Donne, madonne e bimbi by Alfredo Panzini

ALFREDO PANZINI

DONNE, MADONNE
E BIMBI
MILANO

Fratelli Treves, Editori
1921

Sesto migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

AL LETTORE CHE LEGGERÀ.
Queste novelle sono del vecchio tempo in Milano (come si vede dalla data, posta in fine di ciascuna novella), ma anche della mia età migliore. Esse, insieme con un lungo racconto, La cagna nera, e altre novelle in altri libri, sono figlie non della mia fantasia soltanto, ma anche di un tempo che era fuori di me, e, quale si fosse, aveva pure una sua stabilità.

Questa stabilità oggi non è più. Ritornerà, ma nè io nè voi ci saremo.

In memoria di quel vecchio tempo è piaciuto all’Editore di raccogliere queste novelle, smarrite come la cagna nera, e meritevoli, forse, di miglior trattamento che non ebbero quando apparvero in vita.

Roma, febbraio 1921.

A. P.

[3]
LA BISCIA.
L’ingegnere Enrico M…, comproprietario della ditta Gerosa e Comp., ritornava a Milano dopo una lunga assenza, per ragioni di affari.

Ci pensò per tutto il viaggio da Genova a Milano: ma non agli affari che andavano benissimo. Per tutto il viaggio fra quegli ignoti sonnacchiosi dentro i loro pastrani, l’avea riveduto il visino ridente, la testolina d’oro che danzava e cantava:

Son bellino son carino

Sono il cocco del papà.

Questa era per il babbo, e poi c’era la poesietta per la mamma:

Cara mamma del mio cuor

Tu sarai sempre l’amor.

Il treno faceva ta, ta, tan! ta, ta, tan! precipitosamente, e la testolina dondolava [4]anche lei in alto su la reticella, e la vocina cantava più forte del treno:

I bambini capricciosi

Dicon sempre: no! no! no!

Gli veniva da ridere perchè in casa lo chiamavano ancora Lolò; eppure come si faceva a mutar nome a Lolò? La nonna, quando la andavano a trovare nella sua solitudine di Noli, diceva: «Perchè lo chiamate ancora Lolò? Adesso è grandicello, non sta più bene chiamarlo così, chiamatelo per il suo vero nome: Ludovico, se no, quando avrà i calzoni lunghi lo chiamerete ancora Lolò: farete ridere; pare il nome di un pappagallo.»

Verissimo, ma Lolò era proprio lui, e Ludovico invece pareva un’altra persona.

Ora mentre il treno correva verso Milano tra i bassi saliceti allineati per le stagnanti acque, gli venivano alla mente tutte le canzoncine che cantava Lolò.

C’era quella pel Natale che diceva:

Per la notte di Natale

È venuto un angioletto.

E poi? Ohimè Ricordarsi il seguito! [5]della poesia era un affare serio per il signor Enrico. Si ricordava però che la diceva così benino con tanta serietà, tenendo stretto il pollice e l’indice della manina in modo da fare un tondo, in alto, e mandava fuori quella vocina con il beccuccio delle labbra in su, come un passerottino e ci dava quella cantilena, e poi faceva una bella piroletta pigliandosi le sottanine: «Riverisco!» E l’ingegnere Enrico, un pezzo d’uomo biondo e forte, un po’ alla tedesca, cercava con la voce dell’anima di imitare quella piccola voce senz’erre, per chiamarsela più vicina quell’imagine adorata, chè la vedeva con gli occhi del cuore, tutta ridente, sopra le teste sonnolente dei compagni di viaggio.

Nevicava sul piano: bioccoli di neve bianca pel grigio del cielo, bioccoli placidi sui pioppi, su gli stagni di piombo; e il treno rompeva quella quiete invernale e rombava verso Milano fra un turbinìo di fumo.

E lo rivedeva ancora, Lolò, il caro piccino, anche così: quando la sera, prima del pranzo, veniva a casa dalla passeggiata, tutto brinato come un sorbetto, con [6]la testa dentro il cappuccio di lana bianca e quegli occhi liquidi da cui trasparivano le viscere dentro; povero piccino, caro piccino! Entrava nel suo studio e diceva: «Senti questa, papà»:

Pirimpin, pirimpum, pirimpana

Giovannin che vende la lana,

Con la zappa e con la pala

Pirimpum, pirimpin, pirimpana.

e ballava a tondo.

Chi gliele aveva insegnate tutte quelle sciocchezze?

Ah! la fantesca, la buona Marta, una domestica d’altri tempi, che gli aveva fatto imparare anche il segno della croce e la canzone del Bambin Gesù.

Indubbiamente: il signor Enrico ora aveva caro di ritornare nel suo appartamento; molto caro di stringer Lolò tra le braccia, di sentire presso il suo volto il calore di quelle manine, di quel corpicino. Sì, quella era la più piccola delle sue macchine e la più fragile: ma anche la più bella, la più amata.

Aveva anche caro di vedere Maria.

[7]
*

Quando fu buio e le falde di neve non si videro più, il treno si fermò lentamente. Le voci dei guardiani chiamarono con voce stanca che parea il termine di una lunga corsa:

— Rogoredo! Chi scende a Rogoredo!

Nessuno si mosse nello scompartimento.

— Tutti per Milano? — chiese una voce di fuori.

— Allora partenza! — ripetè la voce.

E il treno si rimise in moto.

*

L’orizzonte luccicò bianco. Erano giunti a Milano!

Quando il signor Enrico, nella sala degli arrivi si trovò davanti a tutti quegli occhi curiosi, dietro il cancello, gli parve di scorgere un noto e caro viso. Gli parve che fosse Maria. No, era un’altra signora. [8]«…. a pensarci avrei potuto telegrafare….» e disse al brumista di fare presto.

Dopo mezz’ora si fermò davanti al n.º 5, via Y***, una delle vie della Milano nuova, senza botteghe ancora: quella sera poi, con la neve, non c’era nessuno; e scese: e allora vide lì una persona che si moveva lentamente sotto la neve, e un po’ si fermava. Quella figura prese subito l’aspetto di un ufficiale di cavalleria, smilzo, smilzo.

Gli passò dietro le spalle, indifferentemente, mentre pagava il cocchiere, e lasciò dopo di sè un forte odore di muschio.

Il signor Enrico aprì lo sportello, ma prima che questo si rinserrasse, sentì il bisogno di vedere che cosa faceva quell’uomo lì, in mezzo alla neve. Lo scorse andare avanti; ma poi era tornato indietro e con le mani affondate nello spencer, guardava in su allungando il collo. Ma su c’erano le finestre della sua casa! Un pensiero lacerante e repentino che non avea avuto mai, gli s’infiltrò nel cuore.

Quando quello lì ebbe interrotto le sue evoluzioni e si fu allontanato, il signor Enrico salì le scale e suonò piano.

[9]Per primo strascicò nell’anticamera il passo della fantesca, e c’era dietro la vocina di Lolò.

— C’è la signora in casa? — domandò interrompendo con un gesto brusco l’esclamazione della vecchia.

— Benedetto da Dio! proprio….

— Zitta! c’è lei in casa?

— Nella sua stanza — rispose la donna.

Ma entrando nel salotto da pranzo, sentì qualche cosa che gli veniva dietro ai panni, in silenzio, e le mani toccarono la soffice capigliatura di Lolò.

Lo sollevò, se lo strinse sul volto, se lo pose a sedere su la tavola:

— Non mi conosci più? Sono il papà. — Lo fissava intensamente.

Ma il bambino domandava se aveva portata la cioccolata, con la voce un po’ sonnolenta e di chi non ricorda più bene che cosa è quella cosa che si chiama papà. È stato tanto tempo lontano!

[10]
*

— Ma potevi avvisare che tu saresti arrivato stasera (erano le parole di Maria ed era entrata allora), però quasi ne avevo il presentimento e volevo ritardare il pranzo.

Ed ella fu, come era usata, premurosa e gentile verso di lui. Volle che si rifocillasse e fece allestire la cena con quello che era rimasto del pranzo.

— Sei di mal’umore, hai avuto qualche disappunto?

Egli assicurò del contrario, ma il cibo gli andava giù di mala voglia e le parole trovavano impedimento suo malgrado.

— Fine di febbraio e nevica — riandava lei. — Avrai avuto freddo, imagino: io faccio del gran fuoco, mi sono tappata in casa e non esco.

Tuttavia la conversazione languiva e si udì dalla stanza vicina la voce del bambino che andava a letto: voce forte, come di una lezione imparata a memoria, che ripeteva le preghiere della sera e la Marta [11]correggeva con gravità. «Prega per noi peccatori…. nell’ora della morte e così sia!» squillò la voce allegra di Lolò, finendo, «e domattina mettimi la caramella sotto il cuscino.»

— Che sciocchezze far dire a un bambino «il frutto del ventre tuo» e «nell’ora della morte» — disse lei.

— E non fargliele dir più, allora….

— Lascia un po’ che faccia — disse lei alzando le spalle.

Ma seduta così come ella era davanti a lui, sotto la luce viva della lampada, egli, di tratto in tratto, la riguardava. Fu sorpreso dalla sensazione di trovarla più bella, più aurea, più gonfia di quando l’aveva lasciata.

— Sembra che tu mi veda per la prima volta, — e aggiunse sorridendo: — Mi trovi desiderabile?

La domanda innocente dilatò d’un tratto come una macchia impudica. Il volto di lui si fece cupo.

— Be’? Tu non porti mica l’allegria in casa.

— Che profumo è quello che hai? — domandò lui d’improvviso.

— Quello che ho avuto sempre.

[12]— Non è vero! Prima non avevi profumi.

— Sì, sempre!

— No, dico.

— To’ vuoi sentire? Senti! — E gli si appressò, sorridendo, col bel petto gonfio.

— Va! va! — e aveva gli occhi torvi, e si alzò, e andò via dal tinello, borbottando parole che non osava far suonar forte.

*

Quando fu sotto le coltri, il signor Enrico non potè dormire. Tre voci gli cantavano un’insolita ninna-nanna.

Una voce diceva: «Io sono il pensiero che fa piegare le labbra in giù, così che esse non rideranno più.» Una diceva: «Io sono l’insonnia che lima i nervi.» Una diceva: «Io sono il dolore che imbianca le tempie.» E tutte e tre dicevano: «Noi siamo fratelli e giriamo pel mondo. Di fuori nevicava; abbiamo trovato aperta la porta della tua casa, e siamo saliti: eccoci nella tua stanza e nel tuo letto con te!»

[13]Ma la stanchezza era grande, e gli occhi infine gli si velarono. Gli parve aver dormito gran tempo, quando un bagliore lo destò di soprassalto. Era Maria che veniva a letto. E la aveva appena intraveduta, che se la sentì sopra di sè, una coscia gli allacciò la vita, una voce disse:

— Prendimi. Ti voglio!

Egli soffocava: si disvincolò: le mani si abbattevano nel groviglio dei capelli madidi, ampi per tutto il letto.

Riuscì a liberarsi alfine, e balzò dal letto. Ansava.

Si vestì in fretta. Vedeva ora lei col volto fisso, gli occhi vitrei.

— Tu cerchi un àlibi, eh? Tu cerchi un àlibi, eh? — diceva lui con voce soffocata.

— Che àlibi! — Parve alfine capire perchè disse: — Vigliacco!

Uscì dalla camera. A lungo stette a origliare: era lei che piangeva, ma era un pianto soffocato, quasi stritolato per non farsi sentire.

Scese lentamente le scale.

[14]
*

Quando fu nella via, respirò meglio.

La notte invernale trasmutava Milano in una città fantastica. I cornicioni, coperti di neve, davano ai palazzi risalti di castelli e badie, e il silenzio era così grande che un piccolo carretto delle verdure rimbombava come fosse stato un carro con torrioni di ferro.

Due o tre viandanti che incontrò, gli vennero avanti tutti in una volta che pareva un assalto, e poi sparirono come ombre dentro la nebbia.

Un tram elettrico che va in piazza del Duomo a prendere i primi viaggiatori, veniva da lontano con un rombo così incalzante che pareva che tutti quei palazzi dovessero crollare; e quando gli fu vicino, le rotaie mandarono scoppi come saltasse una mina e saettavano lingue bianche, verdi, di fuoco, lunghe come tutta la strada.

E lassù dove la rotella della pertica toccava il filo, c’era una stella verde che [15]friggeva fuggendo per il filo. Passò e si allontanò. La visione di luce del tram entrò nella nebbia, il tuono si fece sordo come un brontolìo che si rinserra.

Verso la piazza del Duomo la nebbia era meno densa; e vide ombre bianche che venivano di traverso, saltando su le pozzanghere di neve.

Perchè c’erano quelle ombre bianche? Allora si ricordò che era carnevale. Erano dei pierrots.

Uno suonava il corno che voleva essere allegro; e un brumista, con voce roca di grappa, gridò dal sedile ove era tutto ammantellato:

— Va, suona alla miseria!… — e il corno si allontanò nella torpida nebbia. E andando, udì da un pian terreno venire fuori un valzer con accompagnamento di passi cadenzati. Quel suono lo fermò su la via; e si ricordò che quel valzer lo avea ballato anche lui da ragazzo quando faceva all’amore con Maria. Si allontanò di lì; e quando fu sul corso, sentì sferrarsi un suono di campana, fondo, mattutino, con la vibrazione di un petto di gigante che esala lo spirito e dice: «Io sono il momento che fugge!» Altri [16]quattro rimbombi seguirono a pari distanza, simili al primo, e tutti dissero la stessa cosa. Avea un soffio di umanità quel suono di bronzo in quell’ora. E ciò può avvenire perchè le campane stanno sui campanili, i campanili stanno su le chiese, e sotto le chiese giacciono le legioni dei morti. Ma a quel suono rispose, poco dopo, uno squillo argentino di una campanella che certo doveva stare su di un piccolo campaniletto. Cantò la campanella e si fece sentire per tutta Milano addormentata: «Io sono la campanella e quello è il campanone che cantò or ora all’istante fuggito, e non torna più, mai più, mai più e, din, din, don. don, din, din: ma io canto mattutino: io sono la campanella che sveglio i passeri che dormono nei nidi dei campanili, sveglio i bambini che dormono nelle cune, e sveglio Lolò, e avviso che la notte al fine è passata e da quassù si vede il sole che spunta ormai.»

E lui allora rivide il Monte Rosa, che, quando con la prima corsa, d’inverno, andava al suo stabilimento — su la linea di Como — si vede là in fondo al cielo, come una gran rosa, ai primi raggi del sole.

[17]Voleva entrare in un caffè aperto, ma un battente gli si spalancò e ne uscì prima un tanfo di caldo e poi una compagnia ubriaca di uomini, e di donne smascherate, ubriache anch’esse.

Immergevano le scarpe di raso e le calze sino alla caviglia nella neve, e ridevano. Lo stupì con quanta spensieratezza ridevano!

Dentro il caffè non c’era più nessuno, ma un fortore di vivande, un odore di muschio. Un cameriere gli portò il caffè.

I camerieri intanto con le buone mandavano via un vecchio signore in sparato bianco e pelliccia, ubriaco fradicio.

— Ma io ho i miei diritti….

— Sissignore….

— Li farò valere in tribunale! — e plan, cadeva giù, e i camerieri, sorreggendolo, lo spingevano sempre verso l’uscio.

— Il caffè è luogo pubblico…. io sono libero cittadino…, la legge è uguale per tutti….

— Sì, signor marchese — gli diceva con voce persuasiva il padrone, — tutti i diritti: ma adesso bisogna fare pulizia…. Venga da qui mezz’ora….

[18]— Ah, pulizia…! ah, pulizia…! — borbottò come persuaso ed era giunto verso l’uscio; ma lì si voltò d’improvviso, e indicando ai camerieri il nuovo venuto:

— Ma quello lì rimane?

— Ah, quello lì è un’altra cosa….

— Un’altra cosa? — e fissando due occhiacci, quel bel vecchio con la tuba su la punta del naso, puntava il dito verso il signor Enrico e disse:

— Io sono gentiluomo, pronto sempre ai suoi comandi; quando vuole, di giorno e di notte…. Sissignore — insistè tentando di muovere il passo verso di lui — di giorno e di notte, alla spada o alla pisto….

Ma non riuscì a finire che lo avevano spinto fuori e il battente di vetro si era chiuso dietro di lui.

— Va in su la forca, porco! — gli urlò dietro il padrone.

Allora i camerieri cominciarono con le scope a frugare sotto i sedili, a pulire mettendo a due a due le poltroncine di velluto crèmisi sopra le lastre di marmo.

Un furgone si fermò, e entrò in furia un fattorino con due cestelli di panini alla francese, che lasciavano un odore buono.

[19]Anche un barlume mattutino entrava già dalle vetriate e le lampade elettriche parevano stanche del lungo ardere.

Entrò appunto allora una signora sola che dondolava un gran corpo dentro la pelliccia.

Dal contegno appariva una cliente di quel luogo e di quell’ora. Si sedette ad un tavolo di fronte al signor Enrico.

Due mani abbastanza fini lavoravano a sganciare il fermaglio. La mantella cadde giù: poi si alzò il velo. Era ancora un bel volto di donna in piena, ma non trascorsa età. Una camicetta, di seta granata, disegnava opulenti forme non costrette dal busto; e di fatto, l’oggetto sottile che depose presso di sè, ravvolto in un giornale, verosimilmente era il busto. Si stropicciò le mani, soddisfatta, e al cameriere con gesto lento e con parola placida ordinò questo e quel cibo.

Quando il cameriere le disse che erano arrivati allora allora i panini freschi, parve moltissimo contenta.

Colui ritornò poco dopo con un vassoio; poi portò piattini e vasetti, da cui la signora levò con cura le salse e le conserve che spalmava insieme col burro [20]sui panini. Mangiava una costoletta con l’appetito di persona che è in pace con sè e col mondo, e si sentivano i panini freschi scricchiolare sotto i denti.

Quando ebbe finito, rimase un po’ con la testa in aria curandosi i denti, poi chiamò in fretta il cameriere, e ordinò una vettura. Si ricoprì con la mantella, si levò e rimase alta e pomposa come una bella bestia mammifera presso la vetriata finchè arrivò la vettura. Allora aprì e fuggì via.

— Quella lì — disse il cameriere — finisce la sua giornata sempre verso quest’ora. Viene quasi tutte le mattine qui a mangiare, e dopo che ha mangiato, non bada più a nessuno. Ma una donna seria!

*

Fuori era giorno.

Il sole era montato e avea trionfato su le nebbie: il disco roseo saliva sopra i ricami marmorei del duomo.

Al signor Enrico parve di svegliarsi totalmente allora:

«Andiamo, sono un pazzo, io!»

[21]Si fermò un po’ come fa uno che ha un male, e con la mano preme per sentire se duole ancora. «Che uno dei fatti più comuni della vita, quale una moglie che ha un amante, deva dare tanta molestia! Se fosse accaduto a te! Ma non è accaduto a te. Tu hai sognato questa notte!»

Ora ragionava, era più calmo. La luce del sole pareva gli avesse portato via il male. Però ogni tanto pareva che risorgesse un sordo dolore.

Chiamò una vettura e si fece condurre alla stazione per andare allo stabilimento.

Alla stazione provò piacere. Quelle macchine che fischiavano nella fresca mattinata e buttavano il fumo nel cielo perlaceo; il rosso fiammante dell’aurora in fondo alla vetriata; i treni pronti in partenza, avevano dell’allegro: vita che comincia! Anche il sontuoso treno del Gottardo era allegro: lucido, splendido di velluti e di specchi. C’era poi una compagnia di anglosassoni che non si poteva a meno di non contemplare: begli uomini e belle donne: teste alte, faccie sbarbate, rosee e ridenti: le donne loro avevano l’aspetto di buone compagne.

[22]Gente serena, fresca, sana che comincia la sua giornata col sole…. Così era stato sempre anche lui. Ed ora che cos’era successo? Quale malattia lo aveva invaso? La malattia di un’idea mostruosa. Una pazzia, via! «Voglio tornare come prima!»

Dopo che fu partito il treno del Gottardo, partì il suo treno, dove vi sono sempre quegli industriali, cotonieri, setaioli, che parlano sempre delle loro fabbriche, delle loro maestranze, dei loro fili, delle loro macchine, delle trancie, delle cinghie, della selfacting mule; poi dei loro guadagni, dei loro risparmi, delle loro azioni, delle loro signore. E coi risparmi aggiungono altri sheds, fanno venire altri telai, innalzano altre fabbriche, sì che tutta piena è quella landa; e qualcuna di quelle fabbriche risplende dai finestroni di tutti i piani, anche per tutta la notte, come un castello incantato.

E quando era il mattino chiaro, si vedeva il fumo dei lunghi camini delle fabbriche scherzare nel cielo di perla come un ricamo.

Vicino alla fabbrica l’ingegner Enrico M*** aveva fatto, allora allora, costruire [23]una villetta per venire a far campagna; con gran gioia di Maria e di Lolò, e prima di partire per quel suo lungo viaggio, aveva affidato ad un impiegato di sua fiducia, certo Manzi, l’incarico di sorvegliare i lavori di finitura, di arredamento, e di giardinaggio attorno alla villetta.

Ma quando se lo vide venire incontro lungo il vialetto, non ebbe piacere.

Il signor Manzi, chiamato anche Bismarck a cagione della sua testa pelata, delle sue ciglia feroci, dei suoi grigi baffi in giù, era becco cornuto di rinomanza conclamata.

Raccontava lui stesso.

Il disgraziato credeva di muovere l’altrui compassione e non moveva invece che l’altrui curiosità.

Quel buon uomo del signor Manzi mostrava al suo principale le piante del giardino, le piastrelle del pavimento, lo zoccolo di legno nella saletta da pranzo, i lavori di tubazione per l’acqua.

Ma il signor Enrico guardava invece lui, come era fatto uno che è becco cornuto. Si persuase che ci voleva una certa predisposizione. E mentre lo guardava, [24]sentiva una voglia di domandargli: «e come ha fatto lei ad essere…?»

Però quelle due parole che venivano dopo, becco cornuto, contenevano una gaia indifferenza plebea, in contrasto con la severità del dolore che egli provava. Più volte la domanda risalì alle labbra, ma non domandò.

La notte, quando fu solo nel letto, si ricordò di quella parola «vigliacco» che lei aveva detto; poi del suo pianto angoscioso. «Ah, povera Maria!» esclamò. Poi ricordò che ella era di quelle brave donne, come ce ne sono a Milano, che se non ci fossero esse, non ci sarebbero nemmeno le fabbriche: istruite, eleganti, coi libri nel salotto, ma che sanno far marciare anche gli affari.

*

Il dì seguente fece venire Manzi a colazione: gli disse tanti bravo per tutto quello che aveva fatto, e — Manzi, se domani mi venisse il capriccio di portar qui la famiglia, il termosifone funziona bene?

[25]E come ne ebbe buona risposta, stette un po’ e domandò:

— Be’, Manzi, conti su, come è stato che lei….

Un cerchio rosso di lagrime apparve attorno ai feroci occhi di Bismarck; una ouverture abituale.

— Tiremm innanz! — disse Manzi alzando le spalle, e asciugandosi i grossi occhi.

E il signor Enrico sorrise a quella vecchia frase eroica, che strideva nell’accento mezzo meridionale del vecchio.

— Ch’el beva! — disse il signor Enrico.

Bevve, poi disse con rassegnazione:

— Sono cose che accadono.

«A lei, mica a me», corresse mentalmente il signor Enrico.

*

Infine Manzi cominciò a raccontare così:

— Signore, io sono di una città di qui molto lontana. La mia età — non stupisca — è di soli quarantacinque anni. Da giovane non avevo questa fisonomia, nè questo [26]carattere; ero un ragazzo discreto e anche molto allegro. Ero la consolazione dei miei genitori e la gioia degli amici. Sapevo cantare le canzonette napoletane, facevo i ritratti in caricatura, avevo insomma dello spirito come si dice; adesso non ci credo neppur io di essere stato così.

Lei si chiamava Sara ed era una giovane di famiglia forestiera andata a male; mica nobile: ma che si teneva su a furia di superbia e di debiti. Quanto a dote, non portò che il corredo; tutta roba molto fina, ma ricordo la povera mammina che diceva: «queste sono tutte ragnatele; a questa ragazza bisogna farci anche la camicia». Dei suoi genitori e dei suoi fratelli, tutti dati alla bella vita, chi ne diceva bene, chi ne diceva male; ma di lei, di Sara, nessuno poteva dire una parola cattiva. Aveva una gran distinzione di modi che metteva soggezione anche agli uomini. Non era quella che si dice «una bellezza», ma aveva un certo fare, una certa linea che affascinava; le palpebre degli occhi, grasse; e gli occhi ridevano da sè. Nelle feste che si davano al casino dei nobili, anche se aveva un vestito modesto, tutti guardavano lei.

[27]Diventò più bella dopo che la sposai; ed io ho notato che le donne che sono buone mogli, si accartocciano un po’, diventano bruttine; quelle altre, invece, fioriscono meglio.

Il prefetto, un senatore, e altri vecchioni dell’aristocrazia le facevano una réclame più che se lei avesse avuto un milione di dote. La invitavano con la sua famiglia a casa loro e non facevano che spargere la voce del suo spirito e delle sue grazie. Imagini lei, signor mio, se lei avesse degli adoratori!

Anch’io, naturalmente, le facevo la corte a furia di lettere lunghe, quasi una al giorno. «Non ti verrà mica in mente di sposare quella lì! — mi disse un giorno il mio povero babbo —. Non fa per te quella roba lì.»

Un giorno mi ferma lei stessa per la strada e mi dà la mano.

«Via, non si faccia vedere così — mi disse sorridendo, — mi accompagni e andiamo ai giardini, come due buoni amici che camminano pei loro affari.»

Quando si arrivò in un viale dove non c’era gente:

«Ho ricevuto la sua ultima lettera — disse, [28]levandosi i guanti e appoggiandosi all’ombrellino: — è scritta con molta passione e si capisce che lei è un’anima fedele e buona….» E proseguiva: «Sì, io ho bisogno di essere amata così: da un uomo buono e fedele come lei.»

Io allora le domandai se mi voleva bene e lei mi ripose:

«Adesso non le voglio dare questa soddisfazione», e allora io le domandai:

«Ma almeno lei, Sara, sarà buona e fedele con me, è vero?»

Lei mi sorrise e strinse le labbra crollando la testa: «Non abbia molta fiducia in me, io sono anzi cattiva, orgogliosa e molto capricciosa. No, no, mi lasci — e mi tirava via la mano —, è stato un sogno: io sono molto cattiva, le farei del male io: non le voglio far del male.»

Ecco: queste sono state le sole parole sincere che Sara mi abbia detto. Dopo, per anni ed anni, siamo vissuti insieme, abbiamo parlato, ma ci siamo intesi come persone che parlano lingue diverse. Ma lei se le ricordava queste sue parole, e ai miei rimproveri rispondeva: «Io sono stata sincera. Te lo avevo pur detto! Sei stato tu che mi hai voluta.»

[29]Quella mattina, dunque, ai giardini, quando io la sentii parlare così, mi sentii trasfigurato e le dissi delle cose straordinarie sull’amor mio; e lei, dopo, si levò il fazzoletto e si toccò l’angolo degli occhi e disse: «Voi uomini quando amate da vero, siete più nobili di noi altre donne: no, io sono cattiva! Soltanto se mi saprai conquistare, io cercherò di essere buona moglie, come dici tu.» E si allontanò con quel suo passo distinto e languido, ed io rimasi estatico a rimirarla finchè scomparve l’ultimo lembo del vestito; poi diventai come inebriato: quasi avevo piacere di sentire che era cattiva. Dopo l’avrei fatta diventar buona io: mi sentivo un gigante, e la vita che è tanto grande, io ero felice di consumarla tutta per colei. Camminai come un demente per i giardini, e siccome era primavera, mi pareva che tutte le piante e che tutta l’aria avesse il profumo di lei.

Le condizioni della famiglia di lei erano note su la piazza: il padre non aveva più da far fronte agli impegni; liti e disordini in casa, ed io che la frequentavo, ne sapevo qualche cosa. Ma che si fosse [30]al punto da non aver da mangiare, non potevo supporre.

Fu una sera che si tornava da una scampagnata, che lei mi disse chiaro e preciso come stavano le cose. Suo padre aveva il domani una cambiale in scadenza: lei temeva che si uccidesse. In casa, fratelli e padre si erano insultati come facchini e si minacciavano. Lei piangeva nel raccontare: era dolore? era paura? cos’era? io non so, ma quando me la sentii diventare fragile, umile fra le mie braccia, quando lei mi disse più che con le parole, con gli occhi: «Salvami tu, se mi vuoi salva, se no, non so cosa farò di me», io mi sentii un cuore di eroe: perdevo tutto, ma acquistavo Sara.

Poco dopo io presentavo al mio povero babbo diversi campioni di abiti di seta bianca.

«Quale ti piace di più, papà?

«Per che cosa?

«Per sceglier l’abito da regalare alla sposa.» Ero figlio unico; minacciai, e i poveri miei vecchi chinarono il capo. Per fortuna lui è morto prima! Ma lo crede, signor Enrico, che ho dovuto combattere con la famiglia di lei perchè me la dessero? [31]Così, proprio così! I fratelli brontolavano che con un tipo come Sara si poteva fare un affare migliore, che loro erano nobili, che io, in fine, ero un misero possidentuccio e via: e suo padre mi diceva: «Sapete, caro giovanotto, cosa mi costa l’educazione di quella ragazza fra viaggi, bonnes, scuole e una storia e un’altra? Altro che la dote!

Però se proprio non ne potete fare a meno, se lei vi vuole, prendetevela. Io ci aveva fatto conto sopra per la mia vecchiaia, ecco tutto: perchè nei maschi c’è poco da sperare.»

Anche l’abito di seta ha una storia! «Quegli abiti da sposa — diceva la povera mamma — che poi si conservano tutta la vita, e si mettono quando si muore….»

«Brrr! — fece Sara. — Bastava un abito tailleur da montare in treno dopo la cerimonia.»

Tuttavia per accontentare i miei, ella si fece l’abito da sposa, e diceva che era diventata come le Madonne vestite dai preti.

Sara entrò poi in casa dei miei: una casa alla buona, all’antica, con vecchie [32]cose, vecchie abitudini. I miei genitori capirono che era inutile far recriminazioni. Sopportarono tutto. Quello che devono aver sofferto non me lo hanno detto mai: ma io, signor Enrico, vorrei che ci fosse l’altro mondo soltanto per domandare a loro perdono dei dispiaceri che ho dato. Papà campò poco, come le dicevo, ma lei, povera mammina! Io era innamorato di mia moglie, ed ora che la possedevo, mi piaceva più di prima.

Qualche volta, in segreto, accarezzavo la mia povera madre come per compensarla di tutti quei sacrifici. «Basta che lei ti voglia bene e che tu sia felice», mi diceva con quella sua voce melanconica. Del resto, per i primi anni, di Sara non si potè dir nulla; fu madre buona e fu moglie fedele; sicuro già che per vivere in pace bisognò far tutti e tutto a suo modo.

A tavola, per esempio, serviva da anni una vecchia domestica che faceva di tutto; lei trovò che era poco pulita, che ci voleva la cameriera col grembiule bianco, e allora la vecchia serva venne relegata in cucina, ed era tutt’al più destinata a lavare le calze. Quelle calze! In casa nostra [33]non sapevano nemmeno cosa fosse il tè. E venne il tè e vennero anche le signore a berlo. Avevamo in casa una stanza da ricevere all’antica, e lei trovò che non era gemütlich, una cosa che noi «gente zotica» non potevamo capire. Si spese molto a renderla gemütlich. Il mio povero padre era abituato, d’estate, a stare alla buona a tavola: si metteva in maniche di camicia, e, dopo pranzo, fumava la pipa. Lei trovò che ciò era poco conveniente; osservava che a casa sua i suoi fratelli erano abituati a far toilette per andar a tavola. Poi trovò che vicino alla stanza da letto ci voleva la vasca per il bagno, e venne la vasca.

«Ciò che non è molto pulito non è morale» ripeteva Sara.

Vecchie masserizie, vecchie costumanze: il pane fatto in casa, il bucato in casa, le galline nel cortile, il caldanino d’inverno, producevano a Sara un fastidio che non si dava più nemmeno la pena di nascondere.

La piccola economia domestica che, prima, permetteva dei risparmi, ora non bastava più. «Non sei buono a farti sentire? — diceva la mammina. — Ma che marito sei?»

[34]Spasimando, con lunghi discorsi, cercavo di farle capire la necessità per lei, per noi, per nostro figlio — perchè avevamo anche noi un bambino — di vivere più modestamente. Cercavo in tutti i modi di penetrare nel suo cervello; ma sentivo che sotto c’era come una pietra, dove si spezzavano tutte le mie ragioni.

«Vuoi che vada a domandare i denari ai tuoi amici?»

Ella aveva l’intelligenza delle parole brutali. Io le elencavo tutte le cose superflue della sua toilette.

«Via, che se io non fossi così, non ti piacerei come ti piaccio….»

Ella, così prude, così osservante di tutte le convenienze, aveva nell’intimità scatti di impudicizia che mi atterrivano. Ah, signore! signore!

La vita, in casa, divenne un terrore. «Nemmeno il diavolo la doma più», diceva la povera mammina.

Lei ripeteva a me: «Tu hai tradito la mia vita!»

«Ma io l’ho pure questa forza di sacrificio!» le dicevo io.

«Ma a te nessuna donna ti guarda, io invece….»

[35]Allora io tremavo tutto, e le facevo lunghi ragionamenti.

«Sì, sì, — diceva lei —, va alla messa.»

La minacciai di scacciare di casa. «Guarda — mi disse — a quello che fai! guarda a quello che dici!»

Io insistetti: mi pareva di far bene ad insistere. Ma non avevo fatto il calcolo esatto su le mie forze e allora ho detto una parola che non dovevo dire, ma l’avevo nel cuore e la dissi: «Vattene, sì!»

«Allora me ne andrò, ma tieni a mente che non sono io che vado, sei tu che mi scacci: io sono una donna che so quello che faccio; io non sono come le altre che vanno in chiesa e hanno l’amico; io sono una donna diversa, il mio uomo, io: tu puoi andare a fronte alta di tua moglie. Ma tu mi scacci, tièntelo a mente!»

Lei preparò per due giorni le valige con molta calma: io non dissi più nulla.

La sera condussi a spasso il bambino, povera anima! V’era come un tàcito accordo; lei sarebbe partita: il bambino sarebbe rimasto con me, ed io lo condussi fuori perchè non si accorgesse della partenza della mamma, a cui lui voleva un gran bene.

[36]Era quella una sera fredda e nera d’autunno, e l’ho qui nella mente: andammo fuori di porta, io e il bambino; camminammo sotto i platani che stormivano per il vento e cadevano sul capo le foglie dei platani. Io lo tenevo per mano, avrei voluto parlare, ma non sapevo cosa dire.

Tenevo la sua mano dentro la mia e non parlavo: ad un tratto lo sentii piangere. «Perchè piangi? non sei contento di andare a spasso col tuo papà?» Lui avea sei anni. Mi ricordai tutte le cose che egli desiderava: cioè la bicicletta a tre ruote, il cavallo che dondola, la macchina che fischia e cammina da per sè; e io gli promisi che gli avrei comperato tutto. «Ma perchè piangi?» e lui piangeva senza spiegarsi, e quel pianto mi metteva nell’anima un gran male. Allora lo minacciai; là nel buio, minacciai di percuoterlo. Ma al lume di un fanale che faceva luce a una Madonna, lo scorsi pallido pallido, esterrefatto, tremante davanti a me. Io dovevo aver parlato con grande ira e non me n’ero accorto.

Mi cadde l’animo al vederlo così e mi vergognai: era lei che io avrei voluto percuotere [37]a morte e invece stavo per percuotere lui, l’innocente. «Perchè piangi?» — «La mamma!» singhiozzò con uno scoppio di passione che mi fece quasi paura. «Vuoi veder la mamma?» Fece cenno di sì, e vedendo che io acconsentivo, mi prese lui stesso per mano e mi tirava, e mi ricordo che il vento ci era di fronte, un vento forte e lui tirava e diceva: «Fa presto, papà, la mamma va via!» Così facemmo tutto il viale sotto i platani che si rabbuffavano indietro sul nostro capo.

Io no, no! non le avrei mai detto di restare: morire piuttosto: al punto in cui erano le cose, no! ma speravo nel bambino: si sarebbe commossa alla sua vista e sarebbe rimasta. Per questa ragione lo ricondussi.

Entrammo in casa. Lei aveva disposto le valige e attendeva la carrozza per andare alla stazione. Io tremo anche oggi a pensare a quella notte.

Mia madre coi capelli scarmigliati, con le braccia in croce davanti alla porta, diceva:

«Di qui non si passa: è casa mia!

«Via, vecchia megera, pinzochera, voglio [38]andar via da questa casa maledetta — diceva lei.

«No, non va via una sposa giovine, di notte!

«Ho il mio orgoglio che mi difende, via da questa casa maledetta.»

E le sue mani minacciavano. Io la presi allora perchè non nuocesse a mia madre, la strinsi forte su di me e lei mi graffiò il volto e mi lacerò i capelli.

«Andrai via domani, senza scandalo!» le dicevo con sarcasmo, piano, all’orecchio. «Sì, ti voglio mandar via: ma domani!» Avevo anche io un demonio che mi tradiva. Il bambino aggrappato alle sottane di lei, faceva pietà; supplicava me, supplicava lei con una voce che quando morirò la sentirò ancora, ma lei, lei non l’udiva.

Ma ricordo una frase orribile e strana in un bimbo, che pronunciò in quella sera. Pallido, con la testolina che crollava indietro come avesse avuto il tetano, aggrappato a noi, diceva: «Ma allora io voglio morire, fatemi morire!» Ed ella non udiva. E pochi mesi prima lo avevamo vegliato io e lei nel suo lettuccio, perchè era ammalato!

[39]Fuggì quella notte e portò via mio figlio.

La mattina seguente io e mia madre ci guardammo come smemorati, senza dir nulla. Io la volli confortare e le dissi: «Meglio così, tutto è finito!» I primi tre giorni, sotto l’eccitamento del fatto, mi sembrò di essere quasi contento: poi cominciai a perdere il sonno, a fissarmi in Sara. Io e mia madre ci incontravamo come due fantasmi nella vecchia casa. La stanza nuziale venne disfatta: io mi volevo mostrare assai calmo. Ma tutto il giorno non parlavo, a tavola non parlavo, il cibo mi andava via dalla gola come avessi avuto il vomito. Cominciai ad ubbriacarmi, per sistema, il giorno e la notte a prender l’oppio per dormire. Ma l’oppio, se mi buttava giù nel letto per una mezz’ora, dopo mi svegliava con un riscossone e con gli occhi aperti come ci fosse stata una molla a tenerli su: così rimanevo tutta la notte.

E perchè capisca in quale stato io ero, a ogni treno andavo come un sonnambulo alla stazione perchè speravo che tornasse, che si fosse pentita, che avesse compreso quale grande delitto avesse commesso [40]di abbandonare la casa del marito a cui aveva data la fede.

Andando alla stazione, questionavo con me stesso per decidere se le avrei perdonato: finivo sempre col perdonarle, ma era lei che non tornava. Dicevo fra me: «Una donna divisa così dal marito, rimane vituperata.» Non pensavo che il vituperio del mondo può cadere su una donna debole o brutta: ma su una donna bella e forte come era Sara, non cade insulto; il ridicolo, quello sì piove sull’uomo! Allora diventavo furibondo e dicevo: «Ti farò citare davanti al tribunale, ti farò svergognare come una madre, una moglie che abbandona il marito.»

Sara mi mandò due lettere da un paese lontano della Svizzera, con le insegne superbe di un hôtel. Nella prima mi spiegava col solito orgoglio la sua condotta precisando a suo modo i fatti e mi dava notizie del bambino «giacchè di questo — scriveva — ne avete il diritto», e mi domandava poi i suoi gioielli. Era partita con quasi niente di denaro. Io non risposi. Nella seconda, domandava tutti i suoi abiti ed aggiungeva che tutto (ed [41]era sottolineato) anche fisicamente, era finito fra noi due e che se anche lei avesse voluto, non avrebbe più potuto vivere con me: e che io «le facevo ribrezzo!»

Allora, ma solo allora, pensai a quello a cui non avevo mai fino allora pensato: «la tua donna si infila nel letto con un altro, ridendo.» Allora diventai pazzo. Sarei partito in quell’ora stessa che ricevetti la lettera, ma non avevo i soldi, capisce? li dovevo rimediare; e intanto le scrissi una lettera in cui mi umiliavo e che fece pietà a me stesso, tanto che non ebbi coraggio di rileggerla.

Lei mi rispose dopo una settimana così: «Mi dispiace che tu sii ammalato, ma se tu sei uno squilibrato e uno più buono a niente, non è questa una buona ragione perchè io, che ora mi sento assai bene e ho molta voglia di star bene, debba tornare ad unire la mia vita alla tua. Il bambino sta benissimo. Poscritto: La mia coscienza non ha bisogno del tuo perdono».

Allora io dissi a mia madre: «Io voglio andare a riprendere il bambino che mi portò via come un ostaggio; non posso vivere senza di lui!» — «Va, e riprendi [42]anche lei — mi disse la mamma — Tu così ti rovini la vita, figlio!»

Partii e dopo due giorni di viaggio in terza classe, giunsi in Svizzera, in quel paese. Era un hôtel che aveva quella grand’aria di lusso che era stato sempre negli istinti di Sara. Incontrai signori e signore superbe davanti ai quali il mio aspetto era una viltà: cameriere in cuffia e camerieri in sparato bianco, che parlavano una barbara lingua, ma al cui confronto le dolci mie parole italiane suonavano come un’umiliazione.

Mi vergognavo di dire il mio nome, di dire a quei camerieri che io ero marito di quella signora lì sola in quell’albergo. Dissi che ero un parente, ma dal contegno di quella gente capii che aveano letto in volto la mia vera qualità, e mi fecero entrare nella stanza di lei benchè fosse mattino.

Mia moglie si puliva i denti. Mi guardò senza nessun turbamento. Seduto sul tappeto, per terra, c’era il piccino che si metteva le scarpe e mi guardava con occhi meravigliati, e non disse nulla.

«Sei tu? non ti aspettavo!» pronunciò con voce tranquilla: ma poi guardandomi, [43]mi dovette trovare molto stravolto, perchè mi domandò con voce che era divenuta incerta e paurosa suo malgrado:

«Sarebbe interessante di sapere cosa sei venuto a fare qui.»

Anch’io ero determinato ad essere calmo, giacchè nel viaggio avevo prestabilita la mia condotta, benchè il cuore e, ho vergogna di confessarlo, i miei sensi mi spingessero a domandarle perdono. Era l’ultima riserva della mia energia di uomo che lanciavo: e aveva così stabilito di fingere, di volere una separazione per via legale, e intanto portarle via di sorpresa il figlio.

Mi sedetti su di una poltroncina e le parlai in questo senso.

«Oh, benissimo», diceva lei senza voltarsi dallo specchio.

E vedendo il letto, disfatto, chiesi:

«Si deve dormire molto bene in questi letti.»

«Stupendamente…, sonni profondi: permettete….» e si slacciò il bottone della camicia per lavarsi.

Quell’atto mi ricordò di una sua frase abituale, cioè che una signora per bene davanti al cameriere si può anche slacciare [44]perchè un cameriere non è un uomo. Fremetti, e senza muovermi dalla sedia, pronunciai quella parola semplice che molti di noi crediamo sia un’offesa: Puttana!

«Cosa dici?»

E io ripetei quella parola. Lei alzò le spalle ed io nello specchio vedendo il suo volto mi parve che a fior di labbra mormorasse: «Stupido!»

Il cervello mi si infiammò di furore; ma una cosa più grande succedeva: io vidi, quasi con questi occhi, materialmente, la mia casa che crollava. Lei sa, è vero? Quando la casa muore è come quando moriamo noi. E allora il resto che vale?

Il piccino aveva finito di mettersi le scarpe, ma male.

«Perchè non l’aiuti tu ad allacciarsi le scarpe?» le domandai.

«Perchè io non faccio la serva a mio figlio!»

In quel punto bussarono alla porta. Trasalii. Ella disse tranquillamente, facilmente in tedesco, come se quella fosse stata sempre la sua lingua, di entrare. Entrò la cameriera col vassoio: era la [45]colazione col burro, la confiture: una cosa splendente, grandiosa.

Il bambino parlò allora per la prima volta e disse: «Qui, vedi, papà, si mangia bene; sempre burro, cioccolata, dolci; mica come là dalla nonna! se poi vedessi a pranzo che tavola grande, sempre coi fiori, e quanta gente, quanti piatti, oh! È molto bello così!»

Una voce immensa nel mio cuore mi veniva su e voleva dire a Sara: «Torneresti a casa?» Ma ebbi pudore di pronunciare il nome di mia madre davanti a lei. Soffocai quella voce e la pregai di vestire il bambino che lo volevo condurre a spasso. Volevo portarlo via subito. Lei lo vestì, e disse: «Ecco pronto.»

Siamo usciti io e il bambino.

Ma quando fui nel corridoio, camminai in punta di piedi e poi mi fermai: un’illusione, pazza da vero, mi teneva incatenato lì nel corridoio, cioè che lei mi richiamasse indietro. Ritornai invece io indietro, origliai e sentii il rumore del busto. Sara continuava in pace la sua toilette.

Nell’albergo c’era un giardino con grandi alberi puliti e molti sedili.

[46]Io conduco qui il bambino e parliamo.

Lui mi raccontava tutti i piatti che si mangiavano alla table d’hôte. «Vuoi tornare dalla nonna? — dissi io con le lagrime. «Sì, se mangeremo ancora tanti dolci come qui.» E parlava ancora, quando a un certo momento scappò via. Era corso via! Sotto un albero c’era un giovane signore che lo prese fra le ginocchia.

Io guardai.

Il bambino, dopo, corse ancora da me, e quel tale si alzò e si allontanò.

«Chi è quel signore? — domandai.

«Quello che tiene sempre compagnia alla mamà! — mi rispose il bambino.

Allora risalii da solo le scale, e irruppi nella stanza di Sara.

«Chi è quel signore che ti tiene sempre compagnia?»

Il suo volto diventò brutto. «Ci mancava anche questa per fare il terno», sentii che disse, e poi non so più nulla. Urlò. Venne gente, mi strinsero, mi strapparono una rivoltella.

Mi hanno fatto poi il processo per mancato omicidio. Mi hanno fatto vedere il revolver con una pallottola di meno. Sarà anche stato, ma io non me ne sono accorto. [47]Basta, dopo fui assolto; ma da allora diventai come stupido, con una gran debolezza di nervi. Poi, col tempo, mi sono rifatto; cominciai ad andar fuori di casa mentre prima mi vergognavo: ma non mi curavo più di niente. Bisognava che mia madre mi mettesse lei la biancheria sul letto perchè io la cambiassi. A lei, a Sara, però ci pensavo spesso: mi ricordavo il grande albergo dove l’avevo trovata; vedevo i vassoi d’argento, le tavole coi fiori e altre cose vedevo, e dicevo: «Già lei era nata per questa gran vita.» E per una certa lucidezza mentale, mi ricordavo di certe sue frasi come questa: «Che colpa ho io se piaccio agli uomini?» E allora provavo come dei brividi di desiderio, e con stupore dicevo: «Sì, cara, se tu non vuoi sporcarti le mani, li laverò io i piatti: ma torna con me.»

Due o tre volte all’anno per Natale, per Capodanno, ricevevo un biglietto del bambino, in cui mi diceva che lui stava bene.

Adesso glielo dirò: si sente dire e si legge, o signore, che una via, come quella battuta da mia moglie, conduce di gradino [48]in gradino alla abbiezione. Quasi me lo auguravo di trovarla degradata e in miseria pur di riprendere la vita con lei e con lui.

Seppi che lei era a Roma. Andai dunque a Roma, girai, domandai e un dì vidi pel corso una figura di donna, che assomigliava a Sara. Quei cinque anni di strazio, che mi avevano distrutto anima e corpo, non erano passati per lei. Era come prima, solo un poco più matronale. Da prima non mi conobbe, ma poi la mia vista o la atterrì o la commosse, perchè mi accolse benevolmente, soltanto non potè a meno di dire: «Come siete invecchiato!» E mentre eravamo lì fermi sul marciapiede fra la folla, mi accorsi che due o tre signori di molta distinzione la avevano salutata. Lei mi invitò a salire a casa sua, e camminando fra quella calca, io mi vedevo negli specchi delle vetrine, miserabile e vecchio dietro di lei.

Arrivammo ad un palazzo. Il portinaio di quella casa la salutò levandosi il berretto e guardò me come a chiedere: chi è costui?

«Potete salire senza timore per la vostra [49]rispettabilità — disse Sara con ambiguo sorriso — qui abitiamo noi soli.»

Il giovanetto, nostro figlio, domandava piano a lei:

«Chi è? È il papà quello lì?» e lei faceva cenno di sì, e raccomandava di star zitto.

Era un appartamentino piccolo, ma messo bene.

Io mi misi a piangere e benchè mi frenassi, non potei impedire al singhiozzo di prorompere.

«Perchè piange il babbo?» «Per il piacere di vederti» lei disse, e a me disse piano: «Adesso parleremo, ma vi prego, niente tragedie; ne ho avute anche troppe!»

«Adesso tu va a studiare» — disse poi al figlio —; «e se volete….» — disse a me: ed entrammo nella sua stanza dove c’era un lettino bianco, delle poltroncine bianche.

Prevenne le mie domande: viveva — diceva lei — dando lezioni di tedesco e di piano.

Dissi io allora queste parole: «Ma il giuramento di fedeltà che tu hai dato….»

Ella chiuse gli occhi, posò la mano [50]su la fronte, disse…: «Parlando con voi ho l’impressione di parlare con un revenant d’altri tempi….»

Nel mio paese, signor Enrico, c’è un fiume dove non hanno mai potuto piantare le palafitte per mettervi un ponte; la melma è tanta che le travi non sono mai arrivate a trovare il sodo e un giorno un manovale, che con una lunga pertica volle scandagliare quel fango, vi si sommerse e non l’hanno più ritrovato.

Io ero realmente un fantasma. Per riconquistare Sara sarebbe stato necessario che io fossi apparso giovane, forte, terribile.

Mi sentii come recidere i nervi, e allora udii queste sue parole: «Dopo tutto, i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati.»

Venne la cameriera e bisbigliò non so che a Sara.

«Ah, sì! me ne ero dimenticata. Io sono desolata, — disse a me, — ma sono venuti a prendermi per una conferenza….»

Mi buttò sotto gli occhi un cartoncino: Sotto la presidenza di S. A. R…, ecc., l’illustre conferenziere, ecc., parlerà oggi alle tre sul fenomeno del femminismo [51]presso i popoli latini e presso i popoli germanici.

«Vostro figlio è là, potete stare con lui» — disse uscendo.

Io mi alzai come un uomo straniero che è in casa altrui.

Però dissi: «Allora sono io il debitore verso di voi.»

«Abbiate pazienza, ne riparleremo. C’è giù la carrozza che aspetta.»

Entrai nella camera di mio figlio.

Era tiepida e profumata di lindura la stanza di mio figlio, ma io sentivo un senso di gelo. «Cosa fai?»

«Il compito di latino.»

«E questa è la tua stanza?»

«Sì, ti piace?»

«La mamma è buona con te?»

«Molto buona, ma anche molto severa.»

«Dici le orazioni?» — domandai vedendo un Cristo sopra il capezzale del suo letticciuolo.

«No, cosa sono le orazioni?»

«E allora perchè tieni quel santo?»

«Perchè mamma trova che sta bene.»

«Che classe fai?»

«La seconda ginnasiale.»

«Studi?»

[52]«Sono uno dei primi.»

«Allora ti piace il latino….»

Fece una smorfia. «Tutti a scuola diciamo che è inutile. Anche il senatore dice così, e speriamo nella caduta del Ministero.»

«Allora perchè studi il latino?»

«Ah! per la bicicletta: la bicicletta for ever!»

«Ti ha promesso la mamma la bicicletta?»

«No, il senatore: quello che adesso è venuto a prendere la mamma. Ne ha dei soldi….»

Uscii in silenzio da quella casa di marmo.

Non ci siamo più riveduti: c’erano dei morti fra me e lei; ed anche quelli che erano vivi erano come morti.

*

Questo fu il racconto del signor Manzi, detto Bismarck.

Questo racconto fece bene al signor Enrico. Quando si è come Bismarck, si capisce che accadano certe cose.

[53]Una lettera di Maria, mandata di premura, dove lo pregava di dargli spiegazione della sua «inesplicabile» condotta, gli fece molto bene: più del racconto di Bismarck.

Ci pensò la notte: un ufficiale profumato; lei profumata; e per questo? Quell’assalto notturno di lei, nella notte, piuttosto! Ma ora ricordava: lo aveva letto in treno, in uno di quei fascicoli di novelle che vendono alle stazioni: di una moglie, che per crearsi un àlibi, si butta sul marito come una meretrice. Effetti di suggestione! Mai leggere novelle!

*

Ritornò a Milano il dì seguente verso le cinque.

La quale è placidissima ora.

Le lampade elettriche splendono nel cilestrino crepuscolo come lune: i bars si riempiono; e le donne mondane uscite dal diurno riposo, dondolano sui marciapiedi come navi pronte a slegare gli ormeggi.

I negozi dei pasticcieri rigurgitano di [54]leccornie, e l’aria è qua e là pregna del caldo profumo delle carni in istufa presso gli aristocratici salumieri.

Entrò dal pasticciere per comperare qualche dolce per Lolò; e per l’appunto ad una parete del negozio era affissa una réclame per il romanzo d’appendice di un giornale cittadino.

Il cartellone réclame rappresentava un signore seduto che si puntava alle tempia una rivoltella con la tranquillità di uno che si netta le orecchie. Alla detonazione entrava una bambina e su la porta si affacciava una signora elegante, nell’atto di esclamare con garbo: Orrore! Il titolo del romanzo era: «L’onore del marito».

Allora provò un dolore lancinante. Ma non era guarito?

Quella stupida réclame!

*

Maria stessa venne ad aprire e lo baciò come era solita.

— Dopo pranzo ne parleremo, — disse il signor Enrico.

— Come vuoi tu; ma Lolò è molto impermalito [55]verso il suo papà. Lolò domanda perchè non sei venuto a casa ieri sera, vero? — e difatti Lolò ebbe seri rimproveri verso suo padre e soltanto i dolci ebbero la virtù di fargli fare la pace.

Quando Lolò fu andato a letto:

— Adesso avrai la bontà di spiegarti, è vero? — ripetè Maria.

— Sono ritornato per questo, ma da te aspetto una parola sincera; — e cominciò a raccontare con voce lenta, ma non così tranquilla che le labbra non tremassero, tutto l’inferno di quella notte.

E Maria recingendo a forza il collo di lui, posò il suo volto presso il volto di lui, e la sua gracilità femminea si avviticchiò al petto di lui e cominciò a singhiozzare prima, poi a piangere dirottamente, e piangeva soltanto.

— Be’? Cos’è questo pianto?

— È una cosa orribile! Un ufficiale, tu hai detto? un ufficiale di artiglieria….

— No, di cavalleria.

— Che guardava in su. Scusa, e a che piano? Ah, e poi il profumo. Anch’io ero profumata! Ma avevo fatto il bagno poche ore prima. Domàndalo a Marta. E [56]non hai altro? Ah, perchè dopo, quando tu eri a letto, ti ho svegliato…. Ah, Enrico! proprio non capisci.

Ed ella riprese a lagrimare, e accostava a lui la faccia lagrimosa.

Ma egli le faceva dolce violenza allontanandola.

— Non son mica Bismarck, sai io — diceva.

— Chi, Bismarck?

— Un disgraziato, laggiù nella fabbrica, che mi ha raccontato una sua storia. Non sono mica un sentimentale, io. Io, quando arrivo, taglio netto.

La notte fu convulsa. Egli sentiva la mano di lei, che ogni tanto si posava su di lui, un po’ materna, un po’ carnale come si fa quando uno è infermo, e si sente se ha la febbre. Un soffio di voce diceva con la accoratezza, con cui avrebbe parlato a Lolò: «Dormi, caro, non ti tormentare.»

Si addormentò alfine. Ma un riscossone dàtogli, non sapea da chi, lo destò.

Maria dormiva placidamente.

Si sentivano passare per la via i primi carri. Dunque era mattino, oramai.

Stette eretto su di un gomito a contemplare [57]la sua donna dormente. Al riverbero della lampada notturna, vedeva la testa di lei composta in pace sull’origliere. Stette così a lungo e il suo cuore aveva degli arresti come per il timore che un nome, un lamento uscisse rivelatore dalle labbra di lei.

Dormiva composta in pace.

Ma così contemplando la sua donna, la imagine di lei gli si sdoppiò. Ella era composta in pace; ma i capelli erano scomposti. I capelli erano svegli; si rigonfiavano su l’origliere, e, fosse effetto del tremolar della lampada, essi parevano muoversi con quell’ondulamento che hanno le serpi: invadere il letto. Maria era innocente, ma i capelli erano peccaminosi. Sotto le ascelle, giù nel pube pur vigilavano crini peccaminosi.

Provò come un impulso folle di denudarla d’un tratto buttando via le coperte: poi di stritolarla quasi contro di sè.

Ma si rattenne. Si ricordò di Bismarck. Si ricordò di quelle parole che Bismarck aveva riferito: «dopo tutto i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati».

Quelle parole della donna vincevano [58]tutti i ragionamenti dell’uomo. La donna, che non ha nome, nè Sara, nè Maria, ma la donna.

Allora per non cedere alla tentazione, uscì lentamente dal letto.

*

— Truce! — fu il saluto di Maria al mattino quando egli entrò nella sala da pranzo dove già la tavola era preparata per la colazione, e in mezzo di essa in un vasetto di cristallo trasparente, vi erano alcune rame di calicanto che diffondevano un olezzo come di neve profumata.

E dal caminetto ove la legna scoppiettava in rosse faville, ella gli era venuto incontro porgèndogli le mani e le aveva spinte contro le labbra di lui perchè le baciasse. — To’, bacia!

— Truce! — e sorrideva ansiosamente guardandolo. — L’uomo ha bisogno di essere allegro, se vuol lavorare, — disse lei. — Lo sai?

E terminò dicendo: — Un’altra volta, [59]se devi andare via, mi condurrai con te. Questo è quanto!

Allora, d’improvviso, lui disse: — Via! Prendi la tua roba, quella di Lolò. Qui si chiude casa; si va a stare a ***, alla fabbrica.

Gli pareva come una prova.

— Oh, alla grazia di Dio! Lolò, Lolò, lo sai? Si va a stare in campagna. Così si farà almeno colazione tutti insieme.

E Lolò che aveva ascoltato tutto quel discorso con grande attenzione, concluse lui nel modo che gli sembrò più conveniente; saltò su la sedia ed esclamò: — Un bacio! un bacio!

— Un bacio a chi?

— Al papà.

La signora Maria si era levata dalla sua sedia e fattasi presso al signor Enrico, lo avea baciato su la fronte.

— E perchè il papà non ti ha dato anche lui il bacio? — chiese Lolò.

— Perchè lui è il padrone, e dà i baci quando vuole.

— Anche di me è il padrone?

— Certamente di me e di te; non vedi, bambino mio, che occhi terribili?

Ma la felicità di Lolò non ebbe più limite [60]quando seppe che, in campagna, avrebbe avuto un giardino interamente a sua disposizione. Per il bambino andare in campagna equivaleva a vedere la primavera anche prima del tempo.

*

10 marzo.

— Sei malinconica, sei distratta, sei strana. Ma cos’hai?

— Come una rivoluzione si compie dentro di me. Ma un po’ è anche colpa tua, di voialtri uomini, ecco….

— Sarebbe a dire?

— Che soltanto adesso, qui, vedo chi sei, quello che fai, quello che vali. A Milano? Io ti vedevo, a Milano, andar fuori di casa il mattino e tornare a casa alla sera, quando tornavi: sapevo che tu guadagnavi del denaro, ma e poi? «Maria, vuoi quella pelliccia? quel vestito? quei gioielli?» Così, come per una bambola. E si finisce col diventar bambole.

[61]
*

Così nell’ora che il sole tramonta su la campagna, venivano ragionando i genitori di Lolò, ed erano arrivati davanti al cancello della villetta dove, nel giardino, era Lolò e Bismarck.

Il giardino era libero dalla neve, e apparivano le aiuole co’ loro disegni e co’ loro rilievi: la terra era stata mondata col rastrello e col vaglio dai piccoli sassi.

— Mamma — esclamò il bambino — imparo anch’io a fare il giardiniere: è il signor Bismarck che mi insegna, e questa sera si pianteranno gli alberi delle mele e delle pere!

Il signor Manzi aveva in mano tre magliuoli, e disse: — Sono qui da un’ora a spiegare che non sarà possibile domani cogliere i frutti. Ma lui prende dell’erba, delle foglie e dei rami e li pianta in terra così come sono.

Ma tutto muore così!

[62]
*

15 marzo. (Giorno di azzurro e di sole senza vento. Lolò e Bismarck vanno per il sentiero di bianco spino. Nel cuore più che nell’aria è l’odore della primavera).

Dice il vecchio Bismarck: — Piccolo Lolò, guarda quell’uccellino con la testa bianca che salta sempre, che strilla. Quella, vedi, è la cìncia, la cìncia allegra, la prima che viene ad annunciare la primavera. Senti? Pare che faccia dei complimenti, dei ringraziamenti, che dica: «Io sono tanto felice!»

— A chi dice così?

— Forse al sole.

— E dopo?

— Dopo verranno le rondini con un bell’abito bianco e nero. Poi verrà il rosignolo.

— E che cosa fanno?

— Cantano e vivono. Adesso guarda quest’alberino di mandorlo, come è grazioso con tutti quei bei fiorellini bianchi: beve il sole senza vento.

[63]— Beve il sole senza vento? E quelle brutte bestie, lì ferme, cosa fanno?

— Le lucertole? Bevono il sole e vivono.

— E allora perchè, se tutto vive, si dice che c’è anche la morte?

— Questa, bambino mio, è una brutta parola: ma gli uccelli, le piante, non lo sanno.

— Quando anche tu, Bismarck, eri bambino, tuo papà ti conduceva intorno a vedere la primavera, anche a te?

— Sì, Lolò.

— E perchè adesso piangi?

— Perchè io non sono come la cìncia.

— Io sì! Io voglio essere sempre allegro come la cìncia.

*

19 marzo. (Nel giardino: dopo che la sirena della fabbrica ha dato il segnale che la giornata è finita).

Bismarck a Lolò:

— Quale è, piccolo Lolò, la cosa più bella che ti piacerebbe di vedere?

[64]— I peri ed i meli del mio giardino quando avranno i frutti, ed io li mangerò.

— Bambino mio, ce n’è una anche più bella: tua mamma e tuo babbo che si vogliono bene. Li vedi laggiù?

*

24 marzo. (Nell’ora del tramonto: nel giardino).

— Va su, Lolò, nella mia stanza a prendermi le forbici nel cestino da lavoro.

— No, io solo, no, io solo non ci vado!

— Vede, signor Manzi, che inesplicabili terrori? Guardi, si è fatto pallido, trema tutto; è un fenomeno impressionante.

— No, mamma, non ci vado solo. Ho paura, ho paura: la biscia!

— Lolò ha veduto una biscia, signor Manzi?

— Mai, che io sappia: qui di biscie non ce ne sono. Perchè, piccolo Lolò, non vuoi ubbidire alla mamma? Di sopra non c’è nessuno. Vedi? Tutte le finestre sono aperte, noi ti sentiamo di quaggiù. Va dunque, ubbidisci.

[65]La signora aggiunse: — Lolò, voglio che tu ubbidisca.

Ma il bambino trema tutto e l’occhio si fissa su di un punto con un’espressione di terrore.

— Aspettiamo un po’ e poi vediamo di persuaderlo con le buone — disse Bismarck.

— Aspettiamo; ma non voglio che si abitui pauroso. Ora però mi ricordo che altre due o tre volte si è destato in piena notte, d’improvviso, con un urlo disperato. Lo abbiamo preso nel nostro letto, io e suo babbo: abbiamo acceso il lume e gli abbiamo fatto vedere che non c’era nessuno fuori che noi due. Stava con gli occhi dilatati e guardava sui cuscini, fra le coperte del letto. Una pena! Ora il fenomeno si ripete. È strano, di giorno…. Ma non lo dica a mio marito. Lui, Lolò, quando gli è passata, non se ne ricorda più.

— Di’, Lolò — disse il signor Manzi —, vuoi che andiamo insieme di sopra a prendere le forbici della mamma? Ti farò vedere io che non c’è proprio niente.

— Se mi prendi in braccio; se mi terrai su in alto, ma alto!

[66]— Dev’essere quella stupida della Marta con le sue storie del serpente, del diavolo, dei santi….

Così disse la signora, mentre Manzi sollevava il piccino.

— Così in alto, sei contento? ma non mi stringere il collo. Adesso entriamo: queste sono le scale, guarda! questa è la sala da pranzo, vedi? non c’è nessuno, lo vedi? guarda qui: questa è la stanza da letto del babbo e della mamma. Vedi tu niente? Niente, e allora di che cosa hai paura? Ecco le tende….

— No, le tende! no!

— Ma non urlare, ma sta quieto, bambino, dietro le tende non c’è niente.

— Sì, c’è la biscia, non toccare: c’è!…

— Ma dove l’hai vista?

— Nel giardino….

— Ma no, bambino mio, nel giardino non ci sono biscie, io lo so.

— L’ho vista, ti dico che l’ho vista.

— È stata la Marta a raccontarti la storia della biscia?

— No!

[67]
*

27 marzo. (Le sere degli ultimi di marzo fanno rabbrividire le tenere piante del giardino e la legna che dopo pranzo scoppietta nel camino, non è disaggradevole davvero).

— Lei mi pare — disse la signora al vecchio Manzi — che non sia mica troppo favorevole per le donne…. (Si parlava della maestrina che doveva, dopo Pasqua, venire per l’istruzione di Lolò).

— C’è il peccato d’origine! — disse lui cupamente.

— Ho sempre inteso dire, da quando imparavo il catechismo, che il peccato d’origine era di tutti e due, di Adamo e di Eva.

— No, no! È di Eva!

— E in che cosa consiste il peccato d’origine del nostro sesso?

— Un veleno — disse il Manzi — che hanno nel sangue.

— Tutte le donne? Ma lei si vede che non ha conosciuto mai una signorina per bene….

[68]— Può bene essere, signora; ma io penso così.

— Sa che lei è poco gentile?

— Mi perdoni, signora. Ma è lei che mi ha interrogato.

— Ti sei accorto — disse poi la signora al marito — che quell’uomo puzza di grappa? È odioso.

*

Fine di marzo.

La settimana di Pasqua è vicina.

È stato deciso che le feste di Pasqua il signor Enrico, la signora e il piccolo Lolò le andranno a passare a Noli, presso la nonna. I giorni sono splendidi e la felicità canta nel cuore del piccolo bambino.

La signora è partita alcuni giorni prima per Milano dove porrà in assetto tutta la mobilia dell’appartamento, giacchè è anche deciso di stabilirsi per sempre nella villa. Ella così vuole. È partita con la cameriera, una allegra giovanetta, e raggiungerà il marito e il figlio a Noli.

Oggi sono partiti: il signor Enrico e [69]Lolò in carrozza per la stazione di Y***, dove passa il treno per Genova.

Quante cose felici erano giunte tutte in una volta per il piccolo bambino! la Primavera, la Pasqua, il viaggio! E la tiepida aurora nel giorno della partenza lo aveva destato prima dell’ora, susurrandogli amiche cose; ed i bimbi si destano e cantano.

Si destò, e fu per lui desta tutta la casa.

La vecchia fantesca, in mancanza della mamma, gli ravviò i capelli, quella mattina, lo pulì, e ce ne volle della pazienza perchè egli avea gran fretta, chè il treno partiva! Salì nella carrozza col babbo; e rivolto indietro:

— Addio Marta — diceva —, ti porterò la ciambella di Pasqua!

*

Poichè la testa bionda di Lolò fu disparita, e la vecchia fantesca risalì piano piano le scale.

«Oggi, signori, sarà una giornata di grande lavoro: voi dovete quindi essere [70]buoni e ubbidienti e farvi ben pulire, perchè è Pasqua». Parlava ai mobili.

Era una buona bestia da lavoro la Marta, e siccome gli altri non parlavano troppo con lei, lei parlava alle casseruole, ai mobili e alle galline.

Tutto il resto, anche il cervello, valeva poco; ma le braccia erano ancora di buona montanara. Tirava, smoveva i mobili gravi con molta facilità.

Lavorò tutto il dì, strofinando, scopando.

«Cominciamo dalla stanza da letto…. Oh, fuori voi!» e sciorinò le lenzuola di bucato che ondeggiarono sul tàlamo: le stirò con le mani. «E anche voi, piccolino, birichino di Lolò, li volete i lenzuoli puliti? Puliti sì, ma non nuovi. Non si sa mai!».

Poi guardando la toilette della signora, diceva: «Io preferisco fare la lavanda ai piedi di tutte le sedie, piuttosto che mettere in ordine tutte quelle pomate. Io? un po’ d’acqua, e basta! Siete pure andata alla fiera, la mia signora! Il padrone l’avete trovato. Non vi basta quello?».

E quando la giornata dolce e tranquilla declinò, aveva finito.

[71]«Ora va là, va in riposo anche tu, povera scopa, tu sei come me!»

Ma la scopa riposò, ella no. Per una lenta abitudine ed una svanita memoria di ciò che si faceva nel suo paese di montagna, volle lucidare i rami della cucina «…. si appendevano sopra la cappa del camino e poi si mettevano in mezzo belle frasche di palme…!» E non solo lucidò i rami, ma pose in pieno assetto ogni altra cosa, poichè la dimane, che era la domenica dell’olivo, non avrebbe toccato neppure il manico della scopa.

*

Ma la giovanezza del sole al mattino batte alle vecchie pupille, dicendo: «Destati, Marta! per chi è vecchio, meglio è vegliare che dormire: di dormire è vicino il gran tempo: oggi è la domenica dell’olivo!»

E allora si levò e ripulì anche le sue vecchie carni e poi tolse gli abiti festivi.

Si vestì e andò alla chiesa.

[72]C’erano dei fiori, degli incensi, dei canti: Agnus Dei qui tollit peccata mundi. La vecchia Marta, avea comperato alcune palme e con quelle entrava a passo lento nella villa.

Nell’appartamento vuoto e quieto entrava il sole e si rifrangea sui mobili lucidi, su le vernici fresche delle stanzette gaie.

La Marta girò per tutto l’appartamento con le rame dell’ulivo in mano; passò in rivista tutte le sue stanze pulite. Ma nel mezzo della stanza si arrestò come spaurita.

Era la molla dell’orologio grande sul caminetto della sala da pranzo che si discioglieva: e il martelletto s’alzò su la campana metallica e ricadde con uno squillo d’argento: battè le ore chiare, penetranti per tutto il silenzio dell’appartamento; dodici volte s’alzò e ricadde dodici volte con lo stesso suono.

La Marta le contò su le dita, ferma nel mezzo della stanza. «È mezzogiorno — disse. — Ecco perchè c’è tanto silenzio; perchè è la domenica dell’ulivo! Le campane non suonano oggi! Oggi, come sarebbe mille ottocento novanta anni fa, [73]è morto Nostro Signore» e si inginocchiò e si segnò la croce su la fronte.

Nel mezzo del cielo il sole faceva il suo viaggio.

La memoria si disugellava alla vecchia fante. Dopo tanti anni che non vedeva se non piatti da risciacquare, scarpe da lustrare, rivide la sua montagna, là nella Càrnia: chiesetta nera, casette nere di pietra, boschi di castagni: ma sotto i castagni che verde! un verde smeraldino che lo aveva sempre negli occhi e non l’aveva riveduto mai più! E sul verde, occhi d’oro del sole; e la leggenda della fata degli occhi d’oro, chiamata Drianna, che fu sepolta lì, e in nessun luogo il sole era lucente come lì.

Lì, quando era bambina, con altri bambini, consumava i giorni della settimana santa, nelle lunghe ore che la campanella non interrompe più. Si incantavano a far mazzi di fiori stellati e bianchi, e la notte dormivano profondamente.

Buona gente lassù in Càrnia! Si conoscevano tutti. Si poteva lasciare la biancheria al sole che nessuno la toccava, e la porta di casa aperta di notte.

Le venne poi malinconia, lì sola. C’era [74]quell’altro pur solo, il Manzi, e lo andò a chiamare. Era oramai come di casa, quello lì.

— Mi aiuti — disse — a mettere le rame d’olivo sopra i letti, ma ben in alto, chè se anche non le vogliono, faranno fatica a portarle via…. Sopra il letticciuolo di Lolò mettiamoci una bella rama. E anche sopra il loro…. Veramente non se lo meriterebbero.

— Ma ci credete voi Marta, a queste cose?

— Se ci credo? E se non ci credessi, che cosa sarei io? Oh, buon uomo, anche tu credi che io sia venuta a questo mondo soltanto per lustrare le scarpe? Via! C’è un po’ di carne nella pentola, delle uova sode e del salame. Volete mangiare con me?

*

E allora in quell’ora tranquilla del giorno della domenica dell’ulivo, fu udito un forte squillo di campanello.

Era un fattorino che recava un dispaccio per Manzi.

[75]Era tanto tempo che la posta non funzionava per lui, che fu colto da un tremito.

Ma ebbe appena disuggellato il dispaccio, che, percorrendo quelle strisciette bianche, capì che la cosa non riguardava lui.

Poi capì che dicevano una cosa breve, ma non la capiva bene.

— Che cosa dice? — domandò la Marta.

— Dice che la signora è ammalata e che io vada sùbito a Milano. Sapete voi che la signora fosse ammalata?

— Ammalata la signora? È stata sempre bene da quando la conosco. Mi faccia il piacere legga il dispaccio. — E quando Manzi ebbe letto esclamò:

— Ma questa è una disgrazia!

— Ma la signora non doveva a quest’ora essere a Genova dai parenti che hanno da quelle parti?

— Sicuro che doveva. Si era rimasti anzi d’intesa che lei sarebbe rimasta a Milano due o tre giorni per imballare e spedire la mobilia: e poi avrebbe raggiunto il padrone.

— E invece?

— E cosa vuole che sappia io? Il telegramma [76]canta chiaro, che la signora sta male e che lei vada subito a Milano.

— Ma cosa c’entro io?

— Oh, Santa Madre! — rispose la Marta. — Se stiamo anche a parlare fino a stasera, vedrà che non spieghiamo niente. Piuttosto si muova, si scuota, il treno parte alle tre, sa? e appena arrivato mi mandi due righe perchè anch’io sto in pena.

E il signor Manzi si avviò a casa sua pensando a che cosa potesse essere.

«Che cosa potrà essere?» ruminava tra sè, e nel presentimento di andare incontro ad una disgrazia, camminava adagio come trascinato. E come fu salito nella sua stanza, tolse da un armadietto una bottiglia scura e tracannò. E si mise il soprabito e il cappello duro per andare a Milano. Ma aveva paura di andare incontro a una disgrazia, e allungò la mano nell’armadio e prese ancora quella bottiglia e tracannò ancora.

Non vi era nessun rumore nelle campagne, e le macchine non rombavano, e i telai della fabbrica non correvano, e i fumaioli non spiegavano il fumo.

«Cristo è morto, Cristo è morto! — diceva Manzi, vestendosi. — Ma non sei [77]mica morta tu!» E indicava su la parete il ritratto di una giovane e vezzosa donna in cappello e veletta, ridente, con la testa inchinata, Sara.

Ma il foglio giallo del dispaccio lo richiamò alla realtà presente: «certamente deve essere succeduta una disgrazia; facciamosi coraggio (e rimise alla bocca la nera bottiglia e tracannò). Io non ho più molta forza per andare incontro alle disgrazie! Ma intanto, qui, qui al soprabito manca un bottone. Ci metteremo uno spillo. Ora trovare lo spillo!».

Uscì, ma nell’uscire una donna che faceva da portinaia, lo vide da una stradicciuola da cui veniva e gli fece segno di aspettare. Quando lo ebbe raggiunto, disse: «C’è una lettera per lei: stamattina non glie l’ho potuta consegnare perchè io era andata alla messa» e gli porse una lettera.

Manzi riconobbe subito la scrittura del signor Enrico e una nuova trepidazione si aggiunse alla prima.

— Lascia qui il bastone?

— No, date qua — e messosi il bastone sotto l’ascella fece per aprire la lettera, ma poi volle guardare l’orologio, ma nel [78]taschino del gilet non lo trovò, e allora voleva tornar di sopra a prenderlo; poi si pentì e chiese alla donna: — Sapete che ora è?

— Se non sono suonate, ci deve mancar poco alle tre.

E il poveretto si mise a camminare in fretta con gran fatica perchè la strada che conduceva alla stazione era lunga, e così andando aveva strappato la busta che non si voleva far lacerare e aveva cercato di decifrare i caratteri che gli ballavano sotto gli occhi. Ne indovinò il senso più che non ne leggesse le lettere. «Dev’essere una disgrazia grossa» e questa idea lo faceva fermare, mentre invece doveva correre per non perdere la corsa. Ma giunse infine in vista della stazione. Essa si innalzava bianca, tranquilla come abbandonata nel verde, e sul cielo azzurro spiccava il tetto rosso. Nessun fischio nell’aria ferma, nessun fumo di locomotiva per la linea che si vedeva benissimo fin da lungi. Precipitò nel piccolo caffè della stazione.

— È mica partito il treno?

— C’è ancora un quarto d’ora, sempre se è in orario.

[79]— Meno male — e respirò. — Mi porti allora un vermut che ho fatto una gran corsa.

E la padrona dall’angolo dietro il banco dove agucchiava placidamente, si levò, pulì il bicchierino a calice, lo fermò sul vassoio di ottone e versò il vermut. — Belle giornate, eh?

— Sì certo, bellissime — e spiegò la lettera e lesse e poi disse: «Dunque anche lui non sa che sua moglie è a Milano e che è ammalata. Mi domanda di urgenza se è tornata qui. Ma qui non è tornata», e stava in procinto di telegrafare dalla stazione che lui non sapeva niente di niente, ma poi gli parve meglio veder prima di che si trattava.

Il guardiano della stazione stava costruendo nel piccolo giardinetto attiguo alla stazione una specie di gabbia per le sue galline; riconobbe il Manzi e gli chiese: — Va a Milano a divertirsi un poco, eh?

Il treno apparve in fondo alla linea: un treno piccolo che era quasi vuoto. Manzi salì in un carrozzone dove era solo: il treno partì e poi si fermava a tutte le piccole stazioni senza raccogliere [80]su nessun viaggiatore. Pareva che si avviasse verso una città morta.

— Com’è che non monta su nessuno? — chiese il Manzi al frenatore che saliva su la garetta.

— Perchè di Pasqua quelli di fuori stanno a casa loro, e quelli di Milano, se hanno comodo, vanno fuori.

E giunse a Milano che il sole era ancora alto e tutto un lato della via Manzoni ne splendeva da suoi eccelsi palagi. Dame e signori con grave andare muovevano su due marciapiedi, lungo le botteghe chiuse, come chiamati dalle foglie tenere laggiù dei giardini. Nel mezzo della via larga il tram si scontrò con due o tre cocchi signorili lucidi, ondeggianti su gran molle e tratti da cavalli dal collo ricurvo. C’era per gli occhi di Bismarck dell’automatico in quei passeggieri, in quei tram, in quei cocchi; c’era del silenzio dietro a quel rumore di grande città; c’era della tristezza dietro il lusso di quella gente adorna nel giorno festivo.

[81]
*

Una nappa di seta verde svanita, che, in vece del bottone elettrico pendeva su la porta chiusa, pareva dovesse destare echi lugubri, e corrispondere a cose e persone che già andavano per lontana via ed era inutile richiamare. Tuttavia il signor Manzi tirò la nappa, e un suono di campanello risuonò nell’interno della casa, ma più forte nel cuore di lui.

Venne ad aprire la porta una giovine che era la cameriera della signora, e quella al lume diurno che ancora pendeva su le scale deserte, in quel dì festivo, riconobbe il signor Manzi ed esclamò:

— Finalmente, venga avanti!

Era una leggiadra biondina, di adolescente età. Da poco tempo era al servizio in quella casa, e il Manzi la aveva a pena intraveduta due o tre volte nella villa, chè ella il più del tempo trascorreva nelle stanze della signora: però ricordava il suo allegro riso e la sua lieta voce squillante. Ora quelle parole le aveva pronunciate [82]in un modo così diverso che ben si capiva che qualche cosa di terribile accadeva in quella dimora in cui egli allora poneva il piede.

Egli venne avanti, ma l’anticamera era quasi buia, e le masserizie che la ingombravano, confuse e ammucchiate, rendevano più difficile l’avanzarsi, e perciò rimase lì quasi presso l’uscio e chiese:

— Come va?

La giovane si strinse nelle spalle e poi gliele voltò, e Manzi cercò di venire avanti, come più si abituava l’occhio alla penombra.

Da una stanza apparve una donna, la quale chiese alla giovane distintamente e con premura:

— È il marito quello lì?

— No, quello è il signore a cui abbiamo telegrafato dopo — rispose la giovane accostandosi alla donna.

— Ah! — fece costei come a dire: «allora è un’altra cosa» e — venga pur avanti — completò il suo dire, — ma piano, come può: anch’io sono poco pratica di questa casa. C’è almeno un lume, la mia tosa? — domandò alla cameriera.

— Adesso vado a vedere se trovo un’altra [83]candela, ma sarà un affar serio: il droghiere ha già chiuso.

— Immagini — seguitò quella donna a dire al signor Manzi — che per scaldare un po’ d’acqua, per fare un po’ di brodo abbiamo dovuto accendere il carbone. E per trovare una tazza, i tovaglioli ce n’è voluto!… Era tutto fatto su. Oh, finalmente!

E la chiusa del discorso fu rivolta alla cameriera che entrava con una lampada a petrolio.

— Ho trovata questa qui sopra il camino: sento, era piena di petrolio.

— Allora siamo signori — disse quella donna. — Io ho mandato la portinaia alla società del gas perchè venissero a slegare il contatore, ma sì!

Allora il signor Manzi trovò il momento di domandare a quella signora, chi era.

— Non mi conosce?

— Io no.

— Io sono la levatrice — e fece il nome e disse dove era stata diplomata.

Il signor Manzi chiese perchè c’era lei lì, nella casa.

— Come, non lo sa? Perchè la signora ha fatto un aborto, e adesso se ne va.

[84]— Se ne va? — e diede indietro atterrito su la sedia, a quella frase tranquilla.

La donna fece un gesto che voleva dire: «se la piglia con me?»

— Ma lei, signora….

Il povero Manzi aveva appena cominciato a dire così che colei si levò come una vipera.

— Mi meraviglio! Che c’entrava lei? Lei era stata chiamata dopo. Vada da quella che ha fatto marrone! Lei era una levatrice onesta.

E non si acquietò se non quando il Manzi ebbe chiesto scusa.

— È che bisogna stare attenti a parlare. Dopo tutto quello che si è fatto, in una casa tutta messa su, che non si trovava nè un lume, nè un fiammifero, nè una pentola da far bollir l’acqua…. Son due giorni sa, che siamo qui, con quella là disperata, che sino a stamattina non voleva che si avvisasse il marito….

— Allora lui non sa niente….

— Mi so no. I mariti sann nagotta!

— Già! — Non capiva però bene. Soltanto un mistero mostruoso gli era davanti.

— Ma si possono fare queste cose?

[85]— Non si possono fare, ma per la pace in famiglia, si fanno. Mica così da cani però….

— Cioè?

— Scusi, pare mica un uomo lei. Non capisce che è sopravenuta la peretonite e siamo alla fine?

Gli tremavano le gambe a Manzi.

— E perchè…. — domandò.

— Perchè? Vuol che lo sappia io perchè? se non lo sa lei che è di casa….

Allora Manzi fece per andar di là a vedere la signora: gli pareva una cosa impossibile, una fiaba lugubre, che la signora, che nove giorni fa aveva veduto partire piena di salute, dovesse essere in quello stato come affermava quella donna.

— È inutile, caro lei, che vada di là a vedere; già tanto lei non le può far niente; adesso riposa un poco e ne avrà abbastanza quando arriverà il marito, e con un braccio lo fermò su la sedia.

— Ma come è stata? — ridomandò ancora e lo prese il tremito nelle gambe.

— Lo domanda a me come è stata? Io non so niente, sono qui da ieri l’altro mattina e l’ho vegliata tutta la notte: ho un sonno che mi cadono gli occhi!

[86]— Ma c’è davvero questo pericolo? — e sentiva il sudore freddo venirgli giù dalla fronte.

— Sentirà il medico che deve venire prima di sera.

In quel momento suonò un campanello, uno squillo lieve: veniva dall’interno, non dalla porta.

Il Manzi trasalì. La levatrice disse alla servetta: — Vada a vedere cosa vuole!

E la giovane andò là in punta di piedi.

I due tacquero.

Si affacciò poi la giovine all’uscio e disse: — Vuol sapere se il signore qui è arrivato, le ho detto di sì e ha detto che lo vuole.

— A me?

— Sì a lei.

— Faccia piano — ammonì la donna — non parli e non la faccia parlare.

E Manzi andò di là col cuore che gli si gonfiava e la levatrice gli venne dietro.

Sul letto, sollevato in su, vide il volto esangue della povera signora: i capelli vigilavano ritorti, attorno a quel volto cereo e fermo. Stentò quasi a riconoscere quel volto. Capì che era vero quello che le due donne dicevano.

[87]Ogni parola gli si smorzò nella gola ma udì distintamente il soffio della voce di lei che pronunciava queste parole:

— Alle dodici arriva lui, gli ha telegrafato il medico…. lo prepari…. grazie.

— E adesso venga via — gli sussurrò all’orecchio la donna e alle parole aggiunse l’azione e lo trascinò fuori della stanza.

E lo lasciò solo nella stanza dove la lampada a petrolio spandeva la sua luce rossa. I mobili all’intorno erano coperti di tele e di fogli di giornali e su le pareti rimanevano due o tre quadri.

Guardò e ne riconobbe uno: era un ricordo di Lolò, dipinto ad olio. Il bambino era di profilo con la cuffiettina bianca così che non si vedeva se non la guancia tondeggiante e la puntina del naso a pena. Eppure rideva! Certo era Lolò, più piccino, ma poteva certo essere il ritratto di qualunque altro placido bimbo che vive nella casa tiepida ed ampia.

Allora i vecchi occhi ricominciarono a lagrimare.

— Si ricordi che il treno da Genova arriva alle undici e tre quarti — ammonì la cameriera, — se sapesse, signor Manzi, che martirio in questi giorni! Il dottore [88]è dovuto diventar matto per farle capire che il suo stato era grave, e bisognava ben dirglielo perchè lei non voleva che si telegrafasse al signore, ma come si poteva fare diversamente? Fortunato lei che non c’era!

— Ma il medico non viene più? Ma la si lascia morire così?

— Sarà quello che suona adesso, sarà.

E un piccolo suono di campanello squillò dall’anticamera, e la fanciulla e e l’altra donna corsero ad aprire.

Entrò un signore di molto distinto aspetto. Domandò come stava, sentì le risposte che gli dava la donna e crollò il capo. — Andiamo a vedere — e si levava adagio adagio i guanti.

E Manzi rimase ancora solo nella stanza dove il lume della lampada a petrolio spandeva una tranquilla luce rossa e il ritratto di Lolò rideva dalla sua tela.

Quando dopo un quarto di ora tornarono, Manzi chiese:

— Ma è così grave la cosa?

— Gravissima, signor mio, e sarà molto se arriveremo a tenerla su fino a domattina — rispose il medico, sedendosi su di una seggiola che la levatrice aveva [89]prima liberata da altri mobili. — Centocinquanta pulsazioni.

Era un bisbigliare quieto, sommesso, in quella stanza, con tutti i mobili imballati, che avevano finito di vivere lì. Centocinquanta pulsazioni! Perchè la vita del cuore, in sul finire, si accende?

Manzi aveva il terrore di sentire quella quiete che si sarebbe rotta per il grande urlo del povero ingegnere.

Gli pareva al Manzi di essere entrato in un sogno e che tutto quello che gli accadeva da poche ore fosse una cosa lontana che toccasse altre persone ignote. Ma quando quegli fece per andarsene, il senso della realtà lo vinse e disse:

— Per carità non se ne vada, signore!

— Ci posso far ben poco io, sa? la donna che è qui può fare quello che posso fare io.

— Ma non dico per lei, dico per lui che deve arrivare: cosa dirà? cosa penserà vedendola qui sola abbandonata? Dirà che la abbiamo lasciata morire come un cane….

L’uomo aggrottò le ciglia e disse: — Tornerò più tardi.

— Faccia di meglio, per carità, venga [90]con me alla stazione, che cosa vuole che io possa dire al signor Enrico?

Colui parve turbato alle parole del Manzi, si passò la mano su la fronte.

Pure la levatrice pregò il dottore di rimanere a scanso anche della sua responsabilità.

Allora sembrò persuaso e decise di rimanere.

— Mi troverò nella sala d’aspetto alle undici e mezzo, lei mi cerchi che sarò lì — disse al Manzi e mosse verso la porta.

Ma il vecchio lo fermò per un braccio prima che se ne andasse.

— Cosa c’è adesso? — domandò.

— Proprio, proprio, crede che non possa guarire?

La giovane fra quei due uomini faceva lume e guardava l’uno e l’altro.

Il medico parlò e diede delle spiegazioni scientifiche che il vecchio non capì certo perchè tornò ancora a domandare:

— Dunque non può guarire? nè meno un miracolo?

— Ci crede lei ai miracoli?

Manzi rimase con la bocca aperta.

— Buona sera, e allora alla stazione.

Uscì, e chiuse l’uscio.

[91]— Anche questa è fatta — sospirò la levatrice e il Manzi la sentì insieme alla giovane parlare, accudire a varie faccende, piano per le stanze con passi inavvertiti, ma più che la loro voce sentiva approssimarsi la fine, la dea della fine col suo sacco feroce, come il sacco degli spazzacamini che portano via i bambini cattivi: anche la morte ha il suo sacco: prende e mette dentro tutto, cose buone e cose cattive, prende tutto e butta via: e quando appare, è inutile dirle come allo spazzacamino: «adesso il bambino è buono, va via!» Ella non va via e il suo avvicinarsi fa sentire strani rumori nella casa e nel cuore, e fa tremare le gambe ed ha un passo così terribile che anche le cose in piena vita sembra che debbano andarle dietro per il viaggio per cui lei si avvia.

*

— Guardi che è ora che lei vada alla stazione — ammonì la levatrice: — è pratico, è vero, di Milano? Dico perchè non si sbagli, caso mai prenda una vettura.

[92]Andò alla stazione. Il dottore non era ancora arrivato.

Certi sibili lontani di macchine che manovravano, lo facevano sussultare. Ogni tanto nel buio fuori della tettoia i fanali rossi o verdi dei dischi si spostavano sui loro lunghi bracci di ferro, come i fantasmi che fanno un gesto automatico, e gli occhi del vecchio erano attratti da quelle luci che si muovevano come il balenare sinistro di un volto che è laggiù, nel buio, che non si vede se non nelle pupille.

Arrivò il dottore, si parlò del caso. — Già, un caso disgraziatissimo. Una signora prudente quando si decide a certi passi, lo fa a tempo, si rivolge a persona dell’arte. Ma chissà? la paura! la fretta…. La cosa più dolorosa adesso è lui. Sono incerti del mestiere. Era una fabbrica che andava bene, vero?

In quella rombò il diretto da Genova e Manzi vide passare, davanti, la testa di lui; pareva la testa della Medusa. La barba pareva scomposta come quando uno si trova in mezzo a un temporale.

[93]
*

Ma in verità le cose passarono con più tranquillità che il Manzi non avrebbe pensato.

L’uomo era disfatto, sì bene; ma non uscì alcun grido. A lui disse: «Grazie anche a lei, Manzi.» Durante il tragitto in carrozza, parlava col dottore. Lui, di fronte ai due, era come intontito.

Sentiva queste parole di lui: «Infelice, infelice!» E poi diceva che se lo sentiva, che doveva succedere così.

Quando entrarono in quella casa, Manzi aveva una gran paura: di sentire gli urli, gli urli di quell’uomo. Ma non fu nulla di tutto questo.

Quell’uomo entrò. Lui Manzi non ebbe coraggio. Diceva fra sè: «come è coraggioso quell’uomo!»

Anche la piccola cameriera aveva paura. Diceva al Manzi che quella era la prima volta che vedeva morire una persona.

— Muore, muore davvero! — diceva con terrore.

[94]Lei credeva che si potesse arrivare sino a morire, ma morire proprio non credeva.

Poi, nel terrore, raccontava cose che al Manzi suonavano strane per una giovanetta: che lei col suo amante avrebbe fatto tutto, fuori che quella cosa per cui si rimane incinta. — Ah, mai più, mai più! — ripeteva.

Manzi, ogni tanto era attratto là, verso quella stanza. Gli pareva che ci fossero tanti lumi, là.

Vedeva lei avviticchiata al collo di lui; ma poi un rantolo, un singhiozzo, lo respingevano indietro.

Ogni tanto passava la levatrice per questo e per quello.

Diceva: — Una donna robusta. Stenta a morire. Ma è già via con la testa: adesso dice che vuole andare a fare Pasqua con Lolò e con la nonna.

Ma poi si udì un grido di là.

Manzi ne ebbe come una lacerazione, e balzò. Vedeva lei che si veniva distaccando da lui. Quei grandi capelli di lei strisciavano sul volto dell’uomo, e seguivano la testa di lei.

Lei si era rovesciata sul cuscino.

[95]Allora lo condussero via, quell’uomo.

Guardava tutti con occhi inebetiti come per interrogare.

Rispose la levatrice e disse con voce forte, come con voce piana avea parlato sino allora. — Sì, possiamo aprire le finestre.

E fu una cosa curiosa. Quando furono aperte le finestre non era più notte e nè meno l’alba: era giorno col sole.

E il sole entrò.

Il cero che prima ardeva e pareva così grande, impicciolì e si allontanò anche lui.

Anche quel cadavere di femmina adultera che giaceva, parve allontanarsi.

L’uomo fece per accostarsi al letto, ma il fantasma del dramma che si era svolto in quell’anima e in quel corpo, si rilevò tutto grande e mostruoso davanti a lui, e lo tenne indietro.

Le coperte segnavano la curva di quelle miserabili carni che la concupiscenza avea un tempo toccato col suo fremito.

Il ventre si disegnava nettamente rigonfio come una tumefazione di male che ella, la martire, austera ora, trascinava dietro a sè, e a qual torso erano congiunte le braccia rigidamente, e le gambe. [96]La passione le aveva agitate in ignoti amplessi; ora giacevano rigidamente.

L’amante non avrebbe più osato accostarsi.

L’uomo tradito fece ancora un gesto per avvicinarsi a quella che era stata la sua Maria; ma ella stessa si era già allontanata.

E mentre nessuno parlava più, si udì bene la voce della giovane che chiedeva con angoscia:

— Ma non c’è in tutta la casa una croce da mettere sul petto della povera signora?

Milano, 1899.

[99]
LA MORTE DI UN RE.
Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e spada. L’ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor di topi. Là i miei re conducevano un’esistenza da fare invidia ai veri re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in fondo ero io che mi cavavo le mie: ed era certamente per questa specie di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose; giacchè vendicarsi, sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il più grande de’ miei piaceri.

I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore e ore con un pupazzo in una mano e un pupazzo nell’altra, [100]e non capivano che era un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene davanti a lui.

Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!

Un’altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle fatiche della guerra in grandi e sontuosi pranzi, i quali corrispondevano appunto a quelli che non si facevano a casa mia.

*

Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo falco: un falchetto.

Ora, quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad avvertire i nobili signori che già il sole era levato e i palafreni bardati scalpitavano.

Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso doveva provenire da questo: cioè che ora possedevo [101]un re autentico, non di cartone, ma vivo; un re dell’aria; un re anzi prepotente e crudele, ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto in catena e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una parvenza di realtà.

*

Li avevo visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li avevano indicati.

Nel cielo lucido del mattino avevo visto certi uccelli che un più trionfal giro volgevano nel cielo; poi si libravano in alto e disparivano nella profondità dell’azzurro. Ne avevo chiesto ai villani e quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga: «Son falchi!» dicevano, «tutta l’aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori lassú, non vedrai altri uccelli volare e cantare.»

Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per iscoprire [102]il segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande, come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, non più di una colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.

Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne. Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.

«Dico a lei, signor falco, ha inteso? Le ho detto che lei è un píccolo, anzi ridícolo re!», e, siccome quegli pareva non tener conto alcuno delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva scherzi di mano. Fulmínee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva impossibile dovéssero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari tempo mi ritrassi con la mano ferita: il dosso della mano portava l’impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità, [103]immobile come prima; solo l’ala rientrava come da per sè quasi serpe che rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro alvèoli.

I suoi occhietti gialli, tondi, si movévano solo essi, e seguívano ogni mio gesto, come l’immàgine nello specchio segue chi vi si affaccia; e col muover delle pupille si moveva un becco breve, ma uncinato, di cui prima non mi era accorto, e dava alla fisonomia un aspetto grifagno.

Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell’aspetto agli altri uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea sospettato.

Pensieri di rappresàglia si agitàvano nel mio cervello. «Io ti punirò di morte», dissi con voce di giúdice che sentenzia, ma la mia voce risonò a vuoto nella stanzaccia melancònica; ma era una voce dolce la mia, egli invece mi avea colpito senza emettere un suono.

Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti: «Voi siete un violento, un rapace, un masnadiero dell’aria, voi avete, signor falco, spogliato tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti, i [104]quali cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini. Gran perfidia fu la vostra, signor falco; ma ora siete in mia balìa e ne sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.»

Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per colpirlo.

Ma il falco stette: solo si contorse nell’atto superbo con cui sogliono effigiarsi le aquile negli stemmi, e le pupille perforanti saettarono un senso: «Vile!»

Ed io non lo percossi.

*

Come la mia píccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo èssermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma, sopra tutto, un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quella [105]sua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.

«Ti faccio gràzia della vita per ora, e ti porterò da mangiare», gli dissi.

E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce e lo richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.

«Cuore e fegato», mi fu risposto.

Cuore e fegato ebbe, e, presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.

Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi. «Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete, berrai», dissi allora.

*

Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzio. Ma il falco aveva abbassato su le terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido: regalmente [106]rigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!

Piano piano, me gli accostai. «Povero falco», dissi, «vuoi la libertà?» e feci per lisciarlo.

Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono, le cortine delle pupille si alzarono e le pupille folgorarono. Questa volta la mia mano portava, oltre ad un’altra coppia di solchi, uno strappo sanguinoso; mi aveva ferito anche col becco. La notte dormii con la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne fosse del falco.

Il falco non aveva mangiato; il cuore e il fegato imputridivano ai suoi piedi.

«Tu vuoi morire, bestiuola mia, se non mangi», gli dissi, ma ogni mia esortazione cadde a vuoto. Le palpebre gli si chiudevano con una non so quale solennità e pareva ed era immobile. Molta tristezza vinse la mia piccola anima infantile e quel dì non giocai.

Andai nell’orto a trovare dei lombrichi i quali strisciavano i loro umili anelli su la terra; presi larve di insetti, bachi, piccole lucertole, che godevano sul muricciuolo il dolce sole, e, fatto di questi innocenti [107]animaluzzi un cibreo che giudicai appetitoso, lo offersi al mio falco. Non mangiò nemmeno allora.

*

Al mattino seguente era ancora lí, rigido, fermo. Ne ebbi pietà e gli dissi: «Vedi che ti voglio bene e solo desidero che tu ti faccia buono e che noi diventiamo amici!»

Ma poi, vedendo che non dava alcun segno, e meravigliandomi come potesse vivere senza cibo, ne ebbi alquanto sgomento.

E l’Ave Maria del terzo giorno cantava melanconicamente dall’alto di un campanile, quando il falco cadde di botto; le gambe sottili non lo sorressero più. Corsi e con trepidanza paurosa lo toccai; strinsi sotto le piume quel píccolo corpo che non si scosse. Era morto.

Egli, il re dell’aria, aveva vinto su di me.

Allora mi accostai alla finestra col falco [108]fra le mani, e alla luce che ancor pendeva nell’aria, a lungo cercai tra quelle penne di trovare il segreto della sua ferocia, come fanno i bimbi che cercano nei balocchi infranti il segreto del loro moto, ma non ve lo trovai; e da allora ne ebbi grande tristezza.

[111]
DALLA PADELLA NELLA BRACE.
Chi legge — se ha una carta d’Italia disegnata su una scala un po’ alta — tracci una linea retta fra Sant’Agata Feltria, in terra di Romagna, e il convento della Vernia, in Casentino, un luogo altrettanto famoso quanto poco noto agli italiani che non siano lì del luogo.

Quivi san Francesco, il Santo nostro che rinnovò Cristo con nuova italica lietezza d’amore, ebbe le stimmate ad imitazione di Nostro Signore; e le rondini della foresta selvaggia e sublime, che incorona il monte rupestre, col grido continuo vi dicono: «le sorelle nostre accompagnarono il Santo e si posarono sulle sue spalle, sulle sue mani, quando egli qui venne!» Tracci — dico — una linea e non vi troverà sentiero alcuno o villaggio. Bisogna montar l’alpe, poi si cala in Casentino e si risale quindi la Vernia.

[112]Per quella via noi passammo.

In linea retta, o meglio, a volo d’uccello, saranno a far di molto, venti miglia: invece, dovendo di continuo salire e scendere per i monti, la via si raddoppia; e il fatto è che noi, partiti da Sant’Agata che le stelle erano ancora alte, giungemmo al convento appena in tempo, giacchè dopo l’ave-maria il frate portinaio chiude, e chi è dentro è dentro, e chi è fuori si trova a mal partito e solo i grandi faggi gli possono dare ospitale ricovero, chè, lì d’intorno, per un raggio di più e più miglia, non v’è un casolare.

*

Noi si era in cinque, comprese le bestie: due somari, i quali nel paziente loro animo non debbono di certo aver benedetta la memoria di san Francesco; una giovane signora la quale accampò certi suoi diritti per seguirmi, per quanto io le dicessi: «bada che non sarà il viaggio di nozze!», poi c’era la guida, che fa quattro, un vecchio ignorante, secco e [113]sbilenco che amava più di star su l’asino che di camminare, ed io.

Era il mese di luglio.

Quando si levò il sole eravamo già nel regno delle felci e delle ginestre. Rocca Pratifa si perdeva in lontananza: davanti l’Appennino deserto, selvaggio, e noi su e giù per sentieri che eran piuttosto tane e rompicolli, con certe pietre che le vie dell’Abissinia non ci sono per nulla; e il sole dardeggiava su quelle rocce cineree, e non un filo d’acqua. E la domanda continua era: «O, dov’è la Cella! o, quanto manca alla Cella?» chè quivi la guida ci avea promesso la prima sosta, e bel ristoro, e buon soggiorno.

Vi giungemmo alle dieci, e non so come pensai a messer Ludovico Ariosto. È quello della Cella un paesaggio ariostesco: una conca di smeraldo, rotta dall’argento di un rivo, intorniata da neri abeti e faggi, bellissimi. Il nome intero della Cella è: Cella di sant’Alberigo o Romitorio d’Acri, in orrida e profonda valle, allora sorrisa dal sole, sopra cui si eleva il monte a tre dossi della Cella. Abitarono quel romitorio i frati bianchi di Camaldoli, sin dal mille. Oggi non frati, non campana, [114]ma una grande ruina di cadenti edifici. Se vi fosse spuntata Angelica sul bianco palafreno, nessuna meraviglia: vi spuntò invece un villano che parlava mezzo romagnolo, mezzo toscano, e disse che vino non ne avea, ma avea una ricottina fresca e delle uova. Ci guidò per i labirinti di quel grande edificio in ruina, nè mai asciolvere senza vino parve più delizioso. Il luogo era dunque così ameno e singolare che si accolse la proferta del villano di fermarci quivi qualche giorno, al ritorno dalla Vernia: avrebbe allestita una stanza e: «Vi piacciono i lamponi e le fragole?» domandò. I boschi ne erano pieni e ce ne saremmo levata la voglia.

Proprio lì, presso la Cella, alcuni montanari con funi tese e orrendi colpi al tronco, abbattevano una quercia così grande che copriva con la sua ombra tutto un pendìo. La bella pianta, come cosa viva, fremeva pel gran tronco e per i rami alle percosse mortali e squassava, ad ogni tratto di fune, la chioma veneranda e magnifica. Non voleva morire.

Io chiesi a quei montanari se non conoscessero per caso l’Arbor’s day e il culto delle piante che un ministro, che [115]ha buon tempo, cerca di instillare nel cuore degli italiani.

Coloro mi risposero mortificati che non conoscevano tutti questi signori.

E le scuri si levarono, inesorabili.

*

Dalla Cella si monta sempre per certe forre chiuse e paurose sino in vetta del Fumaiolo.

«Oh non sarà mai detto che io sia giunto sin qui, che abbia studiato tanto latino senza vedere le sorgenti del Tevere, Tiberis, accusativo Tiberim» esclamai. «Oh, dove ascòndi il sacro capo, fiume divino di Romolo e di Enea?»

Nessuna risposta: solo alcune giovenche e capre, solinghe alla pastura, come al tempo di messer Angelo Poliziano, e riparate sotto l’ombra d’un gran sasso, ci riguardavano co’ loro occhi solenni. E avrei avuto un bel cercare per quel gran ripiano erboso del Fumaiolo, se il villano della Cella che ne avea scorti fin lassù, non mi avesse guidato.

[116]Per chi non lo sa le sorgenti del Tevere nulla hanno di interessante: bisogna scendere a un terzo di costa del Fumaiolo, e quivi, in un terreno scosceso e giallastro, che frana, sotto alcuni magri faggi tutti incisi di nomi, rampollano a breve distanza tre o quattro vene da cui si devolve l’acqua che fu ed è declinata da tante generazioni di scolari. I nomi incisi sulle piante erano quasi tutti di stranieri.

— Tu vedi — dissi alla donna — uno che è stato alle sorgenti del Tevere, e non è un tedesco!

*

Al tocco si arrivò a Monte Coronaro: villaggio abbandonato ai piedi del bastione dell’Appennino, che divide i due versanti.

V’è però un’osteria discreta con stanzette pulite: un bicchier di vino, una fetta di prosciutto e in via. La maggior fatica fu quella di passar l’alpe. Poi si seguì per un’ora e più il crinale di un monte, sempre entro certe felci così folte e selvagge che montavano sopra la testa; e [117]quel fruscìo iroso delle rame che si spostavano al passaggio, metteva un senso di ribrezzo. Incontrammo due o tre alberi spaccati: in alto era inchiodata una croce di legno; nella spaccatura v’erano dei sassi.

— Perchè quei sassi? — mi domandò la compagna.

— Non lo so! — e ne chiesi la guida che precedeva silenzioso, studiando il passaggio.

— Niente — rispose, e pareva incerto della via.

Fu un gran sollievo quando si abbandonarono quelle felci e calammo giù in Casentino: luoghi più colti.

— Ecco la Vernia! — disse la guida e dirizzò il bastone contro l’alto monte che, tutto verde a forma di cono tronco lampeggiava di fronte, sotto il sole che già tramontava.

Nella valle deserta incontrammo alcune mandrie e tre pastorelle così vezzosamente atteggiate che richiamavano in mente una ben nota ballata del Trecento: co’ corpetti rossi, le grandi pamele sul capo alla moda di Toscana: guardavano i porci e l’una leggeva un libro alle altre, che non mi vollero lasciar vedere per quanto io [118]pregassi. E poi che selvagge! che screanzate quelle ragazze! Chiedemmo la via più breve per salire la Vernia perchè di giorno ne rimaneva ancor poco, e ci risposero: «Fate il vostro pensiero!»

Io non suppongo che la nostra spedizione nel complesso, e noi in particolare, avessimo avuto qualche aspetto di ridicolo: ma il vero è che non appena ci fummo allontanati, esse si posero a ridere e con quel gusto che distingue il riso della donna quanto più futile ne è la cagione; e le loro risa e i loro motteggi — che suonavano sonori nel silenzio della aperta valle — ci accompagnarono per buon tratto.

Una delle due: o le vaghe montanine pastorelle erano più gentili, una volta, o dei poeti bisogna fidarsi con moderazione.

*

Si giunse al convento che calava la sera, non però così tardi che non fosse rimasto nella dispensa della foresteria un buon pezzo d’agnello allo spiedo che i [119]buoni padri ci offersero con quella ospitalità semplice che non obbliga, e che vale più di ogni studiata cortesia.

*

Il dì seguente eravamo tutti amici: ospiti e frati. Io ebbi una stanzetta per me, pulita, semplice, fresca che era una delizia; senza specchio, ben inteso, e coll’inginocchiatoio: ma la mia compagna di viaggio si querelava del malo alloggio all’ospizio delle bizze ove sono raccolte le donne, giacchè nel convento è clausura.

— Ma te l’ho pur detto — badava io a dire — che questo non sarebbe stato il viaggio di nozze!

Fu così che anticipammo la partenza con gran rincrescimento mio e de’ buoni padri, che ci vollero pur donare di molti scapolari, coroncine, medaglie, con le quali si era garantiti da mali incontri e da sventure.

Erano le due del dopo mezzodì quando partimmo: le cavalcature riposate e fresche, [120]attendevano sellate e bardate sotto certi gran faggi al riparo del sole.

La colazione era stata eccellente e la guida si era munita di un paio di bottiglie di ottimo vino toscano come viatico più positivo del viaggio.

Non si poteva partire sotto migliori auspicî: e avevamo deciso di pernottare a Monte Coronaro, e il dì seguente percorrere la seconda tappa sino a Sant’Agata Feltria.

Rivedemmo la valle dove avevamo incontrato le pastorelle, ripassammo fra le odiose felci e domandai ancora: «Che cosa sono quei sassi negli alberi?»

«Niente!» ripetè la guida. «Facciamo presto chè non ci colga la notte sul bastione!»

Le grige case di Monte Coronaro si distinguevano bene lontano, lontano di contro, e l’animo — non so perchè — sospirava di giungervi.

— Ci arriveremo in un’ora?

— Un’ora è poco: arriveremo a un’ora di notte, ma adesso siamo fuori da quelle maledette forre e poi sorge la luna. — Così insegnò la guida.

Si camminava allora su e giù per un [121]greto biancastro e nudo, dove le ombre dei somieri si proiettavano lievi davanti. Era l’ombra del lume lunare. Procedevamo cautamente in quelle lattee penombre della luna nascente, in fila, e i due lumi di Monte Coronaro splendevano come nelle fole dei bimbi. Non c’era altro rumore che il franare del greto al passo dei somieri.

— Troveremo la cena? — chiese la mia compagna.

— Certamente: e il vino è squisito — diss’io.

— E un pollo in padella e una frittata non mancano mai — disse la guida. Nè altro dicemmo.

Pure io guardava innanzi e non so perchè rabbrividii quando nel biancore vidi elevarsi un non so che era.

Era un cespuglio, un rovo! e respirai. Volevo domandare alla compagna: — Hai paura? — e mi seccava di fare quella domanda che pur ricorreva così insistente.

Quando Dio volle, il sentiero si fece più largo, più battuto, più colto; eravamo presso al luogo abitato e il lume che si vedeva da lungi ora disegnava la porta [122]di una bottega: il tabaccaio di Monte Coronaro.

— Perchè ci sono quei sassi dentro gli alberi? — tornai per la terza volta a domandare.

— Perchè lassù — disse finalmente — hanno assassinato dei viaggiatori che andavano alla Vernia: dove li hanno trovati morti, hanno piantato la croce e ognuno che passa butta un sasso nell’albero per devozione: ma è roba di anni, anni addietro.

— Non ci passerei più per quelle felci — mormorò la mia compagna.

— Ma sei tu che ci sei voluta venire! — E alla guida domandai:

— Ma vi sono dei banditi in giro?

— Una volta: ma adesso è sicuro come in chiesa: niente, niente paura.

*

Gli zoccoli dei somieri sul selciato e l’arrestarsi sotto all’osteria, chiamarono l’ostessa alla finestra.

— Perchè è chiusa la porta? — domandò la guida.

[123]— Non lo sapete che è già sonata l’ora di notte? ora vengo ad aprire. Oh, Menico — sentii che diceva di dentro — va ad aprire.

E Menico — un bel giovanotto, alto, aitante, civile, il figlio dell’ostessa, ci venne ad aprire. — Buona sera a loro! — disse squadrandoci per bene in volto.

Salimmo al primo piano ed entrammo nella cucina dell’osteria. L’ostessa e l’oste — un bell’uomo barbuto — stavano cenando.

Finalmente! e ci sedemmo, che proprio non ne potevamo più, su le seggiole che ci erano state offerte: e l’uomo si era levato e apparecchiava la tavola e la donna a levare la fiamma dalle stipe e sbattere le uova, affettare il prosciutto, imbandire il fiasco, il cacio: e le faccende condiva di buone parole e gaie come si conviene ad un’ospite.

E la frittata, grande come una luna piena, e fumante, fu levata dalla padella. La guida aveva già posto mano ad una enorme pagnotta e tagliava parsimoniosamente col coltello certe fette larghe che scomparivano nella bocca che si apriva grandissima fra le grinze del volto.

[124]Eravamo felici: la felicità placida del riposo e del pasto conquistato con la fatica.

*

Il figlio dell’oste ci sedette accanto e domandò:

— Vengono lor signori dal bastione?

— Sì — diss’io.

— E non hanno incontrato nessuno?

— Nessuno: perchè?

La madre gli diè su la voce:

— Vuoi star zitto? Tu non sai quando parlare e quando tacere: non ci badino e attendano a mangiare.

— Eh, già! — ribattè il giovane; — se fra poco hanno ad esser qui i carabinieri che vengono dalle Balze, capiranno anche loro!

Che c’era di nuovo? Ci guardammo l’un l’altro. E perchè i carabinieri?

— Ma niente! — disse l’ostessa; — è la solita pattuglia.

— Eh, sì! — ribattè il giovane. — Non capite che è meglio parlar chiaro, mamma?

E si rivolse a noi e disse:

[125]— È la polizia che dà la caccia a un bandito che è scappato delle carceri della Pieve di Santo Stefano (la frittata aveva perduto di sapore e la guida aveva sospeso di trangugiare il pane): con costui se ne sono uniti due altri e hanno commesso delle grassazioni; sa come fanno i banditi: vanno dai possidenti, domandano la roba e se trovano dei minchioni…. Se vengono a bussare qui — e si leva in piedi e va in un angolo e prende lo schioppo — li inchiodo tutti e tre!

La mia compagna era impallidita: anch’io mi sentivo poco bene: la guida ricusò il vino che gli volevo versare.

— Ma fanno proprio del male? — domandò la mia compagna con una voce che tradiva quello che le parole non dicevano.

— Eh, non so, — disse il giovane; — ne hanno ammazzato uno la settimana scorsa, e fa il terzo: mi devono incontrare a me, mi devono! — e digrignava i denti.

L’ostessa che s’accorse del pallore della mia compagna disse: — Ma qui in casa mia è sicura, sa!

— Ma e domani — scoppiò lei a dire — che [126]dobbiamo riprendere il viaggio per tornare a casa?

— Stan di molto lontano?

— In Romagna!

— Corbezzoli! il viaggio dell’orto!

E la guida avea smesso del tutto di mangiare, e si grattava la testa.

— E dove bazzicano questi malandrini? — chiesi io al giovane.

— Un po’ da per tutto: sul Fumaiolo, alla Cella…. Vivono come le bestie selvatiche.

— Dove siamo passati noi!… — rabbrividì la mia compagna. — Ma i carabinieri non dànno loro la caccia?

— Ma già — dissi anch’io —, cosa stanno a fare i carabinieri?

Il giovane sorrise come uno che la sa lunga, e disse:

— Sentano bene: io sono guardia caccia dei principi di *** (e nominò una gran famiglia romana) e ogni inverno vado a una loro tenuta di Maremma: ho conosciuto il Tiburzi e il brigante Fioravanti come conosco loro: bene, sentano: i carabinieri i briganti non li prendono.

Io protestai; anche perchè mi seccava perdere la fede nei carabinieri.

[127]— Sa lei — disse il giovane — quando i carabinieri prendono o uccidono un brigante? Quando per combinazione ci vanno a battere contro col muso.

— Ma non li vanno a cercare? non li stanano?

— Che dite! La pelle preme a tutti. Non sa lei che un bandito non ha niente da perdere? Li vada, li vada a chiappare per quelle macchie (e indicava i vasti monti che nereggiavano fuor delle piccole finestre al lume lunare). Per dar loro la caccia bene, sa che cosa bisognerebbe fare?

— Che cosa? — chiesi io, e non mi sentivo niente bene.

— Bisognerebbe far la battuta come alla caccia del cignale: lasci dire a me che le so queste cose; è il mio mestiere. Oppure sa che cosa?

— Cosa?

— Aspettare l’inverno. Allora, con la neve, i birboni devono lasciare la macchia e calar giù, e così si possono prendere.

Io vedevo buio nel viaggio del domani: e quei racconti di briganti avrei preferito udirli a casa mia.

[128]— Ma una spia che indichi….

— Allora è un altro par di maniche.

Abbassò la voce e guardandosi attorno disse:

— È il caso di questa sera!…

Il padre lo guardava bieco.

— Ma sì — disse il giovane a voce alta — non li vedete che son gente per bene? Che avete paura che ci tradiscano?

Il vecchio pareva preoccupato.

E la madre disse con tristezza:

— Tu, figliuolo, fai troppo a fidanza col tuo coraggio!

Io allora per rassicurarli dissi chi ero; ma il giovane che aveva da vero un aspetto franco e non imbelle, levò le spalle, fermò la mia mano che voleva estrarre il portafoglio per documentare le mie asserzioni, e disse: — O che non li conosco io i signori e le persone per bene? Dunque stiano a sentire e lei, signorina, si faccia cuore: ecco: l’indicazione l’ho data io al delegato di San Piero in Bagno: e sono venuti stasera travestiti da contadini: c’è il delegato, che è uno che ha il muso duro, e quattro agenti. Hanno cenato qui e una mezz’ora prima che arrivassero lor signori, hanno preso alla spicciolata la [129]via del bastione: è per questo che ho chiesto a lor signori se avevano veduto qualcuno per via, venendo qui.

— E perchè verso il Bastione? — chiese la mia compagna.

— E perchè i briganti — io lo so di sicuro — si sono rifugiati lassù….

— Fra quelle felci?

— Brava! lì presso c’è la casa d’un contadino che fa il manutengolo. (Io guardavo la mia compagna che era smorta come un cencio e la guida che stava a bocca aperta senza però mangiare; e anch’io, suppongo, un aspetto molto allegro non lo dovevo avere). O lì, o lì presso devono essere, e se non era per babbo e mamma, ci volevo andare anch’io. Me l’han giurata, ma l’ho giurata anch’io a loro, e vedremo chi la vince!

— Tu tornerai in Maremma, tu! — disse il babbo.

— E presto — aggiunse la mamma.

— Zitto! — disse il giovane levandosi in piedi e tendendo l’orecchio nell’attitudine del cacciatore che avverte ogni piccolo suono.

— Che è? — e ci levammo anche noi in piedi.

[130]— Niente, niente! — sono i due carabinieri che vengono di pattuglia dalle Balze: sono bene in ritardo!

Due passi uguali udimmo anche noi sul selciato, e si fermarono alla porta dell’osteria.

Una voce grossa d’uomo canticchiò:

— Ehi, di casa! buona gente!

Al lume della luna e fra il silenzio dei monti i suoni più lievi acquistano un carattere paurosamente sonoro.

La mia compagna rabbrividì:

— Ecco i briganti, ci siamo — e mi si attaccò ad un braccio. Poco dopo fu battuto contro la porta di strada col calcio del fucile.

— Ma no, signorina, — disse il giovane — oh, non ha inteso che sono i carabinieri? — e si affacciò alla finestra con un: — Siete voi? ora vi vengo ad aprire.

Ma si ritirò facendo un gesto di malcontento che non prometteva niente di buono.

— C’è quell’imbecille di Villotti; avevo già capito dalla voce! — disse a’ suoi, e scese ad aprire.

Io voleva domandarne il padre, ma egli si era fatto già contro la porta.

[131]Sentimmo levare i catenacci, barattare un saluto, poi due passi gravi, accompagnati dal tintinnar cupo delle armi, montarono le scale e apparvero i due carabinieri.

— Buona sera, ragazzi! — disse la donna.

— Buona sera a voi, e alla compagnia — dissero essi vedendo noi.

Deposero i due fucili presso la porta con un «auf!» di sollievo, si stirarono le braccia e si accostarono al camino.

— Cara la mia Ceccona — disse l’uno dei militi andando appresso all’ostessa quasi da abbracciarla —, hai una bottiglia proprio di quello fino che fa venir giù le lagrime? Sta attenta: questa te la pago io coi miei soldi, e se invece non me la dai, non ti faccio il buono per il sindaco di Verghereto, hai capito?

— Io — disse l’ostessa — ho questo qui da darti — e gli levava un bastone della fascina, contro il viso.

— Oh, come sei cattiva, Ceccona, questa sera!

— Gli è, vedi, Villotti — disse il figliuolo dell’oste —, che se mamma ti dà con la scopa, io prendo lo scudiscio, che è di nerbo di bue.

[132]— Come sei cattivo anche tu! Dammi almeno la bottiglia.

— La bottiglia non te la diamo.

— E perchè mo’? Credi che non abbia soldi?

— Ti dico di no.

— Allora mezzo litro….

— Mezzo litro sì; ora te lo vo a spillare.

— E non ci aggiungere acqua, eh!

I due militi non facevano niente affatto onore alla benemerita arma. L’uno mingherlino, imberbe, con una faccia pallida, e due occhi spaventati, in nostra presenza non disse una parola: si sedette in disparte su di una cassapanca e rimase lì tutta la sera: pareva istupidito.

L’altro che parlava toscano, sotto cui però si indovinava il natìo dialetto veneto, era un omaccio di mezza età, più adiposo che gagliardo, con un volto congestionato e affocato.

Lerci poi ambedue: la metà inferiore della divisa era coperta di polvere: la metà superiore di padelle, strappi e frittelle.

Lessi negli occhi della mia compagna l’impressione disgustosa prodotta dal contegno dei due militi: tuttavia in omaggio [133]alla montura, mi credetti in obbligo di essere con loro cortese e li invitai alla mensa dove sedevamo noi.

Non ci fu però bisogno d’invito; quello mingherlino non si mosse e ringraziò a pena: l’altro si sedette in modo che si sarebbe seduto anche senza invito. Offersi da bere e quegli tracannò il bicchiere colmo d’un fiato.

— Non gliene dia, non gliene dia — mi disse dietro le spalle il giovane che veniva su dalla cantina —, ha qui il suo mezzo litro che gli è di troppo.

— Come sei cattivo, Menico, con me! Tu non mi vuoi più bene — mugolò il carabiniere.

— Senti: prima mi devi fare il buono — e gli porse un foglietto, penna e calamaio.

Lo sciagurato tracciava i segni sulla carta con mano vacillante che faceva pietà.

— Se tu tieni la carabina come tieni la penna — lo schernì il giovane —, i banditi ti possono ballare la monferina davanti!

Ma quegli non udì o era troppo intento nello scrivere.

[134]— A proposito, ragazzi — disse l’oste — volete voi cenare?

Lo scrivente fece cenno di no con la testa e l’altro milite disse che avevano mangiato due ore prima alle Balze.

Io mi sforzai di provocare il carabiniere ad un discorso possibile e sensato, e gli chiesi de’ malandrini, se li avesse veduti, se almeno sapesse dove bazzicavano; e tali domande rivolgevo per sapermi regolare sul da farsi il domani: chè non era partito da pigliarsi a cuor leggero. Ma non riuscii a cavargli di bocca che poche e confuse parole.

Anche qui intervenne il giovane con sicurezza offensiva di parole che mi sorprese. Anche suo babbo gli diè su la voce.

— State cheto, babbo, che io ho tutte le cose mie a posto e so quel che faccio e so quel che dico! — e a noi spiegò così:

— Che cosa vuole che lui sappia dove sono i banditi? Lui fa le sue pattuglie, poniamo come questa sera, dalle Balze a Monte Coronaro, per la strada che gli è prescritta. Per far capire poi che è in pace con tutti, o mette il fazzoletto in cima [135]alla carabina; o viene giù cantando per tutta la strada, quant’è lunga.

Parlava quell’aitante giovane stando ritto e con voce sarcastica tanto che io temetti che il carabiniere s’avesse a levare in piede e i due si azzuffassero: invece nulla. Colui crollava il capo e diceva ogni tanto: «eh, sie!» oppure «non mi vuoi più bene, Menico!» e piuttosto fissava con insistenza me e la mia compagna.

Infine puntò il dito contro di noi e come avesse trovato le idee che cercava, disse:

— Loro due sono saltimbanchi, è vero?

Io e la mia compagna ci guardammo in volto, sorpresi più che sgradevolmente.

Cercai di persuadere che non eravamo saltimbanchi, e anche per prevenire una possibile ingiunzione di mostrare le nostre carte, levai dal portafoglio il libretto con tanto di stemma reale.

Speravo che la vista del documento avrebbe avuto forza di far ritrattare la poco lusinghiera asserzione: ma non fu così: il carabiniere non si commosse niente alla mia presentazione e insisteva che noi eravamo due saltimbanchi.

— A voi — mi disse con tono [136]prepotente — vi ho visto alla sagra di San Piero far ballare l’orso, e quella bella biondina l’ho vista saltare su la corda.

*

L’ostessa si era accostata a noi col lume in mano e disse:

— Se vogliono venire a dormire, la stanza è pronta.

Demmo la buona notte e salimmo in una stanza del primo piano che ci era stata allestita. Era quanto di meglio ci rimaneva da fare per allora.

— Doveva proprio capitare quello sciagurato d’un carabiniere — disse la donna posando il lume che rischiarava a mala pena una stanzetta bassa, nuda, con un odore di chiuso e di reste di cipolle, appese ai travi; e da un lato, occupata tutta da un letto così alto che per salirvi ci voleva la scala.

— Vedano — proseguì — quello lì è un prepotente, un cattivo, un poco di buono: con gli altri si prende la libertà di fare e di dire. Non ci è che mio figliuolo che [137]lo faccia star a dovere e più gliene dice, più lui sta cheto. Loro però, a ogni buon conto, mettano il catenaccio all’uscio e non aprano, veh! Già non busseranno, ma dovessero anche bussare…. — e ci diè la buona notte.

Buona notte! Crudele ironia dell’augurio! Apro la finestra per dare aria a quell’antro e, tratto il catenaccio, lo scuro della finestrola stridette sui cardini e si aprì da per sè. Meravigliosa notte! La luna innondava di un bagliore purissimo la cupa valle: il Fumaiuolo, come un’immensa schiena chiudeva l’orizzonte, lasciando poco spazio al trasparente azzurreggiare del cielo. Sotto, digradavano i tetti d’ardesia delle poche casupole di Monte Coronaro, immerse in un silenzio lugubre, appena rotto dallo scalciare di qualche giumento nelle stalle.

Sentii un singhiozzare represso dietro di me. Era la mia compagna che piangeva.

— Oh, ci mancava questa, e poi il terno è fatto!

— Come sei sgarbato, anche tu.

— Niente sgarbato, non sei stata tu a volermi seguire? — La consigliai di buttarsi sul letto e di dormire.

[138]— Ma domattina come faremo?

Era proprio quello che pensavo anch’io.

— Adesso riposa — dissi — che ho un mio progetto in mente che non può esser migliore.

Ella cadeva più dalla stanchezza che dal sonno, e, senza nemmeno svestirsi, salì e si buttò sul letto dove scomparve nella buca del pagliericcio.

Sentii le foglie del detto saccone scricchiolare, suonare, secondo che ella si voltava: poi più nulla: il sonno era sceso su di lei.

Il silenzio durò poco: i due carabinieri salirono nella stanza attigua alla nostra e udii il giovane provvidenziale che a voce bassa ammonì:

— Ehi, ragazzi, lì dormono quei forastieri: non fate rumore se no vengo su io.

Durarono più di un’ora a spogliarsi: si sentiva che buttavano scarpe, abiti, giberna, daga alla rinfusa, su le seggiole, per terra, senza alcun riguardo, e vociavano come fossero stati in piazza.

Finalmente li sentii sprofondare anch’essi entro il pagliericcio: il lume che trapelava dalle fessure della porta, si spense; [139]e poco dopo due canne d’organo, abilmente alternate, porgevano la migliore garanzia che i due militi dormivano.

*

La luna si nascondeva oramai dietro il Fumaiuolo: l’orologio segnava un’ora dopo la mezzanotte.

La notte fu, anche per me, spesa in consulte angosciose; l’idea di avventurarmi per quei boschi, per quelle forre dove non s’incontra anima viva, dove il primo uomo che spunta può essere il bandito che vi intima di scendere, non era punto piacevole. E se mi portano via la moglie?

Si poteva battere un’altra via e farci per un buon pezzo accompagnare dal figlio dell’oste. Ma non mai come allora mi parvero serie quelle, che sempre mi erano parse ridicole, parole dell’immortale Don Abbondio quando, al calare dei Lanzichenecchi, si reca al castello dell’Innominato e ragiona con Perpetua del pericolo che può addurre quella mostra di [140]armi: «Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prendere le fortezze?» Ah, se invece di studiare il latino, avessi studiato da guardaboschi!

E se quei malandrini fossero stati banditi, diremo così, per bene, la cosa mutava aspetto. Sarebbe stata un’emozione da provare, e piacevolissima da raccontare. Essi ci avrebbero fatto ala ai due lati del sentiero col cappellaccio in mano, e noi avremmo progredito alteramente sulle nostre cavalcature. Ma allora mi persuasi che questi banditi romantici non si trovano che nella letteratura.

Quelli erano banditi notoriamente sanguinari, e vedere una biondina!…

Il miglior partito ancora mi parve quello di accompagnarmi ai due sciagurati carabinieri che il dì seguente dovevano far ritorno a San Piero in Bagno. Lì passa la corriera ogni giorno….

E quella luna il cui bagliore sfuggiva dietro il monte, e quelle canne d’organo che rompevano il silenzio notturno, incutevano una ben singolare tristezza.

Mi addormentai finalmente anch’io.

[141]
*

Come discesi nella stanza a basso, il sole era già alzato.

Una mattina fresca, deliziosa, trasparente, tutta olezzi e rugiada. Oh, come sarebbe stato piacevole riprendere il viaggio senza quei maledetti banditi!

L’ostessa stava facendo il caffè; sul tavolo avea preparato le tazze e una scodella di latte.

Vennero giù i due carabinieri e mi salutarono appena.

— La mia sposa, voglio la mia sposa! — urlò l’ubriacone, battendo col pugno sul tavolo.

— Ecco la sposa! — disse la donna che pareva accostumata a quella frase, e portò due bottiglie e ne riempì un bicchiere da tavola, metà di rhum e metà di mistrà.

— Contento, così?

— Va bene! — e rivolto a me, credette opportuno aggiungere: — Sono rauco: del resto un bicchierino mi basta.

— Difatti…. — dissi io seccamente, e [142]seguitai a pensare a’ miei casi, e quegli a bere.

— Dov’è suo figliuolo? — chiesi io accostandomi all’ostessa.

— È andato via col cane a caccia prima dell’alba — rispose sottovoce la donna. — Se c’era lui in casa, non glielo davo mica tutto quel liquore.

Entrò in quel punto la guida con un’aria più melensa e con un fare più dinoccolato del solito.

— Ebbene? — gli chiesi.

— Le bestie hanno mangiato.

— Ho tanto piacere, e hanno anche dormito bene?… E a che ora partiamo? — domandai.

— Per me sono sempre pronto.

«Già per lui è tutt’uno, dissi fra me; a lui i banditi non possono fare alcun male».

— E passiamo per la Cella?

— Se non vogliamo passare per quelle macchie, possiamo pigliare una strada più scoperta e fare un sentiero più battuto. Andiamo alle Balze, di lì caliamo sul Senatello, e poi si va sempre pel greto del fiume, sino a Castel d’Elci: quando siamo a Castel d’Elci, siamo quasi a casa: adesso c’è una strada nuova….

[143]Ma anche il vecchio idiota sembrava turbato: forse pensava al sequestro possibile dei suoi due asini. Stette un po’ e poi disse:

— Se a Sant’Agata avessimo avuto sentore di quest’impiccio, si poteva aspettare prima di metterci in viaggio.

Quando venne giù la mia compagna, l’ostessa le domandò se avesse dormito bene la notte ed ella rispose di sì.

— Un po’ fondi quei materassi, e ogni volta che ci si muove, fanno un rumore….

La vista poi del latte munto, del burro fresco, delle croste di pane abbrustolito, calde calde, sul desco, finì per rabbonirla del tutto: e si mise a mangiare con grande raccoglimento e soddisfazione.

Ed io che la vedevo immergere nel latte montanino quelle fette di nero pane spalmate di burro e poi mangiarsele pensavo: «lei non ricorda più. Ah, tu non ti ricordi più, diciamo noi poeti alle nostre Laure. Ma che stupidi siamo noi poeti».

E così stando, sentii a un tratto i due carabinieri che in quel mezzo di tempo erano saliti alla loro stanza, scenderne a precipizio, l’un dietro l’altro: afferrarono [144]le loro carabine e si buttarono giù per le scale.

— Che c’è? — domandò la mia compagna levandosi in piedi.

— Che c’è? — domandai io all’ostessa.

Ma essa, senza darmi risposta, aveva buttato via una padella che teneva in mano, e su per le scale al piano superiore.

Corsi alla finestra e vidi i due carabinieri che già avevano oltrepassato il villaggio e correvano per la radura.

— Qui c’è del mistero, oh, che imbroglio! — pensavo tra me; e la mia compagna aveva interrotto la colazione e tremava come una foglia.

In quel punto la voce dell’ostessa disse dall’alto:

— Vengano a vedere, signori!

Salimmo su. E ci prese per il braccio, ci spinse alla finestra e indicando un punto lontano dalla parte del bastione, sclamò festosamente:

— Li han presi, li han presi! Vedono?

— Chi?

— I banditi! fossero almeno tutt’e tre! — sospirò poi. — Di qui non si vede se non un gruppo di gente.

[145]— Dove?

— Là, guardi in direzione di quel grosso olmo sul poggio: vede un gruppo di gente? È il delegato con i suoi uomini, e c’è il mio figliuolo, e poi degli altri: li vede?

— E i carabinieri perchè ci vanno incontro? — domandò la mia compagna.

— Per dar man forte, ora che non c’è più di bisogno, i poltroni. Da qui a mezz’ora saranno qui.

Dalle capanne intanto di Monte Coronaro alcuni gruppi di gente si staccavano, e tutti movevano a quella volta. L’oste venne dove eravamo noi e disse alla sua donna:

— C’è anche Sbircio: li hanno acchiappati tutt’e tre, meno male: io non li distinguo, ma il garzone che ha la vista buona, ha detto che c’è anche lui.

— Che il Signore sia benedetto! — sclamò la donna.

Anche noi ci sentivamo liberati da un gran peso, e la vecchia guida sorrideva dalla contentezza.

— Andiamogli incontro anche noi?

Ci avviammo coll’oste; e, andando, egli ci spiegava così:

[146]— Veda, lo Sbircio è proprio cattivo: gli altri due sono due poveri diavoli che non fanno male a nessuno: saranno tre anni che battono questi luoghi: si accontentano di andare dai possidenti a domandare un po’ di roba; ma con le buone, senz’arroganza e poi si appiattano per le macchie: i carabinieri li conoscono; e li lasciano stare. Vivi e lascia vivere, dico bene? Quante volte non sono venuti a mangiare anche da me! Ma quello Sbircio, che è quello che è scappato dalle prigioni della Pieve, gli è proprio un infame: un mese fa ha scannato una povera ragazza che badava le sue pecore sul Fumaiolo. Ma sono cose da farsi? Vuoi assaltare un inglese, un forastiero che viene a vedere le sorgenti del Tevere? Assaltalo, senza fargli male, però. Ma scannare la gente del paese di cui potete avere sempre bisogno, non va!

Non mi parve opportuno in quelle circostanze contrariare le idee liberali (le chiamerò così) del mio barbuto ospite, il quale proseguì:

— Il mio figliuolo è più buono di un pezzo di pane, ma certe prepotenze non le può sopportare. Una sera, pensi, all’ora [147]che si andava a letto, capita lo Sbircio. Noi lo si conosce, e zitti.

Ordina da mangiare e mangia, ordina da bere e beve, ordina la stanza e gli si dà la stanza; hai avuto quello che vuoi? sta buono, sta contento. Dico bene? Chè, chè! Si alza e dice: «Domattina, Menico (precise parole) mi farai trovare giù la tua cavalla sellata e stasera gli vai a dar la biada».

«La mia cavalla non te la do» dice lui.

«Tu me la darai» dice lo Sbircio.

Allora il mio Menico lo prende per il petto, l’altro fa per tirar fuori il coltello. Allora mi butto addosso io e lo teniamo lì fermo. Mio figlio lo voleva scannare, e lo Sbircio ruggiva: «Tu vuoi la taglia, vigliacco d’una spia!» È stata la mia donna a salvarlo, chè ha detto: «Lasciatelo andare, volete rubare il mestiere alla polizia? non vi vergognate?» E lo abbiamo lasciato andare e abbiamo fatto male, perchè lo Sbircio da allora la giurò al mio figliuolo. Questa notte, quando noi siamo andati a letto, lui è scappato col cane e col fucile ed è andato lassù sul bastione a dar la caccia a quella bestia [148]selvatica. Siamo stati in pena tutta la notte.

E così ragionando, non senza qualche trepidazione, eravamo giunti presso la compagnia dei banditi e delle guardie.

Riconobbi Menico col suo fucile e un bellissimo bracco che gli saltava accanto. Davanti procedevano i due carabinieri che avevano recato il soccorso di Pisa e tenevano la catena dei tre ammanettati. Dietro seguivano il delegato e le guardie.

— È ferito qualcuno? — domandai a Menico.

— Il delegato si è buscata una palla: fortuna che l’ha sfiorato appena, ma il tiro era buono, vero, Sbircio?

E si volgeva ad uno degli ammanettati che non rispose; ma rivolse due occhi che fecero voltare indietro la testa alla mia compagna.

— Datti pace, Sbircio, per questa volta hai l’alloggio sicuro fin che campi.

Parevano i tre malandrini tre bestie feroci, prese alla taglia: pallidi, esterrefatti, con gli occhi dilatati e spauriti. Anche le guardie, con gli abiti lordi, stracciati, recavano le visibili tracce della sofferenza [149]nella lunga attesa notturna, e della lotta che avevano dovuto sostenere.

Mi accostai al delegato che camminava per ultimo con la fronte bendata. Era un uomo di mezz’età, una fisonomia buona e aperta. Mostrò di accogliere con riconoscenza le nostre domande.

— La ferita è niente: ma un centimetro più in dentro, ed era finita: mi dispiace perchè ho due bambini piccoli a casa. Vuol vedere che arma avevano? Dia qua…. — disse ad una delle guardie che teneva una carabina ad armacollo, e quegli gliela porse. — Guardi che arma stupenda.

E andando, ci facevamo raccontare l’appostamento notturno e come avvenne la cattura in casa del manutengolo.

— E quello non l’hanno preso?

— Quello lì è rimasto sul luogo: come si fa? Hanno fatto resistenza e abbiamo dovuto difenderci: un colpo è andato male e ha steso per terra quello che ne aveva meno colpa di tutti….

— Ma se era un manutengolo…. — dissi io.

— Veda, caro signore, qui non si può giudicare coi criteri con cui possono giudicare [150]loro nelle grandi città e nei loro giornali: molte volte si è manutengoli per forza o per guadagnare qualche danaro: intanto lassù ci sono tre bambini e una donna che piangono attorno ad un morto, o moribondo che sia.

— Fra quelle felci?

— Fra quelle felci. È la vita che è fatta così! — concluse il delegato. — Gli manderemo su il prete di Monte Coronaro con l’olio santo, se ci vorrà andare.

E noi, preso commiato da tutti, ci partimmo assai lietamente alla volta del grande ed erboso monte da cui, dal tempo di Enea, volve continuamente l’acqua del fiume Tevere.

E mentre gli asinelli salivano i botri del rupestre sentiero e scandevano gli aspri sassi, la mia compagna mi parlava festosamente delle fragole, dei lamponi, della ricotta fresca che ci attendevano alla Cella.

— Vogliamo portarne un bel cesto ai bambini e alla nonna, è vero?

Rideva tutta la campagna, e la vecchia guida, quando vedeva lamponi, avellane, mele selvatiche ne coglieva e ne portava a mia moglie.

[151]E lei mi diceva: — Vedi tu come lui è cavaliere?

Ma io pensavo a tutt’altro: «come è bella la terra, se non ci fossero in giro le bestie selvatiche!»

Rimini, 1898.

[155]
SOTTO LA MADONNINA DEL DUOMO.
Aristotile (non si conturbi il signor lettore), nel principio della sua etica dice che ogni arte, ogni dottrina, ogni operazione pare muovere verso alcuna felicità di bene.

Ora il signor Ambrogino, o don Ambrogino, come si chiamano laggiù le persone rispettabili, non conosceva Aristotile, ma in tutti i suoi quarant’anni di impiegato d’ordine di Prefettura aveva avuto in mente ed inseguito questo sogno di felicità: cioè liquidare la sua pensione e vivere almeno altri vent’anni, sano e vegeto; ma da libero cittadino e sopra tutto a Milano: a Milano, cittadino fisso, stabile, con dimora sua, non randagio, come una pedina su lo scacchiere, per tutte quelle fetenti città della bassa Italia.

Giustizia vuole però che si dica come, tranne la servitù dello spostarsi ogni due o tre anni, egli non si era troppo consumata [156]la salute, nè i suoi nervi erano stati colpiti da nevrastenia per eccessivo zelo di servizio, nè la sua destra minacciata dal crampo degli scrittori per effetto dello straordinario lavoro.

— Dunque voi ci volete lasciare, don Ambrogino? — gli chiedevano i conoscenti. — Ma vedete che bellu mare, che bellu cielo, che belli fiori: qui le zaghere fioriscono tutto l’anno, qui bevete del vino di Gragnano che lo avrete da rimpiangere, qui potete stare alla buona, in maniche di camicia e nessuno vi dice niente: fermatevi fra noi, don Ambrogino!

Ma don Ambrogino alzava gli occhi al cielo come a dire, compassionando: «povera gente, cosa possono capir mai loro di quello che è la capitale morale! Il sole? il mare?» E per cortesia rispondeva talvolta: — Il mare? ma non sapete cos’è il lago di Como? il vino di Gragnano? Ma voi non avete l’idea di che cosa è il Barbèra fino che si beve a Milano! E la busecca e il risotto? e quei minestroni con le cotiche? Il sole? Ma intanto il sole c’è anche a Milano, e poi Edison con le sue lampade ha messo in [157]pensione la luna e fra poco metterà a riposo anche il sole. Milan! solo a sentir dire, Milan! si capisce che è una città straordinaria, in vece Napole, Sorriento, cos’è?

Terra matta, terra ballerina, era quella!

*

Quando dunque sbarcò definitivamente a Milano — una grigia alba di autunno — tanta fu «carità del natio loco» che quelle lampade elettriche, immote come lune morte, attorno a cui friggeva la nebbia, gli parvero più belle del sole puro che aveva lasciato a Salerno; e quando il conduttore del tram, assonnato e rozzo, lo scosse con un: Ehi lu, go minga daa el bigliett? gli si allargò tutto il cuore e gli parve che la più armoniosa e la più pura favella italica fosse quella che si parlava

presso il bel fiume Lambro a la gran Villa,

[158]ancorchè il signor Ambrogino non conoscesse Dante più di Aristotile.

Una delle prime cose che fece appena sbarcato a Milano, fu di andare a fare un libretto alla Cassa di Risparmio, in quella sala così grande, in quel palazzo di macigno, dove, sotto, son tanti milioni che nessuno lo sa. È un piacere mettere i soldi lì! Non fruttano quasi niente, ma pare che sia tutta roba propria.

«Questi qui non si toccano — diceva levando il pacchetto di sotto al gilè. — L’è il morto, ma serve a far stare vivi in sicurtà».

Secondo le sue abitudini parsimoniose bisognava stare dentro il limite della pensione. Ma anche la parsimonia, per chi ci è abituato, è un divertimento.

Però gli fece specie: l’impiegato, con gli anelli di diamanti alle dita, gli prese i biglietti, messi da parte in quarant’anni, come fossero stati carta straccia, e dopo mezz’ora gli buttò quasi in faccia un libretto.

[159]
*

A Milano con poco più di centocinquanta lire al mese, al tempo che corre,[1] non è cosa agevole mettere su casa, e sarebbe falsare il vero dicendo che per Ambrogino i princìpi non furono alquanto difficili. Per uno, ad esempio, che s’era abituato a far delle mangiate d’insalatina fresca, e con due centesimi ne comperava tanta che ne avanzava per il dì appresso, vedersi misurare la lattuga, ben bagnata e fangosa, col bilancino, era uno sconforto. Egli è vero che il fruttivendolo lo aveva assicurato che tutte le città di commercio sono così: dove la roba se paga nagott, son mica città! Anche la scelta dell’alloggio costituì una certa difficoltà, giacchè don Ambrogino dopo essere stato tanto tempo sotto gli altri, voleva essere padrone lui di casa sua. Ma [160]appena ebbe tastato il polso ad un appartamentino di quattro stanze nella nuova Milano, proprio carino, e si sentì rispondere «novecento lire», provò l’effetto di una scottatura. Del resto codeste furono inezie che non turbarono punto la sua felicità. — Bisogna prima conoscere tutti i vantaggi di una grande città e poi giudicare se è cara o no. Non sai tu, Ambrogino, povero fesso — diceva a se medesimo — che stare a Milano, al giorno d’oggi, è come vivere a Londra, a Parigi?

*

Dopo lungo cercare, alfine avea trovato un appartamentino là dalle parti di San Celso, formato di tre stanze di cui una così grande che ci poteva stare anche il letto matrimoniale, se don Ambrogino non fosse stato tanto savio da conservarsi celibe.

Era una di quelle vecchie case della vecchia Milano, coi ballatoi e coi vecchi tetti sporgenti, care al tuo cuore, o Emilio De [161]Marchi, poeta, che ora ben dolcemente riposi sotto la tua terra lombarda!

Una gran corte: nel mezzo della corte un giardino macilento. Ma ai quattro angoli della corte c’erano dei ritorti antichi tronchi di glicine che al tempo di aprile si svegliavano e mandavano su per i quattro piani le loro foglioline, assetate di luce, ad annunciare alle etiche piante del giardino che il sole della primavera nasceva.

Casa di umili lavoratori: triste e tranquilla come un monastero. È permesso quivi di stendere su le ringhiere i pannilini lavati in casa: i bambini non sono rifiutati dal padrone di casa, e possono anche giocare a tondo nel cortile. Verso le cinque, ogni sera, una trentina di pentole mandavano quell’odore di battuto e di aglio, che non si sente che a Milano. È il minestrone che va.

Ambrogino nel fissare questo suo quartierino, avea provato una segreta dolcezza, come chi rivede un amico perduto, perchè la sua infanzia era trascorsa proprio in una casa simile a questa ove ora trasportava gli Dei Penati della sua vecchiezza.

Il solo dispiacere che provò, fu quando [162]la portinaia lo chiamò el napoletano. «Ma mi son milanes pü assee de lee!»

Abitava, come egli diceva, al primo piano sotto i tetti; e dalle sue finestre si vedeva la cupola della chiesa di San Lorenzo con que’ frenetici angeli del Seicento, e le pire con le pazze fiamme di marmo. Si vedeva, più lungi, la linea pura della guglia del Duomo con la Madonnina d’oro.

Si vedeva l’Arco della Pace, con quei cavalli che ballano; e se era sereno, si scopriva il verde dei poveri prati ed ortaglie che si muovono indietro, conquistati dall’assalto edilizio dell’immensa città.

Qualche volta, o gioia insperata, si scopriva anche la cresta del Resegone, proprio rimasta eguale a quella che descrive il Manzoni.

*

Dopo aver tanto lavorato, Ambrogino si divertiva a non lavorare; e spesso si faceva trasportare dalla piazza del Duomo sino a Loreto, come un gran signore, in uno di quei magnifici carrozzoni elettrici che passano folgorando che pare la gloria [163]di Dio; e sono più di quattro chilometri; e con quale spesa? Con soli cinque centesimi.

Questa gita gli serviva anche per far le sue provviste di carne, di caffè e di altri commestibili, i quali abilmente incartati e sepolti in certe tasche recondite, faceva passare di sfroso — come si dice a Milano —, e provava più piacere a sfrosare che a fare eseguire la legge, come aveva fatto per tanti anni. E giunto al suo domicilio e traendo fuori e sciorinando le provviste su la tavola, si convinceva sempre di più che Milano è la città più a buon mercato del mondo per chi sa accontentarsi. Un fornelletto a gas gli cuoceva la colazione; dopo di che egli faceva un po’ di contr’ora alla napoletana; e poi attendeva a lucidare, ordinare la sua proprietà.

*

Le finestre di fronte all’appartamento di Ambrogino sono aperte: un nuovo inquilino è venuto ad abitare. Vi si vede dentro come essere in casa loro e si potrebbe sentire quello che dicono. All’accento, [164]Ambrogino capì che dovevano essere venuti dall’Italia bassa, e che non dovevano essere molto pratici di Milano. «Sono proprio due sposini freschi: non fanno altro che baciarsi».

Don Ambrogino li ha scoperti che si baciavano alla finestra: lei, come si vide scoperta, è fuggita: «Ma fate pure, le mie tortorelle! — aveva esclamato il dabben uomo, — io a queste cose non mi commuovo più. Di fuori è freddo, così vi riscalderete».

*

Don Ambrogino, diventato libero cittadino, con casa propria, stentò non poco per fare la conoscenza della sua Milano che si era tanto mutata da quella di una volta.

— Che gente! che ingegno che c’è adesso!

E al mattino stava incantato a vedere tutti quei tram, quella gente, quegli operai, che si mettevano in moto come un grande esercito.

[165]«Soltanto io son libero di fare quel che mi pare», e per provarlo, saliva su la sua altana a fare delle cassette di legno, dove voleva seminare i fiori; e poi la lattuga, la cicoria, l’aglio, il pomidoro per mangiare la sua insalatina.

*

«Oh, alla finestra dell’appartamento di fronte hanno messo le tendine: i piccioncini non si voglion far vedere, ma poi, se voglio, vedo lo stesso». Difatti egli essendo più altolocato, poteva di lassù notare tutto quello che avveniva in quella casa. «Deve essere una buona sposina: non pare nemmeno dell’Italia bassa!» E la vedeva far quella stanza da letto e quella cucina (l’appartamento non era più grande di così), girare, montare su le sedie, chinarsi giù; pulire, scopare, lucidare. E poi, messo tutto in assetto, ella si ripuliva, si pettinava; e si metteva al fornello o al tavolino da lavoro, svelta svelta, linda linda, sola sola, finchè arrivava lui, e allora don Ambrogino [166]si ritirava per lasciare alle tortorelle la libertà di baciarsi.

Anche lui, il marito, doveva essere un bravo giovane, benchè dell’Italia del sud o sudicia, come sogliono dire taluni. Lo aveva visto, fuori, correre anche lui come tanti altri, messo in moto da quella gran macchina che muove tutta la città. «Però con quel velo di spolverino, che ti piange addosso, il mio caro uomo, devi aver freddo: credi tu forse di essere qui a Napole, a Surriento? Qui ci vogliono fior di pastrani! guarda il mio, comperato dai fratelli Bocconi: quaranta lire e fior di roba! A tre usi: c’è per il sole, per la neve e il cappuccio per la pioggia!»

*

Sola sola! linda linda! Ma una mattina, mentre don Ambrogino — era decembre e c’era un sole ammalato, come un saluto della buona stagione che se ne va, — se ne stava su la sua altana a lavorare devotamente le sue cassette, sentì nel silenzio dei tetti una voce languida e gaia [167]che modulava un canto a lui ben noto, per cui egli rimase col martello e col chiodo sospeso: la voce cantava con quella passione di suoni che s’ode laggiù:

A mezzanotte ‘n coppa a ‘u mare

splende la luna d’argiento fino….

«Napole! — esclamò don Ambrogino; e si ricordò di Santa Lucia, col mare e col Vesuvio. — Già, qui i maccheroni non li sanno fare. E anche il barbèra era più buono quello che si beveva una volta».

*

Ma quante cose nuove a Milano in così breve tempo! La piazza Castello, con le baracche del vecchio Tivoli, dov’è? E quel Parco cresciuto come per opera di una bacchetta magica? E quel castello dove stavano i Croati col Radetzky? Lui se li ricordava i Croati: a scuola le avea anche lui cantate le preghiere per «il nostro imperator!» E il cimitero di Musocco? [168]In tram elettrico anche lì. Più tardi che è possibile, però! Invece laggiù, per i mortorî, tutti quei pianti, quei catafalchi! Qui, invece, in tram e via! Volete essere cremati? Basta dirlo prima.

*

Don Ambrogino non è curioso, ma ieri è rimasto parecchio tempo a strologare che cosa faceva la sposina al suo tavolo da lavoro: che cosa cuce, che cosa agucchia? «Oh, che stupido — disse poi: — ma quello è il corredo per un bambino!»

E il giorno seguente la rivide di sfuggita, con uno scialletto di lana in testa: rincasava in fretta dopo aver fatto le provviste col suo cestello: la osservò meglio: — Issa tiene ò piccirillo! — disse don Ambrogino.

Doveva essere negli ultimi mesi, perchè da allora in poi non la vide uscire che assai di rado.

[169]
*

Hanno comperato una stufa. Era tempo. Il caldo dei baci va bene per loro due, ma il bambino che deve nascere non la penserà così! Ma che stufa hanno preso mai! di quelle miserabili stufe di lamiera, che ogni quarto d’ora bisogna buttarci un pezzo di carbone. «Dovevano comperare una stufa come la mia, vera, ti?», e si rivolgeva alla sua stufa, la quale aveva costituito per lui una questione molto seria. Le avea passate tutte in rassegna: a carbone, a legna, a gas; uno studio fatto sui cataloghi, controllato da debite informazioni; e finalmente avea dato la preferenza ad una stufa tedesca con regolatore, in forma di una casetta con bei metalli nichelati, con le lastrine di mica che fanno vedere il bel fuoco, che veglia di dentro. Chi lo avea deciso a tale acquisto era stato il signor…, un signore che terminava in mann, che parlava mezzo tedesco e mezzo milanese; e gli avea detto: «Volete, signor, l’ultima espressione del [170]progresso, una razional stufa? una stufa hors ligne e da spend poc danee? Comprate mia stufa.»

Era costata cara, ma come ne era contento! Non si spegneva mai: andava piano pianino, andava forte, più forte; aveva giudizio come una persona. La completa fiducia nella sua stufa tedesca gli era nata al ritorno da una gitarella a Menaggio, sul lago di Como, dove avea alcuni parenti; ed era stato a visitare anche Brunate, dove è proprio vero quello che dice il bollettino in Galleria, che lassù c’è sempre il sole. E si vede tutta la Svizzera, tutto il lago di Como; e chi vuole spendere cento lire, trova da buttarle via e bene, e chi non vuol spendere niente, non spende niente come aveva fatto lui, e non trova nemmeno un mendicante che lo fermi con un: Signurì, Eccellenza, facite a carità! come nell’Italia sudicia. Egli, anzi, si era riempito gratis le tasche delle castagne di cui sono cosparsi que’ sentieruoli de’ boschi, ed era tornato a Milano. Bene: la sua stufa tedesca ardeva, e lo attendeva tranquillamente col suo mite calore! Brava gente quei signori in mann!

[171]Era la stufa come una cosa viva nel suo appartamento solingo, e ne parlava con frequenza e compiacimento e diceva: «La mia stufa» come avrebbe detto: «La mia signora!»

Ora quella gente lì avrebbe dovuto comperare una stufa simile alla sua, se avessero avuto giudizio. «Povera donna, soffia, soffia adesso per accenderla, altro che cantare: A mezzanotte ‘n coppa a ‘u mare».

*

Una mattina Ambrogino scorse il suo inquilino di fronte che alzava la tendina dietro i vetri e aveva un coso bianco in braccio, un fagottino bianco.

— Il piccirillo è nato, eccolo là! — disse don Ambrogino.

Era nato nella notte: il babbo ora alzava la tendina della finestra e gli faceva vedere il mondo per la prima volta.

Nevicava quella mattina.

— Queste sono disgrazie che non accadono a noi, vera, ti? — raziocinò a mo’ [172]di conclusione don Ambrogino rivolgendosi alla sua stufa, su la quale posava il bricchetto del caffè e latte, giacchè da quell’ingegnoso uomo che era, pensava che la stufa poteva servire anche a risparmiare il gas.

*

Quanti siano i vantaggi di una grande città come Milano, non è facile numerare: ci proveremo tuttavia.

Quando verso mezzanotte rincasava dalla sua partita a tresette — un giuoco che non lo sanno giocare garbatamente se non a Milano — si era sicuri di trovare sempre le vie illuminate, e che luce! Cadeva la neve? Il giorno dopo non c’era caso di trovarne una falda per terra. E lo spettacolo della Galleria? del corso Vittorio Emanuele? Se uno vuole istruirsi — il che non era il suo caso —, vedi quante conferenze, università popolari, con tanti professori che formano una filza più lunga della lista dei piatti del gran banchetto che qualunque mortale può con quattro [173]lire soltanto offrire a se stesso al caffè X***: dove si comincia il primo piatto col Melange Biffi, poi sfilano consumè, omelette al burro, aspargi all’uovo, salade alla russe, gelati à la napolitaine, che c’era da prendere l’olio di ricino se uno avesse voluto mangiar tutto, come era accaduto a lui che una volta tanto aveva voluto provare.

E i teatri? Ogni tanto opere nuove! Ogni tanto, o lì nei libri, o lì nella musica e nel teatro, un uomo di genio. Come è nato? Chi lo sa? È nato lì in Galleria. Dopo si muta, e sempre così. Ben è vero che don Ambrogino preferiva la serie dei quintini, al teatro, ai libri; ma stando a Milano, a furia di sentir ripetere certi nomi, si finisce coll’istruirsi senz’accorgersi.

E tutta la carità che faceva Milano? Il pane gratis ai poveri, la refezione gratis nelle scuole, i dormitori, l’infanzia abbandonata, le fanciulle perdute che vengono ritrovate. E il baliatico?

— Quella stupida lì, invece di star a farsi succhiare il petto dal suo marmocchio, si poteva rivolgere al baliatico!

[174]
*

Fra le molte felicità di Ambrogino vi fu però una scoperta minga bella.

Non era soltanto il risotto e il barbèra, deteriorati da quel che erano una volta; ma un’altra cosa di cui a bella prima non si voleva persuadere, cioè che i milanesi veri come lui, dal cuore largo e dal parlare franco, non erano più che in pochi, a Milano. E invece dei veri milanesi, troppi tedeschi! E poi parevano loro i padroni di Milano! E che modi! Se lui fosse andato a Berlino, si sarebbe presentato col cappello in mano, avrebbe chiesto licenza come si fa quando si entra in casa degli altri: invece loro…! Un giorno alla birreria ne aveva vicini due: due pezzi di marcantoni che mangiavano gli spaghetti, e ci mescolavano, ridendo, la parola, Italia. Lui non capiva perchè parlavano tedesco, ma gli parve che per coloro Italia e maccaroni fossero due cose che si mangiano. Se avesse saputo il tedesco, avrebbe preso la difesa dei maccheroni, [175]che valgono quanto il risotto e la busecca.

Aveva poi mutato posto per non compromettersi e aveva chiesto al cameriere un giornale: il cameriere, nemmeno a farlo a posta, gli aveva buttato lì cinque o sei giornali tedeschi insteccati, di cui non si capiva nemmeno il titolo.

— Anca ti te diventet todesch? — aveva chiesto al cameriere, il quale di rimando:

— Was wollen Sie?

— Copet! — aveva esclamato Ambrogino, e se ne era andato.

E la sera, giocando la sua partita, aveva fatte le sue rimostranze: — Per che cosa allora abbiamo fatto le Cinque Giornate?

Lui veramente nel Quarantotto era nel grembo di sua madre, ma ogni milanese di una certa età ha fatto le Cinque Giornate!

Saltò su uno della compagnia: — Lü l’è minga all’altezza dei tempi! El capiss no che siamo tutti fratelli?

E don Ambrogino avea risposto: — Bene, fratelli! ma loro fratelli padroni e noi fratelli servitori.

[176]
*

Quella notte, rincasando, ci ragionò sopra quella discussione politica, e concluse col dire quella gran parola che aveva imparato laggiù: nun te ne’ incaricà!

E quando fu a casa, tolse la bottiglia del perfetto elisire: grappa autentica, con l’erba ruta: una sua confezione. Era regolamentare un bicchierino, ogni mattina. Ma quella notte fece eccezione. — Ambrogino, bevi un bicchierino di me ne impipo!

Erano le due dopo la mezzanotte: nella casa di contro luceva ancora la lampada.

— Si vede che il piccirillo non vuol dormire, — argomentò don Ambrogino, spogliandosi e ripiegando i suoi abiti di mano in mano che se li toglieva di dosso. E spense il lume e si ravvolse fra le lenzuola.

[177]
*

Maggio! È venuto maggio con le rose e i mughetti. Milano splende e suona operosa nel sole. I giardini espongono le loro aiuole fiorite: il parco è un incanto. Le ruote delle carrozze signorili scintillano co’ loro cerchioni di gomma su la ghiaia fine; i palafreni vanno di bel portante, fanno suonare i metalli dei loro fornimenti.

E poichè il medico ha consigliato a don Ambrogino la cura del latte come antidoto al barbèra, così egli si reca ogni mattina alla latteria dei Giardini Pubblici; e v’è una stalla «razionale» ove le vacche stan lì pulite in fila, che è un piacere guardarle, e il latte è servito in fini cristalli con sottocoppe, e vi sono bei sedili e opache ombre per bere il detto latte alla frescura: e fanno il servizio fanciulle graziose in grembiule bianco.

[178]
*

Alla latteria ha incontrato una giovane donna, col cappellino, e un bambinello in braccio: stentò un poco a riconoscerla, ma poi la ravvisò. Poverina, come è andata giù! È la sua vicina di casa che viene a comperare il latte pel bambino: il quale però è florido. Non è più uno sdentato, ha già due dentini.

— Che bella primavera! par di essere in campagna! — avea esclamato don Ambrogino, e si era presentato come suo vicino di casa.

— Mi pare bene di averlo veduto! — osservò la giovane.

— Sono stato anch’io laggiù tanti anni, che le conosco bene quelle parti.

Ella parve contenta di questa informazione e disse che ciò si capiva un pochino anche dalla parlata, e aggiunse che ella era senese e suo marito di Nocera de’ Pagani.

Eh, eh! li conosceva bene tutti quei luoghi dell’Italia bassa, Ambrogino. A Nocera c’era stato, anche.

[179]— Già, noi ci siamo conosciuti e sposati laggiù, — disse ella. — Conosce allora il tale, la tal’altra, quella che ha sposato, ecc.? quello che ha fatto, ecc.?

— Altrochè! — Altrochè se Ambrogino li conosceva! che cos’è che non conosceva lui?

— Eh, Milano, — sospirò la giovane, — è una grande città, gran commercio; vi sono i fratelli Bocconi che li conoscono anche dalle nostre parti: ma son gente superbiosa i milanesi!

Ambrogino protestò: — Che la disa minga inscì! I milanesi veri, i veri ambrosiani hanno un cuore grand’inscì.

— Sarà come lei dice, ma noi si stava meglio laggiù, nel paese del mi’ marito; benchè io, come gli ho detto, sia senese. Ma tant’è: mi ero abituata! E poi lo sa bene: «Ad ogni uccello su’ nido è bello!»

— Già, come dicono anche a Milano: Milan e poeu pu!

E Ambrogino aveva toccato con la sua grossa mano la guancia del bimbo, così con trepidanza, come si tocca una cosa delicata che non si conosce; e aveva detto: — Il figlio, però, l’è milanese.

[180]
*

E così fecero conoscenza e si vedevano sovente ed ella gli raccontava dell’esser suo.

— Quella, — essa diceva, — era stata un’annataccia; ma poteva andar peggio, e c’era da ringraziare la Provvidenza perchè il cittino stava bene e non aveva avuto nè il lattime nè la rachitide: un vero miracolo se si pensa che si ha da vivere in quelle du’ stanzine basse basse e senza mai sole. Guardi che bei dentini gli ha messo: questo si può proprio dire che glieli ho fatto io col mi’ sangue. — Ma ora del latte non ne avea più tanto, e il medico avea consigliato il latte della latteria dei Giardini.

— Pensi, signor mio, che cosa mi costa questo latte! Da porta Ticinese venir sin qui col bimbo in braccio, io non ci reggo: dunque dieci centesimi del tranvai a venire, e dieci a tornare: un po’ il bimbo ne beve, un po’ bisogna portarne a casa e sa, è vero? che cosa costa qui [181]il latte al litro, che non è mai un litro, dieci soldi! Anche dal macellaio, dal pizzicagnolo, dal droghiere….

— Sì, dal fondeghee — corresse Ambrogino.

— …. non danno mai la misura giusta: mettono certi pezzettacci di carta fatti a posta con la polvere di marmo che su di un etto se ne vanno venti grammi a dir pochino: e poi dànno certe spinte alla bilancia che la va giù anche a non volere. Io un giorno ho fatto le mi’ rimostranze, e si dovevano mostrar confusi: che! Hanno risposto, e con che tono! e m’hanno chiesto se la su’ pigione e le su’ tasse le pagavo io. Creda che son molto superbiosi i milanesi. E poi, eh dico, signor mio, non hanno mica una gran creanza! Che almeno avessero quella! Tu vai in una bottega e ti senti chiamare dal merciaio: ehi lee, popòla, bella tosa! ma son modi codesti? I primi tempi me ne feci caso: oh, per chi mi han presa, per una poco di bono? ma poi non ci badai più: ho inteso che anche alle signore dicono così a volte.

— Vèdela — spiegò Ambrogino che si divertiva a sentire quella parlata — è un [182]modo di dire: anche a me me disen bel tos.

— Ma sono anche — ribattè lei — tanto sfacciati: anno, quando venni qui, che ero un po’ belloccia, sentivo de’ ragazzacci buttarmi de’ complimenti che non si dicono nemmeno a quelle che fanno quel mestiere.

— Che li compatisca, — disse Ambrogino in modo che ella ne rise — fan mica a posta. Siamo sensibili, noi milanesi, alla bellezza!

Ella proseguì:

— Ora la faccia il su’ conto: per il latte sono quattordici soldi che vanno ogni volta, a dir poco, e io non ho più tempo di badare alle mi’ faccenduole e il mi’ marito mi sgrida perchè non trova la colazione pronta. Ma come s’ha a fare che le braccia son due e questi piccini non intendono ragioni? Ho provato il latte del lattaio, ma gli è tutt’acqua. Anch’io, veda, dovrei venir qui a bere il latte, perchè sono diventata anemica; ma se bevo io, non beve il bimbo, le pare? I piccoli impiegati, come noi, non possono ricorrere alla carità come fanno gli operai, e aggiunga questo: che per noi vi sono troppe [183]esigenze. La vuol sapere che io mi vergogno a uscir di casa così mal vestita? Io ero venuta a Milano con qualche soldo di mio e ora ce n’è rimasti pochini.

*

E così parlavano sotto una bella ombra: e don Ambrogino le diceva che lei avrebbe dovuto fare come fanno tante spose a Milano, che i figliuoli li dànno a balia, e loro poi vanno commesse di negozio e si cavano la giornata meglio di un uomo.

— Ah, lo so bene, — rispose la giovane, — che qui fanno così, e il mi’ marito voleva che lo mandassi a balia, il mi’ citto. Ma veda: io al mi’ marito gli ubbidisco in tutto, che se mi dice: sta costì e non ti muovere, e io non mi muovo: ma in questo di dare il mi’ figliuolo a balia, no, no, e poi no! L’ho fatto io? Lo voglio allevare io. Saran pregiudizi, ma il sentimento mi dice così: o che si fanno i figliuoli per il piacere di farli? E poi di quelli che vanno a balia ne muore la metà.

«Buona tosa, ma un po’ cialla, — che [184]gli è come dire un po’ citrulla, pensava don Ambrogino: — Si muore a balia? Ma son morto io che sono stato dato a balia?»

*

Ma, ohimè, Ambrogino ne dovea sentire venir fuori delle altre da quelle pallide labbra di mamma giovane, e con le parole vennero fuori anche certe lagrime amare.

La pace non c’è ora più in famiglia: suo marito che prima era tanto buono, tanto di casa, adesso non lo si riconosce più: non la guarda più e la trascura.

— Guardi le mi’ mani come son diventate rosse a forza di lavare, — dicea. — Bisognerebbe far quello che fa l’inquilina del primo piano! Tutto il giorno la si gingilla in vestaglia, una più bella dell’altra, e quando esce, bisogna veder che roba! Quella lì il mi’ marito la guarda, e i fornitori le fanno credito e la chiamano sciora, e non è invece che una svergognata, che una donnaccia di quelle…. Son sola il giorno perchè lui è all’ufficio: son sola la notte, perchè quando ha [185]mangiato quel boccone, scappa, e chi lo vede più? La mia compagnia è questo povero citto. Lui, poverino, non intende nulla, gli ha nove mesi ormai, si figuri! ma io ragiono con lui come se fosse grande, e certe volte mi fa certi sorrisi aperti che pare intenda tutto. E mi dica, con chi dovrei parlare tutto il giorno e tutta la sera quant’è lunga?

— Che la guarda che el fiolin ride! — disse con istupore Ambrogino.

— Ma se le dico che par che intenda tutto! O veda que’ du’ dentini che gli ha messo! veda come son bellini, bianchi! La mi’ pena era che non gli nascessero denti, chè è segno di rachitide; e invece se lei gli mette il dito in bocca, sente come le gengive sono accalorate.

Ambrogino si sfogava in elogi e lei rispondeva crollando le spalle, e aveva certi «che, che!» e un certo modo di dire così grazioso che non c’è neanche in milanese: diceva: «canini, gattini e bambini di contadini son carini quando son piccini. Dopo poi!»…. — e qui un gran segno. — Io, veda, vorrei che restasse così piccino.

[186]
*

30 maggio. Chi vuol vedere che città sia Milano, deve venir qui di maggio quando ci sono a San Siro le corse, quelle che fanno i signori. Chi non va a San Siro, sta ad aspettare il ritorno dalle corse. Tutta via Dante, tutto il largo Cairoli è zeppo di gente, e tutta ben vestita, perchè a Milano, se qualcuno ha della miseria, se la tiene in casa e non la mette in mostra. I soldati a cavallo, i carabinieri in gran tenuta, col piumaccio rosso, regolano la folla e fanno proprio un gran bel vedere. Adesso che non ci sono più le guerre, i soldati servono per decorare la città.

Anche Ambrogino stava ad aspettare il ritorno dalle corse, col naso in su, quando si abbattè nella giovane sposa, che portava il bambino in braccio, con una bella cuffiettina nova di bucato, tutta a sbecchi. La sposina presentò Ambrogino a Pasquà, il marito, che già si conoscevano di vista e di saluto.

[187]A un tratto la gente cominciò a dire: ecco! ecco!; e passano le grandi carrozze, gli stages, con sopra tutta quella signoria di belle donne, di belli uomini, tutti felici. A quel nembo di ricchezza e di gioia che trasvolava al galoppo dei grandi corsieri, la sposina non potè frenare la sua ammirazione; e ritta su la punta de’ piedi, si sporgeva in avanti quasi dimenticando il bambino che reggeva. Esclamazioni di stupore le fiorivano su le labbra smorte.

Ma Ambrogino che godea di quell’ammirazione, quasi che quelle berline, quello splendore di vestimenta e di monili fossero stati un tantino di sua proprietà, le diceva:

— Altro che il palio di Siena!

— È altra cosa — rispondea lei a pena, senza voltarsi. — Ma, certo, questo seduce di più.

Chi non sorrise, chi non spianò la fronte fu Pasquà. Si faceva livido. Finalmente scoppiò a dire digrignando i denti:

— Quanto se’ fessa! Ammira, ammira, perchè è tutto sangue del povero quello che hanno addosso quella gente lassù, e lo portano in mostra! Ma lo vogliamo fare anche noi il maggio con del rosso [188]di sangue: e li mortaretti per da vero. Sfruttatori!

Ambrogino gli fece osservare che lì si veniva per divertirsi, e non per guastarsi il fegato. — E vada per sfruttatori, ma la sua siora, che colpa ne ha?

— Ci ha colpa sì, ci ha colpa! — rispose lui con fare da cattivo. — Via, a casa chè non la voglio più vedere questa mascherata!

Lei supplicò un altro istante.

— A casa, dico — ripetè lui, e ruppe di traverso la folla. Lei gli andò docilmente dietro con la cuffietta bianca del bambino che, immemore, sopravanzava la gente.

— Della felicità non ce ne deve essere rimasta più tanta — disse a se stesso Ambrogino, come li vide scomparire.

*

Il dì seguente Ambrogino, vedendo la sposa ai Giardini, le chiese bonariamente:

— Suo marito non deve mica essere del partito del Governo….

— Che! Lui ora è tutto per la rivoluzione.

[189]— E lei cosa ne dice?

— Io? che vuol che le dica? A me dispiace perchè ho paura che si comprometta, che perda l’impiego e forse peggio. Del resto io non me ne intendo di politica. Quello che le posso assicurare è che quando comincia a mancar la roba in casa, si finisce col perdere tutti i buoni sentimenti. Ma lui, creda, gli è un debole. Sono i cattivi compagni che lo hanno guastato, — concluse tristamente.

— E che cosa vuole?

— Lui dice che vuole il comunismo; e anzi una volta per celia io gli dissi: «Oh, vai, allora mi farò un bel damo anch’io!»

— E lui?

— Lui m’ha dato un ceffone.

In verità la felicità aveva fatto San Michele da quelle due stanzette, dove un tempo le due tortore avevano edificato il loro nido d’amore.

[190]
*

Passò un anno ed è il giugno. Oh, gli ultimi anni della vita devono essere allegri, viva Dio! Don Ambrogino si è persuaso che luglio, agosto e settembre non sono i mesi più belli in Milano, e quel suo nipote che sta a Menaggio, gli ha detto che se vuol venir a far campagna, una stanza a sua disposizione ce l’ha; e, per mangiare, si accozzerà il pentolino.

Ambrogino ha accettato.

Chi lo vede adesso sul lago di Como con un berretto all’inglese, ben rasato e i baffi grigi tirati su le gote piene e rubizze, lo può scambiare per un maggiore in ritiro o per un gentiluomo straniero, e invece è semplicemente Ambrogino: il quale se ne sta in un battelletto alla frescura attendendo senza impazienza che qualche pesciolino onori l’amo della sua lenza.

[191]
*

Ottobre. Don Ambrogino, se la va innanzi così, rischia di riuscire una persona qualificata. Le sue buone qualità sono state apprezzate sul lago di Como più che a Milano: uomo indipendente, gentile con tutti, che va d’accordo con tutti i partiti: insomma, l’ho a dire? gli è stato proposto se voleva accettare d’essere consigliere comunale.

Quell’offerta gli aveva cagionato molta gioia. Il Governo lo aveva liquidato senza nemmeno farlo cavaliere? Il popolo, invece, riconosceva i suoi meriti.

*

Novembre. Don Ambrogino è tornato a Milano: è dubbio però se, riuscendo eletto, non trasporterà i suoi Penati e la sua stufa a Menaggio.

Ha riveduto la sposina. Lui le ha contato come passò quattro mesi sul lago e [192]che bella vita vi si conduce. Lei alla sua volta gli ha raccontato che adesso lavora in casa per conto di un mercante di abitini fatti.

— E il suo Pasquà?

La sposina alzò le spalle:

— Peggio di prima — disse.

— E come va per il resto? Coi milanesi ha fatto la pace? Ci si è adattata al risotto e al minestrone?

— Eh, così, così — disse sorridendo —; ci si viene abituando un po’ per volta. Sa che dovevo andare in un negozio di mode come banchiera? mi prenderebbero volentieri, mica per la bellezza che non c’è, ma per la parlata: due franchi al giorno e la colazione. Se non fosse pel bambino avrei di già accettato.

— Vede che si adatta anche lei? — disse Ambrogino. — Milano è fatta a posta per svegliar la gente.

— Sì, sì, non sono più così sciocca come prima! — e pareva volesse dire dell’altro, ma si spicciò con un: — Arrivederla, signor Ambrogino.

Ambrogino la seguì con lo sguardo. Ora camminava non più impacciata come una volta; ma avea preso quel fare galante e [193]sciolto della pedina milanese. Il volto non avea acquistato lietezza di vivo sangue, ma da quel pallore traeva profitto l’acconciatura dei capelli e la studiata cura del volto, le quali arti prima le erano ignote.

*

1.º dicembre. Il bambino della vicina deve essere ammalato perchè la finestra della stanza da letto degli sposi è rimasta illuminata tutta la notte. Si vedevano due ombre passare spesso: era lui ed era lei. Dunque, segno che il piccirillo era ammalato. Anche la notte seguente, tornando a casa, vide la luce splendere lassù in alto: stette un poco con gli occhi a guardare come uno che fa un pensiero, di andare a sentire cosa c’era lassù; ma non lo condusse a termine; e infilò la chiave nello sportello della sua casa.

Quando si svegliò (anzi lo svegliò la portinaia col fattorino della posta che recava una lettera per espresso) erano le otto suonate. La lettera era del nipote che gli scriveva di prendere subito il treno e [194]venire a Menaggio per un’adunanza del Comitato.

Ambrogino mise fuori d’un salto le gambe dal letto, si vestì in fretta, fece la spesa di una vettura e si fece portare alla stazione del Nord, chè il treno per Como partiva in quel punto.

Guarda come è fatto il mondo, e specialmente quello che circonda Milano! Era partito con la nebbia, ebbene, a pena a Saronno, si diradava in una lieve trasparenza di sole, e procedendo ancora, venivano fuori le ville bianche, le vette dei colli ridenti come visi di donne che si tolgano il velo. Ecco lassù Brunate nel sole!

Dal treno saltò sul battello, e allo sbarco a Menaggio c’erano il nipote ed alcuni amici ad aspettarlo. Temevano che non arrivasse. Macchè! Svelto come un giovinotto, Ambrogino era arrivato! Sùbito, in carrozza, e di lì alla sede del Comitato.

Che cosa avea detto? che cosa avea fatto Ambrogino in quella memorabile seduta?

Aveva parlato, e aveva detto una cosa straordinaria: che era venuto il tempo di far la lega dei galantuomini. L’è inscì ciara!

[195]
*

Ritornò a Milano.

Ma quando fu davanti alla soglia di casa sua, vide una cosa nuova che interruppe il corso dei suoi festosi pensieri; e un’imagine lugubre volle penetrare a forza nella mente di Ambrogino.

Il portone della casa di fronte era per metà socchiuso. Ora è costume a Milano, a pena qualcuno muore, di chiudere uno dei battenti.

Guardò in su alle finestre della casa, come se quelle avessero dovuto dire qualche cosa: non dicevano nulla; solo dal cielo di piombo, venivano giù certe piccole falde di neve, preavviso di una di quelle nevicate che coprono tutto, che hanno virtù di stranamente addormentare i rumori dell’opera umana.

[196]
*

Evidentemente il piccirillo è morto!

E anche questa volta Ambrogino parve titubare; ma si risolse alfine.

Entrò dunque e domandò al portinaio se era morto il figlio della napoletana, chè così era chiamata colei, come quella che era di oltre Po.

— Sì sì, l’è morto ieri — rispose il portinaio dal suo deschetto —, ma credo che sia stato meglio così —, concluse con quella filosofia che è caratteristica dei portinai in genere e del portinaio milanese in ispecie.

— Si può andar di sopra?

— Tutte le volte che vuole.

Andò dunque di sopra e si trascinò sino all’ultimo pianerottolo, e ad ogni ripiano delle viscide scale lo ammorbava quel tanfo di latrina in comune. Credeva, di mano in mano che saliva, di sentire gemiti o grida e ne avea sgomento: invece era tutto quieto anche davanti alla porticina chiusa ove stava la napoletana.

[197]— È qui dove sta la napoletana? — domandò ad una bambinella che sul ripiano giocava placidamente con la bambola insieme con due altre bambine.

— Quella che ghè mort el fiolin? — chiese. — Sì, la sta lì.

— Ambrogino tirò di campanello.

Venne, quasi subito, ad aprire lei.

Aveva gli occhi rossi e gonfi ma non piangeva: si era vestita di nero ed era tutta ben ravviata.

— Povera tosa! — compassionò Ambrogino prendendo la mano di lei, fredda e umidiccia, tra le sue. — Ma come l’è stata?

La madre sospirò di un sospiro profondo e senza lagrime, e poi disse:

— Venga pur avanti, signor Ambrogino.

— Non c’è mica lui, Pasquà?

— No, è fuori.

Attraversò un piccolo corridoio buio, e poi entrarono in una stanzettina.

Era la stanzettina dalle cui finestre, tre anni avanti, Ambrogino avea visto le due tortorelle baciarsi e fare il nido adorato. Allora era un giorno grigio come in quel dì, e l’aria avea anche allora il sospiro pieno di raccolta pace della neve.

[198]— Si accomodi qui, — disse la giovane, e lo fece sedere vicino al tavolo da lavoro dove c’erano le cuffie, le maglie che la donna lavorava per il mercante.

Ella cominciò a raccontare com’era stata la cosa, e lui, prima di sedersi, fece atto di levarsi il cappotto.

— No, lo tenga, — disse lei, — non faccia complimenti, qui è freddo, — e seguitò a raccontare tutta la malattia con una tranquillità indifferente come parlasse dei casi di altra persona.

— Gli è stato meglio così, sì proprio, meglio così! — concluse infine come ebbe il tutto minutamente narrato; e non sapeva poi dir altro che queste poche parole; e lui voleva domandare perchè diceva che «era stato meglio così;» ma allora lei scoppiò in un gran pianto, così grande e con tante lagrime che Ambrogino ne ebbe pietà e le prese la testa e la appoggiò contro il suo pastrano e stette tanto così che sentiva il caldo di quelli occhi e di quelle lagrime arrivargli alle carni.

Si calmò un poco per volta e ritornò come prima, e come prima ripetè:

— Gli è stato, creda, meglio così: il Signore che dicono che non c’è, ha capito [199]lui le cose e se l’è preso; sì, meglio così: ora la è finita: gli è finito tutto. Anche la famiglia fa liquidazione per fine stagione, come dice il mio mercante.

— Ma perchè? — domandò Ambrogino che era confuso davanti al dolore.

— E me lo chiede? Perchè sarebbe stato un infelice, perchè il su’ babbo è un poco di buono e io…. io, — e si strinse nelle spalle. — Io non ho più forza di essere una mamma come dev’essere una mamma, e quando le mamme e i babbi non possono essere buoni, è meglio che i figlioli se li prenda il Signore. Vede? Noi tutti si vive così, giorno per giorno, si pensa a tante cose, a questo a quello; ma quando si more, allora soltanto si capisce che cosa è la vita; allora ci è detta una gran parola, e lui poverino, veda, che aveva du’ anni soli, capì, sì, capì e chiamò il su’ babbo e la su’ mamma con una certa vocina che non diceva altro che: «babbo, mamma, tu qui e tu qui!» cioè io da una parte e lui da un’altra; e soltanto quando ci mettemmo come voleva lui, sembrò contento e poi spirò. Ma se l’avesse sentita quella voce! pareva che sapesse tutto, [200]tutto quello che era stato, e che lui ci giudicasse; e ci ha voluti l’uno di qua e l’altro di là del su’ letto e teneva una manina su la mano di lui…. di Pasquà, e ci ha uniti per l’ultima volta con più santità che il prete all’altare quando ci sposò.

E la giovane donna che aveva parlato così sino allora, scoppiò in un urlo orrendo che atterrì Ambrogino, e la vide ritrarsi in fondo alla stanza, e gridò tre volte: — Signore! Signore! Signore! — e si buttò per terra, sul pavimento, con le braccia stese che faceva pietà.

Ambrogino guardò attorno impaurito che a quelle grida venisse qualcuno. Non c’era nessuno, ma già cadeva la neve e avvolgeva tutto nel silenzio.

Allora si accostò alla giovane quasi con sospetto, e si chinò e la levò su; le pulì le vesti che erano imbrattate, e col suo fazzoletto le asciugò il volto e non diceva nemmeno più «povera tosa», ma crollava il capo come per dire: «ma guarda che robe ci sono nel mondo!»

Dopo, per fortuna, la si riebbe da per sè, se no Ambrogino era deciso a chiamar gente, anzi dopo quello sfogo sembrò come sollevata. Sorrideva quasi e disse:

[201]— Grazie, signor Ambrogio. Il Signore, che io l’ho sentito vicino, le renderà merito della sua carità: non mi sono potuta sfogare con nessun altro e mi sono sfogata con lei. L’avevo qui nella gola come una cosa dura; ora l’ho mandata fuori. Lui, povero martire, l’ha pagata per tutti, oh, l’ha pagata per tutti! gli ha fatto come Cristo; è morto lui per gli altri, lui povero cittino, solo, capisce? solo e senza difesa!

— Ma che la non si commuova più…, — supplicò Ambrogino.

— No, no, adesso sono tranquilla, sto bene.

— E lui? Pasquà?

— Lui? Oh, ha sofferto anche lui, sì, povero infelice, perchè d’animo non era cattivo. Ma quello che è spezzato non si attacca più. Liquidazione di tutto, le dico. Meglio così! Dopo che lui è passato, avrà bevuto più di una bottiglia di grappa: è diventato più feroce e più brutto di prima. Allora ci siamo accapigliati là, davanti a lui. Non voleva il prete e la croce, io la volevo. Finalmente ha ceduto. Ma ha detto che il cadavere lo vuol sbattere in faccia a qualcuno. Perchè ha [202]detto che se era ricco, il su’ figliuolino non sarebbe morto; ha detto, e mi ha fatto paura.

Domandò Ambrogino: — E adesso dov’è?

— Adesso è andato a chiamare i compagni.

— A che ora lo portano via?

— Alle due, hanno detto, ma con questo tempo chi sa se si potrà! Lo vuol vedere?

— No! no! — fece Ambrogino con gran riluttanza.

— Non fa mica paura, sa! — disse la donna sorridendo, — pare così che dorma. Venga!

Ma Ambrogino si tirava indietro.

— No, venga! — e aperse l’uscio della stanza.

Ambrogino allora dovette guardare e vide un corpicino disteso placidamente sul letticciuolo.

— Come è grande! forse perchè è tanto che non lo vedevo più! — esclamò a pena Ambrogino, e rimase con la bocca aperta.

Fra le manine incrociate c’era una corona. La finestra era aperta; e la neve entrava dalla finestra aperta come una [203]schiera di farfalle liete e strane. Sì, pareva proprio che dormisse: solo quei dentini bianchi che venivano fuori dalle labbra, facevano pena e davano al visino un’espressione amara.

Ambrogino fece senza volerlo un antico, obliato segno della mano: il segno della redenzione! e alcune pure parole latine, che invocano pace vera ed eterna, gli ricorsero su le labbra.

Dopo disse:

— Ci viene anche lei dietro?

— Oh sì, — rispose lei, — mi vestivo ora per quello.

Ambrogino salutò e disse che sarebbe venuto anche lui: si sentiva una certa cosa che gli moveva tutt’il sangue e aveva bisogno di respirar dell’aria.

«Guarda che robe ci sono nel mondo!» e crollava il capo. Sul pianerottolo sedevano ancora le tre bambine, e la più grande domandò se il morticino era bello. Ma Ambrogino non vi badò: da tempo immemorabile non si era più commosso e adesso stava male. «Dovevo mica andare; ma già, se anche non andavo, quel dolore lì c’era lo stesso», diceva fra sè e sè. E alla prima bottega che trovò su’ [204]suoi passi, entrò e prese un caffè con un bicchierino di grappa per darsi un po’ di spirito.

Se lo ricordava quando veniva ai Giardini a bere il latte, e ne beveva! ed era tutto felice di giocare con la terra. Adesso della terra ne avrà anche troppo; e ricordava che gli aveva anche lui fatta una carezza su le guance. E si sentiva certe vecchie lagrime nascere da ignote sorgenti e gli pareva che una voce gli dicesse: «La vita è triste».

*

In via Santa Margherita passò davanti ad una bottega di fioraio: la neve cadeva, e dietro la smisurata vetrina, sur un tappeto di capelvenere, giacevano come stanche di essere nate anzi tempo, pallide rose e ciocche di gran viole. Dai verdi steli, invece, le orchidee spingevano i loro mostruosi petali, come gole aperte di colubri; e le azalee fiorivano in vaghe ombrelle.

Spinse la porta che era pur essa tutto un gran cristallo pesante.

[205]C’era dentro una dama coi capelli di rame e un mantello scarlatto, e la commessa si adoperava a fermare, sul seno di colei, un gran mazzo di viole.

— Buon giorno! — disse la commessa volgendo appena il viso.

E Ambrogino disse che facesse pure, che avea tempo, e si sedette.

— Io vorrei, — disse Ambrogino quando la dama se ne andò, — una corona di fiori per un povero bambino che è morto: mica molto grande e da non spendere tanto.

La giovane commessa disse che andava benissimo; ma quando espose il prezzo, ad Ambrogino parve che andasse malissimo.

— Cinquanta lire una coroncina per un piccolo bambino?

E la commessa spiegò che i fiori venivano dalla Riviera e che adesso, coi teatri, c’era un gran da fare.

E Ambrogino nicchiava. Se avesse avuto tempo sarebbe andato sino fuori di porta Venezia, a Loreto, dove c’è un giardiniere che doveva essere più a buon mercato.

“E poi per chi la compro la corona? — pensava [206]tra sè e sè. — Per lei no, perchè è troppo afflitta e non se ne accorgerà nemmeno e non sta bene che io glielo dica: «guarda che ho comperato la corona», per lui no che è un poco di buono; per il piccino no, perchè non sente più…. Quest’idea strana: «non sente più!» E se sentisse, come sarebbe contento che io gli ho comperato la corona e mi sono ricordato di lui, «povera robina piccola!» E pensava a certe cose strane e tristi, e la sua smemoratezza umana percepì distinto il suono di una verità, che è come il tocco della campana sul faro del mare: suona sempre, ma noi non la udiamo se non quando la morte pone il dito su le labbra e dice: silenzio! e allora sentiamo bene, e solo quel suono ci pare vero e tutte le altre cose ci paiono vane.

La commessa intanto prese a dire, e pareva ad Ambrogino che fossero parole lontane:

— Se vuole spendere poco, faccia una cosa, prenda a nolo una di quelle corone di fiori secchi: fanno la loro figura e con quattro o cinque lire se la cava.

— No! no! — fece Ambrogino crollando [207]il capo, — li voglio freschi, povero bambino.

— Allora parli col principale.

E sollevò una tenda e scoprì una stanzetta interna dove alcune donne facevano corone per morti e per cantanti: la tavola e il pavimento erano sparsi di fronde e di fiori: le donne legavano i mazzetti rapidamente e li infilavano in certe anime di paglia.

Venne il padrone e combinarono per quarantacinque lire una coroncina «garantita»: piccola, ma di fiori freschi.

— Ma che siano belli, mica quella roba che è lì per terra!

*

Alle due era davanti alla porta del morticino.

Davanti alla porta c’era già il carro funebre con un vecchio cavallino bianco e il piccolo catafalco bianco: sul cocchiere e sul cavallino cadeva la neve. Nell’atrio c’era un prete che parlava con l’apparitore e stava dietro il portone per evitare la neve.

[208]Ambrogino cercò con gli occhi e con animo di sdegno il padre: Pasquà. Ma quando lo vide, gli fece più pietà che ribrezzo. Se ne stava livido, con gli occhi nel vuoto. Cinque o sei figure bieche e miserabili al par di lui, lo circondavano senza parlare.

Ambrogino cercò con i suoi occhi gli occhi di Pasquà; ma non fu veduto.

Poco dopo scese giù dalle scale il becchino che qui chiamano, col bel nome greco, il «necroforo». Portava la piccola bara di abete sotto il braccio; e molti bimbi della casa seguivano la bara, e facevano sonar gli zoccoli di legno giù per le scale. Tutti si scansarono e si tolsero il cappello. Ambrogino sentì che uno diceva: La pesa nagott. Il coperchio del sarcofago si alzò su la piccola bara e ricadde con un rumore secco e forte.

All’apparire del feretro, Ambrogino guardò ancora Pasquà.

Ma quando la croce fu inalberata davanti a lui e passò, anche il capo di lui cadde in giù; e i piedi strisciarono dietro il feretro.

Tutti gli altri seguirono.

[209]Ambrogino vedeva la sua corona bianca più distinta di tutte le cose belle e grandi della grande città: come una luce di stella.

*

Il piccolo convoglio ora andava diritto: il piccolo convoglio della morte avea forza di sospendere per un breve istante la furia dei tram, delle carrozze, della gente.

Attraversò tutta Milano.

E quando furono poi nello spiazzale pulito entro il recinto del cimitero monumentale, dal carro fu tolta la piccola bara. Venivano giù intanto fuor della neve i grandi carrozzoni parati a nero del tram elettrico di Musocco. La piccola bara ignota fu messa dentro fra altre bare ignote, attendendo Chi la distingua.

Alcuni salirono: le ruote scintillarono una luce verde e il tram della morte sibilò e fuggì.

Tutto in fretta, come a Milano.

Milano, 1901.

[213]
LA INGEGNOSA SIGNORINA MERCEDES.
Era l’ora soave in cui le lampade elettriche si accendono, la minestra già bolle sul focolare, ed i buoni padri di famiglia sono attesi dalle care consorti.

Anche il cavalier ingegner Gaudenzi, capo dell’ufficio tecnico di X***, col naso appena sporgente dalla pelliccia, filava verso casa.

Egli era molto lieto e la sua letizia era visibile — benchè non sporgesse che il naso — da una grande dorata rotella di panforte di Siena, pendente per una cordicella da un bottone della pelliccia.

Era lieto perchè in quel giorno, in una logica transazione con un appaltatore (vittima, oh, pover’uomo, di uno sciopero continuato) era rimasto sul suo tavolo di capo ufficio un bel cadò, leggero leggero: mille lire.

[214]Egli comunicava la sua gioia alla famiglia con l’acquisto di un bel panforte di Siena: dolce sostanzioso, economico, di lenta consumazione: e poi, dolce nazionale!

Che festa avrebbe fatta la numerosa prole al panforte di Siena!

Tutti bravi figliuoli, e tutti bene instradati!

Il cavalier Gaudenzi fila verso casa: fila e conta: «Rina, professoressa, professora, no! professore — oggi si dice così — di inglese: ha un piede nell’aristocrazia. Un bel piedino in verità! Chi sa che non possa fare un buon matrimonio? Giulio, già avvocato, è con un piede nella democrazia!… Carletto in collegio militare; posto gratuito: sarà il guerriero della famiglia. Egli non mangerà il panforte di Siena, perchè è in collegio. Ma ve ne sono altri tre piccini in casa che mangeranno il panforte! Quanta famiglia! Tirarla su con decoro, per tanti anni, una famiglia che seguitava a dilatarsi quasi ad ogni nove mesi! e gli affitti di casa pure dilatavano: tutto dilatava. E lo stipendio era rigido! Ma per forza bisogna transigere! Del resto il mondo vive di transizioni!»

Però — diciamo tutta la verità — il cavalier [215]Gaudenzi, oltre alla gioia, si sentiva nel sangue un non so che di morbinoso, per cui la visione dei bei ristoranti rossi con le tovaglie candide, gli dava un’insolita voluttà. Sedersi ad uno di quei tavoli ancora vuoti con la fedele consorte e tutta la prole? No! Solo, allora? Oh, nemmeno solo!

Ah, quante restrizioni, mortificazioni accompagnano le gioie della famiglia!

Il cavalier Gaudenzi era in tale stato di spirito, quando due grandi, attonite, languide pupille attraversarono — come uno sbarramento reale — la linea onesta e diritta per cui il detto signor Gaudenzi passava.

Naturalmente, fu costretto a fermarsi.

Sì! il signor Gaudenzi, come un treno allo sventolare della bandiera rossa, arrestò la rapida corsa, e si fermò: allora quegli occhi comandarono: «Seguiteci fedelmente, ma prudentemente!»

Ed egli seguì per una via fuori mano. Infine quegli occhi dissero: «Ora vi è permesso di farvi avanti e renderci il tributo della vostra ammirazione!»

— Occhi stupendi! — disse allora il cavalier Gaudenzi.

[216]E gli occhi erano davvero bellissimi, straordinariamente grandi, misteriosi, violacei; anche dietro la veletta.

Essi appartenevano ad una signora dignitosa, composta; la quale, a conferma di maggiore dignità e compostezza, aveva con sè una ragazzina dalle gonne ancora corte, di quell’età ancor neutra, che i tedeschi denominano «pesciolino fritto».

Quella sera il cavalier Gaudenzi a dispetto del pot-au-feu familiare, delle pratiche emarginate, era preso violentemente da istinti dionisiaci! Quella signora velata, seria, rappresentava l’ideale del dionisiaco combinato con la prudenza. Peccato che, eccettuati gli occhi, ci si vedesse poco, dietro la veletta!

Ripetè: — Occhi stupendi!

Questa volta gli occhi, dopo aver girato due o tre volte nella lattea malinconia dell’orbita, furono costretti a cedere il posto alla parola, la quale si espresse così: «Un tempo, signore!»

Ma per quanto si sforzasse quella voce di imbeversi di soave rimpianto, il cavalier Gaudenzi ne ebbe una sensazione inattesa, spiacevole, che gli raffreddò la esaltazione dionisiaca: una voce nasale, [217]afona, con un certo non so che…. veniva fuori dalla veletta.

Il cavalier Gaudenzi fissò interrogando le pupille.

Esse confessarono ingenuamente:

«Noi si fa quel che si può, signor mio, ma le altre parti non ci sostengono, e la commedia casca quasi tutte le sere.»

Allora parlò il panforte di Siena e disse: «Suvvia! domanda scusa alla signora. Dille che hai preso abbaglio per effetto della nebbia, e andiamo a casa.»

Ma il cavalier Gaudenzi, fra gli ultimi guizzi dionisiaci e il rispetto cavalleresco verso la donna, non osò seguire il saggio consiglio del panforte di Siena; e rimase lì.

Ne approfittò la donna, e insinuando il suo braccio sotto il braccio del signore, si studiò mercè il pannicolo adiposo, di rianimare l’ardore dionisiaco del cavaliere.

«Preso al laccio, questa volta: e ti sta bene! — disse il panforte. — Vedi a non fare a modo?»

Era preso, veramente preso; e la signora non aveva intenzione di lasciarselo sfuggire; ma premendo come potea, [218]e facendo fare sforzi eroici alle pupille, disse:

— Il dolore, veda! il dolore di aver dovuto per una malattia della gola, troncare la più splendida delle carriere! Aver calcato le prime scene d’Europa e d’America, aver giocato coi diamanti, e trovarsi nel mio stato, è orribile, signore!

Il cavalier Gaudenzi ebbe un brivido, perchè il senso dionisiaco vuole inni e ditirambi; non elegie e treni sentimentali.

— Ah, artista di canto, la signora? — domandò tuttavia.

— E nei primi teatri del mondo. Oh, ma quello che non può fare la madre, farà la figlia! Mercedes, va avanti!

Il pesciolino fritto che pareva abituato alla manovra, dilungò avanti in silenzio, lungo il muro.

Seguitò la signora: — Non va bene far sentire gli elogi alle figliuole. La mia piccola figlia studia arte drammatica: un prodigio! E despues está molto più dignitoso! Ma donde trovare almeno dodicimila lire per cominciar la carriera?

— Già, molto più dignitoso — ripetè automaticamente il cavalier Gaudenzi —; molto più dignitosa l’arte drammatica.

[219]— Ella non sa, signor! che grazia, che spirito, che sentimento, che disposizione, che slancio ha quella chica. Pensi! figlia d’artista!

Il signor cavalier Gaudenzi, assai impacciato, domandò: — Molta disposizione, signorina?

Questa volta la signorina Mercedes fece dietro-front e puntando il dito, disse gaiamente:

— Avrei più disposizione a mangiare quel bel dolce.

Il panforte allora suggerì subito:

«To’, ti è capitata la palla al balzo: presto approfittane: lasciami con loro che me la sbrigo io!»

Ma un momento di esitazione guastò tutto, mentre già il cavaliere stava per ubbidire al saggio consiglio.

La signora, alle parole di Mercedes, montò in furibondo furore: — Ah, Niña desvergonzada, deshonra de tu madre, martirio de su vida!

Allo strano linguaggio il cavaliere stupì e pregò per carità la signora di calmarsi. Per fortuna la via era quasi deserta.

— Veda, usted — disse la signora — quando mi prende il furore, me es preciso [220]hablar castellano. Io sono ancora tutta fuoco.

— Spagnuola, la signora? — domandò il povero cavaliere Gaudenzi.

— Andalusa, señor! — disse come avesse detto «contessa o marchesa».

Gli occhi questa volta mandarono un assoluto splendore. Dissero: «Non si capisce che noi siamo occhi andalusi?»

La signorina Mercedes non si era commossa alle parole andaluse più che alle parole italiane. Fatto ancora dietro-front, proseguiva indolentemente presso il muro, conservando la distanza di quattro metri.

La signora, ben sicura che la figliuola non la poteva intendere, disse confidenzialmente:

— La mia chica è buona, tanto buona; educata come non può credere. Sventuratamente è golosa….

— Ma prenda il panforte! — disse il cavaliere.

— Señor — cominciò l’andalusa che per lo sdegno aveva sentito il bisogno di parlare ancora castigliano — ma per chi mi prende? Per una donna disonesta che accetta doni? Lei forse ha figli, ed io priverei [221]i figli? — e prese il panforte; e lo staccò dal bottone; e a forza lo introdusse nella gran tasca della pelliccia.

— Ah, se sapesse tutta la mia vita, usted terrebbe diversa opinion di me!

Il signore non incoraggiò per nulla questa proposta di sentir la storia di quella vita, ma tornò vigorosamente a proferire il panforte, assicurando che non era pei figliuoli: dei quali negò l’esistenza.

— Ah! quello che posso accettare — disse in fine cedendo — è un dolce, un solo dolce per Mercedes. C’è proprio qui vicino una offelleria donde sto solita prendere il mio Madera; fa così bene per la voce il Madera!

Il signore quasi disperatamente cercava di levare di tasca la rotella di panforte, la quale era stata spinta in giù con tanta violenza che non voleva venir fuori.

Dal fondo della tasca la rotella senese ghignava: «in che ballo ti sei messo!»

— Signorina Mercedes — replicò il paterfamilias — sia tanto gentile di accettare questa rotella di panforte in ricordo del felice incontro.

— Mamà non vuole! io devo essere ubbidiente. Io non voglio essere una niña [222]desvergonzada. Ma già che lei vuol fare il generoso, mi paghi una pasta come dice mamà. Ecco il nostro pasticciere.

E facendo seguire il fatto alle parole, la señorita Mercedes, spinse di botto la vetrina di una botteguccia da pasticciere.

— Vede che spigliatezza? — disse la signora al signore; ed il pasticciere, quasi aspettasse la compagnia, aveva fatto sedere il signore e la signora in un angolo discreto della botteguccia solitaria, e aveva detto: — Lei il solito Madera, è vero, signora? E il signore?

Il signore ne aveva d’avanzo dell’avventura. Guardò l’orologio: le sette di già. La minestra sarebbe stata fredda, oramai.

Un uomo può mangiare la minestra fredda e trovarla calda; ma per ottenere questo effetto, bisogna che egli abbia raggiunto un certo numero di gradi nella temperatura dionisiaca. Se no, accade quel che accadeva al signor Gaudenzi in quella sera, di sentir tutti i rimpianti per la minestra fredda.

La signora andalusa fece ogni sua arte per elevare quella temperatura, ma era quell’orribile voce che guastava tutto. Se non fosse stata la voce, quei resti di naufragio [223]di un’antica bellezza avrebbero forse avuto ancora una certa virtù calorifera.

— Signore, guardi, tutti dolci da un soldo come vuole la mamma! — aveva detto la señorita Mercedes che pareva la padrona della bottega, appressandosi con un gran vassoio pieno.

— Va bene! Ma si disturba così la mamma che parla, hija de mi corazon?

E parlava di nobili e graziose cose: essere ella, ohimè! dopo tante esperienze, dopo tante amare vicissitudini, ancora ardentissima. E così dicendo gli occhi si volgevano al cielo come quelli di santa Teresa. Naturalmente non ricchezza chiedeva ella all’uomo; ma discrezione e cavalleresco riguardo. Quando la donna andalusa trova l’uomo cavalleresco, essa è vinta.

Tutto inutile!

Il cavalier Gaudenzi ascoltava distratto, e seguiva invece le operazioni della industre signorina Mercedes nella bottega; e avendo notato che i cartocci prendevano sul banco una proporzione inquietante, approfittò di una pausa e domandò il conto.

— Vuole il conto il signore? — domandò alla sua volta il pasticciere che stava accuratamente [224]legando un ultimo involto. — Tre bottiglie di Madera, dodici lire: tre lire il pollo, due i dolci e la consumazione.

— Il pollo? il Madera? — domandò il signore.

— La gallina, figlia mia? — ripetè la madre con molta meraviglia.

— C’era in cucina una bella gallina, calda calda, l’ho fatta incartocciare.

— Ma la gallina e il Madera, spetta a me di pagare — disse la signora. — Perdoni, signore, la piccola inesperta figlia mia. Dacchè, signor, la nostra domestica è inferma, fa lei la menagère.

E andò in cerca di una tasca e di un borsellino.

Ma esso era occulto in profondo.

Ma il panforte sussurrò: «Questo è lo scotto, e tocca a te: suvvia, paga!»

— Non permetterò mai! — disse la signora.

Ma le tasche negli abiti delle donne non sono facili a rintracciare, e d’altronde il signore avea di già saldato il conto.

«Or senti — bisbigliò ancora il panforte — tu saresti sommamente scortese se non impiegassi il resto delle venti [225]lire a noleggiare una vettura per le signore».

Il suggerimento era cavalleresco, e fu il signore stesso che chiamò una vettura e vi fece salire la signora e la signorina Mercedes.

«Graziosissima avventura e te la sei cavata a buon mercato» — disse il panforte di Siena mentre il legno si allontanava. «Graziosissima, infatti! Venti lire buttate via così!»

«Eh, via! — replicò la rotella di panforte. — Tu oggi, uomo della legge, hai giocato la commedia per mille lire: una povera disgraziata, che forse ha fame, l’ha giocata per venti. Se tiri la somma, quell’infelice — a cui rimangono solo due occhi dell’antica bellezza come il violino del cieco — è ancora in credito verso di te».

[229]
UN UOMO IN DUE.
Al mio ritorno dall’America, dove ero stato molto tempo in cerca di fortuna, io fui sorpreso nel vedere la fortuna raggiunta dall’ex mio compagno di scuola Omega Totus-Omnis.

Veramente io non fui troppo sorpreso della sua prosperità economica: da studente, Totus-Omnis commerciava già in dispense; in libri scolastici usati; ci vendeva le sue soluzioni di algebra. E nemmeno fui troppo sorpreso della sua carriera politica: effettivamente, se questa cara Italia manca di giacimenti di carbon fossile, possiede pur sempre foreste vergini di masse umane che si prestano in modo superbo allo sfruttamento.

La mia sorpresa aveva un’altra origine: cioè come dalla fredda pietra del cervello [230]di Omnis potessero scaturire fiamme di parole ardenti. E quando i periodi dell’Omnis intonavano la fanfara rossa delle rivendicazioni proletarie, le foreste vergini applaudivano.

Ma la vita è guerra, e Totus-Omnis combatte la sua guerra. Piuttosto era triste quel mingere quasi quotidiano in patrios cineres! quel cinico stillicidio di veleno che Omnis spargeva su le memorie, le glorie, su i morti di questa cara povera patria! E le foreste vergini applaudivano sempre.

*

Approfittando della antica nostra relazione, domandai udienza all’Omnis per sollecitare una certa mia pratica. Nessuno più di lui, uomo di opposizione, avrebbe avuto autorità per difendere la mia causa.

Mi accolse bene.

Il suo studio era magnifico. Ma lui era ancora lui, come lo avevo conosciuto altra volta. Le cèllule di Totus-Omnis, in vent’anni di lontananza, si erano rinnovate [231]riproducendo sempre Totus-Omnis. Màschera asimmetrica, pàllida del viso, occhi spenti, come una volta: in più una barbetta ancor nera, che il barbiere faceva simmetrica a punta di forbice. Forse più bello — o meno brutto — perchè meglio vestito e meglio nutrito. Ma la sua voce era uguale: nessuna vibrazione. E ancora io mi domandai: «da dove toglie costui la lirica rossa dei suoi discorsi?» Mi congratulai con lui dei suoi articoli, dei suoi discorsi.

— Si fa quello che si può — disse, e mi pregò di dargli del tu.

— Io non ho avuto molta fortuna, caro Omnis — gli dissi: — e tu, nella posizione che occupi, mi puoi essere vàlido patrono. L’antica nostra amicizia mi dispensa dal parlarti di me: io sono un uomo onesto. E ammetterai anche tu, caro Omnis, che è bene introdurre individui onesti nelle amministrazioni; e ciò — bada — semplicemente perchè gli uomini onesti costituiscono il combustibile che dà il miglior rendimento.

Mi lasciò parlare stàndosi immòbile con le palpebre socchiuse come costùmano i rèttili.

[232]Quando io finii di parlare, sollevò le palpebre, sprigionò luce da piccole pupille nere. Rispose: — Già!

Si sarebbe occupato della mia pràtica; mi accompagnò fino alla porta; mi porse la mano. Quel contatto mi comunicò una impressione di freddo.

«Ma dove trova costui le fiamme della sua lirica rossa?» tornai ancora a domandarmi.

*

Giù nell’àtrio, incontrai i rettilini: i figli dell’Omnis, di foggia esòtica, con la governante di tipo esòtico: parlàvano linguaggio esòtico.

— I figli del signor Omnis? — domandai al portinaio. — Carini!

Erano quattro rettilini nati dal rettile.

Esòtico, freddo, greve tutto il grande palazzo.

Soltanto, in fondo al peristilio, spiccava una costruzione a un sol piano, di stile fiorentino, con le persiane verdi. Davanti, sul piano di cemento, erano disposti [233]vasi di ortensie dalle inflorescenze metalliche.

Mi soffermai come attratto dalla stranezza di trovare quell’angolo grazioso ed armònico.

— Affitta quell’appartamento? — domandai al portiere.

— Ci abita un parente del signore.

— Un parente del signore?

— Eccolo là.

— Chi?

— Il parente del signore.

Un uomo dal miserabile disordine avanzava fra le ordinate ortensie. Cappellaccio sugli occhi, barbaccia incolta.

Passò davanti a noi senza guardare, nè salutare. Appena sul limitare della strada si fermò come a saggiare l’aria, il cielo, il tempo; e poi, benchè fosse una tepidissima giornata del maggio, senza vento, si tirò su il bàvero, come chi ha la sensazione incresciosa del freddo.

Si avviò con passo lento.

[234]
*

Ho seguìto quell’uomo.

«Non mi risulta — pensavo — che Omnis abbia parenti nè prossimo. Omnis non ha pròximus suus! Io sono del suo paese, e nessuno dei suoi parenti assomiglia a costui.»

Ho seguìto quell’uomo. Portava una greve marsina o pastrano, che un tempo forse era stato nero; ma ora aveva marezzature di verde sul nero. Sopra il bàvero cadevano cernecchi grigiastri, i quali, per la consuetudine lunga, avevano lasciata traccia di untume. Se la marsina era lunga, corti erano i calzoni, e lasciavano scoperte grosse scarpe, di quelle con gli elastici che oggi non usano più.

Passava tra la folla come persona strana e infastidita: arrivò ai giardini pubblici, semi-deserti in quell’ora, si sedette su una banchina, vi cercò una posizione di riposo: depose il cappellaccio. Io vidi allora la sua faccia umana in pieno sole.

[235]Ebbi la sensazione di aver già veduto quell’uomo.

E seduto che fu in quella solitudine e quasi beatitùdine, tolse di tasca una penna e un fàscio di fogli e cominciò a scrivere. Non si mosse più: fuor che, ogni tanto, con un gesto automàtico si grattava una gamba, quella che era accavalcata e sospesa, e da cui pendèvano i lacci di una mutanda sudicia.

Quanto tempo passò?

Certo era passato il mezzodì.

Nei giardini c’era qualche bàlia coi bimbi, qualche uccelletto, qualche coppia lenta di amanti. Ma ora non c’era più nessuno nei giardini. Era passato mezzodì.

Allora l’uomo si levò, si avviò.

Un foglietto caduto presso la banchina, dove egli sedeva, fu da me raccolto; e vi lessi queste parole: Mortem cantando sùscipit; la morte trovò Francesco che cantava nel roseo tramonto di ottobre, ed una campanella gemeva l’Avemaria, e l’allòdola cantava, ed i boschi cantàvano, cantavano i rivi. Ite charissimi fratres, Paupertatis equites, bini et bini, per diversas partes orbis annuntiantes hominibus pacem.

[236]Riposi il foglietto con cura: e se prima potevo avere un dubbio, quel foglietto me lo dissipò.

Avevo riconosciuto l’uomo. Dieci anni fa, prima che io partissi per l’America: eravamo stati insieme nella redazione dello stesso giornale; poi lui era passato nella redazione di un altro giornale, poi in una casa editrice, poi non so: egli era uno di quegli indisciplinati a cui il destino diede questa legge di vita: «Va e cammina! Tu non troverai mai un ramo dove posare, mai una gronda a cui appendere il nido. Va e cammina!» Ma a più crudele legge colui soggiaceva: egli era di quegli uomini destinati a morire due volte, perchè, dieci anni addietro, aveva goduto una certa glòria letterària e poetica: poi i poeti morti si erano accumulati su lui: altri poeti giovani erano nati e cantavano, per morire come lui.

Lui era morto oramai.

[237]
*

Tuttavia lo raggiunsi ancora in una osteria.

Solitario, in fondo a una tavola, aveva mangiato con ingordìgia, aveva bevuto con soddisfazione: ed ora con la fàccia immota verso il soffitto, traeva fumo da una pipetta.

Io mi gli accostai inavvertito e, dolcemente, gli dissi: — Caro (ma non posso scriverne il nome), tu hai perduto questo foglietto.

Diè un balzo e le linee del suo volto si scomposero tutte.

— Ma lei chi è?

Dissi il mio nome. — Non ti ricordi?

Chiamò a raccolta tutte le rughe della fronte: ricordò, si ricordò di me, ma non apparve felice di riconoscermi.

Gli parlai del suo passato di poeta. Ma questo ricordo lo ottenebrò.

— Sì, poeta fui, — esclamò, — e cantai cose idiote.

E, o aveva bevuto, o era vergognoso [238]di quella pàgina poètica che io gli avevo restituita, inveì ferocemente contro tutti i poeti.

Io gli diedi ragione: i poeti, o mèttono troppo zùcchero o mèttono troppo sale: àlterano sempre la realtà delle vivande.

— Ah, manco male che mi dài ragione!

Solamente di Dante non disse male.

Rilevai la curiosa eccezione.

— Naturale! — disse —. Dante fu poeta per isbàglio. Egli era nato per essere grande imperatore degli uòmini.

— Ecco, vedi — dissi io — una di quelle frasi che rivèlano in te l’uomo di genio. Cosa importa se il mondo non lo sa? Tu rimani lo stesso uomo di genio.

Si contorse infastidito. — Io me ne infischio! — Riattaccò ancora col dir male di tutti i poeti. S’infervorò, e io ordinai una bottiglia di barolo.

Stette a lungo contemplando lo scintillio fremente del vino dai riflessi di rubino; poi con compiacimento più da filosofo che da beone, gli zampillò questa frase: Il divino licore dell’uva. — Sai chi dice così?

— Non lo so — risposi.

[239]— Leonardo.

— Il divino Leonardo?

— Precisamente.

Sorbiva con lentezza il barolo.

E allora io dissi:

— Il quale divino Leonardo da Vinci fu, del resto, al servizio di un’autèntica figura porca quale era Ludovico il Moro.

— Precisamente — accennò appena, bevendo. — Del resto — aggiunse lentamente — il divino Leonardo dichiarò che serviva chi lo pagava meglio.

— Come tu — dissi io continuando su lo stesso tono soave di voce — sei ora al servizio di quell’altra figura porca che è Totus-Omnis.

Al delinearsi di queste mie parole, egli diè un balzo come lo avessi toccato con una macchina elettrica: stralunò gli occhi pietosamente.

Balbettò: — Che roba è questa? Cosa vuoi tu da me? Che tradimento è questo? Che mestiere fai tu?

Lo calmai ancora dolcemente: — Io non faccio la spia, caro amico, io non esèrcito il tradimento; fra le altre cose io ho abbandonato la politica: io sono press’a poco come te; io consìdero come [240]te il mondo da olìmpiche serenità come una sèrie di enormi sciarade. La tua, vedi?, è una sciarada interessante, ma per la cui soluzione è inùtile che tu dica sì o no. Capirai, caro amico, che io conosco l’Omnis da ragazzo, e le imagini smaglianti dei suoi articoli, dei suoi discorsi non possono essere sue. Non sono tue? Non importa. Saranno di un altro.

Protestò in difesa di Omnis quale figura porca. — Nel mondo — disse egli assiomaticamente — non vi sono che due strade: o comandare o ubbidire. Omnis è di quelli che sanno comandare. Omnis non ha imagini; ma ha la conoscenza dell’oggi. Il vero dell’oggi è così, e basta. Egli è un disciplinatore. Indisciplinati, ribelli non dèvono più esistere. Noi, io, tu, altri ronziamo ancora su le fole, fantastichiamo ancora la Civitas Dei, a base di carità, di sacrificio, di amore, di eroismi, di riposo, o in Dio, o nella coscienza, ecc., ecc. Fantasie! La critica ha ucciso per sempre tutte queste cose. Lui invece ha la visione netta, realistica.

— Queste cose — dissi — non m’interessano. Mi interessa un’altra cosa: gli [241]articoli, i discorsi su queste idee, glieli fai tu all’Omnis?

— Gli faccio un po’ di toilette verbale.

Sorrisi.

Sorrise anche lui. Capì: — Già, è ridicolo — disse —: io che vesto così — e si guardò con ischerno gli abiti in disòrdine — io faccio il sarto, il parrucchiere, il manicure all’Omnis.

— Ma gli presti le idee!

— E dài! Da farne delle idee! Basta una idea. Guai se Omnis avesse due idee! Ed io sono entrato compiutamente nell’idea di Omnis!

— Cioè?

— Cioè una concezione eminentemente precisa della società. Gli eroi, i santi, i poeti vollero eliminare l’egoismo, l’invidia, le cupidigie, le superbie, le lussurie — dacci il nome che vuoi, chiamali i sette peccati —; ma così facendo, accumulavano enormi materiali di rifiuto, per cui la macchina sociale si inceppa. L’Omnis, invece, è un grande meccànico: fa entrare il materiale di rifiuto in circolazione; fa conto come le grandi fogne, le cui masse fecali divèntano poi acque potabili. Puoi tu abolire i sette peccati? No. [242]E allora accetti la concezione meccanica di Omnis, cioè la società concepita come un enorme macchinario, messo in movimento dall’umanità lurida che vi circola dentro.

— E un’idea geniale — dissi io. — Però non è dell’Omnis. È tua.

— È di tutti e due. Vedi, il maggior ostacolo alla concezione politica di Omnis è l’uomo geniale. Esso è come un sasso, un èmbolo introdotto nel macchinario.

— Sopprimerlo allora — dissi io.

— Finchè si può! — rispose lui.

— E se non si può? — domandai io.

— Mètterlo nell’alternativa o di isolarsi completamente — costituendo un manicòmio per gli uomini geniali — oppure costringerlo a diventare tècnico del macchinario, o trombetta meccanica. È un’idea geniale dell’Omnis.

— O è tua?

— Di tutti e due: siamo due uomini di genio in collaborazione.

Tacemmo un po’. Poi, dolcemente sempre, gli chiesi:

— E quel mingere in patrios cineres, quell’oltràggio contro i poveri morti di questa patria?

[243]— Fa parte del sistema — rispose. — I morti non esistono, e perciò si utilizzano. Servono nella guerra contro i vivi.

— Non è nobile.

— Anzi è cosa vile. Ma io faccio appunto l’uomo vile. La prima impressione non è stata gradevole; ma, sai? È come quando si va a fare il bagno nel mare. Ripugna a buttarsi nell’acqua, ma dopo ci si trova bene. L’Omnis poi è nato così: animale acquatico, a sangue freddo: le cose aristocratiche, come il lusso del sacrificio, irritano la sua pelle, e allora secerne. Tu dici che minge! Grazioso! Ma non è esattissimo: è una secrezione naturale. Ma, compagno caro, — parliamoci schietti — io per tanti anni, quando avevo energie fisiche e fede, ho gridato dai tetti: «Chi vuole comperare un uomo aristocratico, quasi appartenente alla Civitas Dei di sant’Agostino?» Nessuno della società borghese mi ha voluto. Morivo di fame.

Allora mi sono venduto al serpente — se lo vuoi chiamare così —, il quale poi non è così brutto come si crede. Mi alloggia, mi paga, e mi làscia alle mie fantasticherie, perchè l’arte che finge una [244]vita fuori della vita, vale più del barolo, più di una pipa di tabacco, più di una gamba di donna coperta di seta, più del macchinario di Omnis. Vedi, io adesso sto componendo un poema su la vita di san Francesco, come avrai forse capito dal foglietto che mi è caduto.

Milano, 1905.

[247]
I FIAMMIFERI.
Mister Teòdoli adorava mistress Teòdoli, e mistress Teòdoli adorava mister Teòdoli.

La sera, quando lui tornava dal giornale e lei tornava dalle lezioni, si baciavano ancora. E veramente, dopo tanti anni di matrimonio, si erano differenziati alquanto: lei pingue, e quasi obesa, ma giuliva nel volto; lui scarno, alto, triste: pareva qualcosa come un uomo di chiesa. Ma le due anime si erano ravvicinate e raffinate con gli anni.

Si baciavano ancora, la sera: e si davano il buon dì, la mattina: e lui talvolta nelle ore di quiete, prendeva la mano, bella ancora di lei, e fissandosi a lungo, vi cercava antichi ricordi.

— Nostra povera piccola Italia! — diceva [248]lui. — Nostro povero piccolo che àbita laggiù; — aggiungeva con un soffio di voce e con un nome: ma mistress Teòdoli sentiva lo stesso quel soffio di voce e gli diceva:

— Zitto, zitto: non nominare i morti.

Rispondeva lui: — Ma si risveglieranno quando verremo anche noi.

Mistress Teòdoli crollava il capo, perchè lei non credeva nel risveglio dei morti; e lui credeva invece di sentire un fruscìo di ali; e dopo tanti anni, sempre, quando diceva: Nostro povero piccolo con quel nome, l’indice scarno di lui trovava sempre quella lagrima solitaria nell’angolo dell’occhio. E gli sarebbe parso di perdere tutto se stesso, perdendo quella lagrima.

E anche in altre piccole cose mister Teòdoli dissentiva da mistress Teòdoli. Mistress Teòdoli avrebbe voluto, ogni tanto, ritornare a vedere l’Italia, ma mister Teòdoli non voleva: e l’una senza l’altro non poteva andare!

Ma oramai stavano bene a Londra; avevano la loro casetta e i loro buoni amici; e se lei, mistress Teòdoli, trasportava ancora per la metropoli la sua pingue [249]persona a dar lezioni, non era più per necessità come nei primi tempi, ma per la gioia di vivere operosamente.

Mister Teòdoli era un po’ segretamente, un po’ ridicolmente tirchio. Fiammiferi mai in casa! Per i fiammiferi erano messi a contributo gli amici. «Lo so, voi mister Teòdoli, volete avere fiammiferi, poi volete avere un poco tabacco per vostra piccola pipa».

Ciò era notorio al giornale.

Mistress Teòdoli invece era quasi splendida. Diceva indignata: — Mister Teòdoli, voi siete orribile!

*

Mistress Teòdoli amava le piccole grazie, i piccoli agi della casa, benchè ella non istesse quasi mai in casa, fuorchè il sabato quando le amiche venivano a prendere il tè nel salottino bianco. Anche in casa mistress Teòdoli vestiva di bianco. «Io mi sento molto giovane — diceva; — ma mio marito molto vecchio.»

La stanza di mister Teòdoli era invece [250]molto scura, piena di vecchie cose: vecchi libri, vecchi attrezzi, vecchi quadri! Egli ne sentiva l’anima, e si compiaceva di quell’odore quasi ascetico che le vecchie cose hanno con sè.

— Avete l’anima di un rigattiere voi, mister Teòdoli — diceva mistress Teòdoli.

Mister Teòdoli era forse misàntropo, ma rifiutava il nome di tirchio. E forse nemmeno misàntropo. Spesso convitava qualche amico o collega del giornale, e allora amava far rivivere l’Italia con qualche vivanda all’italiana, che lui stesso preparava con molto amore, assai bene. Quelli eran giorni di festa, quando mister Teòdoli con un grembialone bianco preparava in cucina o un timballo di maccheroni con le rigaglie di pollo, o un risotto autentico alla milanese. E dopo il pranzo recitava qualche verso di poeta italiano, assai bene; o sturava qualche bottiglia assai buona di vino italiano, che richiamava la nostalgia delle nostre convalli, con l’olivo, il pino, gli aranci su lo stemma del cielo italiano.

— Oh, molto eccellente — diceva il collega, — e adesso voi siete in bisogno [251]di un fiammifero accender vostra piccola pipa. Non è vero, signor Teòdoli?

Perchè era notorio che Teòdoli non aveva fiammiferi.

*

E perchè quella sera mistress Teòdoli non era tornata a casa all’ora solita?

Quella era una sera umida, fredda e ben piovigginosa.

Egli era rincasato dal giornale verso le dieci di sera. Lei lo sapeva che il venerdì ed il sabato lui tornava dall’ufficio tardi.

«E forse per questa ragione — pensava — lei sarà rimasta un po’ di più in casa di qualche famiglia dove va a dare lezione. O che l’abbiano trattenuta anche a desinare?»

Attese. E nessuno veniva.

Ma era tardi, oramai!

«Perchè non viene? perchè non si è fatta accompagnare? Perchè non ha preso un cab?»

Attese. Come il solito non aveva fiammiferi.

[252]Ma nel salottino bianco di mistress Teòdoli c’era un piccolo riverbero della luce della via.

Attese. Poi ebbe una repentina paura di quel silenzio, di quella solitudine; poi sentì in quella solitudine come un batter d’ali.

Allora certi paurosi pensieri lo assalirono. La pioggia aveva uno strano ritmo. La luce pallida aveva uno strano colore. Poi pensò: «Lei pingue, le vie viscide, lei caduta per via.»

— Dorina! Dorina! — chiamò.

Sentì come un’eco lontana lontana della sua voce.

Allora uscì di casa.

Percorse molta via.

Che ora poteva essere della notte? Non aveva orologio, perchè che importa saper l’ora regolata dall’uomo?

Andò lontano lontano. Domandava ogni tanto alle guardie:

— Avete visto per via una signora? per terra una signora? — Rabbrividiva a domandare.

Credeva di vedere in ogni ombra l’ombra di Dorina. Dove poteva essere allora la sua Dorina?

[253]Pensò disperatamente: il nome di una famiglia, dove Dorina si recava a dare lezione: finalmente gli si delineò nella memoria. Si spinse fin là. Oh, era ben audace fare aprire la porta a quell’ora! Ma l’ansia era più forte di ogni altro sentimento.

— Oh, mister Teòdoli, — gli dissero — sì, infatti, mistress Teòdoli è venuta qui; ma poteva essere presto nella sera: è venuta per la lezione e poi è andata via.

— Ha detto che aveva qualche altra lezione?

— Sì…. Un’altra lezione ancora.

— Sapete dove?

— No! buona notte, mister Teòdoli.

E mister Teòdoli si trovò ancora giù in quel deserto delle vie.

«Forse — pensava — una lezione in un quartiere lontano: forse l’avranno trattenuta.» Altre volte era successo così. Le volevano tutti tanto bene. «Forse è tornata a casa in questo frattempo. È a letto: dorme.»

Con grande ansia tornò a casa. E ancora ancora non aveva fiammiferi per accendere la lampada.

— Dorina, Dorina! — chiamò. Chiamò con ansia, chiamò con terrore.

[254]
*

Nel salottino c’era sempre quella luce pàllida di luna morta che veniva dalla via. Le altre stanze erano profondamente buie. Mister Teòdoli attese che il palpitare del cuore fosse cessato, e si acquetò un poco pensando: «Certo, certo per il cattivo tempo l’hanno trattenuta a pranzo, e poi anche a dormire. Così deve essere.»

Andò di là, a tentoni nella camera da letto buia, dove era il grande letto, venuto d’Italia anche lui. Stese la mano sul letto verso la parte di lei. «Ha così placido sonno, Dorina! Fosse, a volte, venuta a casa e così, stanca, come è ogni sera, si fosse addormentata….»

Ma la sua palma non sentì che la piega liscia, gelida delle lenzuola.

Non c’era.

Allora non rimase che attendere l’alba, e ritornò nel salottino dove c’era la luna bianca della via.

[255]Fumando. Ma non aveva fiammiferi, non aveva un fiammifero.

È cosa ben ridicola non avere un fiammifero! Forse ce n’era qualcuno in casa, ma dove?

*

E allora che cosa avvenne a mister Teòdoli? Si addormentò. Poi sognò.

Sognò Dorina.

«Che pazzi terrori, povero amico! Ma se tu avessi avuto un fiammifero, Teòdoli, per accendere la lampada, ben ti saresti accorto di Dorina che era presso di te! Ma via, Teòdoli: sì, altre volte Dorina per il tempo cattivo desinò e dormì anche in casa di amici: ma ti mandò ad avvertire, Teòdoli. Non ricordi, o smemorato? Ti beffava dolcemente Dorina della tua tirchieria, ma la sua crudeltà era ben dolce! La tua buona sola compagna, mai, mai ti avrebbe fatto stare in pena tutta una notte.»

[256]
*

E allora Teòdoli si destò che la luce dell’alba occupava la stanza: sbarrò le pupille: balzò. Un urlo.

— Dorina! Dorina!

Dorina, come è detto, era lì.

Dall’altro lato del letto grande, nella sua poltrona, a piè del letto, sedeva tranquillamente Dorina: ma immobile.

La testa un pochino reclinata: ma forse un piccolo sorriso.

«Teòdoli, perchè mi chiami? Ieri sera, alle sei, qui è venuto colui che non dice nè l’ora nè il giorno. Un piccolo colpo apopletico. Fu ben pietoso il Signore.

«Ma se tu avessi avuta la lampada accesa, te ne saresti bene accorto, ier sera, di prima sera.»

[259]
LA LEGGE!
Una fila di banchi si stendeva ai due lati del corridoio, a vôlta, dell’ospedale: un antico convento.

Il corridoio era quasi buio; e le persone sedute su le banche in attesa della cura ambulatoria, si distinguevano in due linee grige, come un zig-zag sul muro, più alte o più basse secondo l’altezza della statura, o secondo che avevano bambini in braccio. In tutti era un’immobilità statuaria, la qual cosa è prodotta dal dolore, specialmente quando esso è combinato con la derelitta miseria.

Attendevano i medici; ma i signori medici dell’ospedale tardavano a venire quel giorno. Allora qualcuna di quelle figure si alzava e si accostava alla grata, tirava una catena, e la catena moveva la voce [260]di un grosso campanello che risonava lugubremente nell’interno. «Ma quanto tardano questi medici a venire? È già vespero!»

Erano voci stanche, irose, dolorose.

Allora la porta si spalanca subito ed un portiere ossuto, temperato nell’umano dolore e nell’alcool, si inquadrava nel vano della nera porta, col suo grembiale turchino, e con la voce di chi vuole persuadere quei ciechi di mente, diceva:

«Ma se i dottori fossero venuti, li avreste veduti. Va bene che voi (additava due o tre, bendati e fasciati) avete male agli occhi, ma gli altri dovrebbero pure vedere se sono passati o non sono passati, dal corridoio, i dottori! Tardano! E io cosa c’entro? Non li posso mica andare a prendere io per il collo!» E con la mano indicava il corridoio per cui i medici dovevano passare.

Poi rimetteva in bocca la pipa e chiudeva la porta con un «Accidenti!» lungo, brontolato.

Allora sorgeva, fra quelli in attesa, un bisbigliare morto e rotto di rassegnata disperazione: «I poveri; la carità ai poveri; la maledizione su la carità dei poveri; [261]la maledizione che pesa sui poveri; l’ora della siesta d’estate.» «Dormono i medici! Quello giovane, il dottorino biondo, ha altro da pensare, sta per prendere moglie», dice una donna avvolta nello sciallo nero.

Poi, silenzio.

Un passo svelto, elegante, finalmente scricchiolò: un dottore era entrato, sbirciò qua e là la lunga fila che stava in attesa. «Ambulatorio lungo!» Entrò dalla porta aperta premurosamente dal cerbero portiere, che dalla grata lo vide. Poco dopo, questi disse alla folla degli infermi:

— Uno per volta e senza fare confusione.

Tutti si alzano.

Un uomo si levò allora e disse ai compagni di sventura:

— Prima a me per carità!

Aveva su le spalle un fagotto che conteneva un bambino, avvolto in una coperta. Rantolava con un rantolo chiuso e penoso. Disse l’uomo:

— Ho bisogno dei fori: ha la difterite.

Quando queste parole furono udite, tutti dissero:

— Andate, andate pure avanti, voi galantuomo. [262]Noi possiamo aspettare più di voi.

L’uomo allora entrò, scomparve dietro quella porta col suo fagotto su le spalle.

Un piccolo dottorino biondo, elegante nella sua tonaca bianca, attendeva.

Quando l’uomo ebbe svolto il suo involucro pieno di patimento umano, il medico disse:

— Va bene. Difterite crupale. Da quanti giorni?

L’uomo cominciò a raccontare:

— Questo mio bambino è stato sempre bene. Cinque giorni fa disse che gli faceva male la gola, e parlava con una certa voce e poi scottava come il fuoco: noi gli abbiamo messa una pappina di farina, perchè credevamo che non fosse niente.

— Sì, sì, ci vuol altro che la pappina — fece il medico. — Presto, presto! Oh, ma avete il certificato di povertà?

L’uomo era tutto un certificato di povertà. Però disse sbarrando gli occhi:

— Quale certificato di povertà, signor dottore?

— Come? non lo sapete? Senza certificato di povertà non si fanno iniezioni. Il regolamento parla chiaro.

[263]— Ma io non sapevo….

— Le solite! Ma l’ignoranza della legge non è ammessa per legge: lo dovete sapere.

— Ma per carità! ma questo mio figlio muore!

Il piccolo dottore fece un gesto con cui si dichiarava molto dolente.

— No, non muore! — Disse poi: — Invece di far tante ciarle, fate presto, andate in Municipio. Dev’essere ancora aperto: fatevi rilasciare un certificato di povertà, e poi tornate.

L’uomo rimase come attonito. L’altro ripetè:

— Presto!

Allora colui ricoperse il suo involucro nello sciallo.

Quando si ha un grande dolore, l’uomo spesso diviene insensato e corre dietro agli ordini delle parole che gli sono dette. «Fermati! va! ferma! bevi! ammazza!» E l’uomo compie tutte queste cose, quasi automaticamente.

Colui corse, come pazzo, al Municipio.

Erano ormai le quattro. Le vie nell’ora del vespero si ripopolavano lietamente.

[264]Giunse al Municipio. Gli uffici si chiudevano lentamente ed inesorabilmente.

Ad un impiegato, che scendeva le scale, domandò:

— Un certificato di povertà dove si fa? Da chi si va?

Tremava tutto. Scoprì il suo involucro e apparve la testa rantolante del bimbo:

— La difterite — disse rabbrividendo.

L’impiegato che aveva dei figli, forse, fu preso da terrore; e, senza rispondere, fuggì via. L’uomo lo riguardò fuggire e poi risalì le scale vuote e consunte: girò a caso pei corridoi degli uffici. Essi erano deserti: le porte, pesanti, erano chiuse.

Le tentò ad una ad una.

Un custode lo vide; e corse pesantemente da lui.

— Ohi, galantuomo, cosa fate qui? — gridò.

— Un certificato di povertà! Dove si fa?

— Ma a quest’ora? I certificati di povertà si rilasciano dalle dieci alle tre. Adesso sono le quattro. Tornate domattina.

— Ho bisogno per i fori! — E mostrò il suo piccino. — Senza certificato, il medico non fa i fori.

[265]— Capisco! — disse il custode. — Ma adesso come si può fare? Se si trova anche l’impiegato, dove si trova il sindaco per la firma?

E lo spinse dolcemente fuori, giù per le scale, un poco per volta. Ed egli ubbidì alla mano che lo spingeva, perchè quando si è vinti da un grande dolore, si ubbidisce alla voce che ci comanda, alla mano che ci spinge.

Era l’ora dell’avemaria.

Allora l’uomo ritornò all’ospedale. Il corridoio era più lugubre di prima. La folla degli infermi era grande. Il miserabile fece per entrare da quella porta dove vigilava il custode contro la folla.

Gli gridò appena lo vide col suo alto fardello.

— Non si può: c’è il suo turno. Non ci sei stato prima?

— Voglio entrare.

— Ti dico che non si può, boia d’un contadino.

— Sono andato via per il certificato.

— Hai il certificato?

— È chiuso il Comune!

— E se è chiuso, che colpa ci ho io? Sono io il sindaco? Torna domattina.

[266]— Ma se muore?

— Ma va là, che non muore! E se muore, non è la provvidenza?

L’uomo non rispose nulla, ma domandò alla folla con voce da fare rabbrividire:

— E non si vede che sono povero? Perchè ci vuole il certificato?

Disse uno dei miserabili della folla:

— Perchè la legge la fanno i signori. Loro sanno fare a scrivere!

— Ma se non c’era questa legge prima!

— L’ha messa il direttore nuovo per fare economia. Andate di là, che la vedrete l’economia! Tappeti per terra, i fili della luce, i fili per parlare, i mobili rossi, verdi, bianchi. Ma chi paga il lusso sapete chi è? Il sangue dei poveri.

L’uomo ascoltava quelle parole come se venissero da un altro mondo.

[267]
*

Il signor direttore delle Opere Pie, il commendatore X*** aveva quella notte, come il solito, giocato la sua regolare partita a «bestia» sul tavolo verde del casino dei nobili, cioè dei galantuomini, come si diceva colà.

Egli era una savia, garbata, assennata, distinta persona; nemica degli abusi, amica del regolamento; e, dopo cena, amica della partita a «bestia». Ma, anche nel giuoco, era uomo molto ordinato. Quando aveva perso un marengo, smetteva. Quella sera aveva vinto cinque marenghi e perciò era rimasto. Il caffettiere del Circolo aveva fatto venire una cassa di vera birra tedesca, birra scura e birra chiara. Il commendatore aveva bevuto molta birra chiara, assicurando che essa era precisa, identica a quella che si può bere a Milano, a Monaco, a Vienna. Egli era stato a Milano ed anche a Vienna; ed anzi in quella città aveva imparato l’ordine ed i regolamenti.

[268]Uscendo — erano le due dopo mezzanotte — la luna disegnava con un zig-zag netto, la linea dei comignoli e dei tetti a mezzo della vecchia strada deserta.

— È freschetto! — disse il commendatore ed infilò il pastrano di mezza stagione. Coll’amico, che lo accompagnava, parlò di molte cose piacevoli, della birra che si beve a Milano ed a Vienna, degli «shops» di terra che il caffettiere doveva far venire insieme alla birra, «perchè è un fatto — commentava con la blanda sua voce — che se tu bevi del vino in una tazza da caffè, o del «vermutte» in un bicchiere di vino, ti pare, io non so che cosa sia, che abbia un altro sapore». Poi parlò della «bestia», che è un bellissimo giuoco, ma ci vuole prudenza e metodo; poi della luna che era bellissima anche lei.

L’amico si staccò dal commendatore. Costui percorse un vicoletto stretto, dove non batteva la luna, e levò il chiavino di casa.

Un’ombra gli si levò di contro.

— Che cosa volete voi? — domandò il commendatore arretrando.

L’ombra non rispose. Si abbassò. E nel [269]punto stesso con un impeto furibondo si lanciò con una lama, e la sprofondò nel ventre del benemerito signor direttore delle Opere Pie.

Allora l’assassino disse una parola sola:

— Ecco la legge!

Perchè quando l’uomo è vinto da un grande dolore, qualche volta arma la mano e colpisce.

Bellaria, 1912.

[273]
IL SOGNO DEL NATALE.
Non c’era la luna in quella notte, ma le stelle erano così accese e la neve tanto bella e bianca che si scopriva ogni cosa lontana come fosse stato di giorno.

Tutte le case dormivano in quella notte sotto la neve; solo la gran casa degli avi — la quale per molto tempo era stata deserta — vegliava in quella notte e splendeva nella valle. Tutte le finestre erano illuminate, e le porte gettavano un raggio di luce per la neve e per il bosco affinchè gli ospiti non ismarrissero la via.

Nella sala di quella dimora le fiamme rodevano un grosso tronco di faggio sugli alari; la mensa era imbandita signorilmente e ogni cosa diceva che quella era la notte del Natale, che porta la pace ai cuori e la giovanezza all’anno.

[274]
*

Gli avi sedevano davanti al focolare.

Egli disse, arrivando con la mano ai capelli di lei:

— Ma sai tu, vecchia amica, che i tuoi capelli, benchè siano tutti bianchi, sono ancora belli? Dovevi avere trecce ben meravigliose, amica!

— Troppo tardi te ne sei accorto, — rispose ella sorridendo. — Di fatto erano assai belle ed ammirate. Io però le pettinavo le belle trecce solo per te, ogni mattina nella stanza piena di sole, con un pettine d’oro; ma, ohimè, tu in quel tempo eri assorto fra i libri per ricercare la Causa causante. Io non so se tu l’abbia trovata la Causa causante in tanti anni di studio: ma so che i miei capelli hanno fatto il loro viaggio verso il paese delle nevi, la primavera e il sole sono discesi alla loro fine, e tu amico non te ne sei accorto; e solo adesso li baci i miei bianchi capelli, che non hanno più vita.

— Sì, credo anch’io, — egli rispose, — che [275]del tempo che Dio distilla con le sue preziose mani per noi, si poteva forse fare un uso migliore!

— Ve lo diceva io, bel signore? Adesso mi date ragione? Richiamate alla vostra memoria, di grazia, quante volte io battevo al vostro uscio:

«Chi è? cosa c’è?» domandavate con voce burbera.

«Niente: sono io, la tua sposina.»

«Che è, cosa vuoi?»

«Niente: c’è un bel sole fuori; andiamo a spasso col nostro bambino?»

«Non ho tempo; non mi disturbare; tu interrompi le mie ricerche su la Causa causante.» Voi rispondevate proprio così, bel signore, ve ne ricordate? E a pranzo? Vi assicuro che la vostra tavola era imbandita assai finamente perchè nulla sfuggiva alle mie cure. Ma voi mangiavate come trasognato.

«Balliamo, amico? facciamo a chi ride di più?»

Io, ti volevo dopo il pranzo dire queste parole, tanto era allegra allora, e ti voleva buttare le braccia al collo: ma le tue orecchie e i tuoi occhi parevano rivolti di dentro, e non mi avresti nè udita [276]nè veduta! E questo non durò un giorno; ma molte generazioni di rose ebbero il tempo di rinnovarsi mentre tu ricercavi la Causa causante. Suvvia ora non lagrimare, le lagrime dei vecchi corrodono l’anima! oggi è giorno di festa e, se vuoi, fa onorevole ammenda: bacia le mani alla tua compagna fedele.

Egli le baciò le mani e trasse a sè quel volto che contemplò a lungo con le palme aperte: — Ecco, — disse, — attraverso le rughe io distinguo le linee del viso tuo giovanile, quand’io me ne innamorai. Chiudo gli occhi e ti ricontemplo ancora.

— Allora c’erano molte rose su la terra. Il sole faceva cantare le cicale, e la luna i rosignuoli, — disse ella melanconicamente.

*

Mentre così ragionavano e le fiamme del fuoco aprivano i molti involucri di cui le primavere involsero ogni anno il tronco del faggio, e crepitanti si staccavano, si velavano, si incenerivano; suonò [277]un allegro riso; una corsa, uno strepito di ruote leggere rimbombò pel corridoio.

Ecco arrivano, arrivano gli ospiti desiderati e pianti!

Entrò nella stanza una carrozzella da bambini sospinta festosamente da una giovanetta il cui volto pallido e ridente era ravvolto in un nero sciallo; e il volto e lo sciallo e la carrozzella erano madidi per la brina della notte gelida.

— Lucia! Lucia! sei anche tu, piccola Lucia, tornata sotto il tetto dei tuoi padroni? — dissero i due vecchi movendole incontro, — chi porti tu?

— Il piccolo bambino io porto, miei buoni signori: ma non lo destate per pietà: esso dorme. Lo abbiamo bene coperto, così bene coperto che non si è risentito per tutto il viaggio. Ma vi prego di non destarlo. Esso è ancora assai pallido.

— E loro non vengono?

— Vengono: siamo partiti insieme e saremmo arrivati insieme; ma la signora è assai disperata: ogni tanto si butta ai ginocchi di lui e dice che non merita il suo perdono e non vuole entrare in questa casa perchè dice che non è degna. [278]Lui la solleva allora, le dà il braccio; e allora il figliuolo, giovinetto di dieci anni, le dice: «Mamma, se andiamo avanti così arriveremo che sarà già il mattino e il fuoco sarà tutto spento!» Allora lei si alza e cammina. Per non farvi attendere troppo, mi hanno pregata di precederli. Io ho visto dal monte la fiamma del focolare e ho fatto una gran corsa sino a qui. Permettete, miei buoni signori, che mi riscaldi, che mi riposi, che mi sieda qui vicino a voi.

I vecchi fecero sedere la piccola Lucia vicino al focolare, la chiamarono ancora per nome, le tolsero lo scialle nero, le lisciarono i capelli: le domandarono poi se il piccolo bambino sapeva ancora la canzone della nonna, quella canzone lunga come una litania, senza senso come una cosa vera, che faceva ridere i genitori e piangere i nonni.

— La sa ancora la vecchia canzone, — rispose la giovanetta, — anzi la cantò in principio del viaggio prima di addormentarsi: allora mi sono messa a cantarla io, con grande allegrezza perchè ero certa che voi mi avreste accolta ancora benevolmente, come avete fatto in verità. Ma [279]poi ho avuto paura della solitudine della notte, e la canzone si è mutata in pianto. Io era certa che voi mi avreste perdonata e di cuore; ma per mio conto vi prometto che per l’avvenire sarò buona ed ubbidiente. Non alzerò più le spalle, non porterò più via nulla dalla casa, non sciuperò, non getterò nell’immondezzaio le provvisioni per dispetto, non farò più all’amore coi passanti, nè lascierò che il fuoco bruci le pentole. Lo giuro che farò tutto questo per l’avvenire. Come ho fatto per il passato ad essere cattiva? Non lo so: ecco tutto. Si è cattivi perchè si è cattivi, senza saperlo. Signor padrone, lei che studiava tanto, mi dica se è vera questa cosa che una vecchia strega del mio villaggio mi raccontava, cioè che ognuno di noi ha un demonio che viaggia sempre con noi e ci butta delle tenebre intorno a noi, come fosse del fumo denso. Noi facciamo con le mani grandi sforzi per mandar via quel fumo, ma appena cominciamo a vedere uno spiraglio di luce, ecco che il demonio ci butta ancora sul volto dell’altra caligine, ancora più densa. Se ciò è vero, il Signore e la Madonna male provvidero alla nostra natura.

[280]
*

Allora entrò nella stanza un uomo giovane ed una donna ancor giovane e bella, ed un giovanetto era con loro.

Ma ci volle molta fatica perchè la giovane donna avanzasse sino ai due vecchi, davanti al focolare.

Le facevano i due vecchi segni di benevola accoglienza e la supplicavano di non ricordare antiche storie, dolori passati. — Tutto è dimenticato, figlia, e tutto è perdonato. Pensiamo all’avvenire, non rattristiamo gli anni che rimangono — dicevano.

Ma la giovane sposa faceva di no con la testa e finalmente disse:

— Se volete che stia qui, che non torni via ancora per quella porta aperta laggiù, concedetemi che come una povera pazza io mi sieda per terra ai vostri piedi: ecco così. Ma prima guardatemi bene nel volto: fissamente, guardatemi.

Io piango lagrime di sangue tuttavia; eccole, le vedete? e il linguaggio umano [281]non ha composto parole che possano esprimere il mio pentimento per il male che io vi ho creato. Ve ne supplico guardate le mie lagrime attentamente e le troverete di sangue. Io sono fuggita da questa casa che mi accolse come nuova figlia, ho abbandonato il marito e i figliuoli, ho affrettato il tempo della vostra vita. La casa che la nuora dovea rallegrare, è stata ottenebrata da me. Io ho tolto a lui, che mi diede la fede e il nome, le energie della vita; egli invecchiò per mia colpa, prima del tempo. Vi sono pene per questo delitto? Potrò io ridare a lui la sua vita? Dunque lasciatemi stare per terra: così.

Sorrise il vecchio e disse: — Questa è la notte del Natale e noi vi preghiamo, cara figlia, di asciugare le lagrime e di consolarvi. Credetelo: le lagrime corrodono la bellezza più del vetriolo, e i figliuoli che ricordano di aver visto piangere il padre o la madre, portano nella loro vita il sottile veleno della tristezza, che è come il velame di alcuni infermi per cui la luce del sole non arriva sino alle loro pupille.

— Io vi vorrei spiegare, — ella disse, — con [282]le parole e le lagrime, quanto grande sia il mio pentimento e quanta la riconoscenza per voi, che mi avete perdonata. Asciugherò il mio pianto e comanderò al mio volto di essere lieto. Io farò questo soltanto per fare la vostra ubbidienza, ma non crediate, se per l’avvenire mi vedrete lieta, che ciò sia perchè io abbia dimenticato le mie colpe e la vostra bontà. Del resto la leggerezza del mio passato vi autorizzerebbe a non credere così. Io voglio quindi spiegarmi in modo reciso. Ascoltatemi!

Risposero i vecchi: — Vi preghiamo di no. Quando le anime si intendono le parole diventano inutili: esse sono un semplice suono che fa perdere molto tempo e spesso non servono che ad aiutare la nostra malignità. Vi ricordate, figliuola, per quanto tempo ci siamo offesi scambievolmente? Eppure eravamo convinti di ragionare; e non ci accorgevamo che il tempo passava. In altre parole, dei due doni che il Signore ha dato agli uomini a preferenza degli altri animali, la parola e il sorriso, consideriamo il primo come un beneficio da usufruire con grande cautela e invece godiamo senza risparmio del [283]secondo: io voglio dire del sorriso. Sorridete, bella figlia, nella gioventù vostra a noi poveri vecchi: le nostre povere labbra si sono con gli anni curvate in giù, e le rughe crudeli le tengono ferme e impediscono di sorridere. Ma voi, cara, su cui splende il sole dei trent’anni tuttavia, oh, ridete! fate risuonare queste stanze di risa, e quando la primavera richiamerà alla vita i fiori sepolti della valle, cantate le vostre canzoni migliori. Nasceranno figli più floridi e meno pensosi.

Così concluse il vecchio che aveva consumato il suo tempo a cercare la Causa causante, e trasse su di sè la bella e dolente donna cui il marito reggeva la mano, e le diceva: «Sorridi!» ed ella sorrideva fra le lagrime.

*

Disse allora l’ava: — Ecco il gatto nero con la coda riccia che entra: esso ci annuncia con la sua solita maestà che i nostri cuochi e i nostri servi hanno allestita la cena del Natale. Venite a vedere come [284]risplende la nostra cucina. Faremo così ogni giorno da ora innanzi: è vero? — E poi si volse al nipotino che se ne stava tutto pallido davanti al fuoco e disse:

— E voi, caro piccino, che con le vostre bizze guastavate quell’ora di riposo che si dovrebbe godere a tavola, la mangerete tutta la minestra questa notte di Natale, senza sporcar la tovaglia, senza rovesciare il vino?

— Oh, mia bella nonna, io mangerò così bene e starò così zitto come se non ci fossi nè meno.

— E attenderete, signorino, senza impazienza i dolci sino alla fine del pranzo?

— Certo, mia bella nonna, specialmente se i dolci saranno buoni.

— Caro piccino, — disse la nonna, — altro che buoni! pensa che li ho voluti fare io con le mie mani: ci ho pensato tutta la notte per tanto tempo e mi sono ricordata di tutte le cose che ti piacevano. Anche un piatto di crema, — aggiunse l’ava sorridendo ai figli, — è qualche cosa nella vita, se vale a renderci senza colpa piacevole qualche fuggevole istante: ed io vi assicuro, figliuoli miei, che ho messa ogni cura nel prepararvi la cena del Natale.

[285]— E dopo il pranzo che cosa faremo, nonna mia?

— Dopo il pranzo, bambino, orneremo di frondi questo antico focolare. Vedi come è grande e ci vorrà molto tempo. Lo adorneremo di alloro e di mirto e ci riporremo i doni per il tuo fratellino che dorme.

— Così domattina — disse il giovanetto — all’alba egli si desterà, e noi ci leveremo e lo seguiremo fino a qui per ammirare i belli e preziosi doni che le Fate della Vita portano ai bambini buoni la notte del Natale?

— Così certamente faremo.

*

Questo è il sogno della dolce, irrevocabile Vita che molti morti sognano sotto terra la notte del Santo Natale, quando la notte è nera, ma la neve è così bianca che tutte le cose, anche quelle che gli nomini non videro in vita, traspaiono come in lucente cristallo.

Natale. 1900.

NOTA

1. Questa novella fu scritta assai prima della guerra! Tutti i rapporti economici sono oggi spostati.