Il 1859 da Plombières a Villafranca by Alfredo Panzini

IL 1859
DA PLOMBIÈRES A VILLAFRANCA
STORIA NARRATA DA

Alfredo Panzini

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1909

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Milano. — Tip. Treves.

a quelli di mia gente che ebbero parte nella opera
della redenzione della patria
Giovanni Panzini (1815), Olinto e Ulisse Panzini (1845)
Zaccaria Panzini (1848)
Emilio Panzini (1860, Urbino e Fossombrone).

[1]
Prima.
INTRODUZIONE STORICA.
[3]Nel secolo passato, come si diceva sino a nove anni addietro; ora diremo nel secolo XVIII, le guerre duravano molti anni. Anzi si può dire che tutta la prima metà di quel secolo così singolare, che comincia col Metastasio e finisce con la «Marsigliese», fu tutta una continuazione di tre guerre, che si trascinarono per la bellezza di quarant’otto anni, qua e là per l’Europa come una pestilenza.

I popoli, cioè i fedelissimi sudditi, avevano da tempo osservato che dietro alla guerra veniva spesso la peste vera e la carestia e perciò si erano abituati a notarle come tre fatalità, e pregavano il Signore di tenerle lontane:

a peste, fame et bello, libera nos, Domine!

Ma che fossero una fatalità non pare proprio, se è vero che i serenissimi principi potevano a loro talento scatenare i nembi di queste guerre come Eolo faceva dei venti.

Bene è vero però che in quella prima metà del secolo, all’infuori di eserciti imperiali, cioè austriaci e alemanni da un lato ed eserciti gallo-ispani [4]dall’altro, densi di archibusi, e comandati da marescialli imparruccati, instivalati, isperonati, e loro coorti, altri nembi non cavalcavano per l’aria serena. Il nembo della ribellione era tuttora nel cervello dei filosofi e appariva in forma di leggiadre nuvolette, come il polline dei fiori. Anzi quando la tempesta del fiero Marte s’era trasportata d’uno in altro paese, dalle riposate ville o dai bei palagi qualche Nice incipriata udivasi sospirare:

Se cerca, se dice:

L’amico dov’è?

L’amico infelice,

Rispondi, morì.

Nè si deve d’altra parte pensare che questi eserciti nelle loro zuffe o battaglie si decimassero scambievolmente, perchè se così fosse stato, dopo tante battaglie e in tanti anni non sarebbero rimaste in piedi che le parrucche e gli stivaloni. Anzi tutto la scienza chimica e la meccanica non avevano posto a disposizione del progresso tanti rapidissimi e perfetti congegni di morte; ed inoltre appare evidente che quelle antiche milizie, se trovavano professionalmente utili le guerre lunghe, non altrettanto utili dovevano trovare le guerre micidiali.

Queste guerre furono tre, e tutte e tre ebbero il nome di guerre di successione, perchè furono cagionate dal diritto che i Serenissimi Principi avevano o credevano di avere alla successione di un trono rimasto vacante. E prima fu vacante [5]il trono di Spagna e la guerra arse per 14 anni, cioè dal 1700 al 1714; poi fu vacante il trono di Polonia e la guerra arse per altri 5 anni, cioè dal 1733 al 1738; in ultimo fu vacante il trono d’Austria e la guerra arse dal 1740 al 1748. Dopo si fece la pace che ha il bel nome imperiale di Acquisgrana, anzi, cosa singolare, i Serenissimi Principi, venuti ad occupare, per effetto di quelle guerre, i troni d’Italia, si posero a restaurare la nuova casa a beneficio dei fedelissimi sudditi. Se non che un bel giorno quel polline diventò nembo, quel venticello leggero di fronda filosofica, bufera. Tutto il cielo si oscurò dalla parte di occidente, dove è la Francia, e in quel buio lampeggiò una cosa orribile: la mannaia della ghigliottina. Poi apparve sull’Alpe un giovane pallido, Napoleone. La bufera scoppiò anche da noi e spazzò quei restauri ed anche quei Serenissimi Principi.

Da allora in poi altre case per il popolo ed altri restauri domanda il popolo.

Era quello un ben felice tempo per i Re e per i Principi, giacchè tanto le terre quanto i sudditi si ritenevano come una specie di loro proprietà privata, concessa da Dio: il tempo delle monarchie assolute e del diritto divino, come dicono gli storici. Oh, non che tutti i Re governassero a loro talento. Governava chi poteva, come sempre è avvenuto. Ciambellani, gran signori, gran dame, confessori governavano anche: un complesso di interessi che si connettevano o si ritenevano [6]congiunti agli interessi supremi del trono alla cui ombra fiorivano quei signori.

Dunque era proprio morto il re di Spagna, l’erede di Carlo V e di Filippo II, due nomi che hanno riempito tanto il mondo di sè, che vivono anche nei romanzi: il sole non tramontava mai nei suoi Stati: egli era tramontato. I cortigiani, secondo il rito, lo avranno chiamato per nome e gli avranno chiesto gli ordini: ma il re non ha risposto. Era morto e non lasciava erede alcun figliuolo; ma un nipote, che a sua volta era pronipote del più folgorante di questi re, il re di Francia, così folgorante anzi che era chiamato il Re Sole, era stato nominato erede. Se non che l’imperatore d’Austria avanzava anch’egli diritti, come parente, a quel bel trono di Spagna. Grande era la potenza di questo imperatore, e grande il suo retaggio. Tuttavia ambiva anche al trono di Spagna ed alla monarchia universale, come al tempo dei Cesari romani del cui nome era erede, e di Carlo V, di cui pure egli era erede. Io non parlo degli aspiranti minori che non furono pochi.

Questa ambizione dell’Austria poco piacendo alla Francia, e viceversa, i contendenti ricorsero all’eloquenza del cannone: i cannoni su cui era impresso tra fregi adorni il motto: «Ultima razon de Reyes, ultima ratio regum», per dire che i re non avevano bisogno di ricorrere ad alcun Areopago o giudizio di popolo nelle loro contese.

Dopo quattordici anni, quanto potrebbe durare [7]una causa per successione presso i nostri tribunali, cioè nel 1714, le armi avendo dato ragione al nepote del re di Francia, avvenne che il trono di Spagna a lui si rimase. Ma l’imperatore d’Austria aveva per tanti anni combattuto per niente? Era pur dovere ricompensarlo. Ebbene gli furono dati quei possessi che la Spagna da due secoli circa aveva in Italia, cioè buona parte d’Italia: il reame di Napoli, la Sicilia e la Lombardia. Se non che dopo alcuni anni gli stessi contendenti, cioè Francesi e Spagnoli da un lato e Imperiali dall’altra, essendosi trovati di fronte ancora per un’altra successione e il cannone avendo questa volta dato ragione all’Imperatore, il reame di Napoli e la Sicilia furono dall’Austria restituiti alla Spagna; e più precisamente se ne formò un piccolo e bel regno ad esercizio regale ed a conforto dei figli di Filippo Borbone. E fu in tale modo che cominciò in Italia quel dominio dei Borboni di Napoli, il quale durò per 126 anni, cioè sino al 1860. E in simile modo spenta la vecchia casa dei Medici in Toscana, vi si costituì un altro secondo regno, anzi gran ducato, a conforto dei figli dell’Imperatore d’Austria di Absburgo-Lorena, che durò sino al 1859; e in simile modo spenta la casa dei Farnesi in Parma, se ne formò un altro piccolo regno, anzi ducato, a conforto di un altro figliuolo di Filippo Borbone, la cui successione durò pure sino al 1859. E in simile modo per la pace di Aquisgrana, fu assicurata la Lombardia a Maria Teresa, di [8]cui vive ancora la buona memoria in queste terre lombarde, benchè i successori di lei, quando del ’59 si accomiatarono, non lasciassero certo nessuna brama di sè.

Ma dunque l’Italia serviva come ricca merce di compensazione ai soccombenti in queste liti di Re? Dunque spenta una dinastia se ne sostituiva un’altra senza consultare il popolo? E il popolo d’Italia non insorgeva a simili mercati? Quel popolo d’Italia che vediamo nella lontananza dell’Evo Medio così pronto alle armi ed al sangue, così geloso dei suoi diritti, così indomito nelle sue passioni, che oppresse un primo e un secondo Federigo, pur d’onore sì degno, quel popolo che oggi s’aduna nei comizi e può imporre la sua volontà ai governanti, nulla vedeva, nulla sentiva allora di simili obbrobriosi mercati?

O come la profezia dei nostri profeti, di Dante, del Petrarca, del Machiavelli si era compiuta! Ma dove era allora il popolo d’Italia? In verità v’erano dei nobili e dei cavalieri i cui privilegi non erano offesi per nulla da tali mutamenti politici. V’erano molti monaci e molte monache le cui dovizie e la cui troppo riposata vita non era turbata. Molti briganti e banditi pur v’erano la cui vita non era turbata, molto artigianato libero e tranquillo, moltissima plebe pasciuta, o rassegnata, a cui poco importava di Francia e Spagna, «basta che s’magna», come dice ancora il motto. Molti poeti pur v’erano che si [9]ricordavano talvolta di variare il lamento su l’Italia, destinata a servir sempre, o vincitrice o vinta, una specie di fatalità, come la guerra, la fame e la peste. Del resto, questi numerosi intelletti canori erano onorati presso i Serenissimi Principi in premio di loro belle poesie per le nascite, per le morti, per le nozze, per le monacazioni, per l’esaltazione degli eccellentissimi prelati.

E poi l’Italia con la voce dei Papi non comandava ancora «urbi et orbi»? e l’Imperatore d’Austria non rappresentava i Cesari? e quell’insalatuzza degli orticelli d’Arcadia non dava ancora l’illusione di un primato intellettuale? Era un così dolce stare tra quei boschetti d’Arcadia, quando un grido atterrì: era l’Alfieri. Era un così tranquillo occuparsi di antiquaria, quando una voce disse: occupatevi della Vita. Era il Leopardi. Ma quanto tempo occorse perchè quelle voci fossero udite!

*

O dolce conforto del non vedere e del non sentire, che il pietoso Iddio regala ai popoli destinati ad essere servi degli altri!

Queste tre guerre furono combattute anche in Italia, benchè gli Italiani non facessero, essi, la guerra: la subissero soltanto, e con le sue conseguenze. Ma è bello ed è comodo trasportare il trambusto di Marte nella casa degli altri, specialmente [10]quando essa vi si presta bene per la sua posizione. Infatti il dolce piano

che da Vercelli a Marcabò dichina,

pareva fatto apposta per le battaglie tra l’Impero, la Francia, la Spagna.

Questa cosa, del resto, era avvenuta anche due secoli prima, nel Cinquecento, quando la patria nostra non «era soggetta ad altro dominio che de’ suoi».

Allora i magnifici signori e le potenti republiche nostre avevano con quel buon gusto che li distinguea assistito allo spettacolo di battaglie da giganti che in quel bel piano ci avevano favorito un cattolico Re di Spagna e un cristianissimo Re di Francia. Non solo assistito, tanto che l’Ariosto ne avea tolto il modello per le fantastiche guerre del suo folle Orlando, ma vi avevano anche partecipato, ciascuno secondo i propri interessi, ben si intende. Ci fu anzi una volta che in una di quelle battaglie uno di questi signori, forse in un istante di lucida visione, disse ai suoi artiglieri irresoluti se tirare contro gli Spagnoli azzuffati coi Francesi: Tirate senza timor di fallare chè son tutti nostri nemici.

Ci fu anche un Papa, un vecchio bizzarro ed energico che leggeva Dante, il quale gridò: Fuori i barbari! Ma tranne questi casi isolati, noi Italiani fummo di una ospitalità classica: ospitalissimo fu Ludovico il Moro, il quale se non avesse dichiarato che l’Italia non l’aveva mai vista [11]nè conosciuta, e che conosceva soltanto i suoi privati interessi, sarebbe stata la mente politica più fine del secolo XV. Ospitalissimi i nostri olimpici signori. Li accolsero nei loro incantevoli palazzi quei re d’oltremonte, li intrattennero in belli e savi discorsi di filosofia e di politica: l’Ariosto fece omaggio del suo folle Orlando: un pittore, il Tiziano, ritrasse le sembianze del più potente di questi re; un orafo, il Cellini, battè spade, elmi e corazze per l’altro re suo rivale: vi furono anche scambi di doni nuziali, finchè un bel giorno i signori d’Italia, così maestri nel «tessere una fraude», si avvidero di essere frodati. Uno di questi re, anzi re ed imperatore, ci aveva piantate le tende.

Fu il popolo spagnolo che ci piantò le tende allora, e l’imperatore e re fu Carlo V. Un Papa, di nome Clemente, e quindi un altro Clemente, benedissero quell’imperatore e quelle tende, e costui li compensò aiutandoli a dare reale consistenza al lungo ambizioso sogno dell’Evo Medio, cioè a consolidare nel cuore d’Italia quello Stato della Chiesa che paralizzò il cuore d’Italia: grave accusa, in verità, contro il governo dei preti, e certo ad essi, che sono sottili dialettici, non mancherebbero nemmeno oggi buoni ragionamenti per dimostrare che quello Stato era reclamato da san Pietro o che quella morte in terra aiutava a conquistare la vita in cielo. Malauguratamente sino da quel Cinquecento il Machiavelli si fa publico accusatore di un’accusa molto [12]grave: quando dice che è merito della Chiesa se l’Italia ha perduto ogni religione. Gli Spagnoli ci tennero le tende per quasi due secoli e ci insegnarono tutte le loro qualità cattive, tenendo per sè le buone.

Dopo, come abbiamo veduto, ve le piantarono gli Austriaci quelle tende che il Manzoni nel 1821 e nel 1848 consigliava di levare, adducendo inoppugnabili ragioni di diritto divino ed umano:

O stranieri, levate le tende

Da una terra che madre non v’è.

Se non che l’Austria riteneva quelle tende legittime e collocate da Dio, e tutto dà a credere che non le avrebbe mai levate di suo spontaneo volere.

*

Bel campo, dicevamo, per le battaglie questa, ahi, non più nostra Italia! E così avvenne una seconda volta durante le tre guerre di successione: scorrazzavano per le nostre terre e città eserciti imperiali ed eserciti gallo-ispani, e vi dimoravano per lunga stanza ed i buoni cittadini erano consigliati a far lieto viso, le dame a danzare in onore dei generali e marescialli, i municipi a pagare le spese. Erano fieramente nemici i gallo-ispani degli imperiali, ma in questo andavano d’accordo. Ci fu una volta, in una di queste città papaline, che uno di cotali eserciti [13]imperiali annunciò la sua gradita partenza dopo un lungo periodo di saccheggi, uccisioni e feste per le nozze di una figlia di Maria Teresa. Prima di partire gli ufficiali del principe, generale supremo, fecero sapere ai consoli della città come fosse cosa di dovere e solita a praticarsi in ogni terra occupata da un esercito, l’offerire, allorchè questo è in procinto di andarsene, un conveniente regalo al generale, all’effetto di obbligarselo ed avere riguardo al territorio. I consoli con dignitosa prudenza risposero di conoscere il loro dovere; ma la Comunità versare in tali strettezze per le ingenti spese sostenute nell’onore di mantenere l’imperiale esercito, che non potevano spremere dall’erario la benchè minima somma. Allora quei signori dichiararono che il non dare ascolto al benevolo loro suggerimento equivaleva a vedere saccheggiata la terra. Fu adunato il consiglio della città e si deliberò di offrire al principe generale una borsa con duecento cinquanta zecchini. Tenue offerta! Ma le belle parole, umili, ossequiose; gli augurî di ogni prosperità a lui ed alle armi cesaree, fecero a Sua Altezza accettare il dono, oh non confacente alle obbligazioni che la città gli professava! Ma partiti gli imperiali, ecco sopraggiungere i gallo-ispani!

Le gravezze dei balzelli e le brutalità dei soldati erano giunte al punto che quelle non si potevano più nascondere sotto il cerimonioso sorriso, nè queste confortare con la fatalistica e [14]pulita espressione della «militare licenza». Si rivolsero quindi al legittimo signore, che era il Papa, anzi al signore del mondo. Era presumibile che egli non potesse imporre un poco di rispetto per le sue proprietà, almeno a questi re e imperatori cattolici e cristianissimi? Ma il Papa rispose dolentissimo che quei re cattolici ubbidivano più volentieri alle armi e alla voce del cannone che alla sua, la quale si trovava senza il sussidio delle armi e dei denari. Poteva ben compatire, ma nulla fare in aiuto. Era proprio il caso davvero di aver fatto tante feste, tanti tridui, tanti ringraziamenti all’Altissimo quando quelle città passarono sotto il dominio del Papa!

Questa umiliante consuetudine di fare buon viso e festa, volta a volta, ad eserciti nemici ci rimase, è doloroso il dirlo, nel sangue sino a tempi a noi vicini. Oh, quante volte «fuori i lumi!» per i Francesi, quante altre «fuori i lumi!» per gli Austriaci! E il gonfaloniere coi signori della città farsi incontro sino fuor delle porte, col sorriso sulle labbra e l’angoscia nel cuore, a corrucciati generali cavalcanti, e porgere le chiavi della città su cuscini di velluto assicurando che i buoni cittadini avrebbero sfarzosamente illuminate le vie, fatto scelti concerti, le dame ballato, e il Comune pagato! Sono sessant’anni appena che queste miserabili cose più non avvengono: il popolo, ohimè!, non le ricorda nemmeno: ma ci si accusa e noi ci accusiamo tuttora di mancare di educazione politica, ma con tanto alternarsi [15]a brevissima distanza di tempo di grida coatte: Viva Napoleone! viva Francesco I nostro signore, viva il Papa, viva la Rivoluzione, viva la Libertà, viva la Forca, viva Murat, viva l’Austria, come era possibile imprimere ad un popolo l’educazione politica? Mi sta a mente un minuscolo fatto d’arme, ricordato pur ne’ manuali scolastici. Nel marzo 1831, il dì venticinque, un pugno di animosi presso le Celle a un miglio da Rimini, su la via Emilia, fece fronte all’esercito tedesco. Ma le prime avanguardie austriache non chiesero: dove è il nemico? chiesero: dove sono i briganti?

I briganti! Oh, lo dicevano in buona fede e molte timorose coscienze da noi vi credevano. La storia di questi briganti che affrancarono un popolo e poi furono venerati come martiri ed eroi, è gran parte della nostra storia recente!

Ma quale nenia malefica era stata cantata? quale veleno di sonno era stato propinato a questo popolo già così indomito, insofferente, feroce, fecondo? Fin la fecondità materiale della generazione parve avere sosta! Per qual delitto d’audacia fu l’Italia punita? Torquato Tasso domanda ai gesuiti un confessore che lo assolva di grande peccato. Ultimo grande della Rinascita, in che hai mai tu peccato? Quella grande rivoluzione del pensiero, la Rinascita, fu dunque così mortale peccato? Così grande peccato che solo le fiamme che arsero le carni di Giordano Bruno parvero pena condegna? Sommessamente, umilmente [16]davanti al tribunale del Santo Ufficio, in Roma, Galileo osò ripetere: Eppur si muove! Non fu il rogo che annienta, fu un’altra forma di annientamento: la segregazione da ogni essere umano del mirabile vegliardo affinchè quella voce non fosse più udita: ma essa volò e si diffuse come il santo spiro di Cristo fuor dell’avello![1]

*

Quando discesero i Francesi in Italia col Bonaparte, e ciò fu nel 1796, parve, come dopo lunga afosa stagione, il sorgere al confine del cielo di un temporale nero come la pece. Fiamme e lampi balenavano dietro e ne solcavano i margini. Pochi istanti ancora ed ecco si leverà il vento. Chi ha le messi all’aperto s’affretta a nasconderle: porte, finestre siano sbarrate. Hanno ucciso il loro re, hanno abolito Iddio! Che mai sarà di noi? Chi può, come don Abbondio all’arrivare dei lanzichenecchi, prende la via dei monti. Nascondete sotterra i tesori, le reliquie. Le vergini, le caste monache siano pur esse nascoste; e si attende immobili, col cuore che palpita. La nube nera è squarciata da fulgori d’armi e cannoni; eccoli, eccoli, sono arrivati, hanno tutto spazzato, tutto vinto. Il re del Piemonte come una festuca, quattro antichi eserciti del sacro [17]romano impero dell’Austria sono stati da quelle furie francesi spezzati come verghe di un inutile fascio: i signori di Milano su cuscino prezioso hanno, tremando, offerto al giovanetto guerriero le chiavi della città. Attila s’arrestò davanti a papa Leone: non s’arresterà il Bonaparte: un grido lo precede, l’antico, immutabile grido del diritto della forza: «O soldati, avete riportato sei vittorie, avete ammazzato o ferito più di dieci mila persone; avete vinto battaglie senza cannoni, passati fiumi senza ponti, marciato senza scarpe, alloggiato allo scoperto, etc.». Sostò appena al petrone dove Cesare arringò le legioni dopo il Rubicone e mosse contro Pio VI. Solo gli immobili santi nelle arche secolari possono dare aiuto e San Marco a Venezia e Verona, e San Gennaro a Napoli, e Santa Maria a Genova; Santa Maria, dal cielo lontano, è invocata dal popolo. E il popolo è pronto a combattere per i suoi santi e per i suoi signori. Ma i signori di Venezia non han membra che per tremare, non han voce che per proclamare un atto di viltà così grande che il mercato di Campoformio può sembrare quasi espiazione.

Il re di Napoli, Ferdinando IV, che s’era avanzato sino a Roma, ebbe tronca dal terrore una vana parola di iattanza: è precipitato a Napoli, di lì salperà coi tesori, con le ree femmine, Carolina, Emma Leona, per Sicilia. Più lontano fuggire non può.

Orribili a vedersi, in istrane fogge, laceri, sordidi [18]di polvere e di sangue; ma tante terre hanno corse, tanto sangue hanno sparso!

Voi non li capite? Ma se rulla il tamburo e canta la «Marsigliese», voi li capite. Voi tremate? E che? «Anime timide; e voi, bocche perfide, cessate di spargere il vostro veleno. Noi siamo qui per proteggere l’innocenza, la probità, la virtù!»

I cuori cessarono di battere. Stupri, uccisioni, rapine, non ne fecero essi di più che gli antichi imperiali e cattolici eserciti. I Lazzari, feroci, domandarono onore per San Gennaro, e fu concessa al santo una guardia d’onore. Del resto, c’erano i nuovi santi e i nuovi inni: «Liberté, égalité, fraternité», l’albero della «Libertà», il vessillo tricolore, «Allons enfants de la patrie», «Ça ira». Rullava il tamburo e si capiva; torme poi di Italiani, scomunicati e indiavolati anch’essi, con nomi nuovi alla francese, giacobini e patriotti, seguivano gli eserciti della Rivoluzione e facevano da interpreti. In fondo si trattava di ballare, ballare a tondo la «Carmagnola» e le donne e i giovani — ben lo sapete — imparano presto le nuove danze e si vestono volentieri delle nuove fogge. Si trattava anche di veder fuggire atterriti gli antichi padroni, i preti ed i signori nobili: spettacolo crudele: ma questa soddisfazione accade così di rado che quando accade ci prende sempre gusto il popolo.

Questo temporale durò tre anni (1796-1799), e dove prima sorgevano ducati, granducati, regni, [19]sorsero tante piccole republiche, generate convulsamente dalla grande madre: la Francia.

Se non che nell’anno 1799, al tempo che Napoleone inseguiva in Oriente non so qual suo meraviglioso sogno dietro le orme di Alessandro, ecco la tenace e formidabile Austria, collegata alla Russia, ridurre in breve tutta Italia alla fortuna di prima. Fuori i lumi, adunque: giù l’Albero della libertà. Si intuoni dai re e dai popoli il «Te Deum», si esponga il Sacramento. Bonaparte è tornato! Ma Bonaparte è vinto! L’infame Bonaparte è vinto, il vecchio generale austriaco Melas, sempre nei fatali campi d’Italia, lo ha vinto. Messi a spron battuto ne diffondono la gran nuova. A Livorno è giunta la regina Carolina moglie del re di Napoli, sorella dell’imperatore d’Austria, sorella della decapitata Maria Antonietta. Ella si affretta a Vienna a domandare più vasto regno: il sangue sparso dei patriotti napoletani non ha saziato la sua vendetta: altro sangue e più vasto regno domanda. Ma ecco nella notte ella è desta: un nuovo messo è giunto. Ella, nell’aprire il foglio diceva: leggiamo la fine del presuntuoso esercito di Buonaparte. Ma quando lesse la disfatta del Melas, instupidì, rilesse come incredula il foglio, le mancò la luce e si appoggiò morente alla donna che l’aveva desta.[2]

Oh, è ancora la dolce primavera, l’astro di Napoleone non tramonta, anzi sale con l’estate al [20]suo grande meriggio; tredici anni durerà quell’estate purpureo, spentosi contro le brume e il gelo del Nord. La dolce terra di Francia ne ha a gioire come ai tempi d’Orlando. La vendetta dei re maturerà nell’odio ancora tredici anni.

Napoleone dopo Marengo fu ancora arbitro del mondo e d’Italia. Egli con la spada la tagliò come un bel manto antico; col pezzo più unito e piano fece prima una Republica e poi un Regno; e di stoffa regale tanta ne avanzò, che ne diede alla Francia, ne vestì i parenti, le sorelle orgogliose. E tu, madre mia, nulla vuoi? Nulla volle Letizia. Lunga vita e lungo martirio ebbe solo quella lungi-veggente.

Dopo la battaglia di Marengo furono di nuovo esposti i lumi per la Francia e fu cantata la «Marsigliese». Certamente molte cose in quegli anni mutarono, ma non così profondamente come può credersi pensando al principio di quel moto, cioè alla Rivoluzione. Le rivoluzioni hanno una certa somiglianza col corso dei fiumi. Noi vediamo i fiumi presso le loro sorgenti precipitare dai monti con impeto così grande che fanno paura e diciamo: Guai se essi devono seguitare così! Oh, non seguitano. Appena giunti al piano, dilagano e prendono corso tranquillo.

Napoleone quando prese nome imperiale, mutò il rito; non si fece incoronare dal sacerdote, ma, come tutti sanno, si pose egli stesso la corona ferrea sul capo, pronunciando quelle famose parole che fecero stupire tutti e sorridere qualche [21]filosofo: «Dio me l’ha data, guai a chi la toccherà!» Chi sa che anche egli non abbia creduto a quelle parole! Gli eroi dell’azione se non avessero fede nel sogno della loro onnipotenza, rimarrebbero inerti come certi eroi del pensiero.

Mutò il rito e rimase l’impero: risorsero i titoli di conte, duca, marchese: scomparvero le immobili ricchezze del feudo e delle chiese; nacque la nuova, mutabile e maggior ricchezza dei traffichi e delle industrie. Cessò la tirannia dei nobili, germogliò quella che dovea crescere così fiorente, e fu detta tirannia borghese, e forse oggi è nata nuova tirannide

che l’una e l’altra caccerà di nido.

Poi Napoleone cadde in un tragico precipitare. Guerra di Spagna, di Russia, Lipsia, Waterloo, sono le tappe di questa caduta. Ritornò ancora l’Austria in Italia tenendo a mano i piccoli principi: fu cantato il «Tedeum» ancora, furono restaurate o, meglio, si desiderò di restaurare le cose come prima.

*

Ma a questo punto noi ci domandiamo: In questo alternarsi violento dal caldo al gelo, dall’azione alla riazione, dal «Tedeum» alla «Carmagnola», quale mutamento intimo, molecolare, era avvenuto nelle fibre del nostro popolo? e le plebi [22]asservite che cosa avevano imparato dai così detti immortali principî dell’ottantanove?

La risposta è difficile, ma ricordo che Michele il Pazzo, capo dei Lazzari, richiesto che cosa fosse uguaglianza, rispose: Poter essere lazzaro e colonnello. I signori erano colonnelli nel ventre della madre: io lo sono per la uguaglianza. Allora si nasceva alla grandezza, oggi vi si arriva. E dietro Michele il Pazzo sta tutta una schiera di morti, tragicamente sublime in quello sfondo sereno e ridente di Napoli: Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo.

Un giovinetto fremente incominciava in quegli anni un suo libro con le parole: «Il sacrificio della patria nostra è consumato». Venezia, infatti, fu sacrificata, ma dietro le sorgeva più grande patria, l’Italia.

Meneghino, che dal tempo della battaglia di Legnano si era disabituato alle armi, imparò a marciare e a fissare in volto il nemico.

Il «giovin signore» meditò su la politica e su le congiure: affronterà la carcere ed il patibolo.

Pantalone, Brighella, Florindo ebbero un grande colpo in quegli anni e ne morirono, almeno come maschere.

L’ultimo arcade ed abate si chiamò Giuseppe Parini, e dopo di lui i poeti non fiorirono più all’ombra dei troni, ma fra il popolo, e molti di essi oltre alla lira portarono la fiaccola e la spada: Ugo Foscolo, Giovanni Berchet, Goffredo Mameli.

[23]Di republica o di monarchia, di federazione o di unità si occuparono i nostri studiosi, per conforto di Napoleone, anzichè di antiquaria e di arcadiche ciance. Un vessillo anche ne fu dato!

Infine in quegli anni furono seminati i denti del dragone da cui nacquero i liberatori della patria: Garibaldi, Mazzini, Cattaneo, Carlo Alberto, Cavour, ecc. Nacquero «sub Julio», sotto il nuovo Cesare, sotto Napoleone.

Ma una mutazione non meno interessante si compì anche nei Serenissimi Principi, i quali, da allora in poi, si trovarono turbati nella loro serenità e dichiararono ai popoli che per l’avvenire li avrebbero governati da buoni padri. Dichiarazione preziosa che fa supporre il riconoscimento di aver governato molto male per il passato. Oh, li aveva ben ammoniti il Petrarca sin da lontano:

Qual colpa, qual giudicio o qual destino

Fastidire il vicino?

Ahimè, gli ammaestramenti in poesia e in filosofia persuadono poco; ed è mortificante il pensare che occorra la Rivoluzione e il tamburo della rossa «Marsigliese» per insegnar qualche cosa!

Dunque fu un gran bene la Rivoluzione francese? E di Napoleone lascieremo sempre l’«ardua sentenza» ai posteri? Bisognerà pur dire qualche cosa e dell’una e dell’altro, pur essendo persuaso di non piacere a nessuna categoria di lettori.

[24]Noi nelle scuole, nei libri, nei discorsi, abbiamo imparato a considerare la Rivoluzione francese il più gran fatto del mondo; il sangue delle sue vittime ci parve una purificazione e, svanendo, divenne come una cornice purpurea intorno a un quadro di incomparabile potenza e le disperate grida noi non le abbiamo udite, perchè suonava così giocondamente, così terribilmente la «Marsigliese» che non si potevano udire! Le orride megere[3] attorno al palco della ghigliottina in Parigi ci parvero giuste come le Parche. Abbiamo imparato che Marat aveva nel cuore il dolore dei secoli. E come noi, tutti, che assistemmo da un posto più o meno distinto al dramma meraviglioso; e se qualche solitario osava criticare o zittire, noi non chiedemmo: Perchè disapprovate o zittite? ma dicemmo: Fuori!

Questo giudizio si è alquanto modificato da quando, per un bizzarro privilegio concesso a chi medita, siamo potuti entrare nel palcoscenico dove si svolse quel dramma. Ma di questa modificazione di giudizio è inutile parlare: esso è cosa più che altro soggettiva, mentre cosa obbiettiva è il fatto che la Rivoluzione di Francia è stata la generatrice della età nostra, nel bene e nel male, in ciò che si vuol conservare e in ciò che di lei si vuole distruggere o rinnovare. È evidente perciò che i figli la venerino come madre ed evitino di discuterla.

[25]Intorno a Napoleone poi molte poesie italiane, francesi, tedesche abbiamo anche imparato a memoria fin dall’adolescenza, ed abbiamo osato spingere lo sguardo sino all’alto vertice del suo monumento, sperso nel cielo come una guglia alpina: se non che altri, obbligandoci ad accostarci a quel monumento, ha fatto osservare che di cadaveri sono le basi, di sangue e di lagrime il cemento. Vero! ed avremmo inorridito se subito non ci fosse venuto a mente che gli uomini elevano di solito i loro edifici con simile macabro materiale costruttivo.

Ce lo hanno anche rappresentato con Giulio Cesare, cavalcante cupamente per una via senza fine, lastricata di cadaveri allineati: meno impassibile di quei truci cavalcatori. Eppure, chi sa per qual malìa, noi non abbiamo potuto odiare. La nostra ragione non ha saputo vincere il nostro affetto. Sovente anzi l’affetto disse alla ragione: Guarda: una lagrima è impietrata nel suo ciglio!

Infatti l’Austria quando di soppiatto, negli anni 1814, 1815, penetrò in Italia, trasse partito non soltanto dell’odio degli Italiani verso Napoleone per il molto oro e il molto sangue che costui richiese in quel suo ultimo, folle, disperato opporsi contro al fato; ma blandamente, astutamente cercò di insinuarsi nell’animo degli Italiani coi ricordi dell’antico tempo, delle antiche glorie municipali, della nostra storia passata. Un generale, il Bellegarde, presenta gli Austriaci come i nostri liberatori, dichiara che era [26]suonata «l’ora della nostra redenzione», ci chiama «alla difesa comune», ci parla «dei nostri legittimi diritti». Anche di «indipendenza» ci parlarono gli Austriaci, della felice Italia formata di tante piccole patrie, delle arti anche, del piacere di rivedere gli amati principi e dell’odiato Brenno sul Campidoglio: un curioso miscuglio di antico e di nuovo fecero sventolare davanti alle nostre passioni.

Era naturale. Napoleone non cadde per effetto di un solo colpo mortale, ma molti colpi mortali occorsero, come ad Orlando, affinchè fosse atterrato. Murat e Beauharnais, benchè avversi e avversati, pur si mantenevano con eserciti in Italia; d’Italia libera ed una parlò anzi il Murat con una voce che rimbomberà fra poco, ma che allora, fra il crollare dell’immane edificio napoleonico, non potè bene essere udita. Bisognava ricorrere ad ogni mezzo per atterrare il colosso e l’Austria ricorse sino a stimolare il nostro orgoglio di Italiani. Infine l’ultimo crollo avvenne, le macerie precipitarono, la tempesta delle passioni posarono come posa la polvere dopo che un edificio è caduto; e allora apparvero nettamente le cose: apparve l’Austria.

Come e che cosa l’Austria intendesse per indipendenza lo dicono, per esempio, queste parole dell’imperatore Francesco I, che accompagnano l’alta onorificenza al Metternich, repressore dei moti del ’31: «Per aver tanto contribuito a mantenere l’indipendenza negli Stati italiani».

[27]Appare l’Austria nel suo atteggiamento vero e fatale; ed anche dai sensi più ottusi fu sentita quell’atmosfera «di taciturna oppressione quale mai non erasi, nè fu più provata, tanto maggiore quanto non ricreata da verun lampo di speranza». Queste parole si tengano a mente perchè non sono di Giuseppe Mazzini: sono di Cesare Cantù!

Allora quel fiero e fanatico ministro della reazione dell’Austria, il Metternich, torcendo a peggiore e maligno senso tutta la storia della patria nostra, dirà: «Ma che nazione! l’Italia non è nazione. È espressione geografica!» E se non basta questo oltraggio dall’oriente, dall’occidente verrà altro oltraggio: «L’Italia è la terra dei morti».

Venitela a vedere come è poetica questa terra dei morti!… Briganti fra le ruine e monaci molti fra le tombe. Al sole qualche Graziella canta…. E gli inglesi taciturni e strani infatti vengono a contemplare e pregano che tale bello spettacolo non sia mai rimosso: ma un inglese, appunto, gettando una sua romantica face fra quelle cose di morte, gridò: Si agitano dei vivi in quel sepolcreto! Giorgio Byron. Ma vediamo, vediamo ciò più minutamente.

*

Alfredo De Musset, nel principio delle sue «Confessioni di un figlio del secolo», descrive con impareggiabile pennello il senso di stanchezza [28]e di smarrimento dei Francesi dopo quella disperata corsa dietro alla gloria e alla guerra. Si guardarono e si videro brutti di squallore e di sangue. E allora quei guerrieri ricordarono che oltre a Napoleone e alla gloria, avevano le culle e le tombe. Tale senso di stanchezza invase anche l’Italia, come quella nazione che più da presso aveva seguito le sorti francesi. Non c’è più sangue nelle vene da offrire a Napoleone? Non c’è più sangue, e molti videro in Blücher e in Wellington i nuovi Tesei che avevano liberato il mondo dal Minotauro, divoratore di giovani vite.

Se non che la Francia fu vinta soltanto, e l’Italia fu conquistata e trattata secondo il diritto della conquista.

Le grandi potenze d’Europa, coalizzate prima contro Napoleone, poi, dopo che egli fu vinto, strette in un’alleanza che fu detta Santa, imposero per re alla Francia, conforme al principio del «legittimismo», escogitato in quelle circostanze, Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI, quel re che, a testimonianza di Samson, il carnefice, seppe morire da Re dopo essere vissuto poco bene, almeno come Re.

L’Italia, invece, fu tutta preda dell’Austria. Blandamente da prima e quasi amorevolmente, sì che molti si mossero incontro a lei. Ella ci ricordò il volto degli antichi amati sovrani e promise che ce li avrebbe ricondotti. A chi aveva imparato dalla Rivoluzione il principio di nazionalità richiamò astutamente, come dicemmo, [29]le nostre antiche glorie e libertà comunali. A chi amava la pace, ricordò il lungo e pacifico governo di Maria Teresa. A chi odiava le novità democratiche, fece sapere che i Re grandi e gli Imperatori, stretti in una alleanza Santa, avrebbero rimesse le cose come prima. Seppe, insomma, abilmente trarre profitto di quel complesso di passioni politiche che si scatenano in ogni nazione dopo un grande sfacelo, ma che in Italia, per effetto dell’indole nostra e delle antiche dissensioni regionali, hanno maggior rigurgito e più confusa violenza. E se il Metternich non lesse il Machiavelli, dove è fatta la psicologia dei Fiorentini, ai quali per naturale disposizione «ogni stato rincresce, ed ogni accidente li divide», certo questa psicologia comprese e mirabilmente sfruttò.

Verso coloro poi che odiavano Napoleone, l’Austria aveva le maggiori benemerenze. Voi direte Lipsia, la tragica battaglia di tre giorni, voi direte Waterloo, voi direte gli eserciti imperiali risorgenti sempre dopo la sconfitta.

V’è di più: l’imperatore d’Austria gli ha infitto nel mezzo del petto una spada avvelenata: bene ha il petto di bronzo colui che vide impassibile i campi coperti dei morti: ma a tanto strazio non resisterà. La moglie sua, figlia dell’imperatore austriaco, Maria Luisa, sorride dall’incosciente volto di bambola, in Parma, odorosa di viole, ai cavalieri austriaci. Ma un più indomabile affetto aveva quel cuore di bronzo. [30]Lo so, la storia ufficiale non ha tempo di registrare gli affetti privati dei protagonisti dei grandi drammi della vita. Ma questa ommissione è erronea. Un indomabile affetto: il figliuolo; per lui solo oramai il Minotauro folle conquistava il mondo. Al nepote dell’avvocato Carlo Bonaparte e dell’umile Letizia Ramolino egli aveva imposto il titolo trionfale di re di Roma. Di tutti i grevi emblemi dell’impero, lo aveva gravato, il bambinello! Mille canori poeti cantarono il suo nascimento. Ma noi non ricorderemo nè quei canti nè quei poeti. Ma ricorderemo che era là, su le rive della Moscova il giorno in cui mezzo milione d’uomini si preparavano a sgozzare altri uomini che un messo venne e che recava il ritratto del pargoletto sorreggente nella manina i mostruosi pesi del mondo e dello scettro.

Ricorderemo che quando Napoleone fu deposto, domandò al suocero la moglie e il figlio. E l’imperatore d’Austria negò. Ricorderemo che nel marzo del 1815, quando Napoleone riprese per cento giorni l’impero, domandò ancora la moglie ed il figlio e l’imperatore d’Austria negò. Al giovanetto fu mutato abito, linguaggio, nome. Il bel castello di Schönbrunn fu la imperiale fiorita Bastiglia ove languì, morì — nuova maschera di ferro — il figlio di Napoleone.

Dopo ciò che cosa è il «Bellerofonte» che naviga verso l’isola di Sant’Elena? che cosa è Hudson Lowe, il carceriere feroce?

Dunque bene aveva titoli di benemerenza Francesco [31]I imperatore d’Austria per coloro che in Italia odiavano Napoleone. Ma altra cosa conviene dire per ispiegare come molti si fecero incontro all’Austria, tanto che aristocrazia di sentimenti fu detto il parteggiare per l’Austria, e in Milano quell’aristocrazia provocò un tumulto per affrettare l’ultimo crollo del dominio francese. Io voglio dire il giuoco degli interessi, la molla occulta che governa tanta parte dei fatti umani: la classe dei nobili sperò nel ritorno dell’Austria il ritorno degli antichi privilegi e nei soldati austriaci videro soltanto i buoni servi armati, che li avrebbero difesi dalla Rivoluzione.

Ma più sottile cosa conviene dire, cosa confessata a mezzo, occultata spesso, determinabile con fatica e che tuttavia è la ragione per cui i fatti si svolgono in un certo modo costante.

Molte persone, all’infuori di ogni interesse ed opinione, provano un invincibile senso di repugnanza contro la mediocrità e la viltà invidiose, procaccianti, trionfanti: queste numerose e maligne forze umane si sviluppano tanto in regime aristocratico come in regime democratico e per distruggerle io dubito che convenga distruggere l’umana natura. Ma certo in clima democratico hanno una fioritura più appariscente o se vogliamo dire in altro modo, possiamo dire che il regime aristocratico vietando molte cose, vieta nelle piazze l’ingombro e il tumulto dei ciarlatani e dei cavadenti e non permette le grida di viva o di morte che il publico alterna. Il regime aristocratico, [32]inoltre, essendo più stabile, non permette così facilmente che sul corpo della povera volpe, caduta nel fosso, e succhiata dalle mosche canine, queste, gonfie di sangue, siano scacciate per dare posto ad altre mosche di altrettanto più avide quanto meno sono pasciute. Ora molte nature sensibili dovendo scegliere tra due mali, dànno la preferenza a quello che è meno nauseabondo.

Chi non ricorda, ad esempio, le terribili invettive di Ugo Foscolo nella «Ypercalypseos» contro la demagogia del tempo napoleonico, e le atroci accuse contro Milano, «Babylon minima», che pur fioriva di uomini insigni, compreso lui, il Foscolo, magnifico figlio di quella democrazia?

Ma la verità è questa: quei grandi sono rimasti e la turba agitata e agitante è scomparsa, come allorchè la nobile pianta è riuscita a crescere a dispetto delle male erbe che rigogliose attorno le succhiano l’umore, più quelle non teme, anzi intorno le uccide.

Certo che per allora l’Austria si presentava a molti come la giustiziera contro l’invidia demagogica, contro «quei prepotentoni di Frances», come il buon governo che riconduceva il quieto vivere e il lauto «pacchiare».

Giovannin Bongee col suo fratello Marchionn di gamb avert, avevano di che querelarsi: donna Fabia Fabron De-Fabrian poteva con amabile terrore, ma sicura oramai, parlare nel suo salotto al frate confessore delle «fellonnii» del passato [33]tempo francese, e dei «sovvertiment de troni e de costumm».

Blandamente e con mano guantata si insinuò l’Austria in Italia: tanto che il suo ritorno venne cantato da Vincenzo Monti come il ritorno di Astrea. Ma pare che l’Austria gradisse poco, non dirò le lodi, ma il lodatore, sì che ne cercò carezzevolmente lui altro: costui era però d’altro metallo. Ugo Foscolo odorò il lupo sotto il manto del pastor buono. Preferì il volontario esilio, anzi, come dice il Cattaneo, diè primo all’Italia questa nuova istituzione: l’esilio.

Se non che quetate le cose d’Europa e d’Italia, fatta in quel generale abbattimento forte e sicura la sorte dei gran Re alleati, e prima già disperso l’esercito italico (è bene non conservare i denti nè anche alle rane), sconfitto a Tolentino l’altro esercito italico di Gioachino Murat, tra Napoleone e l’Europa l’Oceano, l’Austria divenuta arbitra delle sorti d’Italia, potè mostrarsi più schiettamente.

Signori, dichiarò l’Imperatore austriaco ai professori dell’Università di Pavia, sappiate che io non voglio gente di studio, ma voglio che mi facciate dei sudditi fedeli, devoti a me ed alla mia casa. E buoni vassalli furono avvertiti in segreto di essere i piccoli re, duchi e granduchi, che l’Austria ci riconduceva.

Oh essi, sì, erano disposti ad essere buoni vassalli! Fu decretato che tutto dovesse tornare come era prima della Rivoluzione e di Napoleone; [34]tutto doveva essere restaurato: restaurate le decrepite ruine feudali. A mano, dunque, l’Austria ce li ricondusse gli amati principi. Ma di che avete paura? Le baionette austriache vi difendono. Egli è là, in mezzo all’Oceano.

E primo il papa Pio VII. Egli soffrì quasi il martirio per opera di Napoleone: strappato da Roma, deportato in Francia! E i pii vescovi chiusi nel forte di Fenestrelle e costretti a leggere l’empio Voltaire! Oh, i devoti sudditi non lo ricompenseranno mai abbastanza di tante afflizioni! L’Austria riconduce nel regno di Napoli anche Ferdinando Borbone: egli ha mutato nome. Non è più Ferdinando IV, ma I. È più tremante di prima perchè fu lì lì per vedersi soppiantato da Giovacchino Murat. Però i sudditi lo riconosceranno lo stesso. Le macchie di sangue dei grandi morti della Republica Partenopea, non si possono scancellare: non resta che coprirle di nuovo sangue, e quello di Giovacchino Murat sarà pur bello e generoso sangue. Poi verrà il sangue e il tradimento dei costituzionali del Ventuno, chè a tanto obbrobrio lo riserba la sua lunga vecchiezza.

In Torino a gran festa ritorna Vittorio Emanuele I, con parrucca e spadino come prima che Napoleone lo confinasse in Sardegna. Veste all’antica e le baionette austriache lo circondano. «Sed hastae regis septemtrionis circumdabant eum», come scrisse Santorre di Santarosa. S’industria con l’aiuto di un almanacco del 1793 a [35]rimettere cose e persone come prima. Sventuratamente se si potevano restaurare le cose (diritti di primogenitura, tribunali privilegiati, procedure segrete con torture e tenaglie), non si potevano restaurare gli uomini di prima per la ragione che erano morti. Le nuove generazioni guardavano e sorridevano.

Tutto come prima, e in fatti il buon Re soleva ripetere che aveva dormito per quindici anni, dichiarazione che può fare il paio con l’altra di Ferdinando IV, cioè che egli non camminerebbe nelle vie aperte dai Francesi. Ma non aveva dormito l’Austria, chè se avesse anche lei dormito, il buon Re non si sarebbe destato sul trono. Oh ma non tutto proprio come prima! l’Austria alla Lombardia che sola possedeva nel secolo XVIII, aggiunse anche il Veneto e Venezia. Venezia era stata la più aristocratica e patriarcale delle Republiche e gran nemica della Republica giacobina francese. Avrebbe dovuto come premio di quella inimicizia e a rigor del principio legittimista essere restaurata, ma o che il nome di republica suonasse male in quell’anno 1815, o che non ci fossero legittimi principi da rimettere sul trono o piuttosto che sembrasse una bella preda agognata fino da antico, l’Austria fece proprio come Napoleone, si prese Venezia per sè. Così abituato alla docilità quel popolo di Venezia! I suoi carnevali e le sue sagre gli saranno conservati. Anche si prese la Valtellina, la quale, insieme al Friuli, cioè dall’Isonzo all’Adda, [36]congiungeva le provincie italiane a quelle austriache direttamente, mentre nel secolo XVIII la Lombardia era separata dall’Austria per mezzo della republica dei Grigioni. Avrebbe altresì l’Austria desiderato di annettere anche le legazioni, cioè le quattro provincie di Ferrara, Bologna, Ravenna, Forlì. Così belle, così ubertose! Presidiarle, almeno! E infatti le presidiò quasi sempre sino alla primavera del 1859. D’altra parte si passava così bene per quella magnifica antica via Emilia, tracciata dal genio di Roma, ove corsero le legioni e le aquile di Mario e di Cesare! Inoltre si passava per terre amiche dell’Austria, perchè il bel ducato di Parma, Piacenza, Guastalla era stato dato a conforto della sua vedovanza a Maria Luisa, austriaca; si passava per il bel piano di Modena e Reggio, ridente di ubertà, che era stato dato a Francesco IV da Este, nome italiano e glorioso, ma sangue austriaco, ambizione e orgoglio austriaco: era cugino e cognato dell’imperatore d’Austria. Di lì si poteva ben passare in Toscana, che era stata ridata a Ferdinando IV, austriaco, che si apprestava ad applicare ai suoi popoli la cura del papavero chè già «il mondo va da sè», come assicurava un suo acuto e italicamente scettico ministro, il Fossombroni.

Stati amici e Stati «reversibili» all’Austria. Tanto amici che si risparmiano loro le spese dei soldati. Ci pensa l’Austria. Di soldati ne ha tanti l’Austria: quanti ne volete. Anche se non volete, [37]verranno i soldati dell’Austria. Appena il gallo canterà ai dormienti nell’alba chiara, l’Austria manderà i suoi soldati dalle quattro fortezze di Mantova, Verona, Legnago, Peschiera, già che lo disse anche Dante:

Peschiera bello e forte arnese.

Dopo ciò quale meraviglia (io non dirò le sette Carbonare e Massoniche pullulanti in quegli anni) se un plenipotenziario inglese, lord Castlereagh, reduce dal congresso di Vienna, ove questi paterni Re si erano adunati a congresso, ci parla di «mercato dei popoli» fatto in Italia? Se un cardinale, il Consalvi, vagheggia una setta segreta contro l’invadenza austriaca? Se lo stesso Giuseppe De Maistre, il poeta mistico della Santa Alleanza e della forca, onora l’Italia della sua compassione? Oh non mai tanto oltraggio era stato fatto ad un popolo!

Potè l’Italia essere stata saccheggiata, lacera, corsa, più schiava, più afflitta, ma più oltraggiata, più schiaffeggiata con profumata mano, no! Sentirono gli Italiani questo mercato, questo oltraggio? Sì, lo sentirono quando il laccio al collo era ben stato messo e con un sintomo terribile che montò alla gola di quelli stessi che avevano invocato sei anni prima il ritorno di Astrea: il soffocamento, l’assorbimento. L’Austria stessa ci obbligò a reagire, a spezzare quel laccio se volevamo vivere.

[38]Non tutto però come prima: non soltanto perchè non si volle, ma essenzialmente perchè con tutto il buon volere di un Metternich, con tutti gli sforzi del sofisma di un De Maistre, con tutto il misticismo dei gesuiti fioriti accanto ai troni, non si potè. Non si potè per la semplice forza delle cose. Le antiche corone videro l’impossibilità di rinnovellare la consacrazione se non col beneplacito dei popoli. Si desiderò, e in buona fede da molti, di restaurare i patriarcali governi di una volta, il patronato delle caste privilegiate come in antico: ma non fu più possibile. Il passato era morto per sempre! Ai popoli ai quali si erano voluti togliere i beneficî degli ordinamenti democratici, non fu possibile ridonare un’altra volta i beneficî dell’antico stato di servitù. Anzi gli stessi governi assoluti, prima l’Austria, che non volevano a nessun patto camminare per le vie aperte dalla Francia, furono costretti non solo a camminarvi, ma conservarono ciò che di meno desiderabile produssero la Rivoluzione e Napoleone: l’accentramento e la tirannide burocratica, la coscrizione, gli eserciti stanziali, e infine la gravezza dei tributi.

Sotto questo anacronismo si sfasciò la lega dei Re. La libertà non è dono della rivoluzione, ma è dono di natura. I trattati del ’15 violarono questa legge di natura.

Ma per ciò che riguarda l’Italia, essa, soggetta ad uno speciale inasprimento da parte dell’Austria, ha una storia sua propria. Questa vetusta [39]madre delle genti fu qualificata «come popolo infante, che essa, l’Austria, durava gran fatica a educare alla sapienza germanica» chiosa il Cattaneo; e la ribellione si formò spontanea e fu soprattutto ribellione di aristocrazia e di intelligenza.

Un patrizio un giorno trovò che con tutti i suoi privilegi di casta, non poteva respirare e disse: «No!» Alle frivole spose danzanti con usseri damerini, alle insensate matrone ciancianti con decrepiti marescialli, stette dinanzi la testa terribile di un loro pari, già presso al patibolo: Federico Confalonieri.

Ai buoni popoli addormentati nel queto vivere e nel bel mangiare, un poeta, come Dante i commutati in mostri della bolgia ottava, così il Berchet presenta i figli del popolo sotto la metamorfosi orrenda, come simbolo di una metamorfosi dell’anima nostra.

Ha bianco il vestito,

Ha il mirto al cimiero,

I fianchi gli cingono

Il giallo ed il nero,

Colori esecrabili

A un italo cor.

*

La storia delle armi e delle arti politiche per cui furono stracciati quei rei trattati del 1815, è la storia di questo libro.

[43]
IL 1859

I.
Cavour.[4]
I Greci raccolsero l’antica storia nel nome di alcuni eroi, Ercole, Edipo, Prometeo; sterminatori di mostri, interpreti di enigmi, rapitori del fuoco.

Noi non abbiamo più simboli, ma anche noi raccogliamo in pochi nomi l’opera di coloro che ci diedero una patria.

Anch’essi furono eccitatori del fuoco, sterminatori di mostri, interpreti di enigmi. Noi ci accordiamo in quattro nomi, quattro figure; e, in qualche vecchia stampa di vecchie case, voi le potete vedere insieme: il Re, gran baffi, gran pizzo, gran forza; egli sta davanti, bonario ma risoluto. «A Roma ci siamo e ci resteremo!» Ha l’aria di dire proprio così. Ma Giuseppe Mazzini non ode; fa della palma letto alla guancia e sempre più s’assorbe in sè, sempre più macero e triste.

Con le mani che escono dal poncio, come da [44]una stola, Garibaldi posa piamente su l’elsa della spada. Figura esotica; venne da lontano, da un oltremare lontano. Eppure altre volte ti abbiamo incontrato nel cammino dei secoli morti.

Ritornerai tu ancora?

Una quarta figura: una barbetta caprina incornicia una faccia sbarbata, paffuta: occhiali a stanghetta: pare un vecchio. Invece è quello che è morto prima degli altri; nel colmo teso della vita la sua vita è stata spezzata. Pare il burocratico, il segretario degli altri tre. Cavour.

Sì, un burocratico di molto concetto, un diplomatico pieno d’ordine. Eppure quel volto parve sospetto ad un occhio acuto che lo vide per la prima volta. «Si sente, si vede, si riconosce in lui il cospiratore».[5] Era von Hübner, l’ambasciatore austriaco. È vero che non doveva riuscire difficile per un italiano, semplicemente pensante, passare da cospiratore agli occhi di un personaggio austriaco; ma è anche vero che quell’uomo d’ordine uscì spesso dalle rotaie[6] della diplomazia e buttò per aria molte combinazioni degli altri diplomatici. Pare un melanconico ed era un giovane allegro. E Iddio lo ha aiutato, anche perchè lo ha fatto morire molto presto.

Altre vecchie stampe ho visto che portavano [45]accanto a Vittorio Emanuele una quinta figura: essa pure militaresca, anzi impettita, quasi geometrica; con i baffi diritti alla moda ungherese, il piccolo pizzo, i cernecchi dei capelli lisci, su le tempie. «Questo — e vi appoggiava un grande indice — è Napoleone III, Imperatore dei Francesi». Mi pare di vederlo quel mio vecchio maestro che ci parlava così. Era stato medico, e di che valore questo mio maestro! Aveva una testa che avrebbe ben servito per modello del Catone dantesco, se non che la sua barba era troppo tabaccosa, e i capelli troppo arruffati. Questo vecchio pensava e scriveva a modo dei prischi latini, e non essendogli permesso di portare la toga, vi suppliva con un gran scialle attraverso la grave persona.

«Quello lì, vedete, è passato sul corpo di due republiche per fare l’Italia».

Era un ammiratore grande di Napoleone III, che diceva aver conosciuto, giovanetto, in Forlì. Quella stravagante espressione di aver ucciso due republiche per fare l’Italia, era poco comprensibile a noi ragazzi. Ha fatto l’Italia, lui? A molti, oggi più che mai, questa affermazione sembrerebbe blasfema. Ecco, diciamo così: Ha permesso che quegli altri quattro si potessero fare il ritratto insieme. Questo Imperatore era un melanconico ed un credente in una fede irrazionale: il suo destino; e Iddio non lo aiutò.

[46]
*

Ma dietro questi personaggi famosi sta una schiera molto grande e confusa: essa si sperde lontana negli albori del secolo, si fa folta e poi dirada sino ad un impiccato recente. Comprende martiri puri, quasi verginali; comprende torbidi e audaci uomini, insofferenti dell’attesa, uomini di congiure e di sangue; solitari che dai libri meditati videro balzare fantasmi che additavano un’arma; preti che leggendo l’Evangelo, udirono il rimbombo della voce di Cristo; madri che dissero al figlio: «Va!» Noi non li nominiamo per devozione a quelli che sono men noti. La più parte di essi morirono giovani, affinchè il detto di Menandro si rinnovellasse,[7] e anche perchè così piacque all’Austria. Piacque all’Austria cospargere di sangue questa terra ritenuta soltanto la terra dei canti e dei suoni: ma essa era anche terra ferax et ferox, ferace ed indomita; e quel concime purpureo fu ottimo generatore di martiri. Noi non li nominiamo, ma ci piace commemorarli semplicemente con le parole del Poeta:

Io vo’ rapirti, Cadore, l’anima

Di Pietro Calvi.

Costoro sono il santo fiume umano, che inabissa e riappare, dilaga, si stringe, rugge; va [47]per meandri strani, alimenta, fa la storia d’Italia.

O padre Nilo, — chiede l’antico poeta[8] — quale origine hai tu? in quali terre nascondi le tue sorgenti?

O fiume del martirio d’Italia, dove, come nascesti?

*

Il ritratto che Angelo Brofferio ci porge del Cavour, quando fu eletto deputato del ’48, non è punto lusinghiero: «Qualche suo discorso nelle adunanze agrarie aveva potuto metterlo in evidenza esperto di traffici e versato negli studi economici e rurali; ma nessuno si accorse che nella sua mente germogliasse qualche peregrina idea e che nel suo cuore avvampasse qualche favilla di quel sacro fuoco che solleva gli uomini sopra la terra. Nuocevagli il volume della persona, il volgare aspetto, il gesto ignobile, la voce ingrata. Di lettere non aveva traccia; alle arti era profano; di ogni filosofia digiuno; raggio di poesia non gli balenava nell’animo; istruzione pochissima; la parola gli usciva dalle labbra gallicamente smozzicata; tanti erano i suoi solecismi, che metterlo d’accordo col dizionario della lingua italiana sarebbe a tutti sembrata impossibile impresa».[9]

[48]Non era bello, infatti, e il D’Azeglio, che fu bello anche come uomo, lo chiamava fra gli intimi el Pansciotel; e Hübner, che lo vide a Parigi del ’56, al tempo del Congresso, dice di peggio: «che il suo fisico mancava di distinzione». Era così distinto il conte von Hübner![10] La sua natura era antipoetica come egli stesso dichiara; ma l’abbondanza degli spiriti poetici in Italia ci può compensare se Camillo Benso di Cavour era specialmente un intelletto matematico. Però «profano alle arti» non lo direi: un giorno tornando a casa (era del 1860 e di cose pel capo ne doveva avere parecchie), trova sul tavolo il progetto del regolamento d’ornato per la città di Torino. Il caso volle che, avendo un ritaglio di tempo, lo leggesse. «Quale fu il mio stupore!» — scrive[11] a quel sindaco — «Giammai lo spirito investigatore, intromettitore, seccatore dell’amministrazione produsse opera peggiore. Povera libertà a quali dure prove si sottopone. Non una finestra, non un balcone, non una cornice senza l’assenso preventivo del sindaco. Persino il colore delle pareti interne delle corti sarà sottoposto al gusto di quel funzionario e la censura con tutti i suoi [49]rigori, applicata alle costruzioni. In verità se lo stampato non portava il bollo municipale, avrei creduto che si trattasse di un regolamento edilizio, redatto da un sinedrio di mandarini e ritrovato dai generali alleati nel palazzo comunale di Pekino. Per onore di Torino sospenda la discussione di quel progetto. Nella legge comunale che si prepara, sarà proclamata la libertà ai cittadini di ornare le loro case come l’intendono, epperciò la soppressione della giunta d’ornato. Massimo D’Azeglio mi dichiarò che, se non è morto o paralitico, si recherà al Senato per combattere un’istituzione altrettanto molesta ai cittadini quanto contraria all’arte ed al buon gusto. Faccia quell’uso che vuole di questa lettera, giacchè son deciso di combattere con tutti i mezzi di cui dispongo un tema così contrario al principio di libertà che deve informare tutte le nostre istituzioni se vogliamo diventare una nazione grande, forte ed illustre».

Di lettere aveva realmente poca «traccia», perchè più che libri di letteratura, aveva letto libri di economia e di storia. Il suo amico e parente De La Rive[12] ce lo ricorda a Presigne, desto di buon mattino, per imparare l’inglese su faticosi volumi della «Storia d’Inghilterra»; ce lo ricorda nelle sue terre di Leri, in piedi dall’alba, tutto intento a riveder conti, visitare fattorie, [50]studiare bonifiche, sorvegliare macchine; e nei ritagli di tempo, leggere, leggere, leggere.

Però digiuno di lettere non lo direi. Certo abbondano i solecismi e, spiace dirlo, il suo pensiero si muove più franco ed agile nella forma francese che in quella italiana; però anche in italiano scrive con una qualità notevole, ed è questa: se noi prendiamo le forbici per isfrondare, tagliare, non ci riesce: si rompono le forbici, ma la sua prosa resiste. Non gli piacciono le espressioni antiquate, i giri lunghi di parole. Mi ha tutta l’aria di sottoscrivere al paradosso del Carducci: chi potendo dire una cosa in dieci parole, la dice in venti, lo credo uomo capace di male azioni.

Una volta un insigne letterato gli ripulì una relazione e la infiorò con dei «vuoi» e degli «imperocchè»; ma lui dichiara che la sua relazione «gli era stata guastata», e che «un’altra volta userà del diritto di dire degli spropositi».[13]

Ma non chiameremo spropositi questi avvertimenti sull’arte dello scrivere, contenuti nella seguente lettera del 22 maggio ’59, dopo la vittoria di Montebello: «Desidererei che il nostro Stato Maggiore affidasse a penna più abile la cura di raccontare i fatti. L’ultimo bollettino sul combattimento di Montebello era redatto in stile da Fischietto. I soldati che si battono oltre il bisogno, la lotta che è fermata [51]dal giorno, sono cose da far ridere i più benevoli. Ho pensato di non pubblicarlo tale e quale. Avrei fatto altrettanto della lettera a Sonnaz, se fossi stato a Torino quando ci fu mandata dal campo. Non so chi la scrisse, ma in verità è ridicolo parlare dei bracci che incanutiscono e del senno che non incanutisce. Ma sopporteremo con rassegnazione della cattiva prosa, se continuate a fare, come in questi giorni, fatti egregi».[14]

Come oratore certo non possedeva tutte quelle doti che Cicerone enumera nel «De Oratore»; nè era eloquente al punto da piacere ad una moltitudine poco pensante e molto desiderante. A questo fine gli difettò specialmente la Retorica, divinità indigete, sopravissuta in buona salute a tanto tramonto e infermità di numi; ma la sua parola corre incisiva, caustica, ignuda; batte l’ala talvolta per forza di sdegno o di ponderata passione.

«Di ogni filosofia digiuno»: ma possedeva la maggior filosofia; conoscere uomini e tempi. Come indovinò bene, per esempio, Nino Bixio. «Vi raccomando in ispecie Bixio, che è il miglior generale di Garibaldi».[15] E Pio IX? «I furori del Papa, le sue filippiche non mi sgomentano punto, anzi crescono in me la speranza di raggiungere [52]il desiderato scopo. Quanto più S.S. sarà veemente, tanto più mi mostrerò calmo e moderato negli atti e nelle parole».[16] E ancora: «Le scene violenti del Papa non mi spaventano. Nella sua qualità di uomo nervoso, tutte le crisi sono seguite da un periodo di calma, in cui è più facile fargli capire la ragione».[17]

E le moltitudini? «Evitino il giorno dei morti!»[18] raccomanda ripetutamente ai regii commissari; cioè evitino che il giorno del Plebiscito coincida con quello dei morti. Triste presagio!

Nè gli mancavano qualità profetiche, che è il massimo della filosofia, anzi della poesia. Se ne potrebbero portare parecchi documenti. Eccone alcuni: Giovanissimo, vivendo a Parigi la gran vita mondana, confida al De La Rive queste sue impressioni: «Credete voi alla possibilità d’un potere aristocratico qualsiasi? La nobiltà crolla da tutte le parti. I principi come i popoli tendono a distruggerla. Il patriziato non ha più posto nell’odierna organizzazione sociale. Che cosa rimane per combattere contro i flutti della democrazia? Niente di solido, niente di forte, niente di durevole. È un bene o un male? Io non ne so nulla; ma a mio credere è l’inevitabile nell’umanità. Prepariamoci o, almeno, prepariamovi i nostri discendenti, chè ciò li riguarda [53]più di noi».[19] Ancora: «La salvezza d’Italia sta nel Parlamento. Se vi è in esso una maggioranza onesta, liberale, nemica delle sette, non temo nulla. Ma se la maggioranza è settaria o soltanto debole, non saprei prevedere le calamità che potrebbero sovrastarci».[20] Ancora: «Solo una soluzione radicale può ricondurre la pace fra la Chiesa e lo Stato».[21] Ancora: «Finchè l’Austria rimarrà una grande potenza, noi non potremo essere tranquilli».[22]

Ed anche sul punto di morte questo spirito profetico non l’abbandonò, chè, come tramandando con il passar della vita la lampada dell’anima sapiente, dice al suo Re: «E i Napoletani? Così intelligenti! Ve ne sono che hanno molto ingegno, ma ve ne sono altresì che sono molto corrotti. Questi bisogna lavarli, Sire, sì, sì; si lavi si lavi».[23]

Si potrebbe, volendo, trovare a che dire anche sul nome, giacchè quel Benso, che pare un nordico Benz, e quel Cavour hanno un sapore esotico: ma certo Camillo è un bel nome, pieno d’augurio italico.

*

Altre belle virtù egli aveva, proprio di quelle che in teoria noi ammiriamo tanto: la gratitudine, [54]per esempio. Quando negli alti consigli dello Stato, dopo il ’60, si trattava di liquidare l’esercito garibaldino, egli avverte i generali Cialdini e Fanti, «che si leverebbe un grido di reprobazione se si conservassero i gradi agli ufficiali borbonici che fuggirono obbrobriosamente e si mandassero a casa i garibaldini che li hanno vinti. Su questo punto non transigerei. Anzichè assumere la responsabilità d’un atto di nera ingratitudine, vado a seppellirmi a Leri. Disprezzo talmente gli ingrati che non sento ira per loro e perdono le loro ingiurie. Ma per Dio! non potrei sopportare la taccia meritata di avere sconosciuto servigi come quello della conquista di un regno».[24]

Altra virtù il non odiare. Fra lui e Garibaldi, dopo la cessione di Nizza e l’impresa dei Mille, non c’era buon sangue e non corsero belle parole; eppure quando l’Austria minacciò ancora la guerra, scrive: «Dite al generale Garibaldi da parte mia che se noi siamo assaliti, io l’invito in nome d’Italia a imbarcarsi sull’istante e a venire a combattere sul Mincio».[25] Oh, non odiava, come è documento quest’altra lettera: «Duolmi che Garibaldi se l’abbia avuto a male, giacchè desidero di cuore che non si venga a rottura con lui. Esso fu meco ingiusto, potrei dire ingrato…. Ciò nullameno quello che ho detto al Parlamento lo ripeto ora: avrei vivo desiderio [55]di stringergli la mano e stendere un velo sul passato….»[26] E nei vaneggiamenti dell’agonia ripete al suo Re: «Garibaldi è un galantuomo: io non gli voglio alcun male».

Anche come capo di amministrazioni ha criteri molto pregevoli, benchè severi. Una volta una dama, e inglese per giunta, gli raccomanda un nobile giovane, ex-ufficiale della marina borbonica, che aveva dato le sue dimissioni durante la guerra, ed ora pretendeva di essere accolto con avanzamento di grado nella marina italiana. Cavour le spiega: «Sapete perchè Napoli è caduta sì basso? Si è perchè le leggi, i regolamenti non si eseguivano quando si trattava di un signore o di un protetto del Re, dei principi, dei loro confessori od aderenti. Sapete come Napoli risorgerà? Coll’applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell’avvenire; e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo, credete alla mia vecchia esperienza, bisogna essere inesorabili».[27] La dama replica, come è facile supporre, ed il Cavour le risponde fra le altre cose: «Credo essere il mio dovere di mostrarmi severo, e di lasciare ai miei subordinati la parte della mansuetudine. Spero così di mutare lo spirito che informa l’amministrazione [56]napoletana; spirito fatale che corrompeva gli uomini più distinti e le migliori istituzioni». La severità ai capi responsabili e la mansuetudine ai subordinati? Così non avvenne al tempo che morì di crepacuore G. Mercuri, più noto col nomignolo di Battirelli.

Queste virtù di giustizia fanno molto onore al Cavour, tanto più che egli sa che «in politica non si possono sempre prendere come punto di partenza i principi della morale».[28] Il che non include peraltro che si debbano prendere quelli opposti dell’immoralità.

Nella sua qualità di diplomatico, egli era uomo prudente: non si creda peraltro che il grado della sua prudenza fosse eccessivo. Uomo pacifico, come ci dice il suo ritratto: e poichè era di temperamento allegro, diremo, un allegro uomo di pace: non però disposto a farsi ammazzare; «disposto» di preferenza «a provare di ammazzare gli altri anzichè lasciarsi ammazzare»;[29] e questa filosofia cercò di infondere anche negli uomini del suo partito, dimostrando che vi sono momenti «in cui l’audacia è la vera prudenza, e la temerità è più savia della ritenutezza». Con tale disposizione ardita dell’animo non gli facevano difetto quei provvedimenti da cui spesso rifugge la molto umanitaria indole nostra. «Tenete» — è un dispaccio del 22 ottobre 1860 al conte Carlo di Persano, quando l’Austria [57]minacciava di assalire ancora — «pronta la squadra per partire alla volta dell’Adriatico: fate leva forzata di marinai a Napoli. Se il codice napoletano non punisce i disertori in tempo di guerra con la pena di morte, publicate un decreto in questo senso e fate fucilare qualche marinaio disertore su la calata».[30]

Circa sei anni dopo il Persano salpò con la squadra; oh, ma non c’era più il Cavour a raccomandargli di fare in fretta, e tu lo sai, azzurro Adriatico!, e a ricordargli che c’è la fucilazione per chi diserta il suo posto.[31]

Ma specialmente abbondava nel Cavour quella forma di coraggio che è così rara, cioè il coraggio civile. Egli non giudicava menomamente uomo politico chi non avesse saputo sacrificare la sua popolarità al bene della Patria.

Nei due anni ’59 e ’60, in gran fretta, sotto il sereno e sotto la tempesta, furono tirati su i muri maestri dell’edificio nazionale, e fu coperto anche il tetto. Chi non è pratico di arte muraria crede che il più sia fatto; ma domandatene ad ogni buon muratore e vi dirà che quella è soltanto la metà del lavoro. Ora il Cavour non si nascondeva la difficoltà della seconda gran gesta, e che mettere in armonia gli interessi delle varie regioni era cosa più difficile che scacciare l’Austria dal Quadrilatero; nè si pensi che [58]egli avesse propensione per una mano di calce piemontese, data in fretta da zelanti imbianchini in berretto burocratico, a tutto il portentoso edificio, «Il Parlamento sarà organo di concordia, non di tirannia centralizzatrice».[32]

Altre cose di lui come uomo politico converrebbe richiamare dal nostro oblio; ma alcune appariranno dal corso di questa narrazione; qui basterà ricordare una sua notevole dote per la quale non nominò eredi; quella cioè di non fare come il buon lazzaro che avendo provveduto al bisogno dell’oggi, dimentica che esiste anche il domani: io voglio dire occupare gli avvenimenti, non farsi occupare da essi.

*

Prima di essere stato ministro del Re, il Cavour era stato giornalista e nel giornale da lui fondato «Il Risorgimento», il 22 marzo 1848, aveva publicato quello scritto notevole: «L’ora suprema della monarchia sabauda», il quale per lunghezza e per audacia può fare il paio con la non meno famosa lettera del Mazzini a Carlo Alberto del 1831. E fu anche publicista, e fra i suoi scritti più matematicamente dimostrativi, ricordiamo quello apparso del ’48 nella «Revue nouvelle» di Parigi col titolo: «Des chemins de fer en Italie», etc. Vi si parla di linee ferroviarie, [59]di trazione, di macchine; ma esse devono, oltre alle merci, trasportare anche quel terribile carico, per cui tanti doganieri allora vegliavano: le idee. A quello scritto sarebbe stata bene come motto la chiusa dell’ode del Carducci «Alle fonti del Clitumno»:

in faccia a noi fumando

ed anelando nuove industrie, in corsa

fischia il vapore.

Sono in quello scritto le idee del Gioberti e del Balbo, ma con in più un certo sapore di polvere. Quel birichin — diceva con dispetto il Balbo, alludendo a questo sapore di polvere, — «finirà col ruinare il magnifico edificio, eretto dal senno e dalla prudenza di tanti valentuomini».[33]

*

E prima aveva viaggiato (1835) a lungo, ripetutamente, Svizzera, Inghilterra e Francia, in compagnia di un amico anche più giovane di lui, il cui cognome era una memoria e una gloria: Pietro Derossi di Santa Rosa: in Parigi aveva, frequentato il gran mondo dei salons; a Liverpool, Cambridge, Londra aveva visitato e studiato officine, industrie, istituti, macchine, etc. Aveva viaggiato, dunque, per acquistar «virtute [60]e conoscenza» come dice Dante, e per divertirsi anche. Ma studiando e divertendosi, l’orecchio non perdeva una battuta di ciò che cantava il novello coro del gran dramma della vita, cioè l’opinione publica; giacchè oramai è deciso: i protagonisti delle moderne tragedie e commedie della vita sono costretti ad agire molto in conformità con l’intonazione del coro. Questa cosa oggi è manifesta a tutti; tanto che gli uomini dabbene rivolgono ogni loro cura affannosa affinchè questo gran coro canti nel modo meno stonato che sia possibile. Ma in quegli anni, prima del ’48, occorreva una certa disposizione filosofica per notare un fatto che era appena in sul primo manifestarsi: disposizione tanto più encomiabile trattandosi di un giovane di venticinque anni e vissuto fra quel ceto aristocratico dove tali fenomeni si avvertono in ritardo e con olimpica indifferenza.

Il passo riferito, ove accenna al necessario avvento delle democrazie, è fortemente illustrativo. E perchè non farne un raffronto con l’avvertimento che il Mazzini dava a Carlo Alberto nella famosa sua lettera del ’31? Dice: «Oggimai la causa del dispotismo è perduta in Europa. La civiltà è troppo oltre perchè l’insania di pochi individui possa farla retrocedere. I Re della lega lo intendono, ma sono troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo, e il secolo li affogherà».

Conoscere e divertirsi, ma anche togliersi da [61]quell’atmosfera di cupa oppressione che gravava sul natio Piemonte. «Qui» (cioè in Torino) — scrive al De La Rive nel ’43 — «io vivo in una specie di inferno intellettuale, cioè in un paese dove l’intelligenza e la scienza sono considerate cose infernali da chi ha la bontà di governarci. Sì, mio caro, sono già due mesi che io respiro un’atmosfera piena di ignoranza e di pregiudizi e che io abito in una città dove bisogna nascondersi per scambiare qualche idea che esca dalla sfera politica e morale dove il Governo vorrebbe tenere imprigionate le anime. Ecco ciò che si chiama godere la felicità di un governo paterno».[34]

Non vengono in mente le tetre querele di un’altra anima imprigionata, il Leopardi? Felice il Cavour a cui natura concesse la forza lieta dell’azione, del far della storia; non le malinconie del pensiero, del meditar su la storia.

Sia lecito fare un raffronto con questo passo del Cattaneo dove, ricordando i nobili esuli lombardi, ritornati in Milano dopo l’amnistia del 1838, dice: «V’erano tuttavia molte famiglie antiquate, che imaginando ancora di vivere ai tempi del Sacro Romano Impero, non si reputavano disonorate della presenza dei soldati stranieri. Ma i reduci, valendosi dell’autorità di eleganti dettatori che dava loro la lunga dimora fatta in Londra e in Parigi, ammaestrarono quella [62]stolta gente a serbare al cospetto degli stranieri i doveri della nazionale dignità».[35]

«Nos patriam fugimus, nos dulcia linquimus arva». E di abbandonare per sempre la patria dava consiglio al giovane Cavour la contessa Anastasia de Circourt-Klustine.[36] La lettera del Cavour a questa dama è fremente di tale passione che lo stesso Brofferio si sarebbe ricreduto dei suoi giudizi. Oimè, come diceva Solone a Creso, noi non ci conosciamo che dopo la morte, se ci conosciamo pur allora! «No, madama, io non posso lasciare la mia famiglia e il mio paese. Santi doveri mi trattengono presso un padre e una madre che mai non mi diedero motivi di lamentarmi. No, madama, io non infiggerò un pugnale nel cuore dei miei genitori; io non sarò mai un ingrato verso di loro, io non li abbandonerò se non quando la morte ci separerà. E perchè, madama, abbandonare il mio paese? Per venire in Francia a cercarmi una rinomanza nelle lettere? Per correre dietro una piccola gloria, senza potere mai raggiungere il fine a cui tende la mia ambizione? Quale influsso potrei io esercitare in vantaggio dei miei [63]fratelli infelici, stranieri e proscritti, in un paese in cui l’egoismo occupa ogni grado sociale? Che cosa fanno a Parigi tutti questi esuli che la sventura qui gettò, lungi dalla terra natale? Quelli stessi che sarebbero stati grandi in patria, qui vivono oscuri nel turbine della vita parigina. Quanto di più nobile e illustre conteneva la mia patria, ha dovuto fuggire. Tutti quelli che io ho conosciuto personalmente mi hanno rattristato sino al fondo del cuore con lo spettacolo del loro grande valore, rimasto sterile ed impotente. No, no! Non è fuggendo la patria, perchè essa è infelice, che si può raggiungere una meta gloriosa! Sventura a chi abbandona con disprezzo la terra che lo vide nascere, a chi rinnega i suoi fratelli come indegni di lui! Quanto a me, io sono deciso. Io non dividerò mai la mia sorte da quella del Piemonte. Sventurata o felice, la mia patria avrà tutta la mia vita».[37]

Oh, non è egli poeta, imaginazione non ha! «Io non ne possiedo alcun germe. In tutta la mia vita io non sono potuto arrivare ad inventare la più piccola favola da far stare attento un bambino»;[38] ma questi che qui riportammo sono «raggi» della più sublime «poesia» che «baleni» nell’animo dell’uomo.

[64]
*

Veramente il conte Enrico di Mombelles, legato austriaco in Torino, non era di questa opinione. Il giovane Cavour aveva dato, anzi, molti dispiaceri a suo padre. Perchè è da sapere che prima di viaggiare all’estero, era intenzione del giovane di visitare la Lombardia; ma il detto conte Enrico di Mombelles, avendo saputo di queste intenzioni, si era affrettato a scolpire questa succosa e onorevole biografia: «Questo giovane appartiene ad una delle famiglie più rispettabili del Piemonte, e suo padre il marchese di Cavour, è il primo a gemere su la condotta e sui principi del suo figlio cadetto. Questo giovane, fornito di molto talento e facilità di ingegno, era entrato nel genio militare. Ma le sue idee e le sue relazioni con altri giovani mal pensanti, indussero il Re a confinarlo nel forte di Bard…. Io lo considero come uomo molto pericoloso, e tutti gli sforzi per ricondurlo sulla buona strada sono riusciti infruttuosi. Merita, dunque, una sorveglianza continua».

Per effetto di questa raccomandazione segreta («segni funesti», come al buon Bellerofonte), il conte Torresani, direttore della polizia di Milano, dirigeva all’Imperiale Regio Commissario di Buffalora il seguente avviso, in data 15 maggio 1833: «Sta per mettersi in viaggio il giovine cavaliere piemontese Camillo Cavour, già uffiziale [65]del genio, e malgrado la sua gioventù, già provetto nella corruzione de’ suoi principii politici. Mi affretto a darle, signor commissario, questa notizia, coll’invito di non ammetterlo, qualora si presentasse su codesto confine, se non sopra passaporto in perfettissima regola, ed in questo caso soltanto previa la più rigorosa visita sulla persona e sugli effetti, avendo io notizia che egli possa essere latore di pericoloso carteggio».

Il carteggio pericoloso era, tutt’al più, nella testa del giovane cavaliere; e all’Austria più che il carteggio segreto dei patriotti, fu esiziale questo carteggio dei suoi ministri il quale, se non ci richiamasse lugubri imagini di corpi e di anime straziate, potrebbe anche ricordare le pedantesche corrispondenze dei commissari spagnuoli dietro a quel gran delinquente che fu Renzo Tramaglino.

Ma, pensatoci meglio, il Torresani, con circolare 7 giugno 1833, n. 3476, vietava al Cavour l’accesso in Lombardia; e soltanto tre anni dopo, di primavera, quel pericoloso cavaliere, previe le consuete pratiche ecc., ottenne, per una sol volta, il passaggio al confine di Buffalora.

C’è un ponte al confine di Buffalora, e lo seppero gli Austriaci a Magenta: e poichè queste circolari sono tutte del tempo di primavera, ricordiamo come nella primavera del ’59 il Cavour costringesse con più efficaci mezzi l’Imperiale Regio Commissario a lasciargli libero il passaggio [66]per quella remota Lombardia, dove era la Chimera orrenda, che il buon Bellerofonte uccise.

*

Già, prima era stato ufficiale: luogotenente nel corpo reale del genio militare; e la sua nomina è del settembre 1826. A sedici anni; carriera di cadetto, in virtù del privilegio di essere stato prima paggio di corte! Ventimiglia, Genova! Splendide guarnigioni e vita ben gaia, specialmente con un temperamento come la madre fin da piccino notava: «luron, fort, tapageur, et toujours en train de s’amuser». Oh, bei sogni della giovanezza, e fra quei sogni, questi ben singolari per un ufficiale! Una mattina si era svegliato, e gli sembrava di essere ministro del Regno d’Italia; un’altra mattina di emancipare l’Italia dai barbari![39]

«Vi dispiacque di aver lasciato il servizio di paggetto di corte?»

«Mi è sembrato di essermi levata la livrea».

«E andavate vestiti?…»

«Come volete che andassimo vestiti? Come dei lacchè. Ne arrossisco ancora dalla vergogna!»[40]

[67]Fu confinato nel forte di Bard, in val d’Aosta: una specie di relegazione. Quest’ordine del nuovo sovrano, Carlo Alberto, è del 27 aprile 1831, e fu motivato, pare, da quelle «imprudenti» parole.

Oh, giornate di luglio 1830; oh, grande aurora di ribellione, che rosseggia in Francia, per cui di tanto palpito ti innebbriasti, anima incredula di Arrigo Heine; oh, congiure, speranze, nella patria nostra; intervento armato, quindi, dell’Austria; e poi esilii, carceri, forche; oh, come doveva essere triste la guarnigione nel solitario forte di Bard![41] Nel forte di Bard, «in un paese privo di risorse», egli era «ridotto, per ammazzare il tempo, a giocare a tarocchi con gli appaltatori».[42]

Noi ricordiamo nell’antica storia d’Italia un altro melanconico giocatore, un uomo nato alla meravigliosa azione e condannato dalla stolta malvagità dei potenti alla tortura dell’ozio: Niccolò Machiavelli, che gioca «a cricca, a tric-trac con un beccaio, un mugnaio e due fornaciai»; ma venuta la sera, si «spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango e di loto»; si mette «panni reali e curiali» e ragiona coi grandi morti delle antiche età, poichè dormono i vivi.

[68]Il Cavour dopo otto mesi di quella specie di esiglio, sospende anche lui «quella veste cotidiana», non «piena di fango e di loto», ma poco adatta alla libertà dei movimenti, e avanza verso i vivi, che hanno cominciato a svegliarsi.[43]

*

Il Cavour, come tutti sanno, è ritenuto il maggior rappresentante del partito così detto moderato. Ma sul senso della parola sarà bene intenderci. Che se per moderato si intendesse o mal larvata immoderazione retriva, ovvero moderata idealità, moderato sdegno, moderati ardimenti, si commetterebbe un grave errore di giudizio. Il miluogo o «juste-milieu» a cui giunse dopo il nobile fermento della prima adolescenza, non ha nulla a che fare colla solita via di mezzo, calcata da quei molti prudenti «che s’adombrano delle virtù come dei vizi»;[44] ma è l’equilibrio tra il desiderabile e il fattibile. La sua mente pratica non può fermarsi che su le cose possibili.

Può, vuole, anzi ha bisogno di smuovere uomini e cose, ma prescindere dalla prosa dei fatti come sono, per vivere nella poesia dei fatti come dovrebbero — forse — essere, non è del suo temperamento. Egli non è adatto per lanciare all’avvenire [69]di quegli immensi valori fiduciari che tanto piacciono alle moltitudini, e perciò il suo pensiero non potè mai essere popolare; anzi ogni intemperanza demagogica, che muova da un postulato dottrinario, eccita in lui come una caustica secrezione di ironia. Di questo suo spirito liberale così informato a moderazione ci piace oltre ai molti documenti che la necessità del racconto ci obbligherà a produrre, riferire questi due i quali si possono ritenere veridici, perchè non sono tolti da concioni politiche ma da lettere intime. «Io reputo che non sarà l’ultimo titolo di gloria per l’Italia di aver saputo costituirsi a nazione senza sacrificare la libertà all’indipendenza, senza passare per le mani di un Cromwell; ma svincolandosi dall’assolutismo monarchico senza cadere nel dispotismo rivoluzionario».[45]

Il secondo passo è del 7 gennaio 1860, cinque mesi dopo Villafranca ed ha speciale valore perchè ci rivela il suo intimo pensiero per ciò che riguarda l’Italia e la politica di Napoleone III. Dico intimo, perchè diretta la lettera al De La Rive e confidata con questo avvertimento: «Io vi scrivo a cuore aperto, e vi tengo un linguaggio che sta male in bocca di un diplomatico. Ma con voi io non voglio essere che un vecchio amico, sicuro che voi non mi farete commettere delle imprudenze». Aveva in quei giorni Napoleone III [70]accettate le dimissioni del ministro degli esteri, conte Valewski, di cui avremo occasione di fare menzione sovente, e chiamato in sua vece Thouvenel, «ennemi des prêtres». Dice dunque: «È evidente ai miei occhi che l’Imperatore s’è deciso dopo lunghe esitazioni a ritornare francamente all’alleanza inglese, per la quale egli ha avuto in tutta la sua vita il pensiero fisso. Quanto all’interno egli ha capito che il partito clericale lo trascinerebbe verso la china fatale che ha perduto Carlo X. Egli ha subodorato una reazione violenta contro il partito ultramontano, un ritorno appassionato verso i principi del ’89 e l’ha rotta con Roma. A mio avviso la decisione dell’Imperatore non è dubbia. Il giorno in cui ha fatto all’arcivescovo di Bordeaux la sua famosa risposta, di cui l’importanza non era minore ai miei occhi che quella dell’opuscolo «Il Papa ed il Congresso», io ho esclamato fra me: Io perdono all’Imperatore la pace di Villafranca: egli sta con ciò per dare all’Italia un aiuto ben più grande che con la vittoria di Solferino. L’alleanza inglese e la rottura con Roma devono necessariamente dare al governo dell’Imperatore degli andamenti più liberali, o almeno più larghi e più popolari».

Gli occhi del Cavour si chiusero a tempo. Egli morendo potrà dire: «L’Imperatore è molto buono con noi». Egli non udì la fucilata di Aspromonte e di Mentana; non lesse le lunghe, diuturne, affannose o pietose pratiche dei ministri [71]italiani a lui successi.[46] Non vide (e sarebbe avvenuto, lui vivo?) l’Imperatore, tratto contro l’opera propria. I suoi occhi si erano chiusi. Ma che egli avesse visto la meta a cui tendeva Luigi Bonaparte, fra impedimenti immensi, lo dice la storia, quella che è più sigillata; e delle forze avverse che trascinavano l’Imperatore anche questa semplice narrazione offrirà prove non poche.

«Quanto all’Italia» — prosegue il Cavour — io ho il convincimento che le restaurazioni non avranno luogo e che il potere temporale dei papi è distrutto; e in uno spazio di tempo poco considerevole, il principio unitario trionferà dalle Alpi alla Sicilia».[47]

*

Questo ammirevole possessore del senso del reale non potè accordarsi con colui che fu detentore massimo del senso dell’ideale, cioè col Mazzini. La qual cosa non vuol dire che l’uno abbia torto e l’altro ragione. V’è nella leggenda biblica Lia e Rachele, lo spirito attivo e lo spirito contemplativo; v’è nella parallela la linea destra e la linea sinistra: non si toccano mai; ma ambedue sostengono il carro e nella visione lontana ambedue le linee convergono in una.

Io non nego che, indipendentemente dal temperamento [72]dei due uomini, non possa spiacere questa specie di sconoscenza del Cavour verso il Mazzini; ma oltre alle cose che diremo in seguito, qui ci piace ricordare come il Cavour, giudicando secondo la sua coscienza, si sentiva offeso da quel partito mazziniano, che pretendeva da solo «al monopolio del patriottismo e dell’amore per la libertà».[48] Credeva inoltre che la monarchia sabauda «avendo mantenuto e sviluppato nel decennio il principio costituzionale, avesse nociuto all’Austria ben più seriamente che le sommosse del Mazzini».[49]

Il Cavour, dopo l’Alfieri, è l’altro allobrogo grandissimo attratto dalla voce della gran madre, l’Italia. Certo quella sua manchevolezza di studi filosofici e classici, l’ambiente in cui visse da giovane, lo mettono troppo in contrasto con altri italiani, che assursero all’idea della patria e della libertà da una quasi saturazione di pensiero antico e da una stupenda fraternità d’anima col popolo.

Questa deficienza nel Cavour può spiacere: come a chi è propenso alle idee di republica, può spiacere quella sua fedeltà incondizionata al monarca sabaudo, sino agli ultimi aneliti, sino alle parole supreme; tanto che ad un primo superficiale esame si dubiterebbe se egli ami più la patria o la monarchia. Per quanto animato da spiriti nuovi e uomo nuovo nel vecchio Piemonte, [73]egli è pur sempre uscito da quella nobiltà feudale e guerriera che fiorì intorno al trono.

Con tutto questo non si dimentichi che la politica, risolutamente italiana del Piemonte, è opera del Cavour, e ciò non avvenne senza qualche opposizione. Carlo Alberto nei suoi perpetui tentennamenti lo avrebbe dichiarato «l’homme le plus dangereux de son royaume»;[50] e si citano i giudizi dei re per non riferire quelli degli altri, giacchè se è bel destino dei re portare tutte le glorie dei loro sudditi, è anche brutto destino portare talvolta anche le loro colpe.

Ben è vero che l’Azeglio, dopo Plombières, scrisse al Cavour una lettera ove è detto «oggi non si tratta più di discutere la tua politica, ma di farla riuscire»,[51] frase se non proprio degna di Plutarco, come nota il Bonfadini,[52] degna di un patriotta di cuore e di acuto senno, il quale ben conoscendo l’abilità — mi si conceda l’espressione — del cuoco, accetta le vivande con gli ingredienti che questo ha a sua disposizione. È dopo la morte del cuoco che gran turbamento avvenne in cucina! Ma che le arti politiche del Cavour gli gradissero tutte, non oserei dire. L’assoluto del giudizio dell’Azeglio rispetto all’Italia e la rettitudine della sua morale, ammirabile senza dubbio, ma in contrasto con le necessità della politica, lo porteranno a chiamare [74]quelle arti «giuochi di bussolotti del povero Camillo e Compagni», espressione non destinata alla pubblicità[53] e detta con forza di preterizione, ma che è significativa e può oggi essere palesata. E se alcunchè di vero è nella cruda espressione, vero è anche che furono «giuochi» leali, e morto lui, nessuno li seppe più così bene eseguire. Quanto poi queste arti dispiacessero al Mazzini, come di mala opportunità le incolpasse, è cosa nota. Caratteristica questa atroce opinione: «Se i popolani d’Italia vibrassero i loro coltelli al grido di Viva il re Sardo! e vincessero, voi li abbraccereste fratelli. E se vincessero anche senza quel grido, voi li abbraccereste il dì dopo, per cercare di impossessarvene e sviarne e tradirne i nobili istinti a benefizio d’un concettuccio ambizioso della monarchia».[54]

Sospinse il Cavour Carlo Alberto alla guerra;[55] sospinse senza pentimenti, risolutamente, Vittorio Emanuele su la via della Rivoluzione. La monarchia conquisterà l’Italia, l’Italia le si arrenderà incondizionatamente.[56] Ma egli comprende [75]che questa sottomissione della Rivoluzione alla Monarchia non può avvenire per atto di coercizione o di fedeltà in senso feudale, cosa non conforme alla tradizione italiana, ma per spontaneo accorrere e fondersi di forze, per patto di riconoscenza. La monarchia deve «fare il suo dovere», la monarchia deve «magnetizzare» la rivoluzione. V’è un passo del Cavour che simboleggia questo concetto in modo evidente. In una lettera al Farini, del 5 ottobre, dice: «Occupate senza indugi gli Abruzzi. Fate entrare il Re in una città qualunque e là chiami Garibaldi a sè. Lo magnetizzi….»[57] Esita il Re? Lo rincuora: «Oggi o domani Vostra Maestà porrà il piede sul suolo napoletano. Passo magnanimo che supera in ardire il passaggio del Ticino nel 1848».[58] [76]Scoppierà una nuova guerra contro l’Austria? E per questo? «Siamo preparati a tutto. Nasca quel che sa nascere; se abbiamo da soccombere, lo faremo valorosamente e salvando la fama dell’Italia, assicureremo il suo avvenire».[59]

In altri termini il Regno non deve essere soltanto donato al «sopraggiunto Re», nè il Re andrà alla sua mensa e Garibaldi spezzerà solitario, con fronte dolorosa, il secco pane.

Il passaggio della Cattolica e del Tronto nel ’60, la Monarchia osante quanto la Rivoluzione; la Monarchia che affronta essa radicalmente la questione di Roma; la Monarchia instauratrice di un novus ordo; la Monarchia che non manda a casa i garibaldini con un «benservito», sono le condizioni perchè il Re possa veramente essere Re d’Italia. E questo scomunicato muore col frate confessore accanto e con l’olio santo. Leverà Iddio la scomunica![60]

Tutte queste cose potrebbero dimostrare che l’uomo geniale è pur sempre idealista, anche se spirito matematico.

La dichiarazione[61] del Mazzini del 2 marzo 1860 [77]è indizio di questa politica vittoriosa, ed il Carducci, incolpato di manifestazioni monarchiche e sabaude nella sua giovanezza, spiega con lo stato della sua anima quella di tanti italiani, i quali, «nel ’59 e nel ’60, accolsero la formola Italia e Vittorio Emanuele…. per il concetto che nella fusione dell’elemento signorile col cittadino, dell’esercito col popolo, delle memorie monarchiche con le democratiche, etc., la storia d’Italia troverebbe alfine il suo complemento necessario».[62]

Questo moto forte e concorde tanto durò, quanto durò la vita dell’uomo meraviglioso; ed è questa forza, è questa concordia che nei due anni, 1859 e 1860, produssero l’unità della patria. Scomparso lui, i due partiti si staccarono, e ciascuno riprese la sua libertà di azione. Gli uomini di parte moderata, spinti dall’impeto della politica del Cavour, si trovarono come viandanti in cerca di «estraneo lido». Ben vorrebbero proseguire, ma la guida geniale non è più. Rinvennero, con istintivo moto di prudenza, come un corpo elastico a cui è sottratta la forza che lo traeva. S’accostarono verso le idee di un altro grande rappresentante [78]delle idee moderale, il D’Azeglio. Se non che questi nella rettitudine del suo spirito, già dal ’53, quando sentì di non potere procedere oltre, aveva indicato il Cavour, se era giocoforza procedere; e pur servendo, quando fu richiesto, la patria, s’era ritratto dal potere.[63]

Ma gli uomini che detenevano il potere, oramai troppo erano avanzati. Procedere volevano, certo, ma, tra difficoltà grandissime e varie, bisognava osare ed imperare bene, ed imperare e osare bene è cosa geniale: ritirare il piè non potevano. Subirono, non dominarono gli avvenimenti. Il partito della Rivoluzione o d’Azione, come fu chiamato, procedette per suo conto, ripudiando il motto «Italia e Vittorio Emanuele», e per converso al partito detto dell’ordine, s’accostarono i troppi, i quali costretti dalle mutate condizioni a riformare la moda del loro abito politico, scelsero la foggia che più pareva adatta a proteggerli. Poi fra le nuove parti divise s’incuneò possente la forza nuova della nuova idea [79]internazionale. Quindi l’orientarsi verso sconfinate idealità sociali, da un lato; dall’altro le troppe faccende e le troppe ricchezze contribuirono a diffondere l’oblio, in questa nostra gente già così obliosa, di tanta gloria e di tanta storia palpitante ancora.

[83]
II.
Napoleone III.
— Che cosa vieni a far qui, bambino? e perchè piangi?

— Perchè la governante mi ha detto — rispose il bimbo quando i singulti gli permisero di proferire parola — che tu parti per la guerra. Oh, non partire, non partire!

— E perchè vuoi che non parta? — disse l’Imperatore, attirandolo a sè e lambendogli i capelli — non è la prima volta che io vado alla guerra. Non piangere, dunque; tornerò presto.

— Oh, zio mio, — riprese il fanciullo, rinnovando il pianto, — quei cattivi alleati ti vogliono ammazzare. Lasciami, zio, lasciami venire con te.

L’Imperatore, commosso, si strinse al cuore il bambino, lo baciò, poi chiamò:

— Ortensia, conducete via mio nipote, e rimproverate severamente la governante che con parole sciocche esalta la sensibilità di questo piccino.[64]

[84]E non tornò più.

L’Imperatore era Napoleone Bonaparte, alla vigilia di partire per la campagna di Waterloo; il piccino era Luigi, figlio della regina Ortensia e del re d’Olanda, fratello dell’Imperatore.[65]

Questo ed altri simili aneddoti, di tipo sentimentale e di mal certo valore storico, si raccontano [85]a significare la suggestione imperiale napoleonica nell’animo ancora infantile di colui che poi così disperatamente corse dietro al gran sogno dell’impero, e fu per vent’anni ultimo signore di Francia.

Bene è certo che egli, nato nel fulgor dell’Impero,[66] quando il mondo era tutto di lui, l’Imperatore, fu da lui molto amato. Poi i suoi occhi infantili lo videro vinto, detronizzato, abbandonato, piangente. Vide le ultime aquile ai vessilli; vide lui, l’aquila, abbattuta. Poi fu l’esilio, poi il bando dalla Francia per sempre, poi la vita errante dietro alla madre ed al fratello maggiore per le terre di Svizzera e d’Italia.

Filippo Le Bas, figlio del convenzionale Le Bas, fu per circa dieci anni il maestro del principe, seguendolo con la madre in quel suo vagabondo esilio.[67] Era il Le Bas giovane di molti studi, specialmente classici; e le sue lettere ai parenti, [86]edite di recente[68] e non destinate certo alla stampa, ce lo rivelano uomo di indole austera, semplice, chiuso nei suoi studi e nelle sue convinzioni republicane. Le notizie che in queste lettere ai parenti, qua e là traspaiono sul giovanetto affidato alle sue cure, sono di grande interesse appunto perchè sono di un’attendibilità su cui non può cadere dubbio.

Commovente è la cura con cui egli sorveglia l’anima e l’intelligenza del discepolo: qualcosa di paterno; anzi egli dice di volere essere come un fratello maggiore e fa suo il nobile precetto educativo di Terenzio:

Pudore et liberalitate liberos

Retinere, satius esse credo, quam metu.

Però sembra sorgere nel Le Bas come un presentimento triste accanto a quel giovanetto che taciturno si fissa in un pensiero, lontano, in un luogo lontano dove è una tomba; e si studia come di prevenire il fato, e, con gli esempi della storia, gli pone innanzi il quadro doloroso dei grandi imperi caduti, della vanità del potere supremo.

«Voi sareste ben stupito — scrive al Le Bas l’abate Bertrand, che fu primo precettore del principe — se un qualche giorno la storia mettesse il vostro nome accanto al suo, come quello di Socrate accanto ad Alcibiade. Chi lo sa? Ma, [87]povero ragazzo, che la fortuna non gli giuochi un simile tiro, perchè essa se li fa pagar cari. Che sia un galantuomo anzi tutto!»

Luigi Bonaparte diventò poi Alcibiade; ma il republicano Le Bas si allontanò da lui e da quel trono, e per sempre.

L’intelligenza del giovanetto, come si rileva dalle lettere del Le Bas, non va oltre il normale, anzi il suo sviluppo è lento; scarseggia l’energia volitiva, abbonda l’ostinatezza (mon doux entêté, lo chiamava la madre). È melanconico, esitante. Se non che a poco a poco questa intelligenza si svolge, l’amore agli studi s’accresce — non per le matematiche, però, — e il Le Bas se ne compiace come di una rivoluzione operata da lui. Sta tuttavia in pensiero per la sua salute cagionevole, per il temperamento nervoso di cui triste segno sono i frequenti terrori notturni. Un’altra cosa nota il Le Bas, una cosa che non può non sorprendere chi ha di Napoleone III l’opinione che si ha comunemente, una cosa per la quale non mi riuscì trovare smentita o diniego; ma testimonianze concordi e molte di conferma, fra cui una di Bismarck, ed è la completa bontà del cuore e il sentimento pieno, ridondante della riconoscenza.[69] Notre petit oui-oui, [88]lo chiamava la madre. E un’altra cosa del pari importante aveva notato il Le Bas, cioè la disposizione della mente a fantasticare. Attraverso la maschera con cui quell’uomo coprì poi la sua anima, questa tendenza al sogno fu intravveduta da quelli che più avevano interesse a scoprire l’intima essenza del suo spirito.

La avvertì l’Hübner: «C’est un rêveur,[70] uno spirito esitante»; la avvertì presto il Bismarck: «Egli sogna, egli va, io non so dove, insieme col fumo della sua sigaretta»;[71] «uomo non bene desto», lo dice Vittor Hugo, in quel crudele e magnifico libello che è «Napoleone il piccolo»; «pallida ombra, furtivamente emersa dalla tomba di Sant’Elena»,[72] lo dice il Mazzini. È intenzione di atroce ingiuria, ma quell’ingiuria non si sarebbe vestita di quelle parole, se un certo che sfuggente ai colpi dei disperati oltraggi, non fosse stato in quell’uomo singolare.

V’è un ritratto di Luigi Napoleone a sei anni[73] che dà appunto l’impressione di questo rêve e di questi terrori. Un delicato ovale di volto infantile, scarno, sorge da un nembo di trine. La capellatura è sconvolta come dal soffio di una tempesta invisibile: gli occhi, aperti, guardano avanti, verso quella tempesta, atterriti. Stringe, difende sul cuore, con la manina, un gran mazzo di fiori. Impressione dolorosa!

[89]Vengono a mente molte cose: viene a mente la domanda di Ortensia:

— «Se tu fossi povero, come faresti a vivere?»

— «Io? Venderei i mazzolini di viole come quel povero bimbo alla porta delle Tuileries».[74]

Della madre più tardi si appalesò ed il riflesso fisico ed il temperamento erotico[75] e romanzesco; vivace contrasto con quell’aspetto apata e freddo.

Le nozze con la bellissima spagnuola Eugenia di Montijo, celebrate un anno dopo la proclamazione dell’impero, quando appunto era necessario consolidare l’usurpazione con un matrimonio regale,[76] appaiono come documento ben eloquente di questi varii sentimenti. È noto con quanta pertinacia e contro tutti Napoleone III volle queste nozze. «Ma se era per questo era [90]inutile che tu facessi il colpo di Stato», gli disse il Morny. Ma il padre di Eugenia era stato valoroso colonnello dell’Impero; ma ella nei giorni del colpo di Stato, gli aveva offerto gioielli e ogni suo avere se ne avesse avuto bisogno; ma sposando lei faceva come Napoleone che sposò la bella creola, Giuseppina; e dichiarava in cospetto alla Francia: «Io preferisco una donna che amo e rispetto, ad una sconosciuta, la cui alleanza avrebbe arrecato dei vantaggi e insieme dei sacrifici».

L’Hübner ricordando l’Imperatore dopo queste nozze, «ebbro d’amore e di felicità», osserva: «io non lo avrei creduto capace alla sua età e con la sua esperienza, di innamorarsi così ingenuamente e sul serio».[77]

La Francia è stata sempre una nazione cavalleresca e non poteva restare indifferente a questa audacia da ballata romantica; ma la Francia è anche una nazione piena di spirito, onde fu detto: L’Imperatore fa concorrenza a De Musset e il suo regno non sarà che il canto di una notte.

Fu più cavaliere ancora quando acconsentì a fare ufficialmente questa sua donna partecipe dei consigli dell’Impero, e lo fu anche troppo![78]

[91]Per tradizione mi fu riferito che, al tempo della sua giovanezza, un vecchio fiorentino vide un dì Luigi Napoleone tutto pensoso e raccolto, presso Santa Trinita, e gli chiese: «Che cosa avete, principe?» «Penso — rispose — al modo di reintegrare la mia famiglia».

Come la reintegrò, infatti![79]

Il ricordato volume delle lettere del Le Bas contiene alcuni disegni, dati come originali del giovanetto. Essi sono pieni di sentimento e di finezza e non privi d’arte. Ne ricordo tre, manifestamente significativi. Una sentinella rigida, con cappotto, colbacco enorme. Sta all’erta; stringe e sembra presentare l’arma. Presso è il bivacco; intorno un tetro paesaggio nevoso. Altro disegno col titolo «l’aquila fedele». Un’aquila sta librata sopra una lastra sepolcrale. Intorno è un paesaggio aspro. Sulla tomba è scritto N; e sotto, 1821. Ancora: un bel brigante in pieno assetto: [92]cioce ai piedi, mantello cadente, cappello a pan di zucchero coi nastri e la croce sul petto: il bandito italiano.

*

L’ardente amore della regina Ortensia pe’ suoi figliuoli, le cure per la loro educazione, i dolori sofferti, le ansie mortali per la loro sorte e le loro vicende, la redensero. Anch’ella, come la còrsa Niobe, attese su la soglia della casetta d’Arenenberg il figlio.[80]

Che se il Le Bas insegnò la vanità degli imperi, ella, la idolatra di Napoleone, insegnò il culto di quel suo Prometeo che fu incatenato su la rupe di Sant’Elena. Non lo avrebbero veduto più; [93]ma l’ava Letizia,[81] a Roma, può ancora parlare di lui: «Parlez nous de lui, grande mère!» ed una fede cieca ella inspirò nel loro destino. Non era predetto? «Se noi troveremo nel prato, o amica, un trifoglio di quattro foglie, vorrà dire che presto potremo ritornare in Francia, o che domani avrò lettere dal figlio mio».[82]

*

Il colpo di Stato del 2 decembre 1851, sta su Luigi Bonaparte come una sanguinante tonaca, ed un nome pauroso e tenebroso gli è rimasto che pare quello di un carnefice, il quale per nome proprio non può essere ricordato. Converrà di questo dire qualche cosa, ed intanto diciamo che se questo nome è disonorevole, v’è anche una cosa che non fa onore all’umanità; ed è la seguente: che soltanto dopo il delitto, Luigi Bonaparte è preso in seria considerazione.

Prima, no. Prima egli è, secondo le varie opinioni, un avventuriero, un allucinato, anche un [94]idiota, e per la polizia papale «il nominato soggetto»,[83] e per i ben pensanti, un bisognoso di clemenza. Anche il padre, in tale senso, lo raccomanda alla clemenza del Re di Francia: «Mio figlio è caduto in un orrendo lacciuolo, essendo impossibile che un uomo non sprovvisto d’ingegno e di buon senso, si sia gettato allegramente in un tale precipizio».[84] «Quel matto di mio cugino», ricorda Cesare Cantù di avere udito dal principe di Canino.[85] Dopo, no: è l’Imperatore. «Questo disgraziato Luigi Bonaparte fu giudicato, condannato et exécuté nel modo più bello. Non c’è che una sola voce: la sua incapacità»: questa nota è dell’Hübner, 25 novembre: dopo il 2 decembre, l’incapace è divenuto certamente capace; e l’ambasciatore austriaco dovrà col suo sbarbato volto volpino spiare, spiare, spiare per otto anni che cosa dice, che tempo segna il volto dell’Imperatore.

Questa contraddizione non poteva sfuggire all’Hübner, tuttavia: «Prima del colpo di Stato i capi del parlamento lo accusavano di inettitudine, d’ignoranza, di stupidità. Quando parlava, o piuttosto balbettava le prime volte, Montalembert esclamò: Ma è un discorso da svizzero, codesto! Oggi è salito di grado. Non lo si chiama più imbecille, lo si chiama sfinge».[86]

[95]Anche Vittor Hugo lo dichiara, atrocemente, ma lo dichiara: «Non è vero: non è un idiota: ci siamo ingannati. Luigi Bonaparte ha un’idea fissa: ora un’idea fissa non è idiotismo. Sa quello che vuole, e va. Attraverso la giustizia, attraverso la legge, attraverso la ragione, attraverso l’onestà, attraverso l’umanità, sia pure, ma va!»[87] È qualche cosa!

*

Vittor Hugo, il 17 luglio 1851, dalla tribuna parlamentare ha proferito parole degne di grande poeta e di grande filosofo: ha detto: «Come? Perchè dieci secoli or sono Carlo Magno, dopo quaranta anni di gloria, ha lasciato cadere sul mondo la sua spada e il suo scettro, così immensi che per mille anni nessuno ha osato toccarli; perchè dopo mille anni, giacchè non occorrono meno di mille anni a gestare tali uomini, è sorto un genio che ha fatto della storia gigantesca, che incatenò la rivoluzione in Francia e la scatenò in Europa, che ha dato al suo nome per sinonimi Rivoli, Jena, Essling, etc.; perchè anche lui, dopo dieci anni ha lasciato cadere questo scettro e questa spada, voi venite, voi volete, come lui dopo Carlo Magno, prendere nelle vostre piccole mani quella spada di giganti? Per che fare? Dopo Augusto, Augustolo? dopo Napoleone il Grande, Napoleone il Piccolo?»[88]

[96]Ma le comuni anime degli uomini non possono comprendere così altamente e alatamente: finchè le anime umane non si muteranno, per esse un gran delitto, riuscito a giuoco di fortuna, sarà sempre una gran forza. E così non fu creduto il Mazzini, che disse all’Imperatore: «Voi siete una pallida ombra». Ombra? finchè durò quella forza, fu realtà, non ombra. Quando quella forza fu vinta, tutti dissero come il Mazzini: «Tornate nel sepolcro, signore!»

*

E qui ci appare un fatto strano, minimo e grandissimo. Luigi Napoleone aveva avuto dalla natura un volto impassibile, atono: flemmatico era; non amava troppo discutere; era, come dicemmo, taciturno. Non si adirava; tutt’al più diceva: c’est absurde! Naso aquilino, occhio ceruleo, come quello materno, ma senza sguardo, come il sole del freddo mattino d’inverno: soltanto qualche raro bagliore talvolta. Degli scatti napoleonici, nulla: qualcosa di nordico.

È Vittor Hugo che lo tratteggia: «Luigi Bonaparte è uomo di media statura, freddo, pallido, lento, che ha l’aria di non essere del tutto sveglio. La sua parola si trascina con lieve accento tedesco. Ha i baffi folti che nascondono il sorriso, come il duca d’Alba, l’occhio spento come Carlo IX». I paragoni sono, oltre a questi, Cesare Borgia, Filippo II, Alessandro VI, Ezzelino [97]da Romano: cioè i più truci tiranni del medio evo.

Alla lor volta i panegiristi ufficiali dissero: «È la vita sotto il marmo; il fuoco sotto la cenere; l’audacia sotto il velame della timidezza; l’inflessibilità redenta dalla bontà. Egli è il grande Augusto, egli è il buon Tito sotto l’aspetto di Werther, questo prototipo della fantasticheria germanica».

E allora, per conciliare quell’orrido e quel sublime, fu scritto questo indovinello: egli è temerario e calcolatore, modesto e fastoso, pronto e tardo, mobile e tenace, affabile ed altero, voluttuoso ed insensibile, lo si annega e galleggia, lo si domina e domina.[89]

Anche i preti, acuti osservatori, rinunciarono alla spiegazione e dissero «sfinge!», parola senza senso; ma che fu accettata come si accettano tante opinioni, perchè risparmiano la fatica di pensare. E perchè il padre era mal certo, [98]Pio IX disse: «figlio del diavolo».[90] In Vaticano anzi si riteneva che Napoleone III «consultasse frequentemente il diavolo per la sua politica».[91] In fatti tre volte egli difese Roma papale. La freddura atroce: «Napoleone III a Sedan ha perduto ses dents», è attribuita allo stesso pontefice, che era uomo buono ed argutissimo;[92] e il mondo della Curia parve gioire della caduta di colui che quella Curia difendeva con le armi, e «si sentiva avvinto verso Pio IX da un sentimentalismo, così cavalleresco»,[93] che, fino presso a Sedan, rifiutò di cedere per Roma.[94]

Ebbene, quella maschera di sfinge fu per molto tempo una forza di Napoleone III. In essa si affissò non solamente l’Hübner, e gli altri diplomatici; ma a lungo, molto a lungo, il Bismarck.

Venne pur troppo il giorno in cui questi acuti osservatori esclusero la impenetrabilità di quel volto, e dissero: È un errore! Non vi sono profondità impenetrabili. V’è soltanto una superficie mutevole. Peggio: v’è un affetto. Ora la vera politica procede senza affetti: sine ira et studio: difende i suoi interessi nei limiti del diritto.

[99]Il giorno che quegli uomini dall’occhio di falco, ebbero certezza di questa cosa, l’Imperatore fu veramente exécuté. L’essere duca d’Alba, Cesare Borgia, avere il «marchio di Caino»,[95] non giovò: astuzie, infingimenti, la squadra dei pretoriani còrsi, la corruzione, la menzogna, etc., ed altre arti di governo non giovarono: questi istrumenti terribili così comunemente usati, del resto, al contatto di quell’affetto e di quell’idealità, perdettero la loro consistenza molecolare.

Questo difetto del «fosco»[96] Imperatore cominciò ad essere avvertito al tempo della guerra d’Italia.

*

V’è una pagina nella vita di Luigi Napoleone che si desidererebbe più nota almeno dagli Italiani: è una pagina tragica ed eroica, di morte e di sangue. Quelli che hanno notizie di storia, la riassumono in poche placide parole: Napoleone III, da giovane, prese parte ai moti del ’31 in Italia. Altri vanno più in là e dicono: e perciò commise doppio delitto quando spense la republica romana del ’49; e perciò del ’59, se fece qualche cosa, non fece che un atto di riparazione.

È troppa o troppo poca sapienza!

[100]Vediamone qualche cosa, sia pure in breve. A Roma del ’26, sotto la guida del Le Bas, studia, un’ora o due il giorno, Tacito: «è sempre buono ed amabile; il suo spirito si sviluppa, le sue idee ingrandiscono»:[97] a Roma impara la scherma da un Giovanni Gennaro, dalmata, luogotenente sotto l’Impero, decorato della legione d’onore: a Roma, del ’27, stringe con Francesco Arese, di tre anni più anziano di lui, quell’amicizia che solo la morte disciolse.

Nobile figura umana è questo dovizioso patrizio lombardo, il quale molto patriziato lombardo riscatta; nobile per l’ombra austera in cui si sta nella storia del nostro risorgimento politico, pur avendovi avuto così grande parte;[98] nobilissima per la fede serbata a Luigi Napoleone in ogni suo tempo e fortuna. Carbonaro (e mazziniano di [101]poi), egli era venuto a Roma, fuggendo le persecuzioni dell’Austria, con la madre, quella Antonietta Fagnani-Arese a cui i facili amori e la ammirabile seduzione concessero una specie di immortalità per la ode del Foscolo, «Qual dagli antri marini». Amiche erano state le madri alla corte vicereale di Eugenio Beauharnais; amici divennero i giovani, cui stringeva comunanza di età e di affetti. L’Arese verosimilmente confidò al Principe i ricordi della sua vita: gli Austriaci entrati a Milano nell’aprile del ’14 sul cadavere lacerato del Prina; uno zio paterno soldato dell’Impero,[99] e un amico della sua famiglia, Federico Confalonieri, vittime tragiche di un’inane cospirazione; la grazia due volte chiesta per lo zio all’Imperatore d’Austria, da lui, personalmente, sino a Vienna richiesta; e il rigido rifiuto e la straniera violenza; e per converso le glorie, le vittorie, la libertà d’Italia sotto Napoleone.

Alla sua volta il Principe, che a quel tempo non doveva essere così taciturno come fu poi, deve aver confidato all’amico le tristezze della sua anima e del suo esiglio, la speranza della sua giovinezza. Era morto Napoleone, ma la sua anima riviveva, un’anima foggiata secondo il suo sogno: risuscitare la Grecia, la Polonia, l’Italia, eccitare i popoli dal torpore della servitù, distruggere i trattati della Santa Alleanza. Fantasie giovanili! [102]Ma queste fantasie gli furono pur sempre care: sogni, ma dolci sogni! Di riparlarne ancora desidera molti anni più tardi, e riabbracciare l’amico, e riandare ancora con lui «i passati tempi». Quando? Nel 1841. Dove? Nel castello d’Ham, dove era prigioniero. E quei passati tempi sono ricordati in lingua italiana nella sua lettera.[100]

Si inscrisse in quel tempo Luigi Bonaparte in qualche vendita dei carbonari? La cosa a molti pare probabile, benchè non sia confortata da documenti. L’Arese ci indurrebbe in tale supposizione, quando dice che egli era carbonaro nell’anima;[101] e certo quel rito tenebroso e solenne doveva esercitare un fascino grande su di un temperamento romantico e in quella età; nè si dimentichi che l’arma della setta e delle congiure si presentava allora come l’unica forma di lotta possibile contro quell’altra congiura di re, che fu la Santa Alleanza. Noi oggi sorridiamo di quei monacali e tragici riti; ci paiono assurde le speranze concepite dai carbonari del ’21 e del ’31 o, avendo in mente soltanto quale è oggi la massoneria, ce ne sdegniamo: ma a torto. Non ne rideva, certo, l’Austria!

E se fu carbonaro, nei rapporti che ebbero allora [103]i due principi coi patriotti italiani (fra gli altri con Ciro Menotti), giurò Luigi Bonaparte su di un teschio e un pugnale di liberare l’Italia? Questa leggenda corse con un certo valore in Francia e da noi. Difficile, come nel primo caso, è l’affermare od il negare; ad ogni modo è assurdo credere che l’odio e l’attentato di Felice Orsini significasse la condanna settaria per la mancata promessa; quasi un terribile: «Ricordati!» al potente, assiso sul trono imperiale. L’attentato dell’Orsini ha altra origine. Ma ammettiamo pure un simile giuramento: quale valore gli si poteva dare? Aveva poco più di vent’anni allora, Luigi Bonaparte: un ragazzo!

La sola cosa interessante davvero è il terrore che questi tenebrosi vincoli settari incutevano all’Austria, come per bocca del suo ambasciatore Hübner, è dichiarato: «L’Imperatore, la sera dell’attentato di via Le Peletier, pareva completamente démoralisé. Si deve dedurre che mancasse di coraggio fisico? Non ci penso nè meno. È che l’Imperatore, posto al sommo vertice della grandezza umana, accolto come un uguale dai capi delle antiche dinastie, aveva dimenticato gli impegni presi nella sua giovinezza con coloro che dispongono delle potenze sotterranee e sconosciute. Le bombe dell’Orsini sono venute a ricordarglieli. Un lampo di luce rischiarò d’improvviso la sua mente».[102]

Se qui va errato il giudizio dell’Hübner, non [104]erra però quando all’orgoglioso e fiero Buol dichiara che egli non è «un poltrone», consigliandolo, sin dal ’53, a farsi incontro all’usurpatore dell’Impero, a riconoscerlo di buona grazia come Napoleone III, perchè la «Francia è la Francia»; e bisogna evitare di offendere l’indole di lui «vendicativa, essenzialmente còrsa, che lo porterà a creare all’Austria delle difficoltà in Italia, aiutando segretamente il Piemonte, e forse il partito demagogico in tutta la penisola».[103] Non erra quando avverte il Buol di un oscuro presentimento che quell’uomo, assunto al potere da un sogno e da una violenza, minaccia qualcosa che non è la semplice conquista: «Se noi lo spingiamo sulla cattiva strada, metterà fuoco ai quattro canti d’Europa; e dureremo molta fatica a spegnere quell’incendio».[104]

Ciò che è vero e si attrista il cuore pensando — come dicevo prima — all’oblio indegno che copre quei fatti, è il disperato agitarsi dei due figli di Ortensia in quella fine del ’30 e in sul principio del ’31, quando la Francia insorse e dopo Francia, l’Italia e la Polonia in un mirabile singulto di libertà; quando su quella giovanezza di santa ribellione l’Austria della Santa lega diffuse e impose il peso inesorabile delle sue armi. Due volte la tempesta della guerra, della congiura, della fuga, aggirò il giovanetto per la patria nostra da Roma a Bologna e Forlì, e poi ancora a Spoleto ed Ancona; e in quale condizione [105]tragica dell’animo! col fratello, morto fra le sue braccia in un albergo di città ignota, con la madre accorrente per salvare i figli (giacchè sa che se l’Austria li prende, sono perduti) con gli Austriaci alle calcagna, che vogliono impadronirsi di lui, come si sono impadroniti dell’erede, morente a Schönbrunn; come la morte si è impadronita dell’altro, a Forlì: e poi la malattia sopravvenuta che impedisce la fuga per mare da Ancona,[105] e il pietoso inganno materno al generale austriaco Geppert, indi il travestimento e lo scampo per tappe di posta sino in terra di Francia. Per breve tempo in terra di Francia; perchè anche la patria gli sarà chiusa, perchè — cosa ripetuta sovente e non imparata mai — la libertà è stata sempre sottomessa ad innumerevoli necessità politiche; in nome di una delle quali sarà vietato a Luigi Napoleone di rimanere in patria.

Allora egli odierà Luigi Filippo, allora egli, solo con il sussidio di un nome meraviglioso, tenterà due volte, a Boulogne e a Strasburgo, di abbattere quel Re che venne meno al principio per cui sorse, tenterà con la sua spada e con le sue cospirazioni di aprirsi la via della patria. Sognerà l’Impero, sia pure; ma a lui solo spetta il diritto oramai (morti sono gli altri giovanetti eredi) di onorare il tradito Imperatore, e lo onorerà imitandolo sino al Calvario.

[106]Noi deridiamo le due congiure di Boulogne e di Strasburgo, perchè tentate con mezzi inferiori al fine; ma e le nostre congiure del ’21, del ’31, e quelle mazziniane di poi erano pari al fine proposto? Noi le deridiamo perchè fallirono miseramente, perchè Vittor Hugo ci sparse sopra un’onda e una fiamma di grottesco e di odio inestinguibile,[106] perchè dicendo Napoleone III, noi diciamo Oudinot[107] e Aspromonte e Mentana.

[107]Noi deridiamo la pazzesca congiura di Roma, quando nel decembre del ’30, egli uscì congiurato per le vie di Roma con alcuni vecchi soldati napoleonici e con alcuni giovani, gli eterni giovani, e un tricolore in pugno ed il grido Italia e Libertà; e vuole catturare i cardinali in Conclave, ed è catturato, e con lui un «minuscolo prigioniero».[108] Il popolo di Roma guardava e sorrideva.

Noi sorridiamo quando da Civita-Castellana egli manda al novello papa Gregorio XVI l’ordine di abbandonare il potere temporale e lo conforta che, divenendo soltanto ministro di Gesù Cristo, tutti «anche i più esaltati, lo adoreranno e lo sosterranno»; ma se ridessimo meno e pensassimo di più, come saremmo più giusti e buoni nel giudicare uomini e cose!

Noi qui non possiamo rifare la storia di quelle vicende; esse chiederebbero un volume a parte [108]e molte ricerche non facili; tuttavia per il nostro racconto è necessario ricordare alcune cose di quelle vicende, le quali pur costringendoci a dilungare un poco, saranno, credo, bene accette, come quelle che sono confortate da documenti non noti. L’una è quando, dopo la morte del fratello, corse con la banda del Sercognani a Spoleto, dove era vescovo il conte Mastai Ferretti, che poi fu pontefice col nome di Pio IX. A Spoleto il giovane si apprestava alla difesa, fabbricando bombe e proiettili, quand’ecco sopravvenire gli Austriaci.

«Il loro arrivo — tolgo dal Grabinski[109] — rendeva molto critica la situazione di Luigi Napoleone e degli altri capi del movimento. Essi si rivolsero a monsignor Mastai, il quale loro diede del denaro e delle guide per facilitare la fuga. L’arcivescovo sborsò circa 30 000 franchi. Fu così, col denaro del futuro Papa, che Luigi Napoleone sfuggì agli Austriaci. Per questo fatto l’arcivescovo di Spoleto cadde in disgrazia; e fu soltanto nel 1840 che Gregorio XVI gli perdonò. Il governo pontificio gli rese allora i 30 000 franchi che aveva dato a Luigi Napoleone ed ai suoi amici, e Pio IX amava dire, durante il regno di Napoleone III, che egli aveva reso all’Imperatore un bel servizio, quando nel 1831 era stato sul punto di diventare prigioniero degli Austriaci».

Oltre alle ragioni politiche, oltre al famoso [109]jamais della Francia, questo sentimento di riconoscenza può avere influito nel rendere Napoleone III così «sentimentalmente cavalleresco» verso Pio IX, come dice il De Cesare? È lecito supporlo, tanto più se si consideri, come appare manifesto dalle lettere all’Arese,[110] che l’Imperatore pone non tanto la questione su Roma (dopo il ’59 appariva già manifesto che il movimento era unitario, e l’unità portava a Roma), quanto su la persona del Pontefice: abbiate pazienza, ripete, aspettate almeno che quel povero vecchio muoia.

In relazione a queste congiure del ’30 e del ’31, è il carteggio segreto della polizia papalina del 1846, quando il principe, dopo sei anni di detenzione, evase dal castello di Ham.

È noto come dopo questa fuga Luigi Bonaparte riparò in Inghilterra: ma il governo papale, da più parti essendo stato annunciato che «il summentovato soggetto abbia potuto ottenere un passaporto inglese sotto il nome di colonnello Crowford…., non omette di porgere all’Eminentissimo Legato di Bologna questa partecipazione per quelle ulteriori misure di vigilanza che Sua Eminenza Reverendissima crederà di prendere in proposito».

In conformità di quest’ordine, il 16 giugno, il direttore della polizia di Bologna dirama una circolare ai governatori della provincia, in cui è detto: «Si annuncia anche dai publici fogli la [110]fuga del principe Luigi Napoleone Bonaparte dal castello di Ham, ov’era detenuto, e si pretende che tenti penetrare occultamente nello Stato pontificio per adoperarsi a promuovere dei disordini. Ne do pertanto avviso alla S. V., affinchè faccia invigilare accuratissimamente in codesta sua giurisdizione per arrestare il soggetto medesimo ove ardisca di penetrarvi, trattenendolo sotto sicura custodia sino a nuova disposizione. E così specialmente dove è diretto adito per giungere nascostamente dalla Toscana, occorre che mediante le forze dei carabinieri, sia di notte che di giorno, sia portata attenta osservazione nei punti più facili a dar sospetto del transito di persone. Avvi pure sospetto possa il medesimo dirigersi in questa provincia, dove col favore dei bonapartisti più speranzosi ed arditi, ottenga sicuro asilo in qualche casino di campagna o nei palazzi di città appartenenti a persone della stessa famiglia napoleonica, quali sono quelli della casa Pepoli, della casa Bacciocchi».

In conformità di questi ordini, Alessandro Zuffi, governatore della Porretta, con lettera del 25 giugno, avverte il cardinal Legato di Bologna «di avere attivato tostamente nel confine più pericoloso, un’accurata perlustrazione diurna e notturna di quattro o cinque carabinieri, affinchè niun sconosciuto senza regolare passaporto intendesse a penetrare in questo Stato. Tale perlustrazione continua tuttavia e continuerà finchè io ne avrò ordini in contrario».

[111]Se non che «la direzione della polizia di Bologna è venuta a sapere che, nella notte del 21 corrente, arrivò a Porretta un giovane forastiero, carico di armi e di denari»; non poteva essere che lui, e se lo lasciò sfuggire.

Ma il governatore, pure confessando la sua pochezza poliziesca, si permette di osservare che «le premure della circolare versavano sul fuggitivo Napoleone Luigi»; ora quel forastiero non poteva essere lui, perchè era un giovane, mentre il mentovato soggetto per cui sono tante premure, «se le cronache anche ufficiali non ingannano, deve contare per lo meno quarantadue anni, avvegnachè sia nato nel 1804».[111]

Inutile riferire i particolari di questo errore della polizia papale: interessante è conoscere in quale condizione e reputazione fosse nel 1846 colui che fu dopo Napoleone III, arbitro d’Europa.

Pietosa è la fine del fratello maggiore Carlo, a Forlì, in quel marzo 1831. Ne parlano due semplici cronisti; e poichè il loro racconto è inedito, mi pare bene riportarlo per intero.

Il 6 marzo (1831) i due fratelli con altri insorti mossero a cavallo da Bologna per Forlì e vi giunsero il dì 9. Due giorni prima del loro arrivo il Grabinski e l’Armandi[112] annunciavano come l’Austria aveva rotta la «non intervenzione»: chiamavano alla difesa della patria chiunque fosse [112]armato «di fucile, di qualsiasi calibro, anche da caccia, di spada, di falce, chè ogni arma è atta quando viene impugnata da una destra che desidera e vuole essere libera». «Io sono polacco — stampava nei suoi proclami il Grabinski — , ma da lungo tempo sono italiano. L’Italia e la Polonia si assomigliano nella sventura e nel valore. Il grido di guerra italiano è questo: O libertà o morte! Viva l’Italia, viva la libertà!» Fra tali grida, fra tale tumulto, in mezzo a quel disperato e vano correre all’armi, in quella morta e vetusta città di Romagna venivano i due eredi del nome di Napoleone.

Scrive l’uno dei cronisti:[113] «Al proclama del generale (Grabinski) si aggiunse un ordine del giorno del comando militare della Guardia Nazionale, il quale avvertiva che per notizie avute da Bologna i Tedeschi non movevano per ora da Ferrara. Questo avviso scacciò il malumore dall’animo di molti e li richiamò all’allegria. Andavansi intanto concentrando in Forlì soldati di ogni arma. Giunsero quindi nel dì 9, distaccamenti di carabinieri, dragoni e soldati di linea già pontifici, che avevano preso servizio sotto i vessilli nazionali. Giunsero pure nello stesso giorno, provenienti dallo Stato toscano, li fratelli Napoleone e Luciano Bonaparte, figli di Luigi Bonaparte [113]ex-re d’Olanda e nipoti del fu Napoleone imperatore de’ Francesi e re d’Italia. Questi giovani nel recarsi in coteste provincie rivoluzionate non avevano avuta altra mira che di cooperare colla loro vita e facoltà alla rigenerazione d’Italia e non già d’inalzarsi alla grandezza del trono, come taluno si permise di dire. Tutti quelli che gli avevano praticati, ed erano stati molti, attesa la soavità delle loro maniere, facevano fede che il loro unico scopo era quello di meritarsi la nobiltà con azioni virtuose e libere, e di far uso delle ricchezze pel bene della società, al qual per arrivare, avevano già chiesto di essere semplici soldati della nazione, ben conoscendo non potersi conseguire l’onore de’ gradi che col dar prova di senno e di valore e non già per gl’illustri natali e per la copia delle facoltà. Ma questi loro desiderii non poterono mandarli ad effetto, atteso che il primogenito Napoleone, assalito in questa città da flogosi acuta ai polmoni congiunta alla rosolia, dovette soccombere al ferale colpo di morte nel giorno 17 anzidetto marzo ad un’ora e mezza pomeridiana.[114] Non aveva egli che cinque lustri, era di forme leggiadre, di ardire magnanimo, d’ingegno sublime. Ogni cittadino [114]fu tocco di vera doglianza, per l’immatura morte di questo giovane virtuoso. Venne trasportato in Duomo con funebre accompagnamento, ma non con quegli onori militari che si convenivano alla nobiltà del suo animo. Accorsero peraltro moltissime persone nel tempio ad offrire all’onorata sua spoglia tributi di lagrime e di sospiri. Terminata la funerea funzione, venne trasportato nella sacrestia della canonica ed ivi imbalsamato. Richiesto dai suoi parenti domiciliati in Firenze, venne posto in una cassa e colà trasportato. Non rimaneva dunque in Forlì nessuna pietra che segnasse l’epoca della morte di questo giovane principe, nessuna carta che ne tramandasse ai posteri la memoria. Il nostro concittadino, il dottor Zauli Sajani, dedicò alla memoria del principe una sua tragedia, la «Pia», con queste parole: «Fu il giorno 17 marzo che tu negli anni della speranza fosti rapito all’Italia ed in questa mia patria spirasti allorchè spirò, appena nata, la Libertà. Giorni di pianto! Tu preso d’affetto caldissimo per lei, correndo fra noi combattevi soldato tra le file dei soldati: tu sentivi le imprese dello Zio guerriero; ed alto acquisto di fortuna reputavi aver perduto le grandezze di regno. Un pensiero di dolore è rimasto di te, che fa ripetere sospirando: Quanto di grande poteva egli fare! E qui non è vestigio della tua perdita, non un marmo che al pio acceso di patria carità raccomandi la memoria delle tue care virtù. Vaglia a riparare l’oltraggio questo [115]mio pubblico tributo, che nell’eroe della tragedia, nel giovane Alardo, può presentare al mondo qualche immagine della libera anima tua. Goditi in Dio la pace del giusto; a lui ragiona della sventura di questa infelice Italia, e fa che d’un sovrumano aiuto la soccorra, l’allegri».

Non pietra non parola!

L’altro cronista, in istile bislacco, su la falsariga del dialetto, ripete il fatto così: «Qui non dobbiamo esimerci dall’esporre ai nostri benigni lettori, che arrivando da tutte le parti gioventù, ed anche persone di perchè,[115] due ne comparsero fra noi, e furono questi i figli di Luigi Bonaparte ex-re d’Olanda, ora conte di San Leu, uno per nome Napoleone Luigi, primogenito, e l’altro Luigi Napoleone, figli e fratelli germani della principessa Ortensia Boarnois (sic) sorella del fu vicerè d’Italia creduta amasia dell’Imperatore Napoleone. Questi due giovani, i quali erano creduti perniciosi od utili[116] vennero immediatamente circondati da novelli progettisti, ma nel tempo [116]in cui qualche cosa doveva operarsi, il maggiore di questi cadde malato e miseramente terminò i suoi giorni nel 17 marzo ad un’ora e mezza pomeridiana nella Locanda del Cappello posta nel Borgo Gottogni (ora Corso Vittorio Emanuele), ove aveva scelto il suo alloggio; e dispiacenti i cittadini di non potergli rendere quei funebri onori militari che si sarebbero convenuti alla nobiltà del suo animo, atteso lo stato di rivoluzione che per anco bambina si facea ombra di tutto, venne deciso che buon numero degli ufficiali di stato maggiore della Guardia Nazionale per altro senz’armi ed altrettanti giovani in abito di costume con torcie accese accompagnassero il feretro fino alla chiesa cattedrale, ove venne in luogo apposito depositata la spoglia mortale, quale poi a richiesta della di lui famiglia venne trasportata a Firenze a cura del nostro concive Giambattista Baratti, accompagnata dal sostituto di cancelleria vescovile Serafino Fornatari e don Pietro Severi in qualità di capellano e colà venne nella chiesa parrocchiale di Santa Trinità ridepositata a disposizione della sua propria famiglia».[117]

[117]Qui noi vogliamo confrontare le parole del cronista Calletti con questo giudizio che Ortensia dà dei suoi figli: «Le sventure senza numero della sua famiglia (parla del figlio maggiore) erano state la migliore delle lezioni. Così senza pregiudizi, senza rimpianti dei beni che egli doveva alla sua nascita, collocando soltanto il suo onore nell’essere utile all’umanità, egli era republicano per carattere. Mio figlio Luigi aveva assolutamente gli stessi sentimenti e gli stessi [118]caratteri».[118] Ora credere come il Metternich ne insinuò l’opinione in Luigi Filippo, che i figli di Ortensia nella ingenuità dei vent’anni combattessero sul serio per una restaurazione napoleonica, è troppo difforme dal vero; nè essi, come bene osserva il Lebey, erano allora avversi al nuovo re di Francia Luigi Filippo, ma speravano in lui, assunto al trono dalla rivoluzione, come vi speravano gli Italiani; ed il suo passato — non aveva esso, duca di Chartres, combattuto a Valmy? — ne dava affidamento.

Certo più tardi ammaestrato dall’esperienza e dallo stesso governo di Luigi Filippo di quante restrizioni sia suscettibile in politica il nome di libertà, formerà altro giudizio e concepirà altre speranze.

*

Vittor Hugo, nel libro VI del suo «Napoléon le Petit», rifà la storia dei 7 500 000 voti, su otto [119]milioni di votanti, con cui il 2 decembre ’52 la Francia «assolse» il «delitto» dell’anno prima. È una pagina di grande persuasione; e il giorno in cui non vi saranno più compratori di voti e di coscienze venali, oltre a persuadere, moverà a grandissimo sdegno.

Anche questa atroce litania profana di coloro che davano il loro voto al Principe-presidente incamminato all’impero, contiene moltissima verità: «Mio Dio, fatemi alzare le mie azioni di Lione! Gesù dolce signore, fatemi guadagnare il venticinque per cento sulle azioni Napoli-Rothschild! Santi apostoli, vendetemi il mio vino! Beati martiri, raddoppiate i miei affitti, etc.».

Ma anche è vero che quando il deriso eroe di Strasburgo e di Boulogne, ebbe per la rivoluzione del ’48 aperte, se non spalancate, al fine le porte della Francia, non aveva nè partigiani nè denaro.

La stessa aristocrazia, creata dallo zio suo, Napoleone, fingeva di ignorarlo. Dell’aristocrazia dei gigli d’oro non si parli: essa gli fu allora e sempre nemica. Il suo Comitato elettorale si componeva di tre sarti, un carbonaio, un barbiere, un tappezziere.[119] Questa povera gente raggranellò, a destra e a manca, i pochi soldi necessari perchè il nome del Principe fosse affisso sulle cantonate di Parigi. Vissuto sempre nell’esiglio, fuori di patria, egli era conosciuto soltanto pel nome, ma questo nome era tale da [120]combattere e vincere da solo una meravigliosa battaglia. «La forza del nome di Napoleone — osserva il Guizot[120] — era in un solo tempo una gloria nazionale, una garanzia rivoluzionaria e un principio di autorità. Ce n’è da sopravvivere ai più grandi disastri».

Ed ecco apparire l’anima meravigliosa del popolo: donne del popolo, figli del popolo, parlanti il linguaggio del popolo, ricordano Napoleone, ricordano l’ombra invendicata del figlio, la gloria di Francia. La vigilia del voto si rideva ancora della candidatura di Luigi Bonaparte. Aperte le urne, con stupore grande, apparve eletto, lui, l’Erede. Il popolo, l’esercito, ecco la forza; ed allora il sogno della sua vita gli parve divenire realtà: essa era di contro a lui, bastava stendere la mano per afferrarla. Allora l’«io» imperatorio e la libertà dei popoli col loro diritto oltraggiato, gli si sovrapposero come un’unica imagine. V’era una spada caduta — quella così mirabilmente ricordata da Vittor Hugo — ed egli la raccolse a difesa di quel diritto e di quella libertà; v’era una missione da compiere, segnata in fronte di chi fosse stato l’erede, ed egli credette a questa eredità o a questa missione. Nella fede di questa missione egli visse, e in questo sogno la nobile Francia lo seguì. Quando aprì gli occhi, «non bene desti»,[121] tempo [121]era per lui di morire; mutilata era la Francia. Vegliava nell’inverno dell’anno terribile la sentinella prussiana.

*

A questo punto la vita di Luigi Napoleone sembra scindersi in due: il suo passato evapora nell’oblio, ed è un passato di più che quarant’anni! Ecco l’avvenire! Contro all’avvenire egli muove con l’ansia di colui a cui pare esser tardo; e strana cosa, gli uomini di lui non ricordano bene che quest’avvenire e le sue impronte sanguinose. Fra le lettere del Le Bas v’è questo passo, in cui cotale scissione della vita è intravveduta con una tristezza profonda: «Arenenberg, il delizioso [122]Arenenberg non è che un tempio deserto, da cui la divinità è scomparsa. L’ammirabile donna che ci aveva affidati i suoi figli, non è più. Il suo figlio maggiore la precedette nella tomba, il secondo è portato dal turbine delle avventure e dei perigli di un pretendente al trono!»[122]

Il colpo di Stato, cioè la republica spenta da colui che dalla republica aveva avuto infine il ritorno in patria, e aveva giurato di difenderla, è opera di Luigi Napoleone: nè egli ne rifiutò la paternità, nè mosse recriminazione o publiche accuse ai complici. È di due settimane dopo il 2 decembre questa lettera all’Arese: «Fa ciò che devi, avvenga quel che vuole avvenire…. Il «successo» non mi farà mai dimenticare l’amico del tempo della sventura che attraversava il mare per recarmi un conforto».[123]

In quali proporzioni poi vi abbiano contribuito l’ambizione dell’uomo, le condizioni di quella democrazia, [123]i catilinari che si assieparono intorno al pallido erede, non è questo il luogo di esaminare: certo il Cavour presentì il fatto sino dal ’48, e si preparò a ricavarne il maggior utile. Tuttavia non è da omettersi che l’esecuzione tecnica di quella congiura, lo strazio del coltello operatorio, non solo nelle parti reputate cancerose, ma nelle carni sane di Francia, il freddo eccidio dei pacifici e degli innocenti, che venivano quasi incontro all’impero, eccidio compiuto a documentazione, è opera del Morny, suo fratellastro, che si accorse allora soltanto di quel molto utile consanguineo, il duca di Morny, un malfattore, come lo chiama Vittor Hugo, dall’eleganza irreprensibile; «la testa più assennata dell’Eliseo», come lo chiama l’Hübner.[124] Egli, poichè Luigi Napoleone esitava davanti all’effusione del sangue, avrebbe parlato così: «Monsignore, in materia di guerra civile non è proibito ai capi di andare alla battaglia coi guanti; ma non bisogna che i guanti impediscano al sangue di arrossare le mani e di entrare un pochino sotto le unghie», ed è lui, il Morny, che scrive in una nota del 3 decembre al Magnan: «Bisogna far la cerna di ciascun quartiere della città, prenderlo per fame o invaderlo col terrore».[125]

Questo stato dell’animo di Napoleone ci risulta anche per la testimonianza dell’ambasciatore [124]austriaco, Hübner, osservatore, ahi, troppo acuto. Quella sera, 2 decembre, Luigi Napoleone era atteso a pranzo dal signor di Turgot. Ma invano lo si attese: «Luigi Napoleone, soffrendo di emicrania (e c’era di che soffrirne), s’era messo a letto ed aveva dimenticato di far le sue scuse»; e in una nota, evidentemente molto posteriore, aggiunge: «Più tardi si seppe che era completamente démoralisé, che Morny, Persigny, atterriti da questa défaillance, lo avevano persuaso a coricarsi».[126]

È per tale processo che questo uomo buono acquistò il terribile aspetto di malfattore coronato, si acquistò la reputazione di un’astuzia meravigliosamente crudele, di una «cupa energia»[127] nel male. Grande è il suo ingegno, ma è «l’ingegno dello spirito del male, condannato a ignorare gli istinti sublimi del bene che fremono nel cuore degli individui e delle Nazioni; egli è il maestro nella conoscenza d’ogni triste tendenza; egli è il tentatore che fiuta la colpa»; egli è l’inauguratore di «una nuova Santa Alleanza tra le potenze che rappresentano il dispotismo in Europa».[128] Egli tace, egli sale all’altissimo Olimpo del potere imperiale. Qualche volta, tuttavia egli parla; oh, ma «allora egli non parla, mente. Quest’uomo mente come gli altri uomini [125]respirano. Annuncia un’intenzione onesta? State in guardia. Afferma? Diffidate. Fa un giuramento? Tremate».[129]

Quando mai d’un uomo fu diffusa più orribile reputazione fra gli uomini? Orribile; mai anche terribile! Non c’era da approfittarne? E se allora un uomo generoso invece di scrivere, colpì, in odio a quelli che scrivevano soltanto, quale meraviglia?

*

Ma l’Hübner è più sottile, meno fragoroso, più semplice; forse perchè scrisse per sè e non per il publico. Il colpo di Stato con la strage dei pacifici borghesi, è disgustante anche per lui, però la congiura è stata architettata da maestro. Bella!

«Ieri, lunedì sera, all’Eliseo, come al solito, ricevimento: non uno sguardo, non un gesto ha tradito l’emozione dei cospiratori».[130] E al mattino seguente la città, svegliandosi, si è trovata sotto il pugno militare! Che cosa ne uscirà? L’Impero?

«Sopra le rovine del parlamentarismo — scrive pochi giorni dopo il 2 decembre il conte von Hübner con il suo inchiostro più ironico — si vede in Francia una sedia curule, occupata da [126]un deus ex machina, un Publicola, qualcosa di simile ad un Imperatore: ma i suoi amici lo chiamano Augusto,[131] per distinguerlo dallo zio, che è Cesare».[132] E che razza d’Impero sarà? Un Impero conservatore, senza dubbio. Già intanto, ammirabile osservazione, «ogni uomo che arriva al potere, non è sprovvisto di istinti conservatori; e un primo passo l’ha già fatto Luigi Bonaparte in questo senso, mostrandosi favorevole alla Chiesa». Initium sapientiae timor Domini! «Bisogna, mi sembra, incoraggiarlo a continuare su questa via. Un regno pacifico con ogni sorte di godimenti, deve, credo io, ben sorridere a lui e agli altri! E allora dovrà seguire una politica conservatrice, fatta appunto per rassicurare gli antichi sovrani e disporre il loro animo alla benevolenza di accogliere il nuovo venuto come un loro pari».[133] «Odia il parlamentarismo, e questo va bene»; ha frenato i partiti rivoluzionari, e va anche meglio; ma ahimè, osservandolo bene, comincia a dubitare. Parla poco l’Imperatore, ma quel poco basta a lui per capire: gli ha parlato di una cosa fantastica: della «ricostruzione»[134] della Francia. C’è di peggio ancora: «è uno spirito torbido, sognatore, fantastico».[135] È un astuto, conosce l’arte del cospirare ma è esitante; ma la vera saggezza politica, l’attitudine delle profonde combinazioni, [127]etc., etc., sono qualità a lui affatto estranee.[136] E c’è di peggio: «come Bonaparte e come carbonaro, egli è doppiamente figlio della Rivoluzione. Venuto fuori da una cospirazione militare, non potrà gettar le basi d’una monarchia conservatrice. Lo si potrà tenere a freno per qualche tempo»,[137] ma poi andrà a rompersi le corna anche lui!

Ma il maître si fa sempre più silenzioso, più cesareo, più impenetrabile, quanto più monta la fortuna dell’Impero. Lo stesso Hübner ne è turbato. Che abbia sbagliato nelle sue previsioni? Ora par che tremi anche lui. Le Tuileries quanto a magnificenza ed etichetta non hanno confronto e l’Hübner se ne conforta col pensiero che v’è qualcosa di teatrale, di offembachiano, in quella messa in scena imperiale: pensa con soddisfazione che la mancanza di un passato nega ogni garanzia per l’avvenire.[138]

E sulle Tuileries, dopo i catilinari, piombano «tutti coloro che alcuna cosa di straordinario di ottenere desideravano»,[139] tutti gli avoltoi umani. «Con noi movesti alla conquista, con noi devi marciare, buon figlio di Ortensia!»

[128]«Ma non fu questa la mia meta. Il bene è la mia meta. Questi malvagi alleati mi vogliono uccidere; e con me la Francia e la libertà!» Abbiamo più volte ricordato Vittor Hugo. Egli ha un suo grande romanzo, «L’uomo che ride», in cui il personaggio principale ha nome Gwynplaine. Esso è un povero fanciullo che fu rapito dagli zingari. Con due orrende fenditure ai lati della bocca ne fecero una maschera ridente. Il miserabile è diventato pari e lord.

«Che c’è da ridere?»

«Io non rido».

«Dunque tu sei terribile!»[140]

Così si può dire di Luigi Bonaparte: «Voi mentite!»

«Io non ho mentito».

*

Quando l’Impero crollò, e fu un attimo, colei che era stata tanta parte e tanto inconscia parte di quella ruina, pronunciò una parola tragica, che sembra come la sintesi di quell’Impero: Rêve creux![141]

[131]
III.
Il colloquio di Plombières.
Fu il dottor Conneau[142] che «viaggiando per diporto», capitò un bel dì in Torino e fece sapere al conte di Cavour che, se si fosse trovato «per combinazione» a Plombières, dove era l’Imperatore, non si sarebbe pentito del viaggio.

Questo piccolo paesello dei Vosgi, ove sono sorgenti di acque salutifere, è rimasto celebre nella storia della salute d’Italia e ricorda una fra le più famose cospirazioni di Napoleone.

In una lettera éternelle[143] (sì, veramente eterna!) scritta su di un tavolino d’albergo in Baden, il 24 luglio, notevole per ordine e lucidezza benchè egli, pel difetto del tempo, si scusi del disordine delle idee e delle incoerenze dello [132]stile, il Cavour dà contezza al suo Re dei colloqui avuti con l’Imperatore e prega il Re di volerla conservare per potere, al suo ritorno in Torino, estrarne quelle note che sarebbero state del caso. La pratica dell’antico giornalista nel fissare un colloquio non è andata perduta; ma al di là della fedele esposizione delle parole sta la visione delle cose future e mirabili.

L’Imperatore cominciò dicendo che «egli era risoluto a sostenere la Sardegna con tutte le sue forze in una guerra contro l’Austria, a patto che la guerra avvenisse per una causa non rivoluzionaria e potesse trovare giustificazione dinanzi alla diplomazia e più ancora dinanzi all’opinione publica di Francia e d’Europa».

Questa causa «non rivoluzionaria» non era, in verità, facile a trovare, appunto perchè la guerra aveva una causa rivoluzionaria. Si pensò ai trattati di commercio male osservati dall’Austria verso il Piemonte; ma era argomento troppo debole. Allora il Cavour mise fuori, come pretesto, l’occupazione austriaca delle Romagne e le fortificazioni intorno a Piacenza. Questa proposta non piacque all’Imperatore. Al congresso di Parigi[144] queste buone ragioni non erano valse a produrre un intervento della Francia e dell’Inghilterra in favore dell’Italia: non potevano perciò allora giustificare un appello alle armi. «D’altronde — aggiunse l’Imperatore — finchè le nostre [133]truppe sono a Roma, io non posso esigere che l’Austria ritiri le sue da Ancona e da Bologna».[145]

Lo scottante argomento fu abbandonato, e i due personaggi si misero in cerca, in quel sereno giorno d’estate, di una nube apportatrice di tempesta, e dopo aver viaggiato per tutta la penisola senza fortuna, giunsero, quasi non avvedendosene, a Massa e Carrara, e qui scoprirono ciò che cercavano con tanta premura. Massa e Carrara appartenevano al duca Francesco V D’Este, imparentato con la Casa d’Austria. Francesco V[146] manteneva le tradizioni paterne, e benchè il suo trono fosse assai piccolo, «un guscio da castagna», grande tuttavia era il suo orgoglio, chè non aveva ancora voluto riconoscere Luigi Napoleone come Imperatore di Francia. Questo diniego faceva buon giuoco all’Imperatore. Dunque si provocherebbe una supplica di quelle popolazioni a Vittorio Emanuele, domandandogli protezione e reclamando l’annessione alla Sardegna: Vittorio Emanuele non avrebbe accettato tale dedizione; ma assumendo la difesa dei popoli oppressi, avrebbe rivolta al duca una nota altera e minacciosa. Il duca, forte dell’aiuto dell’Austria, avrebbe risposto in modo impertinente. Dopo di che, [134]il Re avrebbe occupato Massa, e la guerra sarebbe cominciata.

Certo in quell’ora il serenissimo duca di Modena dovea pensare a tutt’altro che all’onore che quei due personaggi gli facevano di essere causa involontaria della guerra per la libertà della patria.

Determinato questo punto si venne a maggiore questione: il fine della guerra. Qui l’Imperatore ammise «senza difficoltà che bisognava cacciare affatto gli Austriaci dall’Italia, e non lasciar loro un palmo di terreno al di qua delle Alpi e dell’Isonzo».

Quanto all’assetto da darsi alla penisola, la Lombardia, il Veneto, le Romagne e le Legazioni, alle quali era data facoltà d’insorgere, avrebbero formato il Regno dell’Alta Italia, sotto lo scettro di Vittorio Emanuele: Roma col territorio circostante sarebbe rimasta al Papa; e il resto degli Stati pontifici, congiunti alla Toscana, avrebbe formato il Regno dell’Italia centrale. Non si toccherebbe Leopoldo II di Lorena, nè Ferdinando II re di Napoli,[147] «ma nella supposizione molto probabile — scrive il Cavour — che lo zio[148] ed il cugino di V. M. pigliassero il savio consiglio di rifugiarsi in Austria, la scelta dei sovrani da mettersi in loro vece è stata sospesa, [135]tuttavia l’Imperatore non nascose che avrebbe visto con piacere Murat risalire sul trono di suo padre».

Leopoldo II, come prevedeva il Cavour, in su la fine dell’aprile del ’59, prendeva infatti questo «savio partito» di andarsene di queto, e Firenze potè vantarsi di avere offerto agli amatori della pace il modello di una rivoluzione senza sangue e senza tumulti, senza che fosse stato nemmeno necessario chiudere le botteghe dei cambiatori: «una, delle più civili rivoluzioni dei tempi moderni»; e così certo avverrà in avvenire, tutte le volte che una delle parti contendenti farà come fece Leopoldo II.[149] Ma così, per esempio, non avrebbe fatto l’altro, cioè Ferdinando II.

Questi è il Re Bomba, il Re Lazzarone, che pur aveva nelle vene il più puro sangue borbonico e aveva così fiero orgoglio[150] da non volere tutela, nè pur dall’Austria. In quel luglio Ferdinando II non prevedeva certo che quei due personaggi si occupassero dei fatti suoi: se ne era occupato anche troppo Gladstone denunciando il suo Regno, «negazione di Dio»: ma egli non istava bene [136]nè anche di salute: era incanutito precocemente, diventava pingue, non poteva più montare a cavallo. Non però dubitava della sicurezza del suo regno, così ben difeso se non dal suo esercito (lo seppe il figlio suo del ’60), ma dai confini.

«Tra la scomunica e l’acqua salata» era il suo regno. Da dove sarebbero venuti i nemici? Dal cielo? Vennero dal cielo e dal mare! Ma quei fratielli, muti in terribil disdegno fra i micidiali delle orride carceri; ma lo spettro di Agesilao Milano (guardava con superstizioso terrore la piccola mal chiusa ferita;[151]) ma lo spettro recente di Carlo Pisacane gli toglievano i sonni. E poi c’era l’abborrito Piemonte[152] e quell’avventuriero del Bonaparte! E dire che era stato lui, re di corona, il primo a riconoscerlo per Napoleone III dopo il 2 decembre! Non istava bene e pensava alla sua successione, ad una sposa pel suo Lasa (Lasagna)! Oh, che nome plebeo! ma glielo aveva messo lui, il babbo, questo nomignolo, così per giuoco, quando era piccino, o perchè mencio come una lasagna o perchè quel cibo rusticano molto gli piacesse. Si spegneva, dunque quel Re, nella sua reggia di Caserta, silenziosa; rotto il silenzio dal cavalcare disperato [137]della fantastica nuora,[153] venuta d’oltre mare: rotto dalle notizie delle prime vittorie d’Italia, quando ecco giunse al letto del morente più terribile annunzio: «Papà, hanno cacciato zi’ Popò!» «Quale zi’ Popò?» «Zi’ Popò di Toscana!» Si drizzò, chiamò Carafa: questi, balbettando, mostra il dispaccio. «Coglione, è andato, e non è degno di ritornarvi!»[154]

Ben più atroce rampogna di codardia avrebbe dovuto l’ombra di Re Ferdinando rivolgere al figlio, un anno di poi![155] Ad ogni modo fu tra le venture d’Italia che quel tiranno ingrassò e non sia potuto montare a cavallo!

*

«Avvenendo dunque la fuga o l’abdicazione di Leopoldo II, io — prosegue il Cavour — ho indicato [138]la duchessa di Parma come quella che potrebbe occupare, almeno provvisoriamente,[156] il palazzo Pitti. Questa idea piacque molto all’Imperatore, che sembra annettere grande importanza nel non essere accusato di persecuzione contro la duchessa di Parma, nella sua qualità di principessa di Borbone».[157] Questi quattro Stati italiani formerebbero una federazione a simiglianza della federazione germanica e se ne darebbe la presidenza al Papa, «per consolarlo della perdita, della miglior parte dei suoi Stati».

«Questo assetto di cose — aggiunge il Cavour al Re — mi pare che si possa accettare pienamente, giacchè la Maestà Vostra, essendo sovrano della metà più ricca e più forte d’Italia, sarebbe sovrano di fatto di tutta la penisola.»

[139]Ma a noi, potremmo dire noi oggi, questo zibaldone d’Italia non pare niente accettabile. Non ci meravigliamo per Napoleone III, che mette innanzi una restaurazione murattiana in Napoli,[158] e ne fa pensare ad un’altra bonapartista in Toscana; ma ci meravigliamo pel nostro Re, a cui si parla non di «unità nazionale, ma di un ingrandimento territoriale nel nord d’Italia ai regi dominii».[159] È, dunque, la vecchia istoria della famosa foglia del carciofo? Più ci meraviglia pel Cavour, il quale a queste restaurazioni non oppone uno sdegnoso rifiuto e accetta questa, per lo meno ingenua, proposta di una presidenza onoraria del Papa, che il primo a rigettare sarà il Papa stesso.

Qui si risponde che per ciò che riguarda l’idea unitaria essa è troppo sottile questione, per qui ragionarne; e che se a Cavour fu fatta publica accusa;[160] di lui rimangono queste parole in difesa: [140]«Perisca il mio nome, perisca la mia fama, purchè l’Italia sia».[161] Nè egli poteva in quel luglio togliere al suo interlocutore le dolci speranze di restaurare l’Italia come al tempo di Napoleone; nè disilluderlo della sua ingenua fede in Pio IX. Si trattava di ben altro in quell’anno, senza di che era prematuro, almeno, parlare di unità o di federazione. Perchè se il maresciallo conte Radetzky era morto da pochi mesi, c’era tuttavia il conte Franz Giulay, il quale, se nelle arti della guerra valeva meno del suo predecessore, in quelle della pace gli stava alla pari; e troppo vicina alla speranza, ma troppo lontana dal vero era l’opinione che l’esercito austriaco, «accozzaglia di razze diverse», «educato col bastone», comandato da generali aulici «senza genio ed ardire», non potesse resistere; «e l’Austria fosse condannata a cadere».[162] «Gli Italiani d’oggi — scrive il signor Labriola, autorità non sospetta — sembrano perfettamente ignorare che senza la Francia; noi non saremmo mai venuti a capo dell’Austria, che non era nè il Papa nè il Borbone»;[163] e la recente publicazione della corrispondenza tra il Casati ed il Castagnetto giunge a tempo per conoscere quale affidamento [141]si potesse fare sulle organizzazioni guerresche delle nostre masse popolari.[164]

Così ordinate le sorti future d’Italia, l’Imperatore «mi domandò che cosa otterrebbe la Francia, e se V. M. cederebbe la Savoia e la contea di Nizza. Io risposi che V. M., perchè professava il principio della nazionalità, comprendeva che la Savoia dovesse, per tali fatti, essere riunita alla Francia e che per conseguenza Ella era disposta a farne sacrificio, per quanto gli dolesse a rinunciare ad una terra che era stata la culla della sua famiglia, e ad un popolo che aveva dato ai suoi avi tante prove d’affetto e di devozione». «Quanto a Nizza — proseguì il conte — la questione era differente, giacchè i Nizzardi tenendo per origine, per linguaggio, per usi, più del Piemonte che della Francia la loro annessione alla Francia sarebbe stata contraria a quel principio di nazionalità pel cui trionfo si stava per impugnare le armi».[165]

A queste parole, con cui il Cavour ritorceva contro Napoleone il suo fisso principio della nazionalità dei popoli, l’Imperatore si accarezzò a più riprese i baffi e si restrinse ad aggiungere che codeste erano per lui questioni del tutto secondarie, [142]di cui ci sarebbe tempo di occuparsi più tardi.

O, ma non furono mica «questioni secondarie» quando del 1860 ci mandò qui il signor conte Benedetti a dirci che voleva assolutamente non soltanto la Savoia, ma anche Nizza, «quand’anche avesse avuto contro tutta l’Europa». Ciò è vero, però è anche vero che nel marzo del ’60, quando capitò a Torino il signor Benedetti, e nel maggio dell’anno stesso quando il conto di Cavour con la spada della logica[166] e del sofisma[167] anche, se pare, costrinse il Parlamento ad approvare il trattato, la fisonomia d’Italia era alquanto diversa, anzi tale quale Napoleone in quel luglio del ’58 non si pensava di certo.

Per ciò che riguarda Nizza e Savoia, per ora basterà notare come, circa sei mesi dopo, cioè [143]nel gennaio del ’59, quando il generale Niel firmava per l’Imperatore in Torino il trattato segreto dell’alleanza, le sorti della contea di Nizza poterono essere tenute in sospeso sino alla composizione della pace.

Sarà bene, inoltre, ricordare che queste provincie occidentali erano oggetto della più viva aspirazione da parte della Francia sino dal 1815; e che nel 1848 la Francia republicana sperò di annetterle, o intervenendo con l’armi in nostro favore o accordandosi segretamente con l’Austria. Ma intorno a questo argomento non mancherà occasione di riparlare.

Rimaneva a determinare un punto, il più importante, senza il quale tutti gli altri cadevano, cioè come «raggiungere questo scopo», come fare che l’Austria non possedesse più un pollice di territorio al di qua delle Alpi e dell’Isonzo. Su questo punto sarebbe stato inutile consultare il pensiero dell’Austria; una sola soluzione, la guerra. L’Austria alle nostre proclamazioni rispondeva col non ascoltare nemmeno, e troppo spesso, con le carceri e col capestro, il quale era, diventato una specie di istituzione, «una malattia di più!»[168] Si poteva, è vero, attendere un qualche miracolo: ad esempio, un più felice Quarantotto. Ma sereno era l’orizzonte dell’Europa in quell’estate. Si poteva attendere che l’idea di una umanità in sociale lega congiunta, maturasse [144]nel mondo; o fors’anche — poichè questa maturazione appare piuttosto remota — che pur da noi si sostituisse alla minor questione delle nazionalità, la maggior questione degli interessi di classe; una specie di spostamento di termini, che avrebbe prodotto — il modo non è ben chiaro anche oggidì — la fusione di quella piccola questione in quell’altra maggiore e divampante in vasto crogiolo. Vero è che qualcuno oltre l’Alpe e l’Isonzo ne soffre tuttora di questa fusione (se essa è!); e d’altra parte è vero che all’Austria questa forma di guerra non sarebbe spiaciuta: essa anzi ci veniva molto praticamente incontro dicendo: «O buoni popoli, o lavoratori dei campi, chi vuole la guerra contro la materna Austria? Ma i signori, i vostri padroni!»

O Ciceruacchio, o Carlo Zima, o Antonio Sciesa, voi, certo, non credeste a tali parole!

Dunque la guerra: mezzo disonorevole per l’umanità; e fa dispiacere vedere quei due famosi personaggi che, nella pace di una stanza, in un sereno giorno d’estate, tranquillamente, ragionano del modo di muovere trecento mila vite umane contro altrettante vite umane.

È vero; ed infatti da molto tempo si va sempre più parlando di uno specifico sicuro contro la guerra, ed è la pace; se non che sembra succedere di questo rimedio, ciò che capita di certe cure senza dolore, molto vantate per alcune inguaribili infermità: nell’atto pratico non hanno per risultato che il prolungamento dell’agonia, o [145]il medico con molta sorpresa dell’infermo consiglia, senz’altro, l’intervento chirurgico.

Qui l’Imperatore parlò a lungo e disse cose che non erano conformi alle speranze di molti Italiani: «L’Austria, non bisogna dissimularcelo, dispone di enormi mezzi militari. Le guerre dell’Impero ben l’hanno provato. Napoleone ebbe un bel batterla per quindici anni in Italia e in Germania, ebbe bel distruggerle eserciti, mutilarla di provincie, sottoporla al giogo di imposizioni immani. La trovò sempre in campo disposta a riprender la lotta! Ben conviene riconoscere che sul finire delle guerre dell’Impero, quando si venne alla terribile battaglia di Lipsia, furono ancora i battaglioni austriaci che più hanno contribuito a disfare le armate di Francia. Dunque per forzar l’Austria a rinunciare all’Italia, anche supponendo ridotta la questione tra l’Austria e noi, due o tre battaglie vinte sulle vallate del Po e del Tagliamento non sarebbero bastevoli, bisognerà necessariamente penetrare entro i confini dell’Impero e con la spada puntata contro il cuore (cioè a Vienna), costringerla a firmare la pace. Cento mila uomini bloccherebbero le fortezze del Quadrilatero; chiuderebbero la valle dell’Adige. Per la Carinzia e la Stiria, duecento mila uomini marcerebbero su Vienna».

A questo punto noi diciamo: «Villafranca!» L’uomo del 2 decembre s’arrestò a mezzo! Lo disse il Cavour e con quali parole bene vedremo; i padri nostri lo dissero; le rupi dello Stelvio [146]le sanno le imprecazioni del Bixio, e la contessa di Castiglione fissò il giudizio con la crudele improntitudine della donna: «Il mio imperatore ha avuto paura, ed io l’ho abbandonato!»[169]

Ma è dovere di giustizia storica ricordare quanto si legge, cioè che il vecchio Metternich, come seppe degli impegni assunti da Napoleone III con Cavour a Plombières, dicesse: «L’Imperatore ha ancora di belle carte in mano; ma l’Impero rivoluzionario perirà sullo scoglio d’Italia».[170]

Interessante pure è la chiosa che il conte Alessandro von Hübner, figlio dell’ambasciatore, a cura del quale furono publicate le «Memorie», fa alla lettera del Cavour: «le idee dell’Imperatore Napoleone rispondono piuttosto alle aspirazioni, alle velleità del giovanetto di Forlì e del prigioniero di Ham che a quelle che, per lo meno, si sarebbero potute supporre nell’Imperatore dei Francesi, nell’uomo giunto all’apogeo del potere, a cui non restava che consolidare l’eminente posizione occupata». E dopo avere notato lo «strano miscuglio di duplicità e di candore» in Napoleone, «costantemente sbattuto da idee opposte», e la superiorità che su lui ha il Cavour [147]«guidato da un’unica idea, costantemente seguita con tutti i mezzi e fra tutti gli ostacoli», amaramente conclude: «Il progetto del Cavour fu compiuto al di là delle sue più ambiziose speranze. L’Imperatore ha fatto l’Italia unita, prima col sangue e i tesori di Francia, poi con la sua astensione, masterly inactivity, nel 1866. Per coronar l’opera non gli restava che unificare la Germania. Questo còmpito lo adempì a Sedan».[171]

Di questa opinione sono molti scrittori francesi, nei cui libri, di fronte alla guerra d’Italia, è posta Sedan; e mi piace che in questa opinione convenga uno scrittore di temperamento rivoluzionario, il citato Arturo Labriola, il quale parlando di Napoleone III, dice: «Noi Italiani gli siamo debitori di molto; ma lo storico imparziale è costretto a riconoscere che le gelosie europee suscitate dalle vittorie italiane di Napoleone e la perduta amicizia dell’Austria, furono la causa vera del disastro di Sedan. I risultati della politica di Napoleone sono la vera condanna delle sue pretese qualità».[172]

[151]
IV.
L’opera del Cavour e l’opinione publica.
Il 26 aprile dell’anno dopo, verso le ore cinque e mezzo del pomeriggio, due signori uscivano dal gabinetto, molto modesto, del conte di Cavour. Ad uno di quei signori il conte aveva consegnato una lettera e l’accomiatava con queste convenzionali parole: «Io spero, signor barone, che noi avremo la fortuna di rivederci in circostanze migliori».

Era infatti, il signor barone di Kellersperg, e l’altro signore era il conte Ceschi di Santa Croce, a cui il Cavour, allo scadere preciso dei tre giorni fissati, consegnava la risposta all’ultimato del conte Buol.[173] L’esercito nemico tardò tre [152]giorni a passare il Ticino, ma fu merito della provvidenza, non del Cavour: egli anzi si aspettava di vedere l’Austria invadere il Piemonte la mattina seguente. Tale possibilità non gli impedì di dire agli amici presenti queste parole: «Alea jacta est. Noi abbiamo fatto della storia… e adesso andiamo a pranzo.» Era infatti l’ora del desinare; ed è lecito supporre che, da quel 20 luglio ’58, il conte di Cavour non abbia desinato mai con tanta soddisfazione come quella sera. Spesso anzi, in quei nove mesi, perdette il sonno e la voglia; e la somma di energia che egli trasse dalla sua anima fu tale che noi ci meraviglieremmo se non ci soccorressero le parole di don Abbondio che è «un gran dire che tanto i santi come i birbanti abbiano ad avere l’argento vivo addosso»; e se non pensassimo che una meravigliosa gioia deve accompagnare chi sente la forza di scrivere la storia, non movendo penna o colorando carta, ma movendo uomini ed agitando anime.

La condizione delle cose portarono il Cavour a creare e mantenere in Italia uno stato di rivoluzione prudente, docile ai suoi ordini e rinnegabile in caso di necessità. V’è Garibaldi a Torino che deve apparire e scomparire. V’è Garibaldi che entra in Varese con assisa di generale sardo e il commissario regio ai fianchi. Ma egli la uniforme se l’è sbottonata; ha il frustino in mano, il fazzoletto al collo e intorno cantano: «dàghela avanti un passo». Era molto caldo in quel maggio, [153]però in quel maggio Garibaldi rappresenta anche un bel simbolo!

Questo modo di procedere del Cavour può giustificare tanto l’ironica frase dell’Azeglio «giuochi di bussolotti», quanto l’accusa di opportunismo del Mazzini, il quale procede anche più oltre; dice che questa rivoluzione addomesticata dal Cavour, all’ordine di scoppio fece cecca. È atroce, benchè scusabile l’atrocità in chi vedeva dal ministro della monarchia sfruttato il proprio terreno; ma è anche una bella petizione di causa: dopo la predica del Cavour; quindi a cagione della predica del Cavour;[174] ed è evidente d’altronde che se si voleva mangiare, bisognava accontentarsi di ciò che dava il convento.

Noi oggi non vediamo più che occhi avevano, sgranati e sospettosi, i signori diplomatici, i re, i principi consorti, le regine, e tanti aurei aristocratici personaggi dietro quei re e quei diplomatici, i quali da ogni parte d’Europa oramai s’erano accorti che da quel bel cimitero d’Italia vaporavano gas infiammabili, visibili oramai ad occhio nudo in quel sereno. Guai al temerario che avesse acceso un fiammifero! E si trattava di mantenere acceso ben altro che un fiammifero, ma tutt’un incendio, e specie in Lombardia, dove proprio in quel tempo le cose non andavano [154]bene. Non andavano bene, perchè se l’arciduca Massimiliano avesse seguitato ancora un poco sul serio, chissà come la sarebbero andata a finire. «È urgente — aveva detto il Cavour al conte Giulini — che facciate mettere ancora Milano in istato d’assedio».

Noi agevolmente incolpiamo il Cavour di snervare e attrarre nell’orbita della monarchia la rivoluzione mazziniana; ma dimentichiamo che si trattava anche di calmare in Italia i sospetti di tante brave persone, le quali amavano, certo, la patria; abborrivano, certamente, dal dominio straniero; ma amavano soprattutto il quieto vivere e soffrivano di un’avversione inguaribile per il colore rosso, fosse stato pur quello innocente di una camicia purpurea! Quelli poi che, come l’Hübner, trovavano che in Napoleone III ce n’era anche troppo di nazionalismo e di rivoluzione, non entrano nel conto e non hanno nome. Però egli è caricato della colpa anche di costoro.

Ma oltre a questo si trattava per il Cavour di non perdere più, una volta avvenuto, il contatto con Napoleone III; non abbandonarlo più, come il mastino che ha afferrato il toro; e a dolci tratti fin che è possibile, con la violenza, se è del caso, trascinarlo alla lotta; e poi cominciata la lotta, fare sì che i colpi andassero come egli voleva e non altrimenti.[175]

[155]È singolare; ma in Italia a distanza di mezzo secolo vive ancora conservata benissimo, l’opinione del Mazzini (spiegabile, del resto, allora), cioè che Napoleone III voleva la guerra d’Italia unicamente perchè «la guerra era per lui necessità di vita».[176] Questa opinione vuole essere oggi modificata e l’esposizione semplice dei fatti che si succedettero in quei mesi che corrono dal luglio del ’58 al maggio del ’59, debbono pur avere alcun valore persuasivo.

Il signor Pierre de Lano,[177] scrittore di molte cose intorno al Secondo Impero, ma non imperialista nè apologista di quel periodo storico della sua patria, dice così con bella enfasi francese: «Due uomini, tragici, in un senso differente, passano attraverso l’avventura del Secondo Impero e spiano l’Imperatore Napoleone III, al modo dei traditori dei melodrammi. Questi due uomini sono i signori di Bismarck e Cavour (per compiere il quadro scenico l’autore vi aggiunge anche due donne fatali, l’imperatrice Eugenia e l’imperatrice Carlotta del Messico). Davanti all’Europa attenta e sottomessa, questi due uomini, Bismarck e Cavour, si levano e osano concepire questo sogno: [156]abbattere l’Imperatore. Davanti all’Europa, curva sotto la magnificenza del nome di Napoleone, di questo nome dalle cui sillabe rombano le collere e le glorie del secolo in sul suo sorgere, questi due uomini formano questo disegno, che sarebbe parso inaudito se l’avessero confidato ai popoli: schiacciare l’Imperatore. Il signor di Bismarck, che volle avere Napoleone III nel suo giuoco, con il recondito fine di sbarazzarsene quando ne avesse sfruttato l’aiuto che desiderava, stava davanti a lui, come un interprete di enigmi davanti alla sfinge, non ben sapendo quale vantaggio, nell’impreveduto degli avvenimenti, ne avrebbe ottenuto. Gli avvenimenti, mettendo Napoleone III alla mercè di Bismarck, fecero di più per lo sconvolgimento dell’Europa che il tipico genio del ministro prussiano. Ben diversamente il signor di Cavour. Il conte di Cavour sapeva a meraviglia e matematicamente ciò che intendeva chiedere allo spirito sognante e umanitario dell’Imperatore, e ciò che intendeva far sorgere dalla sua politica. Più insinuante, meno brutale del signor di Bismarck, che con i suoi modi da orco, con i suoi grugniti atterriva, comprese l’animo di Napoleone III, ne lusingò le aspirazioni. All’unità d’Italia successe l’unità della Germania. Nell’ordine politico dell’Europa il signor di Bismarck è come il corollario del signor di Cavour: l’uno e l’altro prendono del sangue francese per cementare la gloria della loro patria; e l’uno e l’altro si dividono le [157]spoglie dell’Imperatore, il signor di Cavour s’impadronisce del suo cuore, il signor di Bismarck lo colpisce al capo».

Il signor De Lano, come francese, non ha obbligo di conoscere l’alta gentilezza italica del Cavour; ma a noi è lecito riformare alquanto simile giudizio, e ricordiamo che il Cavour morì prima della guerra del Messico, di Sadowa e di Sedan.

*

I moti italiani del ’21, del ’31, del ’48, sono ripercussioni di sconvolgimenti europei. Ma nel 1859 si trattava di muovere le cose da uno stato di inerzia, di agitare la fiaccola di Marte fra persone che domandavano pace: in questo, popoli e sovrani si potevano dire concordi. Inoltre da poco tempo s’era chiuso il Congresso che seguì alla guerra di Crimea.

In quel congresso di rappresentanti di Re, Imperatori, Regine, un piccolo ministro di un più piccolo Stato aveva abilmente parlato su cose che potevano anche essere giuste; ma certo erano intruse e pericolose ad agitare.[178] Alcuni di quei diplomatici avevano approvato; ma al nutus nessuna folgore era seguita. Ora l’Inghilterra, che in quel congresso aveva assentito con [158]maggiore simpatia alle parole del conte di Cavour, fu proprio quella che oppose i più pertinaci impedimenti alla guerra.

Già dal 9 decembre 1858 la regina Vittoria, gravemente impensierita dei disegni dell’Imperatore riguardo all’Italia, scriveva al ministro degli esteri, conte di Malmesbury: «Tutto ciò che si può fare per distogliere il pensiero dell’Imperatore da un simile disegno, dovrebbe essere fatto. Egli non vuole riflettere a ciò che fa e non vede se non quel che desidera». Alla sua volta sir Hudson, ministro britannico in Torino, s’affaticava in consigli di somma prudenza: «I ministri inglesi hanno per l’Italia il più vivo interesse, ma pel momento l’Inghilterra è occupata nella questione d’Oriente e non può occuparsi dell’Italia, sia perchè non si possono condurre di pari passo due affari così gravi, sia perchè l’Inghilterra si trova costretta ad aver riguardi per l’Austria che essa considera come la spada destinata a tenere in iscacco la Russia».[179] (L’Inghilterra, è noto, facendo economia di spade, si è servita spesso di quelle degli altri). La Russia invece, per una ragione altrettanto valida, quanto contraria a quella dell’Inghilterra, ci prometteva la sua benevola neutralità e faceva «i suoi voti più ardenti» per il successo della causa italiana, ma al patto che non si facessero mutamenti dinastici. [159]Le cose andavano abbastanza bene, quanto alla Russia, senonchè sir Hudson proseguiva avvertendo che l’opinione publica tanto a Londra come a Parigi, reclamava il mantenimento della pace.

È doloroso dirlo: anche in Francia una guerra per questa Italia dolente non godeva il beneficio di un’eccessiva popolarità. La «plebe dei salons» (questa espressione di forte lievito democratico è del conte di Cavour) era molto avversa all’Imperatore, anzi possiamo dire che per tutto il tempo del Secondo Impero l’ostilità dei salons non disarmò: ostilità alquanto platonica e di olimpico disdegno quella dell’aristocrazia dai gigli d’oro; aggressiva, invece, e battagliera l’aristocrazia orleanista: tutti però papisti, cioè nemici d’Italia. Scrive il Cavour alla Ristori: «È di moda ora in Francia essere papisti e l’esserlo tanto più, quanto meno si crede ai principî che il papato rappresenta».[180]

In su la fine del marzo del ’59, al Cavour che domandava ad E. Rendu perchè tanta opposizione alla guerra d’Italia, questi rispondeva: «Essi temono, semplicemente, che voi miriate a Roma». Non era necessario infatti soverchio acume per capire che la rivoluzione italiana tendeva lì, anche se il Cavour assicurava in quel giorno: «che Dio mi guardi dal suscitare un simile vespaio».[181]

Anche quella gente che giudica le cose del [160]mondo con questo deplorevole ma lucido criterio, — che le cose sono da farsi se ne risulta un afflusso di denaro; non da farsi se ne risulta un riflusso, — non era propensa alla guerra; e questa cosa era grave, giacchè fino a quando non cambierà il nostro ordinamento economico, non solo una guerra di re, ma nè anche uno sciopero di nemici del capitale sarà possibile senza il capitale. Ora Napoleone III aveva promesso al Cavour il suo aiuto per contrarre un prestito in Francia, ma il denaro, che suole ubbidire ad un suo speciale padrone, non accorse al richiamo.

Nè più fortunato riuscì il tentativo del banchiere Lafitte in Inghilterra, se è vero che il Principe Consorte riferisce con notevole compiacimento avergli quel banchiere confidato che il Cavour era bankrupt and desperate.[182] La firma d’Italia, anche con la garanzia regia, non valeva 1000 sterline? O ingratitudine anche delle nazioni! L’Inghilterra non ricordava più che un tempo i banchieri fiorentini ammettevano generosamente [161]allo sconto la firma di quei re per somme alquanto maggiori….

La Borsa di Francia non era favorevole alla guerra, decisamente; e riducendo il linguaggio del delicato istrumento in numeri, il banchiere Pereire non ebbe difficoltà a dichiarare all’Imperatore che, se le sue parole all’Hübner (vedremo fra poco), costavano alla Francia un miliardo; quelle di Vittorio Emanuele all’apertura della Camera, non sarebbero costate di meno.

I republicani, certamente, se erano nemici dell’Imperatore, più e meglio dei legittimisti e degli orleanisti, amavano viceversa l’Italia e difendevano la causa della sua libertà. Diciamo il vero: questi erano gli amanti del cuore, e noi dobbiamo credere che se l’avessero potuto, l’avrebbero sposata quest’Italia, senza altra dote o corredo che il più aristocratico blasone del mondo; ma ne furono sempre impediti.[183] E fu allora, del ’59, che l’Italia dichiarò ad alta voce che Napoleone era il solo amico che avesse. Cosa non esatta e che offese gli altri amanti: ma tutte le ragazze povere che trovano infine un marito, [162]si esprimono in questo modo, almeno nel primo calore della riconoscenza.

Favorevole era la stampa democratica, già illuminata su le cose nostre da quel grande, e pur meno onorato di memoria di quello che meriterebbero l’alto valore e l’alto senno, Daniele Manin.[184]

Anche gli intellettuali, che avevano letto la «Graziella» del Lamartine, amavano l’Italia; e la trovavano molto estetica così, in quello stato di bellissima Cenerentola; e si sdegnavano di vederla percossa a verghe o coperta di sozzi baci.

Bastone tedesco l’Italia non doma! e in verità qualche giovane Aroldo avrebbe impugnato la spada, anche, per questa Niobe delle nazioni, piangente tra le colonne e le erme torri degli avi. Io dico di voi, generosi cavalieri di Polonia e di Ungheria, che vi crociaste della assisa rossa garibaldina!

Napoleone, pur essendo il maître della Francia, volle, più tardi, consultare con mezzi di polizia l’opinione publica; ma se da questa specie d’inchiesta risultò simpatia per l’Italia, nessuna voce di simpatia per la guerra venne da nessuno dei dipartimenti francesi. Sarebbe stato come l’aiuto platonico di lord Malmesbury.

[165]
V.
Il grido di dolore!
Il 1.º gennaio ’59, Cavour, mandando gli augurî al Boncompagni, ministro sardo in Firenze, e accennando vagamente alla guerra, scriveva: «Se lasciamo sfuggire la circostanza presente (approfittare dei sentimenti ostili dei due imperatori dell’oriente e dell’occidente verso l’Austria) per tentare l’ultima prova per liberare l’Italia, Dio sa quando l’opportunità si presenterà di nuovo per realizzare l’idea nazionale. Non mi nascondo che l’idea è ardimentosa e piena di pericoli. Ma quando mai un popolo è egli stato redento senza sacrifici e senza rischi?» E questa è, pur troppo, sentenza biblica: sine sanguinis effusione non fit remissio. La lettera terminava con consigli di prudenza, che erano semplicemente il riflesso di quelle difficoltà politiche che dovevano crescere sempre più, sino ad occludere la via. «Finchè la cosa non sia definita — diceva — è necessaria una grande prudenza».

Ma proprio in quel giorno stesso, nel giorno dell’augurio [166]di pace, Napoleone diede il segno del fuoco o, per dir meglio, parve voler saggiare che effetto produceva l’accensione di quella colonna di gas infiammabili, che si librava sull’Italia.

Nel solenne ricevimento di capo d’anno, Napoleone all’augurio del nunzio pontificio così rispose: «Io spero che l’anno che comincia non farà che rinsaldare le nostre alleanze per il bene dei popoli e per la pace d’Europa»; quindi passando davanti all’Hübner, gli rivolse con accento severo queste parole: «A me duole che le nostre relazioni non siano più così buone come io desidererei che fossero, ma vi prego di scrivere a Vienna che i miei sentimenti personali per l’Imperatore sono sempre gli stessi».

La prima impressione dell’Hübner fu come di chi riceva una ferita: da principio non la si avverte. In tuono severo? In tuono di bonomia! Ma che cosa ha voluto dire quel signore? Ma niente. Un momento di malumore. Un’amplificazione della risposta pacifica, rivolta al nunzio, quindi qualcosa di agréable. Ma tutti i volti dei diplomatici pur così rispondendo, sono turbati. Le parole dell’Imperatore sono state udite da tutti. Qualcosa di agréable? Qualcosa di penoso e di grave!

Ed ecco, subito, quelle parole diffuse: panico in Borsa, stupore e turbamento alla Corte: tutti gli occhi su di lui, Hübner. Ma l’Imperatore, ma l’Imperatrice, sono verso di lui nel ricevimento del giorno seguente, di una cortesia ed attenzione [167]estreme. L’Imperatore, appena lo ha veduto, gli è andato incontro, gli ha stretto affettuosamente la mano, gli ha domandato notizie del suo viaggio in Ispagna. «Come è andato il vostro viaggio in Ispagna, dopo che ci avete lasciati a Biarritz?», e tutto questo nel tuono più amichevole, con l’espressione più graziosa. I diplomatici guardano i due interlocutori. Respirano!

Ma non respira bene lui, Hübner. Si reca il giorno 3 dal ministro Walewski per conoscere la vera interpretazione di quelle parole. Avrebbe, tutt’al più, trovato naturale che gli avesse parlato così a quattr’occhi; ma in un ricevimento publico, ma prendere il momento che lui era venuto a fargli gli augurî, per dire una cosa penosa e disobbligante….

«Ma niente era più lontano dal pensiero dell’Imperatore — lo assicura il Walewski — che dirvi qualche cosa di penoso e di disobbligante. Me lo aveva avvertito, qualche giorno addietro, che, in presenza di certi rumori…, vi avrebbe voluto fare una graziosità! Ora egli è stupito dell’effetto delle sue parole, vi voleva dire soltanto….»

Parigi pure è stupita e costernata. La rendita è ribassata di due franchi. Rothschild è andato, turbatissimo, dall’Imperatore. La stampa pagata fa una carica a fondo contro il ministro dell’Impero austriaco, conte Buol. «La guerra, la guerra, la guerra; ecco il soggetto esclusivo delle conversazioni, nei saloni, nei clubs, nei caffè, nelle [168]caserme. I soldati vogliono delle promozioni». Va bene. Ma sulla pelle dell’Austria? Ferve il lavoro negli arsenali militari: ma qualche generale savio, il maresciallo Pélissier, scuote il capo: e c’era lui, Hübner, quando il maresciallo Pélissier crollò il capo. Ha visto Thiers: lo incontrò ai Campi Elisi. Hanno passeggiato insieme. L’ex-ministro di Luigi Filippo ha lasciato allora allora il conte e madama Walewski: «Si è studiato di far loro capire che sarebbe da pazzi separarsi dall’Austria e riformare i trattati della Santa alleanza!» Manco male! È quello che dice anche lui, Hübner. E di altre cose il Thiers ha ammonito il Walewski, cose che a lui, straniero, non possono essere dette. Il Walewski ne è rimasto tanto persuaso che ha domandato a Thiers il permesso di riferire le sue parole all’Imperatore.

Il conte von Hübner, ambasciatore austriaco da molti anni alla corte di Francia, era uomo di mente acuta e fine, come dice lo stesso suo volto. Amabilmente epicureo, aristocratico sino nell’ironia della frase, imbevuto sino al midollo di pregiudizi austriaci e dinastici, pur tuttavia non è una figura antipatica. È uno spirito conciliante e prudente, quanto pedante e irascibile è il suo principale, conte Buol, dichiarato dall’Hübner «bad temper, cattivo carattere, che non lascia alcuna occasione per esser scortese».[185] Dall’amore ai [169]buoni studi, dalle riposate mense, dalla dolcezza della sua famiglia, deriva talvolta non so quale umanità e filosofia. Egli da parecchio tempo s’era accorto che la pace tra Francia ed Austria stava poco bene, aveva il sangue viziato, e per colpa dell’Italia; e l’Imperatore da un anno e più gli teneva il broncio, ma così presto e in quel modo non se la sarebbe aspettata. Guastargli la sua pace, i suoi dîners, i suoi studi storici! Oh, ma egli ha studiato la storia, e badi bene l’Imperatore: nemo potest duobus dominis servire:[186] «non si può essere in una sola volta l’amico delle grandi potenze, il custode del diritto publico in Europa; e nel tempo stesso l’amico, il confidente, l’aiuto morale oggi, domani l’aiuto materiale del signor di Cavour. La confidenza della Francia nella saggezza, nella moderazione, nella sincerità dell’uomo che la governa è scossa. Egli vuol fare una politica di avventure, andare per simpatie e antipatie. Gli hanno dato ad intendere che lo stato d’Italia è insostenibile, che non si saprebbe tenere a freno la Sardegna; che la Lombardia si solleverebbe come un solo uomo; che la Penisola sarebbe coperta di fuoco e di sangue; che ciò era imminente, inevitabile; ma una questione [170]d’Italia non esiste che nella mente del signor di Cavour». Badi l’Imperatore a quello che fa, perchè, sì anzi, supponiamo «che l’Europa resti impassibile al duello, che la Francia ottenga nella guerra dei grandi successi, supponiamo anche — è il signor Drouyn de Lhuys che cerca di raddolcirgli le amareggiate digestioni — supponiamo anche, ciò che mi pare impossibile, che si riesca a spezzare le vostre linee fortificate sul Mincio e sull’Adige, mettiamo anche che si riesca a cacciarvi nel Tirolo: badate bene che non c’è nessuna buona ragione per pensare a tutto questo: ma supponiamolo. E dopo? Dopo si resta in un tête à tête con la Sardegna, il Papa e l’Italia. E allora? Allora, questo grazioso tête à tête ci metterà in un dedalo senza uscita, che sarà la nostra rovina»,[187] «Parole profetiche!» esclama Hübner, che visse tanto da vedere Sadowa, Mentana, Sedan. «Non si può stare in bilico tra le baionette della coalizione europea e i pugnali dei cospiratori, che gli daranno tregua soltanto fino al giorno che strapperà i trattati e sfiderà l’Europa».

Prosegue e scrive al conte Buol: l’Imperatore non ha voluto ricevere l’amico Persigny, che vuole la pace; ha fatto finta di non udire il buon Cowley, che gli domanda udienza e vuole la pace; [171]ha detto che se la Borsa non è con lui, la Francia è con lui. Oh, ma il reviendra, reviendra, tutto si calmerà, il revirement oramai è completo: questione di trovare una via d’uscita: glielo assicura Persigny che ama la pace; Walewski che non crede alla guerra; lo stesso segretario dell’Imperatore Mocquard, depositario del suo pensiero. Tutto si calmerà. Povera piccina! Chi? Clotilde. L’ha vista al gran pranzo delle Tuileries. Povera sacrificata! L’Austria cavalleresca non porterà la spada contro di lei. Assomiglia al babbo, Vittorio Emanuele; ma il labbro, il cuore è degli Absburgo: ha il fare principesco, ma un po’ rigido delle sue arciduchesse.[188] Il cuore di Hübner s’allarga: l’Imperatore è gaio. S’è liberato d’un peso enorme: gli ha detto che lui ha avuto torto, Hübner, di essersene avuto a male di quelle lontane parole del primo d’anno. «Nessuno meglio di lui saprebbe rappresentare l’Austria». (È quello che ha sempre pensato lui, von Hübner). Non più guerra. In quel giorno del primo dell’anno Napoleone pensava a Belgrado, all’intervento austriaco a Belgrado. È una deliziosa serata quella delle nozze: gli artisti del Conservatorio dalle gallerie, in alto, cantano durante il banchetto: mille faci, lampade, donne abbaglianti. Quelle melodie vengono [172]dal cielo. È molto gaio l’Imperatore: una piccola discussione, Sire, una discussione accademica, che dura da anni, se vi pare:

«Quando, durante la guerra d’Oriente, Austria e Francia erano francamente unite, l’Italia godeva della più profonda tranquillità…. Si crede ora che la buona armonia fra queste due grandi potenze sia turbata, ed ecco l’Italia inquieta….»

«Vero, perfettamente vero ciò che dite. Ma converrete, caro Hübner, che con tutto questo un sentimento nazionale in Italia c’è!»

Mai, su questo punto, mai, Hübner concorderà con l’Imperatore. Ha studiato la storia. «La Penisola non possiede la stoffa per formare una nazione che possa essere indipendente e fare da sè».[189] Ma in quella indimenticabile sera l’aria della sala dei marescialli era così impregnata di conciliazione che vi lascieremo il conte von Hübner a meditare su la speranza di salvar la Pace.

*

Interessante è il commento che di quel colpo di scena del primo gennaio dava ai «felici sudditi» la «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Quelle parole, proferite stringendo la destra all’ambasciatore d’Austria, produssero su tutti i componenti il Corpo diplomatico buona impressione, ravvisando eglino in tale circostanza il desiderio sincero dei Francesi di coltivare l’amicizia cordiale con l’Imperatore d’Austria. Ciò e tanto [173]più evidente in quanto che, se Napoleone non nutrisse tale desiderio, ei non avrebbe espresso il suo rincrescimento».

Questa interpretazione pacifica non si accordava però con quello che avveniva nell’ordine dei fatti: l’Austria metteva l’esercito d’Italia in assetto di guerra e stringeva le armi attorno ai piccoli suoi protetti, i sovrani d’Italia: nè le dichiarazioni del governo di Vienna furono meno esplicite: «Noi non vogliamo abdicare al nostro diritto di intervento. Noi non consiglieremo ai governi italiani alcuna riforma. La Francia sostiene la parte protettrice delle nazionalità: noi saremo e resteremo protettori del diritto dinastico». Così il ministro Buol, l’11 gennaio, all’ambasciatore inglese lord Cowley, che tanto affare si diede, tanto viaggiò e parlò, come vedremo, per fare che i contendenti si stringessero almeno la mano. Il principe consorte della regina d’Inghilterra, uomo di acuto senno, così scriveva al re del Belgio: «Se le parole di Napoleone fossero state pronunciate dopo una insurrezione a Milano e dopo una serie di atti di violenza dell’Austria verso i suoi sudditi italiani ribelli, la faccenda sarebbe stata tutt’altra! Ma parecchi mesi trascorsi nel meditare se sia cristiano, politico e vantaggioso fare la guerra, sono un grande impedimento per l’Imperatore, e la Borsa è un’eloquente predicatrice di pace».[190]

[174]Anche al Cavour, contrariamente a ciò che si può da noi credere, non parvero felici ed a tempo quelle parole. Gli balenò in mente il detto esopiano: nunquam est fidelis cum potente societas? Sicura, come sempre, l’osservazione morale: «quella bravata mi ricorda la maniera di fare del suo zio, alla vigilia di dichiarare la guerra».[191] Ad ogni modo, giacchè bisogna procedere con l’alleato più potente, ecco, in data 6 gennaio, le istruzioni ad Emanuele d’Azeglio. L’ambasciatore di Vittorio Emanuele ha la consegna di sospirare, lamentarsi davanti agli impassibili ministri inglesi dell’orribile condizione che è fatta al povero Piemonte: «voi ci dovete rappresentare come gente che corre verso l’abisso pur di salvare il suo onore». Lo avverte poi che il prossimo discorso della corona conterrà qualche cosa di triste e di risoluto. «Io credo che sia questo il solo mezzo per scuotere un pochino la dura fibra inglese!»

In verità fu piuttosto qualcosa di risoluto che di triste; ed è la frase, divenuta popolare, grido di dolore; ma essa non era stata fusa nel cervello del Cavour per essere incastrata nel discorso del Re; e ciò per la ragione che ora vedremo.

[175]Quanto poi a scuotere la fibra inglese, fu altra cosa: quel grido di dolore, lanciato come una sfida alla tranquillità dell’Europa, provocò un’irritazione profonda nella fibra inglese; della quale irritazione si fa interprete lord Malmesbury in una nota fulminante, in data 13 gennaio (tre giorni dopo il discorso del Re), al suo incaricato, sir Giacomo Hudson, da comunicare al Cavour. «Il governo di S. M. è stupito che il governo sardo, il quale ispirò quel discorso, non si sia preoccupato dell’impressione che avrebbe probabilmente causato in un paese così agitato, come è oggi l’Italia, da giuste o esagerate speranze di cambiamento nella sua politica interna. Vi invito a rappresentare al conte di Cavour la terribile responsabilità a cui egli, senza essere assalito da alcun Stato straniero, e senza che il suo onore sia in causa, va inevitabilmente incontro col provocare, come fa, una guerra europea, ponendo in bocca al suo Sovrano parole di conforto ai sudditi di altre potenze, scontente dei propri governi».

Ecco: il conte di Cavour se ne era occupato; ma non preoccupato, perchè era appunto quello che egli voleva. Oh, ma la fibra inglese non è tenace per nulla!

*

Il discorso che Vittorio Emanuele doveva pronunciare il 10 gennaio davanti alle Camere, era [176]già stato abbozzato dal Cavour sino dal 30 decembre, e terminava così: «l’orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno (in origine anzi, era detto minaccioso); ciò non sarà per voi argomento di accingervi con minore alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dall’esperienza del passato, aspettiamo prudenti e decisi le eventualità dell’avvenire. Qualunque esse siano, ci troviamo forti per la concordia e costanti nel fermo proposito di compiere l’alta missione che la Divina Provvidenza ci ha affidata». Questo linguaggio a noi, che leggiamo in un tempo in cui le sentinelle austriache non sorvegliano più le belle sponde del Ticino, può sembrare prudente di soverchio; ma ai ministri del Re parve invece arrischiato, anzi temerario: la quale cosa ci potrà maggiormente meravigliare se pensiamo che i ministri si erano accordati nel concetto che il discorso dovesse essere vigoroso ed esplicito, in modo da far buon’eco alle parole dell’Imperatore all’Hübner.

È supponibile che tra il Cavour e gli altri ministri la discussione deva essere stata animata e senza il beneficio dell’intesa, se è vero che la conclusione fu di farne arbitro l’Imperatore stesso. Nel giugno del ’38 il Mazzini aveva publicamente ammonito «che la politica del Cavour e del marchese d’Azeglio non sommeranno che a disfare il Piemonte»;[192] nè è troppo ardito il supporre [177]che molti in Piemonte, partendo, certo, da pensieri diversi, giungessero alla stessa conclusione del Mazzini. In tale politica perigliosa fu ventura d’Italia l’animo di Vittorio Emanuele, allora e poi pronto ad accogliere le deliberazioni più ardite; e ciò si può dire senza preoccupare per questo il giudizio che di lui si voglia comporre. Fu, dunque, richiesto l’Imperatore. Quest’uomo che noi conosciamo, o statuariamente composto a cavallo nell’atto di levare il berrettino al popolo, o dominante su le Tuileries per bene ingannare il popolo, aveva gran conforto nell’appartarsi per lunghe ore nel suo studio e quivi meditare e lavorare in compagnia di qualche suo segretario, fra cui il Mocquard, uno dei più fedeli interpreti del suo pensiero. Vestito semplicemente d’una veste da camera, calzoni larghi, accendendo senza interruzione un numero interminabile di sigarette, nelle sue rapide note a matita, cospirava diplomaticamente, se così piace di credere. In quell’anno la visione imperiale gli si disegnava come un’aurora: Sadowa, Queretaro, Mentana, erano ben lontane.

La mattina del 7 gennaio, giunse la risposta dell’Imperatore; a matita aveva scritto: «giudico ciò troppo forte (cioè le eventualità dell’avvenire), io preferirei qualche cosa del genere che segue». E qui aveva dettato al Mocquard, di cui era il carattere a penna: «Quest’avvenire non può essere che felice perchè la nostra [178]politica s’appoggia sulla giustizia, sull’amore della libertà, della patria, dell’umanità: sentimenti che trovano un’eco in tutte le nazioni civili. Se il Piemonte, piccolo per il suo territorio, conta per qualche cosa nei Consigli d’Europa, è perchè esso è grande per le idee che rappresenta e per gli affetti che ispira. Tale condizione ci mette, senz’alcun dubbio, in molti perigli e tuttavia, pur rispettando i trattati, non possiamo restare insensibili alle grida di dolore che giungono a noi da ogni parte d’Italia. Confidenti nella nostra concordia e nel nostro buon diritto, come nel giudizio imparziale dei popoli, sappiamo attendere con calma e fermezza i decreti della Provvidenza».

Questa correzione di Napoleone parve ben più ardita che le «eventualità dell’avvenire», e il far giungere «a tutti i gabinetti d’Europa un’eco dei gemiti che si elevano dal Ticino all’Adriatico», fu giudicato atto tale «da rasentare la temerità». Però «voi potete star sicuro» — scrive il giorno 11 gennaio il Cavour al Joctau, ministro sardo a Berna, spiegandogli «il vero significato del discorso della Corona», — «che noi non commetteremo imprudenze e che noi non ci avventureremo senz’essere certi del concorso attivo dei nostri alleati, non solamente nella sfera della diplomazia, ma anche nel campo di battaglia».[193] La frase «eventualità dell’avvenire», non fu soppressa, [179]ed è anzi in questa lettera così commentata: «Queste eventualità non si faranno aspettare molto, perchè noi abbiamo messo l’Austria in una via senza uscita, da cui non si può uscire che tirando il cannone. Essa lasciò sfuggire l’occasione di fare delle concessioni; e il governo della sciabola che essa deve per forza adottare, non può seguitare».[194]

Le parole di Napoleone III non fecero però cessare le perplessità fra i ministri, stando a ciò che scrive il Massari:[195] «Il consiglio dei ministri si radunò la sera del giorno 8 e la mattina del 9, ma la decisione finale pendeva ancora dubbiosa. Ad ora inoltrata della notte giunse un telegramma da Parigi, nel quale l’Imperatore Napoleone si compiaceva di quelle parole e lodava l’intendimento di pronunciarle. Le perplessità cessarono». Il resto è noto.

La mattina del giorno 10 il Re Vittorio Emanuele aveva un poco di male di gola. «Ho paura — disse al Cavour — che il primo tenore con questo maledetto mal di gola canterà male la sua parte»; e tale sicurezza allegra fa onore al monarca, perchè quella parte di primo tenore gli poteva costare anche il trono. Invece il Re recitò molto bene, e l’effetto scenico fu meraviglioso. Le parole, suggerite da Napoleone, il [180]grido di dolore, echeggiarono esse, da sole, come squillo vero di guerra, come espressione sincera, di uno stato di compressione che non si poteva più tollerare: o insorgere o perire. Questa è la vera impasse, la via cieca, in cui l’Austria cacciò sè stessa. Sì, è grido di dolore vero, puro, semplice, carne viva che palpita ancora dai patiboli; lagrime che grondano: questo grido è salito sino al trono dei Re, che è isolatore di certi suoni. Sì, o Re, noi siamo con te per la santa battaglia, per la battaglia, non dell’orgoglio nazionale: più semplicemente, dell’essere o del non essere; di vivere o scomparire. Scomparire come gregge umana, no: oh, i grembi muliebri si fecondano lo stesso anche sotto la servitù straniera; scomparire come anima, come diritto, come storia. Ma quanti lo potevano intendere? I ministri di Prussia, di Inghilterra, di Russia, di Francia, anche l’incaricato d’affari del Re di Napoli, Re Bomba, Ferdinando II, che fu visto «cosparso di cupo pallore»,[196] brava gente, abituata a tutti i giuochi delle parole e degli affetti, poterono informare i loro governi che la rappresentazione scenica di palazzo Madama corrispondeva ad un dramma vero e sanguinante.

A Pio IX non pare che piacesse molto cotale rappresentazione. «Il recente discorso del Re di Sardegna è fatto per riscaldare la testa di tutti i rivoluzionari d’Italia»; opera imprudente perchè [181]anche nei suoi dominii c’erano «spiriti malvagi».[197]

A Milano la citata «Gazzetta ufficiale», riportava il discorso del Re, ma il corrispondente torinese non commenta per nulla il grido di dolore; dice soltanto che un «sentimento di dolore si dipinse sul volto di tutti gli astanti quando il discorso regale accennò alle cattive condizioni dell’erario publico. Eppure niuno ignorava che le nostre finanze si trovano a mal partito». Siccome però qualche cosa conveniva dire, così osserva: «prolungati applausi coronarono quelle parole che accennano alla simpatia dell’Europa verso il nostro Stato». Quanto al sapore di polvere dell’ultimo inciso, è fatta questa osservazione: «Se quel periodo ha un significato, esso implicherebbe una manifesta contraddizione»; infatti come si poteva dichiarare di rispettare i trattati del ’15, e insieme minacciare la guerra? Questa contraddizione[198] probabilmente rappresentava pel Cavour un’utile via di uscita; e per Napoleone, che ne fu il suggeritore, o significava un’astuzia; o fors’anche era indizio di una speranza o di un’illusione che la questione italica si potesse comporre senz’armi?

Ed anche nel Lombardo-Veneto c’erano «spiriti [182]malvagi»; i quali da quei discorsi di Napoleone e di Vittorio Emanuele non potevano che essere maggiormente eccitati, come osservava Pio IX. Tale stato di incitazione e di tempesta è riflesso bene in questi fugaci appunti di cronaca, che devo alla cortesia di un signore milanese.[199] «Il 1.º del ’59 agitatissimo. La plebe insulta e malmena chiunque porta alla bocca il riprovato sigaro. A Porta Ticinese (Milano), s’insultò un ufficiale; a Santa Caterina se ne malmenava altri. Si grida abbasso i cappelli a cilindro. Il discorso di Napoleone a Hübner. Effetto nelle popolazioni italiane. I giornali negano il fatto, ma l’effetto rimane. Trenta individui provenienti dal Piemonte arrestati. Il 6 gennaio più forte agitazione: s’insultano quelli che giocano al lotto. Notte tempo sono arrestati e trasportati colla via ferrata più di 400. Arrivo straordinario di truppe. Prendono posizione sul Ticino, poi sul Po. I giornali assicurano la pace. Nessuno, meno pochi, vi credono. Discorso di Vittorio Emanuele che ascolta i gemiti d’Italia. Agitazione in Padova. Impedita la dimostrazione pel defunto professor…., vanno gli scolari; dissotterrano il cadavere: lo conducono in processione con una corona tricolore. La truppa cerca disperdere la folla. Qualche ferimento. Gendarme che rifiuta di tirare. Fugge in Piemonte. Si chiude l’Università. Teatro della Scala. La «Norma» cantata [183]dalle sorelle Marchisio. Coro, «Guerra, Guerra!» Strepito singolare il 22 a queste parole. Rispondono gli ufficiali battendo la spada. Lo strepito raddoppia il 23. Viene proibita la «Norma». Versi del Borghi:

Canto d’italo amor, d’itala forma,

d’italo ardir che tuona e che predice,

in simbolica spoglia era la Norma.

(Questo episodio del patriottismo lombardo è fra i più noti:[200] ma esso è qualcosa di più che una bella vendetta della Scala, addormentatrice sirena, cara al Metternich: è indizio che gli ultimi riguardi di casta, i vincoli stessi di parentado, da antico studiati e favoriti da Maria Teresa e ben più accorti e tenaci di quelli usati poi del capestro, sono spezzati. Molti di quei nobili, rincasando, deporranno per tempo indeterminato la cravatta bianca: sta per echeggiare la fucilata per le tue ville, o Varese!). Febbraio 1859. Soncini, Clerici, Caroli, Boner espulsi dai teatri; non è loro permesso neppure il teatro delle marionette. Si aspetta il discorso, Imperatore Napoleone. Incertezza. Emigrazione spontanea di giovani in Piemonte. Festa per la principessa Clotilde. Festeggiamenti nel teatro della Fenice. Si recita il «Profeta». Rappresentandosi, la notte, si spengono i lumi. Piovono coccarde e confetti a tre colori. Dal Verme, Visconti, (?) circa cento giovani milanesi si arruolano. L’Università di Pisa arruolasi [184]anch’essa. Cresce il fervore. Morte di Emilio Dandolo. Funerali il 22. Incertezza. Proibizione di accompagnare (la salma). La marchesa Rescalli corre dal Luogotenente, ne impetra il permesso. Lodovico Mancini dice: lasciateci almeno fare a nostro modo coi morti. Entusiasmo. Dieci mila persone a capo scoperto. Ghirlanda e nastro tricolore portato da dame e messo da….[201] Il popolo che non vide, dice essere disceso dal cielo. I balconi, le strade accalcate alzano un grido immenso all’apparire della misteriosa ghirlanda. 232 (?) signore di altissimo casato, miste alle cittadine, accompagnano con decoro e con santo raccoglimento l’amato giovine. Due pietosi ne lavarono il corpo. Giunta la turba al camposanto, parlò Allievi e Bargnani, il primo all’improvviso, il secondo un pensato e caldo ragionamento. Trotti, Signoroni, Mancini e Carcano tengono il drappo funebre. Quattro bersaglieri, compagni d’arme, portano il cadavere. Venti soldati assistono alla cerimonia che si compie tra gli applausi. Il governatore visita più tardi la spoglia: si leva il cadavere: si fruga l’estinto: si stracciano i fiori. Il conte Tullio porta a Monti la spada di Manara, legata dal figlio al compagno d’armi. Il 22 febbraio a sera, teatro vuoto: soli tre palchi. Il 23 febbraio, alla sera, quei pochi che si avviano al veglione, sono respinti colle sassate [185]e coll’insulto. Interviene la truppa e gli ulani. Parapiglia. Quelli che vendono maschere sono pregati a ritirarle. Il 27, grosse pattuglie proteggono le maschere; ma sono pochissime. 28. La città è muta. Arresti. Bargnani è salvato da un beccaio. Sciopero. Papà Cavour. Fortificazioni e feritoie al Castello».

*

Ma prima di procedere, sarà utile vedere che cosa ne pensasse il maggiore di questi «spiriti malvagi», anzi il progenitore degli spiriti malvagi, il Mazzini.

La causa d’Italia così come era sostenuta da questi tre primi attori, Vittorio Emanuele, Cavour e Napoleone III, fu da lui fieramente avversata.[202] Questa cosa è nota, tuttavia conviene soffermarci alquanto. Contro Vittorio Emanuele non possiamo dire che vi fosse propriamente avversione: il Mazzini che del ’31 aveva rivolto a Carlo Alberto il magnanimo invito di «liberare l’Italia dai barbari», di «edificare l’avvenire», di essere «il Napoleone della libertà italiana», che alleva detto: «snudate la spada e cacciatene la guaina: fate un patto con la morte, e l’avrete fatto colla vittoria», ripete in tuono più attenuato, al figlio di Carlo Alberto l’esortazione medesima. Come republicano non intende imporre al Re la sua fede; ma non vuole che altri gli [186]imponga la sua. Domanda che a guerra vinta, si riservi alla Sovranità Nazionale di stabilire la forma e il patto del proprio reggimento.[203] Si ripete a un dipresso ciò che fu tra Cattaneo e Carlo Alberto nel ’48: «Passate (il Ticino) ma non vi promettiamo niente!»[204] «La parola riconoscenza — scrisse il Cattaneo — è la sola che possa far tacere la parola republica». Se non che del ’59 non era ministro del Re il buon conte Cesare Trabucco di Castagnetto, ma il Cavour, non disposto a far proclamare Vittorio Emanuele presidente della republica.

Ma l’alleanza con Napoleone III è cosa tale per cui l’animo suo insorge con ogni sua forza; e ciò per due ragioni, di cui la prima è che il sogno della sua vita è distrutto: la storia non scriverà nelle sue pagine: «l’Italia, libera ed una per virtù propria, insegna ai popoli come si frangano le tirannidi»; ma scriverà: «l’Italia, serva fremente, ma incapace di liberarsi da sè, ebbe indipendenza dall’Austria, per opera d’armi straniere [187]e dispotiche».[205] La seconda è che «esporre la causa della patria all’intervento e alla malefica influenza di Luigi Napoleone, era delitto simile a quello di chi infettasse di tabe mortale una giovane vita».[206] Questa guerra, se sarà guerra, non avrà per risultato che di sostituire il dominio francese a quello austriaco e l’alleato «si muterà in padrone», giacchè quale altro fine se non la conquista, si può proporre Napoleone ad una guerra contro cui «la Francia intera è, dall’esercito in fuori, avversa?» Alla prima di queste cause va riferita la nota frase che il Mazzini, a testimonianza del Saffi, avrebbe proferita, come seppe delle parole di Napoleone all’Hübner: «il dado è tratto, siamo spacciati»; alla seconda di queste cause il noto avvertimento del gennaio ’59 a coloro che da lui si staccavano: «Voi vi date a una guerra nella quale la monarchia piemontese è esecutrice, l’Impero di Francia ispiratore del disegno. Sarete al campo in qualche angolo di Lombardia, probabilmente tra Francesi [188]e Sabaudi regii, quando la pace che tradirà Venezia sarà a insaputa vostra segnata».

Si suole dare a queste parole senso profetico; ma verosimilmente il Mazzini intendeva il tradimento di Napoleone, sia nel caso della vittoria come nel caso della sconfitta, la qual cosa è detta nello scritto «La guerra» del 15 maggio, dove così si ragiona: «la guerra, lasciata ai governi, finirà con un nuovo trattato di Campoformio, o con un riparto d’Italia che, lasciando in Roma l’eterno nemico dell’unità della Patria, sostituirà sulle altre terre d’Italia nuovi padroni agli antichi: forse, se mai si prolungasse oltre l’anno e con vicende alterne, colla caduta di Luigi Napoleone senz’un solo vantaggio all’Italia».[207] Come poi a guerra iniziata anche Mazzini chiamasse disperatamente alle armi e come collimassero stranamente le sue parole con altre di Luigi Napoleone, sarà detto a suo luogo. Qui basti il finire con le parole della accennata profezia: «Ai poveri tormentati ed illusi che vanno ripetendo: Venga Satana, purchè ci porti via gli Austriaci, io dico: Fratelli, voi avrete Satana e gli Austriaci ad un tempo; s’intenderanno sul campo a danni vostri dopo la prima battaglia». La verità è che Satana o il «primogenito del demonio»,[208] come più tardi fu chiamato Napoleone III dalle Dame del Sacro Cuore o l’«uomo dalle tredici coscienze» come lo chiamava don [189]Margotti, fu lui, il veramente tradito a Villafranca. Ma già fin da antico fu scritto che il mestiere del diavolo non era il più facile, tanto che il popolo v’aggiunse l’aggettivo di «povero».

Ma sarebbe cosa dolorosa per chi scrive queste pagine, se riportando tali passi del Mazzini se ne volesse dedurre l’intendimento di esaltare Napoleone III a discapito di quel nostro grande. È il dissidio delle cose che a me preme mettere innanzi; guerra di anime che durerà più lontana che la guerra delle armi. Credo anzi ventura per l’Italia che il Mazzini con ieratica forza non ispostasse il suo vessillo di una linea dal vertice ideale ove lo teneva spiegato. Oltre l’unità e la monarchia esso splende, garrisce ancora: credo erronea opinione quella di molti che — bisognosi per procedere, di novelli richiami, — lo reputarono lenzuolo funebre nel quale avvolgere l’idea della patria, e chiamare poi architetti e scultori per il mausoleo interminabile. Profeta più veramente fu il Mazzini quando scrisse: «Non isperino gli Italiani salute se non trovano in sè stessi energia per compiere il loro dovere».[209]

Del resto, chi non credeva allora ai tenebrosi disegni di Napoleone che «tante notti bianche» fece passare ai diplomatici e ai re?[210] I lo chërdia pi bulo!, lo credevo più furbo, confessa nell’aprile del ’59 Massimo d’Azeglio.[211]

[190]E grande del pari era l’avversione del Mazzini contro il Cavour, che gli sottraeva il sottraibile di fedeli e di opere; che di quella accennata infezione appariva l’agente deliberatamente sicuro.

Ora mentre tanti sospetti si appuntavano da Mazzini contro Napoleone III, non minori sospetti e paure molti nutrivano in Francia per questa guerra in cui l’Impero veniva a collocarsi alleato della Rivoluzione. Prospero Mérimée così scriveva al nostro patriotta Antonio Panizzi: «Ma e l’Europa? ma gli Italiani? E che fare del Mazzini? Fucilarlo: d’accordo, ma che dire a coloro che vorrebbero sventrare il cardinal Antonelli o il re Bomba? Non c’è da temere che dopo le prime vittorie noi avremo degli alleati che ci metteranno nel più serio impaccio? In confidenza, mi sembra che si tratti di due vasi di terra che vanno ad urtarsi. Potrebbe darsi che in avvenire non restassero che dei cocci per terra».[212] È lo stesso identico ragionamento, riferito sopra, di Drouyn de Lhuys all’Hübner: il pericolo — cioè — della rivoluzione. E Cavour non agitò dopo Villafranca, per un momento, lo spettro della rivoluzione?

È del 31 decembre ’59, cioè cinque mesi dopo la pace di Villafranca, questa lettera di Napoleone a Pio IX: «una delle mie più vive preoccupazioni, durante e dopo la guerra, è stata la condizione degli Stati della Chiesa, e certo fra [191]le potenti ragioni che mi impegnarono a fare sì prontamente la pace, bisogna annoverare il timore di vedere la rivoluzione prendere tutti i giorni più grande svolgimento. I fatti hanno una logica inesorabile e nonostante la mia devozione alla Santa Sede, io non potevo sfuggire ad una certa solidarietà cogli effetti del movimento nazionale, eccitato in Italia dalla lotta contro l’Austria», e termina dicendo che già fece molto se riuscì a fermare Garibaldi al confine della Cattolica; e dopo questo, le armi regie invaderanno l’anno seguente col suo permesso le Marche e l’Umbria! Eppure nello scrivere quella lettera l’uomo «dalle tredici coscienze» probabilmente non mentiva.

Il 17 settembre del ’59 alla ringhiera del palazzo Gioia in Rimini che è presso alla Cattolica, un uomo apparve: balenò un fulgore, si stese un silenzio, echeggiarono queste parole: «Dall’entusiastica accoglienza che voi tutti qui mi fate, m’avvedo che siete stanchi del governo dei preti. Genìa infame!» Chi mi ripeteva a memoria questo proemio, era allora un giovanetto che timidamente s’era fatto al balcone della casa vicina per vedere che cosa di nuovo succedesse nella città morta. Quando un gran scapaccione lo colpì: «Va via di qui: mi meraviglio che tu stia a sentire le parole di quell’empio!»[213] Era il babbo; e quell’empio era Garibaldi!

[192]E nelle memorie delle cose tramandate, mi sta anche il ricordo di un altro padre in discussione coi figli che avevano combattuto a Roma del ’49, e diceva alla moglie «Quel cannone di San Pancrazio non ha fatto il suo dovere!», e, passando Garibaldi pel suo paesello, faceva chiudere le finestre per timore che non ci entrasse la scomunica.

Erano pochi, è vero; ma anche di quei pochi è dovere tenere il conto.

[195]
VI.
Le alternative di pace e di guerra.
Il 4 febbraio era publicato in Parigi l’opuscolo: «Napoleone III e l’Italia». Della grande impressione che destò allora tale scritto spenta già è la memoria. Questo opuscolo si potrebbe chiamare oggi dai malevoli ciò che in gergo commerciale è detta la réclame della guerra. Tuttavia anche il modo come è stata redatta una réclame, può essere interessante. Eugenio Rendu, richiesto dal Chiala,[214] in una lettera dell’agosto 1883, racconta le vicende di questo opuscolo, ed usa quell’arguta garbatezza che i Francesi per ogni loro scritto dispensano così signorilmente che pare facile impadronirsene ed imitarla. Ecco in breve: subito dopo il colloquio di Plombières, Napoleone chiamava il visconte de la Guéronnière, e gli affidava l’incarico di quest’opuscolo, determinando questi due punti essenziali: primo, che lo statu quo non poteva essere più mantenuto al di là delle Alpi, tanto nell’interesse [196]d’Italia che dell’impero; secondo: progetto di una federazione italiana.

Ma pare che il La Guéronnière, con tutta l’elasticità del suo ingegno, si trovasse un po’ a disagio nel dover parlare delle cose d’Italia. (Da quel tempo in poi i Francesi non hanno fatto troppi progressi nello studio delle cose nostre, e ciò è alquanto mortificante per noi, che studiamo le cose loro più delle nostre). Il La Guéronnière si rivolse allora al Rendu, che, appunto, attendeva ad un lavoro sull’origine della federazione in Italia, e — dice il Rendu — «il pensiero di vedere affidata allora alla spada di quel monarca l’incarnazione di un sogno che rispondeva a tanti sforzi e a tante ragioni storiche, mi sedusse fortemente». In pochi giorni e notti di composizione entusiasta, lo scritto fu condotto a termine.

Sono sostanzialmente le idee dei nostri neoguelfi Gioberti, Balbo, d’Azeglio, l’idea cioè di una federazione fra i vari Stati d’Italia, con esclusione dell’Austria e ciò per una ragione evidente: perchè, sino dal tempo di Fedro, l’alleanza tra il leone, la capra e l’agnello, patiens iniuriae, non diede mai buon risultato. Ma, poi che siamo in tema di favole, quei nostri padri si trovavano nella condizione dei topi, che avevano bensì trovato il rimedio contro il gatto, ma non il modo di attaccare il campanello alla coda del gatto. «La spada del potente Imperatore dalle cui labbra l’Europa pendeva», ora si offriva come rimedio.

[197]Per mezzo di tale federazione si profilava nell’alba che stava per sorgere, «lo scioglimento della grande questione, che è la questione del mondo», cioè quella del Papato: il quale «fatto libero della doppia e contradditoria responsabilità del potere temporale e del potere spirituale, non si sarebbe più trovato costretto, come fu di Pio IX nel ’48, a sacrificare la sua qualità di Re a quella di depositario della Buona Novella di Cristo, o viceversa».

Questa opinione del Rendu era, ripeto, condivisa da molti nobili spiriti fra noi: ma altri molti e non meno nobili spiriti, sia perchè vivevano più vicino al Papato, sia perchè avevano letto meglio Dante, Boccaccio, Machiavelli, non avevano tali entusiasmi, ed erano convinti che per risolvere la questione di Roma, occorreva qualcosa di più risoluto che la spada di Napoleone III, la quale non sciolse il nodo, ma anzi impigliò sè stessa nel nodo.

Dopo Villafranca, Napoleone publicò l’altro famoso opuscolo «Il Papa ed il Congresso», di cui tanto si confortò il Cavour;[215] contenente, curiosa ripetizione, le stesse idee espresse nella lettera del 1831 a Gregorio XVI.[216] In questo opuscolo, fra proteste di devozione e di amore, era detto che «come più il territorio della Chiesa fosse stato piccolo, più il Pontefice sarebbe stato grande»; la potenza del Papa risulterebbe [198]«meno dalla sua forza che dalla sua debolezza (politica)». Terminava con questa preghiera: «Possa Napoleone III aver l’onore di conciliare il Papa, come sovrano temporale, col suo popolo e coi tempi!» Costretto a spiegarsi, Napoleone rispose con la lettera, riportata a pag. 191, in cui concludeva esortando il Santo Padre a «fare il sacrifizio delle provincie insorte (Legazioni), cedendo alla logica inesorabile dei fatti. Così il Santo Padre assicurerebbe all’Italia riconoscente la pace, alla Santa Sede il possesso tranquillo del rimanente suo Stato. Ecco ciò che tutti i sinceri cattolici devono domandare a Dio». Ma «la logica inesorabile delle cose» portò invece alla separazione tra l’Imperatore e il Partito Cattolico; Carlo Magno apparve come Giuliano l’Apostata: le parole d’amore al Papa parvero insulti; il rispetto — che pur era sincero e lo dimostrarono le cose — ipocrisia. Il Papa disse: Non possumus! La Rivoluzione italiana disse pure: Non possumus! Sopratutto è il santuario di Delfo, cioè Roma, che occorre all’Italia! Così si preparava la strada che condusse ad Aspromonte e Mentana: là dove Garibaldi, cioè la Rivoluzione, aveva deliberato di sciogliere il nodo storico del Papato in modo assoluto.

Undici anni più tardi, il governo italiano credette di operare come Alessandro a Gordio; ma in verità lo ferì soltanto quel nodo famoso, che diventò una piaga. Allora alcuni medici dissero [199]che occorreva applicarvi il cerotto del dogma scientifico; ma ne derivò un’irritazione maggiore. Altre cure anodine si vanno oggi escogitando; la qual cosa può dimostrare, se non altro, che la piaga sussiste tuttora.

Il Rendu pareva entusiasta di questa soluzione ottimista, e con sonanti parole cerca di «precorrere ogni obbiezione od opposizione. Chi doveva essere il capo di questa federazione? Colui che personifica l’idea più universale e più potente; colui al quale risale in Italia ogni entusiasmo e ogni ossequio; colui che diede a Roma le arti, i costumi, etc.; colui che ha fatto di Roma il centro del mondo e le assicura una seconda eternità».

Ma il Papa avrebbe detto di no, e Mazzini scriveva, poco dopo, che la possibilità di tale fatto equivarrebbe a «disperare della patria, dei popoli, della coscienza umana, della libertà, d’ogni cosa santa».[217]

Per due mesi l’opuscolo riposò nel silenzio. Il due decembre, il Mocquard avverte La Guéronnière che fra dieci giorni l’Imperatore desidera conoscere lo scritto. Altra sosta. Il dieci gennaio, cioè dopo le parole all’Hübner e il giorno stesso che Vittorio Emanuele lancerà il grido di dolore, La Guéronnière è invitato a pranzo alle Tuileries. Pranzo intimo, e fra i commensali il Nunzio pontificio. Dopo pranzo, conversazione su [200]le condizioni politiche d’Italia. «L’opuscolo?» «È pronto». «Venitemi a trovare — disse l’Imperatore al La Guéronnière — una di queste mattine». In fatti, dal 20 gennaio in poi, lettura dell’opuscolo nel gabinetto imperiale: La Guéronnière, Mocquard, l’Imperatore. Questi approva il lavoro e specialmente loda la profonda conoscenza su le cose e i sentimenti d’Italia. Per ciò che riguarda quest’idea di un’Italia federale col Papa, si ponga mente a questo passo di lettera del Cavour: «Più volte l’Imperatore, a persuadermi, ha citato brani di libri di Azeglio»;[218] il che se prova come l’Imperatore fosse fedele alle idee giobertiane, induce anche a pensare che il Cavour oramai coltivasse diversa opinione.

E rêve creux chiama, sia pure per altre ragioni, l’Hübner questa vaga idea napoleonica di federazione italiana.

Approvato l’opuscolo, l’Imperatore volle farvi alcuna aggiunta ed emendazione: nel preambolo inserì egli queste parole: «L’Italia rappresenta nella storia qualche cosa di più grande ancora che l’idea della nazionalità: essa rappresenta la civiltà». A pagina quattro, volle citato il passo di Tacito (o buon republicano Le Bas, che facesti leggere Tacito!): Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus, etc., in riferimento ai beneficî che al mondo diede nel passato tempo l’Italia, «più che sorella, madre delle altre nazioni»; beneficî che l’Europa non [201]può obliare senza ingratitudine; l’Italia non può obliare senza rinnegare sè stessa. Di lui pure è la nota che si riferisce «all’impotenza assoluta d’una forza veramente italiana, a trionfare, senza un soccorso esterno, di un nemico così fortemente organizzato come è l’Austria». Quindi la deduzione: «da questo fatto risulta, per ogni uomo di guerra, questa verità incontestabile, che la nazionalità italiana non sarà mai il risultato di una rivoluzione». Questa affermazione colpisce, manifestamente, in pieno gli ultimi tentativi mazziniani, di Milano, di Toscana, di Napoli; nè risulta che il Mazzini vi risponda direttamente nel suo scritto «Napoleone III e l’Italia». La fede in lui nei miracoli della rivoluzione doveva essere superiore ai replicati esperimenti del fatto; e fra le spiegazioni di tale importante fenomeno, oltre alla fede di apostolo, è lecito proporre anche questa: che, essendo vissuto quasi sempre in esiglio, gli venne a mancare il contatto preciso con la publica opinione e con la realtà: la qual cosa successe a molti esuli, specie in tempi in cui le comunicazioni erano tanto più lente delle odierne.

L’opuscolo si soffermava ed estendeva anche su le riforme da introdursi negli Stati della Chiesa, ma Napoleone tolse ogni accenno: «A qual fine? Si turberebbe adesso tutto un partito degno di rispetto: questa semplice allusione provocherebbe una levata di scudi in venti giornali d’opposizione».

[202]Ancora: l’ultimo paragrafo conteneva questa parole: «Noi non abbiamo alcuna inimicizia verso l’Austria. L’Italia è la sola cagione delle difficoltà che esistono tra la Francia e l’Austria». La frase fu letta e riletta. «È troppo blando!» disse l’Imperatore accarezzandosi i baffi: ripensò, ritornò sul suo pensiero: «Ma sì, nel fatto è vero, e poi è politico!» La conclusione dell’opuscolo fu formulata da Napoleone con queste enigmatiche parole, che nei fatti che stiamo per esporre hanno, forse, la loro chiave: «Noi desideriamo ardentemente che la diplomazia faccia, alla vigilia di una guerra, ciò che essa farebbe il giorno dopo di una vittoria». Vedremo fra breve quanta speranza c’era da riporre nell’opera della diplomazia.

Curioso un altro particolare: esponendo il piano della federazione, vagheggiata da Enrico IV, era detto: «Il pugnale di Ravaillac distrusse così belle speranze». Il giorno 3 febbraio, alla vigilia della stampa, il La Guéronnière ricevette questo biglietto: «Vi prego di fare una lieve modificazione nella frase dove si tratta del pugnale di Ravaillac….; vi si potrebbe vedere un’allusione personale».

*

Il D’Azeglio, Gino Capponi, Federico Sclopis, letto l’opuscolo, ne andarono in visibilio: lo Sclopis scriveva al Rendu: «Bisogna mettere ogni speranza in questa furia francese che spazza [203]via tutto». Ohimè! Ohimè! troppi pensarono come lo Sclopis! Ben più temperato il Cavour, il quale si restrinse a ringraziare il Rendu «in nome d’Italia».[219]

Per il Mazzini il senso riposto dell’opuscolo è quello di una astuta manovra dei governi di Francia e di Piemonte allo scopo di addormentare con lenitivi la rivoluzione, «di scongiurarne il pericolo, frapporre argini nuovi al torrente, sviare le menti dal segno»;[220] ma per l’Hübner è peggio: questo opuscolo anonimo, attribuito all’Imperatore, è indegno. L’ha letto e ne ha riso amaramente: «L’autore annunzia che Napoleone continuerà la politica di Dante, del Petrarca e di Enrico IV. Io non ho mai letto niente di più assurdo, di più povero di argomenti, di più destituito di logica». Corre dal Walewski e gli dice: «Al vostro posto sconfesserei l’opuscolo e sosterrei in faccia a tutti che l’Imperatore ne è estraneo affatto!» Ed è quello che ha fatto il Walewski «con quella sua faccia di bronzo». Ha messo la mano sul cuore; ha detto che l’Imperatore è estraneo completamente a quella stampa![221]

In Parigi, «furore negli uni, entusiasmo in pochi altri: in generale non si giudica la questione che dal punto del rialzo o del ribasso dei valori. Il Papa? la liberazione di un popolo? la preponderanza della Francia al di là delle Alpi? che [204]cosa possono contare tutte queste fanfaluche per la massa dei droghieri e della gente di Borsa?» Così il Rendu: ma poi aggiunge con orgoglio francese: «Tutto ciò, e peggio, sarebbe avvenuto in ogni altro paese, dove non è costume di fare la guerra per amore di un’idea». Tre ministri dissero forte: «L’Imperatore vuole la guerra, ma il suo governo vuole la pace». «Il signor Delangle si distinse per una irritazione ardente. Egli ha segnato i passi che intende denunciare come criminali». «Evvia, buona gente — prosegue il Rendu — calma! Fate buon cuore contro mala fortuna, giacchè voi siete meno gentuccia di casa che non ne avete l’aspetto! Quando la partita sarà incominciata, ben mi par di vedervi mettere il vostro berretto alla sgherra, agitar la fiaccola al vento e vi sento intonare la «Marsigliese» per la Francia e per l’Italia».

Cara e nobile terra di Francia! L’orgoglioso tuo motto, «gesta Dei per Francos», ha nella storia alcuna conferma. E qual colpa è la tua, o Francia, se noi, costretti a muoverci nella tua orbita, così male ci movemmo? Parigi, «la ville la plus insouciante de l’infortune et la plus moqueuse du monde»,[222] consacrò col suo entusiasmo la partenza dell’Imperatore per la guerra d’Italia, e il suo viaggio sino all’imbarco di Marsiglia fu tutto un trionfo.[223]

[205]E in verità anche i nostri libri italiani parlano concordemente di questo entusiasmo e di questo trionfo; ma sarà necessario tuttavia meditare su ciò che scrive dal punto di vista francese, il De La Gorge nell’opera sua magistrale sul «Secondo Impero». Passando l’Imperatore per via Saint-Antoine, piazza della Bastiglia e via di Lyon, quel fanatismo popolare per la guerra «si sarebbe detto manifestazione d’una specie di impero democratico, uscito dalla rivoluzione, vivente per mezzo di lei, non sussistente che a patto di propagarla e servirla. Donne, bambini, premendo il corteggio ed insinuandosi fin sotto i cavalli delle cento guardie, interpellavano l’Imperatore con una famigliarità ardente, assicurando che essi custodirebbero fedelmente l’Imperatrice e suo figlio, e che poteva partire in pace perchè il turbolento sobborgo, artefice di ogni sommossa, prometteva di restare calmo. E in verità tutta questa gente non s’ingannava punto nei suoi calcoli istintivi e non falliva nelle sue acclamazioni. A quale scopo le sedizioni, le barricate, gli attentati, i complotti? L’Imperatore oramai andava a minare da sè stesso, lentamente ma sicuramente, il trono al quale un’incredibile fortuna lo aveva innalzato».[224]

[206]
*

Il giorno 7 febbraio grande attesa in Parigi del discorso dell’Imperatore, giacchè indubbiamente ne sarebbe uscita o la pace o la guerra: non ne uscì che un responso ambiguo; come tanti altri che erano del suo stile e consolidarono la sua reputazione di astutissimo; ma erano anche un riflesso dell’animo e dello stato ambiguo delle cose. Dopo aver vantato la sua politica di pace, non nascondeva alcune nuvolette dalla parte di Vienna; ma egli sperava che lo zeffiro della conciliazione le avrebbe dissipate. Quanto a lui, sarebbe rimasto «tetragono» nella via segnata dai soliti principî, oramai consumati e pur sempre rimessi a nuovo, anche dai non imperatori, «dal diritto, dalla giustizia, dall’onore nazionale»; ed accertava che la politica del suo governo non sarebbe stata «nè provocatrice nè pusillanime».

In una lettera (9 febbraio) del signor Doudan al principe di Broglie, è fatto del discorso questo commento: «Tutto, probabilmente, è in equilibrio davanti agli occhi dell’Imperatore, ma il soffio di una parola, ragionevole o irragionevole, determinerà la decisione di questo uomo, abbandonato, senza consiglio e senza controllo, alle sollecitazioni più complicate e più contradditorie».[225]

Dall’Inghilterra, in fatti, per bocca della regina Vittoria era venuto tre giorni prima del discorso [207]il «soffio» di questo dilemma: «la Maestà Imperiale di Francia è avvertita dell’occasione che gli si presentava di ascoltare la voce della umanità e della giustizia, e quindi calmare le apprensioni dell’Europa, ristabilendo la fede in una politica pacifica; ovvero dando ascolto a quelli che hanno interesse a creare della confusione (leggasi Cavour), gettare l’Europa in una guerra, di cui la durata e l’estensione non è facile prevedere».

A questo conviene aggiungere che anche il governo di Pietroburgo cercava adesso di vendere bene il suo acconsentimento alla guerra, mettendo alcune condizioni: cioè, che molte clausole umilianti per la Russia, inserite nel trattato di Parigi, venissero modificate; e specialmente che le fiamme della nazionalità, che si stavano per agitare in Italia, non lambissero gli edifici della Polonia. (I cosacchi battono ancora, infatti, le loro lance su le vie di Varsavia).

*

Nella discussione del 9 febbraio e seguenti alla Camera subalpina, sul progetto di legge del prestito dei 50 milioni, si ebbero 116 voti favorevoli e 35 contrari; al Senato, 59 favorevoli e 7 contrari. Notevoli i discorsi dei due oppositori: il conte Solaro della Margherita, nemico della politica italiana del Cavour; del marchese Costa de Beauregard; del Genina, professore di diritto [208]publico nella Università di Torino; e dissero cose indubbiamente vere, di cui il concetto fondamentale era questo: cioè che provocatore era il Piemonte non l’Austria. Ma ad una verità è talora possibile opporre un’altra verità più vera, ed è quello che il Manzoni osserva quando dice a proposito di Renzo che invade la casa di don Abbondio: «In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo che strepitava di notte in casa altrui, che vi si era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fine de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo…. voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo».

Felice, perchè sicuro, il Cavour quando al Genina che gli chiedeva una «dichiarazione esplicita di ciò che intendesse egli per aggressione», risponde che vi sono offese ed offese, appunto ciò che dice il Manzoni; e che non «intende fare un corso di diritto publico per stabilire che cosa siano le offese». Abile, ma necessariamente vaga, la sua risposta alla commossa e stringente perorazione del deputato savoiardo Costa, il quale accennava al disonore, al danno, all’oltraggio del Piemonte, smembrato dalla devota [209]Savoia, quando «le aquile di Francia stenderanno il loro volo temuto sul Moncenisio!»[226] Insinuanti, e c’era il suo perchè, le parole rivolte all’Inghilterra, dicendo che presso «quella generosa nazione la causa della giustizia e della verità finisce sempre per trionfare», che «l’illustre uomo di Stato il quale siede a capo dei consigli della Corona, che ebbe la gran ventura di associare il suo nome alla causa della emancipazione dei negri, non vorrà finire la sua luminosa carriera rendendosi complice di coloro che vorrebbero condannare gli Italiani ad una eterna servitù».

Ma l’illustre lord Derby in quel momento pare che persistesse nell’opinione contraria. Giacchè è da sapere che il conte Walewski, gran signore, gran mondano (i balli da lui offerti alla società parigina e al gran mondo delle Tuileries rimasero per lungo tempo famosi), fu una delle più singolari figure del Secondo Impero, e su la folla spensierata e gaudente della corte napoleonica, si distacca, non solo per certo austero disdegno e per amore ai buoni studi e alle arti, [210]ma anche per essere stato spiacente a quei ciechi e retrivi che finirono per avvolgere il monarca nelle loro spire. Era carissimo all’Imperatore, il quale gli doveva non poca riconoscenza per aver egli, come ambasciatore di Francia in Inghilterra e bene accetto a quella Corte, reso pacati o benevoli al nuovo impero coloro, a cui il solo nome di Napoleone eccitava il sospetto. Ma anche per altra ragione lo aveva caro: nato in Polonia da una contessa Maria Walewska, gli era dato per padre Napoleone I, e certo il volto ne portava il suggello ben manifesto. Presiedette il congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea; cercò di attrarre il Thiers nell’orbita del nuovo impero; e, nell’anno in cui siamo, reggeva il ministero degli affari esteri. Ma con tutto questo non condivideva le idee (i Francesi dicono le rêve) del suo Signore riguardo all’Italia; e bene ostinatamente, giacchè l’ombra crescente dell’Italia e il decrescere dell’Austria appariva a lui come un pericolo per l’Impero: pericolo facile a distruggere finchè fosse piccolo, ma difficile a scongiurare in un prossimo domani. Egli era adunque, un nemico dichiarato dell’alleanza con Vittorio Emanuele; nemico del Cavour e del conte Costantino Nigra, il quale era altrettanto maturo di vigilante e fredda prudenza quanto adorno delle più rare seduzioni della gioventù, non esclusa l’arte e l’ingegno. Non per giuoco del caso o della fortuna il conte Nigra si trovava alla corte di Francia in quell’anno: nemico, si intende, come [211]è possibile essere nemici tra diplomatici e gente di tanta mondanità. Al congresso di Parigi il Walewski aveva avuto occasione di conoscere il Cavour, quando, difendendo egli i diritti dell’Austria, si sentì rispondere «con molto foco» da quel piccolo ministro: «io vi assicuro che se avessi 180 000 uomini a mia disposizione, farei immediatamente la guerra all’Austria».[227]

Per bene intendere la condotta del Walewski, conviene porre mente che egli — e così fu degli altri ministri — non conosceva della politica dell’Imperatore se non quanto a costui pareva di dover comunicare o che si appalesava dai fatti. Per ciò poi che concerne la politica italiana, non avendo il Walewski nè la prevenzione anti-austriaca nè l’affetto all’Italia che costantemente nutrì Napoleone, si studiò per quanto gli fu possibile, di attraversare, intralciare, protestare contro quei piani segreti che tendevano alla guerra. L’espressione napoleonica che lo statu quo non poteva più essere mantenuto tanto nell’interesse dell’Italia che dell’Impero, era vera soltanto per ciò che concerneva l’Italia. Per ciò che concerneva l’Impero, per il Walewski, per il Thiers, per Drouyn de Lhuys, ecc., era piuttosto vero il contrario. Questa cosa indubbiamente offende il nostro sentimento italiano; ma movendo da considerazioni di fatto e di utile, come sempre è avvenuto in politica, bisogna pur ricordare [212]che sino dai tempi di Richelieu e di Luigi XIV la Francia, pur con enorme sacrificio di sangue e di denaro, a questo era riuscita, cioè ad ottenere la sicurezza dei propri confini, impedendo che uno Stato troppo potente la minacciasse sul Reno, sulle Alpi, sui Pirenei. Questo stato di cose non subì turbamento nè meno dopo Lipsia e dopo Waterloo. Ora dopo la pace di Villafranca, vide la Francia sorgere al di là delle Alpi un nuovo grande Stato, quello d’Italia, favorito allora in sul suo nascere dall’Inghilterra e dalla Prussia, e ciò per le loro mire segrete che non tardarono molto ad appalesarsi: dopo il trattato di Praga, che pone fine alla guerra del ’66 tra Prussia ed Austria, vide la Germania accamparsi, unita, guerriera nemica, ai confini orientali del Reno. La nota espressione dell’Imperatore, riferita agli Stati della penisola balcanica, che la Francia «ha interessi dovunque esiste una causa giusta e civilizzatrice da far prevalere», è mirabile, ma degna più di quell’autentico fra gli eroi, che fu Don Chisciotte, che di un reggitore di popoli. Poteva l’uomo del 2 decembre essere creduto? poteva farne applicazione compiuta? Ora pensando all’affetto che il Walewski nutriva per Napoleone, si comprende come quel ministro si studiasse che le aspirazioni italiane dell’Imperatore non uscissero dal campo diplomatico, che l’affetto per l’Italia rimanesse un semplice amore platonico. Da questo contrasto risultarono quelle innumerevoli contraddizioni, [213]che verremo in parte ricordando; le quali contribuirono a far passare sempre più Napoleone per un simulatore e un ipocrita raffinatissimo e profondo.

Dunque il conte Walewski esponeva il 16 febbraio all’ambasciatore inglese lord Cowley, queste cose in nome di Napoleone, cioè che «se un migliore assetto si fosse dato agli Stati della Chiesa, se fosse stato possibile indurre l’Austria a mitigare il suo modo di governo in Italia, la cosa avrebbe fatto eccellente impressione in Italia, ed i buoni rapporti fra l’Austria e la Francia si sarebbero ristabiliti».

Ma noi diciamo che a noi, invece, questi pannicelli caldi avrebbero fatto pessima impressione e che con questi conti e lordi, dai nomi così difficili, non vogliamo avere a che fare. Ciò può anche essere bene; ma non è meno vero che il 18 febbraio lord Malmesbury, sperando per tale mezzo di evitare la guerra, incaricava sir Hudson di sentire il conte di Cavour quali, secondo lui, sarebbero stati i miglioramenti più opportuni da introdurre negli Stati d’Italia, soggetti all’Austria ed al Papa.

Il dispaccio del ministro inglese non pare che peccasse per eccessiva gentilezza come risulta dalla lettera del Cavour al marchese Emanuele D’Azeglio, in data del 18 febbraio. Tuttavia ringrazia il ministro inglese per mezzo dell’Hudson, della sua sollecitudine per le cose d’Italia: le riforme che si domandano sono semplici, «il [214]permesso agli Italiani delle Legazioni e della Lombardia di vivere». Ma per più nettamente determinare, occorrerà scrivere un «memorandum»; e per scrivere un «memorandum», occorrerà che la domanda fatta a voce, sia ripetuta per iscritto, affinchè la cosa sia in tutta regola sottoposta ai ministri ed al Re. Il Cavour a scanso di mala interpretazione tuttavia lo avverte che, «se lui fosse morto in quella stessa notte, la questione d’Italia sarebbe rimasta la medesima»; e questa cosa per noi è vera come era verissima per il Mazzini,[228] ma è anche vero che la diplomazia senza quell’impaccio del Cavour pareva disposta, a dare alla questione italiana una liquidazione più semplice e meno morale. Nel tempo stesso che queste cose sono comunicate a Londra, Massimo d’Azeglio, «autore e padre» fra quegli alteri isolani «della questione italiana»,[229] aveva dal Cavour la missione di portare il collare dell’Annunziata a Roma al principe di Galles. Anche questo collare può sembrare superfluo; ma in tutti i tempi passati i perni su cui si mossero gli uomini, furono costituiti da più piccole cose che non si creda. Ciò è sventuratamente anche oggi e lo sarà forse anche domani.

Tuttavia il «memorandum» e compilato il primo [215]di marzo, ma nel senso di provare che quelli erano proprio pannicelli caldi, cioè che la diplomazia era impotente a curare le piaghe ond’era travagliata la nostra patria, cioè che occorreva il rimedio caustico della guerra. Così affermava, in pieno accordo col Mazzini almeno in questo, il Cavour, nel cui animo non pare che sino allora fossero entrati seri dubbi sull’aiuto di Napoleone, e spiegava con le necessità della politica l’acconsentimento che lord Cowley si recasse a Vienna apportatore e consigliere di riforme e di pace, nel modo stesso che l’Hudson era intimatore di pazienza in Torino. «Ne vous inquietez pas: ceci n’aboutira à rien», aveva detto l’Imperatore al Nigra.

Così fra «difficoltà politiche, maggiori di quanto si calcolava», ma «non sgomentato, e fiducioso nel trionfo della buona causa»,[230] procede l’opera del Cavour con un’attività mirabile, la quale non si duole degli impedimenti, ma soltanto della mancanza di attività e di sicurezza nei suoi collaboratori. Trova tempo a tutto anche a dare ascolto a chi lo sveglia di notte per comunicargli progetti di esplodenti fantastici da «esterminare tutti i nemici d’Italia»;[231] si sdegna o si impazienta talora, ma è il primo a chiedere scusa; ma si dichiara disposto «a mettere sotto i piedi ogni suscettibilità personale», purchè la cosa proceda. I suoi collaboratori sono per la più parte dei giovani, trovati da lui, fuori delle linee [216]morte della burocrazia, Nigra che è «il suo vero rappresentante a Parigi con gran dolore dell’ambasciatore di Villamarina»,[232] Emilio Dandolo, l’eroico, che ha visto gli amici e il fratello spenti sotto Roma del ’49 dal piombo francese e domanda — glielo vietò la morte, come dicemmo — di combattere accanto ai Francesi per la redenzione d’Italia; Emilio Visconti-Venosta, sottratto dall’orbita mazziniana; Minghetti, La Farina, Farini…. Se è lecito dire, è il suo un mazzinianismo pratico e se vuolsi opportunista e con pochi scrupoli, ma lo dichiara allegramente «egli è libero di mettere a repentaglio la salute della sua anima, per salvare la patria»;[233] e si comprende che quando il Mazzini gli scrive «tra noi e voi corre un abisso»,[234] egli si accontenti di dire che il Mazzini non è per lui che un nemico politico; in questo senso, che egli non spingerà certamente Vittorio Emanuele a proclamare la republica, ma se potrà, obbligherà i republicani ad accettare la monarchia.

Subito dopo il colloquio di Plombières aveva fatto venire a sè il Dandolo e il conte Cesare Giulini, milanesi; al primo aveva affidato l’incarico [217]«di intendersi coi giovani di maggiore autorità in Milano, con quelli soprattutto che avevano avuto dei rapporti con le società mazziniane»; col secondo aveva ventilato il progetto che i signori proprietari di Lombardia nella primavera del prossimo anno gli mandassero in Piemonte i contadini che dovevano fare il servizio militare sotto l’Austria. «Se venissero io li accolgo nei reggimenti piemontesi. L’Austria mi chiederà l’estradizione o il loro disarmo: io rifiuterò; l’esercito austriaco allora invaderà il Piemonte».[235]

Non furono i contadini coscritti; furono i volontari (cittadinanza, nobiltà, artigianato, in parte) che vennero. La provocazione all’Austria, benchè di minor grado, non fallì, come vedremo; ma il fatto deve essere rilevato: esso spiega molto bene anche la causa perchè fallirono i vari moti mazziniani. È opera del Cavour fra difficoltà e sospetti, esterni ed interni, la formazione del corpo dei volontari con Garibaldi, opera più che militare, politica di cui più tardi il Cavour rivendicherà a sè il merito e del cui effetto morale un riflesso ben lucido è in queste parole del Mazzini del 15 maggio: «il moto toscano, l’agitazione universale e il campo dei volontari oltrepassano il cerchio dell’opera dei faccendieri: sono palpiti della nazione».[236] Il Mazzini dice tutto questo «moto spontaneo»; ma il gran «faccendiere» [218]ci entrò per molta parte. Sopratutto è del Cavour l’azione attiva a preparare il movimento di annessione nei ducati e nelle legazioni, quel movimento che sorprenderà Napoleone III dopo Villafranca: preparazione morale e preparazione di armi, con unità di imperio; ma nessuna dimostrazione di piazza, nessun moto incomposto, non governi provvisori per ora «ed altre sciocchezze ad uso 1848».[237]

Tutto l’apparecchio di manovra dev’essere nella mano calma di lui, che conosce mirabilmente il limite dell’audacia. A lui spetta la provocazione: essa non deve apparire; provocatrice deve apparire l’Austria. Non ci crede lord Malmesbury? mandi «un ufficiale che goda della sua confidenza, e gli sarà facile verificare da quale parte stiano le provocazioni e le minacce».[238]

E v’è qualcosa di mirabilmente lieto in tanta sicurezza d’azione. Tolgo vari passi dalla corrispondenza di quel febbraio e di quei primi giorni del marzo: «Ottime notizie dalle Marche, dai Ducati, dalla Toscana. La concordia si stabilisce da per tutto. Tutti sentono il bisogno e il dovere di unirsi alla Casa di Savoia; e la casa di Savoia farà il suo dovere, come confidiamo. In Lombardia lo spirito pubblico è eccellente. Alle frontiere i coscritti arrivano a centinaia. A Napoli si cominciano a risvegliare: è meglio tardi che mai. Di Modena e di Parma oramai siamo sicuri. Alcuni giovani venuti qui, negano di entrare [219]nell’esercito, affermando che sono stati ingannati, che credevano di entrare nei corpi volontari, etc., etc. Questo inconveniente bisogna evitarlo ad ogni costo. Il numero dei volontari alla guerra è considerevolissimo: s’avvicina ai 3000…. Si contano fra essi i figli delle prime famiglie di Lombardia: mi limito a citarvi il duca Visconti e i suoi due fratelli, un Melzi, cugino del duca, un Taverna, un Dal Verme, un Litta: ieri poi (10 marzo) con nostro grande stupore abbiamo visto arrivare il figlio del Podestà di Milano, conte Sebregondi, devotissimo all’Austria…. Questi fatti dovrebbero provare a lord Derby che non è del tutto nel vero quando parla della felicità dei lombardi-veneti». (L’Austria, come è noto, li chiamava con l’epiteto ornativo di «felici sudditi»). «Mi si scrive da Roma che il Papa, spaventato dai Cardinali, protesta di non aver mai detto che egli aveva forze bastevoli per mantener l’ordine, che egli conta esclusivamente sulla Provvidenza». (Il Chiala fa qui seguire dei puntini. Peccato, perchè qui «provvidenza» pare sinonimo di «Austria»). «Il governo è deciso di adoperare tutte le forze vive che l’Italia racchiude. Ma appunto, per non rinnovare gli errori del ’48, conviene conciliare l’audacia colla prudenza: gli impazienti devono avvertire che la questione italiana, essendo divenuta questione europea, bisogna non perdere di vista l’effetto che i nostri atti producono all’estero. Camminiamo d’accordo [220]con Garibaldi, che dimostra un senno politico maggiore di ogni elogio….» (Veramente era Garibaldi, che per amor di patria camminava d’accordo col Cavour, fra il dileggio dei mazziniani). «Il governo non chiede a nessuno i suoi antecedenti politici, purchè siano scevri da ogni macchia di onestà. Ma se fa astrazione dal passato, non ammette discussione sul presente». Il che in lingua povera vuol dire, chi accorre in Piemonte, accetta la monarchia.

*

Fu su la fine del febbraio, quando lord Cowley annunciava il suo arrivo in Vienna, che il conte di Cavour s’abboccò con Garibaldi, il pirata, come lo definiva l’Hübner[239] senza degnarsi di scriverne il nome, venuto dal mare; e cominciò con le parole: «Ebbene, Generale, il giorno così lungamente atteso, è arrivato. La pazienza del conte di Buol sta per finire (e conviene dire che il calcolo della sua resistenza era studiato dal Cavour da buon matematico). Noi abbiamo bisogno di voi!» ed è così ben detto che può parere simbolico.[240] Ed è appunto il 4 di marzo, due giorni dopo il colloquio con Garibaldi, che Cavour offriva un banchetto in onore di Guglielmo Gladstone, molto benemerito dell’Italia; ma sopra tutto era inglese, e in quel momento il Cavour [221]non lasciava passare un’occasione per tentare di commuovere la fibra di quel popolo d’oltre mare.

Naturalmente al banchetto non poteva mancare sir Hudson. A noi farà dispiacere che mancasse Garibaldi. Altro che mancare! Garibaldi quel giorno in Torino doveva «far capolino, comparire e non comparire»,[241] appunto per non dar sospetto a sir Hudson e compagni. In quel banchetto riferisce sir Hudson a lord Malmesbury, «Sua Eccellenza (il Cavour) disse di aver appreso con stupore che, mentre lord Cowley compiva una missione di pace, l’Austria avesse determinato di mettere il suo esercito d’Italia sul piede di guerra; e mostrò rammaricarsene tanto più, in quanto che l’Austria costringeva così il Piemonte a chiamare sotto le armi i suoi contingenti».[242]

Questi ragionamenti se potevano persuadere sir Hudson o lasciare in dubbio il gabinetto di Londra; non persuadevano il governo austriaco nè gli toglievano alcuno dei dubbi sulla guerra voluta dalla Francia. La pace? Ma l’Austria l’aveva offerta la pace a suo modo cioè con malo modo e nei limiti consentiti dalla sua politica, quando venne in Milano l’Imperatore Francesco Giuseppe e gli fu fatto l’affronto di un balcone adorno di pelle di tigre; quando mandò governatore il fratello dell’Imperatore, l’arciduca Massimiliano, e ne impedì o inceppò il programma [222]di riforme. Errò manifestamente l’Austria nel credere alla risoluzione assoluta della guerra da parte di Napoleone III, ma in questo errore fu probabilmente indotta dalla politica del Cavour. Tale politica non era spiegabile se non col desiderio di correre al suicidio o con la certezza di avere alle spalle l’aiuto di Francia. Il Cavour certamente era disposto, e lo vedremo, a pagar di persona anche col suicidio; non risulta che intendesse far correre simile alea alla monarchia.

*

Il giorno dopo quel pranzo a lord Gladstone improvvisamente le cose mutano. Nel giornale ufficiale di Napoleone, compare il 4 marzo una nota dove era questa dichiarazione esplicita: «l’Imperatore ha promesso al re di Sardegna di difenderlo contro ogni atto aggressivo dell’Austria. Egli non ha promesso nulla di più, e si sa che egli manterrà la sua parola». Il principe Napoleone dava in segno di protesta le sue dimissioni dall’ufficio di ministro delle Colonie; e l’Imperatore le accettava e le faceva annunciare sul «Monitore».

Poco dopo ecco compare sir Hudson, ben felice di poter dare al Cavour una lieta novella. Non se ne era parlato al pranzo in onore di Gladstone? La missione di lord Cowley a Vienna è andata splendidamente. L’Austria non ha intenzione di aggredire il Piemonte. Deve essere contenta Sua [223]Eccellenza! E allora cominciamo il disarmo. Col disarmo Sua Eccellenza potrà dimostrare la sincerità delle pacifiche intenzioni del suo alleato, l’Imperatore di Francia.

Fiere lettere scrive intanto il Walewski all’ambasciatore francese in Torino al fine di paralizzare l’opera del Cavour, atterrirlo, distoglierlo dall’idea della guerra. Infine altro mutamento di scena: la questione d’Italia sarà sottoposta ad un congresso delle grandi potenze d’Europa, escluso il Piemonte.

Quando queste cose furono note, il Mazzini scrisse: «L’uomo del 2 dicembre indietreggia. La delusione comincia. La cupa energia che Luigi Napoleone mostrò nel colpo di Stato, scema e infiacchisce intorno al problema di guerra. È natura di uomini siffatti. Si trattava allora di conquistare il potere: si tratta ora d’avventurarlo. Tra la minaccia d’una coalizione avversa, da un lato, e la espressione unanime, tranne l’esercito, della Francia contro la guerra, dall’altro, Luigi Napoleone dubita, retrocede». E ancora: «La penultima nota del «Monitore», l’ultima concernente la Germania, la dimissione di Napoleone Bonaparte, l’accettazione della proposta russa, sono fatti incontrovertibili, che la menzogna e la credulità possono interpretare a lor posta, ma che dànno caratteri d’evidenza a ciò che affermiamo. L’opinione della Francia, tranne l’esercito, è avversa alla guerra. Le relazioni dei Prefetti, le relazioni dei commissari speciali inviati da Napoleone [224]nelle provincie, quella dei capi della gendarmeria, il silenzio di Parigi all’arrivo di Napoleone Bonaparte e della principessa Clotilde, la dichiarazione della commissione finanziaria del Consesso Legislativo, l’opinione dei ministri imperiali, che non è se non il riflesso dell’opinione pubblica, sono altri fatti incontrovertibili».[243]

L’effetto in Torino della nota del «Monitore» è bene rispecchiato in queste poche parole del Guerrazzi ad un suo amico: «Ora ogni cosa va in isconquasso. La nota famosa del «Monitore» ha fatto perdere la notte a più di un ministro».[244] Ciò è vero, come è vero che la natura umana è così fatta, anche nei migliori, che gode del male del nemico anche se ne ha danno essa stessa. Fu perduto il sonno, ma non la testa. Vittorio Emanuele scrive a Napoleone che la Casa di Savoia conosceva le vie dell’esiglio, non quella del disonore. Se l’Imperatore mancherà alla promessa, il Re abdicherà. «Costretto a rinunciare al trono de’ miei avi, i riguardi che io devo a me stesso, alla reputazione della mia casa, alla prosperità del mio paese, m’imporrebbero di rendere note al mondo le ragioni che mi hanno indotto a compiere un simile sacrificio». Di quest’arma si varrà fra poco il Cavour a Parigi; si può supporre quindi che tale minaccia di svelare, debitamente documentato, tutto il piano della cospirazione di Plombières, fosse dal Cavour consigliata al [225]suo Re; e per le condizioni di cose e d’animo di Napoleone, fosse dal Cavour giudicata arma formidabile. Quanto poi ad abdicare al trono, il colloquio fra il Re e il suo ministro dopo Villafranca, induce a dubitare se questa prima fiera minaccia sarebbe stata mantenuta.

*

Telegrafa il Cavour al Villamarina che «manderà nella notte» (18 marzo) «un dispaccio al Principe Napoleone, che la notizia del congresso produrrà un effetto disastroso nel Lombardo-Veneto, se il Piemonte n’è escluso. Io sarei forzato a dare le mie dimissioni: fate identica dichiarazione al conte Walewski….». Altro dispaccio del 20 allo stesso Villamarina: «Dite al Nigra che riceverà domani una lettera per l’Imperatore: procuri di presentarla lui stesso. Gli parli con energia. Gli dica che il conte Walewski ha scritto al ministro di Francia in modo da scoraggiarci o da spingerci ad un atto disperato!»

Certo prevede che se il congresso si avvererà, e mancherà l’unica soluzione che è la guerra, «l’Italia diverrà preda delle passioni rivoluzionarie, e il partito moderato sparirà non solo dalle regioni del potere, ma dalla scena politica».[245] [226]Ma se ci piace vedere il Cavour nè «spaventato nè scoraggiato», come egli stesso dichiara, più ci piace vederlo nell’intimità dei suoi affetti, nel cuore profondo dove l’uomo è turbato. E questo turbamento e questo riflesso su sè e su l’opera propria, come è bello ed umano in questa lettera al De La Rive, l’amico del cuore: «noi siamo stati indotti un poco per volta ad assumere una impresa piena di gloria e di giustizia, ma eccessivamente pericolosa: noi non tenemmo bastantemente conto dello svilupparsi nelle società moderne del sentimento di egoismo, per effetto degli interessi materiali. A dispetto di questi ostacoli, io spero che noi riusciremo. L’Italia è matura: l’esperienza del ’48 ha portato i suoi frutti».

Impronta Italia domandava Roma,

Bisanzio essi le han dato.

Ma ben morto era il Cavour quando questi versi furono scritti; e guai, del resto, se gli uomini veri dell’azione avessero tutto l’animo dei poeti e dei filosofi!

Certo egli prevede che cosa sarebbe stata l’Italia se non si fosse tratto profitto di quel momento storico: se si fosse aspettato che questi interessi materiali avessero acquistato così grande [227]forza da sopraffare quanto v’era di nazionalità nella patria. L’uomo ammirabile presente anche l’avvenire immediato; il crollo dell’edificio immenso che egli sostiene: verrà il momento che egli dovrà ritirarsi a vita privata. Non sarà allora: quattro mesi più tardi: nel grande state di quell’anno, di cui allora appariva la bella primavera. Il De La Rive gli offre già un rifugio in Isvizzera: «nessun luogo mi sarebbe più grato di quello offerto da un’amicizia come la vostra: esso s’abbella della vicinanza di Presinge, dove corre il mio pensiero ogni volta che io sospiro il riposo e la calma».[246]

Ma l’Italia che sorgeva dai secoli morti lo richiamerà ancora all’ultimo epòdo della vita.

[231]
VII.
Perchè Napoleone III volle la guerra d’Italia.
Lord Cowley lasciò Vienna il 10 marzo: s’abboccava in Londra con lord Malmesbury, ed il 16 giungeva in Parigi, dove veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.

Il Cavour, per invito dell’Imperatore, giungeva a Parigi il 26 e veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.

Imaginate il Walewski, questo magnifico signore, dare dell’intrigante al Cavour, accusarlo di trascinare l’Imperatore e la Francia verso una politica nefasta?

La questione contro l’Austria si veniva complicando con l’atteggiamento minaccioso degli Stati di Germania, di che era stata antecedente discussione fra lord Cowley, Walewski e Napoleone. Di questo atteggiamento sono buona chiosa le parole che sin dal gennaio avrebbe proferito il conte Buol: «Se l’Imperatore si fosse prefisso per iscopo di tastare il polso alla nazione [232]tedesca, ne avrebbe ricevuto la lezione più salutare».[247]

Il congresso delle cinque maggiori potenze, proposto dalla Russia, ma suggerito da Napoleone e sostituito ai negoziati di lord Cowley, era secondo gli uomini di Stato inglesi inspirato a mala fede per guadagnar tempo:[248] tuttavia avevano aderito purchè i risultati non fossero stati illusorii. Per il Thiers il congresso era «un mezzo subdolo dell’Imperatore per agitare con nuove arti le cose d’Italia, e dare alla questione italiana un corpo e un’anima, un’esistenza reale e politica, sino ad oggi, sempre contestata, con ragione, dall’Austria».[249] Per il conte Buol era una «commedia» per tenere a bada l’Austria e prepararsi meglio alla guerra. Tuttavia aveva aderito a questi patti: che non vi si discutessero mutamenti territoriali; che il Piemonte disarmasse prima; che il Piemonte fosse escluso dal congresso. Pel Mazzini il congresso era una commedia in altro senso, perchè «esso non poteva inaugurarsi che sulla base dei trattati del 1815: il dominio dell’Austria sarà rispettato e riconsacrato, [233]l’unità d’Italia dichiarata follia, la Rivoluzione delitto, e cinque Potenze si faranno mallevadrici dello smembramento d’Italia, a patto di poche misere concessioni da tradirsi, come sempre, praticamente».[250]

Giustamente osservava però ancora il Mazzini, «che il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all’Italia». Spettava in fatti al Cavour mantenere questa sfida, e non fu cosa facile, come vedremo.[251]

*

Il Walewski parlò dunque al Cavour, dicendo che l’Imperatore si era finalmente risoluto di accordarsi con l’Austria e di non inframettersi nelle cose d’Italia altrimenti che con intenti pacifici.

Rispose il Cavour al Walewski che egli non voleva passare per un «intrigante», ed essere accusato di trascinare la Francia in una lotta per l’Italia:[252] che aveva documenti per dimostrare chiaramente che l’Imperatore aveva ordito tutto lui il piano per organizzare le complicazioni italiane; che egli era stato soltanto lo strumento; [234]che era contrario alla guerra; ma che se in quel tempo avesse rifiutato la magnifica offerta dell’Imperatore, avrebbe tradito l’Italia e sconfessato la sua propria politica; che non intendeva adesso recedere e servire da capro espiatorio. Avrebbe dato le sue dimissioni; avrebbe fatto abdicare il Re; si sarebbe rifuggito in terra lontana; avrebbe resi publici i documenti che possedeva, per dimostrare la lealtà della sua opera.[253]

(Era stato, è vero, Napoleone ad organizzare a Plombières il «piano delle complicazioni italiane»; ma qui si può anche aggiungere che fin dal ’49, quando Luigi Napoleone disse all’Arese, inviato del ministro Gioberti,[254] che «la carta d’Europa non aveva senso comune», ma che allora «una proposta favorevole alle guerre italiane, avrebbe probabilmente ottenuto dal Consiglio il solo suo voto», fu per dieci anni tutto un sapiente e sagace gravitare del Piemonte sul nuovo Impero Napoleonico, con gran disdegno del Mazzini, ma con molta utilità per la politica aggressiva del Cavour contro l’Austria).

[235]Assicura il Chiala[255] che in quel giorno stesso il Cavour voleva ripartire per Torino senza nemmeno vedere l’Imperatore. Il colloquio tra Cavour e Walewski ci è riferito dall’Hübner, che ne seppe dal Walewski quel tanto che questi gli potè comunicare: sono poche parole, ma significative: «Cavour venne da me — disse il Walewski — in una disposizione d’animo che non si diede la pena di nascondere. Era la disperazione, la rabbia, la sconfitta completa. Si è lasciato andare sino a dirmi ogni sorta di cose. Io non sono uomo da tollerare un simile linguaggio e gli ho risposto a tuono, e il Cavour è partito quasi senza dirmi nemmeno addio!»[256]

Il Cavour venne a colloquio con l’Imperatore quel giorno stesso, 26 marzo.

«Quando l’Europa — scrive il De La Gorge[257] — apprese l’incontro dei due attori, un imponente silenzio si fece. Ma l’apprensione vinse su la speranza».

Che cosa è avvenuto tra l’Imperatore e Cavour? «Noi l’ignoriamo — esclama mortificato l’Hübner — e Walewski non ne sa più di Cowley e me».[258]

Il giorno 29 vi fu un secondo colloquio tra Cavour e Napoleone, con l’intervento del Walewski. L’Hübner può avere allora dal Walewski queste notizie del tutto confidenziali e si affretta ad [236]informarne il Buol. Ha saputo che tanto lui, Walewski, come l’Imperatore, avevano fatto i maggiori sforzi per ottenere dal Cavour l’impegno di un disarmo preventivo, «ma che il primo ministro sardo a refusé net». «Io ho espresso al conte Walewski il mio stupore sulla poca influenza che sembrava esercitare Napoleone sul Piemonte». Qui manca la spiegazione del Walewski e l’Hübner rimane col suo stupore, per allora almeno. Il Walewski dopo ciò lo informa che il Cavour era venuto a Parigi per ottenere le dimissioni del Walewski stesso, e l’Imperatore ha rifiutato questa «pretesa incredibile»: secondo per ottenere di essere ammesso al congresso; ma che lui, Walewski, «ha dimostrato che l’ammissione della Sardegna in un convegno delle grandi potenze era una cosa inaccettabile». «E infatti — chiosa altrove l’Hübner — l’invitare dei semplici delegati degli Stati italiani per essere, caso mai, interrogati, sarebbe stata cosa poco conforme alla dignità ed ai diritti sovrani degli Stati indipendenti». Ebbene? e l’Imperatore? «L’Imperatore — risponde il Walewski — si è schierato dalla mia parte». Manco male. E allora? «Allora Cavour, vedendo falliti i due principali scopi della sua venuta, ha chiesto che la Francia abbandonasse l’idea del congresso, ma l’Imperatore non potè accondiscendere avendovi aderito. Fallito anche questo terzo punto, allora si sforzò di strappare dall’Imperatore una promessa che i lavori del congresso [237]sarebbero andati a vuoto. Io sono felice di potervi assicurare — conclude il Walewski — che egli non ha ottenuto niente da Sua Maestà».

«Ne siete ben sicuro?»

«Sì, perfettamente».[259]

Queste informazioni dell’Hübner al Buol sono del primo aprile, ed a conferma aggiunge una noterella di spionaggio: «i convitati della principessa Matilde,[260] dalla quale il signor Cavour andava a pranzo, uscendo dal palazzo di S. M., erano tutti colpiti dall’espressione di disperazione che si leggeva sul volto di lui; e poi fra parentesi: «Il fatto è vero».

Questo non vuol dire che l’Hübner creda interamente al Walewski e molto meno che Napoleone l’abbia rotta con «quel cospiratore». Lo desidera, riferisce quello che sa, quello che ode. Ecco, lord Cowley «crede che l’Imperatore abbia perduto la testa; cammina un giorno in un senso, un giorno in un altro». Drouyn de Lhuys[261] «la pensa lo stesso. Il segreto dell’impenetrabilità dell’Imperatore — dice Drouyn — è nell’assenza di motivi delle sue azioni. Non è uomo spiegabile, è soltanto diffidabile». Rinnova l’informazione [238]già avuta dal Walewski per riconferma del Cowley, «l’Imperatore avrebbe consigliato il Cavour di disarmare, facendogli capire che l’Austria avrebbe fatto lo stesso. Il ministro sardo ha rifiutato carrément». Conclude: «il Cavour è molto potente di fronte all’Imperatore; o l’Imperatore molto debole di fronte alla Rivoluzione».[262] Ma il giorno due aprile altra lettera confidenziale al Buol: ha parlato con Cowley, che è riuscito a parlare con l’Imperatore: «Il linguaggio di Sua Maestà è poco chiaro; o piuttosto non c’è di chiaro che una cosa, ed è che egli non l’ha ancora rotta col Cavour, nè con la sua causa, nè col partito di questo settario. Richiesto sui preparativi militari della Francia, l’Imperatore ha risposto: Potrebbe darsi che il congresso fallisse; e in vista di questa eventualità bisogna che io sia pronto».[263]

Il conte Buol, prima ancora di queste fedeli referenze dell’Hübner, era stato, per dispaccio di lord Malmesbury, informato come Cavour avrebbe dichiarato esplicitamente che «avrebbe avuto la guerra a dispetto del congresso»;[264] dichiarazione audace, che non deve essere stata senza influsso nel determinare il contegno del gabinetto austriaco.

Ancora un’informazione dell’Hübner, ma data con riserva: «L’ambasciatore inglese crede sapere positivamente che il Cavour è partito molto [239]malcontento». Ed è informazione esatta, confermata per altra via; infatti in data 5 aprile, il Principe Consorte scrive al re del Belgio: «Cavour rifiuta assolutamente di disarmare ed ha lasciato Parigi irritatissimo, minacciando di provocare la guerra, piaccia o non piaccia a Parigi. Egli ha in tasca promesse d’aiuto fattegli per iscritto e dalle quali non vuole svincolare l’Imperatore, che si trova in una condizione assai spinosa».[265]

Cavour lasciò Parigi il 30 marzo. Giunse a Torino il 1.º aprile. Dimostrazione entusiasta: studenti, operai, fiaccolate. Viva Cavour! Viva il Re, l’Italia, la Francia! Anche il Re, confuso fra la folla, avrebbe applaudito, e a noi pare che quegli applausi se li meritasse, benchè è dubbio se egli fosse in vena di udire applausi.

*

Le osservazioni psicologiche e contraddittorie, raccolte e trasmesse dall’Hübner, sono le più vicine alla verità. Nel colloquio segreto dell’Imperatore col Cavour, a testimonianza di lord Cowley, il quale ne seppe, e dal Walewski e dal Cavour stesso, di più che non l’ambasciatore austriaco, Napoleone si sarebbe valso di tutti gli argomenti più efficaci per indurre il Cavour ad accettare l’idea del disarmo e, fra gli argomenti, il più delicato dovette essere questo: la difficile [240]situazione in cui tale rifiuto lo metteva, perchè nessuno avrebbe creduto che il Piemonte operasse in modo contrario ai suoi desideri, ed egli sarebbe stato incolpato di slealtà. «Sfortunatamente nessun argomento, nessuna preghiera produsse il minimo effetto sull’animo del conte, il quale pertinacemente rispondeva che egli e il suo sovrano sarebbero perduti, se assentivano ad una proposta così umiliante».[266]

Al Cowley il Cavour disse poi che l’esclusione dal congresso del Piemonte, considerato campione d’Italia, distruggeva ogni speranza dell’avvenire, ed il disarmo annullava la sua esistenza politica. A maggior conferma di queste cose, viene ora in luce la seguente lettera in data 15 maggio, cioè a guerra iniziata, del Malmesbury alla regina Vittoria:[267] «L’Imperatore non aveva nessun piano e nemmeno nessuna intenzione di fare la guerra in Italia. Sua Maestà Imperiale vi fu condotta, passo a passo, dal conte di Cavour. Il quale per ultimo minacciò di publicargli la sua corrispondenza più confidenziale. Il suo esercito era totalmente impreparato ed anche ora è in un imperfettissimo stato, ed egli stesso fu soprafatto dalla sorpresa e dal timore quando seppe, verso la metà dello scorso mese, che gli Austriaci avevano centoventimila uomini sul Ticino. L’Imperatore [241]ciò non ostante crede ora che avrà facilmente un paio di vittorie e che quando egli avrà rigettato gli Austriaci nelle loro tane, se ne ritornerà a governare Parigi». È vero che il ministro inglese riferisce qui il giudizio del conte di Persigny, ma pare prestarvi fede.

(I dispacci segreti che il De La Gorge[268] publica, deducendoli dagli «Archivi del Ministero della guerra,», confermano non solo l’impreparazione dell’esercito, ma l’anormale condizione politica in cui si trovava l’Imperatore a provvedere apertamente alla guerra, e il timore di lui che la presa di Torino da parte del Giulay, troncasse l’impresa prima ancora che fosse cominciata. «Tutto mancava — scrive con manifesta esagerazione il ministro della guerra Randon nelle sue «Memorie» (II, pag. 6) — fuori che il coraggio»).

Quello che allora non si seppe, fu l’assicurazione data da Napoleone al Cavour che la guerra sarebbe scoppiata lo stesso, alquanto più tardi, ma più ampia e tale da ottenere popolarità in Francia, cioè non solo contro l’Austria ma contro tutta la Germania. (Scoppiò in fatti più tardi, e l’Impero ne andò in frantumi).

Che cosa rispondesse il Cavour all’annuncio di tale impresa, così sproporzionata e difforme dal suo scopo, noi non sappiamo. Però qualche cosa è espresso in una lettera, scritta da Parigi al La Marmora, in fretta e furia, la mattina del 29, [242]prima di avere l’ultimo colloquio con l’Imperatore. «La questione italiana — scrive egli — è impostata così male, come peggio non si può credere, ecc. La guerra è inevitabile: sarà ritardata di due mesi, almeno: si farà contemporaneamente sul Reno e sul Po. Perchè la guerra abbia un esito felice per il Piemonte e per l’Italia, bisogna prepararci a fare il maggior sforzo possibile. I Francesi, trascinati loro malgrado, non ci perdoneranno mai il maggior peso di questa guerra, caduto sulle loro spalle. Sventura a noi se noi trionfassimo unicamente per mezzo dei Francesi. È soltanto battendoci meglio di loro e mettendo sotto le armi forze superiori alle loro, che noi salveremo il paese».

La lettera è terminata dal Nigra con un poscritto posteriore all’ultimo colloquio, che dice: «Il conte di Cavour dovendo andare a pranzo dalla principessa Matilde (è il pranzo a cui la parola acuta di Hübner accennò), non ha tempo di terminare questa lettera. Spera di partir domani. Egli non è punto soddisfatto della conferenza d’oggi con l’Imperatore e col Walewski».

Questa lettera, fu verosimilmente ignota al conte Paolo Federico Sclopis di Salerano, che tutto sperava nella «furia francese»: non la conobbe il Mazzini, che avrebbe, forse, modificato il suo giudizio su Cavour. Ma la deve aver conosciuta il La Marmora, perchè a lui era diretta; e fu davvero sventura che, verso il 1866, quando attendeva ad una specie di disarmo, se ne sia dimenticato.

[243]Doloroso è invece che sia venuta a conoscenza dell’Hübner, perchè vi compone un increscioso commento: «Quest’ultima frase, che i soldati italiani si battano meglio dei soldati francesi ecc., sembrerebbe indicare un ottenebramento delle facoltà mentali di chi le ha scritte, ovvero è il linguaggio di un disperato che preferisce morire, come ha detto lui stesso, in un mare di sangue che sopra un letamaio».[269]

I documenti qui riferiti comprovano in quale stato di profondo turbamento si trovasse il Cavour, turbamento che non isfuggì punto all’Hübner, come vedemmo: ma non si creda che esteriormente ne desse alcun segno. Il De La Gorge (II, 423) osserva anzi che il Cavour «affettò coi diplomatici stranieri un’imperturbabile sicurezza», di che è documento il noto spiritoso colloquio col Rothschild che riferiamo in nota.[270]

Prima di partire per Torino non avendo potuto, a cagione della presenza del Walewski, esprimere interamente il suo pensiero all’Imperatore, nel ricordato colloquio del 29, gli lasciò una lettera, assai memoranda come poco nota. Dice che «dal colloquio acquistò la dolorosa convinzione che [244]il conte Walewski è deciso di perderci: forzare il Re ad abdicare; me a dare le dimissioni, spingere il Piemonte verso l’abisso»; ma «se egli realizzerà i suoi progetti, perderà il Piemonte e non salverà la Francia. Avrà trasformata l’Italia, oggi interamente devota, in nemica mortale senza riguadagnare l’amicizia dell’Inghilterra o diminuire l’odio dell’Austria. Le potenze hanno capito abbastanza i progetti di V. M. per potere riprendere verso di Lei le loro antiche abitudini». Il che vuol dire: riconoscimento della via chiusa in cui l’Imperatore s’è avanzato; impossibilità di retrocedere. Si rivolge quindi «alla sua bontà ed alla generosità, per cui egli non permetterà che il solo alleato che V. M. ha in Europa, cada vittima della diplomazia, dopo avere in qualche modo rimesso fra le mani di V. M. la sua corona, la sua vita, la sua famiglia». Notevole il passo in cui disillude l’Imperatore ed il Walewski dell’esistenza in Italia di «un partito moderato che possa accontentarsi di concessioni illusorie come soddisfazione sufficente alle speranze che le parole di V. M. e l’attitudine della Sardegna hanno esercitato da tre mesi a questa parte…. Ne seguirà una terribile catastrofe. Il Re si troverà posto tra un atto di follia o di viltà. Non gli resterà altra risorsa che scendere dal trono ed andare a morire in esiglio come suo padre…. ecc.».[271]

[245]Questa lettera è indubbiamente ammirevole per abilità e per passione; raccoglie tutti in un getto gli argomenti già noti, fra cui verissimo quello a cui con amaro gaudio accennava il Mazzini: «il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all’Italia»; ma altre cose contiene di cui è dubbio se maggiore sia la convinzione o l’intenzione di impressionare. È soggetto questo delicatissimo; di cui con poca delicatezza fa parola il De La Gorge. Partendo dall’attentato dell’Orsini, il De La Gorge riferisce: il nunzio, monsignor Sacconi, disse: «Ecco il frutto dell’agitazione mantenuta dal signor Cavour». L’Hübner disse: «Il momento è venuto di stabilire tra la corte delle Tuileries e quella di Vienna i legami di un’alleanza intima».[272] I nemici del Piemonte si unirono «per scongiurare l’Imperatore di abbandonare per sempre l’ingrata nazione che pagava con l’assassinio la costante benevolenza di lui».[273]

Or bene, non solamente al Favre, difensore dell’Orsini «in tempi in cui ogni licenza era accuratamente repressa», è data facoltà «di sottolineare, completare, chiarire» quella lettera all’Imperatore, [246]che passò nella storia sotto il nome di testamento di Orsini; ma questa lettera, «quest’appello supremo del cospiratore, graduato con abilità infinita, che comincia con l’intimidazione e termina con la preghiera, come se avesse voluto destare nell’animo del Sovrano degli antichi ricordi addormentati», rivelerebbe al De La Gorge (pur non negandone l’autenticità) «una mano più esercitata, la quale avrebbe guidato quella dell’Orsini». «Ogni sorta di supposizione fu imaginata, senza che da questi indizi sparsi ed incoerenti si potesse sviluppare alcuna certezza o verosimiglianza».[274] È noto come le due lettere dell’Orsini furono per insistenza dell’Imperatore publicate il 31 marzo nella «Gazzetta ufficiale del Piemonte». «Nessuno pensò che il governo piemontese avrebbe osato quella publicazione, vera minaccia contro l’Austria, se l’Imperatore non avesse autorizzata, suggerita una simile temerità. Si dice che il Cavour, assai difficile a sconcertarsi, fu turbato da tale ardire: fece note le collere probabili dell’Austria; domandò che si garantisse il suo paese contro le eventualità dell’avvenire. L’Imperatore avrebbe risposto con nuove insistenze e fu allora, che la publicazione fu ordinata». Il Cavour, infatti, scriveva ai primi d’aprile del ’58 al Villamarina, che «quella lettera colloca l’Orsini su di un piedestallo da cui non è possibile più farlo discendere»; che dei romagnoli, moderati, [247]quasi codini, mi dicevano ieri che quella lettera avrebbe avuto un’eco enorme in Romagna e avrebbe per effetto di rendere popolare l’idea del regicidio»; che «il Re è molto afflitto di questa malaugurata pubblicazione e degli imbarazzi che creerà al suo governo».[275]

Ora la riassunta lettera all’Imperatore ricorda abilmente e delicatamente queste cose passate e le loro conseguenze. Ma il De La Gorge vi ricama, come dicevo, tale non delicato commento: «Questa crisi straordinaria aveva finito per far conoscere al Cavour l’Imperatore dei Francesi. Aveva indovinato che per trasformarlo in istrumento docile, la minaccia sarebbe stata così efficace come la carezza. Da allora si applicò a mescolare l’intimidazione alla lusinga, servendosi volta a volta dell’una e dell’altra per fare avanzare gli affari del suo paese. Ora si ingegna di ingrossare i progressi della rivoluzione italiana, progressi tali che sommergeranno tutto, se il Piemonte non la dirige e non l’assorbe; ora dipinge l’esaltazione dei partiti e aggiunge artificiosamente che se non si dà loro qualche pegno, sarà difficile, quasi impossibile, spegnere o prevenire nuovi complotti».[276]

*

Fra gli impedimenti alla guerra d’Italia rimane a considerare quest’ultimo, il quale se dal lato [248]politico potè avere minore importanza, dal lato morale deve avere forzato penosamente Luigi Bonaparte: voglio dire l’avversione dell’Imperatrice. Parecchie scene violente erano avvenute;[277] chè informata del patto di Plombières, ella gli disse una volta: «Voi siete lo zimbello, lo schiavo di Mazzini»;[278] e quegli protestando le sue ragioni politiche, ella conchiuse: «Da tutto questo affare non ne verrà alcun bene per la dinastia imperiale». Ella, inoltre, nel suo assolutismo religioso, intuiva che questa guerra avrebbe arrecato un danno certo, se non immediato, al potere temporale dei papi.

A tali ragioni di indole politica, altra ella ne aggiungeva di impressione subbiettiva: una disistima che non si curava nè meno di larvare per gli Italiani: «Gli Italiani — gli aveva detto un giorno — non vi saranno per nulla riconoscenti del sangue che state per versare in loro favore. Se voi credete di procurarvi degli amici coltivando le loro ambizioni e la loro vanità, vi ingannate. Un pericolo vi minaccia? essi vi volteranno le spalle».[279] Ed all’Arese, uno dei pochi italiani che degnava di eccezione, scriveva a guerra compiuta: «Non temete voi di provare all’Europa che il mestiere di Redentore è un mestiere da sciocchi? L’Imperatore è stato per un momento contro il sentimento del suo proprio paese, e gli fu necessario attizzare i sentimenti [249]di generosità e di gloria, per fare accettare alla Francia, ancora stanca delle dure prove che ha passato, una guerra della quale la riconoscenza era il solo premio che si potesse sperare, mentre una sconfitta lo avrebbe colpito in un modo crudele».[280]

«Che cosa ha ricavato dalle sue guerre? Che profitto ha ottenuto dalla guerra d’Italia? Dalla spedizione del Messico? Nessuna. Molto probabilmente queste avventure l’hanno diminuito in potenza. Io gliel’ho detto: egli non mi ha risposto niente: oppure se ha risposto, ha detto parole vaghe di gloria, d’umanità, di fratellanza dei popoli, che so io? delle fanfaluche».[281]

Queste acri e terribili parole sono attribuite al Bismarck, partendosi da Biarritz prima della guerra del ’66; nè mi paiono disdicevoli all’uomo che le avrebbe espresse, nè all’uomo a cui erano riferite.

*

E pur con tutte queste opposizioni egli vuole la guerra, pur parlando di pace: arrivare alla [250]guerra è la sua idea fissa. Di questo stato d’anima si sono accorti Hübner, Thiers,[282] Cowley.[283] Ma essi si sono anche accorti di un affetto del tutto spontaneo per l’Italia che nutriva in cuore quell’uomo impassibile; del desiderio di far qualche cosa per le popolazioni italiane.[284] Questa è la causa non politica, perchè generata da passione; questa la «fanfaluca» che fece germogliare quella guerra; o per dire più compiutamente, è la ragione ideale dell’Impero, il sogno della sua giovanezza vissuta fra noi, in mezzo al nostro martirio, giacchè spesso avviene all’uomo, quasi per virtù istintiva, di rifare, come può, il bozzolo dai fili d’oro e di speranza della sua giovanezza.

Quando l’Hübner riproducendo il colloquio e la cospirazione di Plombières, dice che vi si sente più che un Imperatore, il giovane di Forlì del ’31, dice cosa esatta. Gran lode o gran biasimo, a libera scelta. E così si può pensare delle sue umane dubbiezze nell’accingersi al gran passo; e così, non tenendo conto di tutte le circostanze e di tutti gli impedimenti, lo si può rimproverare di aver reso un servizio a mezzo, sì che il beneficato, invece di pensare a ciò che ha ricevuto, [251]pensa invece a ciò che ancora gli rimane da ricevere. Il De La Gorge, a cui non isfugge un’occasione per ispargere ironia su la infelice politica di questo ultimo Cesare, ricordando la meravigliosa valle del Po, oggetto di invidia nei secoli, campo chiuso di infinite guerre, osserva: «Ma la guerra novella non sarebbe assomigliata alle guerre passate, se non per l’abbondanza del sangue sparso. Lo scopo era, non di dominare l’Italia, ma di liberarla».[285]

Dopo questa prima e vera ragione, ove si intendano senza malignità, si possono anche accogliere, ma con debita misura, le altre cause che si adducono, specialmente dagli avversari di Napoleone III,[286] non ultima e non ancora ben nota e strana, quella derivante dall’attentato di Felice Orsini e dalla sua ammirevole morte.[287]

[252]Da ideologo e da umanitario egli intraprese la guerra d’Italia; e con l’aggravante di un errore di giudizio; con il convincimento cioè che, cacciato lo straniero, la rivoluzione non sarebbe andata più oltre; e la federazione sarebbe stata la forma naturale della nuova Italia.

Firmando la pace di Villafranca, egli persiste in questa sua idea e non vuol vedere che il moto è invece unitario fino alle ultime conseguenze; che la sementa sparsa dal Mazzini, germoglia [253]oramai da per tutto; che, anzi, Villafranca, come un acquazzone in mezzo all’estate, compie il miracolo del germoglio. La sera cade fosca: ma al mattino il sole ride tranquillo; il monte e il piano verdeggiano già della messe novella. Come il temporale di Solferino: esso dà un momento di sosta all’atroce mischia dei Francesi; mentre gli Italiani sotto l’aiuto di quella tempesta, flagellante in faccia gli Austriaci, ripetono il disperato assalto di San Martino e vi piantano il [254]vessillo dell’Unità. Cavour, che più violentemente di tutti è travolto dall’onda di Villafranca, quando s’avvede dell’effetto meraviglioso, esclamerà: «Che benedetta sia la pace di Villafranca!»[288]

E quando Napoleone III se ne avvide, «lasciò fare troppo agli Italiani a dispetto dei più dei Francesi».[289] E se tanta malvagità era in quest’uomo, l’onda degli oltraggi che montò verso di lui, non gli doveva anzi consigliare l’opposto?

Idea fissa la guerra; ma l’idea fissa non è equivalente di volontà; la volontà vera era in Cavour; e l’aver ceduto a questa forza di volontà deve pure significare alcuna cosa!

L’onnipotenza di quel Secondo Impero, che si rivelò poi così passeggera, potè dare all’anacronismo una parvenza di realtà; ma è dubbio se, senza quell’idea fissa antica, senza quell’illusione di potere imporre al mondo il buon diritto con la spada di Cesare, senza quelle «pagine strappate» nel suo cervello, egli avrebbe mai intrapresa la guerra d’Italia.

[257]
VIII.
La crisi del Congresso.
Le fasi del congresso vanno da quel 1.º aprile susseguendosi senza interruzioni. Tra Londra, Parigi, Vienna, Torino, Pietroburgo è uno scambio di telegrammi, note, tra personaggi solenni. Questi personaggi rendono l’imagine di navarchi che guidano gravi navi per non calmo mare. Sicura tuttavia è la rotta e vanno di conserva. Quand’ecco uno, anzi il più temuto fra questi navarchi, accenna a mutar rotta, sorge scompiglio, più oculata vigilia occorre. Perchè non procedere come prima? Perchè un vecchio naviglio laggiù arde? Giusta causa è il salvarlo? Ma quante sono al mondo cause giuste: soffrono, muoiono, si trasmutano. Non si muta rotta per questo!

Queste fasi, come una infermità, percorrono la loro parabola, sino ad arrivare all’acme, dopo la quale è la lisi o la morte. L’acme, qui, avviene nella notte tra il 18 e il 19 aprile: dura tutto il 19. Il giorno 20 è la risoluzione. Noi dobbiamo questa risoluzione ad un compatibile errore [258]dell’Austria. Vediamo: il conte di Cavour lo ha dichiarato; non disarmerà: «Noi non disarmeremo. Meglio vale cader vinti con l’arme in pugno che perderci miserabilmente nell’anarchia, e vederci ridotti a mantenere la tranquillità publica coi mezzi violenti del re di Napoli: oggi noi abbiamo una forza morale che vale un esercito; se noi la perdiamo, nessuno ce la renderà».[290]

Alla sua volta il conte di Buol non recederà di una linea, dalla sua prima dichiarazione: «il disarmo preventivo della Sardegna è per noi una condizione sine qua non per entrare in congresso, senza di che l’affaire ne serait qu’une comédie».[291]

E, a dire il vero, il conte Buol facendo questa esplicita dichiarazione a lord Malmesbury, non aveva bisogno di spendere troppo tesoro di eloquenza, perchè — come dicemmo — in quei diplomatici inglesi era l’intima persuasione che il congresso non fosse che un espediente per meglio preparare la guerra. Fermi in tal convincimento, non pare che quei gravi personaggi inglesi si volessero prestare troppo al giuoco; e non pare nemmeno che lord Derby, lord Malmesbury, lord Cowley, il Principe Consorte, la Regina Vittoria nutrissero per l’Italia un così grande affetto da fare per essa sacrificio di interessi. Ma non è men vero che due secoli di civili [259]e libere istituzioni non erano stati indarno. A questo ben si apponeva il Cavour nel suo discorso alla Camera subalpina, in cui vellicava l’orgoglio di lord Derby. Lo stato dei tre governi d’Italia, Austria, Papa e Borbone, era realmente anormale per una coscienza inglese, anche sotto la veste del diplomatico. Ma l’Austria, ma il Borbone, ma il Papa si trovavano al punto da non poter concedere alcun lenimento al greve giogo o riforme di carattere liberale. Queste potenze appaiono, se il paragone mi è acconsentito, come colui che ha paura di allontanare il coperchio da una pentola: sente che essa brontola alquanto, ribolle, e fa forza: non ne teme lo scoppio, no; ma teme che levando la mano, ne sprizzi un getto increscioso e scottante. Il Papa, che ne fu scottato, è quegli che più si ostina. Riforme? un governo laico? Ma non si capisce che ciò toglierebbe allo Stato della Chiesa ogni ragione di essere? «Si chiamano Stati della Chiesa e tali debbono rimanere»; così, sin dal gennaio ’59, il Papa ad un diplomatico inglese.[292] Appunto: non ha ragione d’essere! Ciò poteva essere pensato, ma non detto da un uomo politico, anche se inglese e protestante. In quei giorni, appunto, Ferdinando Borbone aveva cercato di liberarsi di alquanti di quegli «spiriti malvagi», come diceva Pio IX, i quali, forse perchè «spiriti», non potevano essere contenuti nelle [260]sue carceri: spiriti malvagi, peste che gli avvelenava il regno ed il sonno (vicino, o Re, è il gran sonno della morte). Ma questi spiriti malvagi sono accolti con onore in Inghilterra[293] e con quella pietà che merita un’alta sventura. Non teme il publico inglese l’infezione di tale peste. Molto può l’opinione publica presso quel popolo; nè il miele delle blandizie era stato dal Cavour sparso invano. Desiderosi, dunque, di pace erano quei nobili lordi, ma desiderosi anche di equità, o almeno di un non troppo iniquo trattamento tra l’Austria e il Piemonte.

Più delicata e difficile appare la situazione in cui si veniva a trovare l’Imperatore tra Cavour, che non vuole disarmare, e l’Austria che solo a [261]questo patto «irremissibile» accetterà il congresso. Gli avvenimenti diedero ragione alla sua politica, e perciò noi la possiamo ritenere astutissima e persistere nella concepita opinione che egli fosse sicuro del fatto suo. Non è però meno vero che quegli inglesi, che pur dubitavano così apertamente della sua lealtà, riconoscevano che egli si trovava in una situazione «assai spinosa», come riferimmo; e «mutato e demoralizzato»[294] ce lo presenta la Regina Vittoria in una lettera del 9 maggio allo stesso Re del Belgio, cioè all’aprirsi della guerra. L’Hübner, che non era certo uno spirito pietoso, giunge a vibrazioni di pietà. Noi possiamo sorridere quando dice che Napoleone gli ricorda i ritratti che Tacito e Svetonio fanno di certi imperatori romani, i quali nei primi anni del loro regno furono delizia e ornamento dell’umanità, per diventare poi soggetto di terrore e di schifo; quando dice che non sembra possibile reggere la soma del potere senza i limiti di principii immutabili, determinati dal timore di Dio, dal rispetto per i diritti acquisiti, dalla tradizione secolare. Ma non è lecito sorridere quando ce lo descrive «cupo, inquieto, taciturno, inaccessibile ai suoi amici; sordo ai buoni consigli; irritato dagli ostacoli che egli stesso ha posto sul suo cammino; tremante davanti alle indiscrezioni dei complici; senza trovare nella sua intelligenza i mezzi di imporre a loro il silenzio; nel suo cuore la forza di romperla con loro; indovinando, [262]più che non confessi, che egli lavora suo malgrado e senza posa a formare contro di sè la coalizione dei popoli e dei sovrani, ad alienarsi la simpatia e la confidenza della Francia. Questo principe, esclama, offre uno spettacolo degno di pietà, fatto per ispronare i governi delle grandi potenze a stringere le loro file, per salvarlo suo malgrado, e così salvare la pace, se è ancora tempo; oppure per abbatterlo, infrangerlo, se persiste nella via del male. Forse l’Imperatore per le angoscie che in questi momenti soffre, per la conoscenza dei pericoli che lo circondano, per le torture che il Cavour gli infligge, espia adesso le sue colpe».[295]

Quanto alla guerra, ecco il dilemma dell’Hübner: vinto Napoleone perde la corona, vincitore la perde lo stesso per effetto della coalizione che si formerà contro di lui.

È il pensiero, già riferito, del Mazzini.

Nobile, come irta di difficoltà, la parte affidata al ministro Walewski. Desideroso quanto altri mai di secondare gli sforzi dei diplomatici inglesi ed evitare la guerra, deve salvare il suo Imperatore dagli impegni presi col Cavour e in pari tempo dall’accusa di slealtà e di malafede che, con tutto il bel giro del gergo politico, gli rivolgono quei diplomatici. «L’Imperatore — afferma il Walewski — vuole la pace: la visita del conte di Cavour ha recato qualche imbarazzo, ma non smosse l’Imperatore dal fermo proposito [263]di volere conservata la pace: brama ardentemente che il congresso si riunisca, sarebbe dolentissimo se ne venisse in qualche modo impedita la riunione».[296] Il rimprovero che si moveva all’Imperatore era di non avere insistito abbastanza sul disarmo del Piemonte.

Ma vi si arriverà. L’Inghilterra giungerà a girare la posizione e si arriverà in fine al disarmo. Disarmo della Sardegna? Risponde il Walewski: ma allora disarmo anche dell’Austria! «non intimazione però al Piemonte ma raccomandazione cortese che l’effettivo del suo esercito sia diminuito: non si specifichi il rinvio dei contingenti e il congedo dei volontari». Sì, va bene: ma questa proposta non è proponibile nè meno all’Austria. Essa vuole intimazione e congedo dei disertori comandati da Garibaldi. 7 aprile: proposta di lord Malmesbury: «Disarmo generale delle cinque potenze, compresa la Sardegna, e prima del congresso». Controproposta francese: «Disarmo generale delle cinque potenze compresa la Sardegna, ma i particolari del disarmo saranno tenuti nella prima seduta del congresso».[297] Ciò veniva a dire, disarmo con armi. È una commedia; ma in questa parte la commedia è giocata dall’Austria. In quei giorni appunto, il 9.º e il 10.º corpo austriaco, partivano da Brünn e Pesth alla volta d’Italia per formare la riserva della seconda armata: altre due divisioni austriache si mettevano in moto verso il Ticino. Ecco: [264]«La Francia per dimostrare il suo buon volere, disarmerà essa per prima; ma non può imporre il disarmo al Piemonte, essendo esso escluso dal congresso». Ultima proposta allora: questa fatta a lord Malmesbury dal maresciallo francese Pélissier, accettata da Malmesbury: «Disarmo preventivo simultaneo delle potenze; gli Stati italiani (oh, finalmente), cioè la Sardegna, saranno ammessi al congresso».

Ma chi non capiva — come diceva lord Cowley al Walewski — che l’idea del disarmo generale era stata unicamente imaginata allo scopo di velare ciò che il disarmo isolato della Sardegna poteva avere di offensivo?[298] La Sardegna al Congresso? «Il conte Buol, forte dell’aiuto degli Stati germanici, nutre speranza di opporre alle pretese francesi una specie di Santa Alleanza ricostituita; e in tuono sicuro che toccava l’oltracotanza rinnova la sua pretesa d’introdurre al Congresso tutti i piccoli Stati d’Italia, tutti, escluso il Piemonte».[299] In tali disposizioni d’animo del primo ministro austriaco, è avvenuto l’accordo tra Francia e Inghilterra.

L’accordo è avvenuto infine tra Francia e Inghilterra, a cui s’aggiungono Russia e Prussia. Un dispaccio del conte Walewski notifica al Cavour dell’accordo intervenuto tra Francia e Inghilterra: intima «in termini imperiosi» l’immediato assenso della Sardegna. In quei giorni, si [265]noti, era stato dal Cavour mandato a Londra con missione speciale Massimo d’Azeglio, carissimo a quegli uomini di Stato, tanto caro che volentieri l’avrebbero veduto sostituire quell’irriducibile conte.[300] L’accordo era avvenuto con l’assenso del d’Azeglio il quale, compreso dalla necessità delle cose e insieme sapendo quale colpo ne avrebbe avuto il Cavour, con quella cavalleria degna del mondo medioevale che così caro era al suo pennello e alla sua penna, aveva telegrafato al Cavour di addossare l’enorme responsabilità del disarmo tutta sulle sue spalle. Ma non era il Cavour uomo da accettare simili scarichi. In quel giorno 18 dettava al La Farina per l’avvocato Armelonghi di Parma una lettera in cui avvertiva che, dato il caso probabile che le comunicazioni venissero interrotte, la notizia [266]certa delle ostilità cominciate doveva ritenersi come segno di generale insurrezione. Di tre giorni prima è un biglietto al ministro della guerra, Alfonso La Marmora. Questo nobile signore, tratto da quel rimorchio potente, deve avere opposto dei «ma» e dei «se», anche giusti, a colui che di «ma» e di «se» non ne voleva sapere: scriveva: «spero che tu non te ne sarai avuto a male di ciò che ti ho detto in un momento di grande prostrazione. Capirai che quando si è passata tutta la notte a decifrare telegrammi irritanti, si hanno i nervi guasti e l’elenco delle difficoltà e dei pericoli che tu mi metti davanti, anche essendo tutto vero, non è destinato a ristabilire lo stato normale, perciò se cominciamo a litigare fra noi, siamo tutti fottuti, e senza remissione».[301]

In quella notte, dal 18 al 19, il conte di Cavour riposava. Il telegramma del Walewski fu spedito infatti non al conte, ma all’ambasciatore, La Tour d’Auvergne; questi mandò il suo segretario. Era l’una e mezzo dopo mezzanotte. Il Cavour non attese d’alzarsi: lesse: gli occhi gli si dilatarono: si compresse la fronte, disse: «Non mi resta che darmi un colpo di pistola: farmi saltare le cervella». Egli che aveva detto di aver ridotto a nulla il partito del Mazzini,[302] [267]doveva darsi per vinto al Mazzini, e voleva pagar di persona.

Al mattino, sull’albeggiare, l’ambasciatore francese trovò il conte ristabilito in calma. Si sarebbe dimesso e cedeva alla necessità compiendo l’ultimo suo atto. «Poichè la Francia si unisce all’Inghilterra nel domandare al Piemonte il disarmo preventivo, il governo del Re, pur prevedendo che questa misura potrà avere conseguenze noiose per la tranquillità d’Italia, dichiara che è disposto a subirlo». Finalmente! Era la pace. Il conte Walewski era nel suo gabinetto con l’ambasciatore lord Cowley, quando giunse questo dispaccio.

L’inquietudine e l’abbattimento del conte di Cavour, in quel giorno, erano così estremi che i suoi amici lo sorvegliarono per tutto il giorno temendo che impazzisse.

Michelangelo Castelli,[303] in quel giorno 19, scongiurato dagli amici, forzò la consegna di casa Cavour. Lo stesso domestico lo sollecitava: il conte è nella sua camera, solo, ha già bruciato molte carte e ci intimò di non lasciar entrare alcuno; ma lei ci vada per carità a qualsiasi costo.

[268]Castelli entrò. Cavour sedeva tra mucchi di carte lacerate: altre ardevano nel caminetto. Guardò fisso l’amico e non parlava.

Disse allora il Castelli con calma: So che nessuno deve entrare qui, ma appunto per questo sono venuto. E poi: Devo credere che il conte di Cavour voglia disertare il campo prima della battaglia e abbandonare tutti? E diede in uno scoppio di pianto.

Cavour s’alzò, l’abbracciò convulsamente e lentamente disse: Stia tranquillo, affronteremo tutto, e sempre tutti insieme.

*

Per le altre nazioni il disarmo era una parola: per il Piemonte era un fatto, era il tradimento verso quelle mirabili forze della giovane Italia che egli aveva mansuefatte, attratte a sè. Impazzire, no: darsi un colpo di pistola, forse, se un lume di speranza non fosse brillato sempre in quell’orrida notte d’aprile. Nella mattina del 21 quel barlume dilatò, folgorò. Era il sole.

[271]
IX.
L’ultimato dell’Austria.
Sino dal ’52, in una delle prime lettere confidenziali dell’Hübner al conte Buol, successo allora al governo dopo la morte del principe Schwarzenberg, è detto: «Nel campo della politica estera noi non potremo mai contare su lui».[304] La prevenzione era antica verso il futuro Imperatore e non deve quindi meravigliare se il congresso fu giudicato dal gabinetto di Vienna una trappola per diminuire l’influenza dell’Austria in Italia senza colpo ferire. È il pensiero già riferito del Thiers; e potrebbe rispondere a quelle enigmatiche parole: «Faccia la diplomazia alla vigilia di una guerra, quello che farebbe il domani di una vittoria».

«Ora è ammissibile che noi ci lasciamo sgozzare come un agnello, pacificamente seduti attorno ad una tavola verde?»[305] Ed è per questa considerazione che il gabinetto di Vienna rimase irremovibile nei suoi tre punti stabiliti come condizione [272]del congresso,[306] nè recedette poi davanti ad alcuna sollecitazione o minaccia dell’Inghilterra;[307] o la sospettasse mal fida, o quanto meno debole verso il terzo Napoleone: «Ah, se ci fosse stato un Pitt in Inghilterra!» esclama con rammarico l’Hübner.

Con queste ragioni si complicavano poi altre ragioni di sentimento o passione, le quali governano, più che non si voglia, la fredda politica. Troppo forte umiliazione era per l’orgoglio secolare dell’erede di Carlo V scendere a patti di uguaglianza con un piccolo Stato che avrebbe dovuto rimanere anche lui in vassallaggio; e non solo si proclamava indipendente, ma gli aveva ribellati i sudditi, armati contro; si era eretto [273]a procuratore degli Italiani, «per tanto tempo aveva, sbeffeggiato, provocato, insultato»[308] l’Austria.

Noi dimentichiamo, perchè giova, ed a dimenticare porta l’indole nostra, che a due riprese l’Austria ci diede Lombardia e Veneto; ma sulla punta della spada; facendo passare quelle Provincie per le mani di un altro imperatore, come feudi retrocessi. Non venire a patti, dunque, ma curare con la spada tanto ardimento: la qual cosa come prima fosse successa, tanto maggiore era la speranza di pronta riuscita.

Ed è questo appunto che il pacifico Cowley consiglia all’amico Hübner: «Voi dovete ordinare il disarmo del Piemonte, invaderlo, schiacciarlo, e dopo si parlerà di congresso dove e come si vorrà», e l’Hübner aveva risposto: «Ed è quello che noi dobbiamo fare e che noi faremo».[309] Ed è quello che fece appunto il Buol. Questi il 16 aprile avvertiva lord Malmesbury per mezzo dell’ambasciatore Appony che «l’Imperatore, nostro Augusto Signore, deve alla sua dignità ed alla tranquillità del suo impero il porre un fine ad una condizione intollerabile, assumendo egli stesso in sue mani la questione del disarmo del Piemonte. A tale scopo noi stiamo per rivolgere direttamente al gabinetto di Torino un ordine di ridurre il suo esercito sul piede di pace e di licenziare i volontari italiani».[310] Scongiurò lord [274]Malmesbury il governo di Vienna di astenersi da tale «altera intimazione»; ma inutilmente; e perciò quando la mattina del 20 aprile gli ambasciatori di Francia e d’Inghilterra parteciparono al conte Buol che il Piemonte aveva aderito al disarmo, il ministro imperiale rispose che sino dalla sera antecedente aveva dato incarico ad un ufficiale di recare al conte di Cavour l’ultimato di congedare i volontari e mettere l’esercito sul piede di pace.[311]

*

Non deve qui sfuggire la curiosa coincidenza delle date e la tamerlanesca (il curioso aggettivo è del Cavour)[312] ostinazione del Buol: due cose che si possono mettere nel conto delle molte fortune che ebbe l’Italia. Il 19 il Cavour, costernato e disfatto al punto da prepararsi al suicidio,[313] aderisce alla proposta del disarmo. In quel giorno stesso il Buol confida al Kellersperg, che partiva per Milano, il testo dell’ultimato, con l’ordine di recapitarlo a Torino. Il 20 lord Loftus, ambasciatore inglese, si presenta di buon’ora al Buol, gli annunzia in tuono lieto l’adesione del Piemonte al disarmo, lo complimenta calorosamente della felice soluzione della crisi; e Buol rifiuta le congratulazioni e informa [275]invece della grave risoluzione presa d’accordo e per volontà dell’Imperatore.

Ma se l’ultimato è in viaggio per Milano, nulla di più facile che ritirarlo. Cavour si è piegato, disarmerà. Questo fatto viene a giustificare nel modo più semplice la soppressione dell’ultimato. Così parlò lord Loftus.

A queste parole il Buol oppose un’ostinazione invincibile: Sì, è vero: quando fissammo i termini dell’ordine al Cavour, noi ignoravamo la sua decisione. Ma giammai noi avremmo acconsentito a sedere in un congresso accanto ai rappresentanti del Piemonte.

Pensate — disse allora lord Loftus — che l’Austria sarà isolata….

Forse — rispose il Buol — ma è contro la rivoluzione e per l’ordine publico che noi combattiamo.[314]

Questa «altera intimazione» — scrive l’Hübner il 22, proprio il giorno del venerdì santo, — «ci dà l’apparenza di aggressori»,[315] ma se per questo fatto l’Austria si collocava in condizioni morali di inferiorità, se ne avvantaggiava notevolmente dal lato militare, cogliendo l’esercito franco-sardo mal preparato e diviso. «Pel mio Augusto Signore il primo colpo di cannone non è che l’avviso d’una guerra ordinaria; e mettendo anche le cose alla peggio, si potrà perdere una [276]provincia, salvo a riprenderla più tardi. Ma per l’imperatore Napoleone è una guerra ad oltranza, dove l’esistenza del suo trono e della dinastia è in giuoco».[316]

Che Napoleone, per quanto ci piaccia figurarcelo illuso della sua onnipotenza e attratto dal fascino imperatorio, non si fosse fatto velo agli occhi sulla forza militare dell’Austria, appare dal colloquio di Plombières; che intrapresa la guerra gli stesse sopra l’incubo della sconfitta, è troppo manifesto, e Villafranca lo dice. Nell’ultima fase di queste trattative, egli ha piuttosto l’aspetto di persona che si lascia dominare dalle cose, che di persona che risolutamente vuole. Il 12 maggio (il naviglio che lo condusse a Genova portava il nome di «Regina Ortensia», la morta nella sua passione, che trasmise al figlio la sua passione) nel toccare la terra d’Italia disse all’Arese le note parole: «Mio caro Arese, bisogna che noi ringraziamo Iddio che ha inspirato all’Imperatore d’Austria la risoluzione di varcare il Ticino; perchè altrimenti come avrei potuto io essere qui?»[317], le quali suonano come voce di persona assente quasi ai fatti, e che da questi e dal fato si lascia trascinare. Ed al Cavour pur disse le note parole: «Voi dovete essere contento; i vostri piani si avverano», le quali suonano come di persona che dica: ciò che voi volete, ecco avviene.

[277]
*

Il Cavour ebbe notizia sicura del rifiuto dell’Austria la mattina del 21. Il giorno 23, domanda al Parlamento i poteri dittatoriali per la guerra.[318] Cadeva quel giorno d’aprile; e si chiudeva la seduta al grido di: «Viva il Re! Viva l’Italia!», quando fu visto il Cavour uscire in fretta dall’aula. Erano giunti gli inviati austriaci. Colomba che rechi ulivo, mai non giunse più cara di quei due messi che recavano la guerra. Sono consegnate alla storia le parole che l’attimo eroico suggerì al Cavour, Dicono: «Esco dalla tornata dell’ultima Camera piemontese: la prossima sarà quella del regno d’Italia». Anch’egli aveva l’intuito dell’avvenire, se non che è destino di tutti i profeti vedere nel cielo più mirabili cose che non siano consentite nella loro traduzione terrestre.

Il conte di Kellesperg introdotto nello studio del Cavour, porse la lettera del ministro austriaco, dichiarando di ignorarne il contenuto. Il Cavour disuggellò e lesse,[319] e poichè l’ultimato concedeva [278]tre giorni per la risposta, così, come dicemmo, levato di tasca l’orologio, diede convegno al messo tre giorni dopo all’ora medesima.

In quei tre giorni che gli inviati austriaci rimasero a Torino, furono colpiti dall’aspetto quasi tranquillo della popolazione, della qual cosa ammirando e contemplando la città bellissima, dicevano: «Quel dommage! Questa magnifica città sta fra pochi giorni per essere abbandonata agli orrori della guerra», tanto ferma era la persuasione che la presa di Torino sarebbe stato il primo atto certo del sanguinoso dramma; e questa convinzione era tale che i parenti degli ufficiali austriaci recapitavano poi le lettere a Torino; ed il Cavour se le fece portare e le consegnava al legato di Prussia dicendo: «Ecco lettere indirizzate a persone, il cui domicilio è sconosciuto qui alla posta».

Allo spirare dei tre giorni il Cavour consegnò la risposta[320] proferendo poi agli amici le meravigliose parole: «Alea jacta est…. Ed ora andiamo a desinare. Noi abbiamo fatto della storia».

[279]
*

Conviene pur dirlo: per quanto gli uomini moderni guardino con occhio poco benevolo ogni moto dell’animo che esulti di orgoglio nazionale, è impossibile dominare in noi stessi la profonda impressione che ci vince leggendo i libri e le memorie degli storici e politici stranieri, i quali non fanno il nome del Cavour senza inchinarsi dinanzi a tanto mirabile e dominante figura umana. Appare come un Cristoforo Colombo novello che ha bisogno di trasformare la piccola nave in cui crebbe, in un colosso del mare, e il mare non gli pare vasto abbastanza. E per ciò anche le parole intinte di amarezza, tornano per forza a sua lode. «Jacta alea est! — chiosa acremente il De La Gorge.[321] In verità egli come Cesare stava per passare il Rubicone. Ma egli non doveva passarlo solo, e questo era in fondo il segreto della sua sicurezza».

*

La guerra obbliga Hübner a lasciare Parigi. Vi era da otto anni, e con tutto il suo sdilinquimento per ogni cosetta che gli ricordasse la «sua povera, la sua cara Austria», vi sarebbe rimasto ancora volentieri. È anzi nel momento del distacco che si accorge di avere tanti buoni, tanti [280]cari amici fra l’aristocrazia del sobborgo di San Germano. «Alla stazione è venuto a salutarlo anche il marchese di Pimodan, antico colonnello austriaco.[322] Porta carrément la bianca uniforme austriaca, e nessuno ci trova da ridire. Tutti quei nobili signori salutano con rispetto, con tristezza l’ambasciatore d’Austria. Egli guarda tra la folla: vede alcune donne che piangono. Esse — esclama — non hanno dimenticato il sangue e le lagrime che la guerra di Crimea ha fatto versare; e ci si domanda, senza capire, per quale ragione la Francia va in Austria a cercar rogna da grattare».[323]

[283]
X.
Cavour stratega.
Vennero i Francesi dal mare e dal monte; le vie di Annibale, di Carlomagno, del primo Console: una visione rossa, impetuosa; e fra essa l’orda feroce ed eroica degli algerini. Che ne sanno dell’Austria, del diritto italico? Gridarono: Viva l’Imperatore! Morirono.

«Veux tu des cigares? un absinthe? un grog? Crie vive l’Italie et tu auras tout ce que tu voudras». Qui impararono a cantare «La bella Gigogin». Ma molti non le ripeterono più le allegre canzoni di quella primavera: molti non videro più le loro mamme e la dolce terra di Francia. Luceva ancora la stella di Venere del grande estate, quando cominciò a scrosciare la mitraglia. Per tutto il giorno si scagliarono nei mostruosi assalti; poi cadde la sera, e si addormentarono nella placida morte. Poi passarono anni, e sul campo dove quelle giovani vite furono falciate vennero canuti uomini, battezzati in Cristo, a studiare come coloro erano morti, e come [284]sarebbe stato più scientifico morire; e ciò allo scopo di preparare più positive regole per le guerre future. Ma la spenta pupilla di lui lagrimò, e anche per questo egli fu Napoleone il piccolo; anche per questo egli non fu Caesar, che sotto la tenda detta allo scriba: fit magna caedes, e si prepara, impassibile, a far domani strage maggiore.

L’uomo che insanguinò Parigi col suo colpo di Stato, non possedeva sotto la maschera impassibile del volto, la impassibilità crudele dei veri conquistatori? Non possedeva! Egli era «altrettanto valoroso quanto buono ed umano. A Magenta per la prima volta egli vedeva un campo di battaglia e la sua anima pietosa soffrì crudelmente a tanto strazio. Si dice che imbattutosi nella barella dove riposava il corpo di Espinasse, la fece scoprire. Povero Espinasse! mormorò, e a lungo lo guardò in silenzio come vinto da un dolore che toccava il rimorso».[324] A Solferino, mancando perfino le filacce e le tele per fasciare i feriti, ordinò ai servi di dare le sue lenzuola, i suoi pannilini per improvvisare bende e filacce.[325] Eroe del 2 decembre! «Eroe passivo!», dice con sprezzante ironia l’Hübner.[326] Eppure quest’ironia e questo stato d’anima quanta storia ci spiega![327]

[285]
*

Ma prima che i Francesi venissero, contro la forza dell’Austria si trovò esposto il solo Piemonte: cara e bella forza d’Italia. Aveva fatto la vigilia dell’armi in Crimea; e che cuore ai nostri poveri esuli in Parigi, il dì che annunciando le vittorie francesi fu gridato anche: «Les Sardes se sont vaillamment battus!»[328] Fiore d’Italia con Garibaldi erano i cacciatori dell’Alpi: ma essi parvero formare ai troppo prudenti una nota discorde, tanto che li mandarono divisi e lontani. E allora si distesero per i tuoi colli, o Brianza; e all’aria montanina, o Varese, o San Fermo, o dolci ville, voi udiste il più puro suono di quella campagna.

Ma furono ventura per l’Italia alcuni fatti, i quali non avendo anche oggi sicura spiegazione, parvero opera provvidenziale, come le dirotte piogge che resero difficile l’avanzata austriaca per il piano di Lomellina, ove le tronche vie ed i campi allagati eran la sola difesa. E primo fu il ritardo interposto ad invadere il Piemonte; nè mi pare facile disgiungere quel lasso di tre giorni con l’altro di pari tempo che il Buol concedette [286]al Cavour, «pregandolo di prendere il contenuto dell’ultimato in seria considerazione». Viene in mente una specie di via dischiusa alla resipiscenza ed al pentimento per tanta audacia; ma più comunemente questo fatto si ritiene conseguenza delle interposizioni ulteriori dell’Inghilterra, e così credettero Cavour e l’Hübner.[329] Ma se anche così fu, ben strano contrasto forma questa lettera della regina Vittoria venuta di recente alla luce: «Che stanno facendo gli Austriaci? Essi non vollero aspettare quando avrebbero dovuto, ed ora che da lungo tempo avrebbero dovuto slanciarsi all’attacco colle loro forze preponderanti, essi non fanno nulla! nulla dal giorno 30! Lasciano che i Francesi divengano sempre più forti ed ogni giorno più pronti alla lotta. C’è veramente da impazzire, ed è difficilissimo il capirli o fare qualche cosa per essi».[330]

[287]E l’altro fatto provvidenziale fu il Giulay, a cui il popolo milanese beffeggiando cantava: «Varda Giulay che ven la primavera!» Venne la primavera e fece mala prova; o non avesse studiato come il buon Orazio vinse i Curiazi, o l’animo pendesse troppo prudente fra due opposti consigli; difendere i ducati e la Lombardia, o muovere arditamente su Torino; ovvero che ordini del consiglio aulico accrescessero da Vienna le naturali incertezze.[331]

Ma il fatto più singolare è come per l’Italia combattè davvero la pallida ombra, emersa dal sepolcro di Sant’Elena. Napoleone il Grande!

Ricordando gli Austriaci le meravigliose gesta di lui, i suoi sterminati disegni; così all’Erede ed ai Francesi parvero prestare gli Austriaci ogni specie di profonde combinazioni strategiche, di cui, — nota ironicamente il De La Gorge — «noi fummo innocenti».[332] Da ciò una specie di timidezza che paralizzò e sconcertò il nemico per tutta quella campagna. Il Giulay, memore della campagna del 1796, si pensò che in quel ’59 si sarebbe ripetuta la mossa istessa: scendere col Po, varcarlo a Piacenza. Qui fu il bellissimo inganno, e ne va lode a Napoleone III.

*

Di questo stato di cose, di cui, con lo svanito pericolo, svanita è la memoria; e di altra cosa [288]ancora, di cui è difficile il parlare, specialmente in succinto, sono preziosa testimonianza questi passi di lettere del Cavour, scritte fra quel 29 aprile ed il 4 giugno, che fu il giorno della battaglia di Magenta.

Essendo il La Marmora al campo, il Cavour, oltre che presidente del Consiglio e ministro degli esteri e dell’interno, reggeva anche il ministero della guerra e della marina. Troppi portafogli! Ed era quello che si diceva anche allora.

Eppure alla ammirabile sua attività e potenza organizzatrice molto è dovuto se, in tanta disorganizzazione, furono potuti rapidamente trasportare i soldati francesi per via ferrata da Susa a Torino e ad Alessandria.[333] La famosa mossa napoleonica che trasportò l’esercito per ferrovia da Alessandria a Novara fu agevolata dal Cavour, sì per i trasporti, sì per il servizio di intendenza. Ridendo disse al conte Oldofredi, direttore dei servizi ferroviari: Se accadono inciampi, vi faccio tagliare la testa. Al Paris, intendente generale di Francia, che chiedeva 100 000 razioni per averne 50 000, ne fece trovare 120 000 al giorno fissato. Hé coquin de Cavour![334]

Ma veniamo alle lettere.

30 aprile (a Ponza di San Martino, Genova): «Sarebbe curioso che i primi colpi di fucile si avessero a scambiare tra gli sbirri estensi e i nostri [289]doganieri. Se vincono questi, daremo a Castelborgo (direttore generale delle gabelle) il bastone di maresciallo. Ad ogni modo non bisogna lasciarci battere…. Credo che si esagerino le mene dei clericali. Bisogna sorvegliarli, non perseguitarli…. Oggi si firmerà il decreto di amnistia per tutti i reati politici. Tuonando il cannone, bisogna tirare un velo sul passato…. Fate assegnamento sulla venuta prossima dell’Imperatore. È essenziale che sia caldamente accolto».

5 maggio (al La Marmora): «Io non parlo di operazioni di guerra: soltanto io credo che all’ora che corre, non si potrebbe senza vergogna lasciare il nemico marciare su Torino senza tentare di fermarlo…. Ho spedito l’ordine di fare arrestare il fornitore X (perchè X, senatore Chiala?). Noi arresteremo ugualmente il suo socio, il titolare Y (perchè Y?). Si dice che ciò non è legale: tu rispondi che io (diciamolo in francese) que je m’en fiche».

5 maggio (allo stesso): «L’Imperatore arriverà probabilmente a Genova giovedì sera o venerdì al mattino. Nigra ed Arese partono di qui per incontrarlo. Se il Re non gli va incontro, bisogna che spedisca a Genova un generale o un altro ufficiale di stato maggiore. Ti prego di ricordarglielo».[335]

15 maggio (allo stesso): «La Rocca[336] mi annunzia [290]che d’ora in poi non ci manderà più notizie dal Quartier Generale. Un tale procedere è inqualificabile: in altre circostanze avrei risposto pregando il Re o di mandare via La Rocca o di accettare le mie dimissioni. Ma nelle attuali contingenze dobbiamo tu ed io avere pazienza e sopportare le bizzarrie del nostro grazioso sovrano….[337] Lamento che non sia stato possibile alla nostra armata di fare qualche cosa prima dell’arrivo dei Francesi; ma mi astengo ora, come mi asterrò sempre di discutere le operazioni militari».

Interessante questo passo, per ciò che concerne la genialità del Cavour: il maresciallo Canrobert, giunto a Torino il 29 aprile, precorrendo l’esercito, giudicò inadatte alla difesa di Torino le due linee della Dora e della Stura. Fu stabilito di abbandonarle e concentrare quelle forze a Casale, per minacciare così alle spalle e di fianco gli Austriaci, se avessero osato muovere su la capitale. Ora il Cavour scrive al La Marmora: «Io penso che Canrobert acconsentirà a mandare una divisione a Casale e forse un’altra [291]a Valenza. Questa cosa permetterebbe al Re o di tentare una vigorosa sortita da Casale, o una mossa su Chivasso e la Dora. Io preferisco di molto la prima alternativa. Se l’attacco è ben condotto, deve riuscire. Con un forte corpo d’esercito a Casale, saremmo sicuri di poterci ritirare in caso di insuccesso. Un mezzo successo basterebbe a fermare gli Austriaci, trascinare i Francesi; e Torino è salva. Io credo mio dovere di sottoporti queste idee. Se esse non sono accettate dal Re, fammelo sapere con un dispaccio cifrato, affinchè io possa prendere le mie disposizioni per il trasporto del governo a Genova. Certo io non perderò per questo il mio coraggio; ma per tutta la vita, io mi dorrò che il Re, potendo disporre liberamente di 70 000 uomini, nulla abbia tentato per salvare la capitale. I Torinesi non gliela perdoneranno mai. (Tu non hai preso con te il cifrario. È necessario che ne abbiamo uno per noi soli….)» Ed avverte anche: «Io non sono tattico; ma ho assai di buon senso e di energia per eseguire gli ordini che tu mi potrai trasmettere».

Qui è da notare che la preoccupazione per un colpo di mano su Torino, non era un’idea fissa del Cavour, ma rispondeva ad un vero e massimo pericolo.

Il piano geniale di Canrobert di lasciare indifesa la capitale per meglio difenderla, riuscì a meraviglia, grazie anche all’effetto che tale mossa audace generò nell’animo incerto del Giulay.

[292]«Quale sorpresa — esclama il De La Gorge con un sentimento che è troppo doloroso definire — e quale successo morale se l’Austria avesse potuto strappare a Vittorio Emanuele la pace, domandando soltanto il congedo del grande agitatore Cavour. (Il «pestifero Camillo di Cavour»; la «bête noire» della diplomazia).[338] Avrebbe datato da Torino un editto di pacificazione e di libertà(!) per l’Italia: avrebbe fatto, essendo vittoriosa, tutte le concessioni(!) che essa non poteva fare prima di tirare la spada dal fodero, ed avrebbe così disarmata la Francia, prima ancora di combattere».[339]

Ma «conviene rendere a Napoleone III questa giustizia — prosegue il De La Gorge, pare, con amarezza — che da lunga data egli aveva preveduto questo pericolo, di un colpo di mano su Torino».

Molte memorie, conservate negli archivi, attestano questa sua vigilanza. «Affrettatevi — telegrafava a Canrobert — non perdete un minuto, sacrificate tutto alla rapidità del cammino».

18 maggio (allo stesso): «La Rocca mi ha scritto una lettera poco conveniente, rispetto ai bollettini. Gli ho risposto da ministro…. (soliti puntini. Peccato!). Abbiamo imposto silenzio ai giornali. Il paese si rassegna alla censura: ma a patto che gli si dica qualche cosa. Ti prego quindi di combinare che ci vengano trasmesse [293]quelle notizie, le quali, benchè prive di reale importanza, piacciono al pubblico».[340]

Maggio (al conte Giulini): «Vada, caro Giulini, in Lombardia e faccia che al nostro approssimarsi sorga Milano e le vicine città in modo da dimostrare alla Francia, all’Imperatore, all’Europa, che siamo degni di ritornare nazione libera, forte, indipendente. Andate, e che Dio benedica i forti vostri propositi. Arrivederci dopo la vittoria a Milano, ove stringeremo il patto d’unione, che i nemici interni ed esterni d’Italia non potranno rompere mai».

28 maggio (al La Marmora): «Pare che Garibaldi si sia egregiamente battuto. Penso che il Re distribuirà al suo corpo medaglie e ricompense. Il Re lo deve e per ragioni politiche e per ragioni di giustizia, poichè è lui che gli ha dato l’ordine di spingersi avanti, senza preoccuparsi dei movimenti dell’esercito. Avevo supplicato il Quartier Generale di mandarmi la relazione di Sonnaz sul fatto di Montebello; giacchè finora l’Europa non ne conosce i particolari che sulle relazioni francesi. Non ne fece niente: non so se per farmi dispetto. Mi rassegnerei volentieri a questo cattivo procedere, se non costituisse una vera mancanza di rispetto al pubblico e all’esercito».[341]

[294]4 giugno (allo stesso): «Il silenzio del campo mi pone in una condizione insopportabile. Io non posso rimanere esposto ai giusti rimproveri di centinaia di famiglie che implorano come una grazia l’avere notizie dei parenti che sanno essere stati esposti ai più gravi pericoli. Nelle attuali contingenze, in vista delle conseguenze che una crisi ministeriale potrebbe avere, mi rassegno al rimanere privo di notizie particolari sulle cose della guerra; e di essere informato, io presidente del Consiglio, come qualunque individuo del colto pubblico al quale si comunica le notizie che tutti conoscono. Ma quello a cui non potrei adattarmi si è di non potere adempiere al dovere che mi incombe come reggente il ministero della guerra rispetto alle famiglie di quei prodi che espongono per la patria la vita sul campo. Io sono tenuto in coscienza a non lasciarli durare per giorni ed intere settimane fra le angoscie dell’incertezza. Se per un puntiglio contro di me, si vuole punire questi infelici, debbo ritirarmi. Non abbandonerò il gabinetto, ma pregherò il Re e te di cercare chi sia più accetto di me al campo…. In questi tempi metto sotto i piedi ogni qualunque suscettibilità personale. Solo desidero che la mia persona non sia d’ostacolo al buon andamento del servizio».

[295]«Egli si vuole immischiare — disse dopo Magenta il Re ai suoi ufficiali — in ciò che non deve».[342]

E per ultimo è pur necessario riportare qualche passo di questa lettera del Cavour, in data 8 giugno, al Principe Napoleone, andato in Toscana, come fu detto e come diremo, con gli intenti che variamente gli possono essere attribuiti. Nel fatto egli si occupò specialmente di organizzare quel piccolo esercito che poi, dopo Solferino, condusse in Lombardia.

Le intemperanze villane di questo principe contro i Toscani, sono consegnate, fra l’altro, nel diario di un aiutante di S. M., raccolto dal Castelli nei suoi «Ricordi».[343] Scrive dunque il Cavour in risposta e giustificazione: «Buoncompagni non potendo parlare di fusione (col Piemonte); non avendo alcun candidato (!) al trono granducale da mettere avanti, era ridotto ad appoggiarsi sopra idee negative. Le sole due parti del suo programma, nette e precise, l’esclusione della casa di Lorena e la guerra, non erano di tal natura da appassionare i Toscani. Tre secoli di governo corruttore non li hanno disposti ai sacrifici che la guerra esige. Essi detestano gli [296]Austriaci senza avere un gusto ben deciso per l’impiego dei mezzi che conviene adoperare per iscacciarli. Quanto alla casa di Lorena, essi non la detestano: essi la disprezzano. Ora il disprezzo non è un sentimento che possa fare grandi cose».[344]

[299]
XI.
Napoleone al bivio.
Qui è opportuno ricordare che se per noi quella guerra era di giusto diritto, alla sua volta l’Imperatore d’Austria chiamava a raccolta i popoli del Tirolo e del Vorarlberg per «la più giusta delle cause per le quali siasi unquamai sguainata la spada»;[345] anche egli invocava l’aiuto di Dio, questo gran silenzioso; e nel proclama del 28 era detto: «La corona che i miei antenati mi hanno trasmessa senza macchia, ha passato giorni molto infausti; ma la gloriosa storia della nostra patria prova che spesso, quando le ombre di una rivoluzione, che mette in pericolo i più preziosi beni dell’umanità, minacciavano di stendersi sull’Europa, la Provvidenza si è servita della spada dell’Austria, i cui lampi hanno dissipato quelle tenebre. Siamo di nuovo alla vigilia d’una di queste epoche, ove le dottrine sovversive [300]d’ogni ordine esistente, non sono più solamente predicate dalle sette, ma lanciate nel mondo anche dall’alto de’ troni».

Ora il trono da cui partivano le dottrine sovversive e perigliose alla pace d’Europa, non poteva essere che quello di Napoleone, la cui corona era macchiata dal colpo di Stato. L’espressione è indeterminata, ma a togliere ogni dubbiezza soccorre l’«Ost-deutsche Post», tradotta ad ammaestramento degli italiani dalla «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Napoleone ha gettato la maschera. L’Austria gliel’ha strappata».[346]

E d’altra parte la rivoluzione — la quale fu sempre cosa formidabile fra noi, perchè la nostra sentimentalità non l’infrena, e la nostra acquiescenza non la soddisfa — , sdegnava e sospettava insieme l’aiuto di Napoleone dicendo per le parole del Mazzini: «Il grido di «viva la Francia!» può essere senza colpa da labbra italiane; il grido di «viva l’Imperatore» nol può: alla immoralità di quel grido si aggiunge in oggi, per noi, il sospetto di codardia: «Esecravano ieri» — dirà l’Europa — «in nome degli eterni principii: plaudono in oggi a chi li violava, perchè ei li salva co’ suoi aiuti dall’obbligo di combattere».[347]

La violenza di queste due forze nemiche che cominciano a fluire e trascinano Napoleone per l’ambigua loro risultante, appare manifesta. Egli [301]s’equilibra a volta a volta ad entrambe, ed è da entrambe respinto; onde quella sua politica incerta, e quelle cospirazioni, le quali forse erano nell’abito della sua giovanezza, ma erano altresì una conseguenza del dissidio tra l’idealità e la necessità.

Uno scrittore francese riferisce al Cavour queste parole su Napoleone: «Il suo torto è di volere cospirare sempre. Dio sa se egli ne ha bisogno! Non è egli il padrone assoluto? Con un paese potente come il vostro, un grande esercito, l’Europa tranquilla, che ha a temere? Perchè sempre, ad ogni ora, mascherare il suo pensiero, andare a destra quando vuole andare a sinistra? A quest’ora potrebbe andar diritto al suo fine: ma no! Egli preferisce sviar la gente, far seguire una falsa pista, cospirare infine, cospirare sempre! Vedete, questo è proprio del suo genio: è il mestiere che egli preferisce, e lo fa da artista, da dilettante, e in questo giuoco sarà il primo ed il più forte di tutti noi».[348]

Se queste parole del Cavour sono vere (o se vere, debbono avere il valore di semplice conversazione), i fatti posteriori, per ciò che riguarda la potenza dell’esercito e dell’impero le emendano di troppo; e più le emenda questo pronostico dell’Hübner, sino dal ’52: «Più il movimento [302]imperialista è grande, veemente, irresistibile; più forte sarà un giorno la reazione in senso inverso»; e Luigi Napoleone che si prepara all’Impero, è così definito: «L’uomo di Dio ovvero l’uomo dello Spirito maligno. Noi non sappiamo ancora con quale dei due nomi chiamarlo: mi sembra bene, tuttavia, lasciarne traccia in archivio».[349]

Sarebbe — dunque — stato «l’uomo di Dio», contribuendo a fare davvero il Colpo di Stato Europeo; ma in tale caso sarebbe stato per Cavour (e parve all’Orsini) l’uomo dello Spirito maligno; e viceversa.

Più vere, forse, le parole melanconiche, già riferite, del buon abate Bertrand al giovanetto erede: «Ma, povero fanciullo! Che la fortuna non gli giuochi un simile tiro (di arrivare al potere)! Sia un galantuomo anzitutto, come vuole suo padre».[350] Ma in tale caso non ci sarebbe più quello splendido romanzo che è la storia.

*

In mezzo a tale contrasto si iniziava la guerra; al quale contrasto è da aggiungere lo stato latente di dissidio tra Napoleone e Cavour. Questi, con una puntualità ammirevole, gli aveva fatto trovare, al suo arrivo in Italia, già scoppiato il moto di ribellione e di annessione in Romagna, [303]Modena, Parma, Firenze. Alla sua volta l’Imperatore, mandando il cugino Napoleone in Toscana con parte dell’esercito, sembrava al Cavour volesse dare principio al suo progetto di restaurazione bonapartista.

Che cosa va a fare adesso quel signore nella tranquillissima Toscana? «L’on commence à montrer le bout de l’oreille».[351]

Non era necessario che il Mazzini richiamasse al Cavour la storia amara di Ludovico il Moro.[352] Corse ad Alessandria e sottopose all’Imperatore quale vespaio si sarebbe destato in Europa all’annuncio di un’occupazione francese in Toscana. Racconta il Chiala che l’accoglienza dell’Imperatore fu fredda, la risposta impacciata, e disse che l’andata del principe Napoleone in Toscana era determinata da ragioni militari, di cui egli solo era giudice; che non aveva intenzione di mettere un principe francese su di un trono dell’Italia centrale e che al bisogno avrebbe rassicurato le potenze.[353]

Certo il vespaio fu desto. L’ «Ost-deutsche [304]Post», nella traduzione della «Gazzetta ufficiale di Milano», dice: «Diritto dei popoli? Illusi. Diritto di violenza. Vedetelo. Ecco senza dichiarazione di guerra, e senza guerra, strappata Massa al duca di Modena verso il quale fino all’ultimo istante si finsero sentimenti di buon vicinato. Ciò significa cominciare col poco per finire col molto. Un secondo atto di violenza franco-piemontese ci si annunzia da Firenze. Mercè un decreto del Comitato sardo,[354] le truppe toscane vennero sottoposte al comando del principe Napoleone. Getta una luce caratteristica sul trono napoleonico la circostanza che questo principe, il quale tanto avvicina esso trono, assuma il comando di truppe che mancarono al giuramento verso il loro Sovrano. È questa la gloria napoleonica! La Toscana, non in guerra colla Sardegna, nè colla Francia, voleva tenersi neutrale. Ma una sommossa militare, suscitata dalla Sardegna, cacciò il gran Duca. Egli, però, non ha abdicato. Ma che ne importa ai franco-sardi? Essi trattano la Toscana come paese di conquista: solo che finora non sembrano d’accordo a chi debba appartenere. Simili fatti accelereranno un rigoroso intervento dell’Europa, particolarmente della Prussia!»

[305]Ma forse perchè questo catechismo, provenendo da fonte austriaca, poteva essere rifiutato, così la citata «Gazzetta» accoglie e stampa quel formidabile scritto del Mazzini «A Luigi Bonaparte», dettato in Londra in lingua francese, nell’aprile del ’58, riprodotto in inglese nel «Morning Advertiser», e dal Saffi voltato in italiano pel giornale genovese «L’Italia del popolo». Il punto più potente della terribile requisitoria mi sembra essere quello diretto a dimostrare fraudolenti e fallaci quelle promesse di riforme democratiche e socialiste, che Luigi Bonaparte aveva fatto, proclamandosi «Imperatore del popolo». «L’umanità — dice il Mazzini — chiede realtà non fantasmi, non fatti bastardi, arbitrarii, anormali che han la vita di un’ora. A tai fatti essa guarda, sorpresa per meraviglia, un istante; poi passa intimando all’importuna apparizione il ritorno nel nulla. E voi signore vi affrettate a tal termine. Voi potete vivere mesi, non anni».

Ora, se fosse lecita alcuna divagazione, si potrebbe osservare, come questo nostro Grande, «a cui la tirannide aveva tolto la patria» (allora si riteneva sommo male essere senza patria), nel tratteggiare la malvagità senza confine di Luigi Napoleone, ricorra spesso a termini di sogno e poetici, come la ricordata «pallida ombra di Sant’Elena», come il diniego di ogni missione, come la citazione dello Shakespeare in «Macbeth»: È vita in voi? o siete cosa che uomo possa interrogare? Ma sarebbe disamina [306]troppo sottile; e nulla ne importa alla «Gazzetta ufficiale»; le importa invece avvertire, per bocca del Mazzini, che menzogna e frode è ogni operazione di Napoleone III, anche per ciò che riguarda la guerra d’Italia; che egli può «sognare conquiste; ardirle, arrischiarle non mai».

Ma dopo che l’uomo ha ardito, ha arrischiato, ha vinto a Magenta, cioè cinque giorni dopo quella riproduzione mazziniana, il dì sei di giugno, il linguaggio del giornale è mutato. Si inneggia all’invincibile, al glorioso, al magnanimo Napoleone III; e poichè, come dice il Carducci, ove albeggi la notte d’Italia tu «vedi ivi il poeta», si stampano versi di così atroce arte:

Han vinto! i mille il fremito

Della vittoria han dato.

Due condottier, due fulmini.

Stretto han d’Italia il fato,

E l’avoltoio d’Attila

Morde i suoi duci al suol.

In quel giorno era avvenuto lo sgombero da Milano degli Austriaci e dalla testata del giornale, «al livello dei nuovi bisogni» era caduta infatti l’aquila.

*

A Magenta Napoleone dettò quel proclama «Agli Italiani», che oggi è cimelio di museo: si conserva infatti l’originale, fiore ingiallito di illusione presto morta, all’Ambrosiana di Milano. [307]Allora apparve cosa viva, ed io ricordo qualche patriotta del mio paese, mezzo addormentato per il sepolcro, che lo borbotta ancora qua e là a memoria. Esso è datato da Milano, il dì 8; ma fu scritto a Magenta, cioè caldi ancora i cumuli di quelli che morirono per una causa ignota a loro al grido: Viva l’Imperatore! Il primo dettato, a carattere forte e sicuro, è scancellato a gran tratti, e fra le interlinee corrono in iscrittura più esile, le correzioni di pugno di Napoleone: ma prima ancora che il tempo lo scolorisse, il foglio reca le impronte di un atto violento: fu sgualcito e gettato. Quelle parole avevano carattere polemico, con fiera allusione al Mazzini: ma o la generosità sdegnasse contrasti personali; ovvero non le reputasse opportune, furono tolte. Esse sono le seguenti: «Io sono il vostro amico più sincero e più disinteressato». Quindi dice: «Non lasciate sfuggire l’occasione felice che si presenta di ricuperare la vostra indipendenza e di mantenerla, perchè se voi la lasciate sfuggire, secoli passeranno ancora senza che voi la possiate ritrovare, ed il solo modo di conquistare la vostra indipendenza è di fare causa comune contro quelli che vi opprimono, di organizzarvi militarmente dovunque: «Trattate come traditori della patria» tutti quelli che vogliono creare delle dissensioni, «non cercate di sciogliere oggi le questioni politiche che solo l’avvenire può risolvere».

Nel testo ufficiale questa dichiarazione recisa [308]è stata sostituita dai noti periodi: «I vostri nemici, che sono anche i miei, tentarono di scemare le generali simpatie dell’Europa per la vostra causa, dando a credere che io facevo la guerra per ambizione personale o per estendere il territorio della Francia….» No!

«Se vi sono uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono fra quelli. Nello stato luminoso dell’opinione publica, oggi si è più grandi per l’influsso morale che si esercita, che per le sterili conquiste; e quest’influsso morale io lo ricerco con orgoglio contribuendo a rendere libera una delle più belle parti d’Europa. Io non vengo con un sistema preconcetto per spodestare i sovrani o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non porrà alcun ostacolo alla libera manifestazione dei vostri voti legittimi». Incitati gli Italiani a «mostrarsi degni» della «fortuna che loro si offre», termina con le famose parole: «Organizzatevi militarmente. Ricordatevi che senza disciplina non v’è esercito; ed animati dal sacro fuoco della patria, non siate oggi che soldati: domani voi sarete cittadini liberi di un grande palese».

Pur concedendo libertà di interpretazione, sta il fatto che Napoleone non dice: «io vengo a liberarvi», ma dice «io contribuisco», e in relazione a questa parola è l’esortazione alle armi per tutti gli Italiani; nè ciò si deve considerare come espressione puramente retorica, e ne è prova questa lettera del Cavour, in data 27 giugno, [309]al Vigliani governatore della Lombardia: «Nigra[355] le ha comunicato l’aspro rimprovero che l’Imperatore mi ha diretto. Esso è del tutto ingiusto e privo di fondamento. Nullameno bisogna tenerne conto, non per fare un atto di contrizione la sera prima di andare a letto, ma conviene tenerlo a calcolo come desiderio delle intenzioni dell’Imperatore. Questi vuole che la condotta degli Italiani giustifichi agli occhi dell’Europa la lacerazione dei trattati del 1815. Conviene quindi mettere tutto in opera onde la nostra cooperazione alla guerra riesca attiva, lunga, energica. Bisogna promuovere senza indugio l’arruolamento di volontari».

Il Cavour prosegue domandando uomini, denari, cavalli «al patriottismo dei Lombardi»: i cavalli «in gran copia». Questi «siamo disposti a pagarli, ma più ancora a riceverli gratis». Il tuono è faceto, ma sotto trema la preoccupazione; ed è evidente che al Vigliani non può il Cavour scrivere come nella lettera da Parigi a La Marmora.[356]

[310]Sta pure il fatto che nel proclama imperiale non è la frase, che poi fu volta in dileggio: «dall’Alpi all’Adriatico». Essa si legge invece nel proclama di Vittorio Emanuele ai Lombardi, datato posteriormente, cioè dal 9, dove è questo incensante ma impegnativo periodo: «L’Imperatore dei Francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di Napoleone, facendosi duce dell’eroico esercito di quella nazione, vuole liberare l’Italia dalle Alpi all’Adriatico».

Chi dettò il proclama di Vittorio Emanuele? Non so; ma è facile il supporre.

Napoleone nel proclama ai Francesi, datato dalle Tuileries il 3 maggio, dice soltanto: «L’Austria ha condotto le cose a tale estremo, che abbisogna che essa domini sino alle Alpi, o che l’Italia sia libera sino all’Adriatico. Ogni angolo di terra rimasto indipendente corre pericolo pel potere di lei». Nè con ciò intendeva impegnarsi.[357]

In questo, che a me pare errore, cade pure il maggior storico del Secondo Impero, il De La Gorge. Dice: Napoleone dichiarava che l’Italia sarà libera sino all’Adriatico.

Aggiunge: che il disordine non sarebbe punto fomentato nella penisola: che il potere del Santo Padre non sarebbe stato scosso.

Conclude: tre predizioni che un avvenire prossimo doveva parimenti smentire.[358]

Più amaramente ancora: appena firmati i preliminari [311]di Villafranca noi ci dovemmo giustificare non in faccia all’Austria, che avevamo battuta, ma in faccia agli Italiani che noi abbiamo avuto il torto, il torto imperdonabile, di non affrancare d’un solo colpo.[359]

Meglio tornare al documento.

Si ritenga il documento napoleonico sincero o no, sta il fatto che, così come suona, la guerra appare intrapresa per un’idea, e l’Hübner può in tal modo avere spiegazione del difficile problema, perchè la Francia «a cherché querelle à l’Autriche»:[360] e poichè quel diplomatico era acuto ed ironico, è lecito porgli in bocca la famosa esclamazione socratica: O mirabile uomo!

Sincero o no, è evidente l’intenzione di sostituirsi ad ogni altro nel difendere la libertà e i diritti dei popoli: causa rivoluzionaria! Ora si avverta come nel febbraio del ’53, l’Hübner, udito il moto mazziniano in Milano, sospettando — a che non giunse la paura? — connivenze segrete col grande agitatore, scrive: «La sua politica all’interno, come quella all’estero, è sempre stata quella di mangiare a due greppie: di parlare di rivoluzione ai rivoluzionari e di autoritarismo con gli uomini d’ordine: ma infine viene un giorno in cui l’ambiguità del linguaggio non basta più e bisogna prendere il suo partito, a meno di esporsi a trovarsi per terra fra due sedie». Ora il documento dice che egli ha preso partito; ma la rivoluzione, e per essa il Mazzini, a tutto è disposta [312]fuorchè ad offrirgli la sua sedia rivoluzionaria; e però l’uomo cadrà a terra lo stesso. Tale fu lo strano destino di quest’uomo meraviglioso.

Ha preso partito. Ma piacerà questo partito di apostolo della Rivoluzione all’altro alleato d’Italia, l’Imperatore dell’Oriente, allo Czar? Non c’era pericolo che ammesso questo principio rivoluzionario su di un punto, esso dovesse fare il giro d’Europa e passare per dove allo Czar non piaceva, per la Polonia, ad esempio?[361]

Piace questo partito al Mazzini.

S’emenda e dice: la guerra è un «fatto iniziato»; è «un fatto potente che crea nuovi doveri e modifica essenzialmente la via da tenersi…. Possiamo deplorare l’intervento imperiale, ma non possiamo dimenticare che l’Austria è l’eterna nemica». Così il Mazzini nello scritto del 15 Maggio «La guerra»; e «non perchè Bonaparte lo ha detto, ma perchè l’onore e la salute della patria lo esigono — scrive il 1.º luglio, manifestamente dopo aver avuto notizia del proclama — la cooperazione degli Italiani alla guerra deve essere tanta «da un capo all’altro d’Italia» che i centomila stranieri scesi in aiuto, paiano legione alleata dei ventisei milioni d’Italiani, anzichè [313]esercito liberatore».[362] Sognatore, in verità, non era soltanto Napoleone III!

Se non che il Mazzini — in pieno accordo col Cavour in questo — domanda la Cooperazione degli Italiani ad uno scopo ben determinato, ben diverso da quello così indeterminato di Napoleone; cioè al fine che «gli Italiani dal presente conflitto facciano uscire l’unità nazionale».

*

I ciambellani intanto alle Tuileries, in pieno accordo con l’Imperatrice, sono ben convinti che la Francia non può avere con l’Austria, potenza eminentemente conservatrice, «che un duello al primo sangue!»[363]

[317]
XII.
Magenta e Solferino.
Magenta e Solferino! Due nomi purpurei nella memoria, fioriture di sangue in quell’estate. I morti non si vedono più; portar via le tracce della morte è il primo lavoro dei vivi. Si vedono turcos, zuavi, granatieri della guardia dai berrettoni pelosi; bersaglieri piumati; si vedono a teste basse, via gli zaini, avanti ad ogni costo, alla baionetta, nel terribile azzardo della battaglia. E fu ventura, nobile Francia, avere di fronte Giulay ed Hess e l’automatismo austriaco d’allora. Quando non Giulay fu di fronte, ma Moltke e il freddo imperio, irrimediabile sventura, pianto non consolato ancora, riscosse il valore di Francia.

Dalla parte invece del nemico, vive nella memoria la visione di un precipitoso fuggire di kittel bianchi, di ceffi croati, la baionetta alle reni.

Ma esclusa la esagerazione di queste memorie [318]da oleografie scolastiche, è certo che la resistenza del soldato austriaco fu, per quanto valorosa, di carattere difensivo; e la ritirata dopo Magenta è ritenuta dai tecnici deplorevole. Così se Solferino segna una pagina di vera gloria negli annali militari di Francia, certo gli Austriaci per il numero superiore e per le formidabili posizioni occupate, avrebbero potuto rendere dubbia almeno quella campale giornata, se l’offensiva fosse stata più largamente seguita.

Fu Solferino «gran battaglia e gran vittoria», come il grido annunciò, ma per varie cause, come il difetto di coordinazione tra i vari corpi, mancò alla vittoria quel proseguimento da cui risulta la nota sentenza, che grande generale non è quegli che vince, ma che sa trarre partito dalla vittoria. L’esercito austriaco, pur disordinatamente rifugiato in Verona ed in Mantova, si ritrovò, dopo brevi giorni, aumentato ed aumentabile, in grado di sostenere battaglia ancora, la quale condizione di aumento non era, almeno per l’esercito francese.[364]

Tanto a Magenta quanto a Solferino, come spesso avviene in quel terribile giuoco che è la guerra, la vittoria toccò a quella delle due parti che meno commise di errori, errori che facilmente nota lo scrittore di cose di guerra, manovrando documenti e carte; ma che nel fatto, coll’imminenza del pericolo e del decidere, devono [319]essere difficili ad evitare, se non sorregge, insieme alla fortuna, quella genialità intuitiva ed impassibile di cui la natura provvede, talvolta, i conduttori di eserciti.

Lenta e ingombrante fu l’avanzata; più ardimento che sapienza nei comandanti; incerte o manchevoli le informazioni su le mosse degli Austriaci (deplorevole cosa e tristamente significativa), al quale difetto convenne con tanto sangue supplire.

Dette queste cose, bisogna pur ricordare come nel modo stesso che la guerra d’Italia fu pensiero strettamente personale di Napoleone, così a lui sono dovuti i principali fatti che resero possibile la vittoria. E primamente sorprende come un esercito non preparato[365] (il modo occulto e obliquo come si venne alla guerra lo dichiara da sè), potesse rapidamente e con parziale dotazione scendere e concentrarsi in Italia. «L’energia di un uomo dirigeva ogni cosa, l’Imperatore».[366]

All’Imperatore è dovuto il rapido, audace, occulto giramento per ferrovia di quasi tutto l’esercito da Alessandria a Novara, di fronte al Ticino; [320]alla sua resistenza, sia pur passiva, l’eroismo di poche schiere nell’avvallamento di Magenta, che decisero della giornata; a lui il pronto intuito di Solferino e il supremo sforzo con le ultime riserve della Guardia contro quella che «era il centro della posizione austriaca e ne formava la chiave».[367]

Ricordando queste cose non si vuole nè pur lontanamente inferire che Napoleone III riscotesse in cuore il genio dello zio, e il primo a disilludersene, supponendo che lo pensasse, fu egli stesso: ma dire che egli bene smentì Vittor Hugo e Mazzini.[368]

Il Chiala dice come «la certezza della vittoria non valse il giorno appresso Magenta a dissipargli dall’animo tutti i gravi pensieri che lo tormentavano, cioè che per lui era necessità ineluttabile vincere e vincere sempre; e discorrendo a lungo col generale La Marmora, mostrossi scontento di sè, dei suoi generali e sopratutto dell’esercito alleato, perchè non era arrivato in tempo sul campo di battaglia».[369]

[321]
*

Circa alle ore 10 del giorno 4 giugno, l’Imperatore lasciò Novara in carrozza scoperta avviandosi al ponte di San Martino di Trecate[370] per dirigere personalmente le operazioni del valico del Ticino. Manifestamente non era atteso un urto campale per quel giorno. Dalle informazioni ricevute si riteneva che gli Austriaci avessero bensì forte nerbo di truppe a Magenta, ma la loro posizione, per effetto del corpo di Mac-Mahon (il quale il dì prima (3) aveva più al nord a Turbigo, valicato Ticino e Naviglio e s’era già felicemente scontrato con gli Austriaci a Robecchetto), non si credeva potesse sostenersi.

Il grosso dell’esercito austriaco ritenevasi ancora concentrato a circa otto ore di marcia più al sud, cioè ad Abbiategrasso, in condizioni, quindi, difficili per prendere parte al combattimento.[371]

[322]In quel giorno si doveva entrare per tutto l’esercito in terra lombarda. Al detto ponte di San Martino o Buffalora, sul Ticino, malamente minato dagli Austriaci, sì che fu possibile riattarlo per il passaggio, erano sin dal mattino, con molto Stato Maggiore, circa 5000 fra granatieri e zuavi della Guardia imperiale, a cui doveva seguire il corpo del maresciallo Canrobert, quelli che, per la sua tardigrada prudenza, per poco non compromise quella giornata, come l’altra di Solferino, ed era chiamato, fra quella gaia avventatezza francese, «la provvidenza delle famiglie».

Dorati dai raggi del sole si scorgono su le alture di fronte i queti paeselli lombardi: nell’avvallamento del fiume, tra le evanescenti boscaglie, corrono le verdi acque del Ticino. Qui si scatenerà la tempesta di morte finchè non giunga la notte: il rombo se ne udrà sino a Milano: qui per molti anni, senza concime, sarà più verde la spiga, quando il silenzio ritornerà ancora.

Nella lontananza, a destra e sinistra della strada, a mezza costa, due masse nere rivelavano dei cannoni e la presenza del nemico.

Cautamente varcato il fiume e vincendo piccole resistenze di avamposti, quella esigua schiera si appostò nella bassura del fiume, attendendo per [323]avanzare verso l’erta del Naviglio, cioè verso Magenta, che a Buffalora fosse giunto Mac-Mahon, il quale, susseguito da tutto l’esercito sardo, e mosso da Robecchetto in due colonne, aveva assicurato l’Imperatore che sarebbe giunto a Buffalora alle due e mezzo al più tardi e «pur non avendo conoscenza ancora delle disposizioni del nemico,[372] stesse tranquillo sulle disposizioni che era per prendere».

Dalla parte di Novara, da cui Canrobert era atteso, silenziosa si stendeva la via; ma su le alture opposte gli ufficiali dell’Imperatore, saliti alle vedette, distinguono un grande, confuso, inatteso muoversi di masse nemiche. Attraverso gran sangue si entrerà in terra lombarda? Lenta, ansiosa attesa. Quando giunse il tocco, ecco fu udito verso Buffalora lo scoppiettar dei fucili e lo squarcio del cannone. Mac-Mahon arrivava. Fu dato allora l’ordine di avanzare in coordinazione e in sostegno di Mac-Mahon. La esigua schiera mosse. Ed ecco, solidamente appostati e non sospettati e crescenti, circa venticinque mila Austriaci appaiono avvolgendo quell’eroico nerbo di granatieri e zuavi. Di contro il Naviglio, alle spalle il Ticino. Il cannone di Mac-Mahon d’improvviso si tace.[373]

[324]Questa fu la crisi della battaglia: queste, dalle 2 alle 4, le ore tragiche dell’Imperatore; del lento macello di quelle meravigliose schiere, assalenti e assalite. Perduta che fosse quella posizione (scrive il corrispondente del «Times», pag. 37) «non vi aveva più speranza di ricuperarla più tardi o il dì vegnente, perchè il nemico avrebbe in quel mezzo radunato tutte le sue forze; e quanto fosse disperata la situazione si chiarisce dal fatto che il generale Giulay, giunto in quel punto, annunziò per telegrafo la vittoria a Vienna». Più tardi, di mano in mano che le avanguardie del corpo di Canrobert apparivano, erano sospinte alla morte, con disperati richiami: affrettatevi, affrettatevi, rovesciate ogni ostacolo; vite umane gettatevi in quel braciere di morte, affinchè la fiamma non si spenga: la Guardia sta per essere schiacciata; la giornata è perduta.

Il generale Regnault manda all’Imperatore[374] che non può più resistere. Invii rinforzi.

«Non ho nessuno da mandargli, resista».

Resiste.

Accorre presso l’Imperatore l’aiutante di campo del generale Wimpffen: «Sire, il generale è oppresso non può più mantenersi».

«Si mantenga».

Un aiutante di campo del generale Picard arriva [325]e dice: «Il nemico aumenta, minaccia di girare la posizione».

«Chiuda il passaggio. Appena potrò, manderò rinforzi».

Le ore scorrevano lente, sanguinose. Sono le quattro quando arrivarono finalmente Niel e Canrobert. Era tempo!

Lo storico ufficiale della guerra, il Bazancourt, dice che il maresciallo Canrobert trovò l’Imperatore, laddove s’era tenuto tutta la giornata, nel centro della battaglia, tra il ponte di Buffalora e il Naviglio, sempre calmo, sempre impassibile, malgrado la gravità crescente della situazione.

Rimase in verità impassibile, ma d’una impassibilità che può chiamarsi, a scelta, sangue freddo o stupore per l’immenso pericolo, per l’impari lotta che un attimo avrebbe potuto mutare in irreparabile sconfitta. «Non era in lui — dice quell’implacabile critico che è il De La Gorge — nè mancanza di intelligenza, nè, sopratutto, debolezza d’animo: ma inesperienza di quella cosa terribile che si chiama la guerra».[375]

Certo, comunque fosse, egli si irrigidì nella resistenza. Che cosa sarebbe stato della Guardia se avesse piegato, con il Ticino alle spalle? Che sarebbe avvenuto di Mac-Mahon, tagliato fuori dall’esercito?

Episodi sublimi e terribili avvennero alla conquista di quel Naviglio, che fluisce con le verdi acque tranquille. Strana battaglia, vinta dai soldati [326]accorrenti alla morte nel nome di lui, immobile; al grido meraviglioso: Viva l’Imperatore! Strana battaglia in cui i generali combatterono come soldati: ultimi cavalieri di Francia! Cler, Espinasse, Mac-Mahon, Mellinet, Wimpffen combattenti fra i soldati come se la battaglia fosse stata una gioia suprema della vita. E la cieca morte passava e dove la sua mano raggiunse e sfiorò, al furore del meraviglioso impeto, sostituì ella la rigidezza pallida del suo sembiante.[376]

Ora tuona da Marcallo il cannone di Mac-Mahon. Dopo tre ore di combattimento s’era impadronito di Buffalora. Precipitano egli ed Espinasse combattendo sempre. Tramonta il sole. È lo steeple-chase orrendo di Mac-Mahon e di Espinasse: la corsa feroce al campanile di Magenta.

*

Era compiuta vittoria, o al domani la battaglia sarebbe stata ripresa?[377] I vivi s’addormentarono [327]presso i morti. In un umile albergo, al ponte di San Martino, un uomo vegliò. L’Imperatore. L’esercito arrivava infine; se ne udiva nella notte il lento incessante passaggio; il monotono urtarsi dei bariletti e dei bossoli della fanteria che raggiungeva i bivacchi.

*

Ricalcando i costumi del primo Impero, volle Napoleone, nella sua sosta in Magenta, premiare Mac-Mahon sul campo di battaglia; e nella più lunga sosta in Milano furono accoglienze deliranti, fra cui il Bazancourt ricorda lui, l’Imperatore, riconosciuto, fermato, baciati i fornimenti al cavallo, le donne uscenti affinchè benedicesse i figliuoli. «Per la prima volta io vidi commosse le misteriose, impenetrabili sembianze dell’Imperatore, il quale sarebbe stato più che uomo, se fosse rimasto in quel momento impassibile», scrive il corrispondente del «Times» (pag. 52). Fra i festeggiamenti fioriti vi fu anche una rappresentazione [328]di gala alla Scala, giacchè Tersicore e Polimnia rapidamente mancarono ai nostri fasti e nefasti. Potè intanto l’esercito austriaco, come se una voce di aspirazione lo richiamasse, ritrarsi, concentrarsi dalle Legazioni e dalle Marche lontane; e il villano che ronca su le Alpi, vide altri armati accorrere dal cuore dell’Impero e con essi l’Imperatore tedesco. Doloroso ricorre alla memoria il rimprovero di Carlo Cattaneo per la troppa dimora di Carlo Alberto in Milano del ’48, e la consigliata e mancata insurrezione delle campagne e dei borghi, onde Radetzky, minacciando con le forche, potè come serpe ferita, ricoverarsi fra le fortezze del Quadrilatero.

*

In mezzo a tanti contrasti con sè stesso, con gli uomini, con le cose, riprendeva Napoleone la faticosa avanzata. Varcata è l’Adda, l’Oglio, il Chiese; presso è il lago di Garda: ogni luogo ricorda il nome e la gloria del giovane conquistatore, che all’albeggiare della nuova età, per quivi passò fulminando. Il pallido erede che si innebriò di quel nome, è già verso il declinar della vita. Nel torrido estenuante estate, con le grevi aquile, per la meravigliata campagna, ricalca quell’orme.

Dove sono le meravigliose pingui terre che il giovane conquistatore avea sessantatrè anni prima additato al di là delle Alpi ai suoi guerrieri laceri e scalzi?

[329]Ora l’erede passa per terre, già depauperate dalle precedenti requisizioni del nemico; cattivo e scarso è il nutrimento dei suoi, che moriranno al grido: Viva l’Imperatore! Un male terribile che non si osa nominare, serpeggia già per le file: il tifo.[378]

Come più l’esercito procede, più il suolo si fa ardente sotto i piedi; come più il nemico dispare, più cresce il presentimento di una battaglia immensa. Ma del luogo e del modo non è alcuna certezza o notizia. Quel deliberato fuggire, abbandonando le difese e lasciando liberi i passi, induceva a pensare ad un piano di guerra lungamente maturato, quello cioè di attrarre i Francesi in luogo aperto, dove ogni disuguaglianza del suolo fosse nota e la cavalleria, bella e natural forza dell’Austria, potesse spiegare tutto l’impeto della sua virtù bellica. Si pensò al piano che si stende oltre Montechiari; quand’ecco giunse nuova che l’esercito nemico si era ritirato oltre il Chiese. Parve allora che il terreno fra il Chiese e il Mincio sarebbe stato il luogo prescelto dall’Austria per il gran duello; ma ecco giunse nuova che il nemico aveva valicato anche il Mincio: e ciò fu il dì 21 di giugno. Conveniva, dunque, [330]passare il Mincio e andare a cercare il nemico sotto la difesa di quei forti ove l’Austria, come feudataria delle antiche età, s’era asserragliata e munita dal tempo che divenne signora d’Italia? In tale stato d’incertezza, avanzava l’esercito alleato, la notte del 24 di giugno, chè per fruire del refrigerio della frescura notturna, aveva tolto i bivacchi, come di poche ore fu varcata la metà della notte. Esso formava come un grand’arco di cerchio che doveva, secondo lo stabilito cammino, avanzare verso il Mincio con le due ale estreme: l’esercito italico era l’ala estrema settentrionale. Esso, attraverso le alture di San Martino, si stabilirà a Pozzolengo. Il generale Niel, che forma l’ala estrema meridionale, si stabilirà a Guidizzolo. Così tutto il grand’arco d’uomini e d’armi è di concerto in moto.

Centro di quell’arco, con la sua Guardia, a Montechiari, sta l’Imperatore. Moverà ultimo e si stabilirà a Solferino. Sono le ore cinque del giorno: in quell’ora, nella chiesetta di Montechiari, si rendevano gli ultimi onori al generale De Cotte. Nella notte dal 22 al 23, mentre leggeva i dispacci dell’Imperatore, un colpo apoplettico lo aveva fulminato.

Ed ecco a Montechiari, a briglia sciolta, precipitare, sordidi di polvere due cavalieri. Sono i messi di Baraguay-d’Hilliers e di Mac-Mahon. Annunciano all’Imperatore che nella notte, la battaglia s’era impegnata fra le avanguardie; e come al sollevarsi delle nebbie mattutine si vedesse [331]il biancheggiare di grandi masse nemiche su le alture di contro. Avevano gli Austriaci rivalicato il Mincio?

Allora la strada che da Montechiari conduce a Castiglione, fu coperta da un nuvolo di polvere. Vetture, cavalli, cavalieri correvano disperatamente.

Castiglione è su di una altura; chiaro era il giorno ed anche allora, come a Magenta, all’Imperatore, dall’alto, si affacciò l’aurora flammea della battaglia, improvvisa, grandissima, certa. Molti del seguito esitavano a credere che il nemico in massa avesse ripassato il Mincio. Ma l’Imperatore non condivise un solo istante quest’illusione ostinata: No! — disse — è la battaglia.[379] Mal certa solo la vittoria, chè essi al piano, in ordine di cammino; quelli su le alture, in formidabile luogo, in numero immenso. L’esercito austriaco, per nuovo consiglio del maresciallo Hess, comandante supremo, aveva il 23, ad insaputa dei Francesi, rivalicato il Mincio, e in piena forza e numero, ripigliava l’offensiva, movendo verso il Chiese. Da quelle alture, onde a giorno fatto, dovevano muovere secondo il loro ordine di cammino, Francesco Giuseppe aveva additata la meta; una guglia marmorea che non si [332]vedeva, ancorchè appaia da lungi, dove la madre di Cristo sorride nella sua pace: Milano. Ma da quei colli non scesero. Inconsci gli uni degli altri, su quelle alture compirono i due eserciti l’abbraccio mostruoso come quello delle fiere orribili nella bolgia dantesca che si avvinghiano e si trasmutano in silenzioso spasimo, indi si separano. Alla sera, trasmutati anch’essi, si separeranno.

Ora, dunque, vide l’Imperatore dall’alto di Castiglione la grande battaglia: su tutti i colli di contro, da San Martino lontano presso il lago, sino a Cavriana, appariva l’esercito nemico: altro formidabile immenso arco, di «automi» forse, ma automi armati che conveniva spezzare, che fulminavano anch’essi la morte. Di faccia proprio all’Imperatore sorgeva Solferino e sopra Solferino erto su la densa folla nemica un torrione, che è denominato la spia d’Italia, come a dire che di lì tutta Italia si scopre e spia, ma sembra contenere in sè alcun senso di sinistro presagio.

Fulgide belve di guerra e di morte si compiace a distanza nei secoli di plasmare la natura, e vi spende tutti i suoi aromi più preziosi. Ora soltanto gli agognati emblemi possedeva Napoleone; ma dell’atroce ludibrio[380] onde Vittor Hugo e Giuseppe Mazzini lo avevano additato ai popoli, egli fece anche in quel giorno bella vendetta.

[333]Il miglior mezzo di assicurare la vittoria alle due ali estreme era di conquistare il centro. Questa fu l’idea semplice a cui si fermò l’Imperatore e da cui non deviò. La posizione di Solferino era la più difficile, ma una volta sfondato questo centro della loro difesa, gli Austriaci sarebbero stati costretti a ripiegarsi con le due ali estreme. Ora non soltanto la cosa, ma l’urgenza della cosa apparve manifesta all’Imperatore, il quale stabilitosi sull’altura del così detto monte Fenile, di fronte a Solferino, diresse la battaglia e parve come volesse emendare sè stesso a Magenta. Non esitò sino dalle prime ore del mattino a far entrare in battaglia le riserve della sua Guardia; e il colle dei Cipressi e il cimitero di Solferino ben sanno quale sforzo occorse perchè alle due ore del pomeriggio il tricolore di Francia sventolasse dall’alto della Spia d’Italia, erta fra il nembo delle cannonate e il nembo del cielo.

«In questa giornata — deve pur ammettere il De La Gorge — l’Imperatore fece buona figura e si espose molto decentemente per un capo di Stato, perchè egli era altrettanto valoroso che buono».[381]

Questo pronto e felice esito della battaglia centrale aiutò il Niel a sostenersi e vincere al piano, dove gli Austriaci fecero il maggior sforzo, [334]giacchè pare fosse loro intento aggirare da quel lato i Francesi e risospingerli poi al nord, verso il Garda. Che se il maresciallo Canrobert, meno ligio agli ordini ricevuti e fornito di più pronto intuito, fosse accorso con tutte le sue forze in sostegno del Niel, ben maggiore sarebbe stata la vittoria.[382]

Terza parte di questa campale battaglia fu quella combattuta dall’ala settentrionale e che da noi si considera come battaglia a parte: San Martino.

È una fra le pagine più belle del valore italico e il motto semplice del Re: «Fioi, venta piè San Martin, se no gli Aleman a lu fan fé a nui autri», ha un ben profondo significato, tanto se esso si consideri sotto l’aspetto militare, cioè che conveniva scacciare il nemico dalle formidabili alture occupate e impedire che scendesse al piano e aggirasse; quanto se al motto ci piace attribuire più largo e ideale senso, che conveniva col sangue pagare quelle terre lombarde, strappate all’Austria. E furono, in verità, generosamente pagate nei ripetuti assalti di tutto quel giorno, finchè al cadere di esso, ordinata l’azione in modo più simultaneo e più forte, potè l’altura di San Martino esser conquistata. Nè si deve dimenticare che l’esercito italico si trovava [335]in condizione di inferiorità, non solo per ciò che riguarda il luogo, ma anche rispetto al numero dei nemici.[383] Si può anzi dire che la necessità di pagare comunque generosamente col sangue nostro, apparve così grande, che la storia obliò quanto vi fu di sconnessione e di difetto di imperio[384] in quelle azioni di guerra.

*

La spia d’Italia doveva appartenere all’Italia e appartenne; e Cavriana, nella casa stessa dove al mattino innalzava il vessillo Francesco Giuseppe, accoglieva Napoleone. Vittorio Emanuele attraverso l’olocausto eroico di San Martino, era a Pozzolengo; e l’esercito austriaco, mutilato dall’orribile [336]strage, ripassava il Mincio. In Verona si rinchiudeva Francesco Giuseppe.

Ma che l’immenso sforzo della volontà debilitasse in Napoleone quei sostegni di fede in cui l’anima posa, può sospettarsi; con meraviglia soltanto di quelli i quali, per economia di sforzo mentale, vivono nell’opinione che l’uomo sia composto di un solo, esclusivo metallo morale.

Francia e Italia udranno il dì seguente la gran vittoria, ma il nuovo sole, purificato dalla tempesta, «rischiarerà uno fra i più orridi spettacoli di morte che all’imaginazione possa essere offerto».[385]

[339]
XIII.
Villafranca.
Era un’ora di notte del giorno 6 di luglio quando per le vie di Verona, sfarzosamente illuminate e folte di ufficiali, fu veduta passare con meraviglia una vettura chiusa; le cortine abbassate, impresse agli sportelli le armi imperiali di Francia. La scortava un drappello d’ulani. La curiosità e la meraviglia furono anche più vive tra gli ufficiali di servizio al quartiere di Francesco Giuseppe, quando, sostata quivi la vettura, fu visto scenderne un ufficiale francese, accompagnato dal suo aiutante di campo.

Era il primo scudiero di Napoleone, il giovane generale Fleury.[386] Era partito da Valeggio sull’ora del tramonto. In serpa montava un trombetta delle guide con bandiera parlamentare. Aveva incontrato gli avamposti austriaci a due miglia da Verona e con tutte quelle cautele che [340]sogliono usarsi in tempo di guerra, la vettura era stata fatta procedere verso Verona.

Accolto con segni di deferenza dallo stesso maresciallo Hess, fu dal conte di Grünne, gran scudiero, introdotto presso Francesco Giuseppe. L’Imperatore Napoleone, per lettera e per le parole del messo, domandava una tregua dell’armi, rivolgendosi ai sensi di pietà e di umanità dell’imperiale fratello austriaco. Meravigliò il giovane monarca dell’inattesa domanda, e pur compiacendosene, chiese tempo alla risposta sino al giorno seguente.

*

Come il sole del dì seguente apparve, esso vide tutto l’esercito di Francia e d’Italia, dal Garda oltre Valeggio, schierato per la battaglia, che l’Imperatore aveva annunciata.[387] Sono in teletta di morte: semplice giubba, gli zaini non contengono che biscotto e cartucce. Cavalca l’Imperatore. Monta il giorno ardente: le armi sembrano domandare il refrigerio del sangue. Monta il giorno [341]ardente, ma il nemico non appare. Sono le undici e mezzo. Sulla via che da Verona conduce a Valeggio appare, fra turbini di polvere, la vettura che riconduce il Fleury.

La tregua dell’armi è stata concessa: si nomineranno i generali che ne devono determinare il modo ed il tempo; ma intanto l’Imperatore austriaco ha chiesto, malleveria manifesta, che la flotta franco-sarda che sta per forzare i porti di Venezia, sospenda ogni operazione di guerra. Quella fantasmagoria dell’armi era stata ordinata o nella supposizione che la tregua venisse respinta o, più probabilmente, come astuzia per forzare il consiglio dell’Imperatore austriaco ad accettare l’armistizio? Certo quegli uomini che, preparati a morire, hanno l’ordine di rientrare nei bivacchi, porgono l’imagine dolorosa di un’acre mastuprazione di energie.

Ciò che mi sembra caratterizzare i fatti che, per ben comprendere, converrebbe esaminare assai più minutamente, è la fretta: una volontà che si è mutata e precipita pur d’arrivare alla fine. Il telegrafo da campo invia quel dì stesso un dispaccio all’Imperatrice reggente: «Una sospensione d’armi è convenuta tra l’imperatore d’Austria e me, ecc.».[388]

I commissari incaricati dell’armistizio si adunarono [342]la mattina dell’8 a Villafranca. Essi sono Vaillant, Hess, Della Rocca.[389]

Il convegno durò tre ore. Vi si ragionò anche dell’«affreux carnage» di Solferino; perchè sembra legge cavalleresca fra gente di guerra complimentarsi della reciproca strage, lodare le armi nemiche e la morte da esse inflitta. La tregua sarebbe durata sino al 16 agosto.

*

Ora Vittorio Emanuele si lamentava che da qualche giorno l’Imperatore era boutonà e non gli diceva più nulla: veramente il Re, anche fra le consuete barzellette allobroghe, di altre cose era seccato: del modo come procedeva l’assedio di Peschiera; dei cannoni d’assedio che non erano arrivati e chissà quando sarebbero arrivati; delle difficoltà di approntare nuovi reggimenti, dopo quell’eroico sacrificio di vite umane che fu San Martino: «non avrebbe più osato presentarsi all’imperatore, chè questi gli avrebbe certamente [343]rinfacciato che non siamo buoni a nulla; che non gli rimaneva da far altro che andare a riprendere la sua vita di campagnolo, ecc., ecc.».[390]

Ma in quel giorno stesso che dovette mandare La Rocca a trattar l’armistizio, il re «contenendo a gran pena lo sdegno» per quel procedere a sua insaputa, si recò dall’Imperatore, affinchè si sbottonasse: ma ciò non avvenne che a mezzo. L’Imperatore non nascose che sarebbe stato lieto di ridonare la pace all’Europa e risparmiare nuova effusione di sangue; ma che in tale caso i patti imposti all’Austria sarebbero stati «così duri» (e lo ripetè due volte) che il fine della guerra si sarebbe raggiunto lo stesso. Non accettando l’Austria tali patti, la tregua dava modo di approntare nuove forze: «intendeva aver presenti in campo 200 000 Francesi: provvedesse la Sardegna ad aver pronti 100 000 Italiani».

Sembra che il Re, pur «non essendo molto contento», di quella tregua, tuttavia per l’opinione di astutissimo che allora godeva Napoleone, si partisse persuaso delle ragioni addotte. In tale senso, tornato al suo quartiere di Monzambano, parlò ai generali, raccomandando di curare bene l’istruzione delle nuove leve, e al comandante dell’artiglieria «di creare e presto» batterie nuove. «Parlò franco e di buon umore»,[391] e in tale senso fu telegrafato al Cavour. In relazione a [344]questo dispaccio sta il seguente telegramma circolare del Cavour, la mattina del 9, ai commissari regi delle provincie insorte:[392] «Il Re nel partecipare l’armistizio puramente militare, raccomanda di aumentare l’esercito con energia e sollecitudine». Ma non si tratta che d’una semplice trasmissione di ordini: sul vespero del giorno stesso, in compagnia del Nigra, partiva pel campo e giungeva a Desenzano la mattina del 10. Dalle precedenti trattative di intervento pacifico della Prussia con l’Inghilterra e la Russia;[393] dai riferiti dispacci del «Monitore», sibillini per tutt’altra persona che non per lui; e, probabilmente, da informazioni più sollecite e più sicure che non quelle fornite dal La Marmora,[394] il quadro del sospetto era già formato; non rimaneva che a conoscerne i confini; e ciò fu il giorno dopo dell’arrivo a Desenzano, nel quale giorno il sacrificio fu consumato.

[345]
*

L’animo di Napoleone, girata per così dire appena la meta, precipita per la via opposta; e si ha l’impressione come di un’ansia di arrivare a far presto; far presto ad abbandonare quel suolo d’Italia che brucia, sì per le vampe estive, sì per alcun che di pauroso che più non può dominare. La ricerca angosciosa di una via d’uscita è quanto rimane. Dal giorno del convegno dei tre generali in avanti corrono lettere autografe fra i due Imperatori. Il principe di Assia venne al campo francese come negoziatore: ma non fu possibile l’intesa. Il giorno dieci Napoleone espresse il desiderio di trattare personalmente con Francesco Giuseppe. In conformità di questo desiderio, nella notte dal 10 all’11 giunse a Valeggio il principe di Hohenlohe per determinare il modo, il tempo, il luogo dell’incontro dei due Imperatori. È scelta Villafranca, a metà via tra i due quartieri generali: piccola tenuta per i sovrani e gli ufficiali, gran tenuta per le scorte; ore nove. Ma già prima dell’ora, un sollevarsi di polvere annuncia verso Villafranca la cavalcata di Napoleone. Precedeva di alcun poco lo squadrone delle sue cento guardie e delle bellissime guide. L’Imperatore Francesco Giuseppe non era ancora arrivato. Allora Napoleone spronò verso Verona. Ecco appare la cavalcata austriaca. Il giovane Imperatore, galoppava pur egli [346]alla testa dei suoi ulani e dei gendarmi di corte. Napoleone affrettò. Gli ufficiali d’ambe le parti sostarono. Dopo alcuni minuti fu ripresa la via di Villafranca. Quivi era stata approntata una stanza per il convegno. All’ingresso della casa stettero due appostamenti: l’uno delle cento guardie, l’altro dei gendarmi austriaci. Ciascun appostamento staccò una sentinella e fu comandata davanti alla stanza dove erano i due Imperatori. Le scorte sulla strada si ordinarono in battaglia. Gli ufficiali, scesi di sella, conversavano. Passò un’ora. Infine i due Imperatori uscirono. Consummatum erat. La notizia si diffonderà, essa giungerà sino ad una povera stanza in Londra, dove un grande esule attende.

E poi che i due Imperatori furono all’aperto, Francesco Giuseppe propose a Napoleone di passare in rassegna lo squadrone degli ulani; quindi cavalcarono davanti alle guide; gli uni e gli altri belli e impassibili istrumenti umani di morte.

Ardente era il giorno; ma l’Imperatore d’Austria non volle prima dare di volta che avesse fatto ricambio di cortesia accompagnando alquanto Napoleone su la via di Valeggio. Quindi, visibile segno di pace, fu stretta la destra.

Ben altre, ben altre parole, o buon figlio d’Ortensia, parole ruggenti come bufera scagliò il giovanetto agli imparruccati ciambellani del sacro Impero dell’Austria, in altra villa, in altro tempo, ai confini d’Italia. Egli era allora re più di tutti i re, egli era imperatore più di tutti gli [347]imperatori, egli era, in quel giorno, il popolo, era la rivoluzione. Poi l’assunto del popolo incoronò sè stesso e creò il suo diritto, fatto pur sempre di quell’iniqua forza che governa il mondo. Conviene — io lo so — che il popolo incoroni sè stesso imperatore veramente. Ma dove sono nati gli olivi pel nuovo crisma? Pur nell’Attica antica, lieta di olivi, nacque la satira di Aristofane!

*

Mezz’ora dopo Napoleone rientrava in Valeggio e subito mandava a chiamare il principe Napoleone per comunicargli il risultato del colloquio e inviarlo quindi in Verona a determinare per iscritto quei preliminari i quali a Villafranca erano stati affidati alla sola lealtà della memoria.

Quando il principe Napoleone arrivò, l’Imperatore era a colloquio con Vittorio Emanuele.

A questo punto è necessario soffermarci alquanto: il trattato di pace di Villafranca, come è noto anche per ciò che è scritto nei manuali scolastici, non ebbe effetto o, come è detto in quei manuali, rimase «lettera morta». Rimase però vivo, senza troppo modificarsi nella tradizione italiana, il giudizio sintetico che ne diede il Mazzini a colpo caldo, cioè il 20 luglio, nel suo scritto «La pace di Villafranca». Esso si riassume come un nuovo tradimento di Napoleone III verso l’Italia, e in quel patto con l’Austria, è additato il disegno di un nuovo maggior colpo di [348]Stato europeo, contro cui insorgeranno governi, popoli, l’esercito stesso francese che si stancherà «di far la parte di carnefice della libertà»,[395] Questo nel concetto in genere; e particolarmente per ciò che riguarda l’Italia, la Lombardia, la quale secondo il proclama dell’8 giugno, «doveva esprimere liberamente ogni voto legittimo, è data dall’usurpatore Austriaco all’usurpatore Francese; accettata, poi ceduta da lui, come feudo, al re Piemontese: il Popolo trattato come armento, il re siccome vassallo (anzi alcune linee sopra, è usata un’espressione così scultoria che meglio non si potrebbe: «il re lasciato da banda nella conferenza imperiale come un colonnelluccio d’esercito»), Venezia è per la seconda volta tradita, venduta, ecc.».[396]

A parte la tetra riconsacrazione di despota e tiranno; questa pace apparve — come vedremo — atto di tradimento, se non per l’intenzione, per il fatto, al Cavour; e il Re, in quel colloquio dell’11 a Valeggio, sentendo quei capitoli di pace, «tanto opposti a quelli che l’Imperatore gli aveva indicati (come probabili) l’8 luglio, non seppe frenare lo sdegno».[397]

Certo, non solo per la cosa, ma per il modo, la sua fierezza di Re dove aver sussultato. È lecito tuttavia supporre che in quel lungo colloquio Napoleone, in buona fede, lasciasse sperare condizioni migliori di quello che in realtà furono, [349]come vedremo fra poco. Questa cosa si dedurrebbe anche dalle parole scambiate per via fra il Re e il suo aiutante di campo. Disse il Re che la pace era conclusa e davano sino al Piave (?).

Disse l’aiutante: Non è tutto ciò che si aspettava e che ci avevano promesso: ma dacchè Napoleone non vuole più fare la guerra, e se ne va senza domandare nulla, bisogna accettare e fare i contenti. Poi domandò al Re se sapeva le ragioni di sì subitaneo cambiamento.

Il Re rispose: Non so altro che quanto l’Imperatore mi disse: che gli interessi della Francia non gli permettevano più di continuare la guerra; che tutta l’Europa s’armava e che anche le potenze, dalle quali aveva diritto di sperare, lo abbandonavano, e con ciò voleva alludere alla Russia.[398]

Alle due e mezzo arrivarono a Monzambano.

*

E qui non è possibile non ricordare le meravigliose parole di Mazzini al Re: «Sire! sire! Io non amai nè ammirai vostro padre; ma quando io lo vidi, dopo Novara, sdegnar la corona e incamminarsi volontario all’esilio, lo rispettai: ei non volle che un solo uomo in Italia potesse sospettarlo, in quel fatto, di tradimento». (È ciò [350]che in quel giorno stesso, come vedremo, disse il Cavour al Re). E il Mazzini prosegue: «La parte di re Vittorio era di dire al Bonaparte: Io non accetto la cessione insultante di terre che non sono vostre, ecc., e dire al Paese: ebbi 200 000 soldati da un alleato, al quale mi legò una falsa politica che io non avrei mai dovuto seguire, dacchè egli rappresenta il dispotismo, mentre noi rappresentiamo il diritto e la libertà. A questo alleato or giova abbandonarci. Noi non dobbiamo dolercene, però che la sacra Causa rimane a splendere per questo abbandono, in tutta la purezza del Giusto e del Vero. Ma io chiedo ai ventisei milioni che compongono la Nazione, 200 000 soldati. Se la Nazione li dà, vinceremo; dove no, io morrò, incontaminato di menzogna e di meschina ambizione, sul campo, insieme a quei che vorranno morire».[399] (Fatta eccezione della richiesta al paese dei 200 000 soldati, il cui numero solo i tecnici di cose militari possono dire se sarebbe stato sufficiente e i filosofi se sarebbe stato possibile ed effettuabile, è quello che fece il Cavour, ritornato semplice italiano; anzi offrendosi lui per primo a morire, come vedremo).

Il Re, invece, al finire del colloquio, dopo avere esclamato: Povera Italia!, «con quel sentimento giusto e misurato della situazione politica, che aveva mostrato, in molte e solenni [351]occasioni[400]» disse le storiche parole: «Qualunque sia la deliberazione della M. V., io serberò sempre la più viva gratitudine per ciò che ella ha fatto a vantaggio dell’indipendenza d’Italia, e la prego a credere che, in qualsiasi occasione, ella potrà far conto sulla mia fedeltà».[401]

Il commento che — dopo aver riportato queste parole — ricama il De La Gorge[402] è troppo interessante per tralasciarlo: «Questo Re — egli dice — di solito così brusco, così assorto nei piaceri, così intollerante di ogni soggezione, era a volte scaltrito come il più furbo dei contadini piemontesi. Egli ebbe in questa circostanza una inspirazione che avrebbe fatto onore al più abile diplomatico e al più fine leguleio normanno. Costretto ad accettare i fatti compiuti, si prese cura di stipulare subito a suo profitto ciò che si dice la libertà d’azione. Con tale pensiero fece dire all’Imperatore dal Lamarmora che avrebbe firmato i preliminari di pace, ma domandava di firmarli con riserva: approvo per ciò che mi riguarda. Il che voleva dire che si riservava i diritti su Modena, Toscana, Parma, Romagna. Li riservò tanto i suoi diritti che [352]in un prossimo domani raggrupperà tutti questi popoli sotto il suo scettro».

A parte la malignità delle espressioni, la clausola restrittiva fu apposta il dì seguente; e il colloquio di quella notte fra il Re ed il Cavour, deve pur avere influito.[403] Che il Re, poi, in quella protesta di gratitudine fosse sincero, dimostrò nel 1870.

*

Tutte queste cose sono note: invece mal note e obliate sono altre cose che pure è necessario conoscere, cioè come i capitoli della pace di Villafranca, quali vennero conclusi per iscritto in quel dì stesso in Verona, riuscissero più restrittivi di quello che Napoleone III aveva annunciato a Vittorio Emanuele: lievi emendamenti, se pare, ma tali che avrebbero avuto un esiziale effetto se quel trattato di pace fosse stato eseguito.

A due ore e mezzo di quel pomeriggio una carrozza, tirata da quattro cavalli da posta, trasportava il principe Napoleone in Verona, sottoponendo alla discussione e alla firma di Francesco Giuseppe i vari paragrafi della pace, come Napoleone li avea scritti. La discussione, incominciata verso le cinque, durò sino a notte fatta, e bisogna ben credere che la deliberazione di troncare la guerra si presentasse irremovibile [353]come un freno, e così potente da inchiodare — per così dire — il pensiero; almeno per quel breve lasso di tempo, se valse a fare accettare tali patti, dopo tanto sangue versato. Di sostanziale in quei paragrafi di pace non v’è che una cosa: cioè la cessione della Lombardia, ma non tutta, ma esclusi i forti, cioè limitatamente al terreno conquistato col sangue. Peschiera non può essere ceduta: «se l’esercito alleato si fosse impadronito di Peschiera, vedrei bene che l’Imperatore Napoleone mi domandasse di conservar quella piazza, ma le mie truppe trovansi ancora in quella fortezza». Così avrebbe detto Francesco Giuseppe.[404] Cede la Lombardia perchè «tradito dalle armi»; e di questa cessione conviene tener conto, perchè «voi non conoscete abbastanza il valore del sacrificio che io faccio, cedendo una delle mie più belle provincie».[405] Non solo; ma la forma stessa della cessione deve essere modificata. Napoleone aveva scritto: «L’Imperatore d’Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all’Imperatore dei Francesi, il quale, secondando i voti delle popolazioni, li trasmette al Re di Sardegna».

Il testo invece ufficiale suona: «L’Empereur d’Autriche cède à l’Empereur des Français ses [354]droits sur la Lombardie, à l’exception des forteresses de Mantoue et de Peschiera. L’Empereur des Français remettra les territoires cédés au Roi de Sardaigne», cioè l’espressione «secondando i voti delle popolazioni» («i popoli trattati come armento» del Mazzini) non può essere accolta. «Questo voto — avrebbe detto Francesco Giuseppe — io chiamo diritto rivoluzionario. Adoperate queste parole nel vostro trattato col Re di Sardegna e nei proclami che fate alle popolazioni italiane, io non mi oppongo, ma comprenderete bene che io, Imperatore d’Austria, non posso adattarmivi».

L’Ollivier, nel suo racconto, rafforza anzi le tinte: Francesco Giuseppe, piuttosto che cedere direttamente la Lombardia al Re di Sardegna, era pronto ad esporsi a tutte le conseguenze della continuazione della guerra.

Era per lui questione di onore.[406]

E tutto il resto è vago o aleatorio.

Ma se non è un errore di deduzione, nel colloquio stesso del mattino, il vincitore di Solferino era stato vinto, cioè, in uno dei punti capitali, dove egli — forse — sperava di ottenere vittoria; e verosimilmente a questo alludevano i patti «così duri» che egli intendeva strappare all’Austria, cioè Venezia. Non certo Venezia congiunta al regno di Vittorio Emanuele, ma Venezia staccata dall’Impero d’Austria e costituita in condizione indipendente sotto un arciduca austriaco, federato [355]agli altri Stati d’Italia. Una di quelle misure intermedie da accontentare tutti, amici e nemici, che formano un lato ben caratteristico della fisonomia morale e della politica di Napoleone. Meschino ed illogico provvedimento diciamo noi, ed a ragione: o dentro o fuori. Ma anche questo spediente di conciliazione e non indecoroso per l’Austria, fallì, nè poteva essere altrimenti. O dentro o fuori. Francesco Giuseppe era dentro; e bisognava uccidere altri venti o quaranta mila «automi», perchè andasse fuori. Su questo punto, se Napoleone volle pur discutere a Villafranca, Francesco Giuseppe avrebbe fatto capire che era inutile cominciare il colloquio. Di tale intenzione di Napoleone non mancano documenti. Per mezzo dell’amico Persigny cercò anteriormente di indurre lord Palmerston[407] a farsi mediatore di pace in tale senso: ma quel ministro liberale inglese non volle assumersi la paternità di una pace conclusa in termini offensivi per i patriotti italiani, e che insieme avrebbe creato, pur supponendo che l’Austria la avesse accettata, nuova e più viva materia di contrasti e di guerra.[408] Il progetto partiva dal Persigny; [356]ma, scrive il Chiala, che al ministro inglese non occorse troppo acume per capire che quella proposta era figlia naturale della mente «fantastica» dell’Imperatore.

Il ministro liberale inglese aveva pienamente ragione, e l’Italia da questo momento della sua storia deve elencare, tra le sue fortune, il favore dell’Inghilterra, sempre più palese e maggiore. Il vento è mutato: infatti al ministero conservatore Derby è subentrato il ministero liberale Palmerston. Tuttavia è singolare come l’acquazzone di Solferino abbia fatto germogliare come fungo la simpatia degli uomini di Stato inglesi. Essi, che prima tanto temevano l’aumento della potenza di Francia nel Mediterraneo, ora trovano molto utile, poichè il tenebroso Imperatore arrestandosi a Villafranca, arrestò le paurose tenebre della sua politica, favorire «quest’umile Italia», che in quel mare interno — revocato poi dal Lesseps all’antica importanza — si specchia e si bagna.

Oh, il nuovo ammirabile amore!

Un uomo riconosciuto fantastico, non appare più molto temibile.

La critica e l’opposizione successive a dare effetto al trattato di Villafranca sono dovute in grandissima parte all’Inghilterra; la quale con discorsi e scritti e opere diplomatiche così attrasse la riconoscenza italiana, che questa non potè a meno di farsi più lieve per ciò che riguarda il sangue versato a Solferino ed a Magenta. [357]Ma queste cose, per quanto interessanti, non possono avere qui luogo, e meglio è riprendere il racconto.

Nell’epistolario del Mérimée al Panizzi (12 luglio, pag. CCVI) è detto che il principe Napoleone aveva telegrafato ai suoi amici in Parigi che quello di costituire la Venezia in istato indipendente sotto un arciduca d’Austria era il fermo proposito dell’Imperatore. E secondo il dispaccio di Ubaldino Peruzzi al Ricasoli (Parigi 16 ottobre 1859) l’Imperatore, a lui, che con altri delegati toscani presentava i voti di quel popolo per la annessione, avrebbe detto di avere chiesto all’Imperatore d’Austria di rendere Venezia indipendente sotto un arciduca sovrano, ma che Francesco Giuseppe non vi acconsentì.

Più grave ancora, se vero, ciò che riferisce Th. Martin,[409] cioè che l’Imperatore, tornato in Parigi, avrebbe in quel luglio detto al principe di Metternich, nuovo ambasciatore d’Austria, a proposito del colloquio di Villafranca: «Io avevo ben motivo di temere il colloquio con l’Imperatore, vostro sovrano, perchè io ero ben certo che mi avrebbe soggiogato».

In fatti nel colloquio fra il principe Napoleone e Francesco Giuseppe, della Venezia non si discute nemmeno e il paragrafo è approvato come è: «La Venezia fa parte della Confederazione italiana, benchè rimanga sotto lo scettro dell’Imperatore d’Austria».

[358]Il risultato di quella sanguinosa guerra si risolve in un «benchè».

È cosa ben assurda e pietosa: essa rimane fissa nel cuore generoso di Napoleone come una punta arrugginita. Se ne accorse dopo del dolore, e lo palesa davanti alla Francia ed al mondo in una maniera, io non so, se più pietosa od ingenua: «Credete voi che poca pena non m’abbia costato cancellare pubblicamente dal mio programma il territorio che dal Mincio si estende all’Adriatico?»[410]

E poi su questo chiodo per sei anni si sentirà far leva: Signore onnipotente, invitto sostenitore del diritto dei popoli, dateci Venezia! E Venezia fu l’altra palla di piombo che Napoleone con Villafranca si legò al piede.

L’altra — più antica — si chiamava Roma!

*

Ma non è tutto: lo scopo precipuo della guerra, cioè distruggere il diritto dell’intervento austriaco nelle cose d’Italia, non fu raggiunto. Ben si può dire che il sangue di Solferino, San Martino e Magenta lo ha irrimediabilmente corroso quell’iniquo diritto, che la diplomazia lo scancellerà [359]più tardi. Ma allora, no. Il quinto paragrafo dice: «Il gran duca di Toscana e il duca di Modena rientrano nei loro Stati»; ma in origine, come scrisse Napoleone, diceva: «I due sovrani faranno tutti i loro sforzi, «senza però ricorrere alle armi», affinchè i duchi di Toscana e di Modena ritornino nei loro Stati». Ma quell’inciso «senza però ricorrere alle armi», Francesco Giuseppe non l’ha voluto, e fu tolto. Fu tolto perchè egli può fare «dei sacrifici personali», può cedere quanto a Parma perchè quella duchessa è una Borbone, non un Absburgo; ma abbandonare parenti ed alleati fedeli, che sono ricoverati nel suo campo; che domandano protezione all’aquila imperiale d’Austria; ma implicitamente incoraggiare la rivoluzione, dandole la certezza che non sarebbe stata impedita, significava togliere a quei duchi la forza morale di ricuperare il trono. No certo! Pare che Francesco Giuseppe ritenesse Francesco V d’Este fornito di armi italiane fedeli e bastevoli per ricuperare Modena; e quanto a Leopoldo II, non dubitasse che le popolazioni toscane, cessata, per virtù del trattato di pace, la pressione del Piemonte, avrebbero richiamato, come fu del ’49, il loro legittimo e «paterno» sovrano. Che tale pensiero di facili restaurazioni ducali e granducali nutrisse anche Napoleone, non è improbabile; che lo desiderasse, anche, in quel giorno come vendetta del vedere a lui tolta Toscana (se pure ci fece serio conto), può anche sospettarsi: ma il fatto reale che quattro giorni [360]dopo quell’11 luglio consiglia a Cavour di impedire le restaurazioni nei ducati; e che cedè poi sui ducati, non solo e più tardi sul resto, contro il desiderio della Francia, dovrebbe avere alcuna eloquenza persuasiva.

Racconta Nicomede Bianchi che a Francesco Giuseppe nel firmare, gli occhi si colmarono di lagrime e dicesse: «Possiate, mio caro principe, non trovarvi mai nella necessità di cedere una delle vostre più belle provincie».[411]

Era dunque assai cara questa terra lombarda all’Austria!

*

Fu alla sera che il Re, ritornato ancora a Valleggio, per invito dell’Imperatore, ad attendere l’arrivo del principe da Verona, conobbe il testo preciso di quei preliminari di pace.

La fiera e nota minaccia del Re di proseguire, in tale caso, la guerra da solo, deve essere stata espressa in questo secondo colloquio, ben altrimenti procelloso di quello del giorno.

Alla quale minaccia l’Imperatore rispose: «A scelta vostra, ma in vece di un solo nemico, voi potreste trovarne due».[412]

[361]Quando uscì, il Re era rosso in faccia e aveva gli occhi più fuori del solito. Salutò l’Imperatore che l’accompagnava, cavò il berretto al seguito, montò a cavallo, e uscito dal paese, disse all’aiutante:

Siamo rovinati!

Maestà, in che modo?

Non ci vogliono nemmeno dare ciò che ci davano nel ’48. Aggiunse anche lui (notevoli parole!): Napoleone s’è lasciato intenerire dal giovane Imperatore.[413]

Giunsero a Monzambano. Cavour aspettava il Re a villa Melchiorri.

*

Tempestosi, lunghi colloqui erano avvenuti il giorno prima tra lui ed il Re, tra lui e il principe Napoleone.

Sa lei che cosa vorrebbe Cavour? — aveva detto il Re al suo Della Rocca, — Vorrebbe che io continuassi da solo la guerra. Io sono furioso quanto lui per questa pace; ma non perdo la bussola, non perdo la ragione.

E al principe Napoleone che ripeteva a sazietà certe ragioni della pace, Cavour aveva detto: Ah, monsignore, quando si vuole annegare il suo cane, si dice che è arrabbiato!

Con una sola persona Cavour non potè parlare: con l’Imperatore.

[362]«Parlare nelle condizioni presenti non poteva essere di alcuna utilità. Il conte vorrà muovermi dei rimproveri; io ne ho da muovere a lui, e sarà senza pro’ giacchè ora tutto è finito. Lo rivedrò volentieri a Milano, a patto che non mi parli del passato».[414] Il che significa: i patti di Plombières da me non furono potuti osservare, da voi non furono voluti osservare. E va bene! Cavour non gli parlerà più, ma il suo pensiero gli arriverà lo stesso, e il passato sarà semente da cui germoglierà l’avvenire.

E quello che andava ripetendo il fido Conneau all’aiutante del Re: L’Imperatore è malcontento di Cavour; ha agito male, molto male con lui. Fomenta i movimenti della Romagna e compromette l’Imperatore.[415]

E il giorno 12 al Lamarmora, che reca la nota clausola, Napoleone dice: «So che il conte di Cavour è irritatissimo. Comprendo, scuso questo stato dell’animo suo, profondamente angustiato nel veder troncati i suoi disegni politici. Il pensiero della compiuta indipendenza d’Italia mi fu sempre caro, ma per tentare di colorirlo, io non potevo arrischiare di compromettere interessi maggiori. Io sono convinto che, con l’attuale organamento delle sue forze militari, la Francia è nell’impossibilità di sostenere una doppia guerra sul Reno e sull’Adige».[416]

[363]Quest’uomo che sfugge alle strette di un colloquio formidabile prima di firmare la pace, che poi presenta quasi delle scuse, offre un fenomeno dei più interessanti.

Non vuole udire Cavour? Udrà lo stesso la sua parola.

In quale stato, poi, di irritazione fosse il Cavour dal suo primo scendere a Desenzano, è detto dall’Arrivabene in una ben nota corrispondenza ad un giornale inglese. L’abituale sorriso, le sue maniere cortesi erano scomparse. Dopo un primo colloquio col Re, il giorno 10, così è descritto:

«La esasperazione del Cavour faceva pietà in tutti gli astanti. Il suo volto era rosso come una bragia; e il suo portamento così semplice e naturale per ordinario, tradiva coi gesti violenti l’indignazione che gli toglieva ogni dominio di sè stesso». E poichè uscì di casa Melchiorri, si stette addossato alla muraglia d’una meschina farmacia…. Esclamazioni di sdegno prorompevano dalle sue labbra frementi, e lampi di collera passavano ad ogni tratto sul suo volto abbronzato dal sole. Spettacolo singolare e terribile!»[417]

*

Dunque egli, in quella notte, attendeva il Re. Ora egli avrebbe conosciuto il testo preciso di quei preliminari di pace.

[364]Era verso la mezzanotte. Il Re fece introdurre il Cavour nel suo gabinetto insieme col Nigra.

Il Re comandò al Nigra[418] di dare la copia dei preliminari a Cavour. Questi cominciò a leggerla in silenzio. Ma non terminò la lettura. Gettò lo scritto sulla tavola. E qui ebbe luogo una scena commovente.

A questo punto il Chiala[419] mette una serie di puntini al diario da cui toglie e rimanda in nota ad uno scritto di Isacco Artom, che afferma che poche scene di Shakespeare potrebbero essere paragonate a quel colloquio. Cavour avrebbe parlato come Mazzini: Sire, a che serbare il trono subalpino? che giova anche l’annessione della Lombardia, se l’Italia intera continua a rimanere sotto la supremazia politica e militare dell’Austria? Come lasciare Napoli e la Sicilia ai Borboni, l’Emilia, la Toscana, la Romagna oscillanti tra la formazione di effimere republiche e il ritorno dei loro antichi governanti? Anzichè piegare il capo ai nuovi patti, Vostra Maestà ascolti la voce del suo cuore. Ritenti la lotta colle sole sue forze, e se la sorte ci è di nuovo avversa, si ritiri piuttosto in Sardegna, vada ramingo in Italia ed in Europa. Sappiano gli Italiani che la vostra dinastia non ha ormai altro avvenire, altre speranze che l’avvenire e le speranze d’Italia.

[365]Colloquio tragico; senza dubbio; ma anche di altra natura.

Certo questo servitore del suo Re parlò al suo Re in modo ben nuovo.

Il caldo era atroce; il Re era in maniche di camicia e fumava nervosamente: anche il linguaggio dev’essere stato in maniche di camicia, benchè su le frasi speciali non vi sia molta sicurezza. Vittorio Emanuele, secondo il suo temperamento, cercava di calmarlo. Abdicare? A questo ci voleva pensar lui, che era il Re. «Il Re? Il vero Re sono io!» «Lei? Chiel a l’è ‘l Re? Chiel a l’è un birichin».[420] Sarebbe stata la ripetizione dell’epiteto significativo, adoperato già dal Balbo.

Il carattere del Re è reso tipicamente dalla frase che è riferita dal Nigra: Nigra, ca lo mena a durmì. Il Cavour stava, infatti, per perdere i sonni una seconda volta. La espressione del Re viene a dire: Voi in questo momento sragionate. Questa politica — i giuochi dei bussolotti dell’Azeglio — me la avete fatta fare voi, mio caro; io vi ho accontentato per tanto tempo e adesso vi lamentate perchè il giuoco non è riuscito proprio bene? Ma a questo mondo non si può ottenere sempre ciò che si desidera. Io prendo quel poco di bene che c’è, e lascio voi a fare gli eroi.

[366]
*

Le parole del Re, al mattino seguente, al generale Solaroli corrispondono a quanto qui è detto, in modo preciso. Disse: Cavour si è portato assai male con me: fu quasi insolente. Ma lo compatisco perchè è già qualche tempo che gli gira la testa…. Sissignore, è proprio così come gliela dico; io ho avuto il torto di averlo troppo ascoltato, ma troverò ancora degli amici.

Solaroli rispose: Maestà ne troverà molti.

Il Re lo guardò fisso, e poi disse: Lei ci crede? Ma caro lei, i re sono fatti per non averne nessuno e non mai sentire la verità, e per quanti beneficî facciano, non trovano che ingratitudine.[421]

*

Si domandano le cause di Villafranca; ma esse sono nel contrasto e nella natura delle cose esposte. Le stesse solenni dichiarazioni,[422] fatte dall’Imperatore in Parigi, davanti ai grandi Consigli dello Stato, il 19 luglio, confermano queste cause preesistenti alla guerra e che erano state su tutti i tuoni segnalate da un anno alla sua attenzione. E bisogna supporre che la sua [367]reputazione di astutissimo fosse ben consolidata, se così ingenue ed aperte dichiarazioni poterono essere proferite senza timore di scadere nell’opinione della sua autorità. La minaccia dell’intervento armato della Prussia (più o meno reale secondo che altri pensa) e le condizioni dell’esercito francese, inadatte a sostenere quella doppia guerra, erano fatti conosciuti anche prima. Quanto poi alla possibilità di una terza vittoria, bisognerebbe essere tecnici di cose di guerra per esprimere un giudizio non avventato. A Magenta ed a Solferino i generali dell’Austria commisero certo molti errori, e vinsero i Francesi che ne commisero meno e spiegarono più valore; ma non era assicurato che la serie degli errori austriaci sarebbe proseguita in proporzione crescente, tanto più che l’esercito di quella nazione era suscettibile di aumento: quello franco-italiano non di troppo. È vero che diffusa correva fra noi l’opinione della prossima finis Austriae; ma non solo i fatti posteriori hanno dimostrato erroneo tale giudizio; ma, cosa che allora avrebbe fatto inorridire, molti patriotti italiani, pur forzando l’acerbità delle recenti memorie, si fecero poi alleati dell’Austria, per temenza di un’altra Austria maggiore. A queste considerazioni conviene aggiungere un altro fatto — già ripetutamente notato — di cui l’Imperatore era stato premonito, cioè che per lui il vincere sempre era condizione, non solo del buon fine nella guerra d’Italia, ma della stabilità stessa della corona imperiale.

[368]Il De La Gorge, in pochi periodi, in cui è difficile essere più freddamente crudele, sintetizza così: «Dopo Solferino l’Imperatore capì due cose per nulla nuove, che avrebbe potuto leggere nei libri: cioè che una coalizione costituiva un doloroso imbarazzo, e che un campo di battaglia era cosa orribile a contemplare. Dopo ciò fece ogni sorta di riflessioni giudiziose, che tre mesi prima sarebbero state meravigliose. Un giorno, non reggendo più, con quella semplicità cordiale e graziosa che lo faceva amare malgrado i suoi difetti, andò a trovare l’Imperatore d’Austria e si stupì con lui di tanto sangue versato, gli strinse la mano, lo abbracciò anche, e in un’ora concluse in fretta una pace, che non terminava nulla, fuorchè la carneficina. Poi tornò in Francia in fretta e furia, chiudendo quasi gli occhi per non vedere tutto ciò che lasciava in Italia di passioni e di speranze, difficili a contenere, pericolose a soddisfare».[423]

Ma a parte la terribile ironia, ben spiegabile in un francese, il De La Gorge non può negare il cerchio di ferro in cui si era venuto a trovare Napoleone dopo Solferino.

La Prussia, lieta in segreto delle sconfitte austriache, ma inquieta delle vittorie francesi, ondeggiava incerta tra la gelosia soddisfatta e la paura che s’era desta. Disposta a trarre il maggior vantaggio dalle disfatte dell’Austria, poichè Francesco Giuseppe fece sapere che era impotente [369]a difendere le frontiere della federazione germanica dal lato d’Italia, assunse attitudine minacciosa. «Se passate il Mincio — telegrafava il 22 giugno l’Imperatrice Eugenia — la coalizione si pronuncerà contro di voi. La Prussia già mobilizza i suoi corpi d’esercito e sul Reno siamo deboli»; e il ministro Randon nelle sue memorie nota: «Quando 120 000 uomini partirono per l’Italia, si trovò che non ne rimaneva abbastanza per prendere l’offensiva sul Reno».[424] Lo Czar, in fine, insospettito dei moti popolari d’Italia, dei maneggi segreti di Napoleone coi primari fuorusciti magiari e polacchi, desto — come dicemmo — al sospetto che quella politica rivoluzionaria dell’Imperatore avrebbe sconvolto l’Europa, e la Polonia avrebbe imitato l’Italia, si raffreddò d’un tratto e fece sapere che con le armi non avrebbe certo impedito l’intervento prussiano.

Napoleone il Grande avrebbe, forse, potuto rompere quel cerchio di ferro. Ma Vittor Hugo stesso ci informa che occorrono mille anni a generare simili umani prodigi. E poi? Lo stesso Giulio Cesare, fatto il ponte famoso sul Reno, tornò bellamente indietro alle tetre minacce degli Svevi.

Napoleone III non trovò altra soluzione che intendersi direttamente con Francesco Giuseppe, e sfuggire così, l’uno e l’altro, ai troppo interessati intermediari della pace. Fece quel che [370]potè e fece anche capire l’intima debolezza del suo meraviglioso sogno.

Da allora in poi la Colonna[425] splenderà come un faro che manda gli ultimi guizzi.

*

La causa di Villafranca vuol essere ricercata anche nell’errore mentale di Napoleone, pel quale fu indotto a credere alla possibilità di farsi egli promotore e moderatore di un vasto moto rivoluzionario europeo: ma senza quell’errore iniziale, probabilmente non avrebbe nemmeno intrapresa la guerra: forse anche le memorie giovanili del ’31 lo indussero a credere in uno stato d’anima nel popolo italiano alquanto diverso dal vero, come delicato cenno è nelle parole dette al Cavour, prima di lasciare l’Italia: «Per prendere Verona, ci volevano 300 000 uomini ed io non li avevo». È vero che Mazzini aveva detto agli Italiani che il loro concorso alla guerra bisognava che fosse così grande che l’aiuto di Francia dovesse parere semplice legione; ma ciò non era avvenuto. Gran delusione fu Villafranca per gli Italiani; ma gran delusione fu Villafranca anche per Napoleone.

Il Mazzini comincia il suo scritto su Villafranca con le parole: «La delusione è scesa più rapida che noi stessi credevamo». Anzi a noi sembra da additare la tenacia con cui egli persistette [371]sino a Solferino, e si può dire che sino al tre luglio — giorno in cui avvenne un colloquio fra lui ed il Kossuth, stabilendo il programma di una insurrezione magiara, il grande sogno non è abbandonato.[426] I puntelli dell’illusione sono quasi tutti caduti, ma l’uomo resiste ancora. La venuta al campo in quel giorno stesso del principe Napoleone dalla Toscana, probabilmente fece cadere gli ultimi sostegni, e allora la nave della volontà cominciò a scivolare, quindi a precipitare in senso opposto sinchè fu varata.

Un intemperante di pensiero, e un ardito paradossale era il Principe, alla cui inspirazione ed informazioni opina il Chiala sia dovuta quella serie di notizie denigratorie sulla partecipazione degli Italiani alla guerra che si leggono nelle lettere del Merimée al Panizzi e che, prescindendo da ciò che è meschino fatto di cronaca o calunnia, può essere riassunta in queste parole di quelle lettere: «l’aristocrazia, è vero, ha mostrato della devozione, del patriottismo, ma è un [372]infinitamente piccolo», affermazione che, tranne l’assoluto, e l’erroneo senso dato alla parola «aristocrazia», non può meravigliare se non chi si rifiuti a rendersi conto di quest’ovvia verità, cioè che la rivoluzione italiana fu specialmente dovuta all’eroica resistenza di una minoranza intellettuale;[427] e se il popolo seguì, fu per naturale generosità e anche in grazia della stolta nequizia austriaca che spinse sino un Papa, almeno per ventiquattro ore, a farsi patriotta e italiano.

In una lettera del principe Napoleone al Buoncompagni, del 9 giugno, è detto: «Dalla Toscana non ha potuto condurre più di quattro o cinque mila uomini. È per questo bel risultato che la Toscana s’è sollevata al grido: Viva la guerra?»[428] Questo ed altro deve avere esposto il Principe a Napoleone.

Ma se il principe Napoleone si illuse che i Toscani dovessero preferire lui, questo obeso di corpo e acerbo di spirito, a Leopoldo II, che disprezzavano, ma non odiavano — come bene gli spiegò il Cavour — , fece errato calcolo. E per [373]ciò che riguarda questa rimproverata scarsa partecipazione alla guerra, conviene dire che i Toscani amavano bensì, non meno degli altri Italiani, la libertà della patria comune, ma amavano moltissimo anche la loro autonomia e tanti piccoli materiali vantaggi la cui perdita rimase consegnata al famoso motto, toscano appunto: «Si stava meglio quando si stava peggio!» La Lombardia specialmente fece notevolissimi sacrifici; ma le campagne erano, e non potevano non essere inerti. Presumere nelle così dette masse un moto unanime e formidabile di rivolta (come oggi potrebbe accadere per ragioni economiche e di lotta di classe), per una causa ideale ed aristocratica, quale la causa della nazionalità, significava aver perso il senso etnico e storico; e in questo errore caddero tanto il Mazzini quanto Napoleone III.

Si aggiungano a queste cause maggiori i dissensi o malintesi con Vittorio Emanuele per ciò che riguardava l’apparecchio dell’armi,[429] il malcontento di Vaillant, di Fleury;[430] gli avvertimenti gravi sul fumar dell’ira clericale in Francia (fumava a belle spire anche fra noi!); l’abbattimento [374]fisico, fors’anche, susseguito a così grande tensione di forze, ed aumentato dalle vampe, non solo di un estate torrido, ma da quelle della rivoluzione che s’illuse di potere sfrenare e infrenare a suo modo, e già lo lambivano dolorosamente. Tutte queste cause secondarie possono spiegare, io non dico la deliberazione della pace, che è data da quelle prime cause, ma quel non so che di convulso, di affrettato, di iroso che è nel terminare la guerra e lasciare l’Italia.

Minori cose queste ultime, ma a Napoleone — come spesso avviene ai teorici ed agli idealisti — divenendo pratico per un istante, le piccole cose ingrandivano al di là della loro giusta proporzione.

*

Il Cavour ripartì da Desenzano per Torino il giorno 12. Ebbe ancora un colloquio col principe Napoleone.

Il Chiala dice che quest’ultimo colloquio fu tempestosissimo. E c’è ben da crederlo quando seppe definitivamente a quali miserevoli patti era stata conclusa la pace. Il pensiero di tradimento gli si deve essere affacciato netto, terribile. In correlazione a questo «tempestosissimo» colloquio è la lettera del Cavour al principe Napoleone, in data 25 gennaio, quando, pochi mesi dopo, sotto l’impulso della necessità, fu compiuto quel moto annessionista in pro’ della monarchia [375]sabauda, soluzione inattesa di quella crisi tragica e pietosa insieme di Villafranca. In quella lettera cortigianescamente ricredendosi, scrive il Cavour: «Monsignore, dal tempo del mio ultimo colloquio con Vostra Altezza, quanti grandi avvenimenti! Quanti germi contenuti nel trattato di Villafranca, si sono sviluppati in maniera meravigliosa! Sia benedetta la pace di Villafranca».[431]

*

Ritornato in Torino, altri lo descrive «pallido, invecchiato in tre giorni di parecchi anni»; altri, «immerso in tal profondo dolore da far pietà». Perdette veramente il dominio di sè? Io non so. Io so che gran sventura sarebbe stato se egli si fosse comportato moderatamente e non avesse perduto il dominio di sè.

*

Dunque l’Imperatore non volle dare udienza? Saprà lo stesso il suo pensiero. Vi sarà chi glielo riferirà.

Il giorno 15 a Torino presente Pietri, l’anima fedele di Napoleone; presente il Kossuth, parlò parole terribili (è il Kossuth che le riferisce), parole che sa, che vuole che siano riferite, perchè parlare davanti a ce monsieur è come parlare [376]davanti al suo Imperatore. «Questa pace non si farà, questo trattato non si eseguirà. La confederazione! Imaginare il Re del Piemonte in questa società grottesca, col Papa presidente, l’Austria a destra e ai fianchi quattro satelliti austriaci. Mi faccio rivoluzionario. Prendo a braccetto Mazzini e divento cospiratore anch’io, divento rivoluzionario. Ma questo trattato non si eseguirà. No, mille volte no! mai, mai! L’Imperatore se ne va? Buon viaggio. Noi, cioè io e voi, Kossuth, rimaniamo, vero? Per Dio, che noi non ci fermeremo a mezza strada». E si batteva furente il petto, e Pietri teneva reclinato il capo.[432]

*

Non parla più all’Imperatore: si accontenta di commiserare le sorti d’Italia. Assiste all’arrivo dell’Imperatore alla stazione di Torino, per obbligo, perchè non c’è il successore; ma al pranzo non assiste. Vuol parlare adesso lui, il taciturno. Per prendere Verona ci volevano 300 000 uomini: lui non li aveva. Toscana, Modena, Romagna sono caduti ancora in mano dei loro nemici! È vero. Ebbene, ne difenderà la causa. Intanto «non permettete alle vecchie dinastie di ritornare. Nizza e Savoia? Non penseremo più a Nizza e Savoia. Mi pagherete le spese di guerra».

Parte: il Re lo accompagnò in ferrovia sino [377]a Susa; quivi attendevano le berline di viaggio per il valico del Cenisio.

Rimontando in treno, il Re trasse un gran sospiro come se si fosse tolto un peso dallo stomaco, e disse: Ah, se ne è andato![433]

La via si restrinse fra i monti. L’Italia sparve allo sguardo dell’Imperatore.

E parte, ma non è appena cessato lo stupore della partenza, che un’imprecazione si solleva, cresce: è tutto un popolo che impreca; l’onda oltraggiosa batte sino alle Tuileries. Ha mancato ai patti, ha abbandonato Venezia all’Austria; ha fermato Garibaldi alla Cattolica. Pretende ora Nizza e Savoia.[434] Traditore!

*

Non permettete alle vecchie dinastie di ritornare? Il Cavour lo ha già preso in parola, ma anche senza quell’avvertimento è presumibile che avrebbe fatto lo stesso.

Dunque il governo del Re deve dare ordine ai Commissari di sgombrare dalle provincie insorte, secondo il paragrafo: «Il duca e il granduca rientrano, ecc.». Ebbene il duca e il granduca non rientreranno.

[378]I commissari regii domandano istruzioni al Cavour? Ma egli non ha più istruzioni da dare: il ministro è morto, però rimane lui, Cavour, semplicemente, il quale approva ciò che gli telegrafa il Farini, governatore di Modena, cioè che è disposto a farsi ammazzare piuttosto che lasciarsi scacciare.[435]

È Cavour che dice: «Meglio l’Austria che un suo spregiato proconsolo»,[436] che dice a Massimo d’Azeglio, commissario regio in Bologna, e fa dire ai popoli delle legazioni, tementi una rappresaglia sanguinosa degli svizzeri papalini, come era stato in Perugia: «Se le popolazioni non sanno difendersi esse sole contro gli Svizzeri, ciò mostrerebbe che non sono degne di essere italiane».[437] E non solo consiglia la guerra, ma egli stesso dice: «Quanto a me, tosto che mi sarà dato un successore, verrò a pormi sotto i tuoi ordini come semplice soldato, per farmi uccidere per la difesa dell’indipendenza italiana».[438]

[379]
*

È l’alba: entra nel gabinetto del Cavour il republicano Frapolli.

Consentite di prestare l’opera vostra per salvare l’Italia?

Sì, conte.

Ebbene andate subito a Modena, mettetevi a disposizione del Farini, fate arma di ogni palo, respingete i soldati del duca, sono Italiani rinnegati. Cacciateli nel Po.

Il servo annunzia il patrizio X***.

Che aspetti. — grida il conte. — Vi sarà sempre tempo di inaugurare la reazione in Italia. Non torniamo ancora da una seconda Novara.

E poco dopo si presenta Giuseppe Malmussi, presidente dell’assemblea modenese.

Domanda armi.

Cavour lo bacia. Bravo! Non sono più ministro della guerra, ma tentiamo un colpo!

Scrive un biglietto. Andate all’arsenale, se vi dànno armi, incassatele, e partite subito.[439]

*

Non rientreranno. È Cavour; o, se piace, è Mazzini che raccoglie dopo trent’anni il suo frutto; non risponde alla sementa, lo so; ma insegnano [380]i maestri di agricoltura che la pianta oltre alla sementa, deve il suo essere al suolo ed al clima. È anche merito del Farini e del Ricasoli, e, se pare, anche di Napoleone.

La pianta nata — ben è vero — non fu quale volle il Mazzini, ma quel grande nostro può consolarsi nel silenzio della sua tomba: non fu neanche quale volle il suo grande avversario, il Cavour.

[383]
XIV.
Dopo.
Il principe Napoleone ripartì da Verona a notte già fatta. I quattro cavalli galoppavano; ma il fragore del traino non era così forte che distogliesse l’animo dal sentire l’eco delle ultime parole di Francesco Giuseppe: «Se possiamo intendercela con l’Imperatore Napoleone su gli affari d’Italia, non vi saranno più motivi di discordia tra noi».[440]

Era un consiglio non disinteressato forse, ma un buon consiglio di un giovane ad un uomo più che maturo; se non che il giovane era derivato all’Impero con radici così antiche e tenaci, che poteva ben permettersi qualche suggerimento su la stabilità dei troni a colui che aveva elevato il suo così di recente e in così pericoloso modo.

*

È dopo Villafranca, che invece di intendersela con Francesco Giuseppe, bisognò intendersela con la rivoluzione italiana.

[384]E l’Imperatore si venne a trovare stretto in un secondo cerchio di ferro, non meno tenace di quello che lo costrinse a troncare la guerra.

Può la nobile Francia che versò tanto sangue per l’Italia, opporre il suo veto alle annessioni che piacciono tanto, adesso, alla generosa Inghilterra? Non dispiacciono neanche alla Prussia. Strana cosa! Vi sono simpatiche affinità tra essa e il Piemonte; tra gli Stati della Federazione germanica ed i ducati italiani!

Si tratta dunque, per l’Imperatore, di sciogliersi dalle stipulazioni concluse con Francesco Giuseppe e nel tempo stesso di non venir meno alla sua lealtà: rendere omaggio all’antico diritto publico e concedere che fosse violato: trovare modo di persuadere il Papa che è per suo bene se le Legazioni gli sono tolte; e confortarlo che non gli si toglierà di più. Tutte cose piuttosto difficili. Ma ci penserà il Cavour, in quei due anni che gli rimangono di vita a renderle se non facili, necessarie.[441] E nella politica interna della Francia, come non osservare la contraddizione stridente tra un governo pressochè assoluto e la causa della nazionalità e del reggimento liberale sostenuto all’esterno?

[385]
*

Bella la rocca scaligera sul lago di Garda!

«Anche Napoleone I — diceva la guida che accompagnava Napoleone III in quella sua visita frettolosa — visitò questo castello dopo la pace di Campoformio».[442]

Un penoso silenzio si fece tra i circostanti a queste ingenue parole. Sul lago si cullavano le belle cannoniere francesi, approntate pel vano assedio di Peschiera.

*

A Campoformio il primo Napoleone tradiva, ma il rimorso del tradimento deve essere stato ben lieve. Era l’Austria spezzata; erano i confini del Reno alla Francia. A Villafranca il terzo Napoleone comperava la stessa rinomanza di traditore; se non che tradiva per sempre anche la bella reputazione della sua «cupa energia» di cui parlava il Mazzini; e quanto ai confini del Reno ci stava oramai un ben famoso guardiano.

Con la pace di Villafranca egli non ha accontentato nessuno, nè meno sè stesso, se non per breve giorno; e il discorso davanti ai grandi Corpi dello Stato del 19 luglio, è un ben curioso documento con tutta la sentenziosità tipica del suo stile. Perchè quella guerra? Per la gloria? [386]Per un’idea?[443] La gloria ha un’ala piagata; l’esercito è mutilato, non è satollato di gloria. Un’idea? Ma gli Italiani stridono e più strideranno per Nizza e Savoia. «Di Nizza e Savoia non se ne parli più, mi pagherete le spese di guerra». E la Francia? La guerra per un’idea? La frase è bella; ma la realtà è altra cosa. Se invece di cavalcare a Villafranca, Napoleone avesse potuto veramente giungere sino in vista dell’Adriatico, ben altri patti si potevano imporre all’Austria…. ed all’Italia!

Ma verrà fra poco un giorno in cui egli vedrà meravigliosi frutti sortire là dove passò il solco sanguinoso delle sue armi. Vedrà inatteso, non voluto, sorgere un regno pericoloso alla sua Francia;[444] udrà la Francia reclamare un compenso almeno, e allora irosamente, pietosamente si discuterà il mantenimento dei patti, come due litiganti d’affari. Si peserà il sangue, come l’avaro pesa l’oro, e si dirà: Pagate! A voi pare dare troppo. A noi pare ricevere poco.[445] «Oh, gli [387]astuti figli di Machiavelli, voi me li strappaste ad uno ad uno i ducati, voi portaste via Romagna, Marche, Umbria; voi mi costringeste ad abbandonarvi quel poverello re di Napoli che a me si rivolgeva come agnello assalito, perchè sapevate che non avrei mai tirato il cannone contro l’opera mia».[446] «Noi vi abbiamo pagato; ciò che concedeste, non era in facoltà vostra negare perchè era cosa nostra; voi il cannone ci avete costretto a tirarlo ad Aspromonte; lo tirerete voi stesso a Mentana!» Pietosa istoria! Labirinto di passioni, non spente tuttora, dove solo un alto senso umano è filo di Arianna.

*

Abbandonando per sempre l’Italia del ’59, Napoleone aveva detto al Re amaramente: «Ora vedremo che cosa sapranno fare gli Italiani da soli».[447] Da soli, ma dopo il soccorso straniero; da soli, ma dopo la morte del Cavour, fu udita questa querimonia per molti anni: O potente e astuto Imperatore, ricórdati che la tua promessa non è compiuta. Come possiamo noi vivere con l’Austria in casa? col Papa che ci denuncia al mondo come sepolcri imbiancati perchè si desidera di andare a Roma col suo assentimento? con Garibaldi che non ode ragione ed ha dimenticato [388]il motto «Italia e Vittorio Emanuele»? con Francesco, re vinto, ma che da Roma manda denaro e conforti ai briganti? con la diplomazia che finge di non riconoscere il Regno d’Italia, questo vostro figlio naturale, o astuto, o potente Imperatore?

E poichè non è facile far giungere queste voci bene sino all’altissimo trono delle Tuileries dove sta l’Imperatore, così è spesso lui, l’Arese, che per lettera o per persona deve portare cotali voci, l’Arese a cui con formola costante l’Imperatore dice di credere nella sua «antica e sincera amicizia». «Siate, sire, — ripete l’Arese, — il nostro possente protettore in faccia all’Austria, in faccia all’Europa; venga la vostra diplomazia in nostro aiuto con altrettanto vigore come è venuto il vostro esercito».[448]

Oimè, alle Tuileries, la causa d’Italia non ha più amici se non il buon Conneau, sognante sempre il sogno del suo Imperatore, Questi dicea: «La questione religiosa è grave in Francia: e poi v’è debito d’onore per me di custodire il Pontefice. Attendete almeno che muoia».[449] «Ma Garibaldi non può attendere, sire. — Egli dice: — o [389]Roma o morte!» «Ma la Francia lo proclama: a Roma, mai!» Oimè, l’Imperatore non è più così potente; la sua astuzia — se fu vera astuzia — ha trovato uno più astuto. L’Impero è oramai come un naviglio in mezzo a un ciclone. Rotta al largo verso la libertà, si sforza di fare l’Imperatore. Ma il naviglio non è fatto per correre quelle acque perchè la sua struttura nol comporta. Rotta verso terra per ben salvarci, grida, la ciurma delle Tuileries. E fu rotta verso terra e frantumò sulla scogliera, dove un astuto formidabile attendeva.[450]

*

Questo astuto formidabile ha due sopraciglia irte e folte, le sue spalle reggono anche la corazza (le spalle dell’Imperatore si curvano), la sua fronte splenderà come diadema.

Eppure quella fronte e quelle spalle stettero per alcun tempo curve ed umili davanti all’Imperatore francese. Ha fatto sapere in segreti sollecitati colloqui con l’Imperatore, che adesso vuol far lui la guerra all’Austria. Non per un’idea; ma questo non l’ha dichiarato. È la piccola Prussia che vuol fare la guerra all’Austria. Ma senza il tuo concorso «almeno passivo»,[451] o potente Imperatore, la piccola Prussia non può far guerra [390]all’Austria grande: la guerra anzi «sarebbe una follia».[452] In questi tempi la fortuna ha fatto sorgere una antica gloriosa nazione, la quale «se non ci fosse stata, sarebbe bisognata creare»[453] cioè il Regno d’Italia. Con l’aiuto e l’alleanza di questa novella nazione e la tranquillità della Francia, potrà la piccola Prussia tentar la guerra alla grande Austria. Una bella città, la meravigliosa Venezia, antica promessa vostra, o Imperatore, sarà donata in compenso alla novella nazione. L’Imperatore pensa a Venezia, pensa pur anche ai bei confini del Reno che ne potrebbero derivare alla Francia. La novella nazione, l’Italia, è lieta della bella proposta e chiede al vecchio tutore licenza di accompagnarsi al giovane e forte alleato. Licenza è data.

Ma dopo Sadowa, fulminante annuncio che percosse la Francia, dopo che la «divina Provvidenza mostrò così visibili segni di protezione per il divino diritto del Re di Prussia»,[454] i confini del Reno bisogna venirli a pigliare. Ma dopo Sadowa, quel gigante dalle sopraciglia fiere si è rilevato [391]dalla sua umiltà; si è rivelato. Tunica bianca gemmata, corazza e spada. Egli ha preso a prestito le spade e le ha fatte lavorare pel Re di Prussia; e ride alla bella frase, ride sì che ne paventa il mondo. Di quelle spade, la più formidabile, dopo Sadowa, congiungerà alla sua in indissolubile fascio.

Da allora si venne compiendo lo sgretolamento dell’Impero. L’Impero di Francia ridotto alla politica delle mance! Che giovò allora concedere, libertà, parlamento?

Guai a chiunque ha perduto l’opinione della sua forza!

*

L’erede di Cesare è stanco, la politica è triste: «Io non ti parlo di politica — scrive all’Arese — tutto è così cupo, tutto è così confuso, che il meglio che resti a fare è rimanere sotto alla tenda con l’armi al braccio».[455]

Ma verrà il giorno che sarà a forza spinto fuori dalla tenda e vedrà quelle sue armi spezzate; e verrà il giorno che si troverà sotto la tenda in terra tedesca: lo cingono non le sue cento guardie, come il dì che cavalcò sotto il gran sole a Villafranca, ma i bianchi corazzieri del Re di Prussia. Una carrozza lo trasporta, rabbrividendo, e dietro gli galoppa un pesante cavaliere: [392]Bismarck. Lagrime rigano il volto del vinto Imperatore. È Bismarck, il sostenitore della forza, è Guglielmo Re, il sostenitore del diritto divino che portano via Luigi Napoleone; non è la Storia che lo trascina via per l’orecchio, come dice Vittor Hugo. La Storia, figlia di Apollo e della Memoria, ripensa se per avventura quell’assunto da un sogno e da una sventura non avesse in sè animo di Cesare novello. Comunque si pensi, ci pare significativo che questo sostenitore del diritto delle nazioni pur con tutti i suoi je regrette e i suoi poveri artifici; quest’autore del libro dettato in un carcere «La fine del pauperismo», cada sotto il diritto della forza e della tradizione feudale. Forse egli fu un intruso fra i potenti del mondo, ma in altro senso che non scrisse Vittor Hugo.

*

Sino dal ’58 il Mazzini consigliava Luigi Napoleone di morire «come moriva l’Orsini, con calma e rassegnazione». Ed egli è morto con calma e rassegnazione. «Eccomi di nuovo — scrive all’Arese — come ventidue anni fa ad Ham, prigioniero, esposto a tutte le calunnie».[456]

[393]Era l’ultima delle sue avventure.

Questa la verità, quale noi possiamo raccogliere. La verità più vera forse se la raccontano gli erranti sul prato dell’Asfodelo lontano. Ma forse sono piccole verità in confronto di altra maggiore!

[395]
NOTE:
1. Si accoglie il motto nella sua forza e significazione tradizionale.

2. Colletta, Storia del Reame di Napoli. Libro V, cap. XVII.

3. Tricoteuses.

4. Nato a Torino il 1810, morto a Torino il 1861: secondogenito o cadetto del marchese Michele e della contessa Adele Susanna Sellon d’Allaman, ginevrina, di famiglia oriunda francese. Fu tenuto a battesimo dal principe Camillo Borghese e dalla principessa Paolina Borghese Bonaparte. Prese nome dal padrino.

5. Hübner, Neuf ans de souvenirs d’un ambassadeur d’Autriche à Paris. I, pag. 423. Paris, Plon, 1904.

6. Vedi Chiala, Lettere di Camillo di Cavour. Vol. III: «Gli uomini di Stato di ogni paese sono troppo routiniers per adottare un piano ardito che esca dalla carraia della diplomazia.»

7. Quem dii diligunt adolescens moritur.

8. Catullo.

9. Storia del Parlamento Subalpino, I, pag. 146. È vero che il Brofferio fa seguire queste parole: «anche di questi pronostici una buona parte andò fallita»: e prima dice: «nessuno certamente per quanto fosse dotato di perspicace sguardo, avrebbe allora potuto indovinare nel conte di Cavour il sorprendente uomo di Stato a cui l’Italia doveva sciogliere tanti inni di riconoscenza, distribuire tante civiche corone, innalzare tanti monumenti», (?) ma questi emendamenti confermano, non distruggono la malevolenza.

10. Hübner, I, pag. 423.

11. Chiala, IV, pag. 116.

12. De La Rive, Le Comte de Cavour, récits et souvenirs. Parigi, Hetzel, 1862.

13. Chiala, IV, pag. 111.

14. Lettera al La Marmora. Chiala, III, pag. 81.

15. Chiala, IV, pag. 35 (Lettera al Farini). Vedi di questo grande veramente, la breve Vita scritta da G. C. Abba (Roux e Viarengo).

16. Chiala, IV. pag. 197 (Lettera al Pantaleoni).

17. Ibidem, IV. pag. 184 (Lettera al Vimercati).

18. Ibidem, IV, pagg. 47, 49.

19. Chiala, I, pag. 12 (Lettera al De La Rive).

20. Ibidem, IV, pag. 125 (Lettera al La Farina).

21. Ibidem, IV, pag. 109 (Lettera a Carlo Matteucci).

22. Ibidem, II, CIII.

23. De La Rive, XIV.

24. Chiala, IV, pag. 35 (Lettera al La Farina).

25. Ibidem, IV, pag. 61.

26. Chiala, IV, pag. 72.

27. Ibidem, IV, pagg. 91, 92.

28. Chiala, I, CIII.

29. Ibidem, IV, pag. 130.

30. Chiala, IV, pag. 60.

31. Vedi il bello studio del Guerrini: Come ci avviammo a Lissa.

32. Chiala, IV, pag. 56.

33. Chiala, I, CXXXVI.

34. Chiala, I, pag. 49.

35. Cattaneo, L’insurrezione di Milano nel 1848, pag. 11.

36. Durante la monarchia di luglio ed il Secondo Impero questa dama tenne aperto in Parigi uno dei più ragguardevoli salons. Avvinta da relazioni con la famiglia del Cavour, conobbe il giovine Camillo in quella sua dimora in Parigi nel 1835. I legami di amicizia con quella spirituale gentildonna russa non furono spezzati che dalla morte. Vedi Madame de Circourt, son salon, ses correspondances, par Hüber-Saladin. Parigi, A. Quentin, 1881.

37. Chiala, I, pagg. 13, 14.

38. Ibidem, I, pag. 15. «Adoratori del fatto, voi non potete assumere veste di sacerdoti di moralità…. La vostra scienza vive sul fenomeno, sull’incidente dell’oggi; non avete ideale.» — Mazzini, Al conte di Cavour, 1858. Vol. X degli Scritti, pag. 56.

39. Chiala, I, lett. V e XCIII.

40. Queste ultime parole sono assai posteriori e qui l’anacronismo è per comodo di narrazione: le riferisce il De La Rive. Secondo il Bonghi (Biografia di Camillo Benso di Cavour) avrebbe detto: «Gli parve di essersi tolto il basto». Basto o livrea si equivalgono.

41. È del 1832 questa lettera del Cavour ad un amico inglese. «Stretti da un lato dalle baionette austriache e dall’altro dalle scomuniche papali, la nostra condizione è veramente deplorabile. Ogni libero esercizio del pensiero, ogni generoso sentimento è soffocato come un sacrilegio o un delitto contro lo Stato, nè possiamo sperare di conseguire da noi alcun sollievo alle nostre grandi sventure….» Chiala, III, pag. 3.

42. Chiala, I, XXI.

43. La licenza di abbandonare il servizio militare gli fu concessa dal Governo sardo ai 12 novembre 1831.

44. Manzoni, I Promessi Sposi, XXII.

45. Chiala, IV, pag. 24. Lettera al deputato Salvagnoli dell’ottobre 1860.

46. Vedi fra gli altri documenti, Bonfadini, Vita di Francesco Arese.

47. Chiala, I, pagg. 167, 168.

48. Chiala, IV, pag. 159.

49. Ib., IX, CV.

50. De La Rive (Chiala, I, CVIII).

51. Massari, Il conte di Cavour, pag. 288.

52. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 182.

53. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 297.

54. Mazzini, Scritti, Vol. X, pag. 59.

55. La guerra! La guerra immediata, senza indugio! Vedi L’ora suprema della Monarchia Sabauda, e per questo senza indugi, confronta il Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra.

56. L’Europa è così avvezza a ostentare incredulità quando gli Italiani parlano d’unione, di concordia, che vale meglio non fare l’annessione che subordinarla a patti deditizi. Chiala, IV, VI, pag. 56 (Lettera al Carini). — Vedi anche la ben terribile lettera del Cavour (Chiala, IV, pagg. 2, 4), in cui dice di essere disposto a tutto, pur di non lasciarsi sottrarre la conquista garibaldina di Napoli. Vedi Il Risorgimento Italiano, N. 1, genn. 1908.

57. Chiala. IV, pag. 32. «Cavour concepì il disegno di annullare con un colpo improvviso l’esercito della ristorazione di Lamoricière, poi di effettuare l’unione del Mezzogiorno, e così salvare, con l’unità d’Italia, anche l’autorità della Corona. Egli stesso considerò più tardi questo suo ardito pensiero come il migliore titolo della sua gloria: la Monarchia era perduta se noi non eravamo presto al Volturno. Il 28 agosto 1860 Farini e Cialdini furono ricevuti dall’Imperatore Napoleone a Chambéry; essi gli rappresentarono che l’esercito leggittimista della Curia minacciava il suo trono stesso; che Garibaldi voleva chiamare a sè Chasras l’antico avversario di Napoleone, che la spedizione del Veneto diventava una necessità, appena Garibaldi movesse sopra Roma. E allora che cosa accadrebbe di ogni ordine civile, se la Monarchia non istrappava il pugnale dalle mani del partito d’azione? Così stretto e messo al muro, Napoleone non osò opporsi, ma il famoso faites, mais faites vite, che gli fu posto in bocca, non lo ha detto.» — Enrico de Treitschke, Il conte di Cavour, traduzione di A. Guerrieri-Gonzaga, Barbera. 1893. «In quell’occasione, scrive il De Cesare (II, pag. 58), l’Imperatore si lasciò penetrare forse anche troppo, e il genio politico di Cavour intuì di potere osare.»

58. Chiala, IV, pag. 37.

59. Chiala, IV, pag. 72.

60. Pio IX, quando avvenne l’annessione delle Legazioni e dei Ducati alla monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele, colpì con l’arma «addirittura medievale», cioè con la scomunica maggiore, pubblicata il 26 aprile 1860, invasori, usurpatori e complici. Vedine il testo per esteso nell’opera del De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, II, pagg. 8-13.

61. Ripeto a voi ciò che stampiamo da ormai due anni. Non si tratta più di Republica o di Monarchia; si tratta di Unità nazionale — d’essere o non essere — di rimanere smembrati e schiavi della volontà d’un despota straniero, francese o austriaco non monta, o d’esser noi, d’essere uomini, d’essere liberi, d’essere tenuti siccome tali, e non siccome fanciulli tentennanti, inesperti da tutta Europa. Se l’Italia vuole essere monarchica sotto Casa Savoja, sia pure. Se dopo vuole acclamare liberatore e non so che altro il Re e Cavour, sia pure. Ciò che tutti or vogliamo è che l’Italia si faccia: e se deve farsi, deve farsi per ispirazione e coscienza propria, non dando carta bianca, pei modi, a Cavour ed al Re, e rimanersi inerti ad aspettare.

62. Giambi ed Epodi, in Confessioni e Battaglie.

63. Il D’Azeglio, con geniale intuito, aveva compreso come fosse fatale procedere oltre. Ciò non era però nelle sue convinzioni filosofiche, politiche, storiche. Federalista e credente convinto, anche per altre ragioni psicologiche e morali, esitava davanti ad una non maturata unità nazionale. Del ’53 non di malincuore lasciò il posto di ministro al Cavour. «Vado ruminando come si potrebbe fare per rendere a Cavour utile questo viaggio, nel senso di domare il poledro e renderlo sensibile all’uso del tiro per il carro dello Stato»: e altrove: «Vorrei che per il ’53 Cavour fosse diventato capace e possibile e venisse l’ultima scena, nella quale si vedesse me precipitato negli abissi ed il Pansciotel elevarsi fra le nubi e i fuochi di Bengala: dopo di che si calerebbe finalmente il sipario e potrei andare in camerino e spogliarmi».

64. Stéfane-Pol, La jeunesse de Napoléon III. Correspondance inédite de son précepteur Philippe Le Bas, pagg. 6 e 7.

65. È noto anche ai non dotti di storia, che la paternità del re d’Olanda fu messa in dubbio, anzi più che in dubbio, fu esclusa. Già dalla nascita di questo secondogenito la regina Ortensia, figlia di Giuseppina Beauharnais, ed il re d’Olanda vivevano in dissidio, nè più si riconciliarono. Vari padri furono dati a Napoleone III. Ricordiamoli: l’ammiraglio olandese Verhuel, e fu quegli che si ritenne più certo, anche perchè un riflesso etnico apparirebbe nell’indole flemmatica di Napoleone III; poi Flahaut, che fu padre del duca di Morny, suo fratellastro, l’esecutore tecnico, per così dire, del colpo di stato; poi il conte di Rylan, ed altri. Ciò in verità fa troppo triste onore alla galanteria della regina Ortensia: il vero è che nulla si può dire di certo e la tomba di quella appassionata donna è ben muta. Il Lebey, tuttavia, nel suo recente e rigoroso studio Les trois coups d’état de Louis Napoléon Bonaparte, con accurata e lunga analisi assolutamente obbiettiva, esclude in via assoluta il Flahaut, e questo è molto interessante, cioè che Luigi Bonaparte non sia stato generato da chi generò quell’ignobile figura del duca di Morny: esclude pure gli altri, propende per l’ipotesi più morale, cioè che egli sia realmente figlio del re d’Olanda, Luigi Bonaparte. Grave obbiezione a questa onesta ipotesi è che la maschera fisica dei napoleonidi, così caratteristica, così indistruttibile, difetti in Napoleone III: qui la questione spetta ai fisiologi. Vero è d’altronde che dai rapporti tra padre e figlio, devoti e buoni specialmente da parte di quest’ultimo, sembrerebbe non essere in essi dubbio alcuno che il loro reciproco essere legale corrispondesse a quello fisiologico. Più notevole è il fatto che Napoleone I non avrebbe tanto prediletto questo suo nepote, se in lui fossero sorti dubbi sull’esistenza di sangue napoleonico nelle vene del piccolo. Anche l’Hübner (I, pag. 78), disposto a bene accogliere ciò che può essere disdoro di Napoleone III, non dubita della paternità del Re d’Olanda, «di cui Luigi Napoleone è figlio, checchè se ne dica in contrario, secondo l’opinione unanime di quelli che vissero nell’intimità della Regina Ortensia».

66. Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, secondogenito di Luigi Bonaparte, re d’Olanda, e di Ortensia di Beauharnais, nacque alle Tuileries il 20 aprile 1808. Il Monitore dell’Impero, ne annunciava la nascita il 21 aprile. Fu tenuto al fonte battesimale a Fontainebleau dallo stesso Imperatore.

67. Nel 1817 la regina Ortensia, che assunse nell’esilio il nome di contessa di Saint-Leu, comperò in Isvizzera, presso il lago di Costanza, una villa che nei nostri libri, seguendo la letterale enfatica espressione francese, è detta castello, il castello di Arenenberg. Ma castello non è: è una casa a tre piani, molto modesta, col tetto acuminato al modo svizzero. Fu pagata 30 000 fiorini. Questa solitaria villa fu la consueta dimora estiva di Ortensia e dei figli. Quivi ella morì. Nei mesi d’inverno la famiglia soleva trasferirsi a Roma (villa Paolina), nella quale città sopraviveva l’ava Letizia, mater regum, come fu detta; ed a Firenze.

68. Stéfane-Pol, La jeunesse de Napoléon III. Correspondance inédite de son précepteur, Philippe Le Bas (de l’Institut).

69. La riconoscenza, spinta sino alla morbosità, non soltanto col denaro generosamente prodigato, che può ritenersi arte di tiranno; ma con la memoria e l’affetto, in quel tempo appunto in cui gli uomini di solito dimenticano quasi interamente il passato e affidano alla sinistra l’ufficio di stringere la mano (se pur questo fanno!), cioè nel tempo della fortuna e degli onori.

70. Hübner, Neuf ans de souvenirs d’un Ambassadeur d’Autriche à Paris sous le Second Empire, I. pag. 14 et passim.

71. Pierre de Lano, La Cour de Napoléon III, pag. 255.

72. Mazzini, Scritti, X. 18.

73. Stéfane-Pol, pag. 9.

74. Stéfane-Pol, pag. 6.

75. In amore egli fu piuttosto un primitivo che un raffinato. È il caso di riferire in francese ciò che scrive in proposito Pierre de Lano (L’Empereur, pag. 28): Napoléon (retiré de l’Impératrice par ce que, dans sa froideur charnelle, elle ne repondait point à son désir) n’était pas, en amour, ce qu’on nomme un raffinè, un savant. Très bourgeois sous ce rapport, il était assez comparable à un gros mangeur qui saurait se contenter d’un plat unique, simplement accommodé à son dîner, mais qui le dévorerait, sans souci des sauces recherchées, consciencieusement. Fra le ragioni delle infelici e impari nozze con Eugenia di Montijo, non deve essere stata la meno forte questa, che per rendere sensibile la veemente passione, la giovane spagnuola non concesse altra via che quella della chiesa, come ella stessa dichiarò con una pudicizia non eccessivamente casta. Vedi Pierre de Lano, L’Impératrice, e vedi Je sais tout, 15 decembre 1908.

76. Tra i progetti di matrimonio, v’era anche quello con una principessa della casa prussiana degli Hohenzollern! Bizzarrie della storia. Vedi la rivista Je sais tout, del 15 dicembre 1908.

77. Hübner, I, pag. 109.

78. A lei ed al Morny; a lei, per fanatismo cattolico e desiderio di compensare l’Austria dei danni patiti per la campagna d’Italia; al Morny, che vi giocò una fra le più turpi speculazioni del Secondo Impero, va attribuita in gran parte l’impresa del Messico. Napoleone vi sognò un grande impero latino come argine alla bene intravvista preponderanza yankee.

79. Più tardi egli chiamò quelle nozze ma sottise; ma non risulta che mai ne facesse rimprovero alla donna, così stranamente amata. Era Eugenia di Montijo di ammirabile bellezza e di non comune intelligenza. Vero è che tale donna intelligente e bellissima difficilmente poteva contribuire alla felicità del marito, perchè l’intelligenza di lei, più che meditante in profondo, era perspicace dei fatti vicini; nè ella d’altronde poteva sottrarre sè stessa al fascino ed alle leggi della sua bellezza. Era inoltre, l’Imperatrice Eugenia, ardita, orgogliosa, impulsiva e bigotta spagnolescamente ed oltre a ciò gelosa ed avara. Dopo ciò è lecito crederla buona, amorosa, fedele, come si legge in molti scritti. La madre di lei e la losca, esosa figura della cameriera Pepa, dànno al retroscena della vita delle Tuileries un carattere tale che sarebbe necessario conoscere per chi volesse formarsi delle cose un’idea non discosta dal vero. Vedi i citati libri del De Lano.

80. Dopo il tentativo di abbattere, nel ’35, a Strasburgo, la monarchia di Luigi Filippo, Luigi Napoleone fu deportato, come è noto, in America, dove lo precedette l’Arese per amore e consiglio d’Ortensia onde lenire l’esiglio al figliuolo. Questo atto insigne di pietà e di amicizia sarà poi come un talismano per l’Arese verso l’Imperatore. Ma non importerà farne mostra!

È del 3 aprile ’37 una pietosa lettera (Vedi Bonfadini, 109, 110) della Regina Ortensia da Arenenberg, al figlio lontano: «Mi si deve fare un’operazione assolutamente necessaria: se essa non riesce, io ti invio con questa lettera la mia benedizione». Nessun accenno a dolori sofferti per lui. Gli dà convegno nel mondo delle ombre; e lui solo rimpiange, il suo affetto, la sua tenerezza filiale, unico conforto fra tante sventure. «Tu penserai al mio affetto per te e tu avrai coraggio!» Gli infonde la fede nel mondo di là, dove si rivedranno; benedice anche «quel buon Arese come un altro suo figlio». Giunse Luigi Bonaparte poi a tempo di raccogliere col bacio ultimo l’anima materna. Visse nella deserta casa dove era morta la madre. Prepara l’altro tentativo, quello di Strasburgo del 1840, che gli aprirà le porte del carcere di Ham, ove rimase sei anni e da cui fuggì poi travestito da operaio. Di questi «vari colpi di stato» vedi il libro citato del Lebey, Les trois coups d’état, etc.

81. «Madama Letizia trascorreva a Roma i suoi giorni col cardinale Fesch. Ella non passava mai la soglia del suo palazzo se non in vettura chiusa. Tutti i giorni dal tocco alle tre, si faceva condurre nella campagna romana e là nella solitudine, dove tutto è morto, eccetto che la memoria del passato, camminava sola a piedi. Ella incontrava talvolta la carrozza di Pio VII. Il papa si fermava, salutava la madre di colui che aveva agitato i destini del mondo cristiano e con quella bonomia italiana che si sposa spesso a dei sentimenti di vera grandezza, le domandava novelle del povero imperatore.» Mémoires et correspondances du roi Jérôme et de la reine Cathérine. Dentu, 1861, vol. VII.

82. Stéfane-Pol, pag. 5.

83. Vedi Archivio di Stato di Bologna: passo riportato nelle pagine seguenti.

84. Cantù, Cronistoria, II, pag. 1157.

85. Ib., Cronistoria, II, pag. 1156.

86. Hübner, I, pag. 57.

87. V. Hugo, Napoleone il Piccolo.

88. Ib., Châtiments, in fine.

89. L’Hübner, più conforme a verità e più acuto del servo encomio o del codardo oltraggio, così lo delinea per conto suo: «Egli non vuole, egli non sa discutere: il suo sguardo spento, che tuttavia lancia talvolta baleni, i tratti immobili del volto formano alla lor volta una maschera ed una corazza impenetrabili; e lo si lascia sempre con l’impressione di non essere stati compresi da questo spirito, in apparenza ottuso, in realtà perspicace, che non comprende perchè non vuole comprendere o perchè non vuole che ci accorgiamo che egli ha compreso». (I, pag. 82.) Che questa taciturnità naturale fosse poi da lui sfruttata come maschera, lo sospetta l’Hübner, dicendo: «L’Imperatore Napoleone che sa essere incantevole quando vuol esserlo, e molto buon parlatore quando gli garba uscire dalla sua taciturnità abituale, ci raccontò qualche avventura della sua vita di esule.» (I, pag. 115.)

90. Vedi R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa, II, pag. 42.

91. Ib..

92. Ib., pag. 433.

93. Ib., pag. 428. Di questo sentimentalismo cavalleresco vedi le probabili cause più avanti.

94. Il 3 agosto telegrafava da Metz al Duca di Grammont: «Nonostante ciò che porta Vimercati e malgrado gli sforzi del Principe Girolamo, io non cedo per Roma». E il Vimercati portava in nome di Vittorio Emanuele il progetto d’alleanza fra l’Austria e l’Italia per la neutralità armata e comune azione diplomatica. Vedi R. De Cesare, pag. 430.

95. Mazzini, Scritti, X, pag. 27.

96. «Fosco figlio d’Ortensia», nota perifrasi del Carducci.

97. Stéfane-Pol, pag. 323.

98. Egli fu, come è noto, il principale anello di congiunzione tra il Piemonte e Napoleone, sino dal ’49 quando si recò a Parigi a chiedere l’aiuto di Francia contro l’Austria; poi fu la leva di cui, con impareggiabile arte, si valse il Cavour per smuovere Napoleone e col suo aiuto battere in breccia la diplomazia austriaca; poi fu il «parafulmine» ed il «cuscino» paziente tra la sorgente Italia dopo il ’59 e le necessità della politica di Francia. Il senatore Bonfadini con l’aiuto dell’archivio di casa Arese, publicò nel 1894 quella sua Vita di Francesco Arese, che molta luce porterebbe alla storia, se noi fossimo in grado di uscire dal solco che il dottrinarismo retorico ha tracciato. Dal libro del Bonfadini il conte Giuseppe Grabinski dedusse un più facile volume ad uso dei francesi: Un ami de Napoléon III, che, edito nel 1896 nel Correspondant, fu poi in volume publicato in Parigi l’anno seguente. Ambedue muovono da principî strettamente conservatori, ma non è questa buona ragione perchè i fatti che essi riportano, debbano essere negletti.

99. Colonnello barone Alessandro Zanoli, autore di una pregevole Storia delle milizie cisalpine.

100. Vedi lettera di Luigi Napoleone all’Arese. (Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 64.)

101. Aderendo alla carboneria i due giovani non derogavano, ma continuavano la tradizione della famiglia di Napoleone; nè si dimentichi che la carboneria sorse in Italia per opera del Murat in Napoli. Vedi per tutta questa questione il Lebey.

102. Hübner, II, pag. 93.

103. Hübner, I, pag. 108.

104. Ib., I, pag. 111.

105. Ancona fu, come è noto, l’ultimo rifugio dei Carbonari del 1831.

106. «Il 6 agosto 1840 sbarca a Boulogne, abbigliato col petit chapeau (il famoso cappello napoleonico), con un’aquila dorata in cima a una bandiera, un’aquila viva in una gabbia; sessanta valletti, cucinieri, palafrenieri, travestiti da soldati napoleonici. Butta dell’oro passando per le vie di Boulogne; mette il suo cappello su la punta della spada, grida lui stesso: Viva l’Imperatore: tira contro un ufficiale un colpo di pistola. È preso. I Pari lo condannano alla prigionia perpetua. È chiuso ad Ham.» Napoleone il Piccolo.

107. Questa lettera all’Arese del dottor Conneau, l’anima mite e devota sino all’idolatria a Luigi Napoleone, è sommamente interessante, appunto per l’intima conoscenza che egli aveva dei sentimenti del Principe. Ciò avvertiamo senza aver l’intenzione di lenire il senso di sdegno e di dolore che ogni italiano deve provare pensando a tanti nobili petti infranti sotto Roma, dal piombo francese: «Ho tardato a scriverti, perchè invero avea il cuore oppresso. L’Italia e Roma sopratutto, mi teneva in continue angosce. Quell’assedio fatto dai Francesi, benchè ne comprendessi lo scopo, pure, perchè metteva in conflitto due popoli tanto fatti per amarsi e difendersi, mi tormentava oltremodo. Più vedo le cose da vicino e più sono disgustato, più gli uomini mi vengono in antipatia. Chi vi attacca come chi vi difende sono uomini di vil tempra. Forse i socialisti sono da considerarsi come il partito il più da temersi per le orribili dottrine che professano e per il terribile avvenire che preparavano alla Francia e all’Europa se avessero riuscito; ma, dall’altra parte, vedo così poca virtù nei cosidetti moderati, vedo cotanto egoismo, cotanta esagerazione nel voler far predominare il loro partito ed i loro interessi, che niuna fiducia ho in essi. Fra tutto questo sciame di uomini corrotti, egoisti, non vedo che un solo uomo che stimo ed amo, ed è il nostro Principe. Oh, se ei potesse quanto diversa sarebbe la Francia e l’Italia nostra! Ma bisogna che trascini dietro di sè una caterva di gentaccia, così encroûtée nelle sue vecchie abitudini e negli antiquati modi e pratiche che tutto ciò che di buono ei propone, trova un insormontabile ostacolo negli agenti, o viene annullato dall’addizione di un monte di dettagli e di misure le più contraddittorie. Mio buon amico, quanto io era più felice in prigione che alla presidenza! Allora stimava gli uomini buoni e disinteressati ed ora li vedo quali sono, vili, egoisti e codardi! Tutti gli amici del Principe si risentono più o meno del sozzo contatto delle persone che gli avvicinano. Sento sovente emettere da certe bocche tali principî e tali idee che fanno ribrezzo. Se non fosse per il Principe, avrei preso il partito d’abbandonar Parigi e ritirarmi in un luogo remoto dove non avessi potuto sentir parlare nè di politica nè di niuna cosa consimile». 4 giugno 1849. Vedi Bonfadini, pag. 104.

108. Il principe Girolamo Napoleone (Plon-plon), allora fanciullo di dieci anni.

109. Giuseppe Grabinski, Un ami de Napoléon III. Paris, 1897, pagg. 34 e 35.

110. Vedi Bonfadini, op. cit.

111. Carte dell’Archivio di Stato in Bologna.

112. Essi, come il generale Zucchi, erano vecchi soldati dell’Impero, seguiti dai due giovani nepoti di Napoleone.

113. Giuseppe Calletti, Cronaca, Vol. II, Ms. 103, pag. 769 e segg. Biblioteca A. Saffi di Forlì. Questa cronaca è assai pregevole, e di farla di publica ragione intenderebbero il discendente signor colonnello G. Calletti e il prof. B. Pergoli, direttore di quella biblioteca comunale.

114. Luigi Napoleone infermò poi dello stesso male ad Ancona, come è accennato. La madre finse che egli fosse partito per mare, come partirono i più compromessi di quella rivoluzione, e diretto a Corfù. Potè quindi ottenere dal generale austriaco un passaporto in bianco che fu come un talismano nella fuga da Ancona per Loreto, Umbria, Massa, Genova, Cannes. Il principe era travestito da lacchè, nella carrozza che trasportava la Regina Ortensia.

115. Persone di perchè, vuol dire gente di alta condizione, qualificata.

116. Perniciosi a quelli, ed erano molti, a cui il solo nome di Rivoluzione faceva venire i brividi: utili ai carbonari, benchè sia qui da avvertire che a molti di essi il concorso dei due fratelli Bonaparte pareva dannoso, temendo di alienarsi così l’animo del nuovo Re di Francia, nel cui divieto all’Austria di intervenire, era fondata la troppa e consueta speranza degli insorti italiani. È noto infatti che il Metternich denunciò astutamente a Luigi Filippo la rivoluzione di Bologna e delle terre soggette al Papa, come un moto ed una congiura bonapartista. Del glorioso fatto d’armi del 25 marzo, condottiero il Grabinski, alle Celle, le più minute e interessanti notizie si trovano nella Storia di Rimini di Carlo Tonini. Libro VII, cap. V.

117. Baccarini, Cronaca, Vol. II, pag. 1329 e segg. Ms. 177 della Biblioteca A. Saffi di Forlì.

Giuseppe Mazzatini, in un suo scritto: I moti del 1831 a Forlì, aggiunge queste interessanti notizie, che comprovano quanto dicemmo, cioè come il sentimento della gratitudine e della memoria fosse vivace nell’animo di Luigi Napoleone: dopo un anno, quando nel ’32 era nella Svizzera, così scrisse il 18 luglio al Baratti: «La lettera che avete scritta, mi ha fatto gran piacere, giacchè mi rincresceva di essere privo da lungo tempo delle vostre notizie. Vi avrei prevenuto molto avanti se non avessi temuto che un semplice atto d’amicizia male interpretato vi arrecasse dispiaceri, mentre sentiva il bisogno di esprimervi la mia riconoscenza per la testimonianza d’affetto che mi avete dimostrato in circostanze per me sì luttuose. Credete che non dimenticherò mai le vostre premure per alleviare il mio dolore. Dopo molti penosi viaggi a traverso la Francia e dopo il soggiorno di alcuni mesi in Inghilterra, siamo alfin giunti in Svizzera dove passiamo una vita tranquilla da un anno a questa parte. Mia madre m’incarica di farvi i suoi complimenti e la sua salute è adesso soddisfacente. Adesso io godo buona salute, benchè abbia sofferto lungo tempo di diverse malattie. Addio, caro signor Baratti; credete alla mia amicizia. — Louis N.» Curiosissima fra l’altre, è la lettera (io ne ho vista la minuta) che, testimonianza della loro amichevole relazione, il Baratti scrisse il 29 dicembre del ’49 a Napoleone: dopo molti complimenti, gli diceva: «L’Italia esulta che la Francia si sia scelto spontaneamente per capo chi ha più degli altri ereditato dal grande Uomo l’istinto alla grandezza e alla gloria. L’Italia vi ha conosciuto e confida». A Forlì si va tuttora ripetendo che il principe Napoleone morì di veleno: il figlio del Baratti, che ricorda benissimo i due fratelli a Forlì, nega ogni valore a questa voce; e i cronisti, indiscutibilmente veridici, come il Calletti e il Baccarini, sono d’accordo nel dichiarare la natura della malattia. A Forlì vive il figlio di G. B. Baratti che conobbe i due fratelli nel ’31 ai Bagni di San Piero in Bagno e fu amatissimo dalla vedova e da Napoleone III: questi, anzi, mortogli il fratello, fu ospitato da lui che abitava presso all’albergo. Il signor Baratti conserva il bicchiere che aveva seco il principe Napoleone Luigi: è di cristallo di Boemia ed ha nel centro, entro a una targa di cristallo, il ritratto di Napoleone I coronato d’alloro. Oltre una tabacchiera di tartaruga, con tre piccole medaglie di bronzo sul coperchio, rappresentatevi Ortensia, Giuseppina ed Eugenia, possiede un medaglione d’oro che racchiude entro a un cerchio di capelli una N pur fatta di capelli: fu dono della vedova, e i capelli sono del principe. Del quale, fra il carteggio che il Baratti ebbe colla famiglia Bonaparte, ho ritrovato solo questo biglietto, senza data ma del ’31, ed a lui diretto: «Sono dispiacentissimo di non aver trovato in Forlì la mia conoscenza di San Piero in Bagno. Il conte Saffi sta benissimo e si è fatto onore molto in uno riscontro che abbiamo avuto con dei briganti in Sabina a 18 mille (sic) di Terni. Napoléon L.»

118. André Lebev, Les trois coups d’état de Louis Napoléon, pag. 30. Da un ms. della Regina Ortensia, ora presso l’Imperatrice Eugenia.

119. Pierre De Lano, L’Empereur, pag. 44 e seguenti.

120. Memorie, Vol. II, pag. 203. Vedi del Guizot l’acuto giudizio che dà l’Hübner, II, pag. 85.

121. Le parole di prelazione all’opera Storia di Giulio Cesare, apparsa in due volumi magnifici nel ’65, furono scritte da Napoleone III nel 1862, dopo la guerra di Crimea, dopo che la campagna d’Italia collocava l’Impero arbitro d’Europa; nè di quella campagna apparivano le conseguenze funeste all’Impero, come apparvero poco dopo; di che vedasi il vol. IV del De La Gorge, Histoire du Second Empire. Questa prefazione ha l’aria di essere una smentita a V. Hugo e potè considerarsi come un’astuzia politica, per nascondere che

dal delitto

trasse il diritto, e dal misfatto il fato,

come scrisse il Carducci. Oggi in verità non appare che come documento della nobile allucinazione della sua mente. In essa è detto: «Quando la provvidenza suscita uomini come Cesare, Carlomagno, Napoleone, è per tracciare ai popoli la via da seguire, segnare con il suggello del loro genio un’êra novella, compiere in qualche anno il lavoro dei secoli. Felici i popoli che li comprendono e li seguono! Sventura a quelli che li misconoscono e li combattono!

Nè l’assassinio di Cesare, nè la prigionia di Sant’Elena hanno potuto distruggere per sempre due cause popolari, rovesciate da una lega, coperta sotto la maschera della libertà e così si avvera ogni giorno, dal 1815, la profezia del Prigioniero di Sant’Elena: quante lotte, e sangue, e anni non abbisogneranno, perchè il bene che io volevo fare all’umanità possa avverarsi!»

122. Stéfane-Pol, pag. 367.

123. Vedi Bonfadini, pag. 110. Allude a quando, per consiglio e preghiera della Regina Ortensia, si recò l’Arese in America ad incontrarvi l’amico, quivi deportato dopo il fatto di Boulogne. Avverta il lettore come queste parole: «fa quel che devi avvenga ecc.» furono abilmente sfruttate dal Cavour. Dopo il moto mazziniano in Milano del ’53, l’Austria con imperdonabile errore coinvolse tutti i milanesi nella colpa di pochi e veniva così a fare il giuoco del Cavour; furono quindi confiscati i beni agli emigrati politici, fra cui all’Arese. Questi, dopo lunghi colloqui col Cavour, scriveva all’Imperatore fra l’altro: «Quanto agli effetti della disposizione austriaca, io li subirò da uomo provato alle sventure, e specialmente quando si ha la fortuna di inspirarsi al vostro esempio, dal quale ho appreso a sopportare con coraggio le vicende della sorte e «a fare ciò che si deve, avvenga quello che possa avvenire». Vedi Bonfadini, pagg. 132-133.

124. Hübner, I, pag. 47.

125. M. le Duc De Morny, nel libro citato di P. De Lano, La Cour de Napoléon.

126. Hübner, I. pagg. 34, 44. ecc. L’Hübner dà la cifra dei morti, 2700: ma la riconosce esagerata. Il Monitore, esagerando in altro senso, scrive 380 morti.

127. Espressione del Mazzini.

128. Mazzini, Scritti, Vol. X, Il colpo di Stato europeo, pag. 349.

129. V. Hugo, pag. 25.

130. 2 Decembre 1851. Vedi Hübner, Vol. I. Confronta, per quanto infame, il libro del poliziotto Griscelli (Griscelli e le sue memorie), recente versione, editore Loescher, 1909.

131. Omaggio al motto: L’empire c’est la paix.

132. Hübner, I, pag. 49.

133. Ib., I, pagg. 46, 47.

134. Ib., I, pag. 49.

135. Ib., I, pag. 46.

136. Hübner, I, pag. 51.

137. Ibidem, I, pag. 47.

138. «Ai dì nostri l’etichetta non si fa accettare, se non quando essa si perde nella notte dei tempi.» (Hübner, II, pag. 82.) Conforme a questo dell’Hübner è il giudizio del nostro Azeglio (Bonfadini, pag. 122): «Queste aquile e aquilotti, quelle Tuileries, questo Roi Jérôme, che torna a galla, non mi finiscono di piacere: e mi par di vedere che tutta l’Europa rizza le orecchie se mai scoprisse dei progressi di courir des aventures, un po’ troppo grossi».

139. Machiavelli, Istorie fiorentine, dove parla di Corso Donati.

140. Cap. VI.

141. De Lano, L’Impératrice, pag. 206.

142. Enrico Conneau, medico, nato a Milano (1803-1877), amico sino alla devozione di Luigi Napoleone, con cui partecipò la prigionia, volontaria, ad Ham. Fautore della causa d’Italia. Coi nomignoli di Garibaldi, Bertani, era chiamato alle Tuileries. Vedi lettera riportata a pag. 106.

143. Chiala, III. Apparve prima nella Perseveranza di Milano, 24 agosto 1883. Il Cavour non comunicò tale colloquio che al La Marmora, all’Arese ed all’ambasciatore sardo a Parigi.

144. Il Congresso di Parigi nel 1856, susseguito alla guerra di Crimea. Vedi Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 269.

145. Il figlio dell’Hübner a questo punto così commenta (II, pag. 223): «In fondo egli si cura poco del Papa. Non ha egli detto all’ambasciatore inglese: è una cattiva politica tenere la guarnigione a Roma: ma se io la ritirassi, l’Austria si incaricherebbe lei dell’affare!»

146. Nato il 1819, morto il 1875.

147. Ferdinando II di Borbone sposò in prime nozze Maria Cristina di Savoia, da cui ebbe il principe ereditario, il re dal breve regno, Francesco II.

148. Maria Teresa di Lorena fu moglie di Carlo Alberto.

149. Il granduca Leopoldo col figlio lasciò Firenze per timore di un pronunciamento militare. Alle 4 pomeridiane del 27 aprile, scrive lo Stiavelli nell’interessante suo libro Antonio Guadagnoli e la Toscana dei suoi tempi, uscirono dal giardino di palazzo Boboli le berline del Granduca «e le teste si scoprirono ad un ultimo saluto senz’ombra di ironia o di canzonatura». Rifugiatosi presso l’Imperatore d’Austria, ebbe dalla battaglia di Solferino tronca la speranza di un pronto ritorno, come fu del 1849.

150. Di questo singolare tiranno, troppo noto e troppo mal noto, vedi R. De Cesare, La fine di un regno.

151. Il sospetto che quella ferita fosse stata cagione dell’atroce malattia che lo trasse precocemente alla tomba, non lo abbandonò mai. Avvelenata credeva la punta della baionetta di Agesilao Milano. Vedi R. De Cesare, La fine di un regno.

152. Appena avvenuto l’attentato di Agesilao Milano, disse all’incaricato d’affari di Sardegna: «Scrivete al nostro carissimo cugino che non è stato nulla e che sto bene».

153. Maria Sofia di Baviera, sorella di Elisabetta Imperatrice d’Austria, andò sposa a Francesco, duca di Calabria, poi re di Napoli. Di queste infelici nozze, vedi R. De Cesare, Roma e lo Stato del Papa.

154. Documento notevole sono queste ultime parole di Ferdinando Borbone: «Il Signore in questo momento mi dà la grazia di essere tranquillo e di non soffrire alcun dispiacere di distaccarmi dalle persone e dalle cose più amate. Lascio il Regno, le grandezze, onori, ricchezze, e non risento dispiacere alcuno. Ho cercato di compiere, per quanto ho potuto, i doveri di cristiano e di sovrano. Mi è stata offerta la corona d’Italia (allude ai Bandiera?), ma non ho voluto accettarla; se io l’avessi accettata, ora soffrirei il rimorso di avere lesi i diritti dei sovrani e specialmente poi, i diritti del Sommo Pontefice. Signore, vi ringrazio di avermi illuminato». (R. De Cesare, La fine di un regno, I, pag. 437.)

155. Francesco II salpò da Napoli per Gaeta la sera antecedente all’arrivo di Garibaldi.

156. Questo provvisoriamente: le nozze quasi imposte dell’amato cugino, Principe Napoleone con la figlia di Vittorio Emanuele (la seconda parte della lettera è tutta una faticosa perorazione affinchè il Re conceda la figlia giovanissima a questo epicureo, oramai quarantenne, tipo napoleonico singolare, schernitore acuto di uomini e cose, e ne fu schernito col brutto nomignolo di Plon-plon), e l’andata di lui in Toscana nel ’59; e la tendenza di Napoleone III a ricopiare il Primo Impero; e la sua illusione di potere sempre cogliere due piccioni ad una fava, fanno pensare che fosse ne’ suoi disegni futuri un regno napoleonico in Toscana. Ma l’incertezza è, in verità, il carattere più spiccato di questa federazione.

157. Luisa, principessa di Borbone-Artois (1819-1864), vedova di Carlo III, trucidato per giusta pena delle sue follie libertine, reggente pel figlio Roberto. Essa, con proclama del 9 giugno 1859, abbandonava Parma, riservando tutti i diritti del figlio che affidava «alla giustizia delle grandi potenze ed alla protezione di Dio». È noto come a Napoleone III stesse a cuore di non creare nuova materia di avversione, che già tanta ve n’era, nell’aristocrazia legittimista borbonica contro di lui.

158. Dato il concetto federale da cui moveva Napoleone III e che era nei suoi convincimenti, come vedremo dall’esame dell’opuscolo Napoleone III e l’Italia, e poi a Villafranca, la sostituzione della casa di Giovachino Murat a quella borbonica, non deve far meraviglia. Anche l’Ulloa ed altri napoletani propendevano, del resto, per tale mutamento, ed all’Imperatore doveva parere inoltre giusta vendetta del fucilato Murat.

159. Mazzini, Scritti, X, pag. 86.

160. Ib., Scritti, X, pag. 87.

Il Carducci, che fu avverso quanto altri mai a Napoleone III, e non eccessivamente tenero del conte di Cavour, scrisse: «Napoleone III non pensò certo a un regno d’Italia di cui coronarsi egli come Carlo Magno e il primo Napoleone: troppo erano diversi i tempi, se anche a lui benigni e opportuni: ma certo aveva vagheggiato un regno murattiano a Napoli e un bonapartiano in Etruria; e con molto rimpianto dovè scuoter via il bel sogno d’una confederazione italiana sotto la presidenza del pontefice. Camillo di Cavour non aveva ancora abbracciato tutta l’idea dell’unità come fece indi a poco; ma che che ne paresse ai democratici ed anche ad Alberto Mario, il conte non si voleva tra i piedi regni murattiani o bonaparteschi». (Alberto Mario, scrittore e giornalista.)

161. I. Artom, Il conte di Cavour in Parlamento, pag. XLVI.

162. Mazzini, Scritti, X, pagg. 309, 310.

163. Arturo Labriola, La Comune, pag. 23.

164. Carteggio Casati-Castagnetto, publicato a cura di Vittorio Ferrari.

165. «A questo punto (la richiesta di Nizza), nota sarcasticamente il figlio dell’Hübner (II, pag. 222), è lecito supporre che il ministro sardo abbia fatto una lieve smorfia. Teme il grido di dolore che eleveranno i suoi amici alla Camera, se egli abbandona al forastiere una provincia italiana. Egli esita, balbetta, batte un po’ la campagna, ma non promette niente».

166. Vedi Chiala, IV, CCXVI (discorso del Cavour): «Se alle ostilità dei partiti (di Francia contro Napoleone) si aggiungesse, non dirò l’ostilità delle masse, ma anche soltanto la indifferenza di esse, l’Imperatore dei Francesi quantunque conservasse tutta la sua simpatia per noi, non potrebbe più tradurla in atto, perchè anche il suo potere ha certi limiti. Ora, signori, a mantenere le masse francesi favorevoli all’Italia, era necessaria la cessione della Savoia e di Nizza. A torto od a ragione, io non lo voglio discutere, le masse francesi credevano e credono che le provincie ora accennate appartengano legittimamente alla Francia». Cfr. anche D’Haussonville, M. de Cavour et la Crise italienne (Revue des Deux Monds, 15 settembre ’62).

167. «Come Nizzardo voi avete ragione di serbarmi rancore per la mia perorazione in favore del trattato che io avevo firmato; ma oggi io posso dirvi di aver parlato contro la mia convinzione e per necessità.» Così il Cavour al generale A. Poerio che si doleva avere il Cavour detto che la contea di Nizza era da riguardarsi piuttosto come francese che come italiana. Chiala, IV, pag. CCXXII in nota.

168. Felice espressione, riferita da G. Visconti-Venosta (Ricordi di Gioventù, pag. 521) al fratello Emilio.

169. Vedi Federico Loliée, Les femmes du Second Empire, pag. 19. Virginia Oldoini, maritata al conte Francesco Verasis-Castiglione, primo scudiero di Vittorio Emanuele. Bellezza statuaria e famosa e non comune intelletto. Ammiratrice e devota al Cavour, amata da Napoleone III; una fra le più celebrate donne della corte del Secondo Impero, che di troppe e troppo celebrate bellezze sentì il malo effetto. Vedi Griscelli, Memorie.

170. G. Rothan, L’affaire du Luxembourg, Calman Levy, 1884. Vedi anche Lebey, op. cit., pag. 43.

171. Hübner, II, pag. 225. Vedi il capo ultimo di questo libro.

172. A. Labriola, La Comune, pag. 24. Vedi in fine al volume in nota il giudizio di questo scrittore su Napoleone III.

173. Conte Buol Schauenstein (1797-1865) ministro austriaco degli Esteri e presidente del Consiglio dal 1852. Temperamento orgoglioso, scontroso, si oppose nel ’52 al riconoscimento del Secondo Impero. Alludendo a lui, l’Hübner saviamente scriveva (I, pag. 109): «L’alterigia è nella società una sciocca consigliera e in politica una pericolosa consigliera». Se la forza della sua alterigia, abilmente stimolata e calcolata dal Cavour, fosse stata minore, non è assurdo pensare che le cose avrebbero preso altra piega.

174. Vedi Mazzini, Scritti, X, pag. 314. «Si è tanto predicato: aspettate; non movete…. indugi, disciplina, prudenza, che le città addottrinate ad attendere tutto dagli altri, nulla dai propri sforzi, hanno apparentemente perduto ogni vigore di iniziativa».

175. «Cavour lasciando Plombières poteva felicitarsi dei risultati ottenuti; ma egli conosceva troppo bene Napoleone per lusingarsi di avere guadagnata la partita. Prevedeva le incertezze, le oscillazioni, ecc., contro cui [avrebbe] dovuto lottare prima di arrivare in porto.» Nota di A. Hübner alla lettera del Cavour (II, pag. 224).

176. Mazzini, Scritti, X, pag. 268.

177. Pierre De Lano, Le secret d’un empire, L’Empereur, pag. 129. Di questo passo, vedi più diffusa spiegazione per ciò che riguarda l’opera del ministro prussiano, nel capitolo ultimo di questo libro. Cfr. Pierre De La Gorge, Histoire du Second Empire, Vol. IV e V.

178. Mazzini, Scritti, X, pag. 84. «Voi spronato costretto dal loro sacrificio (dei republicani italiani) a balbettare qualche timido incerto lagno sulle condizioni d’Italia, avete rimpicciolito il grido potente che viene dai loro sepolcri, a sommessa e codarda preghiera».

179. Lettera del Cavour al marchese Emanuele D’Azeglio. (Chiala, III, XVI, XVII.) Come poi, dopo la pace di Villafranca, la politica inglese si mutasse favorevole all’Italia, vedi nel capitolo Villafranca.

180. Chiala, IV, pag. 219.

181. Ib., III, XCIX.

182. Th. Martin, Life of the Prince Consort, pag. 357. Buon esito ebbe, invece, il prestito interno; e il Cavour se ne compiace col suo solito, forte lepore con Emanuele D’Azeglio, ambasciatore del Re in Londra (7 marzo 1859): «Il nostro prestito (interno) ebbe il più bel successo dopo il rifiuto di tutti i grandi banchieri d’Europa ad occuparsi di tale cosa. È uno spettacolo commovente vedere la premura dei piccoli nostri capitalisti nel venire a portare le loro piccole economie al governo. Questo fatto accoppiato all’emigrazione crescente della gioventù lombarda che accorre sotto le nostre bandiere, deve provare, mi sembra, che il sentimento nazionale non è un’invenzione di quella testa pelata del conte di Cavour».

183. Il 1.º aprile del ’59 il Mazzini, dopo aver detto che «l’opinione della Francia, tranne l’esercito, è avversa alla guerra», dopo avere ricordato le relazioni dei prefetti e dei capi di gendarmeria contrarie alla guerra, il silenzio di Parigi all’arrivo dei novelli sposi, il principe Napoleone e Clotilde, figlia di Vittorio Emanuele ecc., scrive: «la Francia repubblicana è risolutamente avversa ad una guerra che, trionfante, deve estendere l’imperialismo al di fuori; sfortunata, spargerebbe nuova vergogna sulle armi francesi e rinnovellerebbe forse le invasioni del 1814 e 1815». Vol. X, pag. 269.

184. Daniele Manin, sacrificando alle necessità l’idealità republicana, ebbe il concetto «dell’alleanza della monarchia e della rivoluzione» (espressione di Garibaldi, vedi il Risorgimento italiano, N. 1, art. 1.º); da cui il motto: Italia e Vittorio Emanuele, da cui la Società Nazionale Italiana, abilmente adoperata dal Cavour.

185. Hübner, II, pag. 79. Il titolo di conte è posteriore. L’Hübner ebbe da prima il titolo di barone. Del ’48 fu mandato dal Metternich a Milano onde trovar modo di sedare, accordandosi col vicerè e col Radetzki, l’agitazione prodotta dalla politica di Pio IX. Fu sorpreso dalla Rivoluzione del marzo. Autore di una pregiata opera storica su Sisto V.

186. Hübner, II. pag. 262 e seguenti. «Durante tutto quest’anno (1857) l’Imperatore Napoleone non m’ha mai rivolta la parola, perchè egli non è abbastanza padrone di sè, nè abbastanza abituato al trono per sapere che è indegno di un sovrano tenere il broncio». (II, pag. 80.)

187. Hübner, II, pag. 270. Drouyn de Lhuys (1805-1881) uomo politico francese, più volte ministro degli Esteri. NB. Tutta questa narrazione è fedelmente riassunta dalle interessantissime memorie dell’Hübner.

188. Hübner, II, pag. 280. La fredda, ostile accoglienza che Parigi fece a Clotilde, novella sposa, figlia di Vittorio Emanuele, avrebbe «esasperato l’Imperatore». (Hübner, II, pag. 278.) «Noi non salutiamo la piccina perchè essa ci porta la guerra, avrebbero detto gli operai.» (II, pag. 277.)

189. Hübner, II, pag. 283.

190. Th. Martin, Life of the Prince Consort, IV, pag. 357. «Nel famoso discorso di Bordeaux Luigi Napoleone, presidente della Republica, aveva detto: L’empire c’est la paix. Rothschild voltò la frase: La paix est l’empire, ententez-fous? disse all’ultimo ballo di corte ad uno dei ministri. Ententez-fous? bas de paix, bas d’empire! Il generale De la Roux ebbe il coraggio di ripetere il motto all’Imperatore, che non rise.» (Hübner, II, pag. 273.)

191. Di questi passi, alcuni notissimi e ripetuti, vedi Chiala, III.

192. Mazzini, Scritti, X. pag. 87.

193. Chiala, III, pag. 10.

194. Cfr. Mazzini, «Il discorso regio può tradursi così: la monarchia piemontese ha in core l’Italia, ma la sua fiducia è riposta nelle alleanze ecc. La guerra non dipende da Torino, dipende da Parigi». X, pag. 199.

195. Massari, La vita di Vittorio Emanuele, cap. XLIX.

196. Massari, La vita di Vittorio Emanuele.

197. Lettera di Odo Russell a M. Corbett, Il Risorgimento Italiano, Anno I, fasc. 2.º, pag. 202.

198. La contraddizione è rilevata anche dal Mazzini: «Le piaghe d’Italia non possono sanarsi che lacerando i trattati. Voi non potevate dirlo senza snudare ad un tempo la spada, lo so: ma potevate, se le correzioni parigine non vi dettavano la frase, tacerne». (Il discorso regio, X, pag. 199, 15 gennaio ’59.)

199. Conte Guido Melzi d’Eril: essi sono del padre suo, duca Giovanni.

200. Vedi R. Barbiera, Il salotto della Contessa Maffei e G. Visconti-Venosta, pag. 465.

201. Lodovico Mancini. Vedi il racconto minuto nel Barbiera, op. cit., e a pag. 473 dell’op. cit. di Giovanni Visconti-Venosta.

202. Vedi tutto il vol. X degli Scritti del Mazzini.

203. Vedi Mazzini, Scritti, X, XX. La formula plebiscitaria, provocata dopo Villafranca, fu, come è noto, ben altra. Nella lettera «al conte di Cavour» del giugno ’58, v’è questo passo: «Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono essere concentrati sul regnante d’oggi. Or la potenza che vi dànno le forze che portate sul campo, e l’abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, vi assicurano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d’Italia», pag. 78.

204. Carteggio Casati-Castagnetto, pag. XLVII.

205. Mazzini, Scritti, X. pagg. 312. 313.

206. Mazzini, Scritti, X. pag. XVIII in nota; e pag. 205: «Vogliamo la guerra all’Austria, ma non vogliamo combatterla a fianco di un altro straniero che ha fondato, sui cadaveri dei nostri migliori, una usurpazione militare a pro della tirannide di Roma». Non è qui il luogo di rifare la storia della spedizione francese del ’49 contro Roma. Richiamiamo tuttavia il passo a pag. 106, e ricordiamo che il Guizot (Memorie, VIII, pag. 403) ai primi accenni di rivoluzione in Roma fece nel gennaio del ’48 allestire una spedizione di 5000 armati, pronta ad imbarcarsi per Civitavecchia; ed è noto che se fosse mancato l’intervento francese, sarebbe avvenuto l’intervento austriaco. Ciò è detto non a giustificazione ma a spiegazione.

207. Mazzini, Scritti, X, pag. 306.

208. De Cesare, Roma e lo Stato pontificio, II, pag. 55.

209. Mazzini, Scritti, X, pag. 282.

210. Hübner, II, pag. 221.

211. Chiala, VI, pag. 393.

212. Lettres de M. P. Mérimée à M. Panizzi, edite di Fagan Paris, Lévy, 1881. A questo letterato sono attribuite le lettere d’amore che la futura imperatrice di Francia dirigeva a Luigi Bonaparte.

213. Parole testualmente riferitemi dal dotto e nobile Pietro Galli, distributore nella Gambalunghiana di Rimini.

214. Chiala, III, in fine.

215. Vedi più dietro a pag. 70.

216. Vedi più dietro a pag. 107.

217. Mazzini, Scritti, X. pag. 232, Napoleone III e l’Italia, 15 febbraio.

218. Chiala, III, pag. 37.

219. Chiala, III, pag. 52.

220. Mazzini, Scritti, X, pag. 231.

221. Hübner, II, pag. 278.

222. Chiala, Lettera del Cavour alla contessa A. De Circourt, 22 luglio 1859.

223. «L’avventura italiana ebbe nel regno di Napoleone III l’aspetto amabile, ancorchè ingannevole, di una popolarità sincera, e tale anche oggidì è considerata: tanto è vero che l’umanità si affeziona a ciò che un giorno la sedusse, anche se essa poi ne fu ingannata». Così un autore francese. Pierre De Lano, L’Empereur, pag. 134.

224. Pierre De La Gorge, Histoire du Second Empire, II, pagina 448.

225. Chiala, III, XLI.

226. Chiala, III, pag. XLV. Il segreto della cessione della Savoia era trapelato, pare, anche per indiscrezione di Napoleone stesso. Vedi Chiala, III, XLIV in nota. «Cavour aveva acconsentito a pagare il servizio della Francia in natura, cioè con belle e buone provincie appartenenti da tempo immemorabile alla casa di Savoia, perchè non voleva essere costretto a pagare più caro ancora, cioè con una dipendenza troppo assoluta e un vassallaggio troppo completo, pur sapendo che un simile sacrificio gli sarebbe stato amaramente rimproverato». Così il conte D’Haussonville nel citato articolo del 15 settembre 1862 nella Revue des Deux Mondes.

227. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, lettera del Cavour, pag. 165.

228. «La questione italiana ha raggiunto uno stadio in cui ogni speranza di poterla sopprimere, sopire per lungo tempo indugiare, sarebbe non solo immorale, ma follia.» Mazzini, X, pag. 255.

229. Chiala, III, pag. 57.

230. Chiala, III, pag. 28.

231. Ib., III, pag. 55.

232. Mes amitiés à La Marmora (Ottavio, intendente generale a Nizza) que j’aime beaucoup lors même que je m’irrite lors qu’il n’est pas aussi actif que je le voudrais. Chiala, III, pag. 33.

233. Chiala, III, pag. 23. Lettere al Boncompagni (8 febbraio ’59) esitante nel preparare l’agonia senza dolori della casa di Lorena in Toscana: «Vi confesso schiettamente che sono un poco meno scrupoloso di voi ed ho una coscienza (nelle cose politiche) un poco più larga della vostra».

234. Mazzini, Scritti, X, pag. 85.

235. Giovanni Visconti-Venosta, op. cit., pagg. 457 e 458.

236. Mazzini, X, pag. 303.

237. Chiala, III, pag. 28.

238. Ib., III, pag. 42.

239. Hübner, II, pag. 373.

240. Taxile Delord, Histoire du Second Empire, II.

241. Garibaldi, Memorie.

242. Chiala, III, LXVI.

243. Mazzini, Scritti, X, pagg. 255 e 268 (15 marzo e 1 aprile ’59).

244. Chiala, III, LXIV.

245. Chiala, III, pag. 49. Lettera del 21 marzo.

Per ciò poi che riguarda la Francia, crede o desidera di far credere ad E. D’Azeglio «che la rivoluzione si estenderà alla Francia, che sarà così governata da un sovrano spogliato del suo prestigio e ne seguirà una conflagrazione ben maggiore di quella che oggi si teme». È lo spettro della Rivoluzione; del quale mezzo così acuto uso farà Cavour di fronte a Napoleone. Parlando poi di questa lettera al Nigra, il De La Gorge (op. cit., II, pag. 422) ne fa maligna parafrasi, dicendo che Cavour scrisse al Nigra «affinchè arrivasse sino a Napoleone e con la sua astuzia, i suoi sotterfugi, le sue preghiere lo strappasse alle influenze degli amici della pace».

246. Lettera del 20 marzo. Chiala, op. cit., III, pag. 457.

247. Parole del conte Buol riferite da lord Malmesbury, 27 gennaio 1858. (Vedi Chiala, III.) Il Mazzini stesso (1º aprile, ved. Scritti, X, pag. 271) vi accenna: «Il Piemonte, se romperà guerra appoggiato dalle armi napoleoniche, susciterà a pro’ dell’Austria una potente coalizione e finirà per subire le sorti dell’alleato; se romperà guerra solo, sarà disfatto», da ciò la deduzione «di appoggiarsi francamente, lealmente sulla Rivoluzione». Per questa terza via egli rinnova la sua inesauribile fede nella vittoria, benchè richiami a mente «l’inerzia più che probabile del mezzogiorno d’Italia».

248. Chiala, III, LXXVIII.

249. Ib.

250. «Si comprende — scrive il Grabinski, op. cit. pag. 159, — che l’Arese e i patriotti italiani non si preoccupassero guari dei pericoli della Francia; ma bisogna dar lode al sentimento publico in Francia che previde le gravi conseguenze della guerra del 1859 e non nascose punto la sua opposizione ai progetti di Napoleone III.»

251. Mazzini, Scritti, X, pag. 272.

252. Chiala, III, XCVI.

253. Vedi Chiala (III, XCV) il quale toglie dal citato libro del Martin, e dice «che questi ragguagli furono al Principe Consorte comunicati nel febbraio del ’60 da eminente personaggio, in condizione di conoscerli con la più scrupolosa esattezza».

254. L’Arese fu dal ’49 mandato a Parigi dal ministro Gioberti a sollecitare l’aiuto di Luigi Napoleone nelle guerre d’Italia. Dispaccio Arese del 9 e 21 febbraio 1849. Vedi Bonfadini, pag. 96. L’Hübner ricorda che non fu agevole anche allora distogliere il Presidente dall’intervenire nelle cose d’Italia contro l’Austria.

255. Chiala, III, XCV.

256. Hübner, II, pag. 368.

257. De La Gorge, Histoire du Second Empire, II, pag, 422.

258. Hübner, II, pag. 361.

259. Hübner, II, pagg. 367 e 368.

260. La principessa Matilde, figlia del re di Westfalia, sorella del principe Napoleone, cugina dell’Imperatore. Di questa dama vedi Federico Lolliée, Les femmes du Second Empire. Fu uno degli affetti giovanili di Napoleone III. Muliebremente caratteristica è la frase di lei: «Se io l’avessi sposato, mi sembra che gli avrei rotto la testa per sapere quello che c’era dentro».

261. Poi ministro al tempo della guerra tra Prussia ed Austria.

262. Hübner, II, pagg. 370 e 371.

263. Ib., II, pag. 271.

264. Chiala, III, CVIII.

265. Chiala, III, CVII.

266. Chiala, VIII, XCVII. Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury.

267. G. Roberti, L’Italia nel carteggio della Regina Vittoria. Nel Risorgimento Italiano. Anno III, fascicolo 2.º, pag. 206.

268. De La Gorge, op. cit. III, cap. I.

269. Hübner, II, pag. 361.

270. Il Massari, op. cit., pag. 309, racconta questo efficace aneddoto. Giacomo Rothschild si recò dal Cavour dopo il colloquio con Napoleone per sapere se v’era pace o guerra. Cavour rispose: «Vi sono molte probabilità per la pace, e vi sono molte probabilità per la guerra». «Sempre astuto, signor Conte.» «Ecco, signor barone, io vi faccio una proposta: comperiamo dei titoli e giochiamo al rialzo; io poi darò le mie dimissioni. Avremo un rialzo di 3 franchi.» «Voi siete troppo modesto, signor conte, voi valete almeno 6 franchi.»

271. Chiala, VI, pagg. 376-380. Queste apprensioni del Cavour hanno il loro perfetto riscontro in Mazzini (X, pag. 273): «I governi irritati del nostro averli costretti ad agitarsi, a tremare, ad armarsi per nulla, s’adoprerebbero a frenarci come perturbatori perpetui senza intento determinato: i Popoli che ieri guardavano in noi come in Popolo iniziatore, imparerebbero a sprezzarci come chi minaccia e non osa. Tolga il cielo tanta vergogna. Un popolo che ottiene fama di codardo è spento per sempre».

272. Lettera di Villamarina al Cavour, 17 gennaio 1858, in N. Bianchi, Storia documentata, VII, pag. 391.

273. De La Gorge, II, pag. 347 e segg.

274. Op. cit., II, pag. 350. Vedi anche le Memorie di Claude, capo della Polizia sotto il Secondo Impero, I, pag. 357.

275. Chiala, VI, pag. 197.

276. De La Gorge, op. cit., II, pag. 353.

277. Pierre De Lano, L’Impératrice Eugénie, pag. 99.

278. Ib., pag. 100.

279. Ib., pag. 100.

280. Lettera all’Arese del 26 agosto ’59. Vedi Bonfadini, pagina 186. Il Bonfadini vi aggiunge in nota: «L’augusta donna non prevedeva, sotto l’impressione dei suoi sdegni vivaci, che tre dipartimenti francesi, oltre il rimborso di sessanta milioni, avrebbe guadagnato l’Impero tenendo fede alle stipulazioni di Plombières»; e su questo punto dovrebbe cessare ogni discussione. Napoleone III o la Francia, avendo poi chiesto un pagamento, e questo essendo stato fatto, la partita si deve ritenere chiusa. Nei libri di ragioneria non esiste, in fatti, il capitolo riconoscenza. Se non che il supporre la guerra d’Italia fatta a questo scopo, è supporre cosa troppo semplice.

281. Pierre De Lano, La Cour de Napoléon, pag. 225.

282. Lettera al Principe Consorte di A. Thiers del 22 marzo: «L’Imperatore, non ha che un fine, che un’idea fissa: arrivare alla guerra, pur parlando di pace». Chiala, III, LXXVIII.

283. «L’Imperatore, non ostante avesse aderito al congresso, nel suo intimo, desiderava ardentemente la guerra.» Chiala, III, CX.

284. Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury. Chiala, III. Vedi anche Kossuth, Souvenirs.

285. De La Gorge, op. cit., III, pag. 9.

286. Umiliare l’Austria; consolidare col prestigio della gloria militare il trono usurpato; cattivarsi la benevolenza dei republicani, sostenendo un’idea generosa; sostituire in Italia l’influsso imperiale a quello dell’Austria. Convincere anche di mendacio Vittore Hugo che aveva detto: «Voi non avete guadagnato che la battaglia di Satory» (campo di manovre dove la cavalleria aveva acclamato Imperatore il Presidente della Republica), e Mazzini, che aveva detto: «Voi amate bensì le uniformi di parata, corrusche d’oro, ma dubito che siate atto a condurre solo alcuni reggimenti». A questa velleità di duce supremo allude anche l’Hübner. Fu anche detto: La guerra d’Italia, per effetto di vincoli settari, si presentava come una cambiale non prorogabile: bisognava pagare, e la pagò in fretta, per liberarsi da questo impegno. Ma più forse che i vincoli settari, l’impegno di Plombières, che Cavour veramente agitò come una cambiale. Il programma di Napoleone I dei confini della Francia: il Reno e le Alpi. Il De Lano accerta esistere un ms. dell’Imperatore e col titolo: Perchè feci la guerra d’Italia.

287. L’Orsini, uccidendo Napoleone III, si riprometteva, insieme con la vendetta di Roma, la republica in Francia; dal quale mutamento sperava utilità per l’Italia. I dispareri col Mazzini, la impulsività del carattere, la tristezza dell’esiglio incitarono il trapasso dal pensiero all’opera. Fallita questa e vistosi perduto, volle o fu confortato a volere, che il suo sangue, consacrato alla causa d’Italia, non fosse sparso invano. Da ciò la lettera all’Imperatore.

«Vostra Maestà — diceva — si ricordi che gli Italiani, tra i quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande: si ricordi che gli furono fedeli sino alla sua caduta. Vostra Maestà non respinga la voce suprema d’un patriota sui gradini del patibolo: liberi la mia patria, e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno nella posterità».

Dopo l’attentato dell’Orsini l’Hübner voleva sapere se era vero che «l’Imperatore avesse l’imaginazione colpita» (Hübner, II, pag. 285); e al Cavour sono attribuite queste parole: «Per l’Imperatore, Mazzini è uno dei suoi più feroci nemici: gli spedisce ogni tre mesi degli assassini: una specie particolare di pazzia» (Chiala, III, CV). Il proposito di Napoleone di graziare l’Orsini è stato messo in dubbio; anzi, negato dal nobile Carlo di Rudio (Resto del Carlino, 4 ottobre 1908), il quale riferisce particolari interessanti, ma molto contestati e contestabili, sull’attentato. Ma della volontà di graziare l’Orsini non può cadere dubbio (vedi anche Hübner). Altre deduzioni si potrebbero fare se risultasse che la polizia austriaca sapeva in antecedenza dell’attentato (vedi Bonfadini, op. cit., pagg. 173-176 e Prefazione alle citate Memorie del Griscelli, Loescher, 1908). Avvenuta la pubblicazione delle lettere dell’Orsini nella Gazzetta Piemontese, scrive l’Hübner: «I giornali di Parigi non hanno osato riprodurre gli ultimi scritti dell’assassino, che l’organo del signor Cavour raccomanda come modello alla gioventù italiana». Specialmente perchè la provenienza dovrebbe significare qualche cosa, ristampo questi passi di lettera che da Parigi Amilcare Cipriani, non inferiore al Rudio per audacia rivoluzionaria, ma coscienza insospettata, scriveva il 17 settembre 1906 al signor Paolo Mastri e che fu edita nel Resto del Carlino (17 settembre 1908):

«…. la prima lettera che scrisse all’Imperatore, questi, profondamente impressionato e commosso, per tentare di salvarlo e servire in pari tempo la causa italiana per la quale l’Orsini si era sacrificato, per l’intermediario di Pietri, la fece recapitare a Jules Favre difensore dell’Orsini stesso, acciocchè la leggesse dinnanzi alle Assise, ciò che fu fatto.

«L’effetto fu strepitoso e, se Orsini non ebbe salva la vita, ebbe salvo l’onore.

«I ministri andiedero su tutte le furie, ed il conte Hübner, ambasciatore austriaco ne fu sbalordito, perchè intese che era un colpo diretto al cuore del suo governo.

«La seconda, quella ch’egli scrisse alla vigilia di morire, l’Imperatore l’inviò a Cavour, pregandolo di pubblicarla nella Gazzetta Ufficiale del Piemonte.

«Cavour, sorpreso, obiettò che un tale atto equivaleva ad un attacco diretto di entrambi contro l’Austria.

«Napoleone rispose si pubblicasse, e così fu fatto. Erano le prime ostilità.

«Quattro mesi dopo Cavour e Napoleone si trovarono a Plombières: l’Imperatore fu ben presto convinto che Orsini non era un delinquente, ma un apostolo che s’immolava per la sua patria, e non avendo potuto salvargli la vita, gli fece sapere in carcere: «che d’ora innanzi tutti i suoi pensieri erano oramai rivolti alla liberazione d’Italia.» Per questa complicata questione dell’Orsini si desiderano i promessi studi di Alessandro Luzio.

288. Chiala, III, pag. 187.

289. Carducci, Alberto Mario giornalista. Come abbia il Carducci avversato Napoleone, è troppo noto per qui farne parola.

290. Chiala, III, pag. 58.

291. Buol a Malmesbury, vedi Chiala, III, CVIII.

292. L’Italia nel carteggio della Regina Vittoria nel Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 201.

293. Ma andassero lontani Poerio e gli altri condannati politici, fuori del mondo: non udisse più il Re parlare di loro. Invece udì parlare di loro. Erano sbarcati a Cadice e non era facile rimetterli in nave ancora. Imbarcateli a qualunque costo, aveva ordinato il Re. E ancora ripresero il mare. Ma li aveva uditi giunti in Irlanda, e poi a Londra, acclamati, compianti, onorati.

Sono proprio di quel tempestoso mese di marzo, quando dopo la nota del Monitore, il Cavour — secondo il Guerrazzi — aveva perso il sonno e tutto andava in isconquasso, queste interessanti istruzioni per Poerio e gli altri esuli napoletani a Londra:

Illuminare l’opinione pubblica inglese, evitando però, come fecero sinora con tanta prudenza, le dimostrazioni e gli atti che potrebbero farli confondere con la screditata emigrazione mazziniana. Cercare ogni modo per dimostrare che le due grandi cagioni dei nostri mali sono: l’influenza austriaca e la dominazione temporale del Papa: insistere su questo punto per rendersi favorevole l’opinione protestante. Fare adesione alla politica piemontese, senza però lasciar travedere che si subisca l’influenza venuta da Torino. Insistere perchè l’Inghilterra faccia prevalere nel Congresso (se Congresso vi sarà) il principio del non intervento dell’Austria, in modo preciso ed assoluto, nei paesi situati sulla sponda destra del Po.

294. Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206

295. Hübner, II, pagg. 362, ecc. e 393.

296. Chiala, III, CXI.

297. Hübner, II, pag. 370.

298. De La Gorge, op. cit., II, pag. 431.

299. Ib., II, pag. 428.

300. «Massimo parte domani: a Londra ed un po’ anche a Parigi il suo viaggio è visto di buon occhio, perchè si spera servirsi di lui per rovesciare il conte Camillo, e surrogarlo a lui». Lettera del Massari al Panizzi, 15 aprile. Vedi la lettera di Massimo d’Azeglio al Cavour, datata da Londra proprio in quel 19 aprile. Venuto ad amichevoli colloqui con gli uomini di Stato inglesi e col Principe Alberto, si mostra tutt’altro che turbato o spiacente dell’accettato congresso. «Tutti vedranno che in quest’occasione il raziocinio ha vinto in te la tua naturale tendenza all’operare ardito». «Una grande discussione, della quale si farà gran pubblicità e gran commenti nella stampa, che metta in luce tutte le bricconerie usate contro gli italiani, non può ridondare che in sovrano nostro vantaggio». Perchè gli uomini di Stato inglesi sono avversi all’Italia? «Perchè suppongono gran progetti a Napoleone e credono che noi siamo suoi istrumenti». Poi osservando la diffidenza che in tutti ha inspirato Napoleone e come «non abbia disposto le cose in modo da trovarsi preparato ad ogni evento», scrive: I lo chërdia pi bulo: io lo credeva più accorto. Vedasi come tutto risponde a ciò che venimmo scrivendo. (Chiala, VI, pagg. 391-393.)

301. Chiala, III. pag. 85.

302. Pour moi Mazzini c’est un adversaire politique, dont nous avons pu anéantir le parti, mais avec qui nous ne pourrons jamais arriver à un accord. Souvenirs del Kossuth. Vedi in Chiala, III, CV.

303. Vedi Castelli, Ricordi, pag. 97.

NB. È del 19 aprile questa lettera del Cavour a G. Gorio (Chiala, VI. pag. 394): «Non si dia più verun fastidio per la pronta vendita dei buoi grassi. Salveremo le vacche, ma perderemo la causa italiana, che pareva prossima ad una soluzione favorevole. L’Imperatore è stato ingannato od è traditore. Ci ha fatto un danno irreparabile col costringerci al disarmo. Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che abborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo».

304. Hübner, II, pag. 69.

305. Ib., II, pag. 276.

306. Cioè: disarmo del Piemonte; esclusione del Piemonte; nessun mutamento territoriale.

307. Avvenuta l’intimazione dell’ultimatum, supremi sforzi tentò lord Malmesbury perchè il conte Buol aderisse all’ammissione degli Stati Italiani al congresso (dispaccio del 20 aprile, ore 1.43 pom.). Per mezzo del suo ambasciatore protestò il 22 aprile in nome di S. M. Britannica, aggiungendo che «se l’ultimatum avesse avuto effetto, l’Austria avrebbe perduto ogni titolo all’aiuto ed alla simpatia dell’Inghilterra».

Oramai era deciso: il conte Buol rispose all’ambasciatore inglese che «v’era un’opinione pubblica anche in Austria, con un Imperatore giovane e cavalleresco a cui la dignità e l’onore del suo paese erano sacri. Noi siamo stati sbeffeggiati, provocati, insultati per lungo tempo dalla Sardegna». Vedi Chiala, III. CXXXVII. Tentò il Walewski il mezzo supremo dell’intimidazione per mezzo di Massimo d’Azeglio, mandato in quei giorni a Parigi ed a Londra dal Cavour: «Per carità, consigliate, consigliate al vostro governo subito il disarmo. Se voi non disarmate, l’Austria vi attaccherà e vi schiaccerà senza fallo. Noi verremo in vostro soccorso, ma sarà troppo tardi. L’esercito piemontese avrà cessato d’esistere e il Piemonte servirà di campo di battaglia tra Francia ed Austria».

308. Vedi Nota precedente.

309. Hübner, II, pag. 395.

310. Chiala, III, CXXII.

311. Chiala, III, CXXII.

312. Ib., VI, pag. 395.

313. Vedi Castelli, Ricordi, pag. 97.

314. Vedi Loftus, Correspondence respecting the affairs of Italy, pag. 321.

315. Hübner, op. cit., II, pag. 406.

316. Hübner, op. cit., II, pagg. 292 e 293.

317. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, pag. 382.

318. Voti favorevoli 110, contrari 24.

319. La lettera concludeva: «Ho l’onore di pregare Vostra Eccellenza di voler prendere il contenuto (della presente) in seria considerazione e di farmi sapere se il governo del Re acconsente o no a mettere, senza indugio, il suo esercito sul piede di pace e a licenziare i volontari italiani.

«Il latore della presente ha l’ordine di mettersi a vostra disposizione tre giorni per la risposta.

«Se allo spirare di questo termine non ricevesse risposta, ovvero essa non fosse completamente di nostra soddisfazione, la responsabilità delle gravi conseguenze che seguirebbero a questo rifiuto ricadrebbe tutta intera sul governo di Sua Maestà di Sardegna.

«Il mio Imperatore, dopo avere esaurito tutti i mezzi concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della Pace, dovrà con suo grande rincrescimento ricorrere alla forza delle armi.

«Nella speranza, ecc., ecc., signé Buol».

320. Vedi Massari, Vita del conte di Cavour.

321. Op. cit., II, pag. 440. Vedi anche questo mio libro, pag. 178.

322. Morto da valoroso a Castelfidardo, 1860.

323. Breve risposta. Riassume le vicende del Congresso. Il Piemonte ha accettato le condizioni del Congresso, formulate dalle potenze d’Europa. Rifiuta di aderire al disarmo fuori di quelle condizioni. «Quali ne possano essere le conseguenze, la responsabilità ricadrà su chi ha armato per primo, su chi ha rifiutato le proposte dell’Inghilterra, su chi ora vi sostituisce un comando di minaccia. Signé: C. Cavour».

NB. Il Cavour sentì la pesante violenza del Buol in modo indimenticabile, e per quanto comportava la sua nobile natura incapace di odio. Documento curioso è questo passo di lettera all’amico De La Rive, del decembre 1859, riportato dal Chiala fra i soliti puntini (III, pag. 164): «Se voi fate quest’inverno una scappata a Parigi, voi mi troverete all’Hôtel di Bristol. Ho fermato l’appartamento che il Buol occupava nel 1856 e ciò sempre allo scopo di invadere il territorio austriaco».

324. De La Gorge, pag. 53.

325. Le Maréchal Canrobert, di Germano Bapst.

326. Hübner (figlio), II. pag. 221.

327. «Freddo, risoluto e fornito del colpo d’occhio pronto e sicuro dei grandi capitani, d’un coraggio quasi temerario durante l’azione, Napoleone non può, dopo la battaglia, con occhio asciutto, guardare i corpi esanimi di quelli che pagano con la loro vita. I cadaveri che lastricano la via della vittoria, gliela rendono troppo dolorosa. Egli ha già fretta di vedere la fine di questa guerra d’Italia, che costa ogni giorno tanto sangue francese.» (Dalle memorie del conte O. De Viel Castel, 15 giugno. In Chiala, VI, pag. 405.)

328. Bollettino del 15 agosto ’55.

329. L’Hübner in data 25 aprile scrive (Vol. II, page. 422): «A notte tarda Cowley mi scrive che Lord Malmesbury offre all’Austria ed alla Francia la mediazione dell’Inghilterra per una intesa diretta fra le due potenze, ma esige che l’Austria ritardi l’attacco al Piemonte, quale si sia la risposta di Vittorio Emanuele all’ultimato dell’Austria». In tale senso Hübner telegrafò a Buol la mattina del 26. Lo stesso giorno, 26, Buol risponde all’Hübner: «Banneville dichiara che il passaggio del Ticino da parte degli Austriaci, sarà considerato come una dichiarazione di guerra contro la Francia. Noi accettiamo la mediazione inglese, ma mantenendo la nostra risoluzione di varcare la frontiera, se la risposta sarda al nostro ultimatum non è soddisfacente».

330. Il Risorgimento Italiano, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206. Le mosse contradditorie e disordinate del Giulay diedero tempo ai due eserciti alleati di congiungersi. Giulay, dopo Magenta, abbandonò la direzione della guerra. Minute e accurate notizie della guerra del ’59 va raccogliendo il rag. Labadini di Milano, oltre a quelle che si trovano nei libri di arte militare.

331. Moreno, Trattato di Storia militare, pag. 283.

332. Op. cit., III, pag. 17.

333. La via ferrata pel Cenisio finiva a Saint-Jean-de-Maurienne. Riprendeva poi a Susa. Framezzo erano parecchie tappe penose di cammino in montagna.

334. Chiala, VI, pag. 404.

335. Vi si recò in incognito la mattina del 13.

336. Generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato Maggiore dell’esercito sardo, che ebbe parte negativamente grande alla battaglia di Custoza. Ch’ai dia al so general ch’as rangia, rispose, stando al caffè, all’ufficiale del generale Govone, implorante soccorsi. Così per testimonianza riferisce De Felissent. Il generale Pianell, pag. 365.

337. Tolgo dal Chiala (VI, pag. 400): «Le relazioni tra il Re e il Cavour, come è noto (veramente mi pare poco noto), non furono mai cordiali: dal gennaio in poi…. erano divenute difficilissime». Dopo Villafranca e nell’ultimo ministero Cavour non mutarono di troppo. Vedi lettera di Garibaldi, edita nel Risorgimento Italiano, N. 1.

338. Chiala, VI, pagg. 416, 422.

339. Op. cit., III, pag. 12.

340. Non dunque, come si scusava il Della Rocca, quelle notizie che possono danneggiare le operazioni militari. Ciò è così ovvio che la spiegazione è inutile!

341. Per quanto riguarda il servizio della stampa, è notevole questo passo: …. «L’Imperatore ha fatto dare a vari giornalisti dei salvacondotti. È necessario che questi siano riconosciuti e rispettati dalle nostre autorità militari. Non possiamo pei giornalisti essere più severi della Francia. Se concedessimo loro minori facilità, essi susciterebbero contro di noi l’opinione pubblica in Europa, ciò che nuocerebbe assai all’esito finale della lotta».

342. Chiala, VI, pag. 400.

343. Pag. 320. «Chi era poi brutale nei suoi discorsi era il principe Napoleone: non sapeva frenare la sua rabbia contro i Toscani che gettava nel fango, come uomini indegni di libertà, e quando taluno di noi (è un pranzo acidetto al quartiere di Vittorio Emanuele dopo Villafranca) gli faceva qualche osservazione esclamava: Non sono più gli uomini di Firenze antica, sono una razza imbastardita».

344. Chiala, VI, pag. 402.

345. Proclama del 1.º giugno 1859 ai popoli del Tirolo e del Vorarlberg.

346. Gazzetta Ufficiale di Milano, 4 giugno.

347. Mazzini, La Guerra, 15 maggio, X, pag. 304.

348. D’Ideville, Journal d’un diplomate en Italie. Del resto, questa facoltà del cospirare non era sfuggita pur all’Hübner (I. pag. 51): «Egli ha dell’astuzia, egli possiede a un alto grado l’arte di cospirare».

349. Hübner, I, pag. 77.

350. Stéfane-Pol, op. cit., pag. 101.

351. Chiala, III, CLXXIII.

352. «Voi tradite deliberatamente l’Italia, ripetendo la parte di Ludovico il Moro, chiamando la tirannide straniera di qua dell’Alpi.» Mazzini, Scritti, X, pag. 74 (giugno. 1858).

353. Cavour prese atto di questa dichiarazione dell’Imperatore, e la publicò. Vedi Bianchi, Storia documentata, VIII, pag. 499. Già dal 18 maggio l’Imperatore aveva assicurato l’ex ministro Salvagnoli, che gli avea chiesto udienza, che la missione del cugino in Toscana era puramente militare. Lo richiese discretamente della possibilità di elevare la duchessa di Parma al trono di Toscana. Il Salvagnoli rispose dicendo che «era assolutamente impossibile». Le sorti della Toscana così rimasero sospese.

354. Il 22 maggio fu letto ai soldati toscani l’ordine del giorno di Vittorio Emanuele: «Stimandovi degni di combattere a fianco dei valorosi soldati di Francia, vi pongo sotto gli ordini del mio amatissimo genero il principe Napoleone, a cui sono dall’Imperatore dei francesi commesse importanti operazioni militari. Ubbiditelo come ubbidireste a me stesso».

355. Il conte Nigra con decreto del 15 giugno era stato incaricato dell’ufficio di segretario capo presso la Direzione generale per gli affari delle provincie annesse. Vidi Chiala, III, pag. 97.

356. Vedi pag. 241. — E. T. Moneta, tutt’altro che favorevole a Napoleone, ma spirito equo e desideroso della verità, scrive a questo proposito: «Ma nell’entusiasmo del momento, nella fede immensa che tutti avevano nel valore dei due eserciti alleati, passò inosservato (?) l’ammonimento contenuto nelle ultime parole. I volontari avevano bensì dato un bel contingente, ma molto inferiore a quanto si imponeva ad un popolo in una guerra che si combatteva per la sua indipendenza». Vol. II, pag. 311 della bell’opera: Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX.

357. Vedi nota a pag. 313.

358. De La Gorge, op. cit., II, pag. 448.

359. De La Gorge, III, pag. 113.

360. Hübner, II, pag. 428.

361. Vedi documento in Chiala, VI, pag. 728: «Il principe Gortschakoff aveva detto: Niente politica rivoluzionaria! Egli amava l’Italia dove aveva a lungo dimorato nella sua giovinezza. Incaricato d’affari a Firenze, aveva visto la Toscana felice sotto il paterno governo granducale e del vecchio Fossombroni. La sola ombra a questo quadro era l’influsso pernicioso, esercitato dall’Austria, ecc.».

362. La guerra, 15 maggio. Vol. X. pagg. 303-304.

363. Vedi Chiala, VI, pag. 398. Il Walewski si oppose alla citata frase del proclama imperiale in cui si accennava all’Adriatico. L’Imperatore contraddisse all’interpretazione che il conte Walewski dava a quel passo, che, secondo lui, era la semplice dichiarazione di un’opinione, ma non lo legava per nulla a sostenerla con la spada. (Vedi Chiala, III, CLII, che toglie dal Martin, op. cit., pag. 435.)

364. Le frontiere del Reno per timore d’invasione della Prussia, non potevano essere sguarnite.

365. Hübner, II, pag. 275: «Gli armamenti si fanno con mollezza e su piccole proporzioni; …i lavori di guerra si eseguiscono a pezzi e bocconi, conseguenza naturale della mancanza di fondi, che non si sono ancora voluti chiedere al corpo legislativo: ma mi sembra anche ravvisarvi un riflesso delle incertezze che regnano nelle alte sfere del potere». Informazioni al Buol.

366. La guerra d’Italia, scritta dal corrispondente del Times al campo franco-sardo. Ed. Perin. Paris, rue de Solferino, 1860, cap. I. (Obbiettiva e completa narrazione.)

367. Bollettino austriaco.

368. Vedi nota pag. 332.

369. Chiala, III, CXCVI. Il corrispondente del Times (op. cit., pag. 39) aggiunge: «Come storico fedele l’autore deve però riferire che tanto al quartier generale, quanto nell’esercito francese grande fu in quella sera (Magenta, 4 giugno) e per qualche tempo dopo, l’indignazione contro la tardanza dell’esercito sardo, attribuita a varie cause da varie dicerie, che furono poi dimenticate nel rapido corso degli avvenimenti. Sonvi però alcuni fatti che spiegano più naturalmente la tardanza dell’esercito piemontese». Il signor Labadini di Milano, accuratissimo raccoglitore delle memorie intorno alla guerra del ’59, mi accerta che il ritardo provenne dall’insistenza di Mac-Mahon affinchè le due divisioni Fanti e Durando dovessero seguire non precedere la brigata Ducaen. Il Fanti contribuì poi efficacemente in fine della battaglia di Magenta. Vedi anche Bazancourt, I, pag. 186, ove dice che il ritardo del Fanti fu «suo malgrado».

370. Detto anche ponte di Buffalora sul Ticino, da non confondere col ponte omonimo sul Naviglio.

371. L’esercito austriaco si trovava in uno stato di dispersione press’a poco come l’esercito alleato. Il IX corpo era intorno a Pavia, fuori della zona d’azione: l’VIII a Bereguardo, il V e il III e la divisione Lilia del VII, stabilita a Castelletto, avrebbero dovuto compiere una forte marcia per raggiungere il nemico. Disponibili per la battaglia immediata erano il I ed il II corpo, stabiliti a Magenta e la divisione Reischach del VII corpo a Castellazzo dei Barzi. A ciò si aggiunga la stanchezza per l’improvvisa marcia al di qua del Ticino. Solo alla sera del 3 Giulay ebbe compiuto questo movimento. Stabilito ad Abbiategrasso, il suo piano era di rimontare al nord e cogliere di fianco i franco-sardi in quel che movevano verso Milano. In tali condizioni non poteva avvenire a Magenta che una battaglia parziale. Tale essa fu, ma terribile.

372. Bazancourt, I, pag. 183. Mac-Mahon fu nominato maresciallo sul campo. Ma si ritiene che suo precipuo merito fu l’aver vinto. NB. Quanto alle ore, v’è molta discordanza.

373. Mac-Mahon sorpreso da inattese grandi forze nemiche dovette sospendere l’attacco di Buffalora e retrocedere; avvertire (e si recò egli stesso, cavaliere audace e generale imprudente) del pericolo di essere tagliato fuori, l’Espinasse che moveva con altra colonna. Solo più tardi potè riprendere l’attacco di Buffalora: quindi egli ed Espinasse mossero con meravigliosi assalti su Magenta. Quivi Espinasse incontrò la morte.

374. Al ponte di San Martino.

375. Op. cit., III, pag. 51.

376. Cler prende con sè qualche compagnia: dispare per riconquistare il terreno perduto al di là del Ponte Nuovo sul Naviglio tra il fumo della fucilata. Ma presto le sue colonne piegano. Si distingue un cavallo senza cavaliere che galoppa fra le file scompigliato e viene ad abbattersi sul ponte. È la puledra di Cler! esclama Mellinet. Nel tempo stesso sopraggiunge il suo ufficiale d’ordinanza, Tortel. Dice: Cler fu ucciso fra i soldati. Mentre parla, un proiettile stende lui pure morto al suolo. Espinasse è sceso da cavallo. Dice: Su questo suolo, lubrico di sangue, più non si regge! Alla testa dei suoi zuavi, percuote furioso del pomo della spada contro le imposte di una casa asserragliata all’ingresso di Magenta, difesa da 300 tirolesi. Sfondate questa porta, miei bravi! È steso morto da una fucilata.

377. Gli scrittori di cose militari appuntano tanto il mancato inseguimento degli alleati, quanto il ritirarsi del Giulay, il quale avendo intatti due corpi d’armata, poteva francamente rinnovare la battaglia il dì seguente. Il Giulay scrive che così intendeva di fare, ma che avendo inteso come «le truppe del primo e del secondo corpo d’armata, le quali più avevano sofferto del primo assalto del nemico, si erano ritirate indietro… ordinò la ritirata». Questo «ritirarsi indietro», il loro miserando arrivo per porta Vercellina (oggi Magenta) a Milano, documenta quanto terribile fu lo sforzo di quell’esigua parte dell’esercito francese che combattè in quel giorno.

NB. Per ciò che riguarda Milano, si consulti l’opera di prossima publicazione del signor Ausano Labadini, Milano e alcuni momenti del Risorgimento italiano.

378. Duca di Polenta chiamavano i soldati per dileggio l’Intendente generale. Al principio di luglio erano negli ospedali 25.000 infermi e feriti (Chenu, Statistique médico-chirurgicale, II, pag. 877). Invero le ambulanze austriache ne contenevano un numero anche maggiore: «ma la consolazione era mediocre sopratutto per l’anima umana dell’Imperatore». (De La Gorge, op. cit., III, pag. 105.) Circa 2600 francesi morirono di malattia.

379. Campagne d’Italie, redigée au dépôt de la guerre, pag. 420. «La battaglia sarebbe stata possibile prevederla, perchè la vigilia dei riconoscimenti spinti a fondo avrebbero annunciato sicuramente la concentrazione del nemico. Non avendo preveduto la battaglia, l’Imperatore preparò almeno i mezzi per assicurarne il successo.» De La Gorge, op. cit., III, pag. 82.

380. Victor Hugo: «Voi non avete vinto che la battaglia di Satory». — G. Mazzini: «I dittatori romani e vostro zio conducevano in persona le armate conquistatrici: voi all’incontro amate bensì le uniformi corrusche d’oro, ma è dubbio se sappiate condurre un reggimento».

381. Op. cit., III, pag. 102 e aggiunge: «Questa stessa bontà che gli faceva onore, gli rese più dolorosa la vittoria. Era lo stesso spettacolo di Magenta, ma con un’estensione più vasta ed orribile».

382. Fra il Niel accusatore e il Canrobert s’accese poi così aperto litigio che fu necessario l’intervento dell’Imperatore per appianarlo. Canrobert si stette alla difesa dalla parte di Mantova, verso cui non era vero pericolo, e non inviò al Niel, che lo sollecitava, se non timidi e staccati e male accetti rinforzi.

383. Al mattino erano le sole tre divisioni Mollard, Cucchiari, Durando. La divisione Fanti, chiamata dall’Imperatore, si stette sino verso le due e mezzo impegnata a coprire la sinistra di Baraguay-d’Hilliers. Solo dopo prese parte al combattimento. La divisione Cialdini era in Val Savia, Garibaldi in Valtellina.

384. Rivalità tra Della Rocca e il La Marmora. Cfr. Custoza del ’66. Al generale Mollard si appunta il troppo ardimento e il poco senno dei primi assalti, con forze impari e sconnesse. Ma simili difficili questioni tattiche non sono argomento di questo libro. Del resto lo stesso aiutante di campo del Re nel suo Diario (Castelli, op. cit., pag. 308) dice questa «battaglia senza insieme e scucita. Non si sapeva che fare e si provvedeva al momento dove il nemico si presentava in forze maggiori». Notevole questo passo sul Re (pag. 309): «Dormì anche lui sulla terra; gli si era portato un piccolo stramazzo, ma non lo volle, dicendo che era anche lui come tutti gli altri. Se Vittorio Emanuele avesse un quarto d’abilità del suo coraggio, sarebbe il primo generale del mondo; ma non ha memoria, nè occhio, non vuole occuparsi; però è molto pronto quando ha capito le cose».

385. Enrico Dunant, medico volontario. Un souvenir de Solferino.

NB. Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi. Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi «non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei poveri soldati facevano pietà, e più d’una volta mi vennero le lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre quell’odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso» (Diario di un ufficiale d’ordinanza di S. M., Castelli, op. cit., pagg. 310 e 311).

386. Nato a Parigi nel 1815: uno dei consiglieri ed esecutori del colpo di Stato.

387. L’ordine del giorno del quartier imperiale alla vigilia di questa grande assisa dell’armi, cioè del giorno stesso che aveva mandato il Fleury ad abboccarsi con Francesco Giuseppe (dovunque si fosse trovato!), diceva: «L’assedio di Peschiera è un’operazione a cui attribuisco un grande interesse; ma è chiaro che noi non possiamo farlo con sicurezza se non quando avremo respinto un attacco degli austriaci. Dalle informazioni ricevute è molto probabile che domani saremo attaccati di fronte e di fianco dall’armata sortita da Verona e da un’altra venuta dall’Adige». Seguivano le più minute disposizioni tattiche.

388. Questo dispaccio apparso sul Monitore del giorno seguente (8 luglio), era seguito dalla chiosa sibillina: «Non bisogna ingannarsi su l’importanza dell’armistizio. Non si tratta che di una tregua, che pur lasciando libero campo ai negoziati, non saprebbe far prevedere sin d’oggi la fine della guerra».

389. Il maresciallo Vaillant nell’informare il dì 7 Vittorio Emanuele dell’armistizio, soggiungeva che i patti della tregua dovevano essere firmati il dì seguente a Villafranca. Vi mandasse perciò alle 5 antimeridiane il suo capo di Stato Maggiore Morozzo della Rocca. L’Imperatore tedesco nella sua risposta, commessa e letta prima al Fleury il mattino del giorno 7, lasciava a Napoleone facoltà di scegliere il luogo e il tempo in cui si sarebbero adunati i commissari. Fu scelto il paese di Villafranca a mezza via tra i due quartieri imperiali: Verona e Valeggio. Il Monitore del 9, annunciando la tregua firmata, non nomina, quasi quantità trascurabile, il commissario di Vittorio Emanuele.

390. Dal carteggio privato di un generale sardo. Vedi Chiala, op. cit., III, pag. 409. Vedi anche lettera del Cavour al La Marmora, 6 luglio 1859, Vol. III, pag. 102, importantissima.

391. Carteggio citato. Chiala, III, pag. 401.

392. Vigliani (Milano), Farini (Modena), Ricasoli (Firenze), Azeglio (Bologna).

393. Per le trattative diplomatiche, vedi Bianchi, Storia documentata, vol. VIII.

394. Il giorno 9 Cavour ricevette un telegramma dal principe Napoleone, che annunciava la tregua. Chiamò il Nigra, comunicò il dispaccio: chiese: Che cosa crede? Nigra rispose: È la pace. Cavour: Lo crede proprio? Nigra: Sì. Cavour: Allora partiamo pel campo (Chiala, VI, pag. 412). Circa i rapporti fra Cavour e i due quartieri generali, oltre a ciò che è detto nel capitolo Cavour stratega, aggiungasi: «Io ho un bel scrivere lettere su lettere, moltiplicare dispacci, rivolgermi successivamente al Re, all’Imperatore, al maresciallo Vaillant, al La Marmora: nulla ho ottenuto. Mi si tratta, in fatto di notizie, come un commesso di cui si temono le indiscrezioni». (Chiala, VI, pag. 404.)

395. Mazzini, X. pag. 342.

396. Ib., X, pag. 331.

397. Chiala, III, CCXV.

398. Diari di un aiutante di campo di S. M. in Castelli, Ricordi, pag. 317. — NB. Questi diari, pure interessanti, non mancano di inesattezze.

399. Mazzini, X, pag. 335.

400. Chiala, III, CCVI. Non risulta chiaro se queste storiche parole fossero proferite nel colloquio del giorno, o in quello che seguì più tardi al ritorno del Principe Napoleone.

401. Contrariamente all’opinione del Paese e dei Ministri, e contro ogni opportunità politica, è cosa nota lo sforzo e il deliberato desiderio di Vittorio Emanuele, nel ’70, di accorrere in soccorso di Napoleone III, in quel mortale duello contro la Prussia.

402. De La Gorge, op. cit., III, pag. 115.

403. Vedi Chiala, III, CCXX.

404. Bazancourt, op. cit. II, pag. 399. — L’Ollivier (L’Empire liberal, IV) procede conforme al Bazancourt nella sua narrazione.

405. Bazancourt, II, pag. 407. L’importanza di questi particolari, che tolgo dal citato libro, risulta, anche dato il caso che meritassero confronto di altri documenti, evidente per l’intenzione stessa apologetica dell’opera.

406. Ollivier, L’Empire liberal, IV, pag. 234.

407. Liberale e favorevole all’Italia, successo in quel tempo al Ministero Derby.

408. «La libertà del Piemonte ecciterebbe le aspirazioni dei Veneti. Il malcontento e il disordine ne sarebbero la conseguenza. L’Austria interverrebbe: ella non potrebbe tollerare che un arciduca della sua casa fosse nell’imbarazzo senza accorrere in suo aiuto.» Lettera del Palmerston a Lord Russell del 6 luglio ’59. In Chiala, III, CCIV. Il sovrano proposto per questo Regno del Veneto sarebbe stato Massimiliano, quello cui poi Napoleone offrì il fatale impero del Messico.

409. Martin, op. cit., pag. 459, in Chiala, III, CCXIV.

410. Discorso dell’Imperatore davanti ai grandi Corpi dello Stato, 19 luglio 1859. «Pel paragrafo risguardante la Venezia si passò oltre senza discussione alcuna, perchè era impossibile formulare riforme interne che l’Austria potrebbe in appresso accordare(?!)». Caratteristica dichiarazione del Bazancourt, op. cit. II, pag. 400.

411. Nicomede Bianchi, Storia documentata, vol. III, pag. 154. Il principe Napoleone non firmò, dichiarandosi non autorizzato a firmare dopo i mutamenti fatti: assicurò Francesco Giuseppe riluttante a firmare da solo, che il documento gli sarebbe stato restituito il dì seguente con la firma di Napoleone, o senz’essa.

412. Vedi anche Diario citato in Castelli, Ricordi, pag. 317.

413. Castelli, Ricordi, pag. 317.

414. Nicomede Bianchi, Op. cit., VIII, pag. 159.

415. Castelli, pag. 314.

416. Nicomede Bianchi, VIII, op. cit., pag. 160.

417. È la nota narrazione di Carlo Arrivabene, corrispondente del Daily News.

418. Il Nigra aveva seguito il Re a Valeggio e per ordine del Re aveva fatto una copia dei preliminari recati da Verona.

419. Chiala, VI, pag. 415.

420. Chiala, III, CCXIX; che toglie, dichiarando di ignorare ciò che vi sia di vero, dal Canini, Briciole di storia.

421. Castelli, Ricordi, pagg. 318, 319, e Chiala, VI, pag. 417.

422. Per servire all’Indipendenza italiana feci la guerra contro la volontà dell’Europa e tostochè le sorti del mio paese poterono essere poste in pericolo, io feci la pace.

423. De La Gorge, op. cit., III, pag. 69.

424. Randon, Memorie, II, pag. 36.

425. «La Colonna splendea come un faro» (Carducci).

426. Alla domanda del Kossuth: «Sire, siete voi disposto ad accettare una pace che non risolva la questione italiana?» aveva risposto: «A meno di non essere battuto o d’esservi costretto da una mediazione armata dell’Europa, io non accetterò una simile pace». (Vedi Kossuth, Souvenirs, pag. 305). Questo colloquio è per intero riferito dal Chiala, III, CLXXXVI e segg. Del colloquio e dei grandi progetti dell’Imperatore il Cavour fu informato dal Kossuth, ritornato in Torino. In relazione a queste cose è la riferita lettera del Cavour al La Marmora, del 6 luglio, in cui discute il grave urgente problema militare; manda al diavolo i teorici (Iomini), e termina con le parole: «se le cose continuano ad andare come vanno, una disgrazia ci capiterà un giorno o l’altro». Il Chiala fa seguire dei puntini, qui come altrove. Vedi Chiala, III, pag. 105.

427. Nell’articolo X degli statuti della società segreta Esperia, fondata dai fratelli Bandiera (R. Pierantoni, I fratelli Bandiera, Cogliati, 1909) è detto: «Non si facciano, se non con sommo riguardo affiliazioni tra la plebe perchè dessa quasi sempre per natura è imprudente e per bisogno corrotta. È da rivolgersi di preferenza ai ricchi, ai forti ed ai dotti, negligendo i poveri, i deboli e gli ignoranti; si tentino gli animi calmi e generosi, si lascino andare i freddi e gli indecisi; meglio i celibi che gli ammogliati, i giovani che i vecchi».

428. Lettera del principe Napoleone in data 9 giugno 1859, diretta al Buoncompagni, comunicata per copia all’Imperatore. La riporta nei passi qui riferiti, il Chiala, op. cit., III, CXCIX.

429. Vedi Relazione dello Stato Maggiore prussiano sulla campagna del ’59, (Berlino, 1862). «Aggiungiamo il cattivo umore dell’Imperatore a causa dei diportamenti di Vittorio Emanuele, di cui gli sforzi per darsi una posizione, la più indipendente possibile, diveniva di giorno in giorno più evidente».

430. Chiala, III, pag. 414. Consigliavano Napoleone di lasciare questi italiani da soli a sbrigarsela. I soldati d’Africa dicevano che il calore delle bassure del Mincio era peggiore che quello d’Africa. (Dal carteggio di un generale sardo.)

431. Chiala, III, pagg. 186 e 187.

432. Kossuth, Souvenirs, passo notissimo riportato per intero dal Chiala, Vol. III.

433. Castelli, Ricordi, pag. 323.

434. Lettera di Napoleone ad Arese: «È triste pensare che mentre io lotto qui tutti i giorni in favore del Piemonte (cessione Savoia), mi si lasci oltraggiare in tutti i modi dall’altra parte delle Alpi. Aggradite, mio caro Arese, ecc.» (Vedi Bonfadini, op. cit., pag. 209.)

435. Il Farini telegrafa al Cavour il giorno 15 luglio: «Fate attenzione che se il duca di Modena, fidandosi sulle convenzioni di Villafranca fa qualche tentativo, io lo tratto da nemico del Re e della patria. Io non mi lascierò scacciare da alcuno: mi dovesse costare la vita».

436. Chiala, III, pag. 112.

437. Ib., pag. 121.

438. Ib., III, CXXIII. — E ancora: «Finchè gli austriaci sono da questa parte delle Alpi, è un dovere sacro per me consacrare ciò che mi resta di vita e di forze per realizzare le speranze che io mi affaticai a far concepire ai miei concittadini». (Chiala, III, pag. 127.)

439. Nicomede Bianchi, op. cit., VIII, pag. 161.

440. Bazancourt, La campagna d’Italia del 1859, II, pag. 407.

441. «…. L’Inghilterra non ha ancora fatto niente per l’Italia. Adesso è la sua volta. Io mi occuperò di Napoli. Mi si accuserà di essere rivoluzionario. Ma prima di tutto occorre marciare avanti, e noi marceremo». Così il Cavour, secondo il racconto dell’amico De la Rive, op. cit., (Chiala, III. CCXXIX) dopo Villafranca. (Vedi nota a pag. 75.)

442. Chiala, III, CCXXI.

443. Vedi Monitore, 9 settembre 1859 in Chiala, III, CCXXXVI.

444. «L’annessione della Toscana al Piemonte presenta maggiori difficoltà che non l’annessione delle Romagne. Se l’annessione valicasse gli Appennini, l’unità sarebbe fatta, ed io non voglio l’unità, voglio l’indipendenza soltanto. L’unità mi procurerebbe dei pericoli nella stessa Francia a cagione della questione di Roma; e la Francia non vedrebbe con piacere sorgerle al fianco una grande nazione che potesse diminuire la sua preponderanza». Parole di Napoleone al Pepoli, 15 luglio 1859. Vedi Chiala, III, CCXXXVIII.

445. Vedi i famosi discorsi del Cavour al Parlamento in Torino per ottenere la legalità e la sanzione del voto per la cessione di Nizza e Savoia (Chiala, vol. IV, prefazione); vedasi tutta la corruttela elettorale fra quelle popolazioni, prima supplicanti di non essere staccate dalla Casa di Savoia, indi votanti l’annessione alla Francia. Vedi le miserevoli, discusse questioni dei confini nelle lettere dell’Arese all’Imperatore. (Bonfadini, Vita di Francesco Arese.)

446. Chiala, IV, LXII.

447. Ib., III, CCXXVI.

448. Bonfadini, op. cit., pag. 418.

449. «Io ero per la federazione: era un partito più savio: ma accetto l’unità — dichiarava poco prima di Aspromonte al Pepoli. — Però non posso andarmene da Roma. La questione religiosa è gravissima in Francia. Coglierò con grande conforto un’occasione propizia d’andarmene, ma ora non posso. V’ha debito per me d’onore di custodire il Pontefice». Vedi lo scritto Da Aspromonte a Mentana in Nuova Antologia, 1 gennaio 1900. Vedi Bonfadini, op. cit.

450. «Fatalmente (Napoleone) è condotto ad un atto di autorità o ad un atto di libertà». Vedi Lettera del Nigra al La Marmora, in Chiala: Ancora un po’ più di luce, pag. 83.

451. Vedi Chiala, Ancora un po’ più di luce, pag. 37 e segg.

452. Vedi Chiala, Ancora un po’ più di luce, pag. 37 e segg.

453. Vedi Chiala, Ancora un po’ più di luce, pag. 37 e segg.

454. «Il signor Benedetti — ambasciatore francese a Berlino — mi parlò del Re. Dice che è una specie di illuminato, il quale ha profondamente scolpito nel cuore le sue teorie del diritto divino, ed ha una fede inconcussa nella missione provvidenziale dei Re. Non sa che cosa la storia riservi al signor di Bismarck, ma senza dubbio è l’uomo più notevole della Germania. Per arrivare ai suoi fini (dare il primato alla Prussia), egli lavora da tre anni con una perseveranza ed una abilità ammirevoli». Lettera del generale Govone, addetto militare a Berlino al La Marmora, 6 aprile 1866. Vedi Chiala, Ancora un po’ più di luce, pag. 112. Fra poco lo dirà la storia al signor Benedetti che cosa è riservato al signor di Bismarck!

455. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, Lettera di Napoleone, pag. 330.

456. Bonfadini, Vita di Francesco Arese, Lettera di Napoleone, pag. 362.

NB. Purchè non paia intenzione apologetica, si riporta questo giudizio su Napoleone III di uno scrittore rivoluzionario, ma di libero ingegno: «Napoleone III forse fu anche un uomo buono e per questo mancò di quel sicuro dominio sugli uomini che non può raggiungersi senza sacrificare le leggi dell’equità. Comprendeva abbastanza per perdonare e troppo poco per comandare. Fu insultato, vituperato, deriso come non fu alcun altro sovrano, mentre certo esso fu, per intelligenza e pietà, superiore a tutti i contemporanei coronati. Passò nella storia inseguito con le più amare invettive, mentre forse pochi uomini le meritarono meno di lui. Fu fatto responsabile di disastri che egli subì, ma non voleva provocare. Fu raffigurato come tiranno avendo avuto l’illusione di sembrare un padre. Scomparso in una spaventosa tragedia, le cui conseguenze anche oggi si avvertono, passò maledetto come autore di tanti mali». (Arturo Labriola, La Comune, pag. 28.)