che prima gli occhi d’Ivanhoe esprimessero sentimenti al di là di quell’omaggio a cui rari pregi di avvenenza giunta a cortesia costringono tutt’uom giovane. pag. 245.

«Nobil fanciulla» ripigliò a dire Ivanhoe; ma per la seconda volta Rebecca s’affrettò ad interromperlo.

«Risparmiate anche il titolo di nobile, ser cavaliere. Gli è meglio [245]sappiate da me a dirittura come la persona da cui ricevete or qualche assistenza, non è altro che una povera Ebrea, non è altro che la figlia d’Isacco d’York, a voi debitore non ha molto di servigi i più segnalati. Ogni giustizia volea che in tale momento la sua famiglia vi porgesse quanti soccorsi il presente vostro stato domanda.»

Sarebbe difficile l’assegnare fin quanto, prima di un tale schiarimento, avrebbero innoltrata breccia nel cuore del cavaliere, che stava in estasi contemplandoli, gl’incanti del volto e gli occhi nerissimi di Rebecca, occhi il cui splendore moderavano solamente le lunghe ciglia fattesi lor velo, occhi e ciglia che ad un cantor di ballate avrebber suggerita l’immagine della stella della sera allorchè dardeggia i suoi raggi per mezzo a un boschetto di gelsomini. Ma le massime cattoliche prevalevano troppo in Ivanhoe per non farsi perfin più forti de’ vezzi della bellissima Ebrea; cosa prevedutasi da Rebecca, la quale per ciò solo fu frettolosa di dargli a conoscere il proprio nome, e la classe cui appartenevano ella e suo padre. Ciò nondimeno l’avvenente e saggia figlia d’Isacco era donna, nè immune dalle fralezze di tutti i mortali; non potè quindi rattenere un sospiro in veggendo il cambiamento surto d’improvviso fra gli sguardi d’ammirazion rispettosa, nè affatto disgiunta da tenerezza, che dianzi tenea fisi Ivanhoe sopra la sua sconosciuta benefattrice, ed una fisonomia fattasi fredda, addiacciata, in cui leggeasi una gratitudine figlia del dovere, e leggeasi ad un tempo la fatica di tributarla, perchè ne era divenuta scopo tal persona spettante ad una progenie vilipesa e proscritta, di cui persino i servigi contro cuore erano accolti. Nè direm già che prima gli occhi d’Ivanhoe esprimessero sentimenti al di là di quell’omaggio a cui rari pregi di avvenenza giunta a cortesia costringono tutt’uom giovane; ma non quindi meno dovette essere trafitto il cuore della infelice Rebecca nell’avvedersi come un solo accento le toglieva un tributo, a cui, nè crediam lo ignorasse, ella avrebbe avuto diritto sol che non fosse nata in tal ordine di società, ove nè chi avea tale diritto potea farlo valere, nè altri riconoscerlo senza assoggettarsi ad un’infamia decretata dalle opinioni pregiudicate di quell’età.

Pur tanta era in essa rettitudine d’ingegno e bontà d’animo, che non fe’ delitto ad Ivanhoe di partecipare alle massime generali del secolo benchè viziate e ad un mal inteso zelo della religione ch’ei professava. Al contrario, comunque convinta da sgradevole evidenza, che il suo infermo la riguardava soltanto come persona del novero d’una schiatta colpita dalla maledizione di Dio, nè degna d’aver con essa maggior avvicinamento di quanto sola necessità indispensabile comandasse, non si ristette dal largheggiargli di cure le più solerti ed assidue. Venuta al momento di annunziargli il dovere in cui si trovava il padre di lei, Isacco, di condursi a York, e del disegno loro di farlo trasportare in propria casa, e tenerlo ivi fino al perfetto risanamento di sue ferite, Ivanhoe si mostrò [246]restio a simile proposta, colorando la renitenza d’un desiderio di non arrecare più lungo incomodo a persone sì benefiche a suo riguardo.

«Non potrebbe» chiedeva egli «trovarsi ne’ dintorni d’Ashby un qualche franklin Sassone, o vero sia facoltoso contadino, che acconsentisse a darmi ricetto in sua casa, sintantochè io fossi un’altra volta in istato di addossar l’armi? Non un convento che mi ricevesse? In somma, non v’ha alcun modo di trasportarmi a Bourton, ove non dubito esser bene accolto da Waltheof, abate di san Vitoldo, e mio parente?»

«Il vedo bene» rispose Rebecca con mesto sorriso «il vedo bene che la più miserabile fra le capanne sarebbe a voi soggiorno più gradito della casa d’uno spregevole Ebreo. Ma vi avverto, ser cavaliere: voi non potreste cambiare d’alloggiamento senza licenziare il vostro medico; e se la nostra nazione è ignara nell’arte delle battaglie, è altrettanto esperta nel curare le ferite che ne derivano. Soprattutto la nostra famiglia possede segreti farmaci, privilegio di pochi individui, anzi d’un solo in linea di eredità fin dai tempi di Salomone; e se sieno efficaci voi lo provaste. Non troverete in tutta quanta la Gran-Brettagna un sol chirurgo nazareno…. oh perdonate! cristiano, che possa condurvi al momento d’imbracciar corazza entro una durata di tempo minore di quattro mesi.»

«E qual tempo vi assumereste voi al compimento della cura?» rispose Ivanhoe con tuon d’impazienza.

«Otto giorni se vi abbandonate affatto alle mie premure.»

«Per la santa Vergine! se non è peccato il pronunziare questo nome in tal luogo, venimmo a’ tempi, che chiunque sia buon cavaliere dee bramare tostamente di mettersi in sella. Giovinetta, se mi tenete la vostra parola, vi farò dono di quest’elmo pieno di bisanti appena avrò potuto procurarmeli.»

«Ve la terrò e voi brandirete la spada d’oggi a otto giorni, ma invece del danaro che mi promettete vi vorrei propenso a concedermi un altro dono.»

«E qual può essere? Parlate. Se sarà dono di tal natura, che un cavaliere cristiano possa concederlo a persona di vostra nazione, la mia gratitudine e la mia soddisfazione nell’appagarvi andranno del pari.»

«Di credere per l’avvenire, che un Ebreo può prestar servigio a un Cristiano senza aspettarsi d’altra ricompensa fuorchè la benedizione del padre comune di tutti gli uomini e giudei, e cristiani, e gentili.»

«Sarebbe una malvagità, o giovinetta, il dubitarne. Dunque tutto io mi riprometto dal vostro sapere, da cui spero fra otto giorni la facoltà di addossare nuovamente la mia armatura. Ora permettetemi chiedervi alcune notizie. Che accadde del nobile Sassone Cedric? che della sua comitiva e dell’amabile persona….» Qui s’arrestò un istante per cercare una circollocuzione, pavido di profanare il nome di Rowena col pronunziarlo in una casa d’Ebrei «dell’amabil persona… nominata la Regina del torneo?»

[247]
«E da voi scelta a questa dignità, ser Cavaliere, con tal discernimento che non si fe’ ammirar meno del vostro valore.»

Il sangue che Ivanhoe aveva perduto non impedì che non gli si facesser lievemente rosse le guance, accorgendosi di aver senza volerlo palesato l’affetto che nudria ver lady Rowena collo studio medesimo adoperato a nasconderlo.

«Io pensava or forse…. meno a parlar di lei che del principe Giovanni. Ma andava chiedendo contezza di tutti quelli che erano con Cedric. Anche del mio fido scudiere vorrei saper qualche cosa. Perchè nol trovo presso di me?»

«Permettetemi» soggiunse Rebecca «di far valere l’autorità che è in un medico per prescrivervi il silenzio e la necessità di allontanare da voi tutte le considerazioni che potessero agitare l’animo vostro, mentre io vi appagherò dandovi conto delle cose che bramate sapere. Il principe Giovanni di repente impose fine al torneo, e si trasferì in gran fretta a York, accompagnato da’ nobili, da’ cavalieri e dagli ecclesiastici che lo favoreggiano, non tanto presto però da non procacciarsi prima, o per amore o per forza, quanto danaro potè da coloro che or vengono riguardati siccome i ricchi della terra. Dicesi suo divisamento impadronirsi della corona fraterna.»

«Della corona di Riccardo!» Ivanhoe sclamò, facendo uno sforzo per sollevarsi. «Ciò non accadrà se prima non si rompa una lancia in difesa di lui, non vi fosse che un solo suddito fedele nell’Inghilterra. Io sfiderò il più valoroso de’ campioni di Giovanni, e se non gli basta, ne affronterò anche due in campo chiuso.»

«Ma per venire in istato di farlo» disse Rebecca toccandogli leggermente la spalla «vi è d’uopo stare alle mie prescrizioni, prima delle quali fu evitare ogni agitazione d’animo.»

«Avete ragione, o giovinetta; mi terrò tranquillo fin dove il permettono i tempi a cui pervenimmo. Datemi ora novelle di Cedric e della sua comitiva.»

«Vi narrerò quanto ne seppi dall’intendente dello stesso Cedric, venuto momenti sono a domandare con gran premura a mio padre il prezzo di lane vendutegli. Cedric e Atelstano di Coningsburgo dopo aver ceduto ai replicati inviti del Principe che li convitò, ne abbandonarono di assai mal umore il palagio. Ora stanno in procinto di restituirsi alle case loro.»

«Qualche persona d’altro sesso gli accompagnò andando dal principe?»

«Lady Rowena non assistè al banchetto» disse Rebecca, la cui risposta superò in esattezza l’interrogazione d’Ivanhoe «e da quanto seppi dallo stesso intendente tornerà a Rotherwood col suo tutore Cedric. Venendo al fido vostro scudiere Gurth….»

«Che ascolto?» esclamò Ivanhoe. «Voi ne sapete il nome!… Ah sì, dovete saperlo, ei ricevette dalla generosa vostra mano cento zecchini.»

[248]
«Vi prego non parlare di ciò. Ben mi avvedo come talora la lingua esprima le cose che il cuore vorrebbe nascondere.»

«Il mio onore però vuole ch’io rimborsi vostro padre di questa somma» disse Ivanhoe con serio tuono.

«Da qui ad otto giorni farete quanto vi piacerà; ma sino a quel punto non pensate ad altro, ve ne prego, che ad affrettare la vostra guarigione.»

«Sia il voler vostro, eccellente fanciulla, diverrei un ingrato, se ad esso non mi conformassi. Ma torniamo al mio povero Gurth, e cesso dal farvi interrogazioni.»

«Spiacemi il dover annunziarvi com’ei si trovi fra’ ceppi per ordine dello stesso Cedric. Ma» soggiunse ella tosto accorgendosi del dolore che sì fatto annunzio destava nell’animo del suo infermo «l’intendente Osvaldo nel narrarmi ciò aggiunse altre cose intorno la fedeltà di questo servo e l’affetto in cui lo teneva Cedric; tal disgrazia momentanea essere sol derivata a Gurth da un eccesso d’amore verso il figlio del padrone medesimo, colpa che non avrebbe tardato ad ottenere perdono da Cedric, se non fossero sopraggiunte nuove circostanze ad aumentare in questo il mal umore; ed a qualunque evento, e se non cede lo sdegno nel padrone, conchiuse dandomi tal certezza l’intendente, i colleghi di Gurth e soprattutto il gioviale Wamba, s’erano assunti d’agevolargli qualche modo di fuga lungo la strada.»

«Il cielo secondi le loro intenzioni! Par mio destino il portar disgrazia a tutti coloro che dimostrano premura ed affetto per me. Il mio monarca mi ha onorato e distinto, ed ecco il suo fratello che si arma per contendergli la corona. Il rispetto che ho dato a divedere per una donna, onor del suo sesso, le ha fruttato molestie e in tal qual modo l’ha compromessa. Un fedel servo si è avventurato per soverchio zelo ed amore alla mia persona; corre rischio di divenir vittima della collera di mio padre. Voi vedete quindi, o giovinetta, qual maligna stella sovrasta all’infelice cui soccorrete. Che non v’affrettate a lasciarlo in preda del suo maligno destino per tema di parteciparne voi pure?»

«Lo stato di cordoglio e di spossatezza in cui siete, vi fa interpretare troppo svantaggiosamente i disegni della Providenza. Io vedo sotto ben altro aspetto le cose. Voi foste restituito alla patria vostra, allorchè ella avea istantaneo bisogno d’un cuor leale e d’un braccio valoroso; voi umiliaste, quand’era andata fuor d’ogni limite, la baldanza de’ nemici di voi e del vostro Re. Finalmente vedete come l’Eterno vi ha fatto trovare sin nell’ordine di persone il più spregevole agli occhi vostri una mano capace di ritornarvi a salute. Prendete dunque coraggio, e tutto sperate dal cielo, che sembra aver serbato il vostro braccio a giovare con qualche alta impresa la patria. Addio. Dopo bevuto il liquore che sto per inviarvi, procurate di gustare qualche riposo, a voi necessario per sopportar meglio domani i travagli del viaggio.»

[249]
Tai ragionamenti persuasero Ivanhoe che poco dopo bevè la pozione calmante e narcotica apprestatagli dalla Israelita avvenente, e n’ebbe conforto d’un sonno placidissimo e non interrotto, onde la sua pietosa assistente, non trovando alla domane alcun sintomo di febbre in lui, giudicò che poteva essere trasportato senza tema d’alcun pericolo.

Venne collocato nella lettica medesima entro cui lo ricondussero dal torneo, nè si trascurò sollecitudine atta a rendergli più agiato un tal viaggio. Non vi fu che una cosa sola non potutasi vincere da Rebecca a pro dell’infermo. Isacco, simile al viaggiatore arricchito di Giovenale, avea sempre dinanzi agli occhi la paura de’ ladri, consapevole per altra parte che fossero Normanni o Sassoni, cavalieri o scorridori, niuna di queste classi o schiatta si facea scrupolo dispogliarlo. Impiegando però quanta giornata potea nel cammino, brevi e poche pause ei concedeva alle bestie e a chi le governava, cui mancavano quasi gl’istanti di prendere un poco di nutrimento. Tal fu la cagione per cui si trovò molto innanzi a Cedric e ad Atelstano, partiti bensì nello stesso tempo di lui, ma che aveano fatta quella lunga fermata da noi descritta al convento di san Vittoldo. Nondimeno, o ne avesse merito il balsamo della dotta Miriam, o vero la robusta tempera d’Ivanhoe, non derivò da questo sforzato cammino alcuno di quegli inconvenienti che per la salute del ferito avea temuti Rebecca.

Fors’anche altri motivi segreti avea l’impazienza che facea Isacco tanto sollecito di accelerare il viaggio. Gli è certo che questa diede ben presto origine a dispareri tra lui e gli uomini da esso noleggiati per servirgli di scorta. Essi erano Sassoni, tenerissimi quindi del buon desco e di tutte le loro comodità, com’era l’usanza del paese, usanza che lor meritò dai Normanni gl’ingiuriosi titoli d’infingardi e ghiottoni. Se aveano acconsentito prestar servigio all’Ebreo facoltoso, fu colla speranza di vivere a spese sue lungo tempo; e sol quando s’accorsero com’ei volea correr tanto, conobbero d’avere sbagliati i propri conti. Cominciarono quindi a diffondersi in rimostranze sul danno che da tal modo di viaggiare sofferivano le loro bestie; ma parlavano ad un sordo nel presentarle ad Isacco. Vi fu in oltre caldissima disputa tra lui ed essi intorno la quantità di birra e vino che pretendevano a ciascun pasto. Da tutte le ridette circostanze divenne che all’approssimarsi del pericolo il più paventato da Isacco, ei si vide abbandonato dai malcontenti mercenari, sulla cui protezione avea fondato speranze dopo essersene sì male assicurata la fedeltà[43].

Così trovavasi derelitto in mezzo alla selva colla sua figlia e coll’infermo, allorchè si scontrarono in lui Cedric e Atelstano come vedemmo, [250]e vedemmo parimente in qual guisa le due congiunte brigate cadessero in potere di Bracy e de’ confederati di Bracy. Niuno de’ supposti masnadieri pose grande attenzione alla lettica, che fors’anche avrebbero lasciata ove la trovarono, se non era la curiosità di Bracy, il quale non aveva anche riconosciuta lady Rowena, coperta da un velo assai fitto. Egli suppose pertanto che potesse entro la lettica starsi la donna divenutagli scopo d’impresa sì perigliosa. S’affrettò quindi ad aprire la ridetta lettica, nè poco fu la sua maraviglia allo scorgere il ferito cavaliere, che credendosi caduto fra le mani di sassoni scorridori, presso i quali l’essere conosciuto per quel ch’egli era divenisse salvaguardia così per sè come per gli altri suoi compagni, si annunziò per Wilfrid d’Ivanhoe tostamente.

Anche in mezzo alla leggerezza e agli sregolamenti della sua vita, Bracy avea sempre conservato qualche principio di onore cavalleresco. Non solamente quindi non venne ad alcuna estremità contro l’uomo in cui temea giustamente il proprio rivale, e privo allora d’ogni difesa, ma si astenne accuratamente dal far partecipe della sua scoperta Frondeboeuf, il quale al certo non si sarebbe ristato per riguardi dall’uccidere immantinente colui che potea disputargli la signoria d’Ivanhoe. Non quindi però Bracy si avvisava di restituire a libertà un rivale preferito da lady Rowena come troppo il davano a credere gli avvenimenti del torneo, e come d’altra parte ei non doveva ignorare, per essere cosa generalmente notoria, il bando che a cagione di questo amore avea sofferto dal paterno tetto Wilfrid; chè l’usare sì nobilmente con un tale emulo era sforzo superiore alla generosità di Bracy, il quale prese quindi un temperamento di mezzo fra il bene ed il male, cosa unica di cui si sentisse capace. Pose adunque due de’ suoi scudieri a ciascuna banda della lettica, ordinando loro di non permettere a chicchessia d’avvicinarvisi. Giusta le istruzioni che trasmise ai medesimi doveano rispondere a qualunque interrogazione venisse lor mossa, quella essere la lettica di lady Rowena, ove aveano collocato un proprio compagno ferito. Giunti a Torquilstone, e nel tempo che il signor della rocca e il Templario pensavano unicamente a mettere in opera i concetti divisamenti, l’un contra l’Ebreo, l’altro ver la figlia dell’Ebreo, gli scudieri di Bracy trasferirono Ivanhoe in un appartamento separato della rocca, continuando a farlo credere un lor compagno. E tal menzogna volsero anche in propria scusa, allorchè Frondeboeuf fin ne’ primi momenti di agitazione che seguirono l’udito squillo del corno e la disfida degli assedianti, si mise in ronda attorno al castello, e giunto al luogo ove stavano il ferito e coloro che il custodivano, rampognò questi perchè non s’erano tosto condotti sopra i bastioni appena dato il segnal dell’allarme.

«Un compagno ferito!» sclamò egli con accento di collera ad un tempo e di sorpresa. «Non maraviglio ora, se bande di villani e di scorridori ardiscono mettere assedio ai castelli, poichè coloro che li dovrebbero [251]difendere si son dati al mestier d’infermieri. Su i bastioni, sciaurati! su i bastioni! o v’ammaccherò l’ossa a furia di piattonate.»

Gli scudieri di Bracy gli risposero con fermezza «niuna cosa desiderar eglino tanto siccome l’unirsi agli altri nella difesa della rocca assediata; essere però importante, ch’ei, Frondeboeuf, s’incaricasse di scusarli presso il loro padrone, da cui solo aveano ricevuto il comando di prestare assistenza a quel moribondo.»

«Che moribondo?» sclamò il brutal castellano. «Fra poco sarem moribondi tutti, vel prometto io, se si continua a dormire così! Quanto al vostro infermo, non dubitate, ho chi vi solleverà da sì fatto incarico. Ulfrida, olà Ulfrida!» sclamò con voce da stentore «maladetta vecchia strega di sassone! Sei sorda del tutto? Vien qui presto. Abbi cura di questo infermo giacchè è detto che se ne debba aver cura. E voi pensate a far uso dell’armi. Eccovi due balestre. Correte ad una feritoia, ed ogni freccia che scoccherete trapassi il cuore d’un Sassone.»

I due scudieri, che simili alla maggior parte de’ lor colleghi, detestavano lo starsi senza far nulla, quanto amavan le pugne, si trasferirono giubilanti al posto ad essi indicato. Per tal modo trovatosi Ivanhoe affidato ad Ulfrida, o per dir meglio ad Ulrica, costei che avea sol voglia di nudrir la mente con immagini di risentimento e di vendetta, rassegnò l’impiego avuto presso il ferito a Rebecca.

[252]

CAPITOLO XXVIII.
«Aggiugni quel veron. Come a te lice,

«Quai del conflitto sian le sorti or guata.

Schiller.

Gl’istanti del maggior pericolo sono sovente per l’uman cuore gl’istanti di aprirsi con maggior forza alla tenerezza e alla soavità degli affetti. Una agitazione se è troppo vivace ne mette in minor cautela su di noi medesimi, e ne astringe senza volerlo a palesare que’ sensi, che in tempo di maggior calma avremmo almeno saputo nascondere, quand’anche ne fosse mancato vigore per allontanarli da noi. Trovatasi presso Ivanhoe Rebecca, maravigliò ella stessa del sentimento di piacere cui cedea in un momento che l’attorniavano pericoli per ogni dove, e poco dopo essersi quasi abbandonata alla necessità della disperazione. Avea sotto le dita il polso dell’infermo, e chiedendogli contezza di sua salute, gli accenti di lei spiravano tal che di patetico, da cui svelavasi come ella sentisse per Ivanhoe maggior premura di quanto avrebbe voluto confessare perfino a sè stessa. La mano le tremava, gli accenti le languivano le labbra, e solamente la richiamò alcun poco a sè medesima la fredda interrogazione del ferito: «Siete voi, giovinetta?» interrogazione onde fu obbligata a rammentare, che l’affetto impadronitosi dell’animo di lei nè era nè doveva essere corrisposto. Le sfuggì un sospiro che potea intendersi appena; poi le interrogazioni da esse indiritte al cavaliere sullo stato di sua salute presero il tuono tranquillo dell’amicizia. Ivanhoe le rispose di star meglio oltre quanto avrebbe osato sperare egli medesimo «e ne ringrazio» aggiunse «le vostre sollecitudini, o mia cara Rebecca.»

«Ei mi nomina la sua cara Rebecca» ella diceva a sè stessa «ma d’un tuono freddo e indifferente, che mal s’accorda col significato di tali voci. Il suo cavallo di battaglia, il suo cane da caccia, gli stanno più a cuore della povera figlia di Israele, scopo soltanto del suo disprezzo!»

«I patimenti fisici» continuò Ivanhoe «mi sono men duri da sopportare che le inquietudini dello spirito. Dai discorsi fatti da due armigeri rimasti finora presso di me, intesi com’io sia prigioniere; e nel cavaliere che li fece partire per dar opera a qualche fazion militare, scorsi il feroce Frondeboeuf; cosa da cui conchiudo trovarmi io nel castello di questo tiranno. Se ciò è, qual modo mi rimane a soccorrere lady Rowena e mio padre?»

«Egli non parla nè d’Isacco nè della figlia d’Isacco» proseguì meditando Rebecca; «noi non teniamo parte veruna nei suoi pensieri. Il cielo mi punisce, e a ragione, d’aver volti i miei troppo a lungo sopra di lui.» Dopo essersi in cotal guisa accusata dinanzi a sè medesima, narrò [253]ad Ivanhoe le particolarità ch’ella sapeva, vale a dire che Bois-Guilbert e Frondeboeuf comandavano nella rocca; che molta mano di nemici la circondava, che non le era noto quai fossero gli assedianti. Lo ragguagliò di più del sacerdote cristiano giunto nel castello, e che a quanto parea dovea essere meglio istrutto del modo in cui si stesser le cose.

«Un sacerdote cristiano!» sclamò Ivanhoe. «Mi è d’uopo vederlo. Rebecca, fate ogni possibile per trovarlo, e condurlo alla mia presenza. Raccontategli come un uomo pericolosamente infermo ne implora spirituale soccorso, ovvero su di ciò ditegli quanto giudicate meglio, purch’io lo veda. Certamente è a me necessario il prendere o tentar di prendere una risoluzione; ma come il potrei ignorando quai cose succedano esternamente?»

Rebecca, studiosa di compiacere Ivanhoe, si avventurò al tentativo, poi mandato a vuoto, come vedemmo, dal giugner d’Ulrica; giacchè e l’una e l’altra donna stavano in agguato per trarre a sè quando passava il supposto frate. La Israelita pertanto ritornando all’infermo gli annunziò il cattivo esito della tentata prova.

Se la cosa spiacque ad Ivanhoe, non gli diede agio a fermar l’anima su tale rincrescimento il romore che da lungo tempo udivasi per tutto il castello, e che prodotto dagli apparecchi di difesa si fe’ di repente più gagliardo cambiandosi in tumulto e clamori. Le frettolose pedate degli armigeri che correano su i bastoni faceano rintronare gli angusti anditi e le scale onde pervenivasi ai merli ed alle feritoie. A tale strepito aggiugneansi le voci de’ cavalieri che eccitavano i soldati, indicando loro le cose da farsi; ma queste voci venivano spente il più delle volte dal fragor dell’armi e dalle grida di coloro cui venivano indiritti i comandi. Comunque terribile di per sè stessa una tale scena, le dava più orrido aspetto l’idea della successiva che da questa venia presagita, orrore non privo d’una certa sublimità di immaginazione, che anche in tai momenti sollevò la mente di Rebecca facile ad aprirsi alle grandi impressioni. In mezzo al pallor delle guance gli occhi le scintillavano, e scorgeasi nella voce di lei una mescolanza di tema e d’entusiasmo allorchè si diede a declamare, traducendolo al suo compagno, il versetto del sacro testo. «Si vedono sfavillar l’aste e gli scudi; s’odono il fischiar delle frecce, l’imperar dei duci, il gridar degli armati.»

Ma Ivanhoe, simile al cavallo bellicoso rimembrato nel decorso di questo tratto sublime, fremea d’impazienza sulle ferite che il rattenevan supino, e ceduto avrebbe quanto egli avea sulla terra per partecipare ai combattimenti, che questi confusi strepiti prenunziavano.

«Oh potess’io trascinarmi solamente a quella finestra!» egli esclamava. «Vedere almeno le nobili imprese di cui s’avvicina l’istante! Scoccare una freccia, sollevare un’azza, non fosse che per portare un sol colpo, ma che divenisse quello della nostra liberazione!… Inutili voti! Il mio corpo è spossato, siccome inerme è il mio braccio.»

[254]
«Non ismaniate così nobile cavaliere» gli disse Rebecca. «Lo strepito d’improvviso ha cessato. Forse non si vien oltre alle mani.»

«Voi non sapete nulla di tali cose!» le rispose con tuono d’impazienza il cavaliere. «Tale istante di taciturnità annunzia solamente che gli armigeri presero il luogo assegnato loro su i baluardi, annunzia che aspettano il momento dell’assalto. Quanto avevamo udito fin qui era unicamente il tuono foriero d’una procella lontana; è giunta l’ora che questa scoppierà in tutto l’apparato del suo furore…. Sì! gli è d’uopo ch’io tenti raggiugnere quella finestra.»

«Oltrechè non vi riuscireste» rispose Rebecca «ne verrebbe un ritardo notabile alla vostra guarigione.» Poi non vedendo una miglior via di calmarne le smanie: «Mi vi collocherò io medesima» con fermezza soggiunse «e vi darò conto di tutte le cose che succedono al di fuori.»

«Ciò non farete e ve lo proibisco» sclamò Ivanhoe con vivacità, «Ogni finestra, ogni apertura di questa rocca sarà d’ora innanzi scopo agli arcieri; e una freccia lanciata a caso….»

«Verrebbe a tempo» disse con sommessa voce Rebecca, e saliva intanto i gradini che conducevano alla finestra.

«Rebecca, mia cara Rebecca,» Ivanhoe continuò «non avvisaste mai questi essere passatempi da giovinetta. Non vi avventurate a ricevere qualche ferita e forse il colpo di morte. Vorreste voi procacciarmi l’eterno rimorso d’esserne stato io la cagione e che tal rimembranza avvelenasse il rimanente di que’ giorni che voi m’avete salvati?… Almeno, se non posso smovervi dalla vostra idea, copritevi con quello scudo che la combinazione fa essere in questa stanza.»

Si attenne a tal suggerimento Rebecca, la quale munitasi dello scudo indicatole da Ivanhoe si collocò alla finestra con sì fatto accorgimento, che senza correre molto pericolo potea osservare tutto quanto accadea, e rendere Ivanhoe consapevole degli apparecchi d’assalto che si faceano dagli assedianti; divisamento che la situazione medesima di quella stanza favoriva assaissimo. Posta ad un angolo del corpo principale di questo edifizio, e scopriva tutte quante le cose operate al di fuori, e dominava le difese esterne, contra cui pareano doversi indirigere i primi sforzi degli assalitori. Si stavano tai difese in un fortino, nè alto, nè ampio di soverchio, ed inteso ad assicurare la porta di soccorso d’onde Frondeboeuf diede uscita a Cedric. Una fossa separava dal castello questo fortino, talchè se il nemico si fosse anche impadronito di esso, non perciò diveniva padrone della rocca, essendo facile il torgli colla medesima ogni comunicazione abbattendo i panconcelli che faceano ufizio di ponte. Il portello d’onde usciasi dal fortino corrispondeva in dirittura alla porta di soccorso, cinto essendo di forti pallizzati tutto il lavoro. Dal numero d’uomini messi a difendere un tal punto Rebecca giudicò, che contr’esso principalmente gli assediati [255]temessero l’impeto dei nemici, e in tal giudizio si confermava al vedere come il maggior nerbo delle truppe assedianti si fosse collocato rimpetto al fortino medesimo, che era omai cosa evidente divisar eglino prender d’assalto, e riguardarlo siccome quella mira da cui si ripromettevano speranza di migliore successo.

La nostra Ebrea comunicò le osservazioni fatte ad Ivanhoe, non senza aggiugnere come un ragguardevole stuolo d’arcieri tenesse il lembo della foresta, non potersi però assegnarne il numero attesochè la maggior parte di essi gli alberi nascondevano.

«Indicatemi sotto qual bandiera campeggino» soggiunse Ivanhoe.

«Bandiera! non iscorgo nè bandiere, nè insegne.»

«Non comprendo. Da quando mai s’è inteso dire, che uomini marcino contra un castello senza spiegare bandiera? Nè saprete almeno darmi qualche indizio su i capi della spedizione?»

«La persona che si fa contraddistinguer dall’altre è un cavaliere coperto di negra armatura. Egli è il solo armato di tutto punto. A quanto sembra il rimanente di quelle schiere ne riceve i comandi.»

«Scorgete voi quale stemma ne fregi lo scudo?»

«Qualche cosa che somiglia ad una spranga di ferro e ad un catenaccio, e queste cose, s’io non erro, dipinte in azzurro sopra fondo nero.»

«Spranghe di ferro e catenacci! Non conosco qual cavaliere possa portar tale stemma, e lo direi mio nello stato a cui mi vedo ridotto. E l’impresa?»

«Come leggerla, se a questa distanza si discerne a fatica lo stemma, e ciò anche allora che lo scudo ripercuote i raggi del sole?»

«Nè assolutamente vedete altri capi?»

«Niuno da questa parte. Se ne troveranno forse dall’altra, perchè è credibile non essere il punto di castello ove guardiamo il sol bersaglio all’assalto. Ma eccoli che s’inoltrano…. Dio di Sion, ne proteggi! Quale spettacolo spaventoso! Coloro che marciano i primi si coprono di grandi scudi, e spingono innanzi una specie di muraglione fatto di tavole. Gli altri che li seguono dan volto agli archi, e adattano ad essi le frecce. Dio di Mosè, perdona alle creature che sono l’opera delle tue mani!»

Ma ne fu interrotto il dire dall’acuto squillo de’ corni sassoni, segnal dell’assalto, cui dall’alto de’ baluardi risposero le trombe e i timballi normanni per provare ai nemici di non temerli. Aumentavano il tumulto le grida che venivano dalle opposte parti: San Giorgio per l’Inghilterra! eran le voci che gli assalitori mettevano. Innanzi Bracy! — Beauséant, Beauséant! — Frondeboeuf alla riscossa! gridavano tutti insieme, ciascuno a norma del capo che li guidava, i drappelli degli assediati.

Ma la querela non era tale del certo da ristarsi in sole grida; e ai [256]disperati sforzi degli avversari, gli assediati opposero una resistenza non men vigorosa. Gli arcieri, cacciatori di mestiere ed avvezzi quindi a ben valersi dell’arco ne’ boschi, miravano con tanta aggiustatezza, che ciascuna apertura di muro ove qualche difensore si facea vedere, divenia bersaglio d’un nembo di frecce, delle quali ben poche andavan perdute: ognuna d’esse avea il suo destino, e le indirigeano ad ogni feritoia, ad ogni finestra, ove scorgevano nemici, o dove credevano possibile che se ne trovassero. Queste vigorose salve uccisero due o tre uomini della guarnigione, e molti ne ferirono. Ciò nullameno grandemente affidati nella bontà delle loro armature, e nel vantaggio di munita situazione, gli armigeri di Frondeboeuf e i loro confederati poneano nel difendersi un’ostinazione eguale all’accanimento degli assalitori, su i quali faceano piovere una continua grandine di pietre e frecce, e d’ogni genere d’attrezzi da gitto che danneggiavano gli assedianti più di quanto eglino, e peggio armati ed alla scoperta, potessero nuocere agli assediati. Il continuo fischiar delle frecce si udia meno, sol quando più forte era il gridare d’una delle due parti che avesse la peggio.

«Ed io dovrò qui restarmi come un frate nel suo chiostro» sclamò Ivanhoe «intanto che gli altri risolvono la lotta da cui la mia libertà o la mia morte dipendono? Mia cara Rebecca, osservate anche una volta alla finestra, ma abbiate ogni cura di coprirvi collo scudo. Osservate, e ditemi se gli assedianti guadagnano terreno.»

Con un coraggio fattosi in lei più vigoroso dopo una preghiera ch’ella volse colla mente al cielo in questo breve intervallo, Rebecca tornò alla finestra, prendendo ogni possibile cautela onde quelli ch’eran di fuori non la scorgessero.

«Ebbene! che vedete, o Rebecca?»

«Non vedo che un nuvolo di frecce, tanto fitto che i miei occhi ne sono abbarbagliati e incapaci di discernere color che le scoccano.»

«Non faranno nulla, se non cercano impossessarsi del castello a viva forza. Che giovano mai le frecce contra muraglie e baluardi di pietra? E il cavaliere che ha per suo stemma il catenaccio, come si conduce? Mi rileverebbe saperlo, perchè tal capitano, tai soldati.»

«Nol vedo.»

«Oh l’uomo vile che abbandona il governale all’infuriare della procella!»

«No, non lo abbandona che in questo punto, lo vedo. Ei s’affretta con un corpo di truppe verso lo steccato esterno del fortino. — I piuoli e i palizzati son già abbattuti a colpi di azza. Il grande pennacchio nero del cavaliere sovrasta a tutti i capi de’ suoi compagni. — Han fatta una breccia nello steccato esterno del fortino. — Vi corrono. — Ne son respinti. Frondeboeuf è capo de’ difensori del fortino: lo ravviso alla statura sua gigantesca. — Gli assalitori tornano a far impeto. La breccia è assalita e [257]difesa, corpo contra corpo, uom contra uomo. Dio di Giacobbe! qual lugubre spettacolo! Direbbersi due oceani infuriati che i venti spingono l’un contra l’altro.»

Mia cara Rebecca, osservate anche una volta alla finestra, ma abbiate ogni cura di coprirvi collo scudo. Osservate, e ditemi se gli assedianti guadagnano terreno. pag. 256.

Ella si ritirò un istante per dar qualche pausa ai suoi occhi non avvezzi a tali scene d’orrore.

«Continuate ad osservare, o Rebecca» le disse Ivanhoe che prese equivoco sul motivo onde la giovane s’era ritratta. «Ora non correte più tanto pericolo, perchè si battono ad arme bianca, ed è quindi sminuito il lanciar delle frecce. Cara Rebecca, proseguite a darmi conto di quel che accade.»

Rebecca tornò dunque a fisar su quel campo lo sguardo, e quasi tosto esclamò: «Santi profeti della legge! Frondeboeuf e il cavalier Nero, corpo a corpo combattono sulla breccia. Quai grida mandano i soldati di entrambi i capi! Par che aspettino da un tal duello l’esito della pugna. Il cielo protegga la causa dell’oppresso, dell’innocente!» — Mandò indi un gemito: «Egli è caduto» gridò. «Egli è prosteso sul suolo.»

«Chi caduto?» chiese con enfasi Ivanhoe. «Per l’amor della santa Vergine, chi è prosteso sul suolo?»

«Il cavalier Nero» rispose in tuon costernato Rebecca — ma non corse un istante che mettendo voci di giubilo esclamò: «Sia benedetto il Dio degli eserciti! Si rialza; è in piedi, combatte, e si direbbe che il suo braccio vale per venti uomini. — Dio! gli è andata in pezzi la sciabola. — Ha afferrata l’azza d’un soldato. Ha messo alle strette Frondeboeuf. — Gli mena colpi disperati. — Il gigante vacilla come una quercia sotto la scure del legnaiuolo. — È caduto! è caduto!»

«Chi? Frondeboeuf?» gridò Ivanhoe.

«Sì, Frondeboeuf. I suoi armigeri si affrettano per soccorrerlo. Li guida il Templario. — Conducono Frondeboeuf entro il castello. — Il guerrier Nero è costretto a fermarsi.»

«Ma gli assedianti han già occupata la parte interna del palizzato?»

«Vi sono, vi sono. Spingono i nemici contro gli ultimi steccati. — Piantano scale. — Scalano! Gli uni sugli omeri degli altri! Li direste uno sciame d’api. Dall’alto delle mura gettan sopra di loro sassi, travi, tronchi d’alberi. — Ad ogni ferito che vien portato via, un altro combattente ne prende il luogo. Onnipotente Iddio! creasti tu l’uomo a tua immagine, per vederlo distrutto dalle mani medesime de’ suoi simili?»

«Non pensate a ciò. Non è momento di abbandonarsi a tali meditazioni. Qual delle due parti ha il vantaggio?»

«Le scale son rovesciate, coloro che le coprivano atterrati, conquassati, feriti. Il vantaggio è degli assediati.»

«Per san Giorgio! e gli assedianti saranno vili a tal di fuggire?»

«No, no: tornano valorosamente a far urto contro al nemico. Il cavalier Nero è sempre alla prima fila. S’accosta brandendo un’azza alla [258]porta del fortino. — Udite che sorte di colpi egli mena? Sonan più forte che lo scricchiolar dell’armi e il gridare de’ combattenti. Gli fan piover addosso e sassi e tronconi. Ma egli non mostra accorgersene, come se fossero piume o falde di neve.»

«Per san Giovanni d’Acri!» disse Ivanhoe sollevando il corpo quanto il potè dal suo letto. «Non conosco in Inghilterra che un uomo solo capace di condursi in cotal guisa. Ah! perchè ora non m’è lecito secondarlo?»

«La porta del fortino cede» disse Rebecca «è atterrata, vi si lanciano entro. Il fortino è in potere degli assedianti: o mio Dio! precipitano nella fossa coloro che lo custodivano. O uomini! se siete veramente uomini, risparmiate i vostri simili ridotti a tale di non si poter più difendere.»

«Ma il ponte, il ponte che comunica col castello; gli assalitori ne sono essi i padroni?»

«Il ponte è distrutto. Il Templario dopo essere rientrato nella rocca con alcuni uomini del suo seguito, ha ritirati i panconcelli di cui era formato. Udite voi queste grida? annunziano il destino degli infelici che non poterono tenergli dietro. Oimè! la vittoria offre uno spettacolo più dolente ancora della battaglia.»

«Ditemi piuttosto che fanno ora. Osservate bene; non è in tali istanti che lo spargimento del sangue debba fare volgere gli occhi addietro.»

«Ora non se ne sparge più» rispose Rebecca: «i nostri amici si muniscono di difesa nel conquistato fortino, ottimo asilo per essi contro le frecce degli assediati. Se questi ne scoccano a quando a quando qualcuna, gli è piuttosto a fine di mettere in inquietezza i vincitori, che colla speranza di nuocere a persone già assai coperte contra i lor dardi.»

«Vorrei sperare che questi nostri soccorritori non tralasciassero un’impresa incominciata sì gloriosamente, e già coronata da un primo buon successo. Anzi ogni mia fiducia si riposa sul prode cavaliere, la cui azza ha atterrato Frondeboeuf, e rovesciata la portella del fortino. Non avrei creduto mai che vi fossero due uomini forniti di tanta forza e coraggio. Una spranga di ferro ed un catenaccio! A che mai si riferiscono tali emblemi? Nè vedete voi alcun altro segnale, che possa fornire nozioni più esatte sul cavalier Nero?»

«No. Tutta l’armatura ne è bruna quanto l’ala d’un corvo. Niun altro esterno segno lo dà a conoscere. Ma dopo il vigore e la prodezza da lui sfoggiati nel durar della pugna, mi assumerei ravvisarlo fra mille guerrieri. Ei si lanciava in mezzo alla mischia colla calma onde lo avreste veduto sedersi a mensa. Quanto egli opera non può dirsi unicamente effetto di forza di corpo, perchè tutta la sua anima, tutte le sue facoltà fisiche e morali, sembrano raccogliersi in lui ad ogni colpo ch’ei vibra sull’inimico. Dio gli perdoni il sangue da lui versato! Egli è uno spettacolo terribile e sublime parimente da contemplarsi, come il braccio e il valor d’un sol uomo bastino a trionfare d’una moltitudine di nemici.»

[259]
«Tai vostri accenti, o Rebecca, hanno dipinto un eroe. Credete pure che gli assalitori si giovano di tale pausa momentanea unicamente per mettersi in forze, e per apparecchiarsi a varcare la fossa. Sotto un tal duce, siccome quel che li guida, nè timore, nè pericoli li distorranno omai dal durare in nobilissima impresa, fatta più gloriosa dalle medesime difficoltà che la impacciano. Giuro per la sovrana de’ miei pensieri, che sofferirei di buon grado dieci anni di cattività per combattere in tale occasione al fianco d’un cavaliere sì prode.»

«Oimè!» soggiunse la giovane Israelita, che ritraendosi dalla finestra si avvicinò al letto dell’infermo. «Queste impazienti brame, questa sete di gloria per cui angosciate, questo sconforto prodotto in voi dallo stato di languor che vi prostra, sono altrettanti ritardi al vostro risanamento. E come potete voi pensare a portar ferite ad altri, se non sono per anco rimarginate quelle che riceveste?»

«Non è di voi, o Rebecca, il comprendere quanto sia insopportabile cosa ad uomo nudrito nel vero spirito di cavalleria, il vedersi non men di un frate o di una donna condannato all’inerzia, e ciò allorquando vengono operati prodigi di valore pressochè al suo cospetto. L’amor delle pugne è l’essenza di nostra vita, e la polve sollevatasi dalle lizze è l’atmosfera entro cui respiriamo aere più libero. Non ne son cari i nostri giorni, non desideriamo serbarli se non se in contemplazione della gloria e della rinomanza che ce ne può derivare. Così vogliono, o giovinetta, le leggi della cavalleria, alle quali giurammo obbedire, alle quali sagrifichiamo di buon grado tutto quanto possiamo amare di più sulla terra.»

«Oh! ditemi, prode cavaliere. Non sarebbe mai questo un sagrifizio fatto al demone della vanagloria, un olocausto che attraversa le fiamme per essere presentato a Moloch? Qual prezzo vi rimane finalmente del sangue sparso, delle fatiche e de’ patimenti cui v’abbandonaste, delle lagrime che le vostre sublimi geste fecer versare, qual prezzo allorchè la morte rompendo la lancia al guerriero, il rinversa dal suo corridor di battaglia?»

«Che ne rimane?» sclamò Ivanhoe. «Che ne rimane? La gloria, mia giovinetta, la gloria che a noi fregia meglio dell’oro le tombe, e immortali fa i nostri nomi.»

«La gloria!» riprese a dire l’Ebrea. «Oimè! ella è un trofeo d’armi corrose dalla ruggine e appese al monumento sotto cui gli avanzi del guerriero riposano; ella è una iscrizione cancellata dal tempo, e che il più dotto fra i vostri monaci è appena capace di leggere al viaggiatore trattosi a contemplarla. Son forse bastanti simili premii a compensare il sagrifizio degli affetti i più teneri e le molestie di una vita trascorsa fra gli affanni per dispensare parimenti affanni ai suoi simili? I rozzi versi d’un bardo possono aver tanto vezzo ch’uomo immoli alla smania di meritarli i sentimenti più soavi della natura? La pace e la felicità dell’animo saran dunque contenti da desiderarsi meno che il divenir l’eroe d’alcuna ballata [260]solita a cantarsi da girovaghi menestrelli alle mense de’ Grandi, intantochè i convitati s’inebbriano tra flutti di vino e di birra?»

«Per l’anima d’Everardo, mio bisavolo!» sclamò impazientito il cavaliere «voi andate discorrendo cose che non conoscete, o fanciulla. Voi dunque vorreste spento il puro fuoco della cavalleria, che è quanto distingue l’uom nobile dal villano, il cavaliere dall’aratore, quanto è cagione che s’apprezzi più assai l’onor della vita! quanto ne fa sopportare con fermo animo le fatiche, i patimenti, i disastri, quanto ne insegna a non temere null’altro fuor dell’obbrobrio! Voi non siete cristiana, o Rebecca, nè quindi in istato di dare il lor giusto valore a quegli alti sentimenti, onde palpita il seno di chiara donzella, allorchè il campione della medesima ne giustificò l’amore colle prodezze operate dal proprio braccio. Son figli della cavalleria gli affetti i più ardenti e i più puri, della cavalleria soccorritrice degli oppressi, ristoratrice delle ingiurie, domatrice dell’ingiusto poter di tirannide. Togliete la cavalleria, non saranno che vani nomi nobiltà e libertà; chè a protegger questa ultima vaglion soltanto la lancia e la spada de’ cavalieri.»

«Scendo da una schiatta» soggiunse Rebecca «il cui coraggio s’immortalò nella difesa del proprio paese, e che nondimeno, quand’ebbe una patria, non guerreggiava se non se per comando di Dio, o per difendersi dagli oppressori. Ma lo squillo della tromba guerriera non risveglia più Giuda, e gli sprezzati figli di Giuda gemono sotto il giogo di schiavitù. Ben dite, ser Cavaliere, sintantochè il Dio di Giacobbe non faccia rinascere a pro del suo popolo un altro Gedeone, un novello Maccabeo, mal si conviene ad una Ebrea il favellar di battaglie e di combattimenti.»

Questa giovinetta, fatta per provare sensazioni altrettanto vivaci quanto elevati erano i pensieri della sua mente, pronunziò tali ultimi accenti con quel tuono di mestizia che ben addicevasi allo stato d’invilimento cui discesa era la nazione cui pertenea; e forse cresceva altra acerbità all’animo di lei dal meditare come Ivanhoe la riguardasse priva del diritto di favellare su tutti quegli argomenti che all’onore o alla generosità riferivansi.

«Oh com’egli conosce mal questo cuore!» considerò fra sè stessa «com’ei lo conosce male, se crede allignarvi abbiezione o viltà per ciò solo che non mi diffondei in lodi sulla cavalleria romanzesca de’ Nazareni! Piacesse a Dio che il mio sangue, versato a stilla a stilla, potesse redimere la cattività del popolo di Giuda! Piacesse a Dio, che con tal sagrifizio io valessi a liberare dai ferri dell’oppressione il padre mio e questo a lui benefico Nazareno! L’orgoglioso cavaliere ravviserebbe allora se una donzella del popolo eletto sappia morire con tanto coraggio quanto può essere in femmina Nazarena, sì vana d’una nobiltà derivatale da qualche subalterno condottiero a noi venuto dalle addiacciate contrade del Settentrione.»

Oh Dio! Son io sì colpevole nel fissar gli occhi sopra di esso, se lo vedo per l’ultima volta? pag. 261.

[261]
Rivolti allora sopra Ivanhoe gli sguardi: «Ei dorme» sclamò. «La natura spossata gli condusse il riposo che fuggiva da lui e che cotanto eragli necessario. Oh Dio! son io sì colpevole nel fisar gli occhi sopra di esso, se lo vedo per l’ultima volta? Pochi istanti ancora, e forse questi lineamenti cotanto nobili non saranno più avvivati da quell’anima ardente, che lor presta dignità fin quando è immerso nel sonno! Forse fra breve vedremo spente quelle pupille, scolorati quei labbri, livide quelle guance! E sarà vero che il più vile fra gli scellerati abitatori di questo castello calcherà co’ piedi la salma esanime del più prode, del più chiaro de’ cavalieri, nè allora la nobile alterezza di lui potrà far vendetta contro il suo villano offensore!… Ma e mio padre! Ove se’, padre mio? E potrebbero le bionde trecce d’un giovine Nazareno farmi dimentica della tua bianca chioma? Nè fremo su i disastri cui possiam soggiacere? nè li pavento effetto dello sdegno d’Iehovah contro la figlia snaturata che medita sulla cattività d’uno straniero, e per poco non obblia quella dell’autor de’ suoi giorni? della profana Israelita, che posta in non cale l’abbiezione di Giuda, sta contemplando le seducenti forme d’un Nazareno? Ma strapperò questo mal germe dal mio cuore, dovesse un tale sforzo costarmi la vita.»

Avvoltasi nel proprio velo, si assise in qualche distanza e cogli omeri volti al letto dell’infermo, cercando raccorre entro sè medesima tutto il coraggio necessario, così a sopportare i patimenti fisici cui forse correva incontro, come a resistere alla piena degli affetti che le innondavano il cuore, e che più gagliardamente ancora ella temea.

[262]

CAPITOLO XXIX.
»Quest’abborrevol cella e il feral letto,

»Se a tal prova ti regge il guardo, affronta.

»Poi dal pensier tutta soave idea

»Sbandisci omai di que’ beati spirti,

»Cui purezza francheggia, e dal compianto

»Della Terra seguiti, e da sinceri

»Voti d’amici ver l’empiree porte,

»Che si schiudon per lor, drizzano il volo.

»Tal partirsi dall’orbe a chi fè l’orbe

»Inorridir, non diè, quanto più tarda,

»Inesorabil più l’ira del Cielo.

Versi d’antica tragedia.

Intantochè la pausa venuta dopo al buon successo che ottennero gli assalitori, giovava a questi per allestirsi a trar buon partito de’ riportati vantaggi, e agli assediati onde procacciarsi novelli modi a difesa, il Templario e Bracy tenean consiglio nella grande sala del castello.

«Ov’è Frondeboeuf?» chiese Bracy, che avea regolate le fazioni militari dall’altra parte della rocca. «O sarebbe vero che è stato ucciso, come alcuni ora mi dicono?»

«Ei vive ancora» rispose freddamente il Templario «ma fosse ancor la sua testa quella del toro ch’ei porta sull’armi, e l’avessero pur ricoperta dieci piastre di ferro, non potrebbe sopravvivere dopo l’ultimo colpo di azza vibratogli dal suo competitore. Poche ore ancora, e Frondeboeuf se ne starà in compagnia de’ propri antenati. N’avran grande dissesto le cose del principe Giovanni.»

«E gran guadagno la casa del diavolo» aggiunse Bracy. «Ecco quello che si acquista chi dileggia gli angeli ed i santi, chi ordina che le statue loro vengan gettate dall’alto delle muraglie sulla testa degli inimici.»

«Va al diavolo tu pure! Sei pazzo?» esclamò il Templario. «L’incredulità brutale di Frondeboeuf non ha nulla da invidiare alla tua sciocca superstizione; perchè nè egli della prima, nè tu della seconda sareste in istato di dar motivi plausibili.»

«Ser Templario!» proruppe in tali detti Bracy «misurate le proposizioni, ve ne prego, quando mettete in campo la mia persona. Per la Madre di Dio! Io sono miglior cristiano di voi, e di qualunque altro del vostro Ordine, perchè è voce divulgata per ogni dove, che il santissimo ordine del Tempio di Sion non alimenta pochi eretici nel suo seno, e che fra questi ser di Bois-Guilbert non fa male la propria parte.»

«Non vi prendete affanno di tali voci, e pensiamo piuttosto a difendere il castello. Come si è battuta dal lato che difendevate voi questa ciurmaglia?»

«Come una falange di demoni incarnati. Son venuti fin sotto alle [263]mura, condotti, se non m’inganno, da quel ribaldo che guadagnò il premio dell’arco al torneo; ne ho riconosciuti il corno e il pendaglio. Son questi i bei frutti della politica sì decantata del vecchio Fitzurse; politica che non fa altro se non se aizzarne contro questa schiuma di sciagurati. Il malandrino mi ha fatto bersaglio suo sette volte, nè una sola delle freccie che ha lanciato è andata in fallo. Non debbo che ringraziare la mia buona armatura e la mia sarcotta di Spagna; quanto a lui m’avrebbe trafitto collo stesso rimorso come se fossi stato un daino di queste foreste.»

«Voi però non avete ceduto terreno, e al contrario dalla parte di Frondeboeuf l’istesso rinforzo che ho condotto io, non è stato valevole a salvare il fortino.»

«Gli è un grave danno per noi, perchè il nemico trovandosi riparato, potrà assalire più da presso la rocca. E se non teniamo ben l’occhio vigile su questi sgraziati, faran presto a saltar dentro per qualche finestra dimenticata o da qualche torre indifesa; perchè, non giova dissimularlo, non abbiam gente a bastanza per sostenere tutti i punti; e una volta che gli abbiamo nel castello chi è più che resista a costoro? Aggiugnete, che i nostri armigeri sono sconfortati anzichè no; e lor non garba del tutto quel non poter mostrarsi un istante da qualsisia parte senza divenire scopo ad una grandine di frecce. Il valore di Frondeboeuf era bestiale ma pur ne avrebbe giovato assai, e questi muore. Attese le quali considerazioni mi sembra, ser Brian, che sarebbe ottimo partito il far di necessità virtù, e negoziare con questa canaglia la restituzione de’ prigionieri.»

«Che ascolto?» sclamò il Templario «restituire i nostri prigionieri, farsi menar per bocca come persone che capitanarono un notturno assalto, eseguito per sorpresa contra viaggiatori indifesi! come persone che poi non seppero mantenersi entro una rocca, comunque gli assalitori fossero una ciurma di vagabondi e banditi, guidata da mandriani di porci, da buffoni, e in somma dalla feccia la più vile del genere umano! Quale obbrobrio! Maurizio di Bracy, ove siete? Quanto a me mi seppelliranno le rovine del castello prima ch’io cali mai a sì vergognosa capitolazione.»

«Torniam dunque ai baluardi» riprese a dire Bracy con aria d’indifferenza. «Non v’è mai stato uomo, sia pur Turco o Templario, che men di me faccia conto della sua vita. Credo però potere senza vergogna sospirare per non avere meco qualche dozzina d’uomini a cavallo della mia valorosa compagnia franca. O mie prodi lancie! Se sapeste ora in quale rischio si trova il vostro condottiero, non tarderei a vedervi raccolti in squadrone, e la mia bandiera spiegata precedervi; non tarderei a vedere questi sciagurati mettersi in fuga piuttostochè avventurarsi a sostenere l’impeto de’ vostri corridori!»

«Sospirate poi quel che volete, ma difendiamoci come il possiamo co’ soldati che ne rimangono. Appartengono per la maggior parte al seguito [264]di Frondeboeuf, pari a lui nell’essersi fatti detestare dai Sassoni con mille atti di tracotanza e d’oppressione.»

«Meglio, così comprenderanno quanto rilevi per essi il difendersi finchè resta una stilla di sangue nelle lor vene. Corriamo dunque ove ne spetta Brian di Bois-Guilbert; e vedrete se Maurizio di Bracy sappia comportarsi qual cavaliere valoroso e di nobil legnaggio.»

«Dunque alle mura!» sclamò il Templario, e vi salirono entrambi per combinare congiuntamente tutti que’ migliori espedienti che la pratica poteva inspirare ed il coraggio mettere in atto. Furono ad una nel ravvisare come la parte più pericolante del castello fosse quella, posta rimpetto al fortino caduto in potere degli assedianti. Gli è vero che la fossa lo disgiugnea dal castello, il quale ostacolo se prima non superavano gli assedianti, non poteano far impeto sulla porta di soccorso della rocca posta di contro alla porta di soccorso del fortino. Ma ben videro il Templario e Bracy, come gli assalti i più formidabili del nemico sarebbero da quella banda, o per ottenerne il bramato effetto se gli assedianti l’avessero lasciata sguernita, o per trarre colà tutte le forze del castello, ed intanto far prova di penetrar per sorpresa da un’altra parte. E a declinar possibilmente gli effetti d’un tale stratagemma guerresco, formidabile soprattutto a chi tanto d’uomini difettava, non videro miglior via, quanto il collocare alcune sentinelle di distanza in distanza sì, che fossero in vicendevole corrispondenza, e al menomo indizio di pericolo gridassero all’erta. Bracy si prese assunto di difendere la porta di soccorso del castello, intantochè il Templario comanderebbe una riserva di venti uomini, pronta a trasportarsi dovunque l’uopo di soccorso si manifestasse più urgente.

La presa di quel fortino portava altra conseguenza molesta a quei della rocca, ed era togliere loro abilità di osservare coll’aggiustatezza di prima le fazioni dell’inimico: non che le alte mura del castello, non dominassero ampia estensione di spianato; ma la porta d’uscita del fortino toccava il lembo della foresta; laonde gli assedianti potevano introdurvi nuove forze, senza che gli assediati se ne accorgessero, e il poteano tanto meglio, che il fortino stesso li sottraeva alle nemiche frecciate. Dubbiosi quindi i confederati normanni sul luogo d’onde stava per iscoppiar la procella, ed ignari del numero dei nemici co’ quali si doveva combattere, i due cavalieri furono costretti a premunirsi alla cieca contra contingibili eventi; la qual cosa, comunque di coraggio non mancassero i lor soldati, li sconfortò ed inquietò non lievemente, siccome accade a tutt’uomo, che si veda cinto da avversari, ne’ quali sta l’arbitrio e del campo e del tempo per assalire.

In questo mezzo il signor della Rocca nel proprio letto giaceva tribolato dai patimenti del corpo e da mortali angosce di spirito per lui più crudeli; poichè era privo sino di quel conforto che tanto ben tornava alle [265]persone devote giusta l’usanza di quel secolo superstizioso, intendiamo la sperata possibilità di riscattarsi da qualunque delitto col lasciare legati ad un monastero, modo facile di penitenza e di espiazione che giugneva a soffocare i rimorsi. Non negheremo certamente che una calma d’animo ottenuta a tal prezzo somiglia tanto a quella pace di cuore, figlia d’un pentimento sincero, quanto il letargo prodotto dall’oppio ad un sonno tranquillo e naturale; pure tal riposo artifiziale dello spirito era da preferirsi all’agonia de’ rimorsi. Ma nella caterva dei vizi impossessatisi di Frondeboeuf l’avarizia il padroneggiò sovra gli altri, tal che non avrebbe sagrificato un bisanto d’oro per ottenere la remissione di tutti i commessi delitti. Ciò nullameno toccava l’istante in cui la terra e tutti i tesori da lui posseduti gli si dileguavano dinanzi agli occhi, e quel cuor duro quanto una macina da mulino incominciò a conoscere che si fosse spavento, allorquando portò la mente ad indagare il cupo abisso dell’avvenire. L’ardente febbre che lo struggea faceva più terribile l’agonia del suo spirito, laonde il suo letto di morte offeriva una mescolanza atroce di rimorsi che per la prima volta si destavano in lui, e di passioni inveterate che faceano lor prove per allontanarli. Orrido stato, sol comparabile a quello in cui vengono dipinti gli abitatori delle regioni spaventevoli, ove albergano pianti scevri da speranza, rimorsi disgiunti da pentimento, orrido senso de’ mali presenti, e certezza che non possono nè cessare nè sminuire.

«Ove sono adesso» diceva digrignando i denti costui «ove sono questi cani di preti, che vendono sì caro le loro indulgenze, le loro assoluzioni? Ove si trovano questi carmelitani scalzi, a cui favore il vecchio Frondeboeuf fondò il convento di s. Anna, rubando a me, erede legittimo, tanti belli e buoni poderi? Dove sono questi affamati mastini? Staranno ad imbriacarsi nel proprio chiostro, o a farne alcuna delle loro presso il letto d’un moribondo. Ed io, figlio del lor fondatore, io, per cui se pregassero non compirebbero che un obbligo, obbligo derivato ad essi dall’atto medesimo della fondazione, io qui solo…. Mascalzoni ingratissimi! Lasciarmi morir qui senza preci, senza assoluzioni, come un cane che non ha nè padrone nè ricovero! Venga almeno il Templario! è una specie di prete, e può udire la mia confessione. Il Templario la mia confessione! Oh che pazzia! Tanto varrebbe confessarsi al diavolo quanto a Brian di Bois-Guilbert, che non crede nè cielo nè inferno. Ho inteso alcuni vecchi parlar di preghiere…. di preghiere che un uomo fa da sè stesso; per questo non fa d’uopo di prete. Ma io pregare?… No, non ardisco.»

«Reginaldo di Frondeboeuf ha vissuto tanto da trovar cosa ch’ei non ardisca di fare?» Sclamò una voce sgradevole, acuta, e prossimissima alle cortine del letto.

I presagi sinistri della coscienza e l’infiacchimento di nervi di Frondeboeuf così interrotto nel suo monologo, lo trassero facilmente in persuasione [266]d’udir la voce di un di que’ mali angeli che la superstizione del secolo metteva attorno ai letti de’ moribondi, attribuendo ai ridetti angeli il ministerio di divagarne lo spirito, e impedirli dal fermarsi in que’ pensieri da’ quali potea per essi dipendere l’eterna salvezza. Fremè di repente, e freddo sudore gli coperse tutte le membra; ma ripresa ben tosto la solita risolutezza, fece ad allontanar le cortine uno sforzo, tornatogli vano per la spossatezza de’ muscoli: «Chi va là?» sclamò. «Chi se’ tu, tu che osi ripetere le mie voci con accento più funesto del gracchiar d’augelli marini? Appressati, fa ch’io ti veda.»

«Sono il tuo cattivo angelo» quella voce rispose.

«Assumi dunque tal forma che ti renda visibile agli occhi miei» soggiunse il cavalier moribondo «nè credere che la tua voce abbia forza ad intimidirmi. Lo giuro per le rocche infernali! Se potessi lottare contro le orrende immagini che mi circondano, come seppi affrontare i pericoli della terra, il cielo e gli abissi non avrebbero cose capaci di atterrir Frondeboeuf.»

«Medita i tuoi delitti, o Reginaldo! Ribellioni, assassinii, rapine! Chi eccitò Giovanni, quel principe privo d’onore a ribellare contra il padre suo incanutito, contra un fratel generoso?»

«Sia tu uno stregone o un demonio» sclamò Frondeboeuf «mentisti per la gola. Non io eccitai Giovanni alla ribellione, o almeno non fui io solo. Cinquanta baroni, il fiore della cavalleria, le migliori lancie che si conoscano, gli diedero tale suggerimento. Debbo io solo essere tenuto pe’ falli di tutti? Spirito d’abisso, chiunque tu sia, ti disfido. Se sei cosa mortale, lasciami morire in pace, se appartieni all’inferno, l’ora d’avermi non è ancor giunta.»

«No, che in pace non morirai. Anche all’istante della morte ti si affacceranno tutti i delitti che commettesti. Ascolterai i gemiti di cui rintronarono le vôlte di questo castello, contemplerai il sangue che ne inondò tutti gli atrii.»

«Non t’avvisare di spaventarmi con vane parole» ripigliò a dire con forzato riso Frondeboeuf. «Non sarà per me che un merito al cospetto del cielo l’avere usato siccome usai verso gli Ebrei miscredenti. Se ciò non fosse, perchè vedremmo santificati coloro che si lordan le mani nel sangue de’ Saracini? Quanto ai porcaiuoli sassoni, se ne ho fatto strage, ho puniti i nemici del mio paese, del mio legnaggio, del mio sovrano. Ah! Ah! il vedi? Non hai potuto trovare il lato debole della mia armatura. Sei tu sparito? sei tu costretto al silenzio?»

«No, detestabile parricida» rispose la voce. «Pensa a tuo padre! pensa alla morte cui soggiacque! Pensa alla sala del suo estremo banchetto, tinta del sangue suo sparso per la mano del figlio!»

«Ah!» sclamò il barone dopo alcuni istanti di silenzio «poichè ciò non ignori, ti ravviso veramente siccome il padre del male, e tu sai [267]tutte le cose, come i nostri frati ne insegnano. Io credea tale arcano racchiuso nel mio seno e in quello della mia tentatrice, della complice del mio delitto. Lasciami, maligno spirito, va in traccia della strega sassone Ulrica; di colei che sperse tutte l’orme di nefando misfatto, che lavò le ferite, che seppellì il cadavere; che ad una morte violenta diè colore di morte naturale. Va in traccia di colei che fu l’instigatrice e l’orrida ricompensa d’un tal delitto. Costei assapori com’io un saggio de’ tormenti che le apparecchia l’inferno.»

«Ella gli assapora da gran tempo» soggiunse Ulrica spalancando le cortine e mostrandosi agli occhi di Frondeboeuf «da lungo tempo ella bee in questo calice, e sol meno amara le sembra l’infernale bevanda dacchè sei costretto ad appressarvi il labbro tu ancora. Non digrignare i denti, Frondeboeuf, non girare attorno quegli occhi tuoi furibondi, non comporre alle minacce il tuo volto. Pensa che quel braccio tuo sì terribile dianzi, ha perduta ogni forza; e che quell’Ulrica, già scopo a’ tuoi dispregi, in questo punto domina sopra di te.»

«Abbominevole malfattrice! degna figlia dell’inferno!» sclamò Frondeboeuf «sei tu dunque che vieni a pascer lo sguardo della disperazione cui mi trassero i tuoi scellerati consigli!»

«Sì, Reginaldo, ella è Ulrica, la figlia di Torquil Wolfganger, la sorella de’ figli suoi trucidati insieme al lor padre in questo castello, ella che viene a chieder conto a te ed a’ tuoi, del padre suo, de’ suoi fratelli, del suo onore, della sua fama, di tutto quanto ha perduto per la mano dei Frondeboeuf. Pensa agli oltraggi che ho ricevuti, e rispondimi se mentisco. Tu fosti il mio cattivo angelo, il voglio essere di te; e le mie maledizioni t’accompagneranno sino all’ultimo tuo sospiro.»

«Abbominevole furia!» sclamò Frondeboeuf «i tuoi occhi non arriveranno a veder tale istante. Olà! Gilles, Clemente, Eustachio, san Mauro, Stefano! Impadronitevi della esecrabile strega, e precipitatela dall’alto di queste mura. Ebbene! Ove siete dunque, perfidi vassalli? Perchè non obbedite alla mia voce?»

«Tu puoi ben chiamarli a tua posta, valoroso barone» gli disse la vecchia con ischernevol sorriso «e minacciarli di prigionia e di morte, se non adempiscono i tuoi comandi, ma sappilo, non ne riceverai nè risposta nè soccorsi. Ascolta» soggiunse di poi interrompendo per un istante il suo dire. «Non ti feriscono l’orecchio questo fragor d’armi, queste grida di combattenti? Questo frastuono orribile non ti annunzia che si dà l’assalto al castello, non ti predice la caduta della tua casa? Non ne aver dubbiezza. La possanza dei Frondeboeuf, assodata col sangue, crolla dalle sue fondamenta, e va a diroccare sotto i colpi di que’ nemici ch’ella più vilipese. I Sassoni, Reginaldo! i Sassoni assaliscono la tua rocca. Perchè ti stai in ozio, mentre il Sassone scala le tue muraglie?»

«Santi e demonii!» sclamò il cavaliere «ah! restituitemi un istante [268]le mie forze, tanto ch’io mi precipiti nella mischia, e perisca in un modo degno del nome mio.»

«Non pensare a ciò, valoroso guerriero. Non morirai della morte de’ prodi. La tua morte sarà come quella della volpe, poichè i villani han posto fuoco alla sua tana.»

«Tu menti, sciagurata strega; i miei armigeri varranno a rispignere l’inimico; queste mura sono forti ed alte abbastanza, nè i due amici che vegliano in mia difesa paventano un esercito di Sassoni, quand’anche Hengist e Horsa ne fossero i condottieri. Il grido di guerra del Templario e della compagnia franca s’innalza su tutti gli altri. La vittoria è nostra, e sull’onor mio il fuoco festevole che accenderemo per celebrare il trionfo ti consumerà perfin l’ossa. Vivrò quanto basta per saperti passata dal fuoco di questo mondo a quel dell’inferno, che non vomitò mai sulla terra un demonio di te più esecrabile.»

«Godi d’una tale speranza» disse Ulrica, mettendo infernale sorriso. «Ti aspetto alla prova. Ma no:» fece una pausa, indi soggiunse «gli è d’uopo che tu sappia fin d’ora qual sorte ti aspetta, sorte che la tua possanza, la tua forza, il tuo coraggio non ti giovano ad evitare, benchè questa debole mano te l’abbia apparecchiata. Non osservi tu qual vapor denso e soffocante empie la stanza! Il credevi forse un’apparenza nata o da’ tuoi occhi che s’appannano, o dal respiro che ti divien più difficile? No, Frondeboeuf, quanto provi ora ha un’origine tutta diversa. Non ti ricordi che il magazzino delle legna sta sotto di questo appartamento?»

«Donna!» egli sclamò. «Vi avresti tu appiccato il fuoco? Sì, pel giusto Iddio! questo è fumo, e il castello sta per essere in preda alle fiamme.»

«Esse non tarderanno a sollevarsi per l’aere» disse Ulrica col tuono il più crudelmente tranquillo «un mio segnale avvertirà i Sassoni di profittar dell’istante che i difensori del castello daranno opera ad estinguere l’incendio. Addio, Frondeboeuf. Possano Mista, Scrogula, Zernebock, e tutte le divinità degli antichi Sassoni, che sono i presenti demonii a quanto ne insegnano i nostri preti, esserti consolatori al tuo letto di morte. Ulrica vi ti abbandona. Sappi nondimeno, se questa è consolazione per te, che m’appresto al viaggio medesimo; poichè gli è giusto che come già ai tuoi delitti, io partecipi alla punizione cui ora t’affretti. Intanto, addio parricida, addio per sempre, o parricida. Possa ogni pietra di questa vôlta acquistar favella per ripeterti una tal voce finchè il tuo orecchio non sia più in istato di nulla udire.»

Pronunziando tai detti uscì della stanza, e Frondeboeuf ascoltò il romore della doppia vôlta da costei data alla chiave, e l’altro quando la ritrasse dalla toppa, a fine di togliergli persino qualsivoglia probabilità di scampo. Disperato il cavaliere alzò il grido quanto potè per chiamar servi ed amici che non erano in istato di udirlo.

«Stefano, san Mauro, Clemente, Gilles! mi lascerete voi morire [269]consunto dalle fiamme senza arrecarmi soccorso? Prode Bois-Guilbert, valoroso Bracy, aiutatemi, aiutatemi! È il vostro amico quello che vi chiama! Abbandonerete voi un confederato, un fratel d’armi, cavalieri spergiuri, felloni cavalieri? E voi perfidi vassalli, obbedite così ai cenni del vostro padrone? Possano tutte le maledizioni dovute ai traditori cadere su i vostri capi, o voi che mi lasciate così miseramente perire! Ma essi non mi odono, non possono udirmi; lo strepito della pugna affoga quello della mia voce. Il fumo si fa denso più che mai. Oh! mi fosse dato respirar l’aere puro un istante, anche a costo del mio annichilamento! Cielo! la fiamma attraversa il suolo; il demonio vien contro di me spiegando le bandiere dell’elemento a lui sacro. Lunge di qui, spirito malefico, non è giusto ch’io ti segua se non vengono con me i miei compagni; tutto quanto è fra queste mura ti appartiene. Avvisasti forse non trascinare con te che Reginaldo di Frondeboeuf? No, l’infedele Templario, il dissoluto Bracy, l’infame Ulrica, gli armigeri che mi soccorsero nelle mie imprese, que’ cani di Sassoni, i maledetti Israeliti, miei prigionieri, debbono seguirti con me. Così ti presenterai con una bella e splendida scorta in sul sentier dell’inferno.» Nel tempo stesso mandò uno scroscio di convulso riso cui ripetè ogn’eco di quel vasto appartamento. «Chi osa qui ridere?» esclamò. «Tu forse Ulrica? Non vi sono altri fuor di te, o di Satana, che possano ridere in simile istante!»

Perduta finalmente ogni speranza, si abbandonò a violento impeto di rabbia, imprecando in foggia esecrabile contra il genere umano, contra il cielo, contra sè stesso; le quali bestemmie, poichè sarebbe perfino empia cosa il narrare, ci asterremo dal compiere sì orribile dipintura, abbandonando il parricida al supplizio che egli avea ben meritato.

[270]

CAPITOLO XXX.
»A che o prodi, l’indugio? Il valor sia

»Che a que’ merli ne adduca; e ognun fra noi

»Per sì nobil cagion spento, ministri

»Generoso sgabel della sua salma

»A chi ne sopravvive. In sulle vette

»Di quella rocca, fuor dell’anglo omai,

»Stendardo all’aure non si spieghi, e gridi

»Stupito il passeggier, che in miglior’ destre

»Non unqua i suoi vessilli Anglia commise.

Shakspeare.

Comunque assai poco fidasse in Ulrica Cedric, pur non avea mancato, fin d’allora che uscì dal castello, di partecipare le cose intese da questa femmina al cavalier Nero e a Locksley, i quali provarono contento non lieve in ascoltando com’entro la rocca vi fosse persona che all’uopo ne avrebbe loro agevolato l’ingresso. E fin da quel punto s’erano accordati col Sassone sulla necessità di tentare l’assalto, anche ad onta di svantaggiose possibilità, poichè per vero dire miglior via non offerivasi di liberare i prigionieri caduti nelle mani del barbaro Frondeboeuf.

«Il real sangue d’Alfredo è in pericolo» disse Cedric.

«L’onore di nobile donna è in pericolo» diceva il cavalier Nero.

«E quand’anche non avessimo altro scopo che di liberare quel povero servo, quel fedele Wamba» disse Locksley «metterei piuttosto in rischio un membro del mio corpo, che lasciar cadere un capel solo della sua testa.»

«E altrettanto farei io» aggiunse l’eremita di Copmanhurst. «Vedo non esser egli che un matto, ma, signori miei! a un tal matto che si comporta con tanto accorgimento e prontezza d’animo, onde avrei più gusto di votare un fiasco di vino e mangiare una fetta di prosciutto in sua compagnia, che standomi insieme coll’uomo il più sapiente. Sì, fratelli carissimi, ve lo dico, un tale matto non mancherà mai nè d’un religioso che preghi per lui, nè d’un guerriero che lo difenda, sintantochè io potrò intonare un salmo o scoccare una freccia.»

E dicendo tai cose, folleggiava colla pesante labarda, che facea volgersi a molinello al di sopra del capo coll’agevolezza onde un giovine pastore usa all’uopo medesimo la sua bacchetta.

«Molto bene! stimabile religioso» disse il cavalier Nero; «molto bene! San Dunstano in persona non potea parlare di meglio. Or ditemi, caro Locksley, non trovate voi opportuno che il nobile Cedric si prenda l’incarico di comandare l’assalto?»

«No, in fede mia» sclamò Cedric: «non ho mai studiato l’arte [271]nè di assalire nè di difendere questi asili della tirannide, che i Normanni vennero ad ergere nella sfortunata nostra contrada. Combatterò nella prima fila, e se non ho capacità a prestar servigio di abile condottiero adempirò qual si dee gli obblighi d’un buon soldato.»

«Poichè vi piace così, nobil Cedric» soggiunse Locksley «m’assumo io la parte di condurre gli arcieri, e fatemi appiccare al più alto di questi alberi, se i soldati che si mostreranno sui bastioni dell’inimico, non verranno infilzati da tante frecce quanti stecchi di garofani si vedono per le feste di Natale sopra un prosciutto.»

«Ciò è parlar bene, o Locksley» disse tosto il cavalier Nero; «e se tra questi valorosi avvene che vogliano seguire un vero cavaliere, poichè tale titolo posso darmi, m’incarico di condurli all’assalto con tutto lo zelo d’un soldato e giovandomi della esperienza che le mie fatiche m’hanno acquistata.»

Così essendosi fra loro scompartite le fazioni i tre capi, fu dato il primo assalto, di cui i miei leggitori intesero le conseguenze.

Quando il fortino fu preso, il cavaliere Nero ne mandò avviso a Locksley, raccomandandogli nel medesimo tempo far mostra di voler assalire dall’altra parte per tenere in faccende gli assediati, e impedir loro di riunir le forze per operare una sortita, intesa ad impadronirsi nuovamente del perduto fortino. Perchè venire assalito era la cosa cui men desiderasse il cavalier Nero in tal congiuntura, sapendo di comandare soldati volontarii per la maggior parte, indisciplinati e non avvezzi alla guerra, ne’ quali era bensì l’ardor che voleasi ad incominciar un assalto, ma non la fermezza necessaria a chi un assalto dee sostenere. Aggiugneasi, che quasi tutti essendo mal forniti d’armi, aveano ogni svantaggio nel combattere contra vecchi guerrieri quai si erano i difensori del castello, invigoriti da quella fiducia che inspirano superiorità d’armi e superiorità di sapere.

Profittò di tale pausa per far costruire un ponte di legno ch’ei divisò gettar per traverso alla fossa, e col soccorso del quale sperava superarne il varco ad onta di tutti gli sforzi degli assediati; lavoro che portò via un tempo non tanto breve, del qual ritardo non si dolsero que’ duci; tanto più che dava ad Ulrica agio migliore di porre in opera il disegno di procurare un divagamento agli assediati, comunque di questo divagamento gli assediati ignorassero la natura.

Terminato appena il ponte; «Non è più luogo ad indugi» disse il cavalier Nero; «il sole volge all’occaso, ed ho per le mani affari sì premurosi, che non mi permettono rimanere un giorno di più presso di voi. Aggiugnete, essere quasi impossibile cosa che da York non giunga un corpo di cavalleria in soccorso degli assediati, onde fa d’uopo con uno spacciativo ardimento terminare questa bisogna. Che un di voi pertanto si trasferisca presso Locksley commettendogli in mio nome di dare una fiancata di frecce all’altro lato del castello e trarsi avanti in atto di chi vuole [272]assalire. Voi, prodi Inglesi, seguitemi al vero assalto, e siate presti a gittare il ponte non sì tosto vedrete aprirsi la porta di soccorso del fortino, attraversate con coraggio sulle orme mie questo ponte, ed aiutatemi a fracassare la porta di soccorso che impedisce l’ingresso al castello. Se v’è fra voi chi abbia men caro un tal genere di fazione, o che non sia abbastanza fornito d’armi per cimentarvisi, corra a guernir le alture del fortino, e indiriga le frecce contro chiunque si mostri sui bastioni del castello. Nobile Cedric, volete voi assumere il comando degli arcieri?»

«No, per l’anima d’Everardo!» rispose il Sassone. «Non ho la passione di condur gli altri. Ma i miei posteri carichino d’ogni imprecazione la mia tomba, se non seguo immediatamente quel primo che mi addita il cammino. Quei che si battono, si battono per la mia causa, nè si dica mai ch’io rimasi al retroguardo.»

«Pensate però, nobile Sassone, che non avete nè giaco nè sarcotta, e che ogni vostra difesa sta in un legger elmo, in un piccolo scudo, in una spada.»

«Tanto meglio!» ei rispose «sarò più spedito alla scalata di queste mura. Non fo per darmi vanto, ser cavaliere; ma voi vedrete in tal giorno che un Sassone sa presentare il petto alle pugne con quanto ardire può essere in un Normanno armato di una corazza di Spagna.»

«Orsù dunque in nome di Dio, che invoco proteggitore! Si apra la porta di soccorso del fortino! Si getti il ponte!»

Tutt’a un tratto s’aperse la porta che conducea dal fortino alla fossa, e posta come vedemmo rimpetto all’altra di soccorso del castello. Si gettò il ponte; ma non permettea questo che più di due persone vi marciasser di fronte. Non ignorando il cavalier Nero quanto rilevasse il prendere il nemico per via di sorpresa, vi salì egli il primo, e subito dopo Cedric, che scevri d’ogni danno giunsero all’opposta riva, ove incominciarono a menar colpi d’azza contra la porta del castello, e il poteano meglio, che per una felice combinazione li sicuravano dalle frecce o dalle frombole degli assediati le tavole dell’antico ponte disfatto per ordine di Frondeboeuf e collocate a guisa di puntelli di contro al muro. Coloro che venivano dietro essi non godendo d’eguale riparo, erano esposti ai colpi degli assediati; laonde i due che furono primi caddero nella fossa trafitti dalle frecce normanne; il quale esempio tanto gli altri atterrì, che volsero precipitosamente i passi al fortino.

A rischiosissima condizione quindi trovaronsi il cavalier Nero e Cedric, e il pericolo sarebbe stato maggiore, se gli arcieri che guernivano le alture del fortino non avessero di continuo tribulati a furia di frecciate gli armigeri de’ bastioni; talchè questi non si facevano vedere che per lanciare alla ventura una freccia e scomparivano tosto; la qual cosa lasciò ai due capi più respiro di quanto ne dava a sperare la circostanza di quel momento. Ciò nullameno non era lieve il rischio cui soggiacevano, e diveniva allora più grave.

[273]
«Qual vergogna!» sclamò Bracy volgendosi ai soldati che gli stavano intorno. «Voi vi date vanto di saper trarre una freccia, e sofferite che due uomini soli mantengano il sito ove si collocarono sotto le mura del castello! Demolite il parapetto del baluardo se di meglio far non potete, e gettatene le pietre su i loro capi. Che si tarda? Leve e piuoli! Incominciate da questo» indicando loro un masso che quattro cavalli appena avrebbero trascinato, e che facea corona al parapetto al di sopra appunto della porta di soccorso.

In quell’istante medesimo fu veduta sventolare sulla torre d’occidente quella rossa bandiera che Ulrica aveva additata a Cedric. Locksley fu il primo ad accorgersene. Perchè, fin d’allorquando ei seppe che si dava l’assalto, lasciò una parte d’arcieri per continuare quel suo assalto d’apparenza, e venne col fiore de’ suoi a prender parte nel vero.

«San Giorgio!» sclamò egli «san Giorgio e Inghilterra! Affrettatevi, o miei arcieri. Potete voi lasciar quel prode cavaliere e il nobile Cedric a pericolar soli contra la porta del castello? Su via, eremita di Copmanhurst! Fa prova che sai batterti come dir bene il rosario. Avanti, prodi arcieri, fatevi avanti. Il castello è nostro! Abbiamo corrispondenze con quei di dentro. Vedete quella bandiera rossa? È un segnale di cui si convenne. Torquilstone è in nostro potere. Pensate all’onore, pensate al bottino. Anche uno sforzo e siam padroni della piazza.»

Terminando tali accenti diè il volto all’arco, e trafisse di freccia un armigero che, giusta il comando avutone da Bracy, intendeva a staccare l’enorme pietra del parapetto per farla dirupare su i capi di Cedric e del cavalier Nero. Altro armigero prese il piuolo di mano al suo collega spirante e continuava il lavoro incominciato dal primo, allorchè il giunse una seconda freccia scoccata da Locksley, onde precipitò nella fossa. Spaventato il rimanente degli armigeri, non si trovava chi volesse venire per terzo; poichè ogni saetta lanciata dal formidabile arciere portava morte con sè.

«Vili» sclamò Bracy «niun di voi osa avanzarsi? A me una leva! M’assista san Dionigi!»

Postosi indi all’opera, la pietra scalcinata incominciava manifestamente a crollare. Ella era sì smisurata che non solamente avrebbe rotte le tavole sotto cui si riparavano i due cavalieri, ma perfino il ponte gettato per traverso alla fossa. Comunque tutti gli assalitori scorgessero lo imminente pericolo, non vi fu uom ardito fra essi, e nè manco il gagliardo eremita, che osassero portar un piede sul ponte. Locksley lanciò tre frecce contra Bracy, e tutte tre risonarono e perdettero forza contra quella durissima armatura.

«Vada al diavolo la tua sarcotta di Spagna!» sclamò dispettosamente Locksley. «Perchè non la fabbricò un armaiuolo inglese? Queste frecce l’avrebbero trapassata come se fosse stata di tela o di zendado.» [274]Indi si mise a gridare con quanto avea fiato: «Compagni! amici! cavalier Nero! nobile Cedric! ritiratevi! ritiratevi! un masso enorme vi piomba addosso!»

Non ne fu udita la voce, perchè i colpi raddoppiati, che il Cavaliere e Cedric menavano sulla porta, spegnevano ogn’altro strepito. Allora il fedele Gurth si lanciò precipitoso sul ponte per tentare a rischio della propria vita di avvertire il padrone sul pericolo che lo minacciava; ma sarebbe giunto fuor di tempo, perchè la pietra spinta innanzi dagli sforzi di Bracy, era all’istante di perdere l’equilibrio, allorchè la voce del Templario gli arrestò il braccio quando stava per darle l’ultima spinta.

«Tutto è perduto, o Bracy! il castello abbrucia.»

«Abbrucia! Siete pazzo?»

«Fra due minuti vedrete le fiamme sollevarsi al di sopra della torre d’oriente. Cercai indarno di spegnerle.»

Brian di Bois-Guilbert spiegò in brevi cenni al compagno le particolarità di una notizia tanto funesta con quella intrepidezza che vedemmo essergli ingenita; ma non egualmente intrepido si mostrò in quell’istante Bracy.

«Per tutti i santi del Paradiso!» sclamò egli «e qual partito ci rimane? Fo voto d’offerire a san Nicolò di Limoges un candelliere di purissimo oro se….»

«Sì, che adesso è tempo di parlar di voti! Ascoltatemi. Unite tutti i vostri armigeri, e fate una sortita alla porta di soccorso. I soli che abbiano passato il ponte sono quell’infernal cavaliere e uno de’ suoi compagni. Precipitateli nella fossa e assalite il fortino. Io col rimanente della guernigione uscirò fuor della porta principale, e gli darò l’assalto dall’altra banda. Se possiamo riguadagnare questo riparo, spero vi ci manterremo sinchè ne arrivin soccorsi, o almeno potremo venire a buona capitolazione.»[44]

«L’idea è ottima» disse Bracy «e vi prometto ben adempiere la parte che mi assegnate, ma voi, Templario, vi terrete alla vostra?»

«In fede di cavaliere! Ma dalla parte del cielo! non perdete un istante.»

Bracy, dopo avere adunati tutti i suoi in gran fretta, corse alla porta di soccorso, ma non ebbe d’uopo di farla aprire, perchè all’atto del suo arrivo questa cedea ai reiterati colpi de’ due guerrieri, i quali assalirono vigorosamente que’ primi che si presentarono; e far morder la polve a due d’essi fu pel cavalier Nero un istante. Gli altri indietreggiarono a malgrado degli sforzi operati da Bracy a fine di rattenerli.

[275]
«Infingardi!» gridò Bracy. «Due uomini soli basteranno a chiudervi l’unica via di scampo che vi rimane?»

«Non è un uomo» esclamò un vecchio soldato, mentre studiavasi a parare i colpi che vibrava il cavalier Nero sopra di lui; «egli è un demonio.»

«E se fosse anche il demonio, dovreste fuggire innanzi a lui per andarvi a lanciar nell’inferno? Il castello è in fiamme! Sciagurati! non lo sapete? La disperazione almeno vi somministri coraggio o piuttosto datemi luogo. Voglio cimentarmi io medesimo con questo formidabile antagonista.»

Bracy non dismentì in tale scontro la rinomanza che nelle guerre civili di quei tempi erasi meritata. La soffitta arcata dell’atrio cui la porta di soccorso mettea, rimbombava de’ colpi che l’uno mandava all’altro dei due campioni, i quali allora si battevano corpo a corpo, Bracy colla spada, il cavalier Nero colla sua pesante picozza. Finalmente il condottiere della compagnia franca ricevè tal colpo che comunque rintuzzata ne fosse in parte la violenza dallo scudo oppostogli, pure andando a percuotere l’elmo del cavaliere assai violenza mantenne per rinversarlo.

«Renditi, Bracy!» gridò il cavalier Nero chinandosi sopra il corpo di lui, e appressando al sito ove termina la corazza, quel pugnale onde i cavalieri portavano il colpo di grazia ai lor nemici, e che venia nominato pugnale di grazia. «Renditi, Maurizio di Bracy, renditi, soccorso o non soccorso; ovvero sei morto.»

«Dimmi il tuo nome e fa quel che vuoi di mia vita» rispose il cavaliere supino. «Mai non si dica che Maurizio di Bracy s’arrese ad uno sconosciuto!»

Il cavalier Nero pronunziò alcune parole all’orecchio del vinto.

«Mi rendo, son vostro prigioniere, soccorso o non soccorso» soggiunse Bracy, che al tuono dell’alterezza fe’ succedere quello d’una sommessione la più rispettosa.

«Trasferitevi al fortino, e ivi aspettate i miei comandi» gli disse in aria autorevole il vincitore.

«Permettetemi prima rendervi consapevole di cosa che assai vi rileva» si fece a dire Bracy. «Wilfrid d’Ivanhoe è ferito, è prigioniere, morirà in mezzo all’incendio del castello se qualcuno non s’affretta a correre in suo soccorso.»

«Wilfrid d’Ivanhoe prigioniero, ferito, in pericolo di morire! La vita di tutti coloro che stanno nel castello mi sarà il mallevador della sua. Ov’è? additatemi il luogo del suo carcere.»

«Questa scala a chiocciola conduce all’appartamento occupato da Ivanhoe. Volete ch’io vi serva di guida?»

«No: andate ad aspettare i miei ordini nel fortino. Io di voi non mi fido, o Bracy.»

[276]
Nel durare di questo breve combattimento, e del breve colloquio che lo seguì, Cedric, condottiero d’un corpo d’arcieri che aveva passato il ponte, fra’ quali si trovava l’eremita di Copmanhurst, inseguiva gli armigeri del cavaliere normanno, disperati affatto e ridotti al massimo invilimento. Alcuni d’essi domandarono quartiere, altri opposero una inutile resistenza; la più gran parte fuggirono verso la corte del castello.

Bracy, rimasto solo, seguì collo sguardo, da cui leggeasi umiliazione e mestizia, il suo vincitore. «Ei non si fida di me» dicea fra sè stesso «ma gli ho data io occasione di fidarsi?» Raccolse l’armi, trasse dal capo l’elmo in segno di sommissione, e si trasportò al fortino, consegnando la propria spada a Locksley che incontrò lungo la via.

In questo mezzo, progredì tanto l’incendio che ne apparvero manifesti i segnali nell’appartamento ove Rebecca dava ad Ivanhoe le sue cure. Fin d’allora che lo ridestò il fragore della seconda pugna, la buona giovane israelita, per secondarne le istanti preci, tornò a mettersi alla finestra affine di dargli le contezze di quanto accadea. Ma non andò guari che densi globi di fumo uscendo dalla vicina torre, tolsero la vista del campo di battaglia, e le grida al fuoco! acqua! acqua! più assai delle grida de’ combattenti si faceano udire in quella parte di edificio.

«È il fuoco al castello!» gridò Rebecca. «Tutto è fiamma! Come salvarci?»

«Fuggite tosto, o Rebecca» sclamò Ivanhoe; «mettete in sicuro i vostri giorni; quanto alla mia vita non v’ha soccorso umano che vaglia a salvarla.»

«Non fuggirò altrimenti» rispose Rebecca: «noi ci salveremo entrambi o insiem periremo. Ma, Dio d’Abramo! mio padre! il mio povero padre! qual sarà il suo destino?»

Nel medesimo istante si aperse la porta della stanza ove entrò il Templario. Spaventoso ne era l’aspetto; infranta l’armatura e coperta di sangue, arso in parte il pennacchio, che ne sormontava il cimiero.

«Ti trovo finalmente» egli disse a Rebecca «tu vedi com’io serbi la promessa che ti ho data d’aver comune con te la prospera e la cattiva sorte. Non rimane che una via di salute, ed ho affrontati ben cinquanta rischi per venirtela ad additare. Alzati e tosto mi segui.»

«Non sarà ch’io vi segua sola» rispose Rebecca «ma se voi succhiaste il latte di una donna, se qualche idea avete soltanto della carità, della pietà, se il vostro cuore non è più duro dell’armatura che addossate, salvate il vecchio mio genitore, salvate questo cavaliere ferito.»

«Rebecca» rispose il Templario colla feroce calma solita a mostrarsi in costui «un cavaliere dee sapere far buon viso alla morte, sia che la punta d’una lancia, sia che le fiamme glie l’appresentino. Quant’a un Ebreo, chi diavolo vuol prendersi fastidio per un Ebreo?»

In mezzo a così orrida confusione, Cedric accompagnato dal fedele Gurth, che nel durar della mischia non s’era mai scostato dal suo padrone… pag. 277.

[277]
«Guerrier selvaggio!» sclamò Rebecca «morirò in mezzo alle fiamme anzichè accettar tuo soccorso.»

«Solamente non ti rimarrà la libertà della scelta; mi fuggisti una volta, non mi fuggirai la seconda.»

Detto ciò la prese fra le braccia portandola fuor della stanza, nè facendo caso veruno de’ suoi pianti, delle sue grida, e molto meno curandosi delle minacce e delle imprecazioni d’Ivanhoe che esclamava con voce di tuono: «Scellerato Templario, obbrobrio del tuo ordine! lascia questa giovinetta, traditore Bois-Guilbert! tutto il tuo sangue sconterà tale oltraggio.»

«Se non erano le tue grida, o Wilfrid» disse il cavalier Nero, che un momento dopo entrò nella stanza, colla visiera dell’elmo sempre calata «io non riusciva a trovarti.»

«Se siete cavaliere» Ivanhoe rispose «non pensate a me. Inseguite quel vile rapitore, salvate lady Rowena; cercate conto del nobile Cedric.»

«Ciascuno a sua volta» rispose il cavaliere dal catenaccio[45] «ma questa è la tua.»

Così dicendo s’impadronì d’Ivanhoe, trasportandolo colla medesima facilità posta dal Templario nel condur fuori la Israelita, e giunse alla porta di soccorso carico di questo peso, che consegnò indi alle cure di due arcieri, rientrando di poi nella rocca per arrecare agli altri prigionieri salvezza.

Benchè il fuoco si fosse dilatato dalla torre a molt’altre parti di quell’edifizio, le fiamme non ebbero rapido progresso quanto il potevano, a cagione della grossezza de’ muri e della saldezza delle volte che ogni stanza coprivano. Ma quelle porzioni di fabbrica sulle quali usava minori devastamenti l’incendio, divenian teatro di scene parimente spaventevoli, perchè la rabbia degli uomini ivi dispiegava il proprio furore. Gli assedianti perseguivano di sala in sala i difensori della rocca, e nel sangue degli armigeri del feroce Frondeboeuf sbramavano la sete di vendetta che gl’infiammava contra quanto apparteneva a costui. Invano taluno de’ ridetti armigeri chiese quartiere. Non fuvvi tra loro chi potesse ottenerlo. Altri pugnarono da disperati e cara vendettero la propria vita. Rintronava l’aere del romor dell’armi e de’ gemiti, mentre ogni lastrico scorgeasi innondato dal sangue de’ feriti e de’ moribondi.

In mezzo a così orrida confusione, Cedric accompagnato dal fedele Gurth, che nel durar della mischia non s’era mai scostato dal suo padrone, e gli salvò più d’un colpo che senza tal compagno non avrebbe potuto evitare, trascorreva il castello cercando lady Rowena per ogni dove; e fu tanto felice per trovarla in tal punto che avendo ella perduto qual [278]si sia speranza, si premea contra ‘l seno la sua croce da collo, e indirigeva al cielo preci ch’ella giudicava le estreme. Affidatala a Gurth, gli comandò condurla entro il fortino. I nemici in allora non erano più da temersi, nè le fiamme interrompevano ancora tutti i passaggi.

Cedric pertanto continuava le sue indagini in quel recinto colla speranza di rinvenire Atelstano, e deliberato ad affrontare qualunque rischio per salvare l’ultimo rampollo della sassone dinastia. Ma prima ch’ei giugnesse alla sala ov’era stato egli medesimo prigioniere, il genio inventore di Wamba gli avea già suggerito modo di procacciare libertà a sè e al compagno suo d’infortunio.

E ciò accadde nel tempo del secondo assalto, allorquando lo strepito di voci e d’armi annunziava più violento il bollor della pugna. Il matto in quell’istante si diede a gridare: Vivano san Giorgio e l’Inghilterra! Il castello è nostro. E per rendere più spaventoso un tal grido, che reiterò più d’una volta, percotea l’una contro l’altra le vecchie armature sospese all’intorno di quella sala.

Una sentinella posta alla porta, il cui spirito era già in istato di esagitazione, credè i nemici entrati in quella sala per una finestra, e presa da spavento, e senza avvisare nè manco a chiuder la porta, corse in traccia del Templario per arrecargli sì fatto annunzio. Nulla pertanto impacciando la fuga de’ due prigionieri, pervennero ben tosto al cortile della rocca, divenuto esso pure teatro di pugne. Molti di quegli assediati, parte a piedi, parte a cavallo, s’erano raccolti attorno al feroce Templario con animo di tentare una ritratta colla forza dell’armi, e d’assicurarsi la sola via di scampo che lor rimanesse. Bois-Guilbert avea fatto sbassare il ponte levatoio; ma ardua cosa e piena di pericoli diveniva il passarvi sopra, perchè una mano di assalitori tenea il davanti della porta principale del castello, onde togliere appunto qualunque via di fuggire agli assediati; e alloraquando poi videro calato il ponte, si sforzarono di penetrare per avere la lor parte di bottino innanzi che le fiamme consumassero per intero la fortezza. Nel medesimo tempo quelli che entrarono per la porta di soccorso, incalzavano quella stessa truppa, che trovavasi così assalita in prospetto e alle spalle.

Rinnegato Templario! Lascia in libertà una donna che non se’ degno sol di toccare; difenditi, capo banda di ladri e di masnadieri! pag. 279.

Animato dalla disperazione, e incoraggiato dall’esempio d’un indomabile condottiero, questo pugno d’uomini operò portenti; e poichè tutti erano ben armati giunsero più d’una volta a respignere il nemico, benchè inferiori ad esso di numero. La giovane ebrea, che uno degli schiavi Saracini di Bois-Guilbert teneva dinanzi a sè sul suo cavallo, stava in mezzo a quel gruppo, nè la confusione e il trambusto di tale istante eran cagione al Templario di portar cure meno sollecite alla sicurezza della medesima. Ond’era cosa non immeritevole d’osservazione, come costui si trovasse ovunque i suoi soldati aveano d’uopo di soccorso e d’incoraggiamento, poi rivenisse ad ogni istante presso la novella sovrana de’ suoi [279]pensieri, coprendola col proprio scudo, e dimenticando per essa la cura della personale difesa; e tantosto mettendo il grido della battaglia, si lanciava nella mischia, e dopo gettato dall’arcione alcuno fra’ suoi più formidabili competitori, tornava presso di lei.

Atelstano, benchè irresoluto e indolente, siccome il leggitor non lo ignora, non mancava però di prodezza. Laonde al vedere una donna velata, che era scopo di tante premure al Templario, non dubitò che ella non fosse lady Rowena; nè questa volta fu titubante nella deliberazione di involarla a Bois-Guilbert, ad onta della gagliarda resistenza che del certo gli facea mestieri affrontare.

«Per l’anima di sant’Odoardo!» sclamò «vo’ sottrarre lady Rowena dalle mani del perfido cavaliere, e queste mie gli daranno la morte.»

«Pensate bene a quanto siete per fare» gli disse Wamba «e badate a non pescare invece d’un carpione una rana. Pel mio berrettone da matto! quella donna è tutt’altra che lady Rowena. Osservatene solamente i lunghi capelli neri, che le escono fuor del turbante, ondeggiandole sulle spalle. Se non vi dà l’animo di distinguere nemmeno il bianco dal nero, come volete essere capo di battaglia?» Ma non gli dava retta Atelstano, onde Wamba così continuò: «In somma, se così vi piace, fatevi innanzi, ma non io, per san Dunstano! vi seguirò; che non mi garba farmi fracassar l’ossa senza sapere per chi. Nè pensate che siete senza armatura e senza celata? O avvisereste che un berrettone di seta fosse valevole schermo contra i colpi d’un acciaro di buona tempera?» Wamba perdeva il suo fiato «Dunque pax vobiscum, valoroso Atelstano. Chi ha sete se la cavi.» Dette le quali cose, lasciò il lembo della veste del nobile Sassone, che fin qui s’era tenuta in pugno il buffone.

Impossessarsi d’una sciabola sfuggita allor dalle mani d’un moribondo, far impeto sul drappello condotto da Bois-Guilbert, menar colpi a destra e a sinistra, fu la bisogna d’un momento per Atelstano, cui aggiugnea forza il furore. Giunto neanco a due passi di distanza da colui ch’egli cercava, sclamò: «Rinnegato Templario! Lascia in libertà una donna che non se’ degno sol di toccare; difenditi, capo banda di ladri e di masnadieri!»

«Cane!» rispose digrignando i denti il Templario «t’insegnerò io a bestemmiare il santo ordine del Tempio di Sion.» Dopo i quai detti fe’ impennare un istante il suo corridore e il volse rapido contra Atelstano, levandosi sulle staffe per dar più vigore al braccio nel vibrargli un colpo spaventevole sulle tempia.

Wamba non ebbe torto nell’asserire che un berrettone di seta non fa prova coll’acciaio. Il colpo menato dal Templario fu aggiustato con tanta forza ad Atelstano, che mandò in ischegge, quasi fosse una bacchetta di salice, la sciabola da questo opposta per pararlo, e il cavaliere cadde a terra cogli occhi chiusi e privo di moto.

[280]
«Beauséant! Beauséant!» sclamò Bois-Guilbert con voce di tuono. «Così perisca tutt’uom che ardisce denigrare i cavalieri del Tempio!» Profittando indi della costernazione che la caduta d’Atelstano diffuse tra i Sassoni gridò: «Chi vuol salvarsi mi segua!» E apertosi strada verso il ponte levatoio, lo attraversò, seguito da’ suoi Saracini e da alcuni cavalieri. Nè scevra di rischio per esso fu tale ritratta, perchè una mano d’arcieri accompagnò lui e il suo seguito con una salva di frecciate. Ma per sua ventura in quel punto, gli arcieri più vaghi di saccheggiare che di dar morte ad un fuggitivo non pensarono ad inseguirlo.

S’indirisse verso il fortino, di cui credea tuttavia cosa possibile si fosse impadronito Bracy, conforme al divisamento che di conserto avevano immaginato.

«Bracy, Bracy!» gridò egli avvicinandosi. «Siete voi qui?»

«Sì,» rispose l’altro «ma vi son prigioniere.»

«Posso io soccorrervi?»

«No: mi è stato forza l’arrendermi, soccorso o non soccorso. Debbo mantenere la mia parola. Salvatevi. I falconi sono mollati. Mettete il mare tra voi e l’Inghilterra. Non ardisco dirvi di più.»

«Ebbene! poichè volete qui rimanervi, rammentate ch’io sono sciolto da’ miei obblighi. Quanto ai falconi poco men cale, quai che sian essi. Le mura della commenda di Templestowe presentano tale asilo all’aghirone da disfidar ivi le branche del falco.»

Preso indi galoppo, scomparve insieme col suo seguito.

Quelli fra i difensori della rocca, che per mancanza di cavalli non poterono seguire il Templario, continuarono a difendersi piuttosto come gente deliberata a vendere care le proprie vite, che mossa da speranza di salvamento. Di fatto, vi periron sino all’ultimo d’essi. Il fuoco in tale istante dilatava i suoi guasti per ogni dove del castello. Ulrica, artefice dell’incendio, postasi sulla sommità di una torre, e simile ad una delle furie dipinte dagli antichi poeti, intonava ad alta voce uno di que’ cantici guerrieri, di cui allorquando i Sassoni erano ancora pagani, i loro scaldi faceano rintronare i campi delle battaglie. I lunghi capelli grigi di questa femmina le ondeggiavano attorno al capo scoperto. Sfavillavano nei costei occhi l’ebbrezza della vendetta in una e il fuoco di furente delirio ond’era invasata. Brandiva colla mano una rocca, quasi una tra le Parche incaricate di regolare il destino de’ mortali, e di tagliarne il filo. La tradizione ci ha conservate alcune strofe di questo barbaro inno, che facea le parole di quel canto trionfale di Ulrica.

Figlie d’Engisto, le vostre faci

Auspici imploro; non già quai splendono

Per farsi scorta d’amante vergine

che del suo sposo s’affretta ai baci;

[281]

Ma in lor tremendi vampi ferali

Tutti d’inferno gli sdegni annunzino

All’atterrito stuol de’ mortali.

Figlie del Drago, brandite acciari.

Non que’ che al desco le dapi spartano

Fra convivali turbe festevoli,

Secure all’ombra d’ospiti lari.

Conversi ad altri fian ministeri

Or vostri acciari, che il sangue anelano

Del più feroce fra i cavalieri.

E mille ancora guerier mietete.

A me d’intorno sol morte aggirisi.

Oh lente fiamme nel render sazia

Di mia vendetta l’orribil sete!

Deh! alfin compiuta, fiamme, io la veda.

Nè mia presenza vi sia d’impaccio,

Che al furor vostro m’offersi in preda.

Le fiamme, avendo superato tutti gli ostacoli, s’innalzavano fino alle nubi a foggia di sfolgoreggianti colonne, che poteano scorgersi per molte miglia all’intorno; ogni torre, ogni edifizio a mano a mano diroccava; talchè i vincitori costretti ad impor fine al saccheggio, si assembrarono nel gran cortile del castello, contemplando quell’immenso corpo di fuoco, il cui riflesso tignea i lor volti e l’armi loro d’uno splendente color porporino. Alcuni tra i vinti, che avean cercato entro l’ardente edifizio un asilo contro il furore de’ lor nemici, rimasero stritolati sotto quelle fumanti rovine, e fu scarsissimo il numero di coloro che pervennero a salvarsi nel vicino bosco. La torre, sopra di cui la sassone Ulrica erasi collocata, cadde per l’ultima; laonde questa femmina fu veduta ancor lungo tempo stender le braccia, e comporsi ad atteggiamenti di selvaggio trionfo, quasi regina dell’incendio da essa creato. Ma finalmente precipitò pur questa torre con orrendo fracasso, e seco Ulrica divorata dalle fiamme che il tiranno della costei famiglia consunsero. Un silenzio inspirato da raccapriccio regnò alcuni istanti all’aspetto di tale estrema scena, silenzio che primo Locksley interruppe.

«Arcieri, la dimora de’ tiranni non è più. Sia il bottino trasportato al luogo solito delle nostre adunate sotto la grande quercia d’Hartill-Walk! Allo schiarire della domane verrà scompartito fra noi e i degni nostri confederati, che porsero l’opera loro ad un atto sì luminoso di giustizia e di vendetta.»

[282]

CAPITOLO XXXI.
«Consorzio uman sognar scevro di patti

«È folle idea: se editti a pro de’ sogli,

«Statuti a pro de’ popoli fur fatti.

«E sin tra quei che fer lega di spogli

«Tacite leggi stan, funeste al fello

«Che i suoi fratelli di tradir s’invogli.

«Che de’ figliuoli d’Eva in fra il drappello

«Non regni pace scritto fu d’allora

«Che assunse Adam la vanga ed il martello.

«Se a nostro furiar non ponean mora

«Le leggi ch’ai mortali inspirò il cielo,

«Nel caos primier già l’universo fora.

Incominciava appena l’aurora a dardeggiar raggi sui diradamenti di quelle foreste; della sua rugiadosa perla ciascuna foglia brillava. Non temendo ancora che alcun cacciatore li venisse a sorprendere, preceduta dal maestoso marito la cerva, abbandonava i luoghi i più folti del bosco insieme colla sua prole per trarla a pascere più liberamente in più aperta campagna.

I nostri arcieri stavano tutti assembrati attorno alla grande quercia di Hartill-Walk, ove trascorsa aveano la notte ristorandosi dalle fatiche sofferte nel durare della loro spedizione, alcuni col votar tazze di vino, altri col darsi al riposo, molti discorrendo gli avvenimenti della giornata e calcolando il valor del bottino, che la vittoria avea posto nelle mani del loro condottiero.

Fu considerabile per vero dir quello spoglio. Perchè, comunque molta parte di arredi avessero distrutta le fiamme, gli arcieri, i quali non sapeano che si fosse pericolo quand’era il tempo di combattere o di saccheggiare, poterono impossessarsi delle suppellettili più preziose che fossero nella rocca; trovavansi quindi colà raccolte armi e armature e munizioni di ogni spezie, drappi e vesti preziose, tutti i vasellami d’argento, e, cosa più preziosa di qual altra si fosse, la cassa entro cui Frondeboeuf tenea racchiuso il prezzo di quante avanie commettea. Però le leggi di quella confederazione erano tanto severe e sì scrupolosamente adempiute, che un solo de’ collegati non osò appropriarsi una parte benchè menoma di tanto bottino. Il tutto venne fedelmente trasportato al luogo delle adunanze e posto in comune, onde il capo della lega ne facesse egli la distribuzione.

Non era già un tal luogo quel medesimo, ove Gurth e Wamba erano stati condotti da Locksley ne’ momenti che diedero origine alla narrata avventura; benchè questa situazione parimente fosse contraddistinta da antica quercia che maestosamente ergevasi in mezzo ad un vano di selva foggiato a guisa d’anfiteatro campestre, nè distante più di mezzo miglio dalle rovine dell’incendiato castello. Ivi sedutosi Locksley sul proprio trono, [283]che era un’erbosa zolla cui davano ombra i densi rami del grand’albero che le sovrastava, la sua banda gli si mise attorno in figura di mezzo cerchio. Egli additò al Cavaliere e a Cedric di sedersegli a canto.

«Perdonate» diss’egli «la libertà di tal mio procedere, nobili cavalieri, ma in queste foreste son io il monarca, e i miei sudditi che attorno a me scorgete raccolti, vedrebbero di mal occhio se nei miei dominii cedessi la preminenza a chicchessia…. E dove trovasi il nostro cappellano? Perchè non è qui Fra’ Giocondo? Un po’ di preghiera dà buon principio alla giornata, fra genti almeno cristiane!»

Ma niuno avea veduto l’eremita di Copmanhurst.

«Avremmo noi dunque perduto il nostro cherico valoroso?» continuò Locksley. «Nè v’ha alcuno tra voi che lo abbia veduto dopo la presa del castello?»

«Io, il vidi» rispose Mugnaio «nei sotterranei, che facea le sue prove ad abbattere la porta d’una cantina, e giurava per tutti i santi del calendario di voler assaggiare i vini di Linguadoca e di Guascogna, che possedea Frondeboeuf.»

«Oh per l’anime del purgatorio!» sclamò Locksley. «Sarà rimasto a bere colà sintantochè la rocca lo abbia sepolto colle sue rovine. Partite subito, Mugnaio, e conducendo con voi dodici uomini cercate per ogni dove intorno al luogo ove il vedeste. Prendete acqua dalla fossa, onde gettarla su quelle rovine infocate. Per il nome di Dio! farò volgere l’una dopo l’altra le pietre del castello tanto che si trovi il nostro valoroso eremita.»

Il numero degl’individui gareggianti per essere eletti a tale fazione, e quasi immemori dell’altra sì rilevante ad ognuno, qual era il parteggiamento della preda, dimostrò sin quanto quella banda avesse a cuore la salvezza del suo padre spirituale.

«In questo mezzo» proseguì Locksley «pensiamo ai nostri affari, perchè appena sarà divulgata la fama della nostra impresa, non è da dubitarsi che le truppe di Bracy, di Malvoisin e degli altri collegati di Frondeboeuf non marcino contro di noi. È dunque cosa prudente il pensare alla nostra sicurezza. Intanto, nobile Cedric, ho diviso in due parti lo spoglio; scegliete quella che più v’aggrada per farne distribuzione a quelli fra’ vostri vassalli che ci secondarono nell’impresa.»

«Prode arciere» rispose Cedric «questo mio cuore è immerso nella tristezza. Il nobile Atelstano di Coningsburgo non è più. Atelstano, l’ultimo rampollo maschile del santo re Confessore! Con lui perirono tai speranze che non possono più rinascere. Nè sforzo umano è, che valga a riaccendere la scintilla spenta insieme con questo sangue reale. Le persone del mio seguito, tranne i pochi che stan qui meco, non abbisognano che della mia presenza per trasportare la mortal salma del signore di Coningsburgo al castello de’ suoi antenati. Lady Rowena brama tornarsene a Rotherwood, [284]e le è necessaria una scorta sufficiente a tal fine. Se io non mi sono ancora disgiunto da voi, non fu già per aspettare l’istante che si spartissero le conquiste fatte sull’inimico, perchè se piace a Dio e a san Vittoldo, nè io nè i miei non toccheremo un obolo di tale spoglio. Mi trattenni unicamente tanto da trovarvi tutti adunati e ringraziar voi e i valorosi vostri compagni che salvaste l’onore e la vita alla mia nobil pupilla.»

«Noi non avemmo tutto al più che una metà di merito in tale impresa» rispose Locksley; «accettate adunque la metà dello spoglio per ricompensare i vostri confinanti e vassalli, a’ quali l’altra parte di merito è dovuta.»

«Sono abbastanza facoltoso per farlo senza scemare il vostro bottino» rispose Cedric.

«E alcuni di questi confederati» aggiunse Wamba «hanno avuto il giudizio di compensarsi da sè medesimi. Non crediate già che tutti tornino a casa a mani vote e penzolone le braccia.»

«Se operarono, come dite» gli rispose Locksley «il potean anche; perchè le nostre leggi sono obbligatorie solamente per noi.»

«Ma tu, mio povero matto» disse Cedric movendo verso Wamba e abbracciandolo «qual compenso potrò io darti degno di te, di te che ti prendesti le catene del tuo padrone, di te, che per salvare la vita a lui offeristi in sagrifizio la propria? Chi altri mai mi diede tal prova d’affetto e di fedeltà?»

Sorgea una lagrima dal ciglio del nobile thane mentre favellava in tal guisa; tributo di commozion d’animo, ch’ei non avea nemmen conceduto ad Atelstano allorchè gliene venne annunziata la morte. Perchè nel servigio prestatogli da Wamba manifestavasi tale istinto di generosità atto a toccare il cuor di Cedric più che nol fosse il dolore medesimo.

«Se voi pagate i miei servigi coll’acqua de’ vostr’occhi» disse Wamba sottraendosi per riguardo di rispetto alle carezze d’un padrone che in quell’istante dimenticava affatto di esserlo «sarete cagione che piagnerò io parimente; e allora a che si ridurrà la mia professione? Ascoltate, zio! se volete ben ricompensarmi, perdonate al mio collega Gurth di avere tolta una settimana al vostro servigio per impiegarla a quello di vostro figlio.»

«Perdonargli!» sclamò Cedric; «ei merita ben altro che perdono, e gli debbo anzi ricompensa. Appressati, o Gurth, e metti un ginocchio a terra.»

Il porcaiuolo obbedì.

«Tu non sei più servo» disse Cedric toccandolo con una bacchetta «ma uomo libero così in città come in villa, così nei boschi come ne’ campi. Ti concedo inoltre dieci acri di terra nella mia signoria di Walbrugham: tu li terrai da me e dai miei per te e per la tua discendenza. [285]D’ora in poi e per sempre la maledizione di Dio cada sovra chiunque ardisse voler turbarti nel tuo possedimento!»

Fuor di sè per la gioia di non essere più servo, ma libero e proprietario, Gurth nell’alzarsi saltò due volte quant’è alta la testa d’un uomo.

«Una lima!» sclamò «una lima! che questo collare non disonori più il collo d’uom libero! O nobile mio padrone! voi m’addoppiaste vigore con tal atto di vostra generosità, ed io combatterò per voi con doppio coraggio. Il cuore che or mi palpita in seno è cuor d’uomo libero. Io mi trovo tutto cambiato, e tutto il mondo si cambia a’ miei sguardi. Ah! eccoti Fangs! conosci tu ancora il tuo padrone?»

«Sì» disse Wamba «Fangs ed io ancora ti conosciamo, nè un collare di più o di meno ce lo impedirà; ma chi sa che non accada ben tosto che tu non conosca più noi?»

«Dimenticherò me medesimo prima che io dimentichi te, fedele collega» riprese a dire Gurth; «e se la libertà avesse potuto giovarti, il nobile Cedric te l’avrebbe conceduta prima di pensare a me.»

«No» soggiunse Wamba «non sono ancora tanto matto d’invidiarti, amico Gurth; il servo sta seduto a canto del fuoco, ben alloggiato, ben nudrito, allorchè l’uomo libero corre i campi e fatica. Di fatto, che cosa dice a tal proposito Oldhelm di Malmesbury! Meglio matto a mensa che savio alla guerra! Dio mi liberi di tal libertà!»

S’intese allora grande strepito di cavalli, e quasi nel medesimo istante comparve lady Rowena riccamente vestita, assisa sopra sontuoso palafreno, e accompagnata da numeroso corteggio d’armati scudieri, nei cui lineamenti pigneasi la gioia ond’eran compresi in veggendo libera la lor padrona. Ella avea assunta l’intera dignità del suo portamento, se non che il pallor del volto palesava lo spavento cui avea soggiaciuto. Scorgeasi ancor su quel fronte una lieve nube di duolo, ma a diradarla soccorreano la speranza d’un migliore avvenire, e il sentimento di gratitudine che la sua liberazione le inspirava così verso il cielo come ver le persone che di liberazione le furono strumenti.

Ella era già stata avvertita e del viver d’Ivanhoe e del caso d’Atelstano. La innondò di purissima gioia il primo annunzio; e quanto al secondo, n’ebbe sì rincrescimento, ma non potè ad un tempo non sentire la contentezza di vedersi omai sottratta all’importuno zelo di Cedric, che l’avrebbe voluta ad ogni patto sposa del signor di Coningsburgo.

Allorchè lady Rowena fu in vicinanza di Locksley, questi si alzò per riceverla, e altrettanto fecero tutti i suoi arcieri, mossi da istinto naturale di cortesia. Le guance di lei si copersero in quell’istante di amabil rossore, e dopo un profondo inchino che confuse per poco le anella delle sue chiome colla criniera del corridore, palesò in brevi note quai sensi di gratitudine ella nudrisse verso il valoroso arciere e gli altri che la liberarono. — «Che [286]Dio e la madre sua vi compensino» così ella conchiuse «o valenti persone, che con tanta cortesia e a rischio de’ vostri giorni proteggeste la causa degli oppressi! Se mai alcun di voi si trovasse molestato da fame o da sete, rammenti che lady Rowena possede ricchezze e animo grato. Se i Normanni vi costringono ad abbandonare questa selva, pensate che altre ne ha in proprietà lady Rowena. Ivi potrete cacciare a vostro piacimento.»

«Vi ringrazio, nobil donzella» rispose Locksley «e pe’ miei compagni e per me. L’avervi salvata è tale atto che porta con sè medesimo la sua ricompensa. Certamente non facciam sempre opere meritorie nei nostri boschi, ma la liberazione di lady Rowena è opera ben valevole ad espiarne molt’altre che meritasser rimprovero.»

Lady Rowena, dopo averli risalutati per congedarsi da loro, volse il cavallo in atto di partire; ma essendosi fermata un istante per aspettare Cedric, che doveva esserle compagno e si licenziava egli pure da quella brigata, si trovò all’impensata in vicinanza del prigioniere Bracy. Era questi in piedi sotto d’un albero, e colle braccia incrocicchiate sul petto immerso in profonda meditazione, onde lady Rowena si confidava ch’ei non l’avesse veduta. Ma ella ingannavasi. La ravvisò ottimamente, e sola vergogna lo tenea irresoluto; pur finalmente avanzatosi verso di lei, e prendendone per la briglia il palafreno così le disse:

«Lady Rowena degnerà ella d’un suo guardo un cavalier prigioniero, un guerriero disonorato?»

«Ser cavaliere» gli rispose ella «in imprese della natura di quella che voi tentaste, il vero disonore starebbe nel buon successo.»

«La gloria del trionfo però dovrebbe mitigare il risentimento» soggiunse Bracy. «Possa io udir solamente dal labbro di lady Rowena che ella mi perdona tal violenza cui diede moto una sfortunata passione, e s’accorgerà ben tosto lady Rowena, come Bracy sappia prestarle in più nobil guisa il suo braccio!»

«Vi perdono, ser cavaliere» rispose la nobil donzella «ma solamente nell’esser mio di cristiana.»

«Che è quanto dire, non gli perdona nè poco nè assai» Wamba soggiunse[46].

«Non quindi» continuò Rowena «potrò mai dimenticare le sventure e i mali che derivarono dal folle vostro attentato.»

[287]
«Lascia la briglia del cavallo di questa Milady» disse Cedric, il quale allor sopraggiunse. «Pel sole che ne rischiara, se non avessi vergogna, t’inchioderei contra quest’albero. Ma tienti per sicuro, Maurizio di Bracy, che dovrai scontare a caro costo la parte da te presa ad una azione sì infame.»

«Non corre pericolo chi minaccia un prigioniero» rispose Bracy, «ma quando fu mai che in un sassone allignassero sensi di cortesia?»

Cedric prima di partire diede speciali contrassegni di gratitudine al cavalier Nero, facendogli premuroso invito perchè lo volesse accompagnare a Rotherwood.

«So bene» Cedric gli dicea, «come il diletto de’ vostri pari sia quel soprattutto di condurre attorno al mondo la fortuna che sta per voi sulla punta della vostra lancia; ma la gloria dell’armi, ser cavaliere, è una favorita incostante, onde il campione anche il più prode sente alcuna volta vaghezza d’uno stabile domicilio. Voi ne possedete uno nel castello di Rotherwood, nobile guerriero. Cedric ha ricchezze quante bastano per ammendare que’ torti che mai vi avesse fatti fortuna, e tutto ciò ch’egli tiene spetta per diritto a chi gli è stato liberatore. Venite dunque a Rotherwood, non qual ospite, ma come figlio o come fratello.»

«Cedric mi ha già fatto ricco» rispose l’incognito cavaliere. «Debbo a lui l’avere apprezzato al giusto il valore de’ Sassoni. Voi mi rivedrete a Rotherwood, prode Sassone; voi mi ci rivedrete, nè andrà lungo tempo; ma in tale istante affari sommamente premurosi mi vogliono in parte affatto opposta. Non crediate per altro impossibile che quando verrò alla vostra casa io non sia per chiedervi un dono; e tal dono che metterà a prova la vostra generosità.»

«È pattuito anticipatamente» rispose Cedric, battendo la sua sulla mano del cavalier Nero; «è pattuito quand’anche mi chiedeste la metà delle mie sostanze!»

«Non largheggiate sì leggermente in promesse» ripigliò a dire il cavalier dal Catenaccio. «Nondimeno spero potrò ottenere il dono che sarò per chiedervi. Intanto addio!»

«Mi rimane avvertirvi» soggiunse il Sassone «che in tutto il tempo consacrato alle esequie del nobile Atelstano abiterò il suo castello di Coningsburgo. Sarà esso aperto a chiunque vorrà prender parte al funereo banchetto, e parlo io a nome della nobile Editta, madre del defunto, e dell’ultimo fra i principi Sassoni. La casa d’Editta non sarà mai chiusa a chi combattè con tanto valore per liberare il figlio di lei dalle catene normanne, benchè l’opere del valore abbia fatte vane la morte.»

«Sì, sì,» disse Wamba che avea ripreso il suo luogo presso il padrone «farem gozzoviglia al castello di Coningsburgo. Peccato che il nobile Atelstano non possa intervenire al banchetto de’ suoi funerali! Ma» continuò il buffone sollevando gravemente al cielo gli sguardi «questa [288]sera ei cenerà in paradiso, nè si starà dal fare onore all’imbandigione celeste.»

«Zitto là!» sclamò Cedric cui non garbava sì fatta celia, e il quale per altra parte non sapeva risolversi a sgridar Wamba dopo il servigio rilevantissimo che di recente ne aveva ricevuto. «È ora di metterci in cammino.»

Lady Rowena salutò graziosamente il cavalier Nero. Cedric gli augurò da Dio buon esito nelle imprese quai si fossero ch’ei divisava; e bentosto questa comitiva si addentrò nella selva. Già gli alberi della foresta toglievano la vista di questa nobile brigata agli occhi di chi rimanea, allorchè li ferì una processione ben d’altro genere, che veniva dalla parte di Torquilstone, e s’avviava sulla dirittura medesima che aveano presa Cedric ed il suo corteggio. Ed erano i frati d’un vicino convento, i quali fossero mossi da pietà, o dalla speranza di ricca ricompensa, s’impossessarono del corpo di Atelstano, e dopo averlo collocato sontuosamente in un feretro, cui portavano sugli omeri i vassalli del medesimo Atelstano, lo trasportavano al castello di Coningsburgo, per dargli sepoltura entro la tomba d’Hengist, da cui la famiglia di questo thane Sassone si pretendea derivata. Molta mano de’ suoi vassalli erasi assembrata appena udito l’annunzio della morte di lui e ne seguiva la bara, dando parecchi contrassegni almeno apparenti di cordoglio vivissimo. Tutti gli arcieri sursero spontanei una seconda volta, tributando alla religione e alla morte omaggi sì rispettosi, come dianzi li tributarono alla giovinezza e all’avvenenza. Il marciar lento e il cantar solenne di quegli ecclesiastici risvegliò negli animi degli arcieri le rimembranze d’alcuni lor compagni soggiaciuti nella pugna del dì precedente; ma tai ricordanze non durano a lungo nel cuor di persone, la cui vita non è che una sequela d’imprese e di pericoli; laonde non si era ancora finito d’udire il frastuono di funerei cantici, allorchè si diedero alla bisogna che più tenea in quell’istante le loro menti, al parteggiamento cioè delle spoglie.

«Valoroso campione» disse Locksley al cavalier Nero «piacciavi scegliere per mezzo a questo bottino tutto quanto possa tornarvi utile ed aggradevole, e che siavi ricordo di questa grande quercia sotto cui convenimmo; nè vogliate usare di troppa modestia, giacchè niuno meglio di voi ha diritti ben acquistati su tale preda, e certamente se il vostro braccio non ne reggea, avremmo naufragato in quella impresa, d’onde uscimmo per voi vincitori.»

«Accetto la vostra offerta con altrettanta franchezza quanta ne adoperate nel porgerla; e vi chiedo la permissione di arbitrare a mio grado verso Maurizio di Bracy.»

«Non è egli forse vostro prigioniere? Ei già v’appartiene per diritto, e può ringraziarne la sua buona fortuna, perchè altrimenti, lo avrei fatto appiccare al ramo il più alto di questa quercia, trattamento da me serbato [289]a tutti gl’individui della sua compagnia franca, che mi capiteran fra le mani. Ma egli è cosa vostra; e avesse persino ammazzato mio padre, a voi sta il decretarne la sorte.»

«Bracy» disse il cavalier Nero «tu sei libero. Parti: l’uomo di cui fosti prigioniero non conosce il vil piacere della vendetta, e pone in dimenticanza le cose passate. Ma abbi gli occhi sull’avvenire, che potrebbe divenirti funesto. Pensaci, Maurizio di Bracy!»

Bracy salutò rispettosamente il suo liberatore, e stava per partire, allorquando gli arcieri lanciarono mille imprecazioni contr’esso, rimprocciandogli ogni atto di violenza ch’ei s’era fatto lecito qual condottiero della sua compagnia franca. L’orgoglioso cavaliere, soffermatosi un istante, poi volto ver gli offensori, incrocicchiò sul petto le braccia, e riguardandoli in altero sembiante: «Chetatevi» disse loro «voi siete nel novero di que’ cani stizzosi, ghiotti sempre di nuova pastura, ma incapaci di cercare il cervo e la sua tana. Bracy sprezza i vostri oltraggi come disdegnerebbe le vostre lodi. Tai malandrini, tai proscritti quali vi siete, dovrebbero serbar silenzio, ogni volta che si ragiona d’un nobil o d’un cavaliere sol distante una lega da’ lor covazzi.»

Rabuffo imprudente, che gli avrebbe fruttato una salva di frecciate, se Locksley non si fosse fatto sollecito di proibire alla sua gente il molestarlo. Che anzi lo stesso Locksley gli permise valersi d’un de’ cavalli trovati nelle scuderie di Frondeboeuf, e che faceano parte del bottino; dopo di che Bracy postosi snellamente in sella galoppò a tutta briglia.

Chetato il tumulto collo scomparire di chi ne era argomento, Locksley si tolse il corno ed il pendaglio guadagnati alla posta d’armi d’Ashby e il cavalier Nero ne presentò.

«Nobile cavaliere» sì disse «se non disdegnate accettar cose che primo io portai, piacciavi conservar queste come ricordo delle imprese da voi operate nella giornata d’ieri. Se per caso, il che può avvenire a qualsisia prode cavaliere, abbisognaste di soccorso, trovandovi in alcuna delle selve poste fra il Trent e il Tees, date fiato a questo corno, ed è cosa possibile che vi arrivino diffensori.»

Poi appressatosi egli stesso quello strumento alle labbra, intonò replicatamente certe date note, a fine d’imprimerle nella memoria del cavaliere.

«Accetto un tal dono, valoroso arciere, e venendo istante in cui mi sia indispensabile il chieder soccorso, non cercherò migliori campioni fuori di voi e de’ vostri fratelli d’armi.»

Anch’egli allora animò il corno, e fe’ rimbombar la foresta de’ tuoni medesimi che gli aveva insegnati Locksley.

«Ottimamente!» disse l’arciere, «Tai son le note e tale la forza che dovete dar loro. Si potrebbe credere che non solamente dinanzi alle fortezze, ma nelle selve aveste fatta la guerra, nè v’è chi mi tolga di [290]mente che in altri tempi non siate stato cacciatore di daini. Compagni, ricordatevi delle note che avete ascoltate. Son la chiamata del cavalier Nero, del cavaliere dal Catenaccio. Chiunque udendole non s’affretti in soccorso di lui sarà scacciato dalla nostra compagnia, e gli verrà spezzato l’arco sopra le spalle.»

«Viva il nostro capo!» sclamarono ad una voce gli arcieri. «Viva il cavalier Nero dal Catenaccio! Oh venga presto l’occasione di provargli col fatto la nostra brama d’essergli giovevoli!»

Procedè indi Locksley alla distribuzione del bottino, che venne scompartito colla massima imparzialità. Primieramente ne fu levata una decima parte a pro della chiesa, o da impiegarsi ad usi pii e caritatevoli. Altra venne serbata per impinguare quello che ivi chiamasi pubblico erario, e fu pure assegnata una porzione così a soccorrere le mogli e i figli di coloro che erano periti nell’assalto, come a far celebrar messe per le anime di tai defunti. Il rimanente andò ripartito fra gl’individui di quel consorzio, giusta il grado e il merito di ciascuno. Se per sorte occorrevano casi dubbi, o delicati sì da mettere in riguardo chi li risolvea, il capo profferiva sentenze, nelle quali erano da ammirarsi egualmente il senno e l’equità, nè trovavasi chi non si sottomettesse d’ottima voglia alle medesime. Laonde non fu lieve nel cavalier Nero la maraviglia di considerare, come uomini, posti può dirsi, in istato di ribellione contra la società, si comportassero in guisa tanto giusta e regolare, le quali cose crebbero in esso la buona opinione concetta sulla rettitudine e sull’ingegno del condottier della banda.

Poichè ciascuno ebbe presa la sua parte di bottino, il cassiere, aiutato da quattro arcieri de’ più vigorosi, fece trasportare in sicuro luogo la parte che spettava alla repubblica; niuno osava toccare la decima serbata alla chiesa.

«Vorrei» disse il condottier degli arcieri «aver novelle del gioviale nostro cappellano. Non gli è mai accaduto d’assentarsi nè all’ora del benedicite, nè all’altra di partire gli spogli; poi è suo uffizio il prendere in consegna la porzion della chiesa. Mi spiace tanto più ch’egli manchi, perchè a pochi passi di qui tengo prigioniere un sant’uomo, confratello di Fra’ Giocondo, e vorrei che questi mi aiutasse circa al cerimoniale da usarsi. Ma già ho paura che il nostro santo eremita, non lo vediamo più.»

«Men dorrebbe assai» soggiunse il cavalier Nero. «Gli debbo gratitudine per la ospitalità concedutami, tutta una notte da me trascorsa con lui giocondissima nella sua cella. Trasferiamci sulle rovine del castello, e così ne saprem notizie più presto.»

Il cavaliere non aveva appena pronunziate queste parole, allorchè uno strepito di gioiose grida annunziò l’arrivo dell’uomo, per cui si stava allor palpitando; nè potea dubitarsi che non foss’egli all’udir la sua voce di Stentore che soperchiava tutte le altre.

[291]
«Fate largo, miei buoni amici, fate largo tanto che passi il vostro padre spirituale e il suo prigioniere. Nobil capo, giungo a voi come un’aquila portando la preda fra’ miei artigli.» E aprendosi passaggio tra le file de’ compagni, che poi gli si serravano addosso, e fra scrosci di riso universale, comparve a guisa d’un trionfatore, tenendo con una mano una partigiana, e coll’altra una corda; la cui estremità terminava avvolgendosi al collo dello sciagurato Isacco d’York, che fatto più curvo dal cordoglio e dallo spavento seguiva tutto avvilito il vittorioso eremita. «Ov’è Allan-Dale?» chies’egli «voglio che componga un virelai o una ballata in mio onore. Per santa Armangilda, questo usignuolo delle paludi par che studii d’esser lontano quando vi sarebbe occasione d’impiegarne l’abilità.»

«Bravo eremita» disse Locksley «benchè sia di buon’ora, vedo che non hai mancato di sciacquarti la bocca questa mattina. Ma per il nome di san Nicola, che razza di salvaggina ne porti tu qui?»

«Un prigioniere che dovete al valore della mia lancia e della mia spada, o a dir meglio del mio arco e della mia partigiana. Ma comunque prigioniero, io l’ho liberato da un ben più tremendo servaggio. Parla, Giudeo, non t’ho io sottratto alle branche di Satanasso? Non t’ho insegnato il tuo Credo, il tuo Pater, la tua Ave Maria? Non ho passata tutta la notte a bere per la tua conversione, e a spiegarti gli articoli della nostra fede?»

«Per amor di Dio!» sclamò il povero Ebreo «nè vi sarà persona caritatevole per liberarmi dalle mani di questo matto…. oh volli dire di questo santo uomo?»

«A che giuoco giochiamo?» soggiunse in tuon minaccevole l’eremita. «Saresti tu recidivo? Ebreo, bada bene, perchè se ricadi negli antichi errori, benchè tu sia men tenero d’un porchetto di latte, cosa che m’augurerei tanto per la mia colezione, tu non hai ancora una carne sì dura da non poter essere arrostito. Sii docile Isacco, e accompagnami nel recitare un’altra volta la salutazione Angelica. Ave Maria……..»

«Zitto là!» interruppe Locksley. «Non abbiam qui d’uopo di tai vostre profanazioni. Raccontane piuttosto, degno Eremita, com’è che hai fatto questo prigioniero.»

«Per san Dunstano, l’ho trovato laddove cercava mercanzia migliore di lui. Io stava passando in rassegna le cantine del castello per vedere se avessi potuto salvar qualche cosa; perchè non nego che un bicchiere d’acqua ardente bruciato con entro molta drogheria non presenti una bevanda degna d’imperatore; ma mi parea che il far troppo uso di questa sola sarebbe stata una sprecatura. Trovai quindi un bariletto di Canarie e stava per chiamare in mio aiuto qualcuno di quegli sfaccendati, che si lasciano sempre cercare quando v’è un’opera buona da farsi. Mi avvidi allora d’una porta greve, e chiusa con grande accuratezza. Ah! [292]meditai fra me stesso: qui dentro sicuramente troverò i tesori liquidi del castello; e il cantiniere disturbato, non v’ha dubbio, nel decorso di qualche sua furfanteria, ha dimenticato la chiave alla porta. M’affrettai ad aprire, nè vidi altro se non se catene, un immenso forno, e questo cane d’ebreo, che senza farsi pregare si rendè subito prigioniero, soccorso o non soccorso. Continuai a far la visita di que’ sotterranei, trascinandomi dietro tale trofeo, e avendo trovato alcune botti entro una cantina, ebbi appena il tempo di assicurarmi, dopo d’averne fatto profferire giudizio anche al mio cattivo infedele, che contenevano eccellente vino di Guascogna; allorquando si udì un fracasso spaventevole prodotto da quella parte d’edifizio tutta diroccata all’intorno di noi; laonde ci trovammo bloccati in quella caverna, nè peggio fu perchè il vôlto era forte abbastanza per resistere al peso delle rovine. Dissi allora il mio In manus, e riguardandomi disonorato, s’io abbandonava il mondo in compagnia d’un Ebreo, levai questa partigiana per ispacciarmene; ma mi venne poi in mente, che era opera migliore il ricorrere alle mie armi spirituali e dar opera a convertirlo. Che volete? Ne sieno eterne grazie a san Dunstano! la semenza è caduta su buon terreno. Mi sento solamente la testa un poco stanca dall’avere tutta notte catechizzato costui, perchè mi conveniva a quando a quando bere qualche sorsata a fine di ammollire le fauci disseccatesi a furia di far la dottrina; e Gilberto e Vibbaldo sanno bene in che stato mi hanno trovato, poichè ebbero smosse le rovine che ne attorniavano. Oh, affatto estenuato!»

«Oh sì possiamo fare testimonianza» disse Gilberto «che allorquando per la grazia di san Vittoldo fummo entrati nella cantina, dopo avere sbarazzata la scala che vi conducea, trovammo una botte vota per metà, l’Ebreo per metà morto, e il reverendo più per metà estenuato, valendosi del suo modo di dire.»

«Mentite» sclamò indignato l’ermita; «foste voi, furono i ghiottoni vostri compagni, che votaste la botte, di cui giudicai sì squisito il contenuto, che divisava serbarne una parte per farla assaporare al nostro capo. Consento d’essere considerato come un pagano, se non è verità quanto dico, e soggiugneste di volere voi pure la vostra porzione d’incerti. Ma ciò poco rileva. L’importante è che ho convertito l’Ebreo e intende le cose che gli ho spiegate al pari di me, se non anche meglio di me.»

«È egli vero, o Ebreo?» chiese Locksley «hai tu abbiurata la tua incredulità?»

«Possa io trovare misericordia presso di voi» rispose il tapino «come è vero che non ho inteso sillaba di quanto il venerabile prelato mi ha detto nel durare di questa notte tremenda. Io era talmente immerso nell’agonia del dolore e della paura, che se il nostro santo padre Abramo fosse venuto dal cielo per esortarmi, avrebbe parlato ad un sordo.»

«Tu menti, Ebreo» sclamò l’eremita «e lo sai che tu menti. Io [293]non ti ricorderò che una tale circostanza sola del nostro colloquio. In prova della tua conversione promettesti di rinunziare tutti i tuoi beni alla chiesa.»

«Che tutti i Patriarchi m’aiutino!» sclamò Isacco più atterrito che mai. «Vi prego a convincervi, miei cari signori, che una tale promessa, io non l’ho mai fatta. Non sono che un pover’uomo, un vecchio; ho forse perduta la mia unica figlia; abbiate compassione di me, e permettetemi ch’io mi ritiri.»

«Se tu ritratti un voto fatto in favore della Santa Chiesa» disse il frate cappellano «gli è d’uopo che tu ne faccia penitenza.»

E levando la partigiana s’accinse a menargliela col manico sulla schiena; e se il colpo non vi giunse fu perchè il cavalier Nero lo parò colla sua lancia.

«Per san Tommaso di Cantorbery!» si volse a questo l’eremita «se mi fate scaldare il sangue, benchè siate tutto coperto di ferro, v’insegnerò a frammettervi solamente ne’ vostri affari.»

«Non ve la prendete contro di me, bravo eremita; ricordatevi che ci giurammo fede e amicizia.»

«Non mi ricordo di nulla, e mi darete ragione dell’insulto che ora m’avete fatto.»

«Dimenticaste adunque» soggiunse il cavaliere, che parea prendesse diletto a provocare l’antico suo ospite «dimenticaste che, lasciando a parte la tentazione prodotta in voi dalla vista d’un pasticcio e d’un fiasco di vino, rompeste per amor mio il voto d’astinenza?»

«Badate, perchè non conoscete il peso d’un de’ miei pugni!»

«Un vostro pugno! Nol credeste già tal regalo, ch’io non vi sapessi restituir con usura, usura sì abbondante che il vostro prigioniere non ne ha mai riscosse di tanto forti dacchè mercanteggia.»

«Gli è quanto vo’ provar sull’istante.»

«Fermo là» sclamò Locksley. «Siete voi matto, ser cappellano? Una lite sotto la nostra gran quercia!»

«Non si dirà questa una lite» soggiunse il cavalier Nero; «ma bensì una prova amichevole delle nostre forze. A voi, degno eremita; menate il vostro colpo; consento a sopportarlo, purchè vogliate sottomettervi a quello che indi v’applicherò.»

«Di tutto buon grado! Foste anche Golia, andrete a misurare la terra come egli fece.»

Dette queste parole, quel gagliardo rivoltò la sua manica facendola arrivar sino al gomito, e ben serrato il pugno e con tutto il vigore del nerboruto suo braccio gli vibrò tal colpo sulla testa, che avrebbe bastato a stramazzare un bue. Ma l’emulo dell’eremita di Copmanhurst rimase fermo come scoglio, onde tutti gli arcieri misero acclamazioni di congratulazione.

[294]
«Or tocca a me» disse il Cavaliere levandosi la sua manopola. «Non voglio avere vantaggi di sorte alcuna. Vedremo se meglio riuscirò.»

«Vi cedo il riscatto di questo Ebreo se vi da l’animo farmi smover d’un pollice.»

Così favellava il cappellano assumendo tuono di non più udita intrepidezza. Ma chi è da tanto di sottrarsi al proprio destino? Il colpo del cavalier Nero ebbe tale onnipossente virtù, che a grande stupore di tutti gli astanti fe’ cadere come corpo morto l’atleta.

Si rialzò tostamente non manifestando nè confusione nè collera. «Collega carissimo» diss’egli al cavaliere, «voi avreste potuto temperare un po’ più la vostra botta, perchè, per san Dunstano! vi volea un cranio forte siccome il mio a non rimanere spaccato. Ma eccovi la mia mano in pegno che non farò mai più con voi di tali contratti; vedo che sarei sempre dal lato del perdere. Non si pensi omai a quello che è stato, ma piuttosto al riscatto del Giudeo, perchè già il leopardo non cambia mai pelo, e l’ebreo sarà sempre ebreo.»

«Il nostro cappellano» disse Gilberto «dopo la piccola correzione che ha avuta non fa più tanti conti sulla conversion dell’Ebreo.»

«Che cosa c’entri tu a parlare di conversioni? La subordinazione è andata a spasso da questo campo? Tutti fanno dunque i padroni? Sappi, manigoldo, che la mia testa era… sì, era estenuata dalla fatica quando ricevei il colpo del cavaliere, senza di che l’avrei sostenuto altrimenti; e se ti talenta che ricominciamo insieme la giostra, potrò farti vedere…»

«Zitto là!» sclamò Locksley «zitto là! abbiam sul tappeto altri affari. E tu, Ebreo, pensa a quello che puoi offerirne pel tuo riscatto. Non mi fa mestieri il dirti, che la tua schiatta si ha per maladetta da ogni brigata di Cristiani e che quindi la tua presenza ne incomoda. Sarai dunque condotto in luogo di sicurezza, mentre farò venire al mio cospetto un prigionere di un’altra specie. Intanto avrai tempo di meditare ai modi che hai di redimerti.»

«Trovansi fra i prigionieri molti soldati di Frondeboeuf?» chiese il cavalier Nero.

«Non ve n’è un solo, da cui si potesse sperare qualche riscatto» rispose Locksley. «Pochi poveri uomini, ai quali ho permesso d’andarsi a cercare un altro padrone! Non v’era da guadagnar nulla nel conservarli; quanto alla vendetta, ne abbiam fatto anche di troppo. Tutti insieme non valeano un quarto di scudo. Ma il prigioniere di cui vi parlo è di miglior lega; un frate che si direbbe un cicisbeo in atto di visitare la sua innamorata, a giudicarne dall’eleganza e dalla finezza della biancheria ch’egli porta. Ma ecco il degno Monsignore, più azzimato d’un cortegiano.»

E in quell’istante fu visto comparire dinanzi al soglio del capo degli arcieri il nostro antico amico Aymer, priore di Jorvaulx, cui due guardie facevano scorta.

[295]

CAPITOLO XXXII.
»Larzio dov’è? Che indugia ancor? Gli ufici

»Del ministro a lui fidato ei compie.

»Qual danna, a qual perdona: esul taluno

»Mette dal suol nativo; ai lari amati

»Riconcede talun; tai di catene

»Stringe; a tai di sua mano i ceppi infrange.

Shakspeare.

I lineamenti ed i modi del Priore prigioniere offerivano una singolare mescolanza d’orgoglio offeso, di scompigliata vanagloria, e d’un terrore da cui cercava invano schivarsi.

«Ebbene, signori miei» diss’egli con tuono da cui trapelavano tutti e tre tai sentimenti «che vol dire tal vostra condotta? Siete Turchi o Cristiani, voi che in sì fatta guisa mettete le mani addosso a un membro del clero? Sapete voi che cosa sia il manus imponere in servos Domini? Deste il sacco alle mie valigie, stracciaste un camice di sontuoso pizzo, degno d’un cardinale! Se vi scontravate in tutto altro ecclesiastico, certamente non l’avreste passata così, e vi sareste udito intonare il terribile Excommunico vos. Ma io sono indulgente, e se mandate liberi i miei confratelli che m’accompagnavano, se mi restituite i miei palafreni e i miei fardelli, se inviate subitamente cento corone di buona moneta d’argento al priorato di Jorvaulx onde vi sian celebrate messe giusta la vostra intenzione, e se finalmente fate voto per ispirito contrito di non mangiar salvaggina da qui a Pentecoste, può essere che non si parli più di questa vostra scappata.»

«Venerabile Priore» si fe’ a dire il condottier degli arcieri «sarei inconsolabile se credessi che qualcuno della mia gente avesse usato con voi modi da meritare i paterni vostri rimproveri.»

«Sì: hanno usato bei modi!» riprese la parola il Priore, cui infuse quel coraggio che non avea dianzi il tuono di mansuetudine assunto da Locksley. «Que’ bei modi che non s’userebbero verso un cane da pagliaio non dirò verso un Cristiano, e molto meno sacerdote, non parlo poi verso un priore di Jorvaulx! Scorgo là fra voi un imbriaco, profano menestrello, di nome Allan-Dale, vero nebulo quidam, che mi ha minacciato di pena corporea, e persin di morte, se non pago tosto quattrocento corone di riscatto, non contentandosi di tutte le mie bagaglie, delle quali s’è impadronito, e delle catenelle d’oro e degli anelli, di cui non potrei sull’istante apprezzare il valore. Lascio da parte una infinità d’altre dilicate suppellettili, che le ruvide mani di costui m’hanno scipate, tali sono la mia scatoletta de’ confetti, e le mie mollettine d’argento.»

«Mi sembra impossibile che Allan-Dale siasi comportato in tal guisa con un personaggio sì venerabile» soggiunse in seriissimo tuono Locksley.

[296]
«Però la cosa è tanto vera quant’è vero il vangelo di san Nicodemo. Vi dirò di più: ha giurato, e coi più orribili giuramenti, che se io non gli pagava le quattrocento corone, m’avrebbe fatto appiccare al più alto fra gli alberi della foresta.»

«L’ha egli giurato, reverendo priore? Ohi quand’è così, vi consiglio cedere alla sua inchiesta; perchè conosco Allan-Dale, non è uomo da mancare a quanto ha promesso.»

«Voi avete voglia di scherzare» disse il Priore attonito, e facendo nonostante sforzi per ridere «Ah! Ah! Ah! Amo anch’io al pari di voi un onesto celiare, ma quando poi la celia è durata tutta la notte, mi pare che la mattina un uomo possa riprendere la sua serietà.»

«Dunque vi dico con tutta la serietà del più grave fra i confessori, che vi fa di mestieri sborsarne un buon riscatto, reverendo Priore. Altrimenti converrà che il vostro convento pensi ad una nuova elezione, perchè non vi vede più.»

«E ho da credervi cristiani se ardite usar tal linguaggio con un magnate di Santa Madre Chiesa?»

«Se dovete crederci cristiani! Sicuramente; e abbiam modo di provarci tali. Olà! Si chiami tosto il nostro cappellano, affinchè citi al venerabile Priore alcun testo che confermi il mio assunto.»

L’eremita, tuttavia avvinazzato, avea imbracciata con sì bel garbo la cocolla, che lasciava vedere in parte il suo giustacuor verde, e fattosi innanzi, e chiamando il meglio che potè in soccorso la sua primitiva erudizione sì disse: «Rispettaci Priore, Deus salvam faciat benignitatem vestram! Voi siete il ben venuto delle nostre foreste.»

«Che razza di divozione profana è mai questa?» sclamò il Priore. «Amico mio, se veramente appartenete al Clero, sarebbe per voi miglior opera l’indicarmi il modo di sciogliermi da quest’intrico, che star lì dinanzi a me facendo gesti e smorfie quai piuttosto si converrebbero ad un cantambanco.»

«Il modo di sciogliervi!… In verità, più che ci penso, non ne vedo fuor d’uno. Oggi per noi è la festa di sant’Andrea, e facciamo la colletta delle decime.»

«Spero ch’ella non cadrà sul clero, fratello carissimo!»

«Sul clero come su i laici; perciò vi soggiungo, reverendo Priore: Facite vobis amicos de Mammone iniquitatis; è questa l’unica via di spacciarvi.»

«Su via! vedo che siete cacciatori» provò questo nuovo espediente il Priore «e debbe essere per voi un motivo di più ad usarmi cortesia; perchè son cacciatore ancor io, nè la cedo ad alcun della vostra brigata nel dar fiato ad un corno da caccia.»

«A lui tosto un corno da caccia!» gridò Locksley «affinchè ei possa fornirne prove di sua abilità.»

[297]
Dopo il qual cenno un arciere presentò il chiesto strumento al Priore, che nel modo di sonarlo si sarebbe meritati elogi da qualunque cacciatore normanno. Ma Locksley crollò il capo.

«Non è tal sonata che pagherà il riscatto per voi, ser Priore. Queste note puzzano d’oltremare; e vedo esser voi uno di quelli che sformano le vere ariette da caccia inglesi col vestirle di forestieri ornamenti, motivo onde vi toccherà pagare cinquanta corone di più per vostra liberazione.»

«Siete ben difficile da contentare» soggiunse con tuono indispettito il Priore; «ma spero trovarvi più ragionevole al proposito del riscatto. Veniam dunque alle corte. Che pretendete voi per lasciarmi andare ove m’aggrada, e senza essere accompagnato da un distaccamento delle vostre guardie?»

«Non mi parrebbe cosa mal fatta» disse in disparte un tenente al condottier della banda «che diffinissero, il riscatto del Priore l’Ebreo, l’Ebreo quel del Priore.»

«L’idea è matta anzichè no» rispose Locksley; «pur non manca di vaghezza e l’accetto. Fa venire l’Ebreo.»

Giunto appena Isacco: «Tirati innanzi, Ebreo» gli disse Locksley; «osserva questo reverendo padre Aymer, priore della ricca abbazia di Jorvaulx, e dinne quale riscatto ne potremmo pretendere. Tu conosci, ne son certo, le rendite del suo convento.»

«Sì veramente:» rispose il Giudeo; «ho letto più d’un negozio con que’ buoni padri; che mi hanno venduto orzo, lane e frumento. Oh! ell’è una ricca abbazia, e vi si bevono vini più squisiti che altrove. Vorrei io avere tanta rendita, e vedreste qual sontuoso riscatto v’offerirei!»

«Maladetto Giudeo!» sclamò il Priore «niuno sa meglio di te come la nostra santa comunità sia indebitata per…»

«Per aver l’anno scorso» continuò l’altro «empiute le cantine del convento di vini di Guascogna i più scelti; ma questa per le signorie vostre era una misera bagattella.»

«Cane d’un infedele! Ei vorrebbe dare ad intendere che la nostra santa comunità non ha debiti, se non se per aver comperato un po’ di vino che abbiamo ottenuta la permissione di bere ad necessitatem et propter frigius depellendum. Un ribaldo circonciso bestemmia la Santa Chiesa e v’hanno da essere cristiani che lo ascoltano senza punirlo!»

«Tutte queste dicerie sono inutili» soggiunse Locksley «Isacco, pronunzia tu qual riscatto potremmo, senza volerlo scorticare, pretendere dal reverendo Priore.»

«Io dico che può pagare seicento corone alle onorevoli vostre signorie, e che non quindi starà ben comodamente seduto nel suo scanno abbaziale, sia in coro, sia nel refettorio.»

[298]
«Seicento corone!» replicò gravemente il duce degli arcieri. «Ebbene, Ebreo! lo dicesti. Mi contento. Avete inteso, ser Priore? Seicento corone! Tal è il nostro giudizio. Salomone non ne avrebbe, cred’io, profferito un migliore.»

«Voi delirate, padroni garbati» disse il Priore; «e dove volete che io possa rinvenire tal somma? Quand’anche avrò venduto il crocifisso e i candellieri d’argento dell’altar maggiore, non sarò arrivato a metterne insieme la metà. Poi converrà in qualunque modo ch’io mi trasferisca a Jorvaulx, e vi lasci due dei miei preti in ostaggio.»

«In vece, ser Priore, faremo il contrario: manderete i vostri due preti a cercare questo riscatto a Jorvaulx, e terremo in deposito voi, tanto che tornino col danaro. In tale intervallo, non temete che vi manchino buon vino e salvaggina; anzi, poichè amate la caccia, ci verrete in nostra compagnia, e vi faremo vedere molta varietà di paesi.»

«O se meglio v’accomodasse» soggiunse Isacco sollecito di conciliarsi la buona grazia del capitano degli arcieri «manderò io a cercare le seicento corone, purchè il reverendo padre mi faccia fine per altrettanta somma ne’ conti di debito che ho col convento.»

«Ti farà la tua ricevuta, o Isacco, tel promettiamo» disse tosto Locksley. «Colla stessa occasione procaccerai il suo riscatto ed il tuo.»

La voce tuo tornò a far impallidire l’Ebreo. «Il mio! rispettabili signori? non vi dissi già quant’io sia povero? Non ho più che rovina e disperazione dinanzi agli occhi. Quando vi avessi pagato cinquanta corone, non mi rimarrebbe altra via di campare che un bordone da mendicante.»

«Ciò è di quanto il Priore giudicherà» riprese a dire Locksley. «Che ne pensate voi, padre Aymer? L’Ebreo è egli in istato di pagare un buon riscatto?»

«S’egli è in istato! Che cosa te ne pare, Isacco d’York? Egli è ricco, sappiatelo, da poter riscattare le dieci tribù d’Israel, che furono ridotte in servitù dagli Assirii. Di persona non lo conosco gran fatto, ma il nostro cellerario e il nostro tesoriere ebbero seco lui parecchi negozi, e la sua casa d’York, a quanto ognuno vocifera, ringorga tanto d’oro e d’argento, ch’ella è una vera infamia per un paese cristiano. Ogni buon cattolico è scandalezzato al vedere come venga sofferto che tai sanguisughe s’impinguino, a furia d’avanie e d’usure, delle sostanze di tutti i cittadini, e persino di quelle della Santa Madre Chiesa.»

«Non si lasci così scaldar dallo sdegno la Reverenza vostra priorale» Isacco soggiunse «e rammenti ch’io non costringo nessuno a ricevere il mio danaro. Se qualche persona batte per chiederne in prestito alla mia porta, sia principe o priore, cavaliere o prete, laico o uom del clero, usa con me tutt’altri modi: Mio caro Isacco, mi presterete voi tal servigio? Abbandonerete un amico nella disgrazia? Sarò puntuale al termine [299]convenuto. Ma quando poi questo termine arriva: Cane d’Ebreo! che tutte le piaghe dell’Egitto vengano addosso alla maladetta tua schiatta! e ne regalano di quante imprecazioni son le più acconce ad ammutinar la plebaglia contro di uno sfortunato popolo di stranieri.»

«Priore» allora disse Locksley «comunque ebreo, qui poi non ha tanto torto. Orsù, concludiamo! Pronunziate, senza volerlo rovinare, il suo riscatto come egli ha pronunziato il vostro.»

«Non ci vuol veramente che un famosus latro, vocabolo di cui vi darò la spiegazione a tempo e luogo» soggiunse Aymer «un famosus latro, per valersi d’egual peso e misura verso un prelato cristiano e verso un circonciso infedele. Ma poichè pretendete ch’io ponga prezzo alla libertà di questo sgraziato, non tacerò come sareste ingiusti con voi medesimi se lo mandaste libero a minor prezzo di mille corone.»

«Bellissima sentenza! bellissima sentenza!» sclamarono a coro gli arcieri. «Il Cristiano dà a divedere la sua superiorità sull’Ebreo; e ne tratta con maggiore generosità.»

«Dio de’ miei padri!» gridò Isacco. «Volete voi dunque ridurre alla mendicità il più sfortunato degli uomini? Ieri ho perduta la mia figlia, e oggi mi farete perdere ogni modo di vivere!»

«Se tu non hai figli» replicò Aymer «tanto meno hai bisogno di essere ricco.»

«Oimè, ser Priore, le vostre leggi[47] non vi permettono di sapere quanta ne sia cara la nostra prole! O Rebecca, figlia della mia diletta Rachele! se ciascuna foglia di quest’albero fosse uno zecchino, e se tutti questi zecchini m’appartenessero[48], sagrificherei di buon cuore tale immenso tesoro per sapere che divenne di te in sì funesta giornata.»

«Tua figlia!» prese la parola un degli arcieri. «Non portava ella un velo di seta ricamato d’argento?»

«Sì» rispose con forza il vegliardo, che in quell’istante non tremava più di paura, ma d’impazienza. «Sì, quella. Oh possano tutte le celesti benedizioni diffondersi sul tuo capo; puoi tu dirmi che divenuto sia di mia figlia?»

«Senza dubbio ella era la persona, che l’orgoglioso Templario si portava via ieri sera allorquando s’apria varco per mezzo alle nostre file. Io aveva fatto volto al mio arco per iscoccargli una freccia, ma non osai lanciarla per tema di ferire quella giovinetta che mettea disperate grida.»

[300]
«Oh avesse piaciuto a Dio che più fermo in quell’istante fosse stato il tuo braccio, a costo pur anche di trapassarle il seno! Vorrei piuttosto credere ch’ella giace entro la tomba de’ padri miei, che saperla in poter di quel barbaro, di quel dissoluto Templario. Ichobad, Schobad! è offuscata la gloria della tua casa!»

«Amici miei» soggiunse Locksley; «questo vecchio, lo vedo, non è che un Ebreo, ma il suo dolore mi commove. Vien qui, Isacco. Negozia a buoni patti con noi. Dimmi: il pagamento di mille corone pel tuo riscatto ti lascia veramente sprovveduto d’ogni sostanza?»

Simile interrogazione mossa all’Ebreo in un istante in cui l’amor paterno faceva guerra a quello ch’egli avea pel danaro, lo privò di quella solita prontezza d’animo, a tal che rispose pressochè senza accorgersene: «Sprovveduto del tutto, no.»

«Ebbene! non faremo conti tanto rigorosi con te. Sfornito di danaro, lo strappar tua figlia dalle branche di un Templario ti sarebbe cosa altrettanto impossibile, quanto atterrare un daino con una freccia spuntata. Ne pagherai dunque lo stesso riscatto che abbiamo chiesto al Priore, anzi ti abboneremo cento corone, che io medesimo mi prenderò di meno nella mia parte di bottino. Di fatto poi sarebbe uno scandalo mettere ad egual prezzo la testa d’un Ebreo e quella d’un prelato Cristiano. Questa, non v’ha dubbio, dee valer più dell’altra. Così ti rimangono cinquecento corone per negoziare il riscatto della tua figlia. I Templarii amano lo splendore degli zecchini d’oro non meno di quello che mandano due occhi anche bellissimi. Però non perdere tempo a far sonare il metallo alle orecchie di Bois-Guilbert innanzi che peggio accada a tua figlia. Tu la troverai, giusta quel che mi dissero le nostre velette, nella commenda di Templestowe. Convenite voi nel mio parere, o colleghi?»

Qualunque fosse il partito posto da quel condottiero, era sempre partito vinto per acclamazione. Laonde Isacco, liberato da una metà de’ suoi timori nell’udir viva la propria figlia, si confortò colla speranza di riaverla; e giubilante per sapere ridotto alla metà il riscatto che paventava dover pagare, si prostrò ai piedi dell’umano capobanda, e fregandone colla barba i calzari gli prese il lembo del giustacuor verde per imprimervi un bacio.

Fattosi alcuni passi addietro Locksley, gettò uno sguardo di disdegno sopra l’Israelita: «Alzati, Ebreo, alzati, sono Inglese, nè amo questi contrassegni di servile rispetto, soliti a praticarsi nell’Oriente. Gli è al cospetto di Dio che devi piegare il ginocchio, non dinanzi ad un miserabile peccatore qual io mi sono.»

«Sì Ebreo» in questa soggiunse Aymer «prosternati dinanzi a Dio che figurano in questa terra i ministri de’ suoi altari. Chi sa, che un pentimento sincero, unito ad una convenevole donazione a favore della cassa di san Roberto, non ti ottenga da Dio misericordia e grazia così [301]per te come per tua figlia Rebecca? La vidi alla posta d’armi d’Ashby e prendo parte alle sventure di questa giovane, perchè mi sembrò bella e ben fatta; ho qualche prevalenza sull’animo di Brian di Bois-Guilbert, e una mia raccomandazione presso di lui non ti sarebbe inutile, se tu sapessi meritartela.»

«Oimè! oimè!» sclamò l’Ebreo: «la mano dell’oppressore si solleva d’ogni banda contro di me. Son fra le mani dell’Assirio e dell’Egiziano.»

«E qual vorresti miglior destino alla maladetta tua schiatta» continuò il Priore; «poichè dissero le Sante Scritture: Verbum Domini projecerunt et sapientia nulla est in eis, che te lo spiegherò in volgare. Non fecero conto della parola del Signore, ed ogni saggezza gli abbandonò, e vien dopo il propterea dabo mulieres eorum exteris, darò le loro femmine agli stranieri, e lo straniero nel caso nostro è il Templario; et thesauros eorum haeredibus alienis, e le lor ricchezze ad altri eredi.[49]»

Isacco mandò un profondo sospiro, si torse le mani e ricadde nello stato suo di cordoglio e di disperazione.

Allora Locksley trasse in disparte l’Israelita: «Isacco, pensa bene ai tuoi casi. Se vuoi accettare un parere da me, procurati un amico in questo Priore. Quanto è vanaglorioso, altrettanto è avaro, perchè le sue prodigalità fanno che i danari sien sempre pochi per lui. A te non è difficile il contentarlo; perchè non creder poi, ch’io presti fede a questa tua povertà, ed abbimi per meglio istrutto che non pensi de’ tuoi affari. Mi è nota sin quella tale cassa di ferro ove tieni i sacchetti d’argento. Sì. Ti immagini forse che io non sappia di quella gran pietra che sta sotto un pomo del tuo giardino di York, quella che fa da coperchio ad una picciola scala, d’onde si scende ad un sotterraneo arcato?….. So tutto.»

A tai detti l’Ebreo divenne pallido come la morte.

«No, no: non temer nulla per parte mia,» proseguì l’arciere «ma ci conosciamo ch’è lungo tempo. — Dimmi. Ti ricordi tu d’un arciere infermo, che tua figlia riscattò dai ferri, che custodì nella tua casa a York sintantochè lo avesse risanato compiutamente, ed al quale nel licenziarlo tu donasti una moneta d’oro? Benchè usuraio, tu non impiegasti mai meglio il tuo danaro, perchè, non fosse altro, questa moneta d’oro ti ha risparmiate cinquecento corone quest’oggi.»

[302]
«Ah! siete voi quel tale» soggiunse l’Ebreo «che chiamavano in allora Diccon Bendbow? Mi parea bene conoscere la vostra voce.»

«Sono appunto Bendbow Locksley, ed ho ancora un altro nome.»

«Però, generoso Bendbow, siete in errore al proposito del sotterraneo arcato. Quant’è vero che vivo, non racchiude se non alcune vecchie mercanzie, che spartirò con voi di buon grado. Cento aune circa di panno verde di Lincoln, buono da far giustacuori alla vostra gente, un centinaio di bastoni di tasso di Spagna ad uso d’archi, e altrettante corde di seta, rotonde, eguali e di prima qualità; le quali cose vi spedirò in compenso delle buone intenzioni che avete manifestate a mio riguardo; ma, onesto Bendbow, posso fidarmi che custodirete fedelmente il segreto intorno al sotterraneo arcato?»

«Fedelmente quanto potrebbe conservarlo un sepolcro; e ti dico anzi la verità: mi duole, e sinceramente mi duole della disgrazia accaduta a tua figlia. Ma ora non posso fare nulla a suo pro. Templestowe non è tal caccia, ove arrivino le nostre frecce. Se fossi stato prima informato del ratto di questa giovane, avrei potuto avvisare ai modi per liberarla, ma adesso non ti rimangono che gli espedienti della politica. Vuoi tu ch’io m’incarichi di negoziare per te col Priore?»

«Per l’amor del cielo, buon Bendbow! soccorretemi a ricuperare questo frutto delle mie viscere.»

«Mi metto dunque all’opera per te, ma bada che la tua avarizia non venga ad attraversarmi il lavoro.»

Detto questo, lasciò l’Ebreo, che nondimeno lo seguitò come la propria ombra.

«Priore Aymer» disse il capo «seguitemi un istante sotto questo albero. — Mi hanno detto, ser Priore, che il vino e i sorrisi della beltà vi piacciono anche più di quanto converrebbe forse all’abito di cui vestite; ma ciò non mi spetta nè poco nè assai. M’han detto ancora che un paio di buoni cani da caccia, un bel palafreno, una borsa onestamente piena son cose per voi stuzzicanti. Ma niuno si è mai avvisato rimprocciarvi un sol atto d’oppressione o di crudeltà. Premesso ciò, vedete qui il nostro Isacco, che vorrebbe farvisi aggradevole, e contribuire ai vostri diletti, offerendovi un sacchetto di cento marchi d’argento, e colla speranza poi che presso l’amico vostro, il Templario, vi faceste intercessore affinchè gli fosse restituita la figlia.»

«Sana, salva, intatta qual era allorquando mi fu involata» aggiunse l’Ebreo; «altrimenti è nullo il contratto,»

«Silenzio, Isacco, o pianto lì i tuoi interessi! Che dite dunque intorno alla mia proposta, priore Aymer?»

«Ella è di tal natura che merita di essere presa in esame. Poichè se per una parte è opera buona quella che mi proponete, per l’altra poi dovendo essa tornare a vantaggio d’un Ebreo, la mia coscienza ripugna. [303]Non di meno, quando l’Israelita volesse aggiugnere altri venti marchi, che gioverebbero alla costruzione del nostro dormitorio, mi farei meno scrupolo nell’aiutarlo a ricuperare la figlia.»

«Non saranno… zitto, Isacco! Non saranno venti marchi, abbiano poi da servire pel dormitorio o per un paio di candellieri da altare, non saranno, dico, venti marchi che ci faranno rompere il negozio.»

«Ma pensate dunque, buon Diccon Bendbow,» interruppe l’Ebreo, «a che….»

«Ma buon Ebreo, o per meglio dire buona bestia, buono scarafaggio» sclamò Locksley perdendo la pazienza «metti tu dunque in bilancia venti miserabili marchi d’argento col tuo onore, colla vita della tua figlia? Vivadio! se ardisci profferir più una parola, non passano tre giorni ch’io ti spoglio di quanto possedi su questa terra.»

Chinò gli occhi Isacco, e divenne muto.

«Ma qual mallevadore avrommi di quanto or promettete?» soggiunse il Priore.

«Il migliore fra i mallevadori possibili» rispose Locksley «l’interesse medesimo dell’Ebreo. Perchè se mai la vostra mediazione giugnesse a tornarlo in poter di sua figlia, nè vi pagasse fino all’ultimo soldo la somma pattuita, giuro per sant’Uberto, me ne dovrebbe render tale conto da augurarsi d’aver pagato venti volte di più.»

«Ebbene, Ebreo» disse Aymer «poichè è deciso ch’io mi frammetta in questa bisogna, dammi il tuo calamaio e la penna… No, aspetta. Vorrei piuttosto far un digiuno di ventiquattro ore, che valermi della penna d’un Giudeo. Dove però trovarne un’altra?»

«Semprechè vostra Reverenza non abbia scrupolo di valersi almeno del calamaio dell’Ebreo, quanto alla penna, mi assumo io provvederla.»

E in dir ciò diè volto all’arco, e scoccò una freccia contro un’oca salvatica, antiguardo d’una falange di sue compagne che peregrinavano alle lontane e solitarie paludi di Holdarness, la quale passava allora per di sopra il capo a Locksley. L’augello cadde trafitto a’ piedi dell’arciere.

«Tenete, Priore» disse Locksley «eccovi quanto è d’uopo a fornir di penne d’ora ad un secolo tutti i monaci di Jorvaulx, già non si danno spesso la briga di scrivere le loro cronache.»

Aymer si assise e preparò a tutto suo agio la lettera per Brian di Bois-Guilbert. Dopo averla indi accuratamente suggellata, la consegnò all’Ebreo. «Tieni. Ecco il tuo passaporto per condurti a Templestowe; vorrei sperare che tal lettera giovasse a farti restituire la figlia, se però la domandi ne’ convenevoli modi, perchè non devi ignorare come il buon cavaliere di Bois-Guilbert appartenga ad una confraternita, che non fa mai nulla per nulla.»

«Adesso, o Priore» soggiunse Locksley «non vi tratterrò più, se non se il tempo necessario a far la vostra ricevuta all’Ebreo per le [304]seicento corone, prezzo pattuito del vostro riscatto. Accetto Isacco per mio banchiere, e se mai giugnesse a mia saputa, che moveste allo stesso Isacco la menoma obbiezione sulla validità di tale ricapito, che dovrà aversi come danaro nel saldare i suoi conti, giuro per santa Maria; che metto fuoco al convento di Jorvaulx, dovessi quindi essere appiccato dieci anni più presto.»

Veramente il Priore nel far tale ricevuta non mise tutta quella buona grazia con cui si prestò a scrivere la lettera per Bois-Guilbert. Ma, neppur volendo, gli sarebbe stato possibile esimersi, nè dal trasmettere ad Isacco questa confessione di una somma pagata per riscattarlo, nè dal comprendere nella stessa confessione l’obbligo di dar credito del danaro a chi il danaro somministrava.

«Ora» soggiunse Aymer «vi domanderò la restituzione delle mie mule e del mio palafreno, degli anelli, delle catene, de’ gioielli, in somma di tutte le cose che mi toglieste; e vi chiederò parimente che lasciate liberi i due reverendi confratelli che m’accompagnavano. Voi vedete che il mio riscatto è pagato.»

«I reverendi vostri confratelli, ser Priore, potranno seguirvi dovunque andiate, e il trattenerli sarebbe ingiustizia. Così vi saranno restituite le mule ed il palafreno; e vi forniremo ancora il danaro necessario per trasferirvi a York; perchè sarebbe atto crudele il togliervi i modi da continuare il vostro cammino; ma quanto agli anelli, ai gioielli, alle vesti preziose, dovete sapere aver noi una coscienza assai timorata per non volere compromettere un uom rispettabile, che si ha siccome morto a tutte quante le vanità della terra, per non volerlo, dissi, compromettere alla tentazione di contravvenire alle regole del proprio ordine col portare ornamenti mondani.»

«Pensate bene a quel che fate, signori miei, prima di mettere profane mani su i beni della Chiesa. Vengono questi annoverati inter res sacras, e voi non sapete i pericoli cui si cimenta un laico sol che osi toccarli.»

Allora entrò in campo l’eremita: «Ciò non v’affanni, reverendo Priore; m’assumo io questo carico.»

«Amico, o piuttosto nemico» gli rispose il Priore cui niente garbava un tal modo di toglier di mezzo gli scrupoli «se veramente appartenete a qualche ordine religioso, vi consiglio pensar piuttosto al conto che dovrete rendere al vostro giudice ecclesiastico sulla parte presa a tutto quanto è accaduto quest’oggi.»

«Fratello Priore» replicò l’eremita «bisogna che sappiate com’io spetti ad una piccola diocesi, della quale sono ad un tempo il giudice ecclesiastico; laonde non mi prendo del vescovo d’York maggior briga di quanta me ne diano il priore di Jorvaulx e tutto il suo rispettabil convento.»

[305]
«Gli è d’uopo conchiudere» disse il Priore, guardando in cagnesco quel suo collega salvatico «che voi siate un di coloro, i quali avendo ricevuti gli ordini sacri, senza esservi stato chiamato dal Signore, profanano la santità del lor ministero, e mettono in pericolo le anime di coloro cui si arrogano fare da guide: lapides pro pane condonantes iis, dando loro sassi per pane, come sta scritto nella Vulgata.»

«Se non fosse stato d’uopo che di latino a spaccarmi il cranio, vi giuro che non avrebbe durato sì lungo tempo» rispose l’eremita, «ma io sostengo dinanzi a voi che lo spacciare preti orgogliosi e mondani della vostra sorte da tutte queste vanità d’anelli e gemme, è atto altrettanto legittimo quanto il fu quello degli Ebrei, allorchè s’impadronirono delle suppellettili degli Egiziani.»

«Tu non sei che un cherico da strada» sclamò adirato il Priore: «Excommunicabo vos.»

«Sei tu il ladro e l’eretico» replicò non indignato men l’eremita. «Credi tu che alla presenza de’ miei parrocchiani mi inghiottirò come zucchero l’affronto da te osato contro di me, tuo reverendo confratello? Ossa ejus perfringam. Ti fracasserò le ossa, come sta scritto nella Vulgata.»

«Olà!» esclamò Locksley. «È egli forse convenevole, che due rispettabili individui del clero vengano a tali estremi? Sia tra voi la pace, o fratelli! Priore, se non avete bene accomodate le cose dell’anima vostra, non provocate oltre il nostro cappellano. E tu, eremita, lascia partire in santa pace il reverendo padre in Dio, com’uomo che ha già pagato il suo riscatto.»

Gli arcieri pervennero a separare i due antagonisti, i quali durarono ancor qualche tempo ingiuriandosi in cattivo latino, che il Priore sciorinava con maggiore facilità, e l’eremita con maggior veemenza. Finalmente Aymer s’avvide come rimettea della propria dignità nell’attaccar lite con un cappellano di scorridori; ed essendo arrivati i due frati che lo accompagnavano, partì da quella adunanza con minor pompa e in foggia più apostolica, che non quando vi capitò.

Non mancava altro se non se chiedere all’Ebreo le cauzioni necessarie ad assicurare il pagamento ch’egli avea promesso di eseguire così pel proprio come pel riscatto del Priore, al qual fine il primo mise un vaglia, munito del suo sigillo e della sua sottoscrizione, e tratto sopra altro ebreo d’York, che a chi ‘l trasmettea doveva sborsare mille corone, e consegnare diverse merci specificate nel vaglia medesimo.

«Il mio fratello» sospirando, egli disse «ha le chiavi de’ miei magazzini.»

«Anche quella del sotterraneo arcato?» gli soggiunse all’orecchio Locksley.

«Dio me ne guardi!» rispose Isacco. «Io credea che questo segreto fosse noto a me unicamente.»

[306]
«Se nol sanno altri fuori di me, sei sicuro» soggiunse Locksley; «la qual cosa è sì vera com’è vero che questo pezzo di carta equivale al valore indicatovi sopra. Ma Isacco! a che stai ora pensando? Il dolore di dovere pagare mille corone ti fa dimenticare forse d’essere padre, di avere pericolante una figlia?»

A tal considerazione l’Ebreo fe’ un mezzo salto. «No, Diccon, no, Bendbow, parto subito. Addio, uomo, che non posso dir buono, nè voglio, nè debbo chiamare cattivo.»

Questo capobanda nondimeno nol lasciò andar via senza dargli prima un ultimo avvertimento. «Mostrati liberale nelle offerte, Isacco, e non risparmiare la borsa quando è in rischio la sicurezza della tua prole. Pensa bene che una parte di danaro risparmiata mal a proposito in sì fatto negozio potrebbe fruttarti in appresso tormenti spaventevoli, tormenti più orridi, che se lo stesso danaro fatto fondere avesse ad esserti versato lungo il canal della gola.»

Isacco non gli rispose che mandando un profondo gemito, e si mise in istrada accompagnato da due arcieri che dovevano essergli guide e scorte fino all’uscita del bosco.

Il cavalier Nero, stato testimone non affatto indifferente di tutte le cose accadute, si fe’ innanzi allora per congedarsi a sua volta da Locksley, nè potè starsi dal manifestargli la propria maraviglia per aver veduto serbarsi tanto ordine e tanta subordinazione fra individui che aveano scosso il freno delle ordinarie leggi della società.

«Un cattivo albero produce talor buoni frutti, ser cavaliere, e qualche cosa di bene si trova anche fra i mali da attribuirsi alla malvagità dei tempi. In mezzo agli uomini, che cattive circostanze hanno spinti a questo genere di vita, non v’ha dubbio, illegale, avvene molti desiderosi di vedere una tal quale moderazione accompagnata alla licenza. Avvene pur di quelli che si dolgono in proprio cuore di dover continuare nella licenza medesima.»

«E credo di parlare con un di questi ultimi.»

«Ser cavaliere, tutt’uomo ha un segreto che gli appartiene. Non vi chiesi il vostro. Sofferite ch’io serbi il mio. Voi potete far sopra di me tai conghietture che più v’aggrada. Io posso far le conghietture che più m’aggrada sopra di voi. E forse, nè le vostre nè le mie frecce, aggiungono al segno.»

«Perdonatemi, prode arciere, il vostro rimprovero è giusto; ma può accadere che ci rivediamo in ora di non avere più segreti l’uno al cospetto dell’altro. Finchè arrivi un tale istante, voglio sperare che ci separiam quali amici.»

«Eccovene in pegno questa mia mano; mano d’un vero Inglese, benchè sia la mano d’un proscritto.»

«Ed eccovi in contraccambio la mia. La riguardo onorata dall’atto [307]di toccare la vostra. Perchè ogn’uomo che fa il bene, quantunque fornito di potere illimitato per commettere il male, merita lode non tanto per le cose buone da lui operate, quanto per le triste da cui si astenne. Addio, prode arciere.»

Così si disgiunsero in perfetto accordo scambievole; e il cavaliere dal Catenaccio salito sul sontuoso suo corridore prese la strada che conduceva fuori della foresta.

[308]

CAPITOLO XXXIII.
«Egli è un serpe, ti dissi, anzi feconda

«Sempre di novi capi, idra ferale,

«Che in tutto loco, in tutt’ora vegg’io

«In me rizzarli. Il mio terror comprendi?

Shakspeare.

Celebravasi una magnifica festa nel castello d’York, a cui il principe Giovanni aveva invitati i nobili, i prelati ed i capi, sul soccorso de’ quali, affidavasi per mandare a termine i suoi ambiziosi divisamenti. Waldemar Fitzurse, negoziatore politico di questo principe, ed uomo in tali faccende abilissimo, s’adoperava segretamente ad eccitare negli animi delle persone convenute ivi quel grado di coraggio, di cui ciascuna di esse abbisognava per chiarire pubblicamente i propri sentimenti. Ella era cosa troppo essenziale al buon successo della congiura collegare insieme il coraggio intraprendente e cieco, benchè brutale di Frondeboeuf, l’ardimento e la vivacità di Bracy, la sagacità, la perizia, ed il valor rinomato di Brian di Bois-Guilbert. Intanto che di questi imprecavano la lontananza senza conoscerne le cagioni, così Giovanni d’Angiò come il suo consigliere, non ardivano, privi d’essi, calare affatto visiera. Mancava parimenti l’ebreo Isacco e, quindi si dileguavano le speranze d’ottenere una somma ragguardevole, ch’ei dovea somministrare sotto condizioni già pattuite. E in una congiuntura sì ardua, la mancanza di danaro poteva metterli nel massimo degl’impacci.

Nella mattina successiva alla distruzione di Torquilstone, si diffuse per tutta la città di York una vaga voce, che Bracy, Bois-Guilbert, Frondeboeuf, fossero stati fatti prigionieri od uccisi da uomini Sassoni. Waldemar, annunziando al principe Giovanni sì fatta notizia, aggiunse come ei la temesse tanto più vera, che non gli erano ignoti, nè il disegno venuto in costoro d’impadronirsi di Cedric il Sassone e del suo seguito, nè qual poca scorta a tal fine avessero condotta con sè i macchinatori dell’attentato. Attentato che in tutt’altra occasione il principe Giovanni avrebbe avuto per una leggiadrissima frascheria, ma tal frascheria in questo istante ne sconcertava i divisamenti e rompea le fila che si erano tese; onde proruppe in invettive contra l’insolenza di coloro che tanto aveano arbitrato; li chiamò infrangitori delle leggi, perturbatori dell’ordine pubblico, aggressori delle individuali proprietà, prese in somma la cosa di quel tuono che ad un re Alfredo sarebbesi addetto.

«Scellerati privi d’ogni principio d’onore!» esclamò. «Se mai divenissi re d’Inghilterra, farei appiccare tutti questi scorridori dinanzi ai ponti levatoi delle loro castella.»

[309]
«Ma per arrivare ad esser re d’Inghilterra,» rispose freddamente l’Architophel di Giovanni «vi è duopo non solo sopportar in pace gli sregolamenti di cotesti scorridori privi d’ogni principio d’onore, ma ben anche conceder loro la vostra protezione ad onta dello zelo lodevole onde vi date ora a divedere tenerissimo di quelle leggi, che costoro hanno l’abito di violare. E che sarebbe ora di noi, se i Sassoni avessero posta in atto la vostra visione di appiccare i nobili Normanni rimpetto a’ ponti levatoi delle loro castella? E, vivadio! Cedric il Sassone è uomo abbastanza ardito perchè tale idea possa essergli capitata alla mente. Non v’è ignoto quanto rischiosa impresa diverrebbe per noi l’avventurare un passo senza essere sicuri che ne sostenessero Frondeboeuf, il Templario e Bracy, e intanto ci siamo innoltrati in guisa, che il tornare addietro non ne presenta minori pericoli.»

Il principe Giovanni si battè con atto d’impazienza la fronte, e trascorse a gran passi quell’appartamento.

«Gli sciagurati!» esclamò «i perfidi! i traditori! abbandonarmi in un momento sì rilevante!»

«Dite piuttosto i pazzi, gl’insensati, che badano a tali follie, quando è il momento di pensare ad affari più rilevanti!»

«Ma che ne resta dunque ad operare?» disse il principe arrestandosi d’improvviso dinanzi a Waldemar.

«Null’altro che eseguire le cose da me preordinate. Non venni io già ad annunziare alla Grazia vostra una sventura, senza prima avere avvisato agli espedienti per ripararla.»

«Tu se’ il mio buon angelo, o Waldemar, e forte io d’un cancelliere tuo pari nel mio consiglio, il regno di Giovanni non può che divenire celebre ne’ nostri annali. Ma quali sono gli espedienti che dici aver presi?»

«Ho ordinato a Luigi Winkelbrand, luogotenente di Bracy, che dia il segnale di montare a cavallo, e dispiegando bandiera, parta immantinente co’ suoi alla volta del castello di Frondeboeuf, a fine di operare quanto può in difesa de’ nostri amici.»

Il principe Giovanni si fe’ rosso per lo sdegno, simile a viziato fanciullo che crede aver ricevuto un affronto.

«Pel cospetto di Dio! Fitzurse, stimo il vostro ardimento in assumervi l’impunità di dar tali ordini. Come? in una città ove trovasi il vostro principe, far sonare l’allarme, far dispiegar la bandiera senza averne ricevuto un suo cenno?»

«Vi chiedo le mille volte perdono» rispose Fitzurse maledicendo in suo cuore la stolta vanità di un tale padrone «ma in circostanze tanto stringenti, quando il ritardo d’un minuto potea divenire fatale, ho creduto mi fosse lecito l’arbitrare sopra cosa da cui dipendono i vostri interessi i più cari.»

[310]
«Vi perdono, Waldemar» disse il principe gravemente; «la buona intenzione fa scusa della temerità di cotal vostra sollecitudine. Ma, vivadio! vedete chi ne arriva! Bracy egli stesso, e in un aggiustamento affatto stravagante.»

Egli era di fatto Bracy, nel cui volto acceso leggeasi la fatica d’uomo che avea sostenuta una corsa di galoppo, coperto di polvere e di sudore, e coll’armatura infranta e insanguinata, onde non era dubbio ch’ei non avesse partecipato ad un ostinato combattimento. Spacciatosi dell’elmo, lo mise sopra una tavola, e tacque per un’istante qual chi ha bisogno di prender fiato.

«Ebbene, o Bracy» disse il principe; «che vuol dir ciò? Parlate, ve lo comando. I Sassoni han ribellato?»

«Parlate adunque, Bracy» soggiunse, quasi nel medesimo tempo che il suo padrone, Fitzurse. «Una volta avevate l’usanza di essere uomo. Ov’è il Templario? Che cosa è accaduto di Frondeboeuf?»

«Il Templario è fuggito» rispose Bracy «quanto a Frondeboeuf, più nol vedrete. Egli ha trovato luminoso sepolcro sotto le ardenti rovine del suo castello medesimo, e credo essere io il solo fuggito per arrecarvene la notizia.»

«Voi parlate di rovine ardenti e di incendio con tuono molto tranquillo» soggiunse Fitzurse.

«Nè v’ho ancor detto il peggio» Bracy replicò. Indi accostandosi al principe Giovanni, gli disse abbassando la voce, e in aria di mistero: «Riccardo è in Inghilterra, l’ho veduto, gli ho parlato io medesimo.»

«Voi sognate, o Bracy» disse Fitzurse «una tal cosa è impossibile.»

«Nondimeno è vera, gli ho parlato io, vi ripeto, son fatto suo prigioniero.»

«Prigioniero di Riccardo Plantageneto?»

«Di Riccardo Plantageneto, di Riccardo Cuor-di-Leone, di Riccardo d’Inghilterra!»

«Egli è dunque capo di una forza militare?»

«No, Fitzurse, ei non aveva con seco se non se alcuni arcieri, specie di scorridori che nè manco lo conoscevano. Egli si accompagnò ad essi per impadronirsi di Torquilstone.»

«Ravviso a questo sol tratto Riccardo» disse allora Waldemar; «l’impresa è degna d’un vero cavaliere errante, che corre ventura, che vuol riportarne buon successo, aiutato sol dalla forza del proprio braccio a guisa d’un Amadigi, d’un Galaor, intantochè trascura gli affari del proprio regno e l’interesse della propria salvezza. E che divisate dunque di fare, o Bracy?»

«Io! Gli offersi il mio servigio, ma mi rispose che non si fidava di me. M’accingo a partire per Hall congiuntamente alla mia compagnia franca. Giunto colà, noleggerò un naviglio che mi trasporti in terra di [311]Francia. E voi, Waldemar, abbandonerete voi la politica? prenderete la lancia e lo scudo, verrete a partecipar meco della buona o della cattiva fortuna che il cielo mi serba?»

«Son troppo vecchio, o Maurizio; ed ho una figlia che non m’è lecito l’abbandonare.»

«Datela a me in isposa, o Waldemar, e col soccorso di Dio e della mia spada la manterrò in un grado degno di lei.»

«No, no;» disse Fitzurse: «io mi riparerò nella chiesa di san Pietro di questa città e vi troverò un asilo. L’arcivescovo mi ha giurato fede e amicizia.»

Nel durare di sì fatto colloquio, il Principe rinveniva a poco a poco dallo stato di stupore, in cui tratto avealo tale notizia sì poco aspettata; laonde udì quanto bastava i discorsi di questi due cortegiani.

«Costoro si stolgono da me» dicea fra sè stesso. «Non sono eglino più congiunti alla mia persona di quanto il sia una foglia secca allorchè soffia il vento d’autunno. Per l’inferno! non saprò io trovare vigore in me stesso ancorchè m’abbandonino questi vigliacchi?» E mentre ei meditava tai cose, la sua fisonomia si compose ad espressione sinistra e diabolica; finalmente interruppe in sì fatta guisa i loro discorsi.

«Ah! ah! ah! per gli occhi della Madonna, o signori! Ammiro la vostra prudenza, il vostro senno, e soprattutto il vostro coraggio, che sagrificate in un medesimo tempo ricchezze, onori e piaceri; che vi ritraete dal giuoco quando un bell’ardimento può darvelo vinto.»

«Non comprendo, o signore, le vostre idee» disse Bracy. «Appena sia noto il ritorno di Riccardo, non gli mancherà un esercito sotto i suoi ordini, e allora, quale speranza rimane per noi? Piuttosto, o Principe, vi do per consiglio ritirarvi in Francia, o vero ricorrere alla protezione della Regina madre.»

«Io non temo nulla in quanto spetta alla sicurezza mia personale» rispose con altero tuono Giovanni. «Un solo accento detto da me a mio fratello basta ad assicurarmela. Ma benchè io vi trovi tanto ben preparati ad abbandonarmi, così voi ser di Bracy, come anche voi, ser Fitzurse, non avrei caro di vedere i vostri capi collocati sulla porta di Clifford. Perchè vi immaginate forse, o Waldemar, che lo scaltrito arcivescovo non vi lasciasse arrestare fin sui gradini dell’altare, se sapesse di poter fare a tal costo la pace sua con Riccardo? E voi, Bracy, dimenticate forse che Roberto d’Estouteville, postosi a capo di tutte le sue forze vi chiude la strada di Hull, e che il conte di Essex mette in armi quanti ha vassalli? Se avevamo qualche ragione di temere questi due capi prima del ritorno di Riccardo, quanto più dobbiamo poi paventarli oggi giorno! Dubitate forse della parte cui si atterrebbero? D’Estouteville solo è forte a bastanza per tagliare a pezzi tutta la vostra compagnia franca.»

Fitzurse e Bracy si guardarono l’un l’altro con fisonomia scompigliata.

[312]
«Non è aperta che una sola via al salvamento di tutti» continuò Giovanni aggrottando le ciglia, e in tuon truce; «colui che ne è cagion d’atterrire, suol viaggiar solo. Fa d’uopo corrergli incontro.»

«Non sarò quell’io» sclamò vivamente Bracy; «mi ha fatto suo prigioniere; mi ha usato grazia; non sarà ch’io tocchi una piuma del suo cimiero!»

«E chi vi commette di farlo?» rispose il Principe con alterezza. «Vorrei vedere in voi l’audacia di dire ch’io ho comandata la morte di mio fratello. No: ad un evento, basterebbe anche la prigionia. Poco ne rileva ch’ei sia prigioniero piuttosto nell’Austria o nell’Inghilterra; le cose non rimarrebbero quindi che nello stato in cui erano, allorquando ordimmo il divisamento della nostra impresa. Ella fondavasi sulla speranza, che Riccardo rimarrebbe dimenticato in un carcere dell’Alemagna. Che grave disordine! Nostro zio non morì egli prigione nel castello di Cardiffe?»

«Gli è vero» rispose Waldemar «ma Enrico, il padre vostro, stava sul proprio trono, più sicuro di quanto possiate sperare esserlo voi. Sostengo non trovarsi miglior carceriere del beccamorti. Non vi è torre tanto ben guardata quanto lo è nelle chiese l’arcato sotterraneo d’una sepoltura.»

«Carcere o sepoltura!» disse Bracy. «Io me ne lavo le mani, nè mai mi frammetterò in tale bisogna.»

«Furfante!» sclamò il Principe corrucciato. «Avresti forse idea di tradirne?»

«Non ho mai tradito nessuno» rispose con alterezza Bracy «nè son io quegli cui possa appropriarsi il predicato di furfante.»

«Non vi riscaldate tanto, ser cavaliere» si fece a dire Fitzurse; «e voi, Principe, condonate gli scrupoli del prode Bracy; spero che giugnerò a dissiparli.»

«Ciò è quanto supera le forze della vostra eloquenza, ser Fitzurse» replicò il cavaliere.

«Mio caro Maurizio!» così riprese il discorso quel cortegiano avveduto. «Non vi lasciate trasportare a guisa di corridore sfrenato, e meditate meglio lo stato delle cose. Non è egli vero, che ventiquattro ore fa, il vostro desiderio più ardente era quello di venir corpo a corpo a cimento con Riccardo, se vi fosse riuscito scontrarvi in lui nel mezzo di una mischia? Non vi ho inteso ripetere cento volte la stessa cosa?»

«Egli è vero, ma in que’ termini in cui voi medesimo vi esprimete, corpo a corpo, tra le file d’una battaglia. Non m’avrete mai udito desiderare di assalirlo solo, a tradimento, nel mezzo d’una foresta.»

«Non siete vero cavaliere, se tale scrupolo vi trattiene. Ove fu, chiegg’io che Lancilotto del Lago e ser Tristano acquistarono tanta fama? Ne’ campi forse? No. Assalendo formidabili nemici in fondo a boscaglie, fra luoghi sconosciuti e deserti.»

[313]
«Ma vi sto io mallevadore che nè Tristano nè Lancilotto, non erano tai buone lancie o tai buone spade qual è Riccardo. Poi non mi farete mai credere che avessero l’uso di mettersi a capo d’una compagnia per affrontare un sol cavaliere.»

«Voi siete pazzo, o Bracy. L’impresa che vi proponiamo è una vera obbligazione per voi. Non siete forse assoldato al principe Giovanni qual condottiero di una compagnia franca? La vostra spada non è consacrata a servirlo? Conoscete il nemico che ne mette in timore, e scrupoleggiate quando stanno in pericolo la sorte del vostro padrone, la vita e l’onore di tutti i vostri colleghi?»

«Vi ripeto che il mio viver è dono sol di Riccardo;» rispose con tuono fermo e risoluto Bracy. «Gli è vero che ricusò i miei servigi, che mi comanda anzi di allontanarmi dalla sua presenza; laonde non ho obbligati a lui nè i miei omaggi nè la mia fede. Nondimeno non solleverò mai il braccio contro di esso.»

«Nè tanto è necessario. Inviate solamente Luigi Winkelbrand e venti de’ vostri armigeri sotto di lui.»

«Per imprese di tal natura non vi mancano masnadieri. Un solo de’ miei soldati non vi prenderà parte.»

«Siete adunque tanto ostinato, o Bracy?» soggiunse il principe Giovanni. «M’abbandonerete voi dopo tante proteste fattemi di zelo e d’affetto?»

«No principe: vi presterò quanti servigi onorevoli possono dipendere da un cavaliere, sia ne’ tornei, sia ne’ campi; ma tali spedizioni da strada maestra non mi s’aspettano, nè entrano poco o assai nel novero de’ miei doveri.»

«Avvicinatevi, Waldemar,» disse Giovanni. «Non sono io un principe sfortunato? Mio padre Enrico, sì, aveva servi fedeli. Appena ebb’egli pronunziate alcune lagnanze contro un fazioso ecclesiastico, il sangue di Tommaso Becket, benchè fosse un santo, fu versato sui gradini medesimi dell’altare. Tracy, Briton, Morville, prodi e leali sudditi! Il vostro coraggio intraprendente è spento col vostro nome, e benchè Reginaldo Fitzurse abbia lasciato un figlio, questi non ha ereditato nè la prodezza nè la fedeltà di suo padre[50].»

«Ei le ereditò entrambe» rispose Waldemar Fitzurse; «e poichè Bracy ricusa incaricarsi di tale spedizione, me l’assumerò io medesimo. Il mio genitore comperò ben cara la fama d’uomo affezionato al suo sovrano; pur la prova di fedeltà da esso data ad Enrico, è poca cosa in confronto di quella ch’io sono per somministrarvi; perchè vorrei piuttosto dovere assalire tutti i santi del calendario, che alzar la mia lancia contra Riccardo Cuor-di-Leone. Bracy, prendetevi voi la cura di far la guardia [314]al vostro principe, e di inspirare sentimenti ver lui favorevoli a coloro che si mostrano tuttora perplessi. Se vi giungono tai notizie quali mi confido trasmettervi, nulla più si opporrà al buon successo de’ nostri divisamenti.»

Indi chiamato a sè un paggio: «Corri a casa mia» gli ordinò «e dì al mio scudiere d’apprestar le mie armi. Che Whetherall, Thoresby e i tre armigeri di Spyinghow s’accingano a seguirmi; il capo delle velette, Ugo Bardon, stia presto a qualunque mio cenno. Addio, principe. Confidiamci nella speranza di più felici momenti.»

Dette le quali cose uscì dell’appartamento.

«Ei s’allestisce a far prigioniero mio fratello!» così appena fu partito Waldemar, parlò a Bracy il Principe, non mostrandosi più commosso che nol sarebbe stato se avesse veduta pericolante la vita d’un franklin Sassone. «Spero ch’egli non oltrepasserà le mie intenzioni ed avrà, voglio crederlo, verso la persona del mio caro Riccardo tutto il riguardo che gli è dovuto.»

Bracy non gli rispose che con un sorriso.

«Per gli occhi della Madonna!» disse Giovanni «gli ho dato espresso comando di rispettarne la vita. Voi forse non avrete inteso, perchè in quel momento stavamo entrambi ov’è il vano di quella finestra. Gli ho ordinato ne’ termini i più chiari e i meno equivoci di avere ogni cura alla salvezza di Riccardo. Guai a lui! guai a lui, se osasse contravvenire!»

«Credo che sarebbe ottima cosa» soggiunse Bracy «se cercassi raggiugnerlo per fargli capir bene queste vostre intenzioni. Siccome non ho inteso io un tal ordine, potrebb’essere che fosse sfuggito anche all’orecchio di Waldemar.»

«No, no» rispose impazientendosi il Principe, «son certo io che m’ha inteso. Poi, ho bisogno di parlarvi d’altre cose. Datemi il vostro braccio, Maurizio, mi trovo stanco.»

In tal famigliare postura fecero alcuni giri su e giù per la sala, nel qual intervallo il Principe coll’aria della più amichevole confidenza volgea tale discorso a Bracy.

«Che vi pare di questo Waldemar Fitzurse, mio caro Bracy? Egli spera di diventare nostro cancelliere! Oh! ci penseremo ben bene prima di confidare una carica sì rilevante ad un uomo che dà prove evidenti di poco rispetto verso il nostro sangue. Voi vedeste con qual sollecitudine si è assunta la spedizione contra Riccardo! Scommetterei che voi v’immaginate d’aver perduto qualche cosa nella mia amicizia, perchè vi siete dispensato da un così odievole incarico. Oh no, Maurizio! questa virtuosa resistenza vostra non ha fatto che crescere la stima in cui vi tenea. Vi sono certi affari, pei quali abbiamo bisogno di gente pronta a fare di tutto; ma non son costoro che noi amiamo o stimiamo. Tal altro in vece, che ricusa servirci in occasioni di sì fatta natura, da questo atto medesimo acquista nuovi diritti alla nostra buona opinione e ai nostri favori. Il far prigioniero mio fratello non è sì buon titolo a meritarsi l’alto grado di [315]cancelliere, quanto lo è al bastone di gran maresciallo del regno il rifiuto coraggioso e nobile di prestare opera a ciò. Meditate tai cose, o Bracy; e andate fin d’ora a cominciare il novello servigio cui vi promovo.»

«Tiranno incostante!» meditò fra sè stesso Bracy, nell’uscire dell’appartamento. «Ben folle chi a te si fida! Questo grado di cancelliere, promesso da tanto tempo, Dio vede a chi toccherà, se tu riesci nei tuoi divisamenti. Ma il grado di gran maresciallo d’Inghilterra» aggiunse stendendo la mano come per assumere il bastone, e sollevando alteramente il capo «è certamente un premio che merita d’essere disputato.»

Partito appena Bracy, il Principe ordinò gli venisse innanzi Ugo Bardon, capo delle velette, degli esploratori e dei delatori, che comparve dopo brevi istanti passati da Giovanni nel trascorrere con ineguali passi, e con viso torbido e inquieto la sala.

«Bardon» tal fu la prima inchiesta che il Principe gli fece. «Quali cose volle da te Waldemar?»

«Due uomini risoluti, che conoscano a perfezione tutti i boschi del nord dell’Inghilterra, e che abbiano uso nel ravvisare le pedate recenti d’un uomo a piedi o a cavallo.»

«Glieli desti?»

«La Grazia vostra può fidarsi in me. L’un d’essi è della contea di Hexham, avvezzo a ormare in traccia de’ masnadieri delle foreste di Tyne e di Teviot; non vi è veltro che il superi nel seguir le tracce d’un daino ferito. L’altro appartiene alla contea d’York, nè ha mai fatta una caccia inutile nella selva di Sherwood. Da qui a Richmond non v’è una macchia, una boscaglia, un gruppo d’alberi ch’ei non discerna.»

«Ottimamente! Waldemar parte con essi?»

«Sull’istante.»

«Chi altri va con lui?»

«Thowby, uomo d’un ardimento che non atterrisce di nulla, Whetherall che per ferocia si meritò il soprannome di Cuor di Bronzo, e tre armigeri del nord, che faceano parte della banda di Ralph Middleton, conosciuti sotto il nome di valorosi di Spyinghow.»

«A maraviglia!» rispose il Principe, poi dopo un istante di silenzio aggiunse «Bardon, l’interesse del mio servigio vuole che tu spii con massima accuratezza ogni andamento di Maurizio di Bracy, ma bada ch’egli non se ne avveda. Gli è necessario che tu sappia minutamente quali persone egli vede, con chi parla, quello che dice, quello che fa, poi a quando a quando me ne darai conto. Non mancare a tal pratica della quale ti rendo mallevadore.»

Bardon dopo fatto un rispettoso inchino si ritirò.

«Se Maurizio mi tradisce, e la condotta ch’ei tiene mi fa temere di ciò» disse rimasto solo il Principe Giovanni «il suo capo salterà all’aria, quand’anche Riccardo fosse per dare a York la scalata.»

[316]

CAPITOLO XXXIV.
«Di famelica tigre il fero artiglio,

«O di pardo affrontar per la foresta

«D’uom fora impresa, cui mancò il consiglio.

«Ma non sì stolta qual di chi all’infesta

«Soglia del Fanatismo innoltra il piede,

«E il mostro orrendo, se dormia, ridesta.

D’un anonimo.

Gli è tempo or che pensiamo ad Isacco d’York. Accompagnato da’ due uomini che quai scorte e guide gli aveva dati Locksley, e montato sulla mula ch’ei tenea dalla liberalità di questo arciere, s’indirigeva alla volta della commenda di Templestowe, col disegno di negoziare per la liberazione della figlia. Tale commenda non era più d’una buona giornata di cammino lontana dal castello di Torquilstone, or caduto in rovina; laonde l’Ebreo sperava di arrivarvi innanzi la notte. Uscito della foresta, congedò le sue guide, presentando ciascuna d’esse d’una moneta d’argento; poi spronata la mula, continuò il viaggio con quanta sollecitudine il debile stato delle sue forze gli permettea. Ma queste lo abbandonarono d’improvviso quando gli mancavano ancora cinque miglia prima d’essere a Templestowe; e i patimenti fisici ch’ei sopportava, essendo fatti anche più acuti dall’ineffabile angoscia cui era in preda il suo animo, fu costretto a fermarsi giunto ad una piccola città, ove stanziava un rabbino ebreo, amico di lui, e famoso per possedere cognizioni nell’arte medica. Nathan-Ben-Israel ricettò il proprio concittadino con quella ospitalità che la legge divina comanda, e di cui gli Ebrei fanno grande uso scambievolmente. Questi pertanto lo persuase a prender riposo, e gli amministrò quei rimedii che allora si praticavano contra gli assalti delle febbri effimere, qual era quella che lo spavento e gli affanni e i travagli aveano cagionata ad Isacco.

Alla domane il padre di Rebecca sentendosi meglio in forze, esternò la deliberazione di abbandonare il letto, e di rimettersi in cammino; deliberazione dalla quale procurava stoglierlo Nathan, e qual medico e quale amico, facendogli osservare come ponesse a pericolo fin la vita coll’ostinarsi in così fatto divisamento.

«Mi è duopo stamane giugnere a Templestowe» rispose Isacco; «e mi chiama colà un affare più premuroso della vita medesima.»

«A Templestowe!» ripetè maravigliato Nathan. Indi dopo avergli toccato il polso, per assicurarsi meglio come stesse quanto a salute, così pensò fra sè medesimo: «Ei non ha più febbre; pur non di meno sembra che il delirio ne padroneggi ancora lo spirito.»

«E qual ragione m’impedirebbe di trasferirmi a Templestowe?» soggiunse [317]Isacco. «Non m’è certamente ignoto come coloro che vi dimorano facciano professione di vilipendere, di abborrire i figli della Terra Promessa; ma voi sapete parimente che affari di traffico ci guidano talvolta sin tra i soldati nazareni i più sitibondi di sangue, e ne costringono a visitare le commende de’ Templarii e degli Ospitalieri.»

«So tutto questo; ma ignorate voi che Luca di Beaumanoir, capo dell’ordine dei Templarii, e lor gran mastro, come costoro lo chiamano, or trovasi egli medesimo a Templestowe?»

«Mi giugne nuovo. Ben le ultime lettere ch’io ricevei da’ nostri fratelli di Parigi m’indicavano com’ei si trovasse colà per sollecitare da re Filippo soccorsi contra sultan Saladino.»

«È giunto in Inghilterra senza che lo aspettassero nemmeno quei del suo Ordine, ed è giunto armato di vendetta, e col braccio sollevato per castigare. Il suo sdegno è contra coloro che hanno mancato ai propri voti, onde questi figli di Belial son, dicesi, nel massimo degli scompigli. Cotesto Luca di Beaumanoir, l’avete voi mai veduto?»

«No. Ho ben inteso dire ch’ei sia un uomo truce, pronto a mettere a fuoco e sangue tutte le cose per ogni articolo della dottrina de’ Nazareni; ardente di feroce zelo contra i Saracini, come lo è nel perseguitare i nostri fratelli.»

«Tale, nè più nè meno, è il ritratto di costui. Cogli altri Templarii almen v’è speranza che si lascino sedurre dall’adescamento de’ piaceri, o dalla sete del danaro, ma questo Beaumanoir è di tempera affatto diversa; nemico d’ogni sensualità, sprezzatore delle ricchezze, ansioso di quella ch’egli suol chiamare corona del martirio. Che il Dio d’Israele almeno la mandi sollecitamente così a lui come a tutti i nostri persecutori! Gli è soprattutto contra i figli di Giuda, che quest’uomo implacabile inferocisce. Non men che la morte d’un Saracino ei riguarda siccome offerta gradevole al Cielo il trucidamento d’un Ebreo. Esso ha diffuse mille calunnie su la virtù de’ nostri rimedii contra i mali che affliggono l’umanità; a suo dire son questi altrettante invenzioni diaboliche. Possa il cielo confonderlo e punirlo!»

«Ad onta di quanto mi narrate fa di mestieri ch’io mi conduca a Templestowe, dovesse quella casa divenire una fornace ardente per me.»

Indi fe’ palesi a Nathan i motivi di questo suo viaggio, ai quali prestò sollecita attenzione il rabbino, e gli diè a comprendere quanto ne fosse afflitto col lacerarsi le vesti giusta l’uso di sua nazione ed esclamando: «Povera figlia! povera figlia! Sfortunata Sionne, e quando avrà fine la cattività del tuo popolo?»

«Voi vedete» soggiunse Isacco «se sia cosa rilevante o no per me l’affrettarmi. Considero poi ancora che la presenza di Luca di Beaumanoir, del capo dell’Ordine, potrebbe stogliere Brian di Bois-Guilbert dai colpevoli suoi disegni ed indurlo finalmente a restituirmi la figlia.»

[318]
«Andate dunque» disse Nathan «ma usate grande prudenza; chè la prudenza salvò Daniele nella fossa de’ leoni ove il gettarono, e possa questa tornarvi utile nell’impresa che or affrontate! Se però volete dar retta ad un mio consiglio, evitate più che il potete la presenza di questo Gran-Mastro, perchè così la mattina come la sera, non trova maggior soddisfazione quanto nel dar contrassegni dell’odio suo contro di noi. Se vi riuscisse aver particolare colloquio con Bois-Guilbert, chi sa nol persuadeste più facilmente a restituirvi la vostra figlia? Perchè si vocifera non essere troppa buona intelligenza fra gli esecrabili Nazareni di questa commenda. Fosse pur vero, e la discordia ponendosi ne’ conciliaboli di costoro, ne affrettasse alfin la rovina! Ritornate poscia da me, come se fossi vostro padre, e venite a raccontarmi tutto ciò che vi sarà accaduto. Mi giova sperare che ricondurrete con voi Rebecca, la degna discepola di quella saggia Miriam, le cui maravigliose cure furono calunniate dai Gentili, siccome opere della negromanzia.»

Isacco disse addio all’amico, nè tardò guari a trovarsi alle porte della commenda di Templestowe.

Questo soggiorno de’ Templarii era situato in mezzo a magnifiche praterie, delle quali la divozione di quella età avea fatto dono al lor Ordine. Affortificata con tutta cura vedeasi la rocca, cautela non mai posta in obblio da que’ cavalieri, e che lo stato in cui trovavasi allor l’Inghilterra rendeva più che mai necessaria. Due soldati, armati di labarde e vestiti di nero, custodivano il ponte levatoio; intantochè altre guardie coperte dello stesso abito funereo facean sentinella sui baluardi, somigliando a spettri piuttosto che a gente d’armi. Tal foggia di vestire per gli armigeri di grado inferiore era stata assunta dall’Ordine fin d’allora, che alcuni falsi fratelli ammantatisi de’ panni bianchi, quai li portavano i cavalieri, e spacciatisi templarii nella Palestina, portarono colla cattiva loro condotta disdoro all’intera corporazione. Osservavasi a quando a quando un cavaliere che vestito di lunga tonaca bianca attraversava il cortile, col capo chino verso il petto e tenendosi le mani incrocicchiate sopra lo stomaco. S’egli incontrava alcuno de’ suoi fratelli, lo salutava silenziosamente e in tuono grave e solenne, perchè una fra le massime dell’ordine, conforme al sacro testo si era: «Tu non eviterai il peccato, se pronunzierai parole inutili, poi che la vita e la morte sono in poter della lingua.» In somma sotto la severa vigilanza di Luca di Beaumanoir parea che l’inesorabile rigore delle ascetiche instituzioni dell’ordine del Tempio, avesse in quella commenda preso il luogo della licenza regnatavi sì lungo tempo.

Isacco s’arrestò un momento innanzi alla porta meditando ai modi d’assicurarsi un’accoglienza, possibilmente la meno sfavorevole; perchè non ignorava egli come il rinascente fanatismo dell’Ordine fosse da temersi altrettanto per la sciagurata Israelitica schiatta, quanto il fu dianzi [319]lo sregolamento che nello stesso Ordine si era introdotto; nè dissimulava a sè stesso come l’intolleranza religiosa gli preparava pericoli anche maggiori delle avanie cui per l’addietro la cupidigia di più d’un Templario l’assoggettò.

Luca di Beaumanoir in quel tempo si diportava lungo un picciol giardino, situato nelle fortificazioni esterne della commenda, intertenendosi in famigliare colloquio con un cavaliere dell’Ordine seco lui venuto di Palestina.

Questo Gran-Mastro era avanzato molto in età, come il davano a divedere la sua lunga barba grigia, e le folte sopracciglia, grigie esse pure, che facean ombra a due occhi vivacissimi ad onta degli anni. Guerriero formidabile e non men fanatico nella superstiziosa sua devozione, univa nella propria fisonomia l’alterezza del coraggio, l’orgoglio della superstizione e l’inflessibilità della intolleranza. Comunque le magre sue guance presentasser l’impronta de’ digiuni e delle astinenze, cui si condannava, nondimeno in que’ lineamenti leggeasi non so che di nobile e di espressivo, vantaggio di fisonomia ch’ei dovea certamente all’alto grado in cui stavasi; ond’era in continua corrispondenza coi principi e colle teste coronate, e alla consuetudine della suprema autorità che in conseguenza de’ regolamenti dell’Ordine egli usava sopra tanti cavalieri prodi e d’alto legnaggio a lui sottomessi. Altero e sublime era l’andamento, nè il peso dell’età aveane curvata la maestosa statura. Di bigello bianco portava il manto, succinto assai giusta le regole di san Bernardo; alla destra spalla vedeasi cucita in rosso panno la croce ottangolare dell’Ordine. Nè vaio nè ermellini ornavano tal vestimento; e solamente in contemplazione della sua età avea la vesta di sotto foderata di pelle d’agnello, fodera permessa dalle regole dell’Ordine, che poi bandivano rigorosamente ogn’altra sorte di pellicce, arredi del massimo lusso a que’ giorni. Reggea colla mano l’abaco, che è quel baston di comando, del quale vediamo spesse volte insigniti i Templarii nelle loro effigie; e la cui estremità superiore va guernita d’un pomo piatto, che porta impressa la croce dell’Ordine, inscritta ad un cerchio, o orio, giusta i termini del blasone. Vestito nella stessa guisa scorgevasi il cavaliere compagno del Gran-Mastro; ma il contegno rispettoso del secondo ben additava come il vestire fosse il solo punto d’eguaglianza fra essi. Questo commendatore, poichè tale erane il grado, non camminava a pari col Gran-Mastro; e gli stava solamente da presso quanto bastava, perchè l’altro potesse vederlo e parlargli senza essere costretto a volgere il capo.

«Corrado» sì il Gran-Mastro diceagli «diletto compagno delle mie fatiche e dei miei fatti d’armi, non siete che voi nel cui seno io possa disacerbare le ambasce che mi tormentano; e alla sola vostra fedeltà emmi dato di confidarle. Quante volte, dacchè son giunto in questo paese, io mi sono augurato di dormire il sonno dei giusti! Fuorchè le tombe dei nostri fratelli, sotto le grevi vôlte della metropolitana del Tempio, i miei [320]occhi non videro in Inghilterra un solo oggetto su di cui fermarsi con compiacenza. Valoroso Roberto di Rosse, degno William di Mareschal» sclamava io fra me stesso in contemplando le immagini di questi prodi eroi della Croce, scolpite sulla pietra che ne copre gli avanzi «aprite i vostri sepolcri, e fate partecipe del riposo che ora gustate, un fratel vostro ridotto a stremo, e che vorrebbe piuttosto dover affrontare centomila pagani che rimanersi spettatore del fatale scadimento a cui è venuto il nostro ordine.»

«Pur troppo gli è vero» rispose Corrado Monfichet «la condotta de’ nostri fratelli è anche più irregolare in questo paese che non lo è nella Francia.»

«Perchè qui sono più ricchi» rispose il Gran-Mastro. «Usatemi compatimento, o fratello, se vi sembrasse mai ch’io esaltassi troppo me stesso. Voi conoscete la vita che ho condotta finora, dando l’esempio della sommessione alle nostre regole, lottando contra demonii incarnati, e qual si conviene a prode cavaliere, a buon religioso, battendo ovunque l’ho incontrato il lione ruggente che s’aggira attorno di noi per divorarci, come il beato san Bernardo ne ha fatto un dovere nel capitolo quarantacinquesimo della nostra regola, ut leo semper feriatur. Ma pel santo Tempio! per quello zelo che ha divorata la sostanza della mia vita, e fino i miei nervi e il midollo delle mie ossa! fuor di voi e d’un picciolo numero di fratelli, non ne trovo generalmente alcuno ch’io possa risolvermi a stringere con questo santo nome al mio seno. Che prescrivono i nostri statuti, e come ne adempiono quelli le prescrizioni? Essi non dovrebbero portare alcun ornamento mondano, nè penne ai loro cimieri, nè speroni d’oro; pure ov’è un cavaliere messo con tanto splendore, siccome i soldati del Tempio che fecero voto di povertà? Ad essi è vietato il valersi d’un volatile per far preda di un altro volatile, di cacciar coll’arco o colla balestra le bestie selvagge, di sonare il corno, di correre dietro al cervo; nondimeno qual avvi che oggidì posseda migliori falconi? qual altro che segua con più ardore un daino per le foreste? quale più sperimentato negli stratagemmi della caccia? Eglino non dovrebbero leggere libri profani senza averne permissione del loro superiore; hanno l’obbligo di estirpare la magia e l’eresia; e oimè! vengono in vece accusati di studiare i segreti magici de’ pagani saracini, e la maladetta cabala dei detestabili Ebrei. È prescritta ad essi l’astinenza nè debbono mangiar carne che tre volte la settimana, perchè tal nudrimento intende alla corruttela del corpo; pur si vedono le mense loro imbandite delle vivande le più delicate! Lor bevanda dovrebbe essere l’acqua, ed è divenuto proverbio: bevere come un Templario! Questo giardino medesimo carico d’alberi preziosi, e di piante esotiche tratte da climi lontani, non s’addirebbe forse meglio allo harem d’un emir infedele che a un convento, ove i religiosi cattolici non dovrebbero far crescere d’altre [321]erbe se non se quelle necessarie al loro sostentamento? E piacesse al cielo, o Corrado, che la licenza introdottasi nella monastica disciplina non andasse più oltre! Voi sapete che ne è probito il ricevere fra le nostre mura fin quelle sante donne, che in origine erano associate a noi siccome sorelle del nostro Ordine, perchè, come sta scritto nel quarantesimosesto capitolo delle regole de’ Templarii, l’antico nemico del genere umano si è giovato con buon successo della femminile brigata per distorre dal sentiero del Paradiso anche i più ardenti nel batterlo. Che più! l’ultimo articolo che è in tal qual modo la pietra del perfezionamento, ne proibisce persino di dare un amplesso di puro affetto alle nostre madri, alle nostre sorelle ut omnium mulierum fugiantur oscula. Ho rossore nel dirlo! Ho rossore solo a pensarvi! Voi sapete che la corruttela ha invaso a guisa di torrente il nostr’Ordine. Le anime de’ nostri santi fondatori, i beati spiriti di Ugo di Payen, di Goffredo di Saint-Omer, e di que’ sette sant’uomini che convennero i primi per consacrare al servigio del Tempio le proprie vite, non possono più godere scevro di nubi l’eterno sereno della loro beatitudine. Io gli ho veduti, o Corrado, fra le tenebre della notte, gli occhi loro si struggevano in pianti su gli errori e i peccati de’ comuni fratelli, e sull’obbrobrioso lusso in cui vivono. Beaumanoir, mi dicevano, tu dormi! Ah ridestati! Le mura del Tempio sono contaminate, un’infetta lebbra vi è penetrata entro. I soldati della Croce che dovrebbero fuggire lo sguardo d’una donna come l’occhio del basilisco, vivono apertamente fra le sozzure non solamente con femmine di lor credenza, ma con quelle dei maladetti Pagani, e con quelle degli Ebrei ancora più maladetti. Ridestati, Beaumanoir, vendica il Tempio, e prendi la spada di Finea per punire i peccatori senza distinzione di sesso. La visione scomparve, o Corrado, e nello svegliarmi io credeva udir tuttavia lo strepito delle armature de’ nostri fondatori, e vederne i bianchi mantelli. Mi conformerò ai loro comandi. Purificherò il Tempio e strapperò dalle sue mura le pietre che la corruttela ha imputridite.»

«Ma ponete mente, venerabile Gran-Mastro» soggiunse Montfichet «che il tempo e la consuetudine hanno dilatate le macchie che volete fare sparire. Se per una parte è giusta e necessaria la riforma che voi bramate introdurre, altrettanto fa mestieri di grande prudenza e di molta cautela per metterle mano.»

«No, Corrado, ella debb’essere subitanea e compiuta. Il destino del nostro Ordine tocca al suo stremo. La pietà, il disinteresse de’ nostri predecessori ci valsero possenti amici; ed ora le nostre ricchezze, il nostro lusso, il nostro orgoglio hanno sollevati contro di noi altrettanti nemici non meno possenti. Gli è d’uopo rinunziare a queste ricchezze che sono adescamento di perseguirci ai sovrani, a questo lusso ch’è uno scandalo pe’ Fedeli, a questo orgoglio affatto contrario alla cristiana umiltà; fa di mestieri riprendere que’ puri ed austeri costumi che furono l’edificazione di tutta la Cristianità; altrimenti, fate attenzione a questi miei detti: [322]l’ordine del Tempio sarà ben tosto distrutto, nè rammentato verranne il nome se non se come le rovine degl’imperi che un giorno fiorirono.»

«Possa il cielo stogliere da noi una tale calamità!»

«Amen!» pronunziò con solenne tuono il Gran-Mastro «ma perchè il Cielo ne aiuti in sì grave frangente, è d’uopo a noi renderci degni del suo soccorso. Tenete per fermo, o Corrado, che nè le potenze del Cielo, nè quelle della terra, possono tollerare gli sregolamenti dei nostri fratelli. Io ne ho troppa certezza. Il terreno su di cui sorge l’edifizio del nostro Ordine è già minato da tutte le parti, e quanto più aggiugniamo alla grandezza sua temporale, tanto maggior peso gli aumentiamo che ne affretterà la rovina. Ne fa mestieri tornare addietro, mostrarci fedeli campioni della Croce, sacrificare a’ suoi piedi non solamente la nostra vita e il sangue nostro, ma i nostri desiderii, le passioni, i vizi, e persino i nostri piaceri legittimi, gli agi e le naturali inclinazioni. Tutto ciò che è permesso agli altri Fedeli, non lo è ai cavalieri del Tempio egualmente.»

In quell’istante medesimo entrò nel giardino uno scudiere coperto d’un mantello logoro anzichè no, perchè gli aspiranti nel durare del lor noviziato portavano per umiltà gli abiti dismessi dai cavalieri; il quale scudiere, dopo avere profondamente salutato il Gran-Mastro, si tenne in piedi dinanzi a lui, per aspettarne la permissione di rompere il silenzio, e spiegargli i motivi che il conducevano.

«Osservate quanto faccia più convenevole mostra di sè in oggi Damiano, vestito umilmente e in rispettoso silenzio, che non giorni fa coperto di ricchi e splendidi abiti, per cui somigliava ad un vero pappagallo. Parla, Damiano, acconsento. Che vuoi tu dirmi?»

«Nobile e reverendo Gran-Mastro, un Ebreo sta alla porta, e chiede parlare al fratello Brian di Bois-Guilbert.»

«Ben facesti ad avvisarmene. Quando vi siamo noi, un cavaliere non è nulla più d’un semplice compagno, e dee condursi giusta la volontà del suo superiore, non giusta la propria. Ne rileva assai l’indagare gli andamenti di Bois-Guilbert» diss’egli a Corrado.

«La fama lo divulga siccome prode e coraggioso» soggiunse l’altro.

«E la fama non mentisce» riprese a dire il Gran-Mastro. «Gli è soltanto in valore che non abbiamo tralignato dai predecessori, da quegl’illustri eroi della Croce. Ma il fratello Brian entrò, cred’io, nel nostro consorzio per capriccio e scontenti avuti nel mondo, da cui per questa sola cagion si ritrasse; nè i voti ch’ei pronunziò furono figli di una vocazion sincera. Egli sempre si mise a capo di coloro che bisbigliano, che si querelano, che osano mostrarsi restii all’autorità del Gran-Mastro, ponendo in obblivione che la nostra regola gli conferì il bastone e la verga; il bastone a sostegno del debole, la verga a punizione del colpevole. Damiano, conducete alla nostra presenza questo Giudeo.»

[323]
Dopo aver fatto un rispettoso saluto si ritirò l’aspirante, e di lì a poco ricomparve seguito da Isacco d’York. Non mai schiavo tratto dinanzi a possente principe si accostò a’ piè del trono con maggiore spavento e terrore quanto ne invase Isacco nell’avvicinarsi al Gran-Mastro. Si arrestò qualche passo lontano da lui, e Beaumanoir, avendogli fatto cenno d’avanzarsi ancora, gli si prostrò innanzi, baciando la terra in atto di reverenza, e rialzatosi lentamente si tenne in piedi al suo cospetto colle braccia incrocicchiate sullo stomaco, e col capo inclinato all’usanza degli schiavi d’Oriente.

«Ritirati, o Damiano» disse il Gran-Mastro, «e fa che quattro armigeri sieno pronti ad eseguire i miei ordini ai primi segnali ch’io ne darò. Non permettere ad alcuno, se non ne siamo usciti noi, l’accesso in giardino.»

Essendosi ritirato Damiano: «Giudeo» disse Beaumanoir con alterissimo tuono «ascoltami attentamente. Non mi appartiene il perdere gran tempo e parole con chicchesia, molto meno con un tuo pari. Rispondi adunque brevemente alle interrogazioni ch’io sono per farti, e soprattutto abbi cura di non mentire, perchè se la tua lingua cerca ingannarmi, per la santa Croce! farò strappartela.»

L’Ebreo s’accigneva a rispondere, ma non gliene lasciò tempo il Gran-Mastro.

«Zitto là, infedele! Non ti è lecito parlare al nostro cospetto se non se per rispondere alle interrogazioni che ti moveremo. Che affari hai tu col fratel nostro Brian di Bois-Guilbert?»

Sorpreso da subitaneo terrore l’Ebreo, non sapea che rispondere. S’ei raccontava con franchezza la storia delle cose accadutegli, poteva essere tacciato d’uom che cercasse infamare l’ordine de’ Templarii; operando diversamente perdeva ogni speranza di ricuperare la figlia. Beaumanoir s’avvide di quel mortale spavento, ma lo attribuì al rispetto che egl’inspirava; onde si degnò rassicurarlo.

«Rispondimi con coraggio, o Ebreo, tu non hai nulla di che spaventarti, semprechè non ti studi a mascherarmi la verità. Ti domando adunque per qual motivo brami vedere Brian di Bois-Guilbert.»

«Col beneplacito del venerabile vostro Valore» rispose balbettando Isacco «sono apportatore d’una lettera indiritta a questo prode cavaliere dal rispettabile Aymer, priore di Jorvaulx.»

«Nol dissi io che viviamo in tempi deplorabili?» si volse il Gran-Mastro a Corrado. «Un priore dell’ordine di Citeaux scrive a un soldato del Tempio, e per inviar la sua lettera non trova messo più convenevole d’uno sciagurato Giudeo? Dammi quella lettera.»

Con man tremebonda Isacco trasse la lettera dalle pieghe del berrettone, entro cui per maggior sicurezza l’avea collocata, e stendendo la mano e incurvando il corpo fece un passo avanti per presentarla al Gran-Mastro.

[324]
«Fatti addietro» l’altro rispose. «Non tocco gl’Infedeli che colla punta della mia spada. Corrado, ricevete voi questa lettera, indi passatela nelle mie mani.» Per tal modo Beaumanoir, avendo avuta la lettera dalle mani del Commendatore, ne esaminò attentamente il soprascritto e l’esterno, poi s’accinse a farne lettura.

«Venerabile Gran-Mastro, romperete voi il suggello?» gli chiese Corrado.

«E perchè no? Non istà forse scritto al capitolo quarantesimosecondo delle nostre regole, che nessun Templario riceverà lettere, neanco dal suo padre medesimo, se non le comunica al Gran-Mastro, e se alla presenza di lui non le legge?»

Intanto che scorse affrettatamente la lettera, l’orrore e la sorpresa se gli dipinsero in volto. La lesse più consideratamente una seconda volta, e porgendola con una mano a Corrado, e percotendola leggermente coll’altra sclamò: «Ecco qual leggiadra lettera scrive un Cristiano ad un Cristiano, e tutti due questi Cristiani han fatto profession religiosa! Quando verrai tu» esclamò sollevando gli occhi al cielo «a sceverare il loglio dal buon grano?»

Montfichet, presa la lettera dalle mani del superiore, si preparava a trascorrerla cogli occhi.

«Leggete ad alta voce, o Corrado» disse Beaumanoir. «E tu, o Ebreo, porgi ben attento l’orecchio a tale lettura, perchè al proposito di essa dovremo farti molte interrogazioni.»

Corrado lesse la lettera, che era espressa ne’ seguenti termini:

«Aymer, per la grazia di Dio priore del convento dell’ordine di Citeaux di santa Maria di Jorvaulx, a ser Brian di Bois-Guilbert, cavaliere del santo Ordine del Tempio, salute. Possiate voi godere d’una vigorosa sanità e di tutti i favori, che l’amico Bacco e la vezzosa Venere distribuiscono! Quanto a me, nell’atto di scrivervi, son fra le mani di tali che non credono nè in Dio nè negli uomini, che hanno osato far prigioniera la mia persona, e metterne a prezzo il riscatto. Da costoro ho saputa la sventura di Frondeboeuf; e mi hanno parimente detto, come voi siete fuggito in compagnia della bella maga ebrea, i cui neri occhi vi hanno ammaliato. Mi congratulo vosco, poichè vi so in luogo di sicurezza; ma vi consiglio a tener gli occhi aperti per quanto spetta a tal seconda incantatrice d’Endor, perchè vengo avvisato, come il vostro Gran-Mastro, che non darebbe una buccia di noce per tutte le pupille nere del mondo, giugne dalla Normandia per togliervi tutte le voglie di ridere, e correggere la gioconda vita che conducete. Ve ne avverto dunque, affinchè vi trovi vigilante, come dice il santo Testo: Inveniantur vigilantes. Il ricco Ebreo, padre della ridetta maga, avendomi chiesto una lettera in favore della medesima, gli ho data la presente e vi esorto ad accettare da lui una somma pel riscatto della sua figlia. Egli [325]è in istato di pagarvi il modo onde procacciarvi cinquanta altre donne con minor rischio, e spero ne godrò la mia parte quando ci troveremo a gozzovigliare insieme da buoni fratelli, e a votare fiaschetti; perchè, mi valgo sempre de’ sacri testi: Vinum laetificat cor hominis; e altrove, Rex delectabitur pulchritudine tua.

«Addio, in espettazione di sì felice momento! Scritto nella tana dei masnadieri, verso l’ora del mattutino.

Aymer, priore di Jorvaulx.»

«P. S. La vostra catenella d’oro non è rimasta in poter mio lungo tempo. Gli è probabile che d’ora in poi adorni il collo di qualche bandito, e ne penda il fischietto ond’ei si giova a radunare i colleghi.»

«Che ne dite voi, o Corrado?» soggiunse il Gran-Mastro. «Una tana di masnadieri! È il campo che a tal Priore si conviene. Maravigliate ora se la mano di Dio s’aggrava sopra di noi, e se perdiamo palmo a palmo il terreno contra gli infedeli di Terra Santa, poichè abbiamo tali ecclesiastici qual è Aymer! Ma qual cosa intend’egli mai per questa seconda incantatrice d’Endor?» aggiunse egli dopo aver tratto in disparte Corrado.

Damiano, cacciate fuor della porta questo Giudeo, e abbia morte se ardisse ricomparirvi. pag. 326.

Corrado conoscea meglio del suo superiore il dialetto della galanteria e forse ne avea fatto uso egli stesso. Comunque a tal proposito stesse la cosa, certamente ei non mancò di dilucidare al Gran-Mastro come i passi di lettera che lo teneva perplesso non fossero altro se non se modi di dire usati fra i mondani allorchè favellano de’ propri amori. Ma sì fatta spiegazione non quadrava al superstizioso Beaumanoir.

«Tal dialetto, o Corrado, nasconde maggiori cose di quante v’immaginate. Ma voi siete troppo ingenuo e leale per leggere a fondo in questo abisso d’iniquità. A me è noto, che la figlia d’Isacco d’York, di nome Rebecca, è una discepola di quella Miriam di cui certo avrete inteso farsi parola. Vedrete che l’Ebreo medesimo ne converrà.» Indi volgendosi verso di esso: «Tua figlia è dunque prigioniera di Brian di Bois-Guilbert?» gli diss’egli.

«Sì, reverendo signore, e tutto ciò che un uom può offerire per riscattarla…»

«Silenzio! Non ti è permesso fuorchè il rispondermi. Tua figlia non ha praticata l’arte di risanare gl’infermi?»

«Sì, degno signore; ella ha prestate le proprie cure al ricco ed al povero, al nobile ed allo schiavo, al Cristiano e all’Ebreo; nè v’ha fra questi chi non benedica la virtù che è piaciuto al Ciel di concederle; potrete rinvenir molti che vi attesteranno essere stati restituiti alla salute da lei allorquando ogn’altro soccorso umano diveniva inutile a ciò; ma la benedizione di Giacobbe posava sopra mia figlia.»

Allora Beaumanoir si volse ver Montfichet.

«Voi vedete, o Corrado» gli diss’egli, mettendo amaro sorriso. [326]«quai son le insidie, che ne tende il nemico del genere umano. Tal è l’adescamento onde s’impadronisce dell’anime. Ei concede un breve spazio di vita sopra la terra, che vien cambiato contra l’eterna felicità. La nostra santa regola ha ben ragione in dicendo: Semper percutiatur leo vorans.» E appena profferito il testo, percosse la terra col bastone che era insegna di sua dignità, intendendosi disfidare con tale atto le potenze d’abisso. «Già non dubito» disse egli all’Ebreo «che la tua figlia non operi tai cure maravigliose giovandosi di parole, talismani e misteri cabalistici.»

«No, prode e reverendo cavaliere, ella non si giova che di balsami forniti di grande virtù.»

«E chi gliene diede il segreto?»

«Una nobile donna di nostra nazione.»

«Il suo nome» sclamò con enfasi il Gran-Mastro «il suo nome!»

«Miriam» rispose Isacco tremando.

«Miriam! esecrabile Ebreo» gridò Beaumanoir, «quell’abbominevole strega, conosciuta per tale in ogni parte della Cristianità, il cui corpo venne arso ad un palo, le cui ceneri il vento disperse! Voglio che accada altrettanto a tutto il mio Ordine, se non sottometto ad eguale destino la degna pupilla di questa strega! Ben io farò pentire costei d’aver gettati sortilegi ed incanti sovra i soldati del Tempio. Damiano, cacciate fuor della porta questo Giudeo, e abbia morte se ardisce ricomparirvi. Quanto a sua figlia, noi ci comporteremo verso di lei, come il comandano le cristiane leggi, e il grado eminente, ove il Cielo mi ha collocato.»

Il povero Isacco fu immantinente scacciato senza che si volessero ascoltare nè le preghiere sue nè le offerte. Non vide pertanto miglior cosa da farsi che il ritornare alla casa del rabbino Nathan-Ben-Israel per consigliar seco lui sul partito da prendere. Misero! che dopo avere paventato per l’onore della propria figlia, or dovea tremare pe’ giorni della medesima.

Intanto il Gran-Mastro mandò al commendatore di Templestowe di presentarsi dinanzi a lui.

[327]

CAPITOLO XXXV.
«D’impostura voi dite, si pasce il mio mestiero,

«Ma questa di chi vive è il pane giornaliero.

«I quattrini che accatta le dee la turba grama,

«Il cortigian gli onori, il merciaiuol la fama.

«Tai fè duci di schiere, e tai vesti dell’ostro.

«Abita nelle reggie, ma non rifugge il chiostro.

«Ovunque ti presenti, di trionfar secura,

«Arbitra sei del mondo, santissima Impostura.

«Chi di porgere incensi all’are tue non vago,

«Porta scolpita in volto del proprio cor l’imago,

«Gli sdegni tuoi paventi; che il suo destin men rio

«Fia rimaner sepolto ne’ gorghi dell’obblio.

Antica Commedia.

Alberto Malvoisin, presidente, o, per parlare col linguaggio dell’Ordine, commendatore della fondazione de’ Templarii a Templestowe, era fratello di quel Filippo di Malvoisin, del quale più d’una volta parlammo, nè men di questo collegato strettamente con Brian di Bois-Guilbert.

E certamente costui potea noverarsi fra gli uomini i più dissoluti e i più licenziosi, di cui tanto abbondava l’ordine dei Templarii. Ma in una sola cosa diverso da Bois-Guilbert, sapea coprire col velo dell’ipocrisia i vizi e l’ambizione che il dominavano, e mettere in vece della religione, che in costui affatto mancava, l’apparenza della superstizione e del fanatismo. Laonde avrebbe solamente bastato che il Gran-Mastro non fosse giunto a Templestowe in modo sì subitaneo ed inaspettato, perchè gli occhi di questo non vi ravvisassero neppur l’orma della licenza che vi si era introdotta. Alberto Malvoisin, quantunque sorpreso dal non preveduto arrivo del suo superiore, non quindi si scompigliò; ma diede tostamente opera a nascondere quanto mai si potea lo sregolamento e i disordini che viziavano la Commenda da lui governata; e poichè gli era impossibile cosa il palliare tutti i traviamenti cui dato erasi luogo, ascoltò con aria la più contrita i rimproveri fattigli a tal proposito dal Gran-Mastro, e mise tanta sollecitudine ad estirpare sino gli abusi di minor conto, che non tardò a fare scorgere tutte le forme d’un’ascetica devozione in que’ luoghi, i quali fino allora erano stati teatro di diletti mondani e persino illeciti. Per tal guisa il Gran-Mastro ravvisò bensì in Malvoisin un uomo debole, che non seppe imporre, quanto il doveva, un argine alla corruttela della disciplina, ma non mai tale, che si fosse stolto compiutamente dal retto sentiero, su di cui un sol cenno della suprema autorità, così comparver le cose, valeva a rimetterlo senza l’uopo di maggiore fatica.

Pur queste propensioni d’animo favorevole al suo subordinato si alterarono grandemente in Beaumanoir all’accorgersi come Alberto avea comportato, che venisse introdotta in luogo affidato ad esso una donna [328]giovane, una Ebrea, e a quanto ogni apparenza gli dimostrava, la favorita d’un confratello. Allorchè pertanto il Commendatore fu alla presenza di lui, questi lanciò sovr’esso un severissimo sguardo.

«Vengo a sapere che in questa casa consacrata a Dio e al santo Ordine trovasi una femmina Ebrea, e che un dei nostri fratelli ve l’ha condotta. Gli è impossibile che voi ignoriate tal cosa, ser commendatore.»

La confusione fu eguale alla maraviglia in Alberto Malvoisin, che sapeva come la giovane Ebrea era stata rinchiusa nella parte di quell’edifizio la più lontana dalle stanze del Gran-Mastro, e sapea parimente quai cautele si fossero prese perchè a questo non pervenisse notizia di simil fatto. Lesse quindi negli occhi di Beaumanoir la rovina propria e quella del suo compagno, se non trovava qualche espediente pronto e opportuno a dileguare il turbine imminente a scoppiare.

«A che debbo attribuire il vostro silenzio?» ripigliò a dire il Gran-Mastro.

«Mi è permesso il parlare?» chiese il Commendatore con finta umiltà, comunque cercasse unicamente il modo di acquistar tempo per architettare il sistema di condotta cui doveva allora attenersi.

«Parlate, ve lo permettiamo. Ditemi. Vi è noto il capitolo delle nostre regole de commilitonibus Templi in sancta civitate, qui cum miserrimis mulieribus versantur propter oblectationem carnis?»

«Sì, certamente mi è noto, reverendissimo Gran-Mastro, nè sarei pervenuto alla dignità, che occupo nell’Ordine, se non conoscessi la cosa più rilevante fra quelle che le nostre istituzioni divietano.»

«La conoscete, e avete potuto sofferire che uno de’ nostri fratelli contaminasse, disonorasse questa santa dimora col condurvi una sua favorita, una favorita di religione ebrea, una strega?»

«Una strega!» replicò Alberto Malvoisin «Ah! i santi angeli abbiano protezione di noi!»

«Sì, una strega. Oserete voi negare, che Rebecca, figlia di quello sciagurato usuraio, Isacco d’York, discepola dell’altra infame strega Miriam, trovasi ora…. ho rossore al sol pronunziarlo! stanziata nella vostra Commenda?»

«La vostra saggezza, reverendo Gran-Mastro, squarcia ora il velo che copriva i miei occhi. Io non poteva riavermi dalla maraviglia in veggendo un prode e degno cavaliere qual è Brian di Bois-Guilbert, vinto, a divenirne furioso, dai vezzi di cotesta giovane, che non ricettai in questa casa, se non se per allontanare un consorzio più intrinseco fra l’uno e l’altra, e per prevenire la caduta del più valoroso, del più stimabile fra’ nostri fratelli.»

«Voi siete adunque sicuro ch’ei non ha ancora contravvenuto ai propri voti!»

«Sotto questo santo tetto! Ne prendo a testimonii santa Maria Maddalena [329]e le undicimila vergini! Se errai nel ricevere cotesta donna, ne fu cagione una speranza venuta in me, che tenendola accuratamente rinchiusa, impedirei ogni comunicazione fra essi, e così giugnerei a risanare il fratel mio da un affetto, sembratomi sì straordinario, sì poco naturale, che il credei anzi demenza, e riguardai Bois-Guilbert com’uomo piuttosto meritevole di compassione che di rimproveri. Ora che la saggezza vostra ha scoperto essere una strega questa Israelita, tal circostanza dilucida le cagioni di un traviamento che non si sapeva spiegare.»

«Oh! sì certo! lo spiega;» soggiunse Beaumanoir. «Vedete, Corrado, qual sia il pericolo di chi cede alle prime seduzioni del tentatore! Taluno fisa gli sguardi sopra una femmina per soddisfare soltanto il diletto della vista, per contemplare quanto chiamasi bellezza. Intanto il nemico del genere umano adopera sortilegi e talismani per compir l’opera della nostra perdita, che l’imprudenza e la leggerezza hanno incominciato. Forse, in tale occasione il nostro fratello Bois-Guilbert merita più del biasimo la pietà. Forse m’è d’uopo adoperar seco lui il bastone pastorale per sostenerlo anzichè la verga per castigarlo. Possano i nostri consigli e le nostre preghiere svolgerlo dalla follia che lo ha invaso, e ridonarlo al fratelli!»

«Ella sarebbe al certo una sciagura altissima pel santo Tempio» si fè a dir Montfichet «il perdere una delle migliori fra le nostre lancie, il perderla allorchè il nostro Ordine abbisogna del soccorso di tutti i suoi figli. Questo Brian di Bois-Guilbert ha uccisi oltre a trecento Saracini di propria mano.»

«Il sangue di questi maladetti cani» soggiunse il Gran-Mastro «sarà un’offerta aggradevole agli angeli ed ai santi dileggiati e bestemmiati da costoro. Col soccorso di queste celestiali potenze distruggeremo l’effetto degl’incanti e de’ sortilegi che usò il demonio a trar nella rete il nostro fratello. Tal soccorso ne romperà i lacci, come Sansone infranse le nove funi onde i Filistei l’avevano avvinto. Così Brian di Bois-Guilbert potrà ancora immolare al cielo centinaia d’Infedeli. In quanto spetta a questa sgraziatissima strega che osò fare scopo degli operati malefizii un soldato del Tempio, ella morirà della morte che le si appartiene.»

«Ma le leggi dell’Inghilterra!» disse il Commendatore, cui ben piacea che gli sdegni del Gran-Mastro anzichè disacerbarsi sopra lui e Bois-Guilbert prendessero altra dirittura, ma temeva ad un tempo che lo stesso Gran-Mastro portasse tropp’oltre le cose.

«Le leggi dell’Inghilterra», rispose Beaumanoir «permettono ed anzi comandano a ciascun giudice di far eseguire i giudizi nella propria giurisdizione. Non v’è picciol barone, che non possa far arrestare, giudicare, condannare qualsivoglia strega trovata ne’ suoi dominii. Or negherebbesi lo stesso diritto al Gran-Mastro del Tempio in una commenda del suo ordine? No. Noi la giudicheremo, la condanneremo. L’indegna fattucchiera [330]non contaminerà oltre la terra, e con essa avrà fine la virtù de’ suoi sortilegi. Commendatore, fate allestire la grande sala del castello serbata ai giudizi.»

Alberto fece una profonda reverenza, e si ritirò; ma anzichè avvisare ad eseguir sull’istante un tale comando, fu sollecito di rintracciare Bois-Guilbert a fine di partecipargli le accadute cose; e lo trovò dominato da dispetto e rabbia per un nuovo rifiuto che aveva sofferto da Rebecca. «L’ingrata!» sclamava egli. «Sprezzare colui che a rischio de’ proprii giorni le salvò la vita in mezzo alle fiamme e alle stragi! Ne attesto il cielo, Malvoisin, io l’ho cercata nel castello di Frondeboeuf, in mezzo alle muraglie e alle vôlte incendiate che rovinavano d’ogni banda; io fui lo scopo contra cui s’indirigevano cento frecce che ripercoteva la mia armatura; e se pensai ch’io aveva uno scudo fu unicamente per sottrarla ad ogni pericolo. Or mi rimprovera persino di non l’avere lasciata perire. Ella mi nega non solo qualsivoglia prova di gratitudine, ma fino ogni speranza la più lieve di trovarla grata per l’avvenire. Il demonio che infuse l’ostinazione a tutti della schiatta di costei, senza dubbio ne diede ad essa una triplice dose.»

«Ed io credo ben che il demonio vi posseda entrambi. Quante volte vi ho io predicato se non d’essere saggio, almeno di mostrarvi prudente! Non v’ho io detto e ridetto all’atto del vostro giugnere, che non vi mancherebbero Cristiane, presso le quali non è delitto il retribuire amoroso compenso al vostro valore, senza incapricciarvi sì mattamente in questa ostinatissima Ebrea! Pel nome di Dio! do quasi ragione al vecchio Luca di Beaumanoir se sostiene che costei ha gettato un sortilegio sopra di voi.»

«Luca di Beaumanoir!» sclamò Guilbert. «È questo il frutto delle cautele che avete prese, Malvoisin? Avete dunque permesso che questo vecchio rimbambito sappia come Rebecca trovisi nella Commenda?»

«Era forse in me l’impedirlo? Io non ho omessa sollecitudine perchè un tale arcano non pervenisse al suo orecchio. Se glielo abbia notificato il diavolo, o chi, è quanto il diavolo solo potrebbe farci palese. Ma ho aggiustato le cose alla meglio, e non dovete temere per voi se rinunziate alla vostra pazzia. Il Gran-Mastro vi compiagne. Vi pensa vittima della fattucchieria. Rebecca ha gettato un sortilegio sopra di voi. Insomma ella è una strega e perirà come tale.»

«No, per il Cielo!» sclamò Bois-Guilbert.

«Sì, per il Cielo!» replicò il Commendatore. «Nè voi, nè io, nè nessuno hanno virtù di salvarla. Luca di Beaumanoir si è fitto in mente che la morte d’un’Ebrea sarà sagrifizio espiatorio di tutti gli amorosi falli in cui caddero tutti i cavalieri Templarii, e ben v’è noto essere in lui il potere come la volontà di far eseguire le cose che una volta ha risolute.»

«E potranno» gridò Bois-Guilbert facendo grandi passi su e giù [331]per l’appartamento e in agitatissimo tuono «e potranno i secoli avvenire credere mai che un sì stupido fanatismo abbia allignato fra gli uomini?»

«Non so che cosa crederanno i secoli avvenire» rispose Malvoisin senza scomporsi; «ma quanto so benissimo è che ai nostri giorni, e fra noi, così persone del clero, come laiche, novantanove sopra cento diranno Amen alla sentenza del Gran-Mastro.»

«Gli è vero…» disse Bois-Guilbert. «Ebbene! Alberto, voi siete mio amico, conviene diate mano alla fuga di Rebecca, io la farò trasportare in luogo più sicuro, laddove niuno avviserà di cercarla.»

«Quand’anche il volessi, la cosa mi sarebbe impossibile. La porta non è ella custodita da armigeri del seguito di Beaumanoir, e i cavalieri che vennero seco non sono tutti a lui deditissimi? Non tengono incessantemente aperti gli occhi per vedere se nulla accade contra le regole? Poi, per parlarvi sinceramente, mio caro Bois-Guilbert, vi dirò che non ho nessuna passione d’imbarcarmi in tal mare, quand’anche mi tenessi certo di condurre in porto la nave. Io ho già corso rischi bastantemente per amor vostro, senza aggiungere quello di vedermi digradare, o di perdere la mia commenda, pel piacere di salvare questo fantoccio vostro d’ebrea. E se voi, Bois-Guilbert, volete seguire il mio avviso, rinunzierete ad una tal fantasia, e lancerete i vostri cani su d’altra preda. Pensate al grado che tenete nell’Ordine, agli onori che vi aspettano, all’eminente dignità, cui potete aspirare. Sagrificherete voi tali speranze ad una folle passione? Offrirete a Beaumanoir un motivo di scacciarvi dal nostro Ordine? Ei non mancherà di coglierlo, poichè è geloso della propria autorità; nè gli è ignoto che se mette un piè in fallo, se con vacillante mano si lascia fuggire un istante il baston del comando, la vostra mano sta presta per afferrarlo. Nè dubitate già ch’ei non cerchi di perdervi se gliene offerite un pretesto col chiarirvi protettore di una strega ebrea. Lasciate piuttosto ch’egli appaghi i pregiudizi in questa bisogna, poichè già non avete forza d’impedirglielo. Quando una volta sarete insignito della vostra dignità potrete a vostro grado prendere per favorire le ebree, o farle abbruciare se meglio vi torna.»

«Malvoisin» disse Bois-Guilbert «questa calma che dimostrate è la calma d’un….»

«D’un vostro amico» soggiunse il commendatore, affrettandosi ad empir la lacuna, ove Bois-Guilbert stava forse per collocare una voce non così mite. «Sì, la mia calma è quella d’un vostro amico, e in tal qualità sono vie più in istato di darvi consigli. Vi ripeto che non avete via onde porre in salvo Rebecca, nè riuscirete che a perdervi insieme con lei. Correte a mettervi a’ piedi del Gran-Mastro…»

«A’ suoi piedi» sclamò il Templario. «Gli dirò alla sua barba…»

«Ebbene, ditegli alla sua barba che delirate per la vostra Ebrea, e col più dirgliene, più lo persuaderete della necessità di distruggere colla [332]morte di questa giovane il sortilegio ch’ella ha gettato sopra di voi. In compenso di tanta follia verrete scacciato dall’Ordine, nè vi sarà alcuno de’ fratelli vostri che osi intercedere per voi. In vece della brillante carriera dischiusa alla vostra ambizione, vi rimarrà siccome unico partito l’alzar la lancia per qualche miserabile querela che insorga tra la Borgogna e la Fiandra.»

«Avete ragione, Malvoisin» soggiunse Bois-Guilbert dopo avere meditato un istante. «Io non concederò a questo vecchio fanatico un tal vantaggio sopra di me. Quanto a Rebecca, ella è un’ingrata, nè merita ch’io le sagrifichi il mio grado, l’onor mio, i miei divisamenti. Sì, saprò dimenticarla, l’abbandonerò al suo destino, a meno che…»

«Senza restrizioni» sclamò Malvoisin. «Mantenetevi in così saggia e salutare risoluzione. Le donne non sono che semplici trastulli per farne trascorrere con diletto alcune ore della vita; ma l’affar serio di essa è l’ambizione. Mandate alla malora mille di questi idoli seducenti sulla foggia della vostra Ebrea, anzichè fermarvi sul limite della nobil carriera che sta aperta dinanzi a voi. Per ora n’è d’uopo separarci; e non vorrei nemmeno che ci vedessero insieme in colloquio. Vado a far allestir la grande sala ove deve instituirsi il giudizio.»

«Che ascolto? sì presto?» disse Bois-Guilbert.

«Un processo non è lungo» rispose in partendo il Commendatore, «allorchè il giudice ha pronunziata anticipatamente la sentenza.»

«Rebecca» disse Bois-Guilbert trovandosi solo «forse tu sei per costarmi assai caro! Sento che non ho forza per seguire i consigli di quell’ipocrita abbietto. Farò anche un tentativo a fin di salvarti; ma bada a non contraccambiarmi questa volta d’ingratitudine; non ascolterò più che le voci della vendetta. Bois-Guilbert non è tale da cimentar vita ed onore per non ottenere altra ricompensa che disprezzo e rimproveri.»

Il Commendatore aveva appena dati gli ordini necessarii per far preparare la sala, allorchè s’incontrò in Corrado Montfichet, da cui seppe che il Gran-Mastro voleva in quell’istante medesimo procedere al giudizio dell’Ebrea.

«Tutto ciò mi sembra un sogno» disse Malvoisin. «Son tanti gli Ebrei che professano l’arte medica, e comunque facciano cure maravigliose niuno ha sognato d’accusarli come stregoni.»

«Il Gran-Mastro pensa altrimenti» rispose Montfichet. «Ma sia detto fra noi, Alberto. Fattucchiera, o non fattucchiera val meglio per l’Ordine il veder perire questa miserabile Ebrea, che soffrire e la perdita d’un prode cavaliere come Bois-Guilbert, e le fazioni intestine che in conseguenza di questa ne dilanierebbero. Voi conoscete la fama di cui Brian gode meritamente, nè ignorate quanti ardenti partigiani egli abbia tra i nostri fratelli; ma tutto ciò non gli gioverà a nulla presso un Gran-Mastro qual [333]è il nostro, s’ei giugne a riguardare Bois-Guilbert come il complice, non come la vittima di questa Ebrea. Quand’anche ella rinchiudesse in sè medesima tutte l’anime delle dodici tribù d’Israele, se soggiace ella sola, sarà sempre cosa migliore del permettere che involga nella sua rovina il nostro fratello.»

Figlia d’una maledetta schiatta, le disse il Commendatore, alzati e vieni con noi. pag. 334.

«Finora di fatto mi sono adoperato a convincerlo che gli torna lo abbandonare al suo destino costei, e spero in ciò essere riuscito. Ma abbiamo poi fondamenti valevoli per condannarla siccome strega? Che cosa potrà fare il Gran-Mastro a fronte di prove sì deboli?»

«Gli è d’uopo affortificarle, Alberto; gli è d’uopo affortificarle. Mi intendete voi?»

«Se v’intendo! E credete bene che vani scrupoli non mi saranno d’impaccio quando si tratta la causa del bene dell’Ordine. Ma breve è il tempo a procurare i convenevoli strumenti.»

«Pur è forza trovarne, Malvoisin, è forza trovarne così pel vantaggio di voi, come per quello dell’Ordine. Templestowe è una misera commenda; e quella di Maison-Dieu vale il doppio. Vi è nota la mia prevalenza sull’animo del nostro vecchio superiore. Ebbene! procacciatevi persone che conducano a buon termine tale bisogna, e siete commendatore di Maison-Dieu nella fertile contea di Kent, che ne dite?»

«Fra gli armigeri qui venuti con Bois-Guilbert ve n’ha due a me ben noti. Erano questi al servigio di mio fratello, Filippo di Malvoisin, e passarono indi a quello di Frondeboeuf. Potrebbero saper qualche cosa intorno i sortilegi di questa Ebrea.»

«Cercateli dunque sull’istante, o Malvoisin, ed ascoltatemi. Se un paio di bisanti d’oro fossero necessari a rinfrescare la loro memoria non vi ristate per tale spesa.»

«Che dite voi di bisanti d’oro? Per uno zecchino giurerebbero strega la madre che li generò.»

«Vedeteli adunque, perchè a mezzogiorno comincia la formazione del processo. Non ho mai osservato tanta impazienza e sollecitudine nel nostro vecchio capo dopo il giorno che condannò ad arder vivo Hamet-Alfagi, mussulmano convertito, poi ritornato alla fede di Maometto.»

Lo scocco della gran campana del castello indicava mezzogiorno, allorchè Rebecca intese il rumor di pedate verso la scala che guidava all’appartamento da lei occupato. E poichè queste annunziavano esser più d’una le persone che salivano, s’allegrò di tal circostanza; nè sapea di fatto che vi fosse cosa per lei da temersi tanto quanto una visita dell’impetuoso Bois-Guilbert; ogn’altra possibile sventura le inspirava minor terrore. Si aprì la porta della sua stanza, d’onde la giovane vide entrare Alberto di Malvoisin e Corrado Montfichet, seguiti da quattro guardie vestite di nero; e che portavan labarde.

[334]
«Figlia d’una maladetta schiatta» le disse il Commendatore «alzati e vieni con noi.»

«E dov’è che volete condurmi?» lor chiese Rebecca.

«Ebrea» rispose Corrado «non tocca a te fare interrogazioni. Tu devi unicamente obbedire. Sappi ciò null’ostante che sei per essere condotta innanzi al tribunale del Gran-Mastro del nostro sant’Ordine, e che ivi sarai giudicata.»

«Sia lode al Dio d’Abramo!» sclamò Rebecca, sollevando al cielo le mani. «Dirmi che verrò tratta al cospetto di un giudice, benchè sia nemico al mio popolo, gli è assicurarmi che troverò un protettore. Vi seguirò col massimo de’ contenti, permettetemi soltanto ch’io metta il mio velo.»

Scesero indi tutti la scala con passo lento e solenne, e dopo attraversata lunghissima loggia si chiuse dinanzi a loro una grande porta fornita di due battitoi, onde si trovarono nella sala ove il Gran-Mastro avea posto il tribunale suo temporaneo.

L’estremità inferiore della sala, separata da un cancello, era piena di molta folla di popolo, perchè il Gran-Mastro avea comandato si lasciasse ad ognuno libero l’ingresso a fine di rendere più solenne il giudizio. Laonde non senza fatica vi attraversarono per mezzo i due Templarii, Rebecca e i quattro armigeri che chiudeano quel ferale corteggio. E fu in questo intervallo, che una persona non osservata fe’ pervenire un pezzetto di carta fra le mani di Rebecca, che lo ricevè senza fare su di ciò molta attenzione, ma quanta per altro le bastò a conservarlo, e che la incoraggiò, pervenuta al luogo assegnatole, a sollevar gli occhi e ad esaminare in presenza di chi si trovasse. La scena che le si offerse agli sguardi verrà descritta nel seguente capitolo.

[335]

CAPITOLO XXXVI.
»Primier delitto, cui feroce zelo

»Trasse l’iniqua turba de’ mortali

»Il far di rei decreti auspice il Cielo

Il medio evo.

Il tribunale preparato al giudizio dell’innocente quanto infelice Rebecca occupava il pulvinare, ossia la parte alta della grande sala, specie di pianerottolo da noi già descritto, e sede privilegiata de’ signori de’ castelli e di que’ loro ospiti cui questi voleano far onore.

Rimpetto alla donzella accusata, sopra un seggio più alto di tutti gli altri, sedeva il Gran-Mastro coperto di bianco mantello, e tenendo colla mano il bastone mistico che presentava il simbolo dell’Ordine. Ai piè di lui vedeasi una tavola, e innanzi a questa seduti due scribi, cappellani dell’ordine, de’ quali era ufizio il registrare a mano a mano le cose che ivi accadevano. Le negre vesti, i capi calvi e le figure gravi de’ ridetti scribi presentavano una specie di chiaroscuro a petto del contegno bellicoso in cui mostravansi i cavalieri presenti a quell’adunata: d’essi una parte avea stanza in Templestowe, ed un’altra al corteggio del Gran-Mastro spettava. Quattro commendatori erano collocati sopra scanni meno alti del seggio assegnato al Gran-Mastro, e posti in una linea meno avanzata. Venivano dopo di questi semplici cavalieri seduti sopra panche ancor meno alte, e così distanti dai commendatori, come questi lo erano dal Gran-Mastro, dietro essi ed in piedi scorgeansi gli aspiranti, poi in ultima fila gli scudieri dell’Ordine.

Tutto aspirava gravità profonda in quell’assemblea. Ciò nullameno scorgeansi sulla fisonomia de’ cavalieri le tracce d’un ardimento militare temperato da una specie di solenne raccoglimento che la presenza del Gran-Mastro inspirava.

Tutt’all’intorno della sala stavano guardie armate di partigiane, e la moltitudine che empieva la parte inferiore era stata ivi condotta dalla curiosità egualmente e dal desiderio di vedere un Gran-Mastro e una strega ebrea. Beaumanoir avea voluto in tal giorno che le porte di Templestowe fossero aperte ad ognuno, affinchè non mancasse ogni possibile pubblicità all’atto di giustizia cui intendeva d’accignersi. I suoi grand’occhi azzurri s’aprivano, parea quasi, più dell’usato, in fisando quell’adunanza, composta per vero in gran parte di contadini dei vicini villaggi, e sarebbesi detto che la fisonomia di lui veniva dilatata dalla coscienza dell’alta sua dignità, e del merito ch’egli attribuiva a quel ministerio, in cui avea parte primiera. Si aperse l’adunata con un salmo che intonarono i due [336]cappellani, e ch’egli accompagnò con sonora voce, cui gli anni non aveano tolta la forza. I solenni versetti del Venite exultamus Domino, che i Templarii rintronavano sì sovente nel dar battaglia ai nemici terrestri gli sembrarono i più addicevoli a celebrare il trionfo cui si prefiggea riportare contra le potenze infernali; perchè sotto simile aspetto ei riguardava il giudizio al quale si preparava, e che in sua deliberazione aveva già pronunziato.

Cessati i canti, il Gran-Mastro volse gli occhi sopra la comitiva che gli stava dintorno, e vide vôto il seggio assegnato ad uno di que’ cavalieri. Bois-Guilbert, che vi stava da prima, l’aveva abbandonato, tenendosi in piedi ad un angolo in vicinanza degli aspiranti, e dispiegando quanto potea con mano il mantello, quasi sollecito di nascondere il volto; coll’altra mano strignea l’impugnatura della spada guernita del fodero, e colla punta di essa descriveva, com’uomo distratto, linee irregolari su quel pavimento di quercia.

«Lo sfortunato!» dicea Beaumanoir riguardandolo con aria compassionevole. «Vedete, Corrado, qual effetto opera sovr’esso la solennità di questo spettacolo! vedete a qual deplorabile stato un degno e valoroso cavaliere può essere ridotto dagli sguardi d’una femmina, se il nemico del genere umano ti aggiugne il soccorso della magia! Osservate ch’ei non osa alzar gli occhi, nè sovra la donna, nè sovra di noi! E forse è un incitamento dello spirito maligno che move la sua mano a descrivere sul pavimento quelle linee cabalistiche. Chi sa che que’ segni non minaccino la nostra vita, la sicurezza di tutti noi! Ma nulla rileva. Noi disfidiamo le potenze dell’abisso, e ne trionferemo: Semper leo percutiatur.»

Queste cose egli diceva sommessamente al suo commendator Montfichet, che gli stava a man destra; indi in tali termini addirizzò la parola all’assemblea:

«Valenti e reverendi commendatori e Cavalieri di questo santo Ordine, miei fratelli e figli, aspiranti, che desiderate portare questa rispettabile croce, degni scudieri, che partecipate alle nostre fatiche, e voi cristiani d’ogni classe, sappiate prima di ogn’altra cosa non essere mancanza in noi di potere, che ne mosse a radunare questo capitolo. Quantunque poco sia il merito che ravvisiamo in noi medesimi, pure allorchè ricevemmo questo baston di comando, ne fu conferito il diritto di giudicare, di condannare, di punire in tutto quanto riguarda il bene del nostro Ordine. Il beato san Bernardo nelle regole che ne ha trasmesse lasciò scritto all’articolo cinquantesimo, che i fratelli non si assembrerebbero in capitolo se non se col beneplacito del Gran-Mastro, al quale commise il potere di convocare capitoli generali o particolari secondo lo giudicherebbe a proposito, nel luogo o tempo che meglio a lui piacerebbe. In questi capitoli è nostro dovere l’ascoltare gli avvisi di ciascun fratello, e operare indi giusta le norme del nostro proprio intendimento. Ma ogni [337]qual volta il lupo infuriato assale il gregge, e rapisce un’agnella, è dovere del buon pastore il chiamare in soccorso i compagni onde assalire coll’arco e colla fionda il nemico, non ci scostando mai dalla massima ben nota a ciascun di noi: Si percota sempre il leone che rugge.»

«Per tutte queste cagioni abbiamo chiamata alla nostra presenza una ebrea di nome Rebecca, figlia d’Isacco d’York, femmina conosciuta pei sortilegi e pei talismani che adopera, ed ai quali ha avuto ricorso per isviare lo spirito e sedurre il cuore non già d’un abbietto servo, ma di un nobile cavaliere, non d’un laico, ma d’un uomo dedicatosi al santo Ordine del Tempio, non d’uno scudiere o d’un aspirante, ma d’un cavaliere celebre per le sue imprese, e d’uno de’ primi in questa chiara corporazione. Il nostro fratello Brian di Bois-Guilbert ci è conosciuto, e lo è parimente a tutti coloro che m’ascoltano, come uno zelante campion della Croce, il cui braccio operò prodigi di valore in Palestina, e purificò i luoghi santi spargendo il sangue degl’infedeli che colla loro presenza li contaminavano. La prudenza e la sagacia non furono in lui men commendevoli del coraggio e del valore; laonde così in Oriente come in Occidente, i nostri cavalieri ravvisavano in esso il personaggio più degno d’aspirare a portar questo bastone, ogni qualvolta sarebbe piaciuto a Dio di alleggerirmi di simil peso.»

«Venuti noi a sapere che un tal uomo, sì meritevole d’onore e sì onorato, dimenticò d’improvviso quanto egli doveva al suo carattere, ai suoi voti, alle sue massime, ai suoi fratelli; che ha veduta con occhio di concupiscenza una spregevole Ebrea; che ha dimenticati i pericoli cui si commettea, premuroso unicamente di salvarle la vita, che per ultimo ha spinto l’accecamento e il delirio fino a condurla in una delle nostre commende, qual cosa possiamo noi credere se non se che il ridetto cavaliere sia posseduto dal maligno spirito, o viva sotto l’influenza di qualche sortilegio e malefizio? Che se ne fosse lecito pensare altrimenti, nè il grado, nè il valore, nè la fama, in cui è pervenuto il nostro fratello, nè verun’altra umana considerazione lo avrebbero posto al sicuro dai nostri giusti castighi. Avremmo obbedito al sacro testo che ne prescrive rompere qualsivoglia patto coll’iniquità, auferte malum e vobis; e Brian di Bois-Guilbert verrebbe escluso dalla nostra santa congregazione, quand’anche ne fosse l’occhio o la mano diritta.»

«Ma se per via di qualche sortilegio il demonio si è impadronito del suo spirito, forse perchè questo cavaliere fisò con troppa imprudenza gli sguardi sopra costei, noi dobbiamo anzichè punirlo, compiangerlo; prescrivergli una penitenza che lo purifichi, che lo liberi dal suo traviamento, e rivolgere, il coltello della nostra indignazione sul maladetto strumento che per poco non fu cagione della sua totale rovina. Alzatevi dunque, voi tutti che avete cognizione de’ fatti accaduti, e testificate la verità, affinchè ci assicuriamo se la nostra giustizia possa riposare tranquilla [338]dopo la punizione di questa Infedele, o se ne sia d’uopo, con mortale ferita del nostro cuore, procedere ad espedienti più rigorosi contra un nostro fratello.»

Vennero chiamati molti testimonii per attestare i pericoli a’ quali Brian di Bois-Guilbert s’era commesso per sottrarre la giovane Ebrea all’incendio del castello, e i modi onde l’aveva indi protetta a rischio dei propri giorni. Tali particolarità furono narrate con tutta quella amplificazione, cui generalmente si abbandona lo spirito del volgo allorchè cadono indagini sopra straordinari avvenimenti, e questa inclinazione naturale di aggiugnere ebbe nuovo incitamento dall’aria di soddisfazione, cui nell’udire sì fatti racconti manifestava lo spettabile personaggio presidente di quell’assemblea. Quindi i pericoli superati da Bois-Guilbert, assai grandi per sè medesimi, ornati da que’ racconti divennero tali ch’uom ne potea campare in modo sol prodigioso. Le cure ch’ei si diede onde far salva Rebecca, divennero un affascinamento di cui non si trovava appena altro esempio; la docilità colla quale il cavaliere si prestava ad ogni detto dell’ebrea, quantunque ella non facesse altro che rimprocciarlo, si dipignea pure come cosa soprannaturale, attesa l’indole violenta ed altera del cavaliere.

Venne poscia eccitato il commendatore di Templestowe a descrivere il modo con cui Bois-Guilbert e l’ebrea erano giunti alla Commenda. Malvoisin avea preparata con molta arte la sua confessione. Circospetto nello scegliere quelle frasi che potessero ferir meno l’indole impetuosa dell’amico suo Bois-Guilbert, lasciò travedere, com’ei l’avesse creduto preso da temporaneo delirio, sola cagione che potea tenerlo sì fortemente avvinto nei lacci dell’amata ebrea. Poi con un sospiro di contrizione manifestò il proprio dolore per aver permesso ad una tal donna l’adito in quella santa dimora. «Ma» aggiunse ancora «ho già fatta la debita confessione al rispettabile Gran-Mastro. Egli sa che le mie intenzioni eran pure, e son pronto a sottomettermi a quella penitenza ch’ei giudicherà a proposito di comandarmi.»

«Ben parlaste, fratello Alberto» disse il Gran-Mastro; «rendo giustizia alle vostre intenzioni. Esse erano buone. Voi volevate rattenere nella sua carriera colpevole un vostro fratello. Pure la condotta che adoperaste è riprovevole. Voi vi siete comportato come uno che volendo arrestare un cavallo impetuoso, lo prendesse per le staffe anzichè per la briglia, a rischio di far danno a sè stesso senza aggiugnere il proprio scopo. Reciterete adunque per sei settimane, e due volte al giorno, le preci di cui il nostro pio fondatore ha prescritta la recitazione qual debito giornaliero ai Templarii, e in tutto questo tempo vi asterrete dal mangiar carne. Tale è la paterna penitenza che per affetto alla vostra anima crediam ben fatto il comandarvi.»

Il Commendatore con quella sua aria da ipocrita ed indicando la massima [339]sommessione fece un profondo inchino, e tornò alla sede che avea lasciata.

«Non sarebb’egli opportuno, o fratelli» soggiunse il Gran-Mastro «d’assumere alcune informazioni sulla vita precedente di questa donna, per iscoprire principalmente, se ella si è giovata d’incanti, di sortilegi o di talismani, poichè in questa sciagurata bisogna tutto ne trae a credere che il nostro fratello abbia ceduto alle inspirazioni di qualche angelo delle tenebre?»

Armando di Goodalrick, uno dei commendatori presenti all’adunata, antico guerriero coperto di cicatrici che attestavano quante ferite egli avea ricevute dai Mussulmani, ed uomo altamente apprezzato da’ suoi fratelli, surse in quell’istante, e salutò il Gran-Mastro in atto di chiedergli poter parlare, la qual permissione gli fu conceduta.

«Reverendissimo Gran-Mastro, mi piacerebbe udire dal nostro valoroso fratello Brian di Bois-Guilbert quai cose egli sappia rispondere a quanto ha ascoltato, e con qual occhio ei riguardi presentemente la sciagurata lega in cui è stretto con una ebrea.»

«Brian di Bois-Guilbert» sollevò la voce Beaumanoir «voi avete udita l’interrogazione del nostro fratello Armando di Goodalrick. V’intimo rispondere alla medesima.»

Bois-Guilbert volse, ma senza rispondere alcuna cosa, il suo volto verso il Gran-Mastro che gl’indirigeva la parola.

«Il demonio che lo possede è muto» sclamò Beaumanoir. «Ritirati o Satana. Parlate, Bois-Guilbert» soggiunse indi allungando verso lui il bastone «ve ne scongiuro a nome di questo santo simbolo del nostro Ordine.»

Bois-Guilbert fece uno sforzo a sè medesimo per nascondere i sensi di sprezzo e d’indignazione ond’era compreso, sprezzo e indignazione che ei sapea quanto gli sarebbe stato inutile manifestare. «Reverendo Gran-Mastro» ei gli disse «Bois-Guilbert sdegna rispondere ad incolpazioni così vaghe e prive di fondamento. Se v’è chi osi intaccarlo nell’onore, ei saprà difendere questa sua proprietà brandendo la lancia, e collo stesso coraggio posto nel combattere gl’Infedeli.»

«Noi vi perdoniamo, fratello Brian» soggiunse il Gran-Mastro; «gloriarvi in tal modo delle vostre imprese dinanzi a noi è un nuovo fallo, di cui diamo soltanto la colpa al nemico del genere umano che si è impadronito di voi. Noi vi perdoniamo, il ripeto, perchè non siete voi che parlate, bensì il demonio che parla per bocca vostra. Ma coll’aiuto di Dio lo atterreremo, e lo costringeremo a fuggire nel regno suo delle tenebre.»

Bois-Guilbert lasciò sfuggire un’occhiata di disdegno indiritta a Luca di Beaumanoir, ma nondimeno rimase in silenzio.

«Ora» disse il Gran-Mastro «poichè non possiamo sperare migliore [340]risposta all’interrogazione mossa dal nostro fratello di Goodalrick, procederemo oltre nelle nostre indagini, e coll’aiuto del Cielo leggeremo fino in fondo tal mistero d’iniquità. Si alzino e compaiano al nostro cospetto tutti coloro che hanno qualche contezza sulla vita e sulla condotta di questa ebrea.»

Dopo tai detti si manifestò qualche agitazione in quella parte di sala ove stavasi il pubblico, e avendone chiesto il motivo, Beaumanoir seppe trovarvisi un paralitico, a cui l’ebrea aveva ridonato l’uso delle sue membra col soccorso d’un balsamo portentoso.

Era questi un contadino d’origine sassone, che non si curava nè poco nè assai di comparire a quel tribunale, temendo anzi gli si facesse un delitto d’essere stato guarito da un’ebrea; benchè per vero non potesse dirsi guarigione compiuta quella che l’obbligava tuttavia a valersi delle stampelle. Ei fece di mala voglia la sua notificazione, e quasi era d’uopo cavargli ad una ad una le parole di bocca. Nondimeno confessò come due anni addietro essendo la sua dimora a York, ove prestava opera di falegname ad Isacco, lo prendesse una paralisia, ostinata contra tutti i rimedii, e come quelli somministrati a lui da Rebecca, e singolarmente un balsamo prodigioso, gli avessero restituito in parte l’uso delle sue membra. Aggiunse non essere molti giorni che la stessa Rebecca lo avea nuovamente provveduto di tale balsamo, facendogli dono ad un tempo di una moneta d’oro per agevolargli i modi di condursi a vedere i suoi congiunti dimoranti presso Templestowe.

«E col beneplacito della graziosa Reverenza vostra» continuò il paralitico «non credo che questa giovane m’abbia voluto male, perchè ogni qual volta mi sono valso del suo rimedio, ho fatto prima il segno del cristiano e recitato un pater e un avemmaria, nè ciò gli ha diminuita efficacia.»

«Zitto là, uomo servo» disse il Gran-Mastro. «A te ben si spetta, a te che, il confessi tu stesso, vendevi il tuo lavoro ad una maladetta genia, il vantar cure dovute unicamente a forza d’inferno. Io ti fo noto, che lo spirito d’abisso ha il potere di mandare infermità a fine poi di guarirle egli stesso, e così mettere in fama alcune pratiche infernali. Hai teco il balsamo di cui favelli?»

Il contadino si frugò con apparentissimo contraggenio per entro le scarselle, e ne trasse un’ampolla, sul coperchio della quale stavano impressi alcuni caratteri ebraici, segno manifesto per la maggior parte di quegli spettatori, che il rimedio usciva dall’officina del diavolo. Luca di Beaumanoir ordinò gli fosse trasmessa l’ampolla, e le fece il segno della croce innanzi toccarla. Poi sendo a lui note pressochè tutte le lingue che si parlavano nell’Oriente, gli fu agevole cosa il leggere l’iscrizione postavi sopra: Vinse il leone della tribù di Giuda.

«Mirate la strana possanza di Belzebù!» sclamò egli «che ha forza [341]di cambiare in bestemmie i testi delle sacre carte, e in veleni le cose che dovrebbero essere il giornaliero nudrimento dell’anime. Avvi tra noi qualche medico per dirne di quali ingredienti è composto un tal balsamo misterioso?»

Ebbene vi obbedirò da me stessa. pag. 342.

Allora si fecero innanzi due uomini, che medici s’intitolavano. Un d’essi era un frate, l’altro il barbier del villaggio. Esaminatasi da costoro l’ampolla, si protestarono inabili ad indicare le cose che quel balsamo racchiudea; uscirne per altro un odore di mirra e di canfora, sostanza che l’ignoranza loro qualificò di erbe orientali. Poi con quella malignità che la ciarlataneria non risparmia a danno di chiunque ottenga buoni successi nella facoltà medica, senza esserle ascritto legalmente, diedero a comprendere come, non conoscendosi da essi la natura di un tal balsamo, sol per opera magica poteva essere fabbricato, giacchè erano, così dicean, versatissimi in ciascun ramo dell’arte professata, fin dove il sapere era conciliabile colla coscienza d’un cristiano.

Terminatasi questa medica discussione, il contadino chiese umilmente gli venisse restituito il balsamo statogli così salutare.

«Qual è il tuo nome, o furfante?» gli domandò aggrottando le sopracciglia il Gran-Mastro.

«Higg, figlio di Snell» rispose quel contadino.

«Ebbene, Higg, figlio di Snell, sappi da me essere miglior cosa il rimanere paralitico tutta la vita, che dovere la propria salute ai soccorsi degl’Infedeli, i quali ebbero solamente dal demonio il potere di dire: alzati e cammina. Egli è anche miglior cosa privar costoro a viva forza de’ loro tesori, che accettarne benevolenza e doni, o mettersi al lor salario. Ritirati e profitta della lezione.»

«Mi spiace, con sopportazione della Reverenza vostra, che l’insegnamento vien tardi per me» rispose il contadino «perchè non son più buono a far nulla, ma potrò ben additare ai miei due fratelli, servitori in casa del ricco rabbino Nathan-Ben-Samuel, il precetto di vostra Grandezza, e spiegar loro come sia cosa più conforme alle leggi l’assassinare che il servire con fedeltà i propri padroni.»

«Si faccia ritirar tosto questo sciagurato chiacchierone» sclamò il Templario; non aspettandosi mai di udire tal conseguenza dedotta dalle sue massime.

Higg, figliuolo di Snell, appoggiato alle sue stampelle si mischiò tosto alla folla. Prendendo però molta parte al destino della sua benefattrice, e sollecito d’ascoltare come si conchiudea, rimase nella sala, a rischio di scontrarsi un’altra volta nel guardo burbero del terribile giudice, di cui lo facea fremere la sola presenza.

Il Gran-Mastro ordinò allora che si levasse il velo Rebecca, la quale schiudendo le labbra per la prima volta, rispose timidamente, ma con dignità, che le figlie d’Israele non avevano l’uso di scoprire al cospetto del pubblico il volto. Tal modesta risposta, e il tuono timido di [342]voce dal quale fu accompagnata, commossero a favore di lei tutto quell’uditorio. Il solo Beaumanoir, credendosi dalla coscienza obbligato a reprimere qualsivoglia moto d’umanità, capace di raffreddare il suo zelo nell’eseguir cosa da lui riguardata siccome debito, reiterò il comando; laonde una di quelle guardie fe’ l’atto di strappare il velo alla giovane Israelita. Ma questa, alzatasi immantinente, s’indirisse al Gran-Mastro e ai cavalieri che le stavano attorno «Per l’amore delle figlie vostre!» sclamò…. «Ah! io dimenticava che non ne avete. Dunque, per quella tenera ricordanza, che serberete almeno delle vostre madri, delle vostre sorelle, deh! vi supplico, non sofferite che un uomo alla presenza vostra commetta la mano sopra un’infelice donzella! Voi siete gli anziani del vostro popolo. Ebbene! vi obbedirò da me stessa.»

Sì fatti accenti vennero pronunziati con tal espressione di rassegnazione e dolore che quasi ne intenerì persino il cuore di Beaumanoir. Nel medesimo tempo sollevando essa il velo lasciò veder quel suo volto cui invermigliava il pudore, e dignitoso a malgrado dello spavento onde era compresa. L’avvenenza di lei eccitò un bisbiglio mosso da ammirazione, e quei giovani cavalieri, l’un l’altro guardandosi, sembravano dirsi cogli occhi esser que’ vezzi il possentissimo sortilegio da cui fu vinto il cuore del loro fratello. Ma Higg, figliuolo di Snell, fu quell’unico che l’aspetto della sua benefattrice costrinse a rompere a suo malgrado il silenzio: «Lasciatemi uscire» gridò questi agli armigeri che custodivano la porta; «il sol vederla mi ucciderebbe…. Non sono io nel novero de’ suoi carnefici?»

«Non ti angosciare, buona persona» disse la giovane che intese tale esclamazione. «Tu non hai potuto nuocermi col dire la verità, nè il tuo affannarti mi giova. Taci, o ritirati.»

Le guardie stavano per mettere Higg fuor della porta, temendo che ei turbasse una seconda volta quell’assemblea, della qual colpa potea sovr’esse ricadere la punizione; ma questi, cambiando d’avviso, promise loro di serbare il silenzio, onde gli concedettero che rimanesse.

Vennero allora chiamati a comparire que’ due armigeri, de’ quali Alberto di Malvoisin avea favellato a Montfichet. Benchè costoro fossero malvagi indurati nella perversità, la vista di colei che stava per essere la loro vittima, l’avvenenza della medesima, la sua fisonomia nobile e commovente, li tennero come perplessi un istante. Ma un severo guardo di Malvoisin rendè a questi la feroce loro intrepidezza; laonde, con tal ordine che avrebbe eccitato sospetto in tutt’altri giudici non parziali, enumerarono le particolarità de’ fatti falsificati a danno della rea convenuta; o se anche erano indifferenti per sè medesimi, sotto aspetto d’indifferenti non li presentavan costoro, e gli accompagnavano di sinistri commentarii, da’ quali chiara appariva la perfidia di queste attestazioni, che i criminalisti de’ nostri giorni avrebbero divise in due classi, una di fatti inconcludenti, l’altra di fatti fisicamente impossibili. Ma in tale secolo d’ignoranza [343]e di superstizione, sì gli uni che gli altri fatti erano assunti siccome prove di delitto. Del genere degl’inconcludenti sarebbero stati gli asserti di avere più volte intesa Rebecca parlare una lingua sconosciuta a chi l’ascoltava, e udita, intonar canzoni, di cui non si comprendevano le parole, e che nullameno allettavano l’orecchio, e faceano impressione nel cuore; d’aver ella talvolta mosse interrogazioni a sè medesima, come aspettandone la risposta. Di tal natura erano parimente le considerazioni fatte sugli arredi di lei, foggiati diversamente da quelli che le donne inglesi di buona fama vestivano, e sulle linee cabalistiche e i caratteri ignoti o improntati sugli anelli ch’ella aveva alle dita, o ricamati sul velo onde coprivasi.

Tai circostanze cotanto naturali e comuni vennero ascoltate gravemente siccome prove, o almeno siccome forti presunzioni della corrispondenza che Rebecca mantenea colle potenze d’abisso.

Ma uno di cotesti armigeri portò una attestazione più diretta, e che quantunque affatto fuor del possibile fu creduta dalla maggior parte di quella assemblea, ove il numero degli stupidi prevaleva ancora a quello degli scellerati. Costui pertanto attestò di avere veduta una maravigliosa cura operata da Rebecca sopra un uom ferito nel castello di Torquilstone. «Dopo i segni» narrava l’armigero «fatti dalla maga sulla ferita, dopo certe parole misteriose da essa pronunziate, e da me non intese per la grazia di Dio» il perfido narrator soggiugnea «il ferro della freccia uscì della piaga, che, fermato il sangue, immantinente si chiuse. Un’ora dopo, questo ferito era con me su i baluardi e m’aiutava a lanciar pietre sugli assedianti.» La qual favola si fondava forse sul fatto vero delle cure che nel castello di Torquilstone prestò ad Ivanhoe Rebecca. Tanto più era difficile cosa il convincere di falsità questo guadagnato armigero, che costui per convalidare d’una prova materiale le verbali testimonianze, si trasse di saccoccia un ferro di freccia, affermando essere quell’istesso che portentosamente uscì della ferita.

Il collega di costui, stando di guardia sopra una torre, avea potuto vedere la scena accaduta fra Bois-Guilbert e Rebecca, allorquando ella fu in procinto di lanciarsi dal pianerottolo che sporgea fuori della finestra di quella stanza ove l’infelice era stata rinchiusa. Non volendo costui star di sotto al suo camerata, attestò avere veduta Rebecca farsi all’orlo del pianerottolo, trasformarsi in cigno d’un candore che abbarbagliava la vista, svolazzare per tre volte attorno alla gran torre di Torquilstone, poi tornare sulla stessa finestra e riassumere la forma sua primitiva.

Una metà di prove sì rilevanti sarebbe stata oltre l’uopo a chiarire fattucchiera una vecchia povera e brutta, quand’anche non ebrea. Ma questa fatal circostanza congiunta a un tanto cumulo di accuse rendea inutili schermi contra l’impressione che queste produssero la stessa avvenenza e gioventù di Rebecca.

Il Gran-Mastro dopo avere raccolti i suffragi chiese in solenne tuono [344]a Rebecca, se ella avesse veruna cosa da addurre contra la sentenza di condanna ch’egli stava per profferire.

«L’invocare la vostra pietà» disse l’avvenente Israelita con tremante voce che indicava l’agitazion del suo animo «sarebbe un soccorso inutile quanto abbietto ai miei occhi; il dirvi, che l’aver cura de’ feriti e degl’infermi, quantunque di fede diversa, non può spiacere al comun fondatore e della vostra e della mia religione, non mi gioverebbe di più; l’accertarvi, che sono per la maggior parte imposture le cose contra me asserite da cotesti due uomini, ai quali possa Dio perdonare, avventurerebbe le mie parole a non essere credute da voi, i quali giudicate possibili i prodigi ch’essi narrarono. Nè maggior vantaggio spererei dal farvi presente, che le mie consuetudini, la mia lingua, le mie vesti son quelle del popolo a cui appartengo. Nemmeno cercherò discolparmi col pregiudizio del mio oppressore, che sta qui ascoltando le calunniose finzioni, onde sembra vogliasi trasformare in vittima chi fu il mio tiranno. Tra lui e me sia giudice Iddio! Egli è della vostra fede, e il menomo accento pronunziato da lui otterrebbe da voi più fiducia di quante proteste le più solenni potesse mettere una misera Ebrea. Quindi non ritorcerò contr’esso l’accusa mossa a mio danno. Ma egli è a voi, sì, gli è a voi, Brian di Bois-Guilbert, che io mi appello; eccito voi a chiarire, se le colpe appostemi sien calunniose e fallaci.»

Tacque ella un istante, e tutti gli occhi si conversero sopra Bois-Guilbert, che tuttavia manteneva il silenzio.

«Parlate» ella continuò «se voi siete uomo, se voi siete cristiano. Io ve ne supplico per l’abito che portate; pel nome famoso de’ vostri maggiori; per l’ordine cavalleresco di cui andate fregiato, per l’onore della madre vostra; parlate; dite. Son io colpevole de’ delitti che mi vengono imputati?»

«Rispondetele, o mio fratello» disse Beaumanoir «se però il nemico infernale, contra cui vi veggio lottare, ve ne lascia la facoltà.»

E per vero dire, Bois-Guilbert era sì fattamente agitato dai diversi affetti che gli facean guerra nell’animo, da poter credersi anche all’aspetto della sua fisonomia, che una forza soprannaturale lo traesse allo stato convulsivo in cui si vedeva. Girando attorno gli occhi in ispaventevole modo, sclamò finalmente con sorda voce, e volgendo un guardo a Rebecca: «La carta! la carta!»

«Ecco, ecco» disse Beaumanoir «una nuova prova. La vittima dei sortilegi di questa sciagurata Ebrea non può ad onta d’ogni sforzo pronunziar altre voci che la carta. Il vedo; la fatal carta, su di cui senza dubbio costei ha scritte le parole cabalistiche nelle quali sta tutto l’incanto, e che lo costringono in questo punto al silenzio.»

Ma Rebecca interpretò in altro modo le parole che pareano veramente strappate di bocca a Bois-Guilbert; e in quell’istante si ricordò del pezzetto [345]di carta postole tra le mani all’atto di entrar nella sala, e da lei conservato sino a quella ora; onde mandò sovra di esso e di soppiatto uno sguardo, e vi lesse scritto in caratteri arabi: Chiedete il combattimento e un campione. La specie di bisbiglio che la risposta di Bois-Guilbert avea mosso nell’assemblea, ove ciascuno sul significato da attribuirsi a tale risposta consigliava col suo vicino, agevolò a Rebecca i modi e di leggere il biglietto e di lacerarlo dopo letto senza che alcuno se ne avvedesse.

Tornato a regnare il silenzio: «Rebecca» le disse il Gran-Mastro «tu vedi che non puoi trarre alcun vantaggio dalle risposte di questo sfortunato cavaliere. L’avversario che lo tormenta è più forte di lui. Hai tu null’altro da dire?»

«Sì» rispose Rebecca «le medesime vostre leggi m’offrono un’altra prova onde salvar la mia vita. Questa è ben misera, almeno da poco in qua; nondimeno ella è un dono di Dio, e non debbo sprezzarla. Userò di tutti i modi ch’ei mi concede a difenderla. Io sono innocente. Calunniosa è l’accusa portata sopra di me. Chiedo provarla tale per via di un combattimento giudiziario e di un campione.»

«E chi vorrà» riprese a dire Beaumanoir «alzar la sua lancia per una strega, per un’Ebrea?»

«Dio mi farà sorgere un difensore. Ella è cosa impossibile che nell’Inghilterra, in questa contrada, ove soggiornano tanti uomini generosi, prodi ed umani, uno non se ne trovi, il quale voglia combattere per l’innocenza e per la giustizia. Ma a me basta il chieder la prova del combattimento giudiziario. Eccone il pegno.»

Dette tai cose, e toltosi uno de’ suoi guanti ricamati lo gettò dinanzi al Gran-Mastro con tal aria di modestia e di dignità, che fe’ ammirata in uno e sorpresa tutta quell’adunanza.

[346]

CAPITOLO XXXVII.
»Della disfida ecco il segnal: se ardito

»V’ha tra voi per raccorlo, in pensier volga

»Qual nemico potria vedersi a petto.

Shakspeare.

Persino Luca di Beaumanoir fu commosso dal modo pieno di grazia e di nobiltà, onde Rebecca ricorse a quest’ultima appellazione. Per natura non era egli crudele, nè tampoco sarebbe stato severo, se il suo cuore, serbatosi peregrino alle soavi passioni, non avesse acquistato a grado a grado inflessibil durezza dalla vita ascetica professata, dalla consuetudine delle pugne, dalla coscienza del supremo potere in lui concentrato, e finalmente dalla supposta necessità di sradicare l’eresia e di soggiogar gli Infedeli, la qual cosa ei riguardava come supremo dovere. I suoi lineamenti perdettero alcun poco dell’ordinaria austerità, in fisando gli sguardi sull’amabile creatura, che sola, priva di soccorritori e d’amici con tanto coraggio e nobiltà da sè medesima si difendea. Fece per tre volte il segno della croce, temendo senza dubbio che la nuova commozione cui soggiacea l’animo suo, di tempera per solito più dura dell’acciaio della sua spada, fosse ella pure l’opera di qualche sortilegio.

«Giovinetta» finalmente le disse «se la pietà che tu m’inspiri è cagionata da qualche pratica di magia alla quale tu abbia avuto ricorso, grand’è il tuo delitto, ma più mi giova il credere tale pietà un sentimento naturale al mio cuore, che è addolorato in veggendo come una creatura fornita di tanti esterni doni sia divenuta un vaso di perdizione. Confessa le tue colpe, o mia figlia; pentiti, abbiura i tuoi errori; abbraccia la nostra santa fede, di cui questo bastone porta l’emblema, e puoi ancora essere felice in questo mondo, come nell’altro. Collocata in qualche casa religiosa d’un ordine de’ più austeri, ti rimarrà tempo ad orare ed a far penitenza. A tai patti ricevi la vita. Quai vantaggi ritraesti dalla legge di Mosè ad ostinarti a morire per essa?»

«Ella è la legge de’ miei padri» Rebecca rispose: «fu data sulla cima del Sinai in mezzo a’ tuoni ed ai lampi, e lo credete voi medesimi, se pure siete cristiani. Voi dite che una tal legge fu ritrattata; e ciò è quanto non m’hanno insegnato a credere ancora.»

«Si chiami il nostro cappellano» disse Beaumanoir «e ch’egli spieghi a questa Infedele ostinata….»

«Perdonatemi se v’interrompo. Io non sono che una giovane inesperta, e incapace di argomentare sulla verità della mia religione; ben so morire per essa, se tale è il volere di Dio. Permettetemi di domandarvi se accettate la mia istanza per ottenere il combattimento giudiziario.»

[347]
«Mi si trasmetta il suo guanto» disse allora Beaumanoir. «Gli è un pegno ben debole, ben leggiero» soggiunse egli nell’esaminarlo «per una domanda sì rilevante quant’è quella d’un combattimento all’ultimo sangue. Considera bene questo guanto, o mia figlia, e fanne confronto colle manopole che coprono le nostre mani; e tal differenza passa appunto fra la tua causa e quella del Tempio. Pensa essere il nostro Ordine che tu disfidi.»

«Mettete nella bilancia la mia innocenza» rispose Rebecca «e il guanto di seta farà sollevare il piattello che conterrà la manopola di ferro.»

«Tu persisti adunque nel rifiuto di confessare le tue colpe, e nella audace disfida da te promossa?»

«Vi persisto, nobil signore.»

«Ebbene, sia fatto a norma dell’inchiesta, e il giudizio di Dio provi qual sia la buona causa.»

«Amen!» risposero i commendatori collocati presso il Gran-Mastro.

«Amen!» ripeterono i cavalieri e tutta quell’adunanza.

«Miei fratelli» disse Beaumanoir «vi è noto come potremmo ricusare a cotesta donna il privilegio del combattimento giudiziario. Ma, benchè ebrea e infetta di magia, ella è straniera e priva d’altra difesa. Implora il benefizio delle salutari nostre leggi. Non sia mai che glielo neghiamo. Per altra parte, quantunque ci siam consacrati allo stato religioso, non perdemmo quindi l’essere nostro di cavalieri e soldati, e arrossiremmo di ricusarle tal prova qualunque ne fosse il pretesto. Udite pertanto, fratelli miei, lo stato di tale bisogna. Rebecca, figlia di Isacco, ebrea di religione, che una moltitudine di circostanze più che sospette accusa d’avere operati sortilegi sopra la persona d’un nobile cavaliere del nostro sant’Ordine, domanda il combattimento per fare prova di sua innocenza. A chi giudicate voi debba consegnarsi il pegno della battaglia, nominandolo nostro campione?»

«A Brian di Bois-Guilbert» disse tosto il commendatore di Goodalrick. «A lui particolarmente un tale affare si aspetta, ed egli ne conosce la giustizia meglio di ognuno.»

«Ma il nostro fratello Brian vive ora sotto l’influenza d’un sortilegio. Ciò vi facciamo osservare per un riguardo di prudenza; non già che trovisi in tutto l’Ordine un braccio cui più di buon grado volessimo affidare la difesa dell’Ordine stesso.»

«Reverendo Gran-Mastro» il Commendatore riprese a dire «vi debbe esser noto non trovarsi malefizio assai forte per prevalere sopra un campione allorquando si offre ad un cimento che è giudizio di Dio.»

«A tal ragione mi arrendo» soggiunse Beaumanoir. «Alberto di Malvoisin, rimettete a Brian di Bois-Guilbert il pegno della battaglia. Fratello Brian, noi vi esortiamo a combattere col vostro coraggio, e a non dubitare del trionfo della buona causa. Rebecca, ti concediamo tre [348]giorni, incominciando da questo, onde tu possa provvederti d’un campione.»

«Ben è breve sì fatto indugio, onde una straniera, una donna di religione diversa dalla vostra, possa sperare di rinvenire un uomo che voglia cimentare per essa il proprio onore e la vita.»

«Non ne è lecito prolungarlo» rispose il Gran-Mastro. «Il combattimento dee seguire alla nostra presenza, e possenti motivi nel quarto giorno ne chiamano altrove.»

«Sia fatta la volontà di Dio!» rispose Rebecca. «Pongo ogni mia fiducia in quel solo che può in un punto operare più cose di quante ne possa l’uomo nel durare d’una eternità.»

«Non v’ha obbiezione contra un tal detto» soggiunse Beaumanoir «ma noi sappiamo chi è colui che può talora vestir le sembianze d’angelo di luce. Non resta più che a deliberare sul luogo della pugna, e del supplizio, se questo dovrà accadere. Ove è il commendatore Malvoisin?»

Malvoisin stavasi presso a Bois-Guilbert, tenendo tuttavia fra le mani il guanto di Rebecca, e parlandogli sommessamente, ma con voce animata.

«Ricuserebbe egli il pegno della battaglia?» chiese in tuono severo il Gran-Mastro.

«No, reverendo Gran-Mastro,» rispose Malvoisin, sollecito di nascondere il guanto sotto al mantello; «egli accetta. Quanto al luogo della lizza, io vi propongo il campo di san Giorgio, pertenente alla commenda, e ove siam soliti condurci ad armeggiare.»

«Ottimamente» disse il Gran-Mastro. «Rebecca, gli è in campo chiuso che dovrai presentare il tuo campione; e s’ei non riporta vittoria, se niuno si presenta a combattere in tua difesa, tu perirai della morte serbata alle fattucchiere, perchè tale è la nostra sentenza. Che questo giudizio venga registrato ne’ nostri archivi, e se ne faccia pubblica lettura, onde nessuno possa allegare eccezion d’ignoranza.»

Uno de’ cappellani, che adempiea ufizio di notaro, scrisse tale giudizio, sopra un grosso registro in foglio, ove si soleano trascrivere gli atti capitolari del Tempio, e poi ch’ebbe terminato, uno de’ suoi colleghi ne fece lettura ad alta ed intelligibile voce.

«Dio soccorra la buona causa!» disse il Gran-Mastro terminata che fu la lettura medesima.

«Amen!» rispose tutta quell’assemblea. Rebecca serbò il silenzio, sollevò gli occhi al cielo, ed incrocicchiate le braccia sul petto, rimase un istante in tal atto. Poi, voltasi modestamente al Gran-Mastro, gli rimostrò come fosse d’uopo il permetterle di porsi in corrispondenza coi propri amici a fine d’instruirli dello stato in cui si trovava, e di procacciarsi meglio un campione che la causa di lei difendesse.

«È giustissima si fatta inchiesta» Beaumanoir le rispose. «Scegli il [349]messo che più t’aggrada, e gli sarà libero l’ingresso alla stanza della tua prigione.»

«Avvi alcuno tra voi» disse Rebecca volgendosi all’uditorio «che mosso da amor di giustizia, o dalla speranza di una larga ricompensa, voglia prestar tal servigio ad una giovane innocente altrettanto quant’è sventurata?»

Niuno rispose, perchè non trovavasi chi ardisse alla presenza del Gran-Mastro esternare premura per un’ebrea dallo stesso Gran-Mastro condannata siccome strega, e mettersi così a rischio di venir sospettato partigiano del giudaismo o della negromanzia. Quindi nè la pietà, nè l’adescamento medesimo d’una ricompensa ebbero forza bastante a vincere un tale timore.

Rebecca rimase alcuni istanti in uno stato d’inquietezza, che sarebbe impossibile cosa il descrivere. «E il crederò a me medesima?» ella esclamava «ed è sul suolo inglese ch’io mi vedo priva di quella debole speranza di salvezza, su cui mi era lecito ancora fondarmi, e ciò per non esservi chi si presti ad un atto caritatevole che non verrebbe negato a qualsivoglia reo anche il più abbietto?»

«Io non posso camminare che reggendomi alle stampelle» sclamò Higg, figliuolo di Snell «ma se movo alcun poco le gambe, a voi sola ne ho l’obbligazione. Quindi adempirò io le vostre commissioni quanto meglio mi verrà fatto. Oh! piaccia a Dio che i miei piedi possano ammendare le colpe della mia lingua! Me infelice! quando ebbi la sfortuna di render giustizia alla vostra carità, non m’immaginai certamente che v’avrei posta in pericolo.»

«Dio ordina a suo grado le cose» rispose Rebecca. «Fra le sue mani lo strumento il più debole può bastare a rompere i ferri della nostra cattività; e sol ch’ei vuole la lumaca ne diviene messaggero agile quanto il falcone.»

Sopra un pezzo di pergamena che uno de’ cappellani le porse per ordine del Gran-Mastro, ella scrisse diverse righe in ebraico. «Cerca Isacco d’York» diss’ella ad Higg, «e consegnagli questo biglietto. Eccoti il danaro onde tu possa noleggiare un cavallo e pagar le tue spese. Non saprei dire se tal presentimento mi derivi dal cielo, ma spero non morire della morte che a me si crede serbata. Il giusto Iddio susciterà un difensore a mio scampo. Addio, pensa che la mia vita dipende dalla tua sollecitudine.»

Molti spettatori cercarono stogliere Higg dal toccar solamente un biglietto scritto in caratteri cabalistici, ma egli rimase fermo in volere render servigio alla propria benefattrice. «Ella sanò il mio corpo» loro dicea «nè so persuadermi che sia mente di lei mettere in rischio l’anima mia.»

Dette le quali cose uscì tosto di Templestowe.

«Mi farò prestare il cavallo del mio vicino Buthan» meditava egli nel riprendere la via del proprio villaggio «e con questa cavalcatura, e aiutato dalla grazia di Dio, giugnerò sollecito a York.»

Per una fortunata combinazione non gli fu d’uopo di far tanto viaggio. [350]Non si era scostato che d’un quarto di miglio dalla Commenda, allorquando s’accorse di due uomini a cavallo, che ai loro gialli berrettoni ravvisò per ebrei; ed anzi giunto più vicino ai medesimi vide che l’un di essi era lo stesso Isacco, l’altro il rabbino Ben-Samuel. Questi facean la ronda attorno del castello di Templestowe, ma non osavano entrarvi per essere stato detto loro, che in quel tempo il Gran-Mastro s’interteneva a processare una strega.

«Fratello Ben-Samuel» all’altro diceva Isacco «la mia anima è inquieta, nè senza cagione. L’accusa di negromanzia è uno fra i pretesti di cui spesse volte si valgono i nostri persecutori.»

«Calmatevi, fratello» rispondeva Nathan; «voi siete ricco abbastanza per non temere i Nazareni. Tutto si ridurrà a spendere, un po’ più, un po’ men di danaro. Il danaro ha sovr’essi tanta virtù, quanta ne avea su i cattivi spiriti l’anello di Salomone. Ma chi è questo povero sgraziato che s’avanza ver noi reggendosi alle stampelle? Sembra ci voglia parlare. Amico» diss’egli ad Higg «hai tu bisogno de’ soccorsi dell’arte mia? non te li ricuso, ma avverti questo: non darei un aspro ad un che io trovi accattando sulla strada maestra. Non ti servono più le tue gambe? Capisco bene che non potresti far nè il corriere, nè il pastore, nè il soldato: ma a quanto mi sembra hai buone braccia, e vi sono altri mestieri ne’ quali avresti modo…. In somma, fratello, che male avete?»

Nel durare di tale arringa Isacco avea preso il biglietto presentatogli da Higg, e appena postivi gli occhi sopra cambiò di colore, mise un profondo gemito e stramazzò da cavallo, rimanendo per qualche istante fuori di sentimento.

Della qual cosa turbato il rabbino saltò di sella, e dopo avere fatto fiutare un elissire che portava seco al compagno, diede mano agli strumenti di chirurgia cui parimente professava, accingendosi a trargli sangue, allorchè Isacco rinvenne. Qual fu la maraviglia di Nathan in veggendolo gettar lunge da sè il berrettone e spargere di polve i suoi grigi capelli! Lo credè assalito da un’impeto di vertigine; laonde, non declinando dalla prima intenzione, riprese in mano i suoi strumenti. Ma Isacco non tardò a fargli manifesta la vera origine di quel suo stato.

«Figlia del dolore!» esclamò «Ti doveva essere imposto il nome di Benoni, e non di Rebecca. Possa la mia morte preceder la tua, affinchè io non mi tragga a maledire il creatore e perder l’anima mia!»

«Che osate voi dire, o fratello?» sclamò il rabbino. «E un figlio d’Israele può favellare in tal guisa? Qual cosa dunque è accaduta a vostra figlia? Io spero ch’ella non sia ancor tolta dal novero dei viventi.»

«Ella vive» rispose Isacco «ma come Daniele nella fossa de’ leoni, come i tre fanciulli nella fornace. Ella è prigioniera de’ figli di Belial, che stanno per compiere sovr’essa gli atti di lor crudeltà, sordi a qualunque voce di compassione per la sua innocenza, per la sua giovinezza. Ella era [351]sul canuto mio crine una corona di palme, eccola appassita in una notte come la zucca di Giona. Figlia dell’amor mio! conforto di mia vecchiezza! solo rampollo della mia amata Rachele! le tenebre della morte già ti circondano!»

«Però quali cose si contengono in questo scritto? non indica forse quanto può farsi per liberarla?»

«Leggete, fratel mio, leggete, perchè i miei occhi sono appannati dalle lagrime.»

Presosi dal rabbino il biglietto di Rebecca, lesse le note scritte in ebraico, delle quali sì era il tenore:

— Ad Isacco, figlio d’Adonikam, nomato dai gentili Isacco d’York.
Che le benedizioni della Terra Promessa crescano sopra di lui.

Padre Mio,

— Son condannata a morte per un delitto che nemmeno conosco, per delitto di negromanzia. Se nel termine di tre giorni, incominciando da questo, si può rinvenire un uom valoroso, atto, giusta gli usi de’ Nazareni, a difendere nel campo di san Giorgio la mia causa con lancia e spada, Dio forse gli darà forza bastante per far trionfare l’innocenza, sfornita ora di tutt’altro soccorso. Ma nessuno si trova, le giovani figlie della tribù d’Israele possono fin d’ora piangere sul mio destino, come su quello d’un fiore abbattuto dalla falce del mietitore. Cercate quindi soccorso ovunque crediate di poterne trovare. Un guerriero nazareno, Wilfrid figlio di Cedric, detto Ivanhoe dagli Infedeli, acconsentirebbe, cred’io, a prender l’armi in mia difesa; ma non lo giudico ancora in essere di sopportare il peso della sua armatura. Ciò nullameno, padre mio, fatelo istrutto dello stato a cui sono ridotta. Egli fu nostro compagno di schiavitù. Forse gli riuscirà trovarmi un campione. E dite ancora a questo Wilfrid, figlio di Cedric, che Rebecca, sia ch’ella viva, sia ch’ella perisca, morirà innocente del delitto cui l’hanno incolpata. Se è volontà di Dio che voi rimaniate privo di vostra figlia, deh! non soggiornate più lungo tempo in questa terra di sangue, ritiratevi a Cordova, nella quale città il fratel vostro vive all’ombra di quel trono occupato dal Saracino Boabdil; poichè i Mori non sono verso la schiatta di Giacob più crudeli di quel che il sono i Nazareni dell’Inghilterra. —

Isacco ascoltò con molta calma la lettura di questa lettera; ma allorquando fu terminata, tornò a prorompere nei primi atti di dolore co’ modi soliti agli Orientali, gettando polve sul proprio capo, e lacerandosi le vestimenta: «Mia figlia, mia Rebecca, carne della mia carne, ossa delle mie ossa!»

«Fatevi coraggio» gli disse il rabbino. «Col darsi in preda al dolore non si rimedia a nulla. Cignetevi le reni e correte in traccia di Wilfrid, figlio di Cedric. Forse ne avrete consigli o anche soccorsi. Egli è l’uomo favorito di Riccardo Cuor-di-Leone, che una voce diffusa per ogni [352]dove fa reduce in mezzo a noi. Forse potrà ottenerne un decreto che impedisca a cotesti uomini sanguinolenti, vero disonore del Tempio da cui prendon nome, il mandare ad effetto un giudizio sì barbaro.»

«Andrò dunque in cerca di questo Ivanhoe, del bravo giovane, che, lo so io, ha compassione anche de’ poveri esuli della terra di Giacob. Ma il male è che non è ancora in istato di addossare le proprie armi, nè vedo altro cristiano che possa voler combattere per una figlia di Sion.»

«Voi parlate siccome uomo che non conosce bene i Gentili. A furia d’oro comprerete il loro valore, a furia d’oro comprerete a voi sicurezza. Confortatevi, nè ora pensate ad altro che a raggiugnere questo Wilfrid d’Ivanhoe. Per parte mia corro io parimente ad adoperarmi a pro vostro, perchè sarebbe grave colpa il non soccorrere un proprio fratello oppresso da tanta calamità. Mi trasferisco a York, ove molta mano di guerrieri è assembrata: possibile che fra di loro uno almen non ne trovi, il quale si assuma incarico di difendere vostra figlia? Perchè l’oro è il dio di costoro, e per l’oro ingaggerebbero la loro vita, come fanno de’ propri averi… Ma voi, mio fratello, vi addosserete qualsivoglia obbligo ch’io potrò a nome vostro incontrare?»

«Sì certamente, e benedico Iddio che mi ha mandato un tale consolatore, un tale sostegno nelle sciagure… Però badate di non conceder loro, ad un tratto quel che domandano; abbiate a cuore i miei interessi. Taluno di questi maladetti nazareni è capace di venir fuori con pretensioni di marchi d’oro, poi contentarsi di sole once… In somma, fate il meglio che potete, perchè io son disperato. Di che mi gioverebbe tutto il mio oro dopo che avessi perduta mia figlia?»

«Addio» disse Nathan «gli è tempo di operare. Possa far ritorno nel vostro cuore la pace!»

Si abbracciarono essi, e ciascuno s’avviò per diversa strada.

Higg, figlio di Snell, rimase presso i medesimi tutto il durare del loro colloquio, di cui nulla comprese, perchè parlavano ebreo. Gli accompagnò per alcun tempo col guardo. — «Cani d’ebrei!» esclamò, poichè ebbe cessato dal vederli «non badano a me più di quel che farebbero con un Turco o con un Pagano. Almeno m’avessero gettato uno o un paio di zecchini! Era forse obbligato io a portar loro quello scarabocchio, Dio sa che cos’era! a rischio di restarne ammaliato, come diverse brave persone m’hanno avvertito? Qual vantaggio mi frutterebbero le monete che mi ha donate la giovane, se si convertissero in foglie secche? e soprappiù mi sarò guadagnato per tutta la vita il soprannome dello zoppo corrier degli Ebrei. Credo veramente che costei m’abbia stregato, poichè non ho saputo spacciarmi dall’eseguire le sue commissioni. Ma chi non ha stregato di quelli che le si avvicinano, fossero ebrei o cristiani? Mi pare che nessuno le possa negar nulla di quanto ella chiede, e darei volentieri la mia bottega e i ferri di bottega sol per salvarle la vita.»

[353]

CAPITOLO XXXVIII.
«Alma superba, disdegnosa alberga

«A te nel sen; superba, disdegnosa

«Alma a tua volta in questo sen ravvisa.

Seward.

Volgeva al termine il giorno che schiarì il giudizio di Rebecca, e lo splendor del sole cedeva luogo al crepuscolo, allorquando la bella Ebrea, fedele sempre ai doveri della propria religione, avea terminata la preghiera sua della sera, e udì picchiar dolcemente alla porta della stanza, ove l’aveano condotta dopo che fu pronunziata la sua sentenza.

«Entrate, se siete amico» diss’ella; «e quand’anche foste un nemico, io non ho modi per impedirvi l’accesso.»

«Gli è d’uopo ch’io sia o l’uno o l’altro» disse in entrando Bois-Guilbert «e le conseguenze del colloquio a cui vengo, m’instruiranno quai delle due parti dovrò sostenere.»

Spaventata alla vista d’un uomo, dalla cui passione colpevole Rebecca scorgea l’origine d’ogni presente sventura, si fece addietro sinchè toccasse l’estrema parete dell’appartamento, dando a divedere nel volto agitazione anzichè tema, e stette in piedi in questa postura colle spalle al muro, come persona, che assalita dai masnadieri appoggia il dorso ad un albero, risoluta a vender caro la propria vita.

«Voi non avete alcun motivo di temermi, o Rebecca; o, per parlare più aggiustatamente, voi non avete alcun motivo di temermi in simile istante.»

«Di fatto io non vi temo» rispose Rebecca benchè l’affaticato respiro della medesima sembrasse dismentire l’eroismo che ne’ suoi discorsi manifestavasi «ho posta in Dio ogni mia confidenza, ei mi concederà, se lo vuole, soccorso.»

«Di tal soccorso non avete d’uopo contro di me. Non son distanti da noi che due passi le guardie incaricate di custodirvi sino all’istante di venir condotta al luogo del vostro supplizio. Non ho sovra queste alcuna autorità. Onde al menomo strepito le vedreste giugnere, e correrei pericolo io medesimo se mi sorprendessero in tale luogo.»

«Ne sia lode a Dio!» sclamò Rebecca, «il timor della morte non è la cosa che più mi spaventi in questo albergo della iniquità.»

«Certamente l’idea della morte non ha nulla di cui si spaventi un’anima coraggiosa, se però questa morte non sia accompagnata da circostanze che la rendano più terribile. Perire d’un colpo di lancia o di spada è pressochè un nulla per me. Pressochè un nulla per voi il precipitarvi da voi medesima dall’alto d’una rocca, o il trapassarvi il seno con un pugnale. Voi preferireste una tal morte a quanto chiamate vostro onore. Nè [354]coll’ultima espressione intendo farvi credere, ch’io pure intorno all’onore non abbia idee romanzesche siccome le vostre, ma che che ne sia vorremmo entrambi morire anzichè rinunziare a questo onore.»

«Uomo sciagurato!» rispose Rebecca. «E vi condannaste dunque a cimentare la vita per massime che riguardate romanzesche, e delle quali la vostra ragione, il vostro intelletto non vi dimostrano la saldezza? Voi profondete i tesori per cose che non si possono convertire in pane. Ma non crediate già eguali la condizion vostra e la mia. I vostri propositi possono cambiarsi a grado de’ flutti volubili dell’umana opinione. I propositi miei posero l’áncora su lo scoglio de’ secoli.»

«Chetatevi, o Rebecca: tai discorsi in questo momento son fuor di stagione. Voi siete condannata a morire, ma non d’una morte presta e facile, qual la desidera la sventura, qual la disperazione la cerca; la morte che vi si prepara debbe essere lenta, terribile, accompagnata da que’ crudeli tormenti che sono serbati a quanto una diabolica superstizione nomina vostro delitto.»

«E se tale è il mio destino, chi ne deggio incolpare? Non ne è forse autore colui che abbandonandosi ad una passione colpevole mi ha qui condotta a mio malgrado; colui che adesso, non so con quai fini cerca atterrirmi colla dipintura orribile dei mali che mi sovrastano, e ai quali egli solo mi avventurò?»

«Non crediate ch’io abbia avuta questa scellerata intenzione. Che anzi in tal giorno vorrei nel sottrarvi ai pericoli mettere altrettanta sollecitudine quanta ne ebbi nel ripararvi col mio scudo dalle frecce che venivano lanciate contro di noi nel castello di Torquilstone.»

«Se fosse stato disegno vostro il concedere onorevole protezione ad una giovane sventurata, io vi dovrei adesso tutta la mia gratitudine; ma noto essendomi lo scopo cui intendeste, mi è forza dirvi, che comunque abbiate cercato le tante volte farvi un merito di quanto operaste avrei grandemente preferito il perdere la vita al trovarmi salva in vostro potere.»

«Risparmiate, o Rebecca, i rimproveri. Io medesimo son ben tutt’altro che scevro di cordogli. A che cercate voi inasprirli?»

«Qual dunque ora è la mente vostra, ser cavaliere? Fate con pochi accenti che io la conosca. Se avete qualch’altra mira che non sia pascere lo sguardo vostro delle sciagure da voi medesimo cagionate, affrettatevi a rendermene consapevole, poi lasciatemi in balía di me stessa. L’intervallo che dee per me disgiugnere il tempo dall’eternità è breve quanto terribile, nè mi restano, il vedete, che pochi istanti per prepararmi alla morte.»

«Dunque voi persistete, o Rebecca, nell’incolparmi di quelle sventure, che avrei voluto distogliere da voi a costo di quanto ho di più caro sopra la terra?»

«Vorrei ben risparmiarvi rimproveri, ser cavaliere; ma non è egli certo ch’io non debbo la morte mia fuorchè alla passione colpevole?…»

[355]
«No, no» sclamò precipitosamente il Templario «voi v’ingannate nell’attribuirmi colpa di quanto non era in me nè il prevedere nè l’impedire. Poteva io forse indovinare l’improvviso arrivo di questo imbecille fanatico, che alcune prove di coraggio, e gli encomii dati all’austerità di una stolta superstizione, hanno sollevato alla sede ove trovasi? Sede immensamente al di sopra del merito suo e del suo sapere, e da cui gli venne il diritto di comandare a me ed a tanti cavalieri del nostro Ordine, il cuore de’ quali non è invilito sotto il peso delle ridicole fallacie che sono norma ai pensamenti, ai discorsi, alle azioni di quest’uomo spregevole!»

«Per altro voi stavate fra coloro che mi giudicarono; voi prendeste parte alla mia condanna, voi al quale è nota più che ad alcun altro la mia innocenza; e se non mi sono ingannata, voi dovete mostrarvi brandendo l’armi per sostenere la giustizia della sentenza contra me profferita e far più sicura la morte mia.»

«Ragionate con più calma, o Rebecca. Non v’è chi meglio della vostra popolazione sappia cedere alla procella e governare il naviglio in guisa da trar profitto d’ogni vento anche contrario.»

«Ah! fu l’istante il più malauguroso per la nostra nazione quello in cui dovette ricorrere a sì fatti espedienti. Ma la avversità prostra il cuore, come il fuoco rende inchinevole l’acciaro, inflessibile di sua prima natura. Quelli che perdettero i legittimi loro sovrani, e che privi di patria vedono dimorando in altra terra la nativa contrada spogliata di libertà e di independenza, son costretti ad umiliarsi al cospetto dello straniero. Tal maledizione il cielo pronunziò contra noi, e la dobbiam, non v’ha dubbio, ai nostri falli e a quelli de’ nostri padri; ma voi, ser cavaliere, voi che vi gloriate della libertà siccome di diritto assicuratovi dalla nascita, non sentite rossore di sottomettervi, sin contra il vostro convincimento medesimo, agli altrui pregiudizi?»

«L’amarezza regna ne’ discorsi vostri, o Rebecca» disse il Templario che trascorreva con impazienza l’appartamento; «nè qui venni per commettermi a tali rimproveri. Sappiate che Bois-Guilbert non cedè a nessuno sopra la terra, anche allorquando le circostanze il costringono ad alterare i propri divisamenti o a distorsene. La mia volontà è il torrente che discende dalle montagne; ben si può sviarne il corso, ma non impedirgli di pervenire all’oceano. Pensa al biglietto onde ti venne il consiglio di domandare un campione. Come credevi tu che sarebbe pervenuto nelle tue mani, se lo stesso Bois-Guilbert non tel faceva trasmettere? Chi fuor di lui avrebbe presa cotanta cura del tuo destino?»

«Alcune ore di più d’una vita angosciosa, una pausa che forse non tornerammi d’alcun giovamento, ecco adunque ciò che operaste per la infelice, sul capo della quale avete accumulati voi stesso i disastri, e sotto a’ cui piedi avete scavata colle vostre mani la tomba!»

«No, Rebecca: qui non si stettero i miei divisamenti. Se non era il [356]maladetto intervento di quel vecchio stolto, di quello sciagurato Goodalrick, che comunque Templario, vuol far pompa di attenersi ne’ giudizii alle ordinarie norme della umanità, niuno avrebbe pensato ad incaricare della difesa dell’Ordine quell’uomo che il Gran-Mastro in suo cuore vorrebbe anzi scacciato dall’Ordine, l’uomo riguardato siccome vittima o complice de’ pretesi vostri sortilegi. Senza un tal contrattempo, al primo squillar della tromba, che tal si fu la mia idea, sarei comparso nella lizza qual vostro campione, sotto vesti di cavaliere errante che cerca avventure per provare la bontà della sua lancia e della sua spada; e m’avesse pure opposti Beaumanoir due o tre de’ fratelli assembrati a Templestowe, un colpo della mia lancia bastava a far votare ad essi l’arcione. Riconosciuta in tale guisa, o Rebecca, la vostra innocenza, mi sarei fidato alla generosità dell’animo vostro sulla cura di mostrar gratitudine al cavalier vittorioso.»

«Non ravviso che uno sfarzo di vanagloria in quanto or mi dite, ser cavaliere, e una premura di attribuirvi a merito quanto avreste fatto se non vi parea più convenevole partito l’operar altrimenti. La realtà è che riceveste il mio guanto. Il mio campione (quand’anche accadesse che una donna, com’io abbandonata, ne trovasse pur uno) dovrà cimentarsi ai colpi della vostra lancia. E dopo ciò potete vantarvi dinanzi a me qual mio amico, qual mio protettore?»

«Sì, vostro amico, vostro protettore» ripetè in grave tuono il Templario; «ma ponete mente a qual rischio, o per meglio dire a qual certezza di disonore m’è forza commettermi; laonde non mi darete torto se desidero porre i miei patti prima di sagrificare quanto ebbi finor di più caro alla brama di salvare i giorni d’una donzella di Giuda.»

«Spiegatevi più chiaro, fin qui non v’intendo.»

«Ebbene, io vi parlerò con altrettanta franchezza quanta può metterne un penitente il più timorato a’ piedi del confessore. Se ora non mi presento alla lizza, o Rebecca, perdo tai cose a me più rilevanti dell’aria medesima che respiro, la stima intendo de’ miei confratelli, e la speranza di vedermi un giorno insignito di quella suprema autorità, che oggi fa altero il più imbecille, il più superstizioso fra gli uomini, Luca di Beaumanoir. Tale è l’inevitabile destino che mi sovrasta, se non propugno coll’armi la giustizia della sentenza pronunziata contro di voi. Maladetto sia quell’insensato vecchio, quel Goodalrick, che mi trasse in simile agguato! E maladetto doppiamente Alberto di Malvoisin, che m’impedì, quando mi prese voglia di gettare il vostro guanto sul volto al fanatico rimbambito, che porse ascolto ad accuse cotanto assurde, e spinte a danno d’una creatura, di cui l’anima è sublime, quanto incantatrici ne sono le sembianze.»

«A che giovano queste circollocuzioni dell’adulazione? Voi stavate perplesso tra il sangue d’una fanciulla innocente per una parte, e la perdita per l’altra del vostro grado e della speranza di ottenerne uno ancor più eminente. Qual è mestieri adesso di frasi? La vostra scelta fu fatta.»

[357]
«No, Rebecca» disse il cavaliere, ammollendo il tuon della voce, e vie più accostandosi alla prigioniera. «La mia scelta non è ancor fatta, e toccherà a voi il dettarmela. Se comparisco or nell’arena, gli è necessario ch’io sostegna la rinomanza acquistatami; laonde sia che troviate o non troviate un campione, non ne avverrà quindi che per voi non arda il rogo fatale. Perchè non v’è cavaliere che a parità d’armi abbia avuto vantaggio nel battersi meco, eccetto Riccardo-Cuor-di-Leone ed Ivanhoe suo favorito. Ivanhoe, vi è noto, non è in istato d’impugnar l’armi; Riccardo vive prigioniero in terra straniera. S’io pertanto entro in arringo, voi siete certa di perire, quantunque i vostri vezzi avessero sedotto qualche giovane inconsiderato ad assumersi di difendervi.»

«E perchè mi rimembrate sì spesso tal circostanza?»

«Perchè rileva che vediate sotto due aspetti diversi il destino che vi sta preparato.»

«Ebbene, volgete una volta il panno e mostratemi l’altro lato.»

«Sofferite adunque ch’io vel ripeta anche una volta. Se mi mostro nel fatale conflitto, morire fra tai lunghi e crudeli tormenti, quali si pretendon serbati ai colpevoli dopo la loro morte, tal è il destin che vi aspetta. S’io non vi comparisco, l’Ordine manca di campione ed è acclamata la vostra innocenza; ma ciò accadendo, io mi veggio digradato, disonorato, accusato di complicità cogl’infedeli, fors’anche di negromanzia; l’illustre nome ch’io porto, e che più glorioso fecero le mie imprese, si cambia in argomento di vergogna e di obbrobrio per me; perdo l’onore, la fama e la speranza di giugnere a tal grado che m’innalzerebbe al di sopra degl’imperatori. Sagrifico in tal guisa que’ divisamenti ambiziosi che mi sollevano all’altezza delle montagne, onde i Pagani spacciano siasi voluto dare la scalata al Cielo…. Pure, o Rebecca» soggiunse egli gettandosi a’ piedi di lei «dimentico il mio onore, rinuncio la mia fama, sacrifico quelle grandezze che furono scopo di mia ambizione, e al conseguimento delle quali mi trovo tanto vicino, se acconsentite dirmi: Bois-Guilbert, ti accetto siccome amante.»

«Stoglietevi da tali follie, ser cavaliere; e se veracemente volete giovarmi, affrettatevi a raggiugnere il reggente, il principe Giovanni. L’onore stesso della Corona gli fa una legge di mandare a voto il giudizio pronunziato dal vostro Gran-Mastro. Per tal via sì, mi assicurerete una protezione possente e legittima, nè vi sarà d’uopo il fare alcun sagrifizio.»

«Non mi è lecito invocare il principe Giovanni contra il capo dell’Ordine, cui pertengo» le rispose egli tenendone stretto affettuosamente, ma con tuono di rispetto, il lembo della vesta. «Voi siete quella, voi la sola che imploro. Imploro per voi e per me la vostra pietà. Qual motivo può rattenervi? Foss’io ancora uno spirito dell’abisso, sarei sempre da preferire alla morte, e la morte adesso è l’unico rivale ch’io mi pavento.»

«Il presente mio stato non è tale che mi permetta l’istituire tutte [358]queste disanime» gli rispose Rebecca con tuon di dolcezza, e paventando egualmente di condurre a disperazione un cavaliere di cui l’indole impetuosa erale nota, e di dir cose che il traessero nè manco lievemente a sperare. «Siate uomo! siate cristiano! S’egli è vero che la religione da voi professata raccomandi la carità, virtù pur troppo predicata più sovente coi vostri discorsi, che posta in pratica nelle vostre azioni, salvatemi da sì terribile morte, senza pretender patti, che non vi lascerebbero alcun merito di generoso.»

«No» rispose alzandosi il feroce Templario; «voi non riuscirete a deludermi; se rinunzio alla mia gloria presente, se sagrifico gli ambiziosi disegni concetti per l’avvenire, nol fo che per voi, e voi sarete la compagna della mia fuga. Ascoltatemi, o Rebecca» riprese a dire assumendo più dolce tuono. «L’Inghilterra e l’Europa non sono l’intero universo. Noi possiam trasportarci in altra sfera che offre ancora bastanti vezzi ad un’anima ambiziosa. Noi ci condurremo nella Palestina. Corrado, marchese di Monferrato, è mio amico ed ha un’anima, siccome la mia, libera da que’ superstiziosi abbagli che inviliscono e soggiogano la ragione. Cercheremo gli stati di questo principe. Non mi grava se è d’uopo portar l’armi in difesa di Saladino, e ciò mi piace assai più del sottomettermi alle disdegnose voglie di questi fanatici ch’io disprezzo. Schiuderò a me medesimo un nuovo sentiere di gloria» continuò egli addoppiando i suoi lunghi passi per traverso alla stanza. «L’Europa ascolterà il ripercotimento delle pedate di quell’uomo che ella avrà cancellato dal novero de’ propri figli. Non saranno per lei efficace difesa i milioni d’uomini che i re crociati mandano al macello nelle contrade di Palestina; nè le migliaia di Saracini, le cui braccia tentano armate d’attraversar questa terra, potranno avere nell’assalirla miglior successo di me e di que’ fratelli, che, ad onta del rimbambito fanatico Beaumanoir, s’affretteranno a raggiugnere i miei stendardi. Voi sarete regina, o Rebecca, e sul monte Carmelo dee starsi il trono ch’io pretendo conquistare per voi. Il mio valore avrà per ricompensa uno scettro in vece del bastone di Gran-Mastro, cui sì lungo tempo agognai.»

«Tutti questi sono altrettanti sogni» rispose Rebecca «simili a quelle visioni notturne che l’agitazione dell’animo partorisce. Ma quando anche fossero realtà, non ne diverrebbe men salda la mia risoluzione. Mi basti il dirvi che se giugneste perfino a possedere un trono, io non vi starei seduta insieme con voi. Mi credete forse così indifferente ai beni onde ciascun vivente si porta ad amare la propria patria, le proprie istituzioni religiose, perchè sapessi concedere la mia stima a colui che parla di mettere tai beni in non cale, a colui pronto ad abbandonare un Ordine di fratelli cui solenni voti lo astrinsero, ad abbandonarlo per soddisfare una passione illegittima, che lo strugge per donna di religione diversa? Ah! non ponete a tal prezzo la mia salvezza, ser cavaliere, non vogliate vendere [359]un atto di generosità; e se proteggete una giovane oppressa, fatelo per grandezza d’animo, e non per un cieco e sregolato amor di voi stesso. È voce diffusa assai che Riccardo abbia rimesso il piede nell’Inghilterra. Se ciò fosse, correte a piè del suo trono: non ricuserà questi d’accogliere la mia appellazione contra la sentenza di un tribunale di sangue.»

«Non mai, o Rebecca! non mai!» replicò in altero tuono il Templario. «S’io abbandono il mio Ordine, non lo abbandonerò che per te. Se mi è tolto soddisfare l’amore, l’ambizione mi rimarrà. Non voglio perdere d’ogni banda. Io umiliarmi dinanzi a Riccardo! Io sollecitare da quell’anima superba i favori! No! non si dica mai, che nella mia persona posi a’ suoi piedi l’intero ordine de’ Templarii. Posso abbandonare i fratelli, ma non tradirli, ma non digradare me stesso.»

«Iddio adunque si degni proteggermi, poichè non mi resta più da sperar protezione fra gli uomini!»

«Dicesti il vero, o Rebecca; perchè quantunque tu sia orgogliosa, in orgoglio a te non la cedo. Una volta ch’io sia entrato in arringo, non t’avvisar già che alcuna umana considerazione possa impedirmi il comparirvi degno della mia rinomanza. Pensa, o giovine, al destin che ti aspetta. Morir della morte de’ più atroci colpevoli! Consunta a lento fuoco entro un ardente braciaio! ridotta in ceneri che i venti dispergeranno! Di tutti questi tuoi vezzi, su cui si fisa incantato ogni sguardo, non rimarrà una particella della quale possa dirsi: Ecco quanto apparteneva ad un corpo pieno di grazia e di perfezione! Rebecca, un cuor di donna mal regge a sì formidabile dipintura, e tu cederai alle mie preghiere.»

«Bois-Guilbert» rispose Rebecca «tu non sai ancora tutto quanto possa una donna, o a dir meglio quelle che finor conoscesti aveano perduti i sentimenti i più nobili di lor natura. Sappi adunque, o feroce Templario, che nelle pugne le più sanguinose non desti tu mai tante prove del tuo sì decantato coraggio quante può darne una del nostro sesso, se puri affetti o dovere a lei le prescrivono. Qual mi vedi, non sono io medesima che una donna educata con tutte le cure della tenerezza, timida e sensitiva per natura, e poco accostumata a quanto è patimento. Pure, allorchè ci troveremo entrambi in questa lizza fatale, tu per combattere, io per morire di una morte che tu mi dipingi tanto terribile, provo la sicurezza in me stessa di mostrarmi a te superiore in coraggio. Addio. Non ho più tempo da perdere in parole con te. I brevi istanti che la figlia di Giacobbe potrà ancora trascorrere sulla terra debbono essere spesi altrimenti. Ella dee volgerli a quel solo che può consolarla, a quell’Ente, che s’anco distoglie talvolta dal suo popolo il guardo, non chiude mai l’orecchio alle preghiere di chi lo implora con fiducia e con verità.»

«Gli è dunque in tal guisa che ci dobbiam separare?» disse Bois-Guilbert dopo un istante di silenzio. «Oh! avesse piaciuto al cielo che non ci fossimo incontrati giammai, o che voi foste stata nobile di legnaggio, [360]e cristiana di religione! Ne attesto il Cielo! Nel contemplarvi ora, nel pensare all’istante in cui dovrem rivederci, mi augurerei di appartenere alla invilita vostra nazione; m’augurerei che la mia mano contasse zecchini e shekel in vece di brandire la lancia e la spada; m’augurerei di prostrarmi a foggia d’usuraio dinanzi ai nobili, e non ispirare terrore che ai debitori impotenti a pagare. Sì, se tal cambiamento, o Rebecca, fosse possibile, mi sommetterei a sofferirlo per avvicinarmi a voi, per isfuggire la parte spaventevole che debbo avere alla vostra morte.»

«Voi dipingete l’Ebreo considerandolo in quello stato cui l’ha ridotto la persecuzione di coloro che vi somigliano. Il Cielo nella sua collera sbandì l’Israelita dalla sua nativa contrada, e l’industria gli aperse quella sola via alla ricchezza e al potere che l’oppressione non gli potè togliere. Ma leggete l’antica storia del popolo di Dio, e ditemi se coloro, pei quali Iehovah operò cotanti prodigi erano riguardati fra le nazioni siccome un popolo d’avari e d’usurai. Sappiatelo, cavaliere superbo, noi noveriamo nella nostra gente tai nomi, a petto de’ quali i vostri nobili, anche i più antichi, son come cetriuoli al confronto de’ cedri; nomi che risalgono a que’ rimotissimi tempi allorquando il Creatore degnava manifestarsi alle sue creature, nomi che traggono il proprio splendore, non dai favori d’un principe della terra, ma da una voce di Cielo, che comandò ai nostri antenati d’appressarsi agli altri dell’Onnipotente. Tali erano i principi della casa di Giacob.»

Fino a tal passo raggiarono come di celestial luce le guance di Rebecca, luce che si appannò, allorquando continuando in suo dire soggiunse: «Tali, sì, erano i principi della casa di Giacob, ma tali non sono più. Calpestati i lor discendenti siccome l’erba recentemente mietuta, confusi colla polvere delle strade maestre! Pur trovansi alcuni fra essi che non dismentiscono la sublimità della propria origine, e di questo novero, il vedrai, è Rebecca, figlia di Adonikam…. Addio. Non invidio, nè i tuoi onori comperati a prezzo di sangue, nè i tuoi antenati barbari e pagani, nè la tua fede, che è sempre nel tuo labbro, non mai nel tuo cuore o nelle tue opere.»

«Per il giusto Iddio, vi è un sortilegio gettato sopra di me» sclamò il Templario «e quasi incomincio a credere che quello scheletro ambulante del nostro Gran-Mastro abbia detta la verità. La ripugnanza ch’io provo in lasciandovi è d’indole più che naturale. Avvenente fanciulla» diss’egli avvicinandosi a lei nel modo il più rispettoso «così giovane, così bella, così sublime sprezzatrice della morte, pur dannata ad una morte obbrobriosa e crudele! Chi non gemerebbe sul vostro destino? Son venti anni che una lagrima sola non ha inumidite le mie pupille; pure nel contemplarvi il pianto scorre a torrenti sulle mie guance!… Ma la sorte è gettata, e nulla omai può salvarti. Tu ed io siam divenuti soltanto i ciechi strumenti d’una fatalità che entrambi persegue, simili a due vascelli [361]spinti l’un contra l’altro dalle ondate di una tempesta, e nel tempo stesso inghiottiti in mezzo ai vortici dell’abisso. Perdonatemi adunque, e separiamci almeno da amici. Invano ho cercato cambiare le vostre deliberazioni. Le mie sono immutabili come i decreti del Fato.»

«Ed è appunto in tal guisa, che gli uomini incolpano il Fato di quanto è conseguenza delle loro passioni, de’ loro errori…. Pur vi perdono, Bois-Guilbert, benchè siate voi la cagione dell’immatura mia morte. La vostra anima era capace di azioni nobili e grandi, ma fatta simile ai campi degl’infingardi, il loglio vi ha spento il buon grano.»

«Sì, Rebecca, sono altero, imperioso campo privo di coltura; è vero quanto voi dite, e lo confesso io medesimo. Ma tai circostanze appunto m’innalzarono al di sopra degli spiriti deboli, degl’imbecilli, degli uomini superstiziosi che mi circondano. Le armi fin dalla prima giovinezza furono la mia professione. Portai sempre alti i miei divisamenti, sempre gli ho seguiti con fermezza e costanza, sempre sarò quel che or sono, altero, inflessibile, incapace di cambiamento, e il mondo ne avrà una prova… Ma voi, mi perdonate, o Rebecca?»

«Volentieri fin dove è possibile che una vittima possa perdonare a chi la sagrifica.»

«Addio dunque» disse il Templario, e precipitoso abbandonò quella stanza.

Intanto in una stanza contigua il commendatore di Malvoisin aspettava impaziente il ritorno di Bois-Guilbert.

«Voi vi faceste ben lungo tempo aspettare» gli disse in veggendolo. «Io stetti finor sulle brage. Che cosa sarebbe avvenuto se il Gran-Mastro o il suo esploratore Corrado, fossero giunti sin qui? Avrei pagata ben caro la mia compiacenza…. Ma che avete dunque, o fratello? Appena voi m’ascoltate, e la vostra fronte è ingombra di nubi.»

«Io sono» rispose il Templario «simile ad un miserabile malfattore condannato a morire fra un’ora, e forse più ancor da compiagnere, perchè avvi chi è pronto a spacciarsi della vita come d’un logoro vestimento. Ne attesto il cielo, Malvoisin! Questa giovinetta m’ha disarmato d’ogni mia risoluzione; e son quasi in procinto di correre a trovare quell’ipocrita del Gran-Mastro, a dire a lui, a lui stesso, che abbiuro l’Ordine, che rifiuto sostenere il barbaro incarico addossatomi dalla tirannide di costui.»

«Siete pazzo? Questo è un volere assicurare la vostra rovina senza averne quindi la menoma probabilità di salvar questa Ebrea, cui siete avvinto in guisa fuor del credibile. Beaumanoir nominerà un altro campione che sostenga in vece vostra la giustizia della pronunziata sentenza, e l’accusata perirà egualmente come se aveste adempiuti i doveri che vi furono prescritti.»

«Non è vero» replicò impetuosamente Bois-Guilbert. «L’accusata [362]non perirà, perchè sarò io medesimo il suo difensore. Potreste voi dirmi, o Alberto, qual è il cavalier del nostr’Ordine, a cui non possa io darmi vanto di far votare l’arcione?»

«Voglio concedervi questo. Ma dimenticate voi che non avrete nè il tempo nè i modi per mandare a termine un sì stravagante divisamento? Correte a presentarvi a Luca di Beaumanoir, a protestargli che rinunziate ai vostri voti d’obbedienza, e mi saprete dire se il vecchio tiranno vi lascia due minuti di libertà. Appena avrete voi profferiti questi accenti inconsiderati, ei vi fa mettere cento piedi sotterra nelle prigioni della Commenda, perchè siate giudicato qual cavaliere fellone; o se pel vostro meglio continuasse ancora a giudicarvi ammaliato, posseduto dal demonio, non sarete forse rinchiuso per costui cenno in un convento, ove diverranno vostro letto la paglia, vostri alimenti pane ed acqua, vostri sollievi gli esorcismi, ove sarete a tutte l’ore inondato d’acqua santa per discacciare lo spirito infernale che vorranno impadronitosi di voi? Non vi resta che una via, Brian di Bois-Guilbert. Comparir nella lizza, o siete irremissibilmente disonorato e perduto.»

«Fuggirò senza far motto di nulla al Gran-Mastro; andrò in qualche lontano paese, ove non sieno ancor penetrati la follia ed il fanatismo. Ivi saprò farmi una rinomanza novella. Ma almeno le mie mani non saranno macchiate nel sangue di questa creatura innocente.»

«Non potete più fuggire, o Brian. I vostri discorsi inconsiderati hanno fatta sospetta la vostra persona, nè vi è oltre permesso uscire della Commenda. Nol credete? Fatene la prova. Presentatevi alla porta, e vedrete qual chi va là! vi faranno le sentinelle poste a custodire il ponte levatoio. Tale espediente vi sorprende e vi irrita! Ma ben per voi, che sia stato preso! Se perveniste a fuggire che ne accadrebbe? Voi diverreste l’obbrobrio della vostra prosapia, voi rimosso inonoratamente dal vostro grado, vedreste offuscata in un istante tutta la gloria che per belle imprese vi meritaste. Fermatevi in tale considerazione. Ove andranno a nascondersi i vostri fratelli d’armi che finora vi sagrificarono i lor voleri, i loro affetti, allorchè udranno chiarire Brian di Bois-Guilbert qual cavaliere traditore e fellone? Qual duolo ne avrà la corte di Francia? Qual gioia pel superbo Riccardo in ascoltando come il Templario che osò resistergli in Palestina, che giunse quasi a minorargli la fama, or perdè onore e rinomanza per amore d’una giovane ebrea, cui nemmeno con tai sagrifizi potè salvare la vita?»

«Vi ringrazio, Malvoisin» sclamò Bois-Guilbert; «voi avete toccata la più viva di tutte le corde. Accada quanto sa accadere, i predicati di fellone, di traditore non verranno mai aggiunti al nome di Bois-Guilbert. Piacesse a Dio che Riccardo in persona, o alcuno degl’Inglesi suoi favoriti si presentassero nella lizza! Ma niuno si presenterà. Non saravvi chi voglia avventurarsi a rompere una lancia a pro di questa giovane innocente, di questa giovane derelitta!»

[363]
«E allora tanto meglio per voi! Se niun campione si presenta per difendere questa giovane infelice, voi non avrete contribuito in guisa alcuna alla sua morte. Non si potrà di questa accusar che il Gran-Mastro, egli solo ne sopporterà il biasimo, come si arrecherà a gloria e ad onore d’esserne biasimato.»

«Sì certamente! se niun campione comparisce nello steccato, io non sarò in questo atroce spettacolo che un figurante montato sul mio cavallo e coperto della mia armatura; io non avrò alcuna parte nelle conseguenze che ne verranno.»

«No, senza dubbio, non vi avrete maggior parte di quanta ne abbia, quando viene portata nelle nostre processioni, la bandiera di san Michele armato da capo a piedi.»

«Ebbene, Malvoisin! riprendo tutta la mia fermezza. D’altra parte Rebecca non mi ha ella medesima rifiutato, sprezzato, oppresso co’ suoi rimproveri? Perchè immolerò ad essa la stima che mi concedono i miei fratelli? Sì: mi vedrete nella lizza, ed è questa l’ultima, immutabile mia deliberazione.»

Dette le quali cose uscì dell’appartamento, ma il Commendatore lo seguì per vegghiare sopra di lui, ed afforzarlo nelle nuove intenzioni manifestate. Malvoisin prendea tanta sollecitudine agl’interessi di Bois-Guilbert, perchè sapea, che se questi fosse un dì pervenuto alla carica di Gran-Mastro, ne avrebbe conseguite per sè dignità primarie dell’Ordine. Lo spronavano in oltre a comportarsi in tal guisa le cose promessegli da Corrado Montfichet, come compenso alle cure che egli si assumerebbe per far condannare la sfortunata Rebecca. Ma quantunque nel combattere i sentimenti di pietà cui stava per cedere l’amico suo, avesse avuti sovra il medesimo tutti i vantaggi che lo spirito di maneggio e di personale interesse suggerisce a chi si trova a petto persone agitate da violenti e contrarie passioni, pur ebbe d’uopo di tutta l’accortezza a mantenerlo nel proponimento che ad inspirargli era giunto. Gli fu quindi mestieri seguirne tutte le pedate, onde assicurarsi che non gli tornassero in animo le deliberazioni di fuga, ed impedire ch’ei si trovasse alla presenza del Gran-Mastro, la qual cosa avrebbe potuto condurre una aperta rottura fra entrambi. E gli fu parimente mestieri replicare più d’una volta i ragionamenti adoperati per radicare in esso la persuasione, che comparendo nella lizza quale campione dell’Ordine, non contribuiva in nulla alla morte di Rebecca, nè avea poi altra via a salvare il proprio onore e la propria fama.

[364]

CAPITOLO XXXIX.
»Rientrate nel nulla, orrende larve,

»Ardite sì, che fin del diadema

»Turbar la pace osate: or vi si mostra

»Riccardo, agli Angli reduce e a sè stesso.

Shakspeare.

Ripiglieremo ora il filo delle cose spettanti al cavalier Nero, il quale dopo avere abbandonato il prode Locksley e i suoi compagni, si condusse per la più corta via ad un vicino convento detto il priorato di san Botolfo, ove subitamente dopo la presa del castello venne condotto Ivanhoe per opera del fedele Gurth e del magnanimo Wamba. Gli è inutile a questo luogo il narrare le particolarità dell’abboccamento ch’ebbero insieme Wilfrid e il suo liberatore, e ci limiteremo a dire, che dopo un lungo e serio colloquio tra i due cavalieri e il Priore, questi fece partire affrettatamente corrieri per diverse strade, e che alla domane il cavalier Nero si accinse a partire con Wamba che doveva essergli scorta.

«Io mi trasferisco a Coningsburgo» diss’egli ad Ivanhoe «poichè Cedric, vostro padre, vi si dee trovare per assistere ai funerali del suo amico Atelstano. Desidero vedere i vostri amici sassoni, ser Wilfrid, e formare più ampia che in passato la mia conoscenza con essi. Voi verrete colà a raggiugnermi, e m’incarico io medesimo di riconciliarvi col padre vostro.»

Ivanhoe esternò vivissima brama di accompagnarlo, ma a questa il cavalier Nero si oppose.

«No» gli diss’egli «le vostre ferite appena son chiuse. Pretendo che qui vi fermiate tutto quest’oggi. Domani poi, quando vel permettano le vostre forze, potrete partire. Non voglio compagno fuor dell’onesto Wamba, che secondo mi prenderà la fantasia, sosterrà la parte o di buffone o di frate.»

«Ed io vi seguirò assai volentieri» rispose Wamba «perchè ho gran desiderio di trovarmi al banchetto funerale di Atelstano. Se questo non è splendido, se qualche cosa vi manca, m’aspetto vedere il Signore di Coningsburgo uscir del sepolcro per attaccar briga col cuoco, coll’intendente e col credenziere; e mi concederete che sarebbe uno spettacolo degno d’essere contemplato. Ad ogni evento, ser Cavaliere, mi fido al valore per far la mia pace con Cedric, se a ciò mai non riuscisse il mio spirito.»

«E qual buon successo ti riprometteresti dal mio valore se rimanesse in secco il tuo spirito? Spiegami una tale faccenda.»

«Lo spirito può ben molte cose, ser Cavaliere, ma è un furfante che la sa lunga, e che conoscendo il lato debole del suo vicino, sta rannicchiato quando la burrasca delle passioni è troppo forte. Il valore in [365]vece è un ardimentoso, cui nulla può resistere, e a dispetto del vento e del grosso fiotto va diritto al porto. Laonde, ser Cavaliere, mi prendo assunto di governare lo spirito del mio padrone, sintantochè fa buon tempo; ma se vedrò burrasca, ricorro a voi.»

«Ser cavaliere dal Catenaccio, poichè volete essere chiamato così» disse Ivanhoe «temo che abbiate preso per guida un matto, chiacchierone e importuno. Però conosce tutti i sentieri della foresta, sicchè non la cede al più pratico de’ cacciatori soliti a frequentarla, oltrechè lo avete trovato coraggioso e fedele a prova d’acciaro.»

«Poichè mi dite che ha quanto ingegno si vuole ad indicarmi a dovere la strada» rispose il cavalier Nero «non mi spiace l’udire ch’egli abbia anche l’altro di farmela parere più breve. Addio, mio caro Wilfrid, vi raccomando di non pensare a mettervi in cammino prima di domani, quand’anche vogliate affrettarvi.»

Dette le quali cose porse la mano ad Ivanhoe che l’appressò alle sue labbra, e licenziandosi dal priore, montò a cavallo e partì accompagnato da Wamba. Wilfrid li seguì coll’occhio sintantochè le piante non gli ebbero affatto ascosi al suo sguardo, indi rientrò nel convento.

Ma l’impazienza sua non gli permise fermarvisi lungo tempo. Era trascorsa appena un’ora dopo la partenza del Cavaliere, quando chiese un colloquio col Priore. Il rispettabile vegliardo corse tantosto ad esso domandandogli con inquietezza, se fosse accaduto un tal cambiamento nello stato delle sue ferite che gli cagionasse insoliti patimenti.

«Nessuno» rispose Ivanhoe. «Io sto bene oltre di quello che avrei potuto sperare; e credo anzi che la più ampia delle mie ferite fosse più lieve di quanto mel fece supporre lo stato di debolezza cui mi ridusse il molto perder di sangue, a meno che il balsamo adoperato a guarirmi non fosse fornito di prodigiosa virtù. A quanto parmi io sarei già in istato di addossar la corazza, ed ho la mente piena di idee che non mi permettono rimanermi in ozio più lungo tempo.»

«A Dio non piaccia» sclamò il Priore «che il figlio di Cedric il Sassone esca del mio convento se prima non ne sono perfettamente risanate le ferite! Sarebbe un obbrobrio per me il comportarlo.»

«Io non penserei ad abbandonare il vostro benefico ospizio, o venerabile padre, se non mi trovassi in essere di sopportare la fatica del viaggio e se non fossi costretto a mettermi tosto in cammino.»

«Ma non fu egli detto che partireste solamente domani? Chi può avervi costretto a cambiare di risoluzione sì tostamente?»

«Ditemi, non avete voi in vostra vita provati alcuni di que’ funesti presentimenti ai quali non si saprebbe assegnare una cagione? Il vostro spirito, simile all’orizzonte, non si è mai veduto offuscato d’improvvise nubi che sembrano le foriere d’una tempesta? Credete voi che sia saggezza il disprezzare interamente questo genere d’avvisi, inspirazioni spesse volte [366]de’ nostri angeli custodi, che ne avvertiscono di qualche ignoto e non preveduto pericolo?»

«Non posso negare» disse il Priore facendo un segno di croce «che il Cielo abbia questo potere, e che tai cose sieno talvolta accadute, ma è sempre stato quando le inspirazioni avevano uno scopo utile ed evidente. Nella circostanza in cui siamo, che vi giova seguire i passi d’un uomo al quale, ferito come voi siete, non potreste essere di verun aiuto se lo assalissero?»

«Voi v’ingannate, o Priore: mi sento assai in forza per misurare la mia lancia con quella di chiunque vorrà provocarmi. Ma è forse certo che il cavalier or partito non possa correre altri rischi fuor di quelli contra i quali io potrei giovargli coll’armi? È noto ad ognuno che i Sassoni non amano la schiatta normanna, e chi sa qual cosa gli può accadere all’atto di comparire in mezzo di essi, poichè li trova tuttavia acerbati per la morte di Atelstano, senza calcolare il riscaldamento che produrranno ne’ lor capi i baccanali, da essi chiamati banchetto funebre. Permettetemi adunque ch’io parta sull’istante, e se ho voluto vedervi gli è per farvi i miei saluti, e pregarvi a prestarmi qualche palafreno, la cui andatura sia più posata di quella del mio corridore.»

«Vi darò la mia propria mula» disse il Priore. «Ella è accostumata all’ambio, e in dolcezza di passo supera quella dell’Abate di Sant’Albano. Non credo possiate trovare al mondo una cavalcatura più gradevole della mia Malkin, tale ne è il nome, quand’anche prendeste il cavallo del vicino bagattelliere, che balla sopra le uova senza romperle. Camminando sovr’essa ho composto più d’una omelia per l’edificazione de’ fratelli del convento e di tutti i Cristiani che vengono ad ascoltarmi.»

«Vi prego dunque, reverendo Priore, a dar ordine che mi venga condotta subitamente, e di far dire a Gurth che mi porti le mie armi.»

«Badate per altro, figliuol mio, che Malkin non ha l’uso dell’armi più che il suo padrone, nè mi fo mallevadore che ella sopporti con pazienza, non dirò il peso, ma sol la vista della vostra armadura, perchè è una bestia piena d’ingegno, e restìa a caricarsi di pesi cui non sia legittimamente obbligata. Mi ricordo che un giorno io aveva preso in prestito dal priore di San-Bees il Fructus temporum; nè vi fu verso ch’ella passasse la soglia della porta, appena si sentì sulla schiena quell’immenso messale che mi fu forza restituire.»

«Fidatevi a me» disse Ivanhoe «la mia armadura non è sì pesante da potere stancare la vostra Malkin, e se le viene il ghiribizzo di provocarmi vi prometto che ne uscirò vincitore.»

Arrivò in quel momento Gurth, il quale attaccò ai talloni del suo padrone un paio di grandi speroni d’oro, atti a convincere il cavallo più recalcitrante che non v’era miglior partito del sottomettersi alla volontà del cavaliere.

La qual vista inspirò non poca tema per la sua povera Malkin al [367]Priore, onde incominciò a pentirsi d’averla offerta. «Or che ci penso, ser Cavaliere» gli disse «mi è d’uopo avvertirvi che la mia mula s’impenna al tocco il più lieve degli speroni. Sarebbe meglio che prendeste la puledra del nostro provveditore. Posso mandarla a cercare e fra un’ora l’avrete qui. Dovrebb’essere docilissima, perchè domata nel far la nostra provvista di legna per tutto il verno, oltrechè non le è mai stato dato un grano d’avena.»

«Vi rendo infinite grazie, degno Priore, ma mi terrò alla prima vostra offerta, tanto più volentieri che vedo Malkin alla porta. Gurth porterà in groppa la mia armadura. Così vedete che Malkin non avrà troppo peso da portare, nè quindi motivo d’abusare della mia pazienza. Intanto ricevete i miei saluti.»

Ivanhoe scese dalla scala più presto e più leggermente che non l’avrebbero dato a supporre lo stato di debolezza in cui tuttora trovavasi; e il fe’ più lesto a saltar sulla mula l’impazienza di sottrarsi al Priore, che lo seguiva frettolosamente quanto l’età e la salute sua lo permettevano, ora reiterando gli elogi alla mula, ora le raccomandazioni al Cavaliere affinchè la risparmiasse. «Ella entra nel quindicesimo anno, età pericolosa per le mule come per le ragazze» dicea il Priore ridendo di tal facezia egli stesso.

Ivanhoe, che pensava a tutt’altra cosa fuorchè ai gravi avvertimenti e alle facezie del Priore, e che non voleva ascoltare più a lungo le osservazioni del medesimo sui pesi che potea portare, e sul passo cui dovea tenersi Malkin, diede a questa il segnale della partenza, ordinando a Gurth di seguirlo, e prese per traverso alla foresta il cammino che guidava a Coningsburgo sulle tracce stesse del cavalier Nero.

Intanto il Priore dalla porta del convento lo seguitava cogli occhi e sclamava: «Santa Maria! come sono vivaci ed impetuosi questi cavalieri! avrei fatto meglio a non confidargli Malkin. Se mai le succede qualche disgrazia, come la farò io colle mie doglie gottose ed artetiche? Nondimeno» aggiunse «siccome io non risparmierei le sue vecchie membra, no certo, nè il sangue che mi scorre entro le vene per la causa dell’antica Inghilterra, anche Malkin può ben affrontare dal canto suo qualche rischio. Forse giudicheranno poi a proposito di fare qualche magnifica donazione al povero nostro convento; almeno invieranno al vecchio Priore un buon cavallo avvezzato al passo. E se non penseranno a nulla di tutto ciò, perchè i grandi del mondo dimenticano spesse volte i servigi della povera gente, io mi troverò abbastanza ricompensato nel pensare che ho fatto quant’io doveva fare. Ma gli è ora di sonar la campana per chiamar i frati al refettorio. È un segno che lor piace assai più di quello del mattutino.»

Dette le quali parole, il degno Priore si avviò lentamente al refettorio per presedere alla distribuzione dello stockfish e dell’ala, in che stavasi il banchetto de’ frati. Postosi dignitosamente alla mensa, lasciò sfuggire [368]alcuni accenti di servigi essenziali prestati a grandi personaggi, di donazioni ch’egli sperava ottener pel convento; le quali cose in tutt’altra circostanza avrebbero eccitata la generale attenzione. Ma lo stockfish era molto salato, l’ala assai buona, e le mascelle de’ reverendi troppo affaccendate, onde questi potessero far uso delle proprie orecchie; per le quali cagioni niun frate di quel convento s’avvisò di meditare sul significato che avessero i misteriosi detti del priore, tranne frate Diggory, il quale tormentato dal dolor dei denti non potea masticare che da una banda.

In questo mezzo il cavalier Nero e la sua guida trascorrevano la foresta. Il primo d’essi or gorgheggiava a mezza voce ballate che gl’insegnò qualche innamorato Trovadore, ora colle proprie interrogazioni animava l’inclinazione naturale ch’era in Wamba al cicaleccio; talchè gli intertenimenti di queste due persone formavano un miscuglio assai bizzarro di canti e facezie.

Il leggitore immagini in questo cavaliere un uomo qual già il pignemmo di alta statura, di vigorosa complessione, fornito di larghe spalle, e montato sopra un cavallo nero, che sembrava scelto a disegno di una forza capace a sostenerne il peso. La visiera dell’elmo non era sollevata più di quanto facesse mestieri a permetterle libera la respirazione, e chiusa se ne vedea la barbozza, onde appena poteano scernersi alcuni de’ suoi lineamenti. Scorgeasi nonostante come ne fossero piene e vermiglie le guance ad onta d’essere alquanto abbrunite dal sole, gli occhi grandi, azzurri e vivaci sì che il loro moversi parea quasi lampo. Del rimanente così questi come la fisonomia sembravano annunziare una tal quale non curante gajezza, la fiducia di chi non misura i pericoli, ed un animo sì poco avvezzo a prevederli che ardente ad affrontarli se si presentavano, ed intrepido nell’aspettarli, perchè l’armi erano state la professione dell’intera sua vita.

Wamba andava vestito giusta il solito, se non che gli avvenimenti, dei quali era stato recentemente spettatore, lo avean consigliato a mettere in luogo della sciabola di legno una specie di coltello da caccia ben tagliente e un picciolo scudo; armi di cui ad onta del mestiere professato avea fatto buon uso nel cortile di Torquilstone, il dì che questo castello venne distrutto. Per vero dire, la pazzia di Wamba stava tutta in una specie di inquieta volubilità di mente che non gli permettea nè di rimanere troppo nella postura medesima, nè di seguire a lungo il corso d’una stessa idea, benchè riuscisse ottimamente in tutti quegli assunti che voleano solamente l’attenzione di pochi istanti, ed afferrasse di prima vista il vero stato delle cose verso le quali volgea in quel punto la mente. Conformando gli atti della persona allo spirito cambiava sempre di luogo sul suo cavallo, ed or quasi gli stava al collo, or in groppa: spesso si mettea seduto colle gambe penzolone dalla medesima banda, altre volte volgea il viso verso la coda della bestia non si fermando mai un momento, e tormentando in tutti i modi possibili il corridore, che finalmente impennatosi lo gettò [369]sull’erba; caso che non ebbe altra conseguenza se non di far ridere il Cavaliere e di render Wamba più fermo in sella nel rimanente del viaggio.

Il cavalier Nero avendo terminato di gorgheggiare un virelai: «Mi ricordo» disse Wamba «d’una ballata che cantai un giorno al mio camerata Gurth, il quale per la grazia di Dio e del suo padrone oggidì è nè più nè meno d’uom libero. Egli volle impararla, e tante volte gliela ripetei una mattina, che eravamo anche in letto due ore dopo la levata del sole, il quale incidente ne fruttò una buona dose di bastonate. Sol mi venga in mente il motivo dell’aria, mi sento far male le ossa. Nondimeno se volete ve la canterò.»

Il Cavaliere avendogli risposto che la udirebbe con diletto, Wamba cantò la seguente ballata:

La Vedova e i suoi tre Amanti.

Corteggiavano tre amanti

Una vedova vezzosa,

E ciascun la fiamma ascosa

Le svelava co’ suoi canti.

Facciam la prova

Se ciò ti giova;

Qual è che vedova

Dica di no?

L’un guerrier: sacri i trofei

A te fian de’ miei sudori;

Più bel serto