Io cerco moglie! Romanzo by Alfredo Panzini

ALFREDO PANZINI

Io cerco moglie!

ROMANZO

MILANO

Fratelli Treves, Editori

1920

17.º migliaio.

――――

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Milano. — Tip. Treves

DEDICA.
Questo romanzo fu scritto negli anni 1916-17, per sollevare il pensiero dalle tristezze della guerra.

Fu pubblicato nella rivista, La Lettura, dal 1º maggio 1918 al 1º marzo 1919, con qualche colpetto di soppressione su le punte più ardite.

Si stampa ora in volume con non pochi emendamenti; ma non sarà mai emendato abbastanza da essere accettato nelle nobili sale della Letteratura.

Ciò mi fu detto, a voce e per iscritto, da amici, da critici e da qualche mia cara amica. A tutti io sono grato; e nell’emendare il libro, ho tenuto conto delle osservazioni, sì benigne, sì anche maligne, che mi furono fatte.

Volevo dedicare il libro a qualcuno di questi miei critici, ma ho pensato che si sarebbe avuto a male di simile dono.

E allora, ecco. Questo luglio, all’ufficio postale di Bellaria (un ufficio fantastico dove si attende di fuori la posta, facendo lunghe conversazioni) c’erano due signore, mamma e figlia, che tutte le volte che io arrivavo, mi guardavano con un sorriso di benevolenza, e direi di compiacimento.

Un po’ alla buona, mamma e figlia; ma così fiorenti e così sane che ricordavano le buone famiglie patriarcali di Romagna, ai bei tempi ospitali di una volta.

Un giorno, la mamma si fece coraggio e mi disse: «È lei quello che ha scritto Io cerco moglie nella Lettura?»

Io non potei dir di no, ma avevo un po’ di paura.

Invece la mamma mi disse: «Abbiamo riso tanto questo inverno».

E la figlia approvava con un simpatico sorriso.

Ciò mi ha fatto molto piacere.

Mamma e figlia non devono aver pratica con la Letteratura: io non ne so nemmeno il nome, ma spero che non se ne avranno a male se dedico a loro il libro con riconoscenza.

Roma, ottobre 1919.
IO CERCO MOGLIE!

CAPITOLO PRIMO. — IO!
Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da cui spira intelligenza e coraggio; capigliatura solida, denti solidi, tutto solido.

Questo sono io!

In questa valle di dolore e di lagrime ho l’onore di trovarmi bene.

Quando io viaggiavo ancora con la marmottina dei campioni, i clienti mi dicevano: «Voi, signor Sconer, fate molto onore alla vostra Ditta». In realtà la mia presenza è stata sempre molto distinta.

Peso controllato, kg. 80.

Ed ora passiamo all’esposizione morale. Anche il morale è molto favorito. Io sono uno spirito equilibrato e sereno, e questo mi piace, perchè la Fortuna dà le sue preferenze alle persone equilibrate e serene. Però non è vero che io sia così insensibile che se ricevessi una pedata nella sedicesima lettera dell’alfabeto, il mio volto non tradirebbe nessuna emozione. Questa è stata una volgare facezia di Lionello.

Certamente non sono eccitabile. Gli individui eccitabili vivono poco. Achille, personaggio eccitabile, è morto giovane. Questa sentenza si legge nel libro di réclame della nostra Ditta: Come devo preservare la mia vita.

La parte scientifica del libro è stata affidata al dottor Pertusius; ma la parte morale è di mia creazione.

— Realmente — mi osservava il dottor Pertusius — gli individui eccitabili, sensibili, vivono poco, oltre che vivere male, perchè sperperano troppa energia vitale.

— Allora diciamo vitalina — dico io.

— Ma la vitalina non esiste! — dice il dottore.

— Non importa, la creiamo noi: vitalina, alcaloide della vita, produzione della Ditta.

— È un bluff — dice il dottore.

— E per questo? Il bluff ha la sua ragione di esistere in quanto esistono le persone capaci di farsi bluffare.

Il dottore aveva scritto: evitate i dolori morali! Ed io vi ho aggiunto: «quando i dolori vanno a passeggio per il marciapiede di destra, non c’è motivo plausibile perchè voi non preferiate il marciapiede di sinistra».

— Ma lei — mi disse il dottore — non tiene conto che della sua sacra persona!

Rimango stupito dell’intonazione ironica.

— Ma questo è un dovere, caro dottore.

Una signora, mia cliente, mi osservava che il prezzo della mia Violetta ideale è un po’ caro.

— Mia signora — ho risposto — se io vendessi per meno, forse avrei più guadagno: ma le signore eleganti come lei diserterebbero il mio negozio: e se rivelassi che si chiama ideale perchè la violetta non c’entra, ma c’entra il catrame, la comprerebbe lei?

— Lei è poco onesto! — mi dice la signora.

«E lei che vende la sua gallina anziana per pollastrina novella, è forse onesta?»

Questa era la risposta da dare se non fossi un gentleman. Ah, sì! Io sono anche troppo scrupoloso; e quando penso a certi tremendi uomini d’affari, non posso a meno di dire a me stesso: «Tu, Ginetto, sei un modesto sì, ma perfetto galantuomo,» che è sempre una bella qualità.

Quando poi penso che venti anni fa sono entrato in commercio senza l’esposizione di un centesimo, ed ora sono gerente della Società in accomandita X*** e Compagni; sono consigliere di amministrazione dell’anonima Y***, e come tale dispongo di molta influenza personale per operazioni di credito, non posso a meno di dire a me stesso: «Ginetto, tu sei un bravo ragazzo!»

Una favorevole combinazione mi ha permesso, di recente, di essere proprietario di una palazzina di stile rococò, collocata in uno dei quartieri più moderni della città. I due piani superiori sono affittati a inquilini selezionati e tranquilli. Il rez-de-chaussée, con annesso giardino, è riservato per me. Ho pavimenti tirati a lucido, salle à manger, stile renaissance, salotto stile Louis Kenz! La camera da letto è in istile impero con lettino di mogano, e annesso gabinetto di toilette, stile liberty. Sopra il letto pende un arazzo con la sacra famiglia, dipinta da un distinto pittore. La mia governante si chiama Desdemona. Essa è stata per tanti anni al servizio di una casa principesca, e il suo aspetto incute una certa soggezione. Benchè molto riservata, tuttavia si è permessa questa osservazione: — Lei, signor cavaliere, potrebbe formare la felicità di tante signorine!

— Voi ne siete convinta?

— Certamente, signore.

*

La regolarità è una delle mie qualità più notevoli. Esco di casa al mattino alle dieci, accuratamente sbarbificato; la cravatta, il colletto in ordine, perchè questo non soltanto è un dovere di una individualità distinta verso se stesso, ma è anche una necessità per chi ha molto personale alla sua dipendenza. Attendo ai miei affari, e alla sera rientro per il pasto nella mia proprietà. Quando guardo e tocco la mia proprietà, ho la perfetta sensazione di vivere. Spesso convito gli amici, fra i quali Lionello, che è un bel ragazzo, biondo anche lui e autore di libri assai in voga. Egli mi diceva giorni fa:

— Io non capisco: io sono uno dei pochi uomini di genio che siano in Italia; eppure non ho mai la disponibilità di mille lire.

— Vedi — gli ho risposto —, io e tu siamo due artisti, e abbiamo tutti e due la sensazione esatta del pubblico: tu gli dài i tuoi libri; io i miei prodotti. Io e tu guadagniamo: ma il denaro ubbidisce ad una sua legge, cioè rifugge da alcuni individui….

— Come sarei io —, dice Lionello.

— Press’a poco; e affluisce verso altri individui, benedetti da Dio.

— Come saresti tu —, dice Lionello.

— Press’a poco —, dico io.

— Facciamo cambio —, dice Lionello.

— Non si può, perchè bisognerebbe che tu ti mettessi dentro di me, e io dentro di te. Tu sei nato per consumare, e io per accumulare. Ma tu sei molto più felice del povero Ginetto, perchè tu, quando sarai morto, lascierai il tuo nome alle tavole immortali della gloria; e io, il mio capitale a chi lo lascierò?

— Lascialo a me —, disse Lionello.

— Perchè no, amico mio? Sono certo che nessuno, meglio di te, saprebbe farne un uso veramente simpatico; ma non si può, perchè tu, Lionello, morirai prima di me, perchè consumi troppa energia vitale. Io sono, invece, destinato a vivere almeno sino ai novantanove anni; e accumulare, accumulare, accumulare sempre, secondo la volontà del Signore.

II. — IL CONFLITTO DI DUE PROBLEMI.
Sì, non è improbabile che io campi sino ai novantanove anni, l’età stabilita dal dottor Pertusius per gli uomini equilibrati e sereni, che è poi quella stabilita da Mosè per gli uomini giusti. Dopo poi può accadere di morire, benchè sono di quelle cose che perchè io le creda, bisogna che le veda. Ammesso questo, mi faranno splendidi funerali: ma, e dopo? Dopo non si sa mai quello che ci può essere; e appunto per questo io tengo anche il mio bilancio morale in perfetto pareggio. Ma è certo che se io, Ginetto Sconer, avessi un erede che fosse come me, con il naso come me, con gli occhi come me, con il cuore come me, cioè equilibrato e sereno, io tornerei a vivere una seconda volta nel mio erede; e dal mio mausoleo sentirei questa simpatica voce: «Quell’eccellente uomo di mio padre, che mi permette di vivere felice come una cimice dentro una pelliccia!» Ma per avere un erede, bisogna avere un figlio, e in tale caso è necessario prendere moglie. Sì, è vero: le mie brillanti qualità mi hanno reso molto ricercato; e non poche persone hanno ripetuto quello che dice la mia governante: «Lei potrebbe, tu potresti, voi potreste formare la felicità di molte signorine». Però questa parola matrimonio non mi è mai piaciuta troppo. Mi ricordo che già Lionello mi assicurava che i casi di fedeltà coniugale, debitamente comprovati, che lui ebbe a deplorare (diceva lui «deplorare»), erano pochi pochi. Ciò è impressionante, non per la tragedia che io eviterei ad ogni modo, ma perchè comprometterebbe l’autenticità dell’erede.

Adesso poi che Lionello è passato a idee anche più moderne, mi ha investito con disdegno di male parole perchè io cerco moglie.

— Ma, amico mio — gli ho risposto — tu, come artista, ci guadagni ad essere — diciamo così — uomo del disordine; ma io, anche per ragioni d’affari, sono uomo d’ordine; e il matrimonio è un atto di deferenza verso la società, come, in certi casi, la redingote e il cappello a cilindro. E poi io cerco anche un figlio.

— I figli sono destinati per l’umanità! — esclama Lionello.

— Questo va bene per te — gli ho risposto — che senti l’umanità, ma io il figlio lo voglio per me.

Io gli potevo anche osservare che lui si mostrava ingrato, perchè nei suoi drammi aveva ricavato tanti begli effetti dal matrimonio; ma per delicatezza non glielo ho detto.

*

Se non che, da qualche tempo, il problema dell’erede si complica col fenomeno grandioso della mia gioventù che rinasce. Io che fino a qualche anno fa uscivo e tornavo a casa tranquillamente, ora sono turbato: mi fermo a guardare le belle fanciulle. Quante ve ne sono! Una volta mi pareva che ce ne fossero meno. Anche le fanciulle di tipo popolare, che camminano con passo di tango, agitando la borsetta con dentro lo specchietto, il piumino, il cartoccino del salamino, mi piacciono. E…. cosa strana!

Le care fanciulle si mutano in sensazioni di dessert: crema di panna montata, gelato di albicocche con labbra di fragole, ponce al rum con scarpette che fanno girare la testa. Oh, vezzose capinere, perchè bezzicate il mio tenero cuore? Vi sono certe testoline così bene accomodate che mi piacerebbe di spiccarle e averle per sopramobili nel mio salotto. Senonchè io che negli affari sono di una intraprendenza magnifica, quando mi trovo davanti al buffet della bellezza, divento di una prudenza vergognosa.

Queste fanciulle, come sartine, dattilografe, postelefoniche e altre signorine del genere, le escludo dal matrimonio per un semplice atto di buon senso: ma confesso che mi hanno fatto molto soffrire.

Anche quelle bruttine, vedute due volte, mi sono sembrate belle.

Disponendo nel mio salotto di un pianoforte Bechstein, ho voluto prendere qualche lezione di piano. Alla prima lezione la maestra mi è parsa insignificante, alla seconda significante, alla terza seducente, alla quarta pericolosa. Considerando però che questa signora ha una specie di marito di tipo molto equivoco, ho detto: «Ginetto, prudenza!» ed ho presentato alla signora una busta con dentro il contenuto per le sue prestazioni. Ma ogni volta che tocco il mio Bechstein, brr! vedo la maestrina con tutte le signorine che volano per il soffitto e mi guardano coi loro occhioni di porcellana.

Preoccupato per questa mia eccessiva sensibilità, ne ho chiesto al dottor Pertusius. Egli mi ha detto:

— È la conseguenza dell’età pericolosa.

— Diavolo d’un dottore! Ma l’età pericolosa non è quella delle donne sui quarant’anni?

— Anche degli uomini.

Questa è una cosa che non sapevo. Sì, riconosco: la nave della mia vita si è da qualche tempo allontanata dalla latitudine dei trenta anni, e naviga verso i quaranta, ma non è ancora arrivata a questi paraggi.

— E scusi, dottore, è pericolosa l’età pericolosa?

— Alquanto, perchè affatica il nobile organo del cervello, in cambio di altri organi automatici.

Considerando i rapporti di buona amicizia fra me e il dottor Pertusius, gli confido come a vedere certi colli nudi, quali usano adesso, che sostengono certe testoline così sentimentali, mi viene la voglia di spiccarli.

— Fenomeno sadico, — dice Pertusius.

— Fenomeno grave?

— Finchè non li spicca non è niente: ma vi sono di quelli che li hanno spiccati.

— Cosa vuole, dottore — dico io, — a vedere quella pelle rosea-verdolina come il pistacchio, messa in mostra, mi vengono i brividi.

— Faccia conto — dice lui — di vedere la pancia di una lucertola.

— Capisco; ma non si può.

— Ha ragione! — risponde gravemente.

— E a lei che è vecchio, non accade mai?

— Non indaghiamo!

Io mantengo verso i medici una benevola diffidenza, perchè a furia di studiare le malattie, finiscono per considerare la salute anch’essa come una malattia.

Comunque, anche per ragioni di igiene, bisogna che io cerchi moglie: una moglie che risponda alle esigenze dell’erede, e anche alle mie.

*

Ecco qui un elenco di signorine della buona società — si intende — quale io ho notato nel mio taccuino, che sarebbero state adatte per il mio matrimonio.

III. — ELENCO MATRIMONIALE.
Signorina A***, dote ragionevole, bella presenza, famiglia distinta, peso valutabile a vista, kg. 70. Oggi attraente, ma suo padre è enormemente obeso; sua madre, idem. Tendenza all’obesità. Si scarta per ragione di estetica.

*

Signorina B***: troppa licenza liceale: sa tutte le date a memoria. La sua fronte bombée rivela la sua intelligenza. Dice sempre: «Io sono nata per la penna». Diventata moglie, è capace di fare l’analisi sopra di me. Ah, no! Poi troppa fronte bombée e pochi capelli.

*

Signorina C***: domanda sempre: «Come mi trova? come mi trova?» e quando la si guarda, poi dice: «Cosa ha da guardarmi? Non sta bene guardare». Ride per niente. Una signora l’aveva incaricata di acquistarle un busto elegante come il suo. «Ma io non porto busto, — dice — io sono bella così». A una conferenza non ha fatto altro che ridere e criticare una signora perchè aveva le scarpe gialle. «Mettere in mostra quei piedi, grandi come due cassette da fiori, e con i sopratacchi di gomma!»

Quando esce per via, sbircia a ogni vetrina. «Mamà, la vestina butta bene? butta male? È dritto? è storto?» «Sì, carina!» Ma mamà non s’accorge che la figliuola è stupidella? Io, sì. E il mio erede deve essere intelligente.

*

Signorina D***: molto carina; ma troppo buona di cuore verso tutti quelli che sospirano per lei. Per questa sua eccessiva bontà è stata allontanata dalle scuole. Cara fanciulla, ma offre l’inconveniente che l’erede sarebbe il figlio, ma non la riproduzione di Ginetto Sconer.

*

Signorina E***; ricciolina, mingherlina, nominata «fior di pesco». La signorina B***, quella nata per la penna, le ha mandato a dire che fior di pesco si dovrebbe chiamare fior di zucca. Fior di pesco ha replicato: Libro di testo! La signorina nata per la penna, ha replicato: Bastone vestito! Fior di pesco ha replicato: Bastone vestito, ma fémmina! una cosa che lei non sarà mai! E poi adesso il seno non è più di moda. La signorina E*** possiede una eccessiva prontezza di linguaggio, e questa cosa mi impensierisce. Inoltre vuol sapere se io russo. «Tutti i mariti russano. Lo dice mamà».

*

Signorina F***, invece, cosa importa che sia bella come una testa del Murillo, quando non sa dire più di: «Ah, sì! Vedi mo’! Ma già!»?

Io non conosco questo pittore Murillo, ma le sue teste devono essere incantate, perchè lei è sempre incantata.

«Signorina, che cosa le piace? leggere, lavorare, far da cucina?»

«Mi piace far pulizia.» Ma la sua camera farebbe orrore alla mia governante Desdemona. La sua pulizia consiste nel brillantarsi le unghie, e, quando nessuno la vede, girare la mano per far andare giù il sangue.

«Signorina, che cosa legge? il bollettino della guerra?»

Leggeva la corrispondenza di quarta pagina.

*

Signorina G***: «si erge a somiglianza del perfetto stelo,» come dice Lionello, ma ha il torto di farsi vedere a passeggio in compagnia di sua madre, la quale era forse uno stelo anche lei, ma oggi è un archetto. Una fanciulla di buon senso dovrebbe evitare di farsi vedere con una madre che presenti un quadro disastroso della sua futura configurazione. E poi il figlio di Ginetto Sconer deve essere una quercia, e non uno stelo.

*

Signorina H***: figlia di un ingegnere architetto. È stata costruita con molta grazia da suo padre, nello stile Louis Kenz, da me preferito. Pare una bambolina, e si chiama Noemi. Porta i riccioli a tire-bouchon, come nelle vecchie stampe. Fa la svenevole, parla con una voce melliflua…. Ma queste apparenze ingannano: un giorno la ho sentita, nello studio di suo padre, che tirava su gli affitti a tutti gli inquilini delle sue case. Questa signorina ha delle buone qualità — dico fra me —; ma un altro giorno sento una voce stridula che rompe le pareti: «Fa alla svelta, fa alla svelta, fa alla svelta! Sai bene che io non sono figlia della pazienza. Sei un’idiota, una stupida! Ti tiro la ciabatta su quella facciaccia da mummia!»

«Pum!» «Ahi!» Era Noemi, nome soave, che parlava con la cameriera.

Questa signorina mi sembra pericolosa.

*

Signorina K***, figlia di un ricco industriale, mio amico. Ci siamo trovati insieme per più di una settimana all’hôtel X*** a Viareggio.

Non so come sarà d’inverno: ma d’estate va bene: è così vaporosa e fresca che pare di vivere accanto ad un gelato.

È un po’ distratta. «Signorina questo è suo?» La cameriera, il portiere, il paggetto dell’hôtel facevano un continuo domandare: «Signorina, questo è suo?» Dove si levava, lasciava qualche cosa: i guanti, l’ombrellino, le cartoline illustrate.

Io raccoglievo un fazzolettino col pizzo tutte le volte che andavamo a spasso.

«Ma, Clara, sta un po’ più attenta,» diceva sua madre. «Non fa niente, mamà,» rispondeva. «È vero, signor Sconer, che non fa niente? È così bello non ricordarsi di niente! Si perde qualche cosa? Ci pensa papà.»

«Sì, un pochino distratta — mi confidava la mamma. — Ma è tanto buona la mia figliuolina, e poi sarà tanto felice! Ella non si ricorderà mai domani di quello che è successo oggi». Era del resto una ben amabile compagnia da far dimenticare tutto, fuori che lei. Ella aveva persino promesso di ricordarsi di me. Ma un giorno in cui io, parlando delle mie conoscenze, ho detto che conoscevo Lionello, non ho avuto più pace.

«Davvero? lei conosce Lionello, proprio quello che scrive quei romanzi così sentimentali…? Ah, carino! Come è? È vero che è tanto giovane? che porta i capelli tagliati alla russa come Gorki? È vero che è tanto romantico? Gli scriva! Sì, sì; gli scriva che venga a Viareggio. Le giuro, Sconer, che dopo le vorrò molto bene».

Li chiama «sentimentali» lei, quel romanzi! La mia Desdemona, che ne ha letto uno, è rimasta scandalizzata.

*

Signorina K***; conosciuta in condizioni molto favorevoli perchè fresca da un disinganno d’amore. Il babbo volgeva in mente gravi pensieri: «In Inghilterra, in America, una mancata promessa di matrimonio si pagherebbe a caro prezzo.» Io poi adoperavo espressioni molto delicate per consolare la signorina, quando lei mi investì così: «Ma cosa è? Avete tutti paura che io mi suicidi dalla disperazione? che mi faccia monaca? Ma no! Quando avrò voglia, ne troverò un altro. Ecco tutto. Chiodo scaccia chiodo.»

«Lei crede, signorina?» «Ma certo! Una donna bella ne trova sempre di chiodi. Lei, Sconer, per esempio. Se volessi, lei mi cade davanti à quattre pattes».

Quasi mi si sedeva su le ginocchia, perchè così fa spesso su la scena l’attrice Clara de los Dolores.

Signorina affascinante, ma troppo impressionanti sono le condizioni da lei poste per il matrimonio: due anni di libertà coniugale, e col mio consenso. Enorme!

*

Signorina L***, conosciuta al Bristol hôtel. Erano i giorni del terremoto in Abbruzzi. Tutti sospiravano: «Che orrore! Ah, quanti morti! Bambini schiacciati!» Anche la signorina L***, seduta su di un sofà, sospirava: «Che orrore! Ah, quanti morti! Bambini schiacciati!» Senonchè, mentre diceva così, io la vedevo, riflessa in una specchiera, con la manina affaccendata a dare colpetti segreti per mettere a posto il drappeggio dell’abito. Pareva la mia Desdemona quando rovescia un bodino. Sbirciava con la coda dell’occhio nella specchiera, e mutava l’estetica del fianco: «Che orrore! Davvero? Bambini schiacciati!»

Essa è in posa anche quando è sola. Le ho chiesto il perchè, e mi ha detto: «Quando le stelle e la luna ci guardano dal firmamento, è bene assumere un’attitudine dignitosa». «Capisco, ma si vedono un po’ troppo le forme». «Ah sì? Perchè, le dispiace forse?»

Questa signorina è troppo estetica.

*

Signorina M*** di razza inglese, molto ladylike, molto ammirata nelle sale dell’hôtel delle Terme, dove beveva acqua. Ma chi faceva quel terremoto nella stanza vicina alla mia? chi cantava quelle canzoni molto allegre, anche se erano inglesi? Era la signorina M***. Beveva anche cognac, e faceva danze in libertà con una sua amica. L’Inghilterra è mal fida, benchè alleata.

*

Viene adesso la nota di quella signorina che mi ha fatto soffrire di più: la signorina N. Y., cioè New York, perchè di tipo americano. È italiana però; ed appartiene a quella classe distinta a cui appartengo io: suo padre, prima della guerra era esportatore in America di medicinali italiani fatti in Germania. Miss N. Y. è ricca, e si sente padrona del mondo. Ha vent’anni; statura sotto la media forse; ma è potente. È la sanità fiorente. Una vivacità gaia la trasforma. Sarebbe il tipo adatto per la confezione dell’erede. La sua voce, venata di erre parigino, sembra cantare l’inno della sua giovinezza. Ci ci! canta sui rami dell’albero della vita. I suoi genitori le lasciano una libertà un po’ americana. Ci, ci! L’ho vista a una fiera di beneficenza per la Croce Rossa, dove ha fatto sborsare anche a me cento lire. Ci, ci! L’ho vista di sera ad una conferenza futurista. Capiva tutto ed era entusiasta. Ci, ci! L’ho vista, sul ghiaccio, pattinare come un geroglifico. Ci, ci! L’ho vista al volante guidare l’automobile. Ci, ci! L’ho vista ai funerali del banchiere Rodh. Lei era davanti con sua madre, io ero dietro con suo padre, e si parlava di affari. Tranne casi imprescindibili come quelli del banchiere Rodh, io evito i funerali perchè mi pare che dietro una bara tutti siano pallidi, e ciò danneggia la salute. Ma Miss N. Y., anche vestita di nero, era splendente, Ci, ci! Esuberante creatura! La vita per lei è un albero su cui lei muta ramo, cioè muta toilette, e canta il suo inno: Ci, ci!

Parla bene l’italiano, ma al suo cane, un cane molto educato, parla in francese.

Ho avuto l’onore di ospitarla in casa mia, chè il babbo e la mamma volevano visitare il secondo piano, rimasto sfitto, della mia palazzina. In quella occasione siamo rimasti soli.

«Magnifico!» disse alludendo alla mia palazzina.

«Ah, sì!» risposi. «Palazzina dei conti Tornamali: oggi mia proprietà, miss N….!»

Ma vide una poltrona inglese; vi si sedette di un balzo, rimbalzò su, e poi si rincantucciò: «Si sta molto bene qui». Era di maggio. Ella portava un cappello fantasia di tulle, costellato di bolle nere, su la cui aureola spiccava il suo profilo, col suo nasino: l’abito di mussolina aveva sopraposti certi ricami di draghi e serpi, d’oro e di argento. Le belle braccia erano guantate di pelle bianca, le gambette erano tutte bianche, e protendevano ardite con le scarpette pur bianche.

Mi pareva uno scoiattolo orientale.

Mio Dio, possedere in casa questo animaletto prezioso! Se le allungo un braccio, mi balza sopra e si avvolge intorno.

Infatti balzò dalla sedia a sdraio, e fece ci, ci:

«Lei manca di una cosa, Sconer.»

«Io manco di una cosa?»

«Sì, lei non ha libreria.»

«Infatti.»

«Prenda nota!»

«Prendo nota».

Mi detta una serie di libri in off e in eff.

«Scrittori russi?» domando.

«Ah, molto interessanti i russi!»

Poi mi detta un nome che non riesco a scrivere.

«Rabindranath Tagore! Un poeta senza precedenti. Fa parlare un bimbo alla mamma in un modo delizioso.»

«E lei, miss N….» domandai con intenzione, «non penserebbe a far parlare un bimbo con la sua voce deliziosa?»

«Prendere marito? Già! Ma in Italia offre un grave inconveniente.»

«Quale, miss N….?»

«Che una girl quando prende marito, si siede.»

«Cioè?»

«Cioè non è più libera, non può più cercare, più flirtare, più saltare, più comandare, più fare quello che vuole. La libertà! Mi sposerei in America, dove, più tardi, si può anche divorziare, rimaritarsi, seguendo il proprio beneplacito. In Italia il matrimonio è un’istituzione che si regge sull’adulterio. In America su la libertà!»

In quell’occasione, se i miei affari me lo avessero permesso, sarei andato in America.

*

Signorina O***, terribile, e anche molto ricca. Dove aveva imparato a rovesciare gli occhi così? La tinta della sua pelle era prodigiosa; ma del tutto naturale: diafana! Pareva non nata come nascono tutte le donne, ma ricavata da uno scultore magico per entro la polpa di quelle pesche cotogne che sono gialline gialline. Vestiva con una personalità straordinaria; cioè sempre abiti di un colore diafano, sbiadito, intonato al colore della pelle. Io non so dire se era bella, perchè io ero mezzo stregato. «Nasconda quella lingua,» io le diceva, perchè ogni tanto lei metteva fuori dalle labbra la puntina della lingua: questa però non era diafana, ma rossa. «Nasconda almeno quelle gambe,» perchè lei aveva l’abitudine di mettere in esposizione le gambe, diafane ancora quelle, cioè con scarpette e calze di seta, sempre color diafano. «La turbano?» «Non mi fanno dormire!» Mi diceva nettamente: «Se mi vuole sposare, signor Sconer, approfitti finchè sono libera». Io la avrei anche sposata, ma è che essa era contro-indicata ad uno dei due fini per cui io intendevo di accedere al matrimonio. Lei non voleva avere figliuoli «perchè questa operazione rovina la pelle». Io volevo aver lei, ma anche l’erede. Lei sì, la potevo avere, ma l’erede no. «Sono i contadini — affermava — che si sposano per aver figliuoli».

Essa inoltre pretendeva come condizione di matrimonio che il marito facesse, ogni mattina, esercizi, per venti minuti, con manubri da venti chili.

Anche questa signorina mi ha fatto molto soffrire.

*

Signorina P***, che può essere bella o brutta, secondo che vi pare. La ho conosciuta in villeggiatura. Essa va sempre in bicicletta. Quando va a piedi cammina con passo sgraziato. Eppure è graziosa! Si può calcare su la testa il feltro di suo babbo, si può buttare — come fa — su le spalle la maglia della nonna, ma è elegante lo stesso. Ha denti di can cerviero, naso appuntito, mento appuntito, due occhi in punta nera: tutte queste cose in punta hanno una mobilità che producono il capogiro. È pallida come la cera, ma non è mai ammalata. Ha i capelli lunghi, ondulati, feroci, a cui fa fare i giuochi attorno alla testa come se fossero biscie. A tirarli, le arrivano sino al ginocchio. Ed è proprio vero! Come ha fatto ad avere una laurea se per studiare bisogna star fermi? Si vede che si può avere una laurea senza studiare.

Ma a sentirla chiamare dottore, mi fa un certo effetto…. Ha una sua voce fresca, aspra, saltellante, che non si capisce mai quello che vuol dire, perchè non conclude mai. Non si adira mai: tutt’al più manda un grido di gazzella. Cosa farà? Dove andrà? Come finirà? Non si sa! Eppure è assennata.

Non cerca: è cercata, ma se ne strafotte, perchè lei dice anche le parolacce. Eppure è damigella!

Subisce un fidanzato ufficiale: un giovane di ricca famiglia. Costui la segue a fatica in bicicletta. Lei lo chiama: «Idiota, idiotino, imboscato, imboscatissimo, figlio di papà». Lui è felice. Non mi pare una signorina adatta per il matrimonio, e glielo ho fatto garbatamente capire, presente il fidanzato. Risponde lei:

«Cosa importa? C’è lui che farà per casa».

«Io sono il suo cameriere,» conferma lui.

Io ho domandato poi alla signorina, così, un giorno che la incontrai, insieme col fidanzato, per un solitario viale del bosco:

«In confidenza, non è pericoloso perdersi tutto il giorno per le campagne col fidanzato dietro?»

«È innocente come l’acqua fresca — mi risponde. — Gli ho promesso un bacio per la settimana ventura. È vero che ti ho promesso un bacio?»

Dice il fidanzato:

«Ah, come deve essere sdegnato il Dio d’Amore a vedere quanto mi farai soffrire!»

«Meriteresti anche di più,» dice lei.

Risponde il fidanzato:

«Ah, è proprio vero, come dice il cav. Sconer, che tu non sei adatta per il matrimonio!»

«Tu, piuttosto, non sei adatto,» risponde lei. E a me dice in segreto: «Come faccio a sposare un uomo così timido? C’è una gioventù impossibile, ora! Sono tutti riformati. Dica lei, Sconer, posso cominciare a tradirlo subito? Ma che vuole? Io sono una buona ragazza, e fare il male con premeditazione, mi ripugna».

Io avrei potuto sostituire il fidanzato senza pericolo di complicazioni. Eppure sono rimasto timido anch’io. Perchè? Quel titolo di dottore mi ha dato soggezione.

*

Signorina P***, un bel tipo, e così anche sua madre. «Signor Sconer — mi dice sua madre — guardi!» «Che cosa?» «Non glielo posso dire. Ma non vede da lei?»

«No!» «Non vede gli occhi della mia bambina? Splendono! Io non so: è strano! Appena siamo in un luogo, dopo quindici giorni la mia bambina è proclamata la più bella».

In fatti è bella: una persona slanciata, elegante. Ma perchè la mamma la chiama: «La mia bella odalisca?» Dove ha trovato questa parola? Cosa crede mai che voglia dire? «Signore, signore, mi dice la mamma, ha visto?» «Che cosa?» «Un aeroplano di guerra». «Ne passano tanti!» «Eh, sì! — fa misteriosamente, chiudendo gli occhietti — ma lei non ha osservato una cosa!» «Che cosa?» «Che l’aviatore quando passa per qui, si abbassa sempre. E sa perchè? Per vedere la mia bella odalisca».

Anche lei, la sua bambina, dice: «Io non so, è strano! Appena sono in un luogo, sono proclamata la più bella. Dicono che io assomiglio a Lyda Borelli, dicono!» Descrive il suo corredo da sposa coi calzoncini corti, larghi, e i pizzi di vera valenciennes: descrive gli abiti che le ha fatto la famosa Abeille, il primo atelier di Torino, che ha tanti mannequins aristocratici, che insegnano anche la lingua francese. Si è fatto fare tutti abiti ieratici! «Adesso sono di gran moda gli abiti ieratici,» dice lei. Ma adesso non può portarli perchè è crocerossina.

«Se vedesse, signor Sconer, — dice sua madre — come le sta bene l’abito di crocerossina! Già le sta bene tutto! Quando passa per un reparto dell’ospedale, i feriti si rizzano tutti». Ma le altre crocerossine le hanno fatto una guerra spietata. Allora l’hanno messa alla stazione. Alla stazione ha distribuito le bibite a tutto un treno di prigionieri austriaci. Sua madre dice che il fatto è avvenuto perchè la sua bambina è tanto di cuore. Ma le altre signore dicono che è invece perchè non ha capito che erano austriaci. Il suo fidanzato è morto in guerra, e lei porta sul petto il medaglione col ritratto del suo fidanzato. Anche lei è molto patriotta.

«Un giorno — racconta la mamma — mentre eravamo a un five o’ clock tea, con tanti signori distinti, passa un corteo socialista. La mia bambina va alla finestra e sventola il fazzoletto bianco, rosso e verde e grida: Viva l’Italia! È stato in tutti noi un momento di terrore; per poco non scoppia una rivoluzione». Le altre signore invece dicono che lei aveva scambiato il corteo socialista per una manifestazione patriottica. Adesso che il fidanzato ufficiale è morto, ne ha tanti altri. «Il tale? il tale? il tale? Ma è di famiglia distinta? Crede lei, signor Sconer — mi domandano madre e figlia — che il tale sia di famiglia distinta?» Anch’io sono passato per ventiquattro ore per suo fidanzato ufficiale: una cosa molto seria, dico, perchè se lei descrive i suoi calzoncini coi pizzi di valenciennes, non c’è però niente da scherzare in quanto che lei avverte che ha un fratello che «sa essere gentiluomo e anche villano secondo i casi, e assomiglia a Maciste, quello dei cinematografi».

«Dove è questo suo fratello, signorina?» domandai un poco preoccupato.

«È al fronte!»

Un ragazzo abile! Appena scoppiata la guerra, ha avuto l’intuito commerciale di andare al fronte e ha comperato — chè le davano per niente — tutte le pelli dei buoi che morivano nei parchi o si ammazzavano per i soldati. Suo babbo era calzolaio, e figurarsi! Adesso hanno uno dei più ricchi scarpifici d’Italia.

La storia di quel fratello Maciste mi ha molto raffreddato.

*

Signorina Q***, non è patriotta, ma pianista. «Io sono ipersensibile» dice lei, e anche sua madre dice: «Poverina, la mia Mary è un’ipersensibile!» «Noi artisti — dice la signorina Mary — siamo di un’altra razza. Che m’importa della guerra? Che m’importa chi comanda e chi è comandato? Tra Salandra che ha dichiarata la guerra e me, cosa c’è di comune? Tra me e il Kaiser? Perchè immischiarmi nei loro litigi? Il Kaiser e il re dell’Ottentozia per me sono la stessa cosa».

Lei suona Moszkowski, Stravinski, Debussy, Ravel. Suona? Vorrebbe suonare, ma non può. Stende su la tastiera, racconta lei, le mani lunghe con le unghie di onice aguzzo, e poi accadono fatti strani, come anch’io ho visto un giorno che sono venute a provare il mio Bechstein. Comincia, e subito, dopo un po’, diventa pallida. «Impallidisce — mi avverte la mamma. — Sempre così! Ah, è terribile! Cade in trance». «Cognac!» dico io. Si rimette un po’ e dice: «Suonando, mi si vuotano le vene, i sogni mi sferzano, i capelli scendono per le mie guance come serpi di chimeriche meduse. La musica di Ravel, che io adoro, esaspera la mia sensibilità come un succhiello traforante: appena tocco i tasti, sento il magnetismo». Anche qui per l’erede non c’è da far nulla. E poi qui c’è un’esagerazione di sensibilità che può riuscire pericolosa.

*

Signorina R***, profumata al trèfle incarnat. Anch’io l’ho conosciuta. Si tratta di una fanciulla prodigio, così come vi sono i bimbi prodigio. Secondo altri si tratta di una fanciulla Sfinge. Lionello però che non ammette la donna Sfinge se non per gli imbecilli, la chiama Proteo multiforme. Essa è piuttosto piccolina, con un musetto tirato come un topolino, con due occhietti azzurri, fermi, un poco trasversali. Nella pettinatura e nel vestire è quasi monacale: ma ecco si leva in piedi, pare di elastico, si allunga e balla certe danze ieratiche sussultorie, che fanno rabbrividire, e anche imparare la storia, perchè sono le danze di Salomè, di Cleopatra, di Sibilla, di Santa Teresa. È molto giovane, ma la sua voce possiede certe inflessioni profonde come di donna matura, con la quale affronta qualsiasi argomento, anche di filosofia con quelli che se n’intendono. Viceversa — se le gira — è capace di rifare il verso e la smorfia di tutti: in dialetto, in francese, e anche in tedesco, secondo le persone: basta che le veda una volta. Come imita il teppista! Ha rifatto anche me! Questo è il suo genio comico, ma possiede anche il genio tragico, perchè recita certi versi francesi di Pelleas e Melisenda in modo da far paura. Questa signorina, messa sul palcoscenico, potrebbe raccogliere gloria e milioni a palate. Invece niente di tutto questo. Essa non ha altro desiderio che di essere amante amata di un uomo, e vivere in umiltà. Ma c’è una condizione: deve essere un magnifico amante! Tanti vorrebbero essere amanti, ma nessuno è magnifico. Lei domanda per amante l’uomo rude, l’Ulisside dalla gran mano dominatrice. Sinora non l’ha trovato. Però, uno studente di liceo si è suicidato per lei; un uomo serio con moglie e figli è impazzito; un capitano d’artiglieria è tornato al fronte con la testa sconvolta, e invece di allungare il tiro su gli austriaci, ha fatto un massacro dei nostri: poi si è sparato.

Io sono fuggito.

*

Ma ecco un avviso-réclame, in un giornale tedesco, mi presenta l’erede già confezionato. Christliches, Einziges Glück! Sehr nettes, ehrliches Mädchen, mit einem Kinde und sehr reicher Aussteuer, sucht einen ehrlichen Gatten, ecc., ecc. che vuol dire: «Famiglia cristiana, unica felicità! Simpaticissima, onesta fanciulla con un figlio e ricchissimo corredo, cerca un onesto marito». È il sistema tedesco del dumping.

IV. — FRÄULEIN VIOLETTA.
— Lionello — dissi un giorno — tu che fai morire tutte le tue meravigliose eroine, non te ne avanza nessuna che vada bene per me?

Lionello nei suoi libri fa morire tutte le donne di morte romantica. Le sue lettrici gli scrivono da tutte le parti: «Non la faccia morire, la salvi! È tanto cara, è tanto gentile. Non deve morire».

Ma lui è inesorabile: o in un modo o nell’altro le fa morire tutte.

— Tu sei un po’ idiota — rispose Lionello alla mia domanda.

L’ho pregato di spiegarsi.

— Le mie eroine — disse — o sono uccise o si uccidono per una necessità reclamata dal pubblico, il quale è schifosino come te; ma vuole la morale. Pare incredibile, ma è così! Ora anche tu capisci benissimo che non si può fare il dramma o il romanzo con la morale: senonchè quando io ho fatto morire le mie eroine, io le ho purificate; ed ecco fatta la morale; come tu con i grassi fetidi fai le tue saponette. Ma nella vita le mie eroine godono di ottima salute, sta pur sicuro!

— E allora prestamene una.

— Impossibile! — rispose Lionello.

— E perchè?

— Perchè nessuna delle mie eroine ti potrà mai amare.

— Perchè dici così, Lionello? Perchè mi avvilisci? Sono brutto forse io?

— No, amico, anzi sei un campione discreto; ma non hai quel tipo, sai, dell’uomo fatale, macro, mefistofelico, che disorienta la donna come una coppa di champagne, che la fa capitolare, che le fa dire: «Vigliacco, ti adoro…. To’!».

— E a te capita?

— Certo.

— Sei un genio, Lionello, — dissi tristemente.

— Lo so. Non hai nemmeno al tuo attivo uno di quei gesti che affascinano le donne: non so, un delitto passionale, uno scandalo estetico; non hai corso un raid, non hai vinta una coppa in una gara qualsiasi; non possiedi nemmeno una di quelle anomalie che rendono stuzzicante un uomo…. Per esempio, quello che vende i giornali sul corso, che è un nano: tutte le cocottes lo accarezzano, e le serve se lo rubano. Per di più, tu possiedi il più grave dei difetti per ottenere dedizioni incondizionate.

— Cioè?

— Amico, le belle donne amano gli uomini generosi!

— Sono generoso anch’io.

— A te parrà di essere: ma tu misuri, cioè ragioni. Ma ti pare che una bella donna che strapperebbe le stelle dal cielo per farsi più bella, possa amare te, uomo che misuri? Esse sono capaci anche di donar tutto; ma all’uomo che si mostra capace di buttar via tutto, la ricchezza non solo; ma l’onore, la vita. Ma a te che tieni immensamente alla vita, a te che non dormiresti la notte se perdessi qualche biglietto da mille al baccarat, a te che tieni in ordine il libro del dare e dell’avere, a te che hai lo scadenzario, io non posso fornire nessuna delle eroine dei miei romanzi.

— Mi atterrisci, Lionello; ma credo che tu ti sia formata una cattiva opinione di me: tu pensi che io sia avaro….

— Un po’ tirchio.

— No, Lionello. T’ho detto: io sarei disposto a nominarti mio erede universale; ma è, vedi, che io sono nato così: ordinato, metodico, previdente. E che colpa ho io se il denaro va a radunarsi sempre nelle tasche degli uomini metodici, ordinati, previdenti? È bello, vedi, leggere nei tuoi romanzi la vita fugace e folle di quelle donnine sperperatrici: capisco che debbano dare grandi soddisfazioni. I miei sensi ne sono perturbati. Mi piacerebbe anche a me di provare: ma poi metto in bilancio, e m’accorgo del passivo. Per me sperperare sarebbe una forma di suicidio. Vedi che Ginetto Sconer è un uomo sincero. Non ti pare, Lionello?

*

Ma due giorni dopo questo colloquio, vedo Lionello che precipita come un bolide nel mio studio.

— Sconer — dice — un caso eccezionale, un caso del tutto straordinario, del tutto convenevole per te.

Credevo che si trattasse di qualche affare, perchè in quell’ora (erano circa le tre del pomeriggio) io sono orientato verso gli affari. No! Si trattava del matrimonio. Ho dovuto — per così dire — togliere la comunicazione del centralino del mio cervello per mettermi in comunicazione con Lionello. Egli si impazientì; ma io lo pregai di accomodarsi.

— Sconer — cominciò a dire Lionello —, sai tu qual’è la più bella donna del mondo? Bada che esiste un plebiscito! Nicoletta, meglio nota sotto il nome di fräulein Violetta, perchè fu a Vienna che ella vinse le prime battaglie dell’arte.

Risposi a Lionello:

— Io non ho visto mai la faccia viva di fräulein Violetta: la ho vista al cinematografo, e la réclame di quella sua faccia stravolta che pare abbia il mal di mare, è impressionante.

— Come sei sempre borghese nelle tue espressioni! — disse con disprezzo Lionello. — È fräulein Violetta che dissolve la sua bellezza nella canzone dell’arte. — E proseguì: Conosci tu la storia di fräulein Violetta…? No?… Allora te la racconto. Fräulein Violetta proviene dalla lirica: anzi dal campo dell’operetta viennese. Di membra delicate, esile di vita, opalina di colore, minuta di lineamenti, calma, quantunque un po’ beffarda. Ma i suoi capelli neri, duri e forti come la coda di un cavallo di battaglia, testimoniano la energia psichica che si nasconde sotto quell’apparente delicatezza. Artisticamente parlando, essa è una creatura di eccezione, come diciamo noi. Essa è uno dei più esuberanti temperamenti che sappiano far vibrare l’anima delle folle, attraverso le eroine sentimentali e gaie di tutto un vastissimo repertorio….

— Fermati, Lionello! (Mi pare un periodo dei suoi romanzi).

—…. il suo canto era impeccabile, — proseguì; — pronto a tutte le inflessioni! Ebbene, ritorna da una tournée nel nuovo mondo, dove aveva eccitato la più grande ammirazione consolidando vie più la sua fama, quando improvvisamente….

— Fu silurata da un sottomarino tedesco.

— Peggio, amico. Perdette la voce. Che cosa doveva fare? È diventata artista di cinematografo. Studiò la grande arte muta, e con la perseveranza di chi vuole arrivare ad una mèta di gloria, con volontà ferrea, con la coscienza sicura e severa delle necessità artistiche, spiccò il volo, con ali d’aquila, verso le eccelse vette della tragedia. Sai tu, Sconer, come è stata definita Nicoletta da un grande scrittore francese? Toutes les femmes dans une femme. Sai come la ha definita il poeta Flebis? «L’universo rinchiuso in una guaina di chinchilla», perchè allora eravamo d’inverno. È la donna dinamica per eccellenza! In lei stanno raccolte le mille assise della femminilità, Thais e Salomé; Nanà e Giulietta: ella rivive tutte le creature del genio e vibra nei molteplici aspetti dell’amore, dell’odio, della voluttà, della gelosia: felina, raffinata, dolce, implorante….

— Tu mi cominci, Lionello, un altro dei tuoi meravigliosi periodi.

— Sai tu cosa guadagna Nicoletta, cioè fräulein Violetta? Più di tutti i poeti italiani, compreso Dante.

— Questo lo credo, — risposi.

— Sì, vedi, perchè fräulein Violetta, sotto apparenze anarchiche, nasconde un genio pratico di primo ordine, come ti è dimostrato dal fatto che essa riesce a mantenere il primato in mezzo a un’enorme concorrenza. Ora tu saprai la leggenda che corre sul conto suo: leggenda che ha il sapore dell’assurdo, ma così è. Dimmi, Sconer, tu hai mai veduto fräulein Violetta quando agonizza nell’estasi dei sensi? Non hai mai visto Voluttà, interpretata da fräulein Violetta? Ebbene, essa è Vestale!

— Cioè?

— Cioè di quelle donne antiche, che se non erano di prescrizione, venivano sepolte vive.

— Vergine?

— Press’a poco. Pensa, Sconer, questa donna, che ha sverginato diverse generazioni di adolescenti, è vergine! Cioè passa per vergine, che è lo stesso. «Non vi vergognate, fräulein Violetta, — le abbiamo detto — di questa leggenda che corre sul vostro nome?» «Voi conservate vostro pulcellaggio?» domandò il poeta Flebis che segue in arte le forme tradizionali. «Voi catafratta?» Pensa, Sconer, una donna che in apparenza è di velo, e in sostanza è coperta di piastre come una dreadnought!

«Voi lo fate per réclame» le abbiamo detto anche. «Può darsi» ha risposto. «È una originalità che vi fa torto, fräulein Violetta». «Voi dovete esser fornita di una insensibilità di pietra…!» «Credete?» disse con ambiguo sorriso. A me poi, come a fratello in arte, essa ha confidato che realmente la cosa si impone per non sciupare la linea. E poi è anche un mezzo di difesa. Essendo cosa notoria che è vestale, può rifiutare ogni uomo. Sai che la sua condizione è terribile? Riceve pacchi di lettere come una sovrana; e alcune impressionanti di gente che ha perduto la testa. Ebbene, Sconer, ora ti dico una cosa che è anche più meravigliosa della leggenda: fräulein Violetta ha annunciato da qualche tempo l’intenzione di prendere marito. Una cosa che ha scandalizzato tutti noi. Ma così è. Si è precipitata una mezza dozzina fra blasonati, banchieri, milionari. Respinti! Ci siamo presentati noi artisti, poeti. Trattandosi di fräulein Violetta, si poteva fare eccezione. Santamaria, che è architetto, si è persino offerto di costruirle un grattanuvole in istile assiro-babilonese dove lei potrà approdare col suo velivolo. Siamo stati respinti, con bella grazia, ma respinti. «I poeti, gli artisti, gli uomini di genio in genere — ha detto — sono miei buoni amici, ma il mio ideale di marito è un altro». Avrebbe tutt’al più fatta eccezione per il poeta Flebis, ma unicamente — è etico — per sentimento di umanità. «Tanto voi, caro Flebis — disse Nicoletta, — dovete morire, e io vi potrei abbreviare l’esistenza, facendovi spirare sopra il mio seno. Comporreste la vostra lirica migliore».

— Così brutale?

— È una sua specialità la brutalità. Ebbene, amico mio, c’è una terza cosa anche più stupefacente della sua verginità, del suo matrimonio; ed è che l’ideale di marito per fräulein Violetta, sei tu.

— Io?

— Sì, tu: Violetta ha dichiarato che sposerà solamente un uomo di perfetto tipo borghese.

«Un vile borghese?» abbiamo esclamato noi. «Sì, — ha risposto fräulein Violetta, — un vile borghese, ma ordinato, equilibrato, purchè sia fisicamente tollerabile e capace di farmi molti figli». Tu sei capace, è vero, Sconer? «È inaudito» abbiamo detto tutti noi. «Ma voi — dico io — volete ricostituire la famiglia cristiano-borghese! Voi vi volete dare alla pollicultura!» «Così è!» ha risposto fräulein Violetta. «Ma questo è uno snobismo di nuovo genere, mia cara!» «Nicoletta — ho esclamato allora — se voi avete deciso proprio così, io ho trovato l’individuo che va bene per voi». E ho pensato a te, Sconer. Mi sono alzato prima del solito e, come vedi, sono venuto da te.

Rimango esterrefatto.

— Pensa, — mi dice Lionello, — alla gloria che verrà sul tuo nome.

— Io non sono letterato — rispondo — e non ci tengo.

— Allora al vantaggio che verrà alla tua Ditta. Tu lanci subito un articolo alla fräulein Violetta, e tu sei celebre.

— Questo è vero!

— E poi pensa che Violetta è ricca, molto ricca.

— Sì, ma chi ha fornito tutta questa ricchezza?

— Tu no, certo, anima esosa, anima avara; ma chiunque ha il culto della divina bellezza. Esiste cosa superiore alla divina bellezza? No! Esiste un piacere superiore a quello che può dare una bella donna? No! E allora una bella donna non è mai pagata abbastanza.

— Dici tu….

— Dice lei, fräulein Violetta. Ma sai che lei fa una propaganda in questo senso: che è ora di smetterla con questo sfruttamento indegno della bellezza! È come per il genio di noi scrittori: sfruttato! Chi lo vuole, se lo paghi! E così la bellezza! La bellezza costituisce il genio della donna; chi la vuole se la paghi!

— Dici tu.

— Dice lei, fräulein Violetta. Ma sai che anche moralmente è una donna straordinaria? Le signore dell’aristocrazia, le borghesi perchè sono ricche, si permettono di fare un’atroce concorrenza all’onesto proletariato delle lavoratrici, e buttano per niente sul mercato la divina bellezza.

— Ma chi dice così?

— Lei, sempre lei: ti dico che è una donna di genio! Ora fräulein Violetta è la più bella donna del mondo. Esiste un plebiscito, e tu puoi capire com’è ricca fräulein Violetta.

— Ma in tale caso non è più vestale.

— Anima mercantile di borghese, — esclamò Lionello — che non imagina una partita senza la contro-partita! Ma non sai tu che quando fräulein Violetta ha esposto la sua divina nudità, quando ha regalato il suo sorriso, ha pagato? Tu lanci le fialette dell’acqua da bagno di fräulein Violetta, e hai un successo strepitoso! E hai gratis fräulein Violetta! Vieni! Ti presento a fräulein Violetta.

— Viva?

— Certamente.

*

Domando tempo per riflettere e vado a consultare la ben nota sapienza del dottor Pertusius.

Come è grande Lionello! Parla di donne con la sicurezza con cui un cavallerizzo parla di polledre. Come è artista! Quando dice bellezza, fa una parola lunga lunga, e tutti i capelli gli tremano. A me non riesce.

V. — I REQUISITI PER UNA MOGLIE IGIENICA.
Il dottor Pertusius è quell’uomo di talento, scoperto da me, che ha scritto per la nostra Ditta, dietro mia indicazione, quel capolavoro che è il libro di réclame: «Come devo preservare la mia vita». Ma certo il suo talento deve essere colpito da qualche invisibile squilibrio, perchè un uomo che arriva povero all’età dei capelli grigi, è molto discutibile se sia fornito di vero talento.

I ricchi clienti non devono conoscere i novanta scalini dell’abitazione del dottor Pertusius; e la mia limousine deve essere la prima automobile che sosta alla sua porta.

L’appartamento del dottore è di una semplicità così deprimente da far cadere ogni deferenza per la virtù della modestia. Vi è diffuso un odorino di aglio soffritto; e la donna che viene ad aprire, sigillata nel suo grembialone di massaia, è in perfetto stile con l’appartamento e con l’odore dell’aglio soffritto. Credo che sia la serva. Commetto una gaffe: è la moglie del dottore: «la mia ottima consorte».

Il dottore è un uomo dalla testa in disordine abituale.

I capelli della testa entrano nel dominio della barba; i baffi formano delle stalattiti sopra le labbra; i peli delle ciglia sembrano ribelli a qualunque brillantina. È una testa fuori di posto. E dire che da quella testa è sortito il capitolo sull’igiene della testa!

Quella mattina la testa del dottor Pertusius era anche più del solito fuori di posto, perchè stava sopra un libro che parlava di una stella che non c’è più, eppure «noi ne vediamo — dice lui — ancora la luce, tanto smisurata è la distanza! Le nostre cifre mortali non bastano più. Non sente lei, cavaliere — mi domanda — vacillar la ragione?»

— Per questo no. Ma se crede, discendiamo dalle stelle. Io sono venuto da lei per parlarle di un ottimo affare. Lei ricorda di aver compilato per la nostra Ditta quel manualetto: «Come devo preservare la mia vita». Si tratterebbe di farne un altro anche più simpatico: «Quali sono i requisiti per riconoscere una moglie perfetta». Per questo secondo manuale noi saremmo disposti a versarle, invece di duecento lire, anche duecento cinquanta lire. Naturalmente un libro a base scientifica, stuzzicante, scritto con verve, come sa far lei; però su certe cose, glissons, n’appuyons pas! Il nostro libro deve poter stare in qualunque salotto.

— Ma il matrimonio è in crisi, non sa lei, cavaliere? — dice lui.

— È appunto perchè è in crisi — dico io — noi facciamo il vademecum del matrimonio moderno: cioè rapido, pratico, razionale, con esclusione dell’antica tragedia. In crisi? Ma, caro lei, una bella mogliettina, che dedichi tutta se stessa alla felicità di suo marito, è una di quelle istituzioni che andranno sempre bene, con o senza crisi.

— Anche bella la vuole lei, cavaliere? Ah, la bellezza, la bellezza, — esclamò lui, di colpo. — La terribile bellezza!

Lui l’ha su con la bellezza.

— La divina bellezza, — correggo io, come dice Lionello.

— Terribile, terribile la bellezza — ripetè. — Eppure cosa è? cosa è la bellezza? Sempre la stessa storia: una bertuccina con un musettino, con un nasino, con un orifizio boccale, con un sorrisino, con due iridi di qua e di là del naso; il tutto servito sopra un mannequin di pannicolo adiposo, con contorno di lussureggiante capigliatura. Mistero di Dio!

Veramente io non condivido questa opinione. Egli presenta le donne come articoli fabbricati a serie, mentre, invece, ogni donna ha una lavorazione speciale.

— Ma lasciamo stare — dico — i misteri di Dio, se no è come per la stella; non la finiamo più.

— Il terribile inganno della natura! — continuò il dottor Pertusius. — Eppure la natura è stata quasi benigna nella sua frode. Che cosa era la bellezza di Eva all’epoca della creazione? Una cosa quasi innocua. E così era Adamo: quasi innocuo. Infatti che cosa sarebbe la violenza di Adamo limitata alle semplici energie naturali? Un piacevole esercizio ginnastico. Invece Adamo ha poi creato la selce appuntita, l’ascia, la scure, poi la mitragliatrice, poi la chimica applicata alla guerra. La donna, — ne convengo — non ha creato niente di tutte queste cose, come non ha creato le piramidi, i motori elettrici, ecc., ecc. Queste cose le ha create l’uomo. Però la donna ha creato la donna! Ha perfezionato, sino al grado dell’irresistibile, l’arma naturale della sua bellezza. Questa è opera di Dio o di Satana? Mistero!

Da quanto tempo, dopo Eva, la donna ha iniziato il suo progresso? Da tempo immemorabile! Giuditta quando volle andare alla tenda di Oloferne per sedurlo e poi tagliargli la testa, che cosa fece prima di tutto? Lavò il suo corpo, si unse di unguenti preziosi, scompartì la chioma del suo capo, si pose in testa la mitria — il cappellino di quei tempi — si vestì delle sue vesti di comparsa, si mise ai piedi i sandali, prese i braccialetti, gli orecchini, gli anelli, e apparve di grazia incomparabile. Che cosa fanno le pulcelle per piacere al re Assuero? Seguitano per sei mesi ad imbiancarsi la pelle con unguenti e aromati preziosi.

— Questo è un particolare molto interessante!

— E perchè Ester fra le pulcelle è quella che piace di più al re Assuero? Perchè è la più bella! Assuero, il terribile, voleva condannare a morte Mardocheo, l’amico di Ester. Ma Ester si presenta al re, e il re stupefatto le dice: «Se anche mi domandi la metà del mio regno, te la darò». E Sansone, quel balordo, quell’idiota di Sansone, perchè rivela a Dàlila dove è il segreto della sua forza? Perchè Dàlila lo fece addormentare sopra le sue ginocchia e posare il capo sul suo seno, et in sinu eius reclinare caput. E chi era Dàlila? Una prostituta di quei tempi.

— Diciamo, demi-mondaine! Ma caro lei, cosa pretende, che io offra ai miei clienti una moglie brutta? «Un caporale di pubblica sicurezza come sua moglie?» volevo dire.

— Bisogna distinguere — dice lui — tra bellezza e bellezza.

— Allora distinguiamo.

Chinò la faccia. Poco dopo la alzò, e mi domandò:

— Conosce lei i funghi?

— Li conosco trifolati.

— Ma lei, cavaliere, non deve ignorare come, tra i funghi che si mangiano, cresce la Amanita muscaria, detta volgarmente cocco, che contiene il terribile veleno, detto appunto muscarina, che produce vertigini, allucinazioni, incoerenza di idee, sopore, e finalmente la morte. Per quale mistero la tremenda Amanita muscaria, e più ancora la orrenda Amanita phalloides — sente che nome? — cresce tra i funghi onesti? per quale mistero il fungo mortifero si presenta anzi più iridato e attraente degli altri funghi? Ecco un enigma che non è ancora stato svelato.

— Lasciamolo velato.

— Ecco qui. — E levò dal suo cassetto un ritratto di donna. — Guardi!

— Molto carina — dissi io.

Era una testolina soave, triangolare, come un dolce cuore, piegata vezzosamente su la curva di una spalla perfetta: bocca a giglio, occhi di una dilatazione stupefacente.

— Mi piace molto — ripetei.

— Se ne guardi bene — disse il dottore. — Questo è stato in vita uno degli esemplari più formidabili della specie….

— Morta? Oh, poverina!

— Cento anni fa. Lady Hamilton, detta altrimenti Emma Leona.

— Allora se è morta, si può toccare.

— Pericolosa anche morta! Un’Amanita phalloides delle più terribili. Vede quell’ambiguo sorriso, che pare angelico, cavaliere? Questa donna ha prodotto la vertigine, l’incoerenza in molti uomini insigni; e quando non ha fatto perdere la vita, ha fatto perdere l’onore.

— Dottore, questa è cosa seria; ma scusi, sa: mi pare che lei sia come l’imbonitore di un serraglio di bestie feroci: «ecco la terribile sirena dei mari del nord che mangia i cadaveri vivi». Ehi, dico! Che non sia il caso dell’età pericolosa anche per lei?

Il dottore mi guardò con due occhiacci.

— E adesso osservi questo — disse levando un altro ritratto.

— Questo fa proprio paura.

Era un volto non di donna, ma di uomo, così brutto che guai se lo avessi incontrato vivo di notte.

— Ah, questo lo riconosce anche lei — disse il dottore con molta soddisfazione. — Lei ha davanti a sè il «delinquente congenito; l’uomo epilettiforme!» Vede le stigmate degenerative? Assimmetria facciale per sviluppo abnorme dello scheletro, sporgenza della mascella inferiore su la superiore….

— Sembra — dissi — che voglia mangiare gli uomini vivi.

— In antico, infatti, li mangiava crudi. Fossa canina profonda del mascellare superiore, sporgenza eccessiva delle arcate sopraciliari, obliquità della rima palpebrale. E ora guardi l’orecchio: orecchio, col lobulo aderente, mancanza di elica, presenza del tubercolo di Darwin, come nei fauni….

Io mi toccai l’orecchio un po’ spaventato, e:

— Dottore — dissi — in me non ci sarà mica niente di tutto questo!

— Lei è perfetto.

— Quello che dico anch’io. Ma scusi, perchè questa lezione sui delinquenti con tutte queste brutte parolacce?

— Perchè — disse trionfante il dottore — nella donna delinquente avviene il fenomeno opposto dell’uomo. L’uomo delinquente porta scritto sul volto «Io sono delinquente». Nella donna, niente! Anzi il più delle volte la delinquenza della donna sta nascosta sotto la maschera di quella fatale bellezza che prima le accennavo: bellezza spesso iridata da un fascino intellettuale che può simulare la intelligenza. Possono essere tali donne mistiche o sensuali: ma insensibili sempre! ma menzognere sempre! Non la menzogna comune, badi! bensì quella che noi chiamiamo pseudologia patologica: la menzogna cioè incosciente, che può sembrare sincerità. Sono costoro le grandi isteriche, le grandi voluttuose, sono quelle che hanno esercitato un’azione velenosa sui centri nervosi della storia, come Cleopatra….

— Intesa nominare.

—…. come Semiramide, come la imperatrice Caterina di Russia, come Emma Leona qui presente, come le grandi etère, come certe regine del palcoscenico, e via dicendo. Loro carattere è la distruzione: dove passano, bruciano.

— Non c’è pericolo, dottore, che lei esageri?

— Non esagero: sono le Attila femmine con l’angelico volto; mentre gli Attila maschi hanno volto ferino. Generalmente bruciano anche se stesse. Ma se campano molto, ecco tu le vedi improvvisamente sfasciarsi, cadere l’intonaco della ingannevole bellezza. Ecco apparire, o la deforme pinguedine o la ributtante magrezza: ecco la voce roca, ecco il cinismo che spunta dove era la intellettualità. E badi ancora: generalmente sono infeconde; e noi sappiamo che soltanto la maternità dà l’intelligenza alla donna. E i poeti esaltano queste creature, flagellum Dei!

— Evitare i poeti, d’accordo — dissi io —; ma lei ammetterà che una réclame con queste cose non si raccomanda alle signore.

— E cosa me ne importa a me della réclame e delle sue signore! — esclamò il dottor Pertusius. — Ma io vado anche più in là.

— Questo mi pare difficile.

Disse allora il dottore così:

— Tutte le donne oggi vogliono essere belle….

— È la nostra gloria, dottore! — risposi.

— Io non so, io non so…. — Meditò un poco, e disse: — Mi pare oggi che tutte le donne aspirino ad accostarsi, come a un ideale, a questo tipo di donna delinquente. È l’uomo che così vuole per spremere dalla donna una voluttà più tormentata? è la donna che gode di questo sfacelo dell’uomo? Non so, non so. È così. Dove è più la casta porpora di cui era sparso alle donzelle il viso?

— Superata dalla nostra cipria ravissante, naturelle, rosa incarnato, lire sette la scatola.

— Ah, lei scherza! Sì, sì, io la prendo in parola, cavaliere. Guardate la moda, essa è altamente significativa. La gente crede che la moda sia cosa da poco, di cui si curano soltanto sarte e modiste. Essa è cosa molto filosofica.

— Bravo, dottore! Questo lo metta pure nel libro.

— Non vedete per via certe donne eleganti, che hanno un fare da teppista?

— Oh, dottore! Questo no! Glissons!

— E certe altre che si vedono con strani mantelli neri che sembrano quelle falene paurose che si chiamano àtropo? E certe altre che trascinano le loro carni e i loro pennacchi, che sembrano bersaglieri della morte in lussuria? E certi atteggiamenti stupefatti del volto che sembrano meditare una irrumazione? Dove è più la pubertà? Vi sono esili fanciulle quasi impuberi che ondeggiano come Ermafroditi.

Prego di spiegare queste altre brutte parole.

Mi spiega. — Oh, che porcherie!

— Porcherie, io? Porcherie loro. Cioè porcherie? Segni dei tempi. La verginità, che prima era un onore della famiglia, oggi è tenuta in non cale.

(Tranne che per fräulein Violetta. Ma io non la sposerò).

— Il marasma sociale si avvicina non soltanto col piede ferrato del proletario, ma anche col piedino di seta gemmata della bella donna.

— Non occupiamoci di politica, dottore, perchè non è igienico.

— E crede lei che io me ne preoccupi? Io sto alla finestra. Cosa crede lei che io voglia fare da carabiniere alla società?

Io osservo il fenomeno con la obbiettività dello scienziato. Le ha viste mai nei ritrovi mondani, nelle halls degli alberghi, ai teatri, ai caffè? Hanno i profondi sdilinquimenti, i profondi rapimenti. Poi frin frin. Si puliscono le unghie. Poi cadono in estasi nelle poltrone. Sospirano, ridono il riso folle, fanno lo sguardo meduseo. Poi si levano con brivido serpentino, trascinano le membra al passo delle danze in voga: le sottane corte e i manti strascicanti contro i deretani. Questi sono i modelli. Che mogli, che madri ne vuole lei ricavare?

— Anche lei — dissi io — sotto un altro aspetto, è artista, come il mio amico Lionello. Ma non esageriamo! Secondo lei, una mogliettina estetica e nel tempo stesso igienica, non è attuabile?

— Non dico questo: dico che bisogna cercare bene.

— Cercare come?

— Cercare un’altra forma di bellezza che è meno appariscente, cioè la bellezza soave, vestita di purità; e specillare ben l’occhio, invece di altre cose! L’occhio è il solo punto indifeso per cui si può accedere alla fortezza del cervello. Gli occhi della donna che io dico, devono essere assolutamente limpidi, liquidi, impavidi: vi si deve poter scorgere sino in fondo quello che la donzella non vi può dire: cioè la purità morale, e non la sola purità naturale. Quegli occhi che si occultano come biscie, e poi saettano e tremano, sono da evitare. Può, anzi, deve la femminile pupilla velarsi d’un amabile velo di pianto, ma per giusta ragione. Poi il sorriso ed il riso….

— La signorina deve ridere?

— Certo. Riso sano, caro, squillante: ma per giusta ragione! Quel bocchino ristretto, con quella smorfia stereotipa, è un sintomo pericoloso. Poi cantare.

— Benissimo, dottore: io adoro la musica.

— E io odio la musica — esclamò il dottor Pertusius — perchè è l’arte emolliente.

— Mi rimetto a lei in questo: ma come può cantare la signorina senza musica?

— Senza musica, senza piano! così per letizia come fa l’augelletto che si desta al mattino. E niente romanzi! Il meglio che possa capitare è quell’aria incantata di donne fatali che non sanno far nulla per casa.

— E altri dati?

Pertusius rispose: — Evitare il colore lunare, il color rosa-thea, il color pallido-crema. Lasciarlo ai poeti, romanzieri, e simile gente scriteriata. È vero che Ovidio Nasone nella sua «Arte di amare» ha dato il precetto, pallat omnis amans, «ogni amante deve essere pallido,» ma idiota e meretricio anche lui! Sotto il pallido-crema dei poeti scorre la scrofola e il pus. E nemmeno niente colore tenuemente rosato. «Oh, viola! oh, pervinca! oh, giglio!» sospirano i poeti. Dite piuttosto: «bacillo di Koch».

— Scusi, quale colore, allora?

— Nigra sum sed formosa!

— Mi dispiace, ma non capisco.

— Vuol dire quel colore bruno, forte, naturale.

— E poi?

— I denti! Denti forti, ben incastrati nelle gengive: bianchi sì, ma mica diafani, madreperlacei, mica con l’oro o col platino! E poi informarsi a che ora la signorina si alza al mattino. Come sono gli occhi? Puliti naturalmente? È gaia o triste al mattino? A che ora va a letto la sera? È coraggiosa? La madre come è? Informarsi come sono la madre e il padre. Saremmo noi da meno di un mercante da fiera, che guarda la vacca madre quando vuol comprare la vitella? È attiva? Vi sono certe fanciulle che seducono gli uomini con la loro indolenza. «Indolente come una creola — dicono i poeti —: sdraiata sui divani come un’odalisca.» Idioti! Deve essere attiva, svelta, capace di fare da sè; non aver sempre dietro la cameriera. E quanto alla sensualità, meglio poco che troppo. Sono cose che crescono con l’esercizio. Dimenticavo la cosa più importante: come digerisce? naturalmente?

— È spoetizzante, dottore — dico io.

— Spoetizzante il contrario — ribattè lui. — Quando la signorina vi dice: «ho l’emicrania, ho la malinconia,» allora sì è spoetizzante. Oh! è pulita? Intendiamoci: pulita sì, ma con un limite: una signorina occupata eccessivamente a risciacquarsi, fa venire in mente certi cuochi d’albergo che lavano lavano la selvaggina perchè è putrefatta. E unghie pulite.

— Questo mi piace.

— Sì, ma non occupata tutt’il giorno a tagliarsi le pipite.

— E ancora: la signorina come calza? Ah, quelle perfide seriche calze; ah, quelle scarpine che le fanno andare con quel passo isterico! Belle scarpe piatte! Così lei è sicuro che quando la signorina la sera va a letto, non le infliggerà lo spettacolo dei suoi piedi deformi. Bisognerebbe che le donne venissero al mondo come le bambole di Norimberga, o stessero instivalate sul letto come le meretrici. E, infine, non cercar moglie per voluttà! Tobia, nella Bibbia, quando sposò Sara, disse: «Io prendo questa fanciulla per moglie, non per principio di libidine, ma per amore della prole». E il Signore benedì Tobia e Sara, che vissero felici. La signorina, inoltre, deve essere profumata.

— Ecco un’altra cosa che mi piace.

— Intendiamoci: profumata senza profumi. Lei sa che in latino c’è una preziosa sentenza: mulier bene olet quae nil olet.

— Cioè?

— «La donna è ben profumata quando ha odore di niente», cioè odor naturale.

— Dottore — dico io — mi pare che noi tiriamo sassi in piccionaia.

— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che un manuale réclame, scritto nei termini surriferiti, sarebbe un disastro per la nostra Ditta. La nostra Ditta, di cui io ho l’onore di essere gerente, lavora appunto in cachets digestivi, in pomatine, in ciprie per isbiancamento, in tinte per i capelli, in polveri per le unghie che nobilitano la mano, in profumi che, come noi proclamiamo nelle nostre réclames, donano il fascino della personalità. Un manuale in questi termini è contrario al nostro interesse; senza contare poi che la signorina che lei propone, è un articolo che non si trova più in commercio. La vera donna comincia dalle calze di seta!

*

Così ci siamo lasciati.

Il manuale non si farà.

VI. — L’ARCIERO DEL CINQUECENTO.
«E anche il matrimonio di Ginetto Sconer non si farà a quel che pare.» Torno a casa e trovo nel salotto Maioli. Costui è un uomo straordinario. Lo conosco da quando io facevo la piazza di P***. Lui dice che era ufficiale di cavalleria al tempo della battaglia di Custoza, ma è rimasto sempre uguale; magrolino, a passettini svelti svelti, zazzera bianca, cravattina bianca, fiorellino all’occhiello. Il suo volto è fresco e roseo come quello di un bambino. Dopo che ha parlato, fa sempre un risolino di felicità. Non lo fa certo per mostrare i denti perchè è una dentiera: deve essere una misura igienica, ridere. Quando una cosa gli piace, compone le labbra a ventosa, e succhia. Quando, invece, una cosa non gli piace, fa il contrario, buffa; e quando poi si commuove, piange: e anche queste devono essere misure igieniche.

«Lei, mi insegna — gli ho detto più volte — come ha fatto a conservarsi così bene dal tempo della battaglia di Custoza, ed io la metto nelle mie réclames come esempio vivente dell’efficacia della mia vitalina, più le regalo dieci mila lire.»

Anche pei vestiti deve avere un segreto: ogni tanto lo vedo ricomparire con certi abitini che ho conosciuti tanti anni fa. «Lei è sempre elegante» gli ho detto. — «È la figura elegante — mi ha risposto — e poi è la contessa mia moglie».

Quando nomina la contessa sua moglie, si commuove sempre.

Dove vive? Vive in provincia nella città di P*** con la contessa sua moglie; «che è un tesoro per la casa»; i suoi canarini, che sono così intelligenti; i suoi fiori, che sono così belli; e le sue anticaglie, fra cui deve essere la contessa sua moglie. Giacchè Maioli si intende di vecchi quadri, di vecchie stoffe, di vecchi cocci; e siccome a P*** c’è tutto uno stock di famiglie nobili in liquidazione, così qualche affare lo rimedia.

Quando non è a P***, è ospite «nel castello del suo buon amico il conte A***; o nella villa dell’altro suo buon amico, il marchese B***». Deve essere un ospite piacevole, perchè sa fare in fine dei pranzi le strofette all’antica, come la vispa Teresa; possiede una dozzina di vecchi bons mots; ricorda la cronaca galante del tempo che fu.

È venuto da me per sentire se gli cedo un certo automobile, chè mi darà in cambio un quadro del Pinturicchio. «Così nobilitate — dice lui — questo vostro appartamento». Ringrazio, ma non accetto.

— È che voi ignorate il Pinturicchio.

— Sarà benissimo, ma non vendo.

— Già, quando uno ha un appartamento così, non può apprezzare il Pinturicchio.

— Perchè? Cosa c’è nel mio appartamento? c’è forse cattivo odore?

Vedo che raggrinza il naso come sentisse cattivo odore.

— Ma, mio buon amico, levate intanto dalla porta quel tappeto con su scritto: «prego pulire le scarpe». Sì, è bello: scale di marmo, parquets, termosifone, ma ci manca quel non so che, quel non so che…. Scommetto che ve lo ha messo in ordine un mobiliere questo appartamento.

— Macchè «manca quel non so che!» C’è tutto.

— Sì, ma troppa roba fresca, troppo oro, troppo stucco. L’occhio non riposa. I sopramobili, scusate, mio buon amico, sono da fiera di beneficenza. L’avete scelto voi questo appartamento?

— È mio!

— Caspita! L’avete fabbricata voi questa palazzina?

— È stata una favorevole combinazione. Era prima dei conti Tornamali, e adesso è mia proprietà.

Sbuffa.

— Cosa c’è da sbuffare, caro conte?

(Io lo chiamo così in omaggio alla contessa sua moglie: ciò a lui fa piacere e a me non fa danno).

— È che le vecchie case se ne vanno….

— E vengon su le nuove — dico io.

— E anche il giardino è vostro?

— Si intende.

— Già, così è. Voi potreste esser capace di mettere qui un cameriere in istile, invitare ad un garden-party, parlare anche di arte, fare anche della beneficenza….

— Non ci trovo niente di straordinario.

Guarda attorno, guarda me, e poi dice:

— Sta il fatto che voi, mio buon amico, potreste formare la felicità di molte signorine per bene.

(È quello che dicono tutti. Ciò mi piace, e lo prego di rimanere a colazione).

— Ma perchè, mio buon amico — mi domanda — non prendete moglie?

— È quello appunto che sto cercando, ma non trovo. — E gli racconto in succinto le mie peripezie.

— Ma naturale, — esclama lui — naturale, mio buon amico! Voi cercate la moglie nella vostra classe di gente quattrinaia. Non la potete trovare: troverete roba da capriccio: satin, cotone mercerizzato: non una vera moglie.

— Lei ha crêpe de Chine da offrirmi?

— Macchè crêpe de Chine! Broccato a gigli d’oro! di quelle stoffe antiche ancien régime, che dopo due secoli sono ancora fresche, belle, che sembrano fatte ieri….

— Scusi, caro conte, lei mi vuol dare una moglie ancien régime di parecchi secoli?

Scuote la zazzera compassionevolmente e dice:

— Voi, perdonate, mio buon amico, ma non capite. Voi non potete capire che cos’è l’ancien régime. Io avrei da offrirvi — offrirvi, badate bene, perchè non vi garantisco se lei accetterà — la vera eroina, la donna misteriosa e superba che nobiliterebbe questo vostro appartamento, e anche, permettete, la vostra persona.

— Ancien régime di che età? — domando io.

— Non diciamo sciocchezze: la più bella donna del mondo.

— Mi dispiace, — rispondo — ma il posto della più bella donna del mondo è già occupato: fräulein Violetta. Esiste un plebiscito.

E dò alcune spiegazioni intorno all’incomparabile fräulein Violetta.

— Puah! — esclama Maioli, e fa con la manina certi gesti, come mandasse via uno sciame di mosche. — Sono le vostre degne beccamorte: prima vi spoglieranno e poi balleranno il can-can rivoluzionario su la vostra pietra tombale.

Se lo sentisse Lionello e gli altri poeti a parlare così di fräulein Violetta! — Ma, dicevo: questa signorina, che lei mi propone, è Vestale anche lei come fräulein Violetta?

— Basta, basta! Quando si scherza su certe cose sacre, io non parlo più. Da farne?

— Come s’è fatto cattivo! Ma parliamone, anzi. Sarà, m’imagino, ma non importa, senza un quattrino come tutti i nobili del vostro paese.

— Volete far l’affare anche col matrimonio? Danaro e danaro, voi volete. Brillanti e brillanti! Solo un soffitto del palazzo di donna Ghiselda vale come tutta questa vostra chincaglieria. Bramante autentico. E non vi dico altro.

Per far pace con Maioli, dò ordine di portare una bottiglia di champagne. — Dunque dicevamo: stato decente di conservazione matrimoniale. E sarebbe capace di fare un erede?

— Due, se ne volete.

— E adesso diciamo un’altra cosa: è grassa o è magra? alta o bassa? bruna o bionda?

— Sono cose — dice Maioli — che bisogna vedere; non si possono descrivere. Vi dirò una cosa sola: come questo champagne. Che cosa è questo vostro eccellente champagne? Raggio di sole imprigionato. Ma il turacciolo balza, ed ecco il sole. Povera, cara fanciulla!

Maioli teneva davanti agli occhi la coppa dello champagne; e due lagrime gli cadevano giù per le belle guancine.

— Si calmi, conte. Mi dica almeno se è sana.

— Sana? Come un arciero giovanetto del Cinquecento.

— E non è pericolosa?

Maioli fa gli occhietti feroci: — Vi compatisco perchè voi non avete mai veduto donna Ghiselda.

— Il nome mi piace. Sarà per lo meno duchessa — dico, perchè Maioli non avvicina che gente titolata.

— Contessa — dice con solennità.

Domando dove si può vedere questo champagne, quest’arciero del Cinquecento, questa contessa.

— Non pretenderete mica che ve la porti qui! Se voi una domenica, verso mezzogiorno, capitate a P***, alla pasticceria della Maddalena, sul corso, ve la posso presentare. Io verso quell’ora prendo il mio vermut, e donna Ghiselda vi càpita dopo l’ultima messa a fare qualche acquisto di dolci.

— Va a messa questa contessina?

— Ma certamente! Tutti noi, nobili, andiamo a messa; se non altro per protestare dignitosamente contro la canaglia che non ha più religione. E poi, scusate: senza una religione che matrimonio pretendete di fare?

VII. — LA CONTESSINA GHISELDA.
Ho dato quest’ordine a Biagino, il mio chauffeur:

— Domani, che è domenica, tenete pronto per le nove. Andiamo a P***. Vedete di arrivarvi per le undici e mezzo.

Perchè questa decisione?

Non so: ma l’idea di sposare una contessina, mi fa sentire un sapore di alta dominazione. Non ci avevo pensato al sangue blu. Vedo l’avvenire quando avrò sposato la contessina. Naturalmente, da principio, lei non mi ama. Mi ha sposato, perchè è povera. È stata comperata! È delizioso comperare una contessina. Si aggira altera, disdegnosa, per questo appartamento. Ma io sono pieno di riservatezza e di delicate premure; non domando niente, attendo! Finchè un bel giorno la contessina mi dice: «Ginetto Sconer, voi siete la perla degli uomini, l’ideale dei mariti.» Come nel «Padrone delle Ferriere». È strano: ma con quell’affare dello champagne di Maioli mi sono creata in testa un’imagine di donna bionda. Ma forse è anche l’effetto dei romanzi di Lionello. Quando quell’uomo lavora le donne nella padella dell’arte, le gonfia così bene che non si possono dimenticare.

Maioli è un mirabolano; e chi sa invece che roba sarà questa contessina di provincia, senza soldi. Comunque, ho fatto una toilette anche più accurata, e mi sono messo molto denaro nel portafogli. Perchè? Perchè mi pare di andare a comperare la contessina. Se è il caso, ordineremo un letto gemello, e ci faremo mettere sopra un arazzo col bambino Gesù. Del resto, è un lusso che mi posso permettere.

Il viaggio è stato bellissimo; la mia potente limousine filò nel sole di maggio, entrò in P*** alle undici e tre quarti: si è fermata, fra la ammirazione dei buoni provinciali, davanti alla pasticceria della Maddalena, indicata da Maioli.

Maioli era proprio lì che prendeva il vermut.

— Oh, caro, caro, amico — mi fa —. Mai più pensavo di rivedervi così presto.

— Noi uomini di affari siamo di una puntualità tedesca.

— È questa la vostra automobile?

— Sì, ma non quella del Pinturicchio. Essa è riservata per lei, se le cose andranno bene.

— Volete — mi dice con tono misterioso — che andiamo in chiesa? Fate a tempo a vederla mentre prega. È un punto di vista interessante.

— Preferisco qui alla pasticceria.

— Allora vi presento il proprietario: uno dei grandi artisti dell’arte dolciera: burro autentico, marmellate di vera frutta. Nel fare i conti farfuglia un po’. Non dice chiaro che il totale. Ma ecco che la messa è finita.

— Come lo sa, conte?

La risposta è data da uno sciame di signorine che fanno irruzione nella pasticceria. Gran fruscìo, gran cinguettìo. Si girano tutte su le sottanine gonfie; son tutte fiorite; tutte stanno diritte su le scarpine lucide: in alto dondolano pennacchietti. Si spande odore di vestine fresche. Dietro vengono le mamme nere, che dicono: «Adagio, adagio, bambine!». Libriccini di preghiere sono deposti sui cristalli delle vetrine: piccole manine; manine nude, manine guantate spuntano; occhioni si spalancano; pacchettini dei dolci si formano. Ne mangiano anche col permesso di mamà. Allora graziose bocchine si aprono. «Io prendo un cannoncino con la cioccolata. Tu, Mary, prendi un africano? Questo bigné come è buono! Oh, le sfogliatelle fresche!» Sgretolano con i musini in avanti le sfogliatelle e con le manine scuotono le schegge dalle vestine. «Dio, che straordinario! Come ha parlato stamattina! Vero, mamà, che adesso va a Roma?»

«Sì, carina, ma bada che ti sbrodoli tutta col bigné». Sono tutte piene di entusiasmo; e io non capisco bene se per i bigné, le sfogliatelle, o per qualcos’altro. Perciò domando a Maioli:

— Di che parlano?

— Di un predicatore forestiero che ha tenuto una serie di conferenze nell’oratorio del duomo su la missione della donna. Oh, c’è ancora della religione qui a P***.

Altre signore, signorine entrano. Improvvisamente io dico: — Questa è lei.

— Avete indovinato — dice Maioli con solennità.

Un’irradiazione d’oro è entrata. È maggio, ma la luce è aumentata, come dice Lionello. È lei! lei! Ha la veletta. Ma il mio cuore fa tac! Una mano solleva la veletta che si posa sul naso. Dio, che naso aristocratico! L’altra mano prende un marron glacé; la bocca si apre, il marron glacé scompare. Felice marron glacé!

Stringo la mano al conte in silenzio. È commosso. Anch’io!

Ma ecco, le signorine si fanno attorno alla contessina.

Una, due parlano: tutte parlano. «Sì, sì, sì, contessina: vogliamo lei presidentessa del comitato per le onoranze al padre. Sì, sì, sì». «Bisogna fare però due comitati» dice una vocina. — «No! Un comitato solo» dice un’altra vocina. — «Ma impossibile — esclama quella dal bigné — che io stia in un comitato dove c’è anche la mia sarta. Vi pare?»

Sento la contessina che risponde gravemente: «Signorine, io sono desolata, ma le prego di dispensarmi. Oh, in modo assoluto.» Ma come ella s’accorge della presenza di Maioli, «Ah, pardon!» e in un momento si disimpegna da quelle signorine, e la vedo apparire dritta davanti al nostro tavolo. Il suo volto, prima così serio, ora che ella volta le spalle alle signorine, si scompone in una smorfia di marioleria.

— Auf! Grazie, caro Maioli — dice — di avermi liberata da tutte quelle mimose pudiche. Ora sono tutte in vibrazione per il predicatore.

— Donna Ghiselda, cara donna Ghiselda, ma che piacere! — diceva Maioli agitando per la emozione la zazzera d’argento. — Ho però inteso dire che è un predicatore molto valente.

— Ma sì: un pretino discretamente abile, che sa fare del pathos. Ha condotto per tutto questo mese di maggio le matrone e le mimose pudiche a rabbrividire sui margini del peccato. Certe storielle di Abelardo e Eloisa, di Ruth e Noemi le ha saputo presentare con garbo. Adesso le signorine ripetono: dovunque andrai tu andrò io, e dove starai tu, ivi pure starò. Sono già venute da me a domandarmi la Bibbia. «Proibito, signorina!» «Abelardo e Eloisa». «Più proibito ancora». Mai più prestar libri! Ne ho avute abbastanza di noie quella volta che diedi da leggere «Madame Bovary». Ah, ah, ah!

Io naturalmente ero balzato in piedi con rigidità militare. Confesso che rimasi sconcertato, perchè anche il vestito di lei era sconcertante. Non rispondeva alle ultime esigenze della moda, eppure non era provinciale come quello delle signorine. Ella era alta, più alta delle signorine: eppure era al livello delle signorine!

Si, era un arciero del Cinquecento; ma ben inteso che si capiva, ahimè! che era un’arciera.

Che età! Mio Dio, che età? forse venticinque, forse trenta. Ma è certo che anche visto da vicino, il di lei volto non temeva l’analisi del mio acuto sguardo.

Quando ella finì con quell’ah, ah, ah! mi venne in mente lo squillo metallico del mio Bechstein, e dissi a me stesso: «Ginetto, sta in gamba!»

Disse Maioli:

— Donna Ghiselda, si accomodi, la prego.

— Un momentino solo, perchè aspetto mamà.

— Permetta intanto che le presenti il mio buon amico cav. Ginetto Sconer, arrivato adesso adesso con la sua automobile da Milano.

Io allora ho fatto un inchino protocollare, e ci siamo seduti.

— Guardavo bene — disse la contessina — di chi poteva essere quella limousine: ah, è sua?

— Con l’onore di servire.

Ho subìto un rapido interrogatorio da parte della contessina, su la mia automobile.

— Nuovo modello, sì, contessina. 16-24 HP, messa in moto automatica, luce elettrica.

— È la prima volta che viene a P***?

— Ci sono stato altre volte, ma non mai in così fortunata occasione.

— Allora lei conoscerà le antichità artistiche di P***.

— Mi dispiace — ho risposto — ma la di lei presenza mi esonera dal conoscere le antichità artistiche di questo paese.

La contessina torna ancora a fare, ah, ah, ah! Poi dice:

— Molto galante il signore.

— Contessina — rispondo gravemente — io sto sul terreno della realtà.

— Lei viene da Milano?

— Direttamente.

— Ha molte relazioni con artisti a Milano?

— Lionello….

— Ah, lei conosce Lionello? Delizioso, delizioso, delizioso!

(Fortunato Lionello! Dovunque io vada, tutte le signore lo chiamano «delizioso»).

— Con qualche riserva — dico io.

— Sarebbe a dire?

— Non oso, signorina.

— Osi liberamente.

— È un po’…. un po’…. Come dire? In certe situazioni dei suoi drammi è un po’ audace….

La contessina ripete, ah, ah, ah, in modo sconcertante per me.

— Ma in arte, caro signore — mi dice — non usa più menare il can per l’aia per trecento pagine. Fa dispiacere a lei? È moralista forse lei?

— Me ne guardo bene.

Mi scruta un po’, e poi mi domanda:

— Lei è artista?

— Sì, signora! Artista della bellezza.

Allora parlò Maioli e disse che io sono gerente della Casa X*** e compagni. — Un uomo mercantile, pur troppo! Ma che farci? Oggi il mondo cammina così.

La contessina ripetè i suoi ah, ah, ah!, in modo quasi offensivo al mio confronto.

Io sono molto gentleman con le donne belle, salvo a rifarmi con le donne brutte; e perciò non rilevo la sconvenienza di quegli ah, ah, ah; ma al signor Maioli dico: Gli uomini mercantili, prego notare, sono essenzialmente energetici e valgono per lo meno come i pittori e i poeti, in quanto costituiscono la piattaforma, solida e nel tempo stesso girevole, su cui passa tutto il treno della civiltà. Sleeping car, prima classe, terza classe, e anche carro bestiame. Capisce lei?

Io ho parlato con energia.

La contessina si fa seria e dice:

— Ma è molto intelligente il suo amico, caro Maioli.

— Certo. Ogni uomo che arriva al milione è intelligente, pur troppo! — sospirò ancora Maioli.

— Oh, Maioli, — dissi io — il milione! Si diceva una volta. Ma oggi che cosa è il milione? Appena quanto basta ad un modesto ritmo della vita. Ma cos’è il milione, cos’è il miliardo rispetto alla divina bellezza? l’epifania della bellezza, come dice Lionello? Nulla! Un’entità evaporante.

— Ma è molto simpatico questo suo amico, caro Maioli — dice la contessina.

— Un uomo felice — dice Maioli.

— La felicità è un dovere — dice la contessina.

— Questo mi piace, — dico io. — Benchè da mezz’ora a questa parte, io non so più se sono felice o infelice.

— Sarebbe a dire? — domandò la contessina sconvolgendo in modo tragico tutto il suo volto.

— Non oso.

— Ma lei non osa mai!

— Ebbene, contessina, la di lei conoscenza….

Il volto tragico si scompone in un volto comico e torna ancora a fare ah, ah, ah! Questa donna è sconcertante.

*

— Oh, ecco mamà — esclamò di scatto la contessina.

Una carrozza si era fermata alla porta della pasticceria.

Donna Ghiselda si levò, e corse alla porta.

Si alzò anche Maioli per andare alla porta ad ossequiare la vecchia dama. Io rimasi lì, solo, e aprii il libro da messa, che la contessina aveva posato sul tavolo, quando mi sentii dire:

— Ah, ma lei scopre i miei segreti. Lei è molto curioso.

Era la contessina, balzata ancora verso di me, per riprendere il suo libro da messa.

— Pardon, — dissi.

— Vuol vedere? Perchè lei è curioso, vero?

Aprì ella stessa il libro, e io lessi: Paul Verlaine: Confessions.

— Conosce?

— Mi dispiace….

— Poesie religiose, o quasi.

*

Ho accompagnato anch’io la contessina alla porta. Un coupé nero era lì fermo: dentro al coupé, una figura argentea imponente: la contessa madre. Ma la nuova presentazione non potè essere fatta che in modo sommario perchè quella signora è sorda. La contessina salì, lo sportello fu chiuso: noi ci inchinammo.

— Ah, Maioli — disse d’un tratto la contessina sporgendo la testa mentre la carrozza girava, — lei potrebbe combinare col signore una gita per visitare i monumenti artistici.

— Quale onore! — esclamai.

Un vecchio cavallo nero, coperto di vecchi finimenti, stemmati d’argento, levò un piccolo trotto, e il coupé si avviò.

— Povero Grifone! — esclamò Maioli.

— Chi è Grifone?

— Il cavallo della contessa madre.

— Quel cavallo — dissi io — deve avere conosciuto i tempi eroici della famiglia.

— E che tempi, amico! — sospirò Maioli. — Voi non avete che intravveduto la contessa madre! È stata una delle donne più affascinanti e, diciamo, più radio-attive che io abbia conosciuto. Ma ancien régime! Ah, mio buon amico, chi non ha conosciuto l’ancien régime, non sa, come diceva il principe di Talleyrand, cosa è la gioia di vivere. Che donna, la contessa madre! Io la avevo definita: «un mazzo di rose in un confessionale». Bello, eh? Il suo salotto desta malinconia di ricordi negli uomini della mia età. Eravamo in pieno romanticismo allora, e tutti i giovani erano cavalieri.

— E la contessa era al servizio della cavalleria.

— Come siete sempre plebeo, caro Sconer, nelle vostre espressioni! Voi, d’altronde, non potete ignorare che una donna di grande bellezza non può sottrarsi a certi doveri inerenti alla sua stessa bellezza.

— E la figlia, non c’è pericolo, caro conte, che cammini su le orme materne?

— Lodo la vostra previdenza; ma escludo, e per una ragione semplice: perchè Ghiselda è essenzialmente un’intellettuale.

VIII. — GLI AMORI EROICI DELLA CONTESSINA.
Ho pregato Maioli di salire in automobile e venire a fare colazione con me all’albergo.

L’albergo dell’Aquila d’Oro, dove io, passando, avevo preso alloggio, era un edificio tetro e solitario, come è solitaria e tetra tutta la città, tranne quel pezzetto del Corso.

— In questo albergo hanno alloggiato Giuseppe II, Carlo di Borbone, Carlo Felice…. — diceva Maioli.

— Si vede — dissi io — che quei signori, a quei tempi, avevano poche pretese.

Finalmente comparve nel salone da pranzo un cameriere con un frac preistorico e Maioli dà lui gli ordini al cameriere.

— Avete i tortelloni di ricotta col ragù? Benissimo. Ma fumanti! E dopo, cosa preferite, Sconer, un’omelette coi tartufi, o le costolettine di vitello col prosciutto? Sono specialità di P***.

Quando arriva il piatto fumante dei tortelloni col ragù, gli basta una severa occhiata per sincerarsi che tutto è proceduto con ordine.

— Senza precedenti, eh? — disse allora Maioli filando con grazia nella sua bella bocchina il primo tortellone tutto lagrimoso di burro.

— Che cosa? I tortelloni?

— No! Donna Ghiselda. Dite la verità: voi non credevate, Sconer.

— Mica male. È impressionante anche per uno che viene da Milano. A sciogliere quei capelli viene giù un Niagara di biondo.

— Ma poi la resistenza! — dice Maioli. — Vedete, le vere bellezze sono quelle resistenti, organiche, di razza. E avete osservato? In donna Ghiselda voi avete la fusione del rettilineo col curvilineo; dell’evanescenza con la consistenza; della beltà classica con il capriccio moderno. E il modo come cammina? Adesso queste donnette borghesi camminano a passo artefatto. Ma Ghiselda è naturale, come una berlina a otto molle del buon tempo antico, e nel tempo stesso è ritmica come se genietti nascosti le segnassero il passo al suono di gighe e violini. La vera bellezza, vedete Sconer, ubbidisce sempre ad un ritmo in tutti i suoi movimenti. E le estremità? Amico, avete osservato le estremità? A Venere callipigia date due piedoni, e Venere è rovinata. (In questo punto entrarono le costolette col prosciutto. Maioli si arrestò, esaminò le costolette: sì, anch’esse erano in regola, onde proseguì:) Le estremità, amico! questa disperazione della natura, della pittura, e, diciamo, della borghesia. Vedete, Sconer, io ammiro il progresso moderno di una mano curata dalle manicure. Ma sa di meccanico. Io non posso imaginare una dea che ricorre alla manicure e alla pedicure.

— Conte — dico — forse la contessina è un po’ troppo imponente per me.

— Mi aspettavo questa vostra obbiezione. Badate intanto che quelle bertuccine in formato pocket, rappresentano una degenerazione. Nel caso poi di Ghiselda, io vi spiegherò perchè vi pare imponente: perchè voi non siete abituato alla maestà della razza. Ma avete osservato come ride?

— Sì, ho osservato. Non si capisce perchè fa sempre ah! ah! ah! Pare che prenda in giro la gente. Però mi piace, perchè pare che abbia delle perline in gola.

— E gli occhi, mio buon amico? Stupefacenti.

— Gli occhi, infatti — dico io — sono eccezionali. Forse un po’ di maquillage, ma non mi dispiace.

— E ciò è prova del vostro buon gusto — dice Maioli —: i ritocchi al volto delle signore erano già in uso al tempo degli Egiziani. E la intelligenza di Ghiselda? Essa era destinata, in altre età, a lasciare impronta di sè nelle storie. Ma se Ghiselda vi farà onore di essere vostra moglie, la vostra casa sarà il rendez-vous delle più spiccate personalità dell’arte e della politica.

— Vediamo, caro conte, di non precorrere gli avvenimenti. Piuttosto sarebbe interessante sapere come mai la contessina, in un’età di primavera alquanto avanzata, sia ancora signorina.

— Ma è naturale, scusate! Pretendereste forse che potesse amare un uomo comunale? In relazione poi alla domanda che mi fate, vi dirò che Ghiselda ha consumato, pur troppo! i suoi anni migliori in una passione infruttifera verso un giovane che dava grandi speranze di sè.

— Conte — interrompo io — questa cosa mi pare grave.

— Niente grave, perchè in donna Ghiselda tutto è puro. Si tratta di un amore eroico!

— Allora proseguiamo.

Maioli con la linguettina libò il bicchierino della chartreuse, ma invece di proseguire, mi rivolse questa domanda:

— Sapete, è vero, quale è il male maggiore di cui soffre l’Italia?

— Che non sa farsi la réclame.

— Questo è poco serio, Sconer! Il male d’Italia è che manca un’aristocrazia! è che le forze sane della nazione non sono organizzate contro la canaglia! Ci siamo, è vero, noi nobili, che abbiamo sacrificato i nostri interessi per l’Italia; ma questa è la gratitudine, che, se si parla, dicono: «Taccia lei, che è un reazionario!» Per vivere, bisogna che noi non ci facciamo sentire. In questo paese, poi, la canaglia è peggio che a Milano, che a Torino, che a Bologna, ed è tutto dire! Basta, un giorno comparve fra noi un uomo di genio. Genio? Ohimè! Noi l’abbiamo creduto! Parlava benissimo; affrontava la canaglia con apostrofi magnifiche: «I miserabili, capaci soltanto di puntellare le porte per cui deve passare l’uomo di genio! Bestie da soma che valete solo a portare il peso della gloria della nazione! Nessuna tregua con la canaglia! Se la canaglia andrà al potere, la prima cosa che farà, sarà di innalzare la forca per noi. Innalziamola noi per loro, finchè siamo a tempo». Bello, eh? Ma il genio vero non era lui, era Ghiselda! La cara fanciulla ha dato tutto per la gran causa. Lei era la Ninfa Egeria di lui! Ce ne siamo accorti al tempo delle elezioni che lui non era un genio. Quella lotta elettorale è stata un vero disastro, mio buon amico.

— Questo lo credo. Per me in politica è indifferente tanto la omelette coi tartufi quanto le costolettine di vitello col prosciutto, ma nel primo caso ci vogliono le uova, e nel secondo ci vuole un vitello.

— Come sarebbe a dire?

— Sarebbe a dire che voi avete fatto fiasco perchè siete fichi secchi….

— Oh! oh oh! — esclama Maioli, scandalizzato. — Noi potevamo affrontare un colpo di spada, ma non un’artiglieria di fango!

— Dopo ci si lava — risposi io. — Li fabbrichiamo noi i saponi. E ci andò di mezzo anche la contessina?

— Terribile, mio buon amico! Terribile! Allusioni su le loro sconce gazzette, frasi da trivio, e durante le elezioni persino cartelloni impudichi sui muri. Quella gente ignora la cavalleria. La poverina non si poteva più far vedere per le strade; ed io, uscendo la mattina di casa, mi sentivo tremare le gambe.

— E l’amore per quell’uomo di genio?

— Scomparso! Voi capite che quando un uomo di genio fa fiasco, non è più uomo di genio. Povera fanciulla! Il popolino diceva che era stata lei a rovinare lui. Vi basti sapere che si è dovuta appartare per qualche tempo nella magnifica villa di famiglia: le Cipressine.

«Maioli — mi diceva — è terribile! Io sono disperata. Pur di non vivere più a P***, sposerei il primo che mi càpita.»

— E allora avete pensato a me — dissi io.

— Sconer! Sconer, voi mi offendete! Invece vi dirò che dopo qualche tempo Ghiselda si tranquillò: un’altra forma di attività la assorbì totalmente. L’arte, amico. Ah, sublime, sì, l’arte! Voi non potete capire, ma sublime.

*

Mentre così parlavamo si udì un plaf ciac, nella sottostante via silenziosa.

Maioli quasi mi rovescia tavola e stoviglie per affacciarsi al balcone.

— È lei. Venite. Presto. Ah, è troppo tardi. È passata! Tuttavia venite, venite; ammirate la parte posteriore, Venere callipigia.

Mi affacciai: ebbi appena il tempo di vedere la contessina, vestita da amazzone, che svoltava via con un cavaliere monturato.

— Ma con chi è?

— Con suo fratello, il conte Desiderio, tenente di cavalleria.

IX. — GITA ARTISTICA.
La notte mi sono sognata la contessina. Io ero un pascià, come si vede in quel quadro dove c’è un pascià turco sul trono che compra le schiave nude. Io comperavo Ghiselda: palpavo, esaminavo bene. Davo a Maioli, che era il negriero, un numero considerevole di quei fedeli amici che sono i biglietti da mille. Lei era umile e muta, vestita soltanto con la sua capigliatura: una cosa da fare impazzire!

Mi stavo vestendo al mattino, e il cameriere mi recapita questo biglietto: «Caro Sconer, donna Ghiselda vi fa l’onore di esservi guida nella visita ai monumenti e dintorni. Tenete pronta automobile ore quattordici. Maioli».

«E va bene — dico —. Passeremo una bella giornata».

Macchè! Mi hanno fatto consumare due latte di benzina, col prezzo che costa oggi, e non mi sono divertito niente.

Ecco come sono andate le cose.

Alle due mi vedo arrivare la contessina, Maioli e un terzo individuo: una specie di nanerello, che mi arrivava appena alla spalla, con un abito sport, color kaki.

«Cioccolani,» mi dice la contessina, presentandomi costui. Soltanto Cioccolani! Il nanerello si limita a piegare la testa, come se gliela avessero tirata giù controvoglia con lo spago. Maioli mi spiega che quel signore mi onora di essere la guida artistica. E va bene. Dico: «prego,» e lui non si fa pregare: prende posto accanto alla contessina, e prende il comando lui dell’automobile.

Si comincia il giro artistico: chiese, battistero, chiostri, palazzi, conventi, ecc. Ecco, dirò: a me non importava niente di vedere queste cose, ma già che la proposta veniva da loro, cortesia voleva che avessero dovuto dare le spiegazioni. Invece, come se io non ci fossi stato! In ogni luogo dove andavamo, gran discussioni fra di loro, tanto che una volta venne fuori un prete a sgridare.

A me dicevano: «Guardi lì! Vede questo? Vede quello?» Intanto nelle chiese è tutto scuro e non si vede niente: e poi a me cosa importava? Il bello poi era questo che, quando Maioli mi diceva: «Guardi in su, divino, ah! giottesco, oh! Pinturicchio, abside» che so io, sentivo loro due che ridevano, e lui che ripeteva: «Dinamite, dinamite!»

Mi accosto e guardandolo dall’alto della mia persona, gli domando: — Dinamite, e perchè? — Egli leva verso di me la sua faccia impertinente e dice: — Per buttar giù tutti questi cimiteri del passato, che mettono il loro tabù su l’avvenire. Lei è forse di opinioni contrarie?

— Si figuri! Per me si accomodi pure. Anche noi, a Milano, abbiamo i futuristi che la pensano come lei.

— Superati, oramai — mi risponde.

— Ah, benissimo.

— Sconer, Sconer, — mi dice Maioli commosso — guardi lassù quel trittico. Divino, oh!

— Non si metta a piangere, Maioli, e mi dica piuttosto: quella mezza cartuccia chi è?

— Un artista.

— Un architetto?

— No.

— Un pittore?

— No: un poeta.

— È del paese?

— Una gloria paesana.

— Ma cosa fa? come vive?

— Un grande poeta.

Questa è stata la gita artistica ai monumenti. A me fu riserbato l’ufficio di dare le mance.

*

Dopo, è venuta la gita pei dintorni. Lui, la guida artistica, dà gli ordini. Era quasi piacevole sentirlo, con una calma che pareva lui il proprietario dell’automobile, comandare: «Velocità, velocità». E volta di qua, e volta di là, su, giù, gran velocità. «Velocità! Oh, salire al Carro di Boote! infrangersi a Vega!» sentivo che diceva alla contessina. La contessina agitava con la mano una lunga rama di rose, e diceva anch’essa: «Velocità!»

Un momento, perchè l’automobile è mia.

Biagino, il mio chauffeur, era fuori della grazia di Dio. Prendo posto vicino a lui, perchè se mettiamo sotto qualcuno, chi ci va di mezzo sono io.

Era supponibile che lì, nella campagna, dovessero andar d’accordo: perchè la campagna è quella che è.

Ma niente affatto! — La natura — gridava il poeta — bisogna violentarla, prenderla a calci e a pugni.

— Ma no! accarezzarla — diceva Maioli.

— Ma no, Maioli — dice lei. — Soltanto la violenza è dinamica. Stop! stop! — gridò poi.

— Fa il piacere, ferma — dico a Biagino. Ci fermiamo.

— Sentiamo lei, signor Sconer — dice la contessina, — che è un’anima, direi così, vergine: che cosa vede?

— Io?

— Sì, signore — dice la contessina, — che cosa vede davanti a sè?

— La strada, che se non stiamo attenti….

— No, io parlo del paesaggio.

— Ah!

Era verso le sei e mezzo: il sole tramontava con un bel tempo di maggio: c’erano belle collinette verdi; su le collinette, belle casettine bianche con le finestre aperte, e una gran pace.

— Cosa vedo? delle case su la collina — rispondo.

— Guardi bene.

— Guardo bene: case su la collina.

— Questa è la prima sensazione — dice la contessina: ma lei si concentri e avrà una seconda sensazione. In altre parole, se lei fosse pittore che cosa dipingerebbe?

— Casette su la collina — dissi io.

— Ma non vede — insistette la contessina — qualche altra cosa fluttuare nell’atmosfera?

— Mi dispiace; ma non vedo.

La guida artistica fece un gesto d’impazienza. Cominciava a diventare seccante quel signore.

— Scusate — dice Maioli, — anch’io non vedo che casette su la collina….

— Perchè lei è vecchio — salta su a dire la guida artistica. — Il suo occhio non è nè più nè meno di una macchina fotografica: lei non ha sensazioni: lei non vede il movimento vibrante. Le casette danzano in lento ritmo, ma danzano: le finestre aperte esclamano per la beatitudine: oh, oh, oh! Bisogna esprimere questa danza e questa beatitudine. Io per esprimere quelle che quel signore (questo son io!) chiama casette, farei una teoria di fanciulle ondeggianti in ritmo, che con la bocca aperta per la beatitudine fanno oh, oh, oh!

La contessina è entusiasta.

— E chi non ha questa sensazione — conclude lui — è un rinoceronte!

Lui parla con Maioli, ma pare che si riferisca a me. Mi pare che sia il caso di rilevare l’offesa.

— Sì — dico — signore, per me è indifferente o casette o fanciulle. Ma lei mi sembra che conosca poco la modestia.

— La modestia? Ah, ah, ah!

Tutti e due si mettono a ridere come matti.

Vorrei sapere cosa ho detto da far ridere a quel modo.

*

Questa è stata la gita artistica; per effetto della quale l’anima saggia di Ginetto Sconer ha preso sempre più il sopravvento. Con quella gita mi è stato fornito una specie di campionario di quello che sarà la mia casa quando essa diventerà il rendez-vous delle più spiccate personalità dell’arte e della politica.

Il giorno seguente prendo le mie informazioni: ed ecco quello che risulta. La contessa vecchia è stata di una galanteria così generosa che ha distribuito i suoi favori, oltre che ai cavalieri, anche alla fanteria di casa: il conte, padre, si è occupato, a Montecarlo, della liquidazione del suo patrimonio. Il figlio Desiderio, ufficiale di cavalleria, seguirebbe, se potesse, le vie paterne. Ultima speranza, il matrimonio con una figlia di un ricchissimo formaggiaio. Ma è sfumato anche il matrimonio, perchè i genitori della ragazza hanno fatto capire che in tempo di guerra un ufficiale può morire, e perciò non si fanno nozze con prospettiva di funerali. Vi è gente che ha ancora la testa su le spalle.

Rimane il palazzo, coperto di ipoteche, rimane il sangue blu, benchè molti dicano che il sangue blu del padre non c’entra. Rimane Grifone, cavallo nero e storico, che, con finimenti d’argento, trascina su la vecchia carrozza la vecchia contessa.

Quanto poi alla contessina, chi sostiene che le manchi qualche altra cosa oltre alla totalità del sangue blu; chi si limita alla mancanza di un venerdì.

Ora anche Ginetto Sconer, per quanto sensibile, ha la testa su le spalle e, fra le orecchie, il cervello.

— Caro conte, — dico a Maioli — mi dispiace: il matrimonio non è una lirica ma un poema continuativo. Ho pensato, e rifiuto.

(Esclamazione di meraviglia).

Proseguo: — Potrei dire che la merce non è uguale al campione.

(Esclamazioni di sdegno).

— Ma non è per questo. Lei voleva cacciare l’articolo, come dicono a Milano. Lei mi ha parlato del sangue blu, ma non mi ha mica detto che è un sangue blu mezzo matto, che non sa cos’è il preventivo, e cos’è il consuntivo.

— Ma che linguaggio è questo? — esclamò Maioli. — Io vi facevo capitano della più bella fregata che sia stata varata nell’oceano femminile, e voi mi parlate di consuntivo e di preventivo.

— Sì, per essere poi silurato!

— Voi siete un uomo glaciale, un calcolatore! ma voi sarete punito! L’amore concede le sue gioie supreme soltanto a chi è pronto ai supremi cimenti. Voi siete un pusillanime. Non sarete mai amato, mai!

E mi voltò le spalle.

Quell’uomo è idiota e terribile.

X. — LA SIGNORA DALLE CARAMELLE.
Io sono stato tranchant, come è il mio solito; però ho molto sofferto. «Perchè — dicevo fra me, sorbendo un buon caffè alla pasticceria della Maddalena, deserta in quell’ora, ore dieci del mattino, — sui precedenti della contessina ci si può passar sopra, ma la mancanza di un venerdì…. Se l’erede mi viene fuori anche lui senza un venerdì, io avrò accesa un’ipoteca tremenda su tutto il mio patrimonio, materiale e morale. Ah, questo no! Ebbene, facciamo le valigie, e torniamo a Milano.»

Una piramide di marrons glacés attirò la mia attenzione. Ne presi uno e lo mangiai. Che malinconia! Mi venne in mente il marron glacé scomparso due giorni prima nella bocca della contessina.

Così sono scomparse le mie speranze! Ebbene, onoriamo i defunti, e siamo sempre cavalieri! Io farò omaggio alla contessina di una scatola di marrons glacés. — Prepari — dico al pasticcere — una scatola di marrons glacés e altri ingredienti, che lei mi farà il piacere di recapitare alla contessina Ghiselda.

Forse il dono è un po’ volgaruccio, ma rimedieremo con un biglietto che esprima con eleganza questi miei sentimenti.

Io ero tutto occupato a stillare il biglietto, e sentivo dalla parte del banco un confuso discorrere di caramelle, del prezzo delle caramelle, della crisi delle caramelle, quando d’un tratto fui colpito da queste parole:

— Sicuro che ne consumo di caramelle! Ogni mattina, quando mio marito esce di casa, gli metto in bocca una caramella.

Ma chi mai ha proferito queste straordinarie parole?

Chi è la prodigiosa creatura che ogni mattina mette in bocca a suo marito una caramella? Alzai gli occhi, e vidi una signora in colloquio col pasticcere: una signora di mezza età, ma ben portante, vestita con serietà. Mi feci attentissimo.

Il pasticcere lega il sacchetto delle caramelle e lo consegna con largo gesto alla signora, dicendo:

— E tanti, tanti saluti all’avvocato…. (Questo è il marito, l’uomo felice). — e tanti saluti anche alla signorina! Le dica pure che se vuol venire questo settembre a vedere come si fa a fare la cotognata, venga senza complimenti….

(Ma questa è la figlia, o una figlia! Io sono intuitivo! Se la madre mette in bocca a suo marito una caramella, si può presumere che anche la figlia metterà in bocca a suo marito una caramella, o qualcosa di dolce).

Io sono stupito della mia scoperta.

Rimane da sapere se questa figlia risponde anche alle esigenze estetiche.

Appena la signora è uscita, domando:

— È un avvocato da potersi fidare il marito della signora?

— Lo può prendere a occhi chiusi, come si prende la moglie.

— La moglie si prende a occhi chiusi?

— Se la prende a occhi aperti, non la prende più.

(Sono intelligenti i pasticceri in questo paese).

Dico:

— Hanno una figliuola bruttina però….

— Oh! Un bottoncin di rosa!

— Ma è piccina, mi pare.

— Era piccina l’anno scorso, ma adesso è cresciuta: le ragazze crescono come l’erba, notte e dì.

— Non si vede quasi mai in giro, però, questa signorina bottoncin di rosa.

— Di quelle che lei vede in giro c’è poco da fidarsi — mi risponde il pasticcere, facendo una faccia assai brutta.

*

Assumo altre informazioni: l’avvocato è un buon professionista. Ha lo studio in casa propria, via X***; ma non abita in città che nei mesi d’inverno. Per tutta la buona stagione abita con la famiglia in una villetta a tre chilometri dalla città; viene giù la mattina, ritorna a casa la sera.

Della sua signora non mi hanno saputo dir niente, nè in male nè in bene. Allora deve essere una signora per bene; perchè le signore per bene sono quelle di cui non si sa dire niente.

Quanto alla signorina essa è completamente ignorata.

«Ma è naturale, caro Ginetto — dico a me stesso. — Se la signorina appartiene realmente alla classificazione del dottor Pertusius, questo bottoncin di rosa è una violetta mammola, e le viole mammole, stanno nascoste».

*

Ho sospeso la partenza. Non farò più le valigie, faremo un sopraluogo. Forse ho trovato moglie!

XI. — LA VIOLA MAMMOLA.
Era un bel pomeriggio di maggio, come si legge nelle descrizioni, e io do ordine a Biagino di fare un giro, piano piano, per i dintorni dove si trovano le collinette verdi con sopra le villette bianche con le finestre aperte.

Cerchiamo di individuare quale sarà la villetta della signora dalle caramelle.

Eravamo ai piedi di una salita e guardavo attorno, quando sento: drin, drin, drin! e vedo dall’alto della strada venir giù a scatto libero una bicicletta con sopra una signorina, dritta. Scarta e passa via come un lampo. — Quella lì è lei! Non l’ho potuta veder bene in faccia, ma dev’esser lei.

Infatti, dopo un quarto d’ora, ecco che la vedo tornare indietro: ma questa volta a piedi, e in compagnia d’un uomo: il papà.

Carina! Era andata incontro al suo papà. Venivano su tutti e due, piano piano, soli soli, parlando fra loro, e non hanno badato nemmeno alla mia automobile ferma. D’altronde io ero così ben truccato con gli occhiali e col berretto che non mi avrebbero mai potuto riconoscere.

In faccia non la ho potuta veder bene nè meno allora; ma come figura, molto carina.

Un po’ faceva caro al suo papà con la manina; un po’ faceva festa ballonzolando avanti per la via, e poi si appendeva al braccio del papà, che conduceva lui la bicicletta a mano. Come si dondolava graziosa anche lei al braccio del papà!

Ho potuto individuare anche la villetta: un che di mezzo tra la casa rustica e la villa; un cancelletto ben verniciato, un vialetto con sassolini tenuti puliti. I margini del vialetto sono formati da alberelli fruttiferi a spalliera; e lungo il vialetto, gran vasi di limoni. Poi intorno c’è l’orto. Nell’orto vi sono piselli, insalata, ed altra botanica da mangiare.

Una mattina, presto, ho veduto la signora Caramella che impartiva comandi a una servetta. Cocodè, cocodè! si avanza una superba schiera di galline. Non è molto fine tutto ciò: ma si può considerare sotto l’aspetto dell’home inglese; e allora diventa fine. Del resto, una signora che attende alla pollicoltura presenta ottime garanzie.

Quanto alla signorina, ho osservato che tutti i giorni, verso quell’ora del pomeriggio, va incontro al suo papà fin dove arriva il tram con l’ultima fermata.

Venerdì soltanto la signorina non è venuta.

Verso le dieci del mattino, la servetta viene giù con la sporta a far la spesa nelle botteghe fuori di porta.

Ho deciso: affronto la servetta. La apposto in una svolta della strada.

XII. — INTERVISTA ANCILLARE.
La servetta veniva giù per la stradicciuola fra le due siepi di biancospino, col cesto della spesa: passo baldanzoso; testa scoperta.

È una ragazza rossiccia, solida, sagomata alla campagnola, con qualche sovrapposizione di capriccio cittadinesco. Labbra grosse, guance fiorite di salute, nonchè di bitorzoletti.

Le attraverso la strada e le parlo così:

— Permettete una parola, signorina: in quella villa, lassù, avvengono cose molto sospette. Si sentono grida; si vedono segnalazioni con bandiere bianche. Ogni sera, poi, una signorina precipita sino alla linea del tram a dare appuntamento ad un signore con un plico nero. Tutte le sere, e non il venerdì. Perchè non il venerdì? Ciò è misterioso. Voi non ignorate che siamo in tempo di guerra.

La ragazza un po’ si mette a ridere, un po’ ha spavento.

— Lei è uno della questura?

— Tutto può essere.

— Gli strilli — dice — sono della signorina che canta.

— Col piano, canta?

— Senza piano: e la bandiera bianca è la biancheria lavata.

— La biancheria la lava il lavandaio.

— E invece la mia signora fa il bucato in casa. Ma lei quante cose vuol sapere? Se andasse invece a prendere i ladri, sa quanto farebbe meglio!

(Forse la servetta ha ragione, e muto sistema).

— Sentite: io sono un uomo d’affari e ho bisogno di alcune informazioni riservate sul conto del vostro padrone; e questo è per voi. — Così dicendo le presento un bel biglietto nuovo da dieci lire, che la fa sorridere.

Rifiuta il denaro, perchè del signor avvocato non può dire che bene.

— Ciò vi fa onore, ma il denaro di regola non si rifiuta mai. Dunque la signorina canta?

— Tutte le mattine come un fringuello.

— Allora non è melanconica la signorina?

— Melanconica? Già che si sta a questo mondo, si deve anche essere melanconici?

— Mi piace, perchè questa è anche la mia opinione. Dunque allora la signorina si alza presto al mattino?

— Certamente, perchè la sera va a letto presto. Sì, ma lei vuole sapere della padroncina e non del signor avvocato.

Lodo la sua perspicacia e la prego di accettare una moneta d’oro. Io premio sempre la intelligenza, perchè ciò costituisce sempre un ottimo affare. Però la avverto di non cambiare alla pari perchè le monete d’oro stanno diventando rarità di museo. L’oro è un metallo prezioso, in quanto fa sorridere di felicità.

La servetta sorrise anche lei e mi parve disposta a stringere con me un patto di alleanza.

Domando alla servetta perchè venerdì la signorina non è andata incontro a suo padre.

— Forse perchè aveva mal di testa?

— La signorina non ha mai mal di testa.

— Forse perchè aveva mal di denti?

— La signorina non ha avuto mai mal di denti.

— Allora perchè ha preso il purgante?

— Ah, signore….

— Potete voi assicurare che la signorina non ha preso il purgante?

La servetta assicura che la signorina non fa uso di purganti.

— Ma lei fa bene delle vaghe domande….

— Vi prego di occuparvi della risposta e non della domanda. Allora la signorina leggeva venerdì qualche romanzo….

Ah, i romanzi! quella cosa che fa liquefare il cuore!

Dove era stata prima a servire, c’era una signorina che leggeva sempre romanzi, e lei era chiamata a partecipare alle emozioni della lettura. Ma la signorina Oretta non legge romanzi.

— Si chiama Oretta la vostra padroncina?

— Sì, Oretta.

— Mai inteso: ma un bel nome. E se non suona il piano, se non legge romanzi, che cosa fa tutto il giorno?

— Cosa fa? ah, cosa fa? anzi cosa facciamo tutto il giorno? Lo domandi alla padrona. Non si finisce mai di lavorare in quella casa.

— Allora — dico io — venerdì la signorina Oretta era occupata a scrivere una lettera all’innamorato.

Oh, che cosa io avevo mai detto! — Bene è vero — osservò la servetta — che oggi le signorine cominciano a parlare di fidanzati dal tempo delle sottanine corte; — ma ella mai aveva inteso dalla signorina Oretta proferire discorsi di fidanzati.

— Voi garantite che non ha fidanzati?

— Ma se ne avesse uno, sarei io la prima a saperlo.

— Allora perchè non è venuta venerdì?

È un segreto che la servetta mi confida dietro promessa di non palesarlo a persona. Due anni fa la padrona è stata molto male; e durante la malattia la signorina ha fatto un voto al Signore: che se la mamma guariva, tutti i venerdì non sarebbe mai uscita dalla sua camera. La signora è guarita, e lei tutti i venerdì non esce di casa.

— Sa lei, signore, che è una cosa ridicola?

— È vero, — risposi, — ma vuol dire anche che la signorina fa onore ai suoi impegni, e ciò mi piace.

XIII. — SECONDA INTERVISTA ANCILLARE.
Questa signorina Oretta risponde alle esigenze eccezionali del dottor Pertusius. È un po’ primitiva; ma trapiantata da questo ambiente rusticano nel mio giardino, ecco, il fiorellino semplice diventerà fiorellino doppio. Io pregustavo — standomi ancora al mattino nel letto dove dormì Giuseppe II e tutti quei re — la gioia di questa trasformazione operata dalla mia mano possente su la semplice Oretta; ed ella esclamava: «Ginetto, tu mi fai soffrire troppo!»

Però non è bene che tu pensi tutto per te. C’è anche l’erede.

L’erede farà ua ua! e altre cose contrarie all’estetica, farà; ed è un pretendere troppo che Oretta con una mammella dia a te la sciampagna eccitante, e con l’altra il latte calmante all’erede. La nascita dell’erede era decretata; e perciò deliberai una seconda intervista ancillare.

Questa volta mi recai all’appostamento della servetta in tutto lo splendore di una toilette primaverile; e perciò la ragazza, quando mi vide, rimase offuscata, e quasi non mi riconobbe. (Il giorno prima mi ero truccato in modo indegno).

— Altre meraviglie vi aspettano, ragazza mia, — dissi. — Ma prima di tutto il vostro nome.

— Lisetta.

— Ebbene, Lisetta, noi siamo destinati a diventare intimi amici. Voi dovete essere la mia collaboratrice.

— Che dica ben su….

— Ecco di che si tratta…. — Ma la Lisetta aveva, oltre al cestello della spesa, un involto in un giornale da cui pendevano laccioli. Evidentemente, un paio di scarpe. — Le vostre, Lisetta?

— No, della signorina.

— Fate, fate vedere.

Guardo. La vista di quelle scarpe, benchè conformi alle idee del dottor Pertusius, mise una spina nel mio cuore.

— È ben fatto — domando — il piede della signorina?

— Come il mio….

— Oh, ma in proporzioni minori, vorrei credere.

Dal piede risalii con domande riservate alle regioni superiori; ma qui la Lisetta non seppe darmi che vaghe referenze. Poteva ben dirmi di altre signorine, perchè portavano camiciole di pizzo che arrivavano appena a coprire….

— Ho capito. Proseguite!

—…. e poi facevano i quadri plastici davanti alla specchiera; ma la signorina Oretta porta una camicia lunga come quella di Santa Veronica. Però brunetta ella è.

— Ma queste scarpe sono da buttar via — dissi.

— Buttar via? Le porto a risolare. Vada, vada a dire alla mia signora «buttar via». Oggi, poi, col prezzo delle scarpe! Non si butta via niente: nemmeno la broda dei piatti.

— Oh!

— C’è il maiale in casa.

Un utile animale, ma spoetizzante. Galline in casa, pazienza, ma anche il maiale….

Comunque dico:

— Ascoltatemi, Lisetta: vi sarebbe uno di quei giovani assolutamente eccezionali: bello, ricco, come si legge nei romanzi: un perfetto signore, disposto, forse, a sposare la signorina Oretta, vostra padroncina.

— È lei forse? — e mi squadra.

— Perchè? Non vi piaccio? Trovereste forse qualcosa da eccepire sul mio conto?

— Io trovo che lei è un simpatico signore.

— Lodo la vostra intelligenza.

— E poi con un’automobile così bella!

— Così che voi credete, Lisetta, che la vostra padroncina rimarrebbe favorevolmente impressionata all’annuncio che un giovane ricco, simpatico, serio, sarebbe disposto ad iniziare serie trattative di matrimonio?

— Se glielo dico io, mi manda in cucina. Tutte le volte che le ho detto certi bei pensierini d’amore, lei mi dice: «Lisetta, va in cucina!» Io direi che lei, signore, cercasse di entrare in simpatia del papà e della mamma. La padrona se viene poi a sapere che lei è ricco….

— Questo è un particolare interessante! Ma per entrare in simpatia, prima bisognerebbe entrare in relazione.

— Ah, signore! — esclamò Lisetta battendosi d’un tratto con la mano la fronte, — se non è che per questo, lei non poteva capitare in un momento migliore.

— Favorite di spiegarvi, ragazza mia.

— Ha lei osservato, proprio di contro alla nostra casa, una villetta piccina piccina? È così nascosta dalle piante che già non si vede. Sono quattro camerine che la signora ha fatto tirar su con le sue economie per affittarle ammobiliate; e proprio l’altro ieri le sono rimaste sfitte. Adesso non le racconto come: le basti sapere che la signora è rimasta imbrogliata di tutto l’affitto, senza contare il resto. Son due giorni che ha una luna…. Ha pianto persino dalla bile. Bene: lei si presenta, prende in affitto la villetta, non tira un centesimo sul prezzo, e lei è accolto in casa come un Dio.

Eccellente idea! Così vedo la signorina messa in opera, come si dice a Milano, senza impegnarmi.

— E scusate, una domanda: l’avvocato che uomo è? Non è mica un uomo furioso?….

— È tanto buono! — risponde Lisetta. — Alza qualche volta la voce, ma non ci si bada.

— Se l’affare va, la vostra fortuna è fatta, perchè — tenete a mente — il sistema della nostra Ditta è tedesco: ricompensare le persone per quello che rendono.

XIV. — IL PAPÀ MIO FUTURO SUOCERO.
Sono andato allo studio dell’avvocato per l’affitto della villa. Ma non ho avuto bisogno di domandare se c’era.

Se ne sentiva la voce dall’anticamera. Gridava come un’aquila, cosa della quale ero prevenuto.

— S’accomodi, signore — mi dice lo scrivano, un gobbetto con certe mani che spiccavano in nero su la carta bianca.

Veramente quando io sento la gente che declama forte, ho l’abitudine di ritirarmi.

Lo studio è molto in istile con le mani dello scrivano. Accomodarmi? dove? Il sofà è occupato da due grossi individui di campagna. Clientela poco distinta.

La declamazione cresce.

Si sente l’avvocato dire: «Affari sporchi, signore, affari molto sporchi! Nel mio studio tutto è pulito. (Pausa. Ripresa). Ma sì, vada da chi vuole. Non c’è altra abbondanza che di avvocati».

— Senti come el ziga! — dicono i due villani pieni di ammirazione.

«No! — si sente gridare ancora di là, — è inutile che lei mi dia dell’olio. Sa piuttosto? ringrazi se non la denuncio. Esca, faccia il piacere: esca!»

L’uscio si spalanca e vien fuori un signore un po’ pallido. Passando, vede la mia distinta persona e dice: «Gli porto un affare che rappresenta dei buoni da mille e lui dice che gli guasto l’onore. Come se i buoni da mille fossero stampigliati col bollo d’onore e senza! La guerra passa e gli affari rimangono».

Non ragiona male, ma io resto impassibile: invece i contadini si guardan con tanto d’occhi: Disel da bon?

Il signore esce.

Vien fuori l’avvocato con una faccia da burrasca, e dice: — Avanti a chi tocca.

I due villani entrano.

Il mio futuro suocero manca di distinzione.

— Sempre così coi clienti, il suo principale? — domando allo scrivano.

— Eh, quando gli toccano la corda sensibile….

E il gobbetto amabilmente mi spiega la storia del diverbio: si tratta del salvataggio di una Ditta tedesca, che può esser messa sotto sequestro.

— Patriotta anche negli affari il vostro principale?

— Sa? — mi dice il gobbetto, — è di quelli che vogliono sgrandire l’Italia.

I villani escono.

Entro io.

Ci sediamo: i nostri due volti si trovano vicini e allo stesso livello. Lui mi guarda con aria truce; ma io lo domo con la mia abituale correttezza. Comincio il mio exposé con la mia parola persuasiva ed elegante. Il suo volto si rischiara, anzi il mio aspetto di perfetto gentleman gli insinua degli scrupoli nella coscienza. — Badi — mi dice — che nella villetta non vi sono tutti quei comodi che lei potrebbe forse desiderare. Non vorrei poi sentire lamentele.

Faccio un gesto di completa assicurazione.

Mi domanda, un po’ dubitosamente:

— Lei ha referenze in città?

Io potrei fare il nome della mia Ditta; ma dico:

— Il signor Maioli.

— Un dignitoso imbecille — dice lui.

— Perfettamente d’accordo. — (Ma non si trattano così gli imbecilli, signor avvocato! Io li nomino sempre con molto rispetto).

— Il signor Cioccolani….

— Padre o figlio?

— Figlio — rispondo. — Perchè, c’è differenza?

— Certo: il padre è un valentuomo e un ottimo agricoltore: il figlio è la sua croce. Sono disgrazie di noi genitori.

— Ha anche lei un figlio poeta?

— Per fortuna no. Ho soltanto una figlia.

Vedo che ha qualcos’altro da dirmi, e dice infatti:

— Scusi la domanda: ma la villetta è per lei? Lei mi intende.

Ho apprezzato altamente la sua morale. La morale avanti tutto.

— La villetta — dico — è per mia madre, la quale trovasi presentemente in cura a Salsomaggiore, e dopo avrà bisogno di aria balsamica e di perfetta quiete.

(Eventualmente, farò venire la mia governante, camuffata da genitrice).

— Per questo — risponde l’avvocato, — lei non potrebbe fare scelta migliore.

*

Ci siamo lasciati perfettamente d’accordo.

Tipo diverso dal mio, ma bell’uomo anche lui, il signor avvocato: solido, asciutto, baffi alla moschettiera: impressionante. Mi fa piacere: conserveremo così per l’erede tutta la energia della stirpe. All right! «Egregio avvocato, mettendo al mondo, con la collaborazione della sua signorina, un erede solido, ordinato, metodico, noi ingrandiremo l’Italia».

XV. — ATTILA, RE DEGLI UNNI.
Stupore!

Esco dallo studio dell’avvocato, e incontro per il corso la contessina con la madre.

Innebriante! Trionfale! Porta un bastoncino, ha grandi piume, pare la figura della Tosca. Accanto alla sua magnificenza saltellava sui tacchi lucidi il poeta Cioccolani, come un cagnolino al guinzaglio. Era anche lui, come me, tutto primaverile.

È prima la contessina a fermarmi per ringraziarmi dei marrons glacés e del mio bellissimo madrigale.

— Ma si copra, la prego.

Io ero rimasto col capo rigorosamente scoperto, con molta ammirazione dei buoni provinciali, e soltanto al suo comando deposi la maggiostrina su la mia lucida capigliatura.

— Ma lor due non si conoscono? — domanda la contessina.

— Mi pare, mi pare, — fa il poeta Cioccolani.

Parlava con l’erre moscio. — Mo’ vada là che mi conosce! — dico io.

La contessina lo scusa, dicendo che lui va soggetto a distrazioni incredibili.

Bella maggia questo poeta, come dicono a Milano.

— Se lei mi permette, contessina, io devo farle un secondo madrigale: la sua presenza illumina di vibrazioni moderne queste vie da medio-evo. Il Comune le dovrebbe dare, almeno, un diploma di benemerenza.

A questo mio complimento la contessina scoppia in una serie di «Ah! ah! ah!» così squillante che la gente si volta a guardare. Ma lei ride finchè ha finito. Quando ha finito, mi dice:

— Il Comune? Il Comune socialista qui di P***? Se potesse, mi darebbe lo sfratto. Dica, dica lei, Cioccolani.

— La fine di Giovanna d’Arco — dice il poeta.

— Je m’en fiche — dice la contessina.

La contessa madre, che ha inteso rumore, si fa tradurre all’orecchio il mio madrigale, e lo trova molto appropriato. Mi vuole far sapere personalmente che nell’evo-medio i suoi antenati camminavano per le strade di P*** come su di un proprio feudo.

*

Ci soffermiamo alla solita pasticceria. La vecchia prende un mélange con molto latte, perchè con molta cioccolata, perchè con molto zucchero, perchè con molte paste. La contessina prende un tè molto frappé: il poeta solo del gelo, cioè un gelato.

(Io mi sono servito qualche volta di un poeta per fare versi per le mie réclames. Era un uomo spettrale, che beveva liquidi infiammabili. D’altronde è notorio che i poeti si nutrono di eccitanti).

Manifesto questa opinione: ma non è approvata.

— No, no, no, liquori! — esclama la contessina. — Precisamente il contrario. Ora poi che Cioccolani è in istato di grazia e di martirio, guai se prendesse eccitanti.

Domando se il signor Cioccolani sta poco bene.

— Sta creando — dice la contessina.

Mi permetto di domandare che cosa sta creando.

Cioccolani si è irrigidito e non risponde.

— Un poema drammatico — risponde per lui la contessina.

— In prosa o in versi? — domando io.

Il poeta fa una smorfia di disgusto.

— Superato! In prosa lirica — dice la contessina.

— Ah, benissimo — dico io. — E sarebbe?

— L’Attileide, o Attila re degli Unni, ossia la lotta delle stirpi.

— Press’a poco come adesso — dico io.

— Vedete, vedete? — esclama la contessina. — Vedete, Cioccolani, che capisce anche lui?

(Lui sarei io.)

— Raccontate, raccontate Cioccolani, quante persone vi saranno su la scena.

— Più di trecento — dice allora Cioccolani: — Unni coperti di pardalidi, vescovi mitrati, cavalle àvare, nazarei con le cesarie intonse, gli ultimi legionari romani, le vergini di Santa Genoveffa. La tragedia si svolge in tre grandi stazioni; la prima ad Aquileja, la seconda sui campi Catalaunici, la terza in una cattedrale di Pannonia. Sinceramente, donna Ghiselda, mi sarebbe necessaria almeno una gita ad Aquileja per qualche studio archeologico: ma adesso le autorità militari frappongono difficoltà….

— Scusi — mi permetto di osservare, — ma mi pare che Attila re degli Unni sia un personaggio poco simpatico.

Il poeta non risponde: ma la contessina si infiamma: — Poco simpatico Attila? Ah! Il magnifico genio della stirpe, il purificatore sublime!

Mi permetto di non capire.

— È semplice — risponde la contessina. — Attila è la Nemesis, che purifica con l’esterminio l’umanità.

— Mi dispiace, ma non posso condividere questa opinione.

— La guerra, egregio signore — dice Cioccolani, — è nient’altro che la catarsi di purificazione: l’olocausto offerto ai genî oscuri delle stirpi.

Senonchè a questo punto il poeta Cioccolani mutò voce: — Ma cameriere, cameriere, venite qui: è inaudito!

Ha trovato una cosa nera nel gelato bianco.

— Cosa c’è in questo gelato? Guardate! — E presentò al cameriere la cosa nera su la punta del cucchiaino.

Una mosca!

Disputa se è una mosca. È una mosca constatata.

La contessa madre, che finora ha vuotato mezzo il cestello delle paste, si sveglia e vuol vedere.

— Orrore! Una mosca!

Seconda disputa col cameriere se la mosca era caduta allora, o durante la mantecazione del gelato.

La contessa madre vuole interloquire e dice misteriosamente: — Adesso gli operai fanno apposta a mettere le porcherie nelle robe che devono mangiare i signori.

Terza disputa se è stato quel cameriere oppure un altro cameriere a portare il gelato. — Ma pretendete forse — dice Cioccolani — che io vi guardi in faccia per vedere chi è il cameriere che mi serve? Io constato una mosca. Ignorate, o ignorante, quanti milioni di microbi si nascondano sotto le ali di una mosca?

Non dice mica male; ma mi pare che si possa risolvere la questione con l’ordinare un secondo gelato: e così il pericolo della mosca è eliminato.

— La guerra — riprese Cioccolani immergendo la paletta del cucchiaino nella crema del gelato, — la guerra è sempre un’opera di purificazione.

— Sarà benissimo. Però scusi, signor Cioccolani — mi permetto di osservare, — io credo che questa sua tragedia non potrà avere oggi un gran successo. Qualche anno fa era di moda la Germania, e andava bene. Ma adesso…! Pensi che questo inverno, a Milano, è uscita appunto una satira contro la Germania, col titolo a un di presso come il suo… (Ma cosa hanno da ridermi in faccia tutti e due mentre parlo?)

— Ah! ah! ah! — fa Cioccolani.

— Ah! ah! ah! — fa la contessina.

Mi pare che ridano alle mie spalle.

Quando hanno finito di ridere, la contessina mi spiega: — Ma non è Attila che vince! Chi vince è Roma, cioè il genio latino.

— Allora siamo a posto.

— La potenza della tragedia è immensa, — mi spiega la contessina. — Lei sa che quando Attila si presentò ad Aquileja, sopra il cavallo, sotto la cui unghia non crescerà filo d’erba, la cosa era molto grave.

— Lo credo bene.

— I cristiani con qualche secolo di predicazione pacifista avevamo smobilitato l’esercito delle legioni romane: ma la venuta di Attila richiama il Papa sul terreno della realtà. Che cosa deve fare il Papa? Mobilitare! ma che cosa mobilita? Non c’è più esercito. Allora, secondo una leggenda, popolare anche oggi, ricorre a San Pietro e San Paolo. Ma che cosa vuole che potessero fare San Pietro e San Paolo? La leggenda cristiana dice che San Pietro e San Paolo fermarono Attila. Ciò è assurdo: Attila è il principio antitetico al Cristo: l’uno illumina l’altro, niente più! Attila, fin che può, va avanti e non indietro. Lei capisce benissimo che il giorno in cui Attila accetta di farsi frate, la storia si ferma come un orologio che ha consumata la carica. Mi guarda, signor Sconer?

Io la guardavo infatti, un po’ inebetito.

— No! non è il Papa con le sue ideologie, — proseguì la contessina, — che ferma Attila; è una donna sublime, santa Genoveffa, che con la clava spacca la testa di Attila, e allora Attila capisce subito, ed è anche fermato.

— Che vorrebbe significare — dico io — che, per persuadere i tedeschi, non c’è che un mezzo: spaccare la testa.

— Sì! sì! sì! Vedete, Cioccolani? Capisce anche lui. Capiranno anche le turbe.

(Lui sarei sempre io. Non è lusinghiero).

— Scusi, contessina — domando, — Attila è veramente morto così?

— Attila veramente è morto in un congresso carnale in Pannonia; ma è stato Cioccolani a ricavare da questo fatto comune un altissimo significato simbolico.

Cioccolani è commosso, benchè silenzioso. Io mi congratulo con lui.

— Lo rappresentano a Milano questo dramma?

— A Milano? — dice allora Cioccolani. — Questo dramma non può essere rappresentato che a Roma, il centro della latinità.

— È il dramma — dice la contessina — che deve destare l’anima delle turbe romane.

— Questa — mi permetto di obbiettare — credo che sia una cosa difficile, commuovere i romani.

— L’arte può tutto!

— Allora non parliamone più.

A questo punto Cioccolani guarda l’orologio sul braccialetto e dice: — Sono le undici. La messa è già cominciata. Venite, basilissa?

— Mi dispiace; c’è mammà che è un po’ debole.

(Mi ha vuotato un cestino di paste e la chiama debole!)

Il poeta se ne va.

— Anche il signor Cioccolani è così religioso?

— Veramente Cioccolani — risponde la contessina — va a sentire la messa cantata per inspirarsi per il terzo atto dell’Attileide. Vedete, Sconer: la messa cantata contiene elementi lirici e drammatici di primissimo ordine che agiscono su le turbe. Le turbe non capiscono niente, ma si muovono con la suggestione lirica. I versi di Cioccolani sono come la messa cantata: non sono versi, sono ponti lirici, su cui le turbe devono passare. Devono! Il brivido panico, il furore dionisiaco investe le turbe, e passano là dove vuole il poeta. — Qui la contessina si fermò, guardò con occhi strani, e poi disse: — Ah voi, ma che dico voi, nessuno può comprendere quale tragedia interiore si è svolta nell’anima di Cioccolani, e anche nella mia!

Non capisco; e si deve vedere che non capisco, perchè mi domanda:

— Conosce lei i Canti Ermetici di Cioccolani?

— Mi dispiace….

— È stata la sua prima affermazione lirica: il suo cervello è radio!

(Un milione al grammo!)

— Ebbene, i Canti Ermetici sono passati inavvertiti in Italia. L’Italia ignora Cioccolani! Ma non è ignorato in Germania: in una Geschichte der jungen futuristichen italienischen Literatur, Cioccolani è elencato tra i guerrieri più audaci, die tapfersten Soldaten che hanno spezzato il marmo sepolcrale della tradizione. Lei capisce benissimo che unicamente per questo fatto Cioccolani conserva un obbligo di gratitudine verso la Germania….

— Scusi, contessina, anch’io sono sempre stato in ottimi rapporti con le ditte tedesche, ma mi sembrano un po’ macellai.

— È la caratteristica dei grandi popoli, — risponde con indifferenza.

Io guardo quel suo volto con sempre maggior stupore. Ella, mentre così parla, prende con la mano la tazza del tè: con voluttà versa il contenuto giù nella gola. Sento un gorgoglio. Con la lingua ripassa su le labbra. Tè, liquore, sangue: quella donna mi pare avida di voluttà.

— Inoltre, — riprese ella, — noi amiamo la Germania; noi invidiamo (lei naturalmente non lo andrà a riferire) questa élite di guerrieri, di politici e di scienziati, che fanno marciare tutti i senza-patria del mondo in servizio dell’unica patria germanica! Ebbene, noi abbiamo sacrificato questi nostri sentimenti personali, io e Cioccolani: e siamo al servizio d’Italia, di questa democrazia che è il regno dell’incompetenza. Questa è la nostra tragedia! Ma cosa vuole? Noi siamo nobili e il nostro dovere è di sacrificarci.

È strano! Ma anche avendo un cervello ordinato metodico come è il mio, viene un senso di capogiro. Desidero prendere commiato.

— Torna a Milano? — mi domanda.

Dico alla contessina che ho preso in affitto, per la mia genitrice, un piccolo chalet.

— Verremo una sera con Cioccolani e le faremo conoscere i Canti Ermetici.

— Contessina, scusi, quel basilissa che dice Cioccolani, cosa vuol dire?

— Parola bizantina, vuol dire regina.

*

Finalmente sono solo. Vado in cerca della mia anima. Oh, povero Ginetto Sconer! E io stavo per sposare quella donna così istruita. Ma io sarei finito in una casa di salute!

XVI. — CANI E GATTI.
Il giorno ventisei del mese di maggio ho preso possesso della villetta. Vi trovo madre figlia e servetta che sfaccendano ancora nelle ultime operazioni di raddobbo.

La mia presenza, di perfetto gentleman, incute un po’ di soggezione.

— Ci dispiace che ci trovi così — dice la signora, — ma gl’inquilini che c’erano prima, hanno lasciato una casa, una casa….

Mi fa poi osservare la disposizione delle camere; ma a me importa la sua disposizione. Solida! Anzi dirò che se fosse messa con civetteria e non dovesse diventare mia suocera, vagheggerei che ella non fosse uno dei casi di fedeltà coniugale debitamente constatati.

Mi dice:

— Questa camera, la più grande, la riserbiamo per la sua signora madre.

— Perfettamente.

— E adesso, Oretta, bambina mia, dà al signore la consegna. Hai fatto per benino la nota di tutto? Sa, per regolarità…. Lei, se vuole, può confrontare.

Lodo la sua regolarità amministrativa, ma presento la mano guantata: — Prego.

In quella occasione sento per la prima volta la vocina della signorina Oretta:

— Sì, mamà, — e levò dalla tasca del grembialetto un foglio piegato in quattro, e mi porse la lista degli oggetti casalinghi consegnati, oggi, ventisei maggio, al signor….

— Ci manca il nome che non lo sapevo.

— Cavalier Ginetto Sconer.

È un po’ mortificata.

Il mio sguardo penetrante passa dalla lista degli oggetti casalinghi, bicchieri, piatti, posate, alla lista del di lei volto: capelli, naso, bocca, ecc.

Ma ella non resiste a lungo al mio esame: i suoi occhi devono essere di quelli secondo la prescrizione del dottor Pertusius perchè si turbano subito, e dice:

— Scusi bene, se non è scritto bene….

— Oh, benissimo. Bicchieri, piatti, posate.

Certo non è quella scrittura vibrante delle signorine della buona società: è una scritturina come lei, e anche la voce è come lei: una tranquilla cantilena, un po’ provinciale. Il volto è regolare, anche troppo, perchè non ha nessuno di quei motivi decorativi su cui il desiderio si impiglia. È così liscio che anzi il desiderio vi scivola. Gli occhi non hanno specialità: due semplici occhi! Il petto non offre rilievi visibili: ma certamente si formerà, perchè la madre autorizza le più lusinghiere speranze.

Molto notevoli sono invece i capelli di un nero nubian. Se non fossero lì, tirati, tirati, se ne potrebbero ricavare effetti di primissimo ordine.

«Ci sarà molto da fare per ridurvi all’altezza della situazione, il giorno in cui anche voi, signorina Oretta, amabile oggetto casalingo, sarete regolarmente consegnata al cavalier Ginetto Sconer»; ma in questo punto delle mie meditazioni sento qualche cosa che mi fruga dietro, sui calzoni.

— Eh, ma cosa c’è? — dico facendo un salto indietro.

Una testa tremenda era attaccata ai miei calzoni. Era un cane di proporzioni colossali.

— Oh, non fa niente, signore; Leone, Leone, vieni qui.

(È il cane della signorina. Veramente, non mi sarei pensato che anche questa signorina avesse la specialità del cane).

— Non è mica pericoloso quest’animale?

— Oh, tanto buono, tanto intelligente. Leone, vedi il signore? Ricordati, Leone, che devi essere molto educato col signore.

La signorina Oretta parla così al suo cane con molta grazia; e sorride. Veramente prima aveva riso del mio spavento.

Il bestione non mi sembra bene intenzionato.

L’episodio sgradevole mi ha permesso però di osservare che la signorina è fornita di magnifica dentatura e, quando ride, le si chiudono gli occhietti e le si apre la bocca.

Mamma e figlia se ne vanno con il cane Leone, attaccato al grembiale della signorina.

Rimane la servetta con la quale ispeziono meglio la nuova abitazione. Molto campestre. Il gabinetto poi è in istato, direi, primitivo.

— Vedete, ragazza mia, lo stato dei gabinetti è quello che permette di rilevare il grado di civiltà dei popoli. Io, nella casa di mia proprietà a Milano, ho in ogni appartamento due closets: uno per i signori, l’altro per le persone di servizio….

Ma le mie parole svegliano nella servetta una ilarità infrenabile. Dice: — Come se ci fosse una differenza….

— Non si ride così davanti a Ginetto Sconer!

Ma ella proseguì a ridere lo stesso: — Ringrazi piuttosto se trova la casa così! È da tre giorni che lavoriamo. Lei deve sapere che per gli inquilini che c’erano prima, era tutto un gabinetto. Guardi il giardino, che ci avevamo messi tanti bei fiori, in che stato è ridotto! C’erano quattro diavoli scatenati di bambini che, con la scusa che adesso c’è la guerra, facevano i tedeschi, rovinando tutto.

*

Ho dormito nella nuova abitazione. Il letto è un po’ sconquassato e le lenzuola un po’ ruvide; però mandavano un odorino di roba fresca che mi rassicurò. Sono stato un po’ in ascolto se sentivo zanzare. Perchè, dico, è una cosa indecente che un uomo sia come una botte di sangue a disposizione di un animalino che va e viene tutta la notte e vi prenda in giro col suo ronzio! Non sentendo zanzare, mi sono subito addormentato.

La notte è passata tranquilla, ma al mattino presto, sul più bello del sonno, un gatto mi ha svegliato. Bisognava sentire che miagolii! e poi me lo vedo entrare in camera con la coda dritta, tutto spelato, con due occhi e la gola aperta proprio verso di me. Ma questa è la casa delle bestie! «Gnau, gnau!» «Cosa vuoi? Via!» Macchè! «Adesso mi monta sul letto.»

Mi è venuto un pensiero spaventevole: «È un gatto arrabbiato!».

Mi butto giù dal letto, trincerato a buon conto da tutte le coperte, e munito del candeliere di ottone. Riesco a respingere il gatto e barricare la porta.

Riprendo il sonno.

Al mattino fatto viene la Lisetta, e dice: — Che bel sole, eh? — ma io le racconto la storia del gatto.

— Una gatta. È un regalo lasciato dagli inquilini di prima. Povera bestia! Non ha trovato più nessuno in casa, ed è rimasta affamata.

— Ma voi avevate il dovere di spazzare via quella bestiaccia. Che diamine! Io le darò da mangiare una pillola di stricnina.

— Non lo faccia, signore! Sa che ammazzare una gatta che dà il latte, porta disgrazia?

— Dà il latte?

— È il mese di maggio, e la gatta ha fatto i gattini. Ecco qui la colazione.

La Lisetta aveva una tazza di zuppa per la gatta.

— Ma voi siete così tenera con le bestie?

— È la signorina.

*

La Lisetta rassetta la camera. Mi pare abituata ad una pulizia molto sommaria; per lo meno molto a secco. Ah, i miei mobili, i miei parquets lucidi, odorosi di trementina!

— No, no. Quelle cose lì lasciatele stare: metto in ordine io. — Ma lei non se ne discosta. — Sono i miei arnesi di toilette.

— Quanta roba! — esclama. — Questo scatolino cos’è?

— L’ongloir.

— E questo cosino?

— Il polissoir. La tenuta delle unghie — dico con intenzione — distingue la rispettabilità delle persone.

— Oh, guarda che belle forbicine!

— Lasciate stare: per le vostre mani non servono.

L’uso dello spruzzatoio lo capì subito, e cominciò a pompare con soddisfazione: — Come sa di buono!

— Fate, fate, ragazza mia, ma prima dei profumi, sono indispensabili molte abluzioni intime e profonde. A proposito, se invece di contemplare i miei arnesi di toilette, mi portaste un po’ d’acqua….

— C’è lì la brocca e il catino.

— Molta acqua, molto più acqua.

— Allora dica che lei vuol fare un bagno.

— Come si potrà: à la guerre comme à la guerre. Voi, Lisa, e forse non voi soltanto, non potete imaginare la gioia del bagno. Un mio amico, che per una crisi economica dovette sostare per qualche settimana a Regina Cœli, mi confessava che la sua maggior sofferenza era stata quella di non aver potuto fare il bagno la mattina.

La Lisetta torna su, dopo un po’ d’attesa, con due secchi che traboccano.

— L’acqua è in fondo al pozzo, e il pozzo è cupo, — dice.

— Ah, povera Lisetta! Ma parliamo d’altro. Voi avete qualche notizia su l’effetto che la mia persona ha prodotto ieri?

Lisetta mi assicura che io ho prodotto un grande effetto, perchè la signorina le ha raccomandato di fare molto bene la pulizia.

— E non ha detto niente in particolare?

— Ha detto: «Quando vai da quel signore, mèttiti il grembiale bianco».

— Vedete, Lisetta? La vostra padroncina ha prevenuto quello che io stavo per dirvi. Credete: voi con un bel grembialino bianco; la vostra capigliatura un poco più ravviata, e sopra una cuffiettina bianca; le vostre braccia nude, e preventivamente insaponate insieme con le mani, fareste tutt’altro effetto….

— La livrea delle serve? — esclamò Lisetta. — Ah, mai!

— Pregiudizi, ragazza mia. Chi non porta una livrea? Anch’io indosso qualche volta il frac; l’abito, del resto, più semplice che vi mette allo stesso livello con un ministro, col papa, col re, come con voi.

Se ne andò infine; ed io stavo davanti allo specchio ultimando la mia toilette con un semplice vestito di sana democrazia, quando una voce mi fece trasalire.

Era ancora Lisetta. Un po’ seccante, in verità.

— Ah, che uomo straordinario è mai lei, signore!

— Perchè?

— Perchè non ho mai veduto farsi la cravatta così bene. La tocca, ci dà dei colpettini delicati delicati, qua e là. Pare che fasci un bambino.

— Il modo di portar le cravatte è il vero cibolet delle persone distinte. Avete mai visto simili cravatte? Senza fodera, mia cara, e tutta seta. Hanno un’altra anima le cravatte di tutta seta. E queste camicie le avete mai viste?

— Ah, signore! Tutta seta anche le camicie. E questi bottoncini sono brillanti veri? Mai visto un signore così.

XVII. — ED ALTRI ANIMALI.
L’avvocato è venuto a trovarmi, per sentire se avevo bisogno di niente.

Ci facciamo reciprocamente soggezione: io con la mia linea composta, lui con quei baffi da moschettiere.

È meravigliato vedendo che io avevo già in mano la mia corrispondenza, mentre lui aveva fatto tanti reclami.

— Niente reclami, — dico io. — Usi col postino il sistema turco del piccolo bascisc, e sarà servito puntualmente.

Passiamo all’esame della casa.

— Guarda come mi hanno lasciata questa povera casa! — esclamava. — La cucina bisognerà farla imbiancare, assolutamente.

Mi racconta la dolorosa storia: gli inquilini precedenti se ne sono andati via, zitti e quieti, di notte, come un campo arabo che levi le tende, e, naturalmente, senza pagare.

— Grave! — dico io.

Mi fa notare che la villetta era stata data in affitto ad un prezzo di favore, considerate le condizioni speciali di quella famiglia.

— Ah, molto grave! — ripeto io.

— Non me lo sarei proprio mai imaginato.

— Molto più grave ancora — ripeto io.

Mi guarda meravigliato.

Ma anch’io sono meravigliato. Che vale essere avvocato, avere baffi alla moschettiera, quando si ignora che fare favori equivale a farsi dei nemici?

Il mio «grave!» vuol dire tutto questo. Mi limito a domandare se per caso avesse nella sua villa una rimessa per la mia automobile.

— Lei ha l’automobile?

— Ma certamente.

È curioso ed è lusinghiero: per questi piccoli borghesi sentir dire «la mia automobile» è come sentir dire «io sono conte». E quando poi i sassolini del vialetto hanno scricchiolato sotto le gomme della mia limousine, constato una profonda impressione.

L’avvocato aveva fatto sgombrare, in fretta e furia, una rimessa, dove la mia automobile entrò a pena a pena.

Vedo la signora che fa due occhi, stringe le labbra in giù; e l’avvocato dice: — Perbacco!

Anche la signorina Oretta guarda la mia automobile.

— Come è bella, è vero, papà?

— Diciotto-ventiquattro HP, signorina — dico io — nuovo modello, messa in moto automatica, illuminazione elettrica.

La signora mi domandò come ho dormito. Volevo rispondere: «Letto molto sconquassato». Ma vi sostituisco l’affare della gatta.

— Già — mi dice l’avvocato — hanno portato via tutto; e ci hanno lasciato i gatti.

Dico io:

— Però lei, avvocato, si varrà dell’articolo del codice 1950, o qualche cosa di simile.

— Oh, bravo! — mi fa la signora con significazione. — Senti che te lo dice anche il signore? Gli infami! Dopo tutto quello che avevamo fatto per loro. Persino il carbone in cucina ci avevamo messo! E quello che hanno rovinato! Gli elastici del letto eran novi noventi. Cosa ci facevano poi…? I ragazzi ci saltavano sopra.

Qui interviene la signorina Oretta: — Lui, papà, ti ha scritto che pagherà.

— Mi dispiace, signorina, — dico allora io — ma pagherò non basta. Tutti possono dire pagherò. Si dice: pago! signorina.

— Senti, bambina, — dice mamà, — il signore come parla bene?

Io ho parlato con amabile sorriso, ma con tutto questo inspiro soggezione.

La signorina Oretta è confusa, e non risponde.

*

L’accordo fra me e la signora è completo, e diventa più completo quando io pago l’affitto sùbito e senza discussione. Chi discute è lei. Entra in confidenza con me. Il Comune socialista è il suo incubo, è l’orco che le mangia la casa, cioè gliela ròsica con l’aumento delle tasse.

— Signora, — io le rispondo, — non c’è che un rimedio: loro ròsicano da una parte, e noi rosichiamo dall’altra.

La signora non capisce il mio elegante linguaggio. Dice che mi farà imbiancare la cucina.

*

È idillico! È una famiglia idillica; e anch’io divento idillico.

Pranzano — con la buona stagione — sotto la pergola. Quando si fa sera, accendono una gran lampada ad acetilene. È la signorina che fa i servizietti, porta il vassoio, si alza, va e viene, porta i fiammiferi, quei benedetti fiammiferi, che l’avvocato non sa mai dove se li metta.

Spesso mi invitano a prendere il caffè. La signorina mi serve il caffè col suo bel tovagliolino.

— Oh, che bei ricamini! Ricamato da lei, scommetto.

— Invece sono stata proprio io — dice madama Caramella.

Faccio le mie più vive congratulazioni.

Famiglia molto buona, ma anche alla buona.

L’altro giorno, visita, — chiudeva il corteo il cane Leone — al brolo, all’orto. Pere e pesche sono l’ambizione della signora. Ma i bruchi all’interno e i ladroncelli all’esterno, costituiscono una minaccia perenne, come il Comune socialista.

— Non si può salvar niente! Vi sono queste pesche che vengono mature adesso, di giugno, grosse così, e che sono una bontà. — Le ha persino contate. Macchè! — Oh, ma c’è adesso Leone per quei ladroncelli.

Io cito la Svizzera dove le pesche possono pendere sul capo dei passanti senza che nessuno le tocchi.

— Quelli son paesi! Da noi non c’è nessun rispetto per la roba degli altri!

Visitiamo anche il porcello, già a me ben cognito. Mi dice la signora: — Ogni anno, per Natale, ammazziamo il maiale, perchè, lei capirà, se si dovesse comperare tutto alla bottega, non si finirebbe più, col prosciutto oggi a 0.90 all’etto. Pensi! Noi facciamo in casa i salamini, i ciccioli, le finocchiate, le coppe, il budino dolce col sangue.

Il porcello, metà roseo e metà bianco, in età ancor giovanile, viene fuori baldanzoso e ignaro di queste cose che lo riguardano. Il cane lo annusa con benevola sopportazione.

— È un maialino inglese, un Yorkshire — dice l’avvocato.

— Carino, eh? — dice la signora. — Sentisse che prosciutti!

Mi accorgo che esiste fra tutta quella ménagerie una certa familiarità. Guardo Oretta che mangia i ciccioli e il salamino. Forse questo matrimonio è una mésalliance.

*

Non c’è che il cane Leone che non sia idillico, anzi è insopportabile.

Tutte le volte che varco il cancelletto della villa dell’avvocato, pare che mi veda per la prima volta: mi sbarra la strada con salti tremendi e con espressioni di cattivo augurio.

È accorsa la signorina Oretta.

— Non abbia paura, signor cavaliere. Scherza. E non te l’ho detto, bestione, che il signore è nostro amico?

— Io credo, signorina, che converrà rinnovare la presentazione — dico io. — Ha una fisonomia sospetta.

— Tanto intelligente! Leone, dà subito la zampa al signore.

Ma la bestia si rifiutò.

— Guarda che caparbio!

— Ma è naturale — dice sorridendo l’avvocato. — È un cane pastore di pura razza tedesca.

— Papà, ti prego! Sai che mi fai dispiacere. Non è vero Leone che sei italiano?

Il cane Leone agita il testone festoso, e le dimostra tutto il suo nazionalismo. La signorina Oretta eseguisce una lotta a corpo a corpo col bestione: è molto graziosa.

Il cane è abbattuto e sta.

Contemplo.

La testolina della signorina Oretta, con quei capelli, un po’ sconvolti, mi appare più seducente; gli occhi splendono all’improvviso come se dentro si fosse sviluppato un incendio.

— Figlia mia! La mia piccola primavera — disse l’avvocato quasi sospirando.

«E anche la mia» — pensai.

*

Riscontro dei motivi di decorazione anche su la signorina Oretta: il nasino posa sopra le mensole di due graziosi ricami. Sul naso, in alto, sta un neo, non avvertito prima, ma non guasta perchè si confonde con le sopracciglia. Le guance sono coperte di una peluria come le pesche. La bocca è disegnata con colorito assai forte, e quando ride le si formano agli angoli due piccoli ghirigori birichini. Però l’apertura delle labbra sembra che non chiuda bene; questa cosa permette tuttavia di vedere il ricamo dei denti. Da quella bocchina semi-aperta mai ho visto venir fuori la punta della lingua; ma sembra che debba venir fuori quella vocina che dirà sempre cose stupidine ma molto gentili.

In complesso mi piace, e mi dichiaro soddisfatto.

*

L’altra mattina che sono partito presto per Milano, mentre salivo in automobile, la signorina mi ha domandato come sta mia madre.

— Benissimo, signorina. Vuol venire a Milano?

— Col papà e la mamà.

«Sì, stella, caricheremo tutti.» Carina quella fanciulla! La purità, checchè ne dica Lionello, è un articolo che andrà sempre.

*

Rivedo il mio appartamento, a Milano. Curioso! Mi pare deserto. Direi che ci sia caduta la polvere…. Cosa inverosimile e oltraggiosa per la mia governante. Eppure mi fa un certo effetto…. No, non è la polvere: è che c’è poco sole. Eppure c’era il sole a Milano! Ma poi ci colloco, con la fantasia, la signorina Oretta, che è diventata signora Oretta, e mi pare che vi sia una fontanella di campagna che sparge intorno la sua deliziosa freschezza.

XVIII. — ORETTA O GHISELDA?
Mi piace proprio la piccola signorina Oretta? Ecco una cosa che non riesco ad individuare con quella precisione che è nel mio sistema.

Io sono un uomo morale. La piccola Oretta è un frutto che sta maturando sull’albero della vita. Nel mio idillio campestre io godo nel contemplarla.

Ma quando ritorno a Milano, non mi piace più! La povera signorina Oretta, là in quella specie di basse-cour, mi produce un senso di sconforto. «Adagio, Ginetto, prima di sposarla». Certo se colloco la signorina Oretta nel mio appartamento, io trasporto a Milano l’idillio campestre. E ciò è igienico. Come abbracciava laggiù con grazia quel bestione del suo cane! Quando abbraccerà qui, così con grazia, anche me? E quegli occhietti? Sereni come due laghetti alpini. Le nubi dei desideri del di là non si sono ancora riflesse su quella serenità: è molto carina. Io la bacierei anche tanto volontieri. Io la vedo, quando sarà mia moglie, lì, tutta tranquilla, come un pecorino. Io arrivo a casa dal mio stabilimento, mi accosto piano, in punta di piedi, le sfioro la nuca con un soffio di bacio. «Ginetto, sei tu?» «Sì, sono io». Essa mi ricambierebbe un bacio tanto virtuoso. Però mi pare che nei primi tempi, almeno, in questo mio salotto, lei si troverà come sperduta. Io non riesco a figurarmi Oretta in toilette di ricevimento. Oretta è una barchettina modesta con cui posso andare a riva a riva.

Ma ecco sopravviene la contessa Ghiselda, la gran nave da battaglia, e mi manda a picco la barchettina. Io mai la sposerò, ma con ciò non è meno vero che quella donna ha colpito la mia imaginativa. Ma non soltanto la signorina Oretta, ma tutte le donne vanno a picco quando passa la contessina.

Io non dirò che la contessina non si lavi, ma è certo che lei è diversa dalle altre donne eleganti. Che profumo ha? Non lo so. E sì che io me ne intendo! Profumo di selvaggina. Le altre donne eleganti sono troppo lavate, troppo lavorate, e lo dico contro il mio interesse! Sono come quelle costolette, preparate bene, ma che non si capisce più che carne è.

Io colloco anche la contessina nel mio salotto; e anche lei, per un altro verso, non va, non combina.

E poi dico: se lei mi trasporta nell’amore l’entusiasmo che ha per la letteratura, dove si va a finire? «Velocità! Velocità!» come diceva quel giorno che agitava, come uno staffile, quel fusto di rose. Si va a finire a Vega! No! Noi sposeremo Oretta, piccola cornamusa campestre, dolce idillio trasportato a Milano. Canta, Oretta, al tuo Ginetto con la tua piccola cornamusa la dolce cantilena.

*

Mi balena un’idea.

Suono: compare Desdemona. — Desdemona — dico — lo so, voi non siete quello che si dice un cordon bleu, però avete del buon gusto. Se per caso io capitassi qui, a giorni, con forestieri, voi preparerete un pranzo con tutte le regole. Mi raccomando la cristalleria, e la jatte d’argento in tavola con molti fiori. Il portinaio si metterà il frac e i guanti e servirà a tavola. Ma tutto deve apparire come abituale, come ordinario.

Ho deciso: Imbarco tutti e li porto a Milano e così colloco in luce nel mio salotto la signorina Oretta, la metto in opera: vedo che effetto fa.

XIX. — LE OPINIONI DI MIA SUOCERA.
Appena sono di ritorno a P*** enuncio all’avvocato il mio programma di una bella corsa a Milano in automobile. «La signorina Oretta non conosce Milano? — domando. — Questo è grave».

Papà era entusiasta: una bella gita in automobile. Ma Oretta disse che bisognava sentire mamà.

— Ebbene, sentiamo mamà.

Abbiamo sentito mamà: ma abbiamo trovato una opposizione che non sospettavo.

— Milano? A cosa fare a Milano? — domanda mamà.

— Che cosa fare a Milano? A vedere Milano.

— Condurre la mia bambina in giro per Milano e vedere quelle donne che sembrano le maschere che si vedevano una volta di carnevale, nelle vetrine? L’ultima volta che sono stata a Milano, ho detto a mio marito: «Andiamo via, che mi pare di essere una donna perduta».

Lodo il suo elevato spirito di moralità, ma osservo che si tratta di una stilizzazione, di una valorizzazione della bellezza: direi un concetto democratico: la bellezza uguale per tutte! — Creda, signora, che sotto quelle stilizzazioni ci sta la massima irreprensibilità.

— Sarà — dice madama Caramella — ma quando una donna si mette la maschera, ha sempre un secondo fine. Io che da giovane non ero una donna da buttar via, tanto è vero che sono piaciuta a quell’uomo lì, ho sempre portato la mia faccia.

— Signora, — dico gravemente, — lei non è stata, lei è una bellissima donna!

È commossa, ma non la persuado.

— E vedere delle ragazzine — continua lei — della età della mia Oretta, vestite da bébé, con una faccia che non si capisce se sono ragazze o cosa sono? E quelle sottane che fanno vedere tutte le gambe?

— Così carine! — dico io.

— Una indecenza! — dice lei.

— Signora — dico io, — se lei frequenta un salotto della buona società, trova la padrona di casa che permette la visione delle più seducenti specialità del gentil sesso. Ciò è normale.

— È perchè voi altri uomini siete dei pervertiti.

L’avvocato taceva tormentandosi i baffi. Oretta serbava un decoroso silenzio.

Sarebbe stato interessante sapere se il signor avvocato si sentiva della mia opinione o di quella della sua signora.

— Avvocato — dissi, — difenda lei la nostra causa.

— Veramente…. — cominciò l’avvocato.

— No, no, no! — interruppe madama Caramella.

Dopo i quali tre no, si capisce che non è più ammissibile il sì.

XX. — ENTRO IN INTIMITÀ.
— Lei però, signorina, — domandai — ci sarebbe venuta volontieri a Milano. Parigi in piccolo. — Vedere un po’ di gran mondo….

— Mamà ha detto di no.

— Certo: sempre quello che vuole papà e mamà. Mamà però esagera: è stata troppo intransigente con le belle signore di Milano. Sua madre, mi permetta, non tiene abbastanza conto dei diritti della bellezza.

Mi spiego: e tengo alla signorina Oretta questo elegante discorso: — Imagina lei, signorina, che cosa sarebbe il mondo senza la visione della bellezza? E che cosa è la bellezza? È la visione del gentil sesso. E perciò si capisce il culto della bellezza, e anche il raffinamento della medesima. Del resto, quest’opera di raffinamento si compie per tutti i prodotti naturali. Permetta che io approfitti di un esempio che lei stessa mi offre.

La signorina Oretta coi grossi ferri da calza, stava — sotto la pergola — lavorando un grosso calzettone da un grosso gomitolo.

— Se io con questa calza ordinaria — continuai persuasivamente — copro un vezzoso piedino (e sollevo il mostruoso calzettone), in tale caso io spengo la fiaccola della bellezza….

La signorina mi guarda.

Pare il volto di una di quelle Madonnine di terracotta.

— La fiaccola della bellezza, signorina, deve stare sopra il moggio; non sotto il medesimo. Non dico di esagerare, come certi romanzieri che mettono in valore anche i minimi particolari dei dessous del gentil sesso….

Non sussulta.

Vi sono delle signorine che a questi discorsi vibrano come il manto di un destriero.

Niente.

Oretta sollevò gli occhi con la lentezza con cui si leva la stupefatta luna d’agosto.

Le faccio i nomi di Lionello e di tanti altri scrittori che mettono giù quei libri d’amore che Dio li benedica!

Questa fanciulla ignora totalmente la letteratura.

Le piacerebbe andare a teatro a sentire i drammi seri.

— Ma non si va più a teatro — dico — per sentire i drammi seri.

— E allora perchè si va a teatro?

— Per tante altre ragioni: vedere come sono vestite le attrici….

Riprende il tic e tac coi ferri. Sarà effetto di quella lana grigia, ma è una realtà che quelle mani non invitano a deporre un bacio.

Proseguo:

— Ah, io sono molto dolente che la sua signora madre abbia declinato il mio invito in modo così inverosimile. Sarei stato altamente lusingato di farle vedere la mia casa stile rococò: troppo lusso per me; ma è così. — Descrivo il mio modesto appartamento. — Ahi! troppo grande per me, che sono solo. A mangiare da solo — creda, signorina — vengono le idee melanconiche.

— Ma lei non sta con la sua signora madre?

— Già, ma non basta a colmare i vuoti di un tenero cuore….

Non attacca. Seguita a fare tic e tac con i ferri da calza. È deprimente. Questa ragazza è rivestita di caucciù.

*

Manca uno stile a questa ragazza. Non è nemmeno in istile nature, come Sbrindolo, ultima creazione di Lionello, che ha avuto un successo strepitoso: Sbrindolo fiore selvaggio di campo, fanciulla con tutte le esuberanze di un’anima primitiva. Naturalmente muore, perchè Lionello è il gran carnefice di tutte le sue creature.

Invano io descriverei alla signorina Oretta la sensazionale creazione di Sbrindolo. «Cane Leone, papà, mamà!» Allora si commuove un poco. Essa è come la sala da ricevere dell’avvocato: senza stile, coi frutti di scagliola sotto le campane di vetro.

Ma chi li mangia se sono di scagliola? La campana di vetro è inutile, signora Caramella. Vostra figlia è buona, buona, molto buona. Ciò va bene per voi, ma per me ci vuole qualcosina di più. La bontà è come la camicia lunga di Santa Veronica; capito, signorina?

Qualche volta papà, l’avvocato, torna a casa con la luna di traverso: i giudici, i colleghi, il tribunale, la cassazione, il mestieraccio. Io mi diverto. Male; male, avvocato! Un avvocato che si lamenta dei giudici, vuol dire che guadagna poco.

— Se mio marito — dice madama Caramella a me — non fosse coscienzioso com’è, l’automobile, eh! eh! l’avremmo messo su anche noi da un pezzo!

— Ma quando siamo contenti noi tre — dice la signorina Oretta, — non basta, mamà?

L’avvocato allora se l’è presa, strofinata, baciucchiata sui baffi, e cane Leone faceva intorno una cornice di salti.

*

Mi è sembrato di scoprire nella signorina Oretta una vibrazione di altro genere, oltre a mamà, papà e cane Leone. Io ne ho subito approfittato.

La signorina guarda con attenzione un giornale illustrato dove c’è un figurino di moda: Manteau con fourrures, costume di Parigi.

— Bello, eh, signorina? Anch’io appartengo al comitato che c’è a Milano per la moda italiana. Ciò è patriottico, ma non se ne farà nulla. Parigi è Parigi.

Strano! Le mie spiegazioni non interessano.

C’era presente l’avvocato, che dice:

— Ma come? le pelliccerie per le signore che siamo oramai d’estate?

— Eppure è di gran moda — dico io. — Probabilmente le signore vogliono soffrire il caldo, come i soldati in trincea; e così d’inverno userà molto il nudo per soffrire anche loro il freddo.

L’avvocato non ride, e la signorina nemmeno.

Allora, giacchè non si apprezza il mio spirito, parliamo sul serio:

— Caro signore, sta il fatto che le grandi case di pelliccerie di Parigi non hanno mai stipulato tanti contratti come quest’anno: le nostre sarte e modiste hanno importato in robes e manteaux per ben quindici milioni!

— E la nostra lira, — dice l’avvocato, — perde trentasei centesimi sul cambio.

— Perderà anche di più, — dico io.

— E siamo alleati! — dice lui.

— Veda, avvocato, negli affari i rapporti sono automatici….

Ma il nostro colloquio è interrotto da un’esclamazione della signorina Oretta:

— Oh, che infamia! ma come si fa a stampare questi giornali?

Cosa c’è?

Guardiamo: in una pagina c’era il manteau con fourrures, costume di Parigi, e nella pagina di contro alcuni cadaveri di soldati.

Ha le pupille dilatate.

— Ma quando finirà questa orribile guerra?

— Signorina, — rispondo io, — ci vorrà ancora un po’ di tempo. V’è tanta gente che ci guadagna sopra. Per esempio, a proposito di bottoni automatici, la piazza di Milano, che fornisce l’Italia, si è trovata improvvisamente sprovvista. Venivano dalla Germania. Un mio amico è riuscito a farne venire dalla Svizzera una grossa partita, e ha realizzato un forte guadagno. E gli automatici, come lei sa, sono piccolini così. Imagini poi per le cose più grosse….

Mi guarda a me, come se la guerra fosse colpa mia. Si rivolge a papà e dice:

— Ma andranno bene tutti all’inferno!

Papà è muto a questo proposito.

XXI. — LA LETTURA DEI «CANTI ERMETICI»
È venuta la contessina col poeta Cioccolani. Questa volta lui si ricorda chi sono io; e dice:

— Buon giorno, caro Sconer.

— Cavalier Sconer, se permette. Caro Sconer me lo faccio dir dalle amiche. (Mi pare che non abbiamo mai mangiato pasta e fagioli insieme. Buon giorno? ma veramente era sera oramai).

— Delizioso, delizioso, — esclama la contessina — questo chalet, sepolto nel verde. Venite a vedere, Cioccolani. Oh, come l’avete scoperto, Sconer?

— La prego, contessina — dico — non entri. Staremo fuori, qui nel giardino.

— Avete misteri? qualche ninfa dei boschi è prigioniera forse nel vostro castello, Sconer?

— Contessina, che cosa sento mai! Con la di lei imagine nel cuore, è possibile?

— M’avete l’aria di essere donnaiolo, voi.

— Oh!

— Siete forse un uomo pudico, voi?

La contessina chiama il suo mammalucco per giudicare se io sono donnaiolo o uomo pudico. Ma subito dopo è chiamato per altra faccenda: — Cioccolani, Cioccolani, venite, venite. Ah, superbo!

Cioccolani e la contessina sono saliti su la montagnola. Sento lei che dice:

— Là, là, dall’altra parte, quella sciabolata di luce verdelettrica! I cipressi che si incendiano lassù come candelabri pazzi! Quella nuvola che si sfalda; ecco ecco: cadono le torri, i cornicioni d’oro. Cavalle in corsa frenetica, liocorni, chimere!

— La demogorgone! — risponde lui.

Che cosa era successo? Una cosa che accade tutti i giorni: tramontava il sole.

Lei gestiva e gridava come fa la Valchiria quando si rappresentavano le opere tedesche alla Scala. Lui, immobile, pareva Napoleone primo che assiste a una battaglia.

Io ne approfitto per andare alla villa dell’avvocato: — Lisetta, presto — dico — fate il piacere: ho degli ospiti. Pregate la signora se ha qualche cosa da servire, quello che c’è: caffè, rosolio, vermut.

Mi vien da ridere: mi pare di essere corso per chiamare i pompieri che vengano a spegnere l’incendio della contessina.

— Ma dove era lei? — mi dice quando io ritorno. — Ha perso un magnifico spettacolo: il sole agonizzava col suo più rosso e soffocato singhiozzo.

— Lo vedremo domani a sera.

— Siamo venuti — dice la contessina — a leggere i Canti Ermetici. Si ricorda, vero?

«Proprio no», ma rispondo: — Perfettamente! Eccellente idea! E perchè, scusi, «ermetici»?

— Perchè in apparenza non si capiscono….

— Ah, benissimo.

— Non si capiscono — corresse Cioccolani — nel senso delle parole tradizionali; ma dànno il senso panico anche alla persona più idiota.

— Così che lei vuol vedere che effetto fanno i suoi versi sopra una persona idiota? Caro lei, non si confonda: dica pure. Però guardi che lei è un bel tipo.

Non si confonde mica.

— «Idiota» vuol dire — dice gravemente — nel suo senso primitivo, persona non iniziata.

— Per lei vorrà dire così, per me vuol dire, «stupido». Ma lei parla in poesia e la cosa non mi riguarda.

— Sconer, vedete — si affretta a dire la contessina —, è come per la messa cantata di cui vi parlavo. Ammetterete, Sconer, che il popolo non comprende i versetti rituali; ma ne subisce la suggestione.

L’incidente è esaurito.

Viene Lisetta. Porta un bell’apparecchio: tovagliolini, rosoli gialli, biscottini, e…. caramelle.

La contessina si drappeggia in una sedia di vimini.

La seduta è cominciata. Quanto è durata? Non so. Certo molto tempo. Ricordo che la Lisetta aveva portato poi due lampade da giardino: da principio le due fiammelle non facevano lume. C’era ancora sospeso il crepuscolo: poi fiammeggiarono, poi si consumavano rapidamente.

Deve essere trascorso molto tempo.

Da principio sospettai che si volessero prendere gioco di me. Io non capivo niente. No: facevano sul serio. E allora mi venne da ridere dentro di me.

Lei stava ora immobile come una statua: e lui in piedi, con il libro in mano, si sbracciava e strideva forte con quella vocina: Io sono un bolide lanciato nell’infinito. I grilli, seghe che sfaccettano il nero enorme della notte cristallina; i grilli, tendini di musica tesi disperatamente nello sforzo di tener ferma la notte che straripa.

Era poesia, ma mi è venuto questo pensiero: «Se io dovessi scrivere così ai clienti, mi sospenderebbero il pagamento delle tratte»; e allora ho provato una gran compassione per quel povero Cioccolani.

— Stia attento — mi avverte lei, toccandomi.

Sobbalzai.

— Arrivano gli spettri.

— Gogò, gogogò, Orin Orin! — fa lui. — Arrivano di corsa gli spettri! ecco gli scheletri che battono le nàcchere: gogogò! — e faceva una voce che mi venne in mente la gatta di quella mattina. — Noi siamo insaziati di voluttà, gogogò! La vita non ci ha dato la voluttà! Gogogò! — Povero giovane!

Forse leggerà tutto il libro. La contessina stava immobile, e anch’io: ma io guardavo la contessina. Quelle due cosine gelatinose, di cui la signorina Oretta è tuttora sprovvista, lì, invece, davanti alla contessina, si sollevavano lentamente e poi si abbassavano. Anche se non sono di moda, stanno sempre bene. Gogogò! Venivano i brividi anche a me. Le caviglie delle gambe ogni tanto le guizzavano; e guizzavo anch’io.

— Gogò, gogogò…. Orin! — seguitava lui.

E lei diceva a me:

— Sente i ritmi, gli anapesti, gli ottavini?

Ma io, negli intervalli del gogogò, sentivo certi tuffi soffocati.

Sono corso via, un momento. Era la Lisetta, dietro lo chalet, che scoppiava dal ridere.

— Fa il piacere, va via!

*

La seduta è finita. C’era la luna. Cioccolani si asciugava il sudore.

Mi parve che seguisse un po’ di silenzio imbarazzante.

— Veramente di effetto — dissi io.

— Vero? — esclamò la contessina, come riscossa da un sogno. — Mi fa piacere, Sconer, sentir lei parlare così. È una lirica assolutamente pura! Adesso lei non prova che un arrière-goût; ma ad una seconda audizione, sentirà tutto il dinamismo del Pan ultra-sensibile.

— Perfettamente.

Silenzio con la luna.

Per me la «lirica» era lei, e ne sentivo tutto il dinamismo.

— E l’Attileide, signor Cioccolani — domandai a lui — è del genere?

— Supera — dice la contessina.

— Gli altri poeti — declamò allora Cioccolani — hanno plasmato modeste imagini; noi abbiamo soffiato il nostro alito dentro le imagini stesse. Non basta! Quella era l’umanità. Noi vogliamo superare l’umanità. Ed io ho l’onore, o signore, — conclude tragicamente — che al mio paese mi chiamano imbecille.

— Anche a me è accaduto qualche volta — risposi, — ma io non ci bado. Sono cose che accadono agli uomini superiori.

— Bravo, Sconer — esclama la contessina con entusiasmo. — Fate largo alla divina giovinezza che viene!

Ma la luna si era fatta bianca e alta lassù: le candele gocciolavano.

Dico io: — Contessina, se loro vogliono accettare la mia ospitalità, ben volentieri. Ma li prevengo che l’ultimo tram passa alle undici e mezzo. Mi dispiace che lo chauffeur dorma lontano di qui, se no, li farei accompagnare con la mia auto.

*

Così li ho accompagnati sino al tram. C’era la luna, e un lume nella campagna come di giorno.

Disse la contessina: — Sventuratamente bisognerà per l’Attileide rinunciare al teatro all’aperto come era nostra intenzione, e sopprimere molti Unni.

La luna batteva in pieno sul volto della contessina. Pareva di madreperla. Parlavano poi della luna. Che cosa dicessero non so bene, ma parlavano della luna. Disse la contessina guardando la luna: — Tutta questa terribile bellezza da sostener da sola!

— Ah, poteste, Ghiselda, sostenere voi la parte di Genoveffa! — disse Cioccolani.

Ma che facciano proprio sul serio? Perchè, dopo tutto, anche per i poeti viene il momento di farsi una posizione riconosciuta.

E perciò domandai:

— Lei, signor Cioccolani, intende anche nella vita di seguitare a fare il poeta?

Mi guardarono tutti e due come se il pazzo fossi io.

— E i suoi genitori sono contenti?

— Non parliamo di quella gente — disse la contessina. — Suo padre avrebbe la pretesa che andasse dietro alla trebbiatrice a contare i sacchi di grano. I genitori sono inutili quando non comprendono un figlio di genio.

Finalmente arrivarono gli occhioni bianchi del tram.

XXII. — FACCIO DELLE AVANCES.
L’altra mattina, domenica, l’avvocato mi ha voluto condurre su al primo piano a vedere la sua libreria con «i suoi cari libri», i libri «del suo caro babbo,» con il ritratto «del suo caro nonno»; e appunto ho sorpreso Oretta nel così detto salotto che spolverava e rassettava. Non era ancora pettinata, e così un po’ discinta, in gonnellino, ed un fazzoletto rosso annodato in testa, era in istile: pareva una beduina.

Nel passare le ho detto: — Oh, che brava massaia! Ma tenga un paio di guanti vecchi per non guastarsi le manine.

L’avvocato mi presenta i suoi cari libri, a cui suo padre, quando era vivo, «faceva caro» con la mano, e anche lui «fa caro».

— Questa è un’intera biblioteca. Legati molto bene, — osservo io.

Mi presenta anche l’avo, cioè il ritratto: una faccia liscia come un cammeo, che usciva da una gran cravatta girata attorno al collo.

— Bel quadro! Già allora usavano le cravatte così. Come si vede l’uomo posato!

— Eppure era un’anima da artista.

Ascolto la biografia degli antenati.

— Questa stanza — osservo io — si potrebbe chiamare la galleria degli antenati.

— Ogni famiglia — risponde l’avvocato — dovrebbe avere una specie di sacrario in casa.

— Con gli affitti così cari, è impossibile! Però constato con piacere che tutti i suoi antenati sono vecchi.

— Siamo infatti piuttosto longevi in famiglia.

(Ecco un particolare interessante per l’erede).

— Del resto, anch’io in un libro che ho scritto….

Pare che l’avvocato si meravigli.

—…. modestamente, sì: un libro di igiene, dove sostengo il dovere di arrivare ai novantanove anni, che, del resto, è l’età stabilita da Mosè per le persone per bene.

— Bisognerebbe non inquietarsi mai….

— Ecco appunto quello che io sostengo: avere sempre una visione serena della vita.

L’avvocato spalanca il balcone. Splendido panorama!

— Guardi, da quassù, come si vede il mio chalet! — dico io.

— E si sente! — dice l’avvocato. — L’altra sera hanno dato trattenimento sin tardi. Non credevo che lei si occupasse di poesia, cavaliere.

— Affatto, — e spiego come è andata la cosa.

— Quel Cioccolani! — dice l’avvocato —. Sa come lo chiamano in paese? Theobroma, bevanda degli Dei. Io rideva l’altra sera, ma mia moglie era furibonda: «Quell’imboscato! e quella matta in casa mia!» Le donne, sa bene, bisogna lasciarle dire. Certo se l’equilibrio mentale della contessa Ghiselda fosse pari alla bellezza, ella sarebbe una creatura perfetta: ma forse non avrebbe il fascino che ha. Io non mi vergogno di dirle, che, molte volte, quando la incontro, mi domanda a che cosa serve il nostro codice.

Mi congratulo con l’avvocato. Anche lui, alla sua età, ha il culto della bellezza.

— E tanto più — dice lui — che, poverina, ella è vittima di se stessa. La nobiltà della razza c’è sempre in fondo a tutte le sue stravaganze.

— Oh, si vede il tipo aristocratico! Guardi il naso. E quel Cioccolani è così ricco per darsi il lusso di fare il poeta?

— Suo padre, come già le dissi, è un modesto proprietario, che ha la disgrazia di aver quel figliuolo. Il vecchio dice che gliel’hanno cambiato a balia; ma intanto bisogna che se lo sopporti. Ma sciagurato! Se vuoi fare della poesia, va nei campi di tuo padre. No, lui cerca la poesia a Roma, a Milano, a Parigi, come fanno le modiste per i cappellini. La poesia sta nella realtà, mica nei fogli di carta!

— Perfettamente la mia opinione.

— Aver figli, oggi, è disgrazia — conclude sospirando.

— Ma lei, scusi — osservo io — ne è esente: lei ha una figliuola sola, e un modello.

— Per un altro verso — dice lui — è un pensiero anche questo. Ma scusi, ma dica, cavaliere, ai tempi che corrono una figliuola come Oretta, di un sentire così delicato, che avvenire ha? Prima di questa guerra Oretta veniva qui in questa stanza, io le insegnavo qualche cosa, leggevamo buoni libri. Mi pareva che i miei morti stessero a sentire. Era una delle più care gioie della mia vita. Ma adesso non so, non so più cosa dire, cosa insegnare a mia figlia. È così cambiato il mondo! Sii buona? sii pietosa? sii pudica? Sì, pudica! Non dire bugie? Spesso Oretta mi dice: «Papà, perchè non mi chiami più a studiare?» Io trovo la scusa che non ho tempo, ma sapesse che pena nel cuore!

Condivido i suoi lodevoli sentimenti.

— Anch’io — dico —, quand’ero piccino, mi ricordo che mia madre mi diceva: «Ginetto, sii buono, sii pudico, non dire mai bugie!» Ma poi quando si diventa grandi, creda che si trovano degli accomodamenti con queste cose, e tutto va a posto. Ma volevo domandarle, scusi, sa: lei non ha mica destinata la sua signorina al celibato?

— Perchè? — mi domanda stupefatto.

— Perchè la signorina dovrà pur prendere marito….

Gli ho toccato la piaga segreta del cuore.

— È ancora così bambina — dice.

— Capisco: ma cresce notte e giorno. La bambina un bel giorno si sveglia, ed è un dovere provvedere a tempo.

— Le pare facile a lei?

— Eh, un po’ difficile! La guerra sta provocando una vera crisi nella disponibilità dei giovani. Aggiunga poi il fatto economico: lei comprende benissimo, avvocato, che se prima della guerra una moglie costava per uno, oggi costa per due, e domani costerà per tre. Il matrimonio è oggi una istituzione un po’ barcollante.

— Pur troppo! E il vizio che fa strage nella nostra gioventù?

— Perfettamente, avvocato. Evitare il vizio! Esso è il più grande alleato contro la perfetta salute. Un giovane solido, lei deve cercare. Solido, ma equilibrato….

— E dove si trovano, che sono tutti dal più al meno squilibrati?

— Però se ne trovano. E lavoratore, perchè, creda, avvocato: l’ozio, come diceva mia madre, è il padre di tutti i vizi. Naturalmente non povero, perchè la povertà è una specie di malattia.

— Ma lei mi propone l’araba fenice, — dice l’avvocato.

— Perchè? Tutto si trova. È questione di avere la vista perspicace. Certo, un giovane con queste belle qualità, che porti stampato sul suo biglietto di visita: Io cerco moglie! rappresenta un tesoro. Ma si trova! E allora lei oltre alla collezione degli antenati, fa anche la collezione dei posteri. E il giorno in cui dovesse chiudere gli occhi, sentirebbe dal suo mausoleo i figli dei figli che fanno caro a lei come lei fa caro ai libri del suo riverito antenato, qui presente.

— Mi pare che lei, cavaliere, sia di temperamento allegro.

— È un dovere, caro avvocato.

*

Ma un forte abbaiamento di cane Leone interruppe il nostro colloquio.

— Mi pare, avvocato, che ci sia un guerriero laggiù al cancello.

XXIII. — MELAI.
Vediamo madama Caramella che va incontro verso il cancello; e dice forte: «Ma si figuri!» E poi chiama Oretta: «Oretta, vien giù».

I sassolini del viale scricchiolarono sotto le scarpe ferrate: ma la presenza del guerriero non corrispose al rumore delle sue scarpe.

Era un ragazzo un po’ smilzo, un po’ biondino, che quando ci vide si mise in posizione d’attenti, con una bocchina che sorrideva. Noi ordinammo: «riposo!»

Madama Caramella spiegò che era uno «dei suoi feriti,» e che era venuto a prendere delle calze che gli avevano promesso.

— Ma — dice lui — io non volevo venire; ma siccome domani ci si veste e si va, così ho detto fra me: già che te le hanno promesse quelle calze, tant’è che tu le prenda, che ti faranno bene lassù. Ma io proprio non volevo venire. Volevo venire l’altra sera, ma poi mi han fatto sbagliar strada. Sarei venuto domani, ma è che domani si parte.

L’avvocato fa entrare in casa, e vuol presentare, ma non sa il nome.

— Melai, signor sì. Sono Melai. — Pare che si desideri sapere un po’ di più, e allora vien fuori tutto un getto come da un botticino a cui è tolto lo spillo: — Marco Melai da Firenze, tanto per dire, perchè allora mio babbo era di guarnigione a Firenze. Quando scoppiò la guerra, io mi trovavo a Torino, studente per mo’ di dire. Si faceva baldoria. E allora ho detto: «Melai che stai a fare?» Capirà, ero solo. Papà al fronte, che è colonnello; signor sì.

— E la mamma? — domanda l’avvocato.

— Mammina è tanto che non c’è più. Signor no. E mi sono arrolato prima del tempo in cavalleria. «Se ti va bene, se ti va, puoi far carriera», dico fra me. Ambizioni da ragazzi, si sa! Credevo allora che sarei entrato, sciabolando, a Trieste, e urlando: «Savoia, Savoia». Si seguitò poi per sei mesi a far baldoria a Torino, tanto che mi fecero persino la canzonetta futurista.

L’avvocato vuol sentir la canzonetta.

Signor no, signor sì, Melai finisce col cantare.

O Melai, se tu tornassi,
si farebbe a Torino baldoria;
già si sa che la tua gloria
finirà tra quattro sassi.
— E poi? — domanda l’avvocato.

— Poi la cavalleria l’hanno appiedata e sono passato negli alpini. Oh, ma dopo che ho passato l’inverno lassù, ho messo giudizio. Signor sì, sopra Cortina. Ora ci si ritorna. Dove? Non so. Ma domani si parte definitivamente.

Ride.

L’avvocato fa portare da bere. Melai fa il complimentoso e beve come una damina.

— Vero — dice madama Caramella — che pare una signorina? Biondino come è!

— Me l’hanno detto anche altri — dice Melai.

— E pensare che ha già fatto la guerra! — dice l’avvocato.

Oretta vien giù col pacchetto delle calze, legato con un filo tricolore. Melai prende per il filo, e grandi ringraziamenti. Madama Caramella spiega che son calze di vera lana, fatte coi ferri e con il sentimento; non per divertimento come fanno le signore.

*

Accompagnamento generale al cancello. Auguri e saluti.

— Ma tu non dici niente? — domanda l’avvocato a Oretta.

Oretta non dice niente.

— È così timida questa ragazza.

Ritorno in silenzio.

Il silenzio è rotto dall’avvocato. Dice:

— Chi fa la guerra? Contadini comandati da questi ragazzi.

— Sì, capisco — mi permetto di dire io — ma per scorticare quei signori là, ci vogliono tipi come me e come lei. Questi ragazzi si fanno ammazzare cavallerescamente, sì; ma come fringuelli.

Io ho detto così nel modo più innocente: ma non avessi mai pronunciato queste parole!

Oretta sgrana due occhi che fanno scomparire tutta la serenità ai laghi alpini. Dice come in un singhiozzo: — Ma se si porta via la fede a chi non ha che la fede, che cosa resta? Ah, è vile tutto questo, signore!

— Oretta! — esclamò mamà.

— Ma Oretta! — esclamò il papà. — Chiedo io scusa per lei, cavaliere.

— Non c’è di che — dico io, — anzi mi piace constatare che la signorina non è timida. Io non ho avuto l’onore di farmi intendere: io volevo dir questo: in guerra, il primo dovere è di ammazzare, ma non di farsi ammazzare.

— E allora, perchè lei non ci va?

— Ma Oretta! — dice ancora mamà.

— Oretta! — esclama il papà.

— Signorina, — dico io —, noi lavoriamo già per lo Stato.

— La perdoni — mi dice il papà. — È il gran patriottismo.

(Mi pare patriottismo un po’ sospetto).

XXIV. — CAPPELLETTI, CHAMPAGNE E TARTUFI.
La Lisetta viene su tutta sudata con la spesa.

Dice: — Oggi gran pranzo! Cappelletti, pasticcio con quelle cose che spuzzano ma che costano.

— Tartufi.

— Sì, bene. La signora ha spuntata la lesina. C’è sul fornello la pentola con dentro una gallina padovana che era la più brava di tutte: un giudizio come me e lei; ma da una settimana non fetava più e la padrona dice: «Non fa più uova, tirale il collo!» Invece era piena, poverina!

— È la festa dell’avvocato?

— No, è la festa per la partenza, per il piacere, cioè, no: per il dispiacere della partenza di quel soldatino che è venuto l’altra sera.

— Ma non doveva esser partito?

— Parte stanotte. La padrona, parlando coll’avvocato, ha scoperto che il padre di quel Melai è amico d’un suo amico, o una combinazione del genere: fatto è che lui è andato al quartiere e l’ha invitato a pranzo. Così carino quel biondino….

— Ma senti? Questa ragazza è già in liquefazione.

— Ohi! Cosa crede che io sia di stoppa? Dica piuttosto che ce li portano via tutti, e noi povere ragazze dovremo stare lì a dire il rosario.

*

Devo partire anch’io. Una favorevole combinazione mi chiama d’urgenza a Genova.

E proprio verso le ore diciassette, incontro in città l’avvocato e Melai che vengono su a piedi. Melai è in tenuta di guerra: montura pelosa: parte questa sera.

— Parte definitivamente? — domando.

— Definitivamente.

— Allora partiamo insieme.

L’avvocato mi prega di differire la partenza e venire a pranzo con loro.

— Impossibile! Domattina devo essere a Genova. Mostro il telegramma: «Tempo utile martedì. Stop. Ultima parola centomila. Stop. Grossa Berta. Saluti». Grossa Berta è una espressione convenzionale per dire «buon affare». E domani è martedì, caro avvocato.

— Deve andare prima a Milano a trovare il denaro? — domanda l’avvocato.

— Una modesta somma di centomila lire si trova sempre, — rispondo io. — E poi la ho in portafoglio.

— Beato lei.

Occhi stupefatti del guerriero Melai.

— Io, a Torino — dice — facevo fatica a trovare cento lire. — Ride.

— Ma scusi — fa l’avvocato. — E allora lei ha a sua disposizione il direttissimo delle due, poi l’altro direttissimo delle cinque. Ha l’automobile.

— Ci pensavo, infatti, di partire con la mia auto.

Insiste, insistono tutti e due. — Così stiamo più allegri — dice l’avvocato.

— Ebbene, ma un momento, perchè noblesse oblige — dico io.

Li prego di aspettarmi dieci minuti lì al dazio.

— Vengo subito.

Mi precipito con la mia limousine alla pasticceria della Maddalena. Saccheggio quello che c’è di meglio in fondants e in cioccolatini, una scatola tutta a ricami, degna di un dono nuziale, e tre bottiglie di champagne extra dry.

Ritorno: carico l’avvocato e Melai.

L’avvocato mi spiega come è stata la storia dell’amico dell’amico: fatto è che diventiamo tutti amici.

— Parte proprio stasera anche lei, caro Melai?

— Improrogabile. Tocca a noi, adesso.

*

Arriviamo tutti e tre in automobile. La signora ci attendeva al cancello. È tutta complimentosa, e a me dice: — Farà penitenza con noi. — Presento scatola e champagne.

— Oh, ma perchè si è voluto incomodare? Ma guarda quanta roba!

E i suoi occhi brillarono sopra quella costellazione multicolore di aristocratica dolcezza.

Lisetta aggiunge una posata di più.

Pranzo sotto la pergola. Interessante. La signorina Oretta voleva che la Lisa girasse attorno col piatto come si usa nella buona società: ma la Lisa non sa girare. E madama Caramella disse: — Oh, scusate, io faccio alla mia maniera. — Prese il mestolo in mano e cominciò a far lei le porzioni della minestra. Delle terrine piene come fanno i paesani.

Oretta voleva il vino nelle caraffe, ma l’avvocato sostenne il diritto nazionale del fiasco classico: e Melai appoggiò quest’opinione col ricordo di quando si faceva baldoria a Torino.

Pranzo, diremo così, non più di etichetta, ma altamente nazionale.

La gallina padovana non aveva serbato rancore, ma aveva ricamato di stelle lucenti il suo brodo; dove i cappelletti nuotavano in una corpulenza patriarcale.

La signora sostenne modestamente la superiorità della manifattura casalinga dei cappelletti su quelli dell’industria meccanica.

Ma io sostenni l’industria sua particolare, personale, delle sue gentili mani.

La mia futura suocera mi voleva soffocare di cappelletti.

Anche le manine di Oretta vi hanno contribuito, e speriamo non le manacce di Lisa.

Povera Oretta! Il suo modo di tenere coltello e forchetta lascia molto, ma molto a desiderare.

Madama Caramella, poi, è quasi indecente. Non stava a lei a dire sempre: «Una bontà!» «Oh, cari voi, io faccio con le mani». — Ecco, signora — dissi io — una cosa che è permessa. Sì, la questione è ancora in discussione se il pollo à la broche si possa o non si possa mangiare con le mani. La regina d’Inghilterra la prima cosa che fece quando salì al trono, fu di mangiare il pollo con le mani, e l’autorità dell’Inghilterra in questa materia è molto rispettabile.

Venne poi una charlotte di albicocche, fatica speciale di madama Caramella. Vennero i miei fondants e il mio champagne. Ci congratulammo reciprocamente; ma con tutto questo, il pranzo non fu allegro.

Ad un certo punto Melai ammutolì; guardò attorno con occhio strano; disse: — Eppure è così!

— Che cosa? — domandò l’avvocato.

E Melai allora parlò.

XXV. — COSE EROICHE.
Melai cominciò:

— Sedendo su questa poltrona, mangiando queste buone cose, bevendo questo vino così buono…. (era il mio champagne).

— Le pare un sogno. È mo’ vero? — interruppe madama Caramella. — Poverini, poverini, poverini!

L’avvocato ammonì la sua signora che è sconveniente chiamare gli eroi «poverini».

Ma Melai fece un gesto come per allontanare quella parola eroi; e poi disse: — Mi pare di perdere l’anima che io avevo lassù.

Capì che noi non capivamo, e disse: — Lassù, vicino alla morte, si acquista un’altra anima. Si ha la sensazione che nel mondo non c’è nulla. Se anche avessi cento milioni, non avrei nulla! Si sente la rinuncia di tutto, anche alla giovinezza, anche all’amore.

— Oh, è terribile! — disse l’avvocato.

— No, è piacevole — disse Melai. — Si diventa come i frati che hanno rinunciato a tutto. Eppure si possiede tutto, perchè si sente l’anima. Sarà forse perchè io ero sul Cadore, una zona relativamente tranquilla. Lassù, sul Cadore, luce, selve odorose, monti, neve, orizzonti divini. Lassù a quelle altezze — io non so come — trovavo da per me certe idee che credevo non esistessero se non nei sogni dei poeti. Sanno che ciccavo lassù? Ho imparato a mordere tutte le erbe amare dei monti. Di notte attendevo il sole; quando c’era il sole, attendevo le stelle. Non ho mai avuto la sensazione della meraviglia del giorno, come lassù. Il sole e le stelle rotavano insieme come una giostra. Che cosa meravigliosa il giorno! Non ve ne siete mai accorti che è una cosa meravigliosa il giorno? Un verso di Dante mi nasceva in mente e bagnava l’anima: l’ora del tempo e la dolce stagione. Lo ciccavo anche quello come le erbe amare. Mi pareva che ogni mattina al sorger del sole, Iddio lavasse, in silenzio, la terra insanguinata. Fisicamente ero immondo, puzzavo. Ma dentro sentivo una gran purità, sentivo la gioia del cuore che batte. Se si muore, si muore bene.

Domandai io allora:

— Molte bestioline è vero, lassù?

— Oh, sì, tante! Io portavo la testa rasa come i frati. Eppure, veda stranezza! Avevo con me questo tubetto di profumo, e mi dava la sensazione di cose pulite, un’ebbrezza quasi sensuale. Eccolo!

Guardo. — Oh! Fornito da noi! Nostra fabbricazione. (Che caro giovane!)

— Certo — continuò Melai — bisognerebbe non ritornare in Italia! Sanno che io nei primi giorni avevo la nostalgia dei tremila metri? A Torino, a Milano, caffè aperti, cinematografi aperti, la luce elettrica, la gente che vi guarda con occhi strani. Batte le mani, guarda con curiosità. Non sanno che andiamo a morire? Gli amici vi riconoscono e dicono: «Oh, chi si vede!» Come dire: «Non sei ancora morto?» No, il paese non sente la guerra! Quegli altri sì, la sentono! Anche il nostro soldato non sente la guerra; si batte bene, muore; ma per lui la guerra è disgrazia. Chi sa? Forse per questo siamo eroi. Ma i giornali questo non l’han detto.

— Ma non interessano i giornali? — domandò l’avvocato.

— Non interessano.

— E chi vincerà la guerra?

— Non interessa! Interessa a chi poi scriverà la storia; a chi, dopo, dividerà la terra; ma a chi deve morire non interessa.

— Ma la patria? ma la gloria? — domandò l’avvocato.

— Sì, certo — disse Melai. — Ma non so perchè: tutti quelli che sentono la patria o la gloria se li porta via la morte. Sono come dei predestinati.

Madama Caramella era con la gola aperta, come avesse dentro una domanda che voleva venir fuori. E venne fuori.

— Fanno molta paura i morti?

— Molta paura? No. Un po’ di notte che sembrano guardare la luna, ma paura, no. Sono morti. Un po’ di puzzo.

— Così che lei non avrebbe paura — domandai io — ad ammazzare una persona.

— Perchè dovrei aver paura?

— Ma non siamo tutti cristiani? — uscì dalla bocca aperta di madama Caramella.

— Si dice: ma nella guerra si domanda la mia pelle, e io gli domando la sua.

Soltanto una volta Melai aveva provato un certo senso….

Lo preghiamo di raccontare.

Raccontò.

— C’erano, lassù, in una villetta due signorine molto gentili, che erano rimaste sole: parlavano veneto con grazia, accoglievano a trattenimento i nostri ufficiali. Una notte, il capitano scoprì che dalla villetta partivano segnalazioni. Non c’era dubbio: le signorine avevano gli apparecchi in casa. Del resto la sorella maggiore ha confessato, e si è presa la responsabilità anche per la più piccola.

— Ed è stata messa in prigione? — domandò Oretta.

— No, la abbiamo fucilata.

Oretta guarda smarrita Melai. Lo guardiamo anche noi. Melai sorride: — E come si fa?

Silenzio.

— Ed è morta?

— Eh, già.

— E come è morta?

— Molto bene: avanzò, gridò: «Franz Joseph, Urrà! Urrà!». Caduta, pareva una rondine.

Silenzio.

Oretta trema; l’avvocato aveva il sigaro spento.

In quel punto nel silenzio della campagna si sentì tin tin, dolcemente. Era l’Ave Maria.

Oretta fece il segno della croce. Quasi ci segnavamo anche noi.

*

Abbiamo accompagnato Melai al tram per la partenza definitiva. La signora mia suocera lo ha avvertito che in fondo alle calze troverà la sorpresa di una caramella.

Io gli ho detto affettuosamente:

— Lei, signor Melai, è un po’ alto di statura. Veda di non sporgere con la testa. E se mi permette, eviti le azioni cavalleresche. Io, intanto, le manderò della polvere di nostra creazione contro le bestioline.

Il ritorno fu molto eloquente fra me e l’avvocato; monosillabico con la signorina Oretta.

— Si ha da vedere — dice l’avvocato — dopo tanti anni che è stato fabbricato il mondo, dopo Grozio, dopo Alberigo Gentile, che gli uomini si devano scannare, massacrare! Chi l’avrebbe mai detto?

— Qualche cosa, però, si capiva — dico io. — Mi ricordo dell’esposizione di Milano, nel 1906. Qui c’era il padiglione della Francia: era l’arte de se déshabiller. Di fronte c’era il padiglione della Germania. Bene, sa lei che cosa ci avevan messo all’ingresso principale? Due bocche di cannone. «Ohi là!» mi ricordo che ho detto. E l’anno scorso, un commesso di una casa di Lipsia mi diceva: «Fate buoni acquisti, signor Sconer, perchè quando nostro imperatore darà il segnale, la Germania si muoverà come un serpente d’acciaio». Cosa vuole? Non avevano più soldi, e l’imperatore ha detto: «Ragazzi miei, perchè volete rubare in casa del vostro buon papà? Andiamo a rubare in casa degli altri». È stata una festa per tutti i partiti. Se la va, la va! La guerra è un affare.

— Ah, — esclama forte madama Caramella-è perchè non c’è più religione.

— Brava! — dico io. — Quello che diciamo noi a Milano: non c’è più religione.

Ma ecco che l’avvocato dà fuori da matto, e dice:

— Se non ci fosse quest’angioletto, andrei a farmi ammazzare anch’io.

Allora l’angioletto dà fuori da matta anche lei, e dice:

— No, papà! no, papà, anche tu.

— Ma ci sarà bene la Divina Provvidenza! — dice ancora madama Caramella.

— Già, ma non si muove — le dico io. — Ma sa, avvocato, che ora abbiam fatto? Oramai è mezzanotte. E domattina devo essere a Genova. Parto con l’automobile.

*

Mentre lo chauffeur metteva in ordine la macchina, l’avvocato diceva:

— Guarda che luna!

Gli alberelli, fermi nella luna, parevano d’argento.

— E pensare, in una notte così serena, quella povera Francia, quel povero Belgio….

— E anche questa povera Italia, caro avvocato — dico io —, perchè non si sa mai! — Ma tu — dissi allo chauffeur — non guardare la luna e non pensare al Belgio, perchè vogliamo arrivare a Genova: e non a Vega, o in fondo a qualche burrone.

XXVI. — UNO SPETTACOLO INDECENTE.
L’affare di Genova si presentava eccellente ma alquanto complicato. Si trattava di riscattare subito una polizza di pegno di oggetti preziosi. La mia lungimirante pupilla prevedeva, che l’impiego di capitali in brillanti ed in perle, in questo precipitare dei valori cartacei, sarebbe stato un ottimo investimento; e nel tempo stesso mi procuravo doni nuziali, degni di me.

A Milano (perchè ho dovuto andare anche a Milano a consultare il mio legale), sgradevole sorpresa: Biagino, il mio chauffeur, chiamato sotto le armi. Peccato, un bravo ragazzo! Rubava su la benzina e su le gomme in modo del tutto soddisfacente. Altra sorpresa sgradevole: tornando un giorno a casa mia, quattro soldatini feriti, allineati contro il muro al passaggio della mia automobile, levarono le stampelle contro di me, dicendo: Managgia li cani! Si capiva che erano romani, ma anche che i tempi si fanno climaterici.

Smettiamo l’automobile!

Sinceramente, fui molto felice quando potei commutare nei gioielli gli assegni bancari che avevo preso con me quando mi recai la prima volta a P*** per comperare la contessina dalla chioma d’oro.

«Ebbene, compreremo invece Oretta dalla chioma bruna».

Quei gioielli erano bellissimi.

V’era tra essi una collana di perle di un oriente perfetto che rappresentava da sola un valore non troppo inferiore al totale della somma da me impiegata.

«Gran Dio — dicevo tra me — quando io faccio vedere questo spettacolo a madama Caramella, essa è capace di commettere delle sciocchezze personali. Ebbene no, signora. Si tratta di un semplice regalo di nozze». E voglio vedere se gli occhi di Oretta si fisseranno con indifferenza su queste gioie degne di una principessa di casa regnante. «Via, signorina, che il tempo delle violette mammole è trascorso, e alle rose convengono sì fatti ornamenti».

Ebbene, quello che è successo appartiene al numero dei fatti inauditi, fantastici: direi cinematografici.

Io ne ho segnata la data memorabile: venerdì, sette giugno, ore undici e mezzo del mattino.

*

Ma procediamo con ordine. Ero tornato da Genova a P*** col treno, dopo un viaggio disastroso; accaldato, assonnato, perchè quando si porta con sè una borsetta di simile valore non è il caso di addormentarsi.

Pensavo con piacere a Lisetta: «appena arrivato, faccio levare due secchi d’acqua, di quell’acqua gelida dal fondo del pozzo». Ne sentivo in fantasia la sferzata dolce e ristoratrice. «Presto, Lisetta! Il mio pijama e questi due marenghi per voi: uno per secchio». Godevo a questo fresco pensiero.

Appena sceso a P***, ho preso una carrozzella e, con la mia borsetta in mano, mi sono fatto condurre al mio chalet. Il cavallo andava assai piano, ma non importa. Appena fuori della porta, l’aria della campagna cominciò a ventilare. V’era l’odore fresco del trifoglio rosso nei campi, v’era l’odore caldo delle spighe, mature ormai; v’erano i grappoli bianchi delle acacie. «La natura — pensavo — è sostanzialmente profumiera come me».

Ma il cavallo andava assai piano, tanto che apersi la busta di un biglietto che mi giaceva in tasca. Era del mio meccanico e diceva: «Se torno, riprenderò servizio presso di lei, se non torno, dirò: Viva l’Italia». «Ma che bravo ragazzo! Siamo tutti patriotti, adesso. Speriamo che ogni cosa vada a finir bene, e allora faremo belle gite per queste colline idilliche, con la signora Oretta, e forse con l’erede, a cui presenteremo il mondo sotto il suo aspetto più simpatico».

Ma quando fummo al piede della salita, il cavallo si rifiutò di salire.

— Queste povere bestie — disse il vetturale — non mangiano più biada e non hanno più forza.

— Ebbene — risposi, — faremo quest’ultimo tratto a piedi.

Sono sceso e, con la mia borsetta in mano, mi sono avviato verso lo chalet.

Ma che cosa videro sotto la pergola le mie esterrefatte pupille?

È lui o non è lui?

Era Melai.

Ma non era partito? Se era lui, evidentemente non era partito.

Ho avuto una specie di turbamento premonitore.

Melai si intravedeva, sotto la pergola, pacificamente seduto su la poltrona di vimini. Fumava beato una sigaretta e spingeva le spire del fumo verso il cielo.

Ma non era solo. Oretta era in piedi davanti a lui.

E papà? e mamà? Nessuno! Nessuno, fuor che cane Leone, addormentato.

Fin qui nulla di eccezionalmente grave; ma io avevo la percezione che stava per succedere qualche cosa di grave; perciò, quasi senza volerlo, mi trovai giù nel fosso e guardavo attraverso la siepe quello che stava succedendo sotto la pergola.

La scena era muta ma si capiva lo stesso. Gli occhi di Melai erano imbambolati nella contemplazione di Oretta; ed io sentivo che i miei occhi diventavano feroci.

Ad un tratto la manina di Oretta si mosse, prese dalla scatola, che era sul tavolino di vimini, un cioccolatino: lo spogliò dolcemente, allungò la manina. La bocca di Melai era anche essa imbambolata. Buttò via la sigaretta, e la signorina gli insinuò il cioccolatino nella bocca. E seguitò.

«Ma che confidenze son queste? Ma questo è un male ereditario! Ma quella scatola è la mia scatola, quei cioccolatini sono i miei cioccolatini!».

Melai teneva ora chiusi gli occhi come alla prima comunione.

«Ah, è questa la rinuncia, o impostore?» esclamai. «Ma qui succede qualche cosa di molto più grave».

Ad un tratto, cosa vedo? Vedo la signorina Oretta che si accosta anche più verso di lui; allunga la mano, e immerge la mano dentro i capelli di lui.

La mano passava e ripassava come se pettinasse: «la dama pettinava il damigello». Lui andava indietro con la fronte e si lasciava pettinare. Era uno spettacolo grandioso: muto. Ma io sentivo fischiarmi le orecchie. Mi parve ad un tratto che nella campagna ci fossero come nascosti dei piccoli genietti che accompagnassero quella scena con i violini. Forse erano le cicale.

Poi, non so, o era il sole che si moveva sotto la pergola, o erano i miei occhi esterrefatti, ma le due figure si spostavano stranamente.

Oretta si piegava sempre di più, o si lasciava piegare; le pupille loro si avvicinarono; i due volti si confusero, e allora non si mossero più. Ma questo evidentemente è un bacio! La musica dei genietti si fermò, e anche il sole si fermò.

Non so per quanto tempo Melai e Oretta rimasero così, perchè io ero oramai paralizzato in fondo al fosso. Mi riscossi un po’ per volta, e dicevo: «Ma si baciano sempre! Brava, signorina Oretta, e congratulazioni anche a lei, signor Melai, congratulazioni! Ah, un bel santo!»

Volevo apparire dicendo così, ma non potei, perchè, d’improvviso, cane Leone si destò; latrò con rabbia, latrò con ferocia: lo vidi, con la gola spalancata e tutta la pelliccia furibonda, balzare verso di me.

Mi sono trovato nel mio chalet, sporco come un mostro. Per fortuna avevo ancora con me la mia borsetta.

XXVII. — MI ADIRO PER LA PRIMA VOLTA.
Soltanto quando mi trovai nel mio chalet, e lo specchio mi rimandò la mia figura deformata e sudicia, ebbi la completa sensazione del mio dolore. Io ruggivo: «Infame! Santarellina! Mamz’elle Nitouche! Tira via, non c’è papà! Ah, è timida, dice papà».

L’edificio da me costruito con tanta cura, dispendio di tempo e — diciamo pure — di denaro, era crollato. E volendo essere esatti, bisogna dire: «seguitava a crollare». Una ragazzina minorenne, davanti alla quale io, con suprema delicatezza, mi sono trattenuto sempre dal proferire le parole sacramentali: «Signorina, io vi amo» dare dei baci così! baci di donna provetta. Ah, falsa minorenne! Forse non esistono più minorenni. Probabilmente mentre io mi spazzolavo il vestito, essi seguitavano ancora a baciarsi; e allora dovetti constatare che io soffrivo. Infatti avevo gli occhi fuori della testa. E più forse del bacio, mi faceva fremere la visione degli atti preparatori del medesimo, quando lei pettinava lui così dolcemente con la mano; quando lei gli insinuava nella bocca i miei cioccolatini. Così! Faceva così! E feci a me stesso l’atto di insinuarmi in bocca i cioccolatini col rosolio. «Tu soffri realmente, Ginetto Sconer, tu soffri!» Il sapore di quella fanciulla, che dovevo gustare io, se lo è invece gustato Melai. Guai se io fossi un uomo sanguinario come usa adesso! A quest’ora sotto quella pergola esisterebbero due cadaveri.

*

La mattina seguente stavo un po’ meglio, ma non così che, quando venne Lisetta per rassettare le camere, io non dicessi:

— Ah, belle cose, belle cose che succedono in questa casa! Congratulazioni, molte congratulazioni con la vostra padroncina.

— Perchè, signore? — mi domandò Lisetta.

— Voi non sapete forse quello che ieri è successo verso quest’ora, là, sotto la pergola?

E raccontai quello che avevo veduto: — Uno spettacolo indecente. Non saprei dire per quanto tempo ha seguitato a pettinarlo.

— Capirà, signore, che finchè lo pettina lei, non lo pettina la morte. Faceva così tutte le mattine nei giorni che lei è stato via.

— Voi dite?

Ella diceva così.

— Ma quella sera che io sono partito, è partito anche lui! Allora era una falsa partenza.

— Non so, signore — disse Lisetta —, ma io credo che abbia ottenuto una proroga per affari di famiglia.

— Ah, li chiamate affari di famiglia? Ah, un bell’ordine nell’esercito!

— La mattina dopo che lei è partito, signore, lo abbiamo visto comparire ancora qui, e la padrona gli ha fatto tanta festa.

— Allora sua madre sapeva tutto.

— Io credo di sì.

— E anche lui, il padre?

— Oh, lui sa sempre le cose per ultimo.

— Ma questo amore come è nato?

— Chi lo sa, signore? L’amore nasce così!

— Ma come «così»? Così sotto la pergola?

— Tutto può darsi, anche sotto la pergola.

— Ma voi Lisetta, che sapevate le mie intenzioni, voi che vedevate che io ero assente, perchè non siete corsa ai ripari?

— Ah, signore — esclamò Lisetta mortificata — io ho fatto quello che potevo fare; e appena ho potuto, ho parlato alla signorina.

— Ebbene?

— Io non glielo volevo dire, signore, per non darle dispiacere.

— Vi autorizzo a parlare.

— Ebbene, già che lo vuol sapere, la signorina ha detto: «Taci, taci Lisetta! Io sposare un uomo così grosso e rosso che potrebbe essere mio padre?».

— Così ha detto? Inaudito!

— Precise parole.

— Ma voi dovevate insistere: «un uomo che sa quel che dice, che sa quel che vuole, che conta qualche cosa nel mondo».

— L’ho detto, signore.

— E lei?

— Lei? Lei ha detto: «con tutte quelle sciocchezze che dice, che fa venire il latte ai ginocchi».

— Idiota fanciulla! Dovevate dirle che io ero d’accordo con suo padre.

— Anche questo ho detto.

— E vi ha risposto?

— Che piuttosto che sposare un parrucchiere, fosse anche coperto d’oro, si butterebbe giù dal campanile di San Fulgenzio, che è il più alto della città.

— Ma è pazza quella fanciulla!

— È innamorata, signore!

Lisetta tacque, e anch’io.

Ma quelle parole atroci riferite da Lisetta mi fischiavano alle orecchie. Io parrucchiere? Io sono un costruttore della bellezza, e anche di civiltà, perchè chi usa i miei prodotti è educato e civile. Sentivo in me un’auto-intossicazione di furore.

— Io tirerò le orecchie a quel signore — dissi.

— Non lo faccia, per carità — disse Lisetta. — Tutti quelli che sono stati in guerra hanno preso lo spirito sanguinario.

— Credete forse che io abbia paura?

— Oh, no, signore: ma dico che è un momento succedere una disgrazia.

— Io, del resto, non voglio fare tragedie, ma gli parlerò ad ogni modo e gli dirò il fatto mio: «Ah, lei, bel giovane, che contemplava le stelle. Lei preferisce però contemplare qualche altra cosa sotto la pergola. Congratulazioni!» Oh, gli dirò questo ed altro.

— È impossibile perchè è partito.

— Non ci credo, perchè doveva già essere partito tante volte. Sarà partito provvisoriamente.

— No, definitivamente.

— Allora gli scriverò: «Ah, falso sentimentale! Le piacciono invece le cose di questo basso mondo, compresi i miei cioccolatini». E, quella infelice, preferisce uno sbarbatello, che oggi c’è e domani non c’è, a me che nel mondo conto per qualche cosa. «Dico sciocchezze», io! «Un uomo grosso e rosso», io!

— Lei è un uomo che può dare soddisfazione a qualunque donna.

— Voi avete proferito una grande verità. Ma voi non sapete tutto. Sapete perchè io sono andato a Genova? Questo, vedete, è il terribile! Io sono andato a posta a Genova per comperare il regalo di nozze. E proprio mentre io comperavo i gioielli più rari, ero tradito.

— Oh, povero signore! Ma davvero proprio?

— Dubitereste forse di quello che io dico? Venite qui, venite qui, Lisetta. Guardate. Guardate, tanto per avere un’idea di chi sono io. Questo era il regalo di nozze.

La ho condotta nella mia stanza e ho aperto la borsetta.

— Maria santissima! Spavento!

— Guardate soltanto questa collana. Per darvene un’idea, neppure la regina ne ha una così.

Allungò il dito per toccarla.

— Voi dovete sentire il peso.

— E sono perle vere?

— Vere? Vero oriente. Mica scaramazze.

— E costano tanto?

— Come voi, come lei, come lui, come tutta questa catapecchia, con l’avvocato e sua moglie compresa. Sì, sì, pigliate pure. Già tanto io me ne andrò di qui. Quelle forbicette, quella cipria. Anche quella pompetta dell’acqua d’odore, se vi fa voglia.

E le permisi di saccheggiare la mia toletta.

*

Scesi in giardino perchè sentivo che avevo gli occhi feroci, e la mia fisonomia era in disordine. Non vedevo più niente. Ma quando ho visto i gattini di Oretta che immergevano la linguetta rossa nel latte bianco, attorno alla ciòtola, ho dato un calcio formidabile: due gattini sono saltati in volata sopra la siepe.

XXVIII. — DIVENTO QUASI FILOSOFO E ANCHE POETA.
Quel giorno mi sono eccitato; ma poi dopo mi sono calmato. Però dentro mi è rimasta una sensazione amara e disgustevole.

Eccola là, la impudica fanciulla!

Io la vedevo dalla finestra del mio chalet, sotto la pergola, che lavorava, e c’era ai suoi piedi quell’abbominevole cane Leone. Chi avrebbe mai imaginato che colei fosse stata capace di dare dei baci così? di fare delle carezze così? Una fanciulla ancor minorenne! «No, signorina! voi eravate una falsa minorenne, un surrogato del giglio. Voi avete sorpreso la mia buona fede».

Io rivolgevo mentalmente queste parole dalla mia finestra alla signorina Oretta quando mi accorsi che nel mio giardino c’erano dei gigli. Come erano nati? Probabilmente erano già nati, e si erano dischiusi senza che io me ne avvedessi.

Così forse è avvenuto di Oretta: si è dischiusa sotto l’amore. Le donne di Lionello si dischiudono d’estate e d’inverno; ma lo spettacolo naturale è più bello. Se non che dovevo essere io a dischiudere, signor Melai. Io, non voi! Voi avete requisita la mia proprietà! Era la gelosia. Che spaventoso sentimento! Agisce da pompa aspirante al cuore e porta via tutto il sangue, tutta la proprietà. Voi non avete più la vostra proprietà. Sì! Eccola là, ma non è più vostra: è di un altro. La proprietà di una donna non è come quella della mia palazzina. Non c’è altra abbondanza che di donne, ma che importa? È quella donna! Con quel ricamo della bocca, con quel sorriso, con quel sapore non ce n’è che una. Perchè, Oretta, non hai fatto le carezze a me? Perchè non hai pettinato, così, così i miei capelli?

Mentre io facevo così e così, mi accorsi che questa operazione non si poteva compiere troppo bene, perchè i miei capelli sono alquanto incatramati dalla pomatina. Ritrassi infatti la mano profumata bensì; ma appiccicata.

Posso convenire che i capelli di Melai si prestano meglio a questa operazione.

Ma ciò non toglie che voi, signor Melai, abbiate requisita la mia proprietà. La quale si lasciò requisire. E allora mi ritornarono alla mente quelle abbominevoli parole di lei: «Un uomo grosso e rosso…!».

Ah, signorina Oretta! Un uomo grosso e rosso, io?

«La vostra opinione, signorina — la apostrofai dalla finestra — è errata! Io sono io! Non sarò un ragno, vestito in grigio-verde; ma io sono un uomo in gamba e che conta qualche cosa nel mondo; e il vostro Melai è uno che oggi c’è, e domani non c’è. E voi, signorina? Io vi credevo capace, non solo di pudore, ma anche di comprendere il vantaggio della posizione eccezionale che io vi offrivo. Questa poesia di tipo superiore voi non la avete capita. Tal sia di voi».

*

Stavo ravviando col pettine i capelli disordinati, quando entrò la Lisetta.

— Vi pare, Lisetta, che io sia grosso e rosso? I capelli rossi! No, rossi: tizianeschi. Lasciate, lasciate passare un po’ di tempo, e poi vedrete che la vecchia e la giovane avranno a pentirsi amaramente.

— Forse lei, signore, ha ragione — disse Lisetta. — Sapesse adesso la mia padroncina quanto soffre da quando lui è partito. Non dorme più, non mangia più; è diventata pallida.

— Questa notizia — dico io — mi fa piacere. Prenda il papavero! Oh, non capita mica tutti i giorni ad una povera provinciale di trovare un marito con centomila lire di regali in soli gioielli, oltre il resto.

— Poverina! Sarà calata, da quando lui è partito, di tre buoni chili….

— Un chilo al giorno, — dico io.

— Adesso sì che non digerisce più bene!

— Prenda la cascara sagrada, — dico io.

— Prega tutto il giorno perchè il Signore lo faccia salvo.

— Ditele che faccia anche un altro voto: di non uscire di casa il sabato, così sono due giorni, venerdì e sabato.

— Ma lei è ben cattivo, signore!

— Pretendereste forse che io fossi buono con chi mi ha fatto del male?

XXIX. — L’INUTILITÀ DELLA MIA SAGGIA ELOQUENZA.
Io non avrei avuto questa conferenza con la signorina Oretta, se la persistenza di lei sotto la pergola non avesse eccitato sempre più la mia indignazione. E d’altra parte il mio amor proprio oltraggiato domandava qualche riparazione.

Ella si stava mattina e sera, sola soletta, sotto la pergola, curva a lavorare; con cane Leone, immobile ai suoi piedi.

Deliberato il colloquio, feci una toilette come per una visita di condoglianza. Infilai un paio di guanti e mi inoltrai per il vialetto. Il mio passo scricchiolante su la ghiaia fece voltare la testa ad Oretta. Cane Leone — maledetto sempre — era anche lui tetro: non voltò la testa, non latrò: ma si limitò a mostrarmi i suoi denti.

— Buon giorno, signorina Oretta — dissi. — Io sono dolente di non aver potuto salutare ancora una volta il signor Melai, tanto caro e simpatico giovane.

— È partito.

— Definitivamente, lo so.

(Silenzio).

— Permette, signorina, che io mi sieda?

— Ma la prego.

(«E anche lei permette, è vero?» — dissi con lo sguardo a cane Leone). Mi sono seduto su la poltroncina di vimini, dove sedeva Melai.

— Permette anche, signorina Oretta, che le parli?

— Ma la prego.

Ella stava sempre con la testa in giù, sul ricamo. Ed io allora ho iniziato verso la signorina Oretta un discorso patetico e insieme persuasivo: — Signorina Oretta — cominciai —, le parlerò, come dire? non poeticamente ma praticamente: prima di venerdì sette giugno, ore undici e mezzo del mattino, io vivevo nel convincimento che ella non avesse mai varcato la frontiera, come dire? dell’Amore. Anzi credevo che ella ne ignorasse persino l’esistenza: per conseguenza, io, da quel perfetto gentleman che mi onoro di essere, mi sono mantenuto verso di lei sempre in un decoroso riserbo. Ho l’onore di essere ascoltato, è vero, signorina?

La signorina Oretta non disse nulla ed io proseguii:

— Ma la mattina di venerdì sette giugno, alle ore undici e mezzo, reduce appunto da un mio viaggio a Genova, che ha, se permette, qualche relazione con quanto sono per dirle, ho dovuto constatare, in modo — la prego di credere — del tutto casuale ma irrefragabile, che lei sotto questo bersò era già a conoscenza, per non dire in possesso, del territorio d’Amore. Specifico: è stato così e così….

Mentre io specificavo, credevo di essere interrotto: ma non fu così. Credevo che il suo volto arrossisse. Ma niente di tutto questo.

Finii allora di specificare.

Ella si irrigidì.

— Sono dolente — dissi — che il signor Melai sia partito, perchè gli volevo, oh non già fare scene tragiche, ma così, semplicemente dire: «Congratulazioni, signor Melai, congratulazioni sincere! Constatiamo che lei, dopo avere proclamato la vanità delle cose di questo mondo, è ritornato sopra la sua opinione; e che, dopo avere contemplato la luna e le stelle, ha trovato che è piacevole anche abbassare gli occhi sopra un amabile volto. Congratulazioni!».

La signorina Oretta cominciò a capire il mio significativo linguaggio e si scosse; ma io proseguii:

— E congratulazioni anche con lei, che ha saputo chiamare quel giovane ad una valutazione più esatta dei beni terreni. Questa cosa ha fatto piacere a lui, per quanto abbia fatto dispiacere a me. Ma niente di male, signorina! Lì per lì, confesso, la cosa mi ha prodotto una certa impressione, direi sfavorevole al di lei confronto; ma poi ci ho pensato, e ho trovato che la cosa, o con l’intervento del signor Melai o con l’intervento di un altro, doveva succedere, o in quel giorno o più tardi. Avrei desiderato col mio intervento,… ma non è questo l’argomento dell’attuale colloquio. Quello che mi premeva di significare, è che la mia attenzione si era posata con benevolenza sopra di lei: tanto è vero che mi ero permesso qualche avance di matrimonio col di lei genitore, e ne avevo avuto buoni affidamenti. Ma io le dirò di più: il mio viaggio a Genova era avvenuto per acquistare l’omaggio di alcune bazzecole decorative, le quali non sono sdegnate anche dalle più rigide virtù. Senonchè la mattina del sette giugno ho assistito all’assalto della di lei virtù. Questo spettacolo, creda, non era nel programma del mio viaggio! Ma badi: io non discuto in questo momento la preferenza data al signor Melai: Melai le è simpatico, e perciò io devo essere antipatico. Il mio orgoglio d’uomo è rimasto ferito. A lei non importa, lo so. Semplicemente mi sorprende che in una signorina, come è lei, che io avevo prescelto specialmente per le sue qualità di equilibrio mentale, abbia potuto aver luogo un fenomeno così folgorante di passione, diciamo così, irrazionale. «No! parlo piano — dissi a cane Leone che stava attento: — parlo piano come è mia abitudine: piano, ma energico e preciso». E attesi una risposta.

Allora la signorina Oretta mosse le labbra, e venne fuori questa risposta:

— Noi ci conoscevamo da prima.

— Ecco un particolare del tutto ignorato — dissi. — Con ciò ella vuole significare che esisteva un diritto di prelazione in favore del signor Melai….

Fece cenno di sì.

— Il mio cuore sanguina; ma l’onore è salvo!

La signorina Oretta ebbe allora un sussulto: con la mano frugò, trasse una lettera: me la offrì.

— Signorina — dissi — ella vuole offrire la documentazione di quanto asserisce verbalmente; ma non importa, la prego.

Ma ella insistette.

— Ebbene, quando ella insiste….

Allora io estrassi dalla busta la lettera, apersi il foglio, e lessi le cose seguenti:

«Signorina, mi chiamo Marco Melai; sono caporale nel 6º Battaglione Cividale. Ho ventidue anni e mi trovo in guerra dal 5 ottobre 1915. Sono stato già ferito una volta. Mio padre è colonnello; la mia povera mamma non c’è più in questo mondo. Credo che questa presentazione sia bastevole. Dove mi trovo? Sui monti. A lei indovinare. Vuole diventare la madrina dei miei alpini? La assicuro che sono giovani forti, buoni e valorosi. Non spetterebbe forse a me il dirlo, ma la verità non sta mai male».

Rimisi la lettera nella busta, e gliela restituii con bel garbo.

Ella la ripose nel non voluminoso archivio del suo seno.

— Ma mi permetta, signorina — ripresi: — dallo stile di questa lettera sembra che questo signore non conoscesse lei di persona.

Oretta rispose:

— E nemmeno io conosceva lui.

— Sarebbe indiscrezione domandare qualche schiarimento in proposito?

— L’anno scorso — disse allora Oretta — io ero ancora a scuola, quando la signora direttrice ci ha invitate a dare qualche libro di lettura per i soldati…. Io allora ho dato le Mie Prigioni di Silvio Pellico, dove c’era scritto, sul frontespizio, il mio nome….

— E probabilmente anche l’indirizzo….

— Sì, signore. E allora una mattina, ecco che viene il postino, e mi consegna questa lettera qui….

— Signorina, la prego: si calmi. E appena ricevuta questa lettera, lei ha risposto….

— L’ho fatta vedere….

— A papà!

— No, a mamà.

— E mamà ha detto?

— Di rispondere con due parole gentili.

— E lei, naturalmente, ha risposto.

— Sì, signore.

— E lui ha continuato a rispondere….

— Sì, signore. Dopo io l’ho conosciuto qui all’ospedale, dove andavo con mamà. Una volta, andando all’ospedale, io avevo una rosa con me….

— E lui gliel’ha chiesta.

— Sì, signore.

— E lei gliel’ha data.

— Sì, signore.

— E mamà era presente?

— Sì, signore.

(Ho capito: la rosa era diventata un rosaio).

— Permette ora una domanda? Lei vuol bene a suo papà oltre che a mamà, è vero?

Mi guardò stupefatta.

— Suo papà è un uomo serio, un uomo positivo. Egli sa che le rose fioriscono in maggio, ma dopo viene l’inverno. Il suo sguardo vede soltanto la primavera, ma il nostro è più lungimirante e si estende in tutto l’orizzonte della vita. Crede lei, signorina, che il di lei babbo sarà contento quando saprà che lei ha legato il suo destino a quello di un soldato?

— Allievo ufficiale, signore!

— Sia pure allievo ufficiale….

Io volevo dire allievo cadavere, ma me ne astenni; i due laghi alpini si venivano velando, e il mio primo sentimento fu di estrarre dalla tasca il mio fazzoletto, e passarlo su quel visino. Però provavo piacere a vederla soffrire.

— Ma sono queste anime pure — esclamò d’un tratto — che si sacrificano oggi così.

La signorina Oretta proferì queste parole con notevole eccitazione, e in quella circostanza io potei constatare l’agitarsi di quel seno, che fino a quel giorno brillava per la sua assenza.

— Signorina — risposi — condivido i suoi nobili sentimenti; però se lei volesse ritornare sopra le sue deliberazioni, se vuol dimandarne una dilazione nella risposta, per conto mio sarei disposto a considerare come non avvenuto il fenomeno apparso sotto questo bersò, la mattina del sette giugno.

Ma la risposta fu improvvisa e non quale la mia generosità meritava.

— Signore — mi disse — io ho fatto quello che dovevo fare secondo il mio cuore. Se lui tornerà, ci sposeremo. Se no, sarà quello che Dio vorrà.

Lei diceva queste parole per conto suo, e due lagrime intanto, emissarie dei due laghi alpini, scendevano per conto loro giù per le gote.

— Quando è così, basta, signorina, basta! Quello che lei ha fatto è sentimentale, ma non è pratico — dissi presentandole la mano guantata.

Mi sono alzato e mi sono inchinato.

*

La signorina Oretta non poteva dichiarare in modo più esplicito di avere abbandonato tutte le sue riserve al prestito nazionale per la guerra. Tuttavia è un fatto che le donne hanno la tendenza a dare il loro voto agli uomini di tipo sanguinario. Non mi parve dovere esporre la mia dignità a ulteriori insistenze. Prosegua, prosegua a piangere, signorina Oretta! Quando quel signore tornerà, se tornerà, non troverà che un naso, i capelli, e quattro ossi in croce della fu signorina Oretta.

XXX. — LA VENDETTA È IL CIBO DEGLI DEI.
Seduto davanti allo chalet, io eseguivo una specie di bilancio consuntivo, quando un’ombra intercettò la luce, e si fermò davanti a me.

Era madama Caramella. A quella vista sentii nascere in me un così concentrato furore che, per la prima volta, mi giudicai capace di una azione violenta.

— Buon giorno, cavaliere, — mi dice con adorabile tranquillità. — In settimana verrà senza fallo l’imbianchino a pulire la cucina.

— L’imbianchino? Non occorre più.

— Ma non viene la sua signora madre?

— No. È andata ad Aix-les-Bains.

— Oh, quanto mi dispiace!

— Anche a me.

Silenzio.

— Mi pare di cattivo umore, cavaliere, — dice madama Caramella.

— Io? Può darsi. Ma lei invece, per quello che succede, mi pare di troppo buon umore.

— Qualche cattiva notizia nel bollettino della guerra?

— Nel bollettino della guerra? Non so: ma nel suo bollettino, sì certo.

— Mio?

— Suo, sì, di lei. Come? Non lo sa? Ma lei è entrata in guerra! Io ne sono ancora stupefatto: una donna come lei che non è più una giovanetta, che fino a ieri aveva dato prova di equilibrio mentale, di senso della realtà, decreta anche lei improvvisamente il salto nel vuoto; e finchè lo fa lei il salto, poco male, ma ci spinge la sua figliuola e quel buon uomo di suo marito. Io credevo che lei volesse bene alla sua famiglia.

Constato con piacere che madama Caramella è stupefatta alle mie parole.

Madama Caramella mi domanda che cosa è successo.

— Lo domanda a me? Le sue vesti bruciano, e mi domanda che cosa succede? Lei lo deve sapere meglio di me. Non è lei che ha permesso a quel signor Melai di venir qui?

— Ma sono fidanzati. È naturale!

— Quanto a naturale, nessuno ne dubita. Anzi io le posso dire che tre giorni fa, alle ore undici e mezzo del mattino, tornando da Genova, ho assistito là, sotto quella pergola, ad una scena anche troppo naturale.

Descrivo la scena, ma madama Caramella non stupisce, non arrossisce. Si limita ad osservare che un bacio tra fidanzati è una cosa che usa da molto tempo. — Ma, e poi, scusi, cosa c’entra lei?

— Mi domanda cosa c’entro io? Arriveremo anche a questo punto. Intanto le faccio osservare che quello era un bacio speciale, come una film di lungo metraggio, ai cui ultimi quadri io mi sono sottratto per ragioni di decoro personale. E lei poi si scandalizza per un po’ di gambe che mostrano le ragazze a Milano! Ma lasciamola là! Questo fidanzamento è avvenuto col suo consenso?

— Sa lei forse — domanda madama Caramella — qualche cosa sul conto di Melai? Un giovane di famiglia onorata….

— Non discuto affatto.

— Un giovane che ha sempre proceduto con la più scrupolosa delicatezza, tanto è vero che la prima cosa fu di presentarsi a me con una lettera di suo padre. E d’altra parte domando e dico: ad un giovane che fa il suo dovere per la patria, ad un giovane ferito, all’ospedale, solo, poverino, che domandava di corrispondere con Oretta, potevo io dir di no? Ma se non ci aiutiamo fra noi, buoni, chi ci deve aiutare?

— È un’opinione rispettabile, ma non condivido. Il suo preciso dovere era invece, appena ella si accorse di quella passione, di troncare: taglio netto. Probabilmente anche lei, madama, si è lasciata sedurre dalla montura.

— Oh!

— Prego, si calmi. Osservi invece — tanto per incidenza — come è ridotta sua figlia. Pareva un fiorellino, e adesso è uno straccio.

— Ma bisogna bene soffrire qualche cosa in questo mondo….

— Ma chi le ha dato da intendere questo?

Madama Caramella guarda la mia calma con un principio di alienazione mentale.

— Oh, io sono certa — disse madama Caramella — che quando mio marito saprà tutto, dirà: «Hai fatto bene!».

— Io non credo: ma se fosse così, direi che il di lei consorte è molto più poeta di Cioccolani! Scusi, signora, ma lei sta in piedi e ciò mi dispiace.

Prendo una sedia, e prego madama Caramella di accomodarsi.

Proseguo: — Mi posso sbagliare, anzi mi auguro di sbagliare; ma lei, cara signora, ha commesso un’imprudenza le cui conseguenze possono essere incalcolabili. Lei ha arrestato il benessere della sua famiglia. Ma certo! Sa lei come vanno in malora le famiglie? Generalmente in conseguenza di un errore iniziale che passa quasi sempre inavvertito: che può essere la firma a una cambiale di favore, un contratto sbagliato, una mancanza di precauzione igienica, un matrimonio fatto coi piedi: appunto una mancanza di igiene morale: è il suo caso! Dopo, cara signora, lei ha un bel seguitare a fare il bucato in casa, tener le galline, fare i salamini e i prosciutti in famiglia….

Constato con piacere che madama Caramella è presa da un po’ di convulso.

— Ma quando sarà finita la guerra, quando lui tornerà, saranno felici. Non crede lei che la guerra finirà presto? — domandò con ansia madama Caramella.

— Finire? Ma se è appena un anno che è cominciata? Dove ha letto lei queste panzane? Nei giornali forse? Ma cosa crede lei che scorticare i tedeschi sia facile come scorticare il suo porcello? Eh! eh! Noi uomini d’affari ne sappiamo qualche cosa. Finire? Ma, prima, si deve muovere l’America, che sono cento milioni; poi si deve muovere l’Asia che sono almeno altri cinquecento milioni. Pensi che adesso, con la telegrafia senza fili, si può chiamare tutto il mondo alla guerra.

— Ma finirà una buona volta.

— Può darsi; ma dopo verrà la rivoluzione, e chi si salverà saremo appena noi modesti capitalisti che sapremo, se occorre, comperare anche la rivoluzione.

— Ma Iddio non permetterà…. — balbetta la povera madama Caramella.

— Ma cosa vuole che Iddio, con una amministrazione così vasta, possa occuparsi di questi dettagli? Lei ha tempo, cara signora, di iniziare per la sua figliuola una cura ricostituente.

— Ma lui tornerà, si farà una posizione, e una volta sposi, saranno felici.

— Lo auguro, ma elevo dei dubbi. Anche nella migliore delle ipotesi, lei non deve dimenticare che quel signore faceva baldoria. Io mai fatta baldoria! Poi lei ha sentito: fucila le signorine! Badi che io ammiro e amo il signor Melai: ma come individuo che possa dare la felicità alla sua signorina, escludo. Però se le fa piacere, ammettiamolo! Se non che, coi tempi che verranno, il matrimonio sarà un lusso che soltanto un milionario si potrà permettere. E invece lei, mia cara signora, aveva proprio la felicità a portata di mano qui nella sua casa. Io gliene parlo con la massima calma, come del resto è mia abitudine: ma accentuo! Permette, signora?

E sono andato di là e ho preso la borsetta. Mi siedo e proseguo:

— Le cose stanno così, signora: i miei occhi si erano posati con notevole benevolenza su la di lei signorina, e non sarei stato alieno dal domandarla in isposa. Sarebbe stato un matrimonio razionale, senza eccessiva passione da parte della signorina: lo posso ammettere. Prego non mi interrompa. Ma io non credo — mi potrò sbagliare, sa, — io non credo che sia necessario fare precedere il matrimonio da un periodo incendiario, come una reticella Auer che prima bisogna bruciare. No, io non credo. Certo è che io ho coltivato nel mio cuore una speranza, una illusione; ma non parlo per me. Capirà benissimo che a me non manca a chi buttare il mio fazzoletto. Parlo per quella povera signorina Oretta, che ha goduto un momento per un giro di valzer in un mattino di primavera; ma come deve scontare! E anche mi si stringe il cuore pensando a quel brav’uomo del di lei consorte, che meritava proprio di finire i suoi giorni tranquillo. Ma mi preme, signora, di documentare quello che io dico: io non bluffo; io documento!

Aprii la borsetta.

— Ecco qui. Andai a Genova apposta. Ecco qui: questi, come ella può vedere, erano i regali di nozze. Autentici e parecchi: balasci, smeraldi, turchesi, opere di gran lapidari: mica scaramazze!

Madama Caramella non parla più.

Io proseguii: — Invece di deperire, lei vedeva la sua figliuola bella, felice, moglie del cav. Ginetto Sconer, e da qui un anno lei, scusi, era nonna e la sua figliuola c’era il pericolo, caso mai, che ingrassasse di troppo. Destino, cara signora! Ma l’imbianchino ora è perfettamente inutile.

Così ho tolta la seduta.

XXXI. — CHAMPAGNE, PESCHE E PROSCIUTTO.
— Cosa state facendo, signor Sconer? Sempre l’uomo georgico?

— L’ho fatto, ohimè, contessina; ma ora sto facendo le valigie. Ero venuto qui a P*** per un certo affare, ma non si potè concludere. Lo metteremo alla partita del passivo.

La contessina era venuta da me, questa volta, sola: senza il seguito del poeta al guinzaglio.

— Con quest’orribile caldo!

— Vi disturbo, Sconer?

— Lei mi perturba, non mi disturba. Certo io non la posso ricevere con tutte le regole del protocollo. È tutto sottosopra qui.

— Avete un bicchier d’acqua, Sconer?

— Ma lei ha sete, lei è sudata, lei è venuta a piedi per quella strada bruciata da questo terribile sole. (Era quasi mezzogiorno). — Quando penso che la pelle del suo adorabile volto, delle sue adorabili mani può oscurarsi, c’è da fremere per il rimorso.

— Avevo i guanti e il velo.

— Ah, meno male.

— E poi io mi diverto nella gioia del sole.

— Io no: d’estate preferisco l’ombra.

— Io invece il gran sole; e d’inverno andare per la neve, quando tutto è neve, sentir la gioia di affondare nella neve sino alla caviglia: respirare la neve.

— Allora preferisco il termosifone.

Ma perline di sudore le si venivano formando su la fronte. Ella estrasse un moccichino di merletto del tutto insufficiente perchè non era più grande della palma della mia mano. Allora io spiegai i miei bellissimi fazzoletti. — Pardon! — e ne posai uno delicatamente sul suo volto, un altro su la nuca.

— Voi, Sconer, mi velate come Iside.

— Veramente io vorrei fare il contrario.

— Siete ben temerario….

— Conserverò, contessina, questi fazzoletti imbevuti della di lei persona. Ma dicevamo? Ah, l’acqua. L’acqua qui è in fondo al pozzo, e il pozzo è cupo. Ma ora che ben mi ricordo, devono rimanere nella credenza due avanzi di una stirpe infelice. Se lei può sostituire l’acqua con lo champagne….

(Sono proprio gli avanzi di quelle bottiglie di champagne extra dry che mandai a prendere quel giorno per onorare Melai al pranzo; una delle quali probabilmente ha servito ad alimentare quell’incendio che io dovevo contemplare la mattina del sette giugno. Ah, povero mio champagne extra dry!)

— Probabilmente saranno calde, ma le facciamo subito frappées; le mettiamo giù nel pozzo.

La contessina accetta con piacere.

Realmente nella credenza erano onestamente rimaste obliate le due bottiglie dal collo d’argento.

La contessina si diverte. Vuole metter lei le bottiglie nel secchio, e calar lei la fune.

— Un momento, contessina.

— Che cosa?

— Eh, ma se caliamo le bottiglie così, dopo, quando il secchio è nell’acqua, galleggiano e vanno via. E chi le ripesca più? Bisogna legarle al secchio.

È meravigliata.

— Sempre così previdente, Sconer?

— Sempre, contessina. Sistema della Casa.

Leghiamo, caliamo le bottiglie.

Ora i bicchieri. Nella credenza vi sono molti bicchieri, ma non le coppe per lo spumante. V’è un cavatappi di stile antiquato, ma non serve.

È la prima volta che mi avviene di adoperare gli oggetti consegnati oggi sei maggio al cavaliere Ginetto Sconer dalla signorina Oretta. Quante speranze, allora! Ma quel tempo è fuggito. Fiorì la speranza al tempo delle violette, e la speranza morì al tempo delle rose. Non pensiamoci più.

Tovagliolini non ve ne sono: ma tovaglioli molti. Ghiselda ne spiega uno di lino grosso spigato.

— Pare una tovaglia.

— No, un tovagliolo. Ne abbiamo anche noi di così fatti alla nostra villa delle Cipressine. Nostra? Credo che sia svanita la villa delle Cipressine.

Fece un gesto con la mano, e vi soffiò sopra come su una bolla di sapone. — Peccato! Ero nata là.

Ora tiriamo su le bottiglie.

La vista dell’acqua gelida nel secchio la attrae, vi immerge la mano, raccoglie l’acqua nella conca della mano e si diverte a farla cascare.

— Sa come Pindaro chiama l’acqua?

— Mi dispiace….

— E sa come la chiama S. Francesco? «Umile e casta!»

— Oh, infelice! Ma noi berremo champagne.

Stappo: il tappo salta. Pum! Lo champagne ci spruzza, ma la contessina beve.

— Delizioso bere — esclama — quando si ha sete.

Questo lo so anch’io.

— Un biscotto, Sconer?

— Ce n’erano tanti, e cioccolatini anche. Ora più niente! Ma lei ha fame, contessina!

— Mio Dio, sì.

Guardo con stupore quella meravigliosa creatura, sottoposta anche lei alla legge della fame: ma sono cose che avvengono a mezzodì. Mi balena una idea luminosa.

— Contessina, se noi facessimo colazione?

— Qui?

— Sì, contessina.

— Qui all’aperto? Vicino al pozzo? Sotto quest’ombra? Ah, delizioso!

— Tanto più, contessina, che il pozzo agisce da termosifone refrigerante. Già, ma non c’è niente da mangiare. Un momento, però.

Esco, trovo Lisetta, le racconto il caso, e la prego di portare qualche cosa: ma sùbito.

Ritorno.

— Occorrerà un piatto, delle posate — dico alla contessina.

(Ecco lì la credenza con gli oggetti consegnati al fu cavalier Ginetto Sconer).

— Faccio io — dice lei.

Vuole lei preparare la tavola e mi impone la ubbidienza.

— Contessina — dico tuttavia — se vogliamo (ma come si può dire questa volgare parola, mangiare?) fare un piccolo lunch, io credo che sia meglio metter prima fuori la tavola e preparare poi.

Trasportiamo un piccolo tavolino vicino al pozzo, presso la siepe, all’ombria. Dopo di che, ella mi ordina di stare seduto. Rabbrividisco di piacere al suo ordine. Mentre ella va e viene e porta le stoviglie, io la ammiro.

— Contessina — dico — mi permetta di farle un complimento. Lei mi ricorda quelle meravigliose cameriste che si trovano nei romanzi del mio amico Lionello.

Ride.

Si vedevano, mentre lei va e viene, quelle due cosine gelatinose che danzavano. Ah, l’estate, col velo che a pena portano le signorine, è una stagione terribile!

— Contessina, mi permette un altro complimento?

Ella portava due modeste scarpette di color grigio, che delineavano la forma del piede così dolcemente come una sementina di popone, e due roselline di perle erano il solo ornamento.

— Contessina — dissi — sinora ho creduto che i tacchi alla Louis Kenz rappresentassero la più alta espressione della moda, ma lei mi fa ricredere. Le sue scarpette sono i guanti gris-perle delle sue incomparabili estremità.

Si ferma, mi guarda con quei suoi occhi, e dice:

— Sa che lei, Sconer, dice delle sciocchezze?

— Tutto può darsi, contessina.

Ho la sensazione del vuoto.

Mi tornano a mente le parole di Maioli: che Ghiselda è la più bella nave che sia stata varata nell’oceano femminile. Che io sia già trasportato nell’oceano? Ho paura e nel tempo stesso sento una gioia, una gioia che mi raddoppia la vita. Dio mio, che sia il bacillo dell’amore di cui parla il dottor Pertusius? Salvami, dottor Pertusius! No, lasciami morire. È così dolce morire così. L’universo mi guarda attraverso gli occhi di lei; la sua capellatura d’oro mi soffoca. Calmiamoci, Ginetto Sconer. Dissi allora:

— Io non dimenticherò mai, contessina, questo giorno inaugurale.

— Perchè, signor Sconer?

— E me lo domanda? Essere servito a tavola da lei! Mi permetta che noti questa data memorabile: quindici giugno! Essa farà da contrappeso ad altra data infelice.

— C’è tutto in tavola, vero? — mi domandò sorridendo.

— Sì, manca una cosa e poi c’è tutto.

— Ah, i fiori, mancano i fiori.

C’erano ancora dei gigli nel giardino: li coglie, cioè li vuol cogliere, ma il fusto resiste.

Allora io levo dall’astuccio il mio temperino d’argento, faccio scattare la lama, offro.

— Ma lei ha tutto, Sconer!

— Tutto, contessina.

Così ella taglia i gigli. Li aspira, e sospira: — Ah, deliziosi i gigli! Sentite, Sconer!

— Sì, deliziosi: ma hanno dentro l’inconveniente di quella cosina gialla. Vede?

E pulisco la cosina gialla che si è attaccata su la punta del mio naso, e — pardon! — anche sul suo.

— Piuttosto — dico — cogliamo delle rose.

Colgo una rosa, la odoro, ma vedo venir fuori due bestie. Orrore! La contessina ride, ma io scuoto la rosa e schiaccio le due bestie.

— Cosa avete fatto, Sconer! Voi avete ucciso due bellissime cetonie.

— Ma perchè erano entrate dentro le mie rose?

— Per amarsi — disse la contessina — e le rose sono il loro talamo profumato.

— Fortunate le cetonie — sospirai io.

Ella prende la rosa, e coi gigli la mette entro una caraffa, e questa dispone su la tavola. Dice: — Ora c’è tutto!

— Mi dispiace — dico io —, ma manca sempre una cosa.

— Dio mio! Che cosa? — Cerca, non trova.

— Il sale, contessina.

*

La Lisetta viene, intanto, con una fiamminga di fette di prosciutto, così roseo, così spirituale che penso anch’io ai misteri della natura, che ha creato una bestiaccia tanto immonda, per fornire a noi un cibo tanto distinto. La contessina si siede, mangia. Come è interessante vederla mangiare! Una rosea fetta scompare nella rosea bocca. Sembra che mandi giù dei fondants.

— Ma sapete, Sconer, che questo jambon è delizioso?

— Lo credo. (Deve essere il fratello maggiore del porcelletto della signora Caramella).

— Ma mi permetta: non teme lei che a mangiare così le possa far male al corpo?

— Male al corpo, Sconer? In che modo? Io non mi sono mai accorta di avere un corpo.

— Io, sì.

Sospirai profondamente.

— Dunque, contessina, deliziosa l’acqua, delizioso il vino, deliziose le cetonie, delizioso il prosciutto: tutto delizioso….

— Ah, sì, Sconer; forse anche la morte, deliziosa; ma non ne ho la sensazione: mi pare di non dover morir mai.

— Anch’io, contessina. Cioè, deliziosa la morte no; ma voglio dire che anch’io ho la sensazione di non dovere morire mai. Così che se noi due fossimo marito e moglie, non moriremmo mai.

— Ah, ah, ah! — Dà in uno scoppio di risa sconcertante che le si vede sino alla gola.

— Come Filemone e Bauci.

Non conosco questi signori, ma mi pare che lei prenda la cosa in giuoco.

Ma si fa seria d’un tratto e dice:

— Mio Dio, cosa stiamo facendo, Sconer?

— Stiamo facendo colazione, contessina.

— Ma è compromettente!

— Magari fosse, contessina.

— Ma lei è davvero audace!

Io sospiro.

Lei torna a dare in un altro scoppio di risa.

Io sono disorientato. Qui sta per succedere qualche cosa di straordinario. È il sole che l’ha indorata? lo champagne che l’ha eccitata? Non so: ma questa donna è titanica, folgorante. È la gioia trionfante.

Vivere con lei, viaggiare il mondo con lei sempre in un delizioso tête-à-tête! Sleeping car, Excelsior hôtel, Palace hôtel. D’estate al Capo Nord, d’inverno, orient-express, in Egitto, su quei battelli che solcano il Nilo, come in quel quadro che c’è Cleopatra.

— Ma che cosa ha lei, Sconer?

— Sogno, contessina.

Questa donna è famelica. Ridendo, mentre io sogno, ha mangiato tutto il porcelletto. Che cosa devo darle ancora?

Ma il piatto vuoto del porcelletto di madama Caramella mi fa sovvenire che esistono anche le pesche della medesima. Lei le ha contate: lo so. Ma non importa.

— Un momento, contessina — dico.

Mi allontano, ed eseguisco la requisizione delle pesche: un atto audace, non dirò come furto; chè, dopo tutto, vada per i miei cioccolatini che la signorina Oretta infilava nella bocca di quel signore; ma perchè correvo il rischio di essere sbranato da cane Leone.

Ritorno con le pesche.

Alla vista delle pesche, la contessina è presa da gioia saltellante. — Lei è ben gentile, Sconer. Lei lo sa che io adoro le pesche? Tu la persica che si spicca e ne cola il succo giulìo, dammi.

Io do le pesche.

Lei, voi, tu! ecco, siamo passati al tu! Oimè, no!

— Sapete, Sconer, chi dice così? È un grande poeta che dice così. Sentite che profumo — dice, e me le mette sotto il naso, le pesche!

Povero Ginetto!

— Permettete, Sconer?

Ne prende una e la morde; immerge quei denti nella carne della pesca.

— Contessina — supplico — non faccia così.

— Le vengono i brividi, Sconer?

— Direi di sì.

— Anche mamma non può vedere.

— Veramente io…. non è per le ragioni di mamà!

Mi fissa un momento sorpresa; con quelle labbra sanguinanti dalla pesca.

— Voi siete molto sensibile, Sconer!

— Tanto, contessina.

Qui sta per succedere qualche cosa che deciderà della mia vita. Anch’io, come madama Caramella, come tutti, entro in guerra.

E se lei non distingue l’attivo dal passivo, che importa? Maioli, Maioli, tu stai per guadagnare l’automobile. Che fare? Gettarmi ai suoi piedi? Peccato! Adesso non usa più.

Mentre pensavo così, mi sorprendono queste parole di lei.

— Sapete, Sconer, che sono venuta qui anche giovedì scorso? Ma mi hanno detto che voi eravate assente.

— Infatti son dovuto andare a Genova per un certo affare di oggetti preziosi.

— Commerciate anche in oggetti preziosi?

— Ohimè, sì.

Vado a prendere la borsetta, la apro. Ella vi immerge la mano. Esamina: scruta, pesa. Dice:

— Molto bello. Avevamo anche noi tanta di questa roba.

— Questi orecchini di brillanti — dico — mi sembrano quasi degni di lei. Mi piacerebbe provare.

— È inutile: non ho il lobo forato. Non credete?

Ella piegò la testa da un lato e, gorgogliando un caro riso, concedette alla mia mano di sollevare la impareggiabile seta dei suoi capelli, affinchè io constatassi che il lobo non era forato. Ma nel toccare quel cosino dell’orecchio, elastico e dolce, io rabbrividii.

— Allora quest’anello, contessina.

— Oh sì, questo smeraldo incastonato all’antica mi piace.

— Permette — domandai allora — che lo mettiamo in opera?

Mi porse la mano. Io provai le dita e infilai l’anello nell’indice: rabbrividii per la seconda volta. Appressandomi, sentii il calore profumato di carne del suo alito.

Si contemplò la mano un po’ meditabonda.

— Ne aveva uno così anche mamà, con uno smeraldo anche più cupo. Ma io non ci tengo più ai gioielli.

— Nemmeno io, contessina, benchè oggi l’investimento del capitale in preziosi sia molto indicato. Sarebbe come una lirica del capitale! Ma le confesso che tengo di più assai alla mia modesta palazzina in Milano, al mio modesto appartamento.

E io le parlai allora della mia palazzina in Milano, mia proprietà; del mio appartamento in istile Louis Kenz, ma con tutto il comfort moderno. — Tutto, tutto, c’è tutto, ma manca solamente una cosa….

Ella mi ascoltava pensosa.

Mi attendevo questa deliziosa domanda: «Che cosa le manca, caro Sconer?».

E invece venne fuori quest’altra domanda: — Sapete quello che accade a Cioccolani?

XXXII. — IL DISASTRO.
Al diavolo! Io lo aveva dimenticato, ed ecco, anche in mezzo alla gioia del simposio, l’ombra di Cioccolani.

— Ammalato?

— Peggio. Una cosa indegna! Voi ricordate certamente, Sconer, l’Attileide di Cioccolani….

Io ero atterrito.

Anche allora, Cioccolani e l’Attileide, Attileide e Cioccolani.

— Ebbene, signora, che cosa è accaduto all’Attileide, cioè a Cioccolani?

— Questo grande dramma — disse la contessina — era destinato all’aperto; ricordate, è vero?

— Perfettamente: le turbe, gli Unni, l’organo.

— Si pensava al teatro d’Albano sui colli laziali: ma il teatro d’Albano sventuratamente non esiste ancora. Allora abbiamo pensato ad un grande teatro di Roma, e ci siamo messi in corrispondenza con Roma. Ma Roma non ha risposto.

— Anche al telefono è lo stesso: Roma di solito non risponde.

— Vi prego di non scherzare. Hanno risposto — dice lei — ma fanno una difficoltà: il nome di Cioccolani.

— Non è un bel nome. Sconer è più bello.

— Forse avete ragione? È terribile! Un padre ha il diritto di lasciare a un figlio genio la eredità di un nome volgare! Ma l’obbiezione che fanno quei signori di Roma è un’altra. Essi dicono: «Cioccolani non è un nome conosciuto». Non è piazzato. Capite? Quello che importa non è creare i Canti ermetici, creare l’Attileide. No! Piazzarsi! Ah, mostruoso!

— Fino a un certo punto. In commercio, contessina — mi permisi io di obbiettare — si verifica lo stesso fenomeno. Si fabbrica un prodotto; ma la cosa più difficile è lanciarlo, imporre il nome! «Ficcatevi bene in testa questo nome!». E si fa un uomo con un chiodo che penetra dentro la testa. Molte volte è la fortuna di un nome. Pillole Plak! Qualunque farmacista le può fabbricare. Ma Pillole Plak si sono imposte. Sente che nome? Plak! Pare un comando. Naturalmente è un suono tedesco, così lo capiscono di più.

Ma la contessina, invece di ridere, rimase seria.

— Ah sì, — disse — per voi, gente mercantile, l’Attileide e i vostri empiastri sono la stessa cosa. Intanto quel povero giovine ne morirà di dolore.

— Per così poco? Speriamo di no, contessina. Se l’Attileide non potrà essere rappresentata a Roma, si potrà rappresentare a Milano: se non quest’anno, l’anno venturo. È questione di aspettare.

— Aspettare? Non si può aspettare.

— Scusi — dissi io — Cioccolani non sarà mica una donna, pardon! in istato interessante, che non può aspettare un giorno di più.

— Questo appunto è il caso — disse la contessina — perchè se venisse la pace, l’Attileide è rovinata.

— Per questo non si preoccupi, contessina. Il governo italiano ha calcolato la guerra a tre mesi: ma il governo inglese, che è più pratico, l’ha calcolata a tre anni.

— Voi mi consolate, Sconer.

(Vedete le donne! Questa qui, presso il pozzo, vuole la guerra: quella là, sotto la pergola, vuole la pace).

— Contessina, — dissi io — mi conceda di non capire perchè Cioccolani non può aspettare.

Si passò sconsolatamente la mano su la fronte come per dire: «Quest’uomo che non capisce niente!», e mi domandò:

— Lei conosce la storia?

— Quale storia?

— Quella che si legge sui libri.

(Caro angiolo, le volevo rispondere, se studiavo la storia sui libri, non diventavo gerente della società X*** e compagni).

Risposi:

— Certamente, contessina.

— Ebbene, Sconer, per quale ragione gli Ebrei conquistarono la Terra Promessa?

— Perchè videro — risposi io — un campionario di uva bellissima, e gli Ebrei avevano sete.

— Bravo! Ma ci volle Mosè, l’uomo di genio che disse loro: «Va, rapisci quell’uva, perchè tu sei il popolo eletto e se i Cananei diranno di no, e tu fanne scempio». E perchè Alessandro conquistò l’Asia? Perchè disse ai Greci: Io sono Dio e gli altri son barbari. E perchè Napoleone conquistò il mondo? Perchè disse, liberté, égalité, fraternité, una menzogna colossale, ma non importa! Allons, enfants de la patrie; quaranta secoli vi guardano dall’alto di queste piramidi. E perchè i tedeschi vogliono oggi conquistare il mondo? Perchè il Kaiser ha detto, come Mosè, voi siete il sale della terra! Deutschland über alles! Ebbene, Sconer, credete a me: è una formula che governa il mondo: ogni formula, ben inteso, è una menzogna, e l’una val l’altra. Ma non importa! L’essenziale sta nel colpire la imaginativa delle turbe. Basta un bimbo a guidare una mandria di buoi: basta una grande menzogna a guidare gli uomini. Non sapete che gli uomini son pazzi? non sanno, non possono, non devono ragionare? Ma occorre appunto per questo l’epifania del gran pazzo sublime; l’uomo di genio che li sappia attraversare con la corrente elettrica della sua parola.

Mi sentivo un certo giramento di testa. Una donna istruita è grande, ma è seccante.

— Ebbene, Cioccolani….

(Mio Dio, torna ancora in scena Cioccolani. Cioccolani for ever!)

— Ebbene, Cioccolani è l’uomo di genio che ha trovato la formula risolutiva: «Volete la pace? Spaccate la testa ad Attila». Ah, voi ridete Sconer!

— Io ridevo, perchè pensavo «Volete la salute? Bevete il ferro-china».

— Ma sapete voi, Sconer, che se Cioccolani fosse nato in Germania, invece di star qui a mendicare che gli si rappresenti il suo dramma, sarebbe al seguito del Kaiser, nella gran coorte dei poeti che cantano le sue glorie? Capite ora perchè l’Attileide non può aspettare un minuto di più? Il dramma ha un valore immanente; ma ha anche un valore contingente: supponete che la guerra termini per una combinazione qualsiasi; supponete, ciò che Dio non voglia! che il Kaiser rimanga sconfitto….

— In questo caso — dissi io — la formula di Cioccolani passa di attualità perchè la testa è già spaccata.

— Ed è ben questo il terribile. Il dramma è andato. Oh, finalmente avete capito!

— Ebbene, contessina, il signor Cioccolani ne prepari un altro sempre sul medesimo tema: «Volete la pace? Rifate la testa ad Attila».

*

Mi pareva di essere sopra un’altalena.

Lei aveva certi occhi assenti, e mi faceva quasi compassione.

Il sole aveva girato, e pendeva sopra di noi; per la campagna era un gran silenzio e mi sembrò che nel mondo fossimo rimasti soli io e lei.

La scossi un pochino, le presi la manina, e le dissi queste cose di cui anche adesso mi meraviglio: — Contessina, dia retta a me.

— Che cosa?

— Perchè, contessina — dissi con la mia voce più insinuante — invece di pensare a tante cose tremende, a tanti uomini in grande stile, come Mosè, Attila, Napoleone, Cioccolani, lei non ha mai pensato ad un uomo di stile più modesto, ma più accessibile, più pratico….

Mi guardò.

— Mi guardi, mi guardi: guardi pur me, contessina: ad un uomo — voglio dire — perfettamente gentleman, ordinato, equilibrato, fedele compagno….

— Un marito come si dice nella comune terminologia?

— Press’a poco.

— Col solito ménage?

— Sì, press’a poco. Anzi con un buon ménage.

— È infatti — mormorò — l’idea del buon Maioli e di mamà.

— Bisogna dar retta a mamà.

Tacemmo e quindi lei domandò:

— E poi?

— E poi? E poi può nascere un allegro bamboccio.

— Io?

I suoi occhi espressero un grande stupore.

— Io certo no, — risposi. —….. Un bamboccio ottenuto con onesta collaborazione — aggiunsi.

Le sue labbra sorrisero di un piccolo pallido sorriso, che mi incoraggiò.

— E poi?

— Lei poi dà il latte al suo bamboccino…. — continuai persuasivamente.

— Io dare il latte?

— Lei o la balia, come preferisce.

— E poi?

— E poi il bamboccino diventa grande…, un bel bamboccione.

— E poi?

— E poi darà il braccio a mamà: diventerà la consolazione di papà e mamà, cioè crescerà sano, buono, ordinato….

Io parlavo, e lei mi seguiva docilmente, come trascinata da me.

— E poi? — domandò ancora.

— E poi, e poi! E poi passa la vita.

— Allora perpetuare la specie?

Mi guardò con due occhi così attoniti che io vidi passare per essi l’imagine bianca della follia, onde dissi a me stesso: «Ginetto, sta attento a quello che fai»: ma quel giorno ero deliberato a tutto.

Rimasi anch’io sorpreso a quella domanda, allora perpetuare la specie. Io stavo per affrontare una grande battaglia. Colmai i bicchieri: io bevvi, ella bevve.

— Contessina — dissi — anch’io ho inteso dire che il matrimonio è in crisi, che è una formula oramai superata: ma con tutto questo, che vuol che le dica? Mi pare che una mogliettina graziosa, intelligente, buona, capace di ricevere e dare consigli, congiunta ad un uomo solido, equilibrato, intelligente, corpo d’un cane!, sia sempre una bella instituzione.

— Io dovrei — disse — allora diventare proprietà di un uomo.

— E un uomo, viceversa, sarebbe sua proprietà.

— Ed io dovrei essere oggetto di piacere per un sol uomo?

— Questa certo sarebbe la formula desiderabile. Quanto poi al piacere — osservai pudicamente —, mi pare che sarebbe una cosa reciproca.

Ella non sorrise nemmeno.

— E se io mi stancassi? — domandò.

Ella aveva fatto questa domanda impura con tanta purità che io palpitavo, ma non osai di toccarla.

— Ah, contessina — dissi — ma chi sarà mai l’uomo che possedendo lei non farà di tutto perchè lei non si stanchi?

Sorrise come ascoltasse una fola lontana, e disse: — Io allora dovrei fare come le altre fanciulle che cercano marito.

Allora io mi buttai nella voragine.

— Contessina, premetto; — dissi — ma nella fattispecie lei non ha bisogno di cercare, perchè vi sono io.

— Lei?

Con che tenerezza, con che languore proferì quel lei! Le sue pupille mi guardarono. Io vi ero caduto dentro come nel mare.

Ella sorrideva. Non so perchè, rimasi attonito anch’io quando quel lei mi fece capire che lei ero io. Ripetei.

— Perchè no? Io!

Mi guarda.

— Non capisco che cosa ci trovi di strano, che mi guarda così. Lei trova tutto bello, tutto delizioso: l’acqua, i fiori, le bestioline. A me pare che potrebbe trovare passabile anche Ginetto Sconer. Io sono uomo di parola, io la faccio basilissa sul serio. Lei ha la sua villa delle Cipressine. Lei le vuol bene perchè ci è nata. Noi supponiamo che vi siano i vetri rotti, i soffitti che cascano, e, sopra, tante ipoteche. E allora noi porteremo via le ipoteche, metteremo i vetri nuovi, rifaremo i soffitti. Se poi invece di un bamboccio, ne vogliamo far due, ne faremo due, ne faremo tanti. Quanti lei vuole. Tanti contessini e contessine, vestiti di bianco, per il giardino delle Cipressine, rimesso a nuovo, con tanti bei fiori; e dietro una nurse inglese col manto di viola. D’inverno staremo a Milano, nella mia palazzina, o andremo anche in riviera, se fa bel tempo. Faremo anche qualche bel viaggio, se le piace. Non le pare un bel programma? Ma la pianti con Cioccolani e l’Attileide!

Io ero liquefatto, come si vede, da essere raccolto col cucchiaio, come dicono a Milano. Mi aspettavo di essere raccolto, e invece lei disse:

— Ah, no!

Ed ella proferì questo no! con tanta passione che l’incanto fu rotto, e mi sentii come da una forza centrifuga trasportato ancora dalla voragine del mare su la riva. Il sangue però mi girava nella testa, e intanto sentivo la sua voce quasi piagnucolosa che diceva:

— Anche lei, Sconer, come tutti, contro Cioccolani.

— Ma vuol mettere me con Cioccolani? Capisco quell’altro, ma Cioccolani, evvia! Io non potevo farle il torto di credere che lei fosse innamorata di quel Mardocheo….

— Ah! — esclamò come la avessi punta. — Non lui, ma il suo genio.

— Ma che genio! Genio, caso mai, sono io che ho realizzato dal nulla.

Io ero furente: io avevo affrontato la pazzia, la povertà, la letteratura, il matrimonio, per suo amore. Invece niente. Come avessi raccontata una fola. Nemmeno l’onore del rifiuto.

Io non fumo che in circostanze solenni, ma in quel momento accesi una sigaretta senza nemmeno domandar compermesso.

Sentivo ancora la sua voce, monotona come la pallina della roulette, che cadeva ancora dentro Cioccolani: sentivo queste parole, Attileide, ascesi, genio, superamento, fanciullino, tutti contro il genio che appare.

— Oh, non l’abbandonerò io…. — disse in fine.

— Se lo tenga.

— E nemmeno abbandoneremo la partita. Voi ci aiuterete, Sconer, è vero?

Incredibile! L’incoscienza di quella donna arrivava sino al punto di ignorare che lei aveva offeso mortalmente un uomo come me.

— In che modo aiutare? Sono un letterato di Roma o di Milano forse io?

— Ma voi siete amico di Lionello.

— Ebbene? Che c’entra Lionello?

— Lionello è un puro.

— Con qualche riserva. Puro ero io, signora.

— Intendo dire nel senso che Lionello è un uomo arrivato, superiore all’invidia, accolto in tutte le grandi riviste, in tutti i grandi quotidiani. Egli potrebbe far l’atto generoso di aiutare un suo confratello annunciando con articoli entusiastici, come sa far lui, la prossima epifania dell’Attileide. Che ve ne pare?

— Uhm! Non ne so nulla.

— Avevamo pensato ad un giro per l’Italia, dando lettura dell’Attileide.

— Eccellente idea.

— È questione della voce….

— Già, manca le phisique du rôle.

— Però la stampa dell’Attileide è decisa. Prima si pensò ad una grande rivista, poi abbiamo deciso per il volume.

— Ah, benissimo.

— La casa editrice di Milano ha però mandato un preventivo di spesa un po’ forte: diecimila lire.

— Gente mercantile a Milano. E poi col rincaro della carta….

— I suoi genitori che non sanno che figlio hanno….

— Io credo che lo sappiano….

—…. si sono rifiutati di dare dieci mila lire….

Intervallo di silenzio.

— Per questo motivo anche giovedì scorso sono venuta da voi.

Secondo intervallo di silenzio.

— Avreste voi, Sconer, da prestare dieci miserabili mila lire?

— Dieci mila lire, contessina, non sono mai dieci miserabili mila lire.

— Per me sì.

— Non discuto: sul danaro esistono opinioni disparate, che spiegano il loro frequente trasloco da una tasca ad un’altra.

Lei si era venuta a sedere vicino a me su di uno sgabelletto, e cominciò a piegarsi per accarezzare con la manina la stoffa dei miei calzoni. Faceva la boccuccia, e girava gli occhi smorti.

— Faccia il piacere, contessina, stia ferma con quelle mani.

— Caro, caro Sconer, fate un piacere a me. Naturalmente il denaro vi sarà restituito, perchè il libro avrà un enorme successo.

— Quale libro?

— L’Attileide.

— Ah, sì, l’Attileide! Non ne dubito, la fiducia nel successo è la prima condizione del medesimo. Ma io non ne tratto.

— E perchè non volete trattare?

— Perchè è un affare che non conosco, ed è sistema della nostra Casa di non trattare gli affari che non si conoscono.

— Ma se ve ne ho parlato tanto….

— Non dico di no: ma non è la mia partita.

— Ebbene, Sconer, trattiamone esclusivamente come affare. Volete una cambiale firmata da me e da Cioccolani?

— Me ne guarderei bene.

— Allora, come volete, Sconer, trattarne come affare?

— Ne vuole trattare proprio come affare, contessina?

— Oh, caro, caro Sconer.

— Contessina — ripetei — lei è disposta proprio a trattare come affare?

— Certamente.

Cominciai: — Il fatto è questo: lei vuol varare l’Attileide del suo Cioccolani.

— Precisamente.

— Lei faccia come la signorina Ester.

I suoi occhi si aprirono e mi guardarono.

— La signorina Ester, lei lo deve sapere perchè è tanto istruita, quando volle salvare il suo Mardocheo, si fece anche più bella e poi si presentò al terribile re Assuero, e lui quando la vide così bella, disse: «Se anche mi domandi la metà del mio regno, io te la darò». Lei contessina non ha bisogno di farsi più bella, io non ho regni da offrirle….

Mi pare che capisca; ma non nel senso voluto da me.

Ad ogni modo io era avviato e continuai: — Lei che dice sempre: superato, superato! Mi pare che si possa superare anche questo punto.

Ma non potei finire che sentii per risposta un’impressione dolorosa.

La mano della contessina si era posata con violenza su la mia guancia destra. Un rumore, come plaf ciac, risuonò nel giardino.

Quando mi riebbi, il giardino era vuoto. Mi affacciai fuori.

Vidi, giù per la discesa, la gonna dell’abito princesse che ondeggiava sdegnosamente sopra le scarpette.

Deve aver detto anche: Cochon!

Il mio orgoglio sanguinava. Avevo offerto la morale tradizionale, ed ero stato respinto; avevo superato anch’io e offerto la morale in libertà, ed ero stato respinto, anzi schiaffeggiato!

Io non so, io non capisco più niente. Io avevo fatto alla contessina una offerta brutale, sia pure; ma è anche vero che io mi ero attenuto alle più scrupolose lezioni della psicologia femminile, cioè che una donna ha pudore davanti all’uomo che ama; ma davanti all’uomo che non ama, non ha pudore.

E invece un ceffone! Sì, perchè è stato un ceffone. Delizioso sì, ma ceffone.

*

La mia guancia sanguinava.

Venne Lisetta e disse: — Cosa è stato? È stato Leone?

— No: è stata una leonessa.

Lisetta mi applicò il taffetà.

Evidentemente è stato il mio anello a produrre lo sfregio su la mia guancia.

Forse mi sono ferito da me stesso.

Rivedo il volto fantastico del dottor Pertusius; pare che mi dica: «Acqua profonda di lucida follia; ma sincera. Se ci fosse stata l’insidia di uno scoglio, lei, cavaliere, finiva infilzato nel matrimonio. Non si lamenti, anzi lasci a quella nobile giovane l’anello a documento di riconoscenza.»

XXXIII. — L’ULTIMO CAPITOLO POTREBBE ESSERE IL PRIMO.
Ho fatto ritorno il giorno seguente a Milano in modo definitivo.

Ho riposato nel mio letto, cosa che non mi succedeva da molto tempo. Dolce, caro, soffice lettuccio mio. Così elegante!

Dopo tante emozioni e disinganni, temevo di soffrire di insonnia. Invece ho dormito abbastanza bene: la quale cosa è prova che i nervi sono sani e non mi ammalerò mai di neurastenia, perchè la storia registra casi gravi di follia e di suicidio per sventure come le mie.

Però la tranquillità del mio sonno è stata turbata, nel bel mezzo della notte, da una visione di sogno molto brutta.

La mia camera è stata invasa da soldati tedeschi, con l’elmetto a chiodo in testa, e gli scarponi ferrati sul mio tappeto: «Già i tedeschi a Milano?»

Dicevano: «Herr Ginetto Sconer, kommen Sie mit uns!»

«Perchè devo venire con voi?»

«Per la fucilazione.»

«Che diamine! Credo bene che loro abbiano intenzione di scherzare.»

«Noi mai scherzare.»

Ho avuto per la prima volta paura. Io che sono stato diverse volte in Germania, io che ho avuto sempre ottimi rapporti coi tedeschi, non li riconoscevo più. Stavano tutti fermi nella mia stanza, ma tutti aprivano la bocca con quelle loro mandibole, che parevano il delinquente congenito del dottor Pertusius.

«Scusate, perchè fucilare? Forse perchè non mi servo più della Casa X*** di Lipsia?»

Nein! Non era per ragioni commerciali, era perchè io avevo detto che bisognava spaccare la testa ad Attila. «Etzel spaccare la testa a voi!»

«Lo credo bene. E pensare che prima che voi metteste su quella brutta faccia, eravamo tanto amici, che si può dire eravate voi i padroni di Milano. Del resto, non sono stato io, è stata la contessina, anzi è stato Cioccolani a dire che bisogna spaccare la testa ad Attila.»

«Allora fucilare anche contessina, anche Cioccolani.»

«Ma se quelli son vostri amici! E poi l’han detto in poesia. Si dicono tante cose in Italia, in poesia. Credano, signori, con questo sistema delle fucilazioni, loro concluderanno pessimi affari.»

Macchè! Tiran giù le coperte del letto.

Ho fatto un atto energico. Ho girato la chiavetta, e quelle brutte imagini sono state cancellate dalla luce elettrica.

*

Mi sono riaddormentato; ma al mattino — come un lampo — mi è sembrato di vedere la contessina Ghiselda. Essa si rifletteva su la specchiera che è di fronte al mio letto. Le chiome le servivano da accappatoio, ma per vestito aveva soltanto la sua bellezza. Essa era dolce e liquefacente come un fondant.

Ahimè, non era Ghiselda! Era Desdemona che apriva le finestre, e un raggio del sole di Milano ferì la specchiera. Un brivido mi percorse il cuore. «Ah, signora — esclamai, — come Ginetto Sconer la avrebbe resa felice!»

*

Guardo il mio letto, e penso che dovrò disdire al mobiliere la ordinazione del suo fratello gemello. Guardo il mio salone, e penso che io non ci collocherò Oretta, non ci collocherò Ghiselda.

Povere mie belle poltrone deserte, miei bei tappeti! Povero Ginetto Sconer, che rimarrà solo, solo, solo!

Mi è venuta allora una certa commozione che è arrivata quasi sino agli occhi.

Ma non pensiamoci più.

Mi consolerò scrivendo le mie memorie. Ciò sarà utile anche nella eventualità che il Fisco voglia mettere una tassa sui celibi come si dice: io potrò allora dimostrare che a me non mancava la buona volontà.

Anzi le detterò.

*

Così avendo deliberato, mi recavo in un ufficio di copisteria ad ordinare una dattilografa, quando in via Dante un signore si ferma e mi guarda. Anch’io allora mi fermo e lo guardo. Ma lui prosegue, e anch’io proseguo. Ma dopo un po’ si volta e mi guarda.

Evidentemente mi ero voltato anch’io, altrimenti non mi sarei accorto che lui si era voltato.

Allora siamo tornati indietro tutti e due, e ci siamo trovati a faccia a faccia.

— Scusi lei chi è? — domando io.

— È appunto quello che io mi domandavo — risponde lui —: lei chi è?

Finalmente ci siamo riconosciuti. Era il pasticciere di P***.

— E lei — disse — è quel signore….

—…. che ha fatto tante spese nel suo negozio. Ahimè, sì; sono io.

— Che tempi, signore, che tempi — esclamò lui. — Proibita la fabbricazione dei dolci. Ah, non lo sa? La nostra industria è la sola sacrificata. Quelle belle torte, quei bei fondants, quelle sfogliate che erano la nostra gloria! Quei marrons glacés, si ricorda?

— Ah, i marrons glacés!

— Che cosa metteremo più nelle nostre vetrine? Fichi secchi, castagne secche, qualche dattero. Ero venuto a Milano per una partita di caramelle di Torino….

Questo richiamo del passato mi esasperò.

— Ah, le famigerate caramelle! Buon giorno.

E piantai quel signore sul marciapiede, perchè era stato lui a darmi referenze sbagliate sul bottoncin di rosa. Una referenza sbagliata, tanto in commercio quanto in diplomazia, può avere conseguenze incalcolabili. Del resto non creiamoci più illusioni: le rose, oggi, nascono aperte.

*

Il giorno seguente la mia governante Desdemona mi avverte che c’è una signorina che chiede di me.

— Fate entrare nel salotto.

Entro anch’io. Ma dove è? Ah, eccola là.

Era la dattilografa.

Stava in posa, con una manina guantata sopra il mio pianoforte Bechstein. Una penna del suo cappellino andava in giù, l’altra in su come l’elica di un aeroplano. Del volto si vedeva soltanto un naso a falce, e un occhio solo, perchè l’altro era nascosto dal cappello. Ma quell’occhio era più grande del vero. Senza il faro di quell’occhio non la avrei distinta, perchè il mio salotto è grande e lei era piccola. La sua magrezza era così impressionante che quasi riusciva seducente.

Mi accosto: essa mandava un profumo violento, ma dozzinale. Sorrido, perchè certo costei ignora di trovarsi di fronte al gerente della ditta X*** e compagni.

Dice il suo nome. Essa, collocandola in serie, sarebbe la signorina Zeta.

Ma io la chiamerò la signorina Ossobuco.

Combiniamo per il giorno seguente, ed io stabilisco un compenso adeguato per le sue prestazioni.

— Ma è agile lei? — domando.

Si spoglia in un momento le braccia dei lunghi guanti e mi agita in faccia le mani con grazia e rapidità.

Le braccia sono due stecchi, ma le mani sono carine.

Ma rimane lì in piedi; cioè la signorina non se ne va.

— Scusi — domando — ha qualche cosa da comunicare?

Fa capire di sì; ha qualche cosa da comunicare.

— Prego, s’accomodi.

Si accomoda su l’angolo di una poltrona.

È esitante. Desidera sapere se io sono coniugato o se sono un signore solo.

Stupisco di questa domanda indiscreta.

— Perchè mi dispiace — dice —; ma io sono una signorina che ha il suo onore.

— Questo non mi riguarda — rispondo dignitosamente. — Lei ha degli scrupoli?…

Ma non mi risponde.

Sta lì, mi guarda, sorride.

— Prego, prego — aggiungo in fretta e concludo: — Se ha degli scrupoli, lei può andare.

Non se ne va, e mi dice che no, non ha degli scrupoli. Ma ha voluto preavvisarmi perchè….

— Perchè lei è una signorina che ha il suo onore: me lo ha già detto.

Rimane un po’ interdetta; si alza, e mi guarda con occhio lontano come fanno i conigli.

Dice: — E poi si vede che lei è cavaliere.

— Purtroppo.

È una iettatura: io non mi imbatto che in signorine vestali.

*

Domenica è stata la prima seduta. Nel mio salotto Louis Kenz: le finestre sono aperte sul giardino; e io sono seduto — in pijama di seta candida — dentro la mia poltrona inglese, quando la signorina è entrata.

Avevo fatto portare dallo stabilimento una macchina da scrivere con il nastro nuovo.

La prego di mettersi in libertà.

Gli occhi di lei, dilatati dall’ammirazione, guardano il giardino. Ora si vedono tutti e due gli occhi, in quanto si è levata il cappello. È una testolina piena di piccoli ricci, ma graziosi.

— Ah, signore — esclama — pare qui di essere in campagna.

Così è a Milano. Appena vedono un po’ di verde, dicono di essere in campagna. Ah, la campagna? Lei crede ancora alla virtù della campagna! Ma è un’illusione.

Veramente non è per questo: è perchè lei è anemica, e avrebbe bisogno della campagna. — Ma come si fa? — mi domanda. La signorina è lavoratrice, e deve vivere del proprio onesto lavoro.

— Ah, non è facile per una signorina vivere del proprio onesto lavoro!

Non rispondo a queste interrogazioni ed esclamazioni. Indico il tavolino dove ho fatto disporre la macchina, e comincio a dettare: Cav, scriva pure per intero, cavalier Ginetto Sconer.

Scrive; ma ecco la signorina si interrompe e dice: — Mi favorisca uno sgabello perchè volo sui piedi.

Guardo, e infatti non toccava terra.

Suono, e compare Desdemona.

— Desdemona, vi prego, portate uno sgabello per le estremità della signorina.

(Mi pare che Desdemona non obbedisca con quella premura che costituisce una sua prerogativa).

Dunque continuiamo:

Cavalier Ginetto Sconer, fisonomia rosea, da cui spira intelligenza e coraggio; capigliatura solida, denti solidi, tutto solido.

Qui la signorina si interrompe: osa guardarmi con quel naso impertinente, e poi si mette a ridere. Mi pare un po’ audace.

Che cosa c’è da ridere? — Proseguiamo, signorina: Questo sono io!

Altro scoppio di risa, e poi la domanda: — Lei?

— Sì, io. Perchè? Non le sembra l’originale conforme al ritratto? Ma proseguiamo.

Riprende il tic tac della macchina, ma dopo un po’ domanda:

— Signore, per favore: ho caldo. Non avrebbe un bicchier d’acqua?

Suono. Prego di portare un bicchier d’acqua.

Desdemona ricompare con un bicchier d’acqua e con una faccia, questa volta, anche più impressionante.

Ciò mi preoccupa: ma la signorina, affatto. Prende il bicchiere dal vassoio di Desdemona, e beve. Beve con grazia e dice anche lei: — Delizioso!

Questa parola mi perturba. Ah, dolce malinconia! quel giorno, presso il pozzo: delizioso tutto, l’acqua, lo champagne, la morte: tutto, fuorchè Ginetto Sconer.

— Proseguiamo, signorina.

Ma dopo un po’ interrompe ancora e dice con stupore: — Ma questo è un romanzo!

— Ma le pare? Sono le mie memorie.

— Ma no, è un romanzo. Io me ne intendo di letteratura.

— Anche lei si intende di letteratura?

— Certo, ho fatto le tecniche. Oh, ma delizioso, delizioso, delizioso….

— Che cosa?

— Il romanzo.

E dà in uno scoppio di nuove risa, che mi ricordano gli squilli della contessina Ghiselda.

Ma nel ridere, lo sgabello le sfugge, perde l’equilibrio, e mi cade fra le braccia.

— Oh, pardon, pardon, signore.

Io la prendo e la rimetto in equilibrio, ma in questa operazione dovetti constatare che sotto la vestina esistevano due quote gemine di una consistenza che non si sarebbe sospettato; perchè realmente questi fiorellini rachitici, cresciuti sull’asfalto di Milano, sono più tenaci che non si creda a prima vista.

Io non saprei ben ridire come sia avvenuto: io era partito dettando le mie memorie, e mi sono trovato la signorina fra le braccia.

*

Abbiamo sospeso la dettatura. Del resto è cosa nota anche nei ministeri che la dattilografia complica piuttosto le pratiche, invece di semplificarle.

Quando lei ha saputo che io ero gerente della società X*** e compagni, fu compresa da molta ammirazione.

Ciò mi compensò degli oltraggi subiti da quella stupida Oretta.

Io le raccontai le mie sventure ed ella ne ebbe pietà: — Oh, povero signore! Ma quelle signorine — diceva — non hanno avuto buon senso.

È sempre quello che è parso anche a me, ma non osavo dirlo.

Io stupisco: ho consumato tanto tempo per cercare chi mi dica: «Io ti voglio tanto bene»; e la signorina Zeta mi ripete spesso: «Quanto sei simpatico, Ginetto!»

Certo la signorina Zeta è un surrogato; ma noi viviamo nell’età dei surrogati: non è indicata per l’erede; ma è tanto tempo che si sente ripetere che gli eredi devono essere aboliti. In questo caso pensiamo soltanto alla nostra felicità personale.

Si trascorre qualche ora piacevole con la signorina Zeta: parla con garbo, non si stupisce di certe sciocchezze, conosce i nomi delle films del cinematografo, delle attrici, se ne intende di mode, di vetrine, è entusiasta della produzione della mia ditta. Tratta l’amore come un fatto di ordinaria amministrazione. Ha un suo decoro, non manca di rispettabilità. La posso benissimo condurre in qualche gita con me. In fondo essa è rappresentativa di una classe che si va sempre più affermando: il proletariato; un proletariato senza calli, direi intellettuale, ma riconosciuto. Potrà occupare un buon posto nel mio stabilimento.

*

Ma io mi sono sempre dimenticato: bisogna che mandi venti lire al dottor Pertusius per le sue prestazioni.

FINE