Della peste e della pubblica amministrazione sanitaria by A. A. Frari

DELLA PESTE

E DELLA

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE SANITARIA

Opera

DI A. A. FRARI

DOTTORE IN MEDICINA, I. R. EFFETTIVO CONSIGLIERE DI GOVERNO, PRESIDENTE DEL MAGISTRATO DI SANITÀ MARITTIMA DI VENEZIA, SOCIO DI VARIE ACCADEMIE ITALIANE E STRANIERE, DECORATO DA S. M. I. R. DELLA MEDAGLIA D’ORO DI ONORE DEL MERITO CIVILE PER SERVIGI PRESTATI IN CIRCOSTANZE DI PESTE.

Avertere a populo pestem.
Seneca.

VOL. I.

VENEZIA
Tipografia di Francesco Andreola
mdcccxl.

Quest’Opera stampata a tutte spese dell’Autore è posta sotto la garanzia delle vigenti Leggi.

A Sua Eccellenza
il Signor
Francesco Antonio
Conte di
Kolowrat-Liebsteinsky

Signore di Reichenau, Czernikowicz, Wamberg, Maierhöfen, Pfraumberg e Koschadek, di Borohradek, Horaticz e Scheisselicz in Boemia, Cavaliere del Toson d’oro, Gran Croce dell’Ordine Imperiale Austriaco di Leopoldo, Croce d’oro dell’onor civile, Balio onorario e Gran Croce dell’Ordine Sovrano di S. Giovanni di Gerusalemme, Gran Croce dell’Ordine Reale Sassone della Corona di ruta, Cavaliere di I.ma Classe, degli Ordini II. Russi di S. Andrea, di S. Alessandro Newsky, dell’Aquila bianca, di S. Vladimiro, e di S. Anna, Protettore della Società Filarmonica e dell’Istituto Boemo per le vedove e i sordo-muti, Presidente della Reale Società Boema per le scienze, Membro della Società Agronomica di Vienna, Membro onorario dell’Accademia di Belle Arti di Vienna e di Milano, della Società Agraria della Carniola e di Baviera, e di quella Mineralogica di Jena, Membro attuale della Società del Museo Nazionale di Boemia, Membro onorario della Società Irlandese per la letteratura nazionale, e Membro ordinario della Reale Società di Copenaghen per l’archeologia nordica; di S. M. I. R. A. Consigliere Intimo attuale, Ciambellano, Ministro di Stato e di Conferenze.

Eccellenza!

A Voi, Eccellentissimo Signore, cui meta d’ogni desiderio è il pubblico bene, piacemi d’intitolare quest’Opera che ha per principale scopo la preservazione della salute degli uomini.

Io Vi offro in essa il frutto sudato de’ miei lunghi studii e di una pericolosa sperienza qual pubblico omaggio all’altissimo Vostro merito, e quale espressione sincera de’ miei sentimenti di profondissima stima e di rispettosa ammirazione per le rare Vostre virtù.

Io doveva umiliarla a Voi, Eccellentissimo Signore, che con tanto lustro presiedete al Gran Consiglio di Stato dell’Austriaca Monarchia, e che siete il proteggitore benefico delle scienze, delle arti, e di ogni utile imprendimento. A Voi, che dotato di sommi talenti e di lumi, accoppiar sapete alle gravi cure governative la coltura delle ottime discipline, e l’amore di tutto ciò che può esser utile e contribuire al bene della società.

Aggradendone l’umile offerta Voi avete non solo accordato il più bel premio ed il più gradito al mio lavoro, ma avete mostrato altresì quanto Vi stia a cuore il bene dell’umanità ed i suoi veri interessi, e come oggetto principale di tutte le Vostre sollecitudini sia tutto ciò che in qualunque modo può contribuire al ben essere ed alla prosperità di questa grande famiglia, di cui sua maestà l’augusto nostro sovrano nell’alta Sua saggezza Vi ha affidato il sacro deposito dell’Amministrazione.

In questa mia Opera Voi troverete, Eccellenza, dipinte le più grandi sciagure dell’umanità. Sono certo che esse desteranno nel Vostro cuore benefico un fremito di compassione, e Vi animeranno a proteggere sempre più le scienze utili, segnatamente quelle che hanno per iscopo di preservare la società dal più temuto dei mali, dal flagello più grande e più distruggitore dell’umana specie. Gli uomini veri benemeriti dell’umanità non sono tanto quelli che pubblicano Opere utili, e che coi loro scritti, coi loro lavori diffondono nel pubblico conoscenze importanti e proficue, quanto quelli che le proteggono, e che colla loro autorità e con generoso impulso li incoraggiano a tentar nuovi sforzi per meglio contribuire ai progressi della scienza e all’utile della società.

Accordatemi, Eccellentissimo Signore, l’onore di protestarmi con profondo rispetto e riverenza.

Venezia, il 4 Marzo 1840

Di Vostra Eccellenza

Umiliss. Devotiss. Obbligatiss. Servitore

Angelo Antonio Frari

[i]
VOL. I. PARTE I.

BIBLIOGRAFIA

OSSIA

CATALOGO ALFABETICO DELLE OPERE CONOSCIUTE SULLA PESTE E SULLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE SANITARIA.

PARTE II.

STORIA GENERALE DELLA PESTE

CONTENENTE

CENNI STORICI DELLE PESTILENZE PIÙ MEMORABILI, COMINCIANDO DAI PIÙ REMOTI TEMPI E DISCENDENDO IN SERIE CRONOLOGICA FINO AL PRESENTE.

AGGIUNTAVI UN’ISTRUZIONE SUI VARI METODI DI DISINFEZIONE, ED ALCUNI CENNI SULLA DIAGNOSI, PROFILASSI, E CURA DELLA PESTE.

[ii]
Etiam si omnia a veteribus inventa sunt, hoc semper novum erit, usus, et inventorum ab aliis scientia et dispositio.

Seneca.

[iii]
PREFAZIONE
Quest’Opera è destinata ad avvisare ai mezzi onde tener lontana dalla Società la peste (a), malattia la più spaventosa e distruggitrice che si conosca, flagello il più grande e più desolatore dell’umana specie; il quale suole far strazio della vita degli uomini, e cangiare in orridi deserti le più floride e popolose città, seminar dovunque lo squallore, la desolazione, la morte, e preparar sciagure e miserie anche per le generazioni avvenire.

Chi non ha veduto la peste allorchè imperversa in una città o paese, è difficile che si formi di tanta umana sciagura una giusta idea, e pervenga a dipingere con colori abbastanza vivi e conformi alla verità le luttuose [iv]scene, la desolazione, le stragi per essa prodotte. Il perchè, quelli che si sono trovati in mezzo agli orrori e alle devastazioni della peste, ed hanno avuto occasione di osservar da vicino la paura, il cordoglio, l’angoscia, il desolamento della comune strage e rovina per essa prodotti, potranno soli concepire la gravità e l’estesa di tale flagello e ben valutare di questo argomento l’importanza (b).

Qualunque sia l’aspetto sotto cui piaccia di risguardarlo, è certo, ch’esso abbraccia i più grandi e più preziosi interessi dell’umanità, la salute e la prosperità delle popolazioni in generale e di ciascun individuo in particolare. Per la qual cosa non potrà esso non richiamare l’attenzione dei varii Governi, scopo delle cui sollecitudini esser deve in ogni tempo la felicità e la salute delle popolazioni sulle quali sono destinati ad esercitare la loro influenza.

L’economia politica è rispetto allo Stato ciò che l’economia particolare è rispetto ad una famiglia. Come l’oggetto di una saggia [v]economia di famiglia è di provvedere ai bisogni, alla salute, all’impiego e al ben essere dei varii individui che la compongono; nello stesso modo, l’Autorità pubblica, e quelli cui la Provvidenza ha destinati a reggere la sorte de’ popoli, debbono cercare con tutti i mezzi che sono in loro potere, di conservare fra la Società il tesoro prezioso della salute, allontanare da essa ogni causa di calamità e di sciagura, e tener d’occhio specialmente quelle funeste malattie popolari di contagio specifico, che sogliono mietere le vite degli uomini a migliaja, e cangiare in istato di avvilimento e di comune desolatrice miseria la pubblica prosperità. A raffermarli in tale proponimento valga la riflessione, che la grandezza politica delle nazioni dipende in gran parte dai provvedimenti che risguardano la salute.

La vigilanza pubblica può agevolmente prevenire moltissimi mali della Società, e segnatamente quelli che dipendono dalla diffusione delle malattie popolari di contagio [vi]specifico, andando incontro ad esse con mezzi pronti, attivi ed efficaci. Per sì nobile scopo la scienza della legislazione è considerata la più sublime teoria della beneficenza, l’incombenza più bella che l’uomo possa proporsi sulla terra. È dessa quella che prende cura degli uomini come nazione e come individui, li protegge, li difende, e fa sentire a tutti quelli che non sono in istato di difendersi da sè i frutti delle sue benefiche cure, delle sue amorose sollecitudini, dei saggi suoi provvedimenti. Molto possono le misure sanitarie opportunamente prese e con energia sostenute, molto i mezzi profilatici debitamente usati; e migliaja d’individui, intere popolazioni, a mercè di quelle e di questi, scamparono da gravi ed imminenti rovine. All’incontro, sommi danni e sventure sono da attendersi allorchè i Magistrati, cui è affidato il gran pensiero della pubblica sicurezza, per negligenza, per insano indifferentismo, per basse passioni, o particolari riguardi trascurino gli opportuni presidii di difesa, o [vii]ad essi faccian ricorso troppo tardi, quando il male ha fatto progressi, e, non capendo più fra i cenci sozzi del povero, è già trascorso fin nei palagi dei ricchi e potenti. Allora, per ordinario, molte misure sanitarie vengono prese. Si fanno succedere le une alle altre tumultuariamente in mezzo al generale disordine; e quantunque non s’abbia fiducia di domare per esse il male, pure vi si mette molta fretta nel porle in pratica, per ischivare il rimprovero e la taccia d’inoperosità. Ma ridotte le cose a tal punto, ogni mezzo di difesa, per quanto valido sia, non ha che debolissima efficacia. Il male s’è già dilatato ed ha fatto progressi. Non si può più arrestarlo. Si conosce lo sbaglio, ma è troppo tardi per rimediarvi. I malati, i morti, i moribondi, i superstiti, che avviliti dal timore sono già malati prima che la malattia li colpisca, ve lo rimproverano ad ogni istante. Tutto e tutti, ogni cosa, ogni fatto, ogni circostanza ve lo ricordano. Si vorrebbe pur riparare, ma non è più tempo. Il tempo in [viii]cui si poteva tutto salvare è sfuggito. Lo si è miseramente perduto in quistioni, in incertezze, in ambage, in misure ridicole e vane. Non restan più che i rimorsi ed un tardo pentimento. Tali sono le conseguenze della cieca incuria, dell’improvvida condotta dei Magistrati in circostanze di contagio, tratti essi stessi non di rado in inganno dai falsi giudizii, dalle discrepanti opinioni dei Medici, in nessun’altra circostanza così scandalose e fatali quanto in tempi di peste, dalle temerarie voci del popolo, che spesso vuol farla da giudice anche in ciò che non conosce nè intende, e da altre ragioni. La storia generale delle pesti abbonda di esempii funestissimi di pestilenze devastatrici derivate da simili sbagli; mentre con una maggior vigilanza, con misure sanitarie adattate, pronte ed efficaci, ed una direzione più cauta e saggia per parte delle pubbliche Autorità, si avrebbe potuto facilmente por argine alla diffusione del contagio ed evitare tante sciagure alla misera umanità, i cui più preziosi [ix]interessi sono stati irreparabilmente traditi da quelli stessi cui incombeva l’obbligo di tutelarli.

A nostro conforto però dobbiamo con compiacenza osservare, siccome i Governi di Europa vegliano con attenta cura alla nostra conservazione, e si prestano solleciti a tener lontano dalle suddite popolazioni le pestilenze e gli altri contagi. Già il provvidissimo sistema d’isolamento dei Lazzeretti, che costituisce il più valido baluardo di difesa contro l’importazione della peste, della cui prima istituzione è dovuto il merito alla saggezza dei Veneti (c), e caute leggi sanitarie, esistono in piena attività presso i diversi Stati di Europa. Già Lazzeretti, contumacie, espurghi ed altri sanitarii provvedimenti si incontrano oggidì anche nei paesi d’Oriente, però in istato ancora assai imperfetto, e tali da non ispirare fiducia, specialmente a quelli che conoscono l’intolleranza de’ Turchi per ogni sorta di disciplina o vincolo sanitario, ed il loro cieco fatalismo (d). La pubblica [x]Amministrazione Sanitaria posta essa pure nella via del progresso, e seguendo il movimento generale del secolo, si studia di riformare i suoi regolamenti, le sue dottrine, migliorare e semplificar le sue pratiche, e nella maggior estesa delle relazioni commerciali coi paesi d’Oriente, conciliare, per quanto è possibile, gli eminenti riguardi della pubblica sicurezza coi grandi interessi commerciali delle popolazioni di Europa; e finalmente, guidata da saggio consiglio, cerca di meglio conoscere per mezzo di una più illuminata sperienza il potente nemico che deve combattere, ajutata in sì importante e difficile impresa dai mobili sforzi d’intrepidi ed abili Medici, che con un coraggio ed una negazione di sè medesimi degni dei maggiori elogi si dedicarono a studiare la peste negli stessi paesi d’Oriente, ed a raccogliere utili ed importanti osservazioni sul campo stesso di battaglia, negli stessi spedali dei pestiferati, colà dove eran maggiori le stragi, cercando la peste, per così dire, con altrettanta [xi]sollecitudine ed interesse, quanto altri ne avrebbero potuto porre nell’isfuggirla. Pure, a malgrado sì nobili e coraggiosi sforzi; a malgrado la maggiore esperienza acquistata in tale materia, ed i progressi fatti dalle scienze fisiche; nullostante le provvide disposizioni dei Principi, lo zelo e le cure dei Magistrati, la scienza sanitaria, e segnatamente quella parte che risguarda la sanità marittima, carica tuttora del pesante fardello delle vecchie sue istituzioni, non potè fare di molti progressi, nè tener dietro ai passi arditi dello spirito umano nelle altre parti dello scibile. Arrestandosi col pensiero ad indagare le cause di siffatto ritardo di avanzamento di una scienza sì utile, non si può non meravigliarsi che tale arrenamento abbia potuto accadere a malgrado l’influenza di un secolo sì fecondo di lumi e di scoperte; e dove la smania di addottrinare i proprii simili e diventar celebri nella via del progresso sembra abbia promosso una gara d’innovazioni, e segnata una nuova Era nel cammin [xii]della vita. Ciò molto più dee sorprendere, quanto che nella maggiore e sempre crescente estesa de’ commerciali rapporti coi paesi d’Oriente; nel maggiore avvicinamento dei varii popoli e nazioni lontane; e mentre questo avvicinamento con ogni sorta di mezzi e nuovi e potenti si promuove da ogni parte e si accelera, doveva esser sentito possentemente il bisogno di alleggerire i pesanti vincoli delle sanitarie riserve, per quanto ciò far si potesse senza pericolo, e conciliare la tutela della salute pubblica in modo da meglio corrispondere ai bisogni ed agli altri grandi interessi sociali.

Nel senso forse di queste idee e con tale divisamento; nel più sentito bisogno di un più libero movimento delle relazioni commerciali, nei maggiori sussidii di cognizioni scientifiche, e meglio sorretti dall’esperienza, alcuni Governi di Europa introdussero in questi ultimi anni modificazioni e riforme nei loro sanitarii sistemi contumaciali, e promossero quistioni, dalle quali chiaramente si [xiii]scorge la felice loro tendenza a liberarsi da alcune vecchie pratiche sanitarie pesanti e superflue, e stabilire d’accordo un sistema contumaciale più ragionevole, e più vantaggioso ai progressi della navigazione e del commercio, ed agli altri grandi interessi della Società.

Probabilmente con tale scopo legislativo il Governo Francese nell’anno scorso facendo un officioso appello alla scienza medica (e), manifestò il desiderio d’intervenire nelle grandi quistioni relative alla peste. Questa lodevole iniziativa richiamò al pensiero la felice idea di un Congresso sanitario Europeo, annunciata prima nel 1832 dal professore Magendie, nel 1833 dal Dott. Cervin, il celebre agitatore anticontagionista, riprodotta poi e sostenuta con molto calore nel 1838 dal Dott. Bulard de Méru, che dimorava allora a Costantinopoli, osservatore distinto e zelantissimo, uno dei più intrepidi ed abili Medici fra quelli che incaricati dal Governo Francese di osservare e studiare la [xiv]peste nei paesi d’Oriente, vi si dedicarono con mirabile intrepidezza e perseveranza, e con reale utilità della scienza. Secondo le annunciate idee e le opinioni che ci siamo potuti formare intorno al detto Congresso, pare ch’esso dovesse esser composto di Medici e di uomini di Stato, da nominarsi dalle varie potenze marittime di Europa, nella vista del miglior servizio sanitario e del maggior utile pubblico; che detto Congresso dovesse versare sui mezzi di migliorare le pratiche e discipline sanitarie attualmente impiegate in Europa per preservarsi dalla peste e dalle altre malattie di contagio specifico; estendere le sue dotte investigazioni sopra tutto ciò che aver poteva relazione con questo grande argomento; per quindi, partendo da dati più positivi, e sulla base di una più estesa ed illuminata esperienza, adottare d’accordo un Piano di Regolamento contumaciale e di espurgo più uniforme e più ragionevole, cauto, saggio, e adattato a guarentire pienamente la pubblica sicurezza; [xv]ma nello stesso tempo più conciliatore, più corrispondente ai bisogni della navigazione e del commercio, ed agli altri grandi interessi della Società: che a tale effetto dovesse detto Congresso occuparsi di una giudiziosa riforma di tutte le pratiche sanitarie inutili e irragionevoli, di un soverchio mal inteso rigore, che introdotte dalla pusillanimità e dalla paura in secoli d’ignoranza, in tempi di spavento e di terrore, allorchè era frequente in Europa l’imperversar della peste, vennero poi mantenute in vigore per cieca venerazione alle antiche leggi e pratiche sanitarie, o per materiale abitudine, per incuria, e più probabilmente per difetto di cognizioni e di coraggio necessarii per modificarle.

Giustamente osserva il Dott. Bulard nel suo foglio La peste, che il vero ed unico mezzo per conseguire lo scopo cui ebbe in mira il Governo Francese nella indicata sua iniziativa era appunto quello della riunione del detto Congresso; «giacchè le opinioni [xvi]staccate dei Medici e delle persone più illuminate del Levante non condurranno mai ad alcun utile risultamento, e per esse ne andrà fallito lo scopo.» E nemmeno è sperabile che giunger si possa a conseguire tal fine col mezzo dell’officiosa corrispondenza fra i varii Governi; mentre, oltre che ciò esigerebbe un tempo assai lungo per consumarne le pratiche, riuscirebbe assai difficile, se non impossibile, metter d’accordo le varie opinioni col mezzo di Note e di scritti, e pervenire felicemente ad un’utile conclusione. Un argomento bene sviluppato a voce e discusso, nel quale si vada mano a mano incontrando le diverse quistioni, e sciogliendo le obbiezioni dell’opinione contraria, può esser consumato e concluso con reciproca persuasione e convincimento in una o due sedute, mentre lo stesso argomento trattato per note o per rapporti scritti richiede sovente un’inutile scritturazione di anni, senza che riesca di persuadersi a vicenda, e senza nulla concludere. L’esperienza acquistata in [xvii]un lungo servizio sanitario di trentasei anni mi ha convinto di questa verità, e della poca utilità che si può sperare di cogliere dal molto scrivacchiare nei sanitarii argomenti; e quanto facilmente abortiscano i migliori progetti per siffatto sistema, atto solo a popolare di carte inutili i polverosi archivj. Oltre di che; allorquando la discussione di simili grandi progetti di economia speciale viene assoggettata alla tarda rutina d’ufficio, ed al consueto lento metodo delle moltiplicate scritture, è assai più facile che le forme viziose de’ privati interessi riescano ad eludere le buone intenzioni dei veri amici del bene, e rimanga sfigurato o tradito l’interesse universale della società; giacchè, trattandosi di una materia di non comune nè facile intelligenza, il linguaggio della privata ambizione, della bassa gelosia, dell’invidia, giunge più facilmente a mascherarsi sotto le mentite sembianze del zelo della cosa pubblica, dell’amore del bene, del giusto; e non solo l’ipocrisia, ma la temerità e la boriosa ignoranza [xviii]elevate a maestre pervengono con maggiore facilità ad imporre agli altri col loro facile sentenziare, coi loro sofismi; mentre all’incontro in un Congresso di dotti, in una conferenza di Medici intelligenti e sperimentati, di uomini di Stato saggi ed illuminati, istrutti dell’argomento su cui sono chiamati a discutere, non è facile che la temerità possa tener luogo di scienza; ed ove per mala ventura l’ipocrisia o l’ignoranza giungano ad insinuarsi, non sono al caso di spacciare la loro falsa moneta, ma vengono invece costrette a starsene silenziose e ritirate nel proprio guscio per ischivare la vergogna e il ridicolo della lor posizione, della lor nudità.

La proposizione relativa al sopraccennato Congresso, fatta pubblica a cura dello stesso Dott. Bulard, non mancò, per quanto si potè raccogliere dai pubblici fogli, di essere bene accolta e trovare appoggio presso le grandi Potenze di Europa, siccome quella che appariva avere in sè un carattere di saggezza e di verità, e si avvisava ad un mezzo [xix]più di qualunque altro valevole ad ottenere felici risultamenti pel bene dell’umanità e pei grandi interessi del Commercio e della Navigazione degli Stati di Europa.

Se non che, agendo con la necessaria cautela, prima di devenire ad una determinazione definitiva sopra questo grande argomento, ed alcuna cosa concludere, pare, siasi cercato di bene conoscere quali effettivamente fossero le idee ed il piano di questo nuovo riformatore de’ sanitarii sistemi, che chiamato a far parte del detto Congresso, avrebbe certamente esercitato su di esso e sulle di lui conclusioni una grande influenza, sì pel vantaggio che sopra gli altri membri gli avrebbe accordato una più estesa, più lunga e più fortunata esperienza, e quella certa rinomanza che in tale materia aveva saputo procacciarsi in Europa, sì perchè gli uomini coraggiosi e di grandi volontà esercitano ordinariamente una possente influenza sopra le opinioni degli altri, e sopra le deliberazioni dei corpi cui appartengono, specialmente [xx]allorchè sono eloquenti. Nè fu malagevole di ciò conoscere, giacchè lo stesso Dott. Bulard non esitò a fare di pubblico diritto le sue idee ed i suoi pensamenti intorno al detto Congresso; che anzi le comunicò egli stesso in data di Berlino al redatore del Journal des Débats, il quale le riportò nel suo foglio del 10 Novembre 1838. E nel giorno 16 dello stesso mese il Dott. Bulard medesimo lesse in una sessione pubblica della I. R. Società medica di Vienna una sua Memoria, nella quale francamente espose i detti suoi pensamenti e proposizioni relative al Congresso. Non saprei dire quali sieno stati i risultamenti di tale precoce apertura, nè quale impressione abbiano fatto le idee del Dott. Bulard sull’animo e nell’opinione dei dotti e riputatissimi Medici che assistettero a quella sessione, alcuni de’ quali sono autori di opere di molto merito, sulla peste, ed hanno avuto occasione di osservare da vicino e studiare quella malattia in mezzo alle stesse sue stragi. E nemmeno mi trovo [xxi]in istato di poter asserire con fondamento bastante, se in quella Memoria, in cui l’Autore palesa molta dottrina, e comunica bellissime e veramente pratiche osservazioni sulla peste, non siasi forse creduto di ravvisare nel proposito della progettata riforma, alcune idee strane, proposizioni azzardate e veramente inammissibili, per cui siasi alquanto menomato il fervore della pubblica opinione a di lui riguardo. Quello unicamente che mi venne fatto di conoscere e che posso asserire come positivo si è, che il chiarissimo Dott. Knolz, Consigliere effettivo di Governo e Protomedico presso la Reggenza dell’Austria Inferiore, in una delle successive sessioni della stessa grande Società dei Medici di Vienna, tenutasi il giorno 2 Febbrajo a. c., che fu onorata dalla presenza delle LL. AA. II. gli Arciduchi Francesco Carlo, Luigi, e Massimiliano, non che di S. A. il Cancelliere di Casa, Corte e Stato, Principe di Metternich, di S. E. Ministro di Stato e di Conferenze Co. di Kolowrat, di parecchi Magistrati Superiori, [xxii]e Membri del Corpo Diplomatico, il Dott. Knolz, dicesi, valendosi anche dei materiali raccolti nelle precedenti sedute, tenne un interessante discorso sulla peste orientale, nel quale vennero presi in particolar esame varj punti toccati dal Dott. Bulard nella preaccennata sua Memoria, e parlò delle sperienze degli antichi e moderni osservatori di tale materia, delle lunghe benemerenze che l’Austria s’è acquistata colle sue quarantene in riguardo a tutta l’Europa, sulle ragioni più gravi che non permettono di risguardare le viste e proposizioni del Dottor Bulard come una base sicura delle riforme; e conchiuse finalmente esponendo l’opinione, che il mezzo più certo di sciogliere i quesiti più importanti sulla peste sarebbe quello di spedire nei paesi del Levante alcuni Medici, incaricati d’istituire diligenti ricerche. Questo Discorso del riputatissimo Dottor Knolz venne accolto con applauso. Non mi è noto che cosa sia avvenuto in seguito del surriferito Progetto avanzato dal [xxiii]Dott. Bulard, non avendone più fatta menzione i Giornali. Soltanto mi fu dato di rilevare dalla Gazzetta Medica di Parigi del 17 Agosto scorso N.º 33, che lo stesso Dottor Bulard aveva presentato nel dì 5 Agosto a. c. a S. E. il Ministro del Commercio e dell’Agricoltura del Governo Francese un Progetto di riforma Sanitaria, il qual Progetto è stato poi pubblicato colle stampe[1]. Forse più gravi ed importanti quistioni politiche hanno impedito ai Ministri delle grandi Potenze di occuparsene. Forse le ragioni addotte dall’opposizione indussero i Governi in un’opinione contraria. Forse si ritornerà ad esso in altro più opportuno momento; giacchè se il Progetto del surriferito Congresso Sanitario Europeo è buono in massima, utile, e tale da ripromettersi di ottenere per esso grandi vantaggi a favore della società, e segnatamente atto a togliere, per quanto fia possibile, tutta sorte d’inciampi inutili e dannosi [xxiv]alle relazioni commerciali sempre più crescenti col Levante, non è a credere che le Potenze abbiano intenzione di abbandonarlo perchè sono state forse esternate immaturamente delle proposizioni assurde ed inammissibili sul modo di attivarlo, e di mandare ad effetto le contemplate riforme. Ove s’abbia convenuto sulla massima, deve esser facile intendersi e concretarsi intorno ai modi ed al piano migliore di mandarlo ad esecuzione, sui mezzi e misure di dettaglio onde cogliere con maggior sicurezza l’utile scopo cui s’ebbe in mira nell’idearlo.

Tutto ciò è pura storia. Valga questa breve digressione a richiamare la pubblica attenzione sopra un subbietto ch’io ravviso della massima importanza e meritevole delle alte considerazioni dei Governi di Europa, specialmente nei tempi presenti, nello stato e andamento attual delle cose, e nel sussistente reale bisogno di meglio regolare le nostre relazioni commerciali coi paesi del Levante, oggidì molto estese. Ritornerò in [xxv]altro luogo sopra questo importante argomento, ed entrando nel midollo della quistione procurerò di svilupparla nel miglior modo che per me si potrà. Ora riprenderò il filo del mio discorso sulla materia trattata in questi volumi.

Il soggetto che ho intrapreso a discutere è assai vasto. Esso abbraccia le più importanti quistioni d’igiene pubblica, di economia sanitaria, e di medicina. L’analizzarlo in tutta la sua estensione, e sotto tutte le viste scientifiche, economiche, e politiche, era impresa assai ardua e difficile, superiore alle mie forze, ai miei mezzi. Mi sono quindi limitato a scrivere il mio libro così come mi dettava la mente, e secondo lo richiedeva il bisogno de’ tempi e delle circostanze, avendo in vista principalmente l’utile pubblico. Ho esposto le mie idee con franchezza e verità, e procurai di presentare quelle degli altri sotto l’aspetto più favorevole allo scopo che mi sono proposto, nel miglior ordine, e colla maggior chiarezza che per me si potesse. Negli avvertimenti [xxvi]e norme che ho creduto di dover dare a guida degli inesperti, ho seguito principalmente le regole pratiche dell’esperienza, ed ho procurato di esporre le cose in modo che sia facile leggere l’avvenire nel passato, e da ciò che ha detto la storia, si possa giudicare di quello che non ha detto punto. Ebbi in mira particolarmente di richiamare sopra questo grande argomento l’attenzione di quelli che governano, delle Magistrature di Sanità, e delle persone dell’arte; nè lasciai di entrare in dettagli qualunque volta mi parve potesse occorrere per tracciare una guida alla moltitudine, e delle norme alle differenti classi di persone costituite nel caso di averne bisogno. Senza sortir dalla folla, e camminando col movimento degli altri, ho cercato di tener dietro, per quanto ho saputo, ai progressi delle scienze fisiche e sanitarie, e di approfondare le mie osservazioni sopra alcune importanti quistioni relative alla grave materia, assoggettando le mie idee al rigoroso esame della ragione e dell’esperienza, [xxvii]e marciando con franchezza pel sentiero della verità senza lasciarmi intimidire dalle acutissime spine che s’incontrano su quella via. Il primo bisogno di quelli che governano i popoli è di conoscere il vero, giacchè in politica il vero non è che il buono e l’utile. Il primo dovere dell’uomo onesto e dabbene è di facilitare ai Governi questa conoscenza.

In quest’Opera, frutto sudato di molti anni di fatiche e di cure, e di una pericolosa sperienza, colta sul campo stesso della peste ed in mezzo ai suoi orrori, alle sue stragi, procurai di dare un’idea la più chiara che fosse possibile di questo morbo fatale, dell’indole sua insidiosissima, del suo carattere proteiforme e versatile, delle sue sembianze ingannevoli e menzognere, del suo corso rapidissimo e difficile ad essere arrestato, del suo aspetto spaventoso e terribile, de’ suoi effetti luttuosissimi, micidiali e di generale desolazione, delle funestissime sue reliquie. Mostrai come difficile più che non si crede sia il ravvisarlo e conoscerlo al suo primo [xxviii]apparire, e come la medicina manchi d’ordinario di esperienza e di traccie sicure per tale pronto e sicuro riconoscimento, il quale costituisce la parte più importante e decisiva, non che la più difficile che la scienza medica sia chiamata a rappresentare nella pubblica amministrazione sanitaria, e nella quale parecchi grand’uomini e medici riputatissimi sono incorsi in gravissimi sbagli, fecondi di tristissime conseguenze (f). Per questa ragione appunto procurai di trattare con chiarezza, e nel miglior modo che per me si potesse, quella parte che risguarda l’etiologia della peste ed in ispecieltà i sintomi di essa, tanto particolari o patognomonici, che comuni ad altre malattie; acciocchè più agevole riesca in ogni caso il distinguerla dagli altri morbi coi quali suole confondersi, e più facile e più pronto ne venga il riparo. Parlai del contagio, de’ suoi misteri, e delle sue differenti quistioni; dell’attività che esercita il principio pestilenziale sui varj sistemi dell’economia animale; delle vie per cui si propaga; [xxix]della sua riproduzione; degli effetti o sostanze che si considerano esserne i depositarj; dei modi e mezzi di distruggerlo prontamente ovunque si annida; dell’influenza delle cagioni esterne sopra l’attività individuale; e di ciò che può promuoverla, menomarla, o distruggerla; della qualità delle lesioni fatte palesi col mezzo dell’autopsia cadaverica; dei mezzi curativi, e del poco che l’umanità può attendersi da essi nella malattia della peste. Mi trattenni più lungamente intorno al metodo igienico, ch’è il più utile, all’efficacia dell’isolamento e degli altri mezzi profilatici o preservativi; come pure intorno alla disinfezione ed ai varj suoi mezzi, differenti metodi, e pratiche usati per ottenerla. Nell’isvolgere questo importante argomento, appoggiato ad una più illuminata esperienza, ed alle verità e dimostrazioni della scienza, procurai di analizzare i varj presidj che, a tenore delle circostanze si richieggono all’uopo, non solo nei casi di minacciata salute, ma per quelli eziandio ben diversi di ricevuta [xxx]infezione, a mercè de’ quali si può sperare di pervenire a frenare la propagazione del male, ed estinguerlo prontamente e con minori danni allorchè è penetrato; e d’avvisare in somma alle varie specie di provvedimenti e d’ajuti, che in que’ pericolosi e tristi frangenti l’umanità deve attendersi dalla provvidenza delle leggi, dai benefici ministri dell’arte salutare, e della religione, non che da quelle persone generose e benefiche, decoro e ornamento della specie umana, che spesse volte s’incontrano in siffatte grandi calamità pubbliche, le quali si fanno distinguere per magnanima carità, per eroico coraggio nell’affrontare qualunque pericolo allorchè si tratta di recar soccorsi, ajuto o conforto ai suoi simili: finalmente indicai modi e consigli, pei quali nelle calamitose e difficili circostanze di minacciata salute pubblica e di diffusa infezione, ciascuno conoscer possa come aver a regolare sè stesso, e provvedere alla propria salvezza ed a quella della propria famiglia.

[xxxi]
Nell’ideare il piano di quest’Opera, avendo considerato, che chiunque si propone di coltivare una scienza ama di conoscere tutto ciò che in qualsivoglia modo alla prediletta scienza appartiene, e desidera aver notizia degli Scrittori e delle Opere che su quella scienza han versato, onde poter trarre da esse sussidj d’istruzione, e corredo di erudizione e di norme; stimai opportuno di raccogliere e compilare un Catalogo di Opere e Trattati sulla Peste e sulla pubblica amministrazione sanitaria, e lo disposi per ordine alfabetico, diviso nelle differenti lingue, secondo che sono state scritte, notandone il nome dell’autore, il titolo, l’anno ed il luogo della pubblicazione di ciascuna, non che il formato del libro, e le edizioni varie; aggiuntevi in fine alcune brevi osservazioni ed avvertenze sul merito ed importanza delle dette Opere e Trattati, e sulla parte che i diversi Autori han preso a trattare nell’argomento, secondo le loro differenti classi e professioni, per es. filosofi, storici, cronologisti, medici, [xxxii]teorici, pratici, contagionisti, anticontagionisti, ecc., indicandone alcuni, e facendo notare, siccome ne’ casi dubbj, e nelle calamitose e difficili circostanze di peste o scoppiata o vicina, giovi attenersi a quegli autori pratici che ebbero a trovarsi in occasioni di peste, e che pubblicarono i loro scritti dopo aver fatte le loro osservazioni in mezzo alle stragi del morbo; le quali opere hanno quel solenne carattere di verità pratica e d’interesse, che le fa distinguere di leggieri, da chi non è ignaro della materia, dalle altre moltissime che appartengono ad autori che non hanno mai veduto la peste, e che per conseguenza non furono al caso di formarsi idee giuste e chiare sopra questo luttuoso argomento, ma compilarono le loro Opere trascrivendo qua e là le osservazioni degli altri fra gli ozii tranquilli dei loro gabinetti letterarj, e quindi non possono essere altrettanto proficue, nè servire di guida sicura per ben dirigersi nelle difficili circostanze di contagio. Nè qui intendo parlare di quelle altre [xxxiii]appartenenti a certi cotali, i quali dominati dalla sciaurata smania di rendersi celebri nella via del progresso, non esitano a piantar cattedra su tutto ed in faccia a tutti; ed egualmente facili giudicatori anche nell’argomento assai dilicato e difficile della peste e della pubblica amministrazione sanitaria, spacciano con molta impudenza falsi principj e grossolani errori, i quali ripetuti e copiati dagli altri, si moltiplicano e si diffondono con danno reale della scienza e degl’interessi della società, senza che il pubblico tragga per essi altro compenso fuorchè una gran dose di presunzione e di temerità. Quantunque le dette bibliografiche notizie da me compilate formino un catalogo più ampio d’ogni altro finora pubblicato, e disposto con un certo ordine, per cui con minor fatica e minor dispendio di tempo si possa in tanta serie di autori trovar quelli a cui convenga di far ricorso; pure esso è ben lontano dall’esser completo. Molte opere, specialmente delle più recenti, non vi son registrate, perchè non mi [xxxiv]venne fatto di conoscerle nè di trovarle descritte se non dopo eseguita la stampa dei fogli sui quali dovevasi riportarle. A questa mancanza riparerò con un Catalogo di supplemento che mi propongo di pubblicare in cima al volume che terrà dietro a questo, conservando lo stesso ordine, la stessa distribuzione, onde agevolare ed estendere ognor più anche con questo mezzo l’occorrente istruzione nell’importante argomento, ed additar nuove guide agl’inesperti.

Mi resta a far qualche cenno intorno alla storia universale delle pesti, che dai più remoti tempi fino al presente hanno afflitto l’umanità, la quale pure trovasi compresa in questi Volumi. Questo lungo lavoro, quantunque limitato alle pesti più memorabili, mi ha costato un’immensa fatica. Ed in vero; l’esame d’un gran numero di Opere e Trattati, i confronti necessarii e la scelta fra le descrizioni diverse delle medesime pestilenze, il dover separare il vero dal falso e dall’esagerato, fra le avviluppate fila delle differenti [xxxv]opinioni e sistemi, fra gli opposti interessi degli Autori diversi; l’esporre i fatti e le circostanze sotto l’aspetto migliore e più corrispondente alle viste dall’utile pubblico, nel modo più acconcio, acciocchè nell’esperienza del passato, nei varii luttuosi quadri posti sott’occhio trovar possano i Magistrati, i Governi, le persone dell’arte ed ogni classe di gente di che istruirsi per far cessare il bisogno e i pericoli dell’avvenire, per provvedere alla propria e all’universale salvezza; sceverare i fatti da tante circostanze di nessuna importanza, da tanti racconti, commenti, digressioni inutili e stucchevoli, prendendo di essi unicamente la parte utile ed interessante a sapersi, esiger doveva necessariamente molto studio e molta pazienza. Delle dette pestilenze alcune sono descritte più o meno diffusamente e dettagliatamente, altre non sono che accennate, aggiuntevi per lo più le cose più meritevoli di nota, p. es. l’indicazione di alcuni particolari fenomeni, o straordinarii avvenimenti, da’ quali furono precedute [xxxvi]od accompagnate. Dette storie sono esposte in serie cronologica, anno per anno, secolo per secolo. A piedi di ciascuna di esse ho indicato fedelmente gli Autori e le Opere che hanno versato su quella pestilenza e da cui quella descrizione avea tratta. Ed affinchè non restasse molto a desiderare a quelli cui cader poteva fra mani questa mia Opera, ho stimato di riportar per intiero tratte dall’originale tutte le belle e classiche descrizioni che abbiamo sulla peste, tanto in latino, che in italiano, o tradotte dal greco, p. es. quelle di Ovidio, Seneca, Tucidide, Lucrezio, Lucano, Silio Italico, Boccaccio, Machiavelli, Giannone ecc. Non ho compreso in questo primo Volume tutta la parte storica, come mi era proposto, perchè il libro sarebbe riuscito di soverchia grandezza e di forma tozza; sicchè ne trasportai una parte nel secondo, e precisamente quella che va dal 1770 al 1839.

Scrissi anche la Storia di quelle pesti delle quali fui testimonio oculare. Della Storia della peste mi sono particolarmente occupato, [xxxvii]dappoichè sono convinto, che se vi ha libro utile a studiare per la conoscenza, preservazione e cura della peste, è appunto la storia delle pesti. La storia in generale è quella che schiude i suoi tesori all’occhio del saggio, e gli fa apprendere per l’esperienza del passato delle grandi verità utili di cui giovarsi pel presente, e pei bisogni, combinazioni e vicende dell’avvenire; e che, come dall’alto di una posizione superiore lo invita a delle grandi meditazioni per discernere il vero dal falso, in mezzo ai capricci delle ondeggianti opinioni, fra le controversie e i discordanti pareri delle persone dell’arte, e nell’oscurità ed incertezza delle opposte dottrine; è quella guida fedele e sicura che ci addita la vera via da seguire fra gli scogli delle varie passioni degl’inesperti e dei dotti, fra il conflitto degl’interessi diversi, fra le ridicole trasfigurazioni e le impudenti cicalate dell’insolente e stupido orgoglio; è la sola strada che può condurci con minor pericolo e più sollecitamente al sospirato porto di sicurezza. [xxxviii]Non potrei quindi convenire nell’opinione del Dott. Bulard, esternata nella sopraccennata Memoria, che l’eseguimento di alcune misure di riforma farebbe della storia della peste un libro morto. Se la vera scienza è fondata sul vero; dove mai àvvi maggior vero che nella Storia, la quale è di esso conservatrice eterna? Una tardiva esperienza si paga sovente assai cara; l’anticiparla spetta solo alla Storia; e per ordinario non si conosce il prezzo di questa anticipata sperienza se non allorquando non v’è più tempo di profittarne.

Questo è quanto ho potuto fare di meglio lavorando molti anni sopra tale materia con particolare impegno e con una specie di predilezione, giacchè tutto ciò che allo studio della peste può avere rapporto m’interessa moltissimo; e sotto tale riguardo non posso che esser contento della mia posizione atta a favorire siffatta tendenza (g).

A malgrado i lunghi e perseveranti miei sforzi, sono ben lontano dal credere di aver [xxxix]fatto un lavoro completo; nè come tale pretendo di presentarlo al pubblico. Sarei molto contento ove sperar potessi di aver fatto un lavoro utile. Qualunque egli sia, i miei sforzi servir potranno se non altro d’impulso a quelli che scriveranno dopo di me per far meglio. Essi potranno di leggieri correggere ed ampliare l’Opera mia. Le mie osservazioni, le mie riflessioni potranno facilitare quelle degli altri; ed io applaudirò senza invidia agli allori che non avrò potuto cogliere. Per tal modo non sarà tutto perduto per l’interesse dell’umanità. Se le cose contenute in quest’Opera non sono nuove, nuovo sarà almeno il piano, l’ordine e la distribuzione delle materie. Alcuni principii, alcune massime sono tanto antiche che il mondo, ed un gran numero di precetti igienici e di verità pratiche sono altrettanto vecchie quanto il sentimento della propria conservazione, ripetute da tutti gli scrittori di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Ad un Autore moderno sovente non resta che il merito della scelta, dell’ordine, dello [xl]stile e dell’applicazione alle circostanze. Il mio scopo non fu quello di aspirare alla gloria del genio, ma al merito di esser utile. Che se nel tracciare queste mie istruzioni ed avvertenze, nell’insieme di questa mia Opera, io non ho fatto conoscere il desiderio di contribuire per essa al bene ed alla felicità de’ miei simili coll’allontanare da essi la più grande e la più desolatrice di tutte le calamità fisiche, io non avrò espresso il sentimento che più di tutti gli altri dominava il mio cuore nel compilarla.

[xli]
NOTE
(a) In Italiano — Peste, peste bubonica, peste orientale, pestilenza, contagio, morìa. — In Latino — Pestis, pestilentia, febris pestilentialis, contagium pestilentiale, morbus pestiferum, lues pestifera. — In Francese — Peste, peste du Levant, peste d’Orient, pestilence, la maladie, fièvre pestilentielle, fièvre adéno-nerveuse; (Pinel.) — Inglese — Pest, pestilence, plague. — Tedesco — Pest, pestilenz, Beulen-pest, Menschen-pest. — Belgio — Pest, pest-koorts. — Danese — Pest, pestilents. — Svedese — Pest, pestilents. — Spagnuolo — Pest, pestilencia. — Portoghese — Peste, Pestilencia. — Russo — ПовѢшріе, моровое повѢшріе, чума, пагуба. — Polacco — Powietrze, powietrze morowe. — Illirico — Kugga, Bubba, Csumma o Ciumana, Moria, Morje, Mor. (Torna al testo)

(b) Pestis siquidem uno nomine Europa omnis de repente intremiscit: teterrimos illius effectus intuentibus horror ingruit atque terror et quantam miseriæ, quantamque illa afferat vastationem ii solummodo sibi possunt effingere qui tantæ cladis oculati testes fuere. Evolvantur cujusque temporis monumenta, perlegantur, si fieri potest, absque ullo animi motu innumeræ Pestis cædes, profunda illius vulnera, et miserrimæ diuturnæque in urbibus regionibusque vastatis reliquiæ. Quævis descriptio, accurata licet, longissime semper a veritate distabit (l’A. in alt.º l.º). (Torna al testo)

(c) Nei primi secoli dopo il mille le navi de’ Veneziani solevano trasportare i crociati in Asia, e mantenevano un commercio molto attivo coi paesi del Levante, e più particolarmente coll’Egitto e colla Siria; commercio di cui i Veneti erano già in possesso molto tempo anche prima di detta epoca. Dette navi al loro ritorno, cariche di mercanzie, frutto degli ottenuti trionfi e del commercio, assieme colle ricchezze dell’Oriente portavano non di rado in patria anche la peste. Secondo il Gallicciolli ed alcune Cronache, pare, che dal 1000 a tutto [xlii]il 1400, Venezia fosse stata travagliata dalla peste più di quaranta volte, e secondo altri autori più di sedici volte nel solo secolo XIII. Dissi pare, giacchè le notizie che abbiamo intorno alle pesti di Venezia sino al secolo XIV sono così confuse, che non si saprebbe precisamente dire se le regnate epidemie fossero state tutte di vera peste, ovveramente di altre malattie. Mi astenni perciò dal farne menzione, limitandomi ad accennarne alcune soltanto delle più memorabili (V. facc. 282, 284, 297, 318, 323, 419, ec.). Le più chiare ed esatte notizie che ci offra la Storia intorno alle pesti di Venezia di que’ primi secoli si riferiscono a quella terribile del 1347-48, da cui l’Italia e l’Europa tutta fu crudelmente afflitta (V. facc. 419, 297), ed alle successive del 1361, 1377, 1381-82, 1391, e 1397. Che che ne sia; a malgrado la poca esattezza e precisione della Storia delle pesti di que’ primi secoli, chiaramente apparisce, che prima dell’istituzione dei Lazzeretti, la maggior frequenza dell’importazione della peste in Italia seguisse sempre il maggiore o minor movimento delle relazioni commerciali coll’Oriente. La Repubblica Veneta, che, come si è detto, manteneva un esteso e quasi esclusivo commercio col Levante, nel quale non aveva altri concorrenti che i Genovesi e i Pisani, e dirigeva le sue speculazioni commerciali principalmente in Siria e nell’Egitto, mentre i Genovesi le indirizzavano in vece verso il Bosforo ed il Mar nero e facevano i loro affari in Costantinopoli, a que’ tempi esente dal contagio; la Repubblica Veneta, dicesi, per le reiterate invasioni del contagio fatta accorta del pericolo in cui di continuo versava per tali frequenti e libere comunicazioni, dovette sentire prima d’ogni altra nazione di Europa il bisogno di stabilire un mezzo di provvedimento sanitario capace di preservare la Capitale ed i Veneti Stati dall’invasione di un morbo crudele, che l’avea tante volte contaminata e deserta, senza per ciò esser costretta di abbandonare il suo commercio col Levante, al quale essa doveva la sua ricchezza e prosperità. Nè tardo dovea venire alla mente de’ Veneti il pensiero, che questo mezzo altro esser non poteva che l’isolamento delle persone e delle robe infette o sospette che provenivano per la via di mare dal [xliii]Levante e che tutte dovevano fare scala a Venezia, onde toglierle così all’immediata comunicazione coi sani. E siccome Venezia è circondata da ogni parte da molte belle Isolette, le quali quasi tante ancelle forman corona a questa regina del mare; così, adottata l’idea dell’isolamento, è naturale che la Repubblica pensar dovesse a convertire una delle dette Isolette a ricetto delle persone e delle merci infette o sospette di pestilenza. Scoppiata essendo nuovamente la peste a Venezia nel 1403 (V. facc. 421), questa servì di potente impulso per determinare definitivamente la Signoria Veneta a mandare tosto ad esecuzione il divisato progetto. A questo fine la detta Serenissima Signoria in quel medesimo anno 1403 tolse agli Eremitani della regola di s. Agostino l’Isola che abitavano, e su cui fin dal 1249 avevano eretto un convento ed una chiesa col titolo di Santa Maria di Nazareth (forse perchè accoglievano ed assistevano i pellegrini infermi che ritornando da Terra Santa concorrevano a Venezia), la dichiarò di jus patronato della Repubblica, e istituì su di essa un Ospitale, dove ammetter si dovevano i poveri d’ambo i sessi afflitti dalla peste: al qual Ospitale assegnò la Chiesa, gli edifici, gli orti e le possessioni del soppresso convento. Sono stati destinati alcuni serventi, un Cappellano, ed un Priore con salario da pagarsi dal pubblico; e fu prescritto che l’Officio del Sale pagar dovesse tutte le spese di vitto e medicine. Ai Monaci Agostiniani venne assegnata, in cambio di quella che loro si aveva tolta, l’altra piccola Isoletta di Santo Spirito, dove Fra Gabriele de Garofolis Spoletano, ch’era il priore del soppresso convento di Santa Maria di Nazareth, uomo pio e di santa vita, fondò l’Istituto de’ Canonici regolari. In seguito, oltre alle persone infette o sospette di peste, si mandarono in detta Isola all’espurgo anche le mercanzie che provenivano dal Levante. Per tal modo la Signoria Veneta fu la prima che con sano consiglio abbia pensato ad isolare le persone e le merci provenienti dall’Oriente, ed a sottoporle a contumacia; e colla istituzione de’ suoi Lazzeretti diede bell’esempio all’Europa, e le insegnò il modo di preservarsi dal più micidiale e più temuto dei mali. E siccome con tre successivi [xliv]Decreti del Senato, uno del 1448 e due del 1456, l’Isola ove mandavansi gli appestati e i sospetti, venne appellata Nazaretum, dall’antico nome forse della sua Chiesa, Santa Maria di Nazareth; così quel nome si conservò, corrotto in seguito dal volgo, che ripete materialmente le voci secondo il suono di esse senza conoscerne il significato e l’origine, cangiata la n in l, e Lazzaretto fu sempre in seguito chiamato quel luogo dove si isolavano le persone e le robbe sospette di peste per far quarantena. Di mano in mano che gli altri popoli d’Italia ed i stranieri ad imitazione de’ Veneti andarono adottando nei loro Stati li medesimi presidj di difesa contro la peste, coll’imitazione delle stesse leggi e regolamenti di sanità adottarono pure lo stesso vocabolo dei Veneti per distinguere i loro Stabilimenti di Contumacia. Questa etimologia del nome Lazzaretto mi sembra abbastanza chiara e fondata sulla Storia, senza farla derivare dal mendico della parabola pieno di ulceri, nè da Lazzaro fratello di Marta e di Maria risuscitato dal Redentore N. S. G. C. come suppone il Muratori, e come lo trovo ripetuto da quasi tutti i nostri Dizionarj, forse perchè nella Palestina ed altrove si ponevano sotto la proiezione di S. Lazzaro gli Ospedali dei lebbrosi; e nemmeno da El hazar, Ospedale presso la Moschea del Cairo, come pretende Volnay; e molto meno poi da Jacopo Lanzerotti, che fu il primo Priore nel detto Ospitale di Santa Maria di Nazareth, come s’era pensato da alcuni altri. Perchè poi in tutti i migliori Dizionarj Italiani i detti luoghi per contumacie ed espurghi si chiamino Lazzeretti in vece di Lazzaretti, non saprei dirlo. Forse vi fu qualche Autore accreditato per conoscenza di lingua che per più eleganza così li nominasse, e gli altri poi si copiarono l’un l’altro senza ulteriori esami. Quell’antichissimo Lazzeretto, il primo che sia stato istituito in Europa nell’indicata Isola di Santa Maria di Nazareth, ampliato e ristaurato più volte, sussiste ancora, ed è il nostro Lazzeretto Vecchio, di cui la Sanità Veneta si serve ancora utilmente; che anzi, ristaurato in questi ultimi anni con molta cura e dispendii, e uno dei più belli e comodi Lazzeretti di Europa. Offre decentissimi appartamenti bene ammobigliati, [xlv]ed è capace a dar comodo ricetto a più che cento contumacianti di diversa provenienza, e ad ammettere contemporaneamente all’espurgo nelle ampie sue tettoje, sbarrate da cancelli di legno, divise e distinte secondo le varie contumacie, in sette separati recinti, parecchie migliaja di Colli di mercanzie. Nè al solo Lazzeretto piantato nell’indicato convento degli Eremitani si limitò la previdenza dei Veneti; ma, ritenuto forse che non bastasse quel luogo per soddisfare a tutti i bisogni della Sanità, il Senato Veneto decretò l’erezione di un altro Lazzeretto nell’Isola di s. Erasmo, il quale attivato poco prima del 1500, venne chiamato Lazzeretto Nuovo, e tale chiamasi ancora, quantunque quasi interamente distrutto, e da molti anni una parte di esso non serva più che per deposito dell’artiglieria di terra. Il primo Lazzeretto istituito nel 1403 nell’Isola di Santa Maria di Nazareth incominciò a distinguersi col nome di vecchio subito dopo fabbricato il nuovo, e Lazzeretto vecchio chiamasi anche oggidì, appellata collo stesso nome, l’Isola che lo contiene e che tutta agli usi di Lazzeretto, o ad abitazione e comodo de’ suoi impiegati venne destinata. Nel 1769 essendo stato riconosciuto che il sopraccennato Lazzeretto nuovo non poteva più servire all’oggetto della sua istituzione per l’aria malsana che vi si respirava, per le sue fabbriche diroccate e quasi inservibili, per la sua lontananza e perchè interrati erano i canali, il Senato ordinò al Magistrato Veneto di versare sul cambiamento di situazione più salubre e più comoda al commercio ove piantare un altro Lazzeretto che chiamar dovevasi Novissimo. Dopo molte difficoltà ed incertezze il Magistrato Veneto di Sanità nel 1782 riconobbe, che per la salvezza della materia e pel risparmio l’Isola di Poveglia era preferibile ad ogni altra; e soltanto nel 1793, dominando ancora la Veneta Repubblica, fu per la prima volta destinata Poveglia ad uso di Lazzeretto provvisorio, ed ivi accolti alcuni appestati, spurgate le robe e il naviglio che le aveva portate; e quantunque da tutti i Governi che hanno succeduto alla Veneta Repubblica fosse stata riconosciuta l’Isola di Poveglia opportunissima per lo stabilimento di un Lazzeretto per le provenienze infette o più gravemente [xlvi]sospette, solo nel 1814, ristabilitosi in queste Provincie il Governo Austriaco, venne quell’isola destinata a tal uso (Vedi Cenni Storici sull’Isola di Poveglia e sulla sua importanza sotto l’aspetto sanitario, che ho pubblicato in Venezia nel 1837), ed ora il Lazzeretto di Poveglia è il Lazzeretto Centrale per la peste di tutto il litorale Adriatico, il più valido baluardo di difesa della salute degl’II. RR. Stati Austriaci contro la peste; nè vi ha alcun altro Lazzeretto in Europa, ch’io conosca, che per quanto risguarda l’opportunità della situazione, per un favorevole concorso di circostanze affatto speciali di quella isolata località sia al caso di meglio corrispondere all’oggetto della sua istituzione, e di offrire agli Stati di Europa una maggior guarentigia per la pubblica sicurezza.

Fin dal Marzo 1348, come si è detto (facc. 421), furono eletti dal Maggior Consiglio della Veneta Repubblica tre Nobili col titolo di Savj all’apparir della peste, o Provveditori di Sanità, e nel 1485, aggiunti ai primi altri tre Nobili col titolo di Sopraprovveditori, fu creata una Magistratura perpetua con grandissimi poteri, alla quale era interamente ed esclusivamente affidato, oltre alla sopravveglianza e direzione generale dei Lazzeretti, la disposizione ed attivazione eziandio di tutte le misure e provvedimenti che in qualsivoglia modo alla tutela e conservazione della pubblica salute si riferivano. Fu per tal modo costituito quel tanto celebre Magistrato Veneto di Sanità, cui il Senato aveva a quel tempo accordato amplissimi poteri, e conferito ben anche il titolo di Supremo, la cui rinomanza ed alta riputazione di saggezza non è per anco estinta in Europa; tanto durano le prime impressioni allorchè sono bene stabilite! Ora dell’antico Magistrato Veneto di Sanità tuttora conservasi il nome, ridotti però assai limitati di tale Magistratura i mezzi e le facoltà. (Torna al testo)

(d) Fino dall’anno 1827 sono state introdotte in Egitto, d’ordine dello stesso Vice-Re Mehmed-Alì, pratiche sanitarie, e stabilite contumacie pei bastimenti, non che istituiti Consigli di Sanità per garantire possibilmente il paese dalla peste. Nel 1828 vennero convertiti ad uso di Lazzeretto provvisorio alcuni grandi Magazzini o Sciune, che [xlvii]esistevano ad Isbe, piccola penisola presso Damiata, circondata in parte dalla foce del ramo del Nilo di Damiata (l’antico ramo Fatmetico), ed in parte dal mare, e fu pubblicato in Arabo il relativo Regolamento, col quale sono stati anche nominati i varj Impiegati del nuovo Stabilimento. Nel 1831 per lo sviluppo del Colèra nel paese di Suez venne nominata al Cairo una Commissione composta per la maggior parte di Europei, con facoltà di agire indipendentemente da ogni altra Autorità pel bene della pubblica salute nell’Egitto. Nel Gennajo 1832 è stata istituita ad Alessandria un’altra Commissione, detta Consolare di Sanità pubblica, composta dei Consoli d’Austria, d’Inghilterra, di Francia, di Russia e di Svezia, che in turno mensile dovevano presiederla; la qual Commissione, indipendentemente dal Governo, doveva regolare le cose della Sanità, segnatamente per ciò ch’era riferibile alle contumacie dei bastimenti che approdano ad Alessandria e per le cose della peste. In Aprile dello stesso anno 1832 fu posta dall’I. R. Console Generale Austriaco in Alessandria la prima pietra per l’erezione di un grande Lazzeretto ad una certa distanza dalla Città, al così detto porto nuovo; il qual Lazzeretto fino al 1835 altro non era che uno spazio chiuso da quattro muri con alcuni interni provvisorii ripari. Ora però è ben ridotto, comodo e decente, capace di dar sfogo a venti differenti contumacie contemporaneamente. Gl’Impiegati e Guardiani addetti a quello Stabilimento sono tutti Europei.

Tutti i Consoli residenti in Alessandria avevano convenuto di riunirsi in Consiglio ogni anno per rieleggere o confermare la sopraccennata Commissione Consolare di Sanità, la quale doveva esser formata sempre da cinque Membri tratti dal Corpo Consolare. Detta Commissione assunse in seguito il nome di Comitato Consolare di Sanità, e sussiste ancora.

In una delle sopraindicate sedute pubbliche dell’intero Corpo Consolare tenutasi in Alessandria nel giorno 22 Agosto 1835, subito dopo la terribile peste dell’Egitto degli anni 1834-35, nella quale sono morte più di 150,000 persone, venne adottata con saggio consiglio una misura, la quale, ove fosse stata sinceramente sostenuta e mandata ad effetto, avrebbe forse portato grandi vantaggi [xlviii]all’umanità ed al commercio. Nella detta sessione generale de’ Consoli era stato adottato «di affidare la direzione generale di tutti gli Stabilimenti di Sanità, e di tutti i lavori dello stesso Comitato Consolare di quel Regno, ad un Commissario Superiore di Sanità, che rimpiazzando il Presidente mensile avesse a presiedere permanentemente il Comitato dei Consoli, e dal quale, come da un centro regolatore, partir dovessero tutti gli ordini tendenti ad assicurare la conservazione della pubblica salute in Egitto, e provvedere a tutti i bisogni sì ordinarii che straordinarii del servizio sanitario, modellando le istituzioni e le discipline sanitarie del Regno, sopra quelle degli Stati ben regolati di Europa; e in modo tale da ispirare fiducia all’estero, e procurare alla navigazione ed al commercio dell’Egitto le maggiori agevolezze compatibili coi riguardi della salute pubblica; e nel medesimo tempo provvedere alla miglior salute e prosperità dell’interno».

Questa determinazione del Corpo Consolare venne accolta con entusiasmo dal Vice-Re, che l’approvò subito; e per mandarla ad effetto in modo corrispondente alle grandi viste dell’utile pubblico, cui pare s’abbia avuto in mira nell’adottarla, si rivolse all’I. R. Console Generale Austriaco Consigliere de Laurin pregandolo «d’interessare il Governo Austriaco a scegliere e lasciare in Egitto, almeno per tre anni, un individuo valente, che avesse già servito con buon successo ed in una categoria superiore nella Sanità, il quale avesse da assumersi l’incarico di organizzare e dirigere i pubblici Istituti e le cose della Sanità di quel Regno secondo i sistemi vigenti in Europa». Il Consolato Generale Austriaco se ne incaricò. Scrisse al suo Governo. Ed il Governo Austriaco, sempre premuroso e zelante allorchè si tratta del bene dell’umanità e dell’utile pubblico, instituì delle pratiche, e con sincero e leale interesse emanò degli ordini ai Presidenti dei suoi varii Governi onde rinvenire possibilmente l’individuo fornito delle qualità necessarie per ben corrispondere all’invito del Governo dell’Egitto, e che fosse disposto di accettare il difficile e dilicatissimo incarico che si voleva affidargli.

[xlix]
Ciò però non doveva esser facile, giacchè molte ragioni potevano dissuadere un Impiegato Superiore di Sanità, che godesse favorevole opinione in Europa, dall’assumersi un incarico di tanta importanza, in un paese lontano, in un clima cocente, qual è quel dell’Egitto, fra popolazioni non per anche disposte e mature per una generale riforma sanitaria; e con molta probabilità d’incontrare ostacoli e contrarietà gravissime nella nuova posizione in cui andava a collocarsi, che per la qualità delle circostanze doveva essere assai dilicata e difficile. Pure a malgrado tutto ciò, il Governo Austriaco era riescito a rinvenire e prescegliere l’individuo che possedeva le qualità richieste dal Governo Egizio, capace di condurre a termine la malagevole impresa, ed a cui il Supremo Dicastero Aulico dello stesso Governo Austriaco non aveva esitato di dichiarare, che dietro le pratiche precorse era venuto in cognizione ch’Ei possedeva perfettamente tutte le qualità occorrenti per la direzione degli affari della Sanità dell’Egitto. L’individuo prescelto aveva anche manifestata definitivamente a quel Governo, col mezzo dell’I. R. Console Generale Austriaco residente in Alessandria, la sua determinazione di partire anche subito per l’Egitto onde disimpegnare l’onorevole incarico nel miglior modo che per lui si potesse; e lo stesso Regio Console riscontrava tale avviso, e già sembrava ogni cosa definita e conclusa, allorchè insorte in Alessandria cose che non si conoscono, la missione non ebbe più luogo, ed il ben concepito progetto si dileguò. Scriveva poco dopo l’I. R. Console Generale Austriaco, cioè il 15 Dicembre 1837, che il Comitato Sanitario Egizio stanco di aspettare più oltre l’arrivo di un Commissario permanente dall’estero aveva deliberato nella seduta del 29 Decembre, che fosse urgente di provvedere alla nomina di soggetto presente; e che quindi in quella stessa seduta del 29 Novembre (1837) era stato deciso, che il detto posto di Commissario permanente debba esser dato al Medico primario di Sanità Dott. Grassi, oriundo di Pistoja in Toscana, che da circa venti anni esercitava la medicina in Alessandria. Questa nomina però non venne da S. A. il Vice-Re approvata, perchè (Ei disse) troppo le dispiaceva perdere [l]un medico che faceva parte del corpo dei Medici della Marina; e non fu più nominato alcun altro. Così abortì uno dei migliori progetti sanitarii, la cui felice esecuzione avrebbe segnata epoca nella storia dell’umano incivilimento, dato probabilmente un valido impulso a più importanti migliorie e cambiamenti nell’andamento delle cose sanitarie d’Oriente, e promossi forse sommi vantaggi al commercio in generale ed a quello dell’Egitto in particolare per effetto specialmente delle maggiori agevolezze e di un trattamento contumaciale più mite nei porti di Europa, a cui le derivazioni dall’Egitto avrebbero potuto aspirare, dipendentemente dalla maggiore fiducia dei Governi Europei verso quella Magistratura Sanitaria, allorchè fosse stata modellata sui loro stessi sistemi, e diretta da Impiegati Sanitarii Europei conosciuti ed accreditati in Europa.

Anche nell’Isola di Candia (l’antica Creta), e precisamente nella Città di Candia, capitale dell’Isola e residenza del Bascià, esistono da parecchi anni provvedimenti sanitarii, un Lazzeretto, o luogo per le contumacie, diretto da Impiegati Europei, ed un Consiglio o Comitato di Sanità. Sarebbe desiderabile, che le istituzioni sanitarie stabilite in Egitto per le provenienze dalla via del mare fossero in armonia e corrispondenza con quelle dell’interno; mentre se rimangono libere ed indipendenti da ogni vincolo sanitario le derivazioni per la via di terra dall’alto Egitto, dalla Siria, dalla Palestina ecc., diventano illusorie e vuote di effetto le restrizioni sanitarie ed i rigori contumaciali per le sole provenienze dal mare.

Quantunque l’Egitto fra i paesi Ottomani d’Oriente sia stato il primo ad adottare pratiche ed istituzioni sanitarie, e s’abbia per esse principalmente giovato dell’opera degli Europei; quantunque quel Governo siasi spinto più d’ogni altro del Levante Ottomano nella via del progresso ed avanzato si trovi nell’incivilimento Europeo, pure le istituzioni sanitarie di quel Regno, come del resto della Turchia, sono ancora imperfette, e tali da non inspirare molta fiducia. Verrà forse tempo in cui i Turchi, abiurati i loro antichi pregiudizii, le loro teorie stazionarie, la loro marcia apatica e rutinaria, convinti dall’eloquenza dei fatti, scorgeranno i sommi beneficii che loro possono derivare [li]da un cauto e ben regolato sistema sanitario, universale, proporzionato alle località, circostanze e bisogni del paese, ed adotteranno di buon grado in tutte le loro provincie la legislazione sanitaria come principio; mettendo Costantinopoli a livello delle altre grandi città commerciali dell’Occidente, preservando quelle popolazioni dal flagello più grande e più distruggitore, il quale del continuo le va orribilmente decimando, ed offrendo agli economisti ed ai medici novella prova dell’utilità dell’isolamento. Ma oggidì esse non possono considerarsi altrimenti se non come un’iniziativa ad un sistema sanitario che si andrà in seguito perfezionando, allorchè le popolazioni della Turchia meglio preparate dall’influenza Europea, saranno più mature per questa grande riforma; e materialmente convinte in forza de’ risultamenti, dei sommi beneficii delle istituzioni sanitarie, verranno esse stesse a ricercarle ed invocarle dai loro vicini Europei con altrettanta sollecitudine ed interesse con quanta diffidenza ed antipatia ora sembrano respingerle.

Le istituzioni di sanità incontrarono a Costantinopoli maggiore opposizione che in Egitto; ed appena nel 1837 si è cominciato ad attivare in quella capitale alcune imperfette misure sanitarie, a merito particolarmente dello spirito d’innovazione del Sultano Mahmud II e della sua fermezza, non che delle insistenti sollecitazioni degli Europei, tra’ quali in ispecieltà del Dott. Bulard, che in quell’anno era passato dalle Smirne a Costantinopoli, e che colla solita sua intrepidezza s’era dedicato allo studio della peste e all’assistenza de’ pestiferati. Halil-Bascià fu uno dei primi e più benemeriti proteggitori delle nuove istituzioni sanitarie che si progettarono a Costantinopoli, delle quali la prima misura, per quanto è a mia cognizione, fu quella di ordinare, che col 1.º di Novembre di quell’anno (1837) tutti quelli fra le truppe acquartierate lungo le rive del Bosforo, che venivano attaccati dalla peste, dovessero, senza alcuna eccezione, esser inviati alla Torre del Leandro, locale destinato ad uso di Ospital Militare pei pestiferati, e dove il Dott. Bulard s’è chiuso poi per assisterli il giorno 17 dello stesso mese di Novembre, ed il Dott. Lago di Casale in Piemonte, di lui compagno, il giorno seguente 18 detto.

[lii]
Parecchi progetti di organizzazione sanitaria sono stati presentati successivamente al Governo Ottomano, e pareva fosse stato da prima prescelto quello di Reschid-Bascià, che riferivasi ad una realizzazione di misure sanitarie parziali nella Turchia Europea, dalle frontiere della Bulgaria, della Servia, e dell’Albania fino a Costantinopoli esclusivamente. Ma l’attivazione delle progettate misure sanitarie incontrava a Costantinopoli molta opposizione nello spirito del popolo attaccato alle sue vecchie abitudini e pregiudizii, e nelle di lui superstizioni religiose, fomentate dalle maligne istigazioni di alcuni scaltri malintenzionati e invidiosi. La ferma volontà del Sultano Mahmud però non si lasciò intimidire dalle contrarietà nè dal popolare mal talento; ma fece sì, che gli Ulema, dopo una dozzina di secoli, trovassero nel Corano l’ordine formale di prendere precauzioni contro la peste; quindi si cercò di persuadere il popolo, che le misure e precauzioni di sanità, non solo non erano in opposizione ai principii religiosi ed alle leggi del Corano, ma invece vi concordavano perfettamente. Quindi, in dipendenza di un ordine del Gran Signore, il Divano si è adunato ed ha adottato le seguenti misure.

1.º «Il principio della legislazione sanitaria Europea, considerato come base di una nuova istituzione, è adottato dall’Imp. Ottomano».

2.º «I lavori preparatorii di organizzazione saranno immediatamente messi in esecuzione».

3.º «Il Sig. Dott. Bulard sarà incaricato dalla Sublime Porta a far parte dell’Intendenza Sanitaria che deve istituire, ed a presiedere ai dettagli di organizzazione e di applicazione».

4.º «Dodici milioni di piastre sono destinati al servizio delle quarantene».

In seguito al quale firmano è stata nominata una Commissione Sanitaria provvisoria, incaricata di stabilire le basi del nuovo sistema sanitario ottomano da seguirsi, la quale venne composta di

Abdul-hak-Molla-effendi, ex Medico in capo di S. A. il Sultano, Pres.
Membri
Hassan-bey, del Dipartimento della Marina,
Essaad-effendi, ex Direttore della Stamperia Imperiale,
Selim Bascià, Direttore della Scuola politecnica,
Musurus Segretario Interprete d’Ambasciata — e del
Dott. Bulard.
[liii]
Questa Commissione, costituita nel dì 1.º Marzo 1838, si dedicò tosto con molto zelo a discutere intorno alle disposizioni del nuovo Piano di Regolamento generale sanitario, e sulla sua applicazione, non che sopra le misure temporarie da prendersi per combattere la malattia ovunque si manifestasse. Detta Commissione, che prese in seguito il nome di Consiglio Superiore di Sanità, pubblicò nella Gazzetta di Stato Turca del 14 Saffer 1255 (19 Aprile 1839) una specie d’introduzione al nuovo sistema sanitario che volevasi attivare, fece stampare e distribuire parecchie Istruzioni ai diversi capi delle Provincie, Città, Borgate e Villaggi, indirizzò Avvisi agli abitanti ne’ quali venivano indicate le norme da osservarsi e i mezzi di far ricorso tanto all’apparir della peste, che allorquando fosse giunta alla sua più grande attività, sì per le case infette che per le sane, emanò disposizioni penali per le contravvenzioni alle leggi di sanità, disegnò commissarii speciali e medici incaricati di trasferirsi tosto sopra luogo dovunque fosse per svilupparsi la peste; compilò altre istruzioni speciali e norme relative alle condizioni affatto particolari di Costantinopoli, dipendenti dalla sua posizione, dall’eterogeneità de’ suoi abitanti, dalla moltiplicità dei rapporti individuali, natura delle risorse, bisogni ecc., e finalmente preparò materiali per il suo rapporto generale sul Piano d’organizzazione e di applicazione.

Ordinava frattanto il Governo, che fosse prontamente eretto un Lazzeretto centrale, e stabilito un Cordone Sanitario. Quattro milioni di piastre vennero depositate nella Cassa del Ministero della Guerra per le prime spese dell’organizzazione sanitaria; ed il Capudan Bascià (Akmet) fu incaricato di scandagliare le differenti Baje del Bosforo, e determinare quella che poteva ricevere un maggior numero di bastimenti ed essere con maggior convenienza appropriata al Lazzeretto Centrale che si doveva erigere. Fu destinato un Ispettore alle costruzioni Sanitarie. Finalmente il Gran Signore (Mahmud II) ha decretato, che le spese per l’irruzione della peste debbano star a carico del tesoro. Tutto ciò accadeva nei mesi di Aprile e Maggio del 1838.

Insistette nuovamente il Governo per l’immediata esecuzione [liv]di due grandi progetti, cioè 1.º del ridetto Lazzeretto centrale per la peste, 2.º di un Ospedale pei pestiferati. Il Capudan Akmet-Bascià, accompagnato dai Membri del Consiglio Sanitario; visitò le posizioni di Stenia, d’Unkiar-Skelessi e di Fener-Baktchè, e dopo uno scrupoloso esame decise, che la penisola di Fener-Baktchè sarebbe la situazione più opportuna per piantarvi il Lazzeretto Centrale di cui si trattava, siccome quella ch’era più vicina a Costantinopoli, ed essendo nel canale stesso del Bosforo, offriva ai bastimenti provenienti dal Mediterraneo maggiore facilità di approdo ed oltracciò presentava le più favorevoli condizioni di facile isolamento e di salubrità.

Riguardo all’Ospedale pei pestiferati, un Piano era stato già presentato dal Dott. Bulard, che sembrava avesse ad esser adottato con alcune modificazioni. Secondo detto Piano, lo Stabilimento doveva esser diviso in tre distinti corpi di fabbrica; cioè 1.º l’Ospedale propriamente detto pei malati di peste; 2.º l’Ospedale pei convalescenti; 3.º il Lazzeretto, dove i guariti, finita la convalescenza, scontar dovevano la lor contumacia prima di porsi in libera comunicazione colla Città.

Scoppiati alcuni accidenti di peste a Cipro, in Alessandria d’Egitto ed a Giaffa in Soria, in seguito al passaggio de’ pellegrini, che in folla si recavano da più parti a Gerusalemme, il Dottor Bulard insistette perchè fosse stabilita una contumacia di osservazione ai Dardanelli contro tutte le provenienze da Cipro, dall’Egitto, dalla Siria e dagli altri porti del bacino del Mediterraneo, e vi riuscì. Una contumacia di osservazione venne quindi determinata per la prima volta dalla Sublime Porta ai Dardanelli contro le indicate provenienze. È rimarcabile che le ragioni allora indicate a giustificazione di detta misura furono, 1.º l’attività della peste scoppiata in Siria, in Egitto ed in alcune Isole del Mediterraneo, che esponeva la Capitale a divenir da un momento all’altro teatro di stragi; 2.º la mancanza di Lazzeretti e di un sistema sanitario regolare in Egitto e negli altri indicati luoghi. Contemporaneamente all’adottata contumacia fu pubblicato il relativo Regolamento.

Ma cotale misura non fu di lunga durata, come si rileva dal [lv]seguente brano di lettera scritta da Costantinopoli in data 30 Maggio 1838, e riportata nel Lloyd Austriaco. «Reso avvertito il nostro Governo che da Jaffa dovevano giungere alcune navi con passeggieri sospetti di malattia contagiosa, credette poter tosto dar mano alle meditate riserve di contumacie, e Lunedì infatti i due battelli a vapore il Principe di Metternich e lo Stambul venuti dalle Smirne furono i primi assoggettati a quarantena. Esso non tardò per altro ad avvedersi della impossibilità di poter per ora mandarsi ad effetto sì importanti disposizioni, difettando di Lazzeretti, d’impiegati, d’ogni mezzo in somma indispensabile a mantenere una compiuta segregazione, e perciò dopo il mezzodì dello stesso giorno i due piroscafi vennero ammessi a libera pratica».

Infrattanto il Governo Turco aveva incaricato il Medico Austriaco Herzschläger di visitare l’Asia Minore per fissare i siti in cui piantare i Lazzeretti. Lettere di Smirne del giorno 12 Maggio 1838 annunziavano l’arrivo del detto Medico in quella città, ed i timori che si avevano a Smirne per la peste che si era dichiarata a Calimnos, sulla costa vicina all’Isola di Stanchio, e nei dintorni della città stessa, non che i provvedimenti sanitarii ch’erano stati colà ordinati onde impedire che il morbo penetrasse nella Città. Quel Governatore si adoprava con zelo e premura acciò le ordinate disposizioni preservatrici venissero ovunque fedelmente osservate, interdetta ogni comunicazione co’ luoghi infetti.

Il Consiglio Sanitario a Costantinopoli continuava ad unirsi due volte per settimana, onde discutere coi Commissarii delle legazioni a tal uopo nominati i numerosi articoli del nuovo Regolamento Sanitario, e si occupava del progetto d’istituire un Lazzeretto formale nell’Isola di Rodi, e di altri simili Stabilimenti lungo i confini della Siria.

La bassa invidia però, questa detestabile passione, vergogna dell’umanità, e fatalmente tanto comune, aveva operato intanto i suoi segreti maneggi a danno del Dott. Bulard, ed occasionato gravi disgusti fra esso ed il rimanente della Commissione Sanitaria. Per queste ragioni, ed altre forse che ignoro, il Dott. Bulard ebbe a lasciare Costantinopoli, la [lvi]Commissione e tutti i suoi lavori, e si è trasferito in Germania. Il Governo Turco in questo frattempo aveva interessato la Corte Imperiale d’Austria a mandargli degli abili Impiegati di Sanità, i quali avessero specialmente cognizioni ed esperienza nelle cose dei Lazzeretti. Per le amichevoli relazioni esistenti fra le due Corti, venne tosto consentito a tale ricerca, e da Semlino, o da altri luoghi confinanti, sono stati spediti gl’Impiegati che si ricercarono, i quali essendo anche Medici, furono tanto più ben accetti a Costantinopoli, dove giunsero ai primi di Agosto (1838).

Arrivati detti Signori a Costantinopoli, S. A. il Sultano si è compiaciuta di sollevare S. E. Abdul-hak-Molla dalla Presidenza del Consiglio Sanitario, sotto pretesto che essendo egli Cadiaskar d’Anatolia, non poteva attendere ai lavori della Commissione; ordinando contemporaneamente che la parte religiosa e la direzione generale delle contumacie dovessero dipendere dai Signori Essaad-effendi, e Namik-Bascià; la parte Medica all’incontro, fosse affidata esclusivamente ai nuovi Signori Impiegati mandati dall’Austria, Dott. Minas, Dott. Neuner, ed un terzo di cui non conosco il nome.

Sia che la situazione prescelta dal Capudan-Bascià per l’erezione del nuovo Lazzeretto centrale, di cui s’è parlato di sopra, non fosse stata giudicata soddisfacente; sia che non si avesse voluto molto aspettare detto Stabilimento (mentre un certo tempo sarebbe stato assolutamente necessario per condurre a termine la fabbrica che dovevasi innalzare dalle fondamenta); sia che l’Erario fosse esausto per le spese della guerra, a cui si andava con grande operosità preparandosi, S. A. destinò in vece la bella e vasta Caserma di Cavalleria di Scutari, a Kouléli presso Gschingoelgoei per farvi un Lazzeretto. Questo immenso edificio situato in una delle più amene situazioni del Bosforo, sul pendio di un colle, presso la deliziosa Villa Imperiale di Kiosk, sulla costa d’Asia alla vista di Costantinopoli, da cui è cinque miglia circa distante, poco lungi da Hissar d’Anatolia, celebre per il gran ponte su cui Dario fece passare il suo numeroso esercito a danno de’ Greci, unisce condizioni desiderabili per la sua nuova destinazione. Egli è tutto circondato [lvii]da sorgenti d’acqua, da annosi alberi, da siepi di gelsomini e di rose, da una bella natura ricca di vegetazione. La sua fronte adorna di colonnami, presenta una lunghezza di 164 piedi sopra 169 di larghezza. Due portoni uno a mezzogiorno l’altro a settentrione conducono ad un vasto cortile lungo 314 passi, largo 226, dove mette capo un gran numero di locali terreni; e da dove si ascende al primo e secondo piano, nei quali sono state fatte molte separazioni a comodo e sicurezza de’ passeggieri e pegli equipaggi dei grandi navigli contumacianti. Quindici vasti magazzini terreni accolgono le mercanzie. Un grande atrio è destinato per sballarle, ed una stanza contigua pel riscaldamento, nella quale si eseguisce il disinfettamento col mezzo del calorico a 40 gradi T.º R.r secondo il metodo del Dott. Pariset. Nel piano terreno, oltre al parlatorio, una stanza pel ricevimento de’ contumacianti, una per l’espurgo delle lettere, e varie altre pel custode delle rimesse, pel portinajo, pegli Hamals o facchini, pei serventi di contumacia destinati allespurgo delle mercanzie, ecc.; vi sono pure due infermerie, capaci di 20 letti ciascuna, una farmacia, un luogo da bagni, molti stanzini per gl’infermieri, ed un locale ad uso di depositorio per i cadaveri. Ivi pure trovasi un Ristoratore. Addetti al servizio dello Stabilimento vi sono alcuni pochi impiegati amministrativi, un Medico, un Chirurgo, un Farmacista, ed una Mammana. Al di fuori, in un lungo fabbricato, stanno la Cancelleria dello Stabilimento ed un Corpo di Guardia per 50 uomini. A qualche distanza due Cimiteri, uno pei Turchi, l’altro pei Franchi. Questo è il primo Lazzeretto che sia stato istituito a Costantinopoli. Esso venne inaugurato nel giorno 28 Dicembre 1838, alla presenza di S. A. il Sultano Mahmud II.

Qualche mese prima che questo Lazzeretto fosse stato attivato, in conseguenza dei varii casi di peste accaduti a bordo del battello a vapore Principe di Metternich Cap. Fard, proveniente da Trebisonda, la vecchia Dogana è stata destinata alla purificazione delle mercanzie e dei passeggieri sospetti del detto naviglio.

Il Gran Signore continuava a prendere sempre più viva premura [lviii]ai lavori del Consiglio Sanitario, e nulla ommetteva per affrettare il momento in cui poter mettere in vigore le disposizioni preservatrici ch’Egli aveva decretate e con tanta fermezza sostenute.

Il Consiglio Sanitario infrattanto aveva terminato il Regolamento nella parte che riferivasi alle contumacie, ed aspettavasi l’avviso officiale che facesse conoscere l’epoca in cui doveva esser posto in esecuzione. Nel dì 9 Dicembre 1838 il Consiglio stesso ebbe l’onore di esser presentato a S. A. il Sultano, che l’accolse con molta bontà, e lo ringraziò della spiegata operosità.

Successero in questo mentre, per ragioni che ignoro, dei cambiamenti nel personale componente il detto Consiglio Sanitario, ed alla Presidenza di esso venne destinato S. E. Hifzy-Mustafà-Bascià, ed a Membri del medesimo, oltre ai Signori spediti da Vienna Dott. Minas, Dott. Neuner, ed il terzo che non conosco, tre altri Europei, tra i quali due Medici. Presso il detto Consiglio di Sanità assistevano i Signori Commissarj Delegati dalle Potenze straniere in numero di cinque. Fra essi eranvi il Sig. Dott. Pezzoni Consigliere di Stato attaccato alla Legazione Imperiale di Russia a Costantinopoli, uomo distinto per talenti e per cognizioni, che da oltre 20 anni soggiorna in quella Capitale, ed il Sig. Cadalvène, noto nel mondo letterario per alcune opere importanti sull’Oriente.

I seguenti Signori componevano

Da una parte

IL CONSIGLIO DI SANITÀ

Hifzy-Mustafà-Bascià, Presidente.
Membri
Dott. Minas.
Dott. Mac Carthy.
Dott. Neuner.
Dott. Bernard.
Dott. Marchand.
G. Franceschi.
Dall’altra

I DELEGATI DELLE POTENZE STRANIERE

A. Pezzoni.
Ed. De Cadalvène.
Ant. de Raab.
F. Bosgiovich.
J. Bosgiovich.
[lix]
Essi dopo aver deliberato sulla scelta delle misure di contumacia più adattate a quella Capitale contro le provenienze marittime, hanno compilato di comune accordo il relativo Regolamento Organico di Sanità, il quale, ottenuta che ebbe la Superiore sanzione, venne pubblicato colle stampe in data 27 di Rèbiul-Ewel 1255 (10 Giugno 1839), ed attivato. Il Governo Turco lo ha tosto comunicato alle Legazioni Straniere con preghiera d’informarne il commercio delle rispettive nazioni. Venne quindi diramato e conosciuto da tutta Europa. Detto Regolamento non è in sostanza che una succinta compilazione o imitazione dei Regolamenti Europei adattata alla navigazione marittima dell’Oriente, ed ai bisogni e circostanze speciali di Costantinopoli, in cui si è procurato di conciliare, per quanto fu possibile, le garanzie sanitarie coi bisogni del commercio marittimo.

Questo Regolamento prevede il caso, che i navigli di contumacia carichi di mercanzie con patente sospetta o brutta sieno alcune volte impediti dal tempo di ridursi fino all’ancoraggio del Lazzeretto di Kouléli; e dappoichè l’Intendenza Sanitaria non aveva ancora disponibili i rimorchi per condurveli immediatamente, restò stabilito, che verrebbero costruiti nel più breve termine dei Magazzini in pietra alla punta di Fener-Baktché per ricevere i carichi dei navigli che si trovassero nel preveduto caso. I Signori Delegati delle Potenze Straniere accordarono tre mesi di tempo per la costruzione dei detti Magazzini. Non si sa però che sieno stati per anche eretti.

A tenore del Regolamento Sanitario, ogni naviglio che approda a Costantinopoli deve esser munito di una patente di Sanità, obbligato a rimetterla al preposto dell’Ufficio dell’Intendenza Sanitaria incaricato di reclamarla.

Le patenti di Sanità sono distinte in tre categorie — netta, sospetta e brutta.

Sono considerate

Nette le patenti rilasciate trenta giorni dopo l’ultimo accidente di peste;

Sospette, se quindici giorni dopo l’ultimo caso di peste;

Brutte, se nell’intervallo dei primi quindici giorni dopo l’ultimo accidente.

I navigli portatori di patente netta non sono soggetti ad alcuna [lx]contumacia o riserva, siano essi carichi o vuoti.

Ogni naviglio soggetto a contumacia e diretto per Costantinopoli, è tenuto a spiegare sull’albero di mezzana la relativa bandiera corrispondente alla patente da cui è accompagnato: cioè

bianca, se la patente è netta,

bianca e nera, se è sospetta,

nera, se è brutta.

Per lo stesso Regolamento, i navigli tanto di patente sospetta che brutta arrivati vuoti, possono dar fondo all’entrata del porto, o nel canale di Costantinopoli, a qualche distanza da terra, ed ivi scontare la loro contumacia sotto la semplice sorveglianza dei Guardiani del bordo. La stessa facilitazione è accordata anche ai bastimenti arrivati carichi, qualunque sia la loro patente, però soltanto dopo aver scaricato a Kouléli o a Fener-Baktché le loro mercanzie.

Ogni naviglio di patente sospetta o brutta, carico o vuoto, se proveniente dal Mar bianco, deve prendere a bordo ai Dardanelli o a Gallipoli un Guardiano di Sanità; se dal Mar nero, all’Officio sanitario di Kavuk, o a quello di Silvi-Bournou.

Qualunque sia la patente, viene permesso al Medico delle contumacie di recarsi a bordo nel caso speciale che vi avesse qualche malato, per assicurarsi del carattere della malattia.

Tutti i passeggieri sono obbligati di scontar contumacia al Lazzeretto di Kouléli. Il periodo contumaciale è fissato a 15 giorni per le patenti brutte, 10 per le sospette.

Il maximum della contumacia delle mercanzie è stabilito di 20 giorni.

Per l’Art.º 17 del detto Regolamento, i diritti di contumacia dovevano esser percetti soltanto due mesi dopo la data della conclusione e segnatura definitiva del Regolamento; vale a dire soltanto dal 10 Agosto 1839 in poi.

L’Art.º 19 del Regolamento medesimo avverte, ch’esso non conteneva che le misure di precauzione dirette contro le provenienze dalla via del mare, e che il Consiglio di Sanità si riservava a discutere, sopra le proposizioni dei Signori Delegati delle Potenze straniere, e ad esaminare con essi la questione relativa ai cordoni sanitarii, non che quella delle misure locali di disinfezione.

[lxi]
Non mi consta che altri provvedimenti Sanitarii risguardanti le provenienze dalla via di terra, oltre quelli già ordinati e attivati dal Consiglio Sanitario del 1.º Marzo, di cui s’è fatto cenno di sopra, sieno stati adottati. Forse, la morte del Sultano Mahmud seguita poco dopo (cioè il dì 28 Giugno, pubblicata il 1.º Luglio); i gravi pensieri dai quali era occupato il Divano per l’innalzamento al trono del nuovo Signore Abdul-Meschid; le conseguenze della battaglia di Nisib; lo stato d’incertezza e di agitazione in cui trovossi in seguito la Capitale dell’Impero per le differenze insorte con Mehmed Alì; e finalmente lo smembramento della Commissione Sanitaria per la partenza da Costantinopoli dei Signori Medici spediti dall’Austria che ne formavano parte[2], paralizzarono i progressi delle nascenti istituzioni sanitarie, e minacciarono di porre questa parte della pubblica Amministrazione sopra un piede retrogrado. Su di ciò si legge nella Gazzetta Universale in data di Costantinopoli 3 Luglio 1839 quanto appresso:

«Il fatto seguente merita di essere narrato siccome quello ch’è assai caratteristico…….. Per rendere anche il nuovo Sultano bene accetto al Popolo il Divano stanziò — «di solennizzare l’innalzamento del nuovo Sultano dimettendo dalle contumacie gli appestati e i sospetti di esserlo.» — Fortunatamente la risoluzione giunse prestamente a notizia dei rappresentanti delle grandi Potenze, e riuscì ai loro sforzi combinati d’impedirne l’esecuzione. La cosa per altro aveva traspirato e prodotta grandissima soddisfazione fra gli abitanti, il che conferma la loro avversione per siffatte disposizioni. Che la plebe vi sia contraria, nulla di più naturale, ma nessuno sarebbesi immaginato che potesse trovar favore nel Divano; e questo non è buon pronostico per la loro durata».

Che alla morte del Sultano Mahmud, e all’innalzamento al trono del nuovo Signore, la plebaglia di Costantinopoli abbia manifestato il desiderio che venissero tolte tutte le misure di sanità, aperti i Lazzeretti, e [lxii]sciolti da ogni vincolata separazione i viaggiatori sospetti di pestilenza, è cosa su cui non si dubita. Ma non si può però credere egualmente, che tale insana popolare tendenza, figlia di una crassa ignoranza e dei più strani pregiudizii, abbia potuto trovar appoggio nelle disposizioni del Divano. Comunque sia la cosa, è certo, che le misure sanitarie sono state conservate, lo Statuto del 10 Giugno mantenuto e sussiste tuttora in vigore, anzi si dice che sieno state assegnate nuove e considerevoli somme per la manutenzione dei Stabilimenti Sanitarii.

Valga a conferma di questa asserzione la deliberazione presa dal Comitato Sanitario Consolare in Alessandria nella seduta del 27 Settembre 1839, colla quale fu stabilito «che in vista della continuazione in attività delle misure sanitarie a Costantinopoli, i legni procedenti dal Levante con patente netta, sieno ammessi nei porti Egizii a libera pratica».

Fu già accennato di sopra, siccome fin dall’Aprile 1838 dalla Commissione o Consiglio Superiore di Sanità, di cui allora formava parte il Dott. Bulard, erano state ordinate ai Capi o Governatori delle diverse provincie turche, città, borgate, ecc., delle norme sanitarie, tanto pei casi di minacciata salute pubblica, quanto per quelli di peste già scoppiata ed attiva.

Dette disposizioni non mancarono di produrre lor frutti in alcune provincie della Turchia. Già nella terza città dell’Impero, a Salonicchio o Salonicchi (l’antica Tessalonica nella Romelia, popolata da oltre 70 mila abitanti) sono stati tosto introdotti, e con buon effetto attivati e mantenuti, varii provvedimenti sanitarii. I seguenti brani di lettere scritte da Salonicchi e da altri paesi della Turchia da Europei distinti, degni di pienissima fede, offrir potranno un’idea di quello che si è fatto nell’argomento delle nuove istituzioni sanitarie nelle varie provincie dell’Impero Ottomano.

«Salonicco li 20 Giugno 1838».

«Il Governo Ottomano fra le altre misure civilizzatrici che ha adottato da più anni, ha compreso finalmente che quelle tendenti ad estirpare dal suo territorio la peste erano le più [lxiii]salutari, poichè questo flagello esponendo queste contrade a divenire il teatro di continue stragi, impediva i progressi delle sue altre moltìplici innovazioni e poneva barriera insuperabile alla prosperità dei suoi popoli. Ha cercato quindi ad imitazione dei Governi Europei, di adottare delle misure sanitarie ed istituire dei Lazzaretti su tutti i punti del suo Impero. Tali misure abbenchè nascenti e per conseguenza imperfette, sono suscettibili di miglioramento…… Mi limiterò a far cenno di quelle prese in questa Città per parte delle Autorità locali».

«Havvi un mese circa che questo Governatore convocò a generale udienza i primati della Città, i capi delle differenti religioni, ed i Dragomani dei Consolati Europei, ed annunziò loro che da quel giorno in poi qualunque bastimento proveniente da Giaffa, Alessandria, Smirne, Scio, o da qualsiasi porto infetto dal contagio, sarebbe soggetto ad una provvisoria quarantena. Che a tale effetto aveva preso sulla riva del mare quattro spaziosi magazzeni destinati a ricevere le merci e passeggieri dei suddetti bastimenti in guisa di Lazzaretti, quali merci e passaggieri vi passerebbero un dato numero di giorni da stabilirsi fra il rispettivo Console ed il Governatore. Che in fine una barca con due Impiegati sanitarj è destinata di recarsi a bordo del bastimento approdante qualunque, per esaminare la sua fede di Sanità e riconoscere se gli sono applicabili le suddette disposizioni».

«Effettivamente alcuni giorni dopo un bastimento Ellenico arrivando da Giaffa con passeggieri e carico (composto però di merci non suscettibili) le disposizioni sanitarie annunziate furono messe in vigore per la prima volta, vale a dire fu isolato il bastimento, si sbarcarono i passeggieri nei magazzeni sopradescritti ed, affinchè l’equipaggio del bastimento non possa infrangere queste misure, si collocò ad una certa distanza una barca di osservazione montata da due individui. Si praticò la medesima cosa a riguardo di un altro bastimento arrivato da Alessandria e tutti e due subirono una quarantena di sette giorni».

[lxiv]
«Nella medesima adunanza annunziò pure il Governatore l’instituzione di un Lazzaretto dalla parte di terra onde impedire l’introduzione della malattia per mezzo di relazioni coll’interno, in un’epoca che in qualche villaggio della Provincia di Nevrocoppo e della Città di Serres aveva scoppiato il contagio».

«Questo Lazzaretto consiste in un vasto fabbricato di legno, composto di molte stanze, distante dalla Città un miglio circa. Gli inservienti di questo Lazzaretto sono in numero di tre; un corpo di guardia è destinato ad invigilare e mantenere il buon ordine. Le provenienze da paesi infetti debbono fare una quarantena pel momento di sette giorni, salvo a prolungare questo periodo a seconda delle circostanze. Finora però i piedoni ed i Tartari subiscono semplicemente un profumo».

….. «Da tutto quel che precede, dobbiamo augurarci a noi un felice risultato tostocchè queste Autorità si troveranno guidate dai lumi che loro potranno fornire le incivilite nazioni non meno che l’esperienza, ma insino ad ora le disposizioni suddette sono non solo insufficienti, ma non offrono per anco veruna garanzia. Non possiamo perciò alcunamente considerarci esenti dalla malefica influenza del contagio».

«Salonicco 22 Agosto 1838».

«In Salonicco le misure Sanitarie abbenchè, come anteriormente lo esposi, siano tuttora insufficienti, hanno nondimeno avuto qualche perfezionamento e qualche salutare innovazione vi fu introdotta, giacchè il Lazzaretto destinato a ricevere i numerosi passeggieri che settimanalmente qui giungono dal Piroscafo Austriaco Maria Dorotea consistente fin oggi in un gran Caffè Turco, fu commutato in una Casa isolata, comoda e situata ad una conveniente distanza dalla Città. Da qualche tempo però le provenienze di Costantinopoli e Smirne non offrendo verun soggetto di timore, i passeggieri che arrivano con detto piroscafo sono assoggettati ad un semplice profumo. Ma le provenienze di Egitto e di Soria continuano a subire una quarantena di 21 giorni».

[lxv]
….. «Ad instar di Salonicco, in Serres pure furono messe in pratica delle misure sanitarie dietro il relativo Gransignorile Firmano. Un locale ad una certa distanza dalla Città è destinato a servire di Lazzaretto. Ivi, i passeggieri provenienti da paese infetto subiscono una quarantena di 7 giorni e le merci di 21. Delle venti porte della Città, quattro sole sono aperte per prevenire con più facilità l’introduzione furtiva del male; e guardiani sonovi installati ad oggetto di esaminare i passaporti dei forestieri. Ai capi dei villaggi circonvicini è ingiunto di annunziare ai villani che senza Ceskerè, ossia Passaporto, non saranno ammessi in Città. I Curati sono incaricati d’invigilare sulla natura della malattia de’ loro parrocchiani ed ai Medici vietato d’intraprenderne la cura se preventivamente non abbiano esaminato i caratteri della malattia. Gli uni e gli altri devono immediatamente avvertire la polizia locale in caso di sospetto. Verificandosi il male, la Casa infetta debb’essere isolata ed i suoi abitanti recarsi in un luogo apposito fuori della Città. Finalmente il Tartaro, portatore dei pacchetti della posta Austriaca che attraversi un paese infetto, come lo era ultimamente Nissa, non è introdotto in Serres, ma ricevuto fuori delle porte».

«Egualmente soddisfacenti notizie porge lo stato sanitario di Cavalla ove non si è punto introdotta la peste quest’anno. E sebbene nei villaggi di Cepelgè e Koslukioi la malattia vi fosse scoppiata tempo fa, non però di meno…. da un mese a questa parte non si è sentito alcun caso e le relazioni commerciali egualmente che le comunicazioni sono libere come per lo passato. Anche in Cavalla è stato reso pubblico il predetto Firmano del Gran Signore e quel Musselim ha incaricato il Doganiere delle merci di fissare d’accordo coll’Agente Consolare Austriaco il numero de’ giorni di contumacia per le provenienze sospette. Una goletta Ellenica proveniente d’Alessandria con passeggieri, dopo un viaggio di 29 giorni, fu assoggettata ad una quarantena di 7 giorni».

«Nella Città di Nevrocoppo e nel villaggio detto Demerlì Provincia [lxvi]di Pravista ha avuto luogo qualche accidente. Misure rigorose d’isolamento si sono praticate per parte de’ paesi vicini ed àvvi motivo di sperare che queste, in unione al benefizio della presente stagione, perverranno a far cessare compiutamente il male».

«Salonicco 14 Novembre 1838».

….. «La salute pubblica ha continuato ad essere soddisfacente, ed entrati essendo nella stagione invernale puossi pronosticare, affidati all’esperienza, che non verrà nel corso dell’inverno alterata».

«Si osserva con soddisfazione la ferma e salutare intenzione della Porta di proseguire nella intrapresa d’instituire dei regolari Lazzaretti in tutti i porti del suo dominio, giacchè da più di un mese ha spedito a questa parte un impiegato Turco, incaricato della direzione delle misure sanitarie e della organizzazione dei Lazzaretti di terra e di mare tanto in Salonicco come in Serres. Un piccolo Ufficio di Sanità è stato di già fabbricato sulla riva del mare e contiguo alle porte della Città ove si profumano le lettere provenienti da paesi infetti e si ricevono i Costituti de’ Capitani arrivanti. Il Lazzaretto, di cui feci cenno nella precedente, continua però ad essere quel medesimo di prima, ma il direttore suddetto sembra avere l’ordine di fabbricare degli appositi Lazzaretti ed introdurvi un sistema più regolare. Anche un medico di Sanità è stato da due settimane spedito da Costantinopoli coll’incombenza, all’approdo dei navigli sospetti, di visitare i passeggieri e l’equipaggio, nonchè di recarsi due volte al giorno nel Lazzaretto ad ispezionare lo stato sanitario delle persone che vi si trovano».

«Antivari … Maggio 1838».

«S. E. il Rumeli Valessi Ahmed Pascià, già noto per le sue virtù e per l’energia della sua indole, la cui mercè fu efficacemente compressa la insurrezione ed i passati disordini di Scutari, intento a promuovere ogni miglior ordinamento per la coltura delle popolazioni da lui governate, aveva già fin dal Novembre p. p. introdotto a [lxvii]Bitoglia, Megarivo e Koriga certe disposizioni per arrestare il corso della peste, che allora faceva strage in quei luoghi; riducevansi queste all’incendio della casa, ove succedeva il caso pestilenziale, a farne uscire nuda la famiglia in campo apposito ben custodito, e finalmente ai profumi delle abitazioni».

«Il nuovo Regolamento osservato ora con tutto rigore è fondato invece sui seguenti principii».

«Appena succede un caso di morte, deve darsene dal capo della contrada, sotto pena di carcere, immediato rapporto allo Starnadar-Agassi (Direttore generale degli ospedali), il quale spedisce all’istante sul luogo il medico del reggimento Silvestro Stanidi, in cose di peste espertissimo, con un numero ragguardevole di Chavassi all’oggetto di verificare la vera causa della morte; la diagnosi vien desunta dalla brevità del decubito, dai sintomi essenziali della malattia (insigne debolezza già dal principio della malattia senza causa visibile, immensa cefalea con delirio e vomito bilioso, carbonchi) e dall’autopsia cadaverica. Ove si tratti di peste, viene il cadavere dai membri della famiglia sepolto in una fossa profonda, e n’è mediante la calcina agevolata la decomposizione. La famiglia poi viene sotto buona scorta, presi prima vestiti netti, segregata in un campo apposito, distante pochi minuti dalla città e dimora sotto tende apposite, gelosamente custodita».

«La filantropia di S. E. provvede giornalmente a tutti i bisogni indispensabili alle famiglie esposte. La comunicazione dei sospetti cogli abitanti della città ed altri è affatto tolta, e le guardie medesime, benchè non abbiano alcuna comunicazione immediata coi sospetti, non possono pure, sotto pena di morte, abbandonare il posto loro assegnato. Ogni giorno il sopra accennato Dott. Silvestro fa la sua visita. Ov’egli scopra il più leggiero sintomo morboso, viene l’individuo dagli altri separato e fatto passare sotto altre tende. La segregazione dura quaranta giorni, computando dal dì dell’ultimo accidente morboso avvenuto in famiglia. Le case vengono nel [lxviii]frattempo ventilate, e poscia regolarmente disinfettate coll’acqua e profumi, e di bel nuovo imbianchite. Le abitazioni poi non vengono date alle fiamme, se non in quei casi ove in una abitazione già contaminata e poscia purgata segua di nuovo qualche morte coi caratteri sospetti e con breve decubito. — Ogni caso di contravvenzione sanitaria viene immancabilmente punito di morte».

Scrivono da Samos (Isola dell’Arcipelago Greco appartenente all’Impero Turco, a 3 leghe dalla costa dell’Anatolia) in data degli ultimi di Maggio 1838.

«Mentre le diverse parti dell’Impero Ottomano cominciano a sentire l’impulso della mente cultrice del Sultano, e le principali Isole dell’Arcipelago turco, incoraggiate dalla metropoli, spontaneamente s’adoperano per conformarsi alle intenzioni del capo dello stato, l’Isola di Samos fu la prima ad entrare nel nuovo sistema. Dopo averla dotata d’istituzioni, che sono il vero Palladio degl’interessi de’ Samj, il principe Vogorides, che n’è il Governatore, volle anche aggiungervi l’ordinamento sanitario, qual necessario compimento dell’amministrazione da lui creata. Perciò, non appena la guerra e la pirateria, che ne inceppavano l’esecuzione, cessarono, tosto, sotto l’amministrazione del giovane Costantino Musurus suo delegato, venne istituito su regolari basi un sistema sanitario, analogo alla topografia dell’Isola, a’ suoi siti, ai suoi abitanti, alle sue rendite. Si cominciò con l’ottimo Lazzaretto di Stefanopoli, sull’Isolotto d’Aprocostò, all’imboccatura del porto di Vatchy, ch’è l’unico per l’Isola. Poscia si aggiunsero uffizii di sanità a Vourlioti, Carloras, Marato-Campo, Coumecca, Spatiareys e Kora, i quali si concatenano tutti fra loro in modo da circoscrivere l’Isola interamente e rendere impossibile ogni violazione alla legge. Per tal maniera si riuscì a tener la peste lontana sempre dall’unica Isola di Samos, ad onta delle sue frequenti relazioni con le Isole circonvicine, soggette e colpite sì spesso dal contagio, con Scala nova, con Sokiah, ed altre città dell’Asia del pari flagellate. Così l’esempio di Samos diverrà di un’immensa [lxix]utilità per convincere le popolazioni dell’Arcipelago dell’utilità delle leggi sanitarie. Ogni anno 3000 Samii si partono e vanno a giovare della lor opera di mietitori le pianure di Mileto, appunto nel tempo in cui colà la peste infierisce. Sovente taluno d’essi ne fu percosso, e si comprende quale pericolo traggano seco, al loro ritorno, dopo uno o due mesi di dimora in quei luoghi per lo meno sospetti. Ma l’amministrazione previde anche questo caso, prendendo una disposizione particolare che assegna loro uno special sito per iscontare in paese straniero la contumacia; la fortezza di Licurgo o di Logoleti, è quella che dopo l’espulsione di questo capo, serve di asilo temporaneo a quella falange agricola. Alcune barche sospette, che talvolta tentarono approdare altrove che nei siti provvisti d’ufficii sanitarii, vennero abbruciate o colate a fondo».

Però non convien credere che collo stesso zelo, colla medesima abilità e diligenza venissero poste in pratica ed osservate le nuove discipline e prescrizioni di Sanità in tutte le altre provincie dell’Impero Ottomano. Il seguente stralcio di lettera da Adrianopoli in data 25 Marzo 1839 farà conoscere, che in alcuni luoghi in vece si abusava di esse. Nè ciò dee sorprendere: mentre, se siffatti inconvenienti s’ebbero alcune volte a deplorare nei paesi più colti, qual meraviglia che succedano anche in Turchia?

«Romelia — Adrianopoli 25 Marzo 1839».

«Lo stato sanitario è perfetto in tutta la Romelia. Per altro non è raro che i viaggiatori si sottraggano ai rigori sanitarii mediante sportule ai preposti delle quarantine. È questo un abuso che merita di venire additato».

Citerò ancora due lettere recenti scritte da ragguardevoli soggetti costituiti in autorità, onde provare che le pratiche ed istituzioni di Sanità continuano in Turchia, non solo nella Capitale, ma eziandio nelle principali città e territorii dell’Impero Ottomano, sebbene imperfette e parziali, come ho già soprattocco; e come, null’ostante la loro imperfezione, non mancassero di produrre i lor buoni effetti per [lxx]la pubblica salute; mentre dall’epoca della loro attivazione la peste non deserta più come faceva le popolazioni ottomane, e molte per esse ne sono già rimaste interamente illese. Dal confronto fra lo stato della pubblica salute degli stessi paesi anteriore all’attivazione delle misure sanitarie sopraccennate, e quello che le ha accompagnate o susseguitate, risulta una sensibile differenza a vantaggio delle nuove istituzioni, dalla quale emerge novella e convincentissima prova dell’utilità dell’isolamento e delle segregazioni nelle circostanze di peste.

Seguono le lettere.

«Salonicco li 14 Ottobre 1839».

«Le provenienze marittime di Smirne, che durante il corso della passata estate erano assoggettate in questa rada ad una quarantena di 7 fino 21 giorni a seconda delle indicazioni più o meno gravi sulle fedi di Sanità, sono ammesse dal principio dello scorso Settembre a libera pratica. Quelle però dell’Egitto e Soria fanno una quarantena di 11 giorni se il bastimento porta carico e passeggieri, e di sette giorni se vuoto o semplicemente carico di sale».

«Nella città di Salonicco e nei dintorni, non si è sentito quest’anno, nè in oggi si sente, verun accidente di peste, dimodocchè i porti di Volo, Salonicco, Stavrò, Ciajari, Orfano, Cavalla, Chieramotì e Lagos sono del tutto esenti di questo morbo».

«Smirne li 22 Ottobre 1839».

«Questa città di Smirne e suoi contorni, come pure l’interiore della Natolia e le Isole adiacenti, continuano gioire d’una perfetta salute, senza sospetto di peste ed altri mali contagiosi. Continuano ciononostante alcune misure sanitarie, sebbene imperfette e parziali, da parte del Governo Ottomano, ed è da sperare, che vista la stagione avanzata si terrà, almeno per qualche tempo, lontano il morbo da queste contrade».

Che se dopo tanti secoli di osservazioni e di esperienze si credesse di aver bisogno ancora di nuove prove per dimostrare la contagiosità della peste, e quindi l’utilità delle segregazioni e dell’isolamento [lxxi]all’avvicinarsi di essa, le osservazioni fatte in questi ultimi anni negli stessi paesi d’Oriente, ed i risultamenti ottenuti dalle nuove istituzioni sanitarie colà introdotte, quantunque imperfette e parziali, servir potrebbero di prova novella per dimostrarlo, e per convincere i più increduli, non che a far palese quanto sia vana l’idea di riprodurre oggidì in campo siffatte quistioni. Pare impossibile, che a’ nostri giorni, e dopo tanti secoli di funeste esperienze vi sia ancora chi neghi l’esistenza del contagio pestilenziale, e chi di buon senno creda esser tuttora un problema il carattere contagioso della peste, e che per provare ciò in che tutti i popoli e tutte le colte nazioni da tanti secoli sono già perfettamente d’accordo, si addimandino ancora novelle prove, nuovi esperimenti.

Ho letto ultimamente in un Giornale Italiano Medico-Chirurgico (Il Severino. Fascic. di Agosto e Settembre 1839) le risposte date dal professore Clot-Bey Ispettore di Sanità al servizio del Bascià d’Egitto[3] ai quesiti che gli vennero indirizzati dal Ministro degli affari esteri d’Inghilterra sopra tale argomento, e non posso dissimulare quanto restassi meravigliato dal tenore di quelle risposte; da che, essendo il sullodato professore un Medico rinomato, da quindici anni stabilito in Egitto e in un posto sanitario eminente, dove ebbe occasione di fare molte esperienze sulla peste, si doveva credere ch’ei fosse nel caso di parlare di quella materia con piena cognizione di causa. Dalla soluzione che il detto professore ha data ai quesiti propostigli dal Ministro di S. M. Britannica rilevasi, attraverso una certa confusione con cui palesa le proprie idee, siccome egli appartenga alla setta degli anticontagionisti, da che si legge che abbia opinione:

1.º «che l’atmosfera sia il principale e forse l’unico agente per [lxxii]il quale la malattia si formi, si sviluppi e si diffonda».

2.º «che il contatto con persona infetta di peste sia per sè stesso di un’inocuità assoluta».

Questa è in concreto l’opinione del privilegiato professore della Sanità nell’Egitto, destinato a formare i nuovi Esculapii in quel Regno; opinione che non concorda nè con quella dello stesso Governo Egizio, nè con quella del Comitato Sanitario de’ Consoli stabilito in Alessandria, di cui ho parlato di sopra, nè con quella del Dott. Bulard sullo stesso argomento, anzi è a quest’ultima direttamente opposta, ciò che non può non recar meraviglia ove si consideri essere il Dott. Bulard uno dei più coraggiosi, più sperimentati ed abili Medici di quanti mai hanno studiato la peste in Levante, certamente non inferiore a Clot-Bey in esperienza e dottrina sulla peste, e che ha raccolto appunto in Egitto le sue belle e numerose sperienze sopra siffatta materia.

L’indicata opinione del professore Clot-Bey, che gode di molta riputazione e di molto favore in Egitto, spiega in qualche modo il motivo dell’azzardata ed assurda proposizione fatta dal Dottor Bulard di servirsi di delinquenti per instituire dei nuovi esperimenti onde provare la contagiosità della peste, quantunque egli ritenga fermamente la sussistenza della contagiosità, ed abbia chiaramente e positivamente dichiarato tale essere la sua opinione, il suo convincimento fuori di ogni limite di quistione e di dubbiezza.

Allorchè saranno più generalmente conosciute in Europa le opinioni del nuovo professore dell’Egitto intorno la peste e la sua comunicabilità, è supponibile che esse offriranno soggetto a molte osservazioni e disquisizioni dei dotti Medici di Europa, le quali valeranno, io spero, a spargere più chiara luce sopra questo argomento, ed a frenare in tale proposito quella certa fatale tendenza, quella sciaurata passione dei giovani Medici per tutto quello che odora di novità di sistema o di singolarità d’opinione, ed impedire che non abbraccino in così grave ed importante argomento false dottrine, erronee opinioni, onde affascinati da esse non avventurino di divenire in circostanze di peste strumenti fatali di distruzione per la società, anzi che ministri benefici di salute e di [lxxiii]pace; e serviranno a disingannarli, affinchè preoccupati dalla falsa idea dell’assoluta innocuità del contatto con persone infette di peste non si espongano pazzamente a restar vittime dell’erronea dottrina, come avvenne nell’ultima peste dell’Egitto del 1834-35 di parecchi giovani Medici stranieri ottimamente istituiti e delle più belle speranze, e di altre persone utili, che perirono miseramente dalla peste in Alessandria, vittime delle nuove dottrine anticontagioniste.(Torna al testo)

(e) Il Governo Francese nell’anno scorso (1838) ha indirizzato a tutti i suoi Agenti Consolari residenti nel Levante il seguente quesito:

«Quelle est l’opinion des médecins du pays et des personnes éclairés sur la durée de l’incubation de la peste, sur son importation par telles ou telles marchandises, par des hardes et objets quelconques? Sur quels faits cette opinion est-elle fondée?»

Questa domanda, non v’ha dubbio, ha uno scopo legislativo. Essa tende a conoscere, se sopra la base di una più lunga e più illuminata esperienza, acquistata nei luoghi stessi del Levante, nei quali la peste è più familiare e più conosciuta, e sopra fatti meglio constatati, si potrebbe adottare senza pericolo una riforma negli attuali sistemi di contumacia, che fosse adattata alla maggior estesa dei nostri rapporti commerciali col Levante e più corrispondente agl’interessi delle popolazioni di Europa. Io non saprei dire quali sieno state le opinioni che il Governo Francese abbia ottenuto in riscontro dai suoi Agenti Consolari del Levante, nè se sieno state esse fra loro concordi, del che ne dubito. Qualunque però si fossero, convengo coll’opinione del Dottor Bulard, che non condurranno mai ad alcun utile risultamento, e ne andrà per esse fallito lo scopo.

Nell’anno scorso avendo avuto la fortunata occasione e l’onore di trattenermi in discorso sopra questo grande argomento con personaggio ragguardevolissimo, uno dei più grand’uomini di Stato viventi, ebbe Egli ad esternare bellissime idee, parto di sublime e limpidissima mente solita a penetrare d’un tratto nel midollo delle quistioni e scorgerle sotto il vero punto di vista. Si degnò Egli di farmi avvertito, che sarebbe [lxxiv]forse stato meglio dividere la questione promossa dal Governo Francese in due parti e trattarle separatamente. Cercar di conoscere cioè;

1.º Per quanto tempo il germe pestilenziale, o l’elemento contagioso, il principio riproduttore della peste può restare latente ed inoperoso nel corpo umano vivente senza alterare l’armonia delle funzioni e senza dar segni sensibili dell’esistenza sua.

2.º Per quanto tempo lo stesso germe pestilenziale può restar attaccato e nascosto entro ai corpi inanimati (mercanzie, bagagli, vestiti ecc.) senza perdere la sua attività o forza riproduttiva, senza venir alterato e scomposto, mantenendosi in istato tale, che posto a contatto col corpo dell’uomo vivo, sotto date circostanze favorevoli, possa sviluppare la stessa terribile malattia.

Divisa per tal modo la quistione, riuscirebbe, non v’ha dubbio, più agevole svilupparla, ed i risultamenti o conclusioni della scienza sanitaria e dell’esperienza verrebbero di conseguenza molto più utili ai grandi interessi sociali.

Ed in vero, per quanto risguarda la prima parte della quistione, ove dietro le dette investigazioni e disquisizioni di valenti Medici, e persone dell’arte abili e sperimentate; colla scorta dei principii della scienza, e sull’appoggio di un’estesa ed illuminata esperienza, si arrivasse a dimostrare e provare che, ammesso anche come fatto positivo lo stadio d’incubazione della peste, questo non possa essere in verun caso di lunga durata, e che l’elemento morbifico o germe riproduttore della peste, qualunque sia la sua natura, non possa restare lungamente latente, innocuo ed inoperoso nel corpo dell’uomo vivo senza dar segni sensibili dell’esistenza sua, ed offrir qualche traccia della sua presenza ed attività, si avrebbe allora di conseguenza dimostrato e provato l’inutilità delle lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di riformare questa parte importante della pubblica amministrazione sanitaria, sollevando così la navigazione ed il commercio da inutili pesi, promovendo vieppiù le nostre relazioni coi paesi d’Oriente, ed i movimenti commerciali in ogni miglior modo facilitando.

Il Dott. Bulard negli ultimi numeri del suo Giornale La Peste [lxxv]parlando intorno alla sopraccennata quistione promossa dal Governo Francese, giustamente avverte;

a) «siccome la scienza nello studio della peste sia impotente a riconoscere gli agenti esterni, che indipendentemente da noi e senza che ce ne avvediamo, esercitano la loro influenza sopra i nostri organi; sia che si consideri la malattia come effetto accidentale di una causa atmosferica, sia che se ne rapporti la propagazione ad una ragion di contatto»;

b) «che qualunque sia l’origine e la natura dell’elemento morbifico della peste, la manifestazione nell’economia animale di un’influenza specifica non è negata da alcuno; e non è se non sulla causa di questa manifestazione che esiste la divergenza delle opinioni di quelli che hanno scritto sopra tale materia».

Dalle quali considerazioni ed avvertenze si viene indirettamente a concludere che, sia che si ammetta il contagio, sia che se ‘l neghi e si riconosca solamente una propagazione per infezione; sia che si ritenga che l’uno e l’altra possano sussistere simultaneamente e costituire così una duplice via patogenica per la più estesa diffusione del morbo; sia che si voglia ammettere la necessità dei miasmi (che sarebbero secondo alcuni il risultato della decomposizione delle materie animali e vegetabili, e secondo altri il prodotto di una causa sconosciuta, materiale, suscettibile di perpetuarsi sotto certe condizioni locali favorevoli, e di moltiplicarsi per il solo fatto di un’attitudine individuale posta sotto l’influenza climaterica di certi mezzi favorevoli al morboso sviluppo), ovveramente tale necessità non piaccia adottare; qualunque sieno queste diverse opinioni e la causa che ammetter si voglia produttrice della malattia, non si potrà mai negare l’esistenza di un agente esterno, di un principio morboso sui generis, qualunque esser possa la di lui natura, di un ente sconosciuto e invisibile, che sfugge ai nostri sensi, e che come il fluido elettrico non è percettibile che pei suoi effetti.

A fin che meglio si giunga a conoscere l’opinione del Dottor Bulard sopra questo argomento, ed eziandio com’egli la pensi intorno alla comunicabilità della peste, riporterò un altro [lxxvi]breve estratto dello stesso Foglio.

«L’apprezzamento di siffatte teorie ed il convincimento che ci somministrano i fatti da noi religiosamente osservati, ci hanno condotto a considerare la peste come una malattia di cui la causa specifica primordiale, estranea alla sua origine (qualunque sia la parte da cui essa venga), riveste ben tosto per un puro fenomeno di elaborazione un nuovo carattere di specificità esclusivamente individuale, come lo dimostrano la sua contagiosità e l’innocuità sua col mezzo dell’isolamento, nella stessa maniera che la pustola maligna, la rabbia, ed il vajuolo che nascono primieramente dalle influenze esterne, si trasformano in seguito di tal maniera, ch’esse non sono più suscettibili di propagarsi se non in ragione di una causa specifica puramente individuale».

«Considerando la peste come contagiosa, non vogliamo già dire ch’essa lo sia in una maniera assoluta; al contrario crediamo che questa proprietà sia sempre limitata nella sua attività da diverse circostanze che ne modificano la durata, l’intensità ed i risultati».

Ammesse le quali idee, e posto come principio inopponibile, che a produrre la malattia della peste sia necessaria l’azione di una causa esterna o agente estraindividuale, di un elemento morbifico, che introdotto nel corpo dell’uomo vivo subisca un’elaborazione, cadono in acconcio le seguenti riflessioni:

L’agente esterno o principio morbifico della peste, qualunque esser si voglia la di lui origine e natura, sia che venga assorbito per mezzo dell’organo cutaneo, sia che s’insinui per la via de’ vasi polmonari, o per qualsivoglia altra via s’introduca nel corpo dell’uomo vivo, allorchè trova nell’individuo la necessaria attitudine o suscettività e le condizioni climateriche favorevoli al suo sviluppo, deve necessariamente esercitare un’azione, un’influenza sull’economia animale dell’uomo, sullo stato e condizione del suo organismo, come qualunque altro ente materiale estraneo atto a produrre un effetto, che venga introdotto nel corpo dell’uomo vivo. Detta azione o influenza non si può concepire senza ritenere nel tempo medesimo una [lxxvii]mutazione nella maniera di esistere, un deviamento o alterazione nello stato e andamento ordinario delle funzioni. Il fenomeno di elaborazione, considerato necessario per sviluppare la malattia, di cui la causa primordiale estranea ha bisogno a fine di acquistare quel carattere di specificità individuale che la rende comunicabile, non si può egualmente concepire senza ammettere una manifestazione proporzionata all’attività del principio che la occasiona e la mantiene. Dal che, viene ad essere in qualche modo dimostrato e provato, che l’elemento morbifico della peste, così infesto all’uomo, l’ente sconosciuto, invisibile, la cui azione è necessaria a produrre la malattia, non può restare per molti e molti giorni di seguito latente, inoperoso nel corpo dell’uomo vivo, senza alterar l’armonia delle di lui funzioni, senza offrir traccia e dar segni dell’esistenza sua, della sua influenza ed attività; quindi risulta dimostrato e provato che il periodo d’incubazione della peste non può essere in verun caso di lunga durata, e di conseguenza che la pratica attuale delle lunghe quarantene per gli uomini è da ritenersi esagerata, irragionevole e suscettibile di modificazione; senza che da tale riforma s’abbia a temere alcun pericolo o pregiudizio per la pubblica incolumità.

Giova considerare in oltre essere inconcepibile l’idea, che il principio morboso della peste, il germe o ente organico impercettibile, qualunque sia la sua natura, possa rimanere immutabile per molti e molti giorni di seguito entro al corpo dell’uomo vivo, senza venir alterato e scomposto ne’ suoi elementi costitutivi, malgrado l’influenza o l’azione dell’aria, dell’acqua, del calorico, della luce e degli altri agenti esterni; a malgrado il giornaliero e continuo movimento o circolazion degli umori, l’ordinario processo delle varie funzioni vitali e naturali, l’azione dei cibi e delle bevande, la loro elaborazione, il trasporto e movimento per la via dei linfatici, la loro azione d’inalamento, di esalamento, le secrezioni ed escrezioni, ecc.; è inconcepibile, dicesi, come detto principio morboso estraneo, detto germe o ente sconosciuto invisibile sia il solo che in mezzo a tanti movimenti, mutazioni, elaborazioni, all’azione [lxxviii]di tanti agenti esterni abbia a mantenersi illeso, indecomposto, immutabile, conservare tutta la sua attività per molti e molti giorni di seguito, e conservarla così integralmente da essere in istato di sviluppare dopo venti o trenta giorni, sotto date favorevoli circostanze, la stessa funesta malattia della peste con tutto il terribile apparato de’ suoi sintomi. Questa idea non è concepibile. Tale supposizione non regge all’analisi, alla critica della ragione, al severo esame della scienza. Vediamo ora come regger possa al confronto dell’osservazione e dell’esperienza.

Percorrendo la storia delle varie pestilenze che afflissero l’umanità, non mi è riuscito di rinvenire alcun fatto da cui si possa dedurre con qualche fondamento, esser possibile che il germe pestilenziale o l’elemento morbifico della peste sia rimasto latente ed inoperoso nel corpo dell’uomo vivo, prima di produrre la relativa manifestazione, oltre il periodo di dodici giorni; e quantunque sia impossibile di precisare in una maniera assoluta la durata del così detto stadio d’incubazione del prefato germe o elemento riproduttore della malattia, pure non mi sono note osservazioni capaci di provare in modo attendibile, e nemmeno a far supporre ch’esso abbia durato oltre l’indicato periodo. Che se qualche rarissimo caso trovasi indicato dagli autori che taluno sia caduto malato e morto dopo 15 o 20 giorni dall’ultima comunicazione avuta con persone o robbe infette, queste osservazioni vaghe ed affatto incomplete non provano punto che a tanto possa esser protratto il periodo d’incubazione del germe pestifero; dappoichè detti rarissimi casi sono stati raccolti in tempi di peste, nelle famiglie dove poco prima erano morti degli altri pestiferati, in mezzo al centro di attività della malattia, sotto l’influenza delle cause generali morbose, e speciali di circostanza, alle quali poteva egualmente essere attribuito lo sviluppo della malattia stessa senza riportarsi all’ultimo contatto più lontano. — Per esempio — M.r Bulard volendo attenersi alla lettera della quistione; ammessa l’introduzione di un principio patogenico nell’individuo, e tentando di fissare il tempo che passa tra l’azione primitiva del detto principio sopra l’economia animale e l’invasione [lxxix]della malattia a cui ha dato luogo, riporta alcune sue osservazioni raccolte al Cairo ed a Smirne, fra le quali è notabile la seconda così concepita

2.e Observation

(17 jours d’incubation)

Caire, 1.er Janvier 1835.

«M. Giglio, sujet anglais, meurt de peste le 3 janvier après trois jours de maladie; le 17 un de ses frères habitant la même maison est attaqué et succombe le 20».

Primieramente, i due fratelli Giglio che abitavano la stessa casa sotto l’influenza delle medesime cause generali morbose, potevano aver contratto la malattia l’uno dall’altro per contatto immediato o mediato. Poteva essersi trovato il secondo entro la sfera di attività del contagio preparata dal primo, ed averlo preso, successivamente al Cairo nella stessa casa ove decombeva malato il fratello, nè àvvi alcuna ragione per dover stabilire che tutti e due abbiano presa la malattia in Alessandria nel medesimo tempo, e che giunti al Cairo, in uno siasi sviluppata subito, nell’altro diciassette giorni più tardi. Poteva nel secondo fratello mancare in sulle prime l’attitudine individuale necessaria a contrarre la malattia ed averla acquistata successivamente, cioè alcuni giorni dopo. Poteva il seminio contagioso essere rimasto attaccato e indecomposto per un tempo più o meno lungo alli stessi vestiti o ad altri oggetti d’uso di quell’individuo, e quindi germogliare dopo alcuni giorni per l’effetto di un più immediato e ripetuto contatto, per un cambiamento nelle condizioni atmosferiche favorevole al morboso sviluppo, per una maggior predisposizione individuale acquistata; per essersi esposto soltanto dopo la morte del fratello nell’ambiente da lui abitato ad una potente influenza entro il raggio di un’atmosfera contagiosa, e cose simili. Quindi il fatto non è che un’osservazione vaga e incompleta che nulla prova in contrario al mio assunto, e che non può neppur servire di appoggio ad una supposizione che a tanto possa protrarsi il periodo d’incubazione del principio pestilenziale. Tanto meno l’accennato fatto può servire di prova, quanto che fra le tante [lxxx]osservazioni riportate dal Dottor Bulard questa è l’unica in cui egli accenni avere lo stadio d’incubazione oltrepassato i dodici giorni. Che anzi asserisce (Fog. N.º 19, 22 Giugno 1838), che nella peste di Smirne del 1837, dal 12 Maggio al 1.º Luglio, il periodo scorso fra il primo e l’ultimo attacco di peste da cui vennero colti individui della stessa famiglia, o abitanti la medesima casa, vale a dire la supponibile durata del periodo d’incubazione, sopra 180 individui è stato il seguente:

9 volte di 1 giorno
10 volte di 2 giorni
15 volte di 3 giorni
54 volte di 4 giorni
38 volte di 5 giorni
42 volte di 6 giorni
8 volte di 8 giorni
4 volte di 12 giorni.
Questi dati, sebbene incompleti ed insufficienti a provare in una maniera assoluta la precisa durata del periodo d’incubazione della peste, pure possono sparger qualche lume sopra questo argomento. Essi però valgono a confermare l’opinione che il detto stadio d’incubazione della peste non arriva mai ad oltrepassare l’indicato periodo di dodici giorni, e che quasi sempre l’elemento morboso riproduttore del contagio introdotto nel corpo dell’uomo vivo, allorchè trovi attitudine individuale ed un concorso di circostanze atmosferiche telluriche favorevole al suo sviluppo, suole manifestare in un termine più breve i micidiali di lui effetti.

Sicchè, non pei principii della scienza, non pei dettami della ragione, nè sull’appoggio dell’esperienza dovendosi ritenere possibile che il detto principio pestilenziale o germe contagioso resti per lungo tempo latente ed inoperoso nel corpo umano vivente senza manifestare la sua azione e dar segni sensibili dell’esistenza sua; resterà di conseguenza dimostrata e provata l’inutilità delle attuali lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di regolare questa parte della pubblica amministrazione.

Che se in seguito alle surriferite dimostrazioni, e sull’appoggio della ragione e di un’illuminata esperienza si perverrà a stabilire d’accordo un sistema comune meno esagerato e cauto egualmente, e delle massime di ragionevoli facilitazioni nel trattamento sanitario contumaciale, sarà certamente [lxxxi]uno dei più grandi servigi che la politica e la scienza sanitaria riunite al medesimo scopo abbiano mai recato all’umanità e all’interesse delle nazioni. Se si determinerà di abbreviare soltanto di pochi giorni gli attuali periodi di quarantena per gli uomini, riconosciuto inutile ed esagerato il rigore attuale, la navigazione e il commercio dei varii Stati di Europa ne risentiranno sommi vantaggi; si risparmieranno gravose spese, danni, ed un tempo prezioso per tutti, ma specialmente per le classi de’ commercianti e naviganti, e saranno menomati altresì i pericoli a cui è esposta la salute de’ contumacianti per una lunga reclusione in istato d’inerzia entro ad un Lazzeretto o sopra un bastimento, e tolte delle pratiche esagerate, irragionevoli, che contrastano mostruosamente coi progressi della scienza, collo spirito del secolo, colle provvide cure e col zelo da cui sono animati i Governi pel bene e la prosperità delle suddite popolazioni, e coi grandi miglioramenti che si operano tuttodì negli altri rami dell’economia pubblica.

Relativamente poi alla seconda parte della quistione — per quanto tempo, cioè, il principio pestilenziale o germe del contagio può restar latente ed inoperoso ne’ corpi inanimati, per esempio, nelle mercanzie, nei vestiti, bagagli ecc., senza perdere la sua facoltà di svilupparsi e riprodursi appena che favorevoli se ne presentino le circostanze; lo stesso ragguardevolissimo personaggio nella sopraccennata conferenza graziosamente accordatami il dì 14 Ottobre 1838, mi fece osservare, siccome la quistione così concepita diventava inutile affatto, e che il versare su di essa non avrebbe mai condotto ad alcun utile risultamento per lo scopo legislativo. In fatti, il problema così concepito sarà sempre di un’assai difficile ed incerta soluzione, ed anzi non si perverrà mai a scioglierlo; mentre non si giungerà mai a riconoscere e stabilire con fondamento bastante, per quanto tempo i germi del contagio, sottratti all’azione dell’aria libera e della luce, possano restare annidati entro ai corpi inanimati suscettibili di ritenerli, conservando integra la loro facoltà di svilupparsi e riprodursi appena che si presentino favorevoli circostanze. Mercanzie suscettibili di ogni sorte stivate in balle o riposte in casse, vestiti di ogni genere e specialmente le [lxxxii]pellicce ed altri oggetti suscettibili conservati in bauli od altri recipienti chiusi, ove manchi l’azione dell’ossigeno atmosferico, possono tener in sè occulto e custodito il contagio per un tempo assai lungo, riportarlo a grandi distanze, comunicarlo a quelli che primi li maneggiano o li toccano, anche dopo alcuni anni più o meno secondo le circostanze; ma questo tempo sarà sempre per noi un mistero, nè i tentativi per determinarlo arriveranno mai ad ottenere risultamenti che soddisfacciano, a malgrado i più costanti e coraggiosi sforzi.

Da parecchi scrittori, tanto antichi che moderni, sono riportati casi di robbe infette che dopo molti mesi ed anche dopo molti anni, tirate in luce e toccate, infettarono le persone. Tra i moderni, racconta il Dott. Bulard, che in una peste che distrusse quasi tutta la popolazione di Smirne, un giovane, dopo aver sepolto tutti gl’individui della sua famiglia ed esser rimasto solo possessore della sostanza di essi, depose nella cavità di un grosso albero parecchi effetti de’ quali non amava disfarsi; indi, ricoperta ogni cosa con diligenza, passò in Europa per vivervi più tranquillo. Dopo circa trent’anni fu preso dalla smania di rivedere il suo paese natio. Ritornò a Smirne, e pensando al suo deposito, la curiosità e l’interesse lo spinsero a farne ricerca. Lo trovò. Ma ebbe a pagar cara la sua imprudenza. Quegli effetti avevano conservato il germe della peste. Ne fu attaccato e morì. Per tal modo la peste soleva rinnovarsi spesso a Costantinopoli.

Non sono molti anni dacchè la peste essendo penetrata nel convento de’ Missionarii Lazzaristi di S. Giovanni d’Acri, furono messi in casse gli archivii del convento, e riposti in un magazzino che si tenne rigorosamente chiuso. Quattro anni dopo, il Superiore del convento volle trar fuori dai cassoni i registri e riporli al loro sito. Per far ciò si servì da prima delle pinzette, ma stancato dalla lentezza con cui procedeva l’operazione, le lasciò, e prese i registri colle mani. Lo stesso giorno fu attaccato dalla peste e morì. Altri frati e persone del convento vennero attaccati poco appresso e morirono egualmente. Abdala-Bascià fece segregare tosto il convento e lo assoggettò a rigorosa quarantena. La città venne preservata dal flagello. E per parlar degli esempii riportati dagli autori antichi, basterà forse ricordare quello riferito da Senerlo (de feb. lib. 3, [lxxxiii]cap. 4) di un lenzuolo che conservò in sè annidato il germe dell’infezione per quattordici anni; mentre dopo questo periodo di tempo il detto lenzuolo essendo stato spiegato e maneggiato servì a spargere a Breslavia nella Slesia il reo seme pestilenziale nel 1542; e per cui nello spazio di ventidue settimane morirono di peste in quella città quattromila novecento persone, e si diffuse poi in parecchie altre della Germania (V. pag. 358); come pure l’altro accaduto egualmente in Costantinopoli e riportato dal P. Maurizio da Tolone e da altri Autori da’ quali il buon Padre lo tolse, delle funi cioè, che in una circostanza di gravissima pestilenza servirono a portare gli infermi ai destinati ricoveri ed i morti ai sepolcri, e le quali, allorchè di esse non s’ebbe più bisogno per tali ufficii, vennero gittate dietro una cassa ed ivi dimenticate stettero senza esser mosse più di 20 anni; ma ripigliate dopo detta epoca da un servo, costui s’infermò poco dopo di peste e morì, e da lui in altri il rio seme essendosi propagato, perirono in quella Capitale in conseguenza di detta causa, oltre dieci mila persone.

Parecchi altri esempii di questo genere sono riportati dal Fracastoro, da Giorgio Garnero, dall’Hunzer, da Alessandro Benedetto, da Erasmo Heden e da altri scrittori, che provano siccome effetti suscettibili, o nascosti o per altra ragione posti fuori della possibilità di esser penetrati e purgati dall’azione dell’aria e della luce, conservarono in sè annidato per molti anni di seguito il rio germe pestilenziale, il quale si è poi comunicato altrui per contatto, e valse a produrre e propagare sotto l’influenza dell’opportunità individuale e del favorevole concorso di circostanze atmosferiche telluriche, la stessa terribile malattia.

Sicchè, essendo difficilissimo, anzi impossibile, conoscere e determinare il tempo durante il quale i germi del contagio possono restar latenti nei corpi inanimati, negli effetti suscettibili (mercanzie, vestiti, masserizie, robbe ecc.), senza perdere la loro facoltà e forza riproduttiva appena si presentino circostanze favorevoli al loro sviluppo; dappoichè la soluzione di questo problema che dipende da un’infinità di circostanze diverse, le quali non possono essere nè conosciute [lxxxiv]nè determinate, non potrà mai ottenersi in modo attendibile per la scienza, nè utile e soddisfacente per lo scopo legislativo, sarà di conseguenza molto meglio ammettere come principio, come fatto positivo e generale, che tutte le robbe ed effetti suscettibili (mercanzie, bagagli, vestiti ecc.) provenienti dai luoghi infetti o sospetti, sia dal Levante o dalle altre parti dove regna o suol regnare la peste, debbano essere considerate come se effettivamente fossero già infette di contagio: e, posto ciò, cercar di conoscere e determinare quali siano i mezzi, quale il metodo più sicuro, più sollecito e più conveniente per espurgarli, avendo in vista principalmente di conciliare, per quanto è possibile, gli eminenti riguardi della sicurezza pubblica con la convenienza de’ privati, e cogl’interessi della navigazione e del commercio.

Instituite che si avranno siffatte investigazioni, bene analizzati i sistemi attuali di disinfettazione e di espurgo, e dietro li più accurati e diligenti esami praticati colla scorta delle più estese cognizioni e scoperte della chimica moderna e di una più illuminata esperienza, riconosciuti e determinati i metodi migliori, quelli cioè che mentre soddisfanno a tutte le viste della sicurezza pubblica, sono atti a darci li richiesti risultamenti per la Sanità col minor dispendio di tempo e col minor danno della navigazione e del commercio, e a conciliare meglio che oggidì non si fa tutti i grandi interessi sanitarii politico-commerciali, allora sì che si potrà dire di aver fatto nella pubblica Amministrazione Sanitaria felicemente alcun passo, e colti que’ vantaggi per la sicurezza e prosperità nazionale cui ebbe in mira ne’ suoi atti ufficiali l’illuminata politica degli Stati di Europa nell’intromettersi in questo grande argomento.

Se non m’inganno, è assai probabile che dalla soluzione di questo secondo quesito si colgano vantaggi ancora maggiori e più considerevoli che dalla soluzione del primo; pervenendo a riconoscere l’inutilità, l’inconvenienza e perfino il ridicolo di alcune pratiche di espurgo usate attualmente nei Lazzeretti di Europa, la necessità di riformare questa parte importantissima di economia sanitario-commerciale, e stabilire d’accordo metodi di disinfezione [lxxxv]più semplici, più regolari, più ragionevoli, più spicciativi; ma nello stesso tempo egualmente cauti e sicuri, concretandosi sui mezzi di un’applicazione utile ed immediata; e sopprimendo tanti irragionevoli, indebiti ed esagerati rigori, vincoli, ritardi e dispendii che gravitano senza ragion sufficiente sul commercio e paralizzano parte considerevole dell’utile che da questo rapido distributore delle ricchezze conviene attendersi per l’incremento della prosperità nazionale.

Se nelle congiunture di peste scoppiata o appena cessata in una città o paese ecc., vengono spurgati in pochi giorni quantità di effetti che hanno servito ad uso dei pestiferati, lordi ancora di sanie, di sangue, di escrementi, e maneggiati successivamente e indossati da persone sane, senza che per ciò ne segua alcuna nuova infezione[4]; se si espurgano tuttogiorno in pochi minuti le lettere, i dispacci, le carte che vengono da luoghi infetti o sospetti, ponendole immediatamente in libera circolazione; se una quantità infinita di esperimenti ci hanno già da tanti anni dimostrato, che oggetti infetti immersi nell’acqua, o esposti all’azione dell’aria libera, della luce o del calorico portato ad un grado forte, vennero dai detti agenti perfettamente spurgati in un breve tempo; come pure da altri dati mezzi disinfettanti sono stati egualmente distrutti o scomposti in breve tempo e con sicurezza i germi pestilenziali che ragionevolmente ritener si dovevano in quegli oggetti annidati; perchè sarà tuttora necessario tener le merci chiuse in un Lazzeretto quaranta giorni e continuar ad esporre a pericolo la vita di tanti uomini, obbligarli a mettersi con quelle merci a contatto due volte al giorno (il così detto espurgo di prova) per chiarirsi se vi sia o no la peste, e continuare in varie altre antiche [lxxxvi]pratiche irragionevoli con un completo indifferentismo e senza alcun altro esame?

Nelle pratiche di espurgo delle varie merci sospette di peste, nei mezzi usati e nella durata dei periodi contumaciali o d’aspettazione che sono in vigore nei varii Lazzeretti di Europa, sussistono delle anomalie e differenze considerevoli in guisa, che sembra che dette misure disciplinari preservative non abbiano per base principii solidi, massime generali dettate dalla ragione, dalla scienza e dall’esperienza, ma unicamente il capriccio od un cieco empirismo. Le stesse merci e persone della medesima provenienza sono soggette in un Lazzeretto a 10 giorni di contumacia, in un altro a 14, in un terzo ora a 21 ora a 28, in un quarto a 40. In alcuni Lazzeretti si espurga col cloro e coll’aria, in altri coll’aria sola, in altri col calorico, in altri finalmente si usa l’espurgo di prova, e via discorrendo. Per esempio, al Lazzeretto di Orsova, limitrofo alla Turchia, al punto dove si riuniscono le frontiere dell’Austria, della Valacchia e della Servia, la contumacia è di soli dieci giorni senza alcuna disinfettazione; a Odessa, che non è che tre giorni distante da Costantinopoli, si fanno quattordici giorni di contumacia, fumigazioni di cloro e spoglio; in Valacchia quattordici giorni ed una fumigazione di zolfo; in Egitto sette giorni; in Grecia quindici giorni; a Malta e negli altri porti Europei del Mediterraneo, dell’Oceano e dell’Adriatico, distanti da Costantinopoli da cinque giorni a due mesi, si esige una contumacia di vent’uno, vent’otto e fino quaranta giorni, senza che si conosca su qual base, sopra quali osservazioni ed esperienze sieno fondate nè l’esagerata severità degli uni, nè la maggiore facilitazione degli altri. Così in alcuni Stati di Europa li Colli di mercanzie che provengono da un paese sano e sono diretti ad altro paese egualmente sano, ancorchè nell’effettuare il tragitto sieno stati obbligati a passare per paese sospetto o infetto, arrivati alla loro destinazione, non sono sottoposti ad alcuna contumacia o riserva, e con grande utilità del commercio vengono messi immediatamente in libera circolazione, perchè le Autorità Sanitarie del luogo della partenza hanno il dovere di sigillare detti [lxxxvii]Colli di merci col sigillo della Sanità e con quello del rispettivo Console, scortarli con relativo Processo Verbale, in cui dev’essere constatata la qualità dei suggelli e la loro integrità, e munito ciascun Collo di un forte involucro a doppio strato, che si chiama coperta di sanità, farli proseguire così senza più alla loro destinazione, accompagnati dalla relativa Fede o certificato Sanitario. Giunti che sieno al luogo al quale sono destinati, dopo un tragitto più o meno lungo pel paese infetto, vengono depositati al Lazzeretto, dove non si fa che spogliarli degl’involucri esterni o coperte di Sanità; indi, verificata l’integrità dei suggelli, e colla scorta del relativo Processo Verbale riconosciuto esser integro il Collo ed essere stata rispettata la sua inviolabilità, sono posti immediatamente a libera pratica, trattenute soltanto al Lazzeretto le coperte che vengono con ogni diligenza spurgate, indi consegnate a chi di diritto per gli usi e bisogni ulteriori, senza altri aggravii e formalità; mentre invece in altri paesi le stesse merci, per la sola ragion del passaggio attraverso il paese sospetto o infetto, sono trattate nello stesso modo come se direttamente procedessero da luogo infetto, ed assoggettate alla stessa rigorosa quarantena.

Biasima il Dott. Bulard, e a ragione, siffatta disarmonia, tanta varietà di pratiche sanitarie o di mezzi impiegati per respingere ed annientare la peste. A ragione egli dice essere ormai tempo che questa grande quistione economico-politica fissi l’attenzione dei varii Governi di Europa, e che si cerchi di mettersi d’accordo intorno ai varii sistemi sanitarii di aspettazione, manipolazione, od espurgo; procurando di conciliare per quanto è possibile con una saggia legislazione la sicurezza pubblica coi bisogni del commercio e di una navigazione ognor più crescente ed estesa in Oriente dove suol regnare la peste, senza che pratiche sanitarie esagerate ed inconvenienti pongano indebiti ostacoli ai progressi dei nostri rapporti commerciali e giungano a falcidiare una parte dell’utile e dei beneficii, che le popolazioni di Europa hanno ragione di attendersi da queste ampie sorgenti di ricchezza e di prosperità nazionale. E non sarà [lxxxviii]questo un bell’argomento di utile pubblico da prendersi in disamina dal Congresso sanitario Europeo, senza bisogno ch’egli si occupi prima di tutto, come propone il Dott. Bulard, ad instituire nuovi esperimenti a fine di provare la contagiosità della peste, servendosi a tal uopo dei delinquenti che la legge ha condannati alla pena capitale; poi, qualora ciò non corrispondesse alle vedute del legislatore, appellarsi al coraggio e alla filantropia dei Medici membri del Congresso, invitandoli a subire detti terribili sperimenti, e ad incontrare una gloriosa morte? Come mai sperare che tale idea strana potesse venire bene accolta in Europa? È bensì vero e giusto il principio che il Dottor Bulard allega ad appoggio della sua proposizione; quello cioè «che una disposizione legislativa non può essere basata che sopra la perfetta conoscenza del fatto al quale essa si adatta»; ma non è giusta la sua applicazione, nè la conclusione che da tale principio generale egli intende tirarne. A’ nostri giorni, e dopo che una funesta esperienza di molti secoli ha posto fuori di ogni quistione e di dubbio la contagiosità della peste, non v’ha più bisogno di nuovi sperimenti per provare questa verità di universale accettazione, e su cui oltre l’esperienza di secoli, esistono moltissime cognizioni tradizionali ed infinite e sempre costanti osservazioni antiche e moderne di tutti i tempi, di tutti i paesi, in modo tale che non vi ha più chi ne dubiti, e non si può dire di non avere di questo fatto piena conoscenza.

Tutti li nuovi esperimenti, tutte le nuove osservazioni che, servendo all’opinione del Dottor Bulard, si potrebbero fare dai signori Medici componenti il Congresso, menerebbero alla conclusione che la peste è contagiosa. Ma questo già lo sappiamo. Questo quesito interessante, che il Dott. Bulard propone doversi sciogliere dal Congresso prima di passare alla decisione del problema amministrativo, è già sciolto da secoli. Il carattere contagioso della peste non è più per l’Europa un problema. È un fatto già riconosciuto, che non ha più bisogno di prova e sul quale tutti i dotti e sperimentati Medici, non escluso lo stesso Dott. Bulard, tutti i Magistrati Sanitarii, tutti i Governi e le persone [lxxxix]più illuminate e imparziali di tutti i tempi, di tutti i paesi sono già perfettamente d’accordo. Giova sperimentare qualunque volta v’abbia penuria di fatti, quando si abbiano buone ragioni per dubitare, e la quistione penda incerta, irresoluta; ma allorquando i fatti abbondano, allorchè sono tutti concordi nè sussistono fondate ragioni per dubitare, e la quistione è stata già risolta da molto tempo in guisa che la soluzione del problema è divenuta un fatto certo, invariabile, ammesso dal generale consentimento, a che pro scandalezzare il genere umano col produrre ora in campo siffatta quistione?

Intorno poi alla qualità degl’individui sui quali si propone di fare detti sperimenti, lasciando da parte gl’immensi imbarazzi, difficoltà e pericoli cui sarebbero esposti i Signori del Congresso per ottenere e mantenere sempre pronte al sacrificio le indicate vittime infelici; convien riflettere, che essendo il pubblico esempio il principale scopo cui mira la legge nel punire il delitto, ed il terribile castigo inflitto al delinquente innanzi agli occhi di tutti, essendo diretto non a vendicare la società, ma a servir di freno ai malvagi mal intenzionati, onde impedire la rinnovazione della colpa; commutando la pena capitale in un esperimento di peste, verrebbe a mancare lo scopo salutar della legge, e si tradirebbero con ciò i più grandi interessi della società. Relativamente ad alcuni Stati converrebbe poi ricercare, chi si crederà in diritto di fare tali commutazioni, come rispetto ad altri, chi sarà quello che le farà? E qualora anche queste commutazioni venissero fatte, i Signori Medici componenti il Congresso si crederanno poi in diritto di attentare alla vita dei loro simili? Saranno poi essi disposti a fare, sebbene in altro modo e con altro mezzo, quello che senza la commutazione sopraccennata avrebbe spettato all’esecutor di giustizia? E se mancheranno i delinquenti per le preaccennate esperienze, come supporre che i Signori Medici chiamati a formar parte del ridetto Congresso vengano presi dalla vocazione di morire di peste, e si offrano spontanei, in luogo dei delinquenti condannati alla pena capitale, a subire sì terribili e funesti sperimenti per provare la contagiosità della peste, la di lei essenza [xc]patologica, ed il trattamento curativo che le conviene, ecc.?

Allorchè il Dott. Bulard concepì quest’idea, e scrisse e sostenne con tanta fermezza che per poter basare un’irrevocabile (!!) legislazione sanitaria, prima di tutto, e prima d’introdurre alcuna modificazione o riforma negli attuali sistemi sanitarii, e fare alcun cangiamento nell’attuale legislazione di contumacie, Lazzeretti ecc., fosse necessario decidere la quistione scientifica col mezzo di esperimenti, onde eruire la verità del contagio pestilenziale (!!) convien dire che venisse sedotto dalla fervida sua fantasia, dalla nobile sua passione di raccogliere più estese cognizioni ed esperienze in un argomento in cui diede tante prove di sublime carità e di coraggio, mentre non s’avvide, che i nuovi esperimenti in tale proposito istituiti, e così com’egli li propone, renderebbero sì lunghe, imbrogliate e difficili le operazioni del Congresso, che bisognerebbe aspettare mezzo secolo almeno prima di poter sperare la desiderata riforma degli attuali sistemi di contumacia, e che alcun utile cangiamento avesse luogo. Sicchè i felici risultamenti e le conclusioni di questo Congresso Sanitario Europeo non sarebbero più per noi, ma per le generazioni future, che sole sperar potrebbero di godere il frutto di tanta scienza sanitaria riunita, fusa al crogiuolo della propria sperienza; ed i Signori Medici ed altre persone dotte e sperimentate chiamate a comporlo, prima di partire per l’isola che si pensa assegnar loro a quartiere e porsi all’opera, pensar dovrebbero seriamente a mettere in buon assetto tutte le cose loro, perchè non si tratterebbe niente meno che di una definitiva traslocazione; giacchè «il preziosissimo albero che recar deve gli attesi benefici frutti per tutto il mondo» non può crescere sì presto, nè dare speranza di frutto che dopo cinquanta o sessanta anni. Sedotto dall’ardente suo zelo l’onorevole collega non fece riflesso che ove, per un’illimitata deferenza alle di lui opinioni e proposizioni, i Governi di Europa avessero la bontà di ordinare ai loro commissarii Medici, che prima di tutto occupar si dovessero della contagiosità della peste, ciò che non è probabile, mettendo in dubbio le osservazioni costanti ed i fatti di tanti secoli, si arrischierebbe per ciò [xci]appunto di trovarsi nel bujo più fitto che mai sopra questa materia; mentre intraprendendo le proposte sperienze sopra i delinquenti o sopra i Medici del Congresso, chi ci assicura che sarebbe per combinarsi in essi la suscettività o attitudine individuale necessaria a contrarre la malattia, quella che il Dott. Bulard chiama organisme impressionable par les circonstances prédisposantes, e non piuttosto trovare in essi quella certa impassibilità o inattitudine individuale al contagio, sia idiosincrasica, sia artificiale; quello stato o condizione dell’organismo per cui le vie d’assorbimento divengono refrattarie all’influenza morbifica di certe cause patogeniche; quella immunità che si osserva spessissimo in circostanze di peste e che tutti i Medici pratici, compreso lo stesso Dott. Bulard, hanno riconosciuta ed accennata; ovveramente, che per mancanza dell’influenza o concorso delle circostanze atmosferico-telluriche opportune al morboso sviluppo non avesse luogo la malattia, a malgrado l’attitudine individuale e l’introduzione dei principii di secrezione morbifica sia per inoculazione, sia per assorbimento, sia per ingestione o applicazione endermica; giacchè, per quanto attivo sia il seme, per quanto fertile e adattato il terreno che lo riceve e ricco di principii favorevoli al sollecito suo sviluppo, ove manchi l’aria, l’acqua, l’opportuno grado di calorico, la luce, quelle condizioni in somma atmosferico-telluriche che sono indispensabili alla sua elaborazione e sviluppo, il germe non si svolgerà, non pullulerà, non darà alcun prodotto, ma indecomposto ed inerte resterà a marcire entro quel corpo medesimo che doveva prestargli vita e alimento. Allora sì che i signori Medici oppugnatori della contagiosità della peste, i grandi agitatori e fabbricatori di nuovi sistemi comparirebbero schierati in battaglia con armi e bagaglio a cantar vittoria, ed in vece che sciogliere la quistione la si avrebbe avviluppata, resa difficile e incerta. Sicchè coi nostri pericolosi sperimenti avremmo reso un cattivo servigio all’umanità.

Senza immergerci in nuove quistioni scientifiche, delle quali già ne abbiamo abbastanza, che terminerebbero come tante altre senza nulla concludere e lascierebbero [xcii]in statu quo le già radicate opinioni intorno alla peste; in vece di prender la cosa dalla creazione del mondo, non sarebbe forse meglio e più utile ammettere la comunicabilità della peste come un fatto certo e positivo di generale accettazione, una verità già dimostrata e provata, cercar di profittare del passato e delle esperienze ed osservazioni che già possediamo copiosissime su questa materia, nonchè dei progressi fatti dalle scienze fisiche pei nostri bisogni presenti e futuri, ed a fine di cogliere il contemplato scopo della sicurezza e prosperità pubblica con una saggia legislazione meglio corrispondente ai nostri bisogni ed ai nostri interessi? Ciò sarebbe, a mio credere, molto più saggio e più conveniente, senza dover protrarre di molti anni una riforma già riconosciuta utile e sommamente importante agl’interessi della società, per la sola ragione di occuparsi a combattere le capricciose opinioni contrarie di qualche scienziato invaso dalla smania di singolarizzarsi e rendersi celebre nella via del progresso, o di tal altro saputello del facile sentenziare, schierato materialmente sotto le bandiere di qualche ardito innovatore e propagator di sistemi, senza obbligar il Congresso ad entrare nel caos di siffatte quistioni, dalle quali, come si è detto di sopra, non si possono sperare risultamenti decisivi, e soltanto v’ha la grande probabilità di suscitare nuove quistioni e render più tarda, più difficile la riforma cui mira l’illuminata politica dei Governi di Europa.

Lo stesso Dott. Bulard non avendo ora più bisogno di convincere sopra questo argomento alcuni Medici dell’Egitto coi quali ebbe delle discrepanze, e di provare per la via esperimentale l’assurdità delle loro opinioni anticontagioniste; e d’altronde conoscendo ora un po’ meglio come la pensino su tale argomento i Medici ed i Governi di Europa, è probabile che fosse per convenire spontaneo sulla superfluità di promuovere siffatta quistione e sull’inopportunità dei proposti sperimenti. Ciò tanto più facilmente è credibile, quanto che essendo egli già pienamente convinto e persuaso del carattere contagioso della peste, non si sa concepire come possa cotanto insistere per provare un fatto di cui egli stesso ha l’intimo [xciii]convincimento. Ch’egli così la pensi intorno alla contagiosità della peste, li seguenti brani tratti dalli stessi suoi scritti serviranno sempre più a dimostrarlo.

Economie Sanitaire

Etiologie.

«Quoique cette cause soit complétement inconnue (la cause prochaine et essentielle de la peste) on sait qu’elle est essentiellement contagieuse, c’est-à-dire qu’elle ne peut se propager que par une voie individuelle, soit qu’on se mette en rapport direct avec les pestiférés, ou avec des individus soupçonnés de l’être, soit qu’on touche des effets à leur usage ou considérés comme dépositaires du principe pestilentiel, soit seulement qu’on se trouve dans la sphère d’activité d’un pestiféré. Dans tous les cas, il y a eu rapport et la maladie peut se communiquer, mais non pas nécessairement; au contraire, ses effets sont toujours circonscrits et toujours subordonnés à certaines circonstances qui paraissaient provoquer les causes prédisposantes.»

A. B.

(Supplément au N.º 305 du Journal de Smyrne N.º 2)

«Dans les circonstances remarquables qui font l’objet de ce rapport et des quelles nous avons été témoin, la transmission du principe de la maladie ne peut nécessairement s’expliquer que par une cause tout individuelle, toute déduite d’une raison de contact ou de la sphère d’activité des malades, qui n’est elle-même qu’une forme de contact; elle ne saurait être rapportée ni à une cause locale ni à une influence accidentelle d’atmosphère, car pas un seul cas de peste n’existait en Egypte depuis 1824».

«Tel était l’état sanitaire d’Alexandrie et de toute l’Egypte à cette époque. Il n’y avait de pestiférés que dans le Lazaret où les accidents finissent toujours par s’éteindre sans que jamais d’autres cas de peste surgissent simultanément au dehors et puissent faire croire [xciv]à une influence pathogénique endémique.»

«Rendons-nous donc à l’évidence des chiffres, au matérialisme des faits, et convenons que la raison d’effets si différents gît, toute, dans des causes individuelles si différentes aussi; que la différence des résultats est nécessairement déduite de la différence d’action, en un mot, qu’ici l’isolement sauve, et que là la libre pratique tue.»

(A. Bulard, De la Peste Orientale, Paris 1839, pag. 18 e 40).

Osserverò in oltre, siccome il Dott. Bulard, mentre richiede un Congresso Sanitario Europeo perchè occupar si debba ad istabilire un sistema sanitario uniforme in tutti i paesi, atto a guarentire la sicurezza pubblica, provvedere convenientemente agli interessi della navigazione e del commercio delle nazioni, ed a riconoscere in qual modo distruggere con sicurezza e nel più breve tempo possibile i germi del contagio pestilenziale che possono trovarsi annidati negli oggetti e nelle merci che vengono d’Oriente; mentre egli stesso avverte, che questo Congresso composto di Medici dotti ed esperimentati e di uomini di Stato, dovrebbe occuparsi dei grandi problemi di economia politica e commerciale per una radicale riforma sanitaria, non riserva poi alle deliberazioni e conclusioni del Congresso dette grandi quistioni politico-amministrative riferibili alla radicale riforma sopraccennata, da che le decide egli stesso anticipatamente; e quello che pare lo interessi maggiormente si è, che i detti signori Medici ed uomini di Stato componenti il Congresso faccian la parte di testimonii competenti onde convalidare gli esperimenti e servire alla conferma ed al sostegno delle di lui opinioni; ed abbiano a prestarsi in particolare alla ripetuta applicazione del rimedio la cui scoperta il Dott. Bulard riserva per sè. (V. Omodei. Annali Univ. di Medicina Fascic. Febbrajo e Marzo 1839 fac. 455. Dott. Beer Gesundheits-Zeitung 3 Dicembre 1838 N.º 97).

Ed in vero; prima ancora che sia stato dai Governi deliberato sulla massima se il detto Congresso debba aver luogo o no, egli ha già deciso ed annunciato;

«Che detto Congresso di dotti dovrà radunarsi sopra un’Isola [xcv]del Mediterraneo e precisamente a Malta (Op. cit. pag. 451);

Che il primo atto del Congresso dovrà essere la redazione delle proprie ricerche, sperienze e discussioni (ivi);

Che dopo finito questo lavoro preparatorio dovrà passare immediatamente ai fatti della medicina sperimentale (ivi);

Che i sperimenti da farsi dal Congresso dovranno precisare se la peste si propaghi per contatto immediato o mediato; se in distanza, cioè per la sfera d’influenza dei malati, ovvero per innesto (pag. 452).

Ed acciocchè questi sperimenti possano condurre a risultati pratici vantaggiosi alle legislazioni, 1.º che debbano istituirsi fuori delle località di peste, indi nel loro centro, durante l’influenza del morbo e dopo cessato lo stesso, come pure ne’ suoi diversi rapporti di tempo e di luogo; 2.º che le esperienze debbano eseguirsi sopra stranieri ed indigeni, sani e malati, vaccinati e non vaccinati; avanti e dopo il vajuolo naturale, con e senza fonticoli ed altri esterni rivelenti, avanti e dopo superata la peste, ed in persone che non ebbero relazione alcuna con effetti infetti e che non si trovarono mai nel mezzo della sfera dell’influenza del male ecc. ecc. (ivi).

(Ci vuol altro che mezzo secolo per poter combinare tutte queste circostanze onde mandar ad effetto tutte le indicate specie di esperimenti. Occorreranno ben altro che soli delinquenti, vaccinati e non vaccinati, per eseguirli, per mettere in pratica tutte le indicate diverse specie di esperienze, ed i signori Membri componenti il Congresso dovranno fare parecchie passeggiate in corpo fuori dell’Isola per eseguire le loro esperienze nelle località ove abbia fatto centro la peste, poi dove essa avesse appena cessato, e ne’ suoi diversi rapporti di tempo e di luogo).

Non riserva, dissi, la soluzione delle sopraccennate grandi quistioni al Congresso, giacchè anticipatamente ha deciso ed annunciato:

Che tutti i Lazzeretti Europei contro la peste possono essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto centrale, e che questo debba essere a Malta (pag. 455);

Che 24 ore per le merci, e 7-8 giorni per le persone sarebbero l’estremo termine che in qualunque caso e sotto ogni rapporto [xcvi]potrebbero offrire la più sicura guarentigia di Lazzeretto (pag. 455);

Che tutti i profumi di espurgo sono empirici e riescono affatto superflui (ivi); e cose simili.

Ma ancora più rimarcabile si è, che il ridetto signor Dottor Bulard pubblica le sue opinioni, pianta le sue proposizioni con tuono assoluto e franco senza darsi poi la pena di provarle, sicchè pare che esiga una cieca deferenza per esse. Il perchè, quelle opinioni e proposizioni non potrebbero esser poste a calcolo nella scelta delle misure per il nostro ben essere. Non basta accennare una verità, bisogna provarla. Chi vuol essere creduto e seguito, se anche non può sperar di convincere, deve cercar almeno di persuadere. Non basta invocare la scienza, convien dimostrare ed appoggiare alla scienza ciò che si propone e si dice. Convien ragionare, ed ai fatti contrapporre dei fatti e non parole e vaghe asserzioni; res non verba.

E tanto meno disposti saranno forse i Medici ed i Governi di Europa a deferire ciecamente alle di lui proposizioni, quanto che in esse s’incontrano non di rado delle contraddizioni; per esempio: —

Il Dott. Bulard ha ripetutamente e vivamente rappresentato tanto nelle sue Memorie lette alle Società Mediche della Germania, quanto nella sua Opera ultimamente pubblicata a Parigi, la necessità che il Congresso, prima di tutto e prima d’intraprendere alcuna riforma degli attuali sistemi sanitarii, debba occuparsi a provare col mezzo di esperimenti la contagiosità della peste come ho accennato di sopra, giacchè, dice egli, una disposizione legislativa non può essere basata che sopra la perfetta conoscenza del fatto al quale essa si applica.

È però osservabile, siccome alcuni mesi prima, cioè in Marzo 1838, aveva detto e pubblicato a Costantinopoli quanto segue:

«La contagion de la peste est aujourd’hui un fait qui, dans l’esprit du legislateur, n’a plus besoin du demonstration; l’observation médicale, d’une part, et l’immunité des mesures sanitaires de l’autre, sont trop affirmatives de cette vérité pour qu’il puisse subsister le moindre doute à cet egard. En effet, avant l’erection des Lazarets, [xcvii]l’Europe, toute entière fut plusieurs fois envahie par les pestes les plus meurtrières; l’Angleterre, la France, l’Italie, l’Allemagne, la Russie, furent successivement le théâtre des plus affreux ravages. Mais depuis que de mesures répulsives ont étè appliquées aux frontiéres de ces differens états, ils en ont été constamment préservés, et si quelquefois des rares accidens y ont eclaté après l’arrivée des navires infectes, ils ont été aussitôt combattus, anéantis, et n’ont ainsi servi qu’à mieux prouver encore que la peste est réellement importée et que les mesures sanitaires en empêchent toujours l’extension.»

A. B.

(Vedi Supplément au N.º 310 du Journal de Smyrne N.º 7, 31 Mars 1838)

Così pure nello stesso discorso tenuto sulla peste del Levante addì 16 Novembre 1838 all’I. R. Società Medica di Vienna, in quello stesso col quale accennò siccome egli intendeva preparare le generazioni avvenire pel completo scioglimento del quesito sulla peste, dare a detto quesito la maggiore pubblicità, e richiamare la mente del legislatore e degl’intelligenti sulla importanza della loro cooperazione per l’eseguimento di misure che renderebbonsi atte a fare della storia della peste un libro morto (!!), nello stesso discorso, dicesi, in cui espose che il Congresso dovrà eruire la verità del contagio pestilenziale col mezzo degli esperimenti, e indicò le svariate forme e specie di essi, da farsi dal Congresso, per provare la contagiosità della peste, soggiunge poco dopo quanto segue: —

1.º «La contagiosità della peste è una cosa di fatto, dimostrata dall’osservazione Medica e dall’immunità che ne risulta dall’isolamento.»

2.º «I vantaggi di rigorose quarantene sono immensi per le popolazioni, amministrazione industria, commercio, agricoltura, politica, interessi pubblici e privati.»

E se i vantaggi di una rigorosa quarantena sono immensi, non si saprebbe poi come sole 24 ore di contumacia e di espurgo per qualunque merce, in qualunque caso e sotto qualunque rapporto, [xcviii]possano bastare per la più sicura guarentigia della salute pubblica.

Egli ha detto (pag. 455, Op. cit.) che «tutti i Lazzeretti Europei ponno essere rimpiazzati da un solo Lazzeretto Centrale;» e poco appresso «propose Malta come luogo pel solo Lazzaretto Centrale» giacchè «la sola Malta (dic’egli) riunisce quasi tutti i vantaggi de’ Lazzeretti Europei.» Indi accortosi che così facendo sarebbe rendere un cattivo servigio a quelle provenienze d’Oriente che sono dirette pei porti dell’Adriatico, soggiunge che si potrà riparare all’inconveniente «facendo sopra qualche isola dell’Adriatico un secondo Lazzeretto destinato al commercio di questo mare.» Ma nella pagina precedente (454) aveva già annunciato, siccome «riteneva per sommamente necessaria una nuova visita dello stato attuale degli Stabilimenti sanitarii in Europa, tanto riguardo alla loro costruzione ed alle pratiche nel medesimo osservate, quanto al tempo delle contumacie ecc.»

Ora, se tutti i Lazzeretti di Europa devono andar soppressi, e venir rimpiazzati da un solo a Malta, o tutto al più da due, a che perdere inutilmente il tempo e l’opera nell’analizzarli ed esaminare la loro costruzione?

Finalmente sopra questo argomento riporterò alcune giuste e saggie osservazioni del Dott. Cervelleri, che si leggono nelle Effemeridi di Medicina e Chirurgia ecc. di Napoli.

«Riuniscasi il Congresso in Malta, sia qui eretto un Lazzeretto generale per gli oggetti provenienti d’Oriente, s’attenda massimamente alle misure più salutari per conseguire il grande oggetto di tale riunione, ma si travagli attivamente a tanta opera, senza intrattenersi in episodii teorici, senza occuparsi in esperimenti difficili, e di dubbia risultanza. Si può profittare dei molti fatti, e delle esperienze da altri raccolte: i materiali che esistono congiuntamente ad altri fatti che in breve periodo il congresso sanitario sarebbe in grado di raccogliere, potrebbero fornir bastevoli elementi alla parte del lavoro risguardante il più sicuro ed uniforme accordo di leggi sanitarie. Ogni altro minuto esame potrebbe esser tacciato di troppa sottigliezza [xcix]teorica, e sarebbe da riserbarsi a miglior tempo.»

«La quistione della estinzione della peste dovrebbe poi risolversi in Egitto, mentre essendo ivi l’antica sua sede ed origine, ivi dovrebbe il Congresso esaminar tutte le condizioni, le influenze che promuovono lo sviluppamento del contagio, e proporre i mezzi come distruggerlo; opera questa difficoltosa oltre ogni dire, alla quale non si potrà pervenire che dopo lunghissimi studii. Da ciò si vede, che se questo quesito dovesse occupare in prima l’attenzione del Congresso, l’affare diverrebbe sempre più complicato, e lo scioglimento più difficoltoso e lontano.»

«Dopo avere il Dott. Bulard richiesto un Congresso Sanitario Europeo, ed indicato ne’ modi i più generali e spesso esagerati gli argomenti de’ quali tal Congresso dovrà occuparsi, dice esistere nelle sue mani i materiali scientifici, ed amministrativi necessarii alla facile soluzione de’ proposti quesiti. Qui sembraci incorso in evidente contraddizione il dotto nostro collega. Se i materiali necessarii alla soluzione de’ proposti quesiti esistono in sue mani, perchè proporre al Congresso tanti problemi, come se la peste fosse malattia nuova, e bisognasse ora studiarla per la prima volta? Perchè non pubblicar con franchezza e lealtà quei materiali scientifici? Qual ragione potè indurre il valente autore a serbarli ignorati sino all’epoca della riunione del Congresso, o rivelarli a richiesta de’ Governi? Fa dunque mestieri che gli si faccia una petizione diplomatica perchè egli renda di pubblica ragione le sue scoperte? Mentre che si propone ai Governi un Congresso Sanitario Europeo, mentre si propongono le molte difficili quistioni, delle quali dovrà tal Congresso occuparsi, nonchè i moltiplici sperimenti creduti necessarii allo scioglimento degl’ideali quesiti, si annuncia esser pronti i materiali scientifici per la soluzione facile dei proposti quesiti, e, ciocchè fa più meraviglia, s’indicano di già le conseguenze pratiche alle quali menano! Qui il dilemma è chiarissimo: o i materiali scientifici ed amministrativi esistono, o debbono ancora raccorsi; o il Congresso [c]Sanitario è chiamato ad esaminare e sanzionare i materiali scientifici raccolti dal Dott. Bulard, o dovrà procedere, come se quest’argomento della peste sia oscuro ed affatto ignorato; o il problema è risoluto, o è da risolvere. Nel primo caso, perchè proporre inumani e perigliosi esperimenti, perchè domandar la riunione di un Congresso scientifico? Perchè esporre come dubbio o problema in teoria ciocchè si è esposto come fatto nelle applicazioni? Vi sarebbero forse conseguenze senza premesse, effetti senza cagioni? Per un uomo, come il Dott. Bulard, che a proprio rischio ha studiato la peste sul teatro delle sue stragi, e che si è fatto ammirare pel suo filantropico zelo, è grave torto il farsi richiedere per manifestare i risultamenti della propria esperienza, ovvero attendere un’epoca indeterminata per produrli.»

«La stessa e più forte censura è da apporglisi pel segreto che vuol serbare circa il rimedio per la cura della peste, ch’Ei dice aver ritrovato. Adunque tutti gli uomini che morranno di peste sino alla riunione dell’ancor problematico Congresso saran vittime del misterioso silenzio del Dott. Bulard. Noi non vogliam tacciarlo di ciarlatanismo, ma certo ha egli contratto col mondo intiero un obbligo, del quale è giuoco forza isdebitarsi. Ogni uomo ha il diritto di domandargli la rivelazion del ritrovato rimedio. E se il Congresso non si convocherà; e se veruna formale petizione verrà fatta al Dott. Bulard, indugierà egli a pubblicare i suoi materiali scientifici col pericolo di violare i diritti più sacri dell’umanità? Egli ha eccitato per tutta Europa un desiderio vivissimo, e non dovrebbe tardare a soddisfarlo. Non sarebbe poi gran male, che pubblicasse i suoi materiali scientifici prima della riunion del proposto Congresso sanitario. Potrebbero anzi per tal modo i dotti valutarli innanzi tempo e farvi quelle aggiunzioni, delle quali naturalmente abbisognano progetti siffatti. I componenti il Congresso trarrebbero così profitto dalle cognizioni del Dott. Bulard, e dalle proprie non solo, ma eziandio da quelle de’ molti dotti, i quali certamente prenderebbero a disamina il proprio argomento.»

[ci]
«Dobbiamo in fine notare, che, sceverato dalle speculazioni metafisiche, che costituiscono una utopia e non già un piano facilmente, rapidamente e generalmente adottabile, il progetto del Dott. Bulard sembraci utilissimo e di universale interesse.»

Ciò intorno ai pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard nel detto Congresso, il quale, come egli dice «deve confluire possentemente sopra il morale delle popolazioni d’Oriente e sulla legislazione di Europa.»

«Con una riforma sanitaria radicale e razionale saranno effettivamente armonizzati gl’interessi delle contrade elettive della peste, e di quelle che ne sono garantite. Con questo mezzo l’Oriente e l’Occidente saranno definitivamente chiamati ad una comunione franca ed intera. Ma a fin che si realizzino prontamente e sicuramente i beneficii dipendenti da questa innovazione, conviene che l’Europa intera vi concorra in un Congresso Sanitario di dotti, di cui l’alta missione sia esaminare e riconoscere tutto ciò che vi ha di reale e di utile, o di esagerato in questo progetto.»

Che se per amore di verità, per interesse del pubblico bene ho creduto dover avvisare a quel poco di strano o d’irragionevole che mi parve poter notare nei pensamenti e proposizioni del Dott. Bulard relativamente al Congresso, dalla cui troppo franca esposizione ove si fosse egli prudentemente astenuto è probabile che avrebbe più facilmente raggiunto il suo scopo, debbo però per giustizia dichiarare, esser egli meritevole di grandissima lode pel coraggio, per l’ammirabile intrepidezza e perseveranza con cui intraprese lo studio della peste e si espose per tanti anni di seguito a privazioni, a disagi, all’immediato pericolo di un’infezione pestilenziale, e di perder per essa la vita, mosso dal più sublime sentimento di carità e dall’amor della scienza. Meritevoli certamente di memoria e di encomio sono le belle e dotte sue osservazioni sulla peste, nelle quali s’incontrano quelle grandi verità pratiche che invano si cercherebbero in un gran numero di opere voluminose sullo stesso argomento. Molti articoli del suo Giornale La Peste, e della sua Opera sopra il medesimo subietto, specialmente nella parte pratica, meriterebbero [cii]di esser attentamente studiati e conosciuti da tutti quelli che amano di acquistare chiare e precise conoscenze sopra la peste, e di non trovarsi nell’imbarazzo all’occasione di qualche insorgenza di contagio e nel pericolo di render palese la loro vergognosa nudità. Il Dott. Bulard ha poi il grandissimo merito di essere stato quello che ha dato il più valido impulso all’introduzione delle istituzioni sanitarie a Costantinopoli ed in varie provincie dell’Impero Ottomano.

Essendo questo un argomento di grande utilità pubblica, l’argomento del giorno, che ha meritato di destar l’attenzione dei Governi di Europa, e di cui hanno parlato e parlano molti Giornali delle varie nazioni, ho creduto non dover defraudare di tali notizie i benevoli leggitori di questa mia Opera. E sebbene il soggetto fosse tale da non doversi trattare in una Nota, e la Nota risultar dovesse necessariamente troppo lunga, pure, non potendosi combinare altrimenti, pensai che fosse meglio fare così che far niente. E giacchè sono sul parlar delle quistioni promosse dai Governi di Europa ai Medici dell’Oriente sopra questo medesimo grande argomento, spero non sarà discaro a’ miei lettori di conoscere il tenore dello quistioni indirizzate dal Governo Inglese ai Medici dell’Oriente sulla natura contagiosa della peste. Alle quali quistioni il professore Clot-Bey, Ispettore della Sanità dell’Egitto, avendo risposto e comunicate le date risposte, al Dott. Raffaele Zarlenga, si trovano e gli uni e le altre diligentemente riportati nei due Fascicoli Agosto e Settembre-Ottobre e Novembre 1839 del Giornale Italiano Medico-Chirurgico Il Severino, nell’ultimo de’ quali viene dato pure il ritratto del Sig. Dott. Clot-Bey, già elevato dal Vice-Re dell’Egitto nel 1835 al grado di Bey di primo ordine, ultimamente promosso dal Governo Francese ad ufficiale della legion d’onore, da Sua Santità a Cavaliere di S. Gregorio Magno, da S. M. il Re di Napoli a Commendatore del real ordine di Francesco I. e da S. M. l’Imperatore di tutte le Russie decorato eziandio dell’ordine di s. Alessandro Newsky per le sue benemerenze verso il Governo Egizio, dove si è dedicato alla direzione del grande Stabilimento d’istruzion pubblica pochi anni sono trasportato a [ciii]Kassel-En, nella qual direzione come nella parte dell’istruzione venne ora rimpiazzato da altri. Dice il Dott. Zarlenga, che il ridetto Professore (Clot-Bey) si propone «di pubblicare quanto prima il risultato delle sue osservazioni sulla peste.»

Quistioni proposte dal Governo Inglese ai Medici dell’Oriente col mezzo de’ suoi Agenti Consolari nel Levante Ottomano.

1.º La peste si comunica per contagio?

2.º La peste si comunica per contagio o per qualche altro mezzo, ed in questo caso per quale?

3.º Il contatto con una persona infetta è necessario per produrre la peste, o pure basta solo il semplice avvicinamento di una persona infetta?

4.º I corpi stati in contatto con una persona infetta possono comunicare la peste, e, potendolo, quali sono queste sostanze?

5.º Quanto tempo può l’infezione della peste restar nascosta in un individuo infetto prima di appalesarsi per segni evidenti?

6.º Per quanto tempo la materia contagiosa della peste nascosta nei corpi inerti può conservare il suo potere contagioso?

7.º Quali sono i mezzi per i quali i corpi contenenti la materia contagiosa della peste potrebbero essere purificati?

Queste sono le quistioni indirizzate dal Nobile Lord Ministro degli affari esteri di S. M. la Regina d’Inghilterra ai Medici dell’Oriente sulla natura contagiosa della peste, e che il Dott. Zarlenga ha pubblicate nei fascicoli 92, 93, 94, 95 del Giornale sopraccitato, indicando essergliele state offerte ed inviate dallo stesso professore Clot-Bey.

Intorno alle risposte date dal ridetto professore Clot-Bey alle sopraenunciate quistioni ho già detto nella Nota precedente (lettera d) quanto forse poteva occorrere che fosse conosciuto. Ivi ho anche esposto francamente il mio sentimento sopra quelle risposte. Credo superfluo intrattenere ulteriormente su di esse i miei lettori. Quelli che amassero di conoscerle per esteso potranno leggerle nello stesso Giornale Il Severino nei fascicoli sopraccitati, dove vi son riportate. Lo stesso Dott. Zarlenga redattor dell’articolo accenna il suo divisamento di pubblicare in peculiar memoria [civ]l’originale francese dell’autore contenente le soluzioni dei detti quesiti con le sue osservazioni.

Prima di chiudere quest’articolo mi permetterò di presentare al pubblico una mia idea, perchè presa in esame, vi dia quel peso che può meritare.

Giacchè sembra che il progetto del Dott. Bulard sul Congresso Sanitario Europeo sia stato aggiornato a tempo indeterminato; giacchè con saggio divisamento e per puro amore di scienza si tiene ogni anno, ora in una ora nell’altra delle principali città di Europa un Congresso di dotti a cui intervengono per ordinario uomini distintissimi per talenti per esperienza e per dottrina, sì nazionali che stranieri, e la sezione de’ Medici si osserva per solito essere la più numerosa; giacchè i progressi della scienza, l’utile pubblico, e specialmente la salute del popolo costituiscono il principalissimo scopo di tali riunioni scientifiche, le quali dall’illuminata politica de’ Sovrani di Europa vengono con ogni specie di modi e favori incoraggiate e protette; giacchè in esse, pei profondi studii di tanti uomini celebri, per la vicendevole comunicazione dei lumi e della particolare sperienza, le più difficili quistioni scientifiche vengono trattate e maestrevolmente svolte; dappoichè la società ha ragion di sperare sempre maggiore profitto dagli sforzi riuniti di tanti uomini sommi nell’arte, sì favoriti e protetti da possenti mezzi e dalle Sovrane provvidissime disposizioni sorretti; perchè non potrebbonsi in queste annue adunanze di savii e maestri di scienze salutari le sopraccennate grandi quistioni politico-sanitarie di generale interesse utilmente agitare? Qual’altra quistione scientifica potrebbesi mai presentare ad una dotta adunanza che avesse un più grande interesse per l’umanità e che fosse di un maggior utile pubblico, più generale e più riconosciuto? I riconoscimenti e le conclusioni di una società così colta e rispettabile, di soggetti distinti per talenti, per esperienza e per dottrina, non potrebbero mancare di esercitare una possente influenza sulle opinioni dei Magistrati e dei Governi delle varie nazioni d’Europa, e di cooperare per tal mezzo a quell’utile riforma dei Sanitarii sistemi, che si riconosce necessaria e che incessantemente viene reclamata dai più grandi interessi [cv]di tutte le nazioni. In tal guisa que’ dotti sperar potrebbero di esser nel caso di retribuire in qualche modo alla generosa ospitalità ed al favore de’ Principi che con tanta magnanimità e cortesia li accolgono, e lasciar onorevoli traccie dei loro nobili sforzi ed una grata memoria impressa nella riconoscenza de’ popoli.

L’imparziale giudizio di un Consesso di dotti delle varie nazioni sopra alcune grandi verità pratiche di utile pubblico, apprezzando i fatti al suo giusto valore, e concedendo al merito il dovuto onore, ovviare forse potrebbe eziandio, almeno in parte, alle fatalissime conseguenze che dipendono da quelle picciole gelosie di mestiere, da quella sciaurata meschina rivalità mascherata con finissima arte sotto ogni specie d’ipocrisia, per cui tanti uomini abili e delle più felici disposizioni, anzichè venire incoraggiati e protetti, giacciono nell’avvilimento e nell’impotenza di alcuna cosa operare a vantaggio della società, vittima di odiosi secreti maneggi.

In vece che limitare a soli 15 giorni la durata delle sopraccennate dotte adunanze, ove nulla ostasse alla massima, si potrebbe protrarla a 20, dedicando esclusivamente gli ultimi cinque giorni al trattamento e discussione di que’ subbietti che risguardano le malattie popolari a contagio specifico, e principalmente la peste orientale.

E dappoichè sento che nei due anni successivi 1840, 1841 la riunione di dotti avrà luogo, il primo anno in Torino, il secondo forse a Firenze, sarà soddisfacente il veder partire d’Italia questo generoso appello alla scienza per un’utile riforma de’ sanitarii sistemi, reclamata dagl’interessi di tutte le nazioni, che corrisponda egualmente ai progressi delle scienze, alle voci dell’umanità, e alla natura delle attuali relazioni fra l’Oriente e l’Occidente; partire da quel paese medesimo che vanta la gloria delle prime istituzioni sanitarie, e di saggie e provvidissime leggi a difesa della pubblica salute, e che fu il primo benemerito della diffusione fra gli altri popoli di conoscenze utili sopra questa materia, per l’attivazione di misure repulsive e preservatrici contro il flagello più grande e più devastatore della specie umana.

Ed ove per una più chiara dimostrazione dei fatti, per ragionamenti [cvi]convincentissimi venisse dato alle sopraccennate dotte adunanze di ridestare sopra questo grande argomento l’attenzione de’ Principi e dei Governi che tengono in mano il freno regolatore della prosperità de’ popoli, e riescir potesse determinarli definitivamente ad abbracciare d’accordo il grande progetto di sanitaria riforma e mandarlo ad effetto, l’illustre Consesso avrebbe colto felicemente il suo scopo, aggiunto nuovo splendore alla gloria d’Italia, e recato un grande beneficio agl’interessi di tutte le nazioni commerciali marittime che mantengono più o meno estese relazioni coi paesi d’Oriente. (Torna al testo)

(f) Fra le malattie contagiose a tipo epidemico, la peste è una delle più difficili a conoscersi al suo primo apparire. Nessun’altra presenta tanta diversità, quantità e gravità di sintomi in un tempo più breve e con maggiore rapidità; e siccome per ordinario suol comparire sotto mentite sembianze ed inattesamente, così facilmente s’insinua sconosciuta e confusa con altre malattie, delle quali, ingannando, usa assumere l’aspetto. La peste è quella malattia che in tutti i tempi ha dato luogo ad un maggior numero di dispareri e discussioni fra i medici, di controversie, di bizzarre teorie e contraddizioni fra gli autori. Fra le malattie antiche che affliggono ancora la specie umana è quella in cui la scienza ha fatto i minori progressi, in cui la parte diagnostica è tuttora la più difficile, l’etiologica la più sconosciuta, la terapeutica la meno efficace, ed in cui tutte le investigazioni ed i tentativi finora intrapresi hanno avuto i minori risultamenti. S’inganna d’assai chi crede che la peste sia una malattia facilmente riconoscibile, che i segni di essa abbiano una tale uniformità da poter facilmente essere contraddistinti. Per convincersi di questa verità basterà consultare la storia, e si vedrà per essa, siccome in un gran numero di casi, medici riputatissimi chiamati a dar giudizio non la riconobbero, e sono incorsi in gravissimi sbagli fecondi delle più funeste conseguenze.

Senza parlar delle pestilenze dei remoti tempi, di una delle quali (la celebre peste di Atene) narrando Tucidide, così si esprime «I medici non sapevano trovarvi [cvii]rimedio, e nel principio non s’accorsono che malattia che la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire, quanto eglino più che gli altri s’approssimavano» (Tucid. lib. II. cap.48, traduzione dello Strozzi), farò alcuni cenni intorno a quelle che si riferiscono a questi ultimi secoli.

Nella peste di Venezia del 1555-56 Nicolò Massa, medico a que’ tempi riputatissimo, incorse in grave errore, da che chiamato a dare giudizio sulla natura del male non ebbe a riconoscerla, ed attribuì a vizio dell’aria quelle infermità.

Più grave ancora fu lo sbaglio commesso dai medici nella celebre successiva peste della stessa città di Venezia degli anni 1575-76, e specialmente dei due rinomati professori di Padova Mercuriale e Capodivacca, chiamati espressamente a Venezia dalla Repubblica per riconoscere la vera natura del morbo, il quale per peste non riconobbero, per cui i Magistrati essendosi abbandonati con soverchia fiducia a quelle opinioni, furono trascurate le necessarie precauzioni di sanità, e Venezia ebbe a soffrire per quella pestilenza la perdita di circa sessantamila persone (V. facc. 365).

Il medesimo errore venne commesso dal celebre Ingrassia (Filippo), Protomedico della Sicilia, nella peste di Palermo degli stessi anni 1576-76.

Le acerrime quistioni insorte fra i medici sull’indole della malattia nella peste di Montpellier del 1629 furono pur cagione di gravissime sventure; da che, mentre i medici nelle loro dispute s’incalzavano l’un l’altro con sillogismi, mentre i Magistrati attendevano la decision della lite, la peste estendeva tacitamente le sue conquiste, in guisa che non fu più possibile di arrestarla, e Montpellier perdette da quella pestilenza circa la metà de’ suoi abitanti, di quelli cioè ch’eran rimasti in città (pag. 384-86).

Nella peste che afflisse l’Italia agli anni 1629-30-31, la parte settentrionale del Milanese ebbe pur molto a soffrire dipendentemente da questa causa, cioè per non essere stata la malattia riconosciuta se non quando avea già fatto di molti progressi, nè v’era più tempo di arrestarla (V. facc. 393).

Nella stessa Milano a quel medesimo [cviii]tempo alcuni medici e chirurghi essendosi ostinati a sostenere che quel male non fosse peste, contro l’autorità di molti altri, dotti e sperimentati che l’affermavano, furono eziandio cagione che il contagio ampliasse le sue conquiste; e finalmente la morte abbattendo a visiera alzata gran numero di vittime, disingannò gl’increduli e diede fine alla lite (facc. 394).

Nella peste di Verona del 1630, a malgrado le ferme dichiarazioni di alcuni dotti e sperimentati medici, a malgrado la gravissima mortalità e la più chiara evidenza dei fatti, non mancarono medici e chirurghi che mettessero in dubbio l’esistenza della peste; quelle subite moltiplicate morti chi a vermini attribuendo, chi a maligne febbri ma non pestilenti, negando fermamente che in Verona peste vi fosse (facc. 404).

Ancor di peggio avvenne nel- l’ultima memorabile peste di Venezia degli anni 1630-31, giacchè ad onta di tre conformi giudizii medici, da’ quali venne concordemente dichiarato che que’ morbi che incutevano tanto timore pur troppo vera peste si fossero, avendo il Senato con poco sano consiglio ordinato che si convocassero trentasei medici per sapere col fondamento delle loro opinioni la qualità di essi mali e i rimedii proprii a medicarli, codesti trentasei medici, com’era da prevedersi, si divisero in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste e che in conseguenza si dovessero prendere le più severe precauzioni, e gli altri negandolo. A favore di ciascuna essendosi dichiarato un forte partito, gravi quistioni si suscitarono. Ed in tanto, mentre i medici acremente disputavano fra loro, mentre i Magistrati in sì grave incertezza se ne stavano inoperosi attendendo la decisione della medica controversia, la peste estendeva le sue conquiste, e non essendo stato più possibile di arrestare il corso al contagio, orrendo strazio fece di quegli abitanti, a tale che in 11 mesi uccise circa 94000 persone (V. pag. 416-418).

La medesima cosa a un di presso avvenne a Firenze nello stesso anno 1630, quando il micidiale contagio recatovi da Bologna serpeggiò occulto per qualche tempo (Rondinelli, Relazione del contagio stato in Firenze l’anno 1630 e 1633. V. facc. 430).

Nella terribile peste di Napoli [cix]del 1656 avvenne all’incirca lo stesso. I medici in sulle prime non la riconobbero. Di essa nei principii i perniciosi effetti ascrivevano «chi a febbri maligne, chi ad apoplessie, chi ad altri mali. Non mancò ad ogni modo chi, per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all’orecchie del Vicerè, che costui andava pubblicando il male essere contagioso, fu il medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d’andar a morire in sua casa; donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male (Giannone, Storia Civile del Regno di Napoli. V. p. 467-68).»

A quegli stessi anni 1656 lo stesso accadde anche a Genova. Ivi in sulle prime invalse l’opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l’opportunità ed a tenore degli argomenti che all’improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settantamila persone.

A Malta egualmente nella funestissima peste del 1676, i gravi dispareri insorti tra i medici sulla vera natura del morbo, lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, e quell’Isola da detta pestilenza venne pressochè interamente deserta (facc. 497-98).

A Vienna parimenti nel 1712 nei primi malati la peste non fu conosciuta. Il contagio serpeggiò occulto per qualche tempo fra le puerpere del civico spedale, senza che si sospettasse della natura del morbo; ed anche quando vennero trasportate tutte le puerpere e le gravide dal civico spedale in un apposito Lazzeretto fuori della città, insorse grave discrepanza d’opinione fra i medici sulla natura del male, e le discipline e provvedimenti da opporsi ai di lui progressi vennero per sì fatti contrasti ritardati per qualche tempo (V. facc. 513-15).

Troppo note sono le scandalose quistioni, i gravi dispareri insorti fra i medici al tempo della peste di Marsiglia del 1720-21, i quali diedero occasione alle [cx]immense sciagure e rovine a cui fu soggetta quella città, ed al profluvio di opere e di scritture che abbiamo sopra quella pestilenza, non essendo, ch’io sappia, sopra alcun’altra stato scritto altrettanto.

Questa fu la circostanza in cui i due professori di Montpellier Chicoaneau e Verny, invitati dalla Corte Sovrana a dare un definitivo giudizio sulla natura dei mali che recavano a Marsiglia tante stragi e rovine, presero un grossolano errore, e non li riconobbero per peste, a malgrado ch’essa si mostrasse co’ suoi più manifesti segnali e fosse giunta a tale da escludere qualunque dubbio anche fra le persone che non eran dell’arte. Ciò ch’ebbe a recare ancora più meraviglia si fu, che M.r Chirac, medico del Reggente, che godeva allora di molta riputazione, appoggiò con una Memoria le false opinioni dei detti due professori (facc. 522, 547-48).

Anche nella città di Messina la peste nel 1743 s’introdusse incognita e mal appresa. Il Capitano del bastimento proveniente da Missolongi, con carico di lana ed altri effetti, che portò il contagio in quella città, infermato e morto al Lazzeretto, fu giudicato dai medici esser morto da resipola retrocessa. Le febbri accompagnate da bubboni e da altri sintomi pestilenziali, che dopo circa due mesi si erano manifestate in un quartiere della città, vennero dichiarate bensì malattie epidemiali, ma in conto alcuno nè contagiose nè pestifere. Per le quali dichiarazioni essendosi i Magistrati abbandonati ad una cieca fiducia, vennero trascurate le più opportune precauzioni.

Egualmente in questo corso di pestilenza, come in altri casi, vi fu pur uno fra i medici che vide chiaro e che sostenne esser que’ morbi peste effettivamente. Ma detta opinione così isolata e vivamente combattuta dagli altri, non prevalse. Moltiplicatosi però poco appresso in modo spaventevole il numero de’ malati e dei morti, i medici ed i Magistrati si accorsero del loro errore, ma troppo tardi. Si ordinarono delle misure di difesa, ma pur troppo queste non corrisposero perchè applicate fuori di tempo, e Messina per l’ignoranza de’ medici, per l’improvvida credulità de’ Magistrati, fu ridotta a tali e sì crudeli estremità di sventure da non aversi parole sufficienti a [cxi]descrivere. Di circa quarantamila abitanti essa ne perdette più che ventottomila (facc. 623 e seg.).

A Kiovia città della piccola Russia, allorchè nel 1770 dalla Podolia s’è introdotto il contagio, successe all’incirca la medesima cosa, si mossero le stesse incertezze, le medesime quistioni. La peste da principio fu messa in dubbio, e non se n’è ravvisato il pericolo se non allorquando, la mortalità divenuta assai grande, alla cieca fidanza successero il terrore, la confusione ed un fatale abbandono (facc. 787).

A Jassy e a Cozim a detta epoca avvenne a un di presso lo stesso.

Anche nella memorabil peste di Mosca degli anni 1770-71-72 si è osservato avverarsi siffatto destino, che viene affermato dalla storia aver luogo in quasi tutte le pesti, cioè l’errore di alcuni medici nella diagnosi della malattia, la loro ostinazione nel continuare a negarla, a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, e l’opinione di altri dotti e sperimentati che costantemente l’affermano. Avvenne in fatti in quella terribile pestilenza, che, scoppiata la malattia in Novembre 1770 nel grande Ospedale militare di Mosca ed in alcune separate casuccie ad esso vicine, ove abitavano i custodi colle loro famiglie, e morte circa venti persone con manifesti indizj di peste, tanto il primario medico di quell’Ospedale, Dott. Schafonshy, che altri undici medici chiamati a consiglio, non esitarono a dichiarare che quei morbi erano vera peste pur troppo. A questa opinione però si è opposto il primo fisico della città, Dott. Rinder, il quale ad appoggio della sua incredulità non dubitò di accampare il solito falso argomento — che se peste fossero stati que’ morbi, ne sarebbero senz’altro già andate infette molte altre persone, e segnatamente i medici che assistettero i malati, i serventi e i circostanti coi quali vissero in comunicazione, quando invece essi tutti si mantenevano sani. — La qual’opinione, sebbene in sulle prime non abbia prevalso, e l’Ospedale fosse stato tosto circondato da guardie ed accuratamente segregato dalla città; pure per fatalissima combinazione essendosi minorato il numero degli ammalati sospetti nell’Ospedale, e scorse sei settimane senza che si sentisse parlare di peste nella [cxii]città, al primo spavento successe fatalmente una piena sicurezza; e l’opinione del fisico della città, sostenuta non solo dal volgo, solito a giudicare le cose dagli effetti che lo colpiscono, ma eziandio da un gran numero di notabili di quella capitale, prevalse così, che vennero trascurate tutte le cautele di sanità e lasciato libero il campo all’insidioso contagio, il quale, manifestatosi in Marzo 1771 nell’amplissima casa ad uso di fabbrica di panni situata nel centro della città ed abitata da circa tremila operai, non tardò molto a divampare in incendio, in guisa che non fu più possibile di arrestarlo, e Mosca perdette per quella pestilenza circa centotredicimila persone (Vedi Mertens De peste, Oreus, Semoilowitz, ecc.).

Nella peste di Spalatro del 1784 si à verificato eziandio il medesimo scandalo. Morto essendo in uno dei sobborghi della città un individuo, che aveva servito nel Lazzeretto al maneggio di alcune merci sospette provenienti dalla vicina Turchia, e ch’era uscito poco prima dal detto Stabilimento e morti in appresso parecchi altri individui, egualmente che il primo dopo breve decubito e con manifesti segnali di peste, alcuni medici, e tra questi fatalmente uno per l’ufficio suo molto influente, non la riconobbero, e continuarono ostinatamente a negarla, a malgrado la contraria opinione di altri abili e sperimentati (tra’ quali il riputatissimo Dott. Bajamonti) che per tale fermamente la dichiararono. Sicchè, trascurati que’ provvedimenti, che opportunamente attivati avrebbero impedita la dilatazione del contagio e salvate quelle popolazioni, venne in vece, per soverchia credulità de’ Magistrati a quelle false opinioni, lasciato aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione, che ridusse la città di Spalatro alle più grandi estremità di sventure; di poco o nessun giovamento essendo riuscite le misure sanitarie prese con molta fretta allorchè moltiplicate le morti ebbero queste a dissipare i dubbii sulla natura del male; e la città di Spalatro perdette per quella pestilenza più di un terzo de’ suoi abitanti, e molti pure ne perdettero i luoghi vicini (Vedi Bajamonti Storia della peste di Spalatro degli anni 1783-84. P. Fedele da Zara Cappuccino. Della peste di Spalatro Op. ined.).

[cxiii]
Anche nell’ultima peste di Malta del 1813 le opinioni de’ medici furono discordi sopra la qualità della malattia, che si ritenne generalmente essere stata introdotta in quell’Isola da un bastimento inglese proveniente da Alessandria d’Egitto con carico di merci suscettibili, sul quale erano morti di peste per via parecchi uomini dell’equipaggio. I medici inglesi affermavano che fosse peste: i maltesi negavanlo ostinatamente (tranne alcuni pochi), sostenendo che fosse in vece una malattia maligna propria di quelle località. Il perchè, il popolo di Malta lusingato da quelle false opinioni, non volle credere all’esistenza del contagio se non allorquando s’era già molto avanzato. Continuava ad ammassarsi nelle Chiese, far processioni, i parenti e gli amici continuavano a visitare i malati senza scrupolo e senza precauzioni, si nascondevano per quanto potevasi alla vigilanza della polizia le vittime del contagio che si andava ogni dì più estendendo, non solo nella città capitale detta La-Vallette; ma eziandio nella maggior parte dei villaggi vicini, prima che una possente autorità protettrice avesse potuto opporsi ai di lui progressi.

Quel Comitato di Sanità, di concerto col Lord Alto Commissario Governatore civile dell’Isola, conoscendo quanto fosse fatale quello stato d’incertezza e d’indecisione, pubblicò un Avviso, col quale venne dichiarato essere stato positivamente riconosciuto dal Collegio medico nella sua sessione del giorno 12 Maggio di quell’anno, che le malattie correnti erano vera peste, e che sarebbe stato severamente punito chiunque avesse tentato di far credere diversamente, cioè quelle non esser peste; e veniva promesso un generoso premio in denaro a quelli che avessero indicati gli autori di tali voci contrarie al fatto. Nel medesimo senso il Governatore emanò un’altra Notificazione in data 24 Maggio, nella quale era riportato il voto medico sulla natura di que’ mali, sottoscritto dal protomedico del luogo, Dott. Luigi Caruana, e da altri dodici medici maltesi e tre inglesi; e nessuna controversia ebbe luogo dappoi. Frattanto però il contagio aveva avuto il tempo di dilatarsi e moltiplicare le sue conquiste in modo che non fu più possibile di circoscriverlo [cxiv]a malgrado le più saggie e provvide cure di quelle autorità. Si estese fino a Gozzo, e l’Isola di Malta venne per più mesi desolata da questo flagello, che le fece soffrire la perdita di circa ottomila de’ suoi abitanti, avendo attaccato segnatamente gl’indigeni. I turchi, i greci che abitavano nella capitale, vennero risparmiati, e più particolarmente ancora ne andarono esenti gl’inglesi, ciò che era per gli abitanti un incomprensibile mistero (Skiner Joseph. On the Late Plague ecc. Rapporto del Prefetto del Mediterraneo al Ministro dell’Interno 11 Giugno 1813).

I medesimi errori, la stessa imperizia medica nel conoscere la malattia ebbero luogo anche nella peste di Bukarest agli stessi anni 1813-14. Introdotta, per quanto sembra, da Costantinopoli nella Valacchia col mezzo dei greci ch’erano del numeroso seguito del principe Caradscha, il quale proveniente da Costantinopoli giunse a Bukarest in Febbrajo 1813, ed essendo morti per via alcuni di essi ne’ Casali posti sulla strada che conduce a Bukarest, la peste vi serpeggiò occulta e sconosciuta per qualche tempo. Di tratto in tratto al giungere di avvisi allarmanti di malattie sospette che regnavano nei dintorni della capitale, venivano spediti dei medici nei villaggi vicini ad oggetto di riconoscere la natura di essi mali, che sotto il nome di febbri maligne traevano al sepolcro molte persone. Detti medici però al loro ritorno riferivano, che si trattava di una febbre maligna, ovveramente di una malattia particolare a cui non sapevano qual nome potersi attribuire. In Giugno di quell’anno scoppiò la peste nella stessa città di Bukarest. Ivi pure non fu conosciuta e si ebbe a commettere dai medici lo stesso errore, il medesimo sbaglio nella diagnosi. Uno di essi (Dott. Mesitsch) che vide il vero, e che per più accurata osservazione fatta ebbe a dichiarare que’ morbi essere vera peste, non fu creduto, e nessun peso si diede alle di lui opinioni. Non fu riconosciuto esservi la peste nella città se non allorquando il micidiale contagio aveva già attaccato quasi contemporaneamente un gran numero di famiglie, s’era mostrato in tutto il suo formidabile aspetto, ed aveva ucciso moltissime persone. Di ottantamila abitanti che [cxv]componevano la popolazione di Bukarest, ne sono morti per quella pestilenza in undici mesi, cioè da Giugno 1813 a Maggio 1814, da venticinque a trentamila, senza contare quelli che sono periti nei villaggi vicini (V. Grohmann Beobachtungen ueber die im Jahr 1813 Herschende Pest zu Bucharest).

Lo stesso finalmente avvenne nella peste di Noja (città del Regno di Napoli a quattro leghe da Bari) nel 1815. Ai primi di Dicembre di quell’anno (1815) morti a Noja quasi contemporaneamente alcuni individui con petecchie e piccioli tumoretti all’inguinaja, quelle autorità si sono messe tosto in allarme. Ond’è, che convocati i medici del luogo e fatti venire da Bari alcuni altri dei più accreditati, si tenne consiglio per conoscere col fondamento delle loro opinioni la natura di quelle malattie. Fu assicurato da quel consiglio non trattarsi che di un tifo o febbre putrida esantematica che non diveniva mortale se non per la miseria delle persone affette, e che non vi aveva alcun fondamento per temere di peste. Queste assicurazioni però non tranquillizzarono interamente le autorità; molto più che d’altra parte pervenivano ad esse avvisi, che a Noja si era sviluppato un contagio con buboni. Si convocarono quindi di nuovo i medici, coll’intervento anche di un chirurgo, e fatti venire da Bari li stessi due professori che primi avevano dato giudizio sulla natura di que’ mali divenuti ancor più sospetti, vennero invitati a meglio esaminarli e dare su di essi un definitivo giudizio. Ma fatalmente dopo molti dialoghi ed inutili digressioni sui sintomi e sull’andamento della malattia, proposero, fosse pubblicato in Noja che la malattia altro non era che una febbre maligna contagiosa prodotta dalla miseria e dai cattivi alimenti. Questa relazione vaga ed incompleta, mentre da un lato servì ad inspirare al popolo una fatale fidanza, per cui credette poter impunemente trascurare le necessarie precauzioni e cautele di sanità, accrebbe dall’altro i dubbii concepiti dalle autorità; le quali avendo fatto riflesso, che «i primi rapporti in fatto di peste sono sempre dubbii o equivoci, per effetto dell’astuzia del morbo, o dell’imperizia dei medici nel ravvisarlo, non già per mancanza di abilità o per mal [cxvi]talento, ma per non aver avuto l’opportunità di vederla altra volta, e della lusinga che concepisce il paese infetto nel crederla piuttosto di altra natura»; che quella medica relazione, mentre lasciava tuttavia incerte le autorità sulla vera natura del male, ondeggianti in una fatale incertezza, impediva loro di prendere quegli energici provvedimenti, che per tutelare la pubblica salute ed ovviare ai maggiori mali avrebbero potuto esser creduti necessarii nel caso di vera pestilenza; che siffatto ordine di cose poteva compromettere la loro responsabilità e nuocere sommamente agl’interessi di quella popolazione ed alla salute del Regno, decisero d’invitare i medici a rispondere brevemente ed immediatamente se la malattia da essi osservata in Noja fosse o no peste, prevenendoli, che qualunque risposta estranea a questo dilemma militare, sarebbe stata inutile, ed avrebbe impegnata la personale loro responsabilità. — Dopo seria discussione, fu dai medici conchiuso trattarsi di febbre pestilenziale, e se ne espose il parere in iscritto, scusandosi di non averla chiamata tale nel principio per non confermare l’allarme prima di assicurarsene all’evidenza. Dietro ciò sono state prese indilatamente e con molta fretta tutte quelle altre più rigorose misure e precauzioni di sanità che potevano essere suggerite dalla circostanza, sì per impedire la dilatazione del contagio negli altri paesi del Regno, e sì per arrestarlo nel comune di Noja ed a sollievo degl’infelici Nojani. Ma fatalmente era omai troppo tardi perchè sperar si potesse di ottenere da que’ provvedimenti vantaggi decisivi, i quali si sarebbero probabilmente conseguiti ove misure pronte ed efficaci fossero state attivate. Ma nessun freno essendo stato posto in sulle prime al contagio, egli aveva già avuto fatalmente il tempo di propagarsi in un gran numero di famiglie, ed allorchè fu riconosciuto e dichiarato dai medici, non era più possibile di circoscriverlo ed estinguerlo con pochi danni. Di 5300 abitanti che costituivano la popolazione di Noja, nello spazio di sei mesi la peste ne colpì 938, dei quali sono morti 716 e 212 sono guariti (V. Morèa Vitangelo Storia della peste di Noja. Napoli 1817).

[cxvii]
Questi fatti storici, nella maggior parte già descritti a suo luogo, allorchè ebbi a far menzione delle varie pestilenze a cui si riferiscono, ho creduto di dover qui riportare uniti e presentarli alla vista e alle meditazioni del saggio, raccolti come in un quadro, onde i Magistrati e i Governi cui incombe il dovere della tutela della pubblica salute, possano averli presenti nelle gravi e difficili circostanze di peste e di altre malattie popolari a contagio specifico, a dovuto lume e regola delle lor direzioni, perchè non abbiano a lasciarsi illudere per soverchia deferenza alle opinioni di que’ medici che ne’ casi dubbii di peste si sollevano a paladini oppugnatori del contagio, e non trascurino di prendere quelle caute precauzioni che valgano a guarentire la pubblica sicurezza restando inoperosi per attendere la decisione delle mediche controversie, le quali, come ho già soprattocco, per un fatale destino s’incontrano quasi sempre nei casi di peste, specialmente nelle città, e furon pur troppo tante volte cagione d’inenarrabili sciagure, d’irreparabili danni e perdite dolorosissime alla misera umanità. Sicchè fatti accorti dall’esperienza; sieno al caso di evitare cautamente quegli errori fatali di soverchia credulità, d’inoperosa incertezza, i quali impressero indelebili macchie alle più belle pagine della storia di Magistrati d’altronde riputatissimi e delle migliori intenzioni, di uomini illustri e per ogni altro riguardo stimabilissimi.

Mi si chiederà forse; — donde deriva questo singolare fenomeno, quasi costante nelle congiunture di peste; questo sì frequente ingannarsi de’ medici nel riconoscere quella malattia; tante ostinate quistioni, tanta insistenza nel negarla a malgrado la più chiara evidenza dei fatti, tante acerrime liti e contese allorchè si tratta di dar un concreto giudizio sulla vera natura di morbi resi sospetti di peste, e determinare ai primi attacchi l’indole loro, il loro carattere: in somma, qual è la vera causa di questo fatalissimo destino che non si osserva in alcun’altra malattia ed in vece ha luogo quasi sempre allorchè si tratta della peste? Come mai può ciò avverarsi, mentre sono già i primi medici di ciascun paese, i più accreditati, quelli che per tali riconoscimenti vengono chiamati a consiglio?

[cxviii]
Se della massima importanza e sommamente decisivo è il pronto riconoscere e l’esatto determinare l’esistenza di questo fierissimo morbo, della peste cioè, ed il leale e franco dichiararlo alle autorità allorchè viene riconosciuto, onde non siano ritardati gli opportuni provvedimenti e quelle robuste e saggie misure sanitarie che sole possono salvare il paese, altrettanto difficile (è forza confessarlo) riesce tale riconoscimento specialmente nei primi attacchi, sì perchè la peste è una malattia insidiosissima e suol presentarsi per lo più sotto ingannevole aspetto, procede con rapido corso, nè dà tempo di bene esaminarla, sì perchè, subdola e proteiforme di sua natura, mente d’ordinario nel principio un’altra malattia, e più comunemente suol comparire sotto le sembianze di tifo o febbre maligna, nervosa, ovvero con sintomi che molto alla febbre nervosa o tifoidea si assomigliano, ed in qualche raro caso eziandio sotto le apparenze di una febbre intermittente perniciosa subcontinua; e comunque dotto ed istrutto sia il medico, è assai facile che resti ingannato e prenda abbaglio nella diagnosi della peste, specialmente se non l’ha mai veduta coi proprii occhi e non fu mai al caso d’instituire confronti, fare su di essa osservazioni od esperienze, e deve parlare, scrivere e dar giudizio su ciò che non ha mai veduto se non cogli occhi degli altri, se non dietro conoscenze imprestate dagli altri, imbrattate forse dalla pece di sistema, dettate dall’entusiasmo o dalla prevenzione.

Ed il più delle volte nemmen questo sta in soccorso del medico, mentre fra tanti diligenti e studiosi giovani che frequentarono assidui e frequentano le Università, non saprei dire se vi sia alcuno che abbia inteso un corso regolare di lezioni sulla peste, ed abbia potuto formarsi per esse un’idea giusta di questa terribile malattia. Ed è pur doloroso il dover osservare, che in generale anche dai più studiosi e dotti medici pratici si coltiva assai poco questa partita, quasi fosse uno studio a parte nè occorresse occuparsene, come di cosa lontana che non può gran fatto interessarli, giacchè ravvisano assai remoto il pericolo e quasi ipotetico.

Ma ciò ch’è ancor più doloroso [cxix]a pensare e può riescire una volta o l’altra grandemente fatale, si è, che nemmen tutti quelli cui per l’officio loro incombe di essere bene istrutti di questa materia e coltivarne assiduamente e premurosamente lo studio, se ne occupano abbastanza, e all’occasione sono costretti mostrarsi così vergognosamente ignari e nudi da destare pietà; fatale imperizia, atta a compromettere più di qualunque altra la sicurezza delle suddite popolazioni, ed alla quale per mala sorte non vi si dà gran pensiero!

Sotto questo punto di vista non posso che sommamente applaudire all’opinione del chiarissimo collega Sig. Consigliere Protomedico Knolz esternata nella sessione della grande società medica di Vienna del 2 Febbrajo 1838, di cui ho parlato disopra, quella cioè di spedire alcuni medici nei paesi del Levante a studiare la peste ed istituire su di essa le più diligenti ricerche, non già come il mezzo più certo, per isciogliere i quesiti più importanti sulla peste e dimostrare siccome le proposizioni del Dott. Bulard non possono servir di base per una riforma, ma, secondo il mio modo di vedere, col solo oggetto di studiare la peste, istruirsi in quella malattia, farne la pratica, vederla cogli occhi proprii, vedere e trattare i pestiferati, fare esperienze, e ritornare in Europa con un buon capitale di cognizioni utili sopra della materia, delle quali i Magistrati e i Governi poter giovarsene all’evenienza de’ casi con minor pericolo di compromettere i più preziosi interessi dell’umanità, ed a fin che il giudizio medico da cui le autorità sogliono prender norma e consiglio per basare le loro determinazioni e stabilire i provvedimenti necessarii, aver possa, oltre i suffragi della scienza quelli eziandio di un’illuminata esperienza.

È osservabile che mentre si esigono lunghi studii ed una pratica assidua ed accurata in appositi Stabilimenti scientifici per bene istituire ì giovani medici nella conoscenza e trattamento delle diverse altre malattie, nelle quali, ancorchè pericolose e contagiose, gli errori diagnostici non potrebbero decidere che della vita di pochi, si trascurino poi interamente qualunque pratica, qualunque istituzione ed esperienza riguardo alla malattia che fra tutte le altre è la più difficile a [cxx]conoscersi, la più pericolosa, ed in cui gli errori diagnostici (ciò che non è di verun’altra) possono riescir fatali ad intere popolazioni, l’incolumità, la prosperità compromettere delle più floride città e d’intere provincie.

Che se per imperizia, per inesperienza o per quelle difficoltà ed incertezze che sono proprie dell’arte, accade che alcuni medici abbiano la mala sorte di commettere simili sbagli e pronunciare un falso giudizio in fatto di peste, non è a sorprendersi se insistono e cercano con tutti i sforzi di sostenere la già esternata opinione a malgrado l’evidenza dei fatti, e quantunque siensi in seguito avveduti del loro errore, in guisa che volontieri tornerebbero indietro se potessero farlo senza vergogna. La nostra superbia c’impedisce di mostrare di esserci ingannati, ed anzichè confessare generosamente di aver torto, cerchiamo sovente di occultare l’errore fino a noi medesimi. Per ciò appunto alcune volte si grida alto per far tacere fino il sentimento della propria coscienza e trarre gli altri in inganno sul conto nostro. Per saper tornar indietro e non lasciarsi intimidire dai riguardi occorrono una certa forza e superiorità di carattere, un intimo amore di verità e di giustizia; ciò che non è che di pochi.

Vi sono poi anche degli ostinati e duri, che non sono capaci nè di conoscere i proprii errori, nè di pentirsi, nè di tornar indietro.

Ma non sempre l’imperizia, l’inesperienza, o le difficoltà dell’arte sono le cagioni dei falsi giudizii che vengono pronunciati dai medici in siffatte gravi congiunture. Talvolta l’adulazione, la soggezione, i riguardi, il timor di affrontare un’opinione autorevole, un partito possente; d’incorrere nello sfavore e nel risentimento dei grandi e di aver a provarne in seguito le terribili conseguenze; l’amor della propria pace, un naturale inchinevole facile a piegarsi all’altrui volontà ed a cedere per timidezza alle prepotenti opinioni contrarie a malgrado il proprio interno convincimento, e cose simili, hanno non di rado una parte considerevole in siffatti decisivi giudizii. I grandi, i ricchi, i potenti, sogliono odiare le cose tristi e lugubri, evitarne per fino la vista, e male accolgono solitamente le melanconiche voci, i mesti annunzii di calamità e di sciagure, [cxxi]e molti sono quelli che hanno gran premura di non dispiacere ai grandi e potenti e di non incorrere nel loro sfavore. Il popolo ama darsi bel tempo e vivere spensieratamente. Egli attacca, per ordinario, una certa odiosità a coloro che gli annunziano disgrazie e per cui teme veder troncato il corso a’ suoi piccioli guadagni, li morde, li maledice, e con grande facilità si fa strumento delle secrete manovre dei tristi e dei scaltri; la numerosa e possente classe dei negozianti e tutti quelli che dipendono da essa e vivono del commercio, temono lo sviamento, l’arrenamento, la sospensione dei loro affari, ed hanno tutto l’interesse di smentire e far cessare le allarmanti voci di peste e la susseguente necessità delle restrizioni sanitarie. Le autorità temono lo scompiglio, il tumulto del popolo, le conseguenze di un allarme sparso fra la popolazione: temono di compromettere la propria responsabilità e d’incorrere nella Superiore disapprovazione. Scorgono tutta l’estesa e la grande entità de’ bisogni cui dovrebbero provvedere immediatamente, le robuste e rigorose misure che sarebbero tenuti di porre in pratica qualora i dubbii fossero convertiti in certezza. L’infortunio le ha colte all’impensata; mancano spesso di mezzi e di facoltà; sicchè sarebbero assai contente poter ischivare tante spese tanti imbarazzi. Il perchè, sebbene penetrate dalle più pure intenzioni e della miglior volontà, non possono che parteggiare per l’opinione di chi nega l’esistenza del contagio, siccome quella che ha l’apparenza di favorire tutti gl’interessi, desiderar che prevalga; e quasi per naturale istinto, per amore del bene, sono disposte, a far bella ciera e buona accoglienza piuttosto agli oppugnatori che ai sostenitori della peste.

Ecco come tutto concorre a traviare l’opinione e il giudizio dei medici allorchè si tratta di decidere ai primi attacchi di un morbo sospetto se esso sia o no vera e real pestilenza. Ecco come, oltre alle naturali difficoltà dell’arte ed al solito insidioso andamento del morbo, al suo tacito insinuarsi sotto mentite forme, al suo lento e ingannevole avanzarsi nel principio, alla tregua apparente, alla temporaria sospensione de’ suoi attacchi con cui usa talvolta deludere la pubblica vigilanza ed imbaldanzire il partito [cxxii]degli oppositori inesperti, un concorso fatale di circostanze si combina a traviare la pubblica opinione in circostanze di peste, ad impedire di veder chiaro: in somma a far sì che vengano trascurate o neglette quelle robuste misure di salvezza che sole possono aver buon effetto e preservare il paese dal minacciante pericolo; giacchè soltanto allora si può sperar d’arrestare il corso al contagio ed annientarlo con pochi danni, quando viene sollecitamente conosciuto e combattuto, e le autorità s’adoprano senza perdita di tempo robustamente al riparo con misure energiche, pronte, e adattate alla circostanza, senza lasciarsi intimidire dai riguardi, arrestare da meschine viste di economia o da altri motivi di secondo ordine, ma coraggiose e sollecite marciano con piede franco e sicuro innanzi al nemico a null’altro mirando che alla salute del popolo e a rendersi benemerite dell’umanità, della salvezza di tante vittime, che, trascurato il riparo, perirebbero sotto il flagello.

Dal che chiaro apparisce essere la parte che risguarda la diagnosi della peste incontrastabilmente la più necessaria a studiarsi, la più utile a sapersi, la più importante per l’umanità, e quella la cui ignoranza suol riescire la più fatale. Il perchè, tutti i giovani medici che calcano la via degl’impieghi, sia nella Sanità propriamente detta, o nei Dicasteri politico-amministrativi, ovveramente aspirano a diventar Condotti dai comuni popolosi delle Regie città, dovrebbero esser tenuti a conoscerla almeno in teoria, rendendosi familiari le osservazioni ed avvertenze pratiche di quegli autori più accreditati che scrissero le loro Opere dopo essere stati testimonii oculari di qualche epidemia di peste, e fecero le loro osservazioni sul campo stesso della malattia o nei spedali dei pestiferati nei paesi del Levante; mentre le Opere di que’ scrittorelli dilettanti di peste ch’ebbero il ticchio di far stampare sopra questa malattia senza mai averla veduta, raccogliendo, rivestendo, spesso sfigurando le osservazioni degli altri, ed impastando, come più loro cade in acconcio, le proprie colle altrui idee, non sono, secondo me, Opere utili, specialmente per giovani medici che hanno bisogno di bene istituirsi nella parte pratica della peste, ed acquistar idee [cxxiii]chiare ed esatte sopra la medesima, onde esser in istato di prontamente distinguerla da ogni altra, nei gravi frangenti di malattie popolari o di casi sospetti, poter fondare un giudizio, e non tradire per imperizia i più grandi interessi delle popolazioni e la pubblica fiducia di cui vengono onorati.

Sarei contentissimo poter produrre fin d’oggi un corpo di osservazioni ed avvertenze pratiche sopra questo suggetto ch’io ravviso di un’importanza superiore a qualunque altro; ma non essendo questo il luogo, nè avendo il tempo necessario per farlo, molto più che mi conviene una volta finirla con queste note divenute ormai troppo lunghe, mi limiterò ad alcune brevi indicazioni ed avvertenze per distinguere la peste dalla febbre nervosa-maligna o tifoidea colla quale suole più frequentemente confondersi, in riserva di trattare diffusamente questo argomento in altro luogo, giusta il Piano dato dell’Opera. Infrattanto, per tutto il resto che risguarda la diagnosi mi riporto alla nota N.º 58 pag. 695 del presente Volume, ed alle altre osservazioni ed avvertenze pratiche che si trovano sparse nel corso delle varie storie che vi sono riferite.

AVVERTENZE PRATICHE
per distinguere la peste dalla febbre maligna o nervosa.

1.º La febbre maligna o nervosa non suole propagarsi così rapidamente nè con tanta facilità come la peste, nè spargersi tanto ne’ luoghi vicini che nei lontani e remoti così celeremente come la peste, allorchè abbiano avuto luogo comunicazioni immediate o mediate.

2.º La febbre maligna non assale così improvvisamente e subitaneamente senza segni prodromi o precursori come usa fare la peste.

3.º Il corso della febbre maligna non è così rapido come quello della peste, nè così grande la mortalità. Nella febbre maligna il numero dei guariti supera d’ordinario quello dei morti; nella peste succede precisamente il contrario.

4.º Nella febbre maligna le petecchie sono ordinariamente più picciole, in quantità più discreta e compariscono più tardi; nella peste sono più copiose, più larghe, più schiacciate, qua e là [cxxiv]confluenti, formano alle volte delle echimosi più o meno grandi, ed in ogni caso compariscono più presto che nella febbre maligna.

5.º Allorchè si osservi che la sollecita comparsa delle petecchie viene susseguita ordinariamente dalla morte, non è più a dubitare esservi la peste, ancorchè i buboni e i carboni non si siano per anco manifestati.

6.º Le petecchie che diventano mortali il terzo o quarto giorno, ed i dolori o gonfiamenti nelle parti glandulari, sono i primi segni che devono accertare dell’esistenza della peste in un paese, specialmente se il morbo esiste nelle vicinanze, e se si può sospettare che l’ammalato abbia avuto pericolose comunicazioni.

7.º Le eruzioni o macchie che si manifestano al basso ventre, allorchè ad esse ne segua poco appresso la morte, saranno da ritenersi come indizio sicuro di peste.

8.º È vero che alcune volte anche nelle febbri maligne come nella peste si osservano gonfiamenti glandulari specialmente alle parotidi e alle glandule sottomascellari, macchie livide, larghe e di forma singolare, carbonchi e cose simili; ma dappoichè detti fenomeni nelle febbri maligne sono rari e le altre circostanze molto diverse da quelle che congiuntamente ad essi si osservano nella peste; dappoichè nelle febbri maligne detti fenomeni non compariscono d’ordinario se non nello stadio di declinazione o verso la fine della malattia, sotto un aspetto critico o metastatico, e sono di buon indizio; quando invece nella peste compariscono fin dal principio del morbo ed in qualunque stadio di esso, irrompono indistintamente in qualunque glandula, specialmente nelle inguinali e sotto ascellari, nè promettono crisi o remissione del morbo, ma piuttosto esasperazione di sintomi ed esito fatale; così sarà più conforme alla scienza ed all’esperienza risguardare que’ segni come patognomonici della peste anzichè proprii delle febbri maligne.

9.º Nelle febbri maligne non si osservano metastasi, ingorgamenti o gonfiezze delle glandule sotto ascellari ed inguinali, mentre all’incontro i tumori o buboni inguinali e subascellari sono comunissimi nella peste.

10.º La febbre costituisce un carattere essenziale e indivisibile della febbre maligna. Non è lo [cxxv]stesso riguardo alla peste; mentre parecchi infetti di peste non hanno febbre, e moltissimi sono morti di peste senza aver mai presentato alcun indizio o segno di febbre; ciò che non è mai avvenuto nelle febbri maligne. Sicchè la febbre non può risguardarsi compagna indivisibile della peste, come lo è delle febbri maligne.

11.º In moltissimi casi di peste si osserva il singolare fenomeno, che i malati alcune ore prima di morire presentano alla vista dei circostanti le apparenze di un sensibile miglioramento e sembrano quasi convalescenti. La febbre è più mite, il polso più regolare, i sintomi più pacati e rimessi. Quelli che deliravano, rientrano in senno, rispondono adeguatamente alle ricerche che vengono loro fatte, accennano di star meglio, sono di buon umore, anzi talvolta di un’ilarità straordinaria, rendono grazie a Dio per essere stati liberati da tanto pericolo, si pongono a sedere sul letto (NB. sempre però col capo basso e quasi penzolante), chiedono da mangiare, e secondo ogni apparenza pare che stieno meglio effettivamente; quando due, tre, o più ore dopo, nello stesso giorno, nella susseguente notte inopinatamente se ‘n muojono. Lo che non si osserva avvenire nel corso ordinario delle febbri maligne.

12.º L’aspetto della faccia dell’appestato è per lo più alquanto diverso da quello del malato da febbre nervosa o maligna. In quella del primo vi si scorge un non so che di particolare (facies pestilentialis), che non si rimarca in quella dell’altro. Ancorchè s’incontrino nella faccia e nella fisonomia dell’ammalato da febbre maligna alcuni di que’ fenomeni che sono proprii del pestiferato (V. nota 58 facc. 695-96), pure nel primo non sono così marcati come nel secondo.

13.º Il carattere della peste in generale essendo quello di affettare principalmente il sistema nervoso, ed essendo l’occhio quella parte che più delle altre è ricca di nervi; gioverà osservare attentamente lo stato dell’occhio dell’ammalato, che nella peste, specialmente nel principio, suol essere torbido, spesso intollerante alla luce, ed aver perduto del suo naturale splendore; lo sguardo ottuso, melanconico, abbattuto, altre volte più vivo dell’ordinario, ma spaventato e torvo [cxxvi]come nell’idrofobia. La fisonomia turbata, i lineamenti del volto alterati.

14.º In generale convien porre particolare attenzione ai segni patognomonici della peste che sono stati indicati alla facc. 697 nella nota 58, ed averli presenti alla memoria. Però importa non obbliare l’avvertenza già fatta di sopra, quella cioè, che alcune volte può esistere la peste senza che vi sia alcuno dei detti segni caratteristici, o non sussistere tutto al più che qualche indizio isolato di taluno di essi. Per tali casi appunto gioverà che il medico si risovvenga, che le orripilazioni, i brividi, il freddo, il dolor di testa, le vertigini ed il conseguente traballamento della persona (la marcia caratteristica dell’ubriachezza), la nausea, qualche volta accompagnata dal vomito, un particolar senso di stanchezza, l’apatia, o quella condizione dello spirito e della mente per cui l’ammalato mostra indifferenza sul proprio stato e sulle cose che lo circondano, sono indicati da alcuni autori pratici, che videro e trattarono la peste, come sintomi costanti e quasi patognomonici di questa malattia. È vero che detti sintomi sono comuni anche alle febbri nervose o maligne; ma, allorchè alle apparenze di una febbre nervosa primitiva si aggiungano gl’indicati sintomi in modo marcato e che ciò avvenga nel principio del male, converrà sempre sospettare la peste, specialmente se essa serpeggi nelle vicinanze o si possa dubitare che sia stata importata dal di fuori.

15.º Relativamente alla nausea, alle vertigini, ed a quel certo senso di debolezza, abbattimento o stanchezza della persona di cui si è parlato in altro luogo, conviene che il medico nell’istituire i suoi esami usi di molta attenzione, ed avverta siccome talvolta avviene che l’ammalato di peste non si lagni gran fatto di star male. Il medico lo trova steso supino sul letto accusando soltanto un po’ di stanchezza per non aver potuto dormire la notte. Interrogato se abbia nausea, vomito, senso di angustia di oppressione o dolore ai precordii, dolor di testa, vertigini, ecc., risponde negativamente, ed accusa tutto al più di non aver appetito e di sentirsi qualche brivido per cui fu obbligato a meglio coprirsi. Il suo polso è [cxxvii]in istato normale, il calor delle carni naturale, la lingua morbida, ecc. — Non conviene lasciarsi illudere. In tal caso gioverà far sortire l’ammalato dal letto, obbligarlo a fare alcuni passi, ed attentamente esaminarlo nella nuova sua posizione, per più chiaramente accertarsi del vero suo stato e convincersi se manchino effettivamente o no i sopraccennati sintomi, o se in vece il non provarne di essi molestia fosse stato per effetto della posizione orizzontale. Manifestandosi la nausea converrà osservare se dessa sia o no accompagnata da altri segni di gastricismo; giacchè ove la si rimarchi isolata, e null’altro segno indichi l’esistenza di saburre nelle prime vie, si avrà una ragione di più per sospettare la peste.

16.º Così pure relativamente ai buboni, considerati generalmente uno dei segni positivi e patognomonici della peste, converrà che il medico stia bene in guardia per non restare ingannato, e non commettere il gravissimo sbaglio di prendere un bubone pestilenziale per un venereo; ciò che può facilmente avvenire, specialmente ai medici incaricati delle visite ordinarie ai contumacianti ed ai facchini destinati all’espurgo delle merci nei Lazzeretti. Può accadere ciò che è accaduto altre volte, cioè la comparsa di un bubone all’inguine e credersi un bubone venereo, senza che ne sia avvertita la differenza della sede di esso, e senza che sia accompagnato da sintomi che indichino l’interessamento del sistema generale o da altri fenomeni capaci di dar sospetto, per cui l’ammalato non si lagni che di un leggiero mal essere. Quindi può facilmente venir preso come conseguenza dell’affezione locale, e così scorrere il primo stadio della malattia pestilenziale, che quantunque benigna può per altro esser fomite di altri più gravi e funestissimi attacchi. Alcune volte accade ben anche, che nel principio non si manifesti se non un semplice ingorgamento glandulare, una picciola gonfiezza, una tendenza al bubone, e che detta tendenza rimanga stazionaria o si dissipi poco appresso, e non venendo accompagnata da fenomeni che indichino un’affezione di tutto il sistema generale, essere ritenuta come dipendente da una cagione innocente, per effetto consensuale prodotta [cxxviii]da irritazione in qualche altra parte, e cose simili. La peste che si presenta con forme così benigne e con sintomi di così poca importanza, è assai facile che tragga il medico in errore e che non dia sospetto nemmeno dell’indole sua, della sua vera natura. Da una semplice tendenza al bubone, dalla presenza d’un solo leggiero bubone isolato, insensibile, come dubitare di peste e dichiarare ch’essa esiste già nel paese o nello stabilimento? — In tali casi deve usare il medico di una prudente riserva, non precipitare il suo giudizio, ma cauto e vigile premunirsi contro l’errore colle osservazioni degli altri medici del luogo e seguire accuratamente il successivo andamento del male, che già ove si tratti di peste non tarderanno a comparir sulla scena in uno od altro malato degli altri sintomi che dissiperanno ogni dubbio. Appunto per questi ed altri consimili casi importa ch’ei sappia che i buboni venerei non irrompono nello stesso sito dei pestilenziali; che i venerei si manifestano sempre negli inguini stessi, e i pestilenziali all’incontro rarissime volte ivi compariscono, e più comunemente piantano la lor sede nella regione anteriore e superiore della coscia, due o tre dita trasverse sotto la commissura inguinale.

D’altra parte importa non lasciarsi soggezionare dai volgari sofismi soliti a porsi in campo dai medici che negano l’esistenza del contagio per giustificare la loro opinione, cioè — che se vera peste ella fosse i primi attaccati sarebbero quelli che si prestarono in servigio dei malati, i medici e sacerdoti che li hanno assistiti, che sarebbero state già più famiglie attaccate, che si sarebbero veduti buboni e carbonchi, che non si dee temere di peste e sparger senza forte ragione l’allarme — ed altre cose simili. Solite fole degli inesperti e di quelli che non vedono più lungo di una spanna, per confutare le quali basterà citare la storia ed i numerosi fatti da essa registrati alcuni de’ quali ho riportato qui sopra. La dimostrata immunità dei custodi e serventi, dei famigliari e dei medici, e di quelle persone che hanno assistito e visitato i malati od altrimenti avuto seco loro delle comunicazioni, che viene allegata dai medici impugnatori dell’esistenza del contagio in una città [cxxix]o paese, suol d’ordinario trovar favore nella popolare credulità ed esser tenuta altresì in conto di molto valore dalle stesse autorità locali, per cui più facilmente si determinano a credere falsa l’opinione dei sostenitori della peste, e ad abbandonare le necessarie precauzioni e riserve di sanità; nè è raro il caso che ravvisando quelle subite dichiarazioni di peste sommamente pregiudicievoli agl’interessi delle popolazioni, siccome quelle che spargendo l’allarme fra il popolo possono esser cagione di torbidi e di tumulti, devengano eziandio a rigorose misure di punizione contro quei tali dell’arte che per una più accurata osservazione fatta, o perchè sorretti da una maggior esperienza, furono i primi a conoscere la peste e a denunziarla. Così è avvenuto di quel povero medico che nella peste di Napoli del 1656 fu condannato in carcere dal Governatore, dove ammalatosi, per somma grazia gli fu permesso di andar a morire a casa sua (V. pag. 467); così toccò in sorte all’egregio Dott. Santilli (Eusebio) medico dell’Ospedale nell’ultima peste di Tunisi degli anni 1818-19-20, il quale venne da S. E. il Bey rampognato fortemente e minacciato anche di morte, perchè contro l’opinione di molti altri medici del luogo avea dichiarato essere vera peste le malattie dominanti, e fu solo per l’intercessione e persuasive di onesta persona della stessa corte del Bey, che la pena di morte pronunciata contro di esso qual perturbatore della pubblica quiete, venne commutata in carcerazione e bastonate (V. Passeri Dott. Giuseppe, sulla Peste, col ragguaglio della peste di Tunisi avvenuta negli anni 1818-19-20, e Lettera sullo stato della medicina in quel Regno, Siena 1820).

Che se a convincere que’ cotali della futilità del loro argomento non bastasse nè l’autorità della storia, nè l’evidenza dei fatti, ove tali fossero da intendere ragione allorchè se ne parla ad essi il linguaggio, si potrebbe far loro osservare;

che la causa della peste non è già nell’atmosfera;

che la peste non si propaga se non per via individuale, sia che si si metta in rapporto diretto coi pestiferati o cogli effetti che avendo servito ad uso dei medesimi, sono i depositarii del principio pestilenziale; sia [cxxx]che si si trovi entro la sfera di attività del pestiferato;

che diverse cause contribuiscono ad aumentare o diminuire i risultamenti della propagazione;

che l’attività o influenza del principio pestilenziale è sempre subordinata a certe condizioni atmosferiche provocatrici, ed a quelle modificazioni dell’organismo per cui l’uomo acquista la suscettività di venire impressionato da esso;

che ove manchi alcuna delle dette tre condizioni; cioè, la presenza dell’elemento lomogenico o principio contagioso della peste, la predisposizione individuale, ed il concorso favorevole di circostanze atmosferiche, la malattia non ha luogo, nè segue alcun morboso sviluppo;

che tanto le dette condizioni atmosferiche provocatrici, quanto le cause determinanti la predisposizione individuale, non sono nei primi momenti nè così attive, nè tanto generali, nè così pronunciate, da doversi sorprendere delle numerose eccezioni e della limitazione degli attacchi;

che sia in vece più ragionevole il pensare, che la somma dell’influenza degli agenti esterni per lo sviluppo o diffusione rapida delle malattie a tipo epidemico e contagiose, minore nei primi momenti, possa poi aumentarsi in seguito in ragione dell’aumento delle cause influenti e propizie a determinarla, ma che intanto sia da ammettersi esistere nel principio una minor massa di elemento morboso, minor azione, minor attitudine a risentirne il malefico influsso, minor concorso favorevole di circostanze necessarie per isvilupparlo.

Quindi tutte le persone che si espongono al contatto sono ben lungi dal venirne infallibilmente attaccate, molto più che (secondo l’opinione del Dott. Bulard) l’innocuità del contatto è la regola, la nocuità l’eccezione.

Quindi avviene anche nella peste ciò che si osserva nella sifilide, nella scabbia, nel vajuolo, ecc., e particolarmente nel colèra, cioè che moltissime persone esposte all’azione dell’elemento morbifico, non restano impressionate.

Quindi detta immunità dovrà esser maggiore nella prima invasione del morbo che negli altri suoi stadii, sia che ciò avvenga perchè gl’individui esposti [cxxxi]sono meno atti a contrarre la malattia, o perchè al momento non si sono trovati sotto l’influenza della totalità delle condizioni richieste per produrre questo risultamento; molto più che la peste, come si è detto altrove, è subordinata a diverse circostanze che ne modificano gli effetti e l’intensità. — Se la cosa fosse diversamente, sarebbe ben picciolo il numero delle persone che in circostanze di epidemie pestilenziali scappano a questo flagello, specialmente nei paesi d’Oriente, ed in vece in quasi tutte le epidemie di peste (tranne pochissime eccezioni) la cifra dell’attività del male è minore della cifra d’inerzia: il numero degli attaccati molto minore dei risparmiati. — Altre considerazioni ancora si potrebbero addurre. Ma le già dette bastano forse a provare, che il sopraccennato argomento isolato non può essere ritenuto di verun peso per basare un giudizio medico sulla non esistenza della peste, siccome quello che non è fondato sulla scienza, nè sulla ragione, nè sull’esperienza, e contraddetto dai fatti e dall’autorità della storia.

Avendo offerto alcune traccie per conoscere la peste e per distinguerla dalle altre malattie colle quali suole più frequentemente confondersi, istituendo esami e confronti e studiandola sull’uomo vivo, farò ora alcuni cenni, per quanto giunger possono le scarse mie cognizioni, intorno all’esame dei cadaveri e alle interne lesioni che ci vengono fatte palesi col mezzo dell’autopsia cadaverica.

Esame esterno del cadavere.

L’ispezione del cadavere dell’uomo morto di peste e l’esame delle sue interne lesioni meritano, non v’ha dubbio, di fissare l’attenzione del medico che ama di acquistare idee pratiche, per quanto è possibile chiare ed esatte, onde poterlo distinguere dai cadaveri ordinarii di morti da altre malattie, e porsi in istato di conoscere la vera natura dei mali divenuti sospetti. Ciò è tanto più necessario, quanto che accade sovente che i medici d’ufficio ed altri più accreditati del paese siano chiamati a dare giudizio per morti sospette avvenute nei Lazzeretti o sopra bastimenti di contumacia od altrove, e non abbiano su che fondare [cxxxii]il parere e le dichiarazioni loro se non sopra l’esame del cadavere.

Io non tacerò essere questa parte quanto importante altrettanto difficile ed incerta, mentre nei cadaveri s’incontrano moltissime varietà secondo i diversi stadii del morbo e le diverse epidemie pestilenziali, che già una peste non assomiglia mai intieramente ad un’altra. — Ora i cadaveri sono orribili a vedersi, neri, lividi, o gialli: ora appena cangiati d’aspetto e di forme eguali a quelle degli altri morti da malattie ordinarie — ora passano rapidamente in putrefazione e mandano un puzzo insopportabile: ora restano alcuni giorni senza dar segni di corruzione così come gli altri — ora sono tutti coperti di macchie livide, di suggellazioni, di echimosi, quasi altrettante larghe ammaccature che le contusioni le più violenti non arriverebbero a produrre in istato di salute, e queste crescono dopo la morte; ora non se ne vede appena traccia, nè sono punto dissimili dagli altri cadaveri ordinarii.

Secondo l’opinione comune e generalmente diffusa, la flessibilità del cadavere viene risguardata come segno sicuro di peste. La prima cosa che fanno i medici e chirurghi chiamati ad ispezionare i cadaveri morti da malattie sospette di peste è quella di assicurarsi se il cadavere è flessibile, se le membra si possano muovere a talento, se vi ha mollezza nelle articolazioni, ovveramente rigidità. Samoilowitz, Pugnet, e molti altri autori che scrissero di peste, appoggiano validamente questa opinione, ed è innegabile ch’essa sia fondata ai fatti ed all’osservazione.

Pugnet fra gli altri parlando dei cadaveri da lui esaminati nella peste del Cairo dell’anno 9.º (1801), così si esprime.

«Nous devons observer, en finissant ce memoire, que les cadavres de ceux qui ont succombé, ont été la plupart d’une mollesse et d’une flacidité remarquables. Plusieurs étaient marqués des larges taches bleues ou des longues flétrissures: plusieurs encore tombaient aussitôt dans un état de putréfaction tel, qu’ils étaient absolument inabordables.»

Anche il Dott. Bulard, parlando delle lesioni esterne che si osservano nei cadaveri della peste, indica come segni di peste — «la rigidità cadaverica più debole: la forza di coesione muscolare [cxxxiii]minorata: tutto il tessuto muscolare più molle: poco umido e leggiermente scolorato». Secondo me, la flessibilità del cadavere non è costante, nè può risguardarsi come segno sicuro di peste, quantunque a contagio avanzato si osservi nella maggior parte. Ecco quanto trovo notato su di ciò fra le osservazioni che ho avuto occasione di fare agli anni 1815-16-17 nel campo stesso della peste — nei primi individui colpiti nelle diverse indicate località mancava la flessibilità del cadavere, però in tutti i casi erano coperti da petecchie. — All’incontro il bravo e coraggioso medico italiano Eusebio Valli nella sua bella Memoria sulla peste di Smirne del 1784 parlando dell’opinione di Samoilowitz sulla mollezza delle articolazioni nei cadaveri come indizio di peste dice: «ragione miserabile per determinarsi a un sistema. Sappia egli che in Smirne i corpi di tutti gli estinti erano sommamente tesi ed irrigiditi. Questa particolarità non vedo che fin qui sia stata molto avvertita. Ella però non è men certa. Il Padre Luigi, Gioab, Marsanà, che vivono in mezzo ai pestiferati, che li curano, che presiedono agli spedali, sono i testimonii ai quali mi appello. Per quanto fossi persuaso nel fondo dell’animo mio che persone cui distingue il carattere e i talenti non mi avrebbero ingannato, pure condottomi un giorno allo spedale dei greci volli io stesso interrogare separatamente i becchini, e n’ebbi la conferma che ricercava…… Gli ebrei che per un pregiudizio mosaico non seppelliscono morti nè il Venerdì sera, nè il Sabbato, hanno potuto osservare che la rigidità è di durata. Nel tempo che mi trovava al Zante obbligato al letto per una febbre autunnale, diede fondo a quella rada un bastimento proveniente dalla Barbaria. Morì uno dell’equipaggio. Fu fatta la visita al cadavere dai medici della Sanità, e trovatolo contratto e duro quasi fosse una pietra, convennero non esservi dubbio di peste. S’accorsero dello sbaglio alla morte di un altro marinaro, comechè aveva due buboni.» (Valli, Della peste di Smirne, pag. 55-56).

Continuando nell’esame esterno del cadavere indicherò alcune [cxxxiv]altre osservazioni, che sebbene sieno soggette ad eccezioni e variazioni, sono però da risguardarsi come fenomeni che s’incontrano nel maggior numero de’ casi.

La fisonomia del morto da peste si osserva per ordinario considerabilmente cangiata, il viso di un aspetto piuttosto lurido, però non gonfio, non contratto, non livido: le palpebre non sempre, ma per lo più sono interamente chiuse: il rossore degli occhi è d’ordinario più carico che non lo era nel corso della malattia: le narici e la bocca sovente imbrattate da una materia nerastra. — Le mani hanno lo stesso aspetto del viso. — Delle macchie più o meno larghe, più o meno livide, in ispecieltà sopra la regione anteriore del collo e superiore del torace si osservano spessissimo nei cadaveri della peste, segnatamente a contagio avanzato; le quali macchie, suggellazioni o echimosi s’incontrano per ordinario anche allo scroto ed alle grandi labbra. Alcune volte, ma più circoscritte, compariscono pure sul ventre, talvolta ancora sopra tutta la superficie del tronco, rarissime volte su tutto il corpo. Niente di meno, non è raro il caso vedere la cute delle gambe di un rosso livido fosco, come suol diventare dal freddo; e toccata colle dita staccarsi la cuticola. Sovente i vasi del collo sono gonfii, e come disegnati e rilevati sopra gl’integumenti che li coprono. — La parte anteriore del petto non di rado enfisematica. — Il ventre è alcune volte teso meteorizzato. Prescindendo dalle sopraccennate macchie, i corpi dei morti da peste sono in generale più pallidi degli altri, e come se fossero esangui; però, come si è detto, spesso molli e floscii. La pressione con un dito basta talvolta a far nascere un’echimosi. Qualche volta dopo la morte sorte sangue sciolto dalle narici, dalle orecchie, dalla bocca, di maniera che il sangue non solamente si spande in tutto il tessuto cellulare, ma eziandio al di fuori. — In molti casi nulla si osserva di tutto ciò, ed i cadaveri non appariscono differenti dagli altri.

Al contrario di quello che ha osservato Pugnet nella peste del Cairo; Orreo, Samoilowitz ed alcuni altri notarono che i cadaveri dei pestiferati dopo cinque o sei giorni non esalano [cxxxv]alcun odore. Avendo io avuto occasione di vederne moltissimi, non mi sono mai accorto che passino in putrefazione più presto degli altri. Talvolta soltanto dopo morte comparivano indizii di bubone o carbone, e se esistevano buboni nel corso della malattia, seguita che n’era la morte, non iscomparivano, ma appassivano ed inclinavano al livido.

Gorgh descrive l’aspetto del cadavere di una donna morta di peste a Vienna nel 1713 nel seguente modo:

«Es war eine Weibsperson eines blühenden Alters, mit zerütteten Haaren, offenen Augen, mit etwas grausen drohenden Lefzen des Mundes, mit wenig schwarz herausgesteckter Zunge, die übrige Gestalt nicht unfreundlich!» — Ciò che in italiano suona come segue:

Era una donna di età fiorente, con capelli scompigliati, con occhi aperti, colle labbra aventi nell’atteggiamento alcun che di truce e minaccievole, colla lingua nera sporgente un poco in fuori, nel resto l’aspetto non era punto sgradevole.

Sezione dei Cadaveri.

Fino al principio di questo secolo si conosceva assai poco sulle lesioni interne di quelli che morivano di peste, e l’anatomia patologica della peste aveva fatto pochi progressi. L’eccessivo timore del contagio nei paesi dell’Occidente; i pregiudizii religiosi, la popolare ignoranza e l’insufficienza scientifica in quelli dell’Oriente, opponevano ostacoli insormontabili a siffatte investigazioni.

Negli antichi scrittori sulla peste si trovano appena alcune poche traccie di riconoscimenti di lesioni interne nei corpi dei pestiferati. Pare che il Magistrato di Sanità di Genova nella peste del 1656 fosse stato il primo a ordinare che si facessero sezioni di cadaveri, onde scoprire possibilmente per tal mezzo quali fossero le cause di tante subite ed irreparabili morti (V. facc. 487). In appresso vennero fatte sezioni dei cadaveri di persone morte dalla peste nel 1636 a Nimega, nel 1721 a Marsiglia, nel 1738 nell’Ukrania, ed in varii altri luoghi (V. pag. 598-618), ma con pochi risultamenti utili per la scienza e per l’umanità. Fra i moderni Pugnet, medico dell’armata francese dell’Egitto, abile e diligente osservatore della [cxxxvi]peste nei paesi del Levante, fu uno dei più benemeriti della storia anatomico-patologica della peste, e se non il primo fu certamente uno dei primi che siasi avanzato coraggiosamente in questo stadio fino allora percorso da pochi, e che abbia fatto esatte ed importanti osservazioni sulle interne lesioni che presentano i cadaveri dei pestiferati, le quali osservazioni unitamente a tante altre bellissime fece egli di pubblico diritto colle stampe nella sua Opera (Mémoires sur les fièvres pestilentielles et insidieuses du Levant. Paris 1802.)

Per amore di verità e di giustizia dobbiamo però confessare che le più esatte, le più importanti ed utili osservazioni in tale argomento, la più estesa conoscenza della storia anatomico-patologica della malattia della peste, le dobbiamo ai valenti ed intrepidi medici, specialmente francesi, che in questi ultimi anni si dedicarono a studiare la peste nei paesi del Levante, e che con un coraggio ed una negazione di sè medesimi degni di ammirazione e di altissima lode, affrontarono tutti i pericoli, trionfarono di tutti gli ostacoli, e spinti dall’amor della scienza, dal puro interesse dell’umanità, avendo intrapreso colla maggior diligenza ed esattezza e col necessario corredo di cognizioni scientifiche un gran numero di sezioni di cadaveri, riempirono utilmente questa lacuna, e contribuirono mirabilmente ai progressi della scienza medica sulla malattia della peste e sulle interne lesioni che s’incontrano nei corpi d’individui morti sotto questo flagello.

Fra i detti medici quanto abili e bene istituiti, altrettanto intrepidi e coraggiosi che si distinsero per tali dotte investigazioni e che meritano la nostra riconoscenza, è appunto il Dott. Bulard, le cui belle osservazioni nel proposito sono tali da meritare di essere più generalmente conosciute e studiate. Anche il sig. Professore Clot-Bey si è applicato con particolar zelo allo studio della peste sui cadaveri. È desiderabile ch’egli abbia a pubblicare sollecitamente le sue osservazioni, come ha fatto il Dott. Bulard, onde sparger per esse nuova luce sopra sì grave ed interessante argomento.

[cxxxvii]
Quadro delle Lesioni.

Aperto il cranio. I seni della dura madre e tutti i vasi delle membrane del cervello, sono eccessivamente ingorgati di sangue nero. — Le tonache delle dette membrane sono sane. — Molte volte si resta sorpresi dallo stato di colapsus del cervello e del cervelletto, e dalla mollezza in cui si trova tutta la massa cerebrale. — In alcuni casi detta mollezza delle due sostanze è tale che si avvicina alla fluidità, per cui non è praticabile alcuna ricerca nell’interno. Generalmente però le due sostanze del cervello hanno bensì una minor consistenza, ma non è così osservabile. La sostanza grigia è di un colore più pallido. Tagliate attraverso, lasciano scolare una gran quantità di gocciolette di sangue. — I ventricoli del cervello ed i plessi coroidei nulla presentano d’innormale; poca o nulla è la sierosità che vi s’incontra. — I differenti plessi nervosi, ed in ispecieltà i plessi celiaci, appariscono senza alterazione. In generale il sistema nervoso sembra essere in condizione normale.

Aperto il petto. I polmoni e la pleura si trovano assai di rado alterati. Essi sono generalmente sani. — Sano egualmente è il mediastino. — I bronchi sono crepitanti, ma respettivamente molto meno ingorgati di sangue che il fegato e la milza. — La mucosa dei bronchi egualmente in istato normale. In qualche raro caso la si è trovata leggiermente infiammata. Lo stesso dicasi della pleura.

Il cuore è quasi sempre considerabilmente dilatato un terzo circa oltre il suo volume naturale. — Il ventricolo destro, e l’orecchietta destra in ispecieltà, molto più della sinistra. Ora sono distesi da molto sangue nero quagliato, ora contengono una sierosità sanguigna entro cui nuotano grumi di sangue nero ed altri rappigliamenti bianchi del colore del grasso, che sembrano linfa coagulata o aggregazioni di parte fibrinosa. Il tessuto del cuore è qualche volta assai lasco, pallido e sensibilmente molle. In altri casi all’incontro la sua tessitura non è punto alterata.

Il pericardio contiene spesso una sierosità sanguinolenta assai tenue. In questi tali casi si osservano nelle sue membrane spandimenti [cxxxviii]sanguigni circoscritti e come petecchiali.

Il sistema vascolare venoso è la sede di una congestione generale. Egli è sempre ingorgato di sangue nero rappigliato. Le vene cave, le subclavie, la vena pulmonare, sono spesso dilatate, e non di rado si trovano in esse, come anche nelle cavità dei ventricoli del cuore, quelle picciole aggregazioni di parte fibrinosa di cui s’è parlato di sopra. Le membrane dei detti vasi venosi sono considerabilmente impregnate di macchie livide o di una specie di echimosi in quelle parti che sono in diretto rapporto collo spandimento emorragiaco.

Le arterie il più delle volte sono sane, e quasi vuote di sangue. Soltanto in qualche caso si osservano lividure, sulla superficie esterna di alcuni de’ principali rami e tronchi arteriosi.

Sezionato il basso ventre; lo sguardo dell’osservatore si dirige tosto allo stomaco. Questo viscere è il più delle volte considerabilmente disteso; contiene un liquido ch’è spesso nerastro, e glutinoso, la cui quantità varia. Rovesciandolo, si trova in quasi tutti i casi la sua membrana interna sparsa di punti gangrenosi o di petecchie coperte da un intonacamento mucoso giallastro. Dette petecchie, varie di estesa e di colore, sono talvolta così confluenti fra loro, che formano una superficie rosso-livida di aspetto uniforme, ma caratteristico, e che non si può confondere coll’aspetto della gastro-enterite acuta. Qualche volta detta membrana interna offre delle esulcerazioni, specialmente nelle pieghe o sinuosità della mucosa; ciò che forse ha fatto dire a Pugnet, parlando dello stomaco «en le renversant, nous découvrions toujours sa membrane interne, ou complétement sphacelée, ou surchargée de petits points gangreneux».

Esternamente quest’organo è in istato sano, come è sana del pari la superficie del tubo intestinale lungo tutta la di lui estesa, se se ne eccettui la tonaca profonda del duodeno, che si risente talvolta dei disordini dello stomaco sopraindicati. — Le membrane non sono neppure più molli dell’ordinario. — In alcuni casi però la superficie esterna degl’intestini tenui al pari di quella dello stomaco è di color pallido-giallastro, e come injettata a ramificazioni; la mucosa interna [cxxxix]qua e là segnata da macchie larghe: talora presenta petecchie, o semplici punticchiamenti che continuano in tutta la sua lunghezza; ma in generale meno estesi e meno confluenti che nello stomaco. — La valvula del cieco è qualche rara volta distesa, infiammata, livida; più comunemente sana. — Gl’intestini crassi sono alle volte considerabilmente distesi: contengono gas, o materie verdastre semi-liquide, e non presentano alcuna alterazione sensibile.

Rarissime volte v’ha negli intestini quel liquido nerastro che si trova nello stomaco. Più sovente contengono un liquido bilioso.

Il fegato non presenta per ordinario alcun che di notabile riguardo al colore ed alla consistenza; bensì in moltissimi casi si trova aumentato di volume ed ingorgato di sangue. — La vescichetta del fiele, considerabilmente distesa, contiene maggior quantità di bile che nello stato ordinario. Queste differenze però non sono sempre notabili, che anzi la bile è generalmente poco copiosa e non molto densa. Quello che si osserva più costantemente si è che la bile è di un giallo o verde-giallastro più carico. — Tagliato il fegato attraverso, scola molto sangue nero, denso. In qualche raro caso sul margine esterno del lobo sinistro di questo viscere il Dott. Bulard ha trovato un picciolo carbone; e la pelle dell’addome corrispondente a questa alterazione era fortemente macchiata in nero livido. Qualche volta eziandio la superficie di quest’organo è seminata da punticchiamenti, o petecchie, e la vescica felea egualmente apparisce coperta dalle stesse petecchie di color bleu.

La milza è quasi sempre accresciuta di volume, in guisa che in parecchi casi supera due o tre volte il suo volume ordinario. L’aumento di volume della milza è uno dei fenomeni più costanti. La sua tonaca esterna è più molle del consueto, con punticchiamenti. Il suo parenchima è quasi sempre ingorgato di sangue nero del colore della feccia del vino, e talvolta trasformato in una sostanza quasi pultacea. Solo in alcuni rarissimi casi la milza è stata trovata presso che sana.

Il pancreas quasi sempre sano.

I reni si trovano per lo più [cxl]aumentati di volume; un terzo, il doppio, il triplo alcune volte più grandi che nello stato ordinario. Presentano non di rado delle echimosi nella loro superficie. Aperti che siano, le sostanze corticale e tubulosa appariscono injettate di un sangue nero. I piccioli bacini renali si rinvengono così pieni di sangue da presentare l’aspetto di un’emorragia.

La membrana esterna delle vertebre è sovente macchiata da echimosi, la mucosa sempre sana.

La vescica per ordinario si trova sana. Contiene qualche volta un’urina sanguinolenta. — In alcuni rarissimi casi la sua tonaca mucosa presenta il fenomeno di uno spandimento sanguigno di color bleu e d’aspetto petecchiale.

Finalmente, convenendo, come feci, nelle osservazioni del Dott. Bulard per ciò che si riferisce alla maggior parte delle lesioni dei varii sistemi sopraindicati, sono pure con lui anche intorno alle lesioni del sistema linfatico.

Gioverà avvertire pertanto;

Che nella peste le lesioni del sistema linfatico sono le sole affezioni assolutamente costanti;

Che l’esame del cadavere mostra sempre di tutto il sistema linfatico, solo i gangli essere più o meno costantemente alterati, senza però che l’alterazione di cui sono la sede possa essere fisiologicamente rapportata ad una precedente alterazione del sangue, o come affezione consecutiva dell’alterazione di un altro sistema.

Che dessa è la sola alterazione che si mostri isolata da ogni altra affezione coesistente, e indipendente, come si disse, da qualunque altra;

Che sebbene i vasi linfatici non sembrino seguire la fase morbosa dei gangli; niente di meno si riconosce perfettamente, che i tronchi dei vasi bianchi che vanno fino alle glandule, sono più distesi; ed il loro sviluppo eguaglia alcune volte quello del sistema venoso formatosi evidentemente, come si è detto, a spese dell’arterioso;

Che l’alterazione patologica essenziale è nella sostanza loro propria e non nel tessuto cellulare ambiente, che è sano, e che non è se non secondariamente infiltrato;

Che l’alterazione della detta sostanza si manifesta ora nell’aumento del loro volume, ora nell’intensità del loro coloramento, ora nei differenti stati di degenerazione [cxli]organica, cominciando dalla più leggiera modificazione infiammatoria fino alla putrescenza.

Detta alterazione, considerata in generale, varia moltissimo. Le differenze che si rinvengono nelle diverse autopsie cadaveriche, specialmente riguardo al volume, al colore ed alla consistenza, sono notabilissime. — Rispetto al volume, dalla grandezza di una picciola mandorla di pistacchio fino a quella di un ovo d’oca e più; — riguardo al colore, da quello della sostanza grigia del cervello fino al livido il più intenso; — e per consistenza finalmente, dalla cotennosa e quasi scirrosa alla molle e fino allo squagliamento della putrefazione. — In generale la sostanza delle glandule è più sovente cotennosa e di un grigio chiaro screziato di rosso bruno.

Diseccando i buboni e mettendoli a nudo, i più grandi si trovano ordinariamente composti di due gangli, l’uno più alterato dell’altro; p. e. l’uno di un color grigio cinereo con alcune traccie d’injezione, l’altro di color rossastro tendente al bleu injettato a ramificazioni: però l’inviluppo ganglionare notabilmente ingorgato.

Secondo lo sviluppo morboso dei gangli, si rinvengono dei disordini nelle parti vicine e sottoposte corrispondenti; p. e. allorchè la malattia si centralizza, per così dire, nei gangli ascellari o del petto, si osservano dei disordini corrispondenti nelle vene, nelle arterie, nei nervi; ed alcune volte anche delle echimosi o spandimenti sanguigni nella regione ascellare e sotto la pleura, seguendo il cammino degli organi linfatici fino al canale toracico od al gran simpatico destro, secondo la parte che n’è affetta.

Lo stesso avviene nel basso ventre allorchè la malattia in vece di concentrarsi nei gangli linfatici del tronco superiore, s’interna in quelli dei membri inferiori e nell’addome. Ed in quest’ultimo caso, penetrando nell’addome, e sollevando la massa intestinale, si scorge attraverso alla tonaca del peritoneo una emorragia, che tapezza la parte posteriore della cavità destra o sinistra (secondo la parte del bubone) dell’addome stesso.

In tutti i casi però il sistema ganglionare non è mai alterato tutto in una volta ed in tutte le sue parti, di maniera che un malato non presenta mai nel medesimo [cxlii]tempo buboni alle due ascelle, buboni alle due inguinaglie, alle regioni cervicali, alle poplitee. — I gangli respettivi dei due tronchi non sono mai simultaneamente attaccati.

Importa avvertire che di frequente accade che i fasci ganglionari non presentano così marcate le alterazioni che abbiamo descritte di sopra, nè di tanta entità ed intensità. — In tali casi non si nota se non che un ingorgamento più o meno considerevole dei gangli, una più o meno sensibile colorazione della loro sostanza, ed una qualche differenza nel grado della loro consistenza normale. Del resto, il sistema vascolare ed i nervi compresi nella reticella linfatica non offrono alcuna alterazione sensibile e l’aspetto generale non ha niente di particolare, nè presenta quel lividore dipendente da una congestione o stasi sanguigna.

Dietro le quali osservazioni sopra l’affezione primitiva e costante del sistema linfatico e le malattie de’ gangli, apparisce in qualche modo il perchè lo stato che nella peste precede ordinariamente ogni altro fenomeno morboso, il sintomo che si osserva senza concomitanza di alcun altro, primitivamente ed insolitamente percettibile, sono i dolori ganglionari, da principio leggieri e come pulsativi, intermittenti, poi continui, profondi, e finalmente seguiti da intumescenza (buboni).

Le membrane del peritoneo in generale presentano un certo grado di ammollimento. Maneggiate o compresse, si lacerano con facilità.

Finalmente il tessuto cellulare non sembra appartenere ad alcuna delle parti di cui egli costituisce il mezzo d’unione. Più slegato di una tela di ragno, un soffio solo basta a rompere tutti i suoi punti di aderenza.

Da tutto ciò si può quindi concludere:

Che di tutte le affezioni concomitanti la peste, la sola costante è quella del sistema linfatico — ed in questo i soli gangli sono più o meno costantemente alterati. Essa sembra primitiva;

Che la congestione di tutto il sistema vascolare venoso è pure un fenomeno che si osserva in quasi tutti i cadaveri;

Che fra le affezioni, che accompagnano la peste, quella della [cxliii]milza è senza dubbio la più frequente. — Nelle sezioni dei cadaveri rarissimi sono i casi in cui si trovi quest’organo sano. Essa sembra secondaria;

Che dopo la milza il tubo digestivo, ed in ispecieltà lo stomaco, è quello che più frequentemente offre delle lesioni. È impossibile però determinare la necessità dell’esistenza di dette lesioni dello stomaco colla peste, molto più che non sono costanti.

Le affezioni degli altri organi sono più rare, come fu con qualche dettaglio accennato di sopra.

Dopo tutto ciò, ed a malgrado le lesioni che abbiamo indicato aver luogo più o meno frequentemente nella peste, a scanso di sbagli e di mala intelligenza, credo dover nuovamente notare ciò che altrove ho detto, sebbene con altre parole, cioè — che molte autopsie sono state fatte di cadaveri della peste senza che siano cadute sotto i sensi lesioni tali da poter essere riconosciute e giudicate come causa della seguita morte. —

Richiamandomi però alle cose precedentemente esposte, e gittando uno sguardo sul quadro delle lesioni che ho offerto, facendo attenzione alla qualità e gravità dei disordini che più o meno frequentemente s’incontrano nella peste, mi farò lecito di osservare, non dovere più recar meraviglia che questa malattia sia così eminentemente esiziale, e che la medicina possa così poco nella cura o sanazione di essa. Qualora anche l’esperienza di tutti i tempi non parlasse sì chiaro, il solo quadro offerto nella presente nota basterebbe a convincere, che non v’ha che un mezzo di trattare e di vincere la peste, quello cioè di attaccarla e distruggerla ne’ suoi elementi, di render vani e privi di effetto i suoi colpi, ove non s’abbia potuto riescire di tenerla lontana ed impedir che s’inoltri. (Torna al testo)

(g) Nell’anno 1823 per Sovrana graziosissima Risoluzione fui promosso a Referente Sanitario presso il Governo delle Provincie Venete; nel 1825 a Consigliere effettivo di Governo e Protomedico presso lo stesso I. R. Governo; nel 1829 destinato Presidente del Magistrato di Sanità Marittima di Venezia, impiego onorevolissimo che mi offre l’opportunità di profittare d’un preziosissimo archivio ricco di tante belle Memorie, Regolamenti, Terminazioni, [cxliv]avvertenze, ecc., risguardanti sanitarii argomenti, ed appartenenti all’antico riputatissimo Magistrato Veneto di Sanità; al quale parecchi Governi di Europa usavano far ricorso chiedendo norme e consigli allorchè trattavasi di sistemare nei loro Stati quella parte della pubblica Amministrazione che alla Sanità Marittima si riferiva. Ed anche oggidì, per effetto forse della stessa alta riputazione di saggezza di cui godeva un tempo quella celebre Magistratura, varii de’ principali Magistrati di Sanità Italiani e qualcun de’ Stranieri non lasciano d’interpellare il parere del Veneto Magistrato nei casi dubbii di maggiore importanza, che interessano l’oggetto del comune istituto. Quanto onorevole e soddisfacente è pel Veneto Magistrato tale generosa fiducia, di cui va superbo, altrettanto lieto sarebbe di potervi corrispondere; ma se per causa di successione è divenuto l’erede usufruttuario di una parte della riputazione dell’antico Veneto Magistrato, gli duole di non poterlo essere egualmente delle sue facoltà. (Torna al testo)

[cxlv]
Supplemento alla Nota (d)
sulle nuove istituzioni sanitarie nell’Oriente.

S. A. il Vicerè d’Egitto Mehmed-Alì con disposizione 31 Dicembre 1839 sciolse il Comitato Sanitario de’ Consoli, o Commissione Sanitaria Consolare, instituita in Alessandria fino dal 1831 (V. pag. XLVII), e ve ne sostituì un altra composta di sette Intendenti tratti dal corpo de’ Negozianti e di un Presidente. Il Presidente è lo stesso primo Ministro del Vicerè Boghos Jossouff. È stato compilato il relativo nuovo Regolamento Sanitario in lingua Italiana e venne comunicato in copia ai Signori Consoli prima ancora che fosse pubblicato.

I Signori Consoli Europei hanno protestato in data 4 Gennajo 1840 contro detta misura. Ciò nulla ostante venne pubblicata ed attivata.

Scrivono da Alessandria, che la nuova Intendenza offre tutte le possibili garanzie. — Il nuovo Regolamento non introduce notabili cambiamenti nelle disposizioni che già esistevano a difesa della salute pubblica; gli ufficii sanitarii continuano sul medesimo piede; e le relazioni sanitarie dell’Egitto cogli altri paesi rimangono com’erano prima.

Intorno allo stato della salute dell’Egitto, ecco alcuni particolari che ci pervennero da fonte sicura e che riportiamo in continuazione delle notizie già altrove riferite.

Nei mesi di Marzo, Aprile e Maggio del 1839 imperversava la peste nella Palestina e nella Samaria e faceva orribili stragi particolarmente a Sumatra. Alcune reclute levate dai villaggi della Palestina arrivarono in Egitto senza essere state sottoposte ad alcuna contumacia o riserva ed entrarono in libera comunicazione. A tale derivazione venne attribuita la peste bubonica che dopo sei mesi di tregua scoppiò in Alessandria nel giorno 12 Maggio 1839. Altri casi si succedettero nei giorni 13-15-17-18-20- 23-24-27-28-30; in tutto 27 persone furono attaccate nel mese di Maggio, delle quali più di una metà sono morte, 22 sono state colpite nel successivo mese di Giugno, ed il numero dei guariti superò quello dei morti. In Luglio non si ebbe che qualche raro caso. In Agosto ogni scintilla di contagio era spenta. Tale andamento mite ed una diffusione sì [cxlvi]limitata di un morbo solitamente assai fiero, sono dovuti forse in parte alle sollecite cure dell’amministrazione, più probabilmente però alla possente influenza della stagione e all’alto grado del calore dei mesi di Giugno e Luglio; giacchè come abbiamo osservato alla pag. 735 ed altrove, il principio contagioso della peste non resiste all’azione di un calore assai forte; e secondo l’esperienza degli Orientali abitatori dei paesi molto caldi, circa il solstizio d’estate il germe pestifero suol perdere della sua attività, e se anche non si spegne affatto, resta per solito così illanguidito o assopito da non lasciar più per quell’anno gravi timori di ulteriori funeste conseguenze.

Spenta che fu la peste, insorsero delle altre malattie, e in data 1.º Dicembre dello stesso anno si ebbero da Alessandria le seguenti notizie.

«È sommamente doloroso di dover qui riferire che lo stato di salute della città di Alessandria sia ben lontano dall’essere soddisfacente. La cumulazione di due squadre, l’affluenza di povera gente del vicinato, la putrefazione delle acque stagnanti che il Canale del Mahmudie versa nell’antico Lago Marcotide, hanno sviluppato delle malattie epidemiche e di maligna natura»;

«Queste sono scorbuti, dissenterie, febbri gastro-enteriti e tifoide, che dal mese di Agosto in poi hanno imperversato in modo tale, che sopra una popolazione di circa 65000 anime, si è avuto dal 1.º Agosto p. p. a tutto jeri, il numero di 2287 morti. In questo numero non sono compresi i decessi degli Ospedali sia di terra sia di mare. Il numero dei morti di questi stabilimenti ammontava da 15 a 20 il giorno, e la squadra del Gran Signore sola, ebbe a soffrire la perdita di 2376 dei suoi».

«Da qualche giorno in qua però la mortalità ha diminuito, ma le reconvalescenze sono lunghe, e lasciano il paziente in uno stato di marasmo che pur troppo dà luogo a temere delle ricadute più funeste che la malattia stessa».

Posteriori notizie dalla medesima fonte sicura ci avvisano che nei giorni 13 e 14 Gennajo di quest’anno (1840) si sono manifestati due nuovi accidenti di peste in Alessandria. Ad essi tenne [cxlvii]dietro qualche altro nel giorno 16, ed altri ancora nei giorni successivi. Il piroschafo Barone Eichoff giunto a Trieste nel giorno 22 Febbrajo a. c. reca più recenti notizie in data 6 dello stesso mese da Alessandria, sulla peste e sulle disposizioni sanitarie che si stavano attivando per arrestarla. Dette notizie sono del seguente tenore:

«Ogni giorno si annunciano uno o due casi di peste, di carattere piuttosto cattivo, poichè quasi tutti gli attaccati muojono in poche ore. Si spera però che colle energiche misure prese dal Magistrato sanitario il male non prenderà piede. S. A. il Vicerè ha ordinato che esso Magistrato venga di nuovo costituito da 7 intendenti, uno nominato dal Governo, e sei fra i negozianti ottomani, ellenici, francesi, inglesi, tedeschi e toscani, e sia presieduto da Boghos Bey. Il nuovo magistrato agisce con grande rigore ed attività, onde prevenire il progresso del contagio. Le due flotte, turca ed egiziana sono messe in quarantena e fu ordinato un espurgo generale, e lo stesso deve essere osservato nelle case e baracche delle famiglie de’ marinari ed operai dell’arsenale. Le strade della città e dei contorni vengono ogni giorno nettate e scopate. Se un caso di peste succederà a bordo d’un bastimento, l’equipaggio deve essere sbarcato per fare la sua quarantena sotto le tende, e se ciò avviene nelle baracche, deggiono essere demolite, e distrutto col fuoco ogni oggetto suscettibile di contagio. Le provenienze dal Mar nero, da Costantinopoli e da tutto l’Impero ottomano sono considerate brutte, anche se fossero munite di patente netta, e perciò assoggettate a 21 giorni di quarantena. Si continuano i preparativi di difesa.» (Vedi Lloyd Austriaco 25 Febbrajo 1840 N.º 24).

D’altra parte, lo stato di salute di Costantinopoli continua ad essere soddisfacente. Nell’Albania, dopo l’estinzione della peste in Leskovaz e Nissa, e del toglimento delle contumacie a cui erano state sottoposte le dette due città, la salute pubblica continua ad essere perfetta. Soddisfacente del pari è quella della Romelia e di quasi tutte le Provincie Ottomane; tranne però alcuni paesi al di qua del Balkan e lungo la riva destra del Danubio.

[cxlviii]
A Silistria e nelle vicinanze s’era manifestata fino dall’anno scorso la peste, la quale era anche cessata senza che si avesse potuto conoscere il vero numero delle vittime che aveva uccise.

Riguardo alla nuova comparsa della peste da quella parte, ecco quanto viene accennato da una lettera di Galatz in data 2 Dicembre 1839:

…… «S’ebbero dei casi di peste recentissimi a Simila, villaggio di 150 case situato fra Rudsciuk e Turtukani, così pure a Babuk ed a Sfetkoi sulla strada fra Silistria e Costantinopoli sulla destra del Danubio di qua dal Balkan, però senza che siasi potuto sapere il vero numero dei malati. A Turtukani la casa, di un tale Cathrini Supunersi, fu infetta da un parente venutovi da Sfetkoi, onde vi morirono prima un fanciullo, poi una giovinetta, ed appresso il capo della famiglia ed un servitore. In un’altra casa soggiacquero nove individui, dei quali cinque Turchi, compresa la figlia dell’Hassan Bairaclar. È da deplorarsi l’indolenza delle Autorità turche, che nulla fanno per impedire che il flagello si propaghi. Fortunatamente gli abitanti di Sfetkoi abbandonarono spontaneamente le loro case e formarono un Lazzeretto in mezzo ai campi. All’incontro il Governo Valacco accrebbe la contumacia di Braila a 21 giorni per le persone, e a 40 per le mercanzie, mentre quello di Moldavia lasciò i termini com’erano prima. I porti di Galatz e Braila formicolano di bastimenti mercantili; e la salute vi è ottima anche nel vicino contado».

Un’altra lettera da Costantinopoli in data 8 Gennaro 1840 porta quanto segue:

…….. «La peste al di qua del Balkan si propaga anzi che no. Vero è che fino al giorno 7 di Dicembre avea diminuito a Simila, ma a Turtukani continuava, e già dal 2 al 9 Dicembre n’erano morte 12 persone; a Silistria dal 21 Novembre al 13 Dicembre 137; nel Distretto di Turtukani e Rosgrod 69; ed in quello di Tsarakul, che fu isolato 120. Generali sono le doglianze sull’inerzia delle Autorità. In Moldavia ed in Valacchia non se n’ebbe finora alcun indizio nè nelle quarantene, nè sui bastimenti».

[cxlix]
Servano questi pochi cenni a continuazione delle notizie sull’introduzione, andamento, ed effetti delle nuove istituzioni sanitarie nei paesi d’Oriente che trovansi raccolte alla Nota (d). Possano essi riescir bene accetti a’ miei leggitori, tanto come fatti storici che contribuiscono a meglio conoscere ne’ suoi rapporti politici e sanitarii le popolazioni d’Oriente, quanto per le conclusioni utili alla scienza, che da essi si possono trarre.

D’altronde, tali notizie sullo stato sanitario dell’Oriente, così unite e disposte, non essendo facile rinvenire altrove, contribuiranno, io spero, a provare il mio buon volere, ed a richiamare l’attenzione dell’Europa sull’argomento della peste pei sommi vantaggi che dallo studio accurato e perseverante di esso si potrebbero ritrarre per gl’interessi delle popolazioni tanto dell’Occidente che dell’Oriente, per il maggiore ravvicinamento di questi due popoli, la maggior estesa delle loro relazioni commerciali, la più libera, franca, sollecita comunicazione con vicendevole profitto; distruggendo o almeno abbattendo in parte quell’alta barriera che divide detti due popoli, e che innalzata dal bisogno, ingrandita dalla paura, conservata dall’ignoranza e dal pregiudizio, sussiste tuttora intatta da secoli, con grave danno di tutti e due, ergendosi quasi a testimonio della nostra timidità, del nostro difetto di conoscenze utili, in mezzo a tanto splendore e ridondanza di lumi che ci abbagliano ed acciecano, e della nostra apatia o indifferentismo per tutto ciò che direttamente e personalmente non ci risguarda.

P. S. Scrivono da Costantinopoli in data 12 Febbrajo:

Occorsero a Trebisonda alcuni casi di peste, per cui gli arrivi da quel porto vengono assoggettati a severa contumacia. L’ultimo piroscafo vi si è pure dovuto sottomettere. A Costantinopoli dunque oggidì si usano quelle rigorose misure precauzionali contro la peste che si trascurano alcune volte, non per ragione od in conseguenza di bene ponderato sistema, ma per imperizia o per particolari riguardi in qualche porto commerciale dell’Occidente.

[a1]
INDICE
DELLE MATERIE TRATTATE NELLE NOTE
ANNESSE ALLA PREFAZIONE.
(a) Come soglia chiamarsi la peste dalle varie nazioni nei respettivi loro linguaggi. pag. xli

(b) Squarcio latino tolto da un altro dettato dell’autore sopra lo stesso argomento ivi

(c) Cagioni per le quali Venezia nei primi secoli dopo il mille fosse frequentemente travagliata dalla peste ivi e seg.
Come la frequenza della peste prima dell’istituzione dei Lazzeretti in Europa seguisse sempre il maggiore o minor movimento delle relazioni commerciali coll’Oriente xlii
I Veneti essendo stati i primi a sentire il bisogno di preservarsi dalla peste, furono eziandio i primi cui venisse il pensiero dell’isolamento, e dell’istituzione dei relativi provvedimenti sanitarii ivi
Primo Lazzeretto in Europa instituito dai Veneziani nel 1403 nell’Isola di S. Maria di Nazareth, due miglia circa da Venezia nell’antico convento degli Eremitani xliii
[a2]
Etimologia del nome Lazzaretto, col quale da tutti i popoli vennero in seguito distinti que’ luoghi dove s’isolavano le persone e le robbe sospette di peste per far quarantena xliv
Altri Lazzeretti successivamente instituiti in Venezia xlv
Prima Magistratura di Sanità creata in Venezia nel 1348 col titolo di Savj all’apparir della Peste, o Provveditori di Sanità xlvi
Magistrato Supremo di Sanità creato in Venezia nel 1485 ivi
Suoi amplissimi poteri e rinomanza ivi

(d) Descrizione delle nuove istituzioni sanitarie stabilite in Oriente.
Prime pratiche ed istituzioni di sanità in Egitto nel 1827 sotto il governo di Mehmed Alì — Consigli di Sanità — Regolamenti — Lazzeretti — Contumacie ecc. xlvi e seg.
Ricerca fatta all’Austria dal Governo Egizio di un Impiegato Superiore di Sanità cui affidare la direzione generale di tutti gli affari di Sanità di quel Regno — Cure generose dell’Austria per soddisfarla — Scelta da essa fatta dell’individuo richiesto — Disposizioni di partenza del medesimo — Ragione addotta dal Comitato de’ Consoli in Alessandria per giustificare il seguito cangiamento della loro opinione; dietro di che quel progetto è abortito xlvi e seg.
[a3]
Prime istituzioni sanitarie introdotte a Costantinopoli nel 1837 a merito dell’influenza Europea e della fermezza del Sultano Mahmud II — Loro andamento — Opposizione incontrata — Mezzi adoperati per vincerla — Benemerenza del Dott. Bulard in quella circostanza lii e seg.
Firmano del Gran Signore — Ordini relativi del Divano — Istituzione di un Consiglio Superiore di Sanità ed erezione di un grande Lazzeretto centrale a Costantinopoli — Piano d’organizzazione sanitaria ivi adottato — Ordini del Consiglio di Sanità e del Governo Turco in oggetti Sanitarii lv e lvi
Ricerca del Governo Turco all’Austria di abili impiegati di Sanità — Loro invio lvi
Descrizione del nuovo grande Lazzeretto a Kouléli presso Costantinopoli nella bella e vasta caserma di cavalleria di Scutari — Sua inaugurazione lvi e lvii
Continuazione delle misure di Sanità — Cambiamenti nel personale — Destinazione di un nuovo Consiglio Sanitario e di Delegati di Sanità da parte delle grandi Potenze straniere lviii e seg.
Nuovo Regolamento Sanitario stabilito a Costantinopoli per provvedere alle garanzie sanitarie ed ai bisogni del Commercio — Suo tenore lix e seg.
[a4]
Morte del Sultano Mahmud ed innalzamento del nuovo Signore — Temporario arrenamento dei progressi delle nascenti istituzioni di Sanità lxi
Frutti delle ordinate istituzioni sanitarie nelle varie Provincie dell’Impero Ottomano lxii e seg.
A Salonicchi ed altri paesi della Romelia lxii a lxvi
Ad Antivari ed in altri paesi dell’Albania Turca lxvi a lxviii
A Samos ed altre isole dell’Arcipelago appartenenti al Governo Turco lxviii e seg.
A Smirne lxx
Le discipline di Sanità non sono dappertutto osservate lxix
Come i risultamenti delle nuove istituzioni sanitarie in Turchia provino incontrastabilmente l’utilità delle segregazioni e dell’isolamento, e quindi la contagiosità della peste lxx
Risposte date dal Professore Clot-Bey fu Ispettore di Sanità al servigio del Bascià d’Egitto ad alcuni quesiti sulla peste che gli sono stati indirizzati dal Ministro di S. M. Britannica lxxi
Considerazioni intorno le opinioni del detto Professore sulla peste lxxii
[a5]

(e) Il Governo Francese interpella col mezzo de’ suoi Agenti Consolari nel Levante l’opinione dei medici e delle persone più illuminate del paese sulla durata dell’incubazione della peste e sui mezzi della sua importazione lxxiii
Osservazioni sul tenore della detta domanda — Distinzione a farsi per lo scopo legislativo, ed a fine di vie meglio svilupparla lxxiii e lxxiv
Ragionamenti e considerazioni sopra lo stesso argomento lxxiv e seg.
Quale sia l’opinione del Dott. Bulard sulla causa produttrice della malattia e sulla sua comunicabilità lxxv e lxxvi
Si prova che l’elemento morboso della peste non può restare per molto tempo latente nel corpo dell’uomo vivo senza dar segni sensibili della sua esistenza ed attività — Conclusioni da tale principio lxxvi e seg.
Osservazioni sopra un caso di peste accaduto al Cairo, il cui sviluppo si credette nato dopo 17 giorni dalla primitiva azione del germe pestifero sull’organismo dell’uomo vivo — Confutazione di detta opinione ivi e seg.
Altri numerosi fatti raccolti dal Dott. Bulard nella peste di Smirne del 1838, li quali tutti confermano l’opinione sopra enunciata lxxx
[a6]
Corollarii delle predette dimostrazioni — l’inutilità delle lunghe quarantene per gli uomini, e la necessità di regolare questa parte importante della pubblica amministrazione sanitaria lxxx e seg.
Sul tempo che può restar latente nei corpi passivi (mercanzie, vestiti ecc.) il germe pestilenziale senza perdere la sua attività o forza riproduttiva — Inutilità di tale investigazione lxxxi
Fatti storici i quali provano che il principio pestilenziale o germe del contagio annidato nei corpi passivi può conservare per molti mesi ed anni la sua attività o forza riproduttiva, sottratto che sia all’azione dell’aria e della luce lxxxii e seg.
Le merci provenienti da luoghi infetti o sospetti debbono essere risguardate tutte come se fossero infette, per ciò che concerne il loro trattamento contumaciale. Opportunità di conoscere e determinare i mezzi ed i metodi più sicuri, più solleciti e più convenienti per espurgarle lxxxiii
Inutilità ed incongruenza di alcune pratiche di espurgo usate tuttora in alcuni Lazzeretti di Europa, e necessità di una riforma ivi
Fatti che lo provano — Altre considerazioni sopra questo importante argomento lxxxiv e lxxxv
[a7]
Differenze ed anomalie che si osservano nel trattamento e nei periodi contumaciali delle stesse merci e persone della medesima provenienza, secondo i diversi Stati e le pratiche dei differenti Lazzeretti lxxxvi
Siccome meriti biasimo siffatta disarmonia e varietà di pratiche e quanto sia necessario per la sicurezza pubblica e pei bisogni della navigazione e del commercio, che i varii Governi di Europa si mettano d’accordo nei loro sistemi ed istituzioni di Sanità lxxxvii
Pratiche sanitarie usate in alcuni Stati di Europa per agevolare il movimento commerciale di quelle merci le quali provenienti da paese sano, nel loro tragitto essendo obbligate a passare per paesi infetti o sospetti, vengono per ciò sottoposte a contumacia lxxxvi e lxxxvii
Come il cercar di conoscere e togliere le pratiche sanitarie esagerate ed inconvenienti, tuttora sussistenti in Europa, che pongono indebiti ostacoli ai progressi dei nostri rapporti commerciali coll’Oriente, ed a mezzo di una saggia legislazione conciliare, per quanto è possibile, la sicurezza pubblica coi bisogni del commercio e della navigazione, sarebbe argomento utilissimo e meritevole da prendersi in disamina da un Congresso Sanitario Europeo, senza bisogno che detto Congresso si occupasse prima di tutto, come propone il Dott. Bulard, a provare la contagiosità della peste lxxxvii e lxxxviii
[a8]
Erroneità di tale proposizione — Osservazioni critiche intorno alle idee e pensamenti del Dott. Bulard sullo stesso argomento lxxxviii-ix, xc e seg.
Brani tratti dalle Opere e scritti del Dott. Bulard, i quali dimostrano come egli sia intimamente convinto e persuaso della contagiosità della peste, e come dalla stessa sua opinione venga sempre più dimostrata l’inutilità dei nuovi esperimenti sui quali egli insiste: nè vi sia bisogno di provare ciò ch’è già provato, e su cui tutti i medici più illuminati e sperimentati, lui compreso, e tutti i Magistrati e i Governi sono d’accordo xcii a xciv
Contraddizioni che appariscono nelle idee e proposizioni del Dott. Bulard relativamente al detto Congresso Sanitario Europeo e alle grandi quistioni politico-amministrative da riservarsi alle discussioni di esso xciv a xcviii
Il detto Sig. Dott. Bulard pianta le sue proposizioni senza darsi cura di provarle: altro motivo per cui non possono servir di base alla riforma sanitaria che propone xcvi
Osservazioni critiche del Dott. Cervelleri intorno ai pensamenti e proposizioni del Dottor Bulard sul Congresso Sanitario Europeo xcviii a ci
[a9]
Nuove considerazioni sulla grande utilità di una riforma sanitaria radicale e razionale, e sui grandi beneficii dipendenti da tale innovazione, a cui conviene che l’Europa intera concorra con un Congresso di dotti ci
Sul merito, cognizioni ed esperienza del Dott. Bulard nell’argomento della peste, e sulle sue benemerenze dei progressi della scienza ed introduzione delle nuove istituzioni sanitarie nell’Oriente ci e cii
Quistioni indirizzate dal Governo Inglese ai medici dell’Oriente sulla natura della peste — Loro tenore ciii
Risposte date dal Professore Clot-Bey a quelle quistioni ivi (V. pag. lxxi, lxxii)
L’Autore assoggetta una sua idea nel proposito alle considerazioni dei Governi e dei dotti; ch’è la seguente —
— Dappoichè il progetto del Dott. Bulard di un Congresso Sanitario Europeo sembra essere stato aggiornato a tempo indeterminato; e giacchè ogni anno in una od altra delle principali città di Europa si tiene un Congresso di dotti, a cui intervengono medici riputatissimi ed altri scienziati distinti per talenti, per dottrina ed esperienza, tanto nazionali che esteri, sarebbe a vedersi, se forse non si potessero in dette dotte adunanze quelle stesse grandi quistioni politico-sanitarie di generale interesse agitare, che si proponeva dovessero venire riservate agli esami e alle discussioni del Congresso Sanitario Europeo; nella ragionevole lusinga, che i riconoscimenti e le conclusioni di società sì dotte e così rispettabili fossero per esercitare una possente influenza sulle opinioni dei Magistrati e dei Governi di Europa, e di pervenire per tal mezzo ad ottenersi quell’utile riforma de’ sanitarii sistemi di cui v’ha bisogno, e per cui principalmente è nata l’idea del Congresso Sanitario Europeo — civ e seg.
[a10]
Altri vantaggi attendibili dal giudizio imparziale pronunciato in tali dotte adunanze sopra alcune grandi verità pratiche di utile pubblico cv
Voti e motivi per isperar di ridestare sopra questo grande argomento l’attenzione dei Governi e dei Principi cv e cvi

(f) Come la peste possa facilmente insinuarsi sconosciuta e confusa con altre malattie, delle quali suole assumere l’aspetto, e quanto sia difficile riconoscerla e distinguerla al suo primo apparire cvi
[a11]
Numerosi fatti desunti dalla Storia che provano questa asserzione, e fanno vedere siccome in tutti i tempi vi furono medici riputatissimi che, chiamati a dar giudizio, non seppero riconoscerla, ed incorsero in gravissimi sbagli fecondi di funestissime conseguenze cvi a cxvii
Descrizione come ciò sia avvenuto nella peste di Atene, 451 anni avanti la nascita di G. C. cvi e cvii
nella peste di Venezia del 1555 cvii
—— idem del 1575-76 ivi
—— di Palermo degli stessi anni ivi
—— di Montpellier del 1629 ivi
—— d’Italia, ed in ispecieltà della parte settentrionale del Milanese agli anni 1629-30-31 ivi
—— della stessa Milano a que’ medesimi anni cvii e cviii
—— di Verona del 1630 ivi
—— di Venezia degli anni 1630-31 ivi
—— di Firenze agli stessi anni ivi
—— di Napoli nel 1656 cviii e cix
—— di Genova della stessa epoca ivi
—— di Malta nel 1676 ivi
—— di Vienna nel 1712-13 ivi
—— di Marsiglia del 1720-21 cix e cx
[a12]
—— di Messina del 1743 cix e cx
—— di Kiovia al 1770 cxi
—— di Jassy e Cozim alla stessa epoca ivi
—— di Mosca degli anni 1770-71-72 cxi e cxii
—— di Spalatro del 1784 ivi
—— di Malta del 1812 cxiii e civ
—— di Bukarest del 1813-14 ivi
—— di Noja del 1815 cxv e cxvi
—— di Tunisi del 1818-19-20 cxxix
Quanto importi che detti fatti storici sieno presenti alla memoria dei medici e dei Magistrati nelle gravi circostanze di malattie popolari a contagio specifico onde starsene in guardia per evitare possibilmente simili errori fatali cxvii
Quali sieno le vere cagioni del così frequente ingannarsi dei medici nel riconoscere e dichiarare la peste, delle loro liti e contese, ecc., e come ciò avvenga in quasi tutte le pesti, specialmente delle città e comuni popolose dove più medici sono chiamati a consiglio cxviii a cxxi
Punto di vista sotto cui si deve risguardare saggia e degna di elogio la proposizione del Sig. Protomedico Knolz «di spedire alcuni medici nel Levante a studiare la peste cxix
Altre considerazioni sui motivi che concorrono a traviare la pubblica opinione ed il giudizio medico allorchè si tratta di determinare la natura di morbi popolari resi sospetti di peste cxxi e cxxii
[a13]
Come per preservare il paese dalla peste ed arrestare il corso al contagio sia necessario sollecitamente conoscerlo, e con misure energiche, pronte e adattate apporsi al riparo, senza lasciarsi intimidire dai riguardi od arrestare da viste d’interesse o da altre di secondo ordine cxxii
Siccome sia utile egualmente che necessario che i giovani medici che calcano la via degl’impieghi od aspirano a venir Condotti dai Comuni sieno bene istituiti nella parte pratica della peste ed abbiano idee chiare ed esatte sopra della malattia cxxii e cxxiii
Sulla diagnosi della peste ivi
Avvertenze pratiche
per distinguere la peste dal tifo petecchiale, o febbre maligna, nervosa cxxvii a cxxvii
— per riconoscere i buboni venerei dai pestilenziali, e per non restare ingannati dalla mitezza dei fenomeni nei casi di peste benigna — Modo di contenersi cxxvii e cxxviii
Sofismi soliti a porsi in campo da quelli che negano l’esistenza della peste per giustificare le loro false opinioni — come debbano confutarsi — ragioni che dimostrano l’erroneità di quelle opinioni cxxviii a cxxxi
[a14]
Ispezione del cadavere.
Esame esterno del corpo morto dell’appestato cxxxi a cxxxv
Quanto sia difficile distinguere il cadavere dell’uomo morto da peste da quelli ordinarii appartenenti ad altre malattie — varietà che s’incontrano nei cadaveri dei pestiferati, secondo l’indole della epidemia, lo stadio del morbo, l’influenza delle cause esterne ed altre circostanze cxxvii
Se la flessibilità del cadavere sia segno sicuro di peste ivi e seg.
Sezione dei cadaveri.
Quali fossero le conoscenze degli antichi sulle interne lesioni dei corpi dei pestiferati cxxxv
Il Magistrato di Sanità di Genova nella peste del 1556 fu il primo ad ordinare che si facessero sezioni di cadaveri ivi
Più diligenti osservazioni ed un maggior numero di sezioni intraprese nel principio di questo secolo dai medici che seguirono l’armata Francese in Egitto, e specialmente dal Dott. Pugnet cxxxv
Come le più importanti osservazioni ed estese conoscenze sulla storia anatomico-patologica della peste le dobbiamo ai coraggiosi ed abili medici, specialmente francesi, che in questi ultimi anni si dedicarono a studiare la peste in Egitto e negli altri paesi del Levante cxxxvi
[a15]
Quadro delle Lesioni.
Aperto il cranio; quali lesioni si trovino in quella cavità cxxxvii
Quali nella cavità del petto ivi
Stato del sistema vascolare cxxxviii
Sezionato il basso ventre, quale sia lo stato dei visceri in esso contenuti ivi e seg.
Cosa di notabile presenti il fegato cxxxix
Cosa la milza ivi
Si nota siccome le affezioni assolutamente costanti nella peste sono quelle del sistema linfatico, e di questo essere sempre i gangli più o meno alterati cxl e seg.
Osservazioni sopra la detta alterazione del sistema ganglionare e sulle sue differenze e varietà cxli e cxlii
Riepilogo delle dette lesioni cxlii e cxliii
Conclusione che si può trarre dal sopraccennato quadro delle interne lesioni cxliii

(g) Rinomanza dell’antico Veneto Magistrato di Sanità, e come per effetto forse dell’alta di lui riputazione di saggezza si cerchino tuttora dagli esteri i consigli dell’attuale Magistrato di Sanità Marittima i cui poteri e facoltà sono pero oggidì molto limitati cxliii e cxliv

[a16]
Supplemento alla Nota (d).
Sulle nuove istituzioni sanitarie dell’Oriente.
Il Vice-Re d’Egitto scioglie la Commissione Sanitaria dei Consoli e ne sostituisce un’altra composta di Negozianti, presieduta dal suo primo Ministro Boghos Jossouff — Relativo Regolamento cxlv
I Signori Consoli protestano contro tale misura ivi
La nuova istituzione offre tutte le possibili garanzie — Gli Ufficii sanitarii e le relazioni sanitarie coi paesi esteri rimangono sullo stesso piede di prima ivi
Stato di salute dell’Egitto — Peste nella Palestina e nella Samaria; — fa stragi a Sumatra ivi
Col mezzo di alcune reclute giunte di là viene trasportata in Alessandria — Alcuni casi di peste si manifestano in quella città in Maggio di quell’anno (1839); altri ne susseguono in Giugno. In Luglio è cessata ivi
Cause a cui sono da attribuirsi un andamento sì mite, ed esito così favorevole cxlv e cxlvi
Il tifo ed altre malattie hanno incominciato ad imperversare in Alessandria poco dopo la cessazione della peste — Grande mortalità per esse prodotta cxlvi
Nuovi casi di peste si manifestano in Alessandria nei giorni 13-14 e 16 Gennajo 1840 e nei successivi cxlvi e cxlvii
[a17]
Stato di salute a Costantinopoli e nelle varie Provincie dell’Impero Ottomano cxlvii
Peste nei paesi al di qua del Balkan tra Silistria e Costantinopoli sulla riva destra del Danubio cxlviii
Numero degli attaccati in alcune di quelle località ivi
Indolenza delle Autorità Turche ivi
Osservazioni cxlix
[a18]
Pervenit ad miseros damno graviore colonos

Pestis, et in magnae dominatur moenibus urbis.

Viscera torrentur primo, flammaeque latentis

Indicium rubor est, et ductus anhelitus aegre.

Aspera lingua tumet, tepidisque arentia ventis

Ora patent, auraeque graves captantur hiatu.

Non stratum, non ulla pati velamina possunt;

Dura sed in terra ponunt praecordia: nec fit

Corpus humo gelidum, sed humus de corpore fervet.

Nec moderator adest, inque ipsos saeva medentes

Erumpit clades obsuntque auctoribus artes.

Quo propior quisque est, servitque fidelius aegro;

In partem leti citius venit, atque salutis

Spes abiit, finemque vident in funere morbi.

Ovidius Metamorph. L. VII.

[1]
OPERE SULLA PESTE
IN LATINO
A
Adami (Paulus), Bibliotheca loimica. Vindobonae, 1784; in-8.vo.

Ader (Guilielmus), de pestis cognitione, praevisione, et remediis. Tolosae, 1628; in-8.vo.

Ægineta (Paulus), lib. II. cap. XXXVI.

ab Aetsema (Julius), Frisius, Tractatus de Peste. Hanoviae, 1611; in-8.vo.

Aetius, Tetrab. II. Sect. I. cap. 95.

Agosti (Leonardus), Repertorium de peste, lib. III.

Agricola (Georgius), de peste. Lib. III. Basileae, 1556; in-8.vo: it. Gisae, 1611; in-8.vo.

Agrippa (Cornelius), Contra pestem antidota securissima. Lugd. 1538; in-8.vo: it. cum Petri Poterii Centur. Curationum et singularium Observationum. Coloniae Agrippinae, 1625; in-12.º.

[2]
Aischard (Joannes), Medicina universalis adversus pestem et corporis et animae. Halae, 1611; in-12.º.

Ajelli (Sebastianus), Brevis discursus de imminente in Regno Neapolitano peste ann. 1576-77. Neapoli, 1577; in-4.to.

Albicus, Praxis medendi; Regimen Sanitatis; Regimen Pestilentiae. Lipsiae, 1484; in-4.to

Albrect, Pestis Coronensis Anni 1717 et 1718. M. S.

Alexander (Franciscus), de Peste. Augustae Taurinorum, 1586.

de Alphano (Franciscus), de pestilentia, febre pestilentiali, et febre maligna etc. Neapoli, 1577; in-8.vo: it. Hamburgi, 1618; in-4.to

de Alpherio (Hiacynthus), de peste et febre maligna etc. Neapoli, 1628; in-4.to

Alpinus (Prosper.), de Medicina Ægyptiorum. Venetiis, 1591; in-4.to: Parisiis, 1645; in-4.to: it. Lugduni Batavor, 1745; in-4.to Lib. II. C. 16.

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[3]
d’Amboise, Ergo pestis a coelo. Parisiis, 1606.

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Ammianus (Marcellinus), Lib. IX. XIX. XXIII.

Amplius, Dissertatio de lue pestifera. Basileae, 1697.

d’Andassila (Valentinus), de peste. Pampelonae.

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Appianus (Alexandrinus), de bello Parthico, it. de bello Illyrico, de bello Punico, de bello Mitridat.

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— — Dissertatio de peste. Rostochii, 1632. V. Haller. Bibl. Med. Pr. II. p. 320.

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[4]
Avicenna, Canon. Lib. IV. Fen. I. Tractat. 4. Cap. i. et 4. 9.

Aurelianus (Celius), de Morbis Acutis lib. i. cap. 14.

Ayala (Gabriel), de lue pestilenti, Append. ad popularia epigrammata medica. Antuerpiae, 1562; in-4.to.

Ayrer (Christianus Henric.), Regimen pestis et dysenteriae populariter grassantium praeservandae. Argentorati, 1607; in-4.to.

Azevedo (Petrus), Pestis Dacicae ann. 1709. scrutinium et cura. Cibiniae, 1709; in-12.º.

— — Monita antiloimica occasione pestis ann. 1709. recrudescentis. Claudiopoli, 1709; in-12.º.

B
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Baldinus (Hieronymus), Medicamenta ad pestem. V. Haller. Bibl. Med. Pr. I. p. 476.

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Banelli (Petrus Jacob.), de pestilentiae statu Liber. V. Pasc. Gall. Bibl. Med. p. 256.

[5]
Banzer, Dissertatio de peste. Vitembergae, 1650.

Barbette (Paulus), Opera omnia. Genevae, 1613; in-4.to. V. Tractat, de Peste. T. I. p. 207. cum notis Francisci Dekeri. Lugd. Batav. 1667. ibid. 1678; in-12.º.

Barralis, Ergo sola pestis manifesta. Parisiis, 1628; in-4.to.

Bartholinus (Thomas), Historiarum anatomicarum rariorum Cent. VI. Hafniae, 1654. Cent. III. Hist. 60.

— — Cista medica Hafniensis. ibid. 1662; in-8.vo pag. 21. 175. 204.

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Bastellus (Andreas), Speculum medicinae. Madriti, 1699; in-4.to V. Haller. Bibl. Med. Pr. II. p. 335.

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— — Dissertatio, an pestis inoculatio sub certis conditionibus rationi sit consentanea? Erfordiae, 1781.

[6]
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[112]
Peissonel, Dissertation sur les opinions anciennes et modernes touchants la peste.

la Pellerye (Claüde Nicolas), Traité sur la maladie pestilentielle dépendant de la Franche-Comté en 1717, Besançon, 1707; in-12.º.

Pestalozzi (Jean), Réflexion sur les nouvelles Réflexions de M. Mangel sur la cause, la propagation, et la cure de la peste. Paris, 1705; in-4.to.

— — Avis de précaution contre la maladie contagieuse de Marseille, qui contient une idée complette de la peste et de ses accidens etc. Lyon, 1721; in-12.º.

— — Opuscule sur la maladie contagieuse de Marseille du 1720 etc. Lyon, 1723; in-12.º.

— — Suite et confirmation du système de la contagion par les levains. Lyon, 1728; in-12.º.

sur la Peste de Marseille en 1720. Paris, 1786; in-8.vo.

de la Peste, de ses préservatifs et remedes. Paris, 1023; in-8.vo.

Pichari (Avocat de la Communauté), Iournal abregé de ce qui s’est passé en la ville de Marseille pendant la peste, tiré du Mémorial de la Chambre du Conseil de l’Hôtel de la Ville 1721. Tradotto in tedesco T. I. Lipsia, 1783. T. II. ib. 1790

[113]
Pichler (Jean Francois), Mémoires sur les maladies contagieuses. Strasb., 1686; in-8.vo, p. 72.

Pinel (Ph.), Nosographie Philosophique. Paris, 1813, T. I. p. 266.

Potel (Guillaume), Discours des maladies épidémiques ou contagieuses advenues à Paris en 1596-97. 1606-1607. 1619. Paris, 1623, in-12.º.

Poupart (Olivier), Conseil divin touchant la maladie de la peste en la ville de la Rochelle. Rochelle, 1583; in-12.º.

le Prosélite charitable. Tub. 1666.

Pugnet, Mémoires sur les fievres pestilentielles et insidieuses du Levant. Lyon et Paris an. X. (1802), in-8.vo.

Q
Quatroux (J-Isaac.), Traité de la peste, de la différence de la pourpre, la petite vérole et la peste etc. Paris, 1671; in-8.vo.

R
Rainchini (François), de la Peste. Liege, 1721; in-12.º.

[114]
Rapport sur plusieurs Questions proposées à la Société Royale de Médecine de Paris par l’Ambassadeur de la Religion etc. à Malte, 1781.

Rapport du bureau de Santé à Londre sur la peste et autres maladies contagieuses etc. V. Journal général de médecine 1811. Juillet p. 325. Août. p. 441.

Recueil des Remedes pour se préserver et guérir en tems de peste. Toulouse, 1618; in-12.º.

Remede tres-utile contre la fievre pernicieuse etc. Paris, 1501; in-8.vo. V. Haller. Bibl. Med. Pr. I. p. 489.

Renauldin (Leop. Jos.), Traité du Diagnostic Médical. Art. VI. Paris an. XII. (1804); in-8.vo.

Retz, Traité des principales maladies aigues. Goett. 1791. p. 495.

de la Riviere (Roi le Baillif), Traité du remede de la peste. Paris, 1580; in-8.vo.

Robin (Vincent), Avis sur la peste, reconnue en quelques endroits de Bourgogne avec le choix des remèdes. Dijon, 1628; in-12.º.

Roland (Jacques), Antiloimie contre la peste. Rovon, 1630; in-8.vo.

Royet (Antoine), de la Peste. 1583; in-12.º.

[115]
S
de Saint Hillier (Joseph), Loimologia contenant les causes et les remedes contre la peste. Pont à Mousson, 1623; in-12.º.

Samoilowitz, Lettre sur les espériences des frictions glaciales pour la guérison de la peste, et autres maladies putrides. Strasbourg, 1782; in-8.vo.

— — Mémoire sur l’inoculation de la peste etc. Strasbourg, 1782; in-8.vo.

— — Lettre à l’Accadèmie de Dijon avec Réponse à ce qui a paru douteux dans la Mémoire sur l’inoculation de la peste. Paris, 1783.

— — Mémoire sur la peste qui en 1771 ravagea l’empire de Russie, sur tout Moscou. Paris, 1783; in-8.vo. Tradotto in tedesco; Lipsia, 1785; in-8.vo.

Senac, Traité des causes, des accidens, et de la cure de la peste, fait par ordre du Roi. Paris, 1744; in-4.to.

Sordes (Pierre), Traité de la peste. Lyon, 1626; in-12.º. V. Haller. Bibl. Méd. Pr. II. p. 547.

Sotira (Cajetan), Mémoire sur la peste observée en Egypte. V. Acta Instituti Aegyptiaci.

[116]
Spon (Jacques), Voyage d’Italie, de Dalmatie etc. Lyon, 1678; in-12.º

Suau (Jean.), Traité de la doctrine de la peste et de la coqueluche. Paris, 1586; in-8.vo.

T
Textor (Bened.), de la maniere de préserver de la pestilence et d’en guérir selon les bons auteurs. Lyon, 1551; in-8.vo.

Thevenot (Melchisedek), Rélation des divers voyages curieux. Paris, 1663. suiv. V. Haller. Bibl. Méd. Pr. III. p. 139.

Thevet (Etienne), Avis sur la préservation et curation de la peste. Poitiers, 1713; in-12.º.

Thibault (Jean), Trésor des remedes préservatifs et curatifs de la peste, etc. Paris, 1544

Thouret en Fourcroy, Médecine éclairée. T. IV.

Tott, Mémoires sur les Turcs etc. Lipsie, 1777.

Tournier, Observations sur la nature et le traitement de la fievre pestilentielle, ou de la peste. Dijon, 1777.

Traité Nouveau et singulier de la préservation et curation de la peste. Lausanne, 1668; in-12.º.

[117]
Traité de la peste par les chirurgiens de Paris. Paris, 1606; in-12.º. Réimprimé en 1623; in-8.vo.

— — de la peste selon la doctrine des médecins spargiriques. Toulouse, 1629: in-8.vo.

— — de la peste, à Paris, 1712; in-8.vo. item a Lyon, 1721.

— — des causes, des accidens et de la cure de la peste, avec un recueil d’observations et un détail circostancié des prècautions, qu’on a prises pour subvenir aux besoins des peuples affligés de cette maladie, ou pour la prévenir dans les lieux, qui en sont menacés. Paris, 1744; in-8.vo.

Truye (Jean), Traité de la peste. Douai, 1597; in-12.º.

V
de Vallées, Traité contenant le moyen de se préserver de la contagion. Tours, 1631;in-8.vo.

Valleriolle (François), Traité de la peste. Lyon, 1566; in-12.º.

Vic le Cadet, indoctriné des meilleures preceptes pour s’opposer à la peste.

Vicier (J.), des médicamens et de la peste. Lyon, 1614; in-12.º.

[118]
Volney, Voyage en Syrie et en Egypte pendant les années 1783-84-85. Paris, 1807.

W
Wiion, Traité touchant la préservation des villes, qui sont dans l’apprehension de la Peste. Dovai, 1647; in-12.º.

von Woenseb (P.), Mémoire sur la peste. Petersbourg, 1788. V. Journal de Médecine. T. LXXXIII. p. 444.

Y
Ydeley (Etienne), Secrets et remedes contre la peste. Lyon, 1628; in-8.vo.

Z
Zorini (Etien.), Remede et maniere de vivre contre les fievres pestilentielles. Paris, 1561; in-8.vo.

[119]
IN TEDESCO.
A
Alkofer, von der Pest zu Regensburg, 1714; in-8.vo.

Ammann (J.) gründlicher Bericht von der Pest. Schaffhausen, 1677. V. Haller. Bibl. Med. Pr. III. p. 182.

Anthora, Giftheil oder Beschreibung der Pest. 1677; in 12.º.

Aphorismi, oder kurze Regel, wie die Wärter im Haus bey den Kranken thun sollen etc. Nürnberg. 1628.

Arzneybüchlein von dem Aqua vitae und Wachholderoel wider die jetzige Plage der Pestilenz zu gebrauchen. 1588; in-4.to.

Asch, Beschreibung der Heilart der Pest zur Zeit der ersten Ansteckung in Jassy im Jahr 1770. V. Baldinger Magazin VI. Band.

Augsburgische Staats, und gelehrte Zeitung vom 22 September 1781 N. 187.

Aurifabri (Philippe), Nützliches und tröstliches Regiment wider die anfallende Gifte, so diese Zeit regierent. Regiom., 1549; in-4.to.

[120]
Ayrer (Christoph. Hienr.), Regiment, wie man sich in der Pestilenz verwahren möge. Nürnberg, 1602; in-4.to.

B
Badische Pestordnung. 1666; in-4.to.

Baldinger, neues Magazin für Aerzte XII. B. S. 328. 334. etc.

Baldinus (Hieron.), Instructio, oder Unterweisung wider die Pestilenz. Memmingen, 1494; in-4.to.

Baldwins (Georg.), Bemerkungen über die specifische Wirkung der Einreibungen des Olivenöhls gegen die Pest, mit Rüksicht auf die Anwendung dieses Mittels zur Heilung contagiöser Krankheiten aller Art und zur Linderung des Podagra. Aus dem Italienischen übersetzt und mit Anmerkungen und Zusätzen begleitet vom Paul Scheel. Kopenhagen, 1801; in-8.vo. V. Gött. Anzeig, 1801. p. 1971. 1802. p. 904. Salzburger medicinisch-chirurgische Zeitung, 1802. I. p. 177. N. A. D. Bibliot. B. LXX. p. 316. Journal der Erfindungen St. XXXIV. p. 139. Allgemeine Litteratur Zeitung, 1802. N. 251.

Bauerschmidt (Thomas), Verzeichnis der Arzneyen, [121]so man in der Pest zu gebrauchen pflegt. Halle, 1612; in-4.to.

Bauhin (Johan.), Bericht, wie man sich in Pestzeiten zu verwahren habe. Marburg, 1607; in-8.vo.

Bauler (Ezechiel), Kurzer Rath, wie sich der gemeine Mann in Sterbefällen verhalten solle. Ingolstad, 1680; in-8.vo.

Bautschner (Ezechiel), Rath, wie man sich in Sterbensläufen verhalten solle. Nürnberg, 1653; in-8.vo.

Bayer (Wenceslaus von Ellbogen.), Bericht, wie man sich in der Zeit der Pestilenz hüten, und was man für Arzneyen nehmen solle. Nürnberg, 1547; in-4.to.

Becker (Herman), einfältiger Bericht und Extract wegen der jetzt grassirenden Pestilenz. Halberstadt, 1626; in-4.to.

— (Daniel), fünfzehn Fragen von der zehnjährigen Pest im Preussischen Königsberg, 1630; in-4.to.

Bedenken (Kurzes), wegen der hin und wider einreissenden Seuche, wie man derselben begegnen möge etc. Giessen, 1666; in-4.to.

Bedenken (Nürnberg-Regensburg-und Ulmisches), von der Pest. Frankfurt, 1680; in-8.vo.

[122]
Bedenken, Vie man sich bey der Pest zu Tübingen zu verhalten. Tübingen, 1628; in-8.vo.

— — (medicinisches), wie man bey Infectionszeiten sich zu verhalten habe. Dresden, 1680; in-8.vo.

Behrens (Conrad. Barthold.), Bericht von der Pest. Braunschweig, 1714.

Bemerkungen auf eine Reise nach der Levante p. 227.

Berchtold (Graf von), Nachricht vom dem in Smirne mit dem allerbesten Befolg gebrauchten einfachen Mittel, die Pest zu heilen, und sich vor selbiger zu bewahren. Wien, 1797. Francfurt und Leipzig, 1798; in-12.º. V. Hufeland journal der pract. Arzneyk unde VI. B. p. 436. Salzburger med. chir. Zeitung, 1798. IV. p. 120. med. Nazionalzeitung, 1798. p. 664. Sammbeng auserlesenet Abhandlungen für praktische Aerzte Vol. XVII. p. 226 pubblicato in italiano ed in Glegolitico a Cataro, 1799; in-8.vo.

Berger (Simon), Pestordnung. Gota, 1607; in-4.to.

Bergner (Georg), Tractat von der Pest. 1628; in-4.to.

Bericht, von der Pestilenz. Francfurt, 1563; in-8.vo

[123]
Bericht von den Ursachen, Zeichen und Kur der Pestilenz. Strasburg, 1583; in-8.vo.

— — (kurzer), wie man sich in der jezigen geschwinden eingefallenen Pest präserviren solle. Braunschweig, 1597; in-4.to.

— — wie man sich bey vorstehender erschreklichen Pestilenz-zeit verwahren möge. Jenna, 1607; in-4.to.

— — wie die Arzneyen in vorstehender Sterbensgefahr zu gebrauchen seyen. 1607; in-4.to.

— — von dem Verhalten in der Pest. Kölln, 1608; in-8.vo.

— — der Wüttembergischen Hofmedici, wie man sich zur Zeit der Pestilenz halten solle. Tübingen; 1608; in-8.vo.

— — wie man sich in Sterbensläufen mit der Praeservation und Kur zu verhalten habe. Frankfurt, 1611; in-4.to.

— — (kurzer und nöthiger), wie man sich in den itzt schweren Sterbensläufen mit der Arzney verhalten solle, Halberstadt, 1611; in-4.to.

— — wie die angeordneten Praeservativmittel wider die jetzt anhaltende Pestilenz zu gebrauchen seyen. Braunschweig, 1624; in-4.to.

— — (kurzer), wie man der itzt einschleichenden Pest begegnen möge. Lüneburg; 1625; in-4.to.

[124]
Bericht (medicinischer), wie man sich in Sterbensläufen bewahren solle. Augsburg, 1628; in-12.º.

— — wie man sicht im Tractat von gleichem Inhalte. Ingolstadt, 1628; in-12.º.

— — (kurzer), wie man sich zur Zeit der Sterbensläufe der schweren Seuche der Pestilenz zu verhalten habe etc. Nürnberg, 1634; in-4.to.

— — wie man sich bey jetziger Zeit verhalten, und die Mittel gegen die schleunige infallende Pest gebrauchen solle. Lüneburg; 1639; in-8.vo.

— — (kurzer), wie bey jetziger Pestgefahr sich ein jeder verwahren kann. Breslau; 1653; in-4.to.

— — (kurzer), wie die Pest zu kuriren sey. Hannover, 1657; in-4.to.

— — wie man sich im Bisthum der ansteckenden, Seuchen zu verhalten habe. 1666; in-8.vo.

— — (kurzer), wie man sich bey itzt grassirender Seuche männiglich verhalten solle. Stuttgard, 1666; in-8.vo.

— — von der Seuche der Pestilenz. Stuttgard, 1666.

— — wie man sich bey der Seuche zu verhalten [125]habe, für die untere Marggrafschaft Baden. Durlach, 1666; in-8.vo.

Bericht (kurzer), wie bey jetziger geschwind einreissenden Pest sich ein jeder präserviren auch theils curiren könne. Nebst einem Anhange von allgemeiner rothen und weissen Ruhr. Duderstadt, 1666; in-4.to.

— — (nützlicher), wie man sich von der Pestilenz hüten, und so man mit derselben behaftet, wieder curiren möge. Basel., 1667; in-4.to.

— — wie, man sich, so die jetzt hin und wider grassirende Seuche der Pestilenz auch in dem Herzogthum Würtemberg einreissen würde, männiglich zu verhalten, und ohne medicum curando zu verhalten habe. Tübingen, 1680.

— — (wiederholter), wie sich sowohl gesunde Leute in diesen gefährlichen Pestzeiten, als die damit heimgesucht sind, verhalten sollen. Rinteln.

— — (gründlicher), von der Natur, Eigenschaft und wahremllrsprunge der Pest, auch wie dieselbe präcavirt und curirt werde. Braunschweig, 1714; in-4.to.

— — wie sich jedermann von der Pest bewahren und versehen solle, davon die Medicos [126]ordinarios der Stadt Regensburg und Nürnberg, 1680.

Bericht (Kurzer), von der Pestseuche. App. ad Wunz Wundarzney p. 730.

— — Ordnung, und Regiment, wie sich der gemeine Mann etc. bey jetzt regierender pestilenzischen Seuche zu verhalten habe etc. Strasburg, 1626; in-8.vo.

Berliner Sammlung III. p. 279. VI. p. 283. VII. p. 118.

Berliner Staats und gelehrte. Nachricht, 1778.

Biörnhsthäl, Briefe auf seinen Reisen. B.4. St. 205.

von Bodenstein (Adam), heimliche philosophische Rathschläge die Pest zu kuriren. Basel, 1577. in-8.vo.

Bockel (J.), Pestordnung in der Stadt Hamburg, 1597; in-8.vo.

Boekel (Wilhelm), Bericht, wie man sich in diesen Jetzigen gefährlichen Zeiten der jetzt einreissenden Pest verhalten solle. 1607; in-4.to.

Braüner (Jos. Jacob), Pestbüchlein, Frankfurt, 1714; in-8.vo.

Brambilla (Jo. Alexander), Reglement für die k. k. Feldchirurgen etc. Wien., 1789.

Brentii (A.), Anordnung zur Zeit der Pestilenz. Amberg, 1606; in-8.vo.

[127]
Breslaver Sammlung. 1721. p. 198. 1718. 1767.

Browne’s, Reisen in Africa, Aegypten, und Syrien.

Brunswich (Hieronimus), Buch der Vergiftung der Pestilenz, das genannt ist der Gemeinsterbend der Drüsenblattern. Strasburg, 1500; in-fol.

Buchaw (Casper), Bericht, wie man sich vor der Pestilenz verwahren solle. Madgeburg, 1598; in-8.vo.

Budeus (Wilhelm), gründlicher Bericht, und rathsames Bedenken von der Pest. Leipzig, 1607; in-4.to.

— (Godofrid), Consilium Medicum, wie man wegen der Pestilenz, Flekfiebern etc. sich verhalten solle. Bud., 1710.

Burghardt, Nachricht über die Behandlungsweise der Pestkranken in den Pestspitälern zu Konstantinopel, 1816. V. medicinischen Jahrbüchern des k. k. oester: Staates an. 1817. IV. B. I. Stück.

Büsching (Ant. Friedrich), neue Erdbeschreibung; I.ter Theil 2.ter Band, Königreich Preussen §. 10. id. ibidem p. 1167.

[128]
C
Cardiluccius (J. Hiskias), Tractat von der Pest. Nürnberg, 1681; in-12.º.

Carl (Samuel), vom Pestengel. Büdingen, 1733. V. Haller. Bibl. Med. Pr. IV. p. 356.

Chamberlayne von der Pestilenz im Hav. im Jahre, 1711. V. Leske Auserl. Abhandlung. I. B. p. 331.

Chelneri (Clemens), Bericht von der Krankheit der Pest. Gratz, 1577; in-4.to.

Chenot (Adam.), hinterlassene Schriften über die ärztlichen und politischen Anstalten bey der Pestseuche. Wien, 1798; in-8.vo.

Cirenberg (J.), wider die pestilenzialischen Fieber für die Stadt Dorn in Preussen. Leipzig, 1564, in-4.to.

a s. Clara (Abraham), Merk’s Wien, oder Beschreibung des wütenden Todes im Jahre, 1679. Wien, 1680; in-8.vo.

Conradini (Balthasar), Unterricht, wie man sich in der Pestilenz halten solle. Innsbruck, 1562; in-4.to.

Contumaz und Reinigungs Ordnung in Wien, 1731; in-fol.

Cornicius (Jacob), Bericht von Aderlassen in [129]der Zeit der Pestilenz, und von der Kur der Pestilenz Drüsen. Frankfurt, 1616; in-4.to.

Crato, Ordnung oder Präservation, wie man sich zur Zeit der Pest verwahren, wie die rechte Pest erkennt, und kurirt werden solle. Breslau, 1555; in-4.to. V. Haller. Bibl. Med. Pr. II. p. 107.

Cravelius (J.), Pestordnung. Goslar, 1684.

Crüger (J.), Pestordnung Unterricht, wie man sich in Sterbensläufen von der Pestilenz präserviren solle. 1607; in-4.to.

Custodia Infectorum des Oberamts zu Breslau, 1712; in-fol.

Cycnaei (Flaccius), Erinnerung, was die Obrigkeit zur Zeit der Pestilenz zu bestellen habe für die Marck-Brandemburg. Wittemberg, 1566; in-4.to.

D
Dawfs in Philos. Transact. V. Leske. Auserlesene Abhandlung. V. B. p. 245.

Detharding (G.), Vorsorge der Obrigkeit in der Pest. Gustrow, 1680; in-8.vo.

Diederich (A. C.), Nachricht, in welcher Ordnung zwey ohnkostbare Medicinen zu gebrawchen sind. Hamburg, 1711; in-8.vo.

[130]
Dieterich (Ger. Nicolaus), genaue Untersuchung der Seuche, welche zu Regensburg 1713 grassirte. Regensburg, 1714; in-8.vo.

— — Nachricht von der anderweil eingerissenen Seuche der Pest. Erlangen, 1713.

Dobrzensky, Präservatio wider anstekende Seuchen. Nürnberg, 1780; in-8.vo.

Dörner (Augustin Michael), Bericht von der ansteckenden Seuche. Northausen, 1680; in-12.º.

Dornkrell (Tobias), Bericht von der Pestilenz dieses 96.ten Jahrgangs. Hamb., 1596, in-4.to.

Dryander (Johan.), über die Pest. Marburg, 1553.

E
Ebeling (Tobias), Idea loimodes: Bericht, wie man sich in den jetzt schwebenden Pestzeiten verhalten solle. Hamburg, 1628; in-4.to.

Edict, wegen der zu nehmenden Präcautionen gegen die in einigen polnischen Gegenden sich geäusserten Pest. Berlin, 1770.

Eggerdes (Alard. Mauriz), der grausamen Pestseuche wahrhafte Abbildung. Breslau, und Liegniz, 1720; in-4.to.

[131]
Einleitung (kurze), und Vertilgung des gegenwärtig besorglichen Pestübels, auf hohen Befehl der Röm. K. K. Katol. Majestät in Sanitätssachen verordneten Hofkommission den Pestsorgern an die Hand gegeben. Wien, 1738: di nuovo ristampata a Vienna e a Praga nell’anno 1756; in-8.vo.

Eisenring (J.), Präservations- und Curations-Mittel, wie man sich von der Pest verhalten solle. Dilling, 1627; in-12.º.

Ellinger (Andreas), wie man zu Zeiten der Pest sich vorsehen, und erhalten möge. Wien, 1569; in-4.to.

Emerich (Franz.), Rathschlag zu Verhütung pestilenzischer Ansteckung. Wien, 1554; in-4.to. Questo Opuscolo in lingua latina si trova anco unito all’Opera del medesimo Autore, che ha per titolo: Medicorum auxilior, dexter usus, ad veram Hyppocratis et Galeni mentem. Noribergae, 1537, in-4.to.

Engel (J.), Tractat von der Pestilenz etc. Augsburg, 1518; in-4.to.

Erastus (Thomas), Kurzer Bericht für den gemeinen Mann, wie er sich in sterbenden Läufen verwahren und halten solle. Heidelberg, 1563; in-4.to.

Ewig (J.), die Pestilenz, ob sie eine anfällige [132]Seuche sey, und wie fern ein Christenmensch weichen möge. Basil., 1582; in-8.vo.

F
Fabricius (Martin), Paradoxa loimodes, d. i. Meinung, dass die Essenz der Pest keinem Menschen, sondern Gott allein bekannt sey; und daher keine gewisse Remedia oder specifica erfunden sind. Rostock; 1633; in-4.to.

— (Tobias), Kurzer Bericht aus der Landschaft, woher die giftige Seuche, Pestilenz komme. Neustadt, 1597; in-8.vo.

Feige (Melchior), Pestregiment, oder Bericht von dem Wesen und Curation der erschreklichen Seuche der Pestilenz. Dresden, 1630; in-4.to.

Felgenhauer (P.), Anthora, oder kurze Beschreibung, was in der Zeit der grassirenden Pestilenz zu gebrauchen sey etc. Berlin, 1680; in-12.º.

Ferro (Paskal Joseph), von Ansteckung der epidemischen Krankheiten, und besonders der Pest. Leipzig, 1782; in-8.vo.

— — Nähere Untersuchungen der Pestansteckung nebst zwei Aufsätzen von der Glaubwürdigkeit der meisten Berichte der Moldau [133]und Wallakey, und der Schädlichkeit der bisherigen contumazen von D.r Lange und Fronius. Wien, 1787; in-8.vo.

Fettich (Theobald), wie man sich von der Krankheit der Pestilenz zu enthalten habe etc. Nürnberg, 1531; in-4.to. Aggiunto l’Opuscolo wahrer Bericht von den Ursachen des englischen Schweisses. München, 1573; in-4.to.

Fischer (Christian August.), über die Quarantaine Anstalten zu Marseille. Leipzig; 1803; in-8.vo.

— — Briefe eines Südländers p. 40. seq.

Fischer (von) (Johan Ber.), lieständisches Landwirthschaftsbuch etc., worinnen auch die Kur verschiedener Bauerkrankheiten, und sonderlich der Pest vorgetragen werde. Hall, 1753; in-8.vo.

Formey, medicin. ephemeriden von Berlin. I. B. 2. Heft. p. 28. 36. 41. (anno 1798).

Forster (Martin), Antidotus loimopolemica: wahre Natur und Beschreibung des Ursbrungs der sehr schädlichen Pest. Zerbst, 1611; in-4.to.

Franck, Erläuterung der Erregungstheorie p. 167. in Salzburger medicinisch-chirurgische Zeitung, 1803. T. II. p. 236. im Nordischen Archiv. IV. B. 1. St. p. 37.

Freytag (Henricus), gründlicher Bericht von [134]der Pest, und Hungarischen Krankheit. Halberstatt, 1636; in-8.vo.

Frommann (J. Christ.), Pestordnung. Nürnberg, 1681; in-4.to.

G
Gabriel (P.), Anmerkungen von der Pest etc. Stuttgard, 1680; in-12.º.

Galler (Hieronymus), Consilium und Regiment, wie man sich männiglich in pestilenzischen Läufen zu verhalten habe. Oppenb., 1620; in-4.to.

Galli (Emerich), Beweis, wie man sich jeziger Zeit, weil das Sterben in Böhmen überhandnimmt, verwahren, und halten solle. Görliz, 1583; in-4.to.

Gasserus (Achilles), Unterricht wider die Pestilenz. 1564; in-4.to.

Gedanken über quarantaine-Anstalten überhaupt, und insbesondere über die Hamburgischen. Hamburg, 1794; in-8.vo.

Gernti (Jeremias), Pestregiment etc. Leipzig, 1656.

Giseler (Lorenz), Kurze Anweisung, wie sich ein jeder bey der um sich greifenden Pestseuche fürsehen, und curiren solle. Braunschweig, 1680; in-4.to.

[135]
Glaubitz (von) (Michael), zwo Haustafeln für Reiche und Arme wider die fürchtende Pestilenz. Maynz, 1584; in-8.vo.

Goez (Zach. Nicolaus), Consilium medicum, was massen bey jezt umschweifenden Fiebern man seine Gesundheit vermehren, und wieder zurecht bringen könne. Zwikau, 1666; in-4.to.

— — Unterricht, wie man bey jetzt grassirender Pestilenzial-Seuche, und Ruhr sich präserviren und kuriren könne. 1667; in-4.to.

— — Unterricht, wie bey gefährlichen Sterbensläufen praservando et curando sich jeder zu verhalten habe. Zwikau, 1680.

Gohl (Dan.), Nachricht von der Natur, und Kur der Pest etc. Berlin, 1709; in-4.to. V. Haller. Bibl. Med. Pr. IV. p. 246.

Gorlizer (J. Sig.), Kurzer Unterricht und Regiment, wie man sich zur Zeit der Pestilenz bewahren und halten solle. Wittemberg, 1543; in-4.to.

Graba (J. Andreas), Beschreibung der unaufhörlichen giftbösen anfälligen Landfiebern. Erfurt, 1660; in-8.vo.

— — medicinische Erinnerung, wie man sich bei jeziger gefährlichen bösen Seuche von der Pest verhalten möge. Erfurt, 1666; in-8.vo.

[136]
Graev (Ludwig), Regiment, wie man sich in Sterbensläufen zur Preservation und curation der Pestkrankheit zu verhalten habe. Heidelberg, 1581; in-8.vo.

Gravichen (Georg), Pestordnung. Leipzig, 1607.

Grohmann (Reinhold), Beobachtungen über die im Jahr 1813 herrschende Pest zu Bukarest. Wien, 1816.

Grüling (Philip), sonderbarer Tractat von der Pest. Northausen, 1659; in-4.to.

Guarinonius (Hippolitus), Greuel der Verwüstung des menschlichen Geschlechts. Ingolstadt, 1610; in-fol.

— — Pestilenz. Ingolstadt, 1612; in-8.vo.

Guttorfs (J. G.), gründliche Anweisung der Pest. Dresden, 1569.

H
Habersack (J. Carl), Relation, wie die wienerische Neustadt mit der Pest angesteckt worden. Wien, 1681; in-8.vo.

Hahnen (J. Christoph), Gotteshand und Geisel, oder wahrhafte Beschreibung der meisten denkwürdigen Pestseuchen und giftigen Krankheiten. Leipzig, 1651; in-12.º.

von Hartenfels (Petrus), Pestis tela praevisa: [137]Anleitung, wie Reiche und Arme vor der Seuche der Pestilenz sich bewahren und retten können. Erfurt, 1680; in-12.º. V. Hall. Bibl. Med. Pr. III. p. 265.

Hausarzney (Einfältige), wider die krankheit der Pestilenz. Nürnberg, 1562; in-4.to.

Hebenstreit (J.), Regiment pestilenzischer Fieber, so jezt in Düringen und andern Oertern die Menschen überfallen etc. Erfurt, 1562; in-8.vo.

Heister (Laurentius), medicinische, chirurgische, und anatomische Wahrnehmungen. Rostock, 1753; in-4.to. I. N. 244.

Heinse (T.), Kurzer Unterricht, wie bey ansteckender Seuche und Pest-fiebern man sich männiglich so viel möglich präserviren und kuriren könne. Berlin; in-12.º.

Heland (Laurentius), Unterricht, wie man sich in der Seuche der Pestilenz kuriren solle. Frankfurt an der Oder, 1598; in-8.vo.

Helcher, von der Pest; in-8.vo.

Helwig (Johan), von der Pest. Stetting; 1683; in-4.to.

Henisius (J.), Bericht von der Pestilenz. Augsburg; 1621; in-8.vo.

Herlitz (David), Pestilenz-Ordnung für die Stadt Stuttgard. Stettin, 1599; in-4.to.

[138]
Herlitz (David), Consilium Politico-physicum, was eine Stadt in welcher vergangenen Herbst die Pest angefangen, künftigen Frühling auf den Strassen und in den Häusern fürnehmen solle. Frankfurt, 1621; in-4.to.

Herr (Martin), kurzer Bericht, wie der lieben Armuth zu gute ein jeder in der Pest sich mit Hausarzneyen rathen solle. Göerliz, 1680; in-4.to.

— — Consilium zur Präservation und Curation der Pest. Ib. 1680.

Hessen-Casselische Verordnung von 1513. V. Baidinger neues Magazin XX. B. p. 273.

Heune (J.), kurzer Unterricht von der Pest und pestilenzischen Fiebern. Greisswalde, 1654.

— — Consilium zur Präservation und Curation der Pest. Ib. 1680.

Hieblin (Christoph.), von der fürtreflichen Arzney wider die Pest, welche der Stein Bezoar ist. Constanz, 1589; in-8.vo.

Hildenbrand (Johann-Valentin), über die Pest; ein Handbuch für Aerzte und Wundaerzte. Wien, 1798; in-8.vo.

Hiltprand (Johann), Ordnung bey der oesterreichischen Pestilenz. Passau, 1607; in-8.vo.

Hirschel (Leon Elias), Abhandlung von den [139]Vorbaungs und Vorbereitungs-mitteln beyden Pocken und bey der Pest. Berlin, 1770; in-8.vo, p. 5.

Hoernigk (Matthias), Bericht für die Einwohner der Stadt Eger, wie ein jeder wider die regierende Pest sich verwahren solle. Nürnberg, 1625.

Hofer, Untersuchung der ansteckenden pestilenzialischen Seuche, welche etliche Jahre in Europa grassiret. Gotha, 1714.

Hofmann (Fr.), Unterricht, wie bey jezt grassirenden gefährlichen Seuchen ein jeglicher sein eigener Medicus seyn, und vor der selben sich verwahren könne. Erlangen, 1708.

— (Maur.), Bericht von Pestfiebern. Nürnberg, 1680.

Holstein (G.), Bedenken von der Pest etc. 1682; in-4.to.

Horky (Martin), Wegweiser, wie man sich vor der Pestilenz bewahren solle. Rostock, 1624.

Hornung (J.), Rath und Hülfe in Pestilenzzeiten. Herborn, 1625; in-8.vo.

Horst (Jacob), von den wunderbaren Geheimnissen der Natur etc. Leipzig, 1588; in-4.to.

Hundt (Mag.), kurzer Regiment wider die erschrökliche Krankheit der Pestilenz etc. Leipzig, 1519; in-8.vo.

[140]
Huswedel (J. A.), Bericht, wie bey einfallender Krankheit ein jeder sich verhalten solle. Hamburg, 1663; in-4.to.

I
Jantke (J. J.), Unterricht, wie sich jedermann bey dieser an vielen Orten einreissenden pestilenzialischen Seuche verwahren, und davon befreyen möge. Salzburg, 1713; in-8.vo.

Jahrbücher (Medicinische) des kaiserl. königl. österreichischen Staates, herausgegeben von den Directoren und Professoren des Studiums der Heilkunde an der Universität zu Wien. B. II. St. III, p. 21. B. II. St. IV. p. 12. B. III. St. I. p. 13. B. IV. St. IV. p. 23. von Rosenfelds unglücklicher Versuch mit seinem angeblichen Pest-Praeservativ. B. IV. St. II. p. 190.

Infections-Ordnung. Wien; 1558; in-fol.

Infections-Ordnung Ferdinands III. Wien, 1654.

— — (neue) der Fürsten und Stände im Herzogthum Ober- und Niederschlesien. Breslau, 1680; in-fol.

— — in der Wiener Contagion von 1713. Wien, 1727; in-fol.

Jungen (Ambrosius), Unterrichtung, wie man [141]sich in Läufen der Pestilenz halten solle. Augsburg, 1521; in-4.to.

Ives, Reisen nach Indien und Persien.

K
Kannstetter (Jo.), Regiment für den Lauf der Pestilenz. Wien, 1521; in-4.to.

Kanold (Johann), Einiger Medicorum Sendschreiben von dem anno 1708 in Preussen, und 1709 in Danzig grassirten Pestilenz etc. Breslau, 1711; in-4.to.

— — Einiger Marsilianischen Medicorum in französischer sprache ausgefertigte und ins Deutsche übersetzte Sendschreiben von der Pest in Marsilien. Leipzig, 1721; in-4.to.

— — Jahrhistorie der grossen Menschenpest von 1701 bis 1716. Vid. Annal. Vratisl. Mensis Novembris, 1718.

— — von den Beulen und Blasen in der dieses Jahr in Wien grassirenden Seuche. Breslau, 1713; in-4.to.

— — von der wahren Beschaffenheit des Brechens und des Schweisses, auch der Pestgeschwüre, sonderlich der Beulen, und vom rechten Gebrauche der Vomitoriorum, und sudoriferorum; nebst einem Anhange von [142]der an. 1708 zu Rosenberg in Schlesien, und 1709 zu Fraustadt (in Pohlen) erlittenen Pestilenz. Breslau, 1711; in-4.to.

Kegler (Caspar), Regiment wider die Pestilenz und Schweissucht. Leipzig, 1566; in-4.to.

Keil (Andreas), Beschreibung der Pest samt allen bösen ansteckenden Seuchen. Gell. 1687; in-8.vo.

Kellner (David), Anweisung sich vor der Pest zu präserviren. Mämmingen, 1681; in-8.vo.

Kentmann (Johann), wie man sich vor der giftigen Seuche der Pestilenz hüten, und so jemand damit angegriffen würde, was Mittel man davor brauchen solle. Wittemberg, 1568; in-4.to.

Kepler (Caspar), vom nützlichen Regiment wider die Pestilenz und giftige Pestilenz-Fieber. Leipzig, 1529; in-8.vo.

Kerner (Arnold), Loimologia, d. i. Discurs von der giftspeyenden Seuche der Pestilenz. Leipzig, 1626; in-4.to.

Kirchberger (J. Heinrich), Aphorismi, seu canones medicinales; kurze Erinnerungen und Puncten von der Pest, wie man es mit einem und andern im Pesthause oder auf dem Lande zur Pestzeit halten solle. Nürnberg, 1625; in-4.to.

[143]
Kirchof, von der ansteckenden Seuche, welche anno 1713 in das Erzherzogthum Niederösterreich eingeschlichen. V. Ephem. Nat. Cur. Cent. VII. p. 171.

Klint, im Baldinger neues Magazin II. p. 193.

Kolbenschlag (Sixtus), Regiment wider die Pestilenz etc. Nürnberg, 1519; in-4.to.

König, Consilium Medicum über die leidige Pest. Bern, 1628.

Kundmann (Sylvius), Instruction, wie man sich zur Zeit der Pestilenz präserviren solle. Dresden, 1625; in-8.vo.

L
Lang, über die Lebensordnung zur Zeit epidemisch grassirender Faulfieber, und besonders der Pest. Hermanstadt, 1786.

Langius (Jo.), Generalordnung, wie man des pestilenzialischen Fiebers remedia, Präsentation, und Curation gebrauchen solle. Heidelberg; in-4.to.

Langner (Andreas), Promptuari, wie sich die Pesthaftigen zur Zeit der Pestilenz verhalten, und kuriren sollen etc. Leipzig, 1576; in-4.to.

von Lankisch (Gott.), Bericht, wie man sich bey jeziger Pestilenz zu verhalten habe. Zittau, 1670.

[144]
Laubender, Darstellung aller ansteckenden Krankheiten etc.

Lebenswaldt (Adam.), Land-Stadt- und Haus- und Arzney-buch, in welchem angezeiget und erwiesen wird, wie man diejenigen Krankheiten welche ein ganzes Land oder mehr Oerter anstecken, sodann durch Contagion, und Anklebung anderweitig fortgepflanzet und ausgebreitet werden: als da seyn: Die Pest, Pestilenzial- und petechialische Fieber etc. sammt einer Chronik aller denkwürdigen Pesten etc. Nürnberg, 1695; in-fol.

Lehmann, Schauplatz, Obererzgebürg. Merkwürdigkeiten p. 956. e seg.

Leipziger Pestschade und Gottes Gnade. Altenburg, 1681; in-4.to.

Libavius (Sebastian), Büchlein für die Kranken. Görliz, 1531; in-8.vo.

Lipstorp (Christ.), Bedenken von der Pestilenz, mit angefügtem Berichte, wie man sich vor derselben verwahren, und sich kuriren könne. Stade, 1664; in-4.to.

Loefler (Adolph. Fr.), Bayträge zur Wundarzneykunst. Altona, 1788; in-8.vo. II. B.

Lonicer (Adam.), Ordnung für die Pestilenz. Frankfurt am Mayn, 1572; in-8.vo.

Lossius (Laurent), Pest-barbier. 1683; in-8.vo.

[145]
Lothus (Ge.), Bedenken bey itzt gefährlichen Peszeiten. Königsberg, 1624; in-4.to.

Lotzer (J.), Regimen und Uiberweisung, welchermassen den Menschen mit dem Gift der Pestilenz beladen mit Hülfe einer Arzney zu helfen sey. Hagenau, 1519; in-4.to.

M
Magirus (Georg.), von der Pest. Amsterdam, 1682; in-8.vo. V. Haller. Bibl. Med. Pr. II. p. 495.

Makenzie, in Philos. Transact. V. Leske auserlesene Abhandl. IV. B. p. 117. V. B. p. 284.

Mandat des Raths in Regensburg gegen der in Ungarn, auch Ober- und Niederoesterreich grassirenden Pest. Regensburg, 1679; in-4.to.

Manzer (Paul.), von dem giftigen fieber und der Pest. Leipzig; 1621; in-8.vo.

Marcus (Philip.), Göttlicher Krieg 7.ter Th. im letzten Kap. etc.

Maroldus (Justus Ortholph.). Loimographia oder Pest discurs. Schleusingen, 1680; in-4.to.

Marstaller (Gervasius), kurzer Bericht, wie man sich vor der grausamen Pestilenz bewahren möge. Ulsen, 1577; in-8.vo.

Martini (Matth.), Bedenken zur Präservation [146]und Curation der pestilenzialischen Seuche. Eisleben, 1611; in-4.to.

Mattenburg (J.), Neu geordnetes Regiment wider den tödlichen Gepressten der Pestilenz. Lemgo, 1583; in-8.vo.

Mayer, von der grassirenden Seuche. Neuburg, 1713.

— (Johann Anton.), Ankündigung einiger zuverlässiger Mittel wider die Pest. Braunschweig, 1801; in-8.vo. V. Salzb. med. chir. Zeitung, 1801. II. B. p. 222. (arcanum).

Meltzer (Friderich-Ludwig), Beschreibung der Pest 1772 in Moskau. Moskau, 1776; in-8.vo.

Meurer (Christoph.), Hausregiment für die Seuche der Pestilenz. Leipzig, 1598; con altro titolo 1607. 1617.

Minderer (Jo. Martin), Abermal ein Beytrag zur Kenntniss und Heilung der Pest. Riga, 1790; in-8.vo.

Mithob (Burchard), wie man sich vor der Seuche der Pestilenz bewahren solle, und mit was für einer Arzney dieselbe zu kuriren sey. Erfurt, 1552; in-4.to.

Mittel (unterschiedliche heilsame), so zu der Zeit der Infection gebraucht werden mögen. Wien, 1679; in-12.º.

Mitthob (Conrad), Bericht von der Pestilenz. Marburg; 1574; in-8.vo.

[147]
Moeller (Joh. Wilhelm), Reise von Warschau nach der Ukraine in den Jahren 1780 und 1781. Herzberg, 1804.

Muhlius (B.), Beweis, dass von Hungersnoth alle ansteckende Fieber, und sogar die Pest entstehen können. Lemgo, 1740; in-4.to.

Muralt (J.), kurze Beschreibung der ansteckenden Seuche der Pest. Zürich, 1721; in-8.vo. V. Haller. Bibl. Med. Pr. III. p. 239.

N
Nachricht (kurze), wie in Pestzeiten, und wenn die rothe Ruhr grassirt, die Landleute sich präserviren können. Braunschw., 1680; in-4.to.

Nefe (J.), Bericht, wie man mit der Präservation und Curation der Pestilenz sich verhalten solle. Dresden, 1566; in-4.to.

Neessen (Johan.), von der Preservation und Curation der Pestilenz, und 1578. V. Pasc. Gall. p. 336.

Nester (Johann Matth.), getreuer Rathschlag, wie sich ein jeder bey der grassirenden Soldatenkrankheit, und der einschleichenden Pest verwahren könne. Bayreuth, 1677; in-12.º.

[148]
Neustaedter (Michael), die Pest im Kronstaedter Districte in Siebenbürgen. Wien, 1788; in-8.vo.

— — Die Pest in Burzenland 1786, nebst einigen vorausgeschickten Bemerkungen. Hermanstadt, 1793; in-8.vo. V. Salzburg, medicinisch-Chirurg. Zeitung, 1793. III. p. 302.

Nieman, Taschenbuch für Thieraerzte etc. l. c. (per vaccinationem).

Nigri (Stephan.), Regiment zur Zeit der Pestilenz etc. Augspurg, 1521; in-4.to.

Noblot (Theobald), kurzer Bericht, wie man sich vor der Pestilenz bewahren solle, und, so einer damit behaftet, ihm geholfen werden möge. Mompel., 1607; in-8.vo.

O
Oder (Hieronimus), Rath und Arzney zur Verhütung und Rettung wider die Pestilenz. Wittemberg, 1550; in-8.vo.

Ordnung und Rath (kurze), auch Verzeichniss der Arzney en wider die Pest in den Apotheken. Helmstadt, 1609; in-4.to.

— — wessen sich die Bürger zu Trier bey sterbender Luft zu verhalten haben. Trier, 1612; in-8.vo.

— — und Regiment, wie sich der gemeine Mann in der Pest zu verhalten habe. Strasburg; 1626; in-8.vo.

[149]
Ordnung, wornach man sich der ansteckenden Seuche halber bey jezigen gefährlichen Läufen in der Pfalzgrafschaft bey Rhein zu richten habe. 1668. V. Haller. Bibl. Med. Pr. III. p. 250.

— — wie es bey den eingerissenen ansteckenden Krankheiten zu halten sey etc. Frankfurt, 1679; in-4.to.

— — (Christian Ernst. Markgrafschaft zu Brandenburg) wie es in seinen Landen bey der Pestilenz gehalten werden solle. Beyreut, 1680; in-4.to.

— — der Stadt Leipzig, wie es bey ansteckender Seuche zu halten sey. Leipzig, 1680.

— — des Raths zu Dresden, wie man bey ereignenden gefährlichen Seuchen sich zu verhalten habe etc. Dresden, 1680; in-4.to.

Oswaldt (Christian), nützlicher Bericht, einem jeden in der Pestilenz zu wissen. 1564.

P
Paracelsus (Fr.), von der Pest an die Stadt Stoerzingen geschrieben. Frankfurt, 1622; in-4.to.

Pestbedenken (Halber-städtisches) beydes zur Präservation und Curation von den Medicis daselbst. 1620; in-12.º.

[150]
Pestbeschreibung und Infections Ordnung, welche vormals in besondern Tractaten herausgegeben, nunmehro aber in ein Werk zusammen gezogen, sammt der anno 1713 zu Wien fürgewesten Contagion, erster und zweyter Theil. Wien, 1763.

Pestconsilium von den Breslavischen Physicis. Breslau, 1680; in-fol.

Die Pestilenz, ob sie eine anfällige Seuche sey? und wie fern ihr ein Christenmensch weichen möge? zwo Fragen. Basel, 1582.

Pestordnung, Ambergische. Amberg, 1597; in-4.to.

— — der Churphalz, Heidelberg, 1666; in-4.to.

— — Darmstädtische. Darmstadt, 1632; in-8.vo.

— — der Grafschaft Hanau. Hanau, 1666; in-4.to.

— — Facultatis medicae Helmstadiensis; in-4.to.

— — Hollstein-Schaumburgische. Rinteln, 1676.

— — Magdeburgische, 1606; in-4.to.

— — Maynzische. Maynz, 1607; in-4.to.

— — Nürnberger, 1562; in-4.to.

— — Pfälzische. Lavingen, 1686.

— — des Raths zu Leipzig, 1607; in-8.vo.

— — des Raths zu Rostock. Rostock, 1624; in-4.to.

— — in der Stadt Hamburg. Hamburg, 1578; in-4.to.

— — der Stadt Rotenburg an der Tauber. Rotenburg, 1625; in-fol.

[151]
Pestordnung, Wittembergische. Wittemberg, 1631; in-4.to.

— — Wormsische, Frankfurt am Mayn, 1625; in-4.to.

— — Zellische. Zell, 1680.

— — Hollstein-Schaumburgische. Rinteln, 1676.

Petscher (Sebastian), Ordnung wider die Krankheit der Pestilenz etc. Regensburg; 1533; in-4.to.

Peyslinger (Balthasar), Regiment wider die schnelle Krankheit der Pestilenz, 1527; in-4.to.

Pincier (Johann), Bericht, wie man sich in Pestzeiten zu halten habe. Siegen, 1597.

Pistor (Simon), Regiment wider die schwere, und erschreckliche Krankheit der Pestilenz. Leipzig, 1501; in-4.to.

Pithopoei (Wilhelm), Vincetoxicum, wie man sich wider die heftige Krankheit der Pestilenz oder Infection, auch wider alles Gift und Vergeben präserviren und kuriren möge. Kempten, 1611; in-8.vo.

Pomarii, Pestilenzbüchlein. Magdeburg, 1582; in-8.vo.

Pontanus (Johann), Bericht, was man in den schweren Pestilenzbäulen zur Präservation und Curation gebrauchen solle. Leipzig, 1585; in-8.vo.

[152]
Potter, in Philosophical Transact. V. Leske auserl. Abhandl. IV. B. p. 237.

Präservation, und Chirurgia für die Pestilenz. Steinfurt, 1598; in-12.º.

Purmann (Matthias Godefrid.) aufrichtiger und erfahrner Pestbarbierer etc. Halberstadt, 1683; Frankfurt, 1705. 1715. 1721: Leipzig, 1721; in-8.vo. V. Haller. Bibl. Med. Pr. III. p. 473.

— — Anweisung pestilenzialische Beule zu kennen und zu kuriren. Halberstadt, 1686; in-8.vo.

Pysslinger (Balthasar), Regiment wider die schnelle krankheit der Pestilenz, 1527.

Q
Quernteni (Joachin.), wie man sich vor der schädlichen jezt regierenden Pestilenz bewahren solle. Erfurt; 1578; in-4.to.

R
Ramelow (Matth.), wie der gemeine Mann sich mit schlechten Mitteln wider die Pest bewahren und heilen könne. Braunschweig, 1652; in-4.to.

[153]
Rathschläge die Pest zu kuriren. Basel, 1577; in-8.vo.

Ratschlag für die Pestilenz. Basel, 1582.

Regenspurgische Staats Relation vom 17 October, 1770.

— — vom Jahr, 1781. N. 8.

Regiment (ein neu geordnet.) wider den tödlichen Gepressten der Pestilenz in Reimen zusammengesetzt. Oppenheim, 1519; in-4.to.

Regiment, wie man sich in Zeit regierender Pestilenz halten solle. Nürnberg, 1574; in-4.to.

— — (ein) zur zeit der Pestilenz, an welchem ende dafür man aderlassen solle. Augsp., 1521; in-4.to.

Rehfeld (Johann), miedicinischer Anschlag auf das der Stadt Erfurt zugehörige Landvolk gerichtet etc. 1626; in-4.to.

Rehmann (J. Christ.), Unterricht, wie man sich in den gefährlichen Läufen präserviren solle. Anspach, 1679; in-12.º.

Reinesii (Thomas), Rath und Bericht, wie bey jezt grassirender Pestseuche man sich derselben männiglich zu bewahren hat. Gera, 1625; in-4.to.

— (J. Maur.), Consilium Medicum, wie sich die Stadt Magdeburg gegen Gefahr der Pestilenz in Verfassung setzen könne. Magdeb., 1680; in-4.to.

[154]
Reuchlin, Unterricht wider die Pestilenz. Lubek, 1577; in-4.to.

Richter (Christ. Fridrich), Unterricht, wie man sich bey der Pest und andern Seuchen präserviren und kuriren könne. Halle, 1710; in-8.vo.

Ringebroig (Jo. Christoph.), von der Pest etc. Leipzig, 1683. A. D. B. LIX. B. p. 409.

Roch (Johann), Geschichte der im Monate November 1815 zu Racsa im K. K. Peterwardeiner Gränz-Regiments-Bezirke ausgebrochenen Pest. V. Beobachtungen und Abhandlungen aus dem Gebiete der gesammten praktischen Heilkunde etc. Erster B. Wien, 1819.

Rommel (Peter), von der Pest. Frankfurt, 1680; in-8.vo.

Rosa (Andreas), Bericht bey der Pest, wie man sich zu verhalten habe. Nürnberg, 1569, in-8.vo.

Rottendorf (Bernhard), Gutachten von der epidemischen Hauptkrankheit, rothen Ruhr, und Pest. Osnabrück, 1679; in-8.vo.

Rubiger (Joseph), Ordnung zur Präservation jeziger Zeit hin und wieder schwebender Sterbensläufen für gemeine Stadt und Land des Kreises. Eger. Hof. 1598, in-4.to.

Rumpelt (Valentin), Bericht von der Seuche der Pestilenz. Coburg, 1611; in-4.to.

[155]
Rusch, im Schreiben an Miller. V. Huffeland Journal der practischen Heilkunde XXII. B. 3. St. p. 149. seg.

S
Salzburger Medicinische Chirurgische Zeitung 1798. II. p. 272. 1801. I. p. 369. IV. p. 82. 1802. I. p. 447. 1803. II. p. 236. 1804. II. 3. p. 350. 1805. II. p. 398. (ordinationes austriacae) III. B. p. 367. 1806. IV. B. p. 97. 350. 1809. II. p. 122. 1812. III. p. 369. 1814. IV. p. 274. 1819. N. 83. 94. et passim.

Salzmann (Johann), Regiment wider den Lauf der Pestilenz. Wien, 1521.

Sambach (J. Georg.), gute Gedanken bey Erinnerung der anno 1680. allhier gewesenen Pest. Leipzig, 1683; in-4.to.

Safnonsky, Beschreibung der vom Jahre 1770 bis 1772 in Moskau herrschenden Seuche, nebst Anzeige aller zur Abwendung derselben genommenen Maasregeln. Moskau, 1776; in-4.to.

Sartorii (J. Ge.), Rath in der Pestzeit. Nürnberg; 1680; in-8.vo.

Scaliz (J.), Bericht, wie man sich dey den schweren Zeiten der Pest sowohl präservative [156]als curative zu verhalten habe. Freyburg in Breisgau, 1630; in-12.º.

Schaller (Daniel), Trostschrift bey geschwinden Sterbensläufen etc. Magdeburg, 1598; in-12.º.

Schamski (Alezander), Freund in der Noth, oder kurzer und gründlicher Unterricht, wie jeder bey jezt grassirender Seuche sein eigener Medicus seyn solle. Prag., 1713; in-12.º.

Scharf (Benjamin), Erinnerung zur Erkenn-, Bewahr- und Heilung der Pest. Jenna, 1681; in-12.º. V. Haller. Bibl. Med. Pr. III. p. 424.

Scheider (Barth.), Bericht, wie bey jezund regierenden schwerlichen Seuchen der Pestilenz sowohl die Kranken als die Gesunden sich zu verhalten haben. Breslau, 1568.

Scheuchzer (J. Jacob), Loimographia Massiliensis, die in Marseille und Provence eingerissene Pestseuche betreffend. Zürich, 1721; in-4.to.

— — von der massilianischen Pestseuche-. Zugabe. Zürich, 1721; in-4.to.

Schiller (Heinrich), Tractat von der Pestilenz. Hanau, 1686; in-8.vo.

Schilling (Adam), Regiment, wie man sich in der grausamen, und erschrecklichen Plage der Pestilenz verwahren solle. Nürnberg, 1575; in-4.to.

[157]
Schirag (Michael), Vier Rathschläge von dem pestilenzischen Fieber. Nürnberg, 1606; in-8.vo.

Schleher (J.), nützliches Regiment, wie zu diesen gefährlichen Sterbensläufen von der Pestilenz Gesunde zu bewahren, und Kranke zu kuriren seyen. Constanz, 1611; in-4.to.

Schleupner (Johann), Beschreibung von dem giftigen pestilenzischen Fieber der ungarischen krankheit. Linz, 1623; in-8.vo.

Schmidt (Joseph), Bericht von drey abscheulichen und ansteckenden Krankheiten der Pest, Franzosen und Scharbock. Augspurg, 1692; in-12.º.

Schnellenberg (Tarquinius), Zwanzig Pestilenzwurzel und bewährte Experiment. Frankfurt, 1563; in-8.vo.

Schober (Jacob), Bericht von der Krankheit der Pestis und Infection. Grätz, 1577; in-4.to.

Schoen (Michael), Bericht, wie man sich in den jezigen Sterbensläufen der Pest, und pestilenzischen Fieber mit Verwahrung derselben verhalten solle. Coburg, 1611; in-4.to.

Schoenberg (J. A.), über die Pest, welche im Jahre 1815-1816 zu Noja herrschte, mit Anmerkungen von G. H. Harles. Nürnberg, 1818; in-8.vo.

Schoeneich (Peter), gründlicher Bericht, und [158]Rathschläge, wie man in diesen schweren Läufen der Pestilenz sich halten, und bewahren solle. Frankfurt an der Oder, 1605; in-4.to.

Schoenfeld (Victorian.), Consilium wider die Ruhr, und Pestilenz. 1584.

Schoenheid (Victor.), Regiment, wie ein jeder sich in Zeit der Pestilenz halten und bewahren solle. Görliz, 1586; in-8.vo.

Schoenholzer (J. F. Balthasar), Tractat von der giftigen Seuche der Pest. Bern, 1611; in-8.vo. V. Haller. Bibl. Med. Pr. II. p. 425.

Schopf (Philip.), der Pest-Unterricht, wie man sich von solcher erblichenen Sucht wieder helfen solle. Heidelberg, 1583; in-8.vo.

Schorer (Christoph.), kurzer Unterricht von der Pest-Krankheit. Frankfurt, 1680; in-12.º.

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Sirberhaar (Martin), Bericht, wie man sich itzt in vorstehenden pestilenzischen Sterbensläufen verhalten solle. 1601; in-4.to.

Smetius (Heinrich), Unterricht, wie der gemeine Mann sich vor der Pestilenz hüten und heilen solle etc. Lemgo, 1583; in-8.vo.

Sommer (J. Georg.), medicinische Verordnung, was bey der in benachbarten Landen einreissenden Pest zu thun und zu lassen sey. Coburg, 1683.

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Strömer (Heinrich), Regimen, wie sich wider die Pestilenz zu verwahren, auch denen, die damit begriffen, Hilfe zu reichen. Leipzig, 1516; in-4.to.

Strobelberger (J. St.), kurze Beschreibung der gewissesten Arzneymittel, zur Präservirung und Kur in diesen Sterbensläufen. Nürnberg, 1625; in-8.vo.

Strubius (C.), Bericht, wie der gemeine Mann in den gefährlichen Sterbensläufen sich verhalten und kuriren solle. Wittemberg, 1597.

Sturz (J.), tröstliches und nützliches Regiment vor der Pest. 1542; in-4.to.

Summer (Balthasar), Untericht, wie in dieser gefährlichen Pestilenzzeit jedermann sich halten und verwahren solle. Wittemberg, 1597; in-4.to.

— (Udal.), Regiment und Ordnung, wie man sich in den gefährlichen Zeiten der Pestilenz halten solle. 1544; in-4.to.

[163]
T
Tack (J. Engelhard), Erinnerung, wie man sich bey Sterbensläufen bewahren, und von der angefallenen Seuche kuriren möge. Darmstadt; 1666; in-4.to.

Tenzel (Andreas), von Natur und Kur der Pest. Erfurt, 1627; in-4.to.

Thalii (Wendelin.), wie man vor der Pest sich präserviren solle. Mühlhausen, 1597; in-4.to.

Thelotten (Israel.), Bericht, wie man sich in Sterbensläufen verhalten solle. 1628; in-12.º.

Thiermayer (Fr. Ignaz), kurzer Unterricht in besorglichen und gefährlichen Seuchen, sowohl für die kranken Inficirten, als andere Personen, sammt vorhergehenden Präservativ-mitteln, und hernach folgender Instruction, wie bey begegnendem Falle alle inficirte Sachen wieder zu reinigen seyen. München, 1679; in-8.vo; und ib. neu aufgelegt 1713.

Tractätlein (höchstnützliches) des Officii zu Bamberg von der abscheulichen Pestilenz. Bamberg, 1680; in-8.vo.

Tractätlein (zwey kurze) von der Pestilenz etc. Zürich, 1629; in-8.vo.

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Tractätlein (drey auserlesene), von der Pest etc. Frankfurt, 1640; in-4.to.

Triphylodacnus, Giftjäger. Frankfurt, 1567; in-8.vo.

U
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Unterweisung, wie sich der Mensch wider die Pestilenz bewahren und Hülfe reichen mag. aus dem Regimen. H. Strömers. Leipzig, 1542; in-4.to.

[165]
Untzer (Matthias), Bericht von der Pestilenz. Hall, 1610; in-4.to.

V
Vadiani (Joachin), kurzer und tröstlicher Unterricht wider die sorgliche Krankheit der Pestilenz. Basel, 1519.

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[182]
Osservazioni ed Avvertenze generali intorno alle premesse bibliografiche Notizie.
Quantunque io abbia usato ogni maggior diligenza e studio nel raccogliere e compilare queste bibliografiche Notizie, le quali vengono a formare un catalogo molto più ampio di ogni altro finor pubblicato su questo suggetto; pure sono ben lontano dal credere che il lavoro mi sia riuscito completo. Molte Opere sull’argomento della Peste, e sulla pubblica Amministrazione Sanitaria non vi saran registrate, poichè non mi venne fatto di conoscerle, nè di trovarle descritte. Feci però, quanto meglio ho potuto; nè in questo fatto mi valse il desiderio di fare di più; dirò per altro al caso mio con uno scrittore autorevole: Vita brevis, libri multi, nummi parci, tempus arctum. Quelli che verranno dopo di me, lavorando sopra questa materia, potranno più di leggieri correggere ed ampliare l’opera mia. Io mi sono giovato delle Opere di Plouquet, dell’Adami, dell’Hallero, e di altri parecchi. Il lavoro lungo e nojoso per sè stesso ha richiesto molto tempo e molta pazienza. Aggiugni poi le particolari [183]ed avverse mie circostanze, e le non poche altre difficoltà, che ben conosce per esperienza chi versa su questo obbietto di letterarj esercizi.

Ma di quale utilità, dirà taluno, sono queste tue Notizie bibliografiche? che altro presentano esse fuori di una semplice indicazione di Autori, d’Opere, di Edizioni? Un così fatto Catalogo non contribuisce punto ai progressi della scienza o dell’arte. Esso non è che un soggetto di pura curiosità; uno studio vano di più vana ed arida letteratura. Sia pur ciò vero; nè altro sia il quadro degli Autori e dell’Opere che presento, che la serie di una sterile ed arida sposizione di nomi. Ma questa, che pur potrebbesi dire letteratura nominale, istruisce, e conduce non di rado alla letteratura reale. L’intendimento umano va passo passo dilatando la sua possanza, e le sue forze sull’infinità degli obbietti, anche coll’ajuto di apparentemente piccole cose.

E di vero, quando in una materia si conoscano gli autori, i luoghi, i tempi, i titoli e le ragioni delle Opere, quando se ne distinguano le qualità, quantità e occasioni delle edizioni diverse; quando tra l’opere di più argomenti sien note e distinte quelle in ispezie, che all’uopo di ogni scrittore, maestro, od artefice trattino l’argomento, [184]ch’egli abbia per mano, o di che in sul fatto gli occorra istruirsi, e su chi e quali con più sicurtà possa egli fondare i consigli e le prove del suo esercizio; allor si può dire che nell’arte o nella scienza siesi pur fatto felicemente alcun passo.

Oltre di ciò; è già manifesto che chiunque una scienza si propone di coltivare, cerca di aver notizia degli scrittori e delle opere, e di tutto ciò che alla prediletta scienza in qualsivoglia modo appartiene; quindi, versando sui respettivi obbietti, la mente ci porta a considerare e a conoscere le varie fonti donde attinger possiamo i principj, i mezzi, il corredo per l’esercizio e la pratica della facoltà che ci siam dati a seguire. L’amor proprio, l’amor della gloria, il desiderio o il bisogno di novità e d’interesse succedonsi, e tutti insieme pur anche mettono in foga le potenze tutte dell’anima, di maniera che ansiose cercano di conseguire il proposto lor fine; quindi trovano, e non di rado, in questi sussidj di erudizione norma, direzione, e suffragio. Ma senza più oltre parlare della forza che tiene sul cuore umano un tema propostosi di grande argomento, come non dovranno esser gradite, ed accette, per non dir necessarie, tutte sorti [185]d’idee e di notizie, che c’introducano a mano a mano nel grande stadio, corso gloriosamente dagli altri? Dalle quali idee io non posso non confortarmi nella mia intrapresa colla dolce speranza, che si conosca e si approvi la fatica e il divisamento di far precedere sì doviziosa suppellettile al generale e particolar Trattato, che sulla Peste mi dieder mezzo di compilare la sperienza, lo studio, l’osservazione, e l’analisi in mezzo ai varj crudeli suoi sintomi, ed ai terribili suoi effetti. E col pensiero tornando sul Catalogo da me compilato, pur mi conforta il vedere, come tanti chiari ingegni in ogni età e in differenti provincie con tanto merito ed onore travagliarono su questo argomento, non risparmiando nè fatica nè spesa, onde fornire all’uman genere provvedimento e salute. Finalmente la Repubblica letteraria mostrò sempre di aver buon grado a coloro, che hanno posto ogni cura, perchè si conservi la memoria di tanti benemeriti ed onorati Autori, i quali adoperarono il lor sapere e gli studi loro a vantaggio dell’umanità, facendo conoscere i progressi, e gli effetti delle loro osservazioni ed esperienze, ed illuminando il corpo sociale sopra oggetti di salute pubblica col mostrare i pericoli, che ne minacciano, e il modo [186]di preservarsi dal flagello più terribile e più devastatore dell’umana generazione.

Ora scendendo al particolare, d’ordinario si osserva, che ne’ casi dubbj di peste, o già scoppiata, o vicina, da ministri della pubblica autorità si fa ricorso a chi se ne crede più istrutto e perito. Nè è raro, che in così fatte emergenze a dare un giudizio, da cui spesso dipende la sorte delle popolazioni, o a sostener pubblici ufizj sanitarj, pur troppo per l’importanza loro gravissimi, sieno chiamate alcune persone, le quali, sebben fornite d’un titolo legale in alcuna parte dell’arte salutare, non di meno manchino delle necessarie cognizioni politico-sanitarie: o veramente altre tali, che, quantunque addette a tutt’altro mestiere, pure o in riguardo de’ vecchi sistemi, o per qualche combinazione sono collocate ad agire nella carriera Sanitaria, mancanti però affatto de’ lumi, e delle respettive cognizioni. Or sì gli uni, che gli altri possono a queste fonti giovarsi, perchè l’opera loro in sì duri frangenti torni a profitto della patria e della nazione. Essi impertanto vi troveranno una guida facile per rinvenire que’ lumi, de’ quali abbisognano, e con minore fatica e minor dispendio di tempo, ch’è prezioso in ogni [187]circostanza della vita, ma specialmente nelle calamitose congiunture di peste. Per sì facile mezzo ecco ripari opportuni al male, e all’onore ed al nome del magistrato, del medico, o di chi altro sia eletto ministro e provveditore.

L’uomo di lettere, il saggio, ed il perito non avrà forse bisogno d’indici e di cataloghi; ma non per questo inutile o grave tornerà a lui il vedersi registrato ordinatamente sì copiosa serie di autori. Nè a persuadernelo credo necessarie le già dette, nè altre ragioni da dirsi a prova della utilità di questo lavoro. In fatti il letterato o per troppe brighe o per moltiplicità di notizie e d’idee è talora sì inviluppato ed oppresso, che gli può tornar di sollievo e di scorta il trascorrere un elenco, e ‘l trascegliere, quale autore più e meglio per la reminiscenza conosca aver trattato la materia, ch’ei si trova fra mani. Di questo ajuto è più verisimile ch’egli abbisogni nelle calamitose e difficili congiunture di peste, nelle quali la mente agitata da continue angustie e timori, e sopraffatta da passioni diverse trovasi spesso in tumulto; perchè stando più confuse le idee, e le urgenze vie più premendo, più difficile anche ne suol venire il ritrovamento e la scoperta dei più saggi scrittori. Di questo mezzo [188]allora ei si giova non solo per riandare su idee utili, ma specialmente per risparmiare un tempo prezioso, il quale nel cercare tra proprj libri un oggetto d’altra parte fors’anche noto, assai di frequente si perde. In breve, sia vaghezza o bisogno che s’abbia d’istruirsi nell’argomento della Peste, ed in oggetti di pubblica amministrazion sanitaria, saran queste bibliografiche Notizie un mezzo, che conduce a buon fine. Nè val l’opporre: come è possibile in una selva di tanti libri, indicati soltanto, conoscere i buoni, gli utili, e sceglier quelli, che facciano meglio al caso proprio, ed ai bisogni instantanei corrispondano in tutto? Un solo catalogo di autori e di titoli non basta per far conoscere altrui ove all’uopo trovar si possa medicina e riparo alla ferocia ed urgenza del male. Non val l’opporre, io dissi, giacchè non è un Catalogo, donde riparo e medicina cercar si voglia, ma bensì da un Catalogo destar nozioni e principj, de’ quali potersi all’uopo fornire, e provvedersi l’autore, che si conosca, o per la propria o per l’altrui sperienza, far meglio al proposito. Conciossiachè ogni libro d’una materia per naturale principio si sa contenere almeno su quel soggetto alcune generali avvertenze, le più conosciute [189]sperienze e nozioni; in una parola, la disciplina, il metodo, la dottrina seguita in quelle date occasioni, per le quali s’è scritto. Di più; e chi non sa quasi tutti aver poi coteste generali nozioni e regole vicendevolmente seguite? Ma de’ più recenti parlando, è ben chiaro, come che la filosofia, la storia generale, la fisica scienza, e la chimica, a’ nostri tempi salite in alto grado di cognizioni e di forza, anche da queste fonti sonosi ampliate; così pure la facoltà di combattere questo truce e maligno nemico dell’umana specie. Quindi giova avvertire che i più recenti fra gli autori, al confronto degli altri, hanno in se raccolto un maggiore corredo di cognizioni atte a fiaccarne la tremenda possanza. Il perchè un catalogo, che sponga, come degli antichi, così de’ più recenti scrittori il nome ed il titolo, e che delle varie opere loro distingua i tempi e le classi, dovrà risguardarsi come un’ottima guida, un utile scorta, ancorchè materiale, capace di condurci allo scopo desiderato.

Ma per entrar al fine nel midollo del mio suggetto, e per agevolar altrui il pro, ch’io me ne sono proposto, alla conoscenza, alla scelta, e all’uso de’ libri da me registrati gioveran forse le seguenti generali avvertenze.

Ancorchè i filosofi ed i storici antichi Greci [190]e Latini molto prima de’ medici abbiano conosciuto la contagione della peste; e fra gli altri Tucidide, Aristotele, Dionisi d’Alicarnasso, Diodoro di Sicilia, Appiano d’Alessandria, Anna Comneno, Evagrio, Procopio, Eusebio Panfilo, Tito Livio, Ammiano Marcellino, Boccaccio, e tanti altri, della qualità sua attaccaticcia più o meno chiaramente ne abbiano scritto; quantunque tra gli autori che fiorirono prima del secolo XV s’abbiano pur ottimi precetti intorno la peste e le malattie contagiose; e li provvedimenti politico-sanitarj de’ Veneti del secolo XIV, quelli del Governo di Milano, e d’altre principali città d’Italia ottimi suggerimenti preservativi contengano; pur si vuol tenere, che le più chiare idee della peste e dei mezzi da ripararla debbonsi agli autori del secolo XV, e particolarmente a quelli del secolo XVI. Raimondo da Vinario, Guido da Cauliaco, autori del secolo XIV, ricordarono appena, che fosse pericoloso il trattar coi malati di peste, e con quelli, che venissero da siti appestati, ma non conoscevano nè i mezzi nè i modi del purificare le robe infette, nè quelli del ripararsi dall’infezione, come dottamente prova l’Autor degli Annali Universali di Medicina. Marsilio Ficino Fiorentino, Alessandro [191]Benedetti, Veronese, scrittori del secolo XV hanno tra i primi divulgata la nozione del contagio; ma le vere cognizioni intorno il contagio, e le più chiare idee della peste e dei mezzi di preservazione si debbono specialmente agli autori del secolo XVI. Gli antichi medici non avevano per così dire idee dei contagi, o quali ne avevano, erano poche ed imperfette. La maggior parte da vizio nell’aria, da corruzione dell’aria, da un’aria velenosa la contagion ripetevano. Il perchè, quasi tutti raccomandarono i vieti bezoardici, l’accensione de’ fuochi, la purificazione dell’aria con sostanze odorose, per difendersi dall’infezione e per estinguer la peste. Altri le cagioni di essa da influsso degli astri e delle stelle derivarono, altri dagli influssi terrestri; e v’ebbero pur anco autori e diversi del secolo XVII, che non seppero svincolarsi da tali ridicole opinioni. In fatti pubblicò il Leto proceder la peste dalla sostanza del cielo (Parigi, 1621), l’Helbling essere ingenerata la peste da un triplice ente, cioè divino, degli astri, naturale (Friburg, 1615), l’Artmanno, nell’aria consistere le cagioni della Peste (Regiom, 1687), il Bartolino, Consiglio per correggere l’aria pestilenziale (Hafn., 1654), Giovanni Giovane de’ [192]Medicamenti Bezoardici, il cui uso preserva dalla Peste (Antwerp. 1585), il Lasson essere il bolo armeno rimedio della Peste (Parigi, 1575), il Limbisano dal terremoto, come cagion della Peste (Napoli, 1629), ed altre si fatte opinioni. Per molto tempo i mali contagiosi sono stati insieme confusi coi mali epidemici, e ad onta degli insegnamenti di valenti scrittori, per lungo tempo la peste è stata dai medici confusa con altri morbi. Dal Fracastoro incominciarono i medici occuparsi di proposito di questa materia gravissima. A lui dobbiamo di essa le vere e più esatte nozioni; non che al Sennert, al Lancisi, a Prospero Alpino, al Sydenham, al Mead, allo Schmid, ec.

L’altro ricordo, che gioverà aver presente intorno la scelta dei libri, si è di guardarsi cautamente da quegli autori, che, sedotti da soverchio amore per la propria opinione, o vaghi di singolarizzarsi, dichiararonsi oppugnatori della comunicabilità della peste; e ad onta delle immense stragi, che ha menate cotesto flagello desolatore, non ostante le osservazioni in tutti i tempi, su tutti i luoghi, l’opinione di quasi tutti gli scrittori, ed il generale consentimento, sostennero la non contagione della peste. Questa opinione è stata una delle più [193]funeste all’umanità, come quella, che trasse sovente le troppo credule Magistrature nel gravissimo errore di abbandonare le necessarie cautele di Sanità; quella, che mantenne la dissensioni e contraddizioni fra i medici, e quella certa dubbiezza fra le popolazioni, da cui derivarono incalcolabili danni. D’altra parte, fra gli oppugnatori della contagione della Peste si noverano scrittori per autorità e rinomanza riputati ed illustri; p. e. lo Stoll nel 1774 (Ratio medendi V. II. p. 59.) nega alla peste la qualità attaccaticcia. Questa stessa opinione è sostenuta dal Protomedico Ferro nel 1782 von der Ansteckung der epidemischen Krankheiten und besonders der Pest. Leipzig, 1782. Allgemeine deutsche Bibl. LIII. p. 387. Tüb. Anz. 1785. p. 205, da esso poi emendata nel 1787. Nähere Untersuchung der pestansteckung, nebst zwei Aufsaetzen von der Glaubwürdigkeit der meisten Berichten der Moldau und Walachey, und der Schaedlichkeit der bisherigen contumazen von D. Lange und Fronius. L’Assalini nel 1801 riproduce la medesima opinione della non comunicabilità della peste (Riflessioni sopra la Peste di Egitto. Anno IX. 1801.). Il Webster scrisse nel 1800 un’opera in due volumi, nella quale si sforzò di provare che la peste, la scarlattina, [194]la petecchiale, la febbre gialla non sono contagiose (A brief History of pestilential Diseases ecc. London, 1800.). L’Adams nel 1809 ha sostenuta l’opinione del Webster (An Inquiry in to the Laws of epidemie etc. London, 1809.); e il Maclean nel 1817 e 1818, oppugnatore appassionato della comunicabilità della peste, giunse per fino ad esporre se stesso al pericolo di restar vittima del contagio per dar prova della sua opinione. L’Hancock nel 1821 è dell’opinione del Webster e del Maclean (Hancock, Researches in to the Laws and Phenomena of Pestilence etc. London, 1821, Maclean, Results of an Investigation respecting epidemic and pestilential Diseases ecc. London, 1817. 1818.). Diversi altri autori molto prima di questi hanno negato alla peste la qualità contagiosa; tra’ quali il Bouillet (Suite des Elemens de la Medecine pratique), il Dessenius a Cronenbourg (de Peste Commentarius vere aureus ecc. Coloniae, 1564.), il Jourdan (Pestis Phaenomena ecc. Francofurti, 1576.), il Faccio (Paradossi della Pestilenza. Genova, 1584.), il Magirus (von der Pest. Amsterdam, 1632.), il Lange (Rudimenta Doctrinae de Peste. Viennae, 1784.), il Dale Ingram (an Historical Account on the several Plagues [195]that have appeared in the World since the year 1346: with an Inquiry into the present prevaling opinion, that the Plague is a contagions Distemper, ecc. London, 1755.). Giova assai conoscere i sostenitori di sì pericolosa opinione per non lasciarsi sedurre in così grave argomento dalle loro dottrine, le quali, a guisa di quelle funeste meteore, che spargono una falsa luce sull’orizzonte, sono meno atte ad illuminare, che più non sieno acconce a danneggiare la terra.

Ma proseguendo a ragionare sulla scelta de’ libri, secondochè occorra, sarà buon avviso di attenersi a quegli autori pratici, ch’ebbero a trovarsi in occasione di peste, avendo essi fatte le loro osservazioni in mezzo alle stragi del morbo, e quasi come sul campo di battaglia. Questa è la cattedra dell’istruzion più sicura; non quella di coloro, che lontani dal pericolo, senza aver mai veduto nè peste nè appestati, fra gli ozj tranquilli de’ loro gabinetti letterarj si accinsero a scriverne, trascrivendo di qua e di là le altrui osservazioni, o al più i voli seguendo di troppo fervida immaginazione. Chi non si trovò nel caso di peste, difficilmente si potè formare un’adeguata idea di questo morbo esiziale; quindi è pur inverisimile, [196]ch’ei possa dirette nozioni altrui sporre. Gli scritti di un autore, a cui toccò di osservare da presso una o più pestilenze, hanno un certo carattere solenne di verità e d’interesse, che li dee far distinguere di leggieri, per chi non è ignaro della materia, da tutti gli altri appartenenti ad autori, che non siensi trovati a trattare sì luttuoso argomento. Dovendo scegliere, specialmente in parità di circostanze, sarà sempre meglio preferire gli originali alle copie.

In oltre giova avvertire, che una fatale ripetuta sperienza ci ha finor dimostrato, che nel morbo della peste sono pericolosissimi in pratica gli autori teoretici, i fautori di sistemi, e d’ipotesi, li quali talvolta assai più della peste medesima riescon fatali. Una prova di questa verità ci offrono le funeste, e terribili conseguenze, che nella desolatrice peste di Marsiglia del 1720 ebbero le false opinioni teoretiche di Chicoyneau, Saulier, Verney, sull’indole di questo morbo; i quali, educati alla scuola, e nelle false dottrine di Chirac professore a Montpellier, uomo per altro celeberrimo a que’ tempi, ma che non avea mai veduto la peste, non seppero rinunziare all’abbracciato sistema, e alle dottrine ricevute dal loro maestro, [197]malgrado l’evidenza dei fatti ed i furori di un contagio sterminatore, ostinatisi a considerare la malattia, come una febbre perniciosa bensì, ma non contagiosa. Ciò sciauratamente avvenne in varj altri casi di pestilenza per la suddetta cagione di false opinioni teoretiche, e di una fatale insistenza nell’attenersi alle abbracciate ipotesi sistematiche. Nell’argomento specialmente della peste, ed in ogni altro di malattie epidemiche e contagiose i fatti, quanto più nudamente e fedelmente esposti si trovano, tanto meglio di essi ne comparisce l’importanza, tanto più utile ed istruttiva ne riesce la storia.

Or io non m’intratterrò a dar un giudizio sul merito di ciascheduna Opera in particolare. Ad eseguir ciò, come converrebbe, troppi mezzi, più tempo e dottrina, ch’io non ho, ci vorrebbero.

Premesse tutte queste nozioni, a guida dei più inesperti, a’ quali potessero tornar giovevoli le sopraccennate bibliografiche notizie, additerò alcuni autori, che della Peste han trattato, secondo me, in modo più singolare e opportuno, per quanto m’è riuscito di raccogliere.

Questi sono l’Ingrassia, il Massaria, il [198]Diemerbroek, il Peima da Beinthema, l’Hodges, il Sorbait, il Sydenham, il Werlosching, il Schamschy, il Benza, il Mead, il Fornes, il Deidier, lo Schreiber, il Paris, il Minderero, il Bertrand (Gio. Battista), il Mertens, il Semolovitz, l’Orreo, il Russel, il Chenot, lo Schraud, il Valli, il Foulkner, il Mac-Gregor, il Foderé, il Romani, il Grohmann. Non altrimenti è da tenere degli altri tutti, che fecero parte della Spedizione Francese in Egitto, che furono il Desgenettes, il Lerroy, il Pugnet, il Savaresi, il Frank, il Sotira, l’Autore du Courrier de l’Egypte ecc., così pure le dottrine di alcuni celebri uomini, che senza esser medici hanno dato al pubblico trattati, e descrizioni sulla Peste, di un merito, che vince d’assai quelle di molti medici: e sono il Card. Gastaldi, il Padre Maurizio da Tolone Cappuccino, il Padre Antéro Maria da s. Bonaventura, il Turriano, il Mazzucchelli, il Muratori, il Cav. Azuni; il Papon, lo Scudéri, il Boccaccio, Marsilio Ficino, il Rondinelli, il Ripamonti; la più parte de’ quali raccolsero le loro osservazioni di mezzo alle terribili devastazioni della peste. Così pur è da dire di tanti altri rispettabili pratici, che trovaronsi in occasioni di Peste, e che sodamente di essa [199]ragionarono, come sono il Fracastoro, il Cardano, il Bairo, il Massa, Valesio da Bourgdieu, Prospero Alpino, il Capivaccio, Roderico e Pietro da Castro, il Susio, il Moller, il Landi, il Rinci, Gio. Battista Gemma, il Barbette, il Daciano, l’Alfano, il Pona, il Managetta, il Lebselter, il Dornkrell, lo Schoenborn, il Bokel, il Garnerio, il Settala, il Sestini, l’Imperiale, il Pasini, il Righi, il Redlich, il Ghisellero, il Giberti, il Fabroni, il Rivino, il Kanold, il Gottwald, lo Sthaar, il Pichari, il Daver, l’Astruc, il Loob, ed altri molti, ch’io non conosco, o de’ quali non ho ancora chiara l’idea. Che se si abbia vaghezza o bisogno d’istruirsi di cose relative alla storia generale, ovvero alle varie epoche delle Pesti, converrà ricercarle principalmente fra i Cronologisti; e sono l’Adami, il Graziolo, il Gastaldi, il Padre Kirchero, il Lebenswaldt, il Cavriolo, l’Agricola, il Tarcagnotta, il Platina, il Musanzio, e tanti altri ancora a me ignoti.

Intorno poi a que’ Regolamenti Politico-Sanitarj, che le varie città e provincie, e i differenti Governi stabilirono a loro difesa, e che costituiscono altrettanti codici di leggi e di editti sanitarj, non mi fo lecito di darne giudizio. [200]Questi Regolamenti parziali hanno immediato rispetto alle circostanze particolari de’ luoghi, de’ costumi, usi, ordini, vizj, bisogni, ecc. dei differenti paesi. Ciò ch’è buono in un luogo, può non convenire ad un altro. Fra i molti che ho indicati nel Catalogo bibliografico, potendosi scegliere, gioverà forse preferire quello o quelli che appartengono a città o a provincie costituite in parità di circostanze; e che alla situazione, usi, bisogni, ecc. della provincia, minacciata o colpita, più van da presso. Si avverta in oltre che i paesi e le provincie più soggette alla peste, quelle cioè che sono state istrutte da una maggiore e più trista sperienza, posseggono d’ordinario i migliori Regolamenti; mentre le provincie e le città più lontane dal pericolo della peste, e meno soggette a questo flagello, o non hanno Regolamenti, o gli hanno viziosi e imperfetti. I Regolamenti Sanitarj de’ Veneziani contenevano, relativamente ai tempi, in cui sono stati scritti, ben ottimi provvedimenti preservativi, specialmente per quanto riguarda le sospette comunicazioni dalla parte di mare; nè si può contendere ai Veneti la gloria di essere stati in questa specie di scienza i primi maestri delle altre nazioni. Ottimi provvedimenti preservativi [201]pur anco contengono i Regolamenti Sanitarj di varie città e provincie della Germania ma questi si riferiscono specialmente alle sospette comunicazioni dalla parte di terra. Molti porti e lazzeretti di Europa hanno ora dei Regolamenti eccellenti; ma questi Regolamenti non sono di pubblico diritto, e si custodiscono per lo più con una certa gelosia, che non favorisce il progresso delle idee, e delle scienze. Intorno ai principali lazzeretti di Europa si potrà consultare l’opera di Howard, che ne ha scritto ex-professo.

Finalmente a mio credere le Opere sulla Peste troppo voluminose, troppo lunghe, quelle che contengono molti dottrinali e molte parole, e che non sono scritte con chiarezza e precisione, non giovano gran fatto, sono di poca o nessuna utilità in tempo di peste, per quelli specialmente che aspettano quell’occasione per istruirsi, accesosi in loro il desiderio d’imparar a schivare il pericolo, quando sta loro alle spalle, restando allora appena tempo di adoperare i mezzi necessarj al salvarsi. La chiarezza, l’ordine, la disposizione piana e regolare degli argomenti, una tessitura facile, e tale che ne porti l’effetto di ritrovar prontamente e per ogni caso l’occorrente istruzione, [202]sono qualità pregevolissime in ogni opera di qualsivoglia materia; ma particolarmente si rendono qualità essenziali e utilissime nelle Opere, che trattano della Peste o della pubblica Amministrazion Sanitaria.

[203]
SERIE
DI TUTTE LE PESTILENZE PIÙ MEMORABILI

DAI PIÙ REMOTI TEMPI FINO AL PRESENTE
SECONDO LA CRONOLOGIA COMUNEMENTE SEGUITA

AGGIUNTEVI RESPETTIVAMENTE

LE COSE PIÙ CONSIDEREVOLI

CHE LE ACCOMPAGNARONO.

[204]
Quemadmodum prosperarum rerum meminisse aliquid in se et voluptatis et utilitatis habet; ita pariter infaustos eventus subinde memoria revolvere est decorum: hos nempe omni studio evitare satagendo, illas consectando.

[205]
SERIE CRONOLOGICA

DI TUTTE LE PESTILENZE MEMORABILI
DAI PIÙ REMOTI TEMPI FINO AL PRESENTE.

È necessario che l’uomo s’istruisca colla sperienza del passato per cessare i pericoli ed i mali, a cui va incontro, percorrendo il cammino della vita. Alla scuola dell’avversità suol esso apprendere le grandi lezioni. Questo maestro eloquente ed imperioso giugne alcuna volta ad illuminarci, a spogliare del loro prestigio gli errori, che ci traviano, a farci ammirare la verità, che sfugge alle nostre ricerche, e a trarci dal precipizio, in cui eravam per cadere. Noi fortunati, se le disgrazie altrui potranno servire per noi di lezioni salutari; ed anzi che della nostra sapremo profittare dell’altrui sperienza! Io mi accingo a presentare un quadro spaventevole di calamità e di stragi prodotte dalla Peste in varie epoche, presso popoli diversi, fra differenti nazioni, in un gran numero di città, di paesi, e di provincie. Non vada perduto questo lavoro, rivolto al bene dell’umanità. La vista e la conoscenza di tante sciagure [206]parlino al nostro cuore un linguaggio eloquente ed efficace, onde farci scorgere la verità nel suo vero sembiante, e sentire in così grave argomento i suggerimenti della prudenza e della ragione. Se i favori della sorte ci corrompono, se la gradevole prospettiva del piacere e della gloria ci seduce e ci inebria; l’aspetto di tanti mali, che desolarono la terra, francheggi la nostra virtù, animi la nostra attività, e la nostra costanza, onde porre in pratica tutto quello ch’è stato riconosciuto più atto ad iscansare il pericolo di simili calamità, ed a guarentirci da questo orrendo flagello, che, dovunque s’insinua, moltiplica intorno a se ad ogni passo la miseria e la morte. In Europa la severa osservanza di saggi Regolamenti Politico-Sanitarj, la buona scelta di persone deputate al Sanitario Ufizio, l’incoraggiamento ed il premio accordato ai buoni servigi ed al merito, sono i veri mezzi, ed i più sicuri di prevenire la peste, e di allontanarne il pericolo. Però la maggior parte degli uomini volgono altrove i loro sguardi da tutto ciò, che può rattristarli; non vogliono nè vedere i mali, nè pensarvi, nè sentirne parlare. Non cercano che il piacere, e non fanno che correr dietro ad esso senza mai raggiungerlo. Conosco pur troppo [207]che l’orgoglio, la vanità, l’interesse, la gelosia, mettono spesso fra noi e la verità un’insuperabil barriera. Quindi si fugge ciò, che vorrebbe richiamarci al serio pensare; si disapprova tutto ciò, che ne rimprovera i nostri falli e la nostra indolenza. D’altra parte ciò, che lusinga le nostre inclinazioni, di leggier si crede e si adotta: ma taccia per poco la voce prepotente ed energica della passione; si gitti uno sguardo sull’aspetto miserando delle orribili sciagure accagionate dalla peste, e si cessi dall’indifferenza e dall’egoismo sopra un soggetto sì grande, che sì da vicino risguarda la prosperità pubblica e privata delle nazioni.

La peste è l’inimico più grande degl’Imperi e degli Stati, dappoichè essa gli spopola, e colla distruzione de’ suoi abitatori v’introduce lo squallore e la miseria. La peste minaccia tutti gli uomini indistintamente di ogni classe, di ogni condizione, d’ogni età. Tutti dunque siamo chiamati da un interesse comune a riunirci per combatterla e allontanarla.

Un popolo, ricco di trofei, di monumenti, di gloriose geste, di nomi illustri, di eroi, non sarà mai così grande quanto quello, i cui cittadini impiegarono i loro talenti, le loro virtù, i loro mezzi per conservare fra la società il [208]prezioso tesoro della salute, ed allontanar dalla patria e dalle famiglie le cause funeste di fisiche calamità, di miseria, di dolore, di pianto, di malattie, di morti disperate e immature. Nè sano consiglio è l’abbandonarsi ad una cieca indolenza per la sola ragione, che ci troviamo in luogo meno esposto al pericolo. La peste penetrerà più facilmente e farà più stragi, quanto più ci troverà alla scoperta. Chi non ha imparato a combattere questo crudele nemico, chi non istà in guardia contro i suoi assalti e le sue insidie, d’ordinario resta irreparabilmente la vittima degl’inattesi suoi colpi. È vero, che i progressi delle scienze e delle dottrine hanno minorato fra le nazioni più colte il pericolo; ma dovunque sia grande la cupidigia dell’oro, l’amore delle ricchezze, è sempre aperta la via a questo morbo crudele per introdursi sconosciuto sin là, dove meno si veglia per difendersi da suoi attacchi.

Passo infrattanto ad indicare le varie epoche più celebri della peste, e le stragi più memorabili di questo mostro omicida. Alziamo la cortina del quadro con quel certo rispetto, ch’è dovuto alla sventura; e a’ piedi di esso scriviamo a caratteri indelebili la sentenza di un illustre filosofo:

[209]
«Bisogna profittare delle lezioni salutari del passato, gittar gli occhi sul presente senza debolezza, e sull’avvenire senza illusioni».

Io non garantisco punto, che tutte le mortalità descritte dagli storici e dai cronologisti sieno state l’effetto della vera peste, o sì veramente di altre malattie epidemiche e d’indole somigliante, colle quali ne’ primi tempi, e fino agli ultimi secoli, per soverchia riverenza ai dogmi degli antichi padri dell’arte, la peste soleva esser confusa. Quindi mi accingerò a dare i pochi cenni storici sopraindicati intorno le principali e le più celebri pestilenze, cominciando dalla più antica, che sia conosciuta, cioè da quella dell’anno del mondo 2443 fino al giorno d’oggi, attenendomi fedelmente in questa parte all’opinione de’ sovraccennati storici e cronologisti; dacchè non è del mio assunto prender ora in esame le differenti loro opinioni.

ANNI DEL MONDO
SECONDO L’ERA LA PIÙ COMUNE.
Anno del Mondo 2443. La più antica pestilenza conosciuta, secondo le più diligenti ricerche, è quella dell’Egitto accaduta l’anno [210]del Mondo 2443, sotto il regno di Remesse, padre di Amenofi ed avo di Sesostri[5]. In quest’anno quasi tutte le città dell’Egitto furono colpite dal morbo pestilenziale; il qual, propagandosi successivamente per le provincie confinanti, si arrestò alla fine nell’Etiopia, ed ivi scaricò tutto il suo furore, desolando quella vasta provincia dell’Affrica. (Exod. cap. 7. 8. 9. 10. 11. Euseb. in Chronic. Franc. Piense in Chronolog. Pest. V. Gastaldi de avertenda et proflig. Peste. Cap. II. p. 9. et seq.).

A. del M. 2500. Dall’Egitto e dall’Etiopia la peste non tardò molto a propagarsi nella Grecia, dove si manifestò nell’anno del mondo 2500, sotto il regno di Eaco avo di Achille, e padre di Peleo. Per lungo tempo la Grecia ebbe a soffrire que’ gravissimi e spaventevoli disastri, che accompagnano d’ordinario questo morbo devastatore, sotto i cui orribili colpi parecchie migliaja d’individui vi restarono vittima. [211]Questa peste fu una delle più crudeli e terribili, ed Ovidio ne la descrisse con molta eleganza e virtù di eloquenza, come al leggerla si può riconoscere; piacendomi a questo fine di riportarla, come farò di altre simili descrizioni.

Descrizione della peste di Egina

Ovid. Metamorph. VII. v. 523.

Dira lues ira populis Junonis iniquae

Incidit, exosae dictas a pellice terras.

Dum visum mortale malum, tantaeque latebat

Causa nocens cladis; pugnatum est arte medendi.

Exitium superabat opem; quae victa jacebat.

Principio coelum spissa caligine terras

Pressit; et ignavos inclusit nubibus aestus.

Dumque quater junctis implevit cornibus orbem

Luna; quater plenum tenuata retexuit orbem,

Letiferis calidi spirarunt flatibus Austri.

Constat et in fontes vitium venisse, lacusque;

Milliaque incultos serpentum multa per agros

Errasse; atque suis fluvios temerasse venenis.

Strage canum prima, volucrumque, oviumque, boumque,

Inque feris subiti deprensa potentia morbi.

Concidere infelix validos miratur arator

[212]

Inter opus tauros; medioque recumbere sulco.

Lanigeris gregibus, balatus dantibus aegros,

Sponte sua lanaeque cadunt, et corpora tabent.

Acer equus quondam, magnaeque in pulvere famae,

Degenerat palmae, veterumque oblitus honorum

Ad praesepe gemit, leto moriturus inerti.

Non aper irasci meminit; nec fidere cursu

Cerva; nec armentis incurrere fortibus ursi:

Omnia languor habet; silvisque, agrisque, viisque

Corpora foeda jacent: vitiantur odoribus aurae.

Mira loquor: non illa canes, avidaeque volucres,

Non cani tetigere lupi: dilapsa liquescunt;

Adflatuque nocent, et agunt contagia late.

Pervenit ad miseros damno graviore colonos

Pestis, et in magnae dominatur moenibus urbis.

Viscera torrentur primo: flammaeque latentis

Indicium rubor est, et ductus anhelitus aegre.

Aspera lingua tumet; trepidisque arentia venis

Ora patent: auraeque graves captantur hiatu.

Non stratum, non ulla pati velamina possunt:

Dura sed in terra ponunt praecordia: nec fit

Corpus humo gelidum, sed humus de corpore fervet.

Nec moderator adest: inque ipsos saeva medentes

Erumpit clades; obsuntque auctoribus artes.

Quo proprior quisque est, servitque fidelius aegro;

In partem leti citius venit. Utque salutis

Spes abiit, finemque vident in funere morbi;

[213]

Indulgent animis; et nulla, quid utile, cura est;

Utile enim nihil est: passim, positoque pudore,

Fontibus, et fluviis, puteisque capacibus haerent:

Nec sitis est exstincta prius, quam vita, bibendo.

Inde graves multi nequeunt consurgere, et ipsis

Immoriuntur aquis: alius tamen haurit et illas.

Tantaque sunt miseris invisi taedia lecti;

Prosiliunt: aut, si prohibent consistere vires,

Corpora devolvunt in humum, fugiuntque penates

Quisque suos: sua cuique domus funesta videtur.

Et quia caussa latet, locus est in crimine. Notis

Semanimes errare viis, dum stare valebant,

Adspiceres; flentes alios, terraeque jacentes,

Lassaque versantes supremo lumina motu.

Membraque pendentis tendunt ad sidera caeli,

Hic, ubi mors, animam deprenderat exhalantes.

A. del M. 2543. Gli autori fanno menzione di un’altra gravissima peste, che afflisse in quest’anno l’Egitto, regnando Faraone. Siccome agli eccessi della crapula erasi abbandonato il popolo Ebreo, prima che scoppiasse il morbo, così il luogo stabilito per la tumulazione de’ cadaveri di coloro, che sono periti nel corso di questa pestilenza, riportò il nome di sepolcri dei golosi, sepulcra gulosorum. È indicato esser stato questo il quinto castigo, con cui venne [214]punita la durezza e l’empietà di Faraone. (Exod. cap. 9. Numer. V. et Salian.).

A. del M. 2583. In questo anno infuriò una terribile pestilenza nell’Arabia Petréa. Quivi giunto il popolo Ebreo in Sethim, dopo l’uscita dall’Egitto, si abbandonò agli eccessi di un impuro commercio colle donne de’ Moabiti e de’ Madianiti, che abitavano in quelle vicinanze. Dagli eccessi di voluttà passò questo popolo, ebbro di vizio, all’empietà ed all’apostasia. Iddio lo punì colla peste, la quale uccise ventiquattro mille di essi. (Numer. C. XXV. ex Paraphraste Chaldaeo, et ex Jacobo Saliano).

Alcuni autori fanno menzione di un’altra terribile pestilenza circa quest’epoca insorta fra il popolo Ebreo, che non fu forse che la continuazione o la rigerminazione della medesima sopraddescritta, la quale invadeva improvvisamente sotto l’aspetto di una febbre inflammatoria. Essa uccise cento quarantasette mille persone. Allora se ne attribuì la causa al morso avvelenato di alcuni animali volanti per l’aria, che rutilanti apparivano a guisa di fuoco, e perciò furono chiamati igniti. (Numer. Cap. XXV. V. Adami Bibl. Loimic. pag. 209.).

A. del M. 2730. Troja, regnando Laomedonte, padre di Priamo, ed avo di Ettore, fu colpita [215]dalla peste, colla quale si è creduto, che i Dei punissero la perfidia del re allora regnante. (Tarcagnotta Hist. Mund. Seneca, ed altri).

ecco la Descrizione che ne lasciò Seneca

In Oedipo v. 37. 70. — 124. 201.

Non aura gelido lenis adflatu fovet

Anhela flammis corda: non Zephyri leves

Spirant: sed ignes auget aestiferi Canis

Titan, Leonis terga Nemaei premens.

Deseruit amnes humor, atque herbas color;

Aretque Dirce; tenuis Ismenos fluit,

Et tingit inopi nuda vix undâ vada.

Obscura caelo labitur Phoebi soror;

Tristisque mundus nubilo pallet novo.

Nullum serenis noctibus sidus micat:

Sed gravis et ater incubat terris vapor,

Obtexit arces caelitum ac summas domos

Inferna facies; denegat fructum Ceres;

Adulta et altis flava cum spicis cremat:

Arente culmo, sterilis emoritur seges,

Nec ulla pars immunis exitio vacat;

Sed omnis aetas pariter et sexus ruit,

Juvenesque senibus jungit, et gnatis patres

Funesta pestis; una fax thalamos cremat:

Fletuque acerbo funera et questu carent:

[216]

Quin ipsa tanti pervicax clades mali

Siccavit oculos; quodque in extremis solet,

Periere lacrimae; portat hunc aeger parens

Supremum ad ignem: mater hunc amens gerit,

Properatque; ut alium regerat in eumdem rogum.

Quin luctu in ipso luctus exoritur novus,

Suaeque circa funus exsequiae cadunt:

Tum propria flammis corpora alienis cremant.

Diripitur ignis; nullus est miseris pudor.

Non ossa tumuli sancta discreti tegunt.

Arsisse satis est; pars quota in cineres abit?

Deest terra tumulis: jam rogos silvae negant.

Non vota, non ars ulla correptos levant.

Cadunt medentes; morbus auxilium trahit.

. . . . . . . . . . . . . . . .

Labimur saevo repente fato.

Ducitur semper nova pompa morti;

Longus ad manes properatur ordo

Agminis moesti, seriesque tristis

Haeret, et turbae tumulos petenti

Non satis septem patuere portae.

Stat gravis strages, premiturque juncto

Funere funus.

Prima vis tardas tetigit bidentes,

Laniger pingues male carpsit herbas.

Colla tacturus steterat sacerdos,

Dum manus certum parat alta vulnus,

[217]

Aureo taurus, rutilante cornu,

Labitur segnis; patuit sub ictu

Ponderis vasti resoluta cervix.

Nec cruor ferrum maculavit; atra

Turpis e plaga sanies profusa est.

Segnior cursu sonipes in ipso

Concidit gyro, dominumque prono

Prodidit armo.

Incubant pratis pecudes relictae;

Taurus, armento pereunte, marcet:

Deficit pastor, grege deminuto,

Tabidos inter moriens juvencos.

Non lupos cervi metuunt rapaces;

Cessat irati fremitus leonis;

Nulla villosis feritas in ursis.

Perhibit pestem latebrosa serpens.

Aret; et sicco moritur veneno.

Non sylva, sua decorata coma

Fundit opacis montibus umbras,

Non rura virent ubere glebae.

Non plena suo vitis Iaccho

Brachia curvat.

Omnia nostrum sensere malum.

Rupere Erebi claustra profundi

Turba sororum face Tartarea:

Phlegethonque sua motam ripa

Miscuit undis Styga Sidoniis.

[218]

Mors alta avidos oris hiatus

Pandit, et omnes explicat alas:

Quique capaci turbida cymba

Flumina servat durus senior,

Navita crudus, vix adsiduo

Brachia conto lassata refert,

Fessus turbam vectare novam.

Quin Taenarii vincula ferri

Rupisse canem fama, et nostris

Errasse locis; mugisse solum;

Vaga per lucos simulacra virum

Majora viris: bis Cadmeum

Nive discussa tremuisse nemus,

Bis turbatam sanguine Dircen:

Nocte silenti Amphionios

Ululasse canes.

O dira novi facies leti

Gravior leto! piger ignavos

Adligat artus languor; et aegro

Rubor in vultu; maculaeque caput

Sparsere leves: tum vapor ipsam

Corporis arcem flammeus urit;

Multoque genas sanguine tendit.

Oculique rigent, et sacer ignis

Pascitur artus, resonant aures,

Stillatque niger naris aduncae

Cruor, et venas rumpit hiantes.

[219]

Intima creber viscera quassat

Gemitus stridens; tunc amplexu

Frigida presso saxa fatigant:

Quos liberior domus elato

Custode sinit; petit is fontes:

Aliturque sitis latice ingesto;

Prostrata jacet turba per aras,

Oratque mori; solum hoc faciles

Tribuere dei; delubra petunt

Haud ut voto numina placent,

Sed juvat ipsos satiare deos.

A. del M. 2778. In quest’anno la prima volta il crudel malore della peste si fece sentire in Italia; o almeno l’Italica storia non ci somministra altra memoria di peste, che sia prima di questa. Gli Aborigini ed i Pelasgi, popoli Italici, ne vennero colpiti. Orrenda fu la strage, che ne seguì, e gravissimi i danni arrecati. (Dionys. Halicarnass. Lib. I. Euseb. e il Lebenswaldt).

A. del M. 2866. La peste si sviluppò in quest’anno fra l’esercito de’ Greci ragunati sotto le mura di Troja. Questo morbo ritardò non solo le operazioni da essi intraprese contro la città assediata, ma ancora fece perire un gran numero di persone, fra le quali varj soggetti [220]illustri per nascita e per valore. (Omero Iliad. lib. I.).

A. del M. 2910. Poco dopo l’assedio di Troja, ed il ritorno in Grecia d’Idiomene e Merione, comparve la peste nella Grecia e nelle vicine provincie dell’Asia; spopolò Creta, e fece per tutto tristissimi guasti. (Herod. in Vita Homer.).

A. del M. 2940. In quest’anno la città di Azot ed altre quattro città principali della Palestina furono colpite da atrocissima peste. Essa flagellò i Filistei, poco dopo ch’essi ebbero sconfitti gl’Israeliti, e che si sono permessi la profanazione dell’Arca sacra al vero Dio. (L. Regum Cap. V. v. 1599. et Salian.).

A. del M. 3017. Quest’è la celebre pestilenza che desolò la Giudea sotto il regno di Davide, e che uccise in tre giorni settanta mille persone. Se n’ha menzione in più luoghi delle sacre carte. Davide, re di Giuda, per isfogo d’orgoglio volle numerare i suoi sudditi. Dio fu offeso da questa sua vanità; e per punirla gli propose o sette anni di fame, o tre mesi di guerra, o tre giorni di pestilenza. Davide pentito, considerando che agevol cosa poteva essere ad un monarca il ripararsi dai due primi flagelli, si elesse il terzo; e la peste in [221]tre dì fece morire settanta mille persone del suo popolo. (Lib. II. Reg. Cap. XXIV. I. Paralipomenon XXI. Joseph. Flav. Antiquit. Judaicar. Lib. VII. Cap. 10.).

SECONDA EPOCA
ANNI DALLA FONDAZIONE DI ROMA
AVANTI LA NASCITA DI GESÙ CRISTO.
Nell’anno del Mondo 3317, e dalla fondazione di Roma 16, avanti G. C. 738. Insorta guerra per la seconda volta tra i Romani ed i Camerini sotto Romolo, primo re di Roma, fierissima peste ha desolato questa città. Questo morbo fu sì fiero, che senza alcun sintomo esterno, e senza segni precursori di malattia, uccideva improvvisamente quelli, che avevano la sventura di esserne colpiti. (Plutarc. in vita Romul. Dionys. Halicarnass. Lib. II.).

A. del M. 3347, e Roma 46, avanti G. C. 707. Nell’ottavo anno del regno di Numa Pompilio la peste si sparse rapidamente e con furore omicida qua e là per l’Italia; invase Roma, e lasciò in ogni luogo vestigia d’orrore, e di strage. (Plutarc. in Vita Num. Pompil.).

[222]
A. del M. 3379, e di Roma 78, avanti G. C. 676. Il Briezio fa menzione di una peste, che in quest’anno regnò fra i Carni. I Magistrati della Carnia instituirono giuochi in onore di Apollo, a fine di placare lo sdegno degli Dei. (Briez. Annal. Mund. p. 131.).

A. del M. 3385, e di Roma 84, avanti G. C. 669. Verso la fine del regno di Tullo Ostilio, e nel tempo della guerra tra i Fidenati, e i Romani si è manifestata la peste fra gli abitatori dell’Agro Romano. Si credè prodotta dalle fetide esalazioni de’ cadaveri insepolti. (Tit. Liv. Decad. I. Lib. I.).

A. del M. 3464, e di Roma 163, avanti G. C. 591. L’armata Greca, che assediava Cirra, durante la prima guerra sacra, fu in quest’anno assalita dalla peste. (V. Papon. Cronolog. historig. des Pestes Lib. I. p. 251.).

A. del M. 3471, e di Roma 170, avanti G. C. 584. La peste desolò crudelmente Gerusalemme negli ultimi anni del regno di Nabucodonosor; e più fieramente nell’anno 3471, cioè quando questo feroce re di Babilonia tenevala stretta d’assedio. (Hierem. Cap. 52.).

A. del M. 3492, di Roma 191, avanti G. C. 563. Terribile peste nella città di Delfo poco dopo la morte di Esopo. Si nota, che l’aria [223]atmosferica trovavasi eccessivamente corrotta da putridi effluvj od esalazioni morbose. (Tarcagnotta Histor. Mund. Vol. 4. lib. 8.).

Alcuni Autori riguardano la storia di questa peste come favolosa.

A. del M. 3501, di Roma 200, avanti G. C. 554. Quest’anno v’ebbe atroce peste in Egitto sotto il regno di Amasi. (Lodov. Anton. Rhodigin. Antiquar. lection. Comment. Lib. XXIV. Cap. 22.).

A. del M. 3522, di Roma 221, avanti G. C. 533. Il popolo di Roma soffrì pur quest’anno tutte le miserie e le devastazioni della Peste. Uomini, donne, fanciulli, vecchi, di ogni condizion, di ogni età, ec. vedevansi spirar l’anima sulle pubbliche strade, senza alcun soccorso. Questa peste sterminò gran numero di persone, ed ebbe di particolare, che s’appiccava principalmente alle donne gravide, e le uccideva irremissibilmente. Questa avvenne sotto il regno di Tarquinio il superbo, ed in tal occasione sono stati inviati a consultare l’Oracolo di Delfo il figlio del re Tarquinio e Lucio Junio Bruto. (Dionys. Halicarnass. lib. 4. Briez. Annal. Mund. p. 153.).

A. del M. 3564, di Roma 263, avanti G. C. 491. La Peste s’insinuò fra l’esercito Romano, ch’erasi [224]mosso contro i Volsci, e recò grave danno alla truppa di quella spedizione. (Tit. Liv. Decad. I. lib. 2.).

A. del M. 3576. Dopo l’uso di cibi insalubri e malsani, e dopo tristissima fame la peste si manifestò negli eserciti di Serse, mentre percossi e vinti fuggivano verso la Persia. (Herodot. Lib. VIII. Justin. Histor. Lib. II.).

A. del M. 3583, di Roma 282, avanti G. C. 472. Sotto il consolato di Pinario Macerino, e Publio Furio Fuso Roma venne afflitta da fiera pestilenza. Questo flagello si risguardò come un particolar castigo degli Dei, perchè alcune Vestali peccarono contro la Dea. Essendosi osservato nel corso di queste pestilenza andarne prese più degli altri le donne, si tenne per sicuro, che quel delitto delle Vestali fosse stata la cagione del morbo. (Euseb. Chronic. T. Liv. Decad. I. lib. 3. Dionys. Halicarnass. lib. IX.). Secondo il Saliano questa peste ebbe luogo l’anno secondo dell’Olimpiade 77. Ecco ciò che si legge intorno questa pestilenza nella versione di Dionigi d’Alicarnasso, scritta da Francesco Venturi Fiorentino.

«Ne molto di poi venne una certa malattia nelle femine chiamata pestilentia, e morivvonne quante mai ne morissino, precipuemente era [225]questa infirmità nelle gravide, e partorenti, e morenti insieme co’ parti. Nè apportavono loro salute della malattia le preci fatte a luoghi sacri, ed agli altari degl’Iddij, ne i sacrificii purgatorii per la città, o fatti per le case private. Ed essendo in tale calamità la città si manifesta da un certo servo a pontefici, che certa sacerdotessa di Vesta chiamata Urbinia, persa la virginità faceva i sacrificii per la città non essendo essa pura. E quegli removendola da sacrificii, e punendola poi che manifestamente fu convinta, e batternola con le verghe, e portando quella per la città la sotterorno viva. E di quegli che avieno fatta tale corruttione impia l’uno ammazzò se stesso, l’altro pigliandolo i risguardatori delle cose sacre afflitto con le battiture nella piazza come servo ammazzorno, e così quella malattia di donne, e la gran corruttione di quelle subito finì dopo questa opera».

A. del M. 3589-90, di Roma 288-89, avanti C. G. 466-65. Essendo consoli Lucio Ebuzio e Publio Servilio, Roma soffrì di nuovo la peste, la quale durò due anni cioè il 288 e 89. Essa fu così fiera, che la quarta parte dei Senatori e la maggior parte del Collegio dei Tribuni ne restarono vittime. Una cruda fame raddoppiava [226]il flagello. (T. Liv. Decad. I. Lib. 3. V. Adam. Bibl. Loim. p. 203.).

A. del M. 3590, di R. 289, avanti G. C. 465. Contemporaneamente nella città di Ceres nella Tessaglia sui confini della Macedonia v’ebbe peste devastatrice. Questa secondo le opinioni di que’ tempi si tenne prodotta dall’infezione dell’aria corrotta da infesti vapori, che si erano sollevati in quelle vicinanze. (Hippocrat. de Morbo Vulgari lib. II.).

A. del M. 3602, di Roma 301, avanti G. C. 453. Anco in quest’anno vi fu peste a Roma, e terribili ne sono stati gli effetti. Quantunque i Romani viva tuttavia conservassero la memoria di ciò, che avevan sofferto per la peste dieci anni prima, non seppero guardarsene nè ripararsi da essa. Erano consoli allora Publio Curiazio, e Sesto Quintilio. (T. Liv. Decad. I. lib. 3.).

A. del M. 3619, di Roma 318, avanti G. C. 436. Il consolato di M. Cornelio Maluginense e di Lucio Papirio Crasso fu contrassegnato da una delle più memorabili pestilenze, che abbiano afflitto la città di Roma. Quest’anno il furore di essa fece in detta città le più orrende stragi; e secondo l’opinione di alcuni storici durò anco nell’anno susseguente 319. Uccise quasi [227]tutti gli schiavi, e pressochè la metà de’ cittadini. Fu preceduta da una grave epizoozia prodotta dall’aridità de’ pascoli e dalla cattiva qualità delle acque. Il morbo epizootico infestò le terre di Roma nell’anno innanzi, e distrusse gran numero di animali. Indi, secondo che vi è scritto, si avventò agli uomini. (T. Liv. Decad. I. lib. 4. Briez. Annal. Mund. p. 174.)

A. del M. 3622, di Roma 321, avanti G. C. 433. Essendo consoli Cajo Giulio Giunio per la seconda volta, e Lucio Virginio Tricoste, Roma venne travagliata da pestilenza, la quale durò un anno intero. Essa non fu forse che la medesima degli anni precedenti rigermogliata. (T. Liv. Decad. I. lib. 4. Briez. Annal. Mund. p. 175.).

A. del M. 3624, di Roma 323, avanti G. C. 431. Quest’è la celebre peste di Atene, una delle più memorabili della storia, e la più famosa degli antichi tempi; quella di cui abbiamo maggiori e più esatti riscontri. Una bellissima descrizione ne lasciò Tucidide (Lib. II. Cap. 48. Lib. III. Cap. 80.). Tito Lucrezio Caro con somma eleganza e vivacità di colori ne ha tessuto parimenti la storia; così Plutarco in Vita Periclis; il Graziolo (Catalog. Pest.), ed altri ancora. La descrizione di questa pestilenza si suol riguardare, come una delle migliori, offrendo ad un tempo [228]le notizie utili, e le tracce più sicure per l’intima conoscenza del reo malore. Tucidide essendo stato ocular testimonio di tutto il corso di questa pestilenza terribile, ed avendo accuratamente fatte le sue osservazioni, dirò così, sul campo della peste, la sua descrizione ritien quel solenne carattere di verità, che interessa, e che è cotanto pregevole. La natura vi è fedelmente dipinta nelle sue vere sembianze. Volendo io del greco originale dare al mio lettor la versione italiana, mi sono giovato di quella che fece Soldo Strozzi fiorentino. Riporto parimenti la bella narrazione di questa peste, che ci ha lasciato Lucrezio, come scelti squarci di eloquenza.

Descrizione della peste di Atene avanti la nascita di G. C. 431.

Tucidid. Lib. II. Cap. 48. Lib. III. Cap. 80. de bello Pelop.

«…. Tali furono l’esequie, che furono celebrate quello inverno, il quale passato, immediate cominciata la state, i popoli della Morea, e i loro confederati, da due lati, siccome prima entrarono nel paese che gli Ateniesi. Era loro condottiere Archidamo figliuolo di Xeuxidamo [229]re dei Lacedemonj: e essendosi accampati, davano il guasto al paese. E stati così non molti giorni, cominciò la peste in Atene. La qual si dice, che prima fatto avea danno grande in molti luoghi: particolarmente in Lemno, e in alcuni altri paesi. Nondimeno non s’udì mai, che in altri luoghi fosse tanta peste, nè sì fatta mortalità d’uomini. I medici non sapevano trovarvi rimedio, e nel principio non s’accorsono che malatia che la si fusse; ma essi tanto più erano i primi a morire, quanto eglino più che gli altri si approssimavano. Nè giovava loro alcuna arte umana. Nè far voti ai tempj degl’Iddij, nè ricorrere agli oracoli, ma cotai cose tutte erano vane. Laonde vinti dalla crudeltà della pestilenza, lasciarono stare ogni cosa. Cominciò l’influenza di questo morbo (come si dice) primieramente in Etiopia, la qual è sopra l’Egitto, discese poi in Egitto, e nella Libia, e nella maggior parte del paese del Re. In Atene cominciò in un subito, e primieramente toccò gli uomini del Pireo, talmente che fu detto da essi che quei della Morea avevano avelenati i pozzi (perchè ancora non v’erano le fonti). E poco di poi pervenne nella parte di sopra, e cominciarono a morire in molta maggior quantità. [230]Dica adunque di questa cotal pestilenza, acciocchè ne sente medico, o non medico donde egli sia credibile che nascesse cotal infermità, e racconti le cause le quali lui giudica essere sufficienti a produrre in un subito tanta e sì fatta mutazione. Io narrerò a punto la cosa come la sta e dichiarerolla di sorte, che chiunque verrà dopo me considerando il tutto, se mai più si ritroverà in casi simili, sarà avertito, nè del tutto sarà ignorante. Manifesterò le cose ampiamente, perchè io stesso ho avuto tal pestilenza, e ho veduto molti altri, che l’avevano. Fu quel anno sopra tutti (come confessava ciascuno) libero da tutti gli altri mali, e s’alcuno aveva per prima altro male, subito si convertiva in questo. Quei che sanissimi erano, si ritrovarono subito da tal pestilenza infetti, senza poter conoscere alcuna precedente cagione. Primieramente sentivano un caldo eccessivo alla testa, e gli occhi loro diventavano rossi e infiammati. Di dentro le fauci e la lingua diveniva sanguinolenta, il fiato tiravano difficile e puzzolente. Quindi nasceva il sternuto e la voce loro diventava rauca: e poco di poi discendeva il male nel petto, con una tosse grandissima, e quando si fermava nelle parti del cuore dava loro molestia incredibile; [231]vomitando tutte le sorti di collera, che sono dai medici nominate, con afflizione grandissima. Alla maggior parte veniva un singhiozzo vano, cioè che nasceva da stomaco voto, il quale concitava loro un spasimo acerbissimo, e in alcuni presto si quietava, in alcuni altri più tardi. Il corpo loro di fuori non era al toccarlo molto caldo, nè pallido: ma era alquanto rosso, traendo al livido, e coperto d’alcune minute bollicine, e piccole posteme. Di dentro talmente erano abbrucciati, che non potevano sopra le carni sopportare alcuna sorte di vestimenti, quantunque sottilissimi, nè sindone, o altro, ma stavano nudi e molto volentieri si gittavano nell’acqua fredda (il che fu fatto da molti, i quali non avendo governo si gittaron nei pozzi) sforzati da sete che mai cessava, e tanto era loro il troppo, come il poco bere. Oltre a ciò non trovavano riposo alcuno nei membri loro, nè mai pigliavano sonno. Con tutto ciò il corpo, mentre che il mal cresceva, non si lasciava superare da esso, ma faceva resistenza oltre alla opinione degli uomini. Talmente che molti per l’ardore grande che abbracciava loro gl’interiori, il settimo, overo il nono giorno morivano: non avendo in tutto perdute le forze. E se pur passavano, discendendo [232]il male nel ventre, e tormentandolo acerbamente, generava un puro flusso. E molti per debolezza finalmente perivano. Questo morbo discorreva tutte le parti del corpo, fermandosi prima nella testa. E se qualcuno scampava da quei grandissimi pericoli, si conosceva la malvagità del male, nell’occupare egli l’ultime parti del corpo. Imperochè discendeva alle segrete parti, alle estremità delle mani, e dei piedi, e molti avendo perdute le dette membra, guarivano, e molti furono che perdettero gli occhi. Ne furono ancora di quelli, i quali di subito guariti della malattia, si dimenticarono di tutte le cose e di loro stessi, e degli amici. Imperochè essendo questa sorte di morbo più terribile di ciò, che si potesse mai esprimere, assaliva ciascuno più aspramente di ciò che sopportare poteva la natura umana. E in questo specialmente dimostrò d’essere differente dalle consuete malatie, perciochè gli ucelli e gli animali salvatichi, assuefatti al pascersi di carne umana, essendo molti corpi restati non sepolti, overo non segli approssimavano, overo avendogli gustati, di subito morivano. E il manifesto segno della grande influenza era il mancare di detti uccelli, che non si vedevano nè a torno ai corpi, [233]nè in verun altro luogo, e dei cani i quali sono con gli uomini assuefatti. Fu adunque la pestilenza universalmente di tale natura (per non racontare molte altre sorti di calamità, e miserie, che occorrevano più a uno che a un altro). E nessuna altra infermità delle consuete, in tutto quel tempo molestò alcuno, e se alcuna ne gli occorreva, forniva in peste. Morivano tanto quelli che erano ben governati, come quelli che non erano governati, nè si trovava medicina o rimedio alcuno, del quale si potessino assicurare, che usandolo giovasse loro. Perchè ciò ch’era utile ad uno, noceva all’altro, nè corpo alcuno, forte o debole ch’egli si fosse di complessione, pareva che fosse bastante, contra tal influenza: ma rovinava indifferentemente ogni cosa: avenga che con ogni industria fosse stata governata. Crudelissima cosa era in questa malatia, che ella conduceva a disperazione tutti coloro che si conoscevano infetti di quella. Perchè a un tratto fuggiva dall’animo loro la speranza di poter mai più risanarsi, e tanto più abbandonavano se stessi, ne facevano resistenza. Oltre a ciò l’infermità era di sorte contagiosa, che l’uno volendo governar l’altro si morivano. Il che fece grandissima mortalità. Perchè se per tema di [234]non infettarsi, restavano di visitare l’un l’altro, abbandonati morivano, e molte famiglie mancarono per non avere chi governasse gl’infermi. E se alcuno andava a governarli moriva. E questo massimamente occorreva agli uomini amorevoli, i quali vergognandosi d’abbandonare i suoi, sprezzando se stessi, andavano dagli amici. E poi che ancora questi familiari furono stracchi, vinti dalla grandezza della pestilenza, li abbandonavano, piangendo e lamentandosi di chiunque moriva. Sopra tutto, coloro ch’erano scappati da tal pestilenza, avevano grandissima compassione dei morti e degli ammalati: per aver loro provatala, e essere ormai sicuri. Perchè la peste non veniva a uno più d’una volta di modo che lo ammazzasse. E erano trà gli altri chiamati beati, e per l’allegrezza della sanità avevano una certa debole speranza di non poter mai per altre malattie morire. Erano ancora oltre a questa tribulazione, gravissimamente molestati, per le cose ch’erano state portate dalle ville nella città, e la peste era più cruda assai in coloro ch’erano dalla villa venuti. Perchè, per la gran carestia delle case, abitavano in alcune caverne soffocate, e era confusamente grandissima mortalità. E li morti giacevano l’uno sopra [235]l’altro, e molti mezzi morti, si voltolavano per le vie e intorno alle fonti, per il desiderio grande dell’acqua. I tempj similmente, dove essi avevan stesi i loro padiglioni, erano ripieni di corpi morti. Conciosia cosa che per la violenza della peste non sapevano gli uomini quel che si fare, e avevano perduta la riverenza delle cose sacre e sante. E la jurisdizione delle sepolture, le quali per prima usavano, era stata confusa, e disturbata, sepellendo ciascuno dove poteva. E molti per la moltitudine dei suoi di casa, morti innanzi, per carestia delle cose necessarie, li mettevano nell’altrui sepolture; perchè avendo alcuni apparecchiate le pire per i loro ammalati che tuttavia morivano, alcuni altri anticipando il tempo, mettevano il morto loro sopra esse, e vi mettevano il fuoco: altrimente che il corpo altrui tuttavia abbrucciava, gittato di sopra il morto che portavano, si dipartivano. Dal quale atto cominciò primieramente nella città un cattivo costume, il qual di poi si è steso in cose maggiori. Perchè più facilmente ardiva alcuno di fare quelle cose, delle quali prima si asteneva, per non far cosa veruna con dilettazione. E vedendo essi sì subita e sì gran mutazion della fortuna, e conoscendo che i [236]ricchi di subito perivano, e che a un tratto quei che non avevano cosa alcuna, ereditavano le sostanze di quelli, volevano darsi al godere tutt’i solazzi, istimando che la vita, e i danari non dovessero molto tempo durare. Nè era alcuno, il quale per onestà che gli fosse proposta, volesse pigliare un minimo disagio, non essendo certo della vita, o della morte, innanzi che a tale onestà pervenisse. E tutto quello che da ogni parte dilettava l’animo suo, e era grato, quello giudicava essere onesto e utile. Non raffrenandosi per paura degl’Iddii, o per timore delle leggi umane: pensava che tanto valesse l’essere pio, come empio, vedendo che parimente tutti morivano. Nè temendo che s’avesse a venire a tanto, ch’egli vivesse per fino al tempo che fosse castigato dagli errori suoi. Ma vedendosi ormai soprastare una pena maggiore, già determinata, volevano tutti quanti innanzi che pervenissero a quella, godersi alquanto la presente vita. Da tal calamità adunque erano oppressi gli Ateniesi, morendo loro le genti dentro alle mura, e di fuori essendo rovinato il paese. Nella quale calamità (com’è credibile) fra l’altre cose si riducevano a memoria questo verso dicendo i più vecchi solersi anticamente [237]cantare:

Ηξει δωριακος πολεμος, και λοιμος ἁμ’ αυτω

Per il qual verso vennero tra loro a parole, volendo alcuni di loro che nel soprascritto verso non fosse nominata questa dizione λοιμος che vuol dir peste, ma λιμος che significa fame. Nondimeno per allora ottennero quegli i quali dicevano ch’egli era scritto λοιμος cioè Peste. Perciochè gli uomini esponevano il pronostico per quella calamità che allora gli affliggeva. Ma come io mi aviso, s’egli verrà un’altra guerra Dorica, e ch’egli (sì com’è credibile) sia carestia, vorranno che il pronostico dica λιμος, cioè fame.

Ricordavansi oltre a ciò coloro che sapevano, della risposta data da l’oracolo a i Lacedemonij. Quando essi domandando all’Iddio s’egli era bene di pigliare la guerra, rispose loro che la vittoria sarebbe di coloro i quali con tutte le forze combatterebbono, e ch’egli sarebbe in loro ajuto; e giudicavano le cose che accedevano convenirsi con l’oracolo. Per ch’ella cominciò subito dalla prima entrata che fecero i popoli della Morea nel territorio degli Ateniesi, e nella detta Morea non fu peste degna di considerazione alcuna. Ma grandissimamente consumò prima Atene e di poi [238]gli altri luoghi più popolati. Queste furono le cose che accascarono quanto alla peste.

Sopravenendo l’Inverno, la peste assaltò la seconda volta li Ateniesi. La qual peste non cessò mai totalmente, nondimeno vi fu qualche intervallo. E durò non meno d’un anno, e la prima peste era durata due. Di maniera che non fu cosa veruna, la qual più molestasse gli Ateniesi, e più debilitasse la potenza loro. Perciò che morirono non meno di quattro milla e quattrocento soldati ordinarj, e trecento uomini d’arme. E un numero infinito d’altra moltitudine. Furono ancora all’ora molti terremuoti, e in Atene, e in Euboea, e nei Beotii, e specialmente in Orcomene di Beotia. E gli Ateniesi ch’erano nella Sicilia, e i Reginii nel medesimo inverno assalirono l’isole chiamate l’isole d’Eolo, contra le quali non si poteva andare la state, per la carestia dell’acqua».

altra Descrizione di questa Peste

Lucret. VI. v. 1123.

Haec igitur subito clades nova, pestilitasque,

Aut in aquas cadit, aut fruges persidit in ipsas,

Aut alios hominum pastus, pecudumque cibatus:

[239]

Aut etiam suspensa manet vis aëre in ipso:

Et quom spiranteis mistas hinc ducimus auras,

Illa quoque in corpus pariter sorbere necesse est.

Consimili ratione venit Bubus quoque saepe

Pestilitas, etiam pecubus balantibus aegror.

Nec refert, utrum nos in loca deveniamus

Nobis adversa, et coeli mutemus amictum;

An coelum nobis ultro natura cruentum

Deferat, aut aliquid, quo non consuevimus uti:

Quod nos adventu possit tentare recenti.

Haec ratio quondam morborum, et mortifer Aër

Finibus Cecropiis funestos reddidit agros,

Vastavitque vias, exhausit civibus urbem.

Nam penitus veniens Aegypti e finibus ortus,

Aëra permensus multum, camposque natanteis,

Incubuit tandem populo Pandionis: omnes

Inde catervatim morbo mortique dabantur.

Principio caput incensum fervore gerebant:

Et dupliceis oculos suffusa luce rubenteis:

Sudabant etiam fauces intrinsecus atro

Sanguine, et ulceribus vocis via septa coibat;

Atque animi interpres manabat lingua cruore,

Debilitata malis, motu gravis, aspera tactu:

Inde ubi per fauceis pectus complerat, et ipsum

Morbida vis in cor moestum confluxerat aegris;

Omnia tum vero vitai claustra lababant.

Spiritus ore foras tetrum volvebat odorem,

[240]

Rancida quo perolent projecta cadavera ritu.

Atque animi prorsum vires totius, et omne

Languebat corpus, lethi jam limine in ipso.

Intolerabilibusque malis erat anxius angor

Adsidue comes, et gemitu commista querela,

Singultusque frequens, noctem persaepe, diemque,

Conripere adsidue nervos et membra coactans,

Dissolvebat eos, defessos ante, fatigans.

Nec nimio cuiquam posses ardore tueri

Corporis in summo summam fervescere partem;

Sed potius tepidum manibus proponere tactum,

Et simul ulceribus quasi inustis omne rubere

Corpus, ut est, per membra sacer dum diditur ignis.

Intima pars homini vero flagrabat ad ossa;

Flagrabat stomacho flamma, ut fornacibus, intus.

Nil adeo posset cuiquam leve, tenueque membris

Vertere in utilitatem; ad ventum et frigora semper

In fluvios partim gelidos ardentia morbo

Membra dabant, nudum jacentes corpus in undas.

Multi praecipites lymphis putealibus alte

Inciderunt ipso venientes ore patente.

Insedabiliter sitis arida corpora mersans

Aequabat multum parvis humoribus imbrem.

Nec requies erat ulla mali, defessa jacebant

Corpora, mussabat tacito medicina timore,

Quippe patentia quom totas ardentia nocteis

Lumina versarent oculorum expertia somno,

[241]

Multaque praeterea mortis tum signa dabantur;

Perturbata animi mens in moerore, metuque;

Triste supercilium, furiosus voltus, et acer,

Sollicitae porro plenaeque sonoribus aures,

Creber spiritus, aut ingens, raroque coortus,

Sudorisque madens per collum splendidus humos,

Tenuia sputa, minuta, croci contincta colore.

Salsaque, per fauceis raucas vix edita tussis:

In manibus vero nervi trahier, tremere artus:

A pedibusque minutatim succedere frigus

Non dubitabat; item ad supremum denique tempus

Compressae nares; nasi primoris acumen

Tenue, cavati oculi, cava tempora, frigida pellis,

Duraque; in ore patens rictum, frons tenta micabat;

Nec nimio rigida post strati morte jacebant:

Octavoque fere candenti lumine solis,

Aut etiam nona reddebant lampade vitam.

Quorum si quis, ut est, vitârat funera lethi

Ulceribus tetris, et nigra proluvie alvi:

Posterius tamen hunc tabes, lethumque manebat;

Aut etiam multus capitis cum saepe dolore

Conruptus sanguis plenis ex naribus ibat;

Huc hominis totae vires corpusque fluebat.

Profluvium porro qui tetri sanguinis acre

Exierat, tamen in nervos huic morbus et artus,

Ibat, et in parteis genitaleis corporis ipsas.

Et graviter partim metuentes limina lethi

[242]

Vivebant ferro privati parte virili:

Et manibus sine nonnulli, pedibusque, manebant

In vita tamen, et perdebant lumina partim:

Usque adeo mortis metus his incusserat acer.

Atque etiam quosdam cepêre oblivia rerum

Cunctarum, neque se possent cognoscere ut ipsi.

Multaque humi quom inhumata jacerent corpora supra

Corporibus, tamen alituum genus atque ferarum

Aut procul absiliebat, ut acrem exiret odorem:

Aut, ubi gustârat, languebat morte propinqua.

Nec tamen omnino temere illis solibus ulla

Comparebat avis, nec noctibus saecla ferarum

Exibant sylvis: languebant pleraque morbo,

Et moriebantur: quom primis fida canum vis

Strata viis animam ponebat in omnibus aegre;

Extorquebat enim vitam vis morbida membris.

Incomitata rapi certabant funera vasta.

Nec ratio remedî communis certa dabatur:

Nam quod alîs dederat vitaleis Aëris auras,

Volvere in ore licere, et caeli templa tueri:

Hoc aliis erat exitio, lethumque parabat.

Illud in his rebus miserandum, et magnopere unum

Aerumnabile erat, quod, ubi se quisque videbat

Implicitum morbo, morti damnatus ut esset,

Deficiens animo moesto cum corde jacebat

[243]

Funera respectans, animam et mittebat ibidem.

Quippe etenim nullo cessabant tempore apisci

Ex aliis alios avidi contagio morbi:

Idque vel in primis cumulabat funere funus.

Nam quicumque suos fugitabant visere ad aegros,

Vitaï nimium cupidi, mortisque timentes,

Poenibat paullo post turpi morte malaque

Desertos, opis experteis, incuria mactans

Lanigeras tamquam pecudes, et bucera saecla.

Qui fuerant autem praesto, contagibus ibant,

Atque labore, pudor quem tunc cogebat obire,

Blandaque lassorum vox mista voce querelae.

Optimus hoc lethi genus ergo quisque subibat.

Inque aliis alium populum sepelire suorum

Certantes, lacrimis lassi luctuque redibant.

Inde bonam partem in lectum moerore dabantur.

Nec poterat quisquam reperiri, quem neque morbus,

Nec mors, nec luctus tentaret tempore tali.

Praeterea, jam pastor, et armentarius omnis,

Et robustus item curvi moderator aratri,

Languebant, penitusque casis contrusa jacebant

Corpora, paupertate, et morbo dedita morti.

Exanimis pueris super exanimata parentum

Corpora nonnumquam posses, retroque videre

Matribus et patribus natos super edere vitam.

Nec minimam partem ex agris aegroris in urbem

Confluxit, languens quem contulit Agricolarum

[244]

Copia, conveniens ex omni morbida parti.

Omnia complebant loca, tectaque, quo magis aestu

Confectos ita acervatim mors adcumulabat.

Multa siti prostrata viam per, proque voluta

Corpora silanos ad aquarum strata jacebant,

Interclusa anima nimia ab dulcedine aquaï.

Multaque per populi passim loca promta, viasque

Languida semianimo tum corpore, membra videres,

Horrida paedore, et pannis coöperta perire

Corporis inluvie: pellis super ossibus una,

Ulceribus tetris prope jam, sordique sepulta.

Omnia denique sancta deùm delubra replerat

Corporibus mors exanimis, onerataque passim

Cuncta cadaveribus caelestûm templa manebant.

Hospitibus loca quae complerant aedituentes.

Nec jam relligio divûm nec numina magni

Pendebantur: enim praesens dolor exsuperabat:

Nec mos ille sepulturae remanebat in urbe,

Ut prius hic populus semper consuêrat humari.

Perturbatus enim totus trepidabat, et unus

Quisque suum pro re consortem moestus humabat.

Multaque vis subita, et paupertas horrida suasït.

Namque suos consanguineos aliena rogorum

Insuper exstructa ingenti clamore locabant,

Subdebantque faceis multo cum sanguine saepe

Rixantes potius, quam corpora desererentur.

[245]
A. del M. 3627, di Roma 326, avanti G. C. 428. Straordinaria siccità precedette alla peste, scoppiata in Roma, essendo consoli Aulo Cornelio Cosso, e Tito Quirizio Peno. Questa però, se pur fu vera peste, non vi fece grande strage, e lo spavento fu maggiore del danno. (T. Liv. Decad. I. lib. 4.).

A. del M. 3643, di Roma 342, avanti G. C. 412. Erano consoli Quinto Fabio Ambusto e Cajo Furio Pacillo, quando la peste tornò ad infestare la città di Roma. La storia non ricorda in questo corso del morbo alcuna particolarità (T. Liv. Decad. I. lib. 4.).

A. del M. 3656, di Roma 355, avanti G. C. 399. La state di quest’anno fu assai trista per li Romani. Essi videro perir di peste in gran numero gli animali; al che successe la mortalità, e ben fiera, degli uomini. Per liberarsene avendo essi in vano usate supplicazioni e sacrificj diretti a placare gli Dei, dietro interpretazione de’ libri Sibillini, rinnovarono la cirimonia del lectisternium, o sia di por letti nel tempio intorno ad una tavola carica di vivande (T. Liv. Decad. I. lib. 5.).

A. del M. 3663, di Roma 362, avanti G. C. 392. Essendo consoli Lucio Valerio Petito, e M. Manlio Capitolino presso grande siccità, e calore [246]straordinario si rinnovò la peste nella campagna di Roma. Nulla di più si conosce sul conto di essa (T. Liv. Decad. I. lib. 5.).

A. del M. 3666, di Roma 365, avanti G. C. 389. Fatta l’irruzione de’ Galli in Italia e dopo la famosa battaglia, da essi vinta contro i Romani presso Caminate e Rio del Mosso, si sviluppò nel loro esercito la peste, la quale fece secondo suo costume non poche stragi fra le truppe vittoriose (T. Liv. Decad. I. lib. 5.).

A. del M. 3671, di Roma 870, avanti G. C. 384. Roma fu nuovamente afflitta dalla peste. Durò poco, e li suoi mali effetti non furono gran fatto considerevoli. Ciò avvenne poco dopo la morte di M. Manlio Capitolino, che aveva salvato il Campidoglio, e che poi fu precipitato dalla Rupe Tarpea (T. Liv. Decad. I. lib. 6.).

A. del M. 3689, di Roma 388, avanti G. C. 366. Sotto il consolato di Lucio Genuzio e Q. Servilio Ahala più atroce peste infestò Roma in quest’anno. Oltre un censore, uno degli edili, e tre tribuni, perirono in essa Marco Furio, e il gran Camillo, risguardato qual altro Romolo per aver cacciato da Roma i Galli (T. Liv. Decad. I. lib. 7., Plutarc. in Vita Camilli).

A. del M. 3691, di Roma 390, avanti G. C. 364. In quest’anno la peste vi ripullulò, ma con [247]più veemenza. Tratti i Romani dalla superstizione ch’essa non cesserebbe, se non conficcatosi il chiodo dal Dittatore, avvenne che fosse eletto Manlio a quell’ufficio, e la superstiziosa cerimonia si eseguì nel tempio di Giove Capitolino. La peste, giunta naturalmente al suo fine, cessò. Ciò fu sotto il consolato di Cajo Gemizio e di Lucio Emilio Mamerco (T. Liv. Decad. I. lib. 7. ec. Briezio Op. cit. P. Kircher. Op. cit.).

A. del M. 3695, di Roma 394, avanti G. C. 360. Regnando Filippo padre di Alessandro v’ebbe peste fiera in Macedonia (Aristotel. Meteor. Cardan. de Venenis).

A. del M. 3706, di Roma 405, avanti G. C. 349. Sotto il consolato di M. Aurelio Cervino, e M. Pompilio Lena la peste improvvisamente assalì Roma. Poco vi si estese, e pochi ne furono i danni (T. Liv. Decad. I. lib. 7.).

A. del M. 3720, di Roma 419, avanti G. C. 335. Peste in Roma. Erano consoli Tito Vetturio e Spur. Postumo Albino (T. Liv. Decad. I. lib. 8.). Verosimilmente vi si riprodusse nell’anno 3723.

A. del M. 3723, di Roma 422, avanti G. C. 332. Attribuitasene volgarmente la cagione di questa pestilenza a veneficio, censettanta matrone Romane, come ree di questo delitto, furono condannate [248]a morte. Sono periti nel corso del morbo i consoli, cioè M. Claudio Marcello, e Cajo Valerio Fiacco (T. Liv. Decad. I. lib. 8.).

A. del M. 3729, di Roma 428, avanti G. C. 336. Tornando vittorioso dall’Indie l’esercito di Alessandro Magno, passando per terra verso Babilonia, gli si apprese la peste, e gliene perì la metà delle truppe. Tanta mortalità fu cagionata, parte dalla peste, parte dalla carestia e cattiva qualità de’ viveri, e parte dai disagi; circostanze tutte che avendo accresciuta la predisposizion degl’individui ad apprendere l’infezione, aumentarono la fierezza del morbo (Plutarc. in Vita Alexandr. M. Q. Curt Ruf. de Rebus Alexand. Magni lib. IX.).

A. del M. 3762, di Roma 461, avanti G. C. 493. S’appiccò in Roma la peste ferocissima, essendo consoli Q. Fabio Gurgite, e Decio Giunio Bruto. Consultati i libri Sibillini, si ordinò che dall’Epidauro si trasportasse in Roma Esculapio sotto la forma di serpente: il che fu fatto (T. Liv. Decad. I. lib. 10. Valer. Maxim. lib. I. cap. 6.).

A. del M. 3482, di Roma 541, avanti G. C. 213. Fierissima pestilenza desolò l’armata Cartaginese nella Sicilia avanti Siracusa, essendo comandata da Imilcone (T. Liv. Decad. III. lib. 5.).

[249]
Il Poeta Silio Italico, vissuto nel primo secolo dell’Era Cristiana, e morto sotto Trajano, nel Poema de Bello Punico, ci lasciò la descrizione di questa peste, sposta sulle tracce di quella d’Atene di Tucidide, o d’altra antica memoria[6].

Descrizione

Sil. Ital. lib. XIV. v. 580-617.

Nec mora, quin trepidos hac clade irrumpere muros,

Signaque ferre Deûm templis jam jamque fuisset,

Ni subito importuna lues, inimicaque pestis,

Invidia divûm pelagique labore, parata,

Polluto, miseris rapuisset gaudia, coelo.

Criniger aestiferis Titan fervoribus auras,

Et patulam Cyanen lateque palustribus undis

Stagnantem Stygio Cocyti opplevit odore,

Temporaque autumni, laetis florentia donis,

Foedavit, rapidoque accendit fulminis igni;

Fumabat crassus nebulis caliginis aër:

Squallebat tellus, vitiato fervida dorso;

Nec victum dabat, aut ullas languentibus umbras:

[250]

Atque ater picea vapor exspirabat in aethra.

Vim primi sensere canes. Mox nubibus atris

Fluxit deficiens penna labente volucris:

Inde ferae silvis sterni; tum serpere labes

Tartarea, atque haustis populari castra maniplis.

Arebat lingua, et gelidus per viscera sudor

Corpore manabat tremulo; descendere fauces

Abnuerant siccae jussorum alimenta ciborum.

Aspera pulmonem tussis quatit, et peranhela

Igneus efflatur sitientum spiritus ora.

Lumina, ferre gravem vix sufficientia lucem,

Unca nare jacent, saniesque immixta cruore

Exspuitur, membrisque cutis tegit ossa peresis.

Heu dolor! insignis notis bellator in armis

Ignavo rapitur letho. Jactantur in ignem

Dona superba virûm, multo Mavorte parata.

Succubuit medicina malis. Cumulantur acervo

Labentum, et magno cineres sese aggere tollunt.

Passim etiam deserta jacent inhumataque late

Corpora pestiferos tetigisse timentibus artus.

Serpit pascendo crescens Acherusia pestis,

Nec leviore quatit Trinacria moenia luctu,

Poenorumque parem castris fert atra laborem.

Aequato par exito, et communis ubique

Ira deûm, atque eadem leti versatur imago.

A. del. M. 3845 di Roma 543, avanti G. C. 211. [251]In quest’anno vi fu peste in Costantinopoli secondo il Freind. (Storia della Medicina part. I pag. 143. e seg.).

A. del M. 3849, di Roma 548, avanti G. C. 206. Trovandosi accampati nella Calabria gli eserciti de’ Cartaginesi e de’ Romani, che devastavano quella provincia, si spiegò fra le truppe la peste, per la quale ben assai ne perirono dall’una parte e dall’altra (T. Liv. Decad. III. lib. 8.).

A. del M. 3873, di Roma 572, avanti G. C. 182. Durante il consolato di P. Cornelio Lentulo e di M. Bebio Panfilo crudel peste devastatrice fece orribili stragi sulle piazze, sui mercati di Roma, e ne’ villaggi circonvicini. Durò tre anni, e vi perì gran numero di persone. (T. Liv. Decad. III. lib. 7. Decad. IV. lib. 10.).

A. del M. 3880, di Roma 579, avanti G. C. 175. Vi ricomparve sette anni dopo la peste preceduta da epizoozia fra gli animali bovini, talchè dicevasi proceduta da buoi. Incrudelì successivamente contro gli uomini: uccise grande quantità di servi. La maggior parte de’ malati perivano prima del settimo giorno; e durò due anni (T. Liv. Decad. V. lib. 1.).

A. del M. 3887, di Roma 586, avanti G. C. 168. La peste desolò l’Illirio. Fu accompagnata da [252]sì grande quantità di rannocchi, che gli Storici credettero farne memoria (Appian. Alexandr. de bello Illyrico lib. I., e Bibl. Histor. cap. 4.). Riferisce egli pure che gli Autari coi Celti o Cimbri pigliarono la peste, maneggiando le cose degl’Illirici.

A. del M. 3890, di Roma 589, avanti G. C. 165. Roma in quest’anno fu travagliata dalla peste e dalla fame. Questi due flagelli uniti fecero perire gran numero di persone (Briet. Annal. Mund. p. 275.).

A. del M. 3904, di Roma 603, avanti G. C. 151. Trovandosi i Cartaginesi occupati nella guerra contro di Massinissa re della Numidia, la peste invase quasi tutta l’Affrica, e la desolò. Immensi danni v’ha essa recati (Appian. Alexandr. de bello Punico).

A. del M. 3929, di Roma 628, avanti G. C. 126. L’Affrica pur quest’anno provò tutti i danni della peste la più crudele e la più devastatrice. Nessun’altra finora fu ad essa eguale. Desolò la parte settentrionale, ossia al giorno d’oggi le Coste di Barbaria, e vi fece perir, secondo Orosio, ottocento mille uomini nella Numidia; duecento mille nelle provincie della costa marittima Cartaginese e Uticense. In Utica poi e negli altri luoghi dell’Affrica trentamille [253]soldati Romani ne restarono preda. In un sol giorno fuori di una sola porta si trasportò al sepolcro da 500 giovani. A pari tempo un morbo epizootico fece strage degli animali quadrupedi e volatili. Immensa quantità di locuste distruggeva sui campi le biade; e putride esalazioni dalla corruzion loro e da altro vieppiù l’aria ammorbava, e rendeva più orribile e più desolatore un tanto flagello (Oros. lib. V. c. 2. lib. VIII. Diodor. Sicul. S. August. de Civitate Dei lib. III. cap. 31. Sabellic. Decad. V. lib. 9.).

A. del M. 3945, di Roma 644, avanti G. C. 110. La storia fa menzione di una peste a quest’epoca, che serpeggiò in Roma e in altri luoghi di Europa e d’Asia, e che durò circa tre anni (Epitomat. lib. VII.).

A. del M. 3981, di Roma 680, avanti G. C. 74. S’introdusse la peste nell’esercito di Mitridate in Asia. Una gran parte della sua armata ne fu distrutta. Si assicura poi che perirono più di cento e ventimille persone de’ suoi Stati (Appian. Alex. de bello Mithridatico. Lucan.).

A. del M. 4001, di Roma 704, avanti G. C. 50. Sotto il consolato di Cornelio Lentulo e Cajo Claudio Marcello, Marsiglia in Francia venne travagliata dalla peste, che fu preceduta e accompagnata [254]dalla fame. Si tenne allora cagionata dalla corruzione de’ grani, de’ quali il popolo fu costretto far uso (Caes. de Bello civili lib. 2.).

A. del M. 4006, di Roma 705, avanti G. C. 49. La Tessaglia provincia di Macedonia andò crudelmente desolata dalla peste, preceduta da terribile epizoozia, che uccise immenso numero di animali. Secondo che s’è allora creduto, ne furon cagione le esalazioni dipendenti dal molto numero di animali putrefatti, e lasciati insepolti, sì che ne infettarono l’atmosfera. (Lucan. de Bello Pharsalico lib. VI. v. 80. ad 105.), di cui ne soggiungo la descrizione.

Descrizione

Lucan. lib. VI. v. 80. ad 105.

Major cura duces miscendis abstrahit armis.

Pompejum exhaustae praebenda ad pabula terrae,

Quae currens obtrivit eques, gradibusque citatis

Ungula frondentem discussit cornea campum.

Belliger attonsis sonipes defessus in arvis,

Advectos cum plena ferant praesepia culmos,

Ore nova poscens moribundus labitur herbas,

Et tremulo medios abrumpit poplite gyros.

Corpora dum solvit tabes, et digerit artus,

[255]

Traxit iners coelum fluidae contagia pestis

Obscuram in nubem. Tali spiramine Nesis

Emittit Stygium nebulosis aëra saxis

Antraque letiferi rabiem Tiphonis anhelant

Inde labant populi, coeloque paratior unda

Omne pati virus duravit viscera coeno.

Iam riget atra cutis, distentaque lumina rumpit:

Igneaque in vultus, et sacro fervida morbo

Pestis abit, fessumque caput se ferre recusat.

Iam magis atque magis praeceps agit omnia fatum:

Nec medii dirimunt morbi vitamque necemque:

Sed languor cum morte venit, turbaque cadentum

Aucta lues, dum mixta jacent incondita vivis

Corpora; nam miseros ultra tentoria civis

Spargere funus erat. Tamen hos minuere labores

A tergo pelagus, pulsusque Aquilonibus aër,

Litoraque, et plenae peregrina messe carinae

A. del M. 4019, di Roma 718, avanti G. C. 36. Pestilenza funesta insorse fra i soldati Romani, che formarono parte della spedizione contro i Parti. La causa se ne attribuì all’orrenda fame, donde furono afflitte le truppe costrette a nutrirsi di erbe velenose e nocive (Appian. Alexand. de Bello Parth.).

A. del M. 4032, di Roma 731, avanti G. C. 23. Da fierissima pestilenza fu spopolata Roma sotto [256]l’impero di Angusto, mentre che esso l’aveva abbellita di maestosi edificj, e di publici monumenti, e preparavale il frutto di una pace generale. A vizio che fosse nell’aria e all’inclemenza delle stagioni si attribuì questa infezione (Dion. Cass. Hist. lib. 54.).

Nel decimo terzo anno del regno di Erode la Palestina venne fieramente afflitta ad un tempo dalla peste e dalla fame (Briet. Annal. Mund. p. 333.).

TERZA EPOCA
ERA CRISTIANA
Secolo I.
In questo primo secolo dell’Era Cristiana gli Storici fanno menzione di tre memorabili pestilenze, la prima sotto l’impero di Nerone; la seconda al tempo dell’assedio e distruzione di Gerusalemme, la terza regnando Tito.

A. di Roma 819-20, dell’Era Cristiana 65-66. Alla crudeltà di Nerone s’aggiunse una pestilenza così fiera e mortale, che nell’autunno del detto anno 819 di Roma, 65 di Cristo dentro la sola città di Roma perirono [257]da 30,000 persone. Continuò essa l’anno seguente 66, ma non così atroce e funesta. Contemporaneamente spaventevoli meteore e gragnuole devastatrici desolarono la Campania, ed aumentarono fra quelle popolazioni la miseria e gli orrori (Sveton. in Vit. Neronis c. 39. Eutrop. lib. VIII. Oros. lib. VII. cap. 9.).

A. di Roma 826, dell’E. C. 72. La città di Gerusalemme assediata da Tito Vespasiano, oltre i mali e disastri che sogliono accompagnare la guerra, provò pur anco una crudelissima fame, ed una pestilenza del pari fierissima. Tutti e tre questi micidiali flagelli concorsero alla distruzione di sì grande e magnifica città. (Joseph. Haebr. de Bello Judaico lib. VIII. cap. 17.).

A. di Roma 834, dell’E. C. 80. Ricomparve la peste in Roma, la quale fu così micidiale e feroce, che pervenne ad uccidere fino a diecimila persone al giorno. In questi dolorosi frangenti la gloria di Tito s’accrebbe di novello splendore per la generosa condotta, che tenne questo principe a favore degl’infelici (Sveton. in Vita Titi Caesaris; P. Kircher. op. cit.).

[258]
Secolo II.
A. di Roma 872, dell’E. C. 118. Secondo il Fracastoro la peste in quest’anno percorse l’Affrica; e nel 138 dell’E. C., giusta la relazione di qualche storico, venne dalla peste afflitta l’Arabia (Papon. Cronolog. des Pestes).

A. di Roma 895, dell’E. C. 141. V’ebbe gravissima peste in Roma sotto il regno di Antonino Pio, e vi operò orrende stragi: ha devastato varie provincie, già da qualche tempo afflitte dalla carestia e dalla fame. Questa union di sciagure, generale a quel tempo, importò tante rovine, che più paesi ne andarono affatto spopolati e deserti (Galen. in lib. de cib. bon. et mal. succ. etc. Papon. Gastaldi op. cit.).

A. di Roma dal 922 al 924, dell’E. C. 168 al 170. Questa fu pure una delle più feroci pestilenze che sieno mai state fra le molte memorabili della storia. Essa durò tre anni. Teneva Marco Aurelio l’impero di Roma, e colla saggezza di un ben amministrato Governo rendeva felici i suoi popoli; ma n’ebbe a veder con dolore desolata l’Italia e la sua Capitale singolarmente.

[259]
Questa peste venne dalla Siria, o, secondo altri, da Babilonia col ritorno che fecero i soldati di Lucio Vero da quelle contrade. Le truppe infette la sparsero su tutti i luoghi del loro passaggio. La strage, che ne produsse, fu immensa in quasi tutta l’Italia. Per la storia sappiamo, che a cessare quel morbo, il quale aveva ricolmo di orrore e di spavento gli animi de’ superstiti, e’ si davano a seguir ciecamente ogni diceria, che fosse stata loro narrata da donnicciuole e da ciarlatani, purchè avesse del maraviglioso. Quindi sull’autorità di alcuni impostori si teneva dal popolo, che la fine del mondo fosse vicina, e che un fuoco mandato di cielo dovesse già consumarlo. E s’era benissimo ordito da una banda di ladri e di micidiali il dar fuoco a Roma, e saccheggiarla; come rilevò il Magistrato da uno di que’ ciurmadori, che predicevano futuri danni. Avevano costoro immaginato tal predizione per coprire i futuri loro misfatti colle apparenze di un avvenimento soprannaturale. Frattanto il pestilenziale flagello traeva ogni giorno al sepolcro un numero esorbitante di persone, fra le quali se ne contaron parecchie d’illustri. Fra i poveri la mortalità era infinita. Mancavano e ufficiali e stromenti per [260]seppellire i cadaveri, che ogni giorno moltiplicavano a dismisura. L’imperatore pagava col pubblico danaro le spese del trasporto, e nulla ostante le case, le strade, e le piazze pubbliche erano sempre ingombre di morti. Galeno trovavasi allora in Roma. Fu tanto grande lo spavento, ch’ei ne provò, che ben lontano dall’imitare Ippocrate, il quale aveva tutto sacrificato per volare in soccorso degli Ateniesi, se ne fuggì egli invece da Roma, e andò a ricoverarsi in Pergamo sua patria, sottraendosi di tal maniera ai pericoli del contagio. Alla pestilenza succedettero i terremoti, la carestia, le innondazioni, ed altre simili calamità, come è accaduto in Atene dopo la famosa peste sopraddescritta. I Sarmati, i Quadi, i Marcomanni, ed altri popoli Settentrionali eransi già accinti a profittare di sì terribile complicazion di disgrazie; ma questo grande imperatore trionfò di tutti i nemici sì fuori che dentro lo Stato (Jul. Capitol. in Vita Lucii Veri. Flav. Eutrop. lib. X. Paul. Oros. lib. VII. cap. 15. Claud. Galen. lib. I. de different. febr. etc.).

A. di Roma 942-43, dell’E. C. i 188-89. Sotto l’impero di Commodo la città di Roma fu nuovamente assalita dalla peste, ed anche in questa epoca [261]venne proceduta e accompagnata dalla epizoozia. Questa peste si è manifestata con tale violenza, che si è creduto l’eguale non esservi stata mai. Per certo tempo morivano fino a due mille persone al giorno. In tal circostanza i medici consigliarono di usar degli odori, di tenere addosso sostanze pur odorose, e praticar profumi col falso oggetto di purificar l’aria. Ma questi mezzi a nulla giovarono, non intercette le comunicazioni. Cominciato il morbo nel 188 continuò le sue stragi nell’anno seguente. Commodo avendo sentito dire da’ medici, che certi alberi, come il lauro, spargenti odore, erano atti a preservar dalla peste, se ne fuggì al luogo detto Laurentum (ora Pratica), rinomato per li bei boschetti di lauro, ond’era circondato, e ne ottenne l’intento; sebben sarebbe stato meglio che quello snaturato mostro non avesse avuto tal ventura per sè, mentre la sua salvezza fu per gli altri grave disavventura. Non l’odore de’ lauri, quanto l’essersi sottratto ad un pericoloso commercio ne lo avrà salvato (Dion. Cass. lib. 72. Herodot. lib. I. Dionys. Alicarnass.).

[262]
Secolo III.
A. di Roma 970, dell’E. C. 216. Nuova peste in Italia in quest’anno. Brescia ne fu colpita principalmente. Il morbo si propagò fino nella Calabria. Fu preceduto pur questo da grande mortalità fra gli animali (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).

A. di Roma 1008-1009, dell’E. C. 254-255. Sotto l’impero di Gallo e Volusiano la peste penetrò in Italia, desolò Roma, e si diffuse in quasi tutte le provincie e paesi, all’Impero Romano soggetti. Venne trasportata dall’Affrica, e fu sì fiera e perniciosa, che in tutto il tenere dell’Impero Romano non v’ebbe quasi municipio rimasto illeso dalle sue rovine. Durò con eguale sevizie due anni; e secondo alcuni autori infierì or qua or là per un intero decennio, lasciando per tutto vestigia di desolazione e di orrore (Paul. Oros. lib. VII. cap. 21. Eutrop. de Gallo et Volusiano).

A. di Roma 1017, dell’E. C. 263. Sotto l’impero di Gallieno la peste, la fame, ed i terremuoti desolarono parecchie provincie dell’Impero Romano. In quest’anno la città di Alessandria nell’Egitto fu afflitta fino agli estremi [263]dagli orrori della peste e della fame, che disputavansi a gara il diritto d’inferocire contro quegl’infelici abitanti (Trabell. Pollion. de Gallieno. Euseb. et Spondan.).

A. di Roma 1049, dell’E. C. 295. Ricomparì la peste in Oriente sotto l’impero di Diocleziano l’anno 295. Era accompagnata da sintomi degni di osservazione, cioè vasti carbonchi di un’indole di singolare malignità. Il veleno pestilenziale si scaricava particolarmente sugli occhi, di maniera che quelli, che scampavano dalla malattia, restavano per lo più ciechi (Papon. Chronolog. Historiq. des Pestes p. 258.).

Secolo IV.
A. di Roma 1062, dell’E. C. 308. Sotto l’impero di Costantino, Amida, città della Mesopotamia, trovandosi assediata dai Persi venne colpita da fierissima pestilenza, la quale si propagò fra la truppa degli assedianti, e riuscì ad essa sommamente funesta. Anco in questo caso si credè esserne cagione l’aere corrotto dalle putride esalazioni dei cadaveri insepolti (Ammian. Marcellin. lib. XIX.).

I cronologisti Kirchero e Lebenswaldt fanno memoria di altre tre pestilenze accadute in [264]questo secolo, una nel 312 dell’E. C., l’altra nel 334 congiunta alla fame, ed una terza nel 377: gli altri storici però non fanno di queste menzione alcuna; e la verità sembra essere in densa caligine avvolta.

Secolo V.
A. di Roma 1162, dell’E. C. 408. Fame e peste a Roma in quest’anno (Papon. op. cit.).

A. di Roma 1200, dell’E. C. 446. V’ebbe fiera pestilenza a Costantinopoli (Lebenswaldt. op. cit.).

A. di Roma 1208-09, dell’E. C. 454-55. Dopo la carestia e la fame si sviluppò nell’Asia minore la peste, la quale era accompagnata da sintomi singolarissimi. All’invasione del miasma pestifero succedeva un’enfiagione generale del corpo. L’introdotto veleno attaccava in ispezieltà gli occhi; ed era di così fiero e pernicioso carattere, che in pochi istanti cagionava la cecità; sopraggiungeva quindi fierissima tosse, sotto i cui colpi l’ammalato d’ordinario spirava. I malati per la maggior parte perivano entro il periodo dei primi tre giorni. Questa peste dall’Asia minore [265]si propagò nella Palestina, e secondo la testimonianza di Evagrio venne di là trasportata in Europa, ed attaccò la città di Vienna, la quale si riferisce esserne stata liberata per l’intercessione di s. Severino (P. Kircher. Managetta, Sorbait Pestordnung cap. IV. Viener Pestbeschreibung l. Theil.).

A. di Roma 1219, dell’E. C. 465. Peste fiera e devastatrice ha regnato in quest’anno a Brescia, ed in varie altre città e paesi d’Italia. Vi perirono gran numero di persone. Le devastazioni prodotte dal morbo furono così grandi, che alcune città, castella, e terre rimasero affatto deserte e spoglie di abitatori (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).

Nel 476 dell’E. C. finì l’Impero di Roma.

A. dell’E. C. 484. In quest’anno e per alcuni altri successivi la peste con atroce furore ha devastato varj luoghi dell’Affrica (P. Kircher. juxt. Gregor. Turonens.).

Secolo VI.
A. dell’E. C. 503. In quest’anno la città di Marsiglia in Francia è stata desolata dalla peste (Papon, op. cit. p. 259.).

A. dell’E. C. 538. La peste invase l’armata [266]de’ Goti, che assediavano Roma, sotto il comando di Vitige, e vi arrecò grande mortalità (Procop. de Bell. Gothic. Leonard. Aretin. Hist. Gothor. lib. I.).

A. dell’E. C. 540. In quest’anno la peste desolò il paese dell’Arvergna in Francia (Papon. op. cit.).

Descrizione della Peste di Costantinopoli l’anno 542 dell’E. C.

L’anno cinquecento quarantadue di G. C. è celebre per l’orribile carnificina, che fece la peste a Costantinopoli sotto l’impero di Giustiniano, ed in quasi tutto l’Oriente. Essa fu una delle più feroci e perniciose, che ricordi la storia.

Incominciò da Pelusio, or Paraméa, nell’Egitto. Di là il torrente dello struggitore contagio, dividendosi quasi in due rami, si estese, da un lato verso l’Oriente, donde passò ad infettare la Palestina, dall’altro verso l’Occidente in Alessandria, donde si propagò sulla maggior parte della terra abitata. Si nota che nel suo corso tenne una certa regolarità. Non percosse leggiermente alcun paese, e non ne lasciò illeso nessuno. Nella durata della sua violenza mantenne per tutto certo periodo a un di presso [267]eguale. Se una città veniva devastata dalla peste, e alcuni luoghi vicini ne andavano illesi, l’anno seguente vieppiù su d’essi rincalzava le sue violenze e malori; se in una città appestata alcuni quartieri restavano immuni dal contagio, quella sciagura non era che differita all’anno vegnente. Non diversità di luoghi, non qualità di stagioni, non differenza di condizione, di età, di temperamento, di mezzi erano atti a procurare salvezza. Narrasi in oltre essersi osservato, che mentre trovavasi travagliata dal morbo una città, quelli, che alla medesima appartenevano, venivan colti dal morbo, ancorchè s’attrovassero in paese sano e straniero; mentre gli stranieri in un paese, invaso dal contagio, n’erano spesso esenti, e gl’indigeni presi senza eccezione.

Evagrio e Procopio, che trovavansi in quel tempo a Costantinopoli, ci hanno lasciato la descrizione delle stragi, che questa peste ha prodotte in quella magnifica capitale dell’impero. Le loro narrazioni però traboccano di circostanze inverissimili, e straordinarie; quindi è mestieri spogliarle del troppo maraviglioso, che secondo il gusto di que’ tempi si risguardava forse come un abbellimento del dire. Si raccoglie dalle narrazioni di detti autori, che il [268]contagio si appalesava comunemente per certe alterazioni nelle funzioni del cervello, cioè sogni spaventevoli, visioni di un’immaginazione malata, idee di terrore, irrefrenabile timor della morte, compassionevoli grida, agitazioni, smanie e furori. Succedeva la febbre, la quale talvolta appariva così leggiera da trarne in inganno anche gli esperti sulla qualità del pericolo. Per lo più all’accesso della febbre gli occhi erano accesi, scintillanti, la faccia gonfia, e la gola infiammata. Se l’infiammagione della gola non cagionava prestamente la morte, il dì appressò o qualche altro dopo si manifestavano le parotidi, i buboni alle ascelle, agl’inguini, alle cosce; comparivano de’ carbonchi, ovvero, cosa ancor più funesta, coprivasi il corpo di macchie livide e nerastre; succedeva il delirio, la frenesia, o il letargo, i vomiti di sangue, od altre emorragie, la diarrea, la gangrena, ed in breve ora la morte. Quando i buboni venivano a suppurazione e aprivansi sollecitamente, i malati miglioravano e guarivano. Ciò però solea di raro avvenire. Quasi tutti i malati morivano, e la maggior parte nel terzo giorno, o prima. Il male deludeva ogni soccorso dell’arte. I medici non vi sapevan che fare. Ogni loro pronostico era fallace. [269]Le donne gravide perivan tutte coi loro frutti, tranne qualche raro caso.

Fra que’ pochi, che avevano superata la malattia, alcuni soggiacevano a due e fino a tre recidive. Nessuno però superava la terza.

Da principio il numero de’ morti non era sì spaventevole, ma aumentò successivamente, secondo Procopio, fino a diecimila al giorno.

Ne’ primi mesi ciascuna famiglia era sollecita di dar sepoltura a’ suoi. Non andò molto però che divenne impossibile poter soddisfare a questo pietoso ofizio; il perchè la maggior parte de’ cadaveri si restava insepolta. L’indolenza dell’imperatore venne scossa da sì lagrimevole spettacolo. Quindi incaricò Teodoro, suo consigliere, di far dar sepoltura ai morti. Per questo fine gli assegnò alquante guardie del palazzo, e gli diede gran somma di danaro. Teodoro ve ne aggiunse molto del proprio. I più ricchi ne imitaron l’esempio; e pagarono, quanto oro occorreva, per far sotterrare i corpi de’ loro parenti. Egli fe’ seppellire quelli de’ poveri, e di quanti imputridivano nelle case o in sulle strade. Quando furon riempiuti i sepolcri delle chiese, fece scavare delle ampie fosse fuori delle porte della città, entro alle quali tutto il resto venne gittato. Gli uffiziali però di questo [270]pericoloso ministero caddero malati pur essi, e vi morirono. Per togliere, o scemar pericolo di malattia a quelli, che dovevano sottentrar negli ufizj, si avvisò di gittare i morti nelle torri, donde la città era fiancheggiata. Questa idea però fu altrettanto funesta, quanto si tien pericolosa l’osservanza di seppellir cadaveri nelle chiese. Altri becchini accatastavano i cadaveri dentro i battelli, abbandonati poscia in balia de’ venti, ch’erano in seguito dai flutti respinti in sulle rive, dove i cadaveri terminavano la loro putrefazione. Un puzzo orribile, e insopportabili esalazioni contaminavano l’aria, ed aumentavano considerabilmente le infezioni e le morti, specialmente in que’ giorni, in cui il vento portava alla città que’ pestilenziali vapori. All’imperatore medesimo s’appiccò il contagio. Un carbonchio pestilenziale gli si manifestò, e fece molto temere della sua vita. Questo fatto pose il colmo al terrore degli abitanti. Osserva Procopio che nel tempo ch’era più grande il furor della peste, tacquero gli odj e’ partiti; cessarono le dissolutezze, e diedersi gli uomini alle pratiche della religione; ma a misura che il male si rallentava pur riprendevano le usate abitudini, e divennero peggiori di prima. Nè anche la peste vale a render [271]migliori i malvagi per rea indole, o per vecchia abitudine.

La peste dopo tante stragi in Costantinopoli si diffuse, come s’è detto, in quasi tutto l’Oriente, nell’Italia, in Francia, in Germania, e in altri luoghi.

Gli storici riferiscono aver essa durato 52 anni, devastando gran parte della terra. Sembra almeno che le varie pestilenze, delle quali fa menzione la storia dall’anno 542 sino alla fine del secolo, di cui parliamo, non sieno state pesti differenti, ma bensì nuove eruzioni dello stesso miasma pestilenziale; che al concorso di alcune circostanze riproducevasi, or con maggiore, or con minor violenza.

Tutte queste pestilenze vengono segnate dagli storici, come inguinali, cioè con buboni agl’inguini; dal che si deduce non essere state malattie d’altro carattere d’epidemia (Procop. de bello Persico lib. II. cap. 22. Evagr. Hist. Ecclesiast. lib. IV. Spond. Kircher. Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 543-44. La summenzionata peste, conservando la perniciosa sua indole, videsi inferocire ne’ seguenti due anni per tutta l’Insubria, cioè per una parte dello Stato di Milano, nel Comasco, e in parte nel Cremonese. [272]Quindi infierì pur anche in tutta la Liguria; che comprendeva la Riviera e lo Stato di Genova, il Monferrato, gran parte del Piemonte, ed una porzione dello Stato di Milano; inoltratasi pure al mezzodì della Francia; e v’ha ragion di credere ch’essa penetrasse più lungi (Leonard. Aretin. lib. II. Papon. op. cit. V. II. p. 260.).

A. dell’E. C. 546. Gli storici fanno menzione della peste, che in quest’anno si manifestò nella Germania, apparendo più comunemente con buboni agl’inguini, e perciò chiamatasi inguinale (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 549. Le provincie del mezzodì della Francia furon di nuovo infestate dalla peste (Papon. l. c.).

A. dell’E. C. 557. Peste di nuovo in Italia, secondo il Lebenswald.

A. dell’E. C. 565. In quest’anno si riprodusse il contagio nell’Insubria e nella Liguria, che ne rimasero per molti mesi il teatro di stragi le più crudeli. Di là il funesto seme pestilenziale si sparse per tutto il resto d’Italia, e per la Francia, penetrò nella Germania, e si propagò con furore per tutto il Settentrione, arrecando in ogni luogo gravissimi danni. Si nota essere stata questa pestilenza la funestissima [273]sopra altre parecchie, e di aver particolarmente devastato la Lombardia (Paul. Diacon. lib. II. cap. 4º Spond. eod. an. s. Gregor. Magn. et Gregor. Turon.).

A. dell’E. C. 571. Peste terribile nell’Alvergna in Francia. Notasi che i buboni si manifestavano alle ascelle, e agl’inguini, e che ne morivano gli appestati nello spazio di due o tre giorni al più tardi (Papon. op. cit. p. 261.).

A. dell’E. C. 579. In quest’anno rigermogliò la peste in Francia, e fu preceduta da straordinarie inondazioni (Pap. l. c.).

A. dell’E. C. 502. La peste divenuta omai quasi indigena in Francia e in Italia, divampava ora in un paese ora in altro con maggior violenza. In quest’anno, secondo Gregorio di Tours, devastò la Lorena, e fu accompagnata da sintomi di grande ferocia, principalmente da quelli, che sogliono accompagnare la vera pestilenza (Papon, e Kircher. op. cit.).

A. dell’E. C. 586-87-88. In questi tre anni vi ebbe peste qua e là per la Francia; e singolarmente nel 586 sul Narbonese. I segni più certi n’erano i buboni agl’inguini, e le petecchie. Negli anni successivi 587 e 88 desolò essa i paesi del mezzodì della Francia; e gli [274]storici accennano che nell’anno 588 si fosse stesa a Lione, e penetrata ben nell’Italia (Papon. op. cit.).

Fra i paesi, che gli storici indicano essere stati afflitti in quest’anno da fiera pestilenza, Casimiro Frescot monaco Benedettino novera la Dalmazia, ed i regni circonvicini, individuando in particolare la città di Zara travagliata più delle altre dal crudo morbo (Thom. Archidiac. Spalaten. Hist. Eclesiast. Salonitan. in Addition. pag. 193.[7]).

A. dell’E. C. 588-89-90. Teneva Maurizio l’Impero, allorchè nel 588 incominciò a serpeggiare in Roma la peste. L’anno 589 di G. C. fu memorando per le devastazioni, che la peste [275]produsse in tutta quasi l’Italia, in Roma particolarmente. Questa atrocissima pestilenza continuò ad infierire nell’anno 590. Fra le vittime d’essa si annovera il pontefice Pelagio II. Di più se ne conta cosa particolare ed è, che molti starnutendo e sbadigliando perdevano la vita, da cui si dice esser nato l’uso di pregar da Dio salute nell’atto che taluno starnutisce. Questa stessa pestilenza invase pure la Spagna e vi si propagò con estrema veemenza. Infestò la Francia, Marsiglia in particolare; nella qual città, giusta quanto asserisce Gregorio di Tours, venne portata da una nave mercantile nel 589, e vi fece tanti progressi, che gran numero di famiglie ne andaron distrutte, le case cambiate in sepolcri, e l’intera città ridotta in un vasto cimitero. La raccolta dell’anno andò interamente perduta per mancanza di coltivatori. In tal circostanza di atrocissima peste nella città di Roma, ed in molte altre d’Italia, di Francia e di Spagna, a Roma furono instituite le litanie maggiori, e l’uso di portare processionalmente le Sacre Immagini, rito poscia abbracciato da tutte le chiese in tempi di calamità pubbliche ed in particolare nei timori del morbo pestilenziale (Platin. in Vita Pelagii II. Spond. eod. an. Gregor. III. Pont. M. [276]c. 19. vid. Legend. Sanct. in Vita s. Gregorii M. Gregor. Turon. Kircher. Thom. Archidiacon. op. cit.).

A. dell’E. C. 591. Nel successivo anno cinquecento e novantuno la peste, essendo pressochè affatto estinta in Italia, si riaccese con nuova fierezza in Francia. Gli storici ce la indicano collo stesso epiteto d’inguinale nella Bretagna, nella Turena, nella Linguadocca, e nell’Aragonese (Papon. Chron. ec. p. 263.).

A. dell’E. C. 599. In quest’anno la peste rigermogliò a Marsiglia ed in tutta la Provenza, comparendo per tutto accompagnata dai medesimi sintomi, che negli anni precedenti erasi manifestata (Papon, iv.).

Secolo VII.
A. dell’E. C. 608. Dopo straordinarie inondazioni e dopo cruda fame, un morbo epidemico si è sviluppato nella città di Roma, e vi recò grave desolazione. Alcuni storici annunciano questo morbo, qual vera pestilenza (Platin. Vit. Bonifac. IV. et Spond. eod. an.). Secondo altri forse desso non fu, che una malattia epidemica d’altra natura.

A. dell’E. C. 615. Il Platina nella vita di [277]Diodato I, e lo Spondano indicano esservi stata pur in quest’anno la peste a Roma, e in altri paesi d’Italia, la quale fu preceduta da orribili terremoti. Pure dietro l’esame di altre memorie sembra fosse questa in vece una lepra o l’elefantiasi contagiosa (Adam. Bibl. Loim. p. 189.).

A. dell’E. C. 618. Vera Peste e fierissima ha quest’anno afflitto la Germania (Georg. Agricol. de Peste lib. III.).

A. dell’E. C. 640. Peste atrocissima e veemente fece in quest’anno infinite stragi a Costantinopoli (Kirch. op. cit.).

A. dell’E. C. 680. In tutta l’Italia e principalmente a Roma la Peste esercitò in quest’anno orribile carnificina. Questo flagello imperversò accompagnato da straordinarie meteore; piogge continue, venti impetuosi, tempeste spaventevoli concorsero ad accrescere la tristezza e lo spavento di quelle desolate popolazioni (Platin, in Vit. Agathonis, et Spondan. eod. an. Paul. Diacon. Kircher opp. cit.). Il Lebenswaldt fa menzione di altre due pestilenze in questo secolo, una più atroce nel 684, che dice egli essere stata accompagnata da Epizoozia; l’altra nel 687; ma non trovandosi queste descritte da altri, e nelle sposizioni del [278]Lebenswaldt trovandosi molta confusione ed incertezza, non si possono dare per vere.

Secolo VIII.
A. dell’E. C. 709. Peste violenta e di straordinaria perniciosa indole desolò in quest’anno la città di Brescia e’ suoi contorni. Essa fu per tal modo funesta, che non ci aveva più alcuno, che prestar si volesse all’ufficio di seppellire i cadaveri, a tale che i morti giacevano insepolti d’in sulle strade, e per le case; il perchè venne ogni famiglia incaricata di tumulare i suoi, ed, in mancanza di famigliari, gli abitanti della stessa contrada eran tenuti di dar mano a questo estremo ufficio (El. Cavriol. Chronic. Brixiens.).

A. dell’E. C. 717. Ritrovandosi Costantinopoli assediata da’ Saraceni, la peste e la fame hanno sì fieramente travagliato quella città, che vi perirono da trecento mila persone. Contemporaneamente alcune provincie dell’Oriente vennero desolate dallo stesso flagello (Paul. Diacon. lib. 6. cap. 47. Spond. Gratiol. Briet. Lebenswaldt ec.).

A. dell’E. C. 729. In quest’anno peste nella Siria e nella Grecia (Lebenswaldt).

[279]
A. dell’E. C. 745-46-47. Terremoti spaventevoli precedettero quella memoranda pestilenza, che si spiegò sotto Leone Isaurico, e che durò più anni. Nella Calabria, nella Sicilia, nelle isole della Grecia, e a Costantinopoli specialmente imperversò il contagio con maggiore violenza, e vi fece di orribili stragi. Quasi non bastava la terra per accogliere i cadaveri: sì grande ne fu il numero. Nell’anno 746 la peste spiegò il massimo suo furore. Tale calamità continuò parecchi anni ad affliggere Costantinopoli ed alcune provincie d’Oriente. Dava qualche tregua il contagio, ma, dappoichè estinto non era, riaccendevasi di tratto in tratto con maggiore veemenza. Ciò fu nel 751, e specialmente nel 760.

A. dell’E. C. 760. Secondo il Kirchero in quest’anno la peste invase quasi tutta la terra.

A. dell’E. C. 774. Pavia, l’antica capitale del regno de’ Longobardi, venne afflitta in quest’anno da crudelissima fame, a cui ben presto tenne dietro la peste. La cagione dell’una e dell’altra fu forse l’assedio strettissimo, in cui tennela Carlo Magno per otto mesi continui, cioè dall’Ottobre 773 al Maggio 774. Questa circostanza fece credere a qualche autore che il morbo non fosse vera pestilenza, [280]ma bensì una malattia tifica prodotta dallo scarso e cattivo alimento.

In questo stesso anno arrendutasi Pavia al vincitore, terminò il Regno de’ Longobardi in Italia (Spondan. hoc an. Tarchagnot. Hist. Mund. Part. II. lib. 9.).

A. dell’E. C. 775. Rigermogliando di quando in quando il pestifero seme, specialmente in Costantinopoli, avvenne che quest’anno lo stesso imperatore Costantino Copronimo ne andasse infetto nel tempo della spedizione da esso intrapresa contro i Bulgari; che ne morì il giorno 14 Settembre 775. (Kircher. Briet. Lebenswaldt. Gratiol. Papon. opp. cit.)

Secolo IX.
A. dell’E. C. 801. La peste desolò in quest’anno l’Italia, la Germania, e la Francia, e fu preceduta da spaventevoli terremoti (Agricola de Peste op. cit. Tarcagnot. Part. II. lib. 9. Gastaldi op. cit.).

A. dell’E. C. 811-12. Il P. Kirchero ricorda una pestilenza pressochè universale negli anni 811 e 12. Nei primi mesi dell’anno 812 sotto il regno di Michele Curopalate essa fu così terribile in Costantinopoli, che i morti restavano [281]insepolti per non trovarsi più chi si prestasse a sotterrarli.

A. dell’E. C. 820. Negli annali di Fulda a quest’anno leggesi, che la peste fra gli uomini, ed un morbo pestilenziale fra gli animali, fecero stragi per quasi tutta la Francia.

A. dell’E. C. 829. Peste in Grecia, nella Tracia, e nella Bulgaria; contemporaneamente fiera epizoozia fra gli animali lanuti (Lebenswaldt.).

A. dell’E. C. 856. Dopo grandi inondazioni del Tevere si legge essersi sviluppata la peste a Roma, la quale, affettando specialmente la gola, veniva chiamata anginosa (Kircher. Adam. op. cit.). Ma forse dessa non fu, che un morbo epidemico.

A. dell’E. C. 865. D’una peste in Inghilterra gli storici fan menzione preceduta da immensa quantità di locuste, che hanno distrutto le biade, e cagionata la fame (Platina in Vita Nicolai I.). In questo stesso anno 865 secondo il Lebenswaldt la peste ha desolato varie provincie dell’Asia.

A. dell’E. C. 889. L’Italia provò ad un medesimo tempo tutte le sventure della guerra e della peste (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 898. Peste ancora in Costantinopoli (Lebenswaldt.).

[282]
Secolo X.
A. dell’E. C. 910-11 e 12. Fiera peste pur a Costantinopoli, che durò tre anni (Kircher).

A. dell’E. C. 920. Riaccesasi la peste a Costantinopoli in quest’anno, v’imperversò con tanto furore, che leggesi aver ucciso da trecento mille persone (Lebenswaldt.).

A. dell’E. C. 937. In quest’anno la Germania e la Francia furon novellamente invase dalla peste (Kircher.).

A. dell’E. C. 938. Appiccatasi la peste in Venezia vi operò in quest’anno di orrende stragi (Gratiol.).

A. dell’E. C. 940. La peste rigermogliò in varie città e paesi della Germania (Kircher.).

A. dell’E. C. 964. Milano venne in quest’anno travagliata da pestilenza così fiera e devastatrice, che fu ridotta a pochissimi abitatori, come che fosse e sia una delle più popolose città d’Italia (Bernard. Corio Storia di Milano ec.).

A. dell’E. C. 984-85-86. Straordinaria siccità e ardentissimi calori avendo distrutto le biade, e ogni ricolto in varie parti di Europa, nel 983 v’introdusse la carestia. Quindi la peste [283]cominciò a menar nuove stragi in Italia nell’anno 984; e, secondo alcuni, già l’anno prima aveva usato della sua forza; estesasi poi in tutta quasi l’Italia nell’anno 985, nel quale giunse al colmo della sua malignità. Quindi continuò nel 986. Le calamità della peste, della guerra, e della fame si combinarono unite in questo tempo a spopolare quell’in ogni età ragguardevole paese; e tante furon le stragi che esse menarono, e tanta l’importata loro sevizie, che fu prodigio, se non andò affatto desolato e distrutto (Gratiol. Platin. in Vita Joannis XIV Lebenswaldt.).

Negli stessi anni 985-86 la stessa pestilenza non fu meno funesta in Germania, dove un estremo freddo la precedette. Vi si gelarono i laghi ed i fiumi con esso i pesci; e poichè l’acque ebbero loro scolo, e svaporamento, fermentate al calore del sole quelle putride masse, sollevaronsi in copia le esalazioni infette, che corruppero l’aria, e la rendettero dannosa e funesta a chi la respirava (Lebenswaldt. Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 989. Venezia in quest’anno venne di nuovo travagliata dalla peste (Kircher.).

A. dell’E. C. 990. In quest’anno v’ebbe peste [284]a Cattaro nell’Albania, ove colla famiglia Leghletta perì Bastardo re di Servia. In Zara pur anco serpeggiò il contagio, ma ne rimase confinato nel solo borgo; nè ebbe a penetrare nella città (Simon Gliubavaz in suis Memoriis).

Per la scarsezza degli scrittori di questi ultimi secoli non si sono potute raccogliere maggiori notizie, nè circostanze da contraddistinguere le pestilenze, che imperversarono sull’umana generazione.

Secolo XI.
A dell’E. C. 1006. La città di Venezia fu in quest’anno fieramente percossa dalla peste, sommi danni arrecandole. Già l’ebbe preceduta un eccessivo freddo (Gio. Nicolò Doglioni Istoria Veneta ec.).

A. dell’E. C. 1007. Nell’anno seguente il contagio pestilenziale desolò parecchie altre città d’Italia, e in ispezieltà Bologna e Modena; e grande ne fu il numero de’ morti (Cherubino Ghirardazzi Istoria di Bologna lib. II.).

A. dell’E. C. 1012. La peste affliggeva Venezia. Mantenute libere le comunicazioni con quella capitale, il contagio fu introdotto in Zara. Nel castello di questa piazza seguì il primo [285]sviluppo. Uccise parecchie persone del castello, ne furono abbruciati tutti i quartieri infetti; e neppur questa volta penetrò in città (Sim. Gliubavaz op. cit.).

A. dell’E. C. 1013. Nuova riproduzione della peste fu in quest’anno per varie città d’Italia. Quelli, che n’erano colpiti, morivano quasi improvvisamente. Un ardente fuoco interno divorava loro le viscere, ed una diarrea straordinaria li traeva in brevi istanti al sepolcro. (Papon, op. cit.).

A. dell’E. C. 1016-17. Nell’anno 1016 la pestilenza fu quasi generale in Europa; ma devastò principalmente l’Italia, in cui, volendosi dar fede al Platina, il numero degli estinti superò quello de’ superstiti. Nota il Kirchero che alla peste era congiunta la fame, e che continuò ad infierire anco nell’anno 1017 (Platin. in Vita Benedicti VIII.).

A. dell’E. C. 1022. Da qualche tempo divenuta la peste quasi permanente in Italia, si riaccese quest’anno con istraordinario furore. Devastò contemporaneamente Costantinopoli, e diversi altri paesi d’Europa. L’indole sua era per sì fatto modo maligna, che colpiva le persone a guisa di fulmine, e le uccideva in poche ore (Kircher. Papon. loc. cit.).

[286]
A. dell’E. C. 1031. L’apparizione di comete, tempeste sterminatrici, inondazioni, e fame precedettero ed accompagnarono la pestilenza di quest’anno (Lebenswaldt. Papon. opp. cit.).

A. dell’E. C. 1054. Nel mille cinquantaquattro v’ebbe peste in Germania (Kircher.).

A. dell’E. C. 1057. Peste in Macedonia, secondo lo stesso autore.

A. dell’E. C. 1065. Avvenne pure in quest’anno una pestilenza pressochè generale in Europa, accompagnata da carestia e fame atrocissima (Gratiol. Vincenzo Franzato ecc.).

A. dell’E. C. 1085. In quest’anno v’ebbe peste in Ungheria e in Dalmazia, e la città di Zara ne fu presa; pur il contagio, che faceva molto danno in Ungheria, nella Dalmazia non si estese gran fatto. La sollecita cessazione di questa calamità in Dalmazia fu attribuita all’intercessione dei Santi Grisogono, e Giovanni Orsini, vescovo di Traù, che viveva a quel tempo (Queste notizie sono tratte da un antico manoscritto originale esistente nell’archivio de’ monaci di s. Grisogono di Zara. Capsula IV. N. XIII. Obsignata L. 6.).

A. dell’E. C. 1093-94. Regnò la peste a questi anni in parecchi luoghi dell’Italia, della Francia, e della Germania; in mentrechè dura [287]fame affliggeva la Germania e la Francia, strabocchevoli inondazioni l’Inghilterra, e sterminatrici epizoozie in Italia, e altrove, accrescevano le miserie, e la desolazione di quelle popolazioni (Briet. Annal. Mund. ad h. a. Lebenswaldt.).

A. dell’E. C. 1098. Nella Germania scaricò il morbo pestilenziale in quest’anno tutto il suo furore, facendovi orribili strazj. V’ebbe pur anche l’epizoozia. A vizio dell’aria, secondo le opinioni di que’ tempi, si attribuì la grande mortalità dell’una e dell’altra spezie d’animali (Georg. Agricol. lib. de Peste).

Nell’anno stesso 1098 l’esercito de’ Cristiani delle Crociate, trovatosi stretto d’assedio in Antiochia, venne quasi consunto dalla fame e dalla peste (Max. Tyr. de Bello sacro lib. III. C. II. Spond. etc.).

Secolo XII.
A. dell’E. C. 1103. In quest’anno nell’Inghilterra un morbo pestilenziale fra gli animali ha preceduto la peste fra gli uomini (Papon. Chron. d. P. T. II.).

A. dell’E. C. 1119. La peste devastò anco in quest’anno l’Italia. Essa fu preceduta e conseguitata [288]da freddo eccessivo, da calori intollerabili, e da spaventevoli terremoti, che concorsero ad accrescere le desolazioni e gli orrori di quelle tristissime giornate (Vincent. Franzat. Gratiol.).

A. dell’E. C. 1125-26 e 27. Giorgio Agricola nel suo libro della peste narra, che nell’anno 1125 la Germania, travagliata da straordinario acutissimo freddo, vide perire parecchie migliaia d’uomini dalla peste, sviluppatasi, come si legge, per la corruzione de’ pesci, ch’eran periti nell’acqua stessa intirizziti dal freddo.

A questa, che forse altro non fu che un’epidemia tifica, susseguitò la pestilenza propagatasi quasi generalmente in tutta Europa cagionando immensi strazj fra le differenti nazioni già afflitte da crudelissima fame, e da una guerra sanguinosissima, nella quale gran parte delle potenze di Europa trovavasi sciauratamente avvolta. La peste vi continuò per tutto l’anno 1127.

A. dell’E. C. 1135. Nell’Insubria ossia in quella parte del Milanese, che conoscevasi sotto questo nome, si sviluppò la peste, dove in pria la siccità, e straordinarj calori della stagione, distrutte le messi, avevano introdotto [289]la fame (Gratiol. Catalog. Pest.). Secondo altri autori pur questa forse non fu, che un morbo epidemico.

A. dell’E. C. 1167. Il morbo pestilenziale s’insinuò nell’esercito di Federico Barbarossa, allorchè portava le sue armi contro di Roma, e vi cagionò grave mortalità. Perirono in tal circostanza molti soggetti, illustri per nascita, dignità, e sapere, oltre le persone di minor condizione (Spondan. eod. anno; Bernard. Corio, Storia di Milano).

A. dell’E. C. 1193. Mentre l’armata dell’imperatore Enrico VI. assediava la città di Napoli, la peste si spiegò fra la truppa, datovi assai guasto, e mortalità (Tarcagn. Part. II. lib. 13.).

Secolo XIII.
Anno dell’E. C. 1201. Peste quest’anno in Grecia (Papon. l. c.).

Anno dell’E. C. 1202. In Siria ben fiero s’appiccò il contagio all’esercito di Balduino (Briet. Annal. Mund. Kircher. etc.).

Fierissima peste desolò pur in quest’anno la città di Zara in Dalmazia[8].

[290]
A. dell’E. C. 1217. Mentre le armate de’ Galli nell’isola di Cipro allestivano la spedizione contro la Siria, insinuatasi fra la truppa la peste, andò a perire gran numero di soldati (Kircher. op. cit.).

A. dell’E. C. 1218. L’esercito Cristiano delle Crociate fu colpito in quest’anno dalla peste sotto Damiata in Egitto, mentre teneva quella piazza stretta d’assedio. Questa peste si disse preceduta dalla fame, e favorita ne’ suoi effetti dal fetore de’ cadaveri insepolti (Vitriac. Histor. Orient. lib. 3. Joan. Tarcagnot. part. II. lib. 14.).

A. dell’E. C. 1225. Riprodottasi più volte la peste nella città di Bologna, spense la maggior parte degli abitanti di quella celebre ed illustre città (Cherubino Ghirardazzi Istoria della città di Bologna lib. 5.).

[291]
A. dell’E. C. 1227. Ricordano gli storici che sì Bologna e sì Roma furono in quest’anno devastate dalla peste. Egli sembra però che sia stata la medesima peste, che invalse nel 1225, la quale o continuò o si è riprodotta (Ghirard. Storia di Bologna lib. 5. Gratiol.).

A. dell’E. C. 1231. Insolito e spaventevole straripamento del Tevere avendo per grande spazio allagata la campagna, accrebbe le miserie e le devastazioni del contagio, che in questo stesso anno si riaccese nella città di Roma (Tarcagnot. P. II. lib. 14. Spondan. Platina in Vita Gregorii IX.).

A. dell’E. C. 1233. Continuava la peste le sue devastazioni in Roma, ove di dieci infetti uno appena si salvava dalla violenza del morbo, allorchè in quest’anno 1233 penetrò il contagio anco nella città di Zara, ed uccise parecchi di quegli abitanti. Terminò però in breve con pochi danni. In tal occasione i Zaratini si vestirono di sacco di penitenza, e venne instituita la scuola de’ Verberanti (Tanzlinger Archidiac. Jadrensis in suis Memoriis etc.).

A. dell’E. C. 1234. Incrudelivan quest’anno freddi straordinarj ed eccessivi tanto in Italia che in Inghilterra. In Italia il Po restò gelato per qualche tempo. A ciò successe la carestia: [292]e appresso si sviluppò la peste nella parte occidentale d’Italia, e nell’Isole Britanniche. (Sigon. Regn. Ital. lib. 17. Spondan. eod. an. Bernardin. Corio, Storia di Milano). Alcuni altri autori sono d’avviso non essere stato questo, che un morbo epidemico (Adam. Bibl. Loim.).

A. dell’E. C. 1242-43. In Grecia, in Italia, in Francia v’ebbe a quest’anno peste sì micidiale ed atroce, che volendosi prestar fede ad alcuni storici, appena la decima parte delle popolazioni ne sopravvisse. Essa invase pur l’esercito di s. Luigi, re di Francia, mentre inseguiva l’armata di Enrico III, re d’Inghilterra, suo cognato. Pur questa pestilenza venne preceduta da stagione ardentissima e da straordinaria siccità (Lebenswaldt. Papon. opp. cit.).

A. dell’E. C. 1254. Nel Milanese si è riaccesa la peste, e secondo che ne vien riferito dagli storici, essa vi avea poste radici così profonde, che durò alcuni anni; nè arte umana valse a disradicarla più sollecitamente (Gratiol. Catalog. Pest.). Qualche storico accenna che non fusse vera peste, ma bensì un morbo ad essa somigliante (El. Cavriol. Chron. Brixien.).

A. dell’E. C. 1270. All’armata dello stesso s. Luigi s’apprese nuovamente la peste nel [293]tempo della spedizione da esso intrapresa contro l’Affrica, e non altrimenti avvenne alle falangi, donde assediava la città di Tunisi, facendovi molte stragi. Vi fu preso lo stesso re s. Luigi, che ne morì il dì 25. d’Agosto di quest’anno 1270. (P. Kircher. Lebenswaldt Briet. Papon. Adami).

A. dell’E. C. 1285. Peste nel Belgio e in Italia (Kircher. l. cit.).

A. dell’E. C. 1288. In quest’anno riprese la peste novelle forze, desolando, e distruggendo gran parte d’Italia sotto il pontificato di Nicolò IV. Questo pontefice si tenne chiuso nel suo palagio, durante il tempo della pestilenza, senza ommettere però le cure, ch’ei doveva al governo de’ suoi popoli. Si nota che, servendo egli alle opinioni invalse a que’ tempi, faceva accendere continuamente gran fuochi ne’ cortili del suo palagio e negli appartamenti (Kircher. Papon. opp. cit.).

Secolo XIV.
La peste del 1301 è divenuta famosa stante il pietoso affetto e lo zelo, con cui s. Rocco servì i malati da peste nello spedale di Piacenza in Lombardia. Questo celebre pellegrino, [294]nativo di Montpellier aveva abbandonato i suoi parenti, e rinunciato allo splendor della nascita, ed a’ beni tutti della fortuna per dar se stesso a servigio de’ poverelli, traendo oscura vita e meschina (Papon. Chron. des pest. T. II. p. 275.).

A. dell’E. C. 1307. Il Kirchero fa menzione di una crudelissima peste insorta quest’anno nell’Inghilterra.

A. dell’E. C. 1311. La peste menò grande strage a Treviso, a Padova, a Venezia, e verisimilmente in diversi altri luoghi d’Italia. (Papon. lib. cit.).

A. dell’E. C. 1316-17. Nel 1316 o non fu per anco del tutto estinto in Italia, o il pestifero seme vi rigermogliò. Imperversò nella Lombardia, e specialmente in Brescia, dove nello spazio di solo un mese uccise da sette mille persone secondo il Cavriolo. Nè solo in Italia quest’anno il contagio si limitò; chè le provincie Settentrionali dell’Europa, cioè a dire la Germania, l’Olanda, i Paesi Bassi, le Fiandre, il Belgio, una parte dell’antica Gallia, così pure la Polonia, ne andarono tutte, qual più, qual meno, travagliate e diserte. Continuò il reo malore pur nel 1317. Dirottissime piogge nella stagione di primavera, che non cessaron [295]di rompere in tolta la state e l’autunno, avendo guastato le biade, ed altri prodotti del suolo, cagionaron la fame, che unendo a que’ della peste i suoi terribili effetti, ne trasse quindi al sepolcro gran numero di persone. Riferisce il Bugati esser morti da un terzo degli abitanti di que’ paesi, che furono infetti da questa moria (EL Cavriol. Cronic. Brix. Kircher. Lebenswaldt. Spondan. An. 1315.).

A. dell’E. C. 1335. L’anno 1335 di G. C. è celebre negli annali del mondo per la quantità incredibile di cavallette, che copriron la terra, e ne divorarono i seminati. S’attribuì ad esse la cagion della peste, donde quest’anno venne afflitta gran parte d’Europa. Ancorchè rigorosamente parlando ciò ammettere non si possa, è certo però che sì gran copia di quegli animali, accrescendo per tutto la putrefazione, sparse nell’aria strabocchevole quantità di principj eterogenei, e malsani. Aggiuntovi poi il disagio, e gli strazj della fame, v’ebbe pur assai di che predisporre gli uomini a nuovi malori e a nuove stragi (Bernard. Corio Storia di Milano part. 3. Papon. T. ii. p. 274.).

A. dell’E. C. 1340. Il Rondinelli e il Corio assicurano che la peste involò alla Toscana in quest’anno il sesto incirca della sua popolazione. [296]In questo stesso anno vi fu la peste nella città di Sebenico in Dalmazia (Memorie esistenti nell’Archivio di detta città).

A. dell’E. C. 1342. In quest’anno la peste regnò in Francia. Si accusaron gli Ebrei di aver avvelenati i pozzi; e ciò bastò, perchè il popolo si scagliasse contro di loro, e tutto sopra d’essi ne scaricasse il furore (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1343. In quest’anno v’ebbe peste fierissima a Venezia, che durò sei mesi. Si propagò a Zara; ma quivi fece poco danno. (Petr. Pacifico Hist. Venet. p. 74).

A. dell’E. C. 1348. Questa, che ora son per descrivere, fu la peste la più terribile, che sia mai ricordata, dico la celebre Peste Nera. Tale sciagura non fu mai nè più generale nè più atroce. Secondo l’opinione degli storici più accreditati, questa pestilenza ebbe origine dal nord della China nel 1346 (e forse qualche anno prima); si andò propagando per l’Indie Orientali fino nella Soria; percorse la Turchia Asiatica e l’Europea; si propagò all’Egitto, alla Grecia, nell’Illirio, e in una parte dell’Affrica. Alcune navi de’ cristiani, provenienti dal Levante, la introdussero nel 1347 in Sicilia; donde venne portata per lo stesso mezzo a Genova; s’apprese a Pisa, [297]ec. Nel 1348 passò ad infettar tutta l’Italia, tranne Milano, il paese dei Grigioni, e di alcuni altri Cantoni a piè dell’Alpi, che dividono l’Italia dalla Germania, ne’ quali fece poco danno. Nel medesimo tempo attraversò le montagne; si stese nella Savoja, nella Provenza, nel Delfinato, nella Borgogna, e in Linguadocca; penetrò in Ispagna, nella Catalogna, nei regni di Granata e di Castiglia, e percorse quasi tutte le provincie Spagnuole. Nel 1349 prese l’Inghilterra, la Scozia, l’Irlanda, e la Fiandra, eccetto il Brabante, dove recò poche offese. Nel 1350 s’inoltrò verso il nord, ed invase la Frisia, la Germania, la Polonia, l’Ungheria, la Danimarca, e la Svezia, e quasi tutto il settentrion dell’Europa. A questo tempo, e da questa calamità la repubblica d’Islanda ne andò distrutta. La mortalità vi fu sì grande in quell’isola agghiacciata, che gli abitanti, parte uccisi dal morbo, e parte dispersi per altri disagi, cessarono di formare un corpo di nazione. Quindi ritornò in Francia e in Italia, e devastò quella parte, che aveva lasciata illesa da prima. Nel 1361 là desolò, specialmente Avignone, e qui Parma, Milano e Venezia, dove fece orrendo strazio di quegli abitanti, privò di vita il doge Delfino, e [298]più cardinali, come seguì in Avignone, nella qual città, sede a quel tempo de’ pontefici, uccise tra gli altri sette cardinali e settanta vescovi. Passò di poi un’altra volta a Firenze nel 1363, dove ne morì lo storico Villani. In quell’anno stesso 1363 terminò, dopo tante stragi, e dopo aver distrutto, giusta il computo degli storici più accreditati, tre quinti di abitatori di tutta l’Europa.

Percorsi di tal modo in differenti tempi tanti paesi, e provincie diverse, e nessun risparmiatovi, dove pascolo aver poteva la morte, durò questa pestilenza diciotto anni incirca, ma non fu mai in detto corso nè più terribile nè più generale, quanto nel sopraddetto 1348. In quest’anno, fra le molte città d’Italia, invase dal morbo, fieramente ne fu presa Fiorenza, e Giovanni Boccaccio con molto splendor di eloquenza ne la descrisse; la qual piacemi di soggiugnere dall’edizione Cominiana.

Descrizione della peste di Firenze dell’anno 1348.

Boccaccio, Decamerone Giornata I.

«Già erano gli anni della fruttifera Incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di [299]mille trecento quarant’otto, quando nell’egregia città di Fiorenza, oltre ad ogni altra Italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza: la quale per operazion de’ corpi superiori, o per le nostre inique opere, da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti Orientali incominciata, quelle d’innumerabile quantità di viventi avendo private, senza ristare, d’un luogo in un altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata; ed in quella non valendo alcun senno, nè umano provvedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da ufficiali sopra ciò ordinati, e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo, e molti consigli dati a conservazion della sanità, nè ancora umili supplicazioni non una volta, ma molte, ed in processioni ordinate, ed in altre guise a Dio fatte dalle divote persone; quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso, era manifesto segno d’inevitabile morte; ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi, ed alle femmine parimente, [300]o nell’anguinaia, o sotto le ditella certe enfiature; delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come un uovo, ed alcune più, ed alcune altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra breve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere, ed a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere, o livide, le quali nelle braccia, e per le cosce, ed in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi, e rade, ed a cui minute, e spesse. E, come il gavocciolo primieramente era stato, ed ancora era, certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno, a cui venieno. A cura delle quali infermità nè consiglio di medico, nè virtù di medicina alcuna pareva che valesse, o facesse profitto: anzi, o che natura del malore nol patisse, o che la ‘gnoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femmine, come d’uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse, e per conseguente, debito argomento non vi prendesse; [301]non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra il terzo giorno dalla apparizione de’ sopraddetti segni, chi piuttosto, e chi meno, e il più senza alcuna febbre, o altro accidente morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza, perciocchè essa dagl’infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a sani, non altrimenti che faccia il fuoco alle cose secche, o unte, quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male, che non solamente il parlare, e l’usare congl’infermi dava a’ sani infermità, o cagione di comune morte; ma ancora il toccare i panni, o qualunque altra cosa da quegl’infermi stata tocca, o adoperata, pareva seco quella cotale infermità nel toccator trasportare. Maravigliosa cosa è ad udire quello, che io debbo dire; il che se dagli occhi di molti, e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegno udito l’avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenza narrata nello appiccarsi da uno ad altro, che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece; cioè, che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della specie dell’uomo, [302]non solamente della ‘nfermità il contaminasse, ma quello infra brevissimo spazio occidesse: di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l’altre volte, un dì così fatta esperienza; che essendo gli stracci d’un povero uomo, da tale infermità morto, gittati nella via pubblica, ed avvenendosi ad essi due porci, e quegli, secondo il lor costume, prima, molto col grifo, e poi co’ denti presigli, e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra gli mal tirati stracci morti caddero in terra. Dalle quali cose, e da assai altre a queste somiglianti, o maggiori, nacquero diverse paure, ed immaginazioni in quegli, che rimanevano vivi, e tutti, quasi ad un fine tiravano assai crudele: ciò era di schifare, e di fuggire gl’infermi, e le lor cose: e così facendo si credeva ciascuno a se medesimo salute acquistare. Ed erano alcuni, i quali avvisavano, che il vivere moderatamente, ed il guardarsi da ogni superfluità avesse molto a così fatto accidente resistere: e, fatta lor brigata, da ogni altro separati viveano, ed in quelle case ricogliendosi, e rinchiudendosi, dove niuno infermo fosse, e da viver meglio, dilicatissimi cibi, ed ottimi vini [303]temperatissimamente usando, ed ogni lussuria fuggendo, senza lasciarsi parlare ad alcuno, o volere di fuori di morte, o d’infermi alcuna novella sentire, con suoni, e con quelli piaceri che aver potevano, si dimoravano. Altri, in contraria opinion tratti, affermavano, il bere assai, ed il godere, e l’andar cantando attorno, e sollazzando, ed il soddisfare d’ogni cosa all’appetito che si potesse, e di ciò, che avveniva, ridersi, e beffarsi, essere medecina certissima a tanto male; e così, come il dicevano, il mettevano in opera a lor potere, il giorno, e la notte, ora a quella taverna, ora a quell’altra andando, bevendo senza modo, e senza misura: e molto più ciò per l’altrui case facendo, solamente che cose vi sentissero, che loro venissero a grado, o in piacere. E ciò potevan far di leggiere, perciocchè ciascun (quasi non più viver dovesse) aveva, siccome se, le sue cose messe in abbandono; di che le più delle case erano divenute comuni, e così l’usava lo straniere, pure che ad esse s’avvenisse, come l’avrebbe il propio signore usate: e con tutto questo proponimento bestiale, sempre gl’infermi fuggivano a lor potere. Ed in tanta afflizione, e miseria della nostra città, era la reverenda autorità delle leggi così [304]divine, come umane quasi caduta, e dissoluta tutta per li ministri, ed esecutori di quelle, li quali, siccome gli altri uomini, erano tutti o morti, o infermi, o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare: per la qual cosa era a ciascuno licito, quanto a grado gli era, d’adoperare.

Molti altri servavano tra questi due di sopra detti una mezzana via, non istrignendosi nelle vivande quanto i primi, nè nel bere, e nell’altre dissoluzioni allargandosi quanto i secondi: ma a sofficienza secondo gli appetiti le cose usavano, e senza rinchiudersi andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere, e chi diverse maniere di spezierie, quelle al naso ponendosi spesso, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare: conciofossecosa che l’aere tutto paresse dal puzzo de’ morti corpi, e delle infermità, e delle medicine compreso, e puzzolente. Alcuni erano di più crudel sentimento, (comechè per avventura più fosse sicuro) dicendo, niun’altra medicina essere contro alle pestilenze migliore, nè così buona, come il fuggire loro davanti. E da questo argomento mossi, non curando d’alcuna cosa, se non di sè, assai ed uomini, e donne abbandonarono [305]la propia città, le propie case, i lor luoghi, e i lor parenti, e le lor cose, e cercarono l’altrui, o almeno il lor contado: quasi l’ira di Dio a punire la iniquità degli uomini con quella pestilenza, non dove fossero, procedesse; ma solamente a coloro opprimere, li quali dentro alle mura della lor città si trovassero, commossa intendesse; o quasi avvisando, niuna persona in quella dover rimanere e la sua ultima ora esser venuta. E, come che questi così variamente opinanti non morissero tutti, non perciò tutti campavano; anzi infermandone di ciascuna molti, ed in ogni luogo, avendo essi stessi, quando sani erano, esemplo dato a coloro, che sani rimanevano, quasi abbandonati per tutto languieno. E lasciamo stare, che l’uno cittadino l’altro schifasse, e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura, e i parenti insieme rade volte, o non mai si visitassero, e di lontano; era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini, e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava, ed il zio il nipote, e la sorella il fratello, e spesse volte la donna il suo marito; e, che maggior cosa è, e quasi non credibile, li padri, e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano. Per [306]la qual cosa a coloro, de’ quali era la moltitudine inestimabile, e maschi, e femmine, che infermavano, niuno altro sussidio rimase, che o la carità degli amici, (e di questi fur pochi) o l’avarizia de’ serventi, li quali da grossi salarj, e sconvenevoli tratti servieno, quantunque per tutto ciò molti non fossero divenuti; e quelli cotanti erano uomini, e femmine di grosso ingegno, e i più di tali servigi non usati, li quali quasi di niuna altra cosa servieno, che di porgere alcune cose dagl’infermi addomandate, o di riguardare, quando morieno: e, servendo in tal servigio, sè molte volte col guadagno perdevano. E da questo essere abbandonati gl’infermi da’ vicini, da’ parenti, e dagli amici, ed avere scarsità di serventi, discorse un uso, quasi davanti mai non udito, che niuna, quantunque leggiadra, o bella, o gentil donna fosse, infermando, non curava d’aver a’ suoi servigi uomo, qual che egli si fosse, o giovane, o altro, solo che la necessità della sua infermità il richiedesse: il che in quelle che ne guarirono, fu forse di minore onestà nel tempo, che succedette, cagione. Ed oltre a questo ne seguio la morte di molti, che peravventura, se stati fossero atati, campati sarieno. Di che, tra per lo difetto [307]degli opportuni servigi, li quali gl’infermi aver non poteano, e per la forza della pestilenza, era tanta nella città la moltitudine di quelli che di dì, e di notte morieno, che uno stupore era ad udir dire, non che a riguardarlo. Perchè quasi di necessità cose contrarie a’ primi costumi de’ cittadini nacquero tra coloro, li quali rimanean vivi.

Era usanza (siccome ancora oggi veggiamo usare) che le donne parenti, e vicine nella casa del morto si ragunavano, e quivi con quelle che più gli appartenevano, piangevano; e d’altra parte dinanzi alla casa del morto co’ suoi prossimi si ragunavano i suoi vicini, ed altri cittadini assai, e secondo la qualità del morto vi veniva il chericato, ed egli sopra gli omeri de’ suoi pari, con funeral pompa di cera, e di canti, alla chiesa da lui prima eletta anzi la morte n’era portato. Le quali cose, poichè a montar cominciò la ferocità della pistolenza, o in tutto, o in maggior parte, quasi cessarono, ed altre nuove in loro luogo ne sopravvennero. Perciocchè non solamente senz’aver molte donne dattorno morivan le genti, ma assai n’erano di quelli che di questa vita senza testimonio trapassavano; e pochissimi erano coloro, a’ quali i pietosi pianti, e l’amare [308]lagrime de’ suoi congiunti fossero concedute: anzi, in luogo di quelle, s’usavano per li più risa, e motti, e festeggiar compagnevole: la quale usanza le donne in gran parte, posposta la donnesca pietà, per salute di loro avevano ottimamente appresa. Ed erano radi coloro, i corpi de’ quali fosser più che da un dieci o dodici de’ suoi vicini alla chiesa accompagnati: de’ quali non gli orrevoli, e cari cittadini, ma una maniera di beccamorti sopravvenuti di minuta gente, che chiamar si facevan becchini, la quale questi servigi prezzolata faceva, sottentravano alla bara, e quella con frettolosi passi, non a quella chiesa, che esso aveva anzi la morte disposto, ma alla più vicina le più volte il portavano, dietro a quattro, o sei cherici, con poco lume, e tal fiata senza alcuno; li quali con l’ajuto de’ detti becchini, senza faticarsi in troppo lungo ofizio, o solenne, in qualunque sepoltura disoccupata trovavano piuttosto, il mettevano. Della minuta gente, e forse in gran parte della mezzana, era il ragguardamento di molto maggior miseria pieno: perciocchè essi il più o da speranza, o da povertà ritenuti nelle lor case, nelle lor vicinanze standosi, a migliaja per giorno infermavano; e, non essendo nè serviti, nè atati [309]d’alcuna cosa, quasi senz’alcuna redenzione tutti morivano; ed assai n’erano che nella strada pubblica o di dì, o di notte finivano; e molti, ancorachè nelle case finissero, prima col puzzo de’ loro corpi corrotti, che altramenti, facevano a’ vicini sentire, sè esser morti: e di questi, e degli altri che per tutto morivano, tutto pieno. Era il più da’ vicini una medesima maniera servata, mossi non meno da tema che la corruzione de’ morti non gli offendesse, che da carità, la quale avessero a’ trapassati. Essi e per se medesimi, e coll’ajuto d’alcuni portatori, quando aver ne potevano, traevano delle lor case li corpi de’ già passati, e quelli davanti agli loro usci ponevano, dove la mattina spezialmente n’avrebbe potuti vedere senza numero chi fosse attorno andato. E quindi fatto venir bare, e tali furono che, per difetto di quelle, sopra alcuna tavola ne ponieno. Nè fu una bara sola quella, che due, o tre ne portò insiememente: nè avvenne pure una volta, ma sene sarieno assai potute annoverare di quelle, che la moglie, e ‘l marito, gli due o’ tre fratelli, o il padre, o ‘l figliuolo, o così fattamente ne contenieno. Ed infinite volte avvenne che andando due preti con una croce per alcuno, si misero tre, o quattro bare [310]da’ portatori portate di dietro a quella, e dove un morto credevano avere i preti a seppellire, n’aveano sei, o otto, e tal fiata più. Nè erano perciò questi da alcuna lagrima, o lume, o compagnia onorati; anzi era la cosa pervenuta a tanto, che non altramenti si curava degli uomini che morivano, che ora si curerebbe di capre. Perchè assai manifestamente apparve, che quello che il natural corso delle cose non aveva potuto con piccoli, e rari danni a’ savj mostrare doversi con pazienza passare; la grandezza de’ mali eziandio i semplici far di ciò scorti, e non curanti. Alla gran moltitudine de’ corpi mostrata, che ad ogni chiesa ogni dì, e quasi ogni ora concorreva portata, non bastando la terra sacra alle sepolture, e massimamente volendo dare a ciascun luogo propio secondo l’antico costume; si facevano per gli cimiteri delle chiese, poichè ogni parte era piena, fosse grandissime, nelle quali a centinaja si mettevano i sopravvegnenti. Ed in quelle stivati, come si mettono le mercatanzie nelle navi, a suolo a suolo; con poca terra si ricoprieno, infino a tanto che della fossa al sommo si perveniva. Ed acciocchè dietro ad ogni particularità le nostre passate miserie, per la città avvenute, più ricercando [311]non vada, dico, che così inimico tempo correndo per quella, non perciò meno d’alcuna cosa risparmiò il circustante contado, nel quale (lasciando star le castella, che simili erano nella loro piccolezza alla città) per le sparte ville, e per gli campi i lavoratori miseri, e poveri, e le loro famiglie, senz’alcuna fatica di medico, o ajuto di servidore, per le vie, e per li loro colti, e per le case, di dì e di notte indifferentemente, non come uomini, ma quasi come bestie morieno. Per la qual cosa, essi così nelli loro costumi, come i cittadini, divenuti lascivi, di niuna lor cosa, o faccenda curavano: anzi tutti, quasi quel giorno, nel quale si vedevano esser venuti, la morte aspettassero, non d’ajutare i futuri frutti delle bestie, e delle terre, e delle loro passate fatiche; ma di consumare quelli, che si trovavano presenti, si sforzavano con ogni ingegno. Perchè adivenne che i buoi, gli asini, le pecore, le capre, i porci, i polli, ed i cani medesimi, fedelissimi agli uomini, fuori delle proprie case cacciati, per li campi, dove ancora le biade abbandonate erano, senza essere non che raccolte, ma pur segate, come meglio piaceva loro, sen’andavano. E molli, quasi come razionali, poichè pasciuti erano bene il giorno, la notte [312]alle lor case, senza alcuno correggimento di pastore, si tornavan satolli. Che più si può dire, lasciando stare il contado, ed alla città ritornando, se non che tanta, e tal fu la crudeltà del cielo, e forse in parte quella degli uomini, che infra ‘l Marzo, ed il prossimo Luglio vegnente, tra per la forza della pestifera infermità, e per l’esser molti infermi mal serviti, o abbandonati ne’ lor bisogni, per la paura che avevano i sani, oltre a centomila creature umane, si crede per certo dentro alle mura della città di Firenze essere stati di vita tolti; che forse anzi l’accidente mortifero non si saria estimato tanti avervene dentro avuti. O quanti gran palagi, quante belle case, quanti nobili abituri, per addietro di famiglie pieni, di signori, e di donne, infino al menomo fante rimasero voti! O quante memorabili schiatte, quante amplissime eredità, quante famose ricchezze si videro senza successor debito rimanere! Quanti valorosi uomini, quante belle donne, quanti leggiadri giovani, i quali non che altri, ma Galieno, Ippocrate, o Esculapio avrieno giudicati sanissimi, la mattina desinarono co’ loro parenti, compagni, ed amici, che poi la sera vegnente appresso nell’altro mondo cenarono con li loro passati!. A [313]me medesimo incresce andarmi tanto tra tante miserie ravvolgendo».

Il morbo pestilenziale che a questa età funestissima ha tante Provincie e Città così crudelmente afflitte e deserte, si è manifestato pur anco nella città di Spalatro in Dalmazia nel giorno 25 Dicembre dello stesso anno 1348; e vi fece così rapidi e terribili progressi, che distrusse quasi tutti gli abitanti di quella città, compreso lo stesso zelantissimo arcivescovo Domenico Cucari. Là pure non si trovava chi si prestasse di dar sepoltura ai morti, i quali restavano insepolti e nelle case, e nelle piazze, e nei campi a libero pascolo de’ corvi, de’ lupi e d’altre fiere, che con somma maraviglia si vider quell’anno in gran numero scorrer le terre della Dalmazia; dove pur si osservarono straordinarj fenomeni, cioè l’eclissi solare, e lunare, due visibili comete, non che l’aria atmosferica ingombra di neri vapori, e di esalazioni morbifere.

Nel tomo III dell’Illyricum Sacrum di Michele Farlato si legge riportata la descrizione di questa peste, scritta a quel tempo da un individuo dell’antichissima famiglia a Cutteis di Spalatro, la qual descrizione ritiene quelle forme [314]solenni ed energiche di verità, che suol avere la storia, scritta da chi ha sott’occhio lo spaventevole quadro di così immense sciagure[9].

[315]
Nell’anno successivo 1349 il contagio si propagò anco nella città di Zara, i cui abitanti erano già in preda all’estremo terrore, e ne andaron periti oltre a due mila di essi. Un’epizoozia ferocissima regnava contemporaneamente in [316]quella città e suo territorio, la quale distrusse la maggior parte degli animali. (Joan. Lucius lib. 2. a Cutteis de flagello pestis in homines et pecudes. Simeon Glinbavaz, in suis memoriis cap. 2. pag. 157.).

La città di Ragusi, capitale a quel tempo dell’antichissima Repubblica di questo nome, non andò illesa dalla grave sciagura, a cui Europa tutta andò soggetta, ma nel ridetto anno 1348 circa li 13 di Dicembre penetrata fra suoi abitanti la terribile pestilenza, vi operò miserando strazio. Durò sei mesi: cento e [317]settanta patrizj, trecento cittadini del secondo ordine; e circa settemille individui della plebe furono estinti a quel tempo dall’esiziale contagio. La narrazione di questa grave calamità trovasi registrata nel Libro de’ Testamenti di quell’epoca, esistente nel Tesoro Ragusino; nel qual antico monumento viene indicata la rea indole del morbo, e le crudeli stragi per esso operate, da que’ medesimi, che di tanto flagello furono ocular testimoni. (Serafin. Razzi V. Farlati Illyric. Sacr. Tom. III. pag. m. 130).

Nessun’altra pestilenza giammai non giunse a tanta mortalità. Marsiglia perdette nel 1347 due terzi de’ suoi abitanti. Roma fu travagliata dal contagio per tre anni interi, cioè nel 1346. 47-48; e v’ebbe perdita incalcolabile. A Firenze ed in tutto il suo territorio delle cinque persone ne morirono tre; sette di dieci a Pisa nello stesso anno 1348. Conta lo storico Agnolo da Tura, che nei quattro mesi di Maggio, Giugno, Luglio, e Agosto la peste rapì a Siena ottanta mila persone, e ch’egli stesso seppellì colle proprie mani i suoi cinque figli in una medesima fossa. La città di Trapani in Sicilia restò compiutamente deserta. Genova perdette quaranta mila persone, Napoli sessanta mila, e la Sicilia unitamente alla Puglia cinquecento [318]trenta mila; Venezia due terzi circa della sua popolazione; Avignone, compreso il suo territorio, da circa cencinquanta mila abitanti, e n’andò quasi distrutta. A Montpellier la peste incominciò nel 1345; cessò nel 1348; si riprodusse nel 1361; ed ivi secondo il Ranchin, professore e cancelliere dell’Università, morivano più di 500 persone al giorno, talchè questa città restò quasi affatto spoglia di abitatori. Parigi pure nel 1348 soffrì infiniti disastri e danni. A Basilea morirono dalla peste da quattordici mila persone; a Lubecca novanta mila; in Ispagna negli anni 1347-48-49 la peste involò quasi due terzi di tutta la sua popolazione. E se può credersi giusto il calcolo, narrasi, che in tre anni l’Europa per questo contagio abbia perduti 124,484 religiosi scalzi. Nella Certosa di Montrieux in Provenza di trentacinque religiosi, che componevano quella famiglia, non vi restò che il solo Gerardo fratello del Petrarca. Nè minori furono le stragi fatte da questo spaventevole flagello in Inghilterra e in Germania; dove forti e frequenti terremoti hanno preceduto le devastazioni della peste del 1360.

Questo memorando contagio fu generalmente di una qualità atroce, ed in sommo grado penetrantissimo. Succedeva la propagazione, [319]e diffondevasi fra le popolazioni quasi con la rapidità del fulmine. Pochi superavano la sua violenza. I sintomi però non erano gli stessi di tutti e da per tutto. Nell’Oriente il sintoma più costante col quale si enunciava la malattia era l’emorragia di sangue dal naso, e costituiva il segno quasi sicuro della morte. In Italia, in Francia, in Germania, e altrove incominciava per lo più da lassezza improvvisa ed insolita degli arti inferiori; e l’accompagnavano debolezza generale della persona, dolor di testa, turbamento nelle funzioni del cerebro, vomiti frequenti e crudeli, smania, ardori ai precordj, angoscia, languori straordinarj, polsi deboli, contratti, e mancanti quasi sotto le dita; altre volte pieni, duri, frequenti, intermittenti, irregolari; soventi volte il polso non mostrava indizio di febbre; diarree copiose, che traevano in breve ora a sfinimento e a morte i malati, e malgrado gli ostinati corsi del ventre, sussistente tensione degl’ippocondrj; difficoltà di respirare; talvolta tosse ostinata ed inane; emorragie, delirj, frenesia, torpore, letargo. La pelle si copriva di esantemi rossi, lividi o nerastri; agl’inguini, alle ascelle, al collo, e in altre parti comparivan buboni: al collo, al dorso, fra le scapole, [320]sulle cosce, e in altre parti del corpo apparivan carbonchi. Qualche tempo dopo si osservò alcuna variazione nei sintomi. Il contagio enunciavasi il più di sovente con macchie livide o nere, che larghe e rare presso gli uni, picciole e spesse presso gli altri comparivano, da principio in sulle braccia e sulle cosce, poi sopra il resto della persona, e che ben presto si cangiavano in carbone, ed erano indicio quasi certo di una vicina morte. Il male deludeva d’ordinario tutti i soccorsi dell’arte medica; e i malati morivano per lo più entro i primi tre giorni, e talora improvvisamente quasi colpiti da fulmine. I giorni più funesti erano il primo, il terzo, il quinto, e finalmente il settimo. Fino da quest’irruzione pestilenziale gli autori osservarono, che quanto il facile uscire della materia morbosa, per mezzo di una buona suppurazione dava speranza di guarigione, altrettanto riusciva pericolosa cosa il sopprimerla.

Narra il Villani che la suddetta peste di solito non durava più di cinque mesi in ciascuna terra, e secondo il Cortusio sei mesi. In alcuni luoghi oltre le calamità della peste v’ebbero quelle della guerra. A Napoli ardeva la peste, mentre vi facean la guerra Lodovico I [321]re di Ungheria, ed Alfonso; in Francia sussisteva la guerra contro l’Inghilterra.

Alcuni popoli attribuirono questa terribile pestilenza ad una causa soprannaturale. Eglino si contentaron di risguardarla semplicemente come un castigo fulminato su di loro dal giusto sdegno di Dio. Altri pretesero che la causa ne fosse stata un fuoco scoppiato in Oriente dalle viscere della terra, o caduto di cielo; il quale, spargendosi, distruggeva uomini ed animali. (Cortus. hist. lib. 9. c. 14 Matt. Villani t. 1. et 2. Villarc. lib. 12. c. 83). La maggior parte poi conveniva nell’opinione che sussistessero sparsi nell’aria dei vapori nocivi, i quali ritenesser fra loro raccolto il veleno pestilenziale[10].

Parecchi storici hanno descritta questa pestilenza, e specialmente fra gl’italiani il Cortusio, il Petrarca, il Boccaccio, Giovanni e Matteo Villani. Quindi le notizie storiche ad essa relative le ho raccolte da questi scrittori, ed [322]anche dai seguenti (Guid. de Chaulieu Chirurg. magn. etc. Raymund. de Vinario lib. I. de Peste; El. Cavriol. Chronic. Brixiens.; Bernardin. Corio Storia di Milano; Papon. Chronolog. des Pestes V. I.; Sabellic. Decad. III. lib. 3. Joan. Tarcagnot. Hist. Mund. lib. XVI. Spangenberg Chronic. Contacuz. lib. 5. c. 8. Gratiol. Catalog. Pest. ad. a. 134-8. Lebenswaldt. p. 15. Adam. Bibl. Loim. de Sismondi Histoire des Republiques Italiennes du moyen âge. T. VI. p. 16-23. Georg. Agricol. Lib. de Peste, Kircher. lib. X.).

A. dell’E. C. 1374. La peste ricomparve quest’anno in Toscana, in Provenza, e in Linguadocca. Gravi danni vi ha essa nuovamente recati, quantunque minori de’ sopraddescritti, (Papon.; Raymund. de Vinario; P. Kircher. opp. cit.).

A. dell’E. C. 1375. Nel successivo anno mille trecento settantacinque si rinnovò la peste in quasi tutta la Germania (Raymund. de Vinario; Kircher. opp. cit.).

A. dell’E. C. 1377. Nuova e terribile pestilenza spopolò in quest’anno le città di Venezia e di Genova (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1381-82-83. Dominato tutto questo secolo da fierissima peste, ne andò presa ora una parte ed or l’altra del mondo abitato, [323]per modo che appena estinguevasi in una provincia il fuoco del contagio divoratore, riaccendevasi in un’altra. Nuove scintille scoppiar si videro qua e là nel 1381. Verso la fine di detto anno invasane di nuovo la città di Venezia, vi continuò ad infierire per alcuni mesi del 1382, recando gravi danni e sciagure. Fra gli altri morì dal contagio il doge Michele Morosini nel quarto mese del suo dogato (Petr. Pacifico Hist. Venet. p. 77.). Nel 1382 divampò con grave rovina nella città di Bologna, e ne’ circostanti paesi. Nello stesso anno trecento ottantadue ne andò devastata la Boemia. Narra il Lebenswaldt, che a Praga si contarono da 1116 morti in un sol giorno. A questo stesso tempo alcune provincie dell’Asia rimasero pur dalla peste desolate e deserte. Nel 1383 penetrò di nuovo il contagio a Firenze, e fu di tal modo micidiale e feroce, che uccideva fino a tre e a quattrocento persone al giorno. Altri luoghi di Europa ancora provarono di si terribile calamità i funestissimi effetti (Cherubino Ghirardazzi Storia di Bologna lib. XXV. Raymund. de Vinario lib. de Peste; Julius Palmarius de morbis contagiosis p. 373. Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1390-91. Seguendo la storia [324]trovasi ancora nel 1390 la peste in Francia, nella Provenza, e a Bologna in Italia. Sia, che quivi fosse rigermogliata da qualche seme non bene estinto dell’ultimo terribile contagio, sia, come altri vogliono, che fossevi stata portata di nuovo da persona infetta, narrasi, che da di là si è diffusa nella Romagna; e dalla Romagna col mezzo de’ bastimenti commerciali passata a Genova, e a Venezia; dalla quale ultima città venne poi introdotta nell’anno susseguente 1391 col mezzo di un individuo infetto a Verona ed a Brescia.

Nel 1391 v’ebbe parimenti fiera peste nella Turingia, ed in varj altri luoghi della Germania. Nel 1391 comparve una cometa, la cui apparizione fu susseguitata da dirotte piogge, da tempeste, da inondazioni, come pure dalla fame e dalla peste: fenomeni ordinarj delle gravissime calamità fisiche, le quali togliendo agli uomini i necessarj mezzi di sussistenza, li lasciano esposti a tutte le ingiurie del bisogno, al cordoglio delle privazioni, e alla roditrice miseria. (S. Giovanni di Capistrano nel suo Specchio della coscienza; Papon. T. II. p. 277. Lebenswaldt).

A. dell’E. C. 1399-1400. Nel mille trecento novantanove si sviluppò nuovamente la peste [325]nella Lombardia. Nel mille quattrocento si ampliò, desolando parecchie delle principali città e paesi d’Italia; ma in nessun luogo fece tanta strage, quanto a Firenze, dove secondo la relazione degli storici più accreditati vi perirono da circa trenta mille persone. Riferisce il Karnero, che la città di Siena ne andò pur fieramente travagliata, e che Roma fece immensa perdita di persone, tra le quali moltissimi pellegrini ed altri forestieri, che in gran numero vi si erano trasferiti in quell’anno per la ricorrenza del Giubileo (Boninsegn. lib. IV. El. Cavriol. lib. 8. Gratiol. Chronic. Pest. Karner. Lib. de Peste. Kircher. Chronolog. Pest. Papon. opp. cit.).

Nel giorno 20 Febbraio dello stesso anno 1400 cominciò nella città di Ragusi la peste, la quale fu fierissima, e durò due anni. Vi perirono 160 patrizj, appartenenti al maggior consiglio, 207 matrone, e da circa cinque mille delle altre classi del popolo. Nell’anno 1403 cessata la peste, venne confermato il decreto del Senato del 1400 risguardante la solennità della festa dei ss. quaranta Martiri, ed ampliata quella di s. Biagio, protettore di quella Republica. (Seraphin. Cerva Compend. Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae; Giovanni di Marino [326]Gondola, Annali della città dì Ragusa pag. 97. Storia di Ragusi scritta da un Anonimo; Serafino Razzi Storia di Raugia pag. 124.).

Secolo XV.
A. dell’E. C. 1415. Francesco Valeriola nel settimo libro degli Epidemj P. I. fa menzione di una pestilenza, che in quest’anno 1415 afflisse la Spagna, e che secondo il detto autore desolò quel regno per più anni seguitamente. Non mi fu fatto di rinvenire memoria di questa pestilenza in altri autori, nè di raccogliere alcuna particolarità, donde la stessa sia stata contraddistinta.

A. dell’E. C. 1416. Nell’anno mille quattrocento sedici incominciarono li Ragusei a pagare il tributo di 500 ducati annui alla Porta Ottomana sotto l’impero di Bajazet Begh Gran Signore de’ Turchi. A questo stesso anno Paolo Gondola, reduce dall’Ungheria, e dalla Turchia, portò la peste in Ragusa, la quale si è sviluppata nel giorno 28 Aprile di detto anno, e durò fino il dì 29 Giugno, dopo aver tratto al sepolcro da circa 3800 di quegli abitanti (Annali della città di Ragusa op. cit. pag. 98. Storia di Ragusi scritta dall’Anonimo [327]ec. Compend. Historiae Ecclesiasticae Rhacusinae).

A. dell’E. C. 1420. Nell’anno mille quattrocento venti vi fu peste a Spalatro, portata, come si crede dalla vicina Turchia (Bajamonti Storia della peste che regnò in Dalmazia ecc. p. 137).

A. dell’E. C. 1421. La peste travagliò in quest’anno la città di Napoli, secondo il Kirchero ex Nauclero.

A. dell’E. C. 1422. La peste invase di nuovo Ragusi in quest’anno. Incominciò parimenti nel mese di Aprile, e terminò in Giugno dell’anno stesso. Giacomo Gondoaldo, medico Ferrarese, stanziato fin dal 1410 qual medico in condotta a Ragusi, avendo suggerito il preservativo e la precauzione di separare gl’infetti dai sani, ne ottenne, che questa volta la peste v’ebbe di pochi danni recati (Biblioth. Script. Rhagusinor. a P. Seraph. Cerva concinn.; Storia di Ragusi dell’Anonimo).

A. dell’E. C. 1423. Anche in quest’anno la città di Bologna soffrì innumerabili danni per cagion della peste, da cui fu crudelmente afflitta. Contemporaneamente il contagio operò orrendi strazj a Brescia, ove dal mese di Marzo sino alla fine di Ottobre uccise da circa ottomila [328]persone (Cherub. Ghirardazzi Storia di Bologna lib. 29. El. Cavriol. Chron. Brix.).

A. dell’E. C. 1428. Ad un verno assai dolce conseguitò una state caldissima, a tale che l’aria atmosferica eccessivamente riscaldata respiravasi a pena. A questa inclemenza di stagione tenne dietro la peste, la quale si sviluppò a Roma l’anno stesso, ed estinse parecchie migliaja di abitatori (Spondan. eodem an. Papon. l. c.).

In questo stesso anno mille quattrocento ventotto v’ebbe una terribile e micidial pestilenza nella città di Curzola in Dalmazia (ora appartenente al Circolo di Ragusi), la quale distrusse quasi interamente quella popolazione; per modo che andò diserta questa città, che prima della peste racchiudeva oltre a sette mila abitanti, come segnano le memorie, e’ vestigi dell’antica città; nè più mai si ripopolò, contando ora appena da 1000 persone. Tentando di sottrarsi dal comune eccidio, i rettori della città ed altri cittadini si ritirarono nella vicina villa Zernova, dove rimasero più mesi, ed ivi unirono le magistrature e ragunarono il loro consiglio (Memorie di Curzola esistenti nell’Archivio di detta città. Vedi Ragguaglio di questa peste scritto da un [329]contemporaneo; Statuto di Curzola a Stampa nelle Riformazioni cap. 190-91. p. 107.).

A. dell’E. C. 1430. S’apprese di nuovo la peste a Ragusi in quest’anno 1430 proveniente da Trebigne, borgata della confinante Turchia, dove vi fu il giorno 30 Maggio di quest’anno un combattimento tra li Ragusei, e Radosav Paulovich, signor di Trebigne. Per merito dei sempre più cauti provvedimenti di Polizia sanitaria, che i Magistrati della Repubblica di Ragusi adottarono dietro i saggi suggerimenti del sopraccennato medico dott. Gondoaldo, pochissime furono le vittime di questo contagio (Bibliotheca Script. Ragusin. Istoria anonima di Ragusi). Or piacemi di aggiugnere un picciolo squarcio dell’Opera Bibliotheca Scriptor. Ragusin.[11]; perchè consti che fin da quel tempo si avevano a Ragusi chiare idee della qualità attaccaticcia della peste, e si conoscevano ottimi provvedimenti sanitarj per impedire la propagazione del contagio, e per distruggerne il micidiale suo germe.

[330]
A. dell’E. C. 1434-35. Per l’irregolarità delle stagioni nata la sterilità delle terre, e scarseggiando ogni anno più i lor prodotti, si provarono in diversi luoghi d’Europa la carestia e la fame. A questa calamità successe in parecchie provincie della Germania la peste, o, come altri vogliono, un’epidemia d’indole alla peste somigliante, la quale fu micidiale di sì fatta [331]maniera, che uccideva improvisamente i passeggieri sulle strade e ne’ campi. Nella sola città di Norimberga estinse da circa dieci mille persone (Georg. Agricola Gratiol. opp. cit. Adami Bibl. Loim.).

A. dell’E. C. 1436. La Lusitania propriamente detta, ossia il Portogallo, l’Estremadura, e la vecchia Castiglia (dacchè tutti e tre questi regni erano una volta compresi nella Lusitania), furon quest’anno miseramente devastati dalla pestilenza, la quale durò più anni continuamente. Il re Edoardo, che per cessarne il pericolo s’era ritirato nel monastero di Thomast, prese il contagio per una lettera da esso incautamente aperta, la quale dopo stata infetta, se gli era fatta pervenire coll’espresso divisamento di appiccargli la peste. Questo sventurato principe morì da quello, dirò così, assorbito malore il dì 9 Settembre 1438 nell’età di 37 anni (Spondan. hoc ipso anno, Marian. lib. 21. cap. 13.).

A. dell’E. C. 1437. La città di Ragusi andò in quest’anno pur devastata dalla peste. Dessa fu d’indole così maligna e violenta, che nel corso di soli tre mesi, ne’ quali infuriò, cioè dal primo Aprile a tutto Giugno, spogliò la città quasi interamente di abitatori. La maggior [332]parte de’ patrizj però si è preservata; dacchè al primo scoppiare del morbo si sono ritirati a Gravosa, ed altri ricoveratisi in altri luoghi. Considerevole numero di persone imitarono il loro esempio, sottraendosi colla fuga a tale calamità. Di undici patrizj rimasti in città alle redini del governo, dieci ne sono morti; il più vecchio sopravvisse, e morti sono del pari tutti quelli, che rimasti erano ad abitar la città. Si nota essere stata questa peste introdotta da certo nobile Resti (Compend. Hist. Ecclesiast. Rhacusinae; Sal. de Diversis Descriptio Rhagusina pag. 146 et seq.[12]).

A. dell’E. C. 1438. Nella città di Venezia la peste consunse quest’anno gran numero di abitanti, sotto il principato di Francesco Foscari (Sabellic. Decad. 3. lib. 6. Gratiol. ad. h. a.). In questo stesso anno 1438 il contagio penetrò in parecchi altri paesi d’Italia, e si propagò in Francia, in Germania, e in Inghilterra.

Dopo sette anni di tristissima carestia, e di [333]notabil disagio d’ogni cosa necessaria alla sussistenza, quest’anno fu sommamente fertile, ma pur venne fieramente travagliato dalla peste, che continuò in varie parti delle sopraccennate regioni fino alla primavera del seguente anno 1439, ed in altra fino il 1440, spopolando, e distruggendo parecchi paesi. Notano gli storici che nella città di Costanza si contavano fino 4000 morti al giorno, lo che però sembra esagerato e così in altri luoghi, fino al successivo anno 1440. Nel 1439, nel tempo in cui l’esercito di Milano teneva assediata Brescia, detta città provò prima gli orrori della fame, poi quelli della peste (El. Cavriol. lib. 10.). Il morbo aveva per sintomo particolare un profondo letargo; tal che i malati dopo un apparente sonno di due o tre giorni si destavano, ricadendo poi tra poco in agonia (Lebenswaldt; Papon. Adami; opp. cit.).

A. dell’E. C. 1440. La peste in quest’anno fece orrendo strazio a Basilea, dove a quel tempo tenevasi il famoso Concilio. Parecchi di que’ prelati, ed altri padri insigni della chiesa ivi ragunati perirono vittime dello struggitore contagio. Enea Silvio Piccolomini, poi Pontefice Massimo sotto il nome di Pio II, fu pure da questa peste invaso, e ne guarì; e [334]ne la descrisse in un singolare suo libro de Peste (Tarcagnot. opp. cit. lib. 19.).

A. dell’E. C. 1448-49-50. Gran parte di Europa, quasi tutta l’Italia, e in particolar modo il Milanese, e l’Insubria intera andarono a questi anni soggette a pestilenza, la quale si mantenne fierissima per circa due anni, attaccando or l’uno or l’altro paese; e nè anche la Dalmazia andò esente nell’anno 1449 da tale calamità[13]. La Francia, la Germania, e la Spagna nel 1450 furono pur travagliate ferocemente dalla peste. Si pretende, che nel 1450 essa involasse alla sola città di Parigi quaranta mille persone in due mesi. Dice il Senac (Traité de la peste p. 23.), «il Quercetano è il solo medico, che dell’indole di questa peste ci abbia data un’idea». Soggiunge, «essa era accompagnata da accidenti terribili. Lo spavento invadeva tosto gli animi i più coraggiosi e più fermi, di maniera che non permetteva loro di vedere altri oggetti, che una morte inevitabile. [335]Abbandonati intieramente alla disperazione, s’avviluppavano essi medesimi in un lenzuolo. Altri non avevano neppur il tempo di occuparsi di questo apparato funebre, poichè morivano improvvisamente. Quegli, che avevano la sventura di percorrere il corso della malattia, venivano coperti da pustule carbonchiose, terribile conseguenza delle febbri pestilenziali». (Ciacconio nella vita di Nicolò V. Platina nella vita dello stesso; Bernardin. Corio Storia di Milano; Joann. Tarcagnot. Hist. Mund. P. II. lib. 19. Saladin. Ferro Tract. de Peste. Jul. Palmarius de Morb. Contag. Francisc. Rondelet opp.).

A. dell’E. C. 1453. Michele Sachs nella vita di Federico III narra, che in quest’anno v’ebbe peste fierissima ad Erfurt capitale della Turingia nella Sassonia, vittime della quale restarono da ventotto mila persone.

Qualche comentatore sostiene essere questo numero esagerato; pure se si consideri che Erfurt è città grande, in un terreno assai fertile, e se ora non è molto popolata, la sua vastità però mostra di esserne stata altra volta. Di più, considerato che nel principio del secolo decimoquinto era al sommo della sua floridezza, concorrendovi alla sua Università, fondata [336]nel 1392, gran numero di studenti, non v’ha ragione per credere di troppo esagerato il numero sopraddetto.

A. dell’E. C. 1456. Col mezzo di mercanzie infette venne introdotta in quest’anno la peste a Ragusi, la quale uccise circa un quaranta individui del corpo nobile, e 500 dell’altre classi del popolo. Anco in questa circostanza la maggior parte degl’individui del corpo nobile, e molte altre famiglie si erano ritirate a Gravosa, e in altri luoghi del territorio (Farlati Histor. Eccles. Rhacusin. pag. 163.).

Nello stesso anno 1456 vi fu peste a Spalatro, e nell’isola di Pago in Dalmazia. In una relazione del Conte di Pago al magistrato al Sal di Venezia si legge: che fino al giorno due Luglio di quell’anno 1456 erano da 300 persone perite dalla peste in quella appena costrutta, e non ancora terminata città.

A. dell’E. C. 1460. Gli storici narrano essersi sviluppata in quest’anno in più luoghi della Germania una pestilenza d’indole singolare, la quale uccideva irremissibilmente gli uomini robusti, meno però le donne, e più meno i fanciulli (Spondan. eod. an. Kircher. opp. cit.). Si deve supporre questa non essere stata vera peste, ma bensì un altro genere di epidemia.

[337]
In quest’anno 1460 fu pur fierissima peste in Zara, per la quale, fra l’altre memorie, avvi una ducale dell’Eccellentissimo Senato Veneto 17 Agosto, in cui leggesi: «Che i Zaratini usciti dalla città per causa della peste possino ritornar in Zara a loro beneplacito». (lib. 11. Privilegior. Nob. Nonens. ad an. 1460).

A. dell’E. C. 1464-65-66. La peste ha ricominciato quest’anno a Ragusi, e vi durò li sovraccennati tre anni. In questo spazio vi uccise grande quantità di persone; e sussistendovi ancora nel 1466, il Senato nel mese di Maggio di detto anno decretò l’erezione di un Lazzeretto vicino alla città, quello, che tuttavia sussiste, e che è il solo in Dalmazia, che accolga le merci sospette provenienti per la via di terra dalla vicina Turchia (Seraph. Cerva Hist. Ecclesiast. Rhacusina p. 288. e segg.; Storia Anonima di Ragusi).

A. dell’E. C. 1473. Calori straordinarj, ed eccessivi, lunga siccità, tempeste desolatrici, e immensa quantità d’insetti devastatori cagionarono la perdita de’ ricolti, a cui è succeduta una terribile crudissima fame, la quale ha preceduto la peste, che in quest’anno desolò l’Italia. (Gratiol. Catalog. Pest.; Lebenswaldt opp. cit.).

A. dell’E. C. 1475-76. O non bene estinta, [338]o riprodotta, cominciò di nuovo ad infierire la peste in Italia verso la fine dell’anno 1475. Si propagò essa in più luoghi, ed accrebbe la sua sevizie nel successivo anno 1476, bersagliando più fieramente d’ogni altro paese la città di Roma. Contemporaneamente il morbo fece molte stragi a Marsiglia in Francia. Quest’anno fu considerevole per il continuo piovere dirottamente, per tempeste spaventevoli, ed inondazioni allagatrici; cose tutte, che fanno suppor di leggieri, che sussistessero nell’atmosfera quelle condizioni, e que’ principj, che sono i più favorevoli allo sviluppo, ed alla propagazion del contagio.

A. dell’E. C. 1477-78-79. Vedemmo riaccesa la peste in Italia nel 1475, e ampliata nel 1476 inferocire in varie città e paesi; ora seguendo la storia la troviamo di nuovo in Italia nel mese di Agosto del 1478, sparsa in parecchi luoghi farvi di somme stragi. Quantunque gli storici non facciano menzione alcuna ch’essa sia sussistita nell’anno intermedio 1477, si dee però ritenere, che in detto anno non fosse, che minorata, od assopita, non già estinta del tutto; e che quella del 1478 non sia stata, che la continuazione della precedente del 1475 e 76.

[339]
Nel detto anno 1478 la maggior parte d’Italia fu crudelmente vessata da atroce pestilenza. A Firenze in ispezieltà fece orrendo strazio di quegli abitanti. Si contavano oltre cinquecento morti al giorno. Venezia pur ne fu presa, e nel corso di detta pestilenza perdette da circa trentamila abitanti; Brescia venti mille, e così altri luoghi. Gli storici fanno menzione di una immensa quantità di locuste, che a quel tempo distrussero i seminati, aumentarono la putrefazione, ed accrebbero le calamità e le miserie di quelle desolate popolazioni (Marsil. Ficin. Libro della Peste capo 2. e 3. Georg. Agricol. Lib. de Peste. El. Cavriol. Chron. Brixiens.).

A. dell’E. C. 1480-81-82. Nel mille quattrocentottanta la peste venne portata dalla Siria nella città di Ragusa col mezzo di alcune balle di cotone infetto, le quali appartenevano a certo Biagio de Ragnina. Si è sviluppata nel giorno 15 Ottobre, e vi durò tre anni. In detto corso sono periti 135 individui del corpo nobile, e 1948 persone delle altre classi (Seraph. M. Cerva Histor. Ecclesiast. Rhacusin. p. 268. Serafin. Razzi Storia di Raugia p. 152. Anonimo Storia di Ragusi an. 1481). Contemporaneamente nell’anno 1481 vi fu peste nella [340]città di Zara in Dalmazia, come si rileva da una pergamena testamentaria esistente nell’Archivio di quella città.

Allo stesso anno 1482 e nel successivo 1483 v’ebbe peste in Francia; intorno la quale notano gli storici, che la frenesia e l’avidità dell’acqua erano sintomi più comuni del morbo per modo, che i malati si precipitavano dai tetti, e si gittavano nei fiumi, e nei pozzi per l’avidità del bere (Briet. Annal. Mund. p. 78. Edit. Vindobonens.). Nel 1483 si riprodusse il contagio in Italia e in Germania, e Norimberga ne fu particolarmente afflitta (V. Statutum Norimbergense).

A. dell’E. C. 1485-86. La guerra e la peste desolarono l’Italia nel 1485 in modo oltre l’ordinario crudele; e le tolsero parte de’ suoi pregi. Vi continuò ad infierire anche nell’anno successivo 1486, ed immenso numero di vittime ne restarono alla sua sevizie immolate. A Venezia cominciò nella state 1485, aumentò i suoi furori nell’autunno, continuò tutto l’inverno, e non cessò che nella seguente primavera (Sabellic. Decad. IV. lib. 3.). Volendo credere al Corio, la peste involò alla città di Milano in quest’anni cento trenta sette mille persone (Bernardin. Corio Storia di [341]Milano). Crede qualche altro autore essere questo numero esagerato.

Nell’anno 1486 l’Inghilterra fu terribilmente afflitta da quella spezie di morbo epidemico, conosciuto sotto il nome di Sudor Anglico, dal quale fra cento malati uno appena superava la malattia. Attesa l’estrema malignità e sevizie di questo morbo, alcuni l’hanno spesso confuso colla peste Orientale. Il principio di questo singolar malore rimonta al 1483. Esso fece strazio orrendo in Inghilterra. Di là passò nel Belgio, nella Francia, nella Germania, dove invase principalmente le provincie del Reno. Dopo il 1551 non si è più osservato (Jacob. Castrius; Joan. Frisius, ecc.).

A. dell’E. C. 1495. In quest’anno v’ebbe la peste nell’Austria inferiore (Chronic. Melicens.).

Alcuni storici fanno menzione di una pestilenza introdotta in Napoli quest’anno stesso 1495 dalle truppe Francesi e Gallo-Elvetiche, conchiusa la pace cogli Aragonesi (Paul. Giov. P. I. lib. IV.). Sembra però molto verisimile che questa non sia stata altro che una malattia epidemica.

A. dell’E. C. 1500. In quest’anno è stata introdotta la peste nella città di Ragusi da certo [342]Ricciati, e vi recò gravi danni, quantunque non abbia durato che due soli mesi. Si è pur manifestata a questo tempo in parecchie città e paesi d’Italia. Terribili straripamenti di fiumi, inondazioni sterminatrici accrebbero in Italia il peso di tale calamità (Spondan. an. oct. Alexandr. VII.).

Intorno all’origine di questa peste si raccolgono alcune precise notizie da un’opera di certo Giacomo Lucari, nobile Raguseo, nella quale si legge, che portatosi Bajazet, Gran Signore de’ Turchi nel Levante all’espugnazione di Modone, Corone, Navarino, e Corinto, i Greci per salvarsi dal barbaro furore de’ Saraceni abbandonarono la loro patria, e si sparsero per l’Italia e per la Sicilia, una porzione di essi ricoveratasi a Ragusi. Questi fuggitivi apportarono in detti luoghi la peste[14].

[343]
Nel medesimo anno 1500. il morbo pestilenziale afflisse fieramente la città di Zara, e spopolò i borghi, e gran parte de’ villaggi circonvicini. (Queste notizie si rilevano da un libro di memor. miscellan. ann. 1500. esistente nell’Archivio di s. Domenico di Zara, e da alcuni Testamenti, che si conservano nel medesimo Archivio, Capsula Testamentor. Ann. 1501).

Pur in quest’anno 1500. gli storici accennano essere stata la Germania e l’Inghilterra travagliate dalla peste; ed aver l’ultima perduto in questa occasione da circa 30,000 persone (Lebenswaldt op. cit.). Forse anco in questo caso il sovraccennato terribile morbo Sudor Anglico venne confuso colla peste Orientale.

Secolo XVI.
A. dell’E. C. 1502. La città di Aix, ed altri luoghi della Provenza in Francia furono [344]in quest’anno devastati dalla peste; e contemporaneamente ne fu desolata la Puglia (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1503. La peste ha di nuovo regnato nell’anno 1503 sul territorio della Repubblica di Ragusi. F. Serafino Razzi nella sua storia di Ragusi narra quanto segue, intorno il contagio di detto anno. «Nell’anno 1503 fu portata la peste da Barletta nell’isola di Calamota, da Alessandria fu recata a Giuppana, e da Chioggia fu portata a Canali; ma per la Dio grazia e per le buone guardie non penetrò nella città».

A. dell’E. C. 1504-505-506. Nel mille cinquecento quattro scoppiò la peste nella città di Marsiglia con estremo furore; si propagò nel territorio; durò tre anni, e vi spense gran numero di quegli abitanti (Papon, op. cit.) Questa peste è succeduta ad ardentissimi calori nell’atmosfera, e ad un’estrema penuria delle biade.

A. dell’E. C. 1506-507. Nelle provincie Turche Bossina, Erzegovina, ed Albania, confinanti col territorio di Ragusi e con quello di Cattaro appartenente alla Albania Veneta, vi ebbe a quest’anni peste fierissima e sterminatrice. Grandissima ne fu la mortalità fra quelle misere [345]popolazioni suddite degli Ottomani. Continuava pur la peste a menar le sue stragi nella Puglia, e s’era ivi riprodotta. I Ragusei attorniati da ogni parte dallo spaventevole contagio, avendo cautamente provveduto alla loro difesa coll’impedire rigorosamente ogni comunicazione sì per la via di terra, che per quella di mare, co’ paesi infetti, ottennero di preservarsi dal contagio. I magistrati, che presiedevano al governo di Cattaro, meno cauti, o meno fortunati dei Ragusei, videro il loro paese in preda alla peste, la quale s’era propagata dalla vicina Turchia. In ispezieltà nel mese di Giugno del 1507 v’ebbe nella città di Cattaro grande mortalità. In cinque giorni sono morti più di quattrocento persone; e in pochi istanti il contagio si sparse per tutte le contrade della città, ed invase i villaggi circonvicini. Nel tempo stesso la fame desolava quelle popolazioni, ed immolava nuove vittime, le quali forse sarebbero state risparmiate ai furori del morbo (Marino Gondola Annali della nobilissima città di Ragusa an. 1507.).

A. dell’E. C. 1509. In quest’anno vi fu peste terribile e devastatrice nella Carniola. Nel tempo della peste avvenne pure in quella provincia uno spaventevole terremoto (Papon. l. cit.).

[346]
A. dell’E. C. 1510. La peste afflisse crudelmente in quest’anno la Francia, e particolarmente la città di Parigi. Il Lebenswaldt accenna essere stato questo contagio molto più esteso in Europa, ed avervi ucciso una immensa moltitudine di persone, togliendo di vita in brevissimo corso di malattia, o improvvisamente a guisa di fulmine. Egli di più indica, che i sintomi, che per l’ordinario accompagnavano il morbo, erano un veementissimo dolor di testa con vertigine, e vasti carbonchi sotto le orecchie. Riferisce il Palmario essersi osservato in detta pestilenza che le sottrazioni sanguigne ed i purganti riuscivano costantemente di manifesto nocumento; mentre all’incontro l’esperienza ha mostrato utilissimi i così detti cordiali, o sia medicamenti, o sia tratti dalla classe degli alimenti (Julius Palmarius de morbis contagiosis p. 503. 507.).

A. dell’E. C. 1511. Il Fracastoro fa menzione della peste, che circa quest’anno operò grandi stragi a Costantinopoli (Fracastor. de contagiis lib. III. cap. 7.).

A. dell’E. C. 1513. La città di Crema, stretta d’assedio dai Milanesi, fu in quest’anno travagliata dalla peste (Francesco Guicciardini Storia d’Italia lib. XI.). Probabilmente questa [347]non fu che una grave malattia tifica prodotta dalle calamità e dai disagi della guerra.

A. dell’E. C. 1515. In quest’anno si è riacceso il contagio pestilenziale in Germania, e vi continuò due anni (Papon. l. cit.).

A. dell’E. C. 1522-23-24. Ripullulata la peste in Italia nel 1522 si propagò rapidamente in parecchie città, e luoghi di quel regno, imperversando or qua or là un intero triennio con molta ferocia, senza mai dar tregua e riposo. A Roma specialmente, sin che furon neglette le necessarie precauzioni e discipline necessarie ad arrestarla, o praticatevi troppo tardi, incrudelì nell’anno 1524 con fierezza maggiore dell’ordinario (Gratiol. Catalog. Pest. Guicciardini Hist. lib. XI. XII. XV. Paul. Giov. lib. XXI.). Nell’anno stesso 1524 presa dai Milanesi Biagrassa, dov’era incominciata la peste, furono, per il commercio delle cose saccheggiate trasportate a Milano, sparsi in quella città i semi di tanta pestifera contagione, la quale pochi mesi dopo si ampliò tanto, che solamente in Milano tolse la vita a più di cinquanta mille persone (Guicciardini Storia d’Italia lib. XV.).

Nell’anno 1523 secondo il Lebenswaldt si è spiegata di nuovo la peste nella Germania, ed [348]in quell’anno, e nel susseguente 1524 travagliò in ispezial modo Vienna, Norimberga, ed Augusta.

A. dell’E. C. 1525. I paesi dell’Insubria situati lungo la sponda del Ticino e del Po furono in ispecial modo e crudele afflitti dalla peste. Si narra che nell’attual corso di pestilenza sia perito un terzo di quegli abitanti. Se ne attribuì la cagione alla quantità di cadaveri insepolti, che rigettati dalle acque sulle sponde degli stessi fiumi, ov’erano stati sommersi, ivi terminarono il loro corrompimento, sollevando nell’aria funeste nubi di putride esalazioni (Georg. Agricola de Peste ec.).

A. dell’E. C. 1526-27. Incrudeliva la peste fieramente in Italia, quando nel 1526 col mezzo di alcune mercanzie provenienti da Ancona furono portati in Ragusi i funesti semi del micidiale contagio. Questo in pochi giorni si propagò in tutta la città e nel territorio, e vi fece orribili stragi; per modo che nello spazio di circa venti mesi, che durò tal pestilenza, fra la città e il contado sono morte da circa ventimila persone, delle quali otto mille entro i recinti della città. Riporto uno squarcio della storia di F. Serafino Razzi relativo alla sopra indicata pestilenza, perchè può tornar [349]utile ai nazionali, e perchè vi si trovano descritti alcuni fatti, i quali in seguito dell’opera servir possono a viemeglio provare alcune essenziali verità[15].

Da un antico manoscritto si raccoglie che nello stesso anno 1526 vi fu pur la peste a Spalatro (V. Bajamonti Storia della Peste della Dalmazia degli anni 1783-84. p. 137.).

A. dell’E. C. 1527. V’ebbe in quest’anno mille cinquecento ventisette e nei precedenti peste terribile e struggitrice nella città di Firenze ed in tutta la Toscana. Di essa ci lasciò una succinta, ma elegante descrizione messer Niccolò Machiavelli, che ora mi giova di riportare.

[350]
Descrizione della Peste di Firenze dell’anno 1527.

di Niccolò Machiavelli.

«Non ardisco in sul foglio porre la timida mano per ordire sì nojoso principio; anzi quanto più le tante miserie fra la mente mi rivolgo, più l’orrenda descrizione mi spaventa. E sebbene il tutto ho visto, mi rinnova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fusse, da tale proponimento indietro mi ritrarrei. Il soverchio disio nondimeno, quale ho di sapere, se ancora voi vivo sete, romperà ogni timore. Non altrimenti che si resti una città dagl’infedeli forzatamente presa, e poi abbandonata, si truova al presente la misera Fiorenza nostra. Parte degli abitatori, siccome voi, la pestifera mortalità fuggendo, per le sparte ville ridutti si sono, parte morti, parte in sul morire; inmodochè le cose presenti ci offendono, le future ci minacciano, e così nella morte si travaglia, nella vita si teme. O dannoso secolo, o lagrimabile stagione! Le pulite e belle contrade, che piene di ricchi, e nobili cittadini esser solevano, [351]sono ora puzzolenti, e brutte, di poveri ripiene; per la improntitudine de’ quali e paurose strida, difficilmente e con timore si va. Sono serrate le botteghe, gli esercizj fermi, i Fori tolti via, prostrate le leggi. Ora s’intende questo furto, ora quell’omicidio; le piazze, i mercati, dove adunarsi frequentemente i cittadini soleano, sepolcri son ora fatti, e di vili brigate ricettacoli. Gli uomini vanno soli, e in cambio di amica, gente di questo pestifero morbo infetta si riscontra. L’un parente seppure l’altro truova, o il fratello il fratello, o la moglie il marito, ciascuno va largo. E che più? Schifano i padri e le madri i propri loro figliuoli, e gli abbandonano. Chi fiori, chi odorifere erbe, chi spugne, chi ampolle, chi palle di diverse spezierie composte in mano porta, o per meglio dire al naso sempre tiene; e questi sono i provvedimenti. Sonci certe canove ancora, ove si distribuisce pane, anzi per ricorre gavoccioli si semina. I ragionamenti ch’esser solevano in piazza onorevoli, e in mercato utili, in cose miserabili e meste si convertono. Chi dice: il tale è morto, quell’altro è malato, chi fuggito, chi in casa confitto, chi allo spedale, chi in guardia, chi non si truova, e somiglianti nuove, atte colla [352]sola immaginazione a fare Esculapio, non che altri ammorbare. Molti vanno ricercando la cagione del male, ed alcuni dicono: gli astrologi ci minacciano: alcuni: i profeti l’hanno predetto; chi si ricorda di qualche prodigio, chi la qualità del tempo e la disposizione dell’aria atta a peste ne incolpa, e che tal fu nel 1348 e 1478 ed altre di tal maniera cose; immodochè d’accordo tutti concludono, che non solo questa, ma infiniti altri mali ci hanno a rovinare addosso. Questi sono i piacevoli ragionamenti, che ad ogni ora si sentono; e benchè con una sola parola dinanzi agli occhi della mente questa nostra miserabile patria porre vi potessi, dicendovi che di vederla tutta dissimile e diversa da quella che veder solevi già, v’imaginassi (che niuna cosa meglio che tale comparazione in voi medesimo fatta dimostrarlavi potrebbe) voglio nondimeno che considerare più particolarmente la possiate; perchè la cosa immaginata alla verità di quello che s’immagina al tutto mai non aggiugne. Nè mi pare da potervela dipignere con migliore esemplo che col mio; perciò vi descriverò la vita mia, acciò da essa possiate tutta quella di qualunque altro misurare……..».

[353]
Questa peste afflisse la Toscana e specialmente Firenze dall’anno 1522 a tutto il 1527. Di essa vi perirono più di 200 mila persone nel solo dominio della Repubblica Fiorentina. (Ne fanno menzione il Varchi e varj altri Cronologisti).

Nell’anno mille cinquecento ventisette fierissima peste spopolò la Puglia, ed altri paesi circonvicini (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1527-28-29. Nel medesimo anno mille cinquecento ventisette erano venute in Roma col marchese dal Guasto molte truppe tedesche e spagnuole, le quali restarono ivi esposte alla pestilenza, la quale già incominciata, vi fece un gravissimo danno, e che fu più fiera e più funesta nell’anno successivo. La pestilenza era anco penetrata in castel s. Angelo con pericolo grande della vita del pontefice Clemente VII, intorno al quale morirono alcuni di quelli che servivano la sua persona. (Guicciardini Storia d’Italia lib. XIX.).

Nell’anno 1528 attivandosi la città di Napoli strettamente assediata dai Francesi comandati da Lutrech, soffrì gravissima pestilenza; la quale si appiccò anco all’esercito degli assedianti per contagione di gente uscita di Napoli. Lo stesso Lutrech ne fu preso, e guarì, [354]mentre Valdemonte altro capitano, da questo morbo perì. L’esercito ne andò per la contagione molto scemato e pressocchè distrutto. (Guicciardini l. c.). In detto anno 1528 incrudelì fieramente la peste sì a Napoli, che a Roma, che quelle due illustri città perdettero gran numero de’ suoi abitatori. Continuò la contagione nel seguente anno 1529. Si tenne conto, che in due anni a Napoli andarono estinti da questa pestilenza più di sessanta mila persone (Giannone Storia Civile del Regno di Napoli). Assicura poi il Bugati che a Roma perirono da nove decimi di quella popolazione; il che pare esagerato con ogni evidenza. Checchè però ne sia, prova che gravissima ne sia stata la mortalità, e sommamente fiera e maligna l’indole del morbo.

A questo tempo, cioè nel mille cinquecento ventisette, ventotto, e ventinove, quasi tutta l’Italia fu in preda a fierissima pestilenza. Alle stragi, che faceva la peste, vi s’aggiunsero quelle della guerra. Le devastazioni e le crudeltà commesse in Italia dalle armate del contestabile di Borbone procedetter del paro con quelle della pestilenza; e siccome della sfrenata licenza de’ soldati si riconobbe esserne stato cagione il lor capitano, così dei disagi della [355]guerra si tenne effetto la pestilenza; perciò tutte le calamità, che a quest’anni si riunirono a desolare l’Italia, al solo contestabile di Borbone furono imputate (Paul. Jov. Hist. lib. XVI.; Guicciard. Storia d’Ital. lib. XIX.; Andr. Gratiol. Catalog. Pest.; Fracastor. lib. II. cap. 7.).

Nello stesso anno 1529 la peste recò innumerevoli danni nell’Ungheria e nella Germania. (Mambrin. Roseo Lib. II.; Gratiol. Catalog. Pest.; Papon. Chronolog. ec.). Confrontando però le narrazioni degli autori, che dette pestilenze descrissero, sembra che in Ungheria vi fosse effettivamente in quest’anno la vera peste, portata dalle armate Turche, comandate dal feroce Solimano, le quali, oltre all’aver devastato il paese, vi sparsero i fatali semi della pestilenza; e sembra del pari che in Germania il morbo dominatore fosse la Febbre sudatoria Epidemica, ossia il così detto Sudor Anglico, compreso sotto il nome generale di peste; del quale abbiamo già fatto menzione.

Nell’anno medesimo 1529 si manifestò la peste anco nella città di Lesina in Dalmazia, la quale riuscì tanto più pericolosa e funesta quanto è a dire che nel principio non fu conosciuta. Dopo aver serpeggiato occulta per qualche tempo si diffuse rapidamente in tutte le contrade della [356]città fra tutte le classi degli abitanti. Quella Magistratura Sanitaria, fatto trar fuori della città gl’infetti, gli ha confinati sullo scoglio di Sdoilza un miglio distante dalla città. Questa pestilenza durò circa sei mesi (Memoria tratta da un antico MS. di Alessandro Gazzari esistente presso un raccoglitore di cose patrie).

Dalle sovrasposte cose si raccoglie, che la pestilenza in questi ultimi tempi regnò in Italia otto anni di seguito; cioè dal 1522 al 1529. In tutto questo spazio che durò la malattia in Italia, assicura il Falloppio essersi costantemente osservato, che tutti i malati, i quali furono disanguati, morirono, mentre ne guarirono molti di quelli, coi quali non si usò del salasso.

A. dell’E. C. 1531. Nel Portogallo regnando Giovanni III infierì terribile e micidial pestilenza, la quale devastò molte città e castella di quel regno, e soprattutto la città di Lisbona. (Spondan. hoc. anno; et Pontan. de rebus memorabil. Georg. Agricola lib. de Peste; Gratiol. Catalog. Pest.).

Dal 1528 fino il 1532 in una gran parte di Europa vi ebbe di eccessivi calori a tale, che sembrava la state essersi prolungata cinque anni continui. Nel 1629 nel giorno 31 Ottobre [357]una parte dell’Olanda, della Zelanda, delle Fiandre restò sommersa dall’Oceano.

A. dell’E. C. 1533-34. Nel giorno 27 Marzo dell’anno mille cinquecento trentatrè si manifestò nuovamente la peste in Ragusi, recatavi dalla Turchia per ragione di alcune merci. Durò la maggiore sua furia fino al 4 Luglio appresso. Indi cominciò a declinare. Non estinta però del tutto, riaccendevasi di tratto in tratto. Durò così per altri 16 mesi incirca. Nel corso di questa pestilenza sono morti quarantasei individui del corpo de’ nobili, e da circa due mila seicento delle altre classi. In mezzo a tale calamità, per ottenere da Dio salute fattosi voto dai Ragusei, si fabbricò una chiesa consacrata a Maria Santissima nel sito medesimo, ove giaceva la casa, in cui era scoppiata la prima scintilla del morbo. Riconosciutosi che la partenza del rettore e del senato dalla città cagionava maggiori danni, si decretò che nessun ne partisse. Il perchè usatasi maggior diligenza nelle guardie, nel provvedere ai bisogni, e nell’ajutare gl’infermi, la peste declinò più presto dalla sua naturale ferocia (Serafino Razzi Storia di Ragusi p. 107.).

A. dell’E. C. 1540. La peste in quest’anno devastò la Polonia (Papon. op. cit.) e nello [358]stesso anno recò molti danni nel ducato di Munster nella Slesia (Adami Bibl. Loimic.).

Pur nello stesso anno 1540 la città di Ragusi venne ancor desolata da un doppio flagello, cioè dalla carestia e dalla peste, che succedette poco dopo alla fame. La contagione pestilenziale si sviluppò nel Marzo 1540, e continuò ad infierire per molti mesi fino al 1541. Moriron di essa da cinquanta individui del corpo nobile, oltre a quattromila e cinquecento persone delle altre differenti classi de’ cittadini, e della plebe. In questo numero fur compresi pur quelli, che moriron di fame (F. Serafino Razzi Storia di Ragusi an. 1540. p. 236.).

A. dell’E. C. 1542. Secondo il P. Kirchero v’ebbe in quest’anno atrocissima peste a Costantinopoli; e da tale calamità andò contemporaneamente afflitta la Germania, peritavi dal contagio la maggior parte delle truppe imperiali nella spedizione Ungarica contro i Turchi. (Kircher.; Lebenswaldt op. cit.).

A. dell’E. C. 1543. A Stagno, picciola città appartenente una volta alla Repubblica, ora al Circolo di Ragusi, v’ebbe in quest’anno peste tanto atroce e funesta, che secondo lo storico Razzi vi perirono nove decimi de’ suoi [359]abitanti. Questa città, i cui vestigi mostrano essere stata una volta florida e ben popolata, ora è misera e pressochè spoglia di abitatori.

A. dell’E. C. 1544. Il Papon nella sua cronologia delle pesti fa menzione di una terribile pestilenza, che in quest’anno travagliò l’Inghilterra, la Germania, e la Francia. È facile (come altrove si avvertì), che gli autori abbiano chiamato col nome generico di peste alcune gravi epidemie tifiche, od altri morbi d’indole contagiosa e maligna. Ora però è impossibile di ben chiarirsi di questi fatti.

A. dell’E. C. 1546. Peste del pari fierissima in quest’anno nella Provenza, secondo lo stesso autore.

Nello stesso anno 1546 penetrata la pestilenza nel territorio del Narenta in Dalmazia, si propagò in diversi luoghi confinanti col tener di Ragusi. Ma ben custodito il cordone di guardie apposte alla difesa del paese di Ragusi, la peste non penetrò nelle terre di quella Repubblica (Seraf. Razzi Storia della Repubblica di Ragusi p. 265.).

A. dell’E. C. 1547. La Peste fece nuovamente immense stragi nella città di Costantinopoli. Si narra che vi perisse ogni giorno un numero assai grande di persone (V. Adami Bibl. Loim. p. 155.).

[360]
A. dell’E. C. 1550. Nel mille cinquecento cinquanta s’incontra di nuovo la peste nella città di Milano. Il Morigia nella sua storia pretende che per essa fosse tolta quella città la metà circa della sua popolazione (Papon. Chronolog. des Pest.).

A. dell’E. C. 1551. In quest’anno la peste afflisse la città ed i borghi di Sebenico in Dalmazia (Memoria tratta dall’Archivio Civico di quella città).

A. dell’E. C. 1552. In quest’anno v’ebbe peste crudelissima in Ungheria, nell’Austria, ed in varie parti della Germania. L’Italia non ne andò esente. Quindi penetrò essa nell’esercito di Carlo V, quando le sue armate invadevano i confini della Gallia, appunto nel tempo, che stavano all’assedio di Metz; e vi fece orrenda strage degli abitanti, e delle truppe. Si giudicò originata dai disagi della guerra, del freddo, e della fame (Andr. Matthiol. Comentar. in lib. VI. Dioscorid. Mambrin. Roseo lib. 6.; Adami Bibl. Loimic. p. 152.).

A. dell’E. C. 1553. Peste atroce e fierissima desolò in quest’anno la Gallia Narbonese. Tal contagione fu così veemente e micidiale, che, secondo che ne riferisce il Valeriola, gli uomini, caminando e discorrendo, perivano improvvisamente, [361]quasi colpiti da fulmine (Franciscus Valeriola in suis Observation, et Enarration. Medicinal.).

A. dell’E. C. 1554. Fierissima peste regnò in quest’anno nell’Ungheria, e specialmente nella Transilvania, e ne’ circonvicini paesi. Narra il Lebenswaldt che essa mostrava di sè un singolar fenomeno, qual era che i malati venivano straziati da dolori così crudeli e veementi, che per l’acerbità si laceravano co’ denti le carni delle braccia e delle mani, e l’un l’altro furiosamente invadeva, comunicandosi a vicenda miseramente la contagione e la morte. (Lebenswaldt ad Fincelium; Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1555. In quest’anno la peste ha fieramente travagliato la città di Padova. (V. Bassian. Laudi de Origine et Causis Pestis Patavinae an. 1555.).

Nello stesso anno 1555. V’ebbe peste nella Franconia (V. Klein Ludovic. Godofrid. Tentamen Physico-Med. de aere, aquis, et locis agri Erbacensis).

A. dell’E. C. 1556. La peste ha gravemente straziato in quest’anno la città di Venezia (V. Jo. Francisci Boccalini de Causis Pestilentiae Venetae ann. 1556.).

Nel medesimo anno 1556 la peste si estese [362]anco a Zara, ma vi fece poco danno. Danno maggiore le arrecò la carestia, che a quel tempo afflisse quella popolazione (Tazlinger in suis Memoriis).

Narra il Lebenswaldt aver negli anni 1554-55-56-57 inferocito in Germania e in parecchi altri luoghi la peste, per modo che non rimaneva più chi servir potesse a dar sepoltura ai morti. Dalla descrizione però ch’egli ne dà, sembra piuttosto essere stato quel morbo una particolare spezie di catarro contagioso epidemico, d’indole sommamente maligna e pestilenziale[16].

A. dell’E. C. 1560. Per tutto quest’anno la peste afflisse crudelmente or l’una, or l’altra parte di Europa. Riferisce il Palmario esserne stata soprattutto da tale calamità fieramente travagliata Parigi, dove accenna averne egli stesso superato la malattia presa in quella occasione.

[363]
A. dell’E. C. 1564. Nell’anno mille cinquecento sessantaquattro, secondo il Muratori, la peste infierì sì rabbiosamente sul Lionese, nella Savoja, stendendosi ai confini degli Svizzeri, e nel territorio de’ Grigioni, che uccise in quelle bande poco meno dei quattro quinti degli abitatori (Muratori Lib. I. Cap. I.).

Vi ebbero in quest’anno quattro aurore boreali, una in Febbrajo; in Settembre, in Ottobre, in Decembre le altre (Papon. l. cit.).

In questo stesso anno 1564 la peste regnò anche nella città di Londra (Adami. Bibl. Loimic.).

A. dell’E. C. 1565. Nel mille cinquecento sessantacinque la città di Amburgo andò gravemente afflitta dalla peste (V. Jon. Bokelius de Peste, quae Amburgensem Civitatem an. 1565. gravissime afflixit.).

A. dell’E. C. 1566. Vi fu peste in quest’anno nella città di Weimar nella Turingia (V. Arnold Karner, Pestbüchel.).

A. dell’E. C. 1566-67-68. Il Palmario riferisce che nel 1566 ripullulò la peste in Parigi, la quale, secondo lo stesso autore, si propagò in varj luoghi della Francia ne’ due anni susseguenti 1567 e 68.

A. dell’E. C. 1570. Peste in quest’anno nella [364]Stiria (V. Constitut. Edictal. ratione pestis eod. anno publicat.).

In un ricinto, che serviva ad uso di cimitero vicino alla basilica di Ragusa, si rinvenne a piedi di un altare di s. Rocco la seguente iscrizione: Ex voto civitatis ob memoriam salutis receptae anno domini 1571, lo che prova che circa quest’anni vi fosse stata nuovamente la peste a Ragusi. Niente di più mi venne fatto di raccogliere intorno a questo contagio.

Peste fierissima vi fu nel 1570 nella città di Curzola, che terminò di distruggere quella popolazione. Finì nel 1571. (Memoria tratta da un antico manoscritto della città).

A. dell’E. C. 1571-72. Vi fu in quest’anno peste violentissima a Cremnitz, ed in altri paesi dell’Ungheria, la quale continuò anco nell’anno seguente 1572.

Nell’anno 1572 v’ebbe pur peste a Spalatro. (V. Bajamonti op. cit. p. 137.).

A. dell’E. C. 1572. La peste nell’anno mille cinquecento settantadue penetrò in Germania, ed incominciò le sue offese contro la città di Augusta, ove fece nel detto anno e nel susseguente miserando strazio di quegli abitanti. (Georg. Agricol. lib. de Peste).

Nello stesso tempo si propagò il contagio nella [365]Polonia, ed invase tutto quel regno, recando in ogni luogo gravissimi danni (Lebenswaldt; Managetta; Sorbait. Pestordnung p. 8. et 9. der Wiener Pestbeschreibung).

A. dell’E. C. 1575-76-77. Quest’anni infieriva, come si è detto nel 1571-72, la peste nell’Ungheria. Essa v’era del pari ne’ paesi della Turchia confinanti coll’Ungheria, dove fin da quel tempo soleva essere famigliare. In sul finir di detta pestilenza certi mercatanti alemanni levaron di là alcune lor mercanzie, facendole per il Danubio passare in Germania. Quindi parte trasferitane a Trento, e parte, comecchè picciola, nella Svizzera. A Trento vi cominciò le solite sue rovine nel 1575. Calate che furon per l’Adige a Verona le mercanzie infette, qui pure si diffuse la contagione con danno gravissimo di questi abitanti. Da Verona il morbo passò a Mantova, dove spiegò egualmente la sua ferocia. Circa il mese di Luglio del 1575, quando infieriva più che mai il contagio a Trento e a Verona, un Trentino rifugiatosi a Venezia, vi recò in quella metropoli la peste. Per errore dei medici, che non la riconobbero, e per la soverchia fiducia de’ magistrati nelle loro opinioni, trascurate in sul principio le necessarie precauzioni di Sanità, la peste vi [366]cagionò in quella città di spaventevoli stragi. Nel Dicembre del 1575 sembrava estinta, ma nel Marzo 1576 rincrudelì con vie maggior ferocia di prima. Vi continuò tutto l’anno 1576; e nel corso di diciassette mesi, che vi durò, perirono da circa sessanta mila persone. I due professori Girolamo Mercuriale, e Girolamo Capodivacca da Padova chiamati a Venezia dalla Repubblica per riconoscer la vera natura del morbo, che già cominciava a divenire sospetto, andarono errati nel lor giudizio con danno gravissimo de’ Veneziani. Il primo descrisse tal pestilenza nelle sue pubbliche lezioni dell’anno 1576. La città di Padova nello stesso anno veniva pur desolata dalla stessa pestilenza, introdottavi per ragione di mercanzie infette. Quivi però finì alcuni mesi prima che a Venezia; nè vi menò tante stragi. Nella Svizzera fece ancor minor male, quantunque si fusse appreso il contagio in Zurigo, Bolzano, e in qualche altro luogo. A questo stesso tempo (del 1575, 76, e 77) la peste, secondo il Graziolo, sortita dalla Russia, e spezialmente dalla Livonia, invase la Sarmazia, e la Pomerania. Giusta il concorde sentimento de’ cronologi furono infette a pari tempo l’Austria, la Transilvania, la Turingia, la Misnia [367]con altre Provincie Sassone, Renane, Illiriche, ed altri luoghi del Belgio; e in Italia, la Sicilia, dove arrecò innumerabili danni, la Calabria, e le città di Forlì, e di Milano.

I Milanesi all’udir le prime voci di peste, che vicino infieriva per tante parti, affrettaronsi di usar buone misure di difesa, mettendo guardie ai loro confini, per impedire, quanto era in loro, di sì crudel nemico l’accesso; pur malgrado di ciò s’inoltrò esso nella loro provincia, recatovi da alcuni fuggitivi di Mantova. La pestilenza si manifestò da prima a Oleggio, indi a Nogara, Belignano, Monza; passò quindi nella città. Quivi cominciò in Agosto del 1576, e durò sino al finire del 1577, e vi perirono da 18,300 persone nella sola città. Questo fu il tempo, in cui s. Carlo Borromeo, il grande arcivescovo di Milano, con invitto animo e coraggio affrontò ogni pericolo, dando prove assai chiare delle sublimi virtù, proprie soltanto della religione di Cristo. I poveri ne furono largamente soccorsi e provveduti; la carità e la pietà recaron per tutto consolazione e conforto all’acerbità di tante sciagure. Si adottò l’uso della quarantena generale, ed altre sagge precauzioni e discipline, che prescrisse l’ufizio della Sanità, secondo [368]che dava quel tempo. Ma siccome pur troppo alcune altre pratiche distruggevan le prime; così non se ne aveva un compiuto effetto; e la peste vi durò più di quel che doveva. I nobili, i ricchi, i potenti collo stesso Governatore si ritirarono nelle castella, e ne’ poderi più discosti, ancorchè fosse stato ciò proibito: «scusandosi ciascuno con la pelle» come dice il Bugati. Anco a questo tempo grande quantità di lupi vidersi con istupore discesi nelle terre del Milanese, che ferivano e divoravan fanciulli, e gente d’ogni maniera. Altra singolarità, che contraddistinse tal pestilenza, fu quella, che aborrendo, specialmente le donne, di esser condotte e spogliate al lazzeretto o ad altri luoghi degl’infetti, o sì veramente prese alla superstizione uscendo del senno, si uccidevan da sè; tal che ben assai di loro, e giovani ed oneste, trovaronsi nelle lor case appiccate; e molte ogni giorno se ne trovavano; nè valeva por guardie per impedire sì fatta frenesia, dond’erano incolte. Il perchè a curarle, come si potesse il meglio, da così fatto malore, con prudentissimo consiglio si prese partito di sporre sulle pubbliche piazze alla comun vista i corpi ignudi di quelle, che si uccidevano di propria mano. Tanto bastò per sanarle. Fin [369]da quel tempo gli storici hanno posto attenzione al fenomeno, ch’è quasi costante in ogni pestilenza, cioè in ambo i sessi lo straordinario stimolo del naturale appetito; il che in que’ tristissimi giorni, e specialmente subito menomato il pericolo pestilenziale, si osservò per modo, che secondo lo storico «sì dentro che fuori della città quasi tutte le donne restarono gravide, e se bene n’erano morti tanti, ne sariano nati più assai fra un anno; conciossiacosafosseche fin le sterili eran di parto, e che l’altre forse avrieno partoriti i figliuoli gemelli; oltre che erano riusciti molti amorevoli matrimonj ec.». Quest’è la pestilenza, in cui si trovò a Milano Lodovico Settala, il quale ci lasciò scritto il suo libro de Peste et pestiferis affectibus; a Palermo Gio. Filippo Ingrassia, protomedico del Regno di Sicilia, il quale si giovò dell’occasione per corredare la sua Opera (del Pestifero e Contagioso Morbo ec.) di molte utili osservazioni, fatte, per così dire, su d’esso il campo di morte. Di questa stessa contagione, che travagliava il Belgio, nel 1575 morì Cornelio Gemma, celebre medico di Lovanio. (Mercurial. Lection. de Pestilentia, in quibus de Peste Veneta et Patavina; Georg. Garnerus Liber de Peste, quae grassata est Venetiis 1576; [370]Ingrassia l. c.; Glissente, Trattato del metodo di vivere e precauzioni da osservarsi nel tempo di peste, Venezia 1777; P. Bugat., i Fatti di Milano al Contrasto della Peste del 1576-77; Cesare Rinci i cinque libri di avvertimenti, editti, ec. fatti in Milano nel tempo della Peste degli anni 1576-77; de Hortensiis Ascan. Lib. V. in quibus exponuntur observat. atque alia plurima, quae contigerunt in Mediolanensi peste an 1576-77; Karner. de Peste Friburgensi; Wolf de Peste Norimbergensi etc.; it. Adami; Lebenswaldt; Gratiol.; Mauroc. lib. 6.; Sorbait; Papon; Spondan. opp. citt. etc.).

A. dell’E. C. 1580-81. La peste desolò la Provenza nel 1580. Essa venne chiamata la gran peste, sì riguardo l’estension del paese, che invase, e sì per la lunga durata di tredici mesi in Aix; e in fine perchè ne perirono quasi tutti quelli, a’ quali s’apprese. Questa si riaccese in Marsiglia nel Marzo del 1581, sì che ne distrusse quella popolazione, non lasciandovi superstiti più che tre mila abitanti (Papon op. cit.). Prospero Alpino nella sua opera de Medicina Egyptiorum riferisce che circa a’ quest’anni 1580-81 nell’Egitto sono periti dalla peste da circa cinquecento mila abitanti.

A. dell’E. C. 1586. La peste, forse non bene [371]estinta, rigerminò in Francia nel 1586; e fece miserando strazio a Parigi. Il Palmario, medico dello Spedale degli appestati, ce ne lasciò una regolare e dotta descrizione. Vi narra egli che il più di quelli, che ne venivano presi, cadevano in frenesia, la quale si menomava, o accrescevasi secondo la varia scorrevolezza del ventre; talchè pareva che da quello dipendesse il suo variare. Durò a Parigi fino al 1587. Presa ne fu pur Marsiglia; ma spaventati, al primo suo comparire, quegli abitanti se ne fuggirono quasi tutti; il perchè non trovò materia da appiccarvi il mal seme, e in pochi dì vi si spense del tutto (Papon. op. cit.).

In questo anno stesso 1586 la peste travagliò l’Austria e l’Ungheria; mentre la fame, ed un fiero morbo epidemico affliggevano l’Italia ed il Belgio (Lebenswaldt op. cit.).

A. dell’E. C. 1591. Fu la peste in Trento, e in Roma. In questa città vi rapì da 60,000 persone. Avvisano però alcuni storici, non vera peste, ma altro morbo epidemico e dura fame essere stati di tanta mortalità la potissima cagione, sì nell’un luogo, che nell’altro. (Spondan. Kircher. Lebenswaldt; Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1593. Il Lebenswaldt ricorda esservi stato quest’anno peste in Inghilterra.

[372]
A. dell’E. C. 1596. Quest’anno peste in Amburgo (Roderic. a Castro de Natura et causis Pestis, quae an. 1596. Hamburgum afflixit). Ciò non per tanto alcuni pongono in dubbio, se questo morbo fosse vera pestilenza, o no.

A. dell’E. C. 1598. Rigermogliata la peste in Francia, involò alla città di Marsiglia in quest’anno quattro mila persone (Papon. l. c.). Stando al Lebenswaldt, la città di Lisbona incominciò in detto anno 1598 a provare i primi colpi della peste, che v’infierì qualche anno dopo.

A. dell’E. C. 1599. Perchè la peste non era per anco al tutto spenta in Francia, vi ripullulò in quest’anno, e a Bordeaux, e ne perì gran numero di persone (Papon. op. cit.).

Secolo XVII.
A. dell’E. C. 1601-2. Fu a Lisbona in quest’anni fiera e micidial pestilenza. Tutti i mezzi adoperati per estinguerla riuscendo vani, si credette necessario il dar fuoco al grande Ospital Regio, la cui fabbrica importò grandi somme, avvisatosi per quel modo di spegner con esso ogni germe del contagio (Lebenswaldt; Zacut. Lusitan. Medic. Princip. histor.).

[373]
A. dell’E. C. 1603. In quest’anno vi fu peste funestissima nella Livonia, succeduta a carestia desolatrice, anzi ad una fame delle più crudeli ed orribili, che ricordi la storia. Per la fame vi si divoravano i cani, i gatti, i topi, e, cosa che fa inorridire, sin anche i cadaveri si disotterravano per isbramar con essi la fame (Lebenswaldt ad ann. 1602. V. Wiener Pestbeschreibung; Tobias Dornerell von der Pestilenz im Jahr 1603.).

Nello stesso anno 1603 v’ebbe funestissima peste nell’Inghilterra. Scrivesi che nella sola città di Londra perivano da circa due mille persone ogni settimana (Wienerische Pestbeschreib. und Infektions’ ordnung T. I. Cap. 7. Lebenswaldt ad h. an.).

A. dell’E. C. 1606. Peste fiera regnò quest’anno in più luoghi della Germania, secondo il Lebenswaldt; nel Palatinato del Reno, a Magonza e nel suo Territorio, nel Maddeburghese, e in altri luoghi.

A. dell’E. C. 1607. La peste travagliò nel mille seicento sette la città di Augusta (V. Joan. Castelli de Peste ejusque causis, signis etc. Augustae Vindelicor. 1608.).

A. dell’E. C. 1607-8. Sotto l’arcivescovado del dotto, ma troppo riscaldato filosofo e politico [374]Marc’Antonio de Dominis si appiccò la peste in quest’anno alla città di Spalatro, la quale fu così fiera e mortale, che vi estinse la maggior parte di quegli abitanti. Molti al primo annunzio di peste sono fuggiti; ma di quelli, che rimasero nella città, da circa quattro mila perirono. Sembra che abbia continuato il flagello fino al 1608. Ad illustrazione di questo fatto piacemi di riportare uno squarcio tratto dall’Illyricum Sacrum di Michele Farlato T. III. pag. 489; non che una Memoria cavata da un MS. autografo dello stesso arcivescovo de Dominis del 1612.[17].

A. dell’E. C. 1609. Il Lebenswaldt stesso [375]narra che nella città di Londra, o introdotto di nuovo, oppur rigermogliato, scoppiò il contagio, estinte per esso in quell’anno da 11,587 persone. Per altri si dubita, se questo morbo sia stato veramente la peste, od altra spezie di malattia epidemica, prodotta dall’inclemenza della stagione, che fu oltre modo mutabile e varia per tutto il corso dell’anno.

A. dell’E. C. 1610. Insinuatasi quest’anno la peste nella città di Basilea, vi uccise da circa quattro mila persone (Uret., sive Wursteisen Chronic. Basileens.).

A questo tempo medesimo v’ebbe peste a Colmar, a Schelestadt, ed in tutta l’Alsazia. Mentre la contagione pestilenziale infieriva sopra gli uomini, una maligna epizoozia distruggeva gli animali. Anzi narrasi che gli stessi volatili silvestri n’erano presi, tal che assai sovente vedevansi dall’aria cader a terra colti da improvviso malore (Lebenswaldt op. cit.).

A. dell’E. C. 1611. Nell’anno mille seicento undici vi fu peste in varj paesi della Svevia. (Lebenswaldt op. cit.).

A. dell’E. C. 1613. In quest’anno si manifestò la peste nell’esercito del re di Danimarca; e, secondo il Ricciolo (Chronic. Magn.) vi fece orrenda strage. Si osserva però, che, [376]siccome tal malore fu limitato ai soli soldati e non appresasi ad alcuna classe della civica popolazione; così vuolsi creder piuttosto che quella fosse un’altra epidemia.

A. dell’E. C. 1614. La peste, forse non bene estinta nel circolo della Svevia, ripullulò quest’anno nella città di Dillingen, residenza del principe vescovo di Ausburgo (Carol. Stengel. Historia Pestis Dillingae a. 1614.).

A. dell’E. C. 1619. La peste rinnovossi in quest’anno nella città di Augusta, e vi recò molti danni (V. Raymund. Minderer Lib. de Pestilent. Augustae Vindelic.).

Nel detto anno mille seicento diciannove morirono dalla peste in Zara il maggior numero di quegli abitanti; talchè terminato il male, che durò nove mesi, si contarono viventi sole 2073 persone. Il contagio passò poi in altre città della provincia (Joan. Tanzlinger in Dam. Chronologic. Jadrens. n. 97. Simeon Glinbavaz in suis memoriis[18]).

A. dell’E. C. 1623-24-25. In questo triennio fu una peste così terribile e micidiale a Petau o Petaw, piccola città dell’Austria nella [377]Stiria inferiore, che, durando troppo lungo e miserando lo strazio di quella popolazione, ne andò essa quasi interamente distrutta. Tale era il terrore, messo negli animi, dalla violenza del male, che, tutto il tempo che vi durò, non eravi quasi più alcuno, che osasse avvicinarsi a quella sventurata città, convertita pressochè tutta in uno squallido e tristissimo cimitero (Lebenswaldt P. I. p. 26. Adam. Bibl. Loim. p. 98.).

A. dell’E. C. 1625. In quest’anno v’ebbe di nuovo la peste a Londra, e nella città di Metz nella Lorena (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1626. Fiera peste vi fu quest’anno a Tolosa nella Linguadocca; la quale, non bene estinta, poco dopo si riprodusse (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1627-28. Riferisce il Lebenswaldt aver regnato a’ quest’armi fierissima peste in Costantinopoli. Narra egli ancora che per sottrarsi quegli abitanti alla furia del morbo struggitore, che ardeva in ogni parte, ed ampliavasi rapidamente, furon costretti in gran parte d’abbandonare le lor case e tutte le loro sostanze, fuggendo alla campagna. Lo che non è da credere sì di leggieri rispetto ai Turchi, stante il fatalismo, che regna infra loro. Lo [378]stesso autor riferisce che a questo tempo (cioè negli anni 1627-28), la città d’Augusta, percossa nuovamente dalla peste perdette da circa trenta mille persone.

Ma or mi s’apre nuova luttuosissima scena di orrori e di stragi. La pestilenza, che son per descrivere degli anni 28 e 29 in Francia, 29, 30, e 31 in Italia, è una delle più spaventevoli, e più micidiali, ch’abbiano mai inferocito sulla umana generazione.

A. dell’E. C. 1627-28-29. Abbiam già veduto fin dal 1625, che la peste aveva incominciato ad affliggere alcuni paesi della Lorena, e che nel 1626 erasi ampliata in altri luoghi della Francia. Quivi, a questo tempo le false dottrine di Lutero e di Calvino, assalendo i principj dell’antica religion dominante, avevano seminato il fuoco della discordia, sollevati partiti, e gittate specialmente le Provincie Meridionali in preda alla guerra civile. Quindi ne’ continui movimenti di truppe, e fra i disordini della guerra il contagio pestilenziale aveva grande opportunità e mezzi parecchi di vieppiù propagarsi, e di preparare le sue rovine.

Alla fine di Settembre del 1628 fu portata la peste nella città di Lione. Assicura il Papon che ciò sia seguito col mezzo di alcuni soldati [379]venuti d’Italia; ma non sì tosto si dichiarò quella esser la peste, che gli abitanti, da grande spavento presi, d’altro non si occuparono, che de’ mezzi di porsi in salvo, fuggendo dalla città. Quindi, imballate le masserizie lor più preziose, e dato ordine alle lor cose più care, affrettarono il momento di abbandonar il natio paese. Quelli, che avevano case proprie alla campagna, vi si ritirarono, ma chi non le aveva, dalle città e da’ villaggi vicini vennero colla forza respinti, per modo che si rimasero erranti senza tetto, e senza ricovero. A taluni affannati e mal conci riusciva di poter alla città ritornare. I sintomi, che accompagnavano la malattia, erano violentissimi. Per lo più manifestavasi in alcuni la frenesia, che non cessava che colla morte; in altri il delirio giugneva a dovernegli far incatenare. Cadevano altri in profondo sopore, donde cosa nessuna valeva a riscuoterli. Sofferivano altri ostinatissima veglia, vomiti continui, diarree che gli sfinivano, e spessi svenimenti, con dolori atrocissimi, urente ardore alla region de’ precordj, violentissimi dolori di testa, delle reni, e degli arti, ec. Passavano alcuni sei o sette giorni senza cibo di sorta, quando altri divorati venivano da canina fame [380]e continua. Serie infinita di contrarj sintomi comparivano; v’erano esantemi lividi, carbonchj, buboni, tumori al collo, ec., e si terminava in breve la sofferenza, e la vita. Alcuni cadevano morti in sulle strade improvvisamente; ed altri, presi da mortali angosce, nell’atto di coricarsi a letto spiravan l’anima. Il morire secondo ordine era fra due, tre, quattro, o sette giorni dall’accesso del male. Il morbo non sì alle donne, come agli uomini si apprese; nè questi, come quelle, sì di leggieri il vincevano, appreso che lor si fosse. I medici non sapendo propriamente che farsi d’una malattia, di cui ingenuamente confessavano la loro ignoranza, stavansi neghittosi senza far nulla. In loro luogo si fecero avanti di molti empirici; come suol avvenire in tempi di spavento, e ne’ luoghi di confusione e disordine. Si osservò che l’uso del vino fu utile, e funesto l’abuso. A parecchi tornò vantaggiosa la zuppa d’orzo, ripresa cinque o sei volte al giorno, e nessun’altra cosa nè alimento, nè medicina. Un religioso s’occupava in far cauterj, e applicare vescicatorj; preservativo che fu riconosciuto eccellente. A due fratelli fornaj appresasi ad uno stesso tempo la peste, uno ai primi sintomi si cacciò nel forno ancora [381]caldo; sudò molto, e guarì; l’altro, che sì non fece, credesi che sia morto.

Non v’ha cosa, che uguagliar possa lo spettacolo d’orrore e di pianto, che offeriva di se a’ risguardanti la città di Lion ne’ mesi di Settembre, Ottobre e Novembre. Da tre a quattrocento persone all’ora venivano colte, parte dall’infezione, parte da morte. Stavano sei o sette malati nella medesima camera, tre o quattro nel medesimo letto; l’uno moriva, l’altro era agonizzante; e quale tormentato da acerbissimi dolori metteva angosciose grida, mentrechè l’altro fatto delirante, e divenuto maniaco per effetto del male, commetteva stranissimi eccessi. In questo mezzo i meno gravati dal male desolati e tristi usavano delle fiocche lor forze a soccorrere chi più ne aveva bisogno. Chi per lo spavento impazziva, chi diveniva muto, chi sentendo i sacri bronzi invitare alla preghiera per la cessazione del male, colto da brividio d’improvviso terrore cadeva malato, e in poche ore si moriva. Le strade erano tutte, parte diserte, e parte ingombre di cadaveri. La fame, la immondezza, l’abbandono concorrevano ad abbreviare gl’istanti dei miseri infermi, cacciati negli spedali; alcuni di loro, mentre combattevano ancor [382]colla morte, venivano da’ ladri spogliati d’ogni lor masserizia e danaro. Se le più autorevoli storie nol ci confermassero, appena uom crederebbe la natura e moltiplicità de’ misfatti, che in sì trista calamità si commettevano. Un testimonio oculare sia suggello al mio dire. Egli assicura che gli eccessi giunsero a tanto che v’ebbero da trovarsi a Lione e a Milano, e in altri luoghi cotanto perversi uomini, che coll’opera loro procuravano di propagare essi stessi la peste, infettandone le case e le persone sane. A tanto giugne l’umana malvagità pur sotto il flagello! Alcuni gittati semivivi nelle fosse coi morti se ne traevano il giorno appresso ancor vivi[19]. Altri sentendo vicina l’ultima ora avvolgevansi in un lenzuolo per menomarsi l’orrore d’esser nudi sepolti; altri scavatasi la propria fossa, vi si coricavano presso di maniera, che speravano potervi dentro cadere senza lasciarne sì tristo ufizio a’ suoi col pericolo di andarne pur essi infetti. È degno di considerazione, come i più [383]di leggieri venivano dimenticati, e come in tante sciagure si passava poi dalla tristezza alla consolazione; come si si abbandonava alle passioni, a’ piaceri, manifestando somma indifferenza sugli altrui mali. Risonavano le taverne notte e dì di grida, e di suoni, di bestemmie, e di smodati cantari. Si vide pur anche chi accompagnava i funebri carri, ir cantando e saltando; e parecchi maritarsi fino a tre volte. Una donna fra l’altre si sposò successivamente a sei mariti in poco di tempo, e li seppellì tutti e sei, senza averne preso la peste. È pur considerevole, che in questo corso di pestilenza gli sterquilinj, e le case d’immondezza ripiene fossero luoghi di maggior sicurezza, che non erano le case ventilate e pulite. La peste cominciò a diminuirsi nel mese di marzo 1729; e fu pressochè estinta ne’ mesi di Giugno e di Luglio. Se ne riaccesero le scintille in Agosto; ma in Settembre terminò affatto. La peste lasciò quasi in tutti quelli, che ne sono guariti, assai triste conseguenze e reliquie, rimasti tutti più o meno infermicci. Chi ne andò cieco, chi sordo, e chi muto; ed i più mal fermi delle gambe. Non è conforme tra gli storici il numero de’ morti. Danno i più, che di tal peste sieno periti da circa 70 mila persone; [384]il che è pur verisimile, atteso il sommo disordine nella cura e nel corso di tal malattia. Di gravissimi falli si accusano i Magistrati municipali di Lione. Dal soprattocco abbandono grandi sconvenevolezze ne derivarono, anche per riguardo alla legittima successione delle famiglie, perchè insorsero di lunghissime liti, e rovinose (Theoph. Reyn. de Mart, pro pest. p. 451. Papon. T. I. pag. 165.).

A. dell’E. C. 1629. Nel mese di Luglio del mille seicento ventinove un Cappuccino, infetto di quattro carbonchj e di due buboni, giunse a Montpellier da Tolosa. I medici, secondo lor uso, disputavan fra loro sull’indole di quella malattia. Alcuni tenevano che fosse peste, altri il negavano. Il Cappuccino intanto morì fra brevissimo spazio di tempo; ma non perciò la quistion terminò. Due dì appresso morì altra persona co’ medesimi sintomi; ed anzichè conchiuderne la cagione, si riaccese la disputa sempre più viva; per modo che i medici disputavano co’ sillogismi, e la peste la finiva col fatto, assalendo qua e là le persone indifferentemente. Si occultarono colla maggior gelosia questi nuovi accidenti; il che impedì agli officiali del Municipio, sotto la presidenza del celebre medico Ranchin, di prendere le necessarie [385]precauzioni per arrestare i progressi del male. E di vero, per alcuni giorni non si sentì più parlare d’infortunj, nè di morte. In questo mezzo arrivò a Montpellier il cardinal Richelieu; vi giunse il Re poco appresso con numerosa corte, e porzion dell’armata, che faceva la guerra ai Calvinisti. Non appena e’ vi giunse, che il male, che covava occulto, apertamente scoppiò ad un tratto in più contrade della città, e vi sparse il terrore. Il Re fugge, l’armata se ne ritira, gli abitanti smarriti fanno loro fardelli e bagagli; chi fugge da una parte e chi dall’altra. Le strade ne van piene di fuggitivi, non sicuri nè anche di trovare asilo. I consoli o provveditori della città, riavutisi dal loro sbigottimento, s’occuparono seriamente della salute de’ cittadini; ma in vano, perchè troppo tardi. Tra i diversi provvedimenti creano un Consiglio di Sanità; ma della paura ne fuggirono gli eletti. Questa peste aveva a un incirca i medesimi segni delle altre. Spiegò essa la maggior sua violenza nell’autunno del 1629; andò quindi declinando per gradi fino all’Aprile del 1630, in cui fu estinta; ma di essa in questo spazio perirono nella città di Montpellier da circa cinque mille persone, cioè a dire la metà di quanti [386]eran rimasti in città. Fra’ morti si contò gran numero di religiosi e di chirurghi impiegati all’assistenza degl’infermi. Terminò in Aprile, e gli abitanti fuggiti vi ritornarono senza pericolo La municipalità, durante il contagio, mantenne certo ordine d’amministrazione, e tra le misure migliori quella si fu di far trasportare i malati fuori della città. I latrocinj nel tempo di questa peste non furon meno frequenti, che negli altri luoghi. A Montpellier si ebbe singolare altra specie di furfanteria; questa è, che i serventi degli ammalati nelle case e negli spedali s’accordavan fra loro, inducendo gl’infermi a far testamento reciprocamente a loro favore. Nè anche il terribil cospetto della morte tiene in freno la sozza e cieca passione dell’avarizia, e della frode.

La città di Digne nella Provenza fu pur in quest’anno 1629 travagliata fino agli estremi dalla peste. Essa presentò questa volta dei singolari fenomeni. Gl’individui, che ne furon presi, vennero tormentati da sete ardentissima, da veglia, da gravezza di capo, stanchezza e sfinimento di forze, debolezza e mancamento della voce, nausee, vomiti, ardori d’urina, sputi misti di sangue, copiosi sudori, brividi, convulsioni, delirio, frenesie. Oltre di ciò buboni, [387]or uno, or più, della grossezza di un’amandorla o di un uovo con dolori violenti, e senza infiammagione. Non di rado si risolvevano, ma per lo più suppuravano e s’aprivano, ed allora i dolori diventavano insofferibili; spessissimo carbonchi, de’ quali se ne osservavano tal volta fino a dodici, in un solo individuo, ora lividi, ora purpurei, accompagnati da ardori vivissimi, e da pustole, che rodevano le carni. La maggior parte de’ malati divenivano gonfi; e molti ne morivano improvvisamente senza aver dato alcun segno di malattia. I cadaveri erano orribili a vedere; avevano il viso storto, sghembo, le membra rigide, e ordinariamente contratte.

In questa pestilenza, secondo il Papon e il Gassendi, che la descrissero, intervennero particolari fenomeni. Tra gli altri si vide un malato uscir repentinamente dal letto, arrampicarsi per le mura della casa, salire in sul tetto, e gittarne le tegole in sulla strada. Altri, salito sopra un tetto col mezzo di una scala, danzarvi qualche tempo; disceso quindi darsi a correre per la città, finchè presentatosi a un corpo di guardia ne venne ucciso con un colpo di fucile. Tale dallo spedal si fuggì, corse alla sua moglie, ch’ebbe la debolezza di [388]accondiscendergli, e nell’atto stesso ambedue si morirono. Un altro malato, immaginandosi nel suo delirio di poter volare, prese il volo da un sito elevato; ma caduto, si fracassò; ed altro, credendo di essere in una nave agitata dalla tempesta, gittò le sue masserizie in sulla strada, avvisando di menomare il peso delle mercanzie, onde salvare il naviglio dal naufragio. Uno sventurato padre, in istato di delirio, gittò dalla finestra il suo figlio ancora in fasce. Una giovane di vent’anni riebbesi del suo letargo nell’atto, che fu gittata sopra un mucchio di morti. Un’altra di 25 anni, caduta per quella malattia in una fossa, vi restò tre giorni senza segni di vita, il quarto, destatasi dal dolore cagionatole dallo scoppio di un bubone, risanò. Una vedova malata, priva d’ogni soccorso, restò sei dì nella sua stanza, senza mangiare nè bere, e dopo tanta inedia si guarì. Un uomo, preso dalla peste, e rimasto senza dar alcun segno di vita, sua moglie, che lo credeva morto, gli scavò la fossa, ma non avendo forza bastante di portarvelo, nè strascinarvelo, lo lasciò nel suo letto altri quattro giorni, al termine de’ quali si svegliò, alzossi, e uscito di casa diedesi a scorrere per la campagna, profetizzando ed annunziando il giudizio [389]finale, coll’esortar gli uomini alla penitenza, maledicendo quelli, che non si genuflettevano dinanzi da lui; ed altre sì fatte stravaganze; così fece fin che durò il delirio, il quale poco dopo terminò, e terminò pure felicemente la malattia.

Lo spettacolo, che offeriva la peste alla campagna, era altresì il più lagrimevole e spaventoso. Gli abitanti colpiti dalla peste si coricavano in sulla terra, e quivi ben presto esalavano l’anima, privi d’ogni soccorso. Trovaronsi dei fanciulli, che succhiavano il seno della madre già morta; altri che le capre avean preso cura di nutrire. D’ordinario in famiglia i vivi prestavano ai morti gli ultimi uffizj della sepoltura. Il padre seppelliva suo figlio, il figlio scavava la fossa al padre, il marito sotterrava la propria moglie, la moglie rendeva questo ultimo doloroso ufficio al marito; e le fosse erano così poco profonde, che il più leggier vento discopriva le membra livide dei cada veri.

L’arte medica e chirurgica fecero assai poco a pro’ di quegli infelici. Appena 500 persone furon soccorse confusamente dall’arte; e di queste la maggior parte morì.

L’immagine della morte era da per tutto a tutti presente. Ciascuno non si occupava più, [390]che di se, e del proprio pericolo, nè pensava a quello degli altri. L’uno l’altro fuggiva. Non si dava più alcuno scambievole soccorso. La desolazione era generale ed estrema.

Il flagello della peste cominciò a Digne il primo giorno di Giugno 1629, e vi durò quattro mesi. Per tutto questo tempo il cielo fu coperto di dense nubi, l’aria esprimeva un calore bruciante, e vi ebbero frequentissimi temporali. Nessun uccello si sentì in tutto quel tempo nè in città nè in campagna. Nessun’altra malattia regnò oltre la peste. Nella prima settimana di Giugno morivano 3 o 4 persone al giorno; verso la metà fino a 15;fino a 40 circa al principio di Luglio; e fino a 100 verso la metà; da 160 alla fine dello stesso mese ed ai primi di Agosto. Alli 15 di Agosto la malattia cominciò declinare. Nel mese di Settembre non vi avevano, che 5, o 6 morti al giorno; in Ottobre terminò intieramente. Fra la città e la campagna non restaron superstiti, che solo mille e cinquecento persone di 10,000, a che montava quella popolazione; sicchè 8,500 perirono, che è a dire, quasi sei settimi di tutti gli abitanti nello spazio di cinque mesi; più uomini che donne, più giovani che vecchi. Fra i 1,500 individui, che sono rimasti, non ve n’erano, che [391]cinque o sei soltanto, i quali non fossero stati presi dalla malattia. La peste ricominciò sei mesi appresso; ma quegli abitanti, che fresca avevano la memoria delle passate disgrazie, se ne fuggirono quasi tutti, e non vi perirono, che cento persone, tutte straniere. Nessuno nuovamente fu preso di quelli, che avevano superata la malattia. Si attribuì cotanta strage all’inesperienza de’ medici, allo spavento de’ magistrati, alla mancanza di buona polizia Sanitaria, e degli opportuni provvedimenti; alla confusione, e al disordine, che quivi regnò. Un decreto del Parlamento proibì sotto pena di morte agli abitanti di Digne l’uscire della città. Il commissario incaricato dell’esecuzione, quando aveva qualche ordine da notificare agli abitanti, si metteva sul ponte della Bleona, faceva suonar la tromba, e quegli sventurati accorrevano in folla, comunicandosi il contagio l’un l’altro. I paesani de’ contorni, che armavano il cordone attorno la città, e custodivano i passaggi, confiscavano e s’appropriavano le poche provisioni, che onorate e liberali persone inviavano a Digne ai loro parenti ed amici. Alcuni barbari monopolisti vendevano a troppo grave prezzo le derrate, che non si potevano aver che da essi. Mille ruberie, incendj, atrocità accrebbero [392]la desolazione e gli strazj di quella sventurata popolazione (Gassendi Notit. Eccles. Diniens. Papon. T. I. p. 194.). Questo medesimo flagello desolava allora Aix, Marsiglia, quasi tutta la Linguadocca, e la Provenza. Ciò riguardo alla Francia.

A. dell’E. C. 1629-30-31. Nell’anno 1628 vi fu gran carestia in Italia, e specialmente nello Stato di Milano, e in alcune terre della Lombardia, accresciuta poi dalla guerra, che sopraggiunse di maniera che in detto anno 1628, e nel seguente 1629 morì di fame e di stento non poca gente[20].

La guerra che successe a quest’anni tra la Francia e l’Austria per la successione al ducato di Mantova, diede occasione alla peste, che si sviluppò nella Lombardia, e quindi in quasi tutta l’Italia. Secondo l’opinione degli storici essa vi fu portata dalle truppe Alemanne, e specialmente da quelle venutevi dalle Fiandre, ov’essa a quel tempo crudelmente infieriva. La peste si spiegò da prima nella [393]parte settentrionale del Milanese; nè vi fu conosciuta, se non quando aveva già fatto di molti progressi, nè tempo era più di arrestarla. Alle prime notizie, che se n’ebbero a Milano, il magistrato di sanità inviò commissarj sopra luogo, tra’ quali il medico Tadino del magistrato medesimo, che poi ci lasciò la storia di questa pestilenza.

Que’ commissarj trovarono gli abitanti delle città in preda allo spavento, i quali fuggivano alla campagna, e riconobber col fatto che la malattia, da cui erano afflitti, era la vera peste, e donde fosse proceduta. Prescrittivi alcuni rimedj, provvedettero pur il paese di viveri, ma non preser alcuna precauzione per arrestarne i progressi. Vi lasciarono aperte e libere le comunicazioni, come per l’innanzi: e la peste vi si dilatò e diffuse con una rapidità incredibile. Penetrò essa a Milano in sul finir dell’Ottobre del 1629 per ragion di alcune robe, che taluni del popolo avean rubate, o comperate dai soldati Alemanni.

La città di Milano astretta così dall’imminente pericolo, in cui si trovava, cominciò a formare un governo conforme alle circostanze, e lo affidò per ogni parte amministrativa e politica al magistrato della Sanità, composto [394]di nobili, di cittadini, e di medici. Questo magistrato divise la città in quartieri; vi stabilì de’ lazzeretti; distribuì le mansioni; ordinò non poche e buone discipline, e saggi provvedimenti di polizia; ma non porse molto di considerazione alle forme e al divisamento dell’esecuzione; perchè moltiplicandosi in alcuni casi la ragion dell’usare degli abitanti fra loro, giusta i bisogni comuni di sussistenza, sovente s’abbattevano in folla ad alcuni luoghi della città, e così ne veniva cresciuto l’alimento al contagio. D’altra parte l’incredulità de’ cittadini, l’ignoranza prosuntuosa di alcuni medici e chirurghi, che si ostinarono a sostenere che quel male non fosse peste, contro l’autorità di molti altri dotti e sperimentati che l’affermavano, ne originarono una specie di scisma nella città, e ciascun partito vi aveva i suoi partigiani. Mentre costoro disputavano, la peste ampliava le sue conquiste, e finalmente la morte a visiera alzata abbattendo da tutte parti gran numero di vittime, disingannò gl’increduli. Crescendo i malati e i sospetti, si aumentò il numero dei lazzeretti fino a quattro, ma, neppur questi bastando, fu preso il partito di lasciar nelle loro case que’ malati, e sospetti, [395]che avevano comodi alloggiamenti per esserne sequestrati. Si adottò in oltre la misura di cacciare dalla città tutti i forestieri, i vagabondi, le persone senza mestiere; e su di ciò qualche storico osserva, che questa disposizione, la quale sarebbe stata utile ed opportuna in principio, doveva esser riguardata, come barbara e improvvida a quel momento. Cacciar fuori tante persone da una città, ove la peste era nel forte, oltre che era cosa inumana, non poteva aver che tristissime conseguenze per tutto il resto d’Italia. Quest’infelici non potevano, nè dovevano esser ricevuti in alcun luogo; stretti dall’imperiosa necessità di procurarsi di che vivere, dovevan tutto tentare. L’estremo bisogno e la disperazione inducono l’uomo a vincere le più gravi difficoltà, e a commettere di gravissimi eccessi. Giunto il carnevale, si volle osservare il rito Ambrosiano, ad onta dell’opinion de’ più saggi magistrati, e dar luogo ai soliti divertimenti, e a’ baccanali, per lo innanzi già usati. Finalmente non preveduti gli accidenti succedendosi l’uno all’altro rapidamente, e aumentandosi ogni giorno più la malattia, non bastando mezzo nessuno a combatterla, si cominciò a vedere in essa qualche cosa di soprannaturale; quindi si prese a chiamarla [396]male divino. Il perchè si ebbe ricorso alle preghiere pubbliche, alle processioni, e alle penitenze. Ma Dio non fa miracoli ad ogni nostra inchiesta; sicchè queste pratiche (ragionevolmente parlando) concorsero anzi a vieppiù accender la peste. L’affluenza di molte persone in un medesimo luogo, la mescolanza di più individui e diversi, sani e malati, o che sieno pur mo’ guariti, o che nascondano il male, senza un miracolo far altro non possono, se non influire all’aumento, e alla propagazione del male. Quindi è che a quel tempo il numero dei morti giunse fino ai 3555 al giorno; e questa grande mortalità durò qualche tempo. Vedendosi continuare una strage sì orribile, si andò pensando a straordinarie cagioni. Dappoichè i giovani dell’uno e dell’altro sesso andavano di que’ dì a pie’ nudi per ispirito di penitenza, si pensò che alcuni scellerati, con divisamento di nuocere, avessero abbrucciato robe da appestare, e sparsene poi le ceneri in sulle strade, per le quali dovevan passare le processioni; e così spacciavano sì fatte fole. Si credette pure che in quella terribile circostanza vi fosser uomini tanto perversi, che, per uccidere chi lor piacesse, formato avessero unguenti misti di materia purulenta pestilenziale, [397]o d’altre sostanze venefiche e micidiali. Il fatto fu pur anche giuridicamente chiarito. S’arrestarono i pretesi colpevoli, e dicesi, che confessassero il loro misfatto, e sieno stati puniti. La casa, ove si è creduta eseguita la manipolazione di questi veleni, fu spianata, e vi si innalzò una colonna d’infamia il dì 30 Agosto del 1630 con epigrafe, che ciò manifestasse all’età avvenire. Il Muratori dice di averla veduta. Lo stesso però osserva, che le persone spaventate veggono mostri e fantasime, ove non sono; che in tempi di terrore e di miseria è facil cosa, che l’immaginativa si riscaldi; che si offuschi la ragione, e che a forza di tormenti si cavi di bocca alle persone la confession di delitti, che non hanno giammai commessi. Ciò non per tanto cotali misfatti in caso di pestilenza si narran da tanto accreditati autori, e da molti, che pur si può credere che sieno stati le più volte commessi. Io poi posso e debbo crederlo più d’ogni altro, dappoichè alcuno d’essi avvenne quasi sotto a’ miei occhi, come a suo luogo per l’appunto riferirò. Finalmente la peste era già in sul finire; e si ordinò la quarantena generale, che produsse ottimo effetto, tanto più ch’era già il mese di Dicembre del 1630, ed il freddo [398]agisce contro il mal influsso pestilenziale. Si conta che Milano abbia perduto per questo contagio da circa 160 mila abitanti, e che in proporzione maggiore sia stata la perdita, che seguì nel Ducato. Comunque ne sia, la mortalità dee essere stata grandissima, se pur non fosse in tutto, quale ci vien narrata (Tadino Origine e progressi della gran peste di Milano lib. I. cap. 4.; Joseph Ripamonti de Peste Mediolanensi; Muratori Governo Politico ec.).

La primavera dell’anno 1629 fu calda con piogge continue; secca la state con eccessivi calori. Nel 1628 comparve una gran cometa, da cui gli astrologi, che ben avevano allora grande influenza sullo spirito popolare, presero argomento di far pronostichi funesti all’Italia: «Fames in Italia, morsque vigebat ubique». È più probabile però che que’ ciarlatani per conservarsi in credito abbiano fatto questa predizione dopo gli avvenimenti.

Nell’anno 1629 insinuossi pur in Dalmazia la peste, e vi attaccò Spalatro, recandovi nuove rovine. Quivi scopertasi, gli Zaratini usarono di ogni diligenza, perchè non penetrasse nella città loro. Aprirono il lazzeretto per li sospetti, e si giovarono d’altre precauzioni per difendersi da questo formidabile nemico. [399]Ad onta di tutto ciò per introdottevi merci penetrò anco in Zara l’anno 1630, e vi sterminò in poco di tempo più di mille persone, oltre a tre mille e più del suo allora popolato contado: tra queste cento quarantadue ecclesiastici. Il morbo fu violentissimo, ma di breve durata, interamente cessatovi lo stesso anno, e riconosciutane apertamente la grazia dalla intercessione del santo vecchio Simeone. In quel tempo di pubblica calamità gli Zarattini fecer solenne voto di affrettare la traslazione del corpo di detto santo; lo che eseguirono con magnifica pompa l’anno 1632 (Joan. Tazlinger op. cit.; Laurentius Fondra Historia Simeonis).

A. dell’E. C. 1630. Cotesta fierissima pestilenza, che mi fo a descrivere, prese in quest’anno a vieppiù desolare molte parti d’Italia. Dessa fu preceduta da crudelissima fame, come si è detto; la quale per le devastazioni della guerra divenuta più atroce, alterando e debilitando la complessione de’ corpi, accresceva al contagio la potenza di nuocere e di propagarsi. L’un dopo l’altro cadevan morti gli armenti, colpiti da maligno epizootico morbo; il quale, congiunto cogli altri mali, compieva in Italia lo spettacolo più doloroso e funesto. Il Milanese, come ho già soprattocco, [400]era già in preda a tutte le desolazioni del più fiero contagio. Brescia col suo territorio già ne provava i tristissimi effetti. Mantova assediata dagl’Imperiali al di fuori, dalla peste straziata al di dentro; così in varie altre città e paesi divampava la peste. Verona, che si trovava in mezzo a tutto questo fuoco pestilenziale, si mantenne sana ed illesa fino al Marzo del 1630, non però senza gravissimi timori, specialmente per il passaggio e commercio, che aveva colle truppe, alle quali non poteva in alcun modo impedire il passo. Ma circa la metà del Marzo di quell’anno infelice pur qua giunse infermo un soldato da Asola Bresciana, o, come altri vogliono, da Pontevico. Prese alloggio in casa di certa Lucrezia detta Isolana a s. Salvator Corte Regia, e vi morì in cinque giorni. Visitato da Adriano Grandi veronese del Collegio de’ Medici, e’ giudicò non esser lui altramente morto di pestilenza; maneggiati però i suoi vestiti dalla albergatrice e dalle sue figlie e fantesca, tutte queste infelici in poche ore infermarono e si morirono. Altre donne della contrada avendole visitate ed assistite, caddero inferme pur esse, e poi morte di quel morbo medesimo, contrattone il maligno seme tutti di loro casa. Sedici furon [401]essi, che da febbre assaliti immediatamente, fra diversi gradi e accidenti, e solo cinque ne sopravvissero, morti gli altri, parte in casa, e parte al lazzeretto. Tante morti, quasi repentine in poche famiglie d’una contrada, misero in guardia i magistrati, sparso già lo spavento fra la popolazione. Dai provveditori di Sanità venne ordinata l’ispezion dei cadaveri; fatta scelta di medici e di chirurghi, si esaminò, si consultò, e si ragionò; ma, come il solito, diverse ne furono le opinioni: chi affermava che fosse peste, chi lo negava, e chi ne dubitava. Il medico Francesco Graziolo e Camillo Giordani chirurgo con ferma opinione conchiusero esser quelle morti procedute da pestilenza, principalmente perchè nell’anguinaja destra della fanciulla Isolana appariva un livido tumoretto. Il popolo, che spesso vuol farla da giudice, anco pur in ciò che non conosce, nè intende, giudicò falsa e temeraria l’opinione dei due sopraccennati professori. Quindi, come è proprio della vulgare temerità, e vie peggio se venga aizzata da malvagi e da scaltri, ne furono que’ due, che pur videro il vero, morsi e punti da satiriche voci e scritture, e poco fu, che non ne fossero le persone loro straziate, e conquise. [402]Ma le morti successive di molti altri abitanti della stessa contrada e delle case contigue alle prime infette dissiparono i dubbj, e convertirono molti duri e ostinati. Il perchè ragunatosi il magistrato della Sanità coll’intervento dei Rettori della provincia, dieronsi posatamente a deliberare su ciò, che si dovesse fare in sì difficile e calamitoso frangente. Ci aveva appena qualche vestigio di ricordanza negli atti della cancelleria sul contagio dell’anno 1575. Quindi non restando memoria sicura di quanto allora si fosse operato, non si potè giovarsi della sperienza. Il perchè fu luogo di regolarsi giusta i dettami della sola prudenza. Impertanto si ordinò tosto che ne’ luoghi sospetti fossero chiuse le case infette, sequestrate le persone, e abbruciate le masserizie. «Ma, dice il Pona, questa in apparenza rigorosa esecuzione fu diversamente sentita per la città, perchè il volgo, facile a parlar licenziosamente, cavillava questa severità, come che soverchio timore imprimer potesse negli animi, pur troppo da altri motivi feriti, e contaminati». Passando il male evidentemente da persona in persona, in breve, ad onta della pubblica vigilanza, furono appestate assaissime case; e per molti [403]riguardi cercando ognuna di celar il male, per quanto fosse possibile, temendo d’esser diviso da’ suoi famigliari, venne a farsi in pochi dì universale, attaccando pur anche le più rimote contrade. La morte moltiplicava ad ogni istante i suoi colpi. Nelle famiglie non restava appena chi raccontasse l’altrui morte. Non si trovava sì ardito cuore, dice lo storico, che volesse porger all’infermo medicina o alimento. Cessata ogni cirimonia ecclesiastica, tacevano i sacri bronzi; li sacerdoti ricusavano di accompagnare i feretri; negletto ogni riguardo dovuto alla dignità del soggetto, tacitamente i corrotti corpi si portavano alla sepoltura comune. Taceva l’umana pietà; gli animi, percossi dalla paura, non erano più mossi dall’amor degli amici, nè da quello de’ congiunti. Arrivate a Venezia le relazioni di sì grave calamità, che desolava Verona, la Repubblica Veneta, onde provvedere allo straordinario bisogno de’ suoi sudditi, elesse Alvise Valaresso in qualità di Provveditore straordinario al di qua dal Mincio, cavaliere chiaro per nascita, e per talenti, per coraggio e per altre qualità distintissimo. Il Valaresso determinò di fissare il suo soggiorno in Verona, sprezzando il pericolo, quantunque avrebbe potuto eleggerselo in luogo sano.

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Azzuffatesi poi tra loro a Villabona le Venete e le Imperiali truppe, colla sconfitta e dispersion delle prime, Verona fu costretta di dar ricovero a molta soldatesca sbandata e ferita; il che accrebbe la calamità, e somministrò nuovo pascolo alla contagion struggitrice.

De’ primi ordini del Valaresso uno si fu che le genti del contado, le quali per timor delle truppe Alemanne si erano rifugiate nella città, tornar dovessero alle case loro, onde tal moltitudine non accrescesse il fomite pestilente, essendo per ciò a quel tempo montata la popolazion in città ad ottanta e più mila persone. Comandò poi che si convocassero i medici e’ chirurghi tutti della città, onde versare sui mezzi di sollevare la città dalla peste. Chi il crederebbe! Ragunatisi i medici sotto la presidenza dello stesso Provveditor Valaresso, ad onta della gravissima mortalità, e malgrado la più chiara evidenza dei fatti, v’ebbe tuttavia chi ne mettesse in dubbio la verità; chi la cagione delle subite moltiplicate morti a vermini attribuisse, e chi a maligne febbri, ma non pestilenti, negando pur tuttavia che in Verona peste vi fosse. Il perchè Alessandro da Lisca, dottor di Medicina, e prior del Collegio de’ Medici, gentiluomo giudizioso, grave [405]ed autorevole, rigettate assolutamente le altrui opinioni dubbie ed erronee, affermò per assoluto quel malore, che cotanto affliggeva la città, essere pur troppo micidial pestilenza. Nè dopo questo suo giudizio vi furon per quel tempo altre quistioni tra i medici. Venne quindi proposto di deputare un convenevole numero di medici per li pubblici bisogni della città e del lazzeretto; ognuno però cercò di sottrarsi, adducendo scuse e ragioni. Ma fuori della comune espettazione Francesco Graziolo, Adriano Grandi, e Orazio Graziani si offerirono spontanei per la città. Per il lazzeretto si elessero Ottavio Franchini medico, e Camillo Giordani chirurgo, con adeguato stipendio. Miseramente moltiplicavansi ogni giorno le stragi. E dappoichè gentiluomini ed altre benestanti persone erano morte nelle lor case senza soccorso il più menomo, nè anche di un sorso d’acqua, ciascuno senza riguardo di condizione o di nascita cercava di esser condotto al lazzeretto, dove si teneva che nè medicine nè altri soccorsi mancassero. La maniera di trasferire al lazzeretto gl’infermi era con barche a ciò deputate. Quivi accorrevano da tutte parti della città persone infette d’ogni condizion, d’ogni età, e vi concorrevano i congiunti [406]ad accompagnarvele. Alcuni morivano in passando dalla casa alla barca; altri in esso la barca, come v’erano entrati; giugnevan altri semivivi al luogo pubblico; ed in questo mezzo, tra gli ultimi congedi de’ parenti, nella folla, che a certe ore prefisse ragunavasi al luogo, donde partir doveva il trasporto, moltiplicavano le ragion del contagio e diffondevasi l’infezione e la morte. Non andò guari che il lazzeretto, vieppiù crescendo ogni dì il numero de’ malati e de’ moribondi, offerse a vedere uno spettacolo di angosce e di miserie da non poterle ridire. Nella città morivano i medici, i chirurghi, gli assistenti, i becchini. La fame, lo spavento, il cordoglio, e’ disagi accrescevano il numero, e gli orrori de’ morti, e le sinistre lor conseguenze; cercavano i magistrati, quanto era in loro, di provvedere, ma non valeva provvedimento di sorta, e così succedevano sempre cose nuove e funeste. In questo tempo perirono dalla peste tutti i fornaj; e la città versava in un manifesto pericolo di morirsi di fame, ridotta già agli ultimi patimenti e disagi. Si pregarono le monache, presso le quali il morbo non aveva ancora adoperato la sua ferocia, di fare pane da vendere nelle piazze, somministrata loro dal pubblico la farina; partito, [407]che riuscì utilissimo. Intanto cresceva la strage. Dai dieci fino ai sedici di Giugno dello stesso anno montò il numero de’ morti dai dugentosei fino ai trecento e più al giorno. Diedersi altri ordini pubblicamente, e nuove deliberazioni si presero; ma tutto in vano. L’infezione aveva già invaso tutto il territorio. Si tentò di porvi riparo; ma difficile, se non impossibile, si riconobbe l’impresa in que’ tristi frangenti. Il Graziolo, il Grandi, il Graziani, medici per la città, in poche ore tutti e tre si morirono, e così fu d’altri medici parecchi. Pur vi perì il maggior numero de’ chirurghi, malgrado le poma d’ambra, ed altre sostanze odorose, di cui a preservarsi dal morbo si faceva uso[21]. Altri medici si tennero chiusi in casa. Leonardo Tedeschi, medico e canonico, diede ben raro esempio di singolare coraggio, di esimia pietà, e di carità generosa. Ma l’atrocissima calamità continuava. Si fe’ ricorso alle pubbliche preci, al digiuno, alla penitenza, moltiplicandosi tuttavia le morti; e mancando modi, luoghi, e ministri per seppellirne i cadaveri, [408]si consultò, se meglio fosse dargli alle fiamme, ovvero gittarli nel fiume. La mancanza di legno e di operaj nella città fece sì, che si eleggesse il secondo partito. Il perchè ammassati i cadaveri lungo le rive dell’Adige per lo imbarco, venivano gittati nella corrente dell’acque. Giravan mortuarie carrette per tutte le contrade della città, raccogliendo cadaveri, di cui erano ingombre le pubbliche strade, e le case. Questi spaventosi carrocci ricolmi di cadaveri, orribilmente scomposti, tra le confuse teste e le crollanti membra trasportavansi al luogo del lor deposito, e quindi i corpi sommersi. Mancando però gli operaj, o già partite le barche piene di morti non di rado si restavano i cadaveri ammonticchiati e insepolti su quelle rive li tre e’ quattro giorni seguitamente, mettendo orribile puzzo. Ahi miserando spettacolo! In questo mezzo s’infettò pur Ala di Trento, mentrechè già il contagio nel territorio Veronese s’andava sempre più dilatando; e molti della corte del Valaresso infermarono, e vi morirono. Moriron pur molti de’ principali signori e de’ cavalieri; appiccossi il contagio ai monasteri dell’uno e dell’altro sesso, rimasti fino allor preservati. Lo spavento si accrebbe, si accrebbe la confusione, e il disordine. Di [409]quel tempo si invitò con grosso stipendio Giovanni Hennisio, medico di Augusta, perchè supplisse al difetto de’ medici ne’ gravissimi bisogni della città. Giunse egli ai primi di Luglio con un suo chirurgo, e si diede alla cura degl’infermi, come già da più tempo vi si era dato un dottor Ferrari di Udine, stipendiato dalla Repubblica. Facevasi ogni dì la mortalità maggiore nella milizia. Da Venezia spedironsi alcuni chirurghi e beccamorti, che vennero distribuiti per li quartieri. Nel Luglio il numero de’ morti giunse a 350 incirca al giorno. Il coraggio ne’ pochi superstiti veniva meno ogni dì, secondo che più crescevan le morti. Vieppiù mancando cooperatori e ministri, ajuti e conforti, tutto ogni cosa già disperavasi, presentendosi l’universale sterminio della città. Il dì 3 di Luglio successe l’incendio del Monte di Pietà. Questo infausto avvenimento fece crescer d’assai la forza della pestilenza, per lo concorso delle persone, accorse ad estinguerlo, e per la nuova angustia e spavento sofferti novellamente. Infrattanto per le raddoppiate cure del Valaresso, del magistrato di Sanità, e degli altri ufficiali erasi cominciato a porr’ordine al sotterramento de’ cadaveri col minor danno, ed orrore, che si fosse potuto. Ordinaronsi [410]per tutto profumi di zolfo, purificati con ogni diligenza i quartieri della milizia, ed altri saggi provvedimenti furono usati. Monsignor Alberto Valerio, vescovo di Verona, spaventato da tanti orrori, partì li 22 Luglio per Legnago, seco portando il micidial seme, che doveva ucciderlo. Volendo passare a Venezia ammalò in Lusia, luogo del Padovano, e morì. Ma sia che sazia fosse la peste di stragi, ovver domata dalle buone misure, cominciò a declinare nel di 28 di Luglio, pur tuttavia infierendo nella provincia. Nel giorno 6 d’Agosto si pubblicò l’ordine della segregazione del territorio dalla città. Dopo il 7 Agosto si è ridotta la mortalità a sessanta persone al giorno; i malati di peste per lo più guarivano, e si manifestavano malattie di altro genere, tra le quali varie terzane. Verso li 15 di Agosto andando le cose di bene in meglio, nella città il numero de’ morti si ridusse a quaranta al giorno; ma i luoghi del territorio erano sempre più afflitti dal devastatore contagio. A 16 di Agosto morirono solo ventinove persone, ai 19 soli ventidue, e così a un incirca fino alla fine di Agosto. Si andava in questo mezzo la città ristorando, e li cittadini qua e là sparsi si raccoglievano.

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Quindi s’incominciò il così detto sborro delle robe e lo spurgo della città. I malati del lazzeretto erano ridotti dai cinque mille ai mille cinquecento. Agli 8 di Settembre circa ridotto era il numero de’ morti a soli venti al giorno; fra’ quali sola una metà dal contagio; e di que’ dì la pestilenza si fece di più facile guarigion, che non fosse una semplice febbre.

Indi si ridusse a due o tre soli morti al giorno, numero minore del solito; e dai primi di Ottobre passarono più giorni, senza che alcun morisse di pestilenza. Ognuno riprendeva lena e coraggio. Finalmente si tenne cessata la peste; ne furono sciolti i voti, e fatti solenni ringraziamenti all’Altissimo dalla città per esser al fine stata liberata da sì crudel pestilenza.

Di cinquantatremila cinquecento e trentatrè persone, che formavano la popolazione di Verona prima della peste, ne perirono 32,903. Procedutosi allo spurgo generale della città nessuno morì di quelli, che dicevansi Nettesini deputati al maneggio delle robe rimaste degli appestati. Di quando in quando riaccendevasi qualche scintilla; e nel Maggio del seguente anno 1631 destaron esse qualche nuova minaccia, e trambusto; ma ben presto ritornò la calma a rasserenare queste infelici contrade.

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A. dell’E. C. 1630-31. Un’Epidemia di febbri, così dette maligne, o petecchiali afflisse la città di Venezia nell’anno 1629. Essa precedette la peste, la quale poi devastò con grande ferocia quella città nei due susseguenti anni 1630-31. Ardeva a pari tempo il micidiale contagio a Milano, Cremona, Pavia, Bergamo, Brescia, in tutta la Lombardia, ed in altri paesi molti d’Italia. A Mantova in ispezieltà, stretta d’assedio dagl’Imperiali, menava di orrende stragi, a tale che andando ivi estinto ogni giorno gran numero di soldati e di cittadini, e venendo per tal modo scemata la difesa di quella piazza, i Mantovani, veduto presso il pericolo di cadere sotto il ferro e la licenza dell’inimico, cose che temevano più assai, che non fossero le ingiurie del morbo, inviarono a Venezia il marchese Alessandro Strigi, loro concittadino, a chieder soccorsi dall’alleata Repubblica. Il marchese partì da Mantova co’ suoi servi, ed altre persone. Alcuni di essi ammalaron per via, e si morirono, che questo micidial seme portaron seco da Mantova. Passati per Sanguinetto, castello del veronese, sino allora intatto ed illeso dal morbo, ve ne sparsero le scintille, che poi crebbero in vasto incendio. Giunto lo Strigi a Venezia nel dì 8 del Luglio, [413]dal Supremo Magistrato di Sanità non gli fu permesso di entrarvi, ordinatogli di stanziare nell’isola di s. Clemente, lontana un miglio circa dalla città, per passar quivi il periodo della contumacia. Stando in quell’isoletta con undici persone del suo seguito, dopo pochi giorni preso lo Strigi da insolita lassezza della persona ammalò. Chiamatosi tosto Giuseppe degli Aromatarj, celebre medico, al primo veder l’infermo, pallido la faccia, rosso negli occhi con febbre, e sentitolo lagnarsi d’angustia del respiro, di debolezza degli arti, e di un leggier dolore al fondo dell’addome presso all’inguine, non dubitò punto di denunziare al Magistrato, che lo Strigi fosse tocco di peste, soggiunto a pari tempo il timor ch’egli aveva, che gran pericolo ne sovrastasse alla città. Altri medici, chiamati a consigliare sul caso, significaron d’accordo esser quella vera peste pur troppo. Il di 14 Luglio morì lo Strigi, dopo vomitato alquanto di sangue, cresciutogli considerabilmente il tumore dell’inguine, e comparsi cinque carbonchi sulla superficie della persona. Tre dì appresso morì un del suo seguito cogli stessi sintomi. Di tre servi, mandati dal Magistrato per assistere gl’infermi in contumacia, due infermarono, ed uno morì. [414]Ammalatisi pur altri di quella famiglia, alcun ne perì, tale altro è guarito, e qualcheduno ne andò illeso del tutto.

In tutti que’ giorni, che fu malato il marchese co’ suoi, trattennersi in quell’isola due falegnami di s. Agnese in Venezia, padre e figliuolo, a costruirvi d’ordine del Magistrato alcune barriere di tavole ed altre opere di precauzione per la contumacia. Terminato, ch’ebbero il lavoro, e passata qualche settimana delle prescritte riserve, ripatriati senza indizio di malattia, con alcuni drappi, che dierono da lavare a una donna, le appiccarono l’infezione; perchè pochi dì appresso la donna infermò, e in otto dì si morì, trovatole un tumore all’anguinaia, e nere petecchie alla cute. Poco dopo ammalò pure un suo figliuolo con bubone alla stessa parte, e morì pur egli in sei giorni. Non datogli sepoltura, stante ordine del Magistrato per esser morto nello spazio minore dei sette dì, dal medico della Sanità fattone sparare il cadavere, corse voce per la città, che già si fosse appiccata la peste. Nè guari andò che tutta la famiglia del falegname cadde malata coi medesimi segnali di peste, e in pochi dì ne morirono alcuni individui, ed altri ne son guariti. In brevissimo corso di tempo, [415]tra’ vicini della stessa parrocchia il contagioso morbo di sì fatta guisa vi si diffuse, che i deputati alla salute pubblica ne concepirono forti timori. E di vero, stando bene l’altro della città, nella sola parrocchia di s. Agnese s’andavano multiplicando i malati e le morti. Ne’ cadaveri si vedevan buboni agli inguini, carbonchi, macchie nere, e vibici, sparsi d’atro colore.

Il perchè quel Magistrato, messo in orgasmo, ordinò al suo protomedico Gio. Batista Follio di visitarne malati e cadaveri di quella parrocchia. Non isbigottito punto quel medico nè da timor di calunnie, nè da altri riguardi, manifestò apertamente l’opinion sua, che fosse in fatto già scoppiata la peste. E siccome di giorno in giorno sempre più dilatavasi il morbo, deputò il Senato altri quattro medici della città, perchè col medico del Magistrato dessero di quel male definitivo giudizio. Essi furono Ortensio Zaghi, Emilio Parisiano, Alberto de’ Circolari, e Baldassar Vacca, i quali col N. H. Angelo Trevisano, uno del Magistrato supremo di Sanità, visti malati e morti, concordemente definiron col Follio, che quel malore fosse realmente peste. Allora, ma troppo tardi, ordinò il Magistrato più severe precauzioni, [416]dirette ad impedire i progressi del male. Stabilì un lazzeretto nell’isola di s. Lazzaro, ed altre discipline prescritte, perchè fosse tolto o impedito il frammischiarsi dei malati coi sani.

Erano ridotte a tale stato le cose, quando il Senato con sua Terminazione dei 25 Agosto ordinò che si convocassero trentasei medici, «affinchè fosse fra loro discusso e trattato intorno l’infermità di quelle persone che si trovavano nel Lazzeretto vecchio, cavate dalla contrada di s. Agnese nelle settimane passate, per saper col fondamento delle loro opinioni le qualità di essi mali, li rimedj proprj di medicarli, e le provvisioni opportune come per il Lazzeretto medesimo, come per la contrada di s. Agnese per estirpare ogni radice che fosse restata del male, e perchè non si communichi con altre parti della città».

Convocati cotesti trentasei Medici avvenne ciò, che era ben verisimile, e fu, ch’essi divisersi in due contrarie opinioni, gli uni sostenendo che fosse peste, e che in conseguenza si dovesser prendere più severe precauzioni, altri negandolo. Quindi ne insorser tra loro contese acerrime. Ciò bastò, perchè a favor di ciascuna delle parti si dichiarasse forte partito. [417]Il desiderio della pubblica salute, la facilità di credere ciò, che si desidera, l’avversion naturale, e lo spavento d’un morbo crudelissimo, la passion per la propria opinione, l’orgoglio di non cedere all’altrui, ed altre simili traversie pur troppo fecero, che il vero si restasse ancora nascosto per qualche tempo. Viviano Viviani fu de’ più acerrimi ed inflessibili oppugnator del contagio. Ma mentre i medici disputavano acremente fra loro sulla vera natura del male, e sui mezzi di arrestarne il progresso, mentre i magistrati si stavano inoperosi in tanto grave incertezza, attendendo la decisione della medica controversia, la peste multiplicava le sue conquiste, e preparava quelle immense sciagure, a cui poscia soggiacque Venezia, non essendo stato più possibile al principato di arrestare il corso al contagio, e di opporsi all’orrendo strazio, ch’esso nel più spaventevole modo già fece di quegli abitanti.

Nè giova qui ritoccare le tinte dell’orribile quadro, la cui veduta, benchè lontana per tempo e per luogo, ti scuote l’anima di raccapriccio e dolore, e dagli occhi ti spreme involontario il pianto per lo commovimento vivissimo della mente e del cuore. Oltredichè tanto più torna inutile il riandar queste cose tristissime, quanto [418]più altre e varie sì fatte storie si rinvengono nella presente Cronologica serie. Basti però l’accennare che la peste, vieppiù rapidamente accrescendo le sue rapine, fece strage per tutto il resto del 1630, e più, che negli altri, infierì ne’ mesi di Ottobre, Novembre, e Dicembre del detto anno. Continuò gran parte pur del 1631, a tale che nel corso di 11 mesi moriron di peste nella città di Venezia 94,236 persone; cioè 11,456 donne, parte gravide e parte puerpere; 29,356 altre donne; 5,034 giovani dai 14 anni ai 21; 21,751 fanciulli e impuberi; 1,142 sacerdoti, cherici, e frati; 25,280 cittadini, mercadanti, artefici, ed altri; 217 tra nobili e patrizj.

Verso la fine dell’anno 1631 con grande solennità si pubblicò la città esser libera dal mal contagioso; ma le cicatrici di sì profonde ferite per lunghi anni appresso restarono aperte. Per questa circostanza di peste si fece voto di alzare un magnifico tempio ad onore di nostra Signora della Salute; il quale fu poi eretto nel 1632. Questa è la magnifica chiesa detta della Salute, consacrata a Maria santissima, che tuttavia si ammira in Venezia.

In questa medesima circostanza del voto mandaron pure i Veneziani ricca lampada d’oro [419]alla Madonna di Loreto, e deliberarono di pregare il pontefice ad affrettar la canonizzazione del Beato Lorenzo Giustiniani, patrizio e patriarca di Venezia, ed in memoria dell’ottenuto ristabilimento della salute vennero coniate alcune medaglie con epigrafi e simboli a quel fatto allusivi. Di sì terribile pestilenza si conserva ancor viva e tristissima la memoria in Venezia.

Quivi da quel tempo non penetrò più mai la peste, quantunque vi sieno stati mantenuti sempre aperti i suoi porti ai bastimenti o sospetti od infetti di peste[22]. (Christoph. [420]Wagner Descript. Pannon. Part. II. f 70; Rota de Peste Venet. an. 1630; Murat, op. cit. e gli Stor. delle Cose Venez., che scrissero per pubb. Decret. T. VIII. f. 472. ediz. 1720.).

In questi anni 1630-31 il pestifero morbo di sì fatta guisa si dilatò per tutta l’Italia, che [421]assai poche città e paesi n’andarono illesi dall’infezione. Questo terribile flagello fu particolarmente funesto nella Lombardia a Milano, come si è detto, ed a Mantova; e quasi interamente ne restò spopolata Cremona. Parma e Piacenza ne furono anch’esse miserando spettacolo [422]al duca Farnese; perchè s’avvisò di richiamare dalla vicina campagna i suoi abitanti a ripopolarle. Così pur Lucca, Lodi, Bergamo, e Brescia furono da questa funestissima labe fieramente vessate. Crema quasi prodigiosamente si conservò qualche tempo, ma finalmente [423]essa pure non andò esente dalla strage comune. In Modena penetrò la peste nel Luglio 1630, e terminò in Novembre 1631 dopo avervi ucciso da 12,000 persone. In Torino si manifestò nel mese di Gennajo 1630, e terminò in Agosto 1631, stante che fin dai primi [424]sentori del morbo tutti i più agiati cittadini fuggirono dalla città, non restatovi in essa che da 11,000 persone, di cui solo tre mila ne lasciò il contagio superstiti tra la città e’ Lazzeretti. Si annovera Bologna fra le città dal pestilenziale flagello più fieramente percosse, e in proporzion di popolazione niente meno di Milano e di Venezia. Il medico Cavozza nella peste di Bologna ordinava il salasso fino allo svenimento; ma non apparisce però che questa pratica sia stata riconosciuta utile. La città di Faenza, essendosi mantenuta sana, rattenne i progressi del morbo, che da Bologna si sarebbe inoltrato nella Romagna; e ciò fu perchè poste dai Faentini le guardie al fiume Lamona, che scorre poco lungi dalla città, il degno Prelato, ch’era allora al governo di essa, indefesso vegliava alla sua custodia di giorno, e di notte, e quando meno alcun sel pensava, compariva a cavallo a rivedere le guardie, e là specialmente, dove il fiume era più facile a traghettare, non risparmiando ai [425]disobbedienti nè minacce, nè castighi. Così la città di Reggio, ancorchè posta tra Modena, e Parma, ambedue città infette, sana lungamente mantennesi, e forse ne saria andata esente, se il male non vi fosse stato disavvedutamente portato da chi presiedeva alle leggi. In pari guisa la peste da Verona nel 1630 erasi dilatata fino ad Ostiglia, donde un veronese appestato, passato a Ferrara nell’alloggio di un suo compadre, ammalò, e vi appiccò il morbo, mortovi tra due giorni. Il cadavere vi fu tantosto abbruciato nella calce viva, e i famigliari, presso cui l’infermo erasi ricoverato, condotti al Lazzeretto fuori della città, se ne chiuse la casa, e vi si rinnovarono le opportune precauzioni. Per tal modo non restò presa dalla peste quella città, benchè il male si fosse inoltrato fino a Mellara e Brigantino, e, passato il Po, fossesi recato al Ponte di Lagoscuro, e in altre ville, da Ferrara poco discoste. Gran parte del merito di tale preservazione si attribuì ad un proclama pubblicato in Ferrara, che costrigneva ognuno a denunziare tutto, che sapesse poter alla salute pregiudicare. Pur la città di Treviso, ancorchè tutta assediata, dal male, per merito di saggia provvidenza, e di buona ed assidua [426]vigilanza, illesa si preservò; mentre Vicenza, Padova, il Polesine, il Friuli, e quasi tutti gli altri paesi d’Italia al Veneto dominio soggetti, erano in preda agli orrori della peste. A Vicenza penetrò il contagio nel Luglio del 1630, portatovi da Verona col mezzo di alcuni soldati fuggiti di là, e ricoveratisi nel territorio Vicentino. Quivi durò circa sei mesi, ed in questo spazio di tempo perirono entro la città di Vicenza da circa 11,000 persone, e oltre a 30,000 nel suo territorio. S’inoltrò poco dopo da più parti lo stesso male in Padova: «perchè furono poste le guardie a’ confini del Vicentino infetto; ma queste erano malamente tenute con far anche supplire i ragazzi, e trovarsi talvolta gente a i passi, a cui bastava mostrare qualche buletta per passar oltre. Persone potenti da un’altra parte entravano per forza nel distretto Padovano, essendo in qualche paese le leggi come le tele di ragno, che fermano le mosche, ma cedono tosto a chi ha l’ali più vigorose. L’interruzion del commercio avea ridotta la città in secco di molte merci solite a condursi da Venezia, e in particolare di cordovani da scarpe, il che era di gran molestia. Fece un mercatante venire alquante [427]balle d’essi cordovani da Venezia già infetta, e parte ne introdusse nel luogo della contumacia per farne lo spurgo, e parte fece furtivamente tirarli di notte su per le mura. Questi ultimi infettarono prima i facchini, e poscia ogni sorta di persone» (Murat. Gov. Pest.).

Padova restò illesa dal contagio fino al Settembre del 1630. Nel dì 15 ne comparve il primo segno; e ‘l morbo vi si propagò lentamente fino al sommo grado ne’ susseguenti mesi del Giugno e del Luglio dell’anno 1631, a tale che nel Luglio vi perirono da 3,529 persone. Tra esse vi si contarono parecchi professori e considerevol numero d’altri illustri soggetti, distinti per nascita, per merito, e per rinomanza. Non si può leggere senza orrore la descrizione dei fatti, che accompagnarono questa pestilenza.

Giunto il malore al sommo di sua ferocia, la Repubblica Veneta inviò a Padova il N. U. Alvise Valaresso in qualità di Provveditore Straordinario, quel medesimo, che s’era distinto cotanto nella peste di Verona; e vi giunse il dì 20 Luglio. Questo valentissimo uomo prese tosto con molto zelo e coraggio ad usarvi ogni pratica, ed ebbe il conforto di vedervi per le sue [428]cure venir meno la violenza del male, di maniera che nell’Agosto non ne perirono, che 962 persone, e nel Settembre 226. Poco appresso il male vi cessò interamente, dopo avervi cagionate d’immense rovine.

Nel corso di questa malattia il delirio, non istrano nella peste, fu accompagnato da singolari effetti[23]. Diciassettemila persone vi restaron preda di morte.

[429]
Narra lo storico Nani che in tutto il sopraddescritto corso di pestilenza sono perite da oltre cinquecento mila persone ne’ paesi d’Italia soggetti al Dominio della Repubblica Veneta.

A questo stesso tempo del 1630 si fecer sentire di grandi terremuoti in Napoli, e in altri luoghi del regno. Questi misero negli animi grande timore e spavento; maggior però ne aveva messo la peste, la quale, mentre menava strage crudele nella Lombardia, più volte manifestossi ai confini di quel regno (Giannone, Guerre Civili del Regno di Napoli T. IV. f. 264; Turella de Peste Italica lib. II; Fabroni de origine et causis pestilentis morbi Italiam infestantis; Muratori, Gov. Pest; Marian. de Peste Bononiens.; Fiocchetto della Peste di Torino dell’anno 1630; Tirelli della Peste di Badia del Polesine del 1631; Ragguaglio della peste di Milano del 1629 al 1632; Barba il Contagio di Padova del 1630-31; Imperialis Joannis Pestis Vicentiae anni 1630; Betera, Cavagnino, Gardini, Baldo, ec. ec.).

Così fu nella Toscana, poichè erano già corsi 103 anni, da che Firenze non era stata tocca da peste, cioè a dire dal 1527; nel qual anno aveva essa infierito viemaggiormente, giunto il numero de’ morti fino a 500 al giorno. [430]Nel 1630 poi, quando ardeva in tutta Italia, come s’è detto, il micidiale contagio, in Firenze si sviluppò nel Giugno dello stesso anno. Esso vi fu recato di Bologna, e vi serpeggiò occulto qualche tempo. Si dilatò poi più apertamente in parecchie famiglie. Atterrita di ciò la città per le frequenti e rapide morti, «spesso avanti il Magistrato si teneva gran parlamento dai medici, e facevansi lunghe consulte, se era peste, o no: alcuni di certo affermavano essere, altri negavano, nè per vaghezza di contraddire, ma perchè così credevano, e in questo modo la città tutta si divise in due opinioni. Un inconveniente ne nacque, che sentendo intanto la plebe, e ‘l minuto popolo che medici solenni, ed uomini savj affermavano esser mali consueti, non prendevano guardia di loro medesimi visitando gl’infermi, e addimesticandosi con chi gli maneggiava, e così spesso davano nella rete» (Rondinelli Relaz. del Contag. 1630 ec.).

I progressi dello sterminatore contagio non lasciarono più dubbiosa la lite. Nel Settembre di detto anno fu al sommo suo grado di fierezza e di forza, e durò questo strazio a tutto il Novembre. Nel Gennajo 1631 fu istituita la quarantena generale e di essa ottimi effetti [431]se ne ottennero. Minorò tosto la violenza del male, e nell’Aprile era ridotto alla sua declinazione, sicchè in Agosto era quasi libera la città, e nel Settembre si considerò cessato.

Nel 1633 vi ripullulò, ma con poco triste conseguenze. Il Rondinelli, quantunque non fosse medico, ci lasciò la sovrallegata Relazione di quella pestilenza (Fiorenza per Gio. Battist. Landini 1631, in-4.to), nella quale fece la sposizione dei sintomi, e dell’andamento del male con tale impronta di verità e di chiarezza, che reputo possa tornar utile di qui riportarne uno squarcio, perchè serva a far concepire sempre più chiara l’idea di questa terribile malattia. Egli dunque così dice (l. c. f. 30 e segg.) »Che che sia di questo, sono già molti anni che la Toscana mediante la grande sterilità della terra ha patito questo flagello della carestia, che è stata occasione, al parer di alcuni medici, della peste, alla quale ha disposto i corpi a poco a poco col cattivo nutrimento, e con i patimenti tanto nel mangiare, quanto nel bere, et in altre cose necessarie per il sostenimento della vita, onde essendosi radunato in molti una gran massa di mali umori, dai quali restata soprafatta la natura, nè li potendo vincere, è venuta [432]a generarsi in essi una straordinaria putredine, che da lontano e per ogni piccola occasione ha presa la peste, la quale cominciava con febbri putride, acutissime, e continue, senza manifesta accessione, e di pessima natura, accompagnate da maligni accidenti, come buboni, e carbonchi, i quali, o tutti e due insieme, o l’uno, o l’altro separatamente, in ciascuno apparivano i buboni per lo più fra la coscia, e ‘l corpo, pochi sotto l’ascelle, pochissimi dietro all’orecchie; i carbonchi in diverse parti; ad alcuni dopo la febbre sopraggiugneva il delirio; molti avevano sete ardente, con la lingua asciuttissima; il dolor di testa era quasi comune a tutti, ed al principio dell’infermità, col sentirsi fra le ciglia acutissimo, accompagnato a molti da vomito, il polso ineguale, inordinato, e debolissimo. La cagione interna del male era la putredine degli umori, che si ritrovavano dentro le vene grandi, vicine al cuore, ed era così eccedente, che acquistata la natura del veleno, dissipava, e consumava gli spiriti, strumenti delle facoltà principali; onde venivano cagionati i supraddetti accidenti, ed alla maggior parte una morte precipitosa, che seguiva [433]per l’ordinario dentro al settimo giorno, ed a qualcheduno dentro al quarto. S’è osservato, che coloro, i quali presto ricorrevano a’ rimedi, per lo più guarivano; pochissimi di quelli, che hanno passato il settimo giorno, sono morti; quasi niuno, aperto il bubone, e cominciata la sequestrazione del carbonchio, è perito; e molti ancora sono risanati, a i quali i buboni si sono risoluti, e svaniti. Quanto ai rimedi, si è veduto per esperienza che nel principio del male, mentre l’ammalato aveva buone forze, quelli a chi si cavava sangue, la maggior parte guarivano, se bene già era apparito o il bubone, o il carbonchio, con questa eccezione però di farlo parcamente, e molto meno di quello, che per l’ordinario si farebbe, con aver riguardo non solo alle forze presenti, ma alle future, così sfuggendosi il danno, che dalla debolezza potrebbe avvenire».

In tal circostanza il Gran Duca di Toscana Ferdinando II, con chiaro esempio di coraggio e di paterno affetto, si mostrò particolarmente sollecito della salute e del bene de’ suoi sudditi travagliati cotanto dal pestilenziale flagello. Scorreva egli, ora a piedi ed ora a cavallo, con magnanimo ardimento le [434]contrade e le vie della città, pur quando la peste era nel suo forte, informandosi dei bisogni delle famiglie, e della maniera, con cui erano eseguiti i suoi ordini, e mantenute le discipline e precauzioni della Sanità. Tanto sollecita vigilanza tornò sommamente utile a quella popolazione. Pagò egli del suo le spese della quarantena generale, che importò da circa 160 mila scudi. Ad oltre 35 mila montava il numero di quelli, che si pascevano alle pubbliche spese, e, quello ch’è sorprendente, la mattina in sole due ore si distribuiva il vitto per tutta la città. In questa peste si usarono molto le unzioni coll’olio, coll’olio di mandorle, di gigli, di carabe, ec. come rimedio, e come preservativo; e, per quanto si può raccogliere, appare ciò essersi usato utilmente. I monasteri delle monache entro la città tutti si sono conservati sani, eccetto santa Maria sul Prato; non così fu dei conventi de’ frati, de’ quali niuno rimase intatto. I luoghi, dove il male assai incrudelì, furono le estremità della città, siccome quelle che sono abitate da povere genti. Quindi la strage maggiore del male fu nel popolo minuto, ne’ poveri, e nelle donne. Dei nobili sono morti pochissimi; poichè a soli venticinque toccò l’estremo infortunio nel corso [435]di diciotto mesi; quantità minore di quella, che in pari tempo suol morire di male ordinario.

Notarono i medici, e gli storici di questa pestilenza, certe varietà nel corso e negli effetti della malattia in tutto il suo stadio; e così i miglioramenti e’ peggioramenti. Questi all’influsso della luna piacque ad essi di attribuire; la quale virtù dei moti lunari sulla peste è stata da molti autori, anco de’ più accreditati, apertamente accordata in altri casi di peste. Osserva il Rondinelli, che nel principio del male sotto il plenilunio peggioravano i malati, e succedeva un maggior numero di nuove infezioni; e nella luna decrescente all’incontro miglioravano, e ne succedeva assolutamente il contrario verso la fine del male.

Intorno all’influsso, attribuito alla luna in tempo di peste, sono state scritti appositi trattati in varie opere. Vedi de Influxu Lunae tempore pestis.

Tra i preservativi più accreditati in questa pestilenza, «usavasi pigliare della triaca, delle pillole di rufo due o tre volte la settimana; chi si ungeva il cuore, e i polsi avanti si vestisse con l’olio contra veleno, e fu usitato assai l’olio di carabe, ungendosi le narici, portandosene in un vasetto per odorare; [436]quasi ognuno teneva in mano una palla di ginepro bucata, ove si metteva della canfora, ovvero una spugnetta con aceto, o olio contra veleno, carabe, o cose simili; altri tenevano in bocca del zolfo sodo, o mirra, e molti la pietra giacinto, oppure legata in qualche anello, in modo che toccasse la carne, per esserci opinione, che questa pietra abbia un’occulta proprietà contro la peste; la maggior parte adoperava quella usitata ricetta di pigliar ruta, fico secco, noce, e sale, segreto, sebbene comune, antico, e che fu trovato da Lucullo fra le scritture di Mitridate». (Rondinelli Relaz. del Contag. stato in Firenze l’anno 1630 e 1633; Righi Alexand. Histor. morbi contagiosi, qui Florentiam depopulatus est anno 1630). Così pure la città di Livorno fu allo stesso tempo fieramente travagliata da pestilenza, ed altre molte città d’Italia, oltre le già menzionate; sulle quali troppo lungo sarebbe entrare in ulteriori particolarità[24].

[437]
A. dell’E. C. 1632. In quest’anno 1632, secondo il Lebenswaldt, si manifestò la peste in molti luoghi della Germania[25]; poi nel 1633 incrudelì fieramente nella Slesia, e n’andò pur afflitta la città di Vienna, dove il numero de’ morti giunse a circa 600 alla settimana; e fino [438]a mille in Norimberga. Pressochè altrettanti ne morivano in Augusta, soggetta nello stesso tempo al doppio flagello della peste e della fame. Ma nel 1634 la stessa pestilenza travagliò la Sassonia (Lebenswaldt, Adami, op. cit.). Così nel 1635 la peste infierì a Francfort [439]sul Meno. Di questa peste scrisse partitamente Lodovico Honing Würg-Engel, e qualche saggio ne dà la Collezione, intitolata Wiennerische Pestbeschreibung und Infectionsordnung, p. 16.

A. dell’E. C. 1635-36-37. A questi anni la [440]peste si sparse per tutto il Belgio, e nella maggior parte della Germania Superiore; ma più di ogni altra Provincia travagliò la Gheldria, e particolarmente Nimega nel 1636. Questa peste è quella celebre, che descrisse il Diemerbroek nel suo copiosissimo trattato de Peste, [441]nel quale oltre a molte sue utili osservazioni ci ha lasciato descritte cento storie di peste.

Ecco il sunto della storia di quella peste summenzionata. La primavera dell’anno 1635 fu tiepida e moderatamente umida. Vi susseguitò una state caldissima e secca, dominata quasi costantemente da un’aria sciroccale e spesso soffocante, senza che mai alcun altro vento spirasse. Vi si osservarono nell’atmosfera frequenti fenomeni celesti straordinarj; spessi fulmini sotto un cielo, sparso appena di nubi, anzi quasi del tutto sereno. L’inverno fu tepido e umido. Vi ebbe massima e quasi incredibile copia d’insetti, quale non fu veduta [442]giammai; zanzare, farfalle, scarafaggi, calabroni, e soprattutto un’immensa quantità di mosche e di moscherini di varia spezie, a tale che l’interno delle pareti era tutto coperto di loro, ed in alcuni siti l’aria era infoscata da i nuvolosi corpi d’insetti[26]. La quantità [443]degli uccelli, soliti ad abitar la campagna, si fece molto minore, e, ciò che più sorprende, gli uccelli, avvezzi alle gabbie domestiche, morivano due o tre giorni, prima che si appiccasse la peste agl’individui delle respettive famiglie. Gli aborti erano frequentissimi; e qualche tempo, prima che si manifestasse la peste, vi dominavano morbi di maligna indole, come il vajuolo, i morbilli, le [444]dissenterie maligne, le febbri puerperali, le putride nervose, o tifiche, e simili, e ciò con grave mortalità: le quali cose presagivan già presso maggiori disgrazie. La peste si manifestò da prima a Leyden, e vi uccise più di venti mille persone; si propagò nella Gheldria; e nel Novembre del 1635 si accese a Nimega. Quivi s’accrebbe d’assai nei mesi di Gennajo, Febbrajo, e Marzo; e nell’Aprile pervenne al suo più alto grado di ferocia. Proseguì poi collo stesso furore sino al finir dell’Ottobre. In quello spazio di tempo imperversò di sì fatta guisa, che in tutta la città non vi ebbe casa, che fosse restata immune dal contagioso eccidio. Innumerevole quantità di persone cadeva per tutto sotto la falce di morte; e le più luttuose scene ed orrende ad ogni istante in parecchie parti si rinnovavano, non cedendo la ferocia del male a nessun rimedio o preservativo. Vi cominciò poi a diminuirsi l’intensità del morbo nel Novembre del 1636. Acutissimo improvviso freddo, avvenuto circa la metà del Febbrajo 1627, ne la spense del tutto; sì che nel Marzo ne fu intieramente libera la città, non però la campagna, ed altri circonvicini paesi, specialmente la diocesi di Utrecht e di Monforte, continuando [445]ad inferocirvi tutto l’anno 1637. Il numero degli abitanti, morti di questa pestilenza, non saprei dire precisamente qual fu, poichè nol rinvenni indicato; e mentre uomini, donne, e fanciulli di ogni età e condizione venivano o in poche ore o improvvisamente tratti a morte dalla violenza del male, i vecchi ed i cachettici n’andavano per lo più immuni. Il Diemerbroeck, medico celebre e dotto filosofo, che si trovava a quel tempo con molta pratica in Nimega, continuandovi generosamente l’esercizio dell’arte sua a gran numero di appestati, e poveri e ricchi, quanto vi durò il male, si giovò di quella trista occasione per farne le più esatte osservazioni; delle quali poi arricchì l’opera summenzionata. Eccone il sunto, dico di quelle sue osservazioni pratiche.

Due o tre giorni avanti il novilunio ed il plenilunio la malattia si esacerbava costantemente; e se ne accresceva il numero degli appestati. In tal ricorrenza di tempo l’invasione del morbo era fiera e violenta, e la morte ne succedeva nello spazio di poche ore. La malattia alcune volte incominciava e finiva senza febbre; in alcuni poi, e non pochi, incominciava benissimo senza febbre, ma poco appresso gli soppravveniva, e in molti si sviluppava [446]con leggieri brividi, ai quali teneva dietro la febbre, talora ardente; ma per ordinario la febbre n’era moderata. Le donne incinte, prese dalla peste, abortivano e perivano quasi tutte. Le non appestate, che partorivano felicemente, e al loro termine, se contraevano il contagio, coi loro infanti perivano pur esse. Agli uomini, adulti, o sposi, poco abituati nella voluttà, e che vi si abbandonavano, s’appiccava il morbo subitamente, e ne morivano fra due o tre giorni. Alla peste s’univano sempre l’altre malattie, che si dicono intercorrenti; per modo che in tutto quell’anno non si videro mali di altra natura, o non accoppiati colla peste. La morte ordinariamente ne succedeva avanti il settimo giorno dallo sviluppo. Molti rapidamente morivan nel primo giorno, altri nel terzo o nel quarto, la massima parte nel quinto o nel sesto. Ne’ malati, che oltrepassavano il settimo, restava speranza di guarigione. Per altro alcuni si vider morire nel dì ventidue; ed altri nel ventottesimo giorno.

Sintomi.
Febbre, perturbamento, smania, agitazione della persona, ansietà considerevole, calore interno per lo più grande, cefalalgia (ossia dolor di testa) gravativa, rare volte acuta, terrore, [447]delirio, e spesse volte delirio frenetico, sussulto di tendini, e quasi leggiere contrazioni muscolari, veglia continua in alcuni, sopore profondo in altri, offuscamento della vista, amaurosi, sufolar degli orecchi, e talor sordità, secchezza di lingua, che diventava, rare volte, nera, alito e sudori fetidi, graveolenti, frequenza di sincopi, polsi ora forti e pressochè naturali, ora deboli, frequenti e ineguali, emottisi (ossia sputo di sangue), piccola tosse secca, sete, inappetenza, dolor violento all’epigastrio, o allo scrobicolo del cuore, nausee, vomiti, diarree di materie crude, e fetenti, di odor cadaverico, talvolta miste con vermi, singulto, orine ora naturali, ora crude, ora sedimentose, or cariche e torbide, in alcuni anche sanguigne, qualche volta varie nel corso della medesima giornata; prostrazione, abbattimento estremo di forze, ed impotenza al moto fin dal principio del male, in altri robustezza, esaltamento di forze fino alla morte; calore esterno ardente, acre, in alcuni naturale; il colore del viso in alcuni pallido, in altri quasi erisipelatoso, nella maggior parte però poco dissimile dal naturale; petecchie, e macchie per lo più paonazze, livide o nere, rare volte rosse, ora picciole, ora larghe, quasi [448]sempre perfettamente rotonde, ora in una sola parte del corpo, ora sparse su tutta la persona, sopravvenienza di carbonchi, buboni, o tumori agl’inguini, alle ascelle, alle parotidi, e ad altre glandule escretorie.

Segni di buon pronostico.
Erano segni di buon pronostico la costipazione del ventre nel principio e nell’aumento del male, e fino alla sua declinazione, la comparsa dei buboni alle glandule secretorie accompagnati da dolor moderato, ed il facile passaggio dei buboni stessi a suppurazione; ma il più presto comparir de’ buboni era il più fausto indizio di guarigione. Era pure di buon presagio, se i buboni, o tumori glandulari, dal lor principio eran duri, e, a guisa di tendine rigidi e bislunghi, andavano a poco a poco crescendo con dolor tollerabile, e specialmente, se crescendo, conservavano la loro durezza. Pur segni di buon pronostico tenevansi gli antraci, che comparivano sul principio del male, e nelle parti carnose; e finalmente la lingua umida, e vaporosa la pelle.

Segni gravi.
Gravi segni, e minaccianti funesto fine, erano le urine torbide; ma parecchi pur con essi si sono salvati, mentre altri molti mettendo [449]urine affatto naturali contro ogni aspettazione morivano improvvisamente, e non di rado senza l’apparenza di gravi sintomi. Il vomito era pur grave segno, e per lo più molestissimo. Molti infermi erano travagliati dal vomito fino alla morte. Ad altri molti, prendendo per tempo convenevol rimedio, riusciva felicemente di arrestarlo. La comparsa della diarréa minacciava gravissimo pericolo, ed uno infra cento ne campava appena di quelli, ne’ quali insisteva la diarréa. Le menstruazioni, che sopraggiungevano dopo lo sviluppo della peste ancorchè scoppiassero nei giorni critici, erano sempre molto pericolose, e nella maggior parte mortali. Se poi accadevano fuori delle giornate critiche, uccidevano certamente. Le donne gravide, le puerpere, e quelle, che avevano abortito, s’eran prese dalla peste, che spesso accadeva, versavano in gravissimo pericolo, anzi d’ordinario morivano. Se dattorno ai buboni, o tumori glandulari duri, si formava un cerchio di diversi colori a guisa d’iride; se comparivano i carbonchi sopra le parti glandulari; se manifestavansi antraci alle dita dei piedi o delle mani, e specialmente sopra la spina del dorso, era cosa di pessimo indizio. I carbonchi, tardi [450]allo spiegarsi, i ricorrenti, ossia quelli che ora scomparivano, ora si riproducevano, così pure i carbonchi, che apparivano in copia, eran per lo più di funesto presagio. Le petecchie e le macchie, se erano di color rosso, costituivano bensì un sintoma grave, ma pur qualcheduno pur con esso se ne salvava; non così s’erano paonazze, livide, o nere, colle quali perivano tutti.

Quelli, che erano presi nel periodo di luna nova, o nel plenilunio correvano molto maggior pericolo; così pure allor quando la peste invadeva l’individuo dopo un forte accesso di collera, dopo gli eccessi venerei (come s’è detto), o dopo aver sofferto grave terrore, in confronto di quelli, che venivano affetti dal contagio senza tali precedenze. Il sopore nel principio del male era sempre indizio di grave pericolo. Il polso naturale era un segno molto fallace e pericoloso. Così il delirio, l’emorragia dal naso, avvenuta nei giorni, che diconsi decretorj; la lingua nera e secca, tutti cotesti segni minacciavano l’estremo caso.

Segni mortali.
I segni poi, che presagivano sicura la morte, erano l’alito fetido, l’odor cadaverico, la pleurisía epigenomena o precedesse o seguisse subito [451]dopo l’invasion della peste, la tosse secca, la difficoltà di respiro, lo sputo di sangue, il dolore puntorio al petto, al fegato, alla milza, alle reni, all’utero, alla vescica, il singulto, a cui costantemente succedeva poco dopo la morte; lo sternutire, le degezioni alvine miste di sangue, le urine oleose, nerastre, sanguigne, o scure con un sedimento livido, o nerastro, l’uscir del sangue per le vie urinarie, comunque ciò avvenisse, era sintoma di certa e vicina morte. Se i fonticoli e cauterj, che molti qual mezzo di preservazione s’erano fatto aprir nelle braccia o nelle gambe, diseccavansi nel principio del male, era pur segno di certa e vicina morte. Segni mortali erano parimenti i tumori alla gola e alle parotidi; che nello spazio delle prime dodici o ventiquattro ore crescevano grandemente, ed erano molli a guisa di un tumore pieno d’aria con infiammagione, o senza; i buboni, che si dileguavano improvvisamente, le petecchie nere, paonazze o livide, o verdognole in qualunque periodo del male comparissero. Le mutazioni critiche, che accadevano nel sesto giorno; grande prostrazione di forze nel principio del male; frequenti lipotimíe, e violente palpitazioni di cuore, i polsi intermittenti, [452]il tremor delle mani e della lingua, il sussulto dei tendini, le convulsioni, i dolori della gola senza tumori, nè afte, nè secchezza della bocca, nè altra manifesta causa; e finalmente l’afonia o perdita della voce, e l’amaurosi.

I medici, ch’ebbero occasione di versar nella peste, e di esercitarvi l’arte loro, potranno di leggieri conoscere l’importanza e l’utilità delle sopraccennate osservazioni.

Governo dietetico e curativo.
Dieta sana, e di facile digestione, vino generoso, coraggio, ed ilarità, dar bando al timore ed alla tristezza, i vescicatorj, i sudoriferi, le bibite acidule, la teriaca, la canfora, gli assorbenti, l’acqua teriacale, gli elisiri alessifarmaci, i sacchetti di sabbia calda applicati a’ piedi, alle ascelle, all’anguinaia, finalmente il purificare e ‘l disinfettare gli appartamenti formavano il governo, e la regola dietetica e curativa di questa malattia.

Le cavate di sangue erano assolutamente mortali, i purganti pericolosi, ed i vomitatorj cagionavano uno sconcerto, ed una mortale perturbazione in tutto il sistema vitale (Diemerbroeck de Peste Neomagensi etc.).

Desidereranno molti di sapere, dice il Diemerbroeck, come io mi sia regolato, durante [453]questa pestilenza, e come abbia potuto preservarmi dalla malignità di sì fiero contagio, mentre che io usava in tutte le case infette, e visitava indistintamente qualunque malato, trattenutomi in somma per tanto tempo in mezzo di tanto grande corruzione pestilenziale. Passa egli quindi a descrivere divisatamente il metodo di vita da esso tenuto con felice successo, e di quali mezzi preservativi siasi pur esso giovato. Nè sarà forse discaro a’ lettori saper cosa, che potrebbe anco tornare loro, una volta o l’altra, assai utile; ed è, come soggiungo. Cessava egli attentamente ogni violenta commozione dell’animo; viveva intrepido, non però dispregiando i pericoli nè la morte; con eguale franchezza, e coraggio entrava nelle case infette, e nelle non infette, e visitava egualmente volentieri i poveri che i ricchi senza eccitamento di lucro, nè avidità di guadagno. Come cercava di fuggire attentamente la paura, così schivava la collera, e la tristezza. Che se accorgevasi di essere conturbato (il che era facile ad avvenire in que’ tristissimi tempi) procurava di esilarare lo spirito, e di confortare il cuore, usando di poco e di generoso vino; perchè tosto ne dissipava da se ogni tristo umor melanconico. E quantunque avesse egli [454]proibito agli altri il sonno meridiano, pure, essendo egli stanco del continuo moto e delle molte sue fatiche, dopo il pranzo dormiva un sonno di un’ora. Riguardo al vitto usava di buoni cibi leggieri, di facile digestione, esattamente astenendosi da quelli, che aveva in altri riconosciuti nocivi, quali erano le carni del porco, e quelle del pesce acciuga. La birra ordinaria, il vino bianco, tenue, o mediocre, erano la sua bevanda, e ne usava talor sino al sentire in se ilarità, non mai ubbriacchezza; si guardava da ogni pienezza di ventre, non però scorrevole, sì che gli bastava andare non più di una, o due volte il dì. Nell’intervallo della settimana, prima di coricarsi prendeva una delle pillole, che dicevansi antipestilenziali, composte di aloe (part. iij.) di mirra (part. ij.) di croco (part. j.) impastate col vino aromatico. Anche giovavasi d’altre pillole, le quali, oltre degli accennati ingredienti, d’altrettali, e assaissimi eran composte. Di buon’ora visitava i malati non potendo per debolezza dello stomaco prender cibo, nè bevanda; ed usava solo di masticare alcun poco di cannella. Due ore dopo, cioè circa alle 6 del mattino, prendeva in picciola dose triaca, o diascordio, o un po’ di corteccia d’arancio condita, [455]e per lo più mangiava alcuni pezzi di radice pur condita d’elenio. Alle otto incirca faceva colezione di burro fresco, formaggio, e pane, soprabbevendovi della birra. Verso le nove beevasi un bicchiere di buon vino, nè ciò ogni dì; e alle dieci incirca usava d’una dose del fumo di tabacco, di due o di tre subito dopo il pranzo, e a un dipresso così faceva dopo la cena, e altre volte ancora secondo occasione. E ciò era egli solito di fare per assoluto, tosto che entrato ad un infermo di peste, o in qualsiasi stanza, ne sentiva alterazion di fetore: dappoichè egli teneva il buon tabacco, sì come uno de’ più principali preservativi contra il contagio, per modo ch’egli, al tutto fidando nell’efficacia del tabacco, non usò mai d’altri preservativi. Cessato il bisogno, ne abbandonò l’uso[27],

[456]
Negli stessi anni 1636-37 v’ebbe pur fiera peste nel Brandemburghese, e in varie terre e paesi del regno, dove, per la copiosa quantità de’ morti restando insepolti d’assai cadaveri, narra lo storico esserne andati consunti dalle fiere (Lebenswaldt; Adami, op. cit.).

Oltracciò a que’ tempi crudissima fame desolava Francfort e le Provincie Renane; a tale che è incerto, se più dalla fame o dalla peste sieno periti quegl’infelici abitanti (Eman. Gomez de Pestilent. Plemp. Vopisc. Fortunat. de Fundament. Medicinae etc.).

Nel 1636-37. In Londra v’ebbe pur fiera e desolatrice pestilenza, secondo il Papon, ed il Lebenswaldt (Op. cit.).

A. dell’E. C. 1638. In quest’anno fu peste nella Livonia; ma pur ancora è incerto, s’ella sia stata vera peste, o sì veramente una malattia epidemica, a cui avesse dato cagione l’estrema fame, donde allora andò afflitta quella provincia, originata da un’immensa copia di vermi di specie particolare, che distrusser le biade. (Lebenswaldt, ec.; Adami, op. cit.; Hering, Honor. de Peste).

A. dell’E. C. 1640. Peste in quest’anno a Marsiglia, ed in altri luoghi della Provenza (Murat. Gov. ec; P. Maurizio da Tolone, Tratt. [457]Polit. da praticarsi in tempo di peste, ec.).

A. dell’E. C. 1644. In quest’anno la peste maltrattò fieramente la città di Vienna; perchè vi si videro rinnovate quelle terribili sciagure di danno, e di orrore, che sono le solite conseguenze di questo flagello (Managetta, e de Sorbait Pestbeschreibung, und Infecktions Ordnung p. 18. Ed. an. 1763.).

Nel successivo anno 1645 si propagò la peste in più luoghi confinanti coll’Austria; fra’ quali alcuni della Stiria, dove fece di orrendi guasti. In tale occasione si pubblicò il rinomato Regolamento intorno la peste: Constitutio Edictalis Ferdinandi III.

A. dell’E. C. 1647-48. Nel mille seicento quarantasette un bastimento carico di cuoj, e di altre pelli, proveniente da Algeri, portò la peste in Valenza, città della Spagna, celebre a quel tempo pel suo commercio. Da principio il contagio non si manifestò che fra i calzolaj, indi fra quegl’individui, i quali con essi avevano traffico, finalmente si diffuse in tutta la città, e nella provincia; a tal che Valenza fu ridotta ad uno stato di compassionevole disertamento. Vive ancora tra’ Casigliani la memoria di tanto grande sciagura.

Il feroce desolator contagio dopo aver tutto [458]devastato il territorio di Valenza, durante il 1647, s’insinuò l’anno vegnente 1648 verso l’Occidente, ed invase da prima nello stesso regno di Valenza la città di Elche, la quale s’era fin allor preservata. Quindi si propagò ad Orihuela, in Alicante, a Mesquinenzia, a Cartagena, a Siviglia, e a Cadice. Da Cadice passò colla flotta Spagnuola all’Indie Occidentali. Dalla parte d’Oriente si propagò a Tortosa, a Barcellona, a Girona, ed in tutta quasi la gran provincia di Catalogna, dove unita alla guerra fece particolarmente grandissima strage. Si conserva ancora vivissima tra quelle popolazioni la dolorosa memoria di così fiera calamità, la quale importò alla Spagna la perdita di più di 200,000 persone, parte vittima del pestilenziale flagello, che, dove più, e dove meno, imperversò per tutto quel regno, parte dalla carestia, che le susseguitò (Gastaldi de avertenda et profliganda peste; de Burgos Alonzo de la peste, Corduba 1631; Villalba, épidémiologie d’Espagne; Romani, Ricordi sulla Peste, ec.).

A. dell’E. C. 1649. In quest’anno vi fu crudelissima peste in Aix, in Arles, in Marsiglia, e in quasi tutta la Provenza. Essa vi fece di molte stragi, specialmente a Marsiglia, dove [459]qualche mese appresso rigermogliò[28]. Anche in questa circostanza di peste si segnalò l’eroica pietà de’ PP. Cappuccini, i quali con generoso ardimento si diedero in buon numero all’assistenza spirituale degli appestati, rimasti essi poi quasi tutti vittima della cristiana lor carità[29] (Murat.; P. Mauriz. da Tolone, op. cit.).

In quest’anno stesso la Dalmazia, e specialmente le città di Sebenico, e di Zara furono crudelmente travagliate da una pestilenza delle più desolatrici.

A Zara il micidiale contagio si manifestò il giorno 6 Giugno del 1649. Vi uccise gran quantità di persone del basso popolo, quasi tutti [460]gli artisti, da circa ottanta nobili e cittadini; e moltissimi borghigiani. Nell’Ottobre di quell’anno si diè fuoco a tutto il borgo Zaratino al confine di s. Grisogono. Il libero passaggio vi si è aperto, solo il dì 2 Febbrajo del 1650; e in rendimento di grazie per la cessazione della peste vi si fece solenne processione colla statua di s. Rocco. Quelle case, che non furono arse e distrutte, durante il contagio, sono state rovinate dalle milizie nel tempo degli espurghi, che, come dicono gli storici, vi furono fatti con assai di sevizie. Al borgo in sul confine di s. Giovanni si apprese il fuoco nel tempo dei detti espurghi, e vi s’incendiarono 128 case, oltre molte altre, le quali si decretò dal Magistrato di Sanità, che fossero abbruciate (Johann. Tazlinger in suis memoriis; [461]Documenti in Pergamena, esistenti nell’Archivio di s. Domenico; Capsula Testamentorum obsignata T.; Sjmeon Braicevich in suis Actibus Notarialibus; et Liberculus de Peste Jadrensi an. 1650, esistente nell’Archivio di Giovanni Bonaricordi).

Ancor più fiera fu la peste, che nello stesso anno 1649 desolò la città di Sebenico. Essa si manifestò il dì 8 Giugno di quell’anno. Carlo di Casimiro Venanzio, testimonio oculare dell’orrendo flagello, ci lasciò manoscritta una memoria di questo contagio, che fu certamente uno dei più feroci, che abbia afflitto la Dalmazia. Registrò egli in essa il nome di tutti gli estinti; e vi ricorda che a più di 6,000 persone toccò di morire in Città, non compresi i soldati, de’ quali vi perirono più di 800; e soggiugne che de’ Morlacchi, morti in quella peste, non si può sapere precisamente il numero, non essendone stati tenuti i registri, dacchè morirono la più parte in campagna e nei lor casolari. Sembra però che sul numero degli estinti il tutto s’accordi, con quanto ne riferisce il Farlato[30]. Il contagio durò sette [462]mesi, e terminò nel Gennajo 1650 dopo aver portato lo sterminio della città. In fatti a poco più di mila si ridussero quegli abitanti, e da quel tempo Sebenico non s’è mai più ripopolato, com’era. In sul finir di quel secolo ne giunse il numero a quattro mila, e questo numero non vi s’è giammai oltrepassato. Si scorgono ancora in quella infelice mia patria gran quantità di case, ed intere contrade affatto disabitate e deserte, ridotti ornai gli edifizj e le fabbriche in istato rovinoso, e le più a semplici vecchi muracci. Furono fatti in quella circostanza di atroci spogliamenti, non solo nelle case delle famiglie più agiate, ma fin anche del Santo Monte di Pietà, e del pubblico Fondaco; sì che a circa due milioni di ducati si calcolò il valore degli effetti in tal occasione rubati dalla milizia, che si trovava colà di presidio, avendo chiuso gli [463]occhi su tali eccessi, o secondatisi forse pur anco da coloro, in cui potere, per autorità ed uficio, stava il raffrenarli, e impedirli, cosa non rara a farsi in simili avvenimenti di comune disastro. (Carlo Venanzio, Memoria sul Contagio di Sebenico dell’an. 1649; Daniel. Farlat., Illyric. Sacr. Tom. IV. pag. 458.).

A. dell’E. C. 1650. Dalla Spagna citeriore venne trasportata la peste nella Sardegna l’anno 1650. Ivi si propagò rapidamente, e fece crudele scempio di tutto quel regno per lo spazio di cinque interi anni. Quell’isola ne fu così malconcia, che non si ristorò giammai delle sue rovine. Vi sussistono anche a’ nostri dì monumenti tristissimi di sì calamitoso infortunio. (Gastaldi; Papon., op. cit.; Ozanam, Maladies Epidémiques ec. Vol. V.).

A. dell’E. C. 1651. Secondo il Lebenswaldt atroce peste incrudelì in quest’anno nell’Alsazia, nella Svezia, e nella Polonia; e nel 1653, secondo lo stesso autore, v’ebbe peste nel Territorio di Prussia.

A. dell’E. C. 1654. Il Boyer, medico della marina a Tolone, in alcune lettere sopra la peste, scritte nel 1700, assicura, che nel 1654 il contagio fece di molte stragi in Arras o Arrazzo, grande città de’ Paesi Bassi nella Contea d’Artois.

[464]
A. dell’E. C. 1654-55. Peste in Russia ed in Danimarca nell’anno 1654. Si legge nella terza centuria del Bartolino (Thom., Histor. Anatom. rarior, cent. VI) che al principio della primavera 1654 la peste si manifestò a Copenhagen, e vi uccise nove mille persone. Ve la portarono certi vascelli Olandesi, che vi ritornavano da Riga, col carico di biade, canape, e lino, rifugiatisi nel porto di Copenhagen per isfuggire la flotta Inglese. Alcuni marinai, attaccati dalla peste, si allogarono nello spedale di quella città, e vi morirono. Esposte al sole le loro vesti, ad alcuni fanciulli, che le toccarono, s’appiccò tosto il contagio, il quale si propagò poi nella città e ne’ suoi dintorni. Questa pestilenza fu più funesta ai giovani, che ai vecchi. Essa si annunciava con un violento parossismo febbrile, conseguitato poscia da un dolore eccessivo alle parti dorsali ed alla testa, accompagnato da pur acuto dolore, che talora estendevasi anche alla gamba sinistra. In seguito vi comparivano gli esantemi, sopravvenendovi le idatidi sotto la pianta dei piedi; ed i malati si morivano il terzo giorno. Quando i buboni passavano alla suppurazione, davano speranza di guarigione. Alcuni malati presi da furioso delirio correvano a precipitarsi [465]nel mare; altri si davano la morte, in altro modo uccidendosi, o col ferro, o col laccio. I così detti alessifarmaci, e soprattutto l’elisire antipestilenziale di Ticon Brahe, furono i soli rimedj, donde ne sia venuto qualche buono effetto. Nella Russia poi, se si vuol prestar fede allo storico Lebenswaldt, più di cento mila persone son morte di questa pestilenza. (Lebenswaldt Pestchronik ad h. an.; Barberet abhandlung über die epidemischen Krankheiten des Viehs §. 19. Ozanam, histoire Médical des Maladies Epidémiques et Contagieuses, etc. T. V.).

In quest’anno vi fu pur peste a Vienna. (Sorbait Paul. in Oper. ejusd. Med. cap. 9.)

A. dell’E. C. 1656. Dalla Sardegna la peste passò a Napoli, e, di là serpeggiando, attaccò la spiaggia dello stato del Papa, penetrò a Roma ed a Genova, ed in altre parti d’Italia, e vi fece d’immense stragi.

Della peste di Napoli, che fu una delle più terribili, che abbia mai afflitto l’Italia, piacemi di soggiugnerne la descrizione, che ce ne ha data l’illustre storico Giannone, risguardandola come uno squarcio dei più istruttivi, che s’abbia sulla storia nell’argomento della peste.

[466]
Descrizione della Peste di Napoli dell’anno 1656.

Giannon. Stor. Civil. del Regn. di Napoli.

«Dopo tanti e così lagrimevoli avvenimenti, dopo tante miserie e sciagure, perchè nulla mancasse, si vide in quest’anno 1656 il regno miseramente afflitto da una crudele e mortifera pestilenza. Non eran bastati i tanti sconvolgimenti e sedizioni, le tante afflizioni cagionate da fiere guerre, o da’ timori di quelle ch’eran peggiori, le scorrerie de’ Banditi, le invasioni de’ Turchi, le carestie ed i tremuoti: che per ultimo eccidio, fu duopo soffrir anche quest’altro pestifero flagello, così spietato, che non si legge aver altrove portato, in così breve tempo, tanta strage e ruina. Quella che si soffrì in tempo della guerra di Lautrech durò quasi due anni, e si tenne conto che non avea ammazzato più di sessantamila persone: questa, in men di sei mesi, disolò le province del regno, e ridusse la Metropoli in cimitero, con morte intorno a quattrocentomila de’ suoi cittadini. Da molto tempo, che l’Isola di Sardegna era travagliata di pestilenza, e per ciò non meno dal conte di Castrillo, che dagli altri [467]Vicerè suoi predecessori s’eran pubblicati severi bandi, proibendo ogni commerzio; ma capitato nel nostro Porto un Vascello procedente da quell’Isola carico di soldatesche, o sia per trascuraggine de’ Guardiani del Porto, o perchè, in vece delle patenti di Sardegna, si fossero esibite quelle di Genova, ovvero, che per non trattener le soldatesche fosse così stato eseguito con particolar ordine del Vicerè, gli si diede pratica. Non tardò guari, che ammalatosi uno de’ sbarcati, condotto nello Spedale dell’Annunziata in tre giorni se ne morì, apparendo nel suo corpo minute macchie livide; poco da poi un che serviva lo Spedale, assalito da un capogiro in ventiquattro ore spirò; e poco appresso spirò anche la madre. Attaccatosi il malore nelle vicine case, si vide in brevissimo tempo sparsa la contagione ne’ quartieri inferiori della città, e particolarmente nel Lavinaro, Mercato, Porta della Calce ed Armieri».

«I Medici in questi principj ascrivevano ad altre cagioni tali perniziosi effetti, chi a febbri maligne, chi ad apoplesie, e chi ad altri mali; non mancò ad ogni modo, chi per più accurata osservazione fattane, riputasse il morbo pestilenziale; ma pervenuto all’orecchie del [468]Vicerè, che costui andava pubblicando il male esser contagioso, fu il Medico posto in oscuro carcere, dove ammalatosi ottenne per sommo favore d’andare a morire in sua casa: donde gli altri medici fatti accorti, proseguirono ad occultare la qualità del male. Ma questo tuttavia crescendo, e spandendosi in altre contrade vicine alle già dette, parve al Cardinal Filomarino Arcivescovo di dover avvertirne il Vicerè, che non bisognava in cosa cotanto importante starsene così ozioso e lento. Dispiaceva sommamente al Conte di Castrillo, che insorgesse fama, esservi in Napoli pestilenza; poichè dovendo egli spedire soccorsi di soldatesche per la guerra dello Stato di Milano, travagliato tuttavia dall’armi del Re di Francia, questi rumori glie l’avrebbon impediti; onde come poteva il meglio, proccurava, che non si venisse a tal dichiarazione; con tutto ciò non potendo più resistere alle continue mormorazioni, e tuttavia il malore crescendo, fu costretto a far unire i più rinomati Medici de’ suoi tempi, perchè ne dessero parere. Costoro, o per ignoranza, o per timore, ovvero per secondare le brame del Vicerè, non ardirono di dichiarare il morbo per pestilenziale; ma sol consigliando, che s’accendessero fuochi per [469]tutte le contrade della città, e che si vietasse la vendita de’ pesci salati, uscirono da ogni briga. Ma altro che frasche vi volevano, per far argine ad un così impetuoso torrente: il male incrudeliva maggiormente; nè consiglio di Medico, nè virtù di medicina pareva che valesse: ne morivano il giorno a centinaia, nè si scorgeva altro per le strade che condurre Sagramenti agl’infermi, e cadaveri alle sepulture. Spaventati gli animi de’ cittadini, chi con umili supplicazioni, chi in processioni confuse e numerose d’uomini e di donne, con donzelle scapigliate, chi dietro alle immagini più venerate e chi in altre guise cercava a Dio ed a’ Santi pietà e ristoro a tante miserie e desolazioni. Ma essi non accorgevansi, che affollati più strettamente insieme tra la calca, e la pressura d’infinito numero di popolo concorsovi, il malore prendeva più forza, e la morte recideva in uno i colli di più migliaja di persone».

«S’accrebbe poi, e dilatossi più furiosamente il mortifero veleno, quando presa tal opportunità, insorse voce, che Suor Orsola Benincasa donna che aveasi a que’ tempi acquistata fama di santissima vita, non trovando per anche comoda abitazione per le Suore, avea [470]innanzi di morir profetizzato, che in tempo del maggior travaglio della Città dovea farsi la fabbrica del suo Romitorio nella falda del Monte di S. Martino; e credendosi, che con la costruzion d’un tal edificio sarebbe cessato il travaglio, il Vicerè fu il primo, che fattosi il disegno e tirate le linee, andò a portarvi con le proprie mani dodici cesti di terra: all’esempio del Capo, movendosi gli altri, gli Eletti della città, e tutti i Cittadini a folla vi concorsero, non solo somministrando denaro, ma l’opera eziandio delle loro proprie mani. Era cosa di maraviglia il vedere uomini e donne, giovani e vecchi, nobili, cittadini e plebei, spogliarsi de’ migliori averi, ed offerirgli in limosina per la costruzione di quell’Edificio, che dovea essere il liberatore della loro Patria. Si erano nelle pubbliche strade poste, non già cassette, ma botti, le quali, poc’anzi vote, si vedevano in un tratto piene di monete di rame, d’argento ed anche d’oro: le donne istesse spogliatesi della lor natural vanità, si toglievano dalle dita gli anelli, dagli orecchi i pendenti, e dal collo e dalle braccia i monili, e quasi baccanti l’offerivano al sorgente Edificio, e ciò che recava maggior stupore era, che persone di qualità mescolavansi [471]a gara ne’ più vili esercizj, chi portando un cesto di chiodi, chi con un fascio di funi, chi con un barile di calce, chi con pietre, chi servendo per manuale a’ fabbri, e chi in fine sopra le spalle caricarsi di travi, con pericolo di mancare sotto il grave e pesante incarico. Ma pari effetti seguirono da pari cagioni; mentre l’opra ferve, assai più s’accende e si dilata il malore: l’unione di tanta gente, che a gara tutt’ansante si sollecita, si travaglia, ed affolla concorrendo da tutti li quartieri, fa sì, che il morbo, che prima era ristretto in poche contrade, si spanda per tutto. Così mentre l’Edificio è quasi in fine, la città rimane poco men che desolata».

«A stato di cose cotanto lagrimevole s’aggiunsero nuove confusioni e disordini. Non mancavano de’ malcontenti, misero avanzo de’ passati tumulti, li quali per risvegliar nuove sedizioni, andavan disseminando nel Popolo, venir questo flagello non già da giusta ira di Dio mandato a correzione de’ miseri mortali, ma procedere dalle vendicatrici mani degli Spagnuoli, per esterminar la plebe, e prender vendetta delle passate rivoluzioni: vedersi chiaro da’ preceduti andamenti del Vicerè, il quale avea tosto fatta dar pratica alle soldatesche [472]venute dall’appestata Sardegna, con essersi poi ingegnato di far occultare il male, perchè ne’ principj non si provvedesse d’opportuni rimedj: lo confermavano con far riflettere, che per ciò non si vedevano infettare le Fortezze guarnite di lor presidio, nè i quartieri più alti della città, abitati dagli Spagnuoli, ma solo i Rioni del Lavinaro, Conciaria, Mercato ed altri luoghi più bassi, quasi tutti abitati da gente minuta; e dopo aver tratti molti nel lor sentimento, si avanzarono eziandio a far credere, che per la città andavano girando persone con polveri velenose, e che bisognava andar di loro in traccia per isterminarli. Così in varie truppe uniti andavan cercando questi sognati avvelenatori, ed avendo incontrati due soldati del Torione del Carmine (affin d’attaccare brighe, che poi finissero in tumulti) avventaronsi sopra di essi, imputandoli d’aver loro trovata addosso la sognata polvere. Al romore essendo accorsa molta gente, per buona sorte vi capitò ancora un uomo da bene, il quale con soavi parole e moderati consigli gli persuadè, che dessero nelle mani della giustizia uomini cotanto scellerati, affine, oltre del supplicio, che di lor se ne sarebbe preso, si potesse da essi sapere l’antidoto al veleno, e con tal industria [473]gli riuscì di salvarli; ma appena saputosi che que’ due soldati uno era di nazione Franzese e l’altro Portoghese, ed uscita anche voce, che 50 persone con abiti mentiti andavan spargendo le polveri velenose, si videro maggiori disordini: poichè tutti coloro, che andavan vestiti con abiti forastieri e con scarpe, o cappello, o altra cosa differente dal comun uso de’ Cittadini, correvan rischio della vita. Per acchetar dunque la plebe bisognò far morire sopra la ruota Vittorio Angelucci, reo per altro d’altri delitti, tenuto costantemente dal volgo per disseminator di polvere. Ma nell’istesso tempo fu presa rigorosa vendetta degl’inventori di questa favola: molti di essi essendosene stati in oscure carceri condotti, cinque di loro in mezzo al mercato su le forche perderono ignominiosamente la vita; ed in cotal guisa furono i romori quietati».

«Intanto gli Eletti della città vedendo, che non solo il male spopolava la Metropoli, ma che si spandeva ancora nelle province, fecer premurose istanze al Vicerè, perchè dovessero porsi in uso i più forti e risoluti rimedj; e dopo essersi più volte sopra ciò ragunato il Consiglio Collaterale, venne il Conte nella risoluzione di comandare alle Piazze, che creassero una Deputazione [474]particolare, alla quale egli dava per ciò tutta l’autorità necessaria, assegnandole ancora per Capo D. Emanuele d’Aghilar Reggente della Vicaria. La Deputazione diede la cura a’ Medici più rinomati di que’ tempi, che osservassero non men gl’infermi, che i cadaveri, facendone esatta notomia; onde ragunatisi insieme, presidendo a questi il famoso M. Aurelio Severino cotanto celebre al mondo per le sue opere di Filosofia e medicina, che ci lasciò (morto da poi ancor egli di tal mortifero veleno) fu conchiuso, che il male fosse pestilenziale, e che si dovesse porre ogni cura agli ammalati, dal cui contatto erano inevitabili le morti».

«Il Vicerè e la Deputazione s’affaticaron perciò a darvi quel miglior riparo che si poteva: fu comandato, che si facessero le guardie in tutte le città e terre del Regno, e che non s’ammettesse persona, senza le necessarie testimonianze di sanità: che in ciascun Rione di Napoli dovesse eleggersi un Deputato Nobile o Cittadino, al quale dovessero rivelarsi tutti gli infermi di ciascun Quartiere: che gli ammalati tocchi di pestilenza dovessero condursi nel Lazzaretto di S. Gennaro fuori le mura: che coloro i quali avessero comodità di curarsi [475]nelle lor case, si chiudessero in esse: che niun Medico, Chirurgo, o Barbiere partisse dalla città, ma attendessero alla cura degl’infermi, secondo la distribuzione, che sarebbe stata fatta dalla Deputazione: che si fossero tolti i cani e gli altri animali immondi che andavano per la città, e si diedero altri salutari provvedimenti per far argine ad un tanto inondamento. Ma riusciron vani ed infelici tutti questi rimedj; il male vie più incrudelendo riempiè in un tratto tutti gli Spedali; se ne costrussero dei nuovi, ma questi nè tampoco bastando, la gente periva nelle porte delle case, nelle scale, e nelle pubbliche strade. Mancarono eziandio le tombe ed i cimiterj; poichè il malore attaccatosi non pure in tutti i quartieri, ma in tutte le case della città faceva orribile e spaventosa strage: onde fu fama, che ne perissero otto o diecemila persone il giorno: morivano non meno i Medici, i Chirurgi e tutti coloro, che erano destinati alla cura del corpo, che i Sacerdoti, ed altri Religiosi destinati a quella dell’anima. Non vi era chi seppellisse gli estinti; onde i cadaveri giacevano nelle vie, su le scale e nelle porte: le Confessioni si facevano pubbliche e l’Eucaristia si portava agl’infermi senz’alcuno accompagnamento, [476]e si porgeva loro in una punta di canna: quelle case, che poc’anzi erano aperte, poco da poi si vedevano chiuse e desolate: da capogiri assaliti taluni, che camminavano per la città, vedevansi improvviso cader morti in mezzo alle piazze. I morti per la maggior parte rimanevano insepolti dentro le case, o su le scale delle Chiese; ma era molto più grande il numero di coloro, che restavano insepolti su le pubbliche strade, e coloro che con molto favore e grandissima spesa erano seppelliti dentro le Chiese, non avevano nè meno un Prete, che gli accompagnasse, e l’esequie più solenni erano una semplice tavola, o al più una bara».

«In tanta confusione non rimaneva luogo a provvedimento alcuno, se non che per lo puzzor grande dei cadaveri estinti, e perchè l’aria non maggiormente si infettasse, si pensò unicamente a seppellire i morti: se ne preser cura i Deputati e l’Eletto del Popolo, il quale da’ casali contorni fece venire intorno a centocinquanta carri; ed il Vicerè v’impiegò a questi ufficj estremi da cento schiavi Turchi delle Galee. Era cosa assai spaventosa ed orribile vedere strascinarsi per le strade i cadaveri aggrappati con uncini, ed innalzarsi su i carri; [477]e sovente coi morti andar congiunti i semivivi creduti estinti. S’empirono le grotte del Monte di Lautrech, dove poscia fu edificata una Chiesa sotto il nome di S. Maria del Pianto: i cimiterj di S. Gennaro fuori le mura; molte cave di monti, dond’erano state tagliate pietre per fabbricare: il piano delle Pigne fuori la Porta di S. Gennaro; l’altro davanti la Chiesa di S. Domenico Soriano fuori Porta Reale; e ciò nemmeno bastando, sempre più le stragi avanzando, precisamente nel mese di luglio, nel quale vi furono giorni, che il numero de’ morti arrivò sino a quindicimila, fu duopo consumar i cadaveri col fuoco, ed altri finalmente buttarli in mare».

«Non meno nella Metropoli che nell’altre province del Regno accadevano sì funeste e crudeli stragi. Toltone le province di Otranto e di Calabria ulteriore, tutte le altre rimasero disolate. Delle città e terre, narrasi, che solamente Gaeta, Sorrento, Paola, Belvedere e qualche altro luogo rimaser preservate».

«Ma ridotte le cose in questo infelicissimo stato, verso la metà d’Agosto, una impetuosa ed abbondante pioggia, temperò alquanto la furia del malore: cominciò il mortifero veleno a cessare; niuno più s’ammalò di tal morbo, [478]e coloro, che n’eran tocchi, guarivano; in guisa che alla fine del seguente mese di settembre, non si numerarono più infermi in Napoli, che soli cinquecento. Si ripigliarono per tanto dalla Deputazione i provvedimenti e furono da quella dati vari ordini per purgar le robe di quelle case, dove era stata la contagione, ed altre istruzioni e metodi, affinchè non ripullulasse il male. Passarono due altri mesi, e non s’intese altro sinistro accidente, onde ragunatisi alquanti medici, ch’eran scampati dal comune eccidio, fu a’ 8 decembre su la testimonianza de’ medesimi, solennemente dichiarata Napoli libera da ogni sospetto».

«Nelle province s’andava ancora tuttavia scemando il malore, ma perchè doveva esser opera di più mesi convenne mantener li rastelli alle Porte della città e le guardie per evitar l’entrata a quelli, che venivano da parte sospetta. Il Vicerè a questo fine sottoscrisse un rigoroso Editto, col quale comandò sotto gravissime pene, che niun forestiero fosse ammesso nella città senz’espressa sua licenza, da darsi precedente visita, e parere dalla Deputazione. La corte Arcivescovile di Napoli, a richiesta del Vicerè, sottopose alle censure Ecclesiastiche tutti coloro, che avessero occultate robe [479]infette o sospette di pestilenza, se non l’avessero fra certo tempo rivelate e fatte purgare. Ma non mancò l’Arcivescovo, profittandosi di queste confusioni, di avanzar un passo, e mescolarsi anch’egli in queste providenze, poichè si fece lecito di pubblicare un altro Editto consimile a quello del Vicerè, come se questo non bastasse per obbligar anche gli Ecclesiastici all’osservanza, col quale comandava, che niuno Ecclesiastico osasse entrare in Napoli senza sua licenza in iscritto. Il Vicerè, per reprimere un così pernizioso attentato, immantenente diede fuori un rigoroso comandamento, col quale ordinò, che non s’ammettessero altre licenze, che quelle de’ Ministri del Re. Per la qual cosa, essendosi frapposto il Nunzio, si sedarono presto le brighe, con stabilirsi, che tutti gli ecclesiastici, ch’entravano nella città, avessero ubbidito agli ordini del Vicerè, e si fossero sottoposti alle diligenze della Deputazione, e poscia, se volevano, fossero andati a presentarsi ne’ loro Tribunali. In cotal maniera si continuò a praticare fino al mese di novembre del seguente anno 1658, nel qual tempo essendosi pubblicate libere dalla contagione le città di Roma e di Genova, fu aperto generalmente il commerzio, e tolti i rastelli e le guardie».

[480]
«Si proseguì dal Vicerè a por sesto alle cose turbate della città e del Regno: a provveder l’Annona ed a reprimere l’ingordigia degli artisti ed agricoltori rimasi, li quali per esser pochi, ed arricchiti col patrimonio de’ morti, o con difficoltà si riducevano a ripigliar il lor mestiere, ovvero angariavan la gente ne’ lavori, restituendo i prezzi e le mercedi, siccom’eran prima della contagione. Si applicò poscia il Conte a sollevare le Comunità del Regno, ordinando, che quelle, ch’erano state tocche dalla pestilenza, non fossero molestate per li pagamenti fiscali, ne’ quali rimanevan debitrici per tutto aprile 1657, e che dal primo di maggio del medesimo anno avessero contribuita la quarta parte meno di quello, che stavano tassate nell’antica numerazione del Regno. Si resero da poi pubbliche e solenni grazie a Dio ed a’ Santi: su le Porte della città furon dipinte dal famoso pennello del Cavalier Calabrese le immagini de’ Santi Tutelari, ed al B. Gaetano Tiene innalzate statue; ed allora nella piazza di S. Lorenzo s’erse a questo Santo quella piramide, con sua statua di metallo ed iscrizione, che ora si vede».

[481]
Da Napoli la peste si fece a invadere lo Stato Ecclesiastico, non ostante le severe precauzioni di Sanità, al primo avviso della peste in Napoli adottate dalla Sacra Congregazione, e dai prelati, che in qualità di Commissarj di quell’ufizio furono ordinati con ample facoltà sui diversi luoghi di confine. Il contagio si manifestò da prima a Rieti nel ducato di Spoleto; poi si propagò a Nettuno, picciola città della Campagna Romana; finalmente a Civitavecchia, e ‘l dì 8 Giugno 1656 si è sviluppato nella stessa Roma.

La malattia si mostrava con certo calore ai precordj sì violento, che i malati mandavano spaventevoli grida, come se ad essi venissero strappate le viscere; indi succedeva il vomito, ardente febbre e continua, delirio furioso, a cui seguiva grande prostrazione di forze, convulsioni, sete inestinguibile, lingua biancocinericcia, e poi nera, orine torbide e sanguigne, atroce dolor di testa. Dietro le quali cose i carbonchi ed i buboni non tardavano a comparire, come pur le petecchie nere, segnali di vicina morte. Alcuni cadevano morti improvvisamente, e senza alcun segno manifesto di contagio.

Questa peste ebbe di particolare, che fu [482]molto più funesta agli uomini, che alle donne e ai fanciulli; a differenza di varie altre, in cui s’è osservato il contrario. I vecchi morivano tutti; e le donne, i fanciulli, ed i giovani di temperamento sanguigno e bilioso ne furono men maltrattati.

Si usava bruciare e scarificare i carbonchi, che si medicavano poi coll’unguento di mercurio precipitato rosso, od egiziaco. Sopra i buboni applicavansi gli emollienti, le ventose, ed anco i vescicatorj, non però sovr’essi il cauterio attuale, ch’era stato riconosciuto pericoloso. Ma riguardo ai cauterj, o fontanelle, il P. Kirchero, il quale, durante questo contagio, trovavasi a Roma, assicura che niuno segnato da essi cauterj fu invaso dalla peste tranne alcuni di vita epicurea.

L’emissione del sangue era assolutamente seguita dalla morte, e al più s’impiegavano le ventose scarificate. Si usavano i clisteri purganti o alessifarmaci; e siccome la prostrazion delle forze era estrema, così giovavansi gli ammalati con brodi, renduti più eccitanti dalla pimpinella, dalla scabbiosa, dallo scordio, acetosella, semi di cedro, e simili, con alcune gocce di acido solforico. Si somministravano parimenti l’acqua teriacale, i sudoriferi, ed il [483]vino. Tornavan nocivi i medicamenti troppo riscaldanti. La decozione d’orzo, acidulata coll’aceto, era la bibita ordinaria.

In tal disordine di cose si stabilirono in Roma non pochi spedali e lazzeretti; e si fecero espurghi, erettevi all’uopo alcune macchine. Quindi la città si divise in quartieri, e ad ogni quartiere fu assegnato il respettivo Commissario, i suoi medici, chirurghi, e confessori. Molte provvide discipline venner del pari ordinate, specialmente sopra obbietti annonarj, ed altri di eguale necessità, senza guardare a spesa, e senza altri particolari riguardi.

Il pontefice Alessandro VII, e molti cardinali non partirono mai da Roma, durante il contagio. Il celebre cardinal Gastaldi, eletto Commissario generale di Sanità, si distinse per la saviezza, vigilanza, e ‘l mantenimento delle discipline, adottate a precauzione contro la propagazione del morbo. A queste, e ad un saggio rigore usato indistintamente verso ogni classe di persone dee la città di Roma principalmente la salvezza di un gran numero de’ suoi cittadini[31]. Infatti per merito di un [484]buon governo non sono perite a Roma in quella circostanza che 14,500 persone; mentre Napoli ne perdette 280,000 (che che dica il Giannone esserne andate estinte 400,000), e Genova presso a 70,000. Parecchie città e paesi dello Stato Romano sono stati preservati, come pure alcune contrade stesse di Roma. Anco in questa pestilenza la maggior parte de’ conventi di monache ne restò illesa.

Il sullodato Cardinal Gastaldi ci lasciò la storia di questa pestilenza, ed una copia fedele di tutti gli editti, bandi, notificazioni, istruzioni, ec. pubblicati in Roma in tal congiuntura nella voluminosa sua opera de avertenda et profliganda peste, etc.

Il contagio si diminuì a poco a poco, e cessò intieramente a Rieti nel Gennaro 1657, a Roma nel Marzo dello stesso anno. Succeduti poi in Roma nuovi casi, si rinovarono le diligenze, e il male cessò affatto in sui primi di Agosto del detto anno 1657. Solo però nel principio del 1658 si rendettero interamente libere tutte le comunicazioni.

Nello stesso tempo, che infuriava la peste, un’epizoozia crudele faceva perire la maggior [485]parte de’ buoi e delle pecore (V. Gastaldi op. cit.).

A Genova, quasi altrettale che a Napoli, avuto riguardo al numero minore della popolazione, fece strazio orrendo questo stesso contagio. Offeriva quella città miserando spettacolo di miseria e di stragi, che per la confusione e lo spavento, che regnavano a que’ tempi colà, diventava ogni giorno più tristo, e più desolante. Anche a Genova in sulle prime invalse l’opinione che quel morbo fosse mal comune; e si continuò a regolarsi alla cieca, secondo che comportava l’opportunità e gli argomenti, che all’improvviso accadevano. Ma nello spazio di pochi giorni accresciutasi a dismisura la mortalità fra quella popolazione, ogni dubbio si cambiò in certezza, e si cercò, ma invano, di por riparo con ogni diligenza alla piena dello struggitore contagio. In poco più di sei mesi ne sono perite pressochè settanta mille persone. Non bastando più i vivi a dar sepoltura ai morti, vennero eretti in quasi tutte le strade, e sulle piazze dei roghi, ove immensa quantità di cadaveri fu abbruciata. Sì a Napoli che a Genova la malattia presentava a un incirca li medesimi sintomi. Dichiaravasi per ordinario il male con un acutissimo [486]dolor di testa, viso rosso, occhi infiammati, sete inestinguibile, lingua secca, calore bruciante a la region de’ precordj, buboni agli inguini, e alle ascelle, carbonchi e antraci sul petto, e agl’ippocondrj. Nelle persone cachettiche la febbre era meno intensa; vomiti di una bile pallida, mista di pituita; cardialgía, ossia dolor di stomaco, pallore orribile della faccia, occhi profondati nell’orbita, sudor freddo alla fronte seguìto da buboni, antraci, o dalla morte. Presso altri la comparsa dei buboni e degli antraci era preceduta da una febbre insensibile, accompagnata però da turbamento, e alterazione delle facoltà vitali e animali. In alcuni altri la febbre era moderata e lenta senza buboni, salvo che ne appariva un picciolo carbonchio; e nel quarto giorno si manifestavano inaspettatamente quasi ad un medesimo istante i sintomi più terribili. I buboni, non molti, e gli antraci in copia comparivano accompagnati da dolori atroci, e ne succedeva la morte in poche ore fra gravi assalti di convulsione.

Apertisi alcuni cadaveri, vi si trovaron le viscere sfracellate; il cuore, il polmone, ed il fegato coperti di macchie nere gangrenose; la vescichetta del fiele piena di una bile nera, viscosa, e sì densa, che duravasi fatica a staccarla, [487]i vasi sanguigni ingorgati di sangue nero e grumoso. Vi si usarono le bevande cordiali, la teriaca, i sudoriferi, l’olio di scorpione internamente, esternamente l’olio del Mattioli; ma tutti i rimedj riuscivano inutili. La malattia non cessò, che a poco a poco da se, e come se fosse stata stanca di stragi. Quando la peste era nel suo forte, tutte le altre malattie, sia febbrili o no, casualmente accadute, acquistavano la natura e’ segni di vera peste, ossia, come dicevasi, si convertivano in peste, anco in quegli, che tenevansi chiusi nelle proprie case con ogni sorta di riguardo, e, per quanto sapevasi, senza alcuna esterna comunicazione. Ciò però non accadeva nel primo, e nell’ultimo stadio della pestilenza. In sul fine, come suol avvenire in ogni caso di peste, si svilupparono di alcune malattie comuni, d’altra indole. Questo è il segno più sicuro, che l’epidemia pestilenziale sia giunta al suo termine. Moltissime ruberie, spogli di case, orrendi assassinj sono accaduti in quella città nel tempo, che durò il contagio. Per lo che, il trasportarsi d’una famiglia all’altra in un cogli effetti rubati l’infezione fu cagion essenziale della rapida ed estesa sua dilatazione. Morti essendo la maggior parte de’ sacerdoti, [488]che avevano la cura spirituale degli ammalati, ed in mezzo alla terribile mortalità non trovandosi più chi assumer volesse sì pericolosi ufici, la Repubblica di Genova chiamò dalla Francia alcuni PP. Cappuccini in soccorso degl’infermi. Quattro d’essi giunsero, allorchè più ardente era il contagio, i quali vi prestarono l’opera loro con eroica carità. Fra loro v’ebbe il celebre P. Maurizio da Tolone, sacerdote molto coraggioso e pio, già trovatosi in più pestilenze, dalle quali tutte n’era uscito illeso felicemente. Usavasi a quel tempo in Genova gittar dalle finestre tutti i mobili ed effetti, che trovavansi nelle stanze de’ morti di peste, fossero essi di poco o di molto valore; e tutti abbruciavansi indistintamente, non conoscendosi allora altro mezzo di spurgar la città, che il fuoco. Il detto P. Maurizio da Tolone in tal circostanza introdusse in Genova, con grande utilità e risparmio di molti arredi e masserizie preziose, il suo metodo de’ profumi per ispurgarne le robe e le case infette, e, giusta quanto egli ne assicurò, la più costante sperienza gli ha fatto conoscere di tai profumi mirabile effetto, vale a dire la sicura qualità del disinfettare, come copiosamente si fa egli a provare nel suo Trattato politico; ec. [489]Con questi profumi, ch’egli spaccia di sua invenzione, spurgò in Genova, oltre un’immensa quantità di robe e di case, 430 tombe, piene a ribocco de’ cadaveri degli appestati, con un ingegnoso apparato di legno da lui fatto costruire appositamente. Questi profumi sono di tre sorte; la prima per ispurgar le case ed altre suppellettili grosse; la seconda più violenta per purgare i lazzeretti, le sepolture, ed altre robe, che hanno bisogno di un più efficace purgamento; la terza è un profumo più soave, detto della Sanità, per liberar le camere dal puzzo[32]. La base di tutti questi [490]profumi è lo zolfo, la cui celebre dote del disinfettare è antichissima, quasi quanto è l’uso de’ profumi in tempo di peste, come vedremo a suo luogo; adoperato, dico il zolfo, più o meno confusamente in un gran numero di pestilenze; e, a dir vero, in alcuni casi con evidente [491]utilità. (Gastaldi Hieronymus Card. de avertenda et profliganda peste; a Castro Petrus, Veronensis, Pestis Neapolitana, Romana, Genevensis annorum 1656-1658; Juvellin. Bernard. Hist. Pestis, Romae 1656; P. Maurizio da Tolone, Trattato politico; ec. P. Kirchero Scrutin. Pestis; Papon; Lebenswaldt; Muratori op. cit.)

A. dell’E. C. 1657. In quest’anno vi ebbe peste nel ducato di Brema nella Bassa Sassonia, ed a Brunswich residenza del principe di questo nome. Lorenzo Gislero, medico di Osteroode, rapporta duecento e tre storie particolari della peste, che si spiegò a Brunswich nel 1657. Vi durò essa sei mesi. Questa peste era particolarizzata dai sintomi seguenti; ansietà ai precordj, calore ardente [492]interno, veglia, cefalalgía intensa, stitichezza di ventre, polso pressochè naturale, delirio, esantema petecchiale, buboni, carbonchi, somma prostrazione di forze, ec. Il contagio sviluppossi da prima a Brema, e da di là fu portato a Brunswich da alcuni Brunswicesi, che ne fuggirono, venuti a rifugiarsi in patria, dove morirono in casa di una vecchia femmina lor parente, che ve gli accolse, contrattone pur essa il malore (Laurent. Gisler Observat. Medicae de Peste Brunswicensi an. 1657.).

A. dell’E. C. 1659. Peste in quest’anno nella Svezia, e principalmente nella città e fortezza di Hollen sulla costa meridionale dell’isola di Aland (Lebenswaldt; Adami op. cit.).

A. dell’E. C. 1660. Alcuni autori accennano esservi stata peste nel mille seicento sessanta in parecchi luoghi della Germania, la quale attaccava più particolarmente gli uomini, soprattutto i robusti, fatto poco danno alle donne, e meno ancora ai fanciulli; ben diversa in ciò da quella, che afflisse Roma sotto il regno di Tarquinio il Superbo, la quale, secondo Dionigi d’Alicarnasso, colpì a preferenza le giovani fanciulle e le vedove (Papon, Ozanam. op. cit.).

Nell’anno 1662, secondo il Lebenswaldt, il [493]contagio turbò la Polonia. Di questa peste però non trovai negli storici da me veduti alcuna particolar descrizione.

Giusta lo stesso autore nel medesimo anno 1662 la peste fece strage a Costantinopoli.

A. dell’E. C. 1664. In quest’anno fierissima pestilenza desolò l’isola di Candia al sud dell’Arcipelago, regno una volta, come ognun sa, della Repubblica Veneta (Lebenswaldt; Adami, op. cit.).

In questo stesso anno 1664 ricordasi esservi stata la peste a Tolone, ed a Cuers, picciola città di Francia nella bassa Provenza. Gli storici però non indicano, quanti, e quali ne sieno stati i suoi mali effetti (Papon. op. cit.).

A. dell’E. C. 1665-66. In Londra a quest’anni si è sparsa fierissima la peste, una delle più celebri della Storia, già descritta dall’Hodges e dal Sydenham, rinomatissimi medici, che vi si trovavano a quel tempo, e che perciò ne furono testimoni oculari. Per essa in meno d’un anno morirono in Londra 90,306 persone. L’inverno del 1664 fu freddissimo in Inghilterra, ed un gielo secco vi durò fino alla primavera. All’improvviso disciogliersi di quel gielo, ed al principiare del nuovo anno 1665, secondo il computo inglese, si manifestarono [494]di assai peripneumoníe, pleuritidi, angine, ed altre malattie inflammatorie, che recarono gravissima mortalità. A queste venne dietro una febbre continua epidemica, ben differente da quella, che regnava sotto la precedente costituzione. Questa febbre era accompagnata da cefalalgía la più intensa, da vomiti, e da diarréa, che la sola emissione di sangue poteva calmare, provocando il sudore; mentre la pelle era secca ed ardente. Inoltrandosi l’anno, la peste si manifestò a Londra, accompagnata da tutti i suoi segnali patognomonici, cioè buboni, carbonchi, ec., e sì rapidamente si propagò, che circa l’equinozio di autunno in una sola settimana ebbe ucciso più di otto mila persone; ancorchè da due terzi almeno degli abitanti per timor del contagio si fossero rifugiati alle ville. Continuò il male con minore ferocia tutto l’inverno vegnente, nè cessò che all’aprirsi della primavera, dando luogo all’epidemia, che l’avea preceduta. S’annunciava il reo morbo con brividi di freddo, come avvien negli accessi d’una febbre intermittente. Gli sopravvenivano in seguito vomiti crudeli, e un dolor compressivo violento lacerava agl’infermi la region precordiale; e la febbre era ardente e continua fin alla morte, o sino al comparir [495]dei buboni agl’inguini, alle ascelle, o alle parotidi, i quali, quando venivano alla suppurazione, indicavano i malati già fuori d’ogni pericolo. Le macchie purpuracee o livide eran foriere di vicina e sicura morte. Un delirio spaventevole d’ordinario non solo accompagnava la malattia, ma sovente la precedeva, senza alcun segno da far creder vicina la comparsa di questo orribile sintoma. Molti venivano presi da questo fiero delirio all’improvviso, e in sulle strade, usciti di casa senza nessuno incomodo, perdevano immediate la vista e la ragione. Parecchi di questi infelici andavano errando, e barcolando per le strade senza sapere nè dove andassero, nè che cosa si facessero, e quindi cadevano a terra, come uom che cade ubbriaco, nè più se ne riavevano. Se taluno avvicinavasi ad essi per soccorrerli, non ne aveva da loro che qualche parola male articolata, e fuor di senno. Venivano altri presi da un sudore espressivo, copiosissimo, che esauriva le forze della natura senza sollevarla punto di quel suo male.

La cura, usata dal Sydenham in questa pestilenza, fu la cavata di sangue ripetuta, ma sempre moderatamente. Egli aveva osservato che il sangue estratto era coperto da una crosta [496]pleuritica, e che ad alcuni cadaveri, seguitane appena la morte, usciva in copia del naso. Cavato sangue, soleva egli prescrivere i diaforetici, poi l’emetico, indi la triaca, l’acqua di cardo santo, le infusioni di scordio, e di salvia, quella di macis nella birra per promuovere il sudore. Dopo ventiquattro ore, durante il qual periodo faceva continuare le stesse bevande, dava un catartico. Guardavasi però egli dal far aprir la vena, comparsi i buboni.

Il Sydenham fonda il suo metodo del cavar sangue nella peste sull’opinione di un considerevole numero di autori, che sulla peste versarono, e particolarmente di Lodovico Mercato, di Niccolò Massa, del Settala, del Trincavelli, del Foresto, del Mercuriale, dell’Altomari, del Pascasio, del Pereza, dell’Herrera, di Zacuto Lusitano, del Fonseca, di Leonardo Botalo, e d’altri ancora. Ma sopra questo argomento tratterò nelle altre parti di quest’opera (Sydenham op. med. Sect. II. cap. i et ii. Hodges Nathanael Loimologia, sive Pestis nuperae apud Populum Londinensem grassantis hist. narratio; The History of the great Plague in London, in the year 1665.).

Negli stessi anni 1665 e 66, e a pari tempo [497]che a Londra, la peste faceva strazio orrendo in Olanda. Nella sola città d’Amsterdam di questa pestilenza morirono 24,148 persone. Secondo alcuni autori il morbo continuò in Olanda con alcuni intervalli anco ne’ successivi anni, a tale che nel 1669 spopolò la città di Leiden (Lebenswaldt; Adami, op. cit.; Barbette Paul. Tract. de Peste cum notis Francisci Deckeri Lugd. Batav. 1667; Roet, Pestis Adumbr. Guid. Fanois, Dis. de morb. epid. hactenus inaudito, an. 1669. Leidae grassante; Sylv. de la Boe, Orat. de Affect. Epid. ann. 1669 Leyd. depopulantis).

A. dell’E. C. 1670. Lo Scheffer nella sua Opera, intitolata Laponia, riferisce che nel 1670 la peste si manifestò nella Laponia, trasportatavi da Riga per alcune balle di canape. Soggiunge egli pure che non s’appiccò il contagio, se non che a quelle donne, le quali erano impiegate alla filatura del detto canape infetto. Ma il freddo di quel paese estinse prontamente la malattia.

A. dell’E. C. 1676. In quest’anno fierissima peste travagliò di sì fatta maniera l’isola di Malta, che ne rimase quasi affatto deserta, non essendovi restate superstiti, che dieci mila persone. Anche in questo caso di pestilenza [498]i gravi dispareri insorti fra i medici sulla vera natura del male lasciarono al contagio aperto il campo ad una fatale irreparabile propagazione. (Briet. An. Mund. Contin. p. 937. Ad. Bibl. Loim.)

A. dell’E. C. 1678-79. In sul principiar del mille seicento settantotto il contagio ritoccò nelle terre della Dalmazia, trasportatovi dalla vicina Turchia per alcuni arnesi rubati dai Morlachi della villa Culla posta sopra Scardona; la quale fu poscia d’ordine del Provveditor generale incendiata. Di là si propagò a Brevilacqua, ed in altri villaggi del territorio di Zara, poscia introdotto anche in Zara per lo stesso modo di robe infette, portatevi clandestinamente, vi fece di gravissimi danni. In quella circostanza il convento di s. Paolo, primo Eremita, nello scoglietto, denominato Galovaz, fu convertito in Lazzaretto, obbligati que’ Religiosi a ritirarsi in città. Nell’archivio di detto convento sussiste un manoscritto, contenente la memoria di questa pestilenza, ed alcune particolarità, da cui fu contraddistinta. Terminò essa nel Febbrajo del 1679 (MS. succit.; Tazlinger in suis Memoriis, etc.).

A. dell’E. C. 1679. In quest’anno, imperando sul trono d’Austria Leopoldo I, la città di [499]Vienna fu travagliata da atrocissima peste, che vi fece orrende stragi, sì fra la popolazione della città propriamente detta, e sì ne’ sobborghi adiacenti, specialmente nel Leopoldstadt e nel Mariahülf. Nello spazio di sei mesi sono perite da oltre 70,000 persone; e nel corso intero di questa pestilenza si calcola esserne andate estinte più di 76,000. Pur gravi danni fece il morbo in parecchi luoghi, vicini a quella capitale, e specialmente a s. Ulrick, Neustift, Neubau e Neustadt. In virtù de’ saggi provvedimenti, e delle caute discipline, che d’ordine dell’Imperatore vi sono state usate in quella circostanza, si è potuto porre argine alla ferocia di quel contagio sterminatore; e molti paesi vicini se ne sono preservati. (Der römisch, Kaiserlichen auch zu Hungarn und Böheim, etc. Königl. Maj. Leopoldi I. Erzherzog zu Oesterreich etc. etc. neue Infections Ordnung wie es insgemein in allerhöchster Haupt-und Residenz Stadt Wien, Leopoldstadt, und allen andern umliegenden Vorstädten etc. in den Infections-Sachen zu halten, vom 9 Januar 1679, e ripubblicato nel 1680. Esiste nella Collezione pubblicata in Vienna nel 1763. Pestbeschreibung und Infections Ordnung; Sorbait, Paul. Consilium Medicum, oder freundliches Gesparch [500]von der Wiener Pest des Jahres 1679. Abraham a S. Clara, Merks Wien, oder Beschreibung der wüthenden Pest im. j. 1679. Habensack, Relation von der NeüstädterPest 1680.).

Nello stesso anno 1679, secondo alcuni storici, la peste afflisse pur anco la Sassonia, e travagliò fieramente l’alta e bassa Slesia (Papon. op. cit. Neue Infections ordnung der hoch und löb. Herren Fürsten und Stände im Herzogthum Ober-und-Nieder Schlesien. Breslau, den 14 Feb. 1680; Kircher, Atanas. natürliche und medicinalische Durchgründung der leidigen ansteckenden Sucht, und sogenanten Pestilenz etc.).

Da Vienna dilatossi il contagio nella Stiria, e vi si manifestò a Gratz nel Dicembre del 1679 in una casa d’un sobborgo. Nel Gennajo seguente 1680 si sparse in altre famiglie del sobborgo stesso, e nell’interno della città; e ne’ mesi successivi s’apprese a più di 400 famiglie, imperversando per tutto l’anno 1680. Terminò poi circa le calende di Marzo del 1681. Nel corso di tal pestilenza fra’ sobborghi e la città ne sono state colpite 3156 persone, delle quali son morte 2340; 68 ne guarirono di quelle, ch’erano rimaste presso le rispettive loro famiglie; 592 ne uscirono risanate dal Lazzeretto vecchio, e 156 del nuovo.

[501]
Fu di Gratz trasportato il contagio in altri luoghi della Stiria inferiore, e nella Carintia, e si spiegò con maggior violenza in un castello, ed in sette villaggi circonvicini.

Dall’altra parte il contagio si estese dall’Austria nell’Ungheria lo stesso anno 1679, e vi fece non poche rovine. La città di Posen ne andò particolarmente travagliata (Lebenswaldt; Briet. Annal. Mund., Kircher. op. cit. von Windisch, Carl Gottlieb., Geographie des Königreichs Ungarn. i. Theil. p. 121.).

A. dell’E. C. 1680. A questo stesso tempo la peste, insinuatasi nella Boemia, ne la desolò facendovi orrendo strazio, a tale che nel solo trimestre di Maggio, Giugno, e Luglio del 1680, ne andarono estinte nella città di Praga 31,040 persone (Redlich Paul. Historia Pestis Pragae 1680. ibid. 1681. Rivinus, de Peste, Lipsiae 1680.)

A. dell’E. C. 1682. Nell’anno mille seicento ottantadue Gorizia, città considerevole del Friuli Austriaco, fu travagliata da fierissima pestilenza. Il seme di questo contagio, secondo alcuni, vi fu trasportato da Vienna, e, secondo l’opinione di altri, vi s’è introdotto dalla vicina Turchia, manifestatosi il giorno 18 Agosto 1682 V’infierì poi il morbo con tanta violenza, [502]che molti ne trapassarono nello spazio di sole 24 ore di malattia, altri in tre giorni, e taluni nel settimo. Giuseppe Candido, allora medico della città di Gorizia, ce ne lasciò in pochi tratti d’una sua lettera un’esatta descrizione. I sintomi ne furono il dolor di testa, il vomitar di materia porracea, eruginosa, e talvolta sanguigna; la diarrea, spesso con vermi, la frenitide, il letargo, le petecchie nere, larghe lividure, i buboni, i carbonchi, le urine torbide, talor sanguigne, ed in alcuni la paralisi della lingua. Nella maggior parte de’ malati gl’indicati sintomi erano accompagnati da febbre; altri morivano senza febbre, almeno che si manifestasse. Parlando poi del metodo di cura usatone, lo stesso dottor Candido soggiunge: «Il cavar sangue dalla vena fu osservato nocivo, così si tralasciò»; e poco appresso: «li vescicanti sono stati di gran sollievo, applicati dopo qualche evacuazione per via di clisteri» (De Peste Goritiana anni 1682, Sermo Potestatis Benacensis, etc.).

Nell’anno 1683 rigermogliò il contagio a Gratz, ed in più altri luoghi della Stiria; ma, oppostivi subito per impedirne la dilatazione ottimi provvedimenti politico-sanitarj, n’andò in breve e con pochi danni estinto.

[503]
A. dell’E. C. 1685-86. Fierissima peste desolatrice imperversò a quest’anni nella città di Costantinopoli. Immenso ne fu il numero delle vittime rimaste sotto i colpi di così grande flagello. Quantunque fra le esagerazioni degli autori non si possa precisamente conoscere, qual ne sia stato il numero de’ morti in quella popolatissima città, pur si rileva essere stato desso assai grande. (Adami; Lebenswaldt; Pandect. Turc.).

A. dell’E. C. 1690. Nel mille seicento novanta vi fu di nuovo la peste in Dalmazia. Si è palesata da prima nella villa Geversche presso Ostrovizza nel contado di Zara, introdotta colà per l’arrivo di una famiglia proveniente dalla Bosnia inferiore. Un certo Vodizich, borghigiano di Zara, la introdusse in quella città col mezzo di una mandra di pecore, come vien riferito. Il giorno dopo il suo arrivo costui fu trovato morto; e morta pur anco la moglie sua e due sue figlie con manifesti segni di pestilenziale contagio. Scopertosi il morbo, e per la vigilanza dei Rettori eseguite tosto con molta diligenza le opportune segregazioni, fu esso in breve estinto. Siccome poi al primo annuncio della peste il popolo era ricorso alla protezione di s. Simeone; così all’intercessione [504]di questo santo venne la cessazion del contagio attribuita.

Così non fu della città di Sebenico, ove introdottasi la peste vi fece non pochi danni (Tazlinger in Dama chronologica).

A. dell’E. C. 1691. Nell’anno 1691 alli 9 Gennajo fu scoperta la peste anco nella città di Ragusa nella Casa degli Esposti detta l’Ospitale de’ Bastardi. Venne da Plocce, portatavi dal figlio della Badessa del detto Ospitale. Quindi si diffuse nella città, e vi recò gran rovina; nè cessò interamente che circa la metà di Giugno dello stesso anno (Storia anonima di Ragusi a. q. an.)

In questo medesimo anno 1691 la peste devastò la Puglia (Briet. Annal. Mund. sive Chronic. Univers.)

A. dell’E. C. 1692. Nell’anno mille seicento novantadue si legge esservi stata la peste nella Sciampagna in Francia, ma non se ne trovano particolarità degne di speziale considerazione (Charlier, Traité des Bêtes à Laine T. II. p. 747).

[505]
Secolo XVIII.
Niente meno del precedente fu questo secolo funestato da pestilenze orribili e desolatrici, che lasciaron parecchie memorande impronte di questo flagello.

A. dell’E. C. 1704. In quest’anno, secondo ciò, che lasciò scritto Gabriele Rzazynsschy nella sua Storia Naturale del Regno di Polonia (Sendomiriae 1721), incominciò nella Polonia quella terribile peste, che durò dieci anni continui, cioè fino al 1714, e che fece miserando strazio di tutto quel regno. Secondo il Gottwald in Transactionibus Philosophicis n. 337, e qualche altro autore, questa peste dee essere cominciata in Polonia nel 1702.

Gravissimi morbi epidemici d’indole maliziosa avendo preso a dominare fin dal 1700 e 1701 in varie parti della Germania e specialmente a Berlino, nell’Holstein, a Tubinga nella Svevia, a Rosenberg, ed in altri luoghi della Slesia, a Ratisbona nella Sassonia, a Basilea, ed in altri luoghi della Svizzera, nella Transilvania, ed in parecchi paesi dell’Ungheria, egli è verisimile, che anco nella Polonia, come accadde ne’ sopraccennati luoghi, sì fatta epidemia [506]abbia di qualche anno preceduto la peste, e che da alcuni Storici sia stata colla stessa peste confusa. (Harder, Constitut. Epid. Basilien. utriusque hujus an. 1700. 1701; Camerarii Rud. Constit. Epidem. Barolinensis an. 1704; Haller, Albert.; Schelhamer; Günther; Schroeck. etc.)

Dalle notizie, sparse qua e là in alcune delle sovraccennate Opere, sembra che a questi stessi anni nel paese ottomano, conterminante colla Polonia, coll’Ungheria, e colla Transilvania, siasi diffusa la peste. Però di queste pesti nelle Provincie Ottomane non vi sono autori, che parlino exprofesso. Ciò, che più assolutamente viene asserito dagli Storici, si è che nel 1705, dopo un lungo predominio di venti del mezzogiorno, imperversò di sì fatta guisa il contagio a Costantinopoli, che in un sol giorno si annoverano trasportati fuori da una sola porta 1800 cadaveri, innumerevole essendo poi stata la quantità de’ rimasti morti nella strage per le diverse contrade di quella popolosa città. (Papon; Roman. op. cit.; Heldio de Peste Turch.).

Nello stesso anno 1705 vi ebbe la peste in Inghilterra e in Ispagna giusta la Relazione del P. Labat, che dal contagio fu egli stesso attaccato due volte.

[507]
A. dell’E. C. 1707. Negli atti degli Eruditi di Lipsia (an. 1710 vol. IV) si legge la seguente descrizione intorno la peste della Polonia, desunta dall’Opera di Gio. Bernardo Sthaar (de febre pestilenti Cracoviae an. 1707).

Nel 1707 al tempo della Canicola la peste si spiegò in Cracovia, ed in diverse altre parti della Polonia. Essa vi fu recata da alcuni mercanti ebrei, provenienti da Lemberg, dove questa malattia regnava da oltre due anni. Si enunciava essa con alcuni fenomeni insidiosi; cioè ora con una febbre continua, accompagnata da gran calore universale, e da frequenti brividi irregolari intercorrenti, ora con la così detta febbre lipiria, cioè congiunta a grande ansietà precordiale, tristezza, abbattimento, vomito di materie gialle o verdi, e viscose, spontanea lassezza, e sommo abbattimento di forze, pestamento delle membra, fiero dolor di testa, fisonomia cadaverica, delirio, inquietudine continua. Le donne fuggivan nude di casa, e nude correvano per le strade e le piazze; i piedi e le gambe eran tremanti, ed affetti da contorcimenti convulsivi; succedevano crudeli coliche; l’urina si faceva sanguigna, il polso picciolo, languido, ineguale; nulla la sete o inestinguibile; comparivano i buboni agl’inguini, [508]alle ascelle; il corpo si copriva di petecchie, o di stimmate, o neri suggellamenti. Questo sintoma però non era generale. Succedeva la morte il terzo, il quinto, o il nono giorno al più tardi, dopo un delirio furioso. Altri malati cadevano in uno stato di sopore, e trovavansi morti in sulle strade colle membra sfracellate. Avendo i magistrati, le persone ricche ed agiate, ed anche i medici abbandonato la città, vi s’introdusse ben presto il più gran disordine, e col disordine il terrore, lo spavento, la disperazione, e questi mali mettevano il colmo a tutti gli orrori di sì grave flagello.

L’emetico, somministrato nel principio della malattia fu trovato il miglior rimedio per le sperienze del dott. Schomberg, medico del Governo, il quale, quantunque obbligato a restarsene a letto per la molta sua età, e per la gotta, nullostante guarì più di trecento appestati con questo rimedio, e col suo elisire antipestilenziale, composto della tintura di bezoar, di genziana, e d’essenza canforata a parti eguali; del qual elisire esso medesimo somministrava dalle quaranta alle sessanta gocce infuse in calda birra. La bevanda ordinaria era limonata. Quindi provocava all’infermo il sudore, e cercava di ravvivare la circolazione con [509]le unzioni d’olio aromatico e di spirito di vino canforato su lo scrobicolo del cuore, facendo prendere fino ad otto gocce di questo stesso liquore in un giallo d’uovo. Alcuni malati presero l’aceto teriacale. I nitrati e gli alcali provocavano l’estinzion delle forze, ed una diarrea mortale in poche ore.

Questa peste durò nel suo forte a Cracovia cinque mesi; nel qual periodo tolse di vita da circa 18,000 persone. Cominciò a diminuirsi nel mese di Novembre, non morendo per contagio più che sette od otto persone al giorno. Nel Gennajo i malati, che arrivavano al nono o al più all’undecimo giorno, guarivano quasi tutti. La peste non aveva più che l’apparenza di una febbre maligna. Nel Febbrajo non era più che una febbre quotidiana; e pochissimi ne perivano. La notte del dì 21 Maggio 1708 v’ebbe una brina copiosissima, dopo la quale morirono alcuni individui con sintomi pestilenziali. Quindi la malattia scomparve interamente, e gran numero di cittadini, che nel timor della peste avevano abbandonato la città, ritornarono alle loro case.

Nel medesimo anno 1707, a Rosenberg nella Slesia si spiegò lo stesso pestilenziale contagio, il quale vi fu portato da alcuni mercanti Armeni, [510]che lo comunicarono a qualche ebreo col mezzo di una partita di lana infetta, da loro acquistata a Thorn nel Palatinato di Culm nella Prussia occidentale, infestata allora dalla peste. La malattia non tardò molto a propagarsi a Würtemberg coi sintomi più spaventosi. Questa peste uccideva da principio i malati nello spazio di 24 ore, ed in seguito il terzo, quarto, quinto, o al più il sesto giorno. I cadaveri ne diventavano subitamente lividi. In questo corso di pestilenza non erano molto frequenti i buboni; e per lo contrario sopravvenivano dei carbonchi di un’enorme vastità alle braccia, all’addome, alle cosce, alle gambe, i quali degeneravano prestamente in isfacello. Il polso variava, secondo il grado del caldo o del freddo; e nel maggior numero de’ mali era pur esso naturale, come naturali apparivan le urine. Se queste diventavan nere, già n’era prossima la morte.

Il timore, l’immaginazione, colpita dal terrore, l’avarizia, che faceva acquistare le robe e le masserizie de’ morti appestati, produssero gravissimi mali, ed ampliarono grandemente le conquiste, e le devastazioni della peste.

Quelli, che alla prima invasione della malattia usavano i convenienti rimedj, e che osservavano [511]una dieta rigorosa dopo gli abbondanti sudori, d’ordinario si salvavano, come pur quelli, ai quali i buboni venivano presto a suppurazione, e s’aprivan da se, ovvero i cui carbonchi si circoscrivevano sollecitamente.

I rimedj, che meglio corrisposero alla cura, furono i diaforetici, i balsamici, la teriaca i cordiali, e i così detti annaleptici. Quando comparivano i buboni, veniva raccomandato ai malati di guardarsi ben dal sudare, e tostochè eran maturi, s’aprivano. Si usavan pure ai carbonchi le incisioni, che si medicavano poi coll’unguento magnetico. I vescicanti furono riconosciuti nocivi.

Il coraggio, la tranquillità dell’animo, la regolarità del metodo di vivere, il vino, la birra, le tinture balsamiche, la teriaca, e soprattutto lo schivare qualunque contatto coi malati, e con qualsivoglia cosa, che ad essi fosse appartenuta, era il miglior metodo, nell’arte detto profilatico; e questo giovava per garantirsi dall’infezione. (Hetwick Christian, von der Pest; Grassi Samuel, Historia Pestis in Confiniis Silesiae grassantis; Ephemerid. Curiosor. Naturae Cent. I. II. Obs. 143).

Nel 1707 regnava a Thorn la peste, come si è detto. Vi durò tre anni, cioè fino al 1710: e per essa quella popolazione ne andò quasi [512]intieramente distrutta. (Büsching, Ant. Frid. Neue Erdbeschreib. 1. Th. 2. B. Königr. Preuss. p. 1167).

A Danzica il contagio si sviluppò nel 1709, si diffuse con rapidità, e vi durò sei mesi. In questo corso di tempo uccise da oltre ventiquattro mille persone. Il medico Gottwald, che vi fu presente, ne la descrisse nel suo Memoriale Loimicum de Peste Dandiscana anni 1709; così pure il Kanold Joh. nella sua Opera Einiger Medicorum Sendschreiben von der an. 1708 in Preussen, und 1709 in Danzig grassirten Pestilenz. Breslaw 1711.

Circa quest’anni il contagio menò grandi stragi a Marienberg nella Misnia, travagliò fieramente Berlino, ed altri luoghi della Prussia. La Lituania Prussiana ne andò specialmente desolata. Secondo il Büsching nell’anno 1709 quella provincia perdette 59,196 persone pel furor del contagio; il quale del pari fece strazio crudele in Amburgo, e in Augusta, come pure in varie altre città e paesi della Germania. (Erndl, Christ. Henr. in Ephemerid. Natur. Curios. Cent. V. VIII. pag. 227.; Miscellan. Acad. Caes. Natur. Curios. Cent. VII. et VIII; Diederich, And. Christ. Hist. Pest. Hamburgi 1710; Richter Christ. Frid. Relatio Pestis Regiomontani, [513]et alibi in Borussia, Büsching Erdbeschreib. s. c.).

A questi medesimi anni, cioè dal 1707 al 1714, andarono afflitte dalla stessa calamità molte altre provincie e paesi di Europa. Oltre la parte della Polonia già indicata, oltre la Sassonia, e la Prussia, la peste invase la Samogizia, la Curlandia, la Livonia sul mar Baltico, la Svezia, la Danimarca; e dall’altra parte quasi tutta l’antica Dacia, ossia la Transilvania, la Moldavia, la Valacchia, la Servia, la Bessarabia, la Romelia, e gran parte dell’Ungheria. La città di Posen perdette la metà circa de’ suoi abitanti; così quella di Sapron, e la contrada di Sagedie nella contea di Czongrad nella bassa Ungheria, e varj altri luoghi di quel regno.

Nel 1712 dall’Ungheria s’innoltrò il contagio nell’Austria, e quindi in Praga nella Boemia. Dall’Austria si dilatò nella Stiria, e nella Carniola. Lubiana ne fu molto travagliata.

Or mi farò a sporre alcune circostanze, che accompagnarono il contagio nell’invadere la capitale dell’Impero Austriaco. Fin dall’anno 1709 la peste menava stragi nell’Ungheria. Nel 1712 s’era già appresa anco alla città di Presburgo. A tale notizia le comunicazioni coll’Ungheria furono più rigorosamente interdette. Malgrado [514]ciò poco appresso dall’Ungheria penetrò il contagio nella picciola città di Bruck sul Leytha nella bassa Austria, e quindi in Vienna. Certa giovane Cristina, Sveva di origine, proveniente dall’Ungheria, introdusse in Vienna il primo seme del pestilenziale malore. Detta giovane fu da prima ricoverata in un giardino fuori del Rossau, posto sul sinistro ramo del Danubio. Ritrovandosi essa in istato di gravidanza ben inoltrata, fu accolta nel civico spedale. Ivi rapidamente morì, non appena cominciatosi a sospettare sulla natura del suo male. Parecchie altre giovani puerpere dello stesso spedale, che si trovaron con essa, infermaron del pari, e si morirono dopo brevissimo corso di malattia, allora non ancor conosciuta. Un cappellano dell’ospitale diede avviso alla Commissione di Sanità di queste morti repentine e sospette. La Commissione ordinò tosto la separazion del locale e di tutto il circondario fuori del Rossau, ove la detta prima infetta era stata ricoverata. Fu quindi prescritto che venissero trasportate tutte le puerpere e le gravide del civico spedale in un apposito Lazzeretto, e ordinati diversi altri provvedimenti e discipline per la preservazione e salvezza della Capitale. Ma insorse grave discrepanza [515]d’opinione sulla natura del male fra i due medici dott. Ruck, e dott. Schultz, deputati all’assistenza de’ malati di questo nuovo Lazzeretto, il primo affermando che fosse vera peste, il secondo negandolo. Questa falsa opinione pur troppo costò al secondo la vita, essendosi infermato pur egli di quel contagio. Le discipline e’ provvedimenti da opporsi allo sviluppo del morbo per sì fatti contrasti vennero in qualche modo arrestati. Pure si stabilirono alcune sale quasi come di prova per li malati sospetti, e si pensò ad accertarsi meglio della vera natura del male, anzi che con robusti e pronti mezzi opporvisi risolutamente. Quindi il morbo fece per qualche tempo una tregua assai lusinghiera, di modo che fu creduto che al tutto si fosse spento. I magistrati stessi da sì ingannevoli apparenze vennero tratti in errore. Nel Gennajo 1713 di 52 malati sospetti ne morirono 28; nel Febbrajo si contarono appena 28 malati, dei quali 16 morti. Nel Marzo si accrebbe considerevolmente il numero dei nuovi malati e delle morti, li primi essendo saliti a 169, le seconde a 126. Trapassata appena la meta dell’Aprile, mentre vivevasi ancora senza grande trepidazione, la peste, superata ogni linea di opposizione, penetrò in [516]tutti i sobborghi, e nella stessa città. Quivi operò essa in breve apertamente, fattasi generale. Nell’Aprile 365 persone furono colte dal contagio, e per esso 317 vi perirono. Nel Maggio si contarono 694 nuovi infetti, ma non più che 84 morti; in Giugno 891 nuovi infetti, e 701 morti, nel Luglio 1656 infetti, 1201 morti; ne’ mesi di Agosto, e di Settembre il contagio montò al suo più alto grado di forza e di propagazione, per modo che più di 4000 persone se ne infermarono, ed a circa 4200 arrivò il numero de’ morti[33]. In Ottobre cominciò a scemare il male; dai 2032 malati, che si ebbero in Settembre, il numero scemò fino ai 970. In Novembre poi il contagio era in piena declinazione, 391 soltanto furono i nuovi infermati, 418 i morti. Nel Dicembre non s’ebbero più che 121 malati, dei quali 105 felicemente guarirono. Nel mese di Gennajo 1714 soli 72 infetti, e 54 morti: e nel susseguente Febbraio soli 17 infetti, e nessun morto. In sul finir del Febbrajo il morbo era interamente [517]cessato. La somma totale fu di 9565 appestati fra la città e’ sobborghi, dei quali 8644 morirono, e 921 sono guariti; sicchè appena un decimo andò salvo dalla violenza del male. La cessazione della malattia venne attribuita dai più all’effetto del freddo nel verno del 1714. Può esser per altro che ciò sia avvenuto anche per merito de’ saggi provvedimenti Politico-Sanitarj, adottati in quella congiuntura dalle ordinarie Magistrature. Una special Commissione Aulica è stata dallo stesso Imperator Carlo VI instituita per provvedere ai bisogni dello Stato nella gravissima circostanza del contagio, e per procurar la salvezza delle suddite popolazioni. In tal circostanza venne pubblicato un Regolamento di Sanità. In ordinata serie stanno raccolte in esso tutte le ordinanze, le istruzioni, le norme, che si emanarono in Vienna per sì luttuosa congiuntura di peste dalla sopraccennata Commissione Aulica. (Pestbeschreibung und Infections Ordnung. Part. II pag. 176 e segg.).

In molti villaggi de’ dintorni di Vienna s’è pur dilatato la peste; e si estese con molta rapidità, non però sì feroce. Il primo sviluppo seguì nel Marzo 1713 a Zellerndorf. In Aprile si diffuse a Wahring, Otterkling, Neulerchenfeld, [518]e Hollabrun, e ne’ mesi successivi a più di 40 altri luoghi tra villaggi, e picciole frazioni comunali. Serpeggiò in tutto il Dicembre dello stesso anno, e prima del terminar del susseguente Gennaro era estinta per tutto. Il numero delle famiglie colpite dal contagio fu di 762. Di esse 4923 persone rimaste infette, 3776 ne son morte, e 1147 guarirono, le più senza soccorsi dell’arte. In questo tempo di peste l’Imperatore a nome suo e del fedele suo popolo fece voto d’innalzare un tempio in onore di s. Carlo Borromeo, qual protettore contro la peste. Questo voto fu adempiuto, essendo stata eretta la magnifica chiesa intitolata a quel Santo, la quale ammirasi in Vienna al Kärnthner Thor. La prima pietra di questo superbo edificio fu posta il giorno 5 Febbrajo 1716.[34].

Nelle stragi fatte da questa peste in Germania nella Transilvania, Ungheria, Austria, ec. [519]fu osservato che gl’individui più robusti erano più facilmente attaccati, e ne morivano quasi tutti, mentre che i più deboli o n’andavano esenti, o venendone presi guarivano con maggiore facilità. (Benza F. X. Relatio historica Pestis Austriam vastantis, Viennae 1717; Kanold Joh. von den Beulen und Blasen der in diesem fahr in Wien grassirenden Seuche 1713; Jahrhistorie der grossen Menschen-pest von 1701 bis 1716 Vid. Annal. Uratislaviens. Mens. Novemb. 1718; Peima J. B. de Beintema, Loimologia, sive Historia Constitutionis pestilentis annis 1708. 9. 10. 11. 12 et 13 per Thraciam, Sarmatiam, Poloniam, Silesiam, Daciam, Hungariam, Livoniam, Daniam, Sveciam, Saxoniamj, Austriam, variaque loca S. R. I. grassatae, Viennae 1714; Werlosching a Parenberg Joh. Bapt. et Loigk Ant, Loimologia, seu Historia Pestis, quae ab anno 1708 ad 1713 inclusive Transylvaniam, Hungariam, Austriam, Pragam, et Ratisbonam, aliasque conterminas Provincias et Urbes progrediendo depopulabatur, per epistolas ex autopsia et experientia propria medice exarata, Styriae 1716; Brietius Phil. Annales Mundi s. Chronic. Universal. usq. ad an. 1714; Gerbez Marc, Constitutio Epidemic. Labacensis in Carniola an. 1713; Syden. Op. T. II.; Fuker, [520]de Salubrit. et Morbis Hungaricis p. 43; Gensel, Historia Pestis Hungaricae et Viennensis V. Miscell. N. C. Cent. VI. et VII.; Hojer, Untersuchung der anstekenden pestilenzialischen Seuche welche etliche jahre in Europa grassiret, Gotha 1714.; Windisch, Schroeck, Moller Carol. Otton. Orvou Oktatás miképpen kellessék e mostani Pestisses és egyebb mérges nyavalyáknak bero hanássokban Isten segitsége àltal örizésképpen az emberneck magârcil gondot viselni ec., Budae 1740: Boetticher Schamski, et alii).

Anco in Dalmazia vi fu a quest’anni la peste. Nel 1710 serpeggiò essa nei sobborghi di Spalatro, e ne’ casali circonvicini. Alle altre città, avendone a tempo interrotta ogni comunicazione, e adottate le opportune misure di precauzione, venne fatto di preservarsi. (Ex Actibus Offic. Salut. Jadrens.)

In Italia sentendosi ardere su tante parti lo struggitore contagio, e già serpeggiando ad essa vicino, si avevano conceputi i più forti timori; e perciò ogni paese tenevasi attentamente in guardia per impedir il passo a questo formidabil nemico, del quale aveasi provato tante volte la tremenda possanza, e che dal 1630 non era più comparso nella Lombardia, e da circa mezzo [521]secolo lasciava tranquilla ed immune ogni altra contrada d’Italia. A questi timori aggiungeva maggiore ansietà la tristissima circostanza, che ne’ due anni, dal 1711 al 1713, l’Italia era afflitta da fierissima epizoozia, che distruggeva il bestiame, e da copia insolita di vermi, che rodevano i grani in erba, portandovi la carestia. Ma fortunatamente in mezzo a tanta minaccia l’Italia ne andò illesa; ed il freddo acutissimo del 1714 estinse intieramente la peste, sì nella Germania, e sì nelle altre provincie e paesi già soprattocchi. (Muratori, op. cit.)

A. dell’E. C. 1716-17. In questi anni fierissima peste spopolò la città di Smirne nella Natolia, e le isole della Grecia sull’Arcipelago. Specialmente Scio, Mitilene o Lesbo, e Samo vi furono crudelmente travagliate. Il furor del contagio fece altresì a questo tempo orrendo strazio in Costantinopoli. (Ephemerid. Acad. Natur. Curios. Cent. VII p. 130).

A. dell’E. C. 1718-19 Aleppo, gran città della Soría, soggetta ad esser visitata quasi periodicamente dalla peste, a quest’anni provò sì feroce il contagio, che nello spazio di circa sei mesi perdette da oltre ottanta mille de’ suoi abitanti. (Russel Alexand. the Natur. Hystory of Aleppo p. 250. 262 Mertens I. p. 115).

[522]
A. dell’E. C. 1720-21. Gli anni mille settecento venti e ventuno sono celebri nella storia delle pesti per le stragi, che questa tristissima calamità fece a Marsiglia, ad Aix, a Tolone, ed in quasi tutta la Provenza, così pure in alcune città della Linguadocca, e nella Guascogna.

Abbiamo gran copia d’Opere scritte sopra questa peste; nè ch’io sappia sopra alcun’altra fu mai scritto altrettanto. Le scandalose quistioni, e’ gravi dispareri insorti fra’ medici a quel tempo, verisimilmente furono la principal cagione di tante scritture.

Ma prima giova osservare, che nel 1719 fu scarsissimo il prodotto dei grani, del vino, e dell’olio nella Provenza, a tale che mancarono le sussistenze nel 1720; quindi un cattivo e scarso nutrimento aveva già predisposto alle malattie la minuta classe del popolo. A ciò s’aggiunga, che i calori della state furono eccessivi, e piogge continue erano succedute ai calori; e per vario tempo que’ paesi andaron soggetti al predominio di furiosi venti dall’Occidente.

Il dì 25 Maggio arrivò a Marsiglia il capitano Chateaud colla sua nave riccamente carica per conto di alcuni negozianti di quella città. [523]Questa nave era partita da Seide (l’antica Sidone), il 31 Gennajo con patente netta, cioè a dire con officiale dichiarazione di Sanità, che a quel tempo non vi aveva in quella città alcun sospetto di mal contagioso; quantunque, come si seppe dappoi, la peste allora serpeggiasse a Seide, ed in varj altri paesi della Soria. Questo capitano prese porto a Tripoli, dove fu obbligato fermarsi qualche tempo per riparare il suo bastimento da alcune avarie sofferte nel viaggio. Tripoli non è da Seide molto distante, e libere e frequenti sono le comunicazioni fra queste due città anco in tempo di peste. A Tripoli fece egli nuovo carico di alcune mercanzie, e fu costretto di prendere a bordo alcuni Turchi, che sbarcar dovea in Cipro. Anco da Tripoli gli venne rilasciata patente netta. Uno di que’ Turchi caricati a Tripoli si ammalò per via, e morì in pochi giorni. Due marinaj incaricati di gittar in mare il cadavere, quantunque appena tocco l’avessero, perchè ne fu poi commesso quel pietoso ufficio agli altri Turchi compagni, pur ammalarono poco dopo, e in pochi dì si morirono. Alcuni giorni appresso infermarono altri due marinaj, che sono morti egualmente, e morì pur anco il chirurgo del bastimento, che a tutti questi malati aveva assistito.

[524]
Tante morti quasi improvvise forte inquietarono il Capitano; il perchè separatosi dagli altri, si ritirò sotto poppa, donde per tutto il resto del viaggio continuò a dare i suoi ordini. Tre altri marinaj caddero malati nel corso del viaggio, e mancando il legno di chirurgo che gli assistesse, avvisò il Capitano di prender porto a Livorno, dove poco dopo l’arrivo i tre malati morirono nel modo stesso, che gli altri sovraccennati compagni. Il medico ed il chirurgo del Lazzeretto di Livorno dichiararono in un Certificato, rilasciato allo stesso capitano Chateaud, che i detti malati erano morti da una febbre maligna pestilenziale. Il capitano, arrivato a Marsiglia, rimise il Certificato agl’Intendenti della Sanità, e depose che alcuni altri uomini del suo equipaggio erano morti per via. Ciò avrebbe dovuto bastare a impedirgli lo sbarco; pure gliel si permise, depositando le mercanzie nel Lazzeretto, contro l’uso osservato altre volte d’inviare unitamente al carico, a Jarra, isola deserta a qualche distanza da Marsiglia, li bastimenti sospetti di peste, o che lungo il viaggio avevano per malattia perduto alcuno dell’equipaggio. Mentre al Lazzeretto si eseguiva lo scarico delle mercanzie, il dì 27 Maggio ne morì un altro individuo, [525]il cui cadavere fu portato allo stesso Lazzeretto per essere visitato. M. Gueirard, che n’era il chirurgo ordinario, dichiarò che non vi avea trovato nessun segnale di peste. Questo chirurgo, uomo di sperienza, e di autorità, non sapeva però conoscer la peste, che ai segni esterni. Il giorno 31 Maggio entraron nel porto di Marsiglia tre altri bastimenti dagli stessi luoghi sospetti; ed un altro bastimento approdò il dì 12 Giugno. Tutti questi furono portatori di patente brutta, vale a dire, indicante che nel luogo della loro partenza vi aveva sospetto di peste. Ciò non di meno le loro mercanzie, egualmente che quelle del capitano Chateaud, furono tutte rimesse al Lazzeretto pel loro discarico. Infrattanto la malattia continuava nella nave di quel capitano. Nel dì 12 Giugno morì il Guardiano di Sanità, che se n’era posto alla sopravveglianza. Il dì 23 detto infermò uno dei mozzi del naviglio, e contemporaneamente due così detti bastazzi del Lazzeretto deputati allo sborro e al maneggio delle mercanzie di quella contumacia, non che un facchino da espurgo, messo alla contumacia del capitano Aillaud, arrivato il dì 31 Maggio, ma che aveva preso parte nel maneggio delle mercatanzie della prima contumacia. [526]Essi tutti morirono rapidamente fra due o tre giorni. Il chirurgo del Lazzeretto continuò a dichiarare che quelle erano malattie ordinarie. Il capitano Chateaud non tardò molto ad essere la vittima con tutta la sua famiglia della terribile malattia, che aveva egli stesso sgraziatamente seco portata. Gl’Intendenti della Sanità, scossi da tante morti precipitose, si determinarono finalmente di spedire all’Isola di Jarra li quattro bastimenti per ricominciarvi la lor contumacia, contentandosi di far chiudere li bastazzi, deputati all’espurgo nei recinti del Lazzeretto con esso le mercanzie, e d’interdire fra loro ogni comunicazione. Queste precauzioni non impedirono punto che due dei detti bastazzi, posti sopra le mercanzie del capitano Chateaud, non ammalassero il dì 5 Luglio colla comparsa di buboni sotto le ascelle. Quantunque la malattia si mostrasse co’ suoi più manifesti segnali, il chirurgo del Lazzeretto era sciaguratamente ostinato nel non volerla riconoscere per tale; e furioso dichiarò che non era che un’ordinaria malattia. Infermò un altro bastazzo il giorno appresso con un bubone all’inguine. In vista di un contagio così evidente e palese, gl’Intendenti della Sanità incominciarono a diffidare, ma purtroppo tardi, [527]del sapere del loro chirurgo; e, per assicurarsi della verità della cosa, si determinarono di fare un consulto. Due maestri chirurghi della città furono chiamati a dar parere sulla malattia, M. Croiset, chirurgo maggiore dell’ospital delle galere, e M. Bouzon, che aveva fatto alcuni viaggi in Levante. Visitarono essi i malati al Lazzeretto in compagnia del chirurgo ordinario di quel luogo M. Gueirard, ed avendo trovato tutti i detti malati con buboni, li dichiararono assolutamente attaccati da peste. La morte di questi tre malati, seguita il giorno dopo, confermò il giudizio e la relazione dei due chirurghi sovracchiamati.

Non vi voleva meno che una dichiarazione forte e deliberata dei due sopraccennati maestri di chirurgia, e verificata col fatto, per determinare a più severe misure gl’Intendenti della Sanità. Fecer essi trasportar fuori del Lazzeretto le mercanzie infette, e le mandarono all’Isola di Jarra, dove in seguito per ordine della Corte sono state bruciate unitamente al corpo del bastimento, che le aveva contenute. M. Gueirard, chirurgo ordinario del Lazzeretto, di cui s’è fatto menzione, non tardò molto a pagare il fio della sua ignoranza, mentre dopo pochi giorni cadde malato e morì. Il sacerdote [528]del Lazzeretto, che aveva somministrato i sacramenti ai malati, contrasse la malattia pur egli, e perì di quella morte medesima. E qui è da notare, che sopra gli altri quattro bastimenti sospetti, giunti a Marsiglia dalle stesse contrade infette poco dopo l’arrivo del capitano Chateaud, non vi sono stati nè malati nè morti durante il viaggio, nè per tutto il corso della quarantena. Un altro enorme fallo, commesso in tal circostanza dagl’Intendenti di Sanità, fu quello di mettere a libera pratica, dopo soli diciannove giorni di contumacia, tutti li passeggieri di queste contumacie sospette, e quegli stessi arrivati colla nave del capitano Chateaud, che entrarono in libera comunicazion nella città il dì 14 Giugno, senza che fossero state prese per essi altre precauzioni, che quella di farli passare, prima della uscita del Lazzeretto, sotto una fumigazione un po’ più forte dell’ordinaria unitamente ai loro bagagli; giacchè era uso de’ passeggieri, uscendo del Lazzeretto, che portassero seco i loro equipaggi, e sovente anco le lor paccottiglie[35]. Il perchè conviene conchiudere che si avesse una gran fede a cotesti profumi.

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Tutto ciò si passava nell’interno del Lazzeretto sotto il più grande secreto; e nella città ignoravasi al tutto che vi fosse la peste, e che la vi fermentasse con tanta forza. Mentre vivevasi in uno stato di sì infausta sicurezza, la peste già penetrata nella città serpeggiava furtivamente di casa in casa, e preparava il tristissimo fomite di tanta sciagura, e della distruzion di quella popolazione.

Il dì 20 Giugno nella strada detta Belle Table Margherita Dauptane cadde malata di un carbonchio al labbro. Il chirurgo della Carità, che ne fu alla cura, fece avvertito di ciò il Magistrato; ma il chirurgo della Sanità, inviato sopra luogo, dichiarò ch’era un carbonchio ordinario; e la cosa finì così. Il dì 28 del mese stesso un sarto, nominato Creps, che abitava sulla piazza del Palazzo, morì con tutta la sua famiglia in pochi dì; e la malattia fu giudicata una febbre maligna.

Il primo di Luglio morì nella contrada, detta l’Escale, un certo Eigaziére con un carbonchio sul naso, e poco appresso nella stessa contrada certa Tanouse con buboni, e dopo di essa parecchi altri individui delle case vicine, e molti altri della stessa contrada si morirono alla medesima guisa dopo rapido corso di malattia. [530]I signori medici Peyssonel, padre e figlio, il dì 9 Luglio denunziarono, che un certo Issalene, giovanetto di circa 14 anni, si ritrovava effettivamente attaccato da peste in una casa della piazza di Linche, non guari distante dalle dette contrade, dove s’ebbero i primi malati. Il giorno appresso questo giovanetto morì, e vi cadde malata sua sorella, sarta di professione. Durante la notte, si trasportò l’uno, e l’altra al Lazzeretto insieme con tutta quella famiglia, e tutti vi perirono di peste in pochi dì; e se n’è fatto chiuder la casa.

Il giorno dopo la morte del giovanetto sopraindicato, cioè il dì 11 Luglio, cadde malato certo Boyal, uno dei passeggieri venuti di Levante colla nave Chateaud, stato messo a pratica nella città il giorno 14 Giugno, come s’è detto. Il chirurgo, che lo curava, gli trovò un bubone sotto un’ascella, e denunciò il fatto alla Sanità. Vennero tosto apposte guardie alla porta; e il Boyal, morto lo stesso giorno, fu la sera trasportato e seppellito al Lazzeretto dai bastazzi, che vi erano tenuti chiusi. Si trasportarono pure al Lazzeretto tutti gli abitatori di quella casa, che fu poi fatta chiudere; e quindi a tutti quelli, che avevano visitato il Boyal, si ordinò di star riservati nelle proprie abitazioni, e di usar dei profumi.

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Dopo queste prime costernazioni del morbo si passarono alcuni giorni in un’ingannevole calma. Già la gente incominciava a riaversi dei concepiti timori di peste, ed applaudiva alle ordinate precauzioni; ed il popolo, facile a volgersi e ad essere illuso, attribuiva le seguite morti a tutt’altra specie di morbi. Ma il male pullulava segretamente di mezzo a così cieca credenza, ed alle improvvide direzioni de’ Magistrati. Non tardarono molto a manifestarsi nuove insorgenze nella medesima contrada della Scala, in quella dell’Oratorio, alla Piazza de’ Predicatori, ed in parecchi altri quartieri della città, andandone estinte intere famiglie. Le dette famiglie prime attaccate, furono quelle dei sarti, de’ rigattieri, e d’alcuni famosi contrabbandieri.

M. Peyssonel, il padre, che serviva nell’ufficio di Medico della Carità, e di gran pratica nell’esercizio dell’arte sua; dall’aver osservato parecchi malati, infermati con buboni e carbonchi, che morirono in poche ore, convinto che quel morbo realmente fosse peste, ne avvisò il dì 18 Luglio i Magistrati. Essi invece di uniformarsi al giudizio di quell’uomo dotto, ed esperto, nominarono per visitare i malati altro chirurgo, il quale per ignoranza o per gelosia [532]dichiarò che la malattia era una febbre verminosa semplice e senza contagio. Dopo questo fatto gli altri medici si tacquero, per non esporsi alla stessa mortificazione ricevuta dal loro collega. Così il contagio fece progressi spaventevoli. Qui M. Bertrand, quantunque lontano dall’adottare le false prevenzioni del popolo, risguardanti l’apparizione de’ segni celesti, che precedono le grandi calamità, fa menzione del seguente fenomeno. Il dì 21 Luglio essendo il cielo coperto di nubi, minaccianti pioggia, si fece nella notte un temporale così terribile con lampi e tuoni tanto spaventevoli, che non v’era memoria di alcun altro simile giammai accaduto. Tutta la città ne fu in somma angustia e spavento. Molti fulmini cadettero sopra diverse case senza offender nessuno. Questi tuoni spaventevoli si risguardaron dal popolo, quai segnali di terribile mortalità. A quel tempo il contagio, superato ogni argine, si sparse rapidamente in tutti i quartieri della città. Il giorno 23 Luglio morte quattordici persone nella sola contrada della Scala, e cadute inferme molte altre, che morirono il dì seguente, lo stesso parroco della contrada si recò al Magistrato della Sanità per denunziar questi fatti. La costernazione fu somma in tutta la città. M. Peyssonel, [533]col chirurgo deputato dal Magistrato, continuarono a visitare i malati, e sulle loro dichiarazioni si continuò a farli trasportare al Lazzeretto, sempre di notte per non ispaventare il popolo. M. Peyssonel, carico d’anni e d’acciacchi, rimise al proprio figlio, pur esso medico, l’incarico di cotali visite. Questo giovane non prevedendone le conseguenze, sparse il terrore in tutta la città pubblicando che la peste era già in tutti i quartieri di Marsiglia. Scrisse lo stesso ne’ paesi confinanti; lo che diè motivo che i vicini si mettessero in gravissima combustione, per cui restarono intercette tutte le comunicazioni colla città. Di già il Parlamento di Aix aveva pubblicato, in data 2 Luglio, un decreto, in forza del quale era proibito sotto pena della vita ogni comunicazione con Marsiglia. Appresso cominciò la carestia a farsi sentir nella città crudelmente. Cominciava già il popolo ad ammutinarsi. Si cercò riparo, stabilendo tre mercati, uno a due leghe da Marsiglia sulla strada d’Aubagne, l’altro su quella d’Aix, ed il terzo a l’Estagne per le provenienze di mare. Là i venditori, separati dai compratori col mezzo di barricate, provvedevano alla sussistenza degli abitanti della città; ma questo provvedimento [534]non poteva, che in parte, supplire ai bisogni.

Il pubblico infrattanto mormorava, del non esser stati ordinati medici di riputazione alla visita dei malati sospetti; ed ognuno instava con parole ed ufici, perchè si passasse formalmente a darne un giudizio deliberato sulla vera natura del male. Dietro queste pubbliche voci e lagnanze sono stati nominati dal Magistrato quattro medici dei più accreditati, cioè i signori Bertrand, Raymond, Audon, e Robert, ciascuno col suo chirurgo ed un giovane pratico. Essi tra loro si divisero la cura di tutti i malati della città. Appena visitati alcuni malati, dichiararono al Magistrato della Sanità, non esser più luogo a dubitare che la malattia non fosse vera peste, ed anche la più terribile che fosse comparsa da molto tempo[36]. Importunati dalle istanze, e dalla curiosità de’ cittadini non tardarono essi a soddisfarla, manifestando ciò, che avevano di fatto riconosciuto. La dichiarazione di questi medici non trovò maggior credenza nell’opinione [535]dei Magistrati, e nel pubblico, che quella, fatta qualche giorno prima dai dottori Peyssonel e Sicard. Il Magistrato di Sanità, lungi dal prestar fede a relazioni sì autentiche, fece affiggere un avviso, col quale annunciava, che quelli, che sono stati nominati alla visita de’ malati, hanno finalmente riconosciuto che la malattia, la quale dominava, non era che una febbre maligna ordinaria, cagionata dai cattivi alimenti e dalla mendicità. Il che pur mostrava qualche apparenza di verità; dappoichè fino allora la malattia non aveva attaccato, che famiglie povere, e particolarmente i ragazzi; oltredichè, nella maggior parte de’ casi, il morbo era accompagnato da gran quantità di vermi, che i malati evacuavano sì per bocca, che per secesso. M. Michel d’altra parte, medico del Lazzeretto, scriveva che i malati che gli s’inviavano a quel luogo, non avevano altro male che la noja di esser chiusi, e la lue venerea. Chi volesse giustificar il Magistrato, potrebbe dire ancora, ch’esso fece pubblicar questo avviso col solo oggetto di tranquillare lo spirito del popolo, e per impedire ch’esso non si abbandonasse alla costernazione ed allo spavento.

Infrattanto, sia che non si risguardasse più [536]il male come contagioso, sia che tutte le infermerie del Lazzeretto fossero già occupate, non s’avviarono più i malati a questo luogo come per l’innanzi. Il perchè, crescendo ogni giorno più il numero de’ malati e dei morti, si aumentarono in proporzione le ragion del contagio. Coll’accrescersi i bisogni pubblici, e l’urgenza di provvedere a tanti malati, ed al seppellimento di sì gran numero di morti, s’accrebbero in proporzione l’imbarazzo, e la confusione de’ Magistrati, i disordini e lo spavento fra la popolazione.

La truppa, chiusa nella cittadella, mancandole sussistenza e sussidj, minacciava la città, chiedendone provvedimento. Ciò accresceva le angustie nella carestia di tutte le cose, delle quali si abbisognava. Il corpo delle galere stazionando allora a Marsiglia, nuovo grave imbarazzo per quelli, ch’erano al governo della città, sarebbe stato il provvedere anche ai bisogni di questo numeroso corpo, contando allora più di diecimila persone; ma gli officiali comandanti si condussero con mirabil saggezza, a tale, che formava sorprendente contrasto con l’imprudenza degli officiali municipali. Ai primi sentori di peste nella città fecer quelli tirar al largo le galere, spedirono uno [537]dei loro medici, ed un chirurgo a visitar malati nella città, onde assicurarsi della vera natura del morbo regnante, e così liberarsi da ogni e qualunque incertezza. A M. Perrin, medico, ed a M. Croizet, chirurgo, fu imposto di eseguire sì fatta commissione. La eseguirono essi il dì primo Agosto, e nella lor relazione, indirizzata al Comandante delle galere, dichiararono: che la malattia era pestilenziale, contagiosissima; e ch’era necessario usare le più grandi precauzioni per prevenirne le conseguenze. Assicurati della verità del fatto, gli officiali delle galere presero tosto le opportune precauzioni, fecero ritirare i loro bastimenti al largo dalla parte dell’arsenale, e con una palizzata li separarono dal resto del porto; rendettero isolati nell’arsenale tutti gli equipaggi, mettendo barriere a tutte le uscite, come se fosse una città assediata; deputarono alcune tartane a trasportar giornalmente da Tolone, e dal porto di Bouc legne, carbone, farina, carne, vino, e tutte le cose necessarie alla vita, che alcuni provveditori, nominati dai comandanti, avevano cura di opportunamente allestire. Di tal modo trovavansi sopra le galere, e nell’arsenale, ed a modico prezzo tutti i generi di vittuaria, [538]de’ quali aveasi bisogno, mentre che, ad onta d’una spesa immensa, riusciva difficile, od impossibile alla città il fornirsi delle cose occorrenti.

Ciò non pertanto, le comunicazioni fra la città e le galere erano state libere fino allora, ed era ben difficile che qualcuno dell’equipaggio non avesse già contratta l’infezione, o qualche morboso seme non vi fosse stato trasportato per entro ai navigli con altro mezzo. E di fatti, la peste si manifestò nella galera la Gloria. Due forzati caddero malati, uno il 31 Luglio, l’altro il dì primo Agosto. Quindi il male si sparse insensibilmente fra le ciurme, attaccò gli equipaggi, e finalmente si diffuse anche tra le famiglie rinchiuse nell’arsenale. I periodi della maggior mortalità della malattia nelle galere e nell’arsenale seguirono dappresso quelli della città, non così però riguardo alla loro rapidità, e violenza; ed è ben lungi che abbia fatte le medesime stragi, nè durato tanto. Nel Settembre la malattia a bordo delle galere e nell’arsenale fu nel suo forte, e ne’ mesi seguenti andò sempre più declinando. Il maggior numero dei malati fu dai 25 ai 30 al giorno, ed alla metà dì settembre il numero dei morti giunse al più a 17 in un giorno. [539]In Agosto morirono 170 persone, in Settembre 286, in Ottobre 189, in Novembre 89, in Dicembre 37: in tutto 771. Ne’ mesi di Gennajo, e Febbrajo non vi ebbero che 7 od 8 morti. In Marzo la malattia cessò intieramente sulle galere. Per merito delle precauzioni usate, e delle sagge misure opportunamente prese, e forse anco in forza della situazione, e delle diverse circostanze de’ luoghi la malattia non fece grandi progressi sopra la detta flottiglia, e nell’arsenale. Di 10,000 persone non ne caddero malate che da 1300; e di queste, 782 soltanto ne sono morte, come ho già detto di sopra.

Nella città tutto era disordine, e confusione. Erasi trascurato di regolar per tempo le cose, e porsi opportunamente in difesa. Gl’inconvenienti, e gli errori si tenevan dietro l’un l’altro, e crescevano in proporzion della gravità del pericolo, dell’urgenza de’ bisogni, e dello spavento. Di molti consigli venivano sposti ai Magistrati, ma essi non sapevano più a qual partito appigliarsi. L’ultima opinione era d’ordinario quella, che prevaleva sopra i suggerimenti più saggi. In fine venne accolta avidamente la proposizione di certo medico, che fu M. Sicard; il quale, avendo letto, che Ippocrate, [540]quando la peste desolava l’Attica, aveva fatto accender de’ fuochi per le strade di Atene a purificarne l’aria, aveva pur consigliato di accendere i fuochi a cinque ore della sera per tre giorni seguitamente dinanzi ad ogni casa, e sulle piazze pubbliche, e di bruciare dello zolfo negli appartamenti per spurgarne le suppelletili, e vestimenti. Ciò si eseguì, e l’atmosfera per tre giorni continui fu coperta da un fumo nero ed ardente, che avendo aumentato il calor naturale della stagione, e del clima, parve conferir al contagio nuovo alimento, e vigore. In fatti allora il veleno pestilenziale si spiegò con tal violenza, che giunse a spaventare anco i più intrepidi; e vide il pubblico con suo rammarico consumata inutilmente una sì grande quantità di legne, donde teneva doverne averne gran disagio in appresso. Gli abitanti disertarono le loro case, e i più timorosi già s’eran giovati della libertà delle comunicazioni, andatisi a rifugiare in altre città, e in altre provincie. Quelli poi, che guidati da una cieca prevenzione, fin allora erano stati increduli, quando furono deliberati di partire, ne trovaron chiuse tutte le uscite, e guardate tutte le strade; sicchè furon costretti, o di ritirarsi alla campagna, o di rinchiudersi [541]nelle proprie case. Ciascuno era divenuto sollecito di approvvigionarsi di viveri, e di trasportar fuori della città le proprie masserizie. I mezzi di trasporto, quantunque in gran numero, non bastavano a soddisfare la smaniosa sollecitudine di quelli, che colti da timore fuggir volevano dalla città. Le genti del popolo, che non avevano case di campagna, andarono a ricoverarsi sotto tende nella pianura di s. Michele, altri sulle rive del Veaune, e lungo i ruscelli, che bagnano il territorio, altri su i bastioni, altri salirono sulle vicine colline, altri finalmente cercarono asilo fra le rupi, e nelle caverne. Le genti di mare s’imbarcarono colle loro famiglie sulle navi, sopra barche, ed anche entro a piccioli battelli, tenendosi al largo dalla riva, presentando così lo spettacolo di una città galleggiante. Le religioni uscirono de’ lor monasteri, e seguirono nella fuga i lor parenti, od amici. Gli ufficiali della giustizia, quelli dei municipj, i direttori degli spedali, in somma quasi tutti gli impiegati cercaron fuori della città un rifugio contro la peste; ma sventuratamente questi infelici fuggiaschi portavan già seco nella lor fuga il fatal seme del rio morbo, che poscia doveva ucciderli. I membri, come diconsi, del Magistrato Sanitario [542]stettero fermi al loro posto, e fra gli ecclesiastici restarono nella città i parochi, ed i vicarj. Questi uomini rispettabili, animati dall’esempio del lor capo, e venerando vescovo monsignor Belzunce, usarono al pari di esso d’un coraggio veramente eroico, e una carità maggior di ogni elogio. È difficile portare queste virtù a cotanto alto grado, come le portò in quella terribile congiuntura il sullodato monsignore Belzunce. Appena si dichiarò che sussisteva la peste nella contrada della Scala, come s’è soprattocco, egli chiamò a se i parrochi ed i superiori delle comunità. Animato da quell’ardente zelo che le circostanze rendevano sì necessario e sì grave, non durò gran fatica ad ispirarlo nel cuore dei suoi cooperatori. Prescrisse loro la maniera di condursi in quei tempi di calamità; e qual novello s. Carlo per tutto quel tempo, che durò il contagio, si vide per tutto, dove la salute del popolo richiedeva la sua presenza.

L’ospital civile, che conteneva gl’infermi di altre malattie ordinarie, venne chiuso per lo timore, che, accogliendo nuovi malati, non vi s’introducesse la peste.

Il Governatore comprese ben tosto la necessità di stabilire degli altri spedali. Si elesse a [543]quest’uopo l’edificio della Carità, luogo il più adatto per la sua situazione, e disposizione interna, e per la sua vastità. Il Governatore n’aveva anche per assoluto ordinato lo sgombramento, e l’istituzione di questo nuovo spedale; ma bisognava darne incomodo ai religiosi, che lo occupavano, perciò la cosa trovò qualche obbietto, e il piano non si eseguì. Passarono ancora otto giorni prima di deliberar per trovare altro luogo; ed intanto i malati s’accumularono da per tutto, e ben tosto si appalesò quella confusione, e quel disordine, la cui sola ricordanza ancora fa inorridire. Si deliberò finalmente di formar uno spedale nel luogo dei Convalescenti, appartenente all’Hôtel-Dieu; ma ben presto si riconobbe che pur esso era troppo angusto; mentre ne fu riempiuto in men di due giorni. E siccome i malati vi accorrevano in folla, così fu forza collocargli, misti coi buoi e cavalli, in una grande stalla, vicina al succennato spedale.

Due medici offrirono spontanei l’opera loro per li bisogni del detto spedale. Accettata l’offerta, essi vi restarono chiusi. In quella cura vi adoperarono reiterate cacciate di sangue, ed i purgativi; ma questo metodo riuscì manifestamente dannoso: perchè la mortalità vi fu [544]estrema. Dopo alcuni giorni tutti due questi medici furono attaccati dal contagio, ed in poche ore ne morirono pur essi.

Il Magistrato di Sanità non lasciò di pubblicare parecchie ordinazioni, dalle quali si prometteva trar buon partito per la salute pubblica. Una d’esse fu quella di far uscire della città tutti i vagabondi, e’ mendicanti forestieri. La storia però non riferisce che a quest’ordine siasi dato esecuzione. In fatti dove mandargli? Quale asilo poteva trovare cotesta classe d’individui, che già pericolosi per la lor professione, lo diventavano ancora più, essendo cacciati fuori da una città appestata? Altre ordinazioni risguardarono gli oggetti annonarj, e la polizia delle strade. D’ordine dello stesso Magistrato si levarono quattro compagnie di soldati, che divisi in parecchi corpi, furono disposti fra i quattro quartieri, dove era più urgente il bisogno, sotto gli ordini di un commissario di Sanità. Questo commissario era incaricato di distribuire pane ai poveri del quartiere, di sporre lo stato de’ malati nelle respettive famiglie del proprio quartiere, e di sorvegliare, perchè fosser curati, ed assistiti col minor pericolo, che si potesse, delle persone rimaste sane. Ma queste sagge disposizioni [545]non furono eseguite, dappoichè esigevan esse quella certa calma e quella tale regolar vigilanza, che difficilmente si può conservare in mezzo agli orrori di sì terribili giornate, in cui ognuno vedeva la falce di morte già vibrare il colpo sul proprio capo. In pochi dì si diffuse l’infezione per tutte le contrade di Marsiglia. Le notti erano troppo brevi da poter trasportare tutti i cadaveri; quindi fu forza farne il trasporto anche di giorno, appalesando così al pubblico le immense perdite che andava facendo: il che fin allora con somma cura s’era cercato di occultare. I vagabondi e’ girovaghi, che per avventura non aveano obbedito all’ordine, che li cacciava della città, furono obbligati a servir da becchini, e a levar i cadaveri, che giacevano ammucchiati nelle case. D’ordinario costoro gli strascinavano per li piedi giù dalle scale; o li gittavano dalle finestre, rotolandoli poi per le strade. Lo strepito delle carrette mortuarie, misto al fremito, che cagionava il rotolamento dei cadaveri, metteva un orribile spavento negli animi; ed ai sani, non che ai malati, faceva gelar il cuore di raccapriccio. Tutte le botteghe erano chiuse; chiuse le chiese, i tribunali di giustizia, e tutti i luoghi pubblici; era interdetto [546]il commercio, sospeso ogni lavoro, e le aziende degli uffizj ecclesiastici, e civili. Un funebre lutto copriva la città; un cupo melanconico silenzio da per tutto regnava, e su tutti. Ogni legame di amicizia e di parentela era sciolto. I parenti schivavano di vedersi l’un l’altro; si fuggivan gli amici tra loro, e si temevano i vicini. Ognuno sembrava formare una società a parte, ed avrebbe voluto ciascuno, se fosse stato possibile, riservare a se solo l’aria, che respirava. Mancavan le cose più necessarie alla vita, e gli alimenti non si prendevano, che con ispavento, e colla più grande circospezione. L’ospitale traboccava di morti, e di moribondi, le strade seminate di malati, e di agonizzanti, i bastioni delle mura coperti di tende, ricoverandovi i più presso a mancare. Nella faccia d’ognuno leggevansi lo spavento, e il terrore; e quella angosciosa sollecitudine di garantirsi con ogni più possibile mezzo da sì tremendo malore, che tien l’animo in un continuo tremito di desolazione e d’ambascia, e che ben predispone alla malattia. Ogni giorno sentivasi la perdita di più amici e parenti, nè più si osava di chieder conto delle persone più care. I movimenti della natura, e le voci dell’amicizia erano repressi alla [547]vista spaventevole e continua di una vicina morte. I padri, e le madri si defraudavano della dolce consolazione di vedere i loro figli, i figli abbandonavano i languenti lor genitori, il fratello la moribonda sorella, e stupido e muto restava in loro ogni sentimento della natura. L’opulenza la più doviziosa non bastava a procurare i soccorsi anche de’ più comuni. Il ricco in mezzo al suo oro mancava, al pari del povero, di tutto, e l’un e l’altro languiva nell’abbandono e nella miseria. Queste catastrofi di orrore e di desolazione incominciarono nell’Agosto, e si fecero in seguito sempre più spaventevoli e orrende; che appunto circa il primo di Agosto arrivarono a Marsiglia due medici da Montpellier, il Chicoaneau e il Verny, inviativi dalla Corte Sovrana per recarne un definitivo giudizio sulla natura della malattia, e suggerire i necessarj soccorsi. Chi ‘l crederebbe! Questi due professori medici, che per la loro riputazione s’erano meritati un sì onorevol favore della sovrana confidenza, preser pur essi un grossolano errore sulla natura del male, quantunque fosse omai arrivato ad un punto da escludere ogni dubbio ed ogni incertezza anco fra le persone, che non fosser dell’arte. Essi nol ravvisarono per peste; ma [548]dichiararono che «quel morbo, il quale metteva pure cotante stragi e scompigli, non era che una febbre maligna, cagionata dalla corruzione e dai cattivi alimenti». Ignoranza tanto funesta, quanto più si aveva del lor sapere la maggior confidenza! Ciò non pertanto cotesti signori medici stimarono prudente consiglio di non trattenersi molto in Marsiglia; perchè dopo dieci giorni se ne partirono dalla città carichi di onori e di regali, ritirandosi ad Aix.

Il giorno dopo la loro partenza sulla relazione da essi indirizzata al Governatore della città, ed al Magistrato di Salute, si è creduto dover pubblicare un avviso, col quale si avvertiva il popolo che «la malattia, che regnava nella città, non era pestilenziale, ma solamente una febbre maligna contagiosa, della quale si sperava di poter in breve arrestare i progressi». Questo avviso riassicurò il popolo, il quale da quel momento incominciò a rallentare le precauzioni, e a comunicare più liberamente[37]. [549]Monsignor lo vescovo ed i magistrati furon costretti di cedere alle istanze e alle sollecitudini del popolo, permettendo che si facesse la solita processione di s. Rocco, la cui protezione in quella calamità si rendeva tanto più necessaria. Intanto la peste, a guisa di rapido torrente, che superato ogni argine, che lo intrattiene, tutto invade e distrugge, circa la fine di Agosto di sì fatta guisa s’era accresciuta e diffusa, che uccise in pochi dì immenso numero di persone, giovani e vecchi, deboli e forti, poveri e ricchi indistintamente, riempiendo tutta la città di disperazione e di pianto.

Nel mese di Settembre la mortalità colse fino a mille persone al giorno. E qui come descriver gli orrori di quelle tristissime e terribili giornate! Quale spettacolo presentava Marsiglia! Quella città sì ricca, sì fiorente, sì popolata pochi mesi prima, era divenuta squallida e deserta, e rimasta in preda alla desolazione, al pianto, all’indigenza, alla morte. Nelle case le più delle porte e delle finestre erano chiuse, il lastrico delle strade da una parte e dall’altra tutto coperto di malati e di moribondi, parte distesi in sul nudo terreno, parte sopra materassi ma tutti senza soccorso di sorta. In mezzo alle strade e sulle piazze pubbliche [550]non si vedevano che cadaveri mezzo putrefatti, logori cenci, e masserizie miste col fango, e carrette cariche di morti, parte strascinate dai forzati, e parte abbandonate, perchè non vi aveva chi le conducesse. La strada Delfina in ispezieltà offeriva uno spettacolo spaventevole e orrendo. Dessa era quella, che conduceva all’ospitale. Tra gli appestati, rimasti soli nelle lor case, e per conseguente privi di ogni sussidio e d’ogni assistenza, i poveri, i quali mancavano di tutto, tentavano ogni mezzo, e, dirò così, facevano gli ultimi sforzi per giugnere fino a quell’asilo, dove speravano trovar ajuto e ricovero; ma sovente venivan meno ad essi le forze prima di giungervi, o, come v’erano giunti, non vi trovavano luogo, perchè tutti i posti v’erano già occupati; quindi dovendo essi tornar indietro, e isforzandosi di ricoverarsi ancora, donde eran partiti, mancando loro ogni lena, cadevano sfiniti a terra, e tra poco pur colà si morivano. Altri, corrucciati da ardentissima sete, appressavansi ai ruscelli, scorrenti di mezzo alla strada, per bagnarsi la lingua e le labbra, fatte aride per l’ardore del male, e, coricatisi appena, esalavano così in mezzo all’acque l’ultimo fiato. Ma perchè non mancasse alla desolazion di [551]Marsiglia nessuno di quegli orrori, onde fu percossa Gerusalemme, pur là donne si videro spirare coi lor bambini, attaccati ancora alla mammella. Quella strada, che ivi corre cento ottanta tese di lunghezza sopra cinque di larghezza, era tutta così affollata di malati, e ingombra di morti, che non vi si poteva muover passo, che non ne fossero calpestati. Chi varrebbe mai a ricordare e descrivere appieno tutti i patimenti e languori di tanti malati? Alcuni furono, ai quali, morti tutti i loro congiunti, ed amici, rimasti soli in casa senz’alcun ajuto e soccorso, la vita medesima era restata a più grave stento, e sciagura. Nè potendo più reggere, nè intrattenersi in que’ luoghi, dove tutto ad essi le funeste perdite ricordava; quindi abbandonavan la propria casa per riporsi di mezzo alle strade: parecchi arrestavansi in sulla porta, ritenutivi dalla debolezza, o dalla vergogna di mostrarsi in pubblico, ridotti a cotanto estrema miseria. Quivi i più finivano angosciosamente la vita. Altra specie di malati, la cui condizione era misera ben più d’assai, vedevasi pur sulle strade. Era questa formata di que’ fanciulli, i quali dagl’inumani lor genitori, in cui lo spavento del male aveva soffocato ogni sentimento [552]della natura, erano messi fuor dalla porta delle loro case, con postogli indosso uno sdruscito panno, ed una scodella in mano: cosa inverisimile, ma vera, venendone confermata dal celebre storico M. Bertrand, che fu di tutta questa pestilenza testimonio oculare. Que’ fanciulli infelici con sì tristo corredo si trascinavano essi medesimi, quanto più potevan, lontano. Alcuni, dopo fatto qualche passo, cadendo, morivano, ai primi sforzi; altri si fermavano al sentirsi venir meno le forze, rialzandosi poscia, e così a più riprese giungevano al luogo ad essi proposto. La più parte credevasi felice, quando dato l’era di potersi allogare in sui gradini di qualche porta, sopra una panca o di legno, o di pietra, sopra la balconata di una bottega, o dietro qualunque riparo, che lor si fosse offerto, formandone quivi suo letto. In questo mezzo, ahi crudeltà, si contrastava loro anche sì fatto asilo. Ognuno naturalmente temeva dell’avvicinamento di un appestato e ognuno cercava di allontanarlo dalla propria casa. A questo fine di tratto in tratto si gittava dell’acqua sulla strada, e su i limitari delle porte; altri ne lordavan le soglie, e’ gradini con feccia di vino, perchè i malati non vi si adagiassero. Per tal modo cotesti [553]infelici, cacciati da tutti, e da ogni luogo rispinti, trascinavano, a grave stento, il resto di una moribonda esistenza in sulle piazze pubbliche le più vicine, dove speravano di poter più liberamente morire.

Sopra queste pubbliche piazze appunto era orribile cosa il vedere da dugento a trecento di questi miseri, abbandonati a tutto il rigore di una violentissima malattia, il patir de’ quali diventava più atroce per la mancanza de’ comodi necessarj, e per la privazione di ogni ajuto, e d’ogni assistenza. Ad un solo sguardo vedevasi la morte, su cento volti e cento, differentemente dipinta, a tristi e diversi colori e segnali. Uno aveva il viso pallido e cadaverico, l’altro rosso ed infiammato; a chi erasi fatto livido, e pavonazzo; a tale altro di color quasi violetto; e cento altre specie di tinta, che tutti gli sfigurava. Alcuni avevano gli occhi mezzo spenti, altri ben troppo vivi ed accesi; quindi languidi gli sguardi di quelli e tristi, di questi erano forti, e truci eziandio irregolarmente: tutti però si mostravano all’aspetto pieni di turbamento, e di spavento, a tale da rendere sconosciute e ignote le lor fattezze. Chi giacea coricato; chi se ne stava mutolo, e quasi come stupido; chi preso da delirio non cessava [554]di parlare; chi rimaneasi immobile, e chi si dimenava smanioso e irrequieto, per modo, che la piazza non aveva abbastanza di spazio per dare sfogo all’acerba loro inquietudine. E siccome la peste assume i sintomi di tutte le altre malattie; così sentivasi ogni sorta di lamenti per le differenti specie di dolori e di mali: que’ della testa erano acutissimi, e così di tutte altre parti del corpo; vomiti fieri e soffocanti, stiramenti di ventre corrodenti, carbonchi, che abbruciavano; in somma tutto era un cumulo, raggruppato d’ogni spezie di morbi, che diventavano più violenti, e crudeli per cagione del freddo, che gl’infermi prendevano nel corso della notte, riconosciutosi che la traspirazione dava più riposo e più sollievo ai malati, che tutti gli altri rimedi.

Entrando poi nell’Ospitale, quale tristo spettacolo, e spaventoso! quale scena di turbamento e di affanno schiudevasi al guardo renduto immobile per raccapriccio! Vedeansi per ogni dove affollati gl’infermi e i moribondi, parte distesi sul nudo terreno, parte in sulle panche di pietra, frammischiati e confusi senza distinzione di sorta. Ogni angolo, ed ogni sito n’era occupato. Quelli, che giacevano men disagiati, non altro s’avevano che un pagliariccio, [555]senza lenzuola, e senza coperte, tranne que’ pochi, che occupavan le sale; gli altri tutti eran privi di comodi, e d’ogni assistenza, abbandonati a’ sergenti, e a’ famigli duri e crudeli, che non s’eran preso quel carico, pur periglioso, se non per poter più liberamente ladroneggiare, e rapire. La maggior parte di que’ malati avevano portato seco tutto il denaro e le cose preziose, che possedevano, quasi come in luogo di sicurezza; e mentre sentivansi avvicinar l’ultima ora, accresceva ad essi l’acerba doglia il prevedere, che sarebbero stati ben presto spogliati di tutto, e tolta con essi ogni speranza de’ loro eredi; il che pur troppo conoscevasi fare agli altri, che lor morivan daccanto. Oltre di che, in quello spedale aveavi sempre gran numero di cadaveri ammonticchiati; e questo era non meno orribile a vedere, che pericoloso a sentire per lo fetor, che esalavano.

Fra tante miserie poi non v’era cosa, che movesse più a compassione, quanto quegli sventurati fanciulli, che, rimasti orfani e soli, o si restavano abbandonati entro alle case, o erranti andavano per le strade, e faceano risonar l’aria delle lor grida, e dei loro lamenti. Nè v’era alcuno che avesse cuore di dar loro [556]asilo, sì per lo timore di contrarre l’infezione, e sì per la necessità di dover poi con essi dividere le poche sussistenze, che lor restavano per il suo proprio sostentamento. Allora di pubblico ordine si fecero trasportare questi miseri orfanelli all’ospitale di s. Giacomo di Galizia. Il loro numero era di 1200 verso la fine di Agosto, ed in seguito oltrepassò i due mille. Quale calamità! qual orrore! Per formarsene in qualche modo un’idea basta il dire, che di due a tremila fanciulli ivi ricoverati non ne sfuggirono alla morte, che soli cento; e che l’economo dello spedale, incaricato di averne cura, poi convinto di enormi delitti, venne appiccato pochi mesi appresso. Fra questi fanciulli ve n’ebbe parecchi, a’ quali per la morte de’ loro parenti apparteneva il diritto di grandi fortune, ma, rimasti confusi in mezzo a tanto disordine, non si potè più effettuare la cosa.

Fra gli spettacoli lagrimevoli di questa atroce calamità era ben compassionevole quello di una intera famiglia, colpita dal contagio ad un medesimo tempo! Tra’ suoi individui, uno abbruciato dagli ardori della febbre, dimandava acqua od altra bevanda, che ‘l refrigerasse, e non v’era alcuno, che potesse dargliela; un [557]altro agitato da mortali inquietudini, mandava profondi sospiri e lamenti; e chi n’era tra lor meno inquieto, dimandava inutilmente i soccorsi della chiesa, vedendosi spirar dallato i figli, i fratelli, le sorelle, la moglie, senza che l’uno potesse l’altro soccorrere. Là un giovanetto, vicino a morire, confortava alla pazienza il dolente genitore; qui il padre riteneva a forza le lagrime per non estinguere affatto il coraggio nel languente figliuolo. D’altra parte era agonizzante la madre, che non aveva altro conforto, che grida e pianto dei figli, e delle persone ad essa più care, e che con la morte sulle labbra esortava ciascuno di non avvicinarsele. Uno che dopo aversi veduto morire tre, quattro, o cinque individui della propria famiglia l’un dopo l’altro, oppresso dall’afflizione, estenuato dalle veglie, e dagli stenti, agitato dallo spavento, prevedendo inevitabile ed imminente una egual sorte, cadeva in istato di avvilimento, e di abbandono, e periva d’inedia, e di debolezza. Finalmente vi aveva chi diveniva stupido, e demente per l’estrema afflizione; chi, mancando di confidenza in Dio, si abbandonava alla disperazione, e davasi la morte; e chi ad un’ora oppresso dal proprio male, dalla tristezza per [558]quello degli altri, dall’acerbo cordoglio per la privazione di ogni soccorso, e per l’impossibilità di sovvenire quelli, che amava, vedendoseli cadere a canto, preda di morte, mettevasi in così disperato e crudele affanno, della morte peggiore d’assai. Il colmo dell’orrore era quello di vedere parecchi cadaveri in una stanza, ove era ancora taluno di questi infelici malati, in preda a tutta l’acerbità di un’immenso dolore.

Assai più d’afflizione e tristezza era per li superstiti di queste sventurate famiglie la necessità di sgomberarle dei cadaveri, e trasportargli in sulle strade, di quello che non fossero state le pene provate nel corso della malattia. Comunque cara ci sia una persona, da che ella è morta, non se ne può reggere più alla sua vista. Non ci avviciniamo che con orrore ad un cadavere, e ancora più a quello di un appestato. Era inutile lo aspettare che alcuno per carità o per interesse volesse incaricarsi di così fatto trasporto. Quando s’era tenuto in casa un cadavere uno o due giorni, e’ conveniva alla fine farsi una crudele violenza, e a proprio malgrado forzar la natura a rendergli ancora questo ultimo uficio. Quindi v’era forzato prestarlo il padre al figliuolo, il figliuolo al padre, la [559]madre alle figliuole, ed esse reciprocamente alla madre. Alcuni li portavano, altri li trascinavano; e quelli, che non potevano fare ne l’un, nè l’altro, li gittavano dalle finestre. Crudele estremo, che rinnovava il dolore, e tutta l’acerba angoscia di una perdita, che non s’era ancora cessato di piangere! Che se finalmente si trovava un qualcheduno, che avesse voluto assumersi l’incarico di levare un morto e trasportarlo o sulla strada, o su d’alcuna pubblica piazza, costui esigeva una somma sì straordinaria, che assai poche famiglie erano in istato di poterla pagare. Chi ‘l crederebbe! In mezzo a tanti orrori, così proprj ad ammorzar le passioni, di que’ tristi e terribili giorni pur si vider passare al più alto lor grado la dissolutezza, e l’avarizia. La prima risvegliata dalle frequenti occasioni, ed esaltata dall’effervescenza del contagio venne a tali eccessi da far vergogna all’umanità; l’altra, non mai sazia, videsi inventar mille spezie di delitti per isbramar sua ingorda inestinguibile sete.

Che se trista e desolante era la vista de’ malati, e de’ moribondi, più spaventevole ed orrenda era quella de’ cadaveri insepolti, de’ quali le strade, e le piazze eran tutte coperte in guisa che appena trovar potevasi, dove por piede [560]senza passarvi di sopra; che anzi per transitare in alcuni siti conveniva camminar su i cadaveri. Stavano essi ammonticchiati in sulle pubbliche piazze, e presso le porte delle chiese; e più di mille corpi insepolti v’erano sempre nella spianata, detta la Torretta, ch’è fra la cattedrale, ed il forte di s. Giovanni, contrada abitata dalle genti di mare, e dal minuto popolo. La piazza stessa della Corte n’era ripiena; sicchè quel luogo di delizie, ove le persone solevano andarvi a diporto, era divenuto un luogo di orrore, assai proprio a far riconoscere dalle mondane vanità la vera virtù. Tutte le fosse, dove seppellivansi i cadaveri, eran già piene, nè vi aveva più chi ne scavasse di nuove. Mancavano i beccamorti, e que’ pochi, che vi restavano, esercitavano un infame mercimonio, trasportando que’ soli morti, i cui parenti erano in istato di pagarli generosamente. Altri cadaveri, passati già alla corruzione, non era più nè agevole nè opportuno il trasportarli. L’aspetto loro era di vero il più terribile e spaventoso a que’ miseri infermi, che vi languivan daccanto. Altri eran nudi affatto, altri ravviluppati in un lenzuolo, o tra’ cenci; altri vestiti ancora de’ proprj vestimenti, e questi eran quelli, che furon colti [561]da morte improvvisa, o sommamente affrettata. Altri v’erano quasi come imballati ne’ lor materassi; altri legati su quella tavola, che servì a trasportargli; ed altri, pochissimi, chiusi dentro alle barre. Soprattutto v’era quantità di piccioli fanciulli di ogni età, e d’ogni sesso; che d’essi ne sopravvisser ben pochi. Osservarono i medici, che la lor malattia era stata sempre la più violenta. Alcuni dei morti vedevansi o seduti, o appoggiati in sul gomito, ed in tutte altre attitudini, e questi eran quelli, che si morivano sulle vie, e che restavano in quell’atteggiamento, nel quale la morte gli aveva colti. Fra cotanti, sparsi d’in su le strade, ve n’eran molti sì orribili a vedere, e così diformati, che in lor non mostravasi più lineamento, non che fattezze di umana creatura. Così fatta, e cotanto funesta malattia fa di cotali impressioni e sì forti, che l’effetto loro sussiste anche dopo la morte, come se essa continuasse la sua violenza anco su i cadaveri. I morti di quella corromponsi più presto d’ogni altro, e dopo dieci o dodici ore esalano un fetore insofferibile. Quale dunque non doveva esser quello di tanti corpi, de’ quali parecchi si giacevano insepolti da dieci o dodici giorni, così fracidi, e corrotti, che a pezzi colavan loro [562]le carni, ed il sangue spandevasi per le strade, misto a tutte le altre immondezze? Qui narra lo storico di aver veduto in una pubblica piazza confuso cogli altri il cadavere della più bella donna, che fosse in Marsiglia. Ma i corpi a veder più orribili fur que’ di coloro, che nell’accesso di frenesia gittati s’erano dalle finestre. Chi aveva la testa fracassata, chi squarciato il ventre, chi il corpo schiacciato; e somiglianti orridezze. Un numero infinito di cani affamati, vaganti per l’abbandono, o per la morte de’ loro padroni, s’avventavano sopra i cadaveri, e se gli divoravano. Le fetide e micidiali esalazioni, che si sollevavano da tanti corpi infraciditi, ammorbavano l’aria, e diffondevano da per tutto la mortal contagione. E di vero penetrò essa a quel tempo ne’ luoghi, che fin allora rimasti n’erano illesi; dappoichè i monasteri di più severa clausura ne furon tocchi, e si apprese eziandio alle case le meglio custodite e chiuse; talchè si credette, che non avesse più alcuno a restar sano, e che tutta la città diventar dovesse un cimitero.

Infrattanto alla voce, che i cani potevano soggiacere all’infezione, e comunicarla essi pure, fu tosto lor mossa guerra crudele, cacciandoli da tutte parti, e ben presto se ne uccise [563]un sì gran numero, che in pochi dì le strade ne furon piene, gittatane in mare non picciola quantità. Respinta essa ben presto dal reflusso dell’onde, se ne rimase a imputridir sulle rive. Quindi mentre la corruzione di tanti corpi, esaltata, dirò così, dagli ardori del sole, e la quantità de’ cenci, e delle immondezze di ogni sorte, che gittate dalle finestre ingombravan le strade, venivano a sollevare nell’aria vieppiù insofferibili, e funeste esalazioni; niente meno dannosi e molesti renduti s’erano i neri vapori, che s’innalzavano dal continovo bruciare, in sulle strade, dei letti, vestiti, equipaggi, e d’ogni altra sorta di masserizie, usatesi dagli appestati; dappoichè dallo spavento tenevasi per fermo non potersi nessuna cosa purgare interamente, se non col fuoco: quindi n’andò distrutta un’immensa quantità di stoviglie, e di mobili, ricchi e preziosi.

Ecco lo stato a cui fu ridotta Marsiglia, quando la peste vi s’attrovava nel forte. Cotale stato durò sino alla fine incirca del Settembre. Che se taluno fosse tentato di credere esagerata questa mia storia, potrà convincersi che stia la cosa altramente, ed anche minor del vero il mio dire, facendosi a leggere la viva, ed elegante narrazione, che d’essa ne [564]scrisse il sullodato vescovo monsignor Belsunce nel suo Mandament, pubblicato il dì 22 Ottobre 1720[38]. Lo zelo magnanimo di questo illustre prelato non venne mai meno, per quanto in sua fierezza e nelle stragi si fosse accresciuto quel morbo, e per quanto più grave ne fosse divenuto il pericolo. Egli percorreva le strade tutte e le piazze continuamente, marciando tra i vivi e tra’ morti[39], lasciando per tutto manifesti segni della sua carità, per modo che dalla Francia anche all’Inghilterra passò la fama di sua virtù, a tale da meritarsi, che il Pope medesimo, quell’insigne filosofo, e poeta, nel suo Saggio sull’Uomo facesse l’elogio di lui[40]. Tutti gli ecclesiastici, che [565]lo accompagnarono, l’un dopo l’altro periron anch’essi, mortigli ancora tutti i suoi famigliari. Tra’ ministri della religione, datisi in quella terribile circostanza all’assistenza degli ammalati, vi furon parecchi, i quali si distinsero in modo particolare. Alcuni di loro, trovatisi fuor di città, allo scoppiar della peste vi rientrarono, mossivi da quella pietà, che pericoli non conosce, nè danni; confortando, confessando, ed assistendo in tutte altre guise i malati, fino a che gloriosa morte avesse posto fine alle lor fatiche. Il che fu di molti sacerdoti delle parrocchie e della cattedrale. Non altramente fecero i più de’ sacerdoti regolari. Tra questi parmi di dover notare che quantunque i Padri dell’Oratorio non fossero allora nell’esercizio di confessare, si sono essi però segnalati con altri pietosi ufici, andando nelle case infette a consolare i malati, a rianimar in loro il coraggio, e ad inspirargli sempre nuovi ed efficaci sentimenti di religione, distribuendo limosine, ed usando ministeri anche i più vili, e pericolosi. In ispezieltà il P. Gaultier, lor superiore, a gran missionario, si segnalò in quelle calamitosissime circostanze. Le quali cose io soggiungo risguardanti la virtù della religione, e la pietà de’ suoi sacerdoti, come quelle, che nelle [566]avversità, e principalmente nella terribilissima della pestilenza, non sono gli ultimi, ma sì bene i principali obbietti, a cui debbon mirare, e miraron mai sempre i ben regolati Governi. Il perchè alla storia non si dee togliere una parte, che tanto intimamente la risguarda, rendendosi per essa agli uomini trapassati un pubblico testimonio del retto loro operare, e ai lettori presenti, e futuri un esempio onorato di rinnovarne le prove. A questo fine mirando io in questa parte, soffra il lettore, che nuove tracce gli segni di sì fatte virtù. Il perchè sappiasi, che fra l’altre Comunità religiose si distinsero in que’ frangenti quelle de’ Cappuccini, de’ Canonici Regolari Lateranesi, e de’ Gesuiti. E di esse tutte, e di tutte lor opere di carità e di zelo basta dir che non pochi non le finirono che col lasciarvi la vita; il che fu di 26 Canonici Regolari; di 43 Cappuccini; e di diciotto Gesuiti. Di parecchi loro individui potrei fare spezial memoria; basti però, oltre il sullodato P. Gaultier, ricordare i due Gesuiti, Millet, direttore di due loro Congregazioni, e rinomato oratore, e il Lever, uomo di grande autorità, e dottrina.

E continuando al mio dire, piacemi di soggiugnere che nel mentre mancava agl’infermi [567]l’assistenza de’ confessori, mancò pur quella dei medici, parte morti dal contagio, e parte fuggiti dalla città. Soli due ne restarono in istato di agire, il Robert e l’Audon. Mantennesi il primo sano per tutto il tempo, che durò il contagio, malgrado che perduto avesse tutta la sua famiglia. Non così fu dell’altro, che morì in sul finir dell’Ottobre. Al Bertrand, testimonio oculare, come dicemmo, di tutta questa pestilenza, e scrittore il miglior ch’abbiasi d’essa, e da me in gran parte seguito, s’appiccò il contagio tre volte con tutta la sua famiglia, ma ne guarì. Maggior ne fu la mortalità de’ chirurghi. Venticinque ne perirono, fuggitine alcuni. Pur morirono quasi tutti i garzoni farmacisti con cinque de’ lor principali, o padroni, in sul principio del male; gli altri si salvaron fuggendone a tempo. E come addivenir suole ne’ trambusti delle città, alcuni giovandosi di quelle angustie, vendettero farmaci e droghe a più caro prezzo, cogliendo frutto e capitali dell’altrui disgrazie e desolazioni.

Sparso così e diffuso quell’incendio pestilenziale per tutta la città, non tardò molto ad inoltrarsi più lungi. Conciossiachè si diffuse nella contrada di Riva Nuova, che sta fuor di Marsiglia, separata a settentrione dal porto. [568]ed a levante da una porzione dell’arsenale, che or più non sussiste. Questa terra dominata dai freschi venti delle alpi, s’era conservata immune dal contagio sino al fine di Agosto per la vigilanza, e buona polizia sanitaria, sotto le ordinazioni del Commissario generale il cavalier Rose; ma essendo assai difficile lo impedire ogni comunicazione colla città, la peste quivi pure si apprese, operò colla medesima rapidità e violenza, che a Marsiglia; e vi fece pure di non poche stragi, ma non sì grandi come in quella, nè v’ebber luogo gli stessi disordini. Il detto cavalier Rose, uomo di molta energia e prudenza, e di gran perizia per le varie sue spedizioni, aveva già a tempo disposto ciò tutto, che occorrer potesse per gli opportuni provvedimenti degli ammalati, e per lo seppellimento de’ morti. Quindi la contrada dalla città la più lontana, la quale sembrava dover esser pur anco la più abbandonata, per la virtù di lui solo fu la meglio regolata, e più pronta, ed abbondantemente soccorsa. L’abbazia di s. Vettore, pur distante dalla città, dove trovansi le reliquie di più santi, e le ceneri di venerandi solitarj, ne fu preservata del tutto; e quivi solo fu la chiesa, in cui, senza interruzione, si continuò a celebrare i divini ufizi. L’abate [569]M. Matignon, uomo di molta pietà, vi profuse la sua liberalità, senza mai uscire dell’abazia, verso i poveri, e gli ammalati. Il che pur fatto aveva s. Teodoro, vescovo di Marsiglia, trovatosi nella medesima badìa, durante la peste di quella città nel 588 (l. c. f. 273).

Quelli, i quali, credendo trovar sicuro asilo contro il contagio, s’erano rifugiati colle loro famiglie entro barche, come s’è detto, formando quasi come una città galeggiante sul mare, ne andaron ben presto disingannati. Costretti essi a discendere in terra per fornirsi di vittuaglia, s’infettarono, e perirono ancor più miseramente degli altri, senza soccorsi, senza poter o fuggire, o trovare al proprio male nessun refrigerio. Per delirio altri gittavansi in mare, ed altri galeggiandovi, senza scampo, si brigavano poi di salvarsi. Deforme cosa era a vedere i brani di que’ cadaveri, smozzicati dai pesci che venivano di tratto in tratto gittati dall’onde sulla spiaggia. Sopra le già dette barche v’erano gli stessi orrori, la medesima desolazione, che nell’interno della città, perchè la cosa era venuta a tale, che non v’aveva sito, che sicuro fosse contro ai colpi di sì terribil flagello. Nè anche coloro fur salvi, i quali eransi accampati sotto le tende in aperta [570]campagna. Sia che il bisogno di sussistenze gli avesse obbligati a comunicare in luoghi, o con persone infette; sia che avessero già seco portato dalla città il tristo seme del morbo; certo è, che molti di loro, attaccati dalla contagione, perirono. Oltre di ciò la solitudine, in cui si ritrovavano, e la privazion di ogni cosa pur necessaria, rendevano lo stato loro ancora più deplorabile. Ma come descrivere la desolazione delle famiglie sparse nella campagna, allorchè il male obbligavale di rientrare in città? L’uno recavasi in collo un moribondo fanciullo; traevasi l’altro semivivo per le strade diserte; e chi in una, e chi in altra foggia, ma tutte miserabili e strane, mostrava agli atti ed al viso la paura, il cordoglio, l’angoscia, il desolamento della comune strage e rovina. Chi più dicesse eziandio, forse direbbe meno; dacchè le grandi sciagure più presto fanno ammutire, e istupidire pur anche, di quello che dire, o colorire.

Nel fatto poi del commercio di derrate e di commestibili tra il contado e la città, i villani, non così in folla, come erano usati di fare, da quello venivano ad essa; ma liberamente entrando ed uscendo per le porte, rimaste senza custodia, quei pochi, a’ quali dava il cuor di ciò [571]fare. Così i ricchi, e’ signori, ritiratisi alla campagna, avevano giornalmente, chi lor provvedesse dalla città le cose necessarie alla vita. Ed anche per queste ragioni il contagio fu portato nel territorio, e a poco a poco si sparse per li casali, per le borgate, ed in tutte quasi le ville. Ad onta delle precauzioni medesime, suggerite dallo stesso terror del contagio, e malgrado la distanza delle abitazioni, la malattia ebbe a un’incirca nel contado lo stesso sviluppo e progresso, che nella città avuto aveva. D’essa morirono da principio tutti i giardinieri de’ contorni, e d’una in altra si diffuse ben anco nelle più rimote contrade. Colà specialmente i malati provarono gli effetti crudeli del più assoluto abbandono, e del più barbaro e inuman trattamento. Venivano essi, dico i malati, rilegati nel luogo più rimoto non solo della casa, ma di esso il territorio, dove non altri testimoni avevano de’ lor patimenti, che, s’è lecito dire, gli uccelli dell’aria; i quali, cessando i consueti lor canti, sembravan mostrare di sentire pur essi pietà di tante sventure. Gl’infermi, che avevano ond’essere più d’altri amati, potevano eziandio sperare d’essere anche meno male trattati degli altri, collocandosi dentro di apposite capanne, vestite [572]de’ rami delle piante; le quali stettero pur troppo, coperte de’ loro frutti sin anche al principio del verno, per non esservi chi li cogliesse, e nè meno chi ardisse ad esse appressarsi.

Ma chi potrebbe, e a qual fine, annoverar più oltre le diverse condizioni, le attitudini, i modi, e le varie vicissitudini dolorose e mortali di tanti infelici? Tutto è detto, quando si dica, a por termine a questa mia descrizione, che la malattia e la morte in ispaventevole guisa da per tutto mietea le vite de’ ricchi, e de’ poveri, degl’idioti, e de’ sapienti, de’ fanciulli, e de’ vecchi miseramente. Più fatti, di circostanze e di forme diversi, ch’io soggiugnessi, a nulla più monterebbero, che a confermare, quanto io già mi proposi di far manifesto, ciò è che sia stata la peste di Marsiglia una delle più micidiali, e delle più miserande.

Ridotte le cose a tanta desolazione e rovina, gl’Intendenti della Sanità in quel fiero trambusto, a ripararne ulteriori maligni effetti, rivolsero le loro istanze ai Comandanti ed Uffiziali delle galere, pregandoli di volergli assistere coll’opera loro, e coi lor consigli, dacchè il buon ordine, ch’essi prescritto avevano, ed osservato nell’arsenale, e nelle galere medesime; e la felicità, onde per le loro [573]cure venne a buon termine il contagio, inspirava una giusta fidanza, che fu ben presto comprovata dai fatti. I cavalieri de Langeron, de la Roche, e de Levi, uffiziali superiori, accondiscesero alle istanze di que’ magistrati, ed intervennero alle loro sessioni. La prima cosa si ordinò di riparare le fosse, dove s’eran sepolti i cadaveri, le cui esalazioni mantenevano un insopportabil fetore, e pericoloso. Vi sì gittò sopra di nuova quantità di calce viva, coprendoli bene di terra. Dopo questa importante operazione si nominarono alcuni commissari per que’ quartieri, che non ne avevano, e in difetto di secolari, atti all’ufizio, si nominarono alcuni religiosi, come s’era fatto altra volta. Il celebrarsi de’ divini officj nelle chiese manteneva viva una pericolosa comunicazione fra gli abitanti, e fomentava la diffusion del contagio. Quindi si fece istanza a mons. vescovo, perchè se ne sospendesse interamente quel sacro esercizio; ed egli ordinò la chiusura di tutte le chiese. Altri regolamenti necessari ed utili si promulgarono; ma al loro adempimento convenne obbligarne il popolaccio, sempre inchinato ad abbandonarsi alla licenza, isbigottendo i malfattori, che dall’impunità, quasi inseparabile da ogni strana [574]perturbazione, erano incoraggiati al delitto. Si soddisfece a questi due obbietti, piantate le forche sulle pubbliche piazze. Quindi avvisarono doversi principalmente sgomberare le strade dei cadaveri, procurandone convenevole sepoltura. Come s’è detto, mancavano a quell’uficio i becchini, morti quasi tutti pur essi, nè al sostituirne valeva altezza di prezzo, giunto sino a 15, 20, e più franchi al giorno per ogni singulo. In tali e tante angustie si tornò ai Comandanti delle galere pregandoli di accordare per tal ufizio alcuni forzati, che furono in tutti venzei, promessagli la libertà, finita la peste. Ma a tutti questi nuovi beccamorti si apprese il contagio; il che pur fu d’altri, che ad essi furono sustituiti; e in otto dì si concedettero allo stesso fine 133 condannati delle galere, mortine ottanta pur in quegli otto dì. Cotesti, non accostumati alla spezie di quel lavoro, levavano i cadaveri senza alcuna precauzione; nè sapendo guidar cavalli, e vetture, ne le rompevano co’ respettivi attrecci, restandone i morti in sulle strade. Quindi per le vie disposersi soldati a piedi, e a cavallo per vigilare sulla condotta di quei becchini, accrescendo il numero de’ funebri carri col soccorso reciproco de’ più agiati cittadini. Votata appena [575]una piazza, e una strada, il dì appresso erano ancora piene di morti; e non di rado avveniva che si rovesciasser que’ carri, aventi più uomini semivivi. La lontananza delle fosse, ove dovevano esser riposti tutti que’ cadavari, era nuovo ostacolo per un sollecito sgombramento. Se n’erano aperte molte, ed ampie, ma, essendo fuori della città, molto tempo ne importava il trasporto. In tale imbarazzo varie ne furono le opinioni. Chi teneva doversi abbruciar i cadaveri nelle piazze; chi aprir fosse in tutte le strade; chi gittar viva calce sopra i morti, lasciandoli consumare, dove giacevano: chi in fine propose di giovarsi del più grande vascello del porto, disalberandolo e votandolo al tutto, quindi, riempiuto di cadaveri, e chiuso, lasciarlo colare a fondo lungi dalla città. Tutte queste proposte si rigettarono, adottatosi, non senza molta opposizione, di far aprire le chiese dei quartier più lontani dalle fosse, e di gittarvi nelle cave dei sepolcri tutti i rimasti insepolti d’in sulle strade, sovrapponendovi calce in copia. Si fece di più; si aprirono pur anche due gran fosse dalla parte della cattedrale. La celerità, colla quale si eseguirono queste pratiche, dava speranza di felice e di presto successo; ma la cosa andò altramente. Accresciutasi [576]la mortalità, se n’accrebbe l’orrore; e nuovi mezzi se ne tentarono. I Soprastanti al comando delle galere accordarono degli altri forzati. M. Moustier uno degli Intendenti della Sanità si pose alla testa de’ beccamorti egli medesimo, ordinandoli, incoraggiandoli, e persino accompagnandoli di luogo in luogo, donde più pronto si richiedea quell’uficio. Di questa sua lodevole pratica se ne avrebbe avuto quasi immediato il buon effetto; ma di 200 forzati, che si accordarono, soli dodici camparon la vita; il perchè con nuove istanze del Magistrato di Sanità e de’ più autorevoli cittadini, accorsi personalmente agl’Intendenti delle galere, se ne ottennero altri cento col di più di 40 soldati co’ loro bassi uffiziali. A questi, dico uffiziali e soldati, che fossero rimasti in vita, si convenne col pubblico, che si assegnassero giuste ricompense in danari e pensioni. Tutto quel numero si distribuì in quattro squadre, tre sotto uno degl’Intendenti, e la quarta sotto il cav. Rose. Per molta, che fosse l’efficacia, e lo zelo d’ognuno, non bastava esso alle molte pratiche, che occorreva di fare per provveder sussistenze agl’infermieri e agl’infermi, e tutte le altre cose occorrenti per tutta la città, in quella principalissima azienda. Il Presidente della [577]Provincia M. Bret vi si adoperò a questo fine e provvidamente. Fornì quell’afflitta città di paglia, granaglie, carni, calce, tele, legne, cavalli, danaro, e d’ogn’altra spezie di masserizie, viveri, ed artigiani. D’altra parte il Magistrato della Sanità, fece solenne voto, ordinando del pubblico erario l’applicazione di due mila franchi a sostegno delle orfanelle povere, raccolte nella Casa della Carità, fondata sotto il titolo di Nostra Donna del buon Soccorso.

Manifestatosi al Re il miserando stato di Marsiglia, nominò egli per Comandante supremo della città e del territorio il maresciallo di campo cav. di Langeron, capo squadra delle galere, uomo di tal merito, e di tale virtù, quale si conveniva in quelle circostanze. Il perchè sotto di lui nè pretesto, nè intrigo, nè accettazion di persone non v’ebber luogo. Tale condotta e tenore fecero ben presto cambiar aspetto alle cose; poichè ben egli conobbe la salute pubblica della città dipendere principalmente da tre cose, le quali erano il ristabilir il buon ordine, il dare un pronto e convenevol ricovero agli ammalati, e ‘l terminare lo sgombramento dei cadaveri. Per questo obbietto egli procurò il soccorso d’altro grosso numero di forzati per la nettezza delle [578]strade, e delle piazze. Quindi obbligò alcuni uomini del contado ad iscavare in città quattro fosse, già piene l’altre a ribocco. Il che, fattosi esatta e sollecitamente, diè a divedere, quanto importi al ben pubblico in sì gravi emergenti il pronto ordinare, e il pronto eseguire. Così si condusse in questa e in altre sue prescrizioni quel personaggio, che fu valoroso in guerra, e nella peste provvidentissimo. Sul finir del Settembre il contagio cominciò a declinare nella città; e quasi tutte le vie furon di cadaveri sgombre, tranne qualcuno gittatovi la notte. Così fu fatto de’ cenci, e d’altre immondezze, non levate per la mancanza de’ villani dalla città. Era questa divenuta quasi una pozzanghera per lo pantano restatovi dal tempo innanzi.

Ciò tutto, ed altre cose assai ordinò quell’avveduto ministro della provvidenza; le quali si possono leggere minutamente descritte nelle allegate storie; e perciò credo soverchio di più riferirle, ricordando solo che seppe egli riparare ad un tempo alle miserie della carestia e della peste, a quella provvedendo colla copia delle biade, e di questa compiendo, qual che si fosse, lo spedale detto du jeu de Mail, e l’altro erigendo detto della Carità. Alle sue [579]cure si aggiunse la liberalità, e la saggezza del Duca d’Orleans, allora Reggente, perchè il meglio che si potesse, ritornasse Marsiglia al buon ordine naturale e civile.

Si ordinò da lui il pagamento di considerevole somma per provvedere il carname agl’indigenti, prescritto più altri soccorsi alle provincie del regno per lo sollievo de’ miseri Marsigliesi. Si fornì pur la città de’ medici, M. Pons di Pezenas, e M. Bouthillier di Montpellier coi chirurghi Moutet, e Rabaton. Ad ognun d’essi accordato fu lo stipendio, da esso loro richiesto; al primo di sei mille franchi il mese, e una pension di tre mila, durante la vita di lui, della moglie, e de’ suoi figliuoli; al secondo di mille soltanto, che di più non ne aveva chiesta, ed una pensione a vita di se, di sua moglie, e’ figliuoli; a’ chirurghi di tre mila al mese, oltre le spese del viaggio, e del mantenimento loro in Marsiglia. In Aix se ne firmarono le condizioni. Da queste si può ben riconoscere di qual prezzo siano i servigi dei medici in tempo di peste, e qual considerazione meritano quelli, che mirando generosamente alla salute pubblica, si dedicano in sì gravi calamità senza viste venali all’assistenza dei loro simili.

[580]
Giunti que’ medici a Marsiglia nel Settembre, e datisi all’esercizio de’ respettivi loro uficj, fur sopraggiunti dai due Professori di medicina Chycoineau, e Vorny, e dal chirurgo Soulier, stati in contumacia ad Aix, e che d’ordine della Corte dovettero ritornar a Marsiglia. Da Montpellier furonvi pure spediti il professore di medicina Deidier, e il chirurgo Fiobesse, con altri medici e chirurghi giovani, inviativi a pari tempo da Parigi, e dalle circostanti provincie.

Sol nell’Ottobre di quell’anno fu al tutto ordinata, e regolarmente condotta quell’azienda; e a sostenerla versarono i facoltosi di grandi somme in mano de’ parrochi, e d’altri sacerdoti, che sapevano con carità e con giustizia distribuirle ai più bisognosi. Singolare fu la condotta di monsignore il vescovo, il quale nè per lunghezza di tempo, nè per gravità di mali, nè per diversità di bisogni non cessò mai di largamente soccorrere, consolare, ammonire, e confortare infermi, moribondi, desolati, e mendici. Secondarono pure la liberalità e carità di lui, dico di M. Belzunce, parecchi prelati del regno; tra’ quali M. Law si distinse, inviandogli da dispensare 100 mila franchi. Il Sommo Gerarca della terra, il dignissimo [581]Vicario di Cristo, Clemente XI accompagnò una sua Bolla d’Indulgenze, a chi cooperava alla salute temporale e spirituale degli appestati, colla giunta di tremila some di Biade. Queste pie largizioni, fatte dai ministri evangelici, furono accompagnate da quelle de’ regj uficiali. I Ricevitori generali offrirono al consiglio del Re gratuita, e anticipatamente un prestito di tre millioni di franchi da pagarsi in dieci mesi, 300 mila lire per mese. Questa somma doveva impiegarsi nel provveder granaglie. Allo stesso modo e fino 100 mila lire offerse M. de Senozan, e 200 mila il cav. Bernard. Soggiungo a pubblica norma le istruzioni, date per la distribuzione e l’uso di queste somme[41].

[582]
Ora è a toccar leggiermente alcuna cosa sullo spavento, in che pose le genti de’ Paesi vicini il contagio. Ogni Prefetto delle circostanti provincie levò tutte le comunicazioni con Marsiglia e col suo territorio. Il perchè ogni città veniva a formare una popolazione da se. Le genti vegliavan dì e notte sull’armi, guardando gelosamente i respettivi loro confini, Quindi la Francia tutta presentava l’aspetto spaventevole di una guerra civile: tanta era la desolazione, il sospetto, la diffidenza. Il Reggente, vedendo ragione di far cessare uno stato sì desolante che rovinava il commercio l’agricoltura e l’industria, e di porre argine a tanti mali, prescrisse e ordinò tali forme da osservarsi ai popoli, le quali a pari tempo mantenesser tra loro il reciproco esercizio de’ ministeri e dell’arti, dell’agricoltura e del commercio, e la sicurezza, e la guarentia delle persone da nuova infezione e rovina. Ammansatasi sul finir del settembre la fierezza del male, qualcheduno, della poca gente, rimasta nelle case, come suole avvenire in sì luttuose catastrofi, da necessità spinto, e forse non ancor ben risanato, si fe’ ad uscire sulle desolate e solitarie vie di Marsiglia. Nè qui è a ridire, come a poco a poco o l’uno o l’altro [583]di quelli, che avventuratamente campato aveano la vita, si facesser tra loro scambievolmente a parlar cose da se o da’ suoi, già trapassati, sofferte miseramente. Natura poi di questo male si fosse, o più presto opinione avventuratamente seguita, che in chi campato ne fosse, più non si riproducesse suo tristo germe; ne venne, che, rassicurati, si dessero briga i già risanati di provvedere alle bisogne degl’infermi pur anco. Il che eseguivano co’ più manifesti segni di carità, eziandio mossi dall’amor della patria e de’ lor congiunti; perchè abbandonati gl’infermi non vi continuasse infierire quel micidial morbo. Seguitamente all’entrar dell’Ottobre sì per lo menomar degli ardori, e sì per lo miglior ordinare delle cose riguardo all’andamento politico, e al purgamento delle strade, come ancora per il provvedimento de’ cibi più salutari e copiosi, il contagio si minorò d’assai, e per tal modo che il comunicar delle persone intra loro non era più cotanto pericoloso, e vi aveva ragion di sperare essere alla fine pervenuti a estirpare da quella terra, stata cotanto travagliata, e infelice ogni reo seme pestilenziale. E se ripullulava in alcuno, la natura sua era affatto leggiera e benigna, a tal che gli attaccati per ordinario [584]non erano impediti nemmeno dal continuare ad attendere alle ordinarie loro facende. Non segni esterni apparivano, o risolvevansi in pochi giorni felicemente. Il perchè ogni specie di medicine, e di medicanti divenne in poco di tempo al tutto soverchia, bastando al guarire il saluberrimo farmaco della natura. Della peste quasi non s’aveva più orrore; se non che molta cautela, figlia della prudenza, e in parte ancor del timore, tuttavia osservavano i cittadini in usando tra loro. Quindi s’introdusse il costume di portare certi lunghi bastoni, che dicevansi Batons de Saint Roch, per tenersi lontani l’uno dall’altro, e principalmente a cacciarne i cani, credutosi ch’essi ritenesser la peste. Dal contado poscia ripararono alla città quelli, che se n’erano allontanati, non senza orrore mirandovi l’eccidio restatovi del passato malore. E in questo mezzo la peste verso la fine d’Ottobre parve fosse terminata al tutto, essendo passati alcuni giorni senza che alcun s’infermasse. Dissi, parve; perchè il dì primo Novembre caddero nuovi malati nella contrada di s. Ferreol. Questa era abitata da ricche persone, le ultime, che n’erano andate infette; ma pur ciò in breve scomparve. Nell’Ottobre s’erano accolti agli ospitali della [585]Carità, e del Jeu de Mail 867 malati; e ne morirono 465; nel Novembre 455, mortine 287, e 94 ne uscirono risanati; nessun nell’Ottobre. Nella città scemando così la malignità del morbo, andavasi ripullulando qua e là nel contado. Crescendovi il numero degli appestati e de’ morti, per l’avidità degli eredi, ch’erano impazienti d’usar delle cose state tocche o usate dagli appestati, il contagio ne riceveva più funesto alimento. E questo pur toccò ai ladri della città, che ve ne aveva più assai, che non si sarebbe giammai creduto. I servitori, i famigli, ed anche i forzati, de’ quali 691 erano stati conceduti dal 20 Agosto al 3 Novembre, vieppeggio concorsero a questa nuova spezie di desolazione. Imperciocchè questa razza di gente rapinatrice non guardava a ragioni di sangue, di sesso, di età, di uficio, di condizione; ma dove giugneva tra’ morti e semivivi, talora anco al tutto uccidendogli, essi e le case loro ne spogliavano barbaramente. Così il popolo abbandonavasi a pari tempo ad ogni eccesso di licenza, e di dissolutezza. La prudenza e la fortezza del Comandante ne seppe ogni avvelenato colpo ribattere felicemente. Prigioni aperte, e pene incusse ai malfattori repressero la malnata licenza. Il patibolo ne fu la più efficace [586]medicina di tanto male. Poscia a ristabilir l’ordine civile s’istituì un Commissario, che registrasse effetti e mobili, e un Tesoriere da custodire e mantenere i danari, trovati presso i morti senza eredi. Assai matrimonj poi ne succedettero, ma cagion pur furono essi che la peste ne dovesse ripullulare. Nel che è da notare l’eccesso, o abuso che fosse per questa parte, che apertesi le chiese, principalmente per questo obbietto, in 24 ore si trattavano e conchiudevansi comunemente. La qual cosa ho soggiunto, come notabile circostanza od effetto di quella e di altre pestilenze; per modo che, stante sì grande affluenza di matrimonj, sarebbesi in poco tempo ripopolata Marsiglia, quale era in prima, se il periodo di gravidanza avesse potuto abbreviarsi. Quindi si riparò al disordine del troppo concorso de’ villici alla città, non permettendosene l’ingresso, che a quelli, ch’eran muniti da cartello della Sanità, il quale accertasse, da oltre a 40 dì non esser più segno di peste in quel luogo, dond’essi eran partiti. All’affare de’ matrimonj si provvide pur anco, mediante attestato, a chi voleva maritarsi, di non esser punto infermo, ma di trovarsi pur sano compiutamente. Il che importò a’ medici più briga, [587]che non fosse quella di visitar gli ammalati. Finì la peste col finir del Novembre, restatone qualche segnale in contado. Quivi, diviso questo in quattro parti, rivolsero i medici le loro cure, andandone ogni dì a quelle contrade, che gli fossero toccate a sorte. Nel Dicembre non s’avevano in città, che cinque o sei malati per settimana, qualcheduno di più alla campagna, dove al solstizio d’inverno si menomò per modo, che nel Febbrajo soli 45 se ne portaron di là al civico spedale, de’ quali ne guarì la metà incirca.

A rimettere in Marsiglia il commercio di prima, e con esso pur il ritorno de’ negozianti, e de’ forestieri pubblicò il Superior Comandante, che la città ne sarebbe al tutto purgata da ogni reliquia d’infezione, e restituita alla prima salubrità. Detto fatto. Sì segnaron di croce rossa le case state infette; si deputò ad ogni quartiere un Commissario, dettosi dell’espurgo; dipendendo ognun d’essi da un general Commissario, ed avente sotto di se famigli e sergenti, a’ quali ordinare gli ufici tutti e le parti di lor mestiere; ma guardati pur essi da un deputato Ispettore. Entravan essi nelle case de’ morti appestati; ne gittavan fuori le masserizie, utili a conservarsi, perchè si consegnassero [588]al pubblico lavatojo; tutto ciò che non meritava di riserbarsi, abbruciavano immantinente. Quindi si passò ai suffumigi nelle stanze, diversi per materia e per modo; conciossiachè altri facevansi d’erbe aromatiche; altri di polvere da cannone, ed altri d’arsenico, e di droghe parecchie, com’era costume antico di far in quel Lazzeretto. L’arsenico poi fu proibito da M. Chirac. Ciò eseguito, davasi alle muraglie due o tre strati di calce, e così ai pavimenti, sì in città, e sì nelle case del contado. Al purgare i bastimenti del porto si durò più difficoltà, dovutosi trasportare le mercanzie del lor carico nell’isole più vicine, e quivi darle alla ventilazione, come si fece delle rimaste ne’ fondachi e nelle case. Ma nelle chiese, obbietto il più gravissimo, si deliberò suggellarne con ferri ogni sepolcro, stato riempiuto di cadaveri degli appestati, stuccatane prima ben bene ogni fessura con cemento della più dura tempra. Si passò al fine a cercare con ogni diligenza stanze, cantine, e tutti i ripostigli più segreti per trovarne le rubate masserizie, e suppelletili, che vi fossero state nascoste.

Mentre queste cose operavansi salutarmente, si riaccesero alcune scintille contagiose; perchè [589]ne cadder malate in città 128 persone, e 67 in campagna. Otto soltanto ne moriron di quelle, e di queste sole dieci ne camparono; e ciò tutto nel civico spedale. A prevenirne ogni ulteriore accidente si prescrisse il notificare chiunque si trovasse ancora offeso da qualche rimasuglio del morbo, offerendo ai poveri d’essere mantenuti allo spedale dalle ragioni del pubblico, e a’ ricchi di potersi intrattenere a curarsi nelle respettive lor case. Il perchè ognun di buon grado secondò quelle misure, che ne produssero poi buon effetto. Ciò non pertanto nell’Aprile dell’anno susseguente di diciannove appestati novellamente ne morirono tredici allo spedale; e soli otto di sessantacinque del territorio ne son guariti. Questo andamento riconfortò il popolo, e tanto, che il dì di Pasqua, non si ritenne dal gittar a terra le porte delle chiese per celebrarvi i divini ufizi; e ciò fu in città. Prova sicura poi fu, che il malore era giunto al suo fine, il veder ricomparire e tornare in volta le malattie comuni, e ordinarie, ch’erano sparite, durante il contagio. Colla primavera tornò il sereno e la calma; riavutasi la natura dal rigore della stagione e dagli orrori della peste. Le arti, le discipline, i costumi, e le usanze religiose [590]e civili ripresero allora felicemente il lor corso.

Dopo le quali cose non mi pare inutile il notare, che, trovatesi a Marsiglia mercanzie del valore d’oltre quindici milioni, compresi quattro mila quintali di lana, ancorchè non sì esattamente ventilate, prima che la peste cessato avesse dei tutto; pure, passate per luoghi e per mani parecchie, non ne recarono nessun danno. Di 90 mila persone, ond’era popolata Marsiglia, ne perì da 40 mila; e dieci mila in contado.

Ora per quello, che risguarda la medicina, il dott. Bertrand ne distinse quel contagio in benigno, e in maligno. Que’ del contagio benigno comunemente guarivan da se, e senza soccorsi dell’arte, fra quattro o cinque giorni, sciogliendosi la malattia con mite diarréa, o con sudore, cagionato da leggiero emetico, o con pronta e convenevole suppurazion dei buboni, o parimente con facile risoluzione, e senza molestia, od altra sensibile alterazione nell’armonia delle funzioni. Pochi per altro furono i guariti di questa foggia. Ma il contagio maligno, che fu il più comune, sotto parecchie e diverse forme si appalesava. Talora uccideva improvviso, senza sintoma, che gli precorresse, e [591]talor con violenti sintomi dopo le sei, le otto, le dieci, o al più le ventiquattro ore; ma dei più tra ‘l secondo o il terzo giorno. In questi o non comparivan buboni, nè carbonchi, nè pustole, o queste eruzioni non erano mai complete. E così in essi, come in quelli, che morivano in sulle prime ventiquattro ore, coprivasi tutto il corpo di petecchie, eruzione infruttuosa sopra d’ogni altra, e la più sicura di vicina morte.

Qualche speranza di guarigione era ne’ malati, che oltrepassavano il terzo dì, principalmente se circa quel tempo spiegavansi in essi i buboni, i carbonchi, o qualche altra favorevole eruzione; e se questa sussisteva nel quinto, o nel sesto giorno, sicura se n’avea la salute dei più. Così morte sicura susseguitava in quelli, ne’ quali i buboni, o i carbonchi, s’appassivano, o risolvevansi, gli esentemi scomparivano, sussistendo la violenza de’ sintomi.

Alcuni morivano dopo una calma troppo lusinghiera e fallace, senza dolori, senza agitazione, con polsi naturali, e non lagnandosi d’altro che di abbattimento, e spossamento straordinario di forze. In questi si notò, che in mezzo a tale ingannatrice tranquillità avevano gli occhi quasi come scintillanti, truce lo sguardo [592]e smarrito, e non altramente che quello degl’idrofobi. Questa disposizione, o, dirò così, attitudine degli occhi, ben conosciuta a chi si trovò in mezzo alla peste, scoprivasi manifesta sino alla distanza di trenta passi; ed era sempre tristissimo indizio. Così d’altri malati avveniva, dopo ch’erano in loro al tutto cessati i più violenti sintomi, e dopo che accusavano di sentirsi meglio, bene, e perfettamente, morivano la stessa notte, o il dì seguente, senza che si potesse intendere la cagione di sì strano effetto.

Quando la malattia terminava felicemente, per l’ordinario cessava del tutto la febbre all’ottavo, al nono, o al più tardi all’undecimo giorno. Se si protraeva oltre questo termine, ciò era dipendente dalla sussistenza di qualche sintoma, che richiedeva una cura particolare. Freschezza di età, fior di forze, vigore di temperamento rendevano più violenta la peste, e più agevol la morte; e l’età minore, ed il sesso femminile, e la tempera gracile e debole ne agevolavano l’appiccarsi del male. Quindi i fanciulli e le donne furon sempre i primi nelle famiglie, ad esser presi da questa rea pestilenza; e le donne incinte principalmente; morte quasi tutte. Essa però non risparmiò alcuno: [593]ai bambini, ai giovani, ai vecchi indistintamente s’è appresa. La decrepitezza sola fra l’altre età ne andò illesa.

La malattia era il più delle volte preceduta da inappetenza, nausea, vertigini, debolezza e dolori delle gambe. Talvolta assaliva improvviso, e senza molestia precedente.

Spiegavasi essa poi quasi costantemente con leggieri brividi, con mal di cuore, o molesta pressura alla regione epigastrica, con nausea, vomito, dolor di capo, vertigini, sbalordimento, e simili. Ai brividi ne succedeva il più delle volte assai viva la febbre con calore acre ed urente. Picciola febbre talora spiegavasi che poi s’aumentava. La violenza del male rispondea quasi sempre a quella de’ sintomi, co’ quali s’annunziava; e perciò assai grave soleva essere la malattia, allorchè gravi erano i sintomi, che si manifestavano nel suo principio. All’incontro se discreti erano i sintomi, coi quali cominciava, ciò era sempre di buon augurio per il malato.

I sintomi della malattia eran generalmente quelli delle febbri maligne nervose o tifiche; ma le più volte portati al più alto grado di violenza e d’intensità; e tali non di rado fin dal principio del male: cioè, abbattimento, [594]disperazione della salute, agitazione estrema, nausea, vomiti, dolori, senso di molestia alla regione epigastrica, oppressione, sincopi, diarrea, emorragie, sopore, letargo, o delirio furioso; e questi ultimi fenomeni erano i più comuni, e non terminavano per ordinario che con la morte. Convulsioni rare volte comparivano. Soltanto vidersi in quelli, ne’ quali nessuna eruzione erasi ancora manifestata; o queste eruzioni erano in essi assai deboli e languide. Talora il male assumeva l’aspetto di febbre intermittente. Appalesavasi con freddo alle estremità, che durava quattro o cinque ore, e ritornava ogni giorno alla medesima ora. Al freddo seguitava un forte calore con sintomi perniciosi; sì che in sul secondo accesso o in sul terzo l’ammalato moriva. Vermini in copia si scaricavano dagl’infermi nel primo stadio del morbo, e nel principiar del secondo, e ciò sì per vomito e sì per secesso, più d’ogn’altro fanciulli e donne: fenomeno, che, come s’è detto, trasse i Magistrati nella falsa credenza che la malattia altro non fosse che una febbre cagionata dalla miseria e dai cattivi alimenti. La lingua in quasi tutti i malati mostravasi coperta d una pania biancastra, solo in alcuni rarissimi casi nericcia. Questo segnale [595]considerevole si osservava anco in quelli, la cui febbre era mite e leggiera. Nessun particolare offerivano gli escrementi, e nè anche troppo acuto era il fetore, anzi minor che non soglia aversi nelle ordinarie febbri. Naturali le orine, salvochè nella lor superficie formavan sovente una pellicella oleosa, qual’è appunto in quelle degli offesi da tabe. Rossigne erano pur talora nel primo giorno, e poi facevansi anche più cariche, e alcuna volta sanguigne. L’odore, che usciva dagli ammalati, non era da prima ributtante. Appresso qualche giorno la traspirazione degl’infermi spargeva un certo odore particolare dolcigno, nauseoso, senza esser nè fetido, nè troppo forte. E tale il rendevano pur le cose, usate da loro o state nelle loro stanze; nè ‘l perdevano, se non dopo qualche tempo, e lavate in acqua bollente, od esposte a lunga ventilazione. La diarrea, tra le altre spezie di evacuazione, in questo morbo fu sempre la più funesta, dove non fosse moderata e spontanea. All’andar d’essa, due o tre volte al dì, ne conseguitò in alcuno la guarigione; non così allorchè era più frequente, o eccitata dai purganti. L’emorragie sono state egualmente funeste; meno qualche rarissimo caso. Il sudor naturale, nei primi [596]giorni del morbo, o dopo un leggiero emetico, e in istato di calma fu assai salutare: altramente era di quello, procurato dai rimedj, sovente fallace e sempre aumentatore d’irritazione e di febbre. In una parola da quello il mal s’arrestava, e vincevasi non di rado; viceversa da questo. I buboni comparivano alle inguinaglie e sotto le ascelle. Quelli degl’inguini attaccavano le glandule della parte superior della coscia, al disopra degl’inguini. Quando sopravvenivano queste eruzioni nello scoppiar del male erano inutili al tutto; viceversa se comparivan nel secondo o nel terzo giorno, propizj solean riguardarsi, anzi critiche erano esse talvolta, calmando la febbre a misura dell’ingrandir dei buboni; e di più felice pronostico, quanto le dette eruzioni, fossero state, per dir così, più animate e più vive. Terminata la febbre, assai di rado apparivan buboni o tumori. Sopravvenivano altresì tumori al collo e parotidi; ma i tumori del collo e le parotidi, massime le doppie, mortali furon quasi sempre; e ‘l morire de’ più era per soffocamento senz’altro. I buboni non si potevano condurre quasi mai a suppurazione nel primo o nel secondo periodo del morbo; il che succedea di leggieri nel suo declinare, anche [597]usatosi lo stesso metodo e i rimedj di prima. Risolti e spariti i buboni, nelle urine di alcuni osservavasi del pus frammischiato, per più giorni seguitamente.

L’eruzion di pustole e di carbonchi, e specialmente più d’uno, giovava in ogni stadio del male. Manifestavansi, dico, i carbonchi, simili agli antraci, e in ogni parte del corpo, o in principio, o in progresso della malattia, sovente sopra i buboni; e per lo più con sollievo degli ammalati; ma quei del collo, assai spesso con loro danno e mortali.

Le pustole si facevano, quasi come altrettanti piccioli furuncoli o bottoni, della forma d’un pan di zucchero, rosse alla base, acuminate e con un punto bianco alla cima. Quel biancume o punta bianca disseccavasi, in poche ore facendosi nero; il tumore estendevasi, si facea meno il rossore, e si formava una durezza all’intorno del tumore. Assai dolore importavano quelle pustole, e un’escara, quale i carbonchi; e comparivano in principio e in progresso del male. Ma nel suo declinare prevenivan esse l’accesso febbrile ed ogni sentor di dolore. Di tristissimo fine era segno l’uscir loro sulle parotidi e in su’ buboni.

[598]
Dalla sezion de’ cadaveri non si riconobbe particolarità, che natura e cagion del male ne appalesasse. Tutto in istato naturale in alcuni appariva; e in alcuni qualche leggier segno d’infiammagione alle viscere del basso ventre; il che forse era effetto dell’ultime violenze del male.

Il pronostico poi di questa malattia, come si fa all’incirca negli altri mali, fondavasi sopra i sintomi, che l’accompagnavano, sopra lo stato de’ polsi, e degli esantemi. Sintomi violenti importavano morte quasi sicura; come altresì era quasi impossibile che un malato si salvasse senza qualche critica eruzione. Quelli dal polso buono, espanso, forte, eguale, regolare, costante, potevano nudrire speranza di salute, soccorsi opportunamente. Per contrario quelli dal polso picciolo, debole, irregolare, frequente, ne avevano forte a temere, ad onta che leggiero all’aspetto apparisce il male, e favorevoli eruzioni comparissero.

Di mezzo a tante varie forme e bizzarre, e alla diversa qualità e forza de’ sintomi, che accompagnavano la malattia, non si potè adottare un trattamento curativo uniforme. Si usarono le sanguigne, i leggieri purgativi, gli emetici, i blandi narcotici, ed i più blandi [599]sudoriferi. Il trattamento curativo esterno fu pur semplice e mite.

La sanguigna in generale non doveva essere nè abbondante, nè ripetuta; così il purgante conveniva che fosse sempre blando e leggiero. Nè l’una, nè l’altro erano indicati, quando le eruzioni erano vigorose ed inoltrate. Il tempo, in cui queste evacuazioni meglio convenivano, era il primo giorno della malattia. Quando il polso era pieno, forte, elevato, violento il dolor di testa, cominciavasi la cura dal cavar sei once di sangue, più o meno, giusta la forza del polso, l’età, ed il temperamento dell’ammalato; e di rado aveavi uopo a ripetere il salasso. Ma se all’infermo dopo il primo salasso succedeano nausea od altre sì fatte cose, faceasi uso di un emetico. In corpo robusto e pieno preferivasi il tartaro stibiato; in un debole macilente o delicato l’ipecacuana; ma sì l’un che l’altro rimedio in dose moderatissima. Se dall’emetico non altro aveasi, che l’eccitarsi del vomito senza promuovere soccorrenza del ventre, finita l’azione, prescriveasi tosto leggiero purgante, o per lo meno un clistere. Quando il polso non era nè pieno, nè elevato, giovava l’astenersi dal salasso, e cominciavasi dall’emetico, per poco che fosse [600]indicato; sempre però in picciola dose. Se poi il corpo da curare era pieno, e conoscevasi avervi alle prime vie molto di sabura, se gli usava un purgante, mite però e leggiero, e a riprese, onde poternelo sospendere, caso che l’evacuare fosse bastato al bisogno. Ciò era dopo tre scarichi al più, già riconosciutosi che nè febbre, nè sintomi si scemavano per violenti purganti, nè per copiose evacuazioni, che anzi ne affrettavan essi la morte. Il rabarbaro, i tamarindi, la cassia, la manna, il sciloppo rosato e simili erano i purganti, che si usavano. Della sena non se n’ebbe mai buon effetto. In corso di malattia rarissime volte avvenne ragion di purgare. Se le prime evacuazioni importavan nell’ammalato abbattimento di forze, debolezza, e depressione de’ polsi, se ne procurava il ristoro e ‘l rinforzamento con leggieri eccitanti, unitovi spesso un po’ di diascordio a fine di calmare l’effetto del purgante.

Avveniva talora che dopo l’operazion dell’emetico o del purgante il polso si facesse più rianimato, più elevato e forte, e più gagliarda la febbre; ed in tal caso, essendovi delirio, o sopore, o accrescimento del dolore di testa, si usava di un secondo salasso, d’ordinario dal piede; facendo prendere contemporaneamente [601]all’ammalato delle semplici emulsioni, od altri così detti temperanti ed ammollienti; e ciò con assai precauzione, per tema di troppo rilassamento, dovendosi guardar sempre l’infermo contro la diarrea. Che se non mostravasi l’indicazione nè del purgante nè dell’emetico, conveniva star attentamente osservando l’andamento della natura, sullo stato del polso, sul grado della febbre, ec., per minorarne l’eccitamento, se fosse stato troppo forte, e tale da impedirne la separazione del pestifero veleno. Ciò procuravasi con bevande diluenti e temperanti, con tisane, cogli acidi dilungati con l’acqua panata, ch’era la bevanda ordinaria de’ malati, e quella, che veniva da essi meglio sofferta delle altre. Per l’opposito se il polso indicava debolezza e lentore, conveniva ristorare le vitalità e sostenere le forze col mezzo de’ blandi eccitanti, dei così detti alessiteri, fino a che comparivano alla cute le propizie eruzioni. Quindi importava pur anche il non trascurar tutto ciò d’onde una lodevole suppurazione dei buboni e delle altre eruzioni summenzionate ottenere potevasi.

I forti narcotici avevano le stesse funeste conseguenze, che i violenti purganti. Sì gli uni che gli altri precipitavano l’ammalato in uno stato [602]di debolezza tale da non potersi riavere più mai; ovvero producevano un mortale assopimento. Usati principalmente nel principio del male, intrattenevano la sortita delle eruzioni, ed affrettavano i sintomi mortali. Ne’ soli casi di violente agitazioni fu di qualche giovamento l’uso di leggieri narcotici, e in picciola dose. Il diascordio mescolato cogli assorbenti die’ buon effetto nelle diarree. Dannoso si riconobbe l’usar degli oppiati nei vomiti violenti; e ciò per l’abbattimento e la debolezza, che ne conseguitavano. Il perchè si usava in vece la pozione antiemetica, sì come dicesi, ossia il sugo di limone con alcuni grani di sale d’assenzio, e qualche diluente eziandio.

Giovava non affrettarsi troppo nell’arrestare il vomito; giacchè osservavasi che, arrestato il vomito con troppa fretta, spesse volte sopravvenivano dolori acerbi e laceranti, ed un ardore, che abbruciava le viscere de’ poveri malati e li tormentava fino agli ultimi istanti della vita.

I così detti cardiaci non facevano che aumentare l’irritamento, ed in conseguenza rendere più violento e pericoloso lo stato del malato.

I sudoriferi blandi furon riconosciuti li rimedj [603]più convenienti. A tal fine usavasi l’acqua di cardo santo, la polvere viperina, quella di giglio ed altre sì fatte spezie di rimedj. Nè da cardiaci forti, nè da alessifarmaci di troppa virtù se n’ebbe mai buon effetto. Anzi danno se n’ebbe da simili rimedj, e da altri specifici, ordinati da’ medici d’alta riputazione, e in gran numero spediti a Marsiglia da Parigi e da varie altre città della Francia.

L’oppressione, che accompagnava la malattia, succedeva ordinariamente o da soppresso sudore, o da scomparse eruzioni. Il perchè conosciutosi niente essere più giovevole del sudore, nè più pernicioso del freddo, si soleva, secondo la stagione, ben coprire gl’infermi; e per questi riguardi salvaronsi quanti ebbero a poter mantenere, durante la malattia, la blanda traspirazione, che in lor si produsse.

Il governo del vivere fu vario secondo l’indole, il grado e l’andamento della malattia, e secondo le differenti circostanze. In generale s’è riconosciuto meglio convenire quello, che nelle malattie acute è indicato.

Semplice e blanda ne fu come l’interna, così l’esterna cura. Ai buboni in istato d’infiammazione applicavasi cataplasmi ammollienti di pane e latte, o di erbe ammollienti. A [604]que’, che in tale stato non erano, bastava il semplice empiastro Diachilon, od altro simile. A que’, ch’eran maturi, davasi luogo alla suppurazione, aprendoli colla lancetta, ed apponendovi talora il caustico anche nel corso d’essa. L’applicazione del caustico usavasi specialmente co’ buboni duri e senza rossore. Dopo aperto il tumore od applicato il caustico, procuravasi una pronta suppurazione col mezzo o del digestivo semplice, o cogli unguenti basilicon, diapalma, di altea, col balsamo di arceo, e simili. Questi rimedj bastavano fino alla cicatrizzazione della piaga. Lo schiantare od estirpare le glandule fu metodo, che, oltre la sua asprezza, riescì piuttosto dannoso, che utile.

Nei carbonchi, a fine d’impedire la gonfiezza e infiammazione, che ordinariamente cagionavano alla parte, vi si applicava il cataplasma anodino di mollica di pane col latte, e si usavano le incisioni in alcuni a croce, e in altri a cerchio, e in taluni scarificando tutto all’intorno dell’escara; e questo era il metodo il men doloroso e ‘l più mite. Staccata l’escara, vi si applicavano i summenzionati supporanti.

Quasi lo stesso metodo si osservava colle pustole carbonchiose, bastando per esse, che non [605]fossero molto considerevoli, gli unguenti sovrallegati a staccarne l’escara, e a promuoverne la suppurazione fino al compiuto loro guarimento. Ma allorchè la superficie della pustola era larga e dura, e l’escara grande, se l’incideva a croce, frapponendo all’incisione un picciol caustico, se straordinaria n’era la durezza; continuando poscia la cura col metodo ordinario. Si osservò non convenire alle dette pustole nè lavacro, nè bagnatura. I liquori spiritosi le irritavano; le decozioni lenienti le rilassavano di troppo e facevan crescere delle carni bavose; i rimedj così detti vulnerarj e balsamici producevano alcune volte l’uno e l’altro di questi effetti; a meno che però le ulceri non si fossero degenerate, dovendo in allora trattarsi col metodo ordinario. Pur il vino disseccava la piaga, e sopprimeva la suppurazione, la quale conveniva mantenere aperta al più che si poteva, o almeno da trenta o quaranta dì, onde impedirne le ricadute, ed ogni altra dannosa conseguenza.

A mantenere lunga la detta suppurazione facevansi larghe fenditure o col ferro o col caustico. Se a queste piaghe sopraggiungeva qualche particolar accidente, vale a dire seni, depositi, infiammazioni, gangrene, carni bavose, [606]etc., tutto ciò trattavasi cogli ordinarj metodi, e co’ rimedj i più semplici, e senzachè vi fosse bisogno di usar rimedj particolari; provatosi che coteste particolarità servono il più delle volte non ad alleviarne gl’infermi, ma ad arricchirne i ciarlatani dispensatori.

Ciò non pertanto in tal’occasione salì in molto credito come preservativo di peste quell’aceto aromatico, che dicesi dei quattro ladri[42].

Nulla v’era di sicuro e di determinato sul [607]tempo, ch’era mestieri allo sviluppo del veleno contagioso, appiccatosi alla persona; conciossiachè in alcune più presto, e in alcune si sviluppava più tardi, secondo la diversa disposizione della fisica costituzion loro, e secondo il diverso concorso delle cagioni esterne. In alcune quasi all’istante; in altre nel giorno stesso o nel seguente (il che più spesso accadeva); in altre si sviluppava dopo tre, quattro, o sei giorni; in altre più tardi, e in taluno eziandio in sui trentacinque giorni, termine il più lungo che siasi osservato.

Queste sono le osservazioni pratiche che il Dott. Bertrand fece in mezzo alle stragi della peste di Marsiglia. Dalla sua storia però e dalle relazioni d’altri scrittori si ricava che molti più ammalati non ebbero nessuna cura, e parecchi eziandio furon trattati coi metodi empirici solamente, e senza profitto. (Bertrand, Rélation historique de la Peste de Marseille; Picary, Journal abrégé de ce qui s’est passé en la ville de Marseille, pendant le Peste, tiré du Mémorial de la Chambre du Conseil de l’Hôtel de la Ville; Papon, de la Peste T. I.; Discours sur ce qui s’est passé de plus considerable a Marseille, pendant la contagion, ec.)

[608]
In Marsiglia la peste si propagò in parecchie Città vicine e specialmente ad Aix, a Tolone, Arles, Tarascona, Martigues, ed in altre ancora, nelle quali tutte essa vi fece gravissime stragi. In Aix, dove si spiegò nell’Aprile 1720, una donna del sobborgo vi morì con sospetto di peste il dì 13; ed il chirurgo, che ne fece l’ispezion del cadavere, credette non avervi trovato che tracce di violenta colica. Ma altre morti, poco appresso rapidamente avvenute, comprovarono l’enorme suo abbaglio; il perchè adottaronsi tosto severe precauzioni. Il morbo dispiegò la maggiore sua forza soltanto al principiar di Ottobre; e chi volesse soggiungerne le stragi e gli orrori, specialmente nel maggior freddo e nel caldo maggiore, verrebbe a ridipingere le cose già narrate della sgraziata Marsiglia. È poi da osservare che in tal occasione si adottò in Francia per la prima volta la così detta Quarantena generale; ma dopo l’ennunziate immense rovine. Tal pratica in Aix fu evidentemente utile e benefica. Imperciocchè non sì tosto s’ebbe incominciata la general quarantena, che la peste pur cominciò a scemarsi, dimodochè al finir d’essa, finirono insieme le malattie. Si riprodusse però la peste nell’Aprile del 1721, trascuratosi [609]il disinfettar delle robe, e delle persone; ma al rimettersi della quarantena generale, cessò il rigore del morbo, a tale che disparve del tutto nel dì 12 Luglio, prima che finisse la medesima quarantena. Di 24,000 abitanti di Aix, 8,000 infermatisi di peste, ne morirono 7534. Sì grande mortalità prova l’impotenza della medicina (almeno della medicina di quell’età) sulle ragioni di questo male; e a pari tempo dimostra quanto più giovi a migliorarne gli effetti una saggia e provvida polizia Sanitaria.

Gli abitanti di Bandol, picciol porto di mare presso Tolone, avendo rubato una balla di seta, che apparteneva al carico del capitano Chateaud, vi portaron la peste; donde poi certo Camelin, abusatosi di un certificato di Sanità, li 5 Ottobre 1720 l’introdusse a Tolone, mortovi poco dopo per essa con tutta la sua famiglia. Dal Magistrato usatasi immediatamente ogni forte misura di difesa, e passati più dì senza nuovi sviluppi, mal si credette che il morbo vi fosse spento; perchè sul cominciar del Novembre morirono alcuni di peste; attribuendosi però queste morti ad altre cagioni. In Gennajo essendosi introdotte in Città per contrabbando alcune mercanzie da Aix, dove la peste era nel forte, questo nuovo ed ampio fomite [610]molto rapidamente sparse la malattia in diversi quartieri della Città. Nell’Aprile morivano dalle 200 alle 300 persone al dì. Quindi ne fu ordinato la general quarantena, ma poco buon effetto se n’ebbe, forse dal modo tenutovi nell’usarla. Nè altramente fu d’altre politiche discipline dal Magistrato Sanitario ordinate. Poco appresso però essendo stato ordinato sotto pena di morte che tutti i malati si ritirassero negli spedali, proibito ai Medici, Chirurghi e Speciali di distribuir rimedj nella Città, impedito ai Convalescenti di sortire di casa; e finalmente obbligati rigorosamente tutti quelli che avevano avuto malati o morti in famiglia a portare un segnale sopra la manica del lor vestito, affinchè ciascuno potesse evitarli, la peste cedette al tutto nell’Agosto del 1721 dopo uccisi 13,280 abitanti d’ogni condizion, d’ogni età, e d’ogni sesso, al riferir di qualche scrittore. Secondo altri, e fra questi il Sig. d’Antrechaux, 15,783 in una popolazione di 26,260 che contava Tolone prima della peste. In Arles poi ne estinse 8,100 di 12,000, in Tarascona 7,210 di 10,000; ed in tutta la Provenza ne perirono 84,719. Ma di tanta mortalità ne fu in parte cagione la fame, derivata dalla particolare avarizia di alcuni malvagi speculatori. [611]Persin al sepolcro persegue questo ingordo e infame vizio gl’infelici che abbisognan di loro, mettendo a crudele guadagno le loro sciagure. Avevan costoro già ammassati ne’ nascosti lor magazzini grande quantità d’ogni spezie di biade; ma vieppiù strignevasi il durissimo lor cuore, quanto più la miseria spaziava per quelle diserte contrade. Così è della corrotta e guasta natura de’ sordidi avari, pei quali in van grida la voce della natura, e l’esempio del morire. Guai a quegli uficiali della pubblica economia che in sì duri frangenti chiudono gli occhi su questi abusi, infingendo di non vedere ciò che pur vedono, allettati da più vergognosi guadagni. In mezzo a cotante angustie il Re fece spedire pel Rodano grani da provederne la provincia; ma i procuratori d’Aix fecero per l’Arcivescovo scrivere alla Corte, che arrivando quelle granaglie, il prezzo dell’altre raccolte da Cittadini si diminuirebbe di modo, che non si avrebbe per essi più il modo di pagare le gabelle reali. Che ne avvenisse perciò non è soggiunto, ch’io sappia; nè occorre ch’io ne rinfreschi la memoria a vieppiù esacerbar l’animo de’ miei lettori. (d’Antrechaux, Rélation de la Peste de la ville de Toulon; Papon, de la Peste Vol. I. fac. 343 [612]e seg.; Boecler, Recueil des Observations; Senac, Traité de la Peste; Traité des Causes, des accidens, et de la cure de la peste avec un Recueil d’observations etc. Paris 1744.)

A. dell’E. C. 1731-32. A questi anni serpeggiò la peste nella Dalmazia, e nell’Albania Veneta, introdottavi dalla vicina Bossina, ove infieriva con maggior forza. Essa rapì nel distretto di Spalatro da circa trecento persone, e poco più di mille in tutte e due le provincie. Per le diligenti precauzioni della Sanità praticate in tal circostanza, la Città e ‘l Territorio di Zara ne andarono illesi, quantunque in quel tempo vi regnasse una spezie di carbonchio epidemico, che alcuni medici dichiararono pestilenziale. Era allora provveditore straordinario della Sanità in Dalmazia il N. U. Simon Contarini, che tirò una linea di Soldatesche al confine contro la Turchia, e ve la mantenne tre anni. (ex Actibus Offic. Salut. Jadrens.; Danieli, Ragionamento Medico sul Carbone pestilenziale, Padova 1732; Bajamonti della Peste di Spalato, fac. 138.)

A. dell’E. C. 1737. Nell’anno mille settecento trentasette l’Egitto fu particolarmente travagliato da pestilenza fierissima, e desolatrice oltremodo, contandosi nella sola città del Cairo [613]la mortalità sino a diecimila persone in un giorno. Gli Europei si chiusero nei lor quartieri il dì 9 Febbrajo, e non ne uscirono, se non li 24 Giugno. Questa Peste fu l’unica, giusta l’opinione degli abitanti del Cairo, che nel secolo XVIII sia derivata dall’alto Egitto. (Russel Patrik, Treatise of the plague, pag. 3.)

A. dell’E. C. 1738-39. Regnava la peste fra i Turchi nella Bessarabia nel 1737, e specialmente menava guasti a Oczakow, capitale di quella provincia. La detta città essendo stata in quell’anno assediata e presa dai Russi, il contagio non istette molto a svilupparsi fra la truppa, che venne posta al presidio della medesima. Nell’anno seguente 1738 i Russi l’abbandonarono dopo aver demolite le fortificazioni. Ritiratasi la guarnigione russa ai proprj aquartieramenti, la peste per loro mezzo fu introdotta nell’Ukrania, ove imperversò dal Giugno a tutto il resto del 1738, e parte del 1739. Dall’Ukrania non penetrò più avanti il contagio. Il dott. Schreiber di Könnigsberg, Professore di medicina a Pietroburgo, potè farne di ben utili osservazioni, già pubblicate per la stampa nel 1740. Piacemi di allegarne alcune, che forse potrebbero tornare di qualche vantaggio al Pubblico.

[614]
I. La malattia si manifestata in molti con parossismo febbrile; con assai grave ansietà ai precordj, dolori laterali, intenso calore internamente, volto acceso, e furioso delirio. Gli ammalati di questo modo morivano il secondo o il terzo giorno. In altri la malattia si manifestava con orripilazioni e con freddo. Tardo e debole da principio era il polso; al subentrar del calore diventava duro e celere con violenta palpitazione di cuore, con delirio in alcuni, e con sopore in altri; stanchezza, abbattimento di tutte le membra, oppressione, ardore allo scrobicolo del cuore, nausea, vomito bilioso, nero, verdastro, e fetente. Chi non vomitava, aveva dejezioni alvine della stessa natura. Lo sternuto era sintomo mortale.

II. I buboni, ed i carbonchi accompagnavano, per ordinario, la malattia; ma i carbonchi incominciavano prima con un punto rosso, che in seguito ne diventava il centro, circondato da un’areola livida sotto l’epidermide, la quale a poco a poco si dilatava, gonfiavasi, e diventava nera; e così gradatamente si formava il carbonchio, di figura per lo più elittica; il quale qualche volta era sì vasto e grande, che agguagliava la palma di una mano, ed [615]il peso di circa una libbra[43]. Qualche volta si alzavano in vece alcune pustole con un punto bianco alla cima, simili affatto alle pustole vajuolose, le quali poi si dilatavano, annerivansi, e terminavano in vero carbonchio. La comparsa di queste pustole era sempre di favorevole indizio.

III. Allorchè sopravvenivano le parotidi, sopra di esse nascevano spesso i carbonchi, ovvero diventavano esse cancerose. L’amputazione era il solo rimedio, donde concepir poteasi qualche speranza di salute.

IV. I carbonchi erano tutti fra i muscoli ed il tessuto cellulare della pelle; ma più di frequente si manifestavano alle clavicole, sulla spina del dorso, in sulle rotule, alla parte superiore e posteriore della tibia, e sull’addome, sopra l’annulo verso la linea bianca.

V. I carbonchi, che non si formavano compiutamente, restandosi pustole carbonchiose, o soltanto macchie rosso-brune, cangiavansi in petecchie livide o nere; ed i malati ne morivano il secondo o il terzo giorno.

[616]
VI. Gli ammalati, che sopravvivevano al quinto giorno, ne’ quali i buboni o carbonchi per l’innanzi duri, in que’ giorni incirca passavano alla suppurazione, trovavan sollievo degli altri sintomi, e d’ordinario guarivan tutti. La suppurazione però durava talvolta fino a cinque o a sei settimane.

VII. In assai pochi casi i buboni passarono alla risoluzione. Quando i buboni non tendevano alla suppurazione prima del quinto giorno, e continuavano ad affliggere i malati con una pressura agl’inguini, a guisa di tesa corda, che gli forzava a zoppicare, ovver si gonfiavano profondamente senza tendenza a suppurazione, era cosa di cattivo presagio. D’ordinario sopravvenivano le petecchie livido-nere, le quali erano sempre un sintomo precursore di morte. Talvolta restando i buboni stazionari senza la sopravvegnenza di sintomi più gravi, e senza passare a suppurazione fino al nono giorno, l’ammalato ne provava d’insofferibili ardori per tutta la persona, spezialmente ai lombi ed alle braccia, a tale che gliene veniva impedito il moto. In tali casi poche ore appresso comparivan pustole con una punta bianca, le quali serpeggiando degeneravano in carbonchio, ed erano di buon preludio. Diversamente gli ammalati [617]si morivan nel nono giorno, o, al più tardi, in sul tredicesimo.

VIII. Alcuni malati morirono improvvisamente per effetto del terrore d’inevitabile morte. Alcuni, dopo un leggiero dolor di capo, nel terzo dì sentendosi avvicinar l’ora estrema (e questo è fatto) si prendevano spontaneamente da se quella cotal veste, colla quale dovevano esser sepolti, e morivano placidamente senza alcun segno esterno, conservando fino all’ultimo momento una piena serenità della mente.

In alcuni si manifestavano delle pustole nericce della forma di quelle del vajuolo, ovvero dei flicteni alla regione dello scrobicolo del cuore.

IX. Altri poi (e ciò specialmente verso il terminar del contagio) avevano una peste così benigna, che si trovavano star bene, come se fossero stati sani. Comparivano in essi istantaneamente buboni o carbonchi; e gli uni e gli altri però senza sintomo febbrile.

X. I fanciulli, sotto degli otto anni, andavano quasi tutti immuni dal contagio. Per opposito le donne, e le fanciulle da marito sono state le più maltrattate.

XI. Le donne incinte sotto del terzo mese, ancorchè attaccate dal contagio, andavano d’ordinario [618]esenti dall’aborto, e dalla morte, mentre all’incontro le gravide dal quinto al settimo mese abortivano tutte, e morivano irreparabilmente.

XII. Quelli, che avevano o piaghe od ulcere croniche, furono interamente salvi dal contrarre la malattia. Neppur solo un tisico fu attaccato dalla peste.

XIII. Quelli, che pativano di dissenteria o avevano diarree croniche, attaccati che fossero dalla peste, morivan tutti.

XIV. L’uso della voluttà, e l’ubbriachezza rendeva la malattia tostamente mortale.

XV. Molti vecchi sono altresì periti di questa pestilenza, ma senza la comparsa di buboni, nè di carbonchi.

XVI. Apertisi alcuni cadaveri di tali appestati, non altro vi si trovò che ai polmoni alcuni punti neri cangrenati, e la vescichetta del fiele ridondante di bile fluida e gialla. Erano pur alquanto giallognole le parti adiacenti alla suddetta cisti felea.

XVII. Intorno ai preservativi si notò qualche attività nella canfora; e specialmente nei preparati di gomme fetide, miste alla canfora. Così pur tenevasi per salutare il fumar tabacco, siccome anco il masticarlo. Dalla cacciata di sangue [619]per prevenire la malattia nessuna utilità se n’è osservata. Ma di tutti i preservativi l’ottimo custode, e ‘l migliore si riconobbe essere la separazione degli infetti dai sani.

XVIII. In riguardo poi alla cura, l’ipecacuana, data subito nel principio, ovvero alla prima ingruenza del male, riuscì un eccellente rimedio per troncare ogni azion del contagio. Ciò fu pure del vitriuolo bianco, somministrato come nauseante o vomitivo. Il tartaro emetico eccitava spasmi troppo violenti allo stomaco, e riusciva piuttosto dannoso, che utile.

XIX. Se il vomito, che destavasi sotto l’uso dell’emetico, era troppo forte e continuo, soleasi raffrenarlo coll’applicazion d’un empiastro di teriaca alla region dello stomaco, e colla stessa teriaca presa internamente.

XX. Allorquando l’ipecacuana o il vitriuol bianco venivano somministrati nel primo giorno, seguita l’azion del rimedio, il polso facevasi più spiegato, la febbre acquistava un andamento più regolare, e nel quarto o quinto giorno comparivano i buboni o i carbonchi.

XXI. Che se non si dava l’emetico subito nel primo giorno, ma in vece somministravasi nel secondo o nel terzo, i malati non ne risentivano beneficio di sorta: anzi dopo l’emetico, [620]preso tardi, si vide accrescersi tutti i sintomi d’irritazione al ventricolo, in guisa che i malati che, esempligrazia, nel terzo giorno prendevan l’emetico, morivano poi d’ordinario nel quinto o nel sesto, agitati da convulsioni, e con petecchie nere alla superficie del corpo.

XXII. I purganti eccitavano ben di leggieri la diarrea, la quale dovea sempre riguardarsi pericolosa. Si tentava di riparare alla diarrea coi clisteri ammollienti, o semplici o uniti col rosso d’uovo e colla trementina.

XXIII. In seguito, già cresciuto il morbo, si prescriveva il roob di sambuco cogli occhi di cancro p. p., la mistura canforata, il liquor volatile di corno di cervo, la teriaca coll’aceto, l’aceto bezoardico, e il nitro misto con quattro grani di canfora. Altri ordinavano le terre assorbenti. Le bevande diluenti, calde, acidette riuscirono di molto giovamento.

XXIV. La dieta prescritta era tenue, quale conviensi ne’ morbi acuti; e quando i buboni erano già comparsi, convenivano i brodi di carne coll’acetosa, od altre simili sostanze vegetabili, e acidette.

XXV. Altri biasimavano il salasso, ed altri il lodavano, anche ripetuto, specialmente se [621]sussistevano alla cute macchie rosse, e non erano per anche apparsi buboni, nè carbonchi.

XXVI. Nel trattamento esterno, all’oggetto della salute dell’ammalato mal si mirava da que’ chirurghi, che procuravano la risoluzione dei buboni.

XXVII. Si applicavano i vescicanti su i nascenti buboni, e ciò con buon successo. Quindi, tostoch’erano ammolliti, medicavansi coi cataplasmi. In alcuni luoghi venne utilmente usato l’empiastro magnetico arsenicale. Fra tutti fu riconosciuto doversi dar preferenza al cataplasma comune di farina di frumento, miele, e croco; ovvero a quello di cipolle arrostite.

XXVIII. Le scarificazioni sulle parti vive presso ai carbonchi riuscirono sempre utili. Si scarificavano circolarmente i carbonchi, o si circoscrivevono colla pietra infernale. All’uno e all’altro metodo ne conseguitava facile suppurazione; la quale trattavasi poi coll’unguento digestivo, e coi cataplasmi ammollienti.

XXIX. Sonosi finalmente osservate molte nutrici infette, continuare alcuni giorni ad allattare i lor bambini, senza ch’essi contraessero la malattia, e senza alcun lor detrimento[44]. [622](Schreiber, Jo. Frid. Observationes et Cogitata de Peste; Mertens Observ. Med. V. I. P. II.)

A questi stessi anni 1738-39. la peste che travagliava la Bessarabia, la Romelia, la Servia, e la Valachia, e che infuriava in que’ Paesi Ottomani, che confinano colle Signorie della Casa d’Austria, penetrò con molto impeto ne’ Comitati limitrofi dell’Ungheria e della Transilvania, e vi fece molte rovine. A questi anni, ed appunto per tal circostanza, la Suprema Commissione Aulica di Sanità in Vienna d’ordine Sovrano pubblicò un’Opera sulla maniera di conoscere, preservarsi, e curare la peste. (Kurze Einleitung zur Erkenntnis und Vertilgung des gegenwärtig besorglichen Pestübels auf allerhochsten Befehl Seiner K. K. A. Majest. etc. [623]Wien 1738. e ripubblicata a Vienna e a Praga nel 1758.)

A. dell’E. C. 1742-43-44. Nel mille settecento quarantadue si riprodusse la peste in Aleppo, e vi durò tre anni. Nel 1743 spiegò la sua maggiore fierezza, cagionandovi immense mortalità. Nel 1744 comparativamente agli anni precedenti fu assai mite, e discreto fu il numero delle sue vittime. (Russels, Alexand. Natural. Hystory of Aleppo.)

A. dell’E. C. 1743. La città di Messina contava 168 anni dall’ultima pestilenza. Essa n’era stata afflitta nel 1575, allorchè gran parte d’Italia, e della Germania, ed altri paesi molti di Europa, come s’è detto, (fac. 366 e seg.) provarono di questo flagello i funestissimi effetti. In quest’anno 1743 la peste s’introdusse di nuovo in Messina incognita e mal appresa, come è avvenuto di molti altri paesi di Europa, e vi operò immense rovine. Essa vi fu recata col mezzo di una tartana Genovese, proveniente da Missolongi, picciolo paese della Grecia, situato alla bocca del golfo di Lepanto. Questo bastimento, carico di lana, frumento, e finissime telerie, manifatture di Levante, era partito da Missolongi il dì 20. Febbrajo, ed approdò a Messina il giorno 20. Marzo, dopo [624]trenta giorni di viaggio. La patente di Sanità, di cui fu portatore, era netta, e senza postilla di sorte. Assunti i costituti tanto del capitano del bastimento che dello scrivano, giurarono di non aver avuto comunicazione per via nè con altri bastimenti, nè in altro paese, da che si partirono da Missolongi. Fatto l’incontro però delle persone dell’equipaggio, che dovevano esser dodici, compreso il capitano, di nome Aniello Bava, si riscontrò che mancava un individuo. Chiestone conto ai restanti compagni, deposero, che il marinajo che mancava era morto nel corso del viaggio da malattia ordinaria, cagionata dai gravissimi patimenti sofferti nel lungo tragitto, in cui a burrascosi venti e procelle eran stati spesso soggetti. Ragunatisi i signori della Sanità; e considerando, che non potea non esser naturale la morte di un marinajo nel corso di un tanto disastroso viaggio, qual dal capitano riferivasi; che la Patente della Sanità era netta affatto; che i costituti giurati provavano non avervi avuto comunicazione per via, determinarono doversi ammettere quella provenienza a quarantena, conformità delle Istruzioni e delle Leggi del Lazzeretto di Messina. Vi si permise quindi il discarico delle merci. Due giorni appena [625]erano scorsi, che il capitano del bastimento infermò con resipola nella faccia, secondo la relazione del medico del Lazzeretto, e morì in tre giorni. Giudicarono i medici essere stata cagione di sì breve morte la retrocessione della resipola. Ciò non pertanto il Magistrato di Sanità ne fece seppellire il cadavere colle più rigorose precauzioni sanitarie.

Passati altri due giorni appena, un altro individuo del bastimento si ammalò, e i medici accorsivi per visitarlo, il trovaron già morto sulla nave medesima. Ordinaron essi, che fosse il cadavere messo alla pubblica vista, ma nessuno volle toccarlo, asserendo le restanti persone dell’equipaggio esser lui morto con tumore sotto l’ascella, e con petecchie per tutto il corpo, in guisa che lo giudicarono tocco da peste. Rapportata l’infausta notizia al Magistrato, se ne fece un congresso di varj personaggi i più distinti, e de’ medici i più riputati della città. Discusse le varie opinioni sulla maniera di sbrigarsi di tale imbarco e mercatante, si determinò finalmente, all’esempio di un simil caso poco prima accaduto in Livorno, di doversi bruciar la tartana con tutto ciò, che dentro vi era, alla distanza di otto miglia dalla città, salvate le genti. Il dì 30 Marzo [626]fu il tutto puntualmente eseguito. Insorta però furiosa tempesta, mentre il bastimento era in fiamme, per la violenza delle onde da gagliardissimo vento agitate essendo stato dibattuto fieramente, fu spinto ad arenare al lido stesso di S. Paolo, e porzione della lana e del frumento ne fu disperso per quella riviera. I signori della Sanità, che accompagnavano la tartana, diedero gli ordini più opportuni per ovviare ogni pericolo dipendente da tale ingrato avvenimento. Si abbruciarono il dì appresso le mercanzie state scaricate al Lazzeretto, e si confinò l’equipaggio entro un barracone di tavole, eretto espressamente a tal uopo sulla punta detta la Spina, luogo isolato e lontano. Da doppia linea di guardie venne questo provvisorio Lazzeretto circondato, restatovi colà uno dei senatori ed un nobile, dì e notte sopravveglianti.

Terminata la quarantena senza verun tristo accidente, anzi senzachè alcuno si sentisse neppur indisposto, la mattina del 15 Maggio se ne rendettero pubbliche grazie al Signore, e si cantò solenne Te Deum nella Cattedrale, con universale consolazione. Di effimera durata fu tale allegrezza, mentre poche ore appresso si rilevò, che nel quartiere, detto dei [627]Pizzilari, si erano manifestate febbri di mal costume accompagnate da buboni e da altri pestiferi sintomi. Inviatisi tosto colà i medici della Deputazione per osservare gl’infermi, e riconoscere la natura del male, ne riferirono «che avendo visitato gli ammalati, e considerato con ogni attenzione l’essenza e qualità delle malattie, non trovavano in conto alcuno esser esse contagiose e pestifere; che credeano sì essere le stesse malattie epidemiali, che s’erano fatte vedere nel Febbrajo ultimo scorso[45].» [628]La stessa relazion diedero i medici, ch’erano alla cura dei malati, e dello stesso parere si dichiararono quelli stessi, a’ quali veniva attribuito di aver divulgato esservi la peste nella detta contrada.

Tale dichiarazione medica sollevò gli animi, e fece sì che i Magistrati si abbandonassero ad una cieca fiducia, trascuratene le più opportune precauzioni.

Somministraronsi però a’ poverelli per la città sussidj di pane, carne e vino, perchè con tali alimenti potessero meglio resistere alle impressioni dell’aria. Si fecero seppellire cadaveri in calce viva, per la corruzione e fetore straordinario, che spandevano. Si fece bruciare per la città delle ossa, ed altre cose tenute per alessifarmache, e obbligaronsi i medici a presentare ogni dì una lista al Magistrato di Sanità delle malattie, che avevano [629]in cura, e simili altre cose. Moltiplicavasi infrattanto di giorno in giorno il numero degli ammalati e quello de’ morti; il morbo si spargeva rapidamente negli altri quartieri della Città, ed in mezzo a tutto questo le relazioni de’ Medici continuavano ad assicurare «che non era mal contagioso, ma epidemia maligna». Fondavan essi le ragioni di cotal loro giudizio, sul non osservarsi comunicazion del male a coloro, che assistevan gl’infermi, quando, se peste fosse stata, dicevan essi, doveva mostrarsi il morbo sommamente contagioso, giacchè i buboni, gli antraci, le petecchie erano sintomi equivoci, e comuni con altri mali; perchè neppur al sommo mortiferi eran que’ morbi. Uno de’ Medici però, il cui nome non ci fu tramandato, non persuaso delle suddette ragioni, e temendo dell’ingannevole progresso d’un terribilissimo male, che insidiosamente comincia e insinuasi occulto e leggiero fra le genti del popolo, e poi ingigantisce nella sua forza, attaccando ogni sorte di persone, dubitava che fosse peste effettivamente, adducendone esempj simili, in cui s’ingannarono uomini insigni, e di profondo sapere, come in Palermo l’Ingrassia l’anno 1575; in Venezia il Mercuriale, ed il Capodivacca [630]nel 1576, ed altra volta nella stessa Repubblica il dottissimo Massa; e così in Napoli molti altri valentuomini nel 1556; in Vienna l’anno 1713; ed in Marsiglia nel 1721 ecc.: che perciò consigliava praticar cautele, come se fosse stata vera Peste, senza però dar per sicuro che tale si fosse.

Questa opinione così isolata, e dagli altri medici vivamente confutata, non prevalse, perchè ne seguisse in detti giorni il sequestro generale della Città, il quale far si doveva, nè bastò a far adottare altre valide misure di riparazione. La moltitudine de’ malati però riempiva di timore l’animo de’ cittadini.

Giunto il primo di Giugno, ed oltrepassando il centinajo il numero degli estinti, col vedersi attaccati gli assistenti e coabitanti in una stessa casa, ed essere il periodo dell’infermità assai corto, cominciarono i medici ad accorgersi dell’errore, ed a conoscere pur troppo evidente il carattere del male, che di giorno in giorno si faceva più esteso e spaventevole. Quindi si ordinarono alcune cautele. Ma pur troppo non corrisposero, perchè tardi s’era ad esse fatto ricorso. Nei due seguenti giorni, 2 e 3 Giugno, morirono 279 persone, e più d’altrettante cadettero inferme. Moltissimi furon [631]coloro, che fuggirono dalla città, ritirandosi alla campagna. Nei giorni 4, 5 e 6 Giugno 432 persone cessarono di vivere, oltre un numero assai maggiore d’infermi.

La mortalità cresceva ogni dì. Cominciò a sconcertarsi ogni regolamento; s’introdusse la confusione, il disordine, che giunsero a tale da costernare qualunque animo forte. Riempite le fosse, non sapeasi più ove porre i cadaveri. Mancarono i beccamorti; sparirono i carri e le carrette; non trovavasi più chi si prestasse per i bassi servigj. Ognuno si nascose, e rintanò, procurando salvarsi. I villaggi fecero unione respettivamente di guardarsi, e non lasciavano più accostar gente, che dalla città procedesse, impedendo eziandio fino il macinarsi grano per li bisogni della città. In ogni passo scorgevansi disordini; in ogni provvidenza incontravansi ostacoli, ed intoppi; da per tutto non v’era che angustia, costernazione, e morte.

Acciocchè possano i lettori formarsi più adeguata idea delle crudeli estremità, a cui fu ridotta Messina sotto i colpi di questo tremendo flagello, mi farò a riportare alcuni brani della descrizione, che ce ne lasciò lo storico Turiano.

[632]
STORIA DEL CONTAGIO DI MESSINA

Cap. X. fac. 29.

«Crescendo ne’ successivi giorni a dismisura la strage, e la fatal forza della pestilenza, giunsero allo stato di non essere più in modo alcuno riparabili i disordini, la confusione, e la universale miseria: si ridusse la Città tutta, ed i borghi ad una piscina d’ammorbati. Gli estinti restavano nelle strade, e nelle case senza esservi chi li trasportasse. Ogni giorno contar potevasi a migliaja quei, che cessavano di vivere. I deputati, depositarj, guardiani, subalterni, oggi vivi, dimani o morti, o moribondi osservavansi. Non restarono più fornari, fabbricatori del pane; mancarono affatto i legni per cuocerlo, eziandio per le case, ove taluno adattavasi per farselo; mancarono i Parrochi, i Preti, e gli Ecclesiastici che somministravano i Sagramenti; ed in somma li Senatori, e i Deputati di salute si videro nel più funesto stato di abbandono, e di costernazione, senza ajuto di subalterni, e colle strade seminate di cadaveri, che per la forza del velen pestilente gonfiavano, annegrivano, e divenivano orrido spettacolo d’abbominazione e di spavento. Nondimeno non abbattendosi [633]continuarono personalmente con la forza del danaro a procurare l’assistenza di qualcheduno che aver poteano a sommo stento, per soccorrere di viveri le persone chiuse nelle case, che dalle finestre chiamavano ajuto, e soccorso, per non perire di fame e di sete.

Non poterono però a lungo mantenersi nell’opera suddetta, poichè, attaccati dal morbo, cominciarono a perire; tantochè un solo de’ Senatori, ed un altro solo pur de’ Deputati di salute sopravvissero.

Sotto li 17 del detto mese di Giugno si scrisse dal Senato al Gran Maestro della Sagra Religione Gerosolimitana, pregandolo di mandare qualche numero di schiavi, ed almeno due medici pratici di Peste, per ajuto di questa città, che periva. Ma la lettera non giunse forse, perchè neppur risposta s’ottenne.

Correndo il dì 20 Giugno, e moltiplicato essendo nella città il numero de’ cadaveri insepolti, in guisa che ne’ piani ed innanzi le porte delle chiese a catasta marcire vedeansi, mosso a compassione l’Eccellentissimo Signor Generale Governatore, il quale in tutta la lagrimosa serie degli accidenti sovranarrati non lasciò mai di contribuire l’opera sua autorevole [634]a bene della città, fin dove gli fu richiesta dal Magistrato di Salute, a di cui carico era l’operare in tali circostanze, mosso, come dissi, a compassione dello stato infelicissimo della città, aderì alle istanze fattegli di destinare numero 200 di soldati, con vesti impeciate, uncini, pale, ed altri ordigni, per levar i cadaveri, ed in fosse profonde sotterrarli fuori della città. Ma non essendo stato possibile aver carrette per lo trasporto, e molto più che moltissimi cadaveri erano già aperti e corrosi, si pensò far li fossi in città ne’ siti più larghi e piani, ove canali d’acqua non s’incontrassero. Ma poco potè in pratica eseguirsi simil provvidenza, poichè non bastanti spazj trovandosi per detti fossi, nè riuscendo questi a proposito per non restar l’aere, e la città contaminata dagli aliti, e dal fetore, oltre il numero successivo, che avanzava de’ defonti, si risolse alla fine di bruciargli negli stessi luoghi dove erano, accompagnandoli con pece, zolfo, bitumi, ed altri generi, che facilitassero l’incendio, ed atti fossero a purgar l’aere dalla infezione. Così dal Capitan D. Gennaro Coppola, e dall’Alfiere D. Vito Melorio, ch’ebbero in sorte di sopravvivere a tale incombenza, con amore, e zelo giammai [635]abbastanza lodato, si praticò esattamente, consumandosi quantità incredibile di detti generi, quali neppur bastevoli riusciti essendo, fu necessità di continuar l’incendio con l’ajuto di legna, frasche, tavole, ed altre simili cose eziandio servibili.

Io, che, a servire la Patria, mi trovai presente in tutta la strana disovranarrata tragedia, prima che oltrepassassi, non posso tralasciare di dire, che in quei giorni infelici, quando si bruciavano i cadaveri, era la vita più tormentosa della morte medesima, poichè parea che giunto fosse il dì estremo per Messina, lungi d’ogni riparo. Gli elementi pareano a suo danno congiurati, poichè l’aria da’ letali miasmi avvelenata, il fuoco da per tutto acceso, oltre il calor della stagione, togliea quasi il respiro; l’acqua era calda, e di maligni atomi impregnata, più