La lanterna di Diogene by Alfredo Panzini

ALFREDO PANZINI

LA LANTERNA
DI DIOGENE

MILANO
Fratelli Treves, Editori

11.º migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Milano, Tip. Treves — 1920.

LA LANTERNA DI DIOGENE

I.
La cura del moto e del sole.
L’undici di luglio, alle ore due del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall’alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana.

La meta del mio viaggio era lontana: una borgata di pescatori su l’Adriatico, dove io ero atteso in una casetta sul mare: questa borgata supponiamo che sia non lungi dall’antico pineto di Cervia e che, per l’aere puro, abbia il nome di Bellaria.

Ora, quel giorno della partenza, il cielo era senza nubi, e per far piacere alla città che mi ospita da tanti anni, dirò che era anche azzurro: certo ne pioveva un’afa così ardente e greve, che in ogni altra città d’Italia gli uomini si sarebbero addormentati; e anche le motrici e le macchine si sarebbero fermate.

Vero è che a Milano non si sciopera per così poco.

[2]
*

Per mio conto tuttavia avrei giurato che in quell’ora ventilavano i più puri zeffiri del mare, e che la cappa del cielo era proprio così bella come assicura il Manzoni nei «Promessi Sposi».

Questo singolare fenomeno illusorio avveniva in me perchè in quell’ora il fresco maestrale della contentezza spirava nel mio cuore.

Ero io contento veramente in quell’ardente pomeriggio dell’undici luglio? Certo ero leggiero, leggiero come uno il quale, dopo essere rimasto tutta la giornata nelle strettoie d’un abito nero per assistere ad una interminabile cerimonia ufficiale, arriva a casa, si strappa il colletto e manda in aria il palamidone.

Precisamente: io ero stanco e greve e, ben ripensando, più che del lavoro giornaliero, io ero stanco della cerimonia ufficiale della vita, tanto stanco che in questo senso di tedio mi parve di essere meravigliosamente solo fra gli uomini, e ne ebbi paura come di un prodromo di malattia insanabile dell’anima.

Lo sforzo continuo di equilibrarmi con gli altri, di portare anch’io sopra il colletto un bel volto mansueto e cerimonioso, mi squilibrava sempre di più. Buttavo all’aria la carta [3]stampata; la letteratura, mi chiamava in mente i fiori secchi nelle scatole dei droghieri; gli scritti di politica, di filosofia mi facevano venire in mente le emulsioni e le più vantate specialità farmaceutiche. Mi pareva di essere stato anch’io sino a quel tempo un droghiere e un farmacista in una botteguccia scura. E intanto la stella di Venere illumina i vertici dei monti, e il mare palpita sotto l’Aurora!

V’erano poi certi libri che mi facevano un effetto diverso da quello che fanno agli altri studiosi. Così, per esempio, dall’«Orlando Furioso» veniva fuori una gran cavalcata; dalla «Gerusalemme» un pianto di belle donne amorose; dall’«Odissea» un profumo di grande mare azzurro su cui si stende il canto di Circe, la maga. Dalla «Divina Commedia» veniva fuori l’alba che vince l’ora mattutina e un gridio di uccelletti su la divina foresta spessa e viva.

Ma il più bello era che questi magici libri non mi dicevano mica: «mettiti lì, a far dei commenti!», ma invece mi dicevano paternamente: «va, cammina, svagati!»

Questi consigli corrispondevano appunto a quelli della mia vecchia bicicletta.

Da mesi e mesi la vecchia bicicletta nel chiuso studiolo mi diceva:

«Ricordi dieci anni fa la gioia dell’alba che [4]raggiò da Colfiorito? l’ascesa a Recanati come ad un santuario? La sosta a San Vitale presso Classe con quei gran gigli simmetrici per l’abside azzurra, e quei mansueti cervi simbolici, assetati di verità, tanto che ti palpitò il cuore, o incredulo, di fede e di amore per il Cristo, giovanetto severo che lì giganteggia seduto, e ti fissa con l’indice levato?»

Questi precedenti spiegano la ragione della mia contentezza quando quel giorno undici luglio, ornate le gambe di un paio di novissime calze, montai in sella.

Incontrai per la città qualche conoscente, molto meravigliato nel vedermi in cotale assetto. Ma io salutai da lungi e dissi nel cuore biblicamente: Nescio vos!

Molto più fortunata di me, la bicicletta aveva trovato un meccanico che fermò qualche vite, rinnovò i pneumatici, e lubrificò i congegni. Per noi, creature di Dio, non esistono pezzi di ricambio. I pneumatici una volta invecchiati, tali rimangono, nè il mercante vende olio per lubrificare le ossa indurite. Noi, sventuratamente, abbiamo l’età dei nostri pneumatici, cioè delle nostre arterie, e non c’è laboratorio Dunlop che le rinnovi.

Ciò è molto sconfortante: vale tuttavia a spiegare un’altra causa della mia contentezza quando mi accorsi che il pedale rispondeva [5]bene all’impulso, che le case andavano indietro e la verdura della campagna veniva avanti. Addio, Madonnina del Duomo! Rimani — io non so se tuo buon grado o mal grado — su l’estremo pinnacolo a guardare questa città, che si fa sempre più rumorosa e più grande: troppo grande e superba per l’umile anima mia. Ero dunque padrone del moto, e ne gioii come di un’insperata fortuna.

Con prepotenti squilli mi diedi ad avvertire la gente del mio passaggio, e la gente mi guardava. Io non so se facevo strani gesti, ma certo so che col pensiero dicevo: «Andatelo a dire come si fa a guarire della nevrastenia!»

Quando, finalmente, l’incubo delle case disparve, disparve la gente densa, e vidi (oh meraviglia, come di oasi al navigante del deserto!) le alte siepi di acacie coi bianchi grappoli odorosi, e sentii le acque mormoranti per il verde piano lombardo, una freschezza forte e giovane mi alitò nel cuore. E mi rifiorì nella memoria il ricordo della gioia che inebriava i miei quindici anni quando pur di luglio, nelle vacanze, lasciavo quel regio domicilio coatto che fu per me il collegio.

La differenza tra allora ed ora era tutt’al più questa, che allora il mondo materiale prendeva stupende proporzioni eroiche; i malfattori abitavano quasi tutti in carcere; e mi pareva [6]impossibile che un uomo, fornito di grave aspetto e di rispettabile barba, non avesse dovuto avere dentro anche un’intelaiatura di ferro, come gli eroi di Gualtiero Scott, il mio autore preferito.

Più tardi mi venni persuadendo che in commercio è più usato il cartone dipinto. Me ne accorsi un poco per volta, eppure anche ora me ne duole.

*

Dunque mi congratulai con me stesso di avere conservato in su la soglia dei quarant’anni alcune facoltà illusorie della adolescenza, per le quali il mondo appare molto giovane e ridente.

Sì, è molto bene conservare nel lago del cuore una goccia d’acqua non inquinata, un po’ di infantile freschezza di spirito per cui si assaporano le umili ingenue cose, nel modo medesimo che uno stomaco sano fa trovare saporite le rusticane vivande.

Io perciò sentivo in quel principio del viaggio il caro fiore della giovinezza olezzare ancora sul mio dispregio del mondo, come un cespo di viole a ciocche sparge la sua chioma odorosa sopra un cumulo di miserande ruine.

[7]
Se non che, attraversando il bel corso di Lodi, fui richiamato alla realtà potente. Essa era rappresentata molto bene da un mio collega.

— Come mai a Lodi? — domandai.

Mi rispose:

— Sono commissario agli esami. Credi — e non aveva bisogno di levare le palme al cielo perchè la verità era testimoniata dalle occhiaie infossate e dal suo pallido volto — credi, sono esaurito.

— Fra poco riposerai anche tu, — diss’io.

— Sicut et in quantum, mio caro. Capirai che se nelle vacanze lascio Milano, quel po’ di lezioni private me lo portano via gli altri. Beato te che puoi scappare come uno scolaretto in vacanza.

Così ci lasciammo: io verso la libertà della campagna, egli, ancora, verso quel massimo propulsore delle umane azioni che è il denaro. «Posso!» e chi te lo dice? — meditavo fra me. — «Voglio!» E chi di noi due è più savio?

Bene io ero convinto della bontà della mia strada verso la libertà; ma quando tutti voltano verso occidente, come è difficile camminare da soli verso l’oriente!

E la bicicletta andava assai lentamente, perchè l’anima mia era adesso attanagliata da questo pensiero: «Oimè misero! inutile o illogica [8]cosa dichiararsi dispregiatori delle cerimonie della vita. Ecco: bisognerebbe o essere milionario, o essere come Diogene, il quale buttò via la ciotola di legno quando vide un pastore far giumella delle mani per bere; e aveva per appartamento una botte, la quale fu onorata da Alessandro il Grande nella sua intervista col filosofo; e se ne andò senza imporgli la tassa del locativo. E poi nemmeno! Il milionario non godrebbe niente se gli mancasse l’invidia del popolo. E Diogene? Diogene in fondo era un vanitoso superbo! Io ho un bel disprezzare la faticosa, chiusa operosità di quel mio collega; io ho un bel deridere il lavoro umano! Ma il mondo va avanti per effetto del lavoro, e un grande lavoratore influisce su gli altri uomini come il nobile destriero, che passando veloce per la via, costringe tutti gli infingardi somieri a levare il trotto!

*

Questi pensieri erano assai melanconici, ma per mia fortuna mi venne incontro la vista di un cimitero.

I cimiteri in Lombardia sono molto gentili. Essi non sono appartati per un sentiero che devia dalla strada maestra; ma si incontrano [9]lungo la via: non sono circondati da un muro alto e chiuso, ma il muricciolo che li recinge è basso e concede a traverso ampi trafori di scorgere tutto il camposanto; nè mancano leggiadri adornamenti dell’antica arte muraria di Lombardia.

Questa disposizione dei cimiteri invita a soffermarsi e guardare. Così a chi percorre la campagna lombarda, accadrà spesso di vedere solitarie figure umane, inginocchiate e immote a pregare e conversare coi loro morti.

Caro collega, che riprendi come una macchina motrice il tuo lavoro, qui tutto ha fine, o milionari o Diogeni, e il resto è silenzio.

*

Che piacere quando giunsi alle rive del Po! Era un antico voto che scioglievo. Sa Iddio quante volte lo passai, ma sempre in treno, quel bianco Po, lento, fluente tra il meandro azzurro dei pioppi evanescenti. Ma il fragore del treno che fuggiva tra le sbarre del ponte, faceva evaporare ogni fantasia. Ora avrei potuto fermarmi, o Po, in mezzo alle tue acque, sul ponte di barche. Mi fermai infatti a dispetto delle zanzare, che quivi sono molte e feroci, e attesi se per le acque lontane giungesse alcuna voce di antica epopea, alcun sospiro [10]dell’idillio di Aminta, in cui tu esalasti l’anima giovane, o Torquato! Ma il castello Estense di Belriguardo non è più! Ad un tratto la scena mutò. Le bianche acque si erano fatte vermiglie: il sole tramontava; ma ciò non parve effetto del sole: parve invece che quelle acque rosse fossero come un fantasma dell’umano sangue che tu lavasti, o Po, nel corso dei secoli.

*

Il riposo della notte a Piacenza non fu molto riparatore.

Per dormire bene, bisogna spegnere, come fa il sacrestano nelle chiese che smorza tutte le candele dell’altare maggiore: spegnere tutte le idee. Ma quando con lo spegnitoio della volontà si soffoca un’idea, e poi si vede che se ne accende un’altra da sè, e le fiammelle risplendono, si levano, ondeggiano come fuochi fatui e non si possono raggiungere con lo spegnitoio, oh, allora è un gran brutto voltarsi nel letto!

Cara, allora, è la notte estiva, perchè breve è la mancanza del sole; il quale, oltre alla virtù di far crescere la spiga, ha quella di ridurre la vista delle cose alla proporzione della realtà, e dissipare i fantasmi.

[11]
II.
Effetti del Lambrusco.
A dispetto della notte agitata, quando al mattino lasciai Piacenza, ancora immersa nel sonno, in me squillavano alcune allegre diane di forza e di speranza.

In che? e perchè?

In nulla e per nulla.

Sono effetti bizzarri che il sole sorgente produce sull’organismo quando i polmoni si dilatano all’aria mattutina.

Sino a Fiorenzuola d’Arda mi accompagnai con un ciclista tardigrado, che andava bene con me. Era un impiegato piacentino che si recava regolarmente ogni domenica mattina a trovare la moglie in cura a Salsomaggiore. Il suo pedale andava placido come la sua voce, la quale si compiaceva nello stendersi della gòrgia natia alla fine di ogni parola.

Egli mi parlò anzi tutto della sua signora e dei gran benefici che ella ritraeva da quei bagni salso-iodici; quindi intraprese la storia [12]circostanziata dei conti decaduti di Piacenza. Giunti a Fiorenzuola, ne aveva passati in rassegna cinque, ma pareva che avesse materia per più lungo viaggio. Fortunatamente a Fiorenzuola egli sentì il bisogno di fare un primo spuntino; con la qual cosa non soltanto soddisfaceva ad una richiesta dello stomaco, ma — siccome era in anticipo — desiderava di perdere quel tanto di tempo che era necessario per arrivare a Salso all’ora precisa del pranzo. Doveva essere un uomo prudente costui, giacchè l’arrivare in anticipo non fu mai consigliabile ai mariti che sono buoni tutori della felicità coniugale.

Il ciclista invece che mi si accompagnò fino a San Donnino, apparteneva all’ordine dei treni direttissimi: era un giovanetto, commesso di negozio, il quale era partito il mattino stesso alla punta del giorno da Milano, e andava anche lui a Salsomaggiore.

— Non faccia complimenti, vada pure avanti, perchè il mio passo, come vede, non è da mettere col suo, — gli dissi.

— Ma no, — rispose, — andiamo insieme: io rallenterò un poco la corsa, tanto più che non ho fretta.

— E allora perchè si è presa questa scalmana di venir da Milano come un treno lampo? — domandai.

[13]
(Oh, stupida domanda la mia! Ma per i giovani l’andare in fretta è cosa naturale come per i vecchi l’andare adagio. Pare impossibile quanto spesso noi facciamo una questione morale di una questione puramente fisiologica!)

La proposta del viaggio insieme non mi sorrise molto: guardai quelle potenti leve delle sue gambe lunghe, quella moltiplica esagerata della sua bicicletta, e sospirai. Eppure, o fosse effetto dell’esempio — come avviene agli asinelli — o beneficio della strada che corre ondulando in lievi e lunghe discese e salite, o miracolo dell’ora e della stagione, il fatto è che percorsi anch’io di volata quei venti chilometri.

Era la dolce terra, erano i verdi colli, le ombrose ville, le borgate, i lontani castelli ammantati a festa come per farmi piacere e persuadermi sempre di più del grande amore della madre natura. (Rettorica! quando avrà bisogno per i suoi affari della tua morte, la proverai la buona madre natura!)

— Ma lei è un routier di prima categoria, — mi disse il giovane commesso, — e per un uomo di quarant’anni non è cosa comune.

— Trentanove, signore! — corressi (oh, vanità!) e augurataci buona fortuna, egli per Salso, ed io seguii per la mia strada.

[14]
*

Or dunque mi congratulai ancora con me stesso e con le umili membra che mi avevano serbata questa cara sorpresa fuori della loro primavera. Le lontananze del paesaggio sfumavano nel vapore dell’aria, già radiosa di sole; la strada sotto quel bagliore abbacinava la vista. Eppure che bell’andare! Presso la strada, qualche villa o castello, profondamente sommerso nel verde opaco del parco, mi faceva l’effetto che un sorbetto produce ad un assetato; e tuttavia non riposai a quelle ombre allettatrici, anzi mi fu piacevole il proseguire, e proseguii tutto solo in uno stato d’ebbrezza, che non proveniva da liquore o da vino, ma dal sole e dalla libertà, i due inebrianti che non fanno male. «Quanti bei nomi — andavo fantasticando — ebbero le antiche età per significare questa ebrezza dell’andare liberi, senza orario e senza legge: i romei, i cavalieri erranti, i clerici vagantes, i trovieri; e Iddio — o pensiero luminoso! — fece il mondo rotondo perchè uno può girar sempre e illudersi di andare avanti, anche se torna sui suoi passi.

I santi e i santuari nell’evo medio servivano a questo sport. San Giacomo di Gallizia, il [15]tempio di Gerusalemme, la santa casa di Loreto, ecc., corrispondevano agli odierni Ostenda, Aix-les-Bains, Spa, Saint-Moritz, ecc.

Però anche allora non mancavano quelli i quali pigliavano per meta dei loro pellegrinaggi delle madonne di carne, invece che delle madonne di legno. Jaufré Rudel usò la vela e il remo per vedere il bel volto di Melisenda, di là dal mare; e messer Guido Cavalcanti si fermò a mezza via in Provenza presso la Mandetta. Oggi vi sono i globe-trotters; vi sono gli automobili. Troppa roba inamidata, troppa moda anglo-americana, troppo puzzo di benzina e di dollari. Preferibili le figure antiche «dai portamenti e dagli aspetti strani», figure confuse, tra il sogno e la realtà.

Ecco quei che le carte empion di sogni:

Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,

Onde conven che ‘l vulgo errante agogni.

Vedi Ginevra, Isotta e l’altre amanti

E la coppia d’Arimino che insieme

vanno facendo dolorosi pianti.

«Bravo! — dissi a me stesso, — eccoti a far ancora della letteratura».

«Sì, va bene, — risposi a me stesso, — se non che questa litania petrarchesca che pare così monotona, letta in una scuola, col registro delle classificazioni da vicino e gli scolari di fronte, recitata ad alta voce, fra i campi, [16]correndo, fa un altro effetto! Questi sono fiori vivi!» Le alte piante assentivano. E così seguitai a cantare il Petrarca; e così vidi il sole girare tutto l’arco del cielo; così passò Parma, passò Reggio, dalle vetuste mura; e l’umile duro pane, spezzato presso qualche osteria di campagna, mi parve saporito più di ogni ricercata vivanda. Perchè io evitai le città, nè mi fermai in esse: le grige mura mi avrebbero ricordato le morte età, le vane opere delle generazioni umane. Oh, più sapiente tu, o Terra! Tu riassorbi ciò che, da te prodotto, si muore, e ne ricomponi le giovani primavere.

Passare attraverso un corso; veder la gente che ancora decifra il giornale; leggere le scritte della civiltà: «Ufficio del Registro», «Conservatoria delle Ipoteche», «Monte di Pietà», «Banco di Sconto», «Tribunale», «Provveditorato agli studi», ecc., avrebbe precipitato nel vuoto, disciolto tutta quella fiorita di fantasie.

E fu così che ad un certo punto m’accorsi che il sole andava perdendo nell’intensa sua luce, e la grande pianura Emiliana largamente si discopriva nel vespero riposato. Chi percorre la linea da Piacenza a Bologna, trasportato dal treno, non ha nè meno un’idea della bellezza maestosa e molle di quel paesaggio, da [17]cui sorge, con l’insorgere dei colli e dei monti lontani, l’imagine della Patria.

Cadeva il sole dietro un gran piano verde, quando giunsi ad una borgata tranquilla. Sopra gli spaldi di un antico castello sorgeva una villetta moderna, circondata da oleandri. Dietro il castello si dilungava una mansueta fila di umili case, sorrette da portici.

— Che paese è questo? — domandai ad una donna che falciava l’alta erba presso la siepe.

— Rubiera!

«Qui è bene riposare la notte», dissi fra me.

*

Ora in quella dolcissima sera, così solo solo come era in quell’alberghetto di Rubiera, io mi sentii preso da un mio antico e nobilissimo male.

Questo male consiste in una specie di animazione del paesaggio materiale, da cui viene fuori la storia, la quale mi canta di dentro una certa nenia eroica, ed ha per effetto di farmi piangere.

Si badi bene che io parlo di lagrime autentiche, non di quelle lagrime che si mettono agli angoli dei capitoli dei libri (come gli accattoni di mestiere agli angoli delle vie) e fanno tanto piacere a molti lettori.

[18]
— Se è così, — dirà alcuno, — è molto probabile che voi abbiate bevuto quella sera: il vino fa cantare, e qualche volta anche piangere.

No: io me ne ricordo bene: io non aveva ancora bevuto. Bensì è vero che l’ostessa (una formosa donna) mi aveva messo davanti al piatto una bottiglia di Lambrusco; ma era ancora da sturare. Piuttosto la causa io attribuisco a due versi di Dante (lo so, ci siamo ancora con la letteratura!) che mi spuntano nella mente ogni tanto, in certe occasioni, ed operano in un modo strano, come già il canto pastorale del Ranz des Vaches su gli svizzeri del tempo antico, quando essi erano più sensitivi e meno albergatori.

I versi sono le semplici parole che Dante fa pronunciare a Pier da Medicina:

Se mai torni a veder lo dolce piano

che da Vercelli a Marcabò dichina….

Piangere per così poco è pazzesco, pur concedendo un’emotività patologica; eppure mi è avvenuto. La spiegazione del fenomeno dev’essere questa che sono per dire o qualcosa di simile: Pier da Medicina, che è nell’Inferno, vede tutto il paesaggio d’Italia e allora — benchè tardi — comprende che in questa dolce terra si poteva vivere un poco più da galantuomini. Pier da Medicina non è detto che pianga; ma è supponibile. Chi piange sul serio [19]è Guido Dal Duca. Eppure lo aspetta il Paradiso! Ma più che il Paradiso non lo consoli, gli stringe il cuore il ricordo della sua dolce terra latina. Ma oltre alle ombre di Dante, ci furono ancora degli uomini vivi e veri che piansero vedendo che questa nostra patria non fu mai «senza guerra», vedendo che i «tiranni felli» sono ancora «tanto amati che non si porria contare», e che le brutte Arpie vanno pur sempre a far loro sporchizie sui più nobili conviti. Passarono i grandi vivi, come le ombre, ma il volo delle loro anime si libra tuttavia su questa dolce terra latina; l’aria ne è mossa, e fa vibrare l’anima nostra: e allora si piange per il desiderio di un futuro che non verrà mai, nel modo stesso che Guido Dal Duca pianse per un passato che non tornerà più!

Questo bizzarro fenomeno di sentirmi sorgere le lagrime per così poco mi accadde in modo più memorabile la prima volta che fui a Superga.

Ma conviene pur dire che io capitavo a Superga, arrivando direttamente dalla Svizzera.

Quivi avevo percorso molte terre sull’alto di quelle ammirevoli berline, davanti alle quali vorrei condannare in contemplazione i postiglioni e gli impresari dei compassionevoli trabiccoli [20]cellulari, che col nome usurpato di diligenze, percorrono il nostro Appennino.

Viaggiavo per diletto, eppure una nostalgia infantile, insanabile, di bimbo staccato dalla madre, mi era penetrata nel cuore e cresceva sino ad intorpidire la volontà e ottenebrare ogni fantasia. «Ma che uomo sei tu? — domandavo a me stesso, — ma non hai tu vergogna?» Eppure non riuscivo a vincermi. «Questo, — dicevo, — è il mondo dei monti senza fine: scenario eterno, uguale: valli che sono baratri; falde di smeraldo che salgono a nascondere il cielo; selve di pini neri come funerali; falde di neve come sudari; abitanti grevi come un popolo di gnomi; case di larice nero, senza sorriso. Azzurro cielo, terra che palpiti fra i due mari, dove sei tu?»

E mi allontanavo sempre di più per l’acre diletto di sentir crescere questo spasimo puerile, e poter quindi godere tutta la voluttà del ritorno.

Con che gioia, a Goeschenen, scendendo giù dall’orrida Furca, scopersi in una sottile, impercettibile nera pianura, i binari della ferrovia! Dunque esiste la via del ritorno, la magica via che sprofonda, trapassa i fieri monti, digrada come volo d’aquila, e le terre ridenti le muovono incontro: oh! ecco un suono italico, ecco una pianta italica, ecco dei ferrovieri [21]un po’ sudici, ma che parlano, che ridono, che bestemmiano almeno!

Come si vede, la mia ammirazione per l’armonia e la disciplina teutonica era consumata, e tutti quei verboten, mi avevano inimicato alla legge. Popolo alquanto sudicio è il nostro, indisciplinato; ama, purtroppo! di portare il coltello in tasca come il garofano ed il basilico all’orecchio. Eppure ride e sorride così umanamente, e la sua parola talora è così gentile e bella, così vivo e ardito è l’aspetto che pare peccato il non aver fede nella sua purificazione e resurrezione.

Quando salii il colle di Superga cadeva il sole del luglio, anche allora.

Fra me e la cerchia cinerea delle Alpi correvano i fiumi come trame argentee di un abito di fata invisibile: invisibile la fata, ma il dolce piano — dall’alpestre roccia onde, Po, tu labi e su cui l’aquila stride — alla torre di Teodorico presso il dolce mare, tutto si discopriva; molto con gli occhi, molto più con la fantasia si discopriva: onde io cominciai a ripetere: «lo dolce piano che da Vercelli a Marcabò dichina». E lo andava dicendo quel verso come una devota orazione.

E allora anche quella gran mole, lì presso, delle tombe dei re di Savoia mi si trasmutò in una bella e nobile fantasia; e confondendosi [22]con i guerreschi monumenti che sono in Torino, io vidi una ferrea spada sopra a quell’Alpe per difesa di quel dolce piano che Dio sembrò aver creato per la pace e la felicità degli uomini, e gli uomini trasmutarono nel campo prediletto della loro sanguinosa guerra.

Così io era assorto e a stento chiudeva il varco alle lagrime, quando una voce, proprio di quelle inarmoniche voci tedesche a scala fonetica crescente, mi scosse da quel sogno, domandandomi:

— Questa è Dora Riparia?

Rivolsi gli occhi: un placido teutonico dalla barba dorata, stava vicino a me: una mano teneva il Baedeker, l’altra indicava i fili argentei dei fiumi, che oramai si perdevano nelle ombre del lento crepuscolo.

«Al diavolo te e il tuo Baedeker», dissi mentalmente: ma come meglio fissai il mio interlocutore vidi che due azzurrissimi occhi a fior di testa mi guardavano. Pensosa e nobile era quella fronte teutonica. Egli attendeva umilmente risposta alla sua domanda.

— Questa è Dora Riparia?

Supponendo che la Dora Riparia fosse per lui uguale alla Baltea, indicai quel fiume che meglio si distingueva.

Rispose con un crazie pieno di profonda riconoscenza.

[23]
— Grazie, — dissi io, correggendo per effetto di antica abitudine.

— Oh, grazie, signore; niente crazie, — mi replicò con profonda effusione, questa volta. — Io, — proseguì egli, — Rudolf Meyer, professore di Gymnasium, venuto in Italia anche per imparare italiano. Dimandare sempre: Come dicete voi questo?

— …. dite….

— Ah, sì, dite! Domandar sempre, ma nessuno correggere….

— …. quando sbaglio…. — suggerii.

— Oh, sì, quanto spaglio, ma dire tutti: «dicete come ti piace!»

(Onesto teutonico, — pensai fra me, — questa non è soltanto la terra degli aranci, ma anche del «dicete e facete come ti piace».)

Tuttavia proseguire più oltre nel discorso non era possibile, perchè il mio vocabolario tedesco era così ricco come il suo di vocaboli italiani. Fu egli allora che, appiccicatomisi per riconoscenza dell’indicata Dora, mi propose di parlare latino.

Questa proposta mi lusingò perchè evidentemente io dovetti sembrargli uomo erudito e per bene, benchè il mio abito fosse molto negletto. Veramente anche lui, con quel soprabito mezzo verde, dalle cui falde venivano fuori due piccoli calzoni, sospesi sopra due [24]scarpe da montanaro, non era molto elegante. Lusingato dalla sua penetrazione, mi sentii indotto a considerarlo come uno degli ultimi rappresentanti di quei germanici azzurri, imbevuti ancora di filosofia e di ideologia, i quali vanno lasciando il posto ad altri nuovi germanici, mercanti e guerrieri: anima dell’antico Arminio, che risorge. E più mi persuasi che egli fosse un gentile teutonico quando mi disse che con la venuta in Italia scioglieva un lungo suo voto.

Il latino ci affratellò. Che latino fosse, non rammento. Merlin Cocaio rideva di gusto: il già mio maestro, G. B. Gandino — dall’Eliso ove ora dimora insieme con Cicerone — crollava il capo protestando; ma latino doveva pur essere giacchè ci intendevamo; anzi, accalorandosi il discorso, le parole vennero fuori dai nicchi chiusi della memoria più fluide che io non avessi mai supposto.

Fra i miei periodi ricordo questo: «Noli in isto ostrogotico Bèdeker quaerere Italiam, domine professor: hic nomina tantum continentur; anima rerum non continetur. Poetae nostri humanissimi erunt tibi handbuck optimi: Dante, Manzoni, Carducci».

Il buon teutonico, ricordo, aprì il volto ad un sorriso pieno, sereno, quasi infantile. Si discese in compagnia a Torino e si propose di cenare insieme.

[25]
Io, per cortesia, mi proffersi di andare all’albergo ove egli alloggiava; egli dove io alloggiavo. Curiosa insistenza da ambedue le parti! Infine egli chiaramente dichiarò:

— «Domine professor, caupona ubi sum hospes, admodum humilis et misera est. Non more divitum et publicanorum, sed more clericorum errantum iter in Italiam suscepi. Philosophia in Germania tenuem victum parat». Povera e nuda vai filosofia, «scriptum reliquit Petrarca vester humanissimus».

— «Domine professor», — risposi sorridendo, — «Minerva italica multo crudelior nam suis subiectis cibum ori appropinquat sed non satiat: bonos negligit, protervos adiuvat».

Dopo questa reciproca confessione acconsentì di venire al mio albergo, umile sì, ma con cucina e cantina meritevoli di ogni elogio. Eravamo soli in una discreta stanzetta, e, a marcio dispetto della «philosophia» teutonica e della «Minerva italica», si mangiò bene e si bevve meglio, e dopo cena io declamai del Manzoni la bella stanza:

Chi potrà della gemina Dora,

Della Bormida al Tanaro sposa,

con quel che segue, e del Carducci alcune strofe dell’ode al Piemonte.

Il tedesco era entusiasta e pareva capire benissimo.

[26]
Alla sua volta egli declamò alcune liriche tedesche che io intesi bene come egli intese le mie.

Suppongo, per altro, che anche le sue dovessero essere liriche patriottiche, giacchè la sua bocca, cinta dalla barba dorata, si apriva per mandar fuori certi boati solenni, certi rugghi di Vaterland, che in tutt’altra occasione mi avrebbero fatto ridere, e allora invece io lo stavo ad ascoltare pensosamente come se avessi compreso più che egli non dicesse.

Così parlammo a lungo con la lingua d’angelo de’ nostri poeti e ci intendemmo come se, invece di recitare versi, avessimo cantato delle ariette musicali.

Non è però da nascondere che in quella osteria di Torino, ad aiutare la reciproca intelligenza di due linguaggi così diversi, molto giovò — oltre alla potenza della poesia — un raggio di sole che si era fatto Barolo entro il mistero di alcune bottiglie.

Il vino, inoltre, e l’amor di patria fecero sì che il tedesco ed io ci guardassimo fraternamente negli occhi.

Ciò non sempre avviene: questo nobile liquore e questo nobilissimo sentimento spingono sovente individui e popoli a guardarsi biechi come cani ed a picchiarsi senza pietà.

[27]
*

Ma lì, a Rubiera, con chi dovevo io aprirmi? Perciò tu mi tornasti alla mente, onesto teutonico: e infine, trovandomi solo, tutte le mie espansioni mi convenne rivolgere a quella bottiglia di Lambrusco, ed essa in contracambio versò in me tutta la piena del suo spumante liquore.

L’ostessa mi faceva osservare che un Lambrusco come quello non si trova certo a Bologna; e a Modena che è Modena, due lire e più bisogna pagarlo alla bottiglia, chi lo vuole.

Ma io pensavo ad altra cosa che a questioni di enologia e di prezzi: io pensavo alla bella abitudine che i Greci avevano di premiare i loro più benemeriti ed illustri personaggi col dono di una Dea o di una graziosa vergine, come accadde ad Ercole che ottenne in moglie Ebe, una moglie che doveva in certo modo compensarlo della terribile Deianira che ebbe in terra: una moglie che non invecchiava, appunto perchè era la Dea della giovinezza (e forse — sottilmente pensando — i Greci antichi vollero con questo mito significare il solo caso in cui il matrimonio può essere giustificato). Era una specie di premio Nobel, ma più confortevole. Io non pretendevo certo a [28]nessuna qualità illustre; e quindi a nessuna Dea, e nè meno ad intatte vergini. Ma è certo che il mio alto sentire della patria non era da tutti e meritava qualche piccolo compenso. Se quella ostessa, invece di essere così esperta del prezzo e delle qualità del Lambrusco, avesse conosciuto la storia greca, io avrei osato farle qualche parola in proposito.

Ma non era il caso.

*

Tutti i galli del giardino dell’ostessa mi svegliarono all’alba, e poco dopo, il sole entrò nella camera così sfacciato, che mi convenne levarmi. Ma che mattino rugiadoso, silenzioso, ridente! Vi sono (è debito di giustizia confessarlo) dei momenti che è un gran piacere abitare in questo mondo! È una cosa di fatto, ed io, come positivista a mio modo, la constato. Non avviene spesso, ma avviene. Quando noi ci saturiamo di vita (nel modo stesso che un automobile elettrico si satura del misterioso fluido) noi godiamo. Me ne dispiace pel mio amico S…. Egli è un filosofo anarchico, ma mitissimo e dottissimo uomo; e mi venne in mente il suo nome quella mattina per il contrasto di questa mia con le sue affermazioni. Egli afferma dolcemente, ma con incrollabile [29]convinzione, che la vita è un peso: che l’unica soluzione è quella di approfittare dei progressi chimico-scientifici e far saltare questo stupido satellite.

No! Amico S….! Vi sono dei momenti che la vita è bella, soltanto non basta profumarsi, come fate voi, amico S…., e vivere poi in mezzo alla folla. Allontanarsene ogni tanto bisogna.

Come io sentivo quella mattina la carezza, l’abbracciamento, quasi sensuale, femmineo, della materia!

Nel breve tragitto dalle Stiviere a Modena quante deliziose ville occultate nel verde dell’ubertosa campagna, come ninfe entro i boschi! Che lieto mattinare degli uccelli per i giardini silenziosi!

*

Giunsi a Modena senza avvedermene, ed erano le ore sei.

[30]
III.
Ebbrezza del latte.
A Modena un tabaccaio si offerse ad incollarmi egli stesso i bolli su le cartoline illustrate; un caffettiere mantenne la promessa di offrirmi un caffè senza cicoria.

Queste garbatezze non sono molto frequenti ed ebbero la virtù di farmi vedere soltanto il bello di Modena.

(Verum enimvero, considerando che le buone maniere non costano niente, eppure mutano in color roseo l’aspetto delle cose; e considerando, inoltre, che noi non ci possiamo sottrarre alle cattive azioni del nostro prossimo, preghiamolo di operare il male con bel modo. Sono consegnati alla Storia quei carnefici che fecero il loro ufficio con gentilezza.)

Io trovai dunque Modena meritevole di quegli epiteti di «ben costruita» e «felice» che Senofonte nell’«Anabasi» regala a tutte le città dell’Asia Minore; le sue contrade sono armoniche anche senza il geometrico, antipatico rettifilo moderno; decorose senza ostentazione di fasto architettonico; silenziose senza tristezza [31](e questa ultima qualità non può essere apprezzata al suo giusto valore se non da chi esce da una città come Milano, dove è necessario possedere un sistema nervoso fabbricato appositamente).

Un’amabile classicità ha ravvolto gli edificj in una lieta armonia; e se la torre della Ghirlandina è antica, ridono di giovinezza i visi delle donne fuori dello scialletto nero; e il mercato fa testimonianza della bella e fertile terra.

La vasta piazza Ducale non era in quell’ora popolata che dalla statua di Ciro Menotti. Eppure era molto! Questa statua è di marmo bianco, e il giovane martire della indipendenza d’Italia lì giganteggia, nell’atto di avanzare con fronte alta e pura, col vessillo in pugno e la spada. L’atto è risoluto e calmo; ma il volto imberbe e giovane, il suo vestir cittadino, lo stesso candore dei marmi sembrano simboleggiare la purità dell’eroe e insieme la paziente gentilezza latina che si ribella alfine per il diritto alla vita.

Non così, o buon tedesco, o Rudolf Meyer, sono effigiati gli eroi della tua terra! I recenti eroi della tua terra vestono il tetro abito della guerra, e pure essendo composti nell’aspetto, fanno pensare all’antico furore dei tuoi guerrieri feudali.

[32]
La spada che impugna Ciro Menotti è arma caduca nel tempo, necessità del momento: della qual cosa non seppi allora, nè so, se congratularmi o dolermi.

*

Un vecchio e arzillo signore di Modena, mio compagno di tavola, fu quegli che mi indusse proprio a lasciar la pianura e prendere la via dei monti. — Come? non conosce la via Giardino? ignora Paullo? La Serra? Lama Mocogno? Barigazzo? Pievepelago? L’Abetone? Ma bisogna andarvi! già che è sulla strada. — Così mi disse.

Confesso la mia ignoranza; io non conoscevo molti di questi luoghi nè meno di nome e non trovo modo di confortare questa ignoranza se non pensando che io la condivido con molte persone.

Strana cosa! Questa piccola Italia, se ci mettiamo a studiarla secondo geografia, diventa grande come un continente; e se ci mettiamo a studiarla secondo storia, quest’umile Italia diventa superba come un impero.

La materia è vasta; ed è forse per questo che gli studi della storia e della geografia nazionale sono accuratamente evitati.

Dopo un sommario esame della carta del [33]Touring, osservai al mio interlocutore che La Serra è a 800 metri; Paullo è più in basso, ma Barigazzo sale ancora a 1300; Pievepelago discende sino al fiume; però l’Abetone svaria con la sua selva a 1340, e la Lima si nasconde in fondo alla valle.

— Crede lei che io riuscirò a fare questa specie di montagne russe?

— Caspita, un giovane come lei!

Ciò mi lusingò moltissimo: ma tutto è relativo: per il mio interlocutore, che era vecchio, io apparivo ancora un giovinotto; nel modo stesso che un certo bambino dice sovente: «quando sarò vecchio come il papà», e non crede di offendermi.

*

Ecco: andare da Modena all’Adriatico pigliando le vie di Paullo e dell’Abetone non è la più diretta, e quelli che mi attendevano nella casetta al mare, certo — pensai — ne avranno dispiacere; tuttavia se tralascio questa occasione, chissà quando la potrò riafferrare, e mi vinse la nostalgia di rivedere i grandi monti e le ginestre selvagge.

Partii prima dell’alba del dì seguente.

Da Maranello alla Serra si sale sempre. La diligenza vi impiega dalle sette alle undici, [34]cioè sono chilometri trenta. Un giovane di venti anni, che non tenga conto che il cuore è un muscolo robustissimo, ma non rinnovabile quando è guasto, la può percorrere tutta in sella questa salita. Per conto mio decisi di farla tutta a piedi. «Quando e dove arrivo, arrivo bene», questo è il mio motto, viaggiando, io col mio io, e non con altri. Se non che un po’ per volta cominciai ad osservare che gli occhi dei contadini mi guardavano con meraviglia. Feci qualche domanda, osservai meglio e mi persuasi che quella buona gente non soltanto era meravigliata, ma piena di compassione a mio riguardo.

Perchè?

Perchè — cosa strana — gli abitanti di un paese bello come l’Italia, difficilmente si persuadono che uno viaggi a piedi unicamente per il piacere di viaggiare: pigliare poi la montagna a piedi, fa nascere una di queste due considerazioni: o che si tratti di uno stravagante, oppure di un disperato che non possiede altri mezzi di locomozione fuor di quelli usati da San Francesco. Vorrei dire che in questa deplorevole opinione concordano soltanto i contadini, ma direi cosa inesatta.

Inoltre v’è un’altra considerazione melanconica da fare: l’onesta bicicletta passa oramai inavvertita fra le genti. Gli occhi dei contadini [35]non si fanno più tondi se non al passaggio di un automobile. L’automobile può essere massacratore, ma è potente e prepotente. È moderno! Perire vittima di un ordigno moderno è onorevole: credo che sia ammesso tacitamente anche dai nostri umanitari.

Ecco: il terribile carro si presenta in fondo alla via nello sfondo di un nembo di polvere. Il corno solenne, grave, armonizza stranamente col fremito precipitoso degli stantuffi e dà questo avvertimento: «Profani, tutti, sgombrate la via!» E non c’è duro bifolco o carrettiere addormentato che non scenda e non trascini a mano le sue bestie sul ciglio della strada. L’imprecazione non ci pensa nè meno a formarsi, perchè tutti i centri del cervello sono paralizzati dalla meraviglia.

Pare che la strada si sollevi in un moto serpentino e faccia essa scivolare il gran carro, che si snoda agile come una serpe. La visione è olimpica: signori e dame passano con compostezza regale. Un idiota lassù, può sembrare un gravissimo personaggio. Perchè? perchè appare prepotente e ricco.

Cesare è disceso dalla quadriga: ma il capitalista anonimo è salito sull’automobile e percorre da trionfatore la strada della democrazia, con la visiera della maschera calata.

[36]
*

Non soltanto io facevo una ben magra figura con la bicicletta a mano; ma una grande stanchezza si impossessò di me dopo qualche chilometro. Mi assalì una specie di nausea, un sudore freddo mi bagnò la fronte, la camicia ventilò gelata su le carni; e invece di seguitare a confortarmi con la bella idea che salire equivale a conquistare una virtù, mi venne il sospetto che potevo conquistare anche una polmonite. Il garretto sopra tutto si stendeva faticosamente.

(Allora, a tanta lontananza dal tempo in cui leggevo Omero, capii bene perchè questo miracoloso poeta dice sempre degli eroi morenti: άπολυοντο τε γὑαι, «si sciolsero le ginocchia». Sì, i grandi poeti hanno l’istinto della verità, ma di quelle verità che più splendono come più ci allontaniamo col tempo. Essi sono simili ai fari del mare: da presso non hanno luce: rifulgono soltanto da mezzo il mare, e la loro luce serena è di conforto nel periglio e nella morte. Perciò le opere dei grandi poeti sono chiuse sotto sigilli, ed ogni età ne comprende quel tanto che è a lei confacente.)

Io fui turbato a questo senso di sfinitezza profonda e sarei, forse, tornato indietro, se [37]una casetta non mi si fosse presentata alla svolta.

Essa era chiusa e silenziosa. Bussai tuttavia. Venne ad aprire una donna dal volto non interamente arcigno.

— Per piacere, un po’ di latte, — domandai.

— L’abbiamo portato tutto al casàro.

— Il casàro sta lontano?

— Quelle case là in vetta.

Chinai il capo.

— Mi lascia entrare, — indicai l’interno della socchiusa dimora, — per mettermi una maglia?

— Eh! — e liberò pianamente della sua persona l’ingresso perchè io entrassi; e questo «eh» voleva dire: «eh, vorrei dire di no, ma come si può negare un favore di umanità?» Siccome poi io non volevo mettermi davanti a lei nel costume con cui Ulisse si presentò alla bella Nausica, così domandai una stanza. Fatto un primo favore bisognava farne un secondo (molte volte è necessario farne un terzo, ed è perciò, forse, che molti si rifiutano di fare il primo favore).

L’ispida maglia che sostituì su la pelle la tela, sarebbe stata una camicia di Nesso sotto la Galleria di Milano: lì fu un incredibile beneficio, e mi offrì un’occasione di lodare la mia prudenza.

Dunque ricompensiamo la gentilezza, dell’onesta [38]massaia! Ella rifiutò, io insistetti: e fu nell’accettare che ella si ricordò che, se non aveva più il latte, aveva delle uova fresche e che essendo il fornello acceso, poteva farmi anche un caffè! Mi precedette nella cucinetta e mi offerse una sedia.

Il sole battea per la cucinetta che era assai linda e ordinata, come raramente si incontra da noi; si rifrangea sui rami tersi del camino e non v’era altro rumore che il ronzìo sonnolento di alcuni mosconi.

Mise la còccuma sul fuoco, fece cadere la fresca perla gialla di due uova entro una tazza pulita, parcamente cosparse lo zucchero, indi si mise a frullare con molta arte.

— Dove avete imparato a far così bene?

— Sono stata venti anni a servizio, signore.

— Poi avete preso marito?

— Sissignore.

— E avete figli?

— Sissignore. Ma sono fuori, perchè qui in montagna non restano che i vecchi: un maschio lavora in Svizzera, una figlia è anche lei a servire a Torino.

— E il marito?

— Il mio uomo è a mietere.

— Sul vostro?

— Sissignore, ma un palmo di terra, che non basterà a seppellirci.

[39]
— E la casa è pur vostra?

— Questi quattro sassi? Sissignore, sono nostri.

Fin qui mi aveva risposto come se io fossi stato un agente delle imposte, ma quando tirai la somma delle domande con la domanda:

— Dunque voi siete felice?

— Oh, felice! — disse. — Si vive in pace, ecco!

Come se «vivere in pace» non fosse «felicità»! E sentii che avrei messo una enorme tassa su quella pace.

*

Le miglia di montagna sono caudate come le antiche sonettesse, ma finalmente giunsi alla casa del casàro.

Oh placido laboratorio! Io ignoravo i particolari dell’esistenza di una fra le più antiche industrie di questi monti: quella del cacio parmigiano. Sono edifici che formano una sola stanza tutta di mattoni senza intonaco, disposti a traforo, e questo si fa per l’aereazione del latte: intorno vi sono grandi ciotole di legno, colme di latte: nel mezzo si sprofonda un enorme imbuto di rame ove la crema del latte è cagliata e cotta. Per provare il beneficio di questa bevanda, di cui dal tempo della [40]balia mi ero completamente dimenticato, bisognava proprio che mi fossi recato fin quassù, in questa torrida estate!

Placidi lavoratori del latte nella bella estate, voi certo durate per serie continua sin da prima del tempo che Bruno e Buffalmacco raccontavano al semplice Calandrino la fiaba dei maccheroni che rotolano da Bengodi per i monti di cacio Parmigiano!

Questo insorgere e avvicinarsi spontaneo di un’allegra fantasia boccaccesca mi fece piacere, perchè io avevo intrapreso quel faticoso viaggio pei monti anche allo scopo di esperimentare due cose: primieramente cioè se i muscoli erano elastici, secondariamente se il cervello era ancora elastico, tale cioè da lasciarsi impressionare ben forte non solamente dalla magnificenza delle cose presenti e viventi, ma anche da vedere tutte vive le cose trapassate ed occulte e sentire prossime le cose future.

*

Questa specie di ampio sentire può dare ad un uomo l’aspetto esterno come di un rimminchionito. Certo è la più voluttuosa delle ebbrezze; sebbene non abbia nulla a che fare con quella che si compra nelle botteghe dei liquoristi. Però non mancano certe somiglianze [41]apparenti, giacchè le idee più bislacche cominciano a parere logiche, gli atti più stravaganti, assai naturali; così che un ubbriaco di assenzio mal si distingue da un ubbriaco per latte come io ero.

Per fortuna la gente si faceva rada, le querce frequenti.

Questo stato dell’animo ebro e luminoso si venne in me formando a poco a poco, ed io ne esaminavo il rapido concretarsi con il piacere con cui una massaia — che ha molti ospiti cari — nota il ben formarsi della crema sul fornello. (Conserverò questa crema per i giorni della carestia: questa luce per i giorni bui.)

E primo segno fu il cessare della stanchezza, e quando giunsi ad un punto in cui la via spianò — si stendeva ondulata lungo una serra — e potei montare in bicicletta, e sentii l’aria forte ventilare e vidi la bianca via passare sotto le gomme delle ruote vibranti all’impulso, provai il piacere di don Chisciotte quando esperimentò la straordinaria agilità di Ronzinante.

Che ora era? Una delle ore del mattino. Le case si facevano più rade, più di colore e d’aspetto alpestre, più rari gli uomini, più dolci e mansueti gli occhi dei bimbi. Un secondo casàro, che versava nell’ombra silenziosa il latte, [42]mi parve un sacerdote che adempie un rito antico di libazione; e poi vidi venirmi incontro una trionfale fiorita di ginestre, fuor dalle asperità della roccia, tutto lungo la via.

Questo piccolo giallo fiore è un fiore filosofo: sceglie per sua abitazione i luoghi dove la famiglia umana è meno frequente e non si lascia addomesticare nei giardini al servizio delle dame: a coglierlo si ribella, perchè i forti alti aculei verdi su cui cresce, a fatica si spezzano e il fiorellino antepone di cadere e morire all’essere divelto dal suo stelo: la sua anima esala più odorosa quando più caldo è il sole. La «rosa», la «viola», il «gelsomino» sono titoli per poeti soavi: «La Ginestra» è il titolo di un grande canto del penultimo nostro poeta profeta, di Giacomo Leopardi.

Questo umile fiore potè a lui inspirare un testamento di verità e di fede a beneficio dell’uomo. Ed era in fin di vita, il nobile, il grande profeta, ed era ammalato senza speranza! E i libri dei letterati dicono che Giacomo Leopardi fu misantropo, scettico e pessimista. No, egli fu un santo! Crede il volgo che i santi siano soltanto quelli che portarono la tonaca del fraticello e subirono la tonsura. Che errore!

Anche San Francesco era morente, sparuto, esangue, quando fra gli olivi soleggiati di San Damiano compose il suo Cantico al Sole.

[43]
Cantano i cigni più dolcemente quando la morte s’appressa.

Oh, siate laudate anche voi, anime grandi, e laudato sia il popolo d’Italia quando spezzerà i sigilli degli evangeli che i suoi santi a lui lasciarono per testamento!

E dopo le ginestre vennero le querce!

*

Vidi nell’azzurro disegnarsi una famiglia di querce gigantesche: esse erano sole e contorte in maniera strana e ammirevole, come un pittore a fatica potrebbe imaginare senza modello; ed erano così coperte di muschio e di edere che pareano smeraldo nel turchese del cielo: e allora dal folto delle loro frasche si partì, ardito come freccia, un canto animatore di uccello: quindi esso apparve.

Esso, l’uccello, si librò alquanto al di sopra delle fronde con le ali aperte, come sogliono i pittori foggiare lo Spirito Santo, e nell’aprirsi le ali scoprirono un bel colore purpureo. Veniva su dalle frasche della quercia, e tornava a nascondersi. Mi aveva l’aria di venir fuori a salutare il buon papà, il sole, il quale imbiancava, giù nella valle, tutto il corso sassoso del fiume Tiepido.

Non mi ricordo bene quanto tempo stetti a [44]contemplare quell’uccellino e quella quercia, ma qualche minuto sì certo; e nè meno ricordo quali pensieri formai, certo erano assai belli e profumati, e vibravano ogni volta che vibrava il canto dell’uccellino. (Che ampolla preziosa da aspirare nei giorni in cui l’anima si adagia inerte! Oh, che peccato che non si possano conservare dentro una scatola le bolle del sapone!)

Ricordo però bene che tanto l’uccellino, come la quercia, come la ginestra mi parvero tanti docili figliuoli del buon papà, il sole; ed allora io li pregai perchè mi accogliessero in loro compagnia:

— Frate uccellino! sorella quercia, accoglietemi fra voi!

— Frate uomo, marameo! — mi rispose l’uccellino. — Sbollito l’entusiasmo, tu hai l’abitudine di metterci nello spiedo!…

Mi vide, diè un trillo di paura, scappò.

*

E dopo l’uccellino venne la bella fontana.

Mi rammentai di Tristano. E quando egli trovava alcuna fontana, vi si restava e cominciava a fare meraviglioso pianto!

L’acqua di quella fontana — a cui giunsi — cadeva con un largo getto dalla roccia e si [45]accoglieva in una gran conca di pietra, viscida per il muschio, entro una specie di grotta dove la frescura metteva un voluttuoso ribrezzo.

Un carrettiere, solitario presso alla fontana, abbeverava un suo cavallo bianco.

Il carrettiere mi ammonì:

— È meglio che non beva, così sudato come è.

— No, non bevo, grazie.

Ma la fontana cantava così dolcemente e la pelle era così riarsa che le mani furono attratte ad immergersi nella vasca: ma sollevando quell’acqua che pareva nera e ricadeva tutta risplendente come un cristallo, provai così grande piacere che le mani chiamarono a quella voluttà i polsi, e i polsi le braccia, e infine non resistetti più alla tentazione e pregai il carrettiere che mi togliesse dal dorso la maglia, che era intrisa di sudore.

— Che cosa vuol fare? — chiese egli stralunando gli occhi.

— Mi voglio buttare lì dentro!

— Ma è sicuro di non crepare?

— Lo spero. Suvvia, datemi una mano.

La cosa dovette sembrare molto pericolosa e nuova al carrettiere, tanto più che è notorio quanta avversione abbia la nostra gente per l’uso esterno dell’acqua. Egli obbiettò: io insistetti. [46]Vidi che in lui lottavano due sentimenti: cioè il buon sentimento di salvare un suo simile da certa morte, e il cattivo sentimento di vedere un pazzo ostinato prepararsi alla morte: vinse questo secondo sentimento di curiosità, tanto più che io lo domandavo con tanta buona grazia. La sua coscienza tentò con un ultimo «Lo vuole proprio?» di liberarsi dal rimorso di essere complice di un suicidio. «Sì, presto!» ordinai io. E allora, «Andiamo!» disse.

Quel carrettiere fu assai destro: col suo aiuto in pochi istanti mi liberai della maglia e di ogni altro indumento e così saltai con trepidanza e ardimento nella vasca. Era stata l’acqua ad attirarmi lì dentro, ed io avevo ubbidito alla sua chiamata, e non me ne pentii. L’acqua si impadronì subito di me. Mi sentii scivolare lungo le pareti viscide della pietra, e un senso di voluttà forte e gelida penetrò nell’interno e nel cervello, e si manifestò con un grido e un riso di gioia. Il carrettiere, che mi vide impallidire domandò: «Com vala?»

Gli risposi naturalmente in greco antico: Ἄριστον το μεν ὔδωρ («ottima è l’acqua!» e dovrebbe essere il motto dell’idroterapia).

Ma vedendo i suoi occhi tondi e la sua tozza persona, ebbi la visione di Sancio che ammira don Chisciotte eseguire una delle sue [47]mirabili follie: il cavallaccio bianco, che era lì presso, diventò un’alfana candida e su di essa sedeva una maga; una maliarda, una delle tante che evocò o l’Ariosto o il Boiardo meraviglioso, di cui io su quei monti sentivo l’anima effusa, una maliarda bianca e tenerina, che mi dicea sorridendo, con la testolina inchinata:

«Caro, metti giù anche la testa! caro, ubbidisci, giù la testa!» e lo dicea con tanta buona grazia che mi venne la voglia di farle piacere a scivolare giù anche con la testa.

«Ma si muore, così!» le risposi infine.

«E dove vuoi sperare di fare una morte più divertente? Va là, caro, non ti lasciar scappare questa bella occasione», pregava la maga tenerina.

«Capisco, ma è che ho degli affari in corso; e, così subito, lì per lì, non mi posso permettere il lusso di morire. Sarà per un’altra volta».

I muscoli del braccio allora si tesero nervosamente, quando capii che il sorriso della maga mi rendeva fievole: Sancio Pancia mi aiutò per le ascelle a venir fuori dalla vasca.

— Un bel rischio, — mi disse,

— Altrochè!

Ma egli alludeva alla idroterapia; io pensavo, invece, all’invito della maga; chè per poco non le ubbidiva.

[48]
«E chi lo sa, — meditava poscia vestendomi e contemplando l’acqua, ricomposta in pace, profonda e bruna, — che io non mi deva pentire un giorno di aver perso l’occasione di trapassare così dolcemente?»

Del resto non era il caso di tornarci sopra: e avendo rifiutato i vantaggi che l’acqua mi offriva per la morte, accettai quelli che mi offriva per la vita.

Nè questi erano pochi; una gran leggerezza, intanto, per tutte le membra; una gran letizia di riempire i polmoni d’aria, e anche una certa purità di spirito.

O che l’idroterapia abbia anche un’azione morale?

Ma oltre al parroco Kneipp, oltre a Pindaro, c’è stato anche San Francesco a lodar l’acqua. O non la chiamò con meravigliosi, umani nomi «humile et pretiosa et casta» nel suo canto del Sole?

È inutile: non ci sono che i santi ed i poeti che capiscano veramente le cose, un po’ più in là della scorza!

Dopo ciò non rimaneva che pregare il carrettiere che eseguisse sul mio dorso un poco di massaggio. Egli non capì lì per lì che volesse dire questa ostrogota parola; ma quando gli spiegai di fare su me l’istesso esercizio che eseguiva sulla sua bestia quand’era sudata, [49]capì benissimo: — Ah, strigliare! — disse, e afferrò una bella manata di strame.

— Amico mio, tu spingi all’eccesso la simiglianza fra me e la tua bestia; adopera la coperta che hai sul carro.

Egli fu ben volonteroso, e poco dopo gli uscii di mano, rosso come un mattone.

Allora sentii anche un prepotente bisogno di riempire lo stomaco: e Paullo era troppo lontano!

— Ma c’è la Serra che è vicina, — disse il carrettiere. — In quanto? In un quarto d’ora lei ci arriva.

— Allora ci troveremo a bere una bottiglia.

— Vada avanti che la raggiungo subito.

Ed infatti dopo poco, ecco in cima alla salita una fila di casette di montagna che segnavano nella vivida luce della strada il profilo frastagliato delle loro ombre. Una meridiana segnava le ore dieci. Dentro una porta, sopra tre gradini, vidi l’ombra di una stanza con alcuni tavoli apparecchiati, e dalla porta usciva un odore di arrosto. Fu dunque specialmente il naso che mi avvertì che io era giunto ad un’osteria, perchè gli occhi erano ancora abbarbagliati dal sole e non distinguevano bene nè insegna nè frasca.

Quando quel barbaglio scomparve, mi accorsi [50]che il naso non mi aveva ingannato ed io mi trovavo in una grande, bella cucina antica, una di quelle cucine patriarcali che sono il centro della casa; dove, nei tempi antichi di Roma, Vesta teneva acceso il focolare, e c’era il Penus e c’erano i Penati. Lì c’era in basso un gran camino, dove un vecchio sapientemente regolava il fuoco sotto una schidionata di uccelletti; in alto su la parete pendeva una Madonna, circondata da molti santi fra rame fiorite; e sotto un lumino faceva il suo fungo.

Oh, divina provvidenza! Essa accanto all’acqua ha collocato il vino; accanto alla ginestra ha messo i funghi; e dopo la maga viene la cuoca, che vi domanda: «Che cosa desidera, signore?» L’uomo ingegnoso alla sua volta brucia la legna, caglia il latte, ne fa il burro ed il formaggio; questo cade sui gnocchi, quello fa soffriggere i funghi; la quercia artistica fa bollirei la pentola; lo spiedo fa girare gli uccellini. Tutte queste cose deliziose si trovavano in quell’ora, in quella cucina, come se avessero saputo del mio arrivo; cioè dei gnocchi e della cacciagione di uccelletti, la cui testolina ad ogni giro di spiedo cadeva giù disperatamente.

Certo essi erano fratelli dell’uccellino bel verde che cantava sulla muschiosa quercia.

[51]
Avevano avuto anche loro troppa fiducia nella tutela della legge contro la caccia abusiva che fanno gli uomini, ed ora scontavano la pena della loro buona fede.

Ma io non sentii rimorso di accettare l’offerta di quella cacciagione e di trovarla buona. Del resto anche l’uccellino distrugge e divora la vita di altri esseri; e la storiella della reciproca divorazione e distruzione è continua come un cerchio. Ringraziamo la divina provvidenza che ci ha fatti nascere in quell’ordine privilegiato delle bestie, che mangia tutte le altre; ed è tanto intelligente che sa distinguere quando è meglio mangiare vivi e palpitanti i propri simili, come avviene per le ostriche; quando è meglio lasciarli un poco putrefare, come avviene per le pernici e per le quaglie; quando è meglio mescolare insieme molti animali, come avviene per il salame.

Del resto è un errore di giudizio semplice il supporre che i piccoli animaletti non esercitino una loro vendetta. I microbi si uniscono a milioni, edificano le loro città mortifere nei nostri corpi orgogliosi; ed altre miriadi di microbi preparano sotto terra accuratamente la nostra distruzione completa.

Anche essendo asceti e vegetariani, non isfuggiremo a questa sorte dolorosa e fatale. Divoriamoci, quindi, senza rimorso e senza pietà! [52]conclusi contemplando uno di quei bipedi infilzato nella forchetta.

In quella occasione feci conoscenza di un vino locale, vino di montagna che non conoscevo neppure di nome ed è chiamato vino tosco. È un vinello lieve, roseo, acidulo. Il carrettiere, che mi aveva raggiunto, mi assicurò che di quel vino se ne può bere sino a mutare lo stomaco in un otre; e non fa male. Dev’essere così, perchè esso non turbò menomamente il dolcissimo profondo riposo di cui mi gratificai dopo il pasto.

O frescura delle lenzuola di bucato, o voluttà del buio nella stanza, con la coscienza che lentamente si spegne (vedendo però attraverso un tenue spiraglio della finestra l’imagine del gran sole!) o sonno senza sogni, senza visioni, senza sussulti! Quante poche volte mi accadde di dormire così!

Un breve sonno, se profondamente e lievemente dormito, vale una lunga notte di sonno sognato e agitato; e in vero quando mi destai, credetti aver dormito come una notte, e già tramontato credevo il sole. Ma come ebbi spalancati gli scuri, vidi che il sole si distendeva in pieno meriggio per la piazza deserta e faceva barbagliare le verdi piramidi lontane della Serra. Erano appena le tre.

In quelle due ore io mi ero rinnovato nel [53]sonno: ma certo in questo tempo gli operai del corpo, i lavoratori della vita, avevano lavorato alacremente mentre il cervello riposava: avevano restaurata e pulita la gran macchina umana. Non avevano fatto come i lavoratori della terra, della officina, ecc., i quali — se il padrone non vigila — s’addormentano o scioperano.

L’umile stomaco, la spregiata bile, le pazienti glandole si erano messi all’opera quando io chiusi gli occhi al sonno; e quando li riapersi, bene capii che i gnocchi, gli uccellini, i funghi, il vino tosco erano passati rapidamente per tutti gli stadi della lavorazione.

Questa organizzazione operaia dell’umile corpo è cosa sempre più sorprendente; ma più sorprendente è la letizia che inonda il cuore allorchè questa funzione si compie in modo normale.

E come un grande scultore può trarre un’opera d’arte da un vile pezzo di legno, così agli armonici operai del corpo poco basta per bene lavorare. Chi lo direbbe? Gli umili operai del corpo umano non domandano per condimento alle vivande gli artificj dei superbi cuochi e delle ricche mense, ma domandano il condimento della sanità e della letizia dello spirito.

Io voglio molto bene all’Ariosto; ma oltre [54]che pe’ suoi sogni sereni, molto io l’amo per le sue verità buone: fra cui questa:

In casa mia mi sa meglio una rapa

ch’io cuoca, e cotta su ‘n stecco m’inforco

e mondo e spargo poi di aceto e sapa,

che all’altrui mensa tordo, starna o porco

selvaggio.

*

A Paullo, capitale del Frignano, giunsi all’ora del vespero, che appena quetava la grande calura. Un droghiere e il suo figliuolo mi furono così cortesi di bibite e di caffè che parea m’avessero conosciuto altre volte. Come mi pregavano di rimanere!

— Ma da Paullo alla Lama si va in bicicletta in un’ora, — dicevano, — e adesso sono le quattro a pena. Dalle quattro alle nove lei può arrivare sino a Pievepelago, se vuole!

Ma il galantuomo ignorava la mia velocità, e io vedevo le ombre farsi lunghe e la luce già di colore arancio. Mi fermai tuttavia un altro poco; e mi ricordo che venne a sedere fra noi un vecchietto segaligno e vispo, con un vestitino di cotone e un consunto cappelluccio di paglia che quasi non aveva ala; e raccontava raccontava con una gioia da bambino tutti i vecchi aneddoti di Paganini, il [55]violinista, come fossero stati freschi di ieri, e io lo stavo a sentire per sorprendere se v’era già qualche venatura di toscano nel suo dialetto, quando il vecchierello disse:

— Ah, se Paganini a Parigi avesse avuto il mio violino! Ehi… — e si posò la palma su la bocca, e stirando occhi e faccia, ne staccò un bacio che mandò verso il cielo, come a dire: «Sarebbe caduto anche quello lì!»

— Avete un bel violino, voi? — domandai.

— Uno stradivario!! — e pronunciò questa parola con voce tremante e lenta, quale un anghelos del teatro greco dovea usare per annunciare un portento. Poi rapidamente in dialetto: — «Am deven veint mella french. Ai ho domandè si j èra mat».

— Ma vendetelo subito!

— E con cosa consolerei la mia vecchiezza? — mi domandò il vecchio, mutando il dialetto nel parlare illustre e con un tuono semitragico di voce.

Veramente io, lì per lì, non compresi che rapporto ci poteva essere tra uno stradivario e la consolazione di colui, se non la vecchiezza d’entrambi: e rimasi a bocca aperta. Ma mi soccorse il droghiere dicendo:

— Questo signore suona molto bene il violino.

— «An di dal fott», non dite delle fotte, mi diverto col mio violino, — corresse il vecchio. — Ah, [56]se fosse nelle tue mani, Paganini! il monte Cimone che è là, verrebbe a Paullo! — e chinò il capo dolorosamente.

— Veda, — mi ammonì con significazione il droghiere, — il signore non ha bisogno di vendere il suo violino, perchè è uno dei più ricchi del Frignano: guardi mo’ qui…. — e prese bonariamente la grinzosa mano del vecchio che con riluttanza gliela cedette, e — guardi mo’ questo! — e mi mostrò un brillante al dito, grosso come un bel lupino. — Deve poi vedere quelli che ha a casa!

E io che gli avevo dato del voi come ad un povero!

Che bella occasione era quella di accettare l’invito del vecchietto solitario, andare nel suo palazzo, sentire suonare il suo stradivario davanti a quei boschi e a quei monti! Ma, oimè, le ombre si facevano più lunghe, e la luce più rancia.

*

Dopo Paullo il paesaggio diventò incantevole. La luce dell’Appennino (perchè l’alto Appennino ha una sua luce) si stendeva sullo smeraldo dei prati che parevano usciti allora allora dalle mani del barbiere, tanto erano rasi perfettamente; i boschi dei castagni si raggruppavano in macchie scure e superbe con [57]entro sfondi e padiglioni, dove il sole scherzava con mille occhi di porpora e fiamma. E le cose erano grandi e solenni, e non c’era anima viva; e perchè la bella strada pianeggiava in lieve discesa, la fatica dell’andare era nulla e tutta l’anima era nella vista. «Oh, bellissima terra, perchè così deserta? Animiamola! Collochiamovi degli esseri belli e buoni che vivano in pace!»

Questo pensiero viene così spontaneo che deve essere venuto anche al Signore. Egli dopo avere creato il bellissimo mondo, lo trovò un po’ melanconico, un po’ incompleto come sarebbe un palcoscenico senza attori; ed ecco Adamo ed Eva. Ma poco dopo, ecco da così onesti genitori venir fuori Caino ed Abele! Evidentemente il Signore deve aver commesso qualche errore di calcolo, perchè non andò molto che corresse l’errore col Diluvio universale. Ma poi, ragionando meglio, deve aver compreso che un po’ di colpa ce l’aveva anche lui, perchè poteva fare a meno di mettere al mondo Adamo ed Eva; ed allora, creò l’errore iniziale, ovvero sia il peccato o macchia d’origine. Pezo el tacòn del buso! Per scancellare questa macchia prima adoperò l’acqua pura del fiume Giordano, poi adoperò il suo stesso sangue. Tutto inutile! Se dunque sbagliò il Signore, che ci possiamo far noi?

[58]
Questo ragionamento mi parve così logico e semplice che dimenticai di pensare ai casi miei.

Era molto tempo che io andavo, andavo senza fatica. Dunque la via scendeva, dunque io mi trovavo ben sotto il livello di Paullo. Ora, se Lama Mocogno è 400 metri sopra il livello di Paullo, segno è che vi debbono essere molti chilometri di salita! Anche questo ragionamento era semplice e logico; ma smorzò la mia felicità di discendere: la salita poco dopo infatti ricominciò.

Dopo aver girato uno sprone di poggi — sull’ultimo dei quali s’eleva un gran castello, turrito, e bianco sul verde, un castello che poteva servire di modello al Doré per illustrare l’«Orlando»: glorioso ne è il nome: il castello di Montecuccolo — la via sale sempre lungo un contrafforte di monti, i quali formano la valle dello Scoltenna, in fondo alla quale valle sfumava la doppia gobba del monte Cimone.

*

Trovarsi fra i monti, sentir calare la sera, non vedere indizio di abitato, fa un certo effetto, specialmente per chi è nuovo del luogo. È vero che l’ottima guida del Touring mi dava Lama Mocogno a poca distanza; è vero [59]che la strada — ce n’era una sola! — mi assicurava dell’esatta direzione, eppure…. Eppure io non sarò mai un esploratore, nè un navigatore, nè un conduttore di eroi. Teseo, Ulisse, Vasco di Gama, Colombo, Marco Polo, Nansen, Livingstone, ecc., gli uomini che più ammiro, che più mi parvero degni di essere fatti a simiglianza degli Dei, erano di altro metallo dell’umile sottoscritto.

Va bene: io sento le voci della Natura. Questo è un grande onore; ma ne ho anche una grande…. paura.

Via, diciamo la parola esatta! Paura! Quei giganti di monti mi facevano sentire che la mia anima era straordinariamente piccola: le selve dei castagni e delle querce parevano avere una loro anima tragica. Lama Mocogno mi parve il nome lugubre di un castello per l’Orco.

Invece (vi giunsi alfine!) era un’allegra fila di casette. Respirai più liberamente. Il calzolaio, il sarto lavoravano ancora presso il limitare, ed io, sciagurato, già mi vedevo cinto da tenebre per ogni parte!

Mi sedetti sotto la veranda di un alberghetto; ed ero giunto a tempo per osservare che la fronte del monte Cimone era lambita ancora dalla carezza del sole.

— E se vuol venire a cena, è pronto! — suonò la voce dell’ostessa dopo alcun tempo.

[60]
La cucina dell’alberghetto era piena di operosità e di luce e la fiamma del focolare non era spiacevole.

Ma io cercai inutilmente un posto per me, e l’ostessa allora mi disse: — Abbiamo apparecchiato di là, nella saletta, — e mi vi condusse; e aperta una porta mi trovai in una elegante e luminosa stanza da pranzo, dove alcuni signori, ad un’unica tavola, erano già pervenuti alle frutte, rappresentate da un cestello di meravigliose ciliegie bianche e rosee.

Quei signori avevano tutto l’aspetto di essere i legittimi possessori del luogo ed io mi credetti in dovere di chiedere permesso prima di sedermi al posto per me preparato.

Quei signori mi accordarono il permesso gentilmente, ma non senza una certa gravità e lunghi sguardi di indagine sulla mia persona.

«Chi potevano essere? — Pensavo. — Viaggiatori di commercio? No: questa gente è più allegra e chiassosa. Villeggianti? Nè meno: sono più signorili. Gente del luogo, nè pure, perchè tali non li dichiarava l’accento.»

Tutti pigliavano l’intonazione e lo spunto da un biondo, adiposetto, giovine signore, non privo d’un certo contegno e gravità nel gesto e nella parola. Sedeva in capo tavola.

— Lei va all’Abetone? — mi chiese costui.

— Per servirla, sissignore!

[61]
— Beato lei che si può muovere da questi luoghi! — disse dopo alcuna pausa.

— Eppure sono bellissimi luoghi e vi starei così volentieri! — risposi.

— Provare, caro signore! — indi, rivolto ai compagni sul cui volto già si leggeva l’assenso, concluse in quel suo spiccato accento napoletano:

— Quattro mesi si respira, e otto mesi si sospira!

*

Era l’illustrissimo signor Pretore di Lama Mocogno e gli altri erano il cancelliere, l’agente delle imposte ed altre autorità locali.

«Ma che bisogno c’è di questa gente fra la pace di questi monti deserti?» domandai a me stesso. Ma la risposta fu pronta più che la domanda: «Per moderare in quanto è umanamente possibile l’eccessiva energia di Caino, e correggere la troppa dabbenaggine di Abele.»

[62]
IV.
Casetta mia…! (d’affitto).
Quando apersi la finestrina della stanzetta dall’albergo di Lama Mocogno, la stella del mattino era levata, sopra il castello, lontano ad oriente, di Montecuccolo.

Il castello pareva allungare in silenzio le fantastiche sue torri bianche per arrivare a quella luce; il monte Cimone domandava una carezza di quella luce, che precede l’alba. Sentii allora cantare un gallo, che mi richiamò il canto del gallo silvestre.

Allora a me venne una gran voglia, come a Pietro apostolo, di piangere e di farmi il segno della santa Croce: «Oh, buon Signore Iddio, che bel mondo armonioso e puro hai tu creato per noi peccatori, ciechi e ostinati!»

E mi lavavo intanto e mi pareva che l’acqua non fosse mai assai per pulire tutte le mie colpe di misconoscenza e di ingratitudine.

*

Perchè seguiterò io a descrivere questo mio viaggio per il grande Appennino? Ah, se le povere parole dell’uomo potessero imbeversi [63]di luce come le cose create, e caricarsi di forza come il mare e come l’aria, bene io vorrei a passo a passo descrivere il mio viaggio, e dire quale senso di religione afferrò con forte mano il mio cuore e lo sollevò in alto, colà dove l’unghia d’Eva non graffia.

Ben possono i filosofi moderni prendere le antiche fole e le parole dei savi e dei profeti e formarne un’antologia o un vocabolario pazzesco per l’istruzione delle nuove genti!

Tra questi filosofi e critici riconobbi me stesso; ma in verità noi non potremo impedire che quelle parole antiche siano orientate, come veramente sono, verso la luce. Tristi minatori del pensiero, lavoriamo, lavoriamo! la galleria che si scava sprofonda verso l’abisso!

*

Ohimè questa specie di spiritualizzazione dell’anima durò soltanto per quel giorno, come una nube lieve penetrata dal sole; durò finchè davanti a me ebbi l’Appennino selvaggio, deserto, immenso, che pareva non avesse confine. Ma perchè i filosofi moderni non vanno a scrivere in qualche luogo romito! perchè non si levano quando la stella di Venere sorge su le vette dei monti!

Quando giunsi all’Abetone, l’anima si ricondensò [64]e la nube si sciolse e scaricò in miserabile pioggia.

All’Abetone trovai il mondo in piena civiltà internazionale: grandi Hôtels, luce elettrica, automobili, chauffeurs, le solite signore vestite secondo il culto feticista imposto dalla moda; camerieri in grande sparato e abito nero, bambinaie che parlavan tedesco; signori dal vestito impeccabile: in una parola, il solito culto del «Vitello d’Oro». Questa specie di culto si riproduce continuamente; ed io penso che Mosè, se tornasse al mondo, si risparmierebbe la fatica di abbatterlo. Qui per forza si diventa filosofi positivisti e demolitori. Orribile questo culto del «Vitello d’Oro»! «Anche perchè non avete mai provato, e non sarete mai in condizioni di provare», mi si può rispondere. «È verissimo anche questo!» Ad ogni modo io, che avevo fatto i miei conti senza i grandi Hôtels e mi ero promesso un riposo di qualche giorno fra quella meravigliosa foresta, mi vi sentii a disagio: ne partii lasciando un po’ di cuore a quei giganteschi abeti, e mi ritrovai alla sera del giorno stesso precipitato in fondo alla Lima.

Sono venti e più chilometri di discesa continua e suppongo che qualcuno pregasse per me, giacchè alla Lima giunsi in perfetta conservazione delle membra, e la bicicletta, pure.

[65]
Ma se l’Abetone era occupato di villeggianti di tipo aristocratico, San Marcello, la Porretta e tutti i paeselli dell’Appennino Pistoiese erano pieni di villeggianti della media e piccola borghesia. Io non avrei mai creduto di trovare tanta brava gente in istato di riposo. «Va pur là, — dissi a me stesso, — che i poveri paria che stanno chiusi dalla mattina alle sei alla sera alle sei nelle officine di Milano, non li conoscono questi lussi! E se poi si sfogano con qualche po’ di baccano, di sciopero e di proteste, che diritto hai di brontolare su la fine del mondo, o placido borghese che qui leggi a fatica il giornale nella poltrona di vimini, al fresco?»

All’albergo di San Marcello Pistoiese mi fu concesso per grazia un posticino in fondo ad una gran tavola di villeggianti, e quando tutti furono serviti, la servetta venne a servire anche me.

Avevano un gran contegno quei piccoli borghesi, quasi come gli aristocratici dell’Abetone.

Ho ancora nell’orecchio il lungo discorso che un piccolo brutto uomo, tutto ritinto e calvo, teneva con fluidissima voce toscana ad alcune signore intorno al matrimonio. Diceva spesso: — Io non lo cerco e non lo fuggo il matrimonio: io aspetto che venga da sè!

[66]
— Per piacere, — domandai alla servetta, — che cosa fa qui tutto il giorno questa gente?

— Oh, la non vede? — mi rispose lesta lesta. — Mangiano, dormono, passeggiano, passano le acque e fanno delle ciarle.

Bisogna proprio perdere ogni idealità e diventare filosofi demolitori!

*

Allora sentii più vivo il desiderio di arrivare presto alla piccola casetta solitaria presso il mare; di vivere fra quei pescatori ancora in istato semi-nativo.

E per Bologna presi mio cammino, e di qui per Romagna.

*

Cadeva il quinto giorno da che ero partito da Milano, quando finalmente giunsi a Savignano. Qui — lasciata la via Emilia — mi internai per una ben nota stradicciola che corre lungo i meandri di un fiumicello, il quale tanto va superbo di un suo illustre nome antico (è uno dei pretendenti al titolo di Rubicone) quanto è povero di acque e di corso.

Il mare vicino faceva anelare i pioppi stormendo, come un respiro fresco dopo l’afa diurna. [67]Sentii il colore della luce, calda come d’oriente, che il sole dona con speciale munificenza a quell’angolo ignoto di terra, e mi sorrise l’illusione che essa debba arrivare anche a quelli che giacciono sotto terra, e le tenebre ne siano consolate: mi parve (o sogno, dono di Dio!) che riposando un dì sotto quelle glebe natìe, udrò ancora il susurro del mare.

Così pensavo e la bicicletta andava, quando mi venne incontro un grido di gioia ed un giovinetto; ed il grido formava quel nome che suona caro più di ogni altro al cuore dell’uomo. E nel modo stesso che il cane fedele corre avanti e indietro al padrone, così quel giovinetto non sapeva se fare festa a me o ritornarsene ad annunziare la mia venuta alla nonna, che attendeva nella casetta: la casetta di cui si scorgeva la finestra a piano terreno, illuminata.

Passammo davanti alla fontana: essa nella sera facea cadere le liquide perle entro la conca di pietra, armoniose come un canto domestico. Io scesi dalla bicicletta; il giovinetto prese il manubrio e guidò la macchina.

— Sì, è bene, — dissi io, non ricordo se a lui o a me, — è bene che tu regga parte del mio peso, oramai. Si invecchia, figliuolo!

— Sai la novità? — disse lui festevolmente. — Io [68]ho imparato a mente in questi giorni tutto il verbo possum!

— Bene, figliuolo mio! Questo verbo è infatti un composto di sum, che vuol dire io sono, e di potis che vale potente, senza la quale aggiunta, l’essere vale meno che nulla. Con quel potis-sum tu risolverai bene tutte le questioni in cui ti incontrerai nella vita. Impara sì, caro, il verbo possum a memoria, e sappi metterlo in esercizio. Esso vale almeno una laurea di filosofia.

Una testa grigia e due altre testoline bionde, care per diverso, ma non meno vivo amore, si scossero al nostro arrivo. La mano toccò la mano, le labbra le labbra.

*

Quando fu piena la notte, giunsero al mio orecchio il respiro del mare e il respiro dei bambini, dormenti nella stanza vicina. La notte era azzurra, rotta qua e là da splendori d’oro: le capanne dei pescatori che si ridestano. Le stelle trapuntano il cielo come un confuso ricamo: il mare le riflettea con un moto invisibile, onde in me ricorse quella illusione che riappare talvolta in chi è infermo per estenuazione della mente, ovvero in chi ha il cervello ebro di passione come in quella mattina [69]a Lama Mocogno, quando vidi le piramidi nere dei monti elevarsi verso la stella di Venere: forse è un germe lasciatoci dall’anima primitiva del genere umano: «Non sarebbe improbabile che Dio esistesse».

*

Di chi è questa voce che si diffonde pei campi?

È la voce del turpe rospo terrestre. Egli suona nell’aria calma come una pura campana di cristallo.

[70]
V.
La vecchia e il porcello.
Bere il caffè e fumar la pipa al fresco d’estate è un piacere degno di Giove Olimpio; però ciascuno si può cavare questa voglia, se ha l’abitudine di alzarsi presto.

Tuttavia il godimento è tanto maggiore, quanto più uno lo ha condito in antecedenza col lavoro e con la fatica salutifera.

Da questo lato non ho rimorsi nel mio ozio, e perciò con letizia maggiore che non si possa pensare, bevo il caffè e fumo la pipa, la mattina, all’ombra di questa casetta di pescatori.

Questa casetta appartiene ad un villaggio presso il mare, e il suo nome io l’ho già svelato. Gli abitanti e le abitazioni possono — io credo — fornire ad un archeologo elementi bastevoli per ricostruire al naturale una città trogloditica: un filosofo può fare degli studi sul prodotto umano allo stato naturale.

Il sole si è levato a pena e pende sul mare; ma le casette, disperse su le dune, fra le betulle e i tamarischi, dormono ancora. Però la vecchia — la madre del pescatore da cui ho [71]preso in affitto questo loghicciolo — ha già aperto l’uscio della sua capanna. Nelle prime mattine ero sorpreso sentendo la sua voce chioccia brontolare nel dolce silenzio, e non sapevo con chi parlasse, perchè nell’aia e intorno alla casa non c’era alcuno a quell’ora. Oh, con chi fa diatriba questo grinzoso demonio in gonnella? (Giacchè costei è la vecchia bacucca, la befana, la strega, il terrore dei bambini. Non la vedemmo noi una sera al lume di luna, in camicia — orrore! — uscire tutta feroce dalla capanna, con la scopa levata, desta al rumore di alcuni monelli che osavano saltare la sacra siepe di confine del suo orticello? Questi fuggirono come passeri: ella rientrò brontolando come il tuono che si allontana.)

Finalmente ho scoperto il mistero. Essa parla discretamente con le galline e con il maiale. Invita le galline al pasto dell’intrisa crusca, e le pingui e prepotenti garrisce perchè facciano posto ai grami galluzzi; poi, mentre tutti bezzicano, alterna all’una o all’altra l’amorosa persuasione e l’efficace rimprovero. Con quelle che fanno l’uovo, usa espressioni di cuore amoroso; ma quelle, di cui il nido non porta l’uovo, afferra, e per cura di fecondazione, immerge a lungo nell’acqua fredda, e soltanto quando le ha tratte fuori impaurite e mezzo [72]soffocate, ammonisce di far bene l’uovo. Questo metodo, di punire prima e quindi redarguire, dispiace ai troppo pietosi pedagoghi moderni: vedo però che con le galline è efficace. Ma col maiale è molto indulgente anche lei, la vecchia bacucca! Questo maialetto è giovane, roseo, balioso, adiposetto ormai, tanto che il saltellare gli è grave. Mi ricorda alla lontana certi giovincelli in quel che lasciano il limitare della scuola per quello della mondanità: se non che la vecchia dice del suo porcello che «ha più giudizio di un cristiano!» il che è almeno dubbio per certi giovani.

Tempo fa il porcello era infermo. Oh sventura! come gli si assise accanto, come lo grattava, e gli tastava il calore della febbre fra le cluni; come dicea sè meschina ed in mal ora nata!

— Confortatevi, nonna, questo giovinetto maiale ha fatto una indigestione di scorze di angurie e di meloni, di cui tutte le serve del vicinato gli fanno omaggio. Un poco d’olio, nonna, e passerà, — dissi io.

Disgraziato maiale! egli crede — sì la guarda coi piccoli occhi — che l’amore della vecchia bacucca sia disinteressato! No, non è disinteressato. Del resto, felice te, che ignori l’autunno, che ignori come ogni tua copiosa mangiata avvicina il tempo in cui il coltello [73]ti scannerà, e il tuo capo, cinto d’alloro e posto su largo piatto, ornerà la vetrina di un salumiere. I tuoi genitori, o porcello, non ti hanno insegnato questa dolorosa scienza della vita per il fatto che essi stessi la ignoravano; se no, non ti avrebbero procreato. Questo fenomeno stesso forse avviene anche per noi, ed è l’Inconoscibile il vero propulsore che manda avanti la macchina della vita.

— Nonna, quanti anni avete? — chiesi un dì alla vecchia.

— Più di settanta! — (Ne ha più di ottanta, ma o non lo vuol dire o non lo rammenta.)

— Vi ricordate del tempo del Papa, quando da queste parti non correva il vapore?

— Allora ero giovane, — rispose, — e non ricordo più! — Diceva «giovane» e doveva avere allora quasi cinquant’anni! Ma la natura le ha tolto la memoria, e così ha attaccato una seconda vita a quella cartapecora! Anche le ha tolto gli affetti, e la voce non gli è più rimasta che per rimbrottare: per tale modo la vita fisica si prolunga fuori del limite comune.

Però l’altra mattina, domenica, l’ho sorpresa nell’atto di porgere al figlio, che è nonno alla sua volta (benchè abbia tutti i capelli ancor neri: in questo villaggio — forse perchè [74]trogloditico — la gente stenta a invecchiare e ad ammalare), l’ho sorpresa — dico — nell’atto di porgere la camicia di bucato e gli abiti rammendati: infonder l’acqua nella catinella e consigliare il civile sapone come un omaggio al giorno — almeno — del Signore. Oh, mirabile sopravivenza di anima materna anche nella cartapecora! E pur domenica ho intesa la nuora leticare con la nonna per cagione delle nipoti. Queste vanno pazze pel ballo, e la nonna non vuole, non vuole che vadano al ballo pubblico della domenica, il ballo così detto «del baiocco» perchè ogni ebro villano che entra a fare un giro, paga un baiocco; indi afferra e balla.

— È che siete cattiva! — scoppiarono in coro, piangendo, le due ragazze.

E allora intesi questa risposta della nonna:

— Nelle vie del bene non sono cattiva!

Mi parve risposta di sapiente antico. Da allora ho osservato più accortamente questa vecchiarda ed ho emendato il mio giudizio, nella qual cosa esiste il meglio dell’umana sapienza: emendare il proprio giudizio. Questa ottantenne è il genio occulto della prosperità di questa casa di pescatore. Le mani di lei non posano mai; raccoglie lo sterpo e lo sterco; accatta il ciottolo; stende il bucato su la siepe; rinforza con spini la siepe, e, quando [75]il sole arde nel meriggio, lava presso la pozza ombrosa o trae con la bava il filo della rocca antica; sottopone al testo le brulle e vi gira la piada, cara a te, Giovanni Pascoli! E l’attività microscopica del minuto, previdente, incessante, che ha prodotto il benessere dell’umile casetta. Allora fiorì nella mia mente la bella voce latina, onor delle donne, sedula! cioè «operosa». E fiorì, olezzante come fiore di campo, quello stornello del Pascoli, che comincia:

Al cader delle foglie alla massaia

non trema il vecchio cuor, come a noi grami,

chè d’arguti galletti ha piene l’aia.

*

Ma come il sole monta e si rafforza la luce, meno grata si fa l’ombra della casetta. Qualche mattiniero esce all’aperto, qualche massaia appare in gonna bianca. Ecco i villanelli, e le villanelle su per le dune, con grida grandi e gioiose di richiamo: «Pane, pane, pane! Polli, polli, polli! Latte, latte, latte!» e le scalze donzellette librano atticamente sul campo, a mo’ di canèfore, le grandi ceste dei pomidori stupendi, dei profumati meloni, dei fichi che sudano miele, delle perlacee susine, della rugiadosa uva moscata; e nel deporre il [76]cesto e nell’accosciarsi per mostrare la merce, hanno un certo moto muliebremente lascivo. Tutto ciò è molto idillico, se non che queste donzellette tirano al centesimo; provano il bronzo del soldo e per colmo di precauzione respingono inesorabilmente anche le monete delle due repubbliche, francese ed elvetica: in quanto a questo non riconoscono che la monarchia di Savoia, ove però non abbia «il collo lungo».

Anche la fanciullina che s’avanza nell’aia timidamente, con in grembo i piccioncini, ancora implumi, ovvero la loquace anitra, sa a qual prezzo deve cederli: questo è dopo il segno della santa croce, l’essenziale insegnamento che riceve dai genitori. A ben pensarci, qui, come a Londra, come a Milano, è sempre affare di borsa. L’idillio è la cosa parvente, è l’estetica che nasconde la cosa reale, cioè il lavoro per la eterna fabbrica della vita! E gli uccelletti che cantano nell’aria la gloria del Signore, secondo che scrivono gli asceti e i poeti; e i guizzanti pesciolini, che a prima vista sembrano ornamento e vita degli elementi, fanno anzi tutto degli affari, si divorano fraternamente. Come faremmo bene ad andar cauti prima di ripetere l’eterno vanto che l’uomo domina la natura!

— Mia cara bambina, — dissi, — io comprerei [77]volentieri per ventisei soldi questi tuoi piccioncini, però mi fa pena dover tirar loro il collo. Vedi come sono felici? come si baciano?

— Oh, se è per questo!… — e avuti prima i soldi, in un attimo, quei piccioncini che prima teneva così dolcemente in grembo, la bambinella me li offerse col collo stroncato e il becco sanguinante.

*

Oh! ma ecco levato anche paron Jusèf, il vecchio pescatore, il naturista, il vegetariano, il buddista, che sta ore e ore a tessere reti presso la riva del mare, il fisiologo, il filosofo, il vegetante novantenne! Sua prima cura, al mattino, è quella di studiare il mare, le nubi, il vento, i barchetti, in cui a lungo s’affissa. I suoi capelli sono appena grigi, la sua dentatura spezza ancora bene le croste della piada secca. Egli dice a chi capita che non ha mai saputo che cosa sia dolor di testa, tosse, raffreddore.

— Sa lei, — mi disse un giorno, — che c’è nel mondo una cosa che mi fa sempre più meraviglia, che la trovo sempre più bella?

— Quale, paron Jusèf?

— Svegliarsi la mattina e poter muovere le [78]gambe; aprire gli occhi e vedere tante cose! — Meditò un poco, poi aggiunse: — Eppure bisognerà, una volta o l’altra, decidersi a morire.

— E vi dispiace morire?

— Vedo che gli altri — la mano traccia una direzione lontana — non dicono niente!

*

Ma come si fa a ragionare di filosofia, a parlar di morte in questo palpito di vita ardente, fra queste grida, richiami, canti di venditrici? È tutta una processione di ragazze che vengono ad offrire la merce dei loro cesti. L’unica sottanella, succinta, disegna ampie forme femminee, seni che non sono materni e non si direbbero più verginali.

Le bufere del mare rendono aspri e sconvolti i loro capelli, roca e forte la voce, selvaggia la linea classica del volto. Ma, anche senza il greve cesto sul capo, il loro busto si muove al ritmo del passo lento e leggiadro. Ciò turba profondamente ogni metafisica, cosa nota anche a Calandrino. Queste ragazze sono le pescivendole: sorelle, figlie di pescatori. Aspra e pur gioconda vita è la loro, quando lavorano. Alla punta del dì sorgono dai giacigli, attaccano l’asino, pongono sul baroccino [79]i cesti della pesca, e giungono al mattino nei borghi circostanti dove vendono il pesce. Mi si assicura, ed io non stento a credere, che se quegli asini avessero la virtù di parlare, come fece l’asina di Balaam, potrebbero raccontare di certe loro consuetudini da imbruttire il volto di un moralista puritano: consuetudini primitive e naturalistiche che temperano il rigore della legge sul matrimonio. Comunque si giudichi, qui è ignorata l’agitazione per il divorzio. Qui si compie prima ciò che nella società avviene deplorevolmente dopo.

Questo isteron-proteron risolve il grave problema.

Belle col cesto come antiche canèfore, più belle ancora traenti — erette, scarne — il filo dalla rocca, lungo la riva del mare!

Ma non batta allora a danza il martelletto di un organo! Giù il cestello, via la rocca: le figure ieratiche si scompongono. Pare un coro a tondo su antico vaso.

*

Il postino compare per l’ultimo, quando l’ombra è stata divorata dal sole. L’arrivo del postino è desiderato e giocondo. Giacchè noi possiamo desiderare di vivere solitari e separati [80]dai nostri simili: nessuno — credo — desidera di essere dimenticato. Sembrerebbe un precorrere della morte.

Un semplice biglietto è per ciò cosa piacevole, perchè dimostra che un fratello in umanità ha pensato a voi. (Le lettere contenenti i conti dei fornitori formano eccezione a questa legge.)

Eppure che disgusto mi fece il biglietto di visita, inviatomi dal giovane amico, dottor Alberto X….!

Io aveva gran stima di lui, e l’ho perduta d’un tratto! Io desideravo tanto di conoscerlo di persona, ma adesso mi è indifferente. Pensare: un giovane italiano che invece di inscriversi in uno dei tanti reggimenti della nostra burocrazia, ha il coraggio di andare all’estero a rappresentare il valore italiano, non al modo dei nostri emigranti analfabeti, ma con gli scritti e con la parola sapiente, è cosa rara.

Ed ora?

Ora mi invia questo biglietto:

DOTTOR ALBERTO X….

e sotto era scritto a penna:

CAVALIERE ECC.

Ho voltato subito il biglietto per esaminare se v’era scritto altro: niente altro: ho guardato [81]per terra per sorprendere se a caso fosse caduto un fogliettino: ma per terra non c’era niente. Non aveva — evidentemente — altro da comunicarmi che codesto cavaliere.

Ma ciò è grottesco! qui si tratta di una circolare! E la manda anche a me! Mi sono levato; ho abbordato col biglietto in mano alcuni conoscenti:

— Mi faccia il piacere, mi interpreti questo biglietto!

— È semplice: questo signore dà l’avviso che è stato nominato cavaliere. Che cosa credeva che fosse?

— È ben quello che ho pensato anch’io!

— E allora? (Cioè «e allora c’è bisogno di scalmanarsi tanto?»)

Via! rientriamo in noi; vediamo di ragionare, non facciamo scorgere le anomalie del pensiero. Questa è cosa dannosa.

Non si può intanto negare al mio amico che un titolo cavalleresco è molto comodo quando si deve parlare coi camerieri. Per un tenore o un baritono è quasi indispensabile essere cavaliere! Sì, ma il mio amico, benchè tenga conferenze, non è un tenore: egli si vanta di essere un sapiente e di stendere la mano agli aurei pomi del giardino delle Esperidi; ed ora ha l’ingenuità di inviare a me questo fico secco della sua onorificenza!?

[82]
Via; non esaltiamoci di nuovo: ragioniamo ancora. Innanzi tutto i pomi delle Esperidi non vanno in commercio, i fichi secchi sì, vanno. Inoltre, come non tutti i tenori non sono eroi, e molti baritoni che alla ribalta sono tremendamente tragici, alla trattoria sono i più onesti e lepidi mangiatori del mondo, così similmente basta essere sapienti per quel tanto di tempo che si sta sul palcoscenico della vita. Quelli, anzi, che rimasero sapienti anche dietro le quinte, fecero tutti fine infelice.

E indubbiamente l’amico mio è giovane di molti studi: ma gli studi e l’erudizione contengono assai poca quantità di sapienza. Il povero popolo crede che ne contenga tanta, perchè giudica dall’esteriore: ma vero non è. E ne sia prova questa, che una folla di analfabeti nel moto della passione si comporta come una folla di gente addottrinata. Così se noi imprimiamo il moto ad un disco ove siano i colori dell’iride, appare bianco come un disco che è tutto bianco.

«Via, — dissi a me stesso, — compatiamo l’amico che se ha sbagliato, ha sbagliato soltanto nel non aver conosciuto il tuo orgoglio; e mandiamogli un biglietto di congratulazione!» Ma se vi sono dei vecchi coi capelli bianchi che giuocano ancora sul cavallo a dondolo del cavalierato!

[83]
*

Questo insulso fatterello ha però alcun grave senso: ha scosso profondamente un’opinione di cui avevo fatto sfoggio sino allora: in politica avevo creduto — con piena convinzione — che il voto del popolo semi-analfabeta, uguagliato al voto dell’uomo addottrinato, fosse un’ingiustizia enorme delle democrazie odierne. Mi ricredo.

Ma il bello è che Platone, questo mirabile ampliatore di anime, trattò di questo umanamente nel suo «Protagora»; e la volpe nella favola di Esopo assicura che il sapere di lettere non è sinonimo di saviezza.

[84]
VI.
Il signor Capitano.
Oltre al postino, oltre a paron Jusèf — vecchie conoscenze — ho salutato con piacere Pirùzz e ho invidiato la sua vita.

Egli si leva prima del dì, e pensa — come un uomo primitivo — a procurarsi la vita con le sue mani. Caccia o pesca secondo la stagione ed il tempo. Ha sempre fatto così, e in conseguenza conosce tutte le abitudini dei pesci da spiaggia, ripete d’incanto tutte le voci degli uccelli. Le ante della sua botteguccia di tabaccaio cantano al sole dalle infinite gabbiette.

Questa abitudine di convivere con le bestie, gli ha conferito un’indole molto allegra.

Ritorna a casa, si siede su d’uno sgabelletto all’aperto e lì sventra in tutta pace rane, bisatti; spela spippole, farlotti; li monda, risciacqua poi, accende la stipa; trae religiosamente da una credenza antica l’ampollina dell’olio e il bussolotto, ben chiuso, del pepe e cuoce. Si vanta d’essere un «cuoco finito».

Certo è che con quelle due gocce d’olio e [85]quel pizzico d’aroma opera a meraviglia, o su la teglia, o sul testo, o in graticola. Evidentemente egli non conosce soltanto la vita, ma anche la morte degli animali. Cotto, il cibo è versato in un’unica scodella, completata da due forchette: la scodella è posta su d’un tavolinuccio zoppo; ad un lato lui, di fronte siede la moglie Placidia, la cui prosperità contrasta col nome bizantino.

Mi domandano se voglio favorire. Ma io non voglio favorire la vostra colazione; io vorrei favorire la vostra placida lietezza coniugale. Senza tovaglia, un piatto unico di coccio, due forcine di stagno! Ecco il segreto per non far volare le stoviglie su la mensa coniugale.

— Piruzz, via, andiamo a bere un bicchiere dall’oste!

Lo conduco a stento.

— Ma perchè?

Crolla il capo, poi dice: — Veda, dopo mi viene troppo vigore. È mo’ vera, Placidia?

Quando fummo dall’oste — e Placidia non c’era — si morse l’indice ripiegato, e sospirò un «Eh!» comicissimo, rivolto al Signore. Io scoppiai dal ridere.

— Alla vostra età, Piruzzo? Vergogna!

— Ma io non me ne accorgo mica d’avere sessant’anni! È che queste… donne vogliono vedere la bella gioventù!

[86]
Evidentemente — io pensavo — al tempo dei trogloditi non usavano pomate per la calvizie, non usavano stimolanti. Si dirà: Perchè non c’era il progresso!

Ma no; perchè non c’era di bisogno!

Più giustamente osservava Piruzz: — Guai, veda, se il contadinaccio dovesse bere vino e mangiar carne tutti i giorni! Non si salverebbe nessuno.

*

Con piacere anche maggiore ho riveduto il signor conte, ex-capitano dei granatieri. Egli appartiene ad una piccola compagnia — gente che viene qui per l’estate — la quale fa circolo al mattino attorno al deschetto del calzolaio della borgata: circolo aristocratico, perchè c’è anche un marchese. Ma in Romagna la nobiltà ha costumanze alquanto diverse.

Io amo di stare vicino al signor capitano non soltanto perchè è una garbata persona, ma anche perchè produce un effetto refrigerante, con l’immacolato e profumato candore delle sue vesti.

Da molti anni ha abbandonato il servizio militare, e il periodo avventuroso della sua vita cadde in quel tempo in cui gli ufficiali [87]portavano le gambe imprigionate da calzoni a maglia.

Egli sin da allora prediceva il tempo della libertà per le gambe entro calzoni razionali, e ne dava l’esempio.

Ma quei calzoni venivano considerati dai superiori come un esempio non di razionalità ma di strafottenza.

A quel tempo non esisteva nell’esercito la propaganda anti-militarista e perciò gli indumenti ipertrofici del signor conte avevano l’onore di essere considerati con più importanza che non meritassero.

Eccettuato l’affare dei calzoni, il signor conte serba il più gradito ricordo della milizia.

Divenuto cittadino libero, egli è rimasto fedele ai suoi calzoni, ed io non posso pensare a lui senza avere davanti agli occhi un barbaglio refrigerante di tele candide e finissime, dal soave profumo, sostenute da calze ciclistiche di seta nera e scarpette lucidissime.

Da quella candidezza di vestimenta viene fuori un faccione bonario, arsiccio, che non sarebbe stato brutto se la natura l’avesse ritoccato e raddrizzato; invece se ne dimenticò e lo piantò lì, appena abbozzato. Una densa capigliatura, quasi bianca, contrastando con due corti, puntuti, ispidi baffi rimasti quasi neri, appiccicati nello spazio, grande, che divide [88]il naso dal labbro, mi porge l’illusione di una di quelle parrucche con cui sono rappresentati i granatieri del Piemonte Reale nel secolo XVIII. È scapolo; ma gode di tutti i vantaggi della famiglia — convivendo a suo modo — con la famiglia del fratello, gentiluomo campagnuolo, cara persona anche lui.

La pratica della bicicletta, di cui fece conoscenza soltanto in questi ultimi anni, ha segnato il colmo della sua felicità di abitare in questo mondo.

Non si creda però che il signor conte sia una folgore della bicicletta. No, la sua bicicletta va molto blanda e spaventa solo col fragore della tromba la quale è della proporzione del berretto e delle braghe.

Questo entusiasta del ciclismo ha sempre rifiutato le proposte di piccole gite, con scuse di dubbia fede.

Ciò mi ha fatto molto meraviglia, ed ho cercato di scoprire la cagione.

Eccola quale il signor conte mi fece capire: appena i pori del suo corpo cominciano a traspirare, egli sente imperioso il bisogno di copiose abluzioni, il suo passo, quindi, è regolato sulla secrezione sudorifera dei pori: ora, dato il calore del luglio e il polverone delle vie, egli si trova ridotto alla quasi immobilità.

Però un giorno che un grande acquazzone [89]avea rinfrescato l’aria e spento la polvere, vedo il signor capitano di ritorno in bicicletta.

«Ma questo è un carro bagagli» — dissi fra me vedendolo arrivare, e arrivava dolcemente, ma con cupo rombo del corno. Egli aveva non soltanto la borsa fra il telaio, ma su la ruota posteriore un suggesto, carico di roba.

— Vengo da X…., — esclamò festosamente da lungi, alzando la mano e cessando dal premere il corno: indi come fu disceso, disse: — Ventiquattro chilometri fatti splendidamente: non abbiamo avuto una panna! Le pare ancora un poco grave? — aggiunse, scrutando con occhio strategico la sua bicicletta.

— Io direi, — risposi.

— Eppure è ridotto ai minimi termini.

— E lei intende con questo bagaglio di recarsi a Parigi?

— Certamente. La partenza è stabilita con data improrogabile la primavera ventura. Ora sto allenandomi.

La visita a Parigi è necessaria al completamento della sua vita. Un mussulmano non muore in pace se non ha adorato la Mecca: un archeologo se non ha visitato Atene. Per il signor capitano Parigi è la Mecca e l’Atene di quell’amabile galanteria in cui trascorse la sua giovinezza rumorosa e serena. Ma non si pensi male, non si creda che malsani e inverecondi [90]desideri allignino in lui: la sua gioventù fu ben consumata, come il suo vistoso patrimonio fu ben assottigliato. Ora che i capelli sono bianchi, egli è diventato semplicemente un erudito, un antiquario — ma un antiquario sereno e filosofo — della galanteria.

Nella stanza silenziosa e grande della sua villa, egli colleziona, trascrive, compulsa i documenti delle donne che furono famose nell’esercizio della galanteria aristocratica.

Un dotto, seguace del metodo storico, può essere premiato in un concorso del ministero della Pubblica Istruzione se colleziona una serie di documenti inediti, poniamo intorno ad Elena, moglie di Menelao. Il signor conte — unicamente per suo diletto e senza vista ambiziosa — collezionava i documenti, invece che su le «donne antique», su le donne contemporanee.

Aveva cimeli, codici, autografi di gran valore.

Siccome però in casa c’erano delle nipotine, già giovanette, così egli possedeva una chiave segreta della sua biblioteca da sfidare ogni curiosità.

Le conversazioni su gli studi archeologici del signor conte erano del più alto diletto e sommamente istruttive per la serenità filosofica da cui erano improntate.

[91]
Ho potuto constatare che egli non aveva letto le opere lombrosiane intorno alla natura del genio: eppure — se avesse avuto piena coscienza del valore de’ suoi studi — avrebbe potuto aggiungere un capitolo ragguardevole alla psico-fisica del genio; includendovi la genialità della donna. La galanteria era la forma con cui si manifestava la genialità della donna. Esistono peculiari stigmate somatiche del genio della donna, come per il genio dell’uomo. Il genio-maschio può svilupparsi in ogni classe sociale, così il genio-femmina: v’è la duchessa che diventa zingara, come v’è la zingara che diventa duchessa. Il genio-maschio è essenzialmente intuitivo: così il genio-femmina. V’è anche nelle donne la geniale, e la genialoide. Patrimoni saltati per aria, cervelli fatti saltare, straordinari avvenimenti, anche nella politica, sono conseguenza del genio-femmina. Il genio-maschio fa progredire a grandi impulsi la civiltà: il genio-femmina è il propulsore di quasi tutto il lavoro dell’uomo. L’uomo geniale è rivoluzionario; la donna geniale rivoluziona tutte le teorie morali, sconvolge l’ordine delle leggi, disorienta i cervelli e le famiglie.

Si nasce geni. E perciò è spregevole l’uomo che spinge la donna su la carriera della genialità. Il signor conte non ha rimorsi da questo [92]lato: egli ogni volta che vide la donna, circondata dalle nobili spine della virtù, ha fatto il saluto, da lungi!

E gentiluomo compiuto, senza alcuna smanceria senile, rimane coi suoi capelli bianchi.

Distribuisce ai bambini un grande numero di gianduia e di caramelle. — Oh, piccolo tributo, invero, per un individuo che è rimasto esente dal grave peso della paternità!

— Ancora, signor conte, — dissi io, depositario segreto di questi studi, — quella monografia geniale è straordinariamente interessante.

Sarà per un’altra volta.

Guardò l’orologio. — È tardi, — disse, — e devo condurre le mie nipotine alla messa.

Era domenica: e poco dopo passò il calesse del signor conte, che conduceva le belle e buone nipotine alla parrocchia lontana.

[93]
VII.
La costruzione della tavola.
Io lo so, cari bambini, quello che voi volete. Voi volete cenare all’aperto come tutti gli altri: e su la tavola volete un bel lume. Certo fa piacere in su l’ora del tramonto, quando i barchetti riposano sulla riva e le vele rance si accartocciano e dormono, fa piacere, volgendo lo sguardo all’intorno, osservare presso le casette — sparse lungo le dune — le piccole allegre mense. Dopo, si spegne la lampada del sole e si accende quella a petrolio o a gas acetilene. Poi v’è dove si balla, v’è dove, con le coperte del letto, improvvisano un teatro; e ce ne vuole, cari bambini, di consigli e di grida: «A letto, a letto, bambini!» Bisogna portarvi a letto che già siete addormentati. E dopo dieci ore di sonno profondo, voi scendete giù in cucina e trovate la tazza del latte, appena munto, e il cumulo delle fette di pane; e il mare che vi sorride nel sole e vi esorta di fare in fretta a mangiare e correre a lui: senza lavarvi, vero? perchè vi laverete nel mare. Ah, dolci cose e sempre belle [94]e sempre nuove! Ringraziate Iddio almeno, e…. siate un pochino più buoni con me. Senza di me, il latte del buon Dio non verrebbe sino alle vostre labbra. E poi? E poi ricordatevi di questi giorni tutto sole e niente nuvole, ricordatevene per poter dire che la vita è pur bella! Ma già, o ironico destino, essa è bella quando noi non ne abbiamo conoscenza e coscienza.

Ma bando a ciò: voi dunque volete la tavola da metter fuori all’aperto. Ora conviene ordinarne una al falegname, perchè quella che è in questo minuscolo stanzino da pranzo («Dove si soffoca» voi dite. «Verissimo, oh, come bene trovate le ragioni che fanno per voi!») è di greve quercia, e a stento passerebbe per la piccola porta.

— Ci vorrebbe, — voi dite, — come hanno tanti; una semplice tavola greggia di abete, la quale poggia sopra due cavalletti.

— Egregiamente, se non che il falegname è troppo occupato per fare questo lavoro in giornata, e poi domanda di troppo: quindici lire. Il vostro desiderio, bambini miei, non vale le quindici lire. Tuttavia voglio accontentarvi — e così ho pensato: La tavola la farò io.

— Tu? — e il più piccino mi allungò il dito, e il suo sorriso esprimeva non soltanto la meraviglia, ma era atteggiato a quella espressione [95]che fiorisce col fiorir del pensiero, cioè all’ironia.

(Anche tu, piccino, — meditai, — già pensi come la gente del volgo. Tuo padre, perchè vive sui libri, è incapace di lavori veramente utili. Ebbene, vedremo, e ti dimostrerò come chi si compiace in Platone del verbo di Socrate, impara in un attimo le cose minori della vita. Il vero sapere è essenzialmente armonia, se non che quello che ora penso non lo capirai mai, piccino.)

Meglio così.

Una voce di amorevole, ma purtroppo costante contraddizione, la quale è legata alla mia esistenza — aveva aggiunto tal chiosa, ed io tacqui.

*

Al mattino — o care albe rosate — io avevo pronti sull’aia sega, martello, tenaglia, pialla, chiodi, metro e squadra; e come dalla bottega mi furono mandate le tre asse di schietto abete e tre mezzi murali, mi posi all’opera.

Il canto stridulo della sega destò i bambini, e con grande impazienza si dettero la voce che il buon lavoratore già lavorava. Onde discesero con grande impazienza a veder l’opera nuova.

[96]
In quel lavoro mi sovvenni di un’eccellente massima che udii or fa gran tempo da una contadina: «cento misure e un taglio solo»; e finchè il sole non fu alto, il lavoro procedette abbastanza bene, ma quando esso salì e distrusse l’ombra a ponente (nè quella a settentrione era ancora formata) la fatica cominciò a farsi greve, e la maglia che mi copriva era imbevuta di sudore. Ma è evidente che si trattava di una fatica di nuovo genere: lavoravano cioè entro il mio corpo altri operai della vita che non quelli che sogliono lavorare abitualmente; operai più allegri.

Della qual cosa mi fece avvertito un mio collega, il quale, passando per il sentiero che fronteggia l’aia, si era fermato ad ammirarmi.

Ed io, levando la faccia, ben lo scorsi attraverso il sudore, ed egli mi disse allora:

— È la prima volta che vi sento cantare.

— Io cantare?

— Voi proprio.

*

Ciò mi accadde per la prima volta — che io ricordo — di cantare lavorando. Nei miei consueti lavori, non goccia il sudore. Bensì talora altro goccia! Ma allegro canto non mai!

[97]
Questa è buona chiosa per chi deve cominciare la vita e scegliere una carriera, o bambini!

*

Alla sera la tavola si reggeva alla bell’e meglio sui due cavalletti e, coperta di una tovaglia pulita, era pur bella. E una testa grigia, adorata, era presso le vostre teste bionde!

[98]
VIII.
L’inno dei Lavoratori.
Non c’è dubbio; è stato il postino a spargere la voce che io sono un «signore».

Quanto dispiacere mi abbia fatto questa rinomanza, non saprei dire: non perchè non vorrei essere un signore, ma perchè non è vero, purtroppo!

Dunque, quando alcuno fra questa brava gente grida: «Guerra ai palazzi e pace alle capanne», si rivolge anche a me? A me? Ma io vi mando dal mio padrone di casa: andatelo a dire a lui! Adesso capisco perchè quei piccoli favori, quello scambio di aiuti che i poveri si fanno tra loro — e rendono così umana la vita — a me non si fanno se non dietro pagamento!

Ho domandato una volta alla moglie del calzolaio, quel calzolaio che tiene circolo aristocratico:

— Mi regala quel bel garofano?

E lei mi rispose:

— Vengo mai a domandar niente a casa sua?

Lo disse per ischerzo, lo so, perchè il garofano [99]me lo diede, però uno scherzo ammonitore per un’altra volta.

(Veramente non tutti questi poveri sono poveri: vi sono tanti che hanno soltanto la truccatura del povero e mangiano sul palmo della mano, perchè ciò è economico e poi illude gli altri con l’aspetto dell’uguaglianza; ma hanno il denaro nascosto, la casetta, il piccolo campo.)

Dunque io sono un signore! E non me n’ero mai accorto!

Anzi io sino a qualche tempo addietro ero convinto di essere uno straordinario lavoratore, e mi addoloravo che ci guadagnassi così poco. Se non che una volta che mi lamentavo di questo con un ricco e colto israelita, ebbi da lui la spiegazione che meritavo.

Egli mi stava ad ascoltare col labbro composto ad un amaro sarcasmo e mi pareva vedere in lui una di quelle severe nere teste bibliche, che io avevo intravisto nei quadri antichi: quella testa, dall’abito orientale, si era spostata sopra un impeccabile stifelius, ma l’espressione era la stessa.

— Ma naturale, — disse alfine, — voi vi ostinate in un lusso che appena i milionari si possono permettere.

— Quale?

— Ma l’arte pura, la filosofia, la poesia! Cose [100]bellissime, ma prima commerciate in stracchini o granaglie.

«Insolentia iudaeorum!» pensai fra me, e:

— «Ars severa, gaudium magnum!» — fu la mia risposta.

Ma l’aveva appena espressa, che mi sovvenni come il filosofo a cui è attribuita questa sentenza era figlio di una regina.

Atteggiò il labbro ad amarezza maggiore e:

— Tenetevi il «gaudium magnum», — disse, — ma non lamentatevi.

Che umiliazione ricevere di queste lezioni alla mia età! che rancura nell’accorgersi che la via è sbagliata quando il sole è già piegato al tramonto.

Oh, gli detti ragione, solamente obbiettai che non era cosa agevole per me cominciare il traffico degli stracchini.

— Più facile che non pensiate, — mi rispose seccamente.

Dal giorno che ebbi quel colloquio involontario col ricco ebreo, io mi ero filosoficamente adattato alla mia povera condizione; e avevo capita tutta la ragionevole antipatia del denaro per le mie tasche.

Ma non avrei mai supposto che mi aspettava l’estremo oltraggio di passare per signore, che mi sarei trovato nella sgradevole condizione che i poveri mi respingevano perchè mi stimavano [101]ricco; come i ricchi mi avevano respinto sentendo in me il non grato profumo della povertà. Dunque un filosofo è condannato alla solitudine?

Del resto il postino è degno di scusa. Egli mi vede sulla sedia a sdraio bere il caffè e gustare il fumo della pipa: egli invece, carico come un alpino e grondante di sudore, deve correre per le dune a distribuire la posta.

Egli fu costretto una volta dalla necessità del suo ufficio a consegnarmi, mentre stavo così sdraiato, una lettera del valore dichiarato di lire trecento.

Interrogai il suo sguardo, e il suo sguardo diceva così:

«Se nel mondo ci fosse giustizia, questa lettera dovrebbe passare nelle mie tasche».

«Aspetta che ti voglio mortificare e convincere che anch’io sono un lavoratore!», pensai allora tra me, e la mattina seguente ho collocato attorno alla sedia a sdraio molti libri e scartafacci, e a pena sentii il suo passo levai il capo da un pesante volume, e fissando il postino con occhio assorto dietro le lenti:

— Gran fatica, mio caro! — dissi, battendo con la palma sulla pagina aperta.

— Più fatica questa! — rispose senza rispetto, e si passò di coltello la palma sulla fronte, e buttò via il sudore raccolto.

[102]
*

«Ignorante, — borbottai fra me con mal animo, — tu mi mostri quello che si vede, e mi sbatti quasi in faccia il tuo sudore: io ti vorrei mostrare quello che non si vede: vorrei che tu potessi contemplare la sezione anatomica del cervello di un pensatore e quella del cervello di un pari tuo, e anche i tuoi occhi miopi capirebbero chi ha lavorato di più!»

Se non che per debito di giustizia subito dopo io mi domandai: «Ma sa, questo buon uomo, se io leggo un protocollo di atti emarginati ovvero medito sull’«Immortalità dell’anima» di Platone? E supponendo anche che io potessi fargli capire che al mattino presto c’è un originale che medita sull’«Immortalità dell’anima», potrà egli modificare il suo giudizio su tutti quelli che godono il privilegio di stare in poltrona e sorbire il caffè al fresco, e perciò tengono in riposo, non solo il cervello, ma le braccia e le gambe?»

«E se anche egli sapesse che io medito su una pagina di Platone, non può egli domandarmi: — A vantaggio di chi?»

Già, questo è ozio e non lavoro, otium e [103]non negotium, come sapevano anche gli antichi romani. Otium litteratorum!

Che malinconia questo accordo di giudizi tra il ricco ebreo ed il postino!

*

Eppure! Eppure no! Quando voi, lavoratori, cantate:

Su, fratelli, su, compagni

su venite in fitta schiera,

avete torto di guardarmi con occhio bieco, di non considerarmi come vostro fratello nel lavoro umano, di stringere alleanza piuttosto con certi parassiti della vita sociale che con me! Sappiate che a me il pane nero piace più del bianco, rinuncio al palazzo e accetto la capanna, purchè anche voi accettiate un raggio di questa idealità spirituale, che è purificatrice e liberatrice. Soltanto per essa voi vedrete sorgere il «sole dell’avvenire!»

*

E appunto a questa spiaggia venne una domenica una «fitta schiera» di questo esercito del «Sole dell’Avvenire». Infatti essi inneggiavano al detto Sole.

[104]
Questa schiera, come dava a veder l’aspetto, apparteneva nella maggior parte ai lavoratori della terra e del mare, cioè ai lavoratori delle cose necessarie. (Ogni persona assennata sa che vi sono anche i «lavoratori delle cose non necessarie, e i lavoratori delle cose dannose», benchè questi nomi non siano ufficialmente riconosciuti. I lavoratori e le lavoratrici intorno al culto dell’idolo donna, anche non geniale, appartengono a questa seconda categoria. Io li semplificherei per lo meno; semplificherei gli eserciti mandarineschi degli scribi e dei professionisti, ecc., ecc. Quest’opinione del semplificare è — si intende — una conseguenza della mia grande ignoranza in materia di sociologia. Le persone ignoranti o fanatiche, piantano il chiodo in un’idea, fuori della quale non c’è salute. Il parroco Kneipp vedeva la salvezza del genere umano nell’«acqua fredda»; San Francesco nel buttar via l’orgoglio dal cuore come lo sfarzo dalla persona; io nel verbo «semplificare», il quale verbo è il documento più eloquente della mia inettitudine ad occuparmi di cose sociali, giacchè se esiste una cosa certa nel divenire incerto degli uomini, è appunto il verbo «complicare!» Oimè, come ti annebbi, sole dell’avvenire!)

Questi lavoratori della terra e del mare apparivano [105]molto felici del giorno concesso dal Signore per il riposo.

Venivano in «fitta schiera» con una fanfara alla testa, per inaugurare il vessillo di una Società operaia ed ascoltare, di conseguenza, la predica di un loro oratore d’occasione.

O buono e mite Amintore Galli, la musica del tuo inno non sarà proprio bella, ma è terribile: almeno fa un effetto terribile. Quella nota che cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso:

Splende il sol dell’avvenir

è di un effetto indiscutibile.

Questo effetto poi era quella domenica moltiplicato per la stranezza del vestire di quella moltitudine. Con quel sole ardente, tutti erano vestiti di saia nera: i più avevano di setino nero anche la camicia, e su quel nero spiccavano i bracciali rossi e le cravatte rosse.

Quella tinta lugubre nella gioia del giorno estivo, mi richiamò alla mente la «Compagnia della morte» con cui si nominò una schiera alla battaglia di Legnano. In quella truce e fiera assisa anche volti miti, come quelli del barbiere e del buon postino — erano anch’essi nella «fitta schiera» — acquistavano una espressione formidabile.

[106]
Inoltre, — oh, stranezza per gente che protesta contro la disciplina militare! — essi marciavano con fiero passo militare!

Io mi fermai sul ciglio della via e fissai la schiera che passava: ma lo sguardo del postino si incrociò col mio, e balenò questa domanda:

«Non ti facciamo adesso paura, o ricco?»

Lasciamo stare il «ricco»; quanto alla paura, a me personalmente, no. A che varrebbe leggere Platone in greco per diventare filosofo, se si deve poi aver paura? Un filosofo, o amico, sorpreso da un tacchino, potrà essere spaventato; non mai da una evoluzione dell’esercito umano, che solitamente fa come quello del coro: «Partiam, partiam!», ma in realtà non fa altro che segnare il passo, o, se cammina, ripete il suo giro dietro le scene.

Per fare realmente paura non a me, bada bene, o postino, ma ai veramente ricchi, bisognerebbe che rimaneste sempre «in fitta schiera», ma lo vedi? ecco qualcuno di voi che si stacca, ecco l’individuo che esce dalla collettività anonima e poco dopo appare accampato contro di essa. I transfughi! tu dici, con giusto disdegno. Lo so, i transfughi! Ma essi si sono posti in alto sul piedestallo della ricchezza e sorridono al pugno chiuso e levato della folla.

[107]
Rimane, sì, la fitta schiera; ma solo dei miserabili, della materia greggia, la quale elabora, stimola, frusta se stessa, e ne fa venir fuori l’individuo, per fatale necessità di natura, contro ciò che è tassativamente prescritto nell’Inno dei lavoratori!

Per fare paura veramente bisognerebbe che quella specie di furore e di fanatismo non durasse soltanto il tempo che squilla l’inno di Amintore Galli o tuona la voce del catechista, ma durasse più a lungo: informasse ogni atto della vostra vita.

Invece nei giorni che non portate la montura nera con la filettatura rossa, voi subite le necessità della vita come un egoista borghese: tu, onesto lavoratore della barba e della parrucca, fai la parola dolce nel radere il doppio mento del ricco avventore: tu, onesto pescatore, porti di preferenza il tuo cestello di pesce alla casa di quel possidente che ti pagherà senza tirare sul prezzo: tu, placido oste, non hai rimorso di coscienza a preparare, anche per i compagni, le miscele anti-igieniche del tuo vino: tu, postino, sei più gentile nel consegnare le lettere al ricco, che darà in fine di stagione cinque lire di mancia. Persuadetevi, non siete ancora abbastanza evoluti!

[108]
*

Io sono entrato umilmente col mio abito bianco fra i vostri abiti neri nella sala dove l’oratore teneva la sua conferenza. Un forte odore umano esalava da quei corpi, come un gas, e quelle parole parevano scoppi di fulminante per accendere quel gas.

Parlava un giovane avvocato civilmente vestito.

Io ascoltai attentamente. Ma come il buon enologo distingue il vino artefatto dal vino sano; come l’acuto critico distingue le onde dello stile commosso per la tempesta della passione, dalla salsa bianca bechamelle, con cui si coprono gli insulsi avanzi del convito intellettuale degli altri; così io sentivo in quel discorso sopratutto la preoccupazione di parlare il linguaggio della passione fino a toccarne il vertice con questa frase risolutiva ed anarchica: «Abolite tutti gli uomini armati di denaro, di scienza e di intelligenza!»

O lavoratori, vestiti di nero, quando io sentii il disperato, furibondo vostro grido entusiastico, che accolse quelle parole, sorrisi.

«È scoppio di rabbia impotente, — mormorai fra me, — giacchè voi in realtà non avrete mai il coraggio di eseguire quest’ordine. Ci vuole altro che le braccia valide, e l’arma in [109]tasca, o il piccone! E nè anche il vostro oratore oserebbe in caso di vera guerra, dare un tale ordine, perchè non è eseguibile; perchè il primo a saltare in aria sarebbe lui. Perciò egli è un falso profeta».

Questo pensiero soddisfece la mia ragione. Ma subito dopo la stessa ragione insorse e mi disse: «Se quegli è un falso profeta, monta tu su la tribuna e parla. Se i veri profeti si accontentano di sorridere filosoficamente, quale meraviglia se il falso profeta è ascoltato?»

È facile tranquillare la propria coscienza col dire: «Questa massa è bruta e brutta e perciò non darebbe ascolto alle tue egregie parole», come è facile uccidere l’animale dicendo col fisiologo: «esso ha meno sensibilità!» Ma è poi vero?

«Ma non sai tu, o orgoglioso, che chi ha sete, beve anche l’acqua infetta; e chi ha fame, mangia anche le materie luride? E chi sente l’enorme, inafferrabile oppressione sociale applaude a qualunque bestemmia pur che abbia sembianza di mezzo liberatore? Tu critichi e deridi il falso profeta. Ebbene, monta tu sul tavolo e parla: O lavoratori, se il mio abito è bianco mentre il vostro è nero, io non sono un ricco, non sono un privilegiato! Ascoltatemi! Privilegiati sono gli anonimi che voi vedete appena di sfuggita e a cui, pur troppo, [110]fate reverenza! Questi privilegiati sono così potenti e sicuri che di voi non si preoccupano: essi formano il cocchio, il quale è convinto che sarà sempre sopportato dalle ruote; e le ruote siete voi! Noi, che leggiamo Platone in greco — come può attestare il postino — e vestiamo di candore l’anima e le membra, siamo le molle che cerchiamo di attutire gli urti fra il peso crudele del carro e i sobbalzi delle ruote infelici. Otteniamo per ora che gli individui che stanno sul cocchio, siano più umani e pesino meno; togliamo intanto dalla vita i bari che mettono in circolazione i falsi valori; acquistiamo, tutti, migliore coscienza; riformiamo l’inutile scuola dell’alfabeto, semplifichiamo e miglioriamo la vita! Dopo, il resto verrà da sè, quale esso sia: quale voi vorrete».

*

Perchè io non ho parlato così?

Perchè a fare il profeta vero è difficile, e perciò bisogna scusare se vi sono molti falsi profeti.

— È vero che mettono in prigione a cantare:

Su venite in fitta schiera?

così mi chiese un bambino, invocandomi come arbitro in una questione avuta con i suoi [111]coetanei: se mettono o no in prigione a cantare l’«Inno dei lavoratori». Mi dichiarai incompetente. «Però fate una cosa, bambini miei; quando vedete venire i carabinieri, mettetevi tutti sull’angolo della via a cantare, e così si vedrà».

La proposta, benchè ardita, piacque. Di fatto appena spuntano i pennacchi rossi e turchini, ecco s’alza il coro argentino, squillante: alcune vocine tremano dalla paura; i carabinieri si fanno più grandi; dei due, ce n’è uno così grosso e grasso che nel suo ventre può contenere due almeno di quei piccini. Alcuni di costoro s’appiattano dietro la siepe: da quel nascondiglio, non vedenti e non veduti, la voce ha vibrazioni di gaiezza suprema. È la voluttà dell’estremo rischio: essere acciuffati come nella favola dell’orco! Macchè! i carabinieri non si sono voltati, nè meno un segno di tacere! Parlavano fra loro, e seguitarono a parlare.

Che mortificazione, poveri piccini!

*

Col garzone del barbiere, che è un buon figliuolo, mi sono permesso la libertà della critica su la moda della camicia di satino nero che portano i compagni.

[112]
— Capirà, — mi disse, — che una cravatta rossa sul nero produce altro effetto che sul bianco. E poi una camicia nera fa il suo servizio finchè si vuole.

Erano due buoni argomenti, benchè il secondo poco convenisse ad uno che maneggia il sapone per dovere — almeno — professionale. Gli feci ancora osservare l’effigie dei due santi barbuti e capelluti che egli porta sospesi in forma di grosse medaglie alla catena dell’orologio.

— Trova da dire anche su Carlo Marx e su Enrico Ferri?

— Ma no; soltanto ti faccio notare che sarebbe un bel pericolo per la classe dei barbieri se nella società futura si dovesse adottare questa moda. Anche la classe dei lavandai…. — stavo per soggiungere pensando alle camicie nere.

Ma egli mi osservò che il rasoio poteva servire anche per altri usi oltre a quello di radere la barba. Queste goffe facezie io me le sono permesse col barbiere, perchè è un buon figliuolo, come ho detto. Invece con un altro suo compagno, che aveva la camicia nera e ci trovammo accanto dal tabaccaio, io non osai fare motto.

Era una figura sbilenca e torva, e domandò al tabaccaio un toscano. Ma per tagliarlo [113]in due egli non si valse della tagliola che era sul banco; ma con calma levò di tasca il coltello, aprì la lunga lama a molla e contemplando il livido acciaio, «Questa sanguisuga ci vuole!» disse con intenzione; e tagliò il toscano.

Il mio sentimento di vero profeta gli aveva preso subito il polso come una tanaglia e fatta cadere l’arma maledetta; ma la mia mano non si era mossa nè meno.

Anche senza ricordare i geniali studi del Lombroso, capii subito che a dirgli una parola come gli andava detta, si correva il rischio di mutare il proprio ventre in un cuscinetto per quello spillo.

E tacqui.

Mi sdegnai col mio silenzio, eppure tacqui. Fare il vero profeta è cosa difficilissima.

*

La domenica, ad ora ben tarda, cessano i canti con sollievo delle Muse, ed i grilli riprendono l’impero della notte serena. I lavoratori ritornano non «alle risaie ed alle miniere» (che qui non sono), ma ai loro campi, ben fertili.

Io, per questi contadini di Romagna, aggiungerei una strofa, all’«Inno dei lavoratori» [114]nella quale fosse raccomandata la solerzia e la passione per i lavori agricoli.

Queste due qualità non sono in eccesso.

Ciò si potrebbe benevolmente spiegare come un’esagerata venerazione per la madre Terra (per quanto essa faccia capire che il colpo di vanga non è per lei un’ingiuria ma una carezza); oppure come una tacita deliberazione che è inutile aumentare il reddito del terreno a vantaggio del proprietario (mentre ad essi, lavoratori, basta quel tanto che la terra produce, senza molta fatica); oppure perchè consumando troppo tempo nel meditare sull’ingiustizia di dovere essi fare il contadino, questa meditazione induce a lavorare di mala voglia.

Certo — mentre queste cose avvengono — la terra si fa dura ed ispida; i buoi dimagrano; le gramigne ingrassano; il letame diventa meno letame, ma tutta la casa si muta in letame.

Ciò mi dispiace perchè io farei cambio tanto volentieri del mio appartamento a Milano con parecchie di quelle case coloniche; e poi perchè sono un entusiasta del lavoro della terra.

«Ah, non volete lavorare con passione, signori lavoratori della terra? Vi leggeremo le «Bucoliche» di Virgilio e «I Giorni e le Opere» di Esiodo, dove quell’antico vate dice al fratello: «lavora, stolto Perse!» Ma non è rimedio [115]efficace. Vi collocheremo un libro sull’aratro, come consigliò un ministro. Peggio, perchè così si legge male e si ara anche più male!

Il rimedio vero è questo: «Vi secca guidare l’aratro? Invertiamo le parti: lo guideremo noi e voi andate negli uffici a tenere in ordine i registri. Quanto a nobiltà di lavoro, essere bravo contadino equivale per lo meno ad un titolo di dottore».

Sì, tutto ciò è ben detto, ma chi in questa nostra nazione, in cui troppi sono gli aspiranti all’impiego, risponderebbe all’appello?

Lucio Quinzio Cincinnato, dictator ab aratro, appartiene alla leggenda; e lo stolto Perse forse era un ozioso perchè invidiava il fratello Esiodo, che faceva il poeta.

Confessiamolo: è facile, meditando su di una poltrona con la pipa in bocca, scrivere la ricetta che curi le disarmonie della vita; e più facile è cogliere il lato ridicolo dei fenomeni umani. La vera filosofia è meglio rappresentata dall’indice posto su le labbra: il silenzio!

*

Però la mia ammirazione per un podere, davanti a cui mi avviene di passare sovente, giunge a così alto grado che ne sono commosso. [116]Chi sia il proprietario, non so; ma il contadino dev’essere una persona degna del più grande encomio. Il suo campo non ha bisogno di confine: si distingue come una persona pulita fra gente sudicia. Un filare di viti, erette sul filo metallico, profondamente pampineo, ingemmato di grappoli perlacei ed amaranto, si dilunga accanto all’altro filare del podere confinante, i cui tralci, come braccia stanche ed inerti, cadono a terra. Su la presa del terreno, scuro, profondamente smosso e senza una stoppia, s’erge il candore de’ buoi aranti, nè manca alcuna leggiadra pianta di ornamento attorno alla casa: la siepe è rasa e folta con alberelli di melagrano; l’aia sgombra, i pagliai densi.

*

Sì, io vorrei essere come uno di quei re che si trovano nei racconti, i quali andavano soli, sotto altro sembiante, visitando il loro reame. Essi erano dei veri rappresentanti della Provvidenza, e giungevano sempre in tempo per sorprendere il lupo nell’atto che sta per abbrancare l’agnello; per strappare con mano sicura il sipario della menzogna e mostrare la Verità che gira il suo umile arcolaio, come la Margherita del «Fausto».

[117]
Oh, mia anima infantile, come fremevi di gioia quando il re svelava ad un tratto il suo incognito! La giustizia sorrideva presso il trono di Dio, e il diritto divino dei re mi appariva come la cosa più bella e naturale del mondo.

Alla lettura di queste fiabe di re-provvidenza io devo il mio sentimento monarchico. Ma da quando i re non viaggiano più in incognito; da quando non fanno più strage di uomini malvagi; da quando il loro potere è delegato ad una gerarchia di persone dai nomi ignoti, il mio sentimento di fedeltà monarchica si è molto intiepidito.

Ebbene: se non re alla maniera antica, vorrei essere ministro alla maniera moderna. Io credo che un ministro possa decorosamente presentarsi in incognito ed abbia tanta autorità, da distribuire un’onorificenza anche fuori delle consuetudini e delle gerarchie.

Questa splendida idea di fare, ad esempio, «cavaliere del lavoro» il villano, sorrise ieri mattina con giovanile entusiasmo alla mia fantasia.

Ieri la trasparenza azzurra della breve notte di estate non ebbe interruzione di luce, giacchè tra il cadere ed il sorgere del sole, si accese nel cielo la più bella luna che mai l’agosto abbia veduto nascere (dopo quelle descritte da Virgilio).

[118]
Conviene sapere che io ero rimasto sino alle tre dopo la mezzanotte alla città vicina, dove è un grande ritrovo mondano, e in esso un casìno che porta un titolo molto onorevole e signorile. Nelle ore piccole vi si lavora al macao, al trenta e quaranta e specialmente alla roulette.

Quella notte funzionava la roulette. Anche in questo esercizio del giuoco il sesso femminile era in soprannumero. E mentre l’uomo — una fila rigida di grandi sparati — serbava una impassibilità che parea compostezza; la donna invece appariva incomposta. I monili, le carni, le chiare lievi vesti, le pupille brillavano di un fascino ardente e divoratore, contro cui la virtù ha bisogno di tutte le sue corazze. Ogni tanto una di quelle mani che pareano scolpite nel pallido corallo s’avanzava per deporre o ritirare la pila dei gettoni. Oh, fragile essere insaziabile e bellissimo! Io mi meravigliai che tutta quella gente non si vergognasse di essere sorpresa da me in quella operazione del giuocare, perchè molti erano a me noti, molti erano professionisti, cavalieri e funzionari pubblici. Ma la loro pupilla, che s’abbattè con la mia per un attimo, si meravigliò specialmente per la mia meraviglia.

Quest’orgia notturna era celebrata nel più [119]religioso silenzio, interrotto ogni tanto dalle lente solenni parole del biscazziere: — «Messieurs, faites votre jeu. Rien ne va plus. Le jeu est fait!» — e sempre così; la pallina corre, scende, si ferma: un soffio impercettibile di sospiro represso, che usciva alfine, era la sola manifestazione dell’angoscia o della gioia.

Il rastrelletto raccoglie, con la rapidità di una mano rapace, i gettoni: ricca messe, più ricca di quella che la terra può maturare in un anno nel campicello del pio colono. Indi si comincia da capo con voce monotona: — «Messieurs, faites votre jeu,» ecc.; e gli occhi talora spiavano con paura se dalle vetrate appariva la luce di Febo Apolline.

Ebbene, è così: nella vita sono molte camere segrete, ove bari e biscazzieri di ben altra natura che questi qui alla roulette, mettono in circolazione i falsi valori. Oh, schiera nera coi bracciali rossi, qui appari, ed invadi!

Macchè! gli uni e gli altri si inseguono perennemente, come i fantocci delle giostre, senza toccarsi.

*

Lasciai dopo breve ora quel ritrovo, e mutati gli abiti e toltomi con abbondante acqua — come una purificazione — il contatto di [120]quel luogo, montai in bicicletta e ripresi la via del bianco, caro mio romitaggio. L’alba rugiadosa già elevava in oriente i padiglioni di porpora.

Ma dopo un’ora di corsa, ecco io ero davanti al podere di quel villano solerte. In fondo al campo dilungavano i bianchi, enormi buoi ruminanti. Gli umili tamarischi, allineati in siepe, parevano al lento osservatore muoversi a ritmo alla brezza mattutina: leggiadrissima pianta nostra del mare. E la chioma tonda di un eccelso pino parea che si incendiasse di sole come se le resine che gemono dalle sue vene avessero più di ogni altra pianta sentito la fiamma e la virtù del sole.

Un podere così ben tenuto è cosa nobile come un’opera d’arte, è inspiratore come un canto di nobile poeta.

««Vieni, uomo veramente utile, che io ti fregi dell’onorificenza di cavaliere!»

Ma forse questo è scarso premio e giustizia inadeguata. Se fra quei giocatori notturni ci fosse il tuo padrone, oh, come un antico favoloso re-provvidenza rivolgerebbe volentieri le sorti di entrambi!

Manifestai questa bella idea di fare cavaliere del lavoro il contadino valente al signor Pasqualino, uomo di molta pratica mondana e che ha un bel posto nel giornalismo politico, [121]ma egli si affrettò a smorzare il mio entusiasmo con un discorso molto assennato: io intanto non sarei riuscito mai ministro (questo lo sapevo da un pezzo), secondariamente una simile nomina sarebbe stata contraria alla praticità. Questo pure io sapevo, ma conservo le mie idee in proposito, cioè che è necessario rompere il cerchio fatale della così detta praticità. Se no ripeteremo in eterno il motto di Tiberio, imperatore.

L’imperatore Tiberio, ogni volta che usciva dalla curia — che sarebbe come dire il Parlamento dei nostri tempi — era solito esprimersi così ai senatori prosternati davanti a lui: «Oh, homines ad servitutem paratos!» Lo diceva in greco, che era la lingua elegante di quei tempi. Egli proferiva una feroce verità garbatamente, ed essi potevano fingere di non comprendere.

[122]
IX.
La villa dell’uomo felice.
Nell’occasione di un pranzo ospitale io avevo avuto incarico di trovare delle pesche, di quelle così dette cotogne, le quali dovevano servire per un fritto o per una crostata di frutta, non ricordo bene; ma ricordo che l’ingiunzione di portare a casa di quelle pesche era stata perentoria: «e che siano belle, mi raccomando».

Ora in quell’estate, nella nostra regione, il raccolto delle pesche era stato scarsissimo: ma io dovevo trovare di quelle pesche. Potevo bensì tornare a casa a mani vuote dicendo che pesche non c’erano; ma quando una donna ha detto che vuole pesche, pesche bisogna trovare per aver quella pace, che oggi è fra i desiderata dei popoli e delle nazioni, ma che pur tuttavia è gran fatica ottenere nelle semplici organizzazioni delle famiglie.

I carretti dei fruttaiuoli, fermi all’ombria, presso la posta, avevano cesti colmi di pere [123]superbe, di susine ambrate, di uva luglia, di fichi primaticci a prezzi ridicoli; ma pesche non ce ne erano se non piccole e brutte, e care un occhio.

Io spiegai della mia necessità di aver pesche. Ma i fruttaiuoli dicevano che pesche come io volevo non ne avrei trovate a girare anche per tutti i poderi d’intorno. Allora un bel signore che sedeva all’ombria egli pure e ripassava in pace la sua corrispondenza, quando sentì quei rivenditori che affermavano non trovarsi pesche all’intorno, levò la testa e disse ad uno di loro:

— No, carino, nel mio orto, se ci vieni, le pesche ce le trovi.

— Nel suo orto, — fece colui alzando il braccio e movendolo per l’aria, — bella novità che nel suo orto ci sono le persiche! Ma mi dica un poco, signor Isidoro, che cosa le viene a costare quest’anno una persica? — e gli alzò l’indice, indicante una pesca sola, davanti al naso.

— Pezzi d’ignoranti! — e il signore che si chiamava Isidoro, disse ignoranti con quattro «a», quindi procedettero le sue parole dicendo: — Guarda lì, come parla! La volete sempre dal cielo la roba, voi. Lasciano questi villani porci gli alberi da frutta abbandonati a tutti i pidocchi, a tutte le muffe, e poi si [124]lamentano se non c’è mele, susine, albicocche, pesche, fichi; quando poi ce n’è, vendono la roba a due soldi il chilo; se non la vendono, la danno alla scrofa.

— Se no va a male! Meglio che andare a male, — disse il villano.

— Vanno a male perchè siete più bestie delle bestie, — tuonò il signor Isidoro. — Se non c’è roba, — e si rivolgeva con voce più pacata a noi, — si lamentano; se ce n’è troppa, la rinviliscono a quel modo. Con una terra benedetta come la nostra! E intanto l’Italia importa dalla California per migliaia e migliaia di frutta conservate in cassette, e i nostri soldi vanno in America a comperar frutta. Ah, fate i socialisti, — e si rivolgeva ancora al villano. — Il socialismo ve lo darei io, — e accennava all’atto che fece Ulisse su le spalle di Tersite, — gente infingarda e stupida, che non avete che la prepotenza! E questi qui, — e sbattè con la mano sui fogli dei giornali, — vi danno ragione, e c’è chi dice anche che il contadino italiano è intelligente! Degli ignoranti siete! Pellagra e acqua marcia, vi sta bene. Voi volete il pane fino? la minestra buona con la carne? Guadagnatevela, figli di cani. Quel povero diavolo di…., — fece il nome di un proprietario, — ha speso cinquemila lire a far la casa nuova al suo mezzadro. Dopo [125]sei mesi era peggio del porcile. Non c’è che la pellagra che vi guarisce.

Dopo questo sfogo il signor Isidoro diede in una bella risata; quelli se ne andarono piuttosto mogi, borbottando, e il signor Isidoro, che indovinò le parole di quel borbottare, mandò dietro il resto del carlino e disse:

— Ah, boia di signori, eh? Boia di villani, dico io!

Riaccese il sigaro e disse a me:

— A quella gente va bene dire quello che va detto, se no alzano la cresta. Infingardi, ignoranti che non hanno di buono se non la prepotenza. Dove trovano il tenero, però; perchè con me non c’è da far niente. E poi si lamentano della miseria! I miei contadini mangiano pane e bevono vino tutto l’anno, però! Lei, se vuole pesche, gliele manderò io a casa; lasci fare a me.

E due ore dopo un garzoncello mi portava un cestino di balle pesche cotogne.

Per questa occasione ho conosciuto il signor Isidoro.

*

Il quale è un forte e bell’uomo ancora: e la salute e la lietezza parlano eloquentemente da tutta la sua persona.

[126]
Non si creda però da questo suo squarcio di eloquenza che egli sia iroso: egli è placidissimo. Certe notizie della vita politica che fanno fremere me o mi fanno uscire in sarcasmi, provocano nel signor Isidoro un sorriso pieno di saggezza, che dimostra il perfetto equilibrio del suo sistema nervoso.

Una mattina venne alla borgata a ritirare la posta ed era in compagnia di una leggiadra signorina con le belle ciglia brune modestamente inchinate, e di un’altra signorina con occhiali a stanghetta e capelli di capecchio, tirati su la nuca: tutti e tre erano in bicicletta. Mai più avrei supposto che quella brunettina fosse la sua figliuola, e quasi stavo per congratularmi con lui come di cavaliere galante.

— È mia figlia, veramente, — disse, ma ci volle la presentazione e il sentir lei chiamar «babbo», perchè ogni dubbio scomparisse. L’altra, la compagna, era la governante tedesca, ed allora mi spiegai perchè il signor Isidoro ritirasse regolarmente dalla posta la «Gartenlaube», che, senza aprire, metteva in tasca. Quella governante tedesca non so quanto valesse nell’insegnare il paterno idioma, nè quanto profitto ne traesse la scolara; bensì valeva molto a far risaltare la grazia della fanciulla.

[127]
— Ma quanti anni ha lei, signor Isidoro? — domandai. — Io, a far molto, glie ne davo quaranta.

— Ce ne aggiunga altri otto: e noti poi che di figliuole ne ho un’altra che ha già marito, perciò sono anche nonno: ho poi due figliuoli: il più grande è già laureato in chimica agraria: l’ultimo fa il liceo ed è con me qui in campagna: mi sono sposato giovane; e non me ne pento: certe cose, se si fanno, bisogna farle presto.

*

Orbene, il signor Isidoro mi fece ripetuti inviti di recarmi a vedere la sua casa al mare: — non dico «villa», — aggiungeva, — perchè si tratta di una fabbrica molto modesta: c’è però qualche cosa che le potrà piacere.

Andai dunque un vespero alla villa di questo uomo felice. Egli mi venne incontro festosamente.

Noi procedemmo per un dritto vialetto di ontani, così folti e alti, che il sole vi feriva appena; e l’occhio riposava in quel silenzioso verde: finchè sboccammo nel piazzale davanti alla villetta.

Dove essa dava ombra, la signorina, da me conosciuta, con alcune sue compagne attendeva [128]all’elegante giuoco degli archetti. Qui la conversazione e la sosta furono brevi: indi il signor Isidoro mi condusse in giro pel suo tenimento.

Questo piccolo tenimento rappresentava, appunto appunto, quello che io vorrei avere, e non ho. Così è! Spesso io mi sono sognato di possedere presso il mare una casetta adorna: io dico presso il mare, non soltanto perchè molto amo il mare, ma perchè due cose mi piacciono che sono in antitesi: stare fermo e viaggiare. Ora il mare, aperto davanti a me, mi pare una strada la quale conduca in giro per tutto il mondo e conduca anche nell’azzurro del sogno e del cielo. Vorrei avere una casetta adorna e piccola, «parva sed apta mihi», (Oh, felice te, Lodovico Ariosto!), con intorno un po’ di terra coltivata, assai bene, come con religione. Spesso ho sognato di levarmi nel mattino già luminoso, e in cambio dei libri e della penna, ho sognato di prendere il rastrello e la forbice del potatore. Io non ho voluto, nè meno nel sogno, una villa grande e fastosa: un mausoleo di marmi che mi mortifichi col suo lusso, un inutile giardino. Le piante che dànno il frutto hanno anch’esse il loro fiore al loro tempo. Tale, come io vagheggiava nell’illusione del sogno, era la villa utile di quell’uomo felice. Il frutteto, [129]la vigna, il prato avevano il loro posto e si sentiva come la giocondità delle piante che vivevano la loro vita beata e feconda. Le piante sono, in verità, come filtri del veleno dell’aria: ma io le considero ancora come filtri del veleno della vita sociale.

— Bello! — esclamai.

— Sì, bello, — ripetè il signor Isidoro, — e tanto più se lei considera che pochi anni addietro qui non erano che monti di arena: le pianticelle erano inesorabilmente uccise l’inverno dal vento del mare. Qualunque altro avrebbe disperato di riuscire; ma mio babbo non disperò.

— E suo babbo che ha creato questo giardino?

— Mio babbo, appunto. Egli si era innamorato di questo luogo, e si era messo in testa di ricavarne un giardino: mio padre fu sempre così: messa in testa una cosa, la voleva vedere finita. L’inverno, con dei furiani terribili, attaccava il cavallo e veniva qui a coprire le sue piante con la premura di una madre che ha paura che i figli siano scoperti nel letto. Ma le piante morivano lo stesso. Allora, contro il mare, cominciò a costruire quel grande bastione di sabbia che vede là, ed a piantarci delle marruche. Anche quelle non volevano vivere, finchè una pianta cominciò [130]ad aiutare l’altra, e venne su una bella selva alta: eccola.

Era una boscaglia aspra, irta di selvagge marruche, che salivano e coprivano un alto riparo a difesa del mare.

— Quando ci soffia il vento per davvero, — disse il mio ospite, — deve sentire che musica! Bene: queste piante selvatiche furono la difesa delle piante gentili. Ora noi ricaviamo da quella piccola vigna quasi due castellate d’uva: non è un gran vino, ma sapido, frizzante, proprio fatto per bere qui, l’estate.

— E il suo signor padre, — io chiesi, — è ancora in vita?

— E in gamba, oltre che in vita! Vede quell’uomo là? (nel frutteto c’era un vecchio che io avevo giudicato per il contadino): quello è mio padre!

*

Adunque in quella villa vi erano tre generazioni: esse, dal vecchio che lavorava la terra alla signorina che era abbonata alla «Gartenlaube», bene potevano rappresentare la storia evolutiva di quella famiglia. Questa seconda parte del mio pensiero la ritenni per [131]me, e non riferii che la prima parte con parole di alto elogio.

— E quando viene il bambino della mia maggiore, allora c’è anche la quarta generazione, — concluse sorridendo il signor Isidoro.

*

Quando uscii dalla villa, mi abbattei in un certo tale che fa da mediatore, e conosce vita e miracoli di tutta la gente che è qui. Gli domandai dunque se quella famiglia del signor Isidoro era ricca.

— Lo sono diventati, — mi rispose. — Quel vecchio che pare ancora un contadino (a me pareva nobile come l’antico Laerte, padre di Ulisse, nel fiorente pometo) quello è il nonno grande. Lui da giovane ne aveva quanto ne ho qui su la mano: ma dormire, dormiva poco; e quando dormiva, sognava quello che doveva fare il giorno. Girava per le fiere, si metteva in mezzo ai contratti, sempre con l’orecchio alzato, chè se c’era un affare buono, il primo a sentirne l’odore era lui. Per le cose della terra, pel bestiame, bravo poi! E così, un po’ per volta, ha fatto fortuna; e cominciò a speculare sul valore di queste arene, che allora si compravano per niente, e oggi lei sa quel che costano. Quando si è fatta [132]fortuna, può accadere una delle due: o i figli consumano e sciupano quello che il loro padre ha messo da parte, e allora gira la ruota e si comincia da capo; o i figli buttano bene e si diventa signori. Il signor Isidoro è anche più bravo del padre: ha fatto in fretta a mettere insieme le migliaia; il merito più grande però è del vecchio che ha saputo piantarsi coi primi scudi.

Io ho chiesto al mio interlocutore se il vecchio sapeva leggere il libro dell’«Immortalità dell’anima» di Platone.

— Nè leggere, nè scrivere, — rispose. — Anzi per ricordarsi faceva dei segni. Doveva riscuotere da un fabbro? disegnava una tenaglia; doveva trattare con un medico? disegnava una croce; e così via.

Il sensale proseguiva a parlare. Ma io ero assorto in ben altro: «Evidentemente, — pensavo, — per farsi una villa, non pare che sia necessaria la lettura dell’«Immortalità dell’anima» di Platone».

[133]
X.
I martiri dello stomaco.
La Giovanna (una delle venditrici del mattino) è una bestia da tiro. Suo marito, il pescatore, sembra un bruto. La loro casa è un porcile, benchè non posseggano il porco: ma le mirice, cioè i tamarischi, vi crescono attorno, e il mare vi alita la sua purità.

Egli, il marito, è pescatore di spiaggia: d’estate coglie le telline; d’inverno, le poveracce. Per tale pesca conviene arare col ferro la rena, andando indietro come fa il diavolo, e stando immersi sino alla cintola. (Sua moglie usa un altro vocabolo). Ma se questa parte del corpo è sempre in molle, l’altra si vendica poi ignorando l’esistenza dell’acqua — se non fu quella battesimale.

La Giovanna, la bestia, corre poi a vendere il pesce col cestello difeso da frasche di acacia, scalza, discinta, violenta. Il volto pallido ed emaciato, reca ancora gli ultimi segni di una sfiorita bellezza, quella bellezza della pura linea antica, che quivi è comune. Ora se la prende con l’olio che è caro; ora coi signori [134]che fanno il bagno per diletto, mentre suo marito vi deve star per forza, in molle. Si adira anche col mare che una volta aveva telline, cannelli, rombi; ora non c’è che rena e ghiaia.

— E fruga, e fruga. Tuo marito ha guastato fin la cria dei frutti di mare.

— E cosa sta a fare quello lassù, allora, se non sa nè meno far nascere i pesci? Per far cantare i preti? Ecco, intanto, da mezzanotte a quest’ora quello che ha raccolto quel disgraziato, mentre voi, boia di signori, dormivate!

Ma, sopratutto se la prende con la sua maternità, che seguita a fiorire una volta all’anno.

Quanto alla domanda «che cosa sta a fare Iddio», io non ero in grado di rispondere. Quanto alla fioritura annua della sua maternità, mi permisi alcune osservazioni discrete e sagaci e: — Per esempio, quando siete andata col vostro marito a cogliere la brulla nella valle (vanno questi pescatori con una barca nei paduli del Po, segano la tenace acuta brulla, ne caricano la barca tanto che a pena si può issare la vela rossa; ritornano, stendono detta erba al sole, la seccano e così è fatto il combustibile per l’inverno: dono gratuito della terra selvaggia alla selvaggia gente; [135]ma conviene stare due giorni in barca, accovacciati entro la brulla che opera come una fustigazione, ed un giorno nel padule, riarso e salso), voi ne siete partiti in due e siete tornati in tre. Usate prudenza un’altra volta! — E crollai il capo, rimproverando e stringendo le labbra.

Ma ella mi guardò in atto di sfida e mi puntò l’indice contro, con un sorriso schernevole: quindi mutando la direzione del dito, cioè elevandolo al cielo, disse:

— Soltanto in questo il Signore ha adoperata un po’ di giustizia anche coi poveri! Io, però, vorrei sapere, boia di signori, come è che voialtri non ne avete più di uno o due di figliuoli, due, uno…., uno, due, e mai di più. Noi, invece….

— Quanti figliuoli avete?

— Chi si ricorda? Una gran massa! Bisogna venire a contarli all’avemaria quando vengono a dormire, ed a mezzogiorno, quando vengono a vedere se da mangiare c’è qualche cosa. Di giorno chi li vede mai? Viviamo tutti come le bestiole. Addio. Bella vita stare lì in poltrona col libro in mano! Eh! mi ha da sentire quello lassù, se ci incontreremo! (E minacciava il gran vuoto, azzurro, dove è collocato Iddio).

Quindi si allontanò per le dune.

[136]
*

Ora, un mezzogiorno io passavo lungo il sentiero del bellissimo fiume presso alla foce, e mi accompagnava melanconicamente un dabbene signore, il quale da tempo è infermo di nefrite.

Ad un tratto una voce chiamò arditamente:

— Signore, o lei, signore, che venga qua a vedere!

Era la Giovanna, dietro la folta siepe dei tamarischi, che mi chiamava, e agitava un gran mestolo di legno. E poi aggiunse:

— Questa volta ci siamo tutti! venga a vedere, signore!

Andammo. Nascosta quasi dai tamarischi s’elevava dal suolo, appena col colmo del tetto, una serie di abitazioni di trogloditi: una specie di ghetto, come qui chiama il popolo questi diroccati abituri.

Dove il muro dava un po’ d’ombra, sedeva a terra il marito della Giovanna, e fra le gambe si teneva una grande terrina nera di coccio; e la testa — era china — si levò verso di noi appena per sorriderci; un riso rudimentale, che avrebbe potuto segnare il passaggio evolutivo fra il bruto e l’uomo.

Un gruppo di marmocchi gli spuntava e gli si arrampicava intorno (pari alla figura di un [137]antico dio fluviale). Ognuno intingeva un cucchiaio di stagno nella broda, curando che fosse ben raso, ma i più piccoli, per l’ingordigia del mangiare, ne versavano metà in bocca e metà su l’unica veste, oramai grommata di mocci e di pappa.

Sul limitare della capanna, la Giovanna aveva posato uno di quei lattoni da petrolio e ne vaporava il fumo e l’acre odore della cipolla soffritta.

— Ecco quello che si mangia noi, guardate, — ella disse, e prendeva così con la mestola la broda, e la faceva lentamente ricadere schizzando: — bucce di pomidoro, patate che avanzano ai porci, strozzapreti fatti col rèmolo, fagioli e acqua di mare, per non consumare il sale! Anche quella, boia d’un mondo, non si può portar via! Bisogna rubarla, e sì che ce ne è del mare! Avete visto? E poi il prete dice che anche noi siamo cristiani.

— E il condimento?

— Sì! Bel condimento! con un soldo d’olio si dà la benedizione in croce per due volte. Ma oggi stia buono che l’è festa: m’hanno dato per carità delle cotiche rancide, e l’ha un odore! Non vede come è buona? Più ne butto (e scodellava intanto), più ne mangerebbero. Bisognerebbe farne un mastello, come si fa per il maiale.

[138]
— E non gli fa male? — chiesi accennando l’uomo.

— Male? — ella rispose per lui. — Lascia che mangi, questo disgraziato.

— Male? Male fa a non mangiare, — disse l’uomo. — Oh lei, quel signore, — aggiunse ammiccando al mio compagno, — vuole favorire? Giovanna, porta qua una scodella.

— No, grazie, — disse il mio compagno, sorpreso d’essere stato sorpreso.

— Ma che cosa vuoi che un signore mangi quella roba lì! — rimproverò la Giovanna.

— To’! Vedo che guarda, — disse naturalmente l’uomo. — E poi l’è miga vera? Di fuori io sono povero e loro sono signori; ma dentro, nella cassa, — e indicava la macchina organica, — non c’è poi questa gran differenza!

— Non capisci che loro guardano perchè noi si mangia come le bestie? — corresse lei.

— Ah, se è per questo, — e il pescatore riprese il suo cucchiaio, come dire: «guardate pure».

— Io guardavo infatti, — mi avvertì sottovoce il compagno. — Lei non lo crederà, — proseguì dopo essere rimasto alcun tempo col capo chino, rivolto a me, — ma io darei cento volte il mio patrimonio, la mia riputazione, tutto, per poter mangiare quella broda lì. A [139]lei, scommetto, fa nausea, eh? Per me invece è un profumo delizioso!

— A questo punto?

— A questo punto, oh sì! Sono confessioni seccanti, mah! Io, — riprese, — sono condannato al latte. Una delle due: o morire, o, se voglio prolungare la vita, latte. E questo perchè? Perchè i miei reni non operano più! Quando vedo nelle vetrine dei salumai certe fiamminghe piene di arnioncini da vendere, io mi sento impazzire! Poterne sostituire un paio coi miei! Voi altri trovate tante ragioni per criticare la conformazione del mondo e della società: il mondo è perverso, la vita è triste, ecc. Io? io se potessi sostituire i miei reni ammalati con quelli sani di un suino, io sarei un essere felice e il mondo sarebbe un paradiso! Come? lei ha i reni sani e non salta di gioia? dico a lei, sa? Lei fra poco va a casa, vero?

— Sì, — dissi io sorpreso da quella specie di convulso che era nelle sue parole.

— Trova il pranzo pronto. Vi sarà una minestra, un piatto di pesce, un arrosto, che so io….

— Lo spero.

— E non si sente felice? Ah, lei mi guarda come si guarda un pazzo. Io vorrei, veda, che gli uomini che pretendono di studiare la vita [140]avessero prima una certa conoscenza con la patologia….

Compresi che la vista di quella gente che mangiava così beatamente gli faceva male e cercai di allontanarlo. Rispose:

— Macchè! in città è il mio passatempo fermarmi davanti alle trattorie d’infimo grado. A me un piatto di trippa offre la stessa seduzione che ad un libertino il molleggio di un’anca ben fatta. Quel miserabile lì, veda, è un uomo felice. Osservi come fa passare lentamente la sua broda per tutte le papille gustatorie, come mastica quella grossa pasta! É buona, eh? — chiese rivolto all’uomo.

L’uomo sorrise.

— Questa volta, — spiegò, — la ha un saporino che va proprio bene! — e volgeva gli occhi alla sua Giovanna con grottesca riconoscenza.

— Se ve la portassero via….

— Ah, diventerei cattivo!

— Senza mangiare, dunque, non vi stareste?

— Meglio le botte come al somaro, che senza mangiare.

— E passa, eh?

— Se passa! — esclamò per lui la Giovanna: — ma dopo un’ora non c’è più niente! Pare molto, ma che cos’è? — e ripigliò col mestolo, — è acqua calda.

[141]
— E quando viene l’avemaria, — disse l’uomo, — ecco un’altra volta quel cane nello stomaco che comincia a urlare, che ha fame….

— Ma ringraziate il Signore che vi ha dato la salute, — dissi io.

— Ah, vorrei vedere che non ci fosse quella! — saltò su la Giovanna, e brandì il mestolo contro il Signore, che abita nel cielo.

L’uomo fece quietare la donna e disse rivolto a noi due:

— Tutto il male per noi sta qui: se c’è la colazione non c’è la cena; se si rimedia un paio di scarpe, manca la camicia; si arriva a comprare un sacco di polenta e manca l’olio. Insomma, sempre manca qualche cosa. Io domando: per che cosa ci ha messo il Signore a questo mondo, noi altri poveri? Io non lo so. Non c’è abbondanza che di questi qui, — e indicò i figliuoli. — Ma che fatica farli…. (ed espresse con opposito verbo la operazione dell’alimentare).

— Quella donna in fondo è logica, — osservò il mio compagno. — Il Signore, o chi per lui, ha il dovere di dare a questa materia umana in istato grezzo, almeno la salute. Vivono come bestie; ma se ci pensa un poco, vivono più fisiologicamente di noi, quindi hanno una resistenza organica che noi non possediamo più. Che cosa vale che un consiglio [142]comunale o governativo vi fabbrichi un regolamento d’igiene; che gli scienziati studino gli agenti patogeni delle malattie, quando la nostra vita sociale ci costringe a violare continuamente le leggi del vivere naturale? Qualche volta la natura è seccata: prende a caso qualche violatore e lo stronca; rompe o stroppia un’arteria, ed ecco di un dominatore fatto un automa balbettante; ecco un lambicco dell’organismo che non lavora più, e vi trovate di fronte ad un miserabile, come è il caso mio. Io non mi dolgo mica contro la natura! Essa è fin anche troppo longanime: mi duole che se la sia presa con me individualmente, mentre ci sono tanti altri più colpevoli di me.

— Sentite, — ripigliò poi rivolto all’uomo e alla donna e contemplando i volti dei bimbi, nutriti più di luce e di pura aria di mare che di cibo, — io non voglio farvi la carità: io vi voglio dare soltanto quello che io ho in avanzo e non mi serve a niente, mentre voi non mi potete dare quello di cui ho bisogno (l’uomo, la donna, io stesso ascoltavamo senza ben comprendere). Ecco a te, ecco a te, — e così via. (Levava di tasca alcune monete d’argento e le dava con noncuranza bizzarra ai bimbi, che timidamente, e prima guardavano il babbo e la mamma, osavano prendere la moneta misteriosa).

[143]
— Sangue del Signore! esclamò la Giovanna.

All’uomo pareva che venisse da piangere. Non poco ci volle a persuaderli che non era per burla. Poi nacque — antico effetto dell’oro — diverbio fra l’uomo e la donna. La donna voleva comprare le provviste per l’inverno; l’uomo fare prima di tutto una grande mangiata.

— Sì, sì, ha ragione lui, — disse il mio compagno; — sentiamo questa mangiata, come sarà.

— Ecco! Una gran terrina così, — spiegò l’uomo, e allargava le braccia, — piena di lasagne fatte in casa, con l’uovo, e sopra tanto butirro, tanto soffritto di lardo e tanto di quel formaggio che pizzica. Poi un mezzo castrato arrosto o in umido, a piacimento.

— Con le corna e tutto, — aggiunse la Giovanna.

— Ah, — esclamò l’infermo, e levò anche lui, minacciando, la mano verso il grande azzurro dove è collocato Iddio. Perchè questo è il gesto che talora fanno gli uomini, anche, se sono grandi o sapienti.

[144]
XI.
I vagabondi.
L’organetto di Cremona, che tutto il mattino aveva percorsa la spiaggia suonando con incredibile fastidio dei miei nervi, ritrovai che riposava finalmente anche lui.

(Non è improbabile che nei grandissimi pomeriggi del caro estate anche il sole riposi alquanto nel mezzo del cielo, giacchè il giorno, il cielo, il canto delle cicale paiono fermi. Certo quel terribile, stridulo organino di Cremona allora taceva).

Il ponte di ferro sospeso sopra il piccolo fiume dal nome glorioso, proiettava dalla parte del mare una fredda ombra. Sotto il ponte, in quell’ombra, l’organetto riposava. Esso era sospeso per le cinghie ad un carrettino a quattro piccole ruote, e attaccato v’era un asinello. L’asinello aveva declinate le orecchie e dormiva. La donna del vagabondo organista, sdraiata sull’erba, dormiva; disteso supino, l’organista dormiva e il suo volto riarso era rivolto alla tenue brezza marina. Una bizzarra linea geometrica, cadendo giù dal ponte e dallo spaldo, divideva nettamente l’ombra dalla [145]luce. Su questa luce il gran pittore del mondo infondeva ardenti tinte di croco e d’oro, preparando la tavolozza del vespero: su quell’ombra sorvolò un brivido di frescura, che si propagò per le erbe e per le chiome dei tamarischi, onde parevano svegliarsi.

Le lunghe orecchie dell’asino declinavano sempre più e parevano due indici dell’interminabile tempo. Ma se le erbe si erano svegliate, nessuno dei tre si svegliò: nessun rumore umano diede segno all’intorno che il tempo sonnolento della siesta fosse per finire.

Sull’alto dell’organetto i due fantoccini che si muovono a tondo al muoversi del manubrio e battono sui timpani i martelletti metallici, parevano attendere l’ora del loro ballo. Con quanta gioia i bambini accorrono per vedere quei due fantocci meccanici; con quanta gioia le ragazze accorrono al martellare dell’organetto! Ma sì: io ho mandato al diavolo il vagabondo organetto e i fastidiosi fantocci. Però pensiamoci bene: io non gioisco più di quei suoni, perchè la mia giovinezza è finita, e sono tanto poco sapiente da inveire contro quelli che di quel suono fanno festa. Noi cominciamo a morire un poco per volta inavvertitamente, e questo lento morire, questo atrofizzarsi ed involversi dei sensi ingenui della gioia noi talora chiamiamo sapienza.

[146]
Parva sapientia, che spesso coincide con la crudeltà e con l’egoismo, come io notai in me stesso in quel vespero. Perchè in quel silenzio vidi una scritta a stampa, attaccata all’organetto: essa parlava in nome dei dormienti e diceva: «Giacomo Moroni, rimasto senza una gamba dal 1887, cerca di guadagnarsi la vita con questa industria e si raccomanda al vostro generoso cuore». Perchè intorno non c’era persona, evidentemente quella scritta si rivolgeva a me ed io rappresentavo il «generoso cuore».

Andai dunque in cerca di alcune monete per corrispondere a quella muta captatio benevolentiae, e trovate che le ebbi, stavo per metterle nell’apertura della cassetta, quando…., quando ebbi invidia di quel sonno dolcissimo sotto l’arco di un ponte; ebbi invidia di quei cervelli che si potevano fermare in qualunque momento, come il manubrio dell’organetto, e dissi nel mio cuore: «Non io, ma voi dovete fare elemosina a me!». Ma, dopo alcuno sforzo del pensiero, mi ripresi: «Evvia, non distruggiamo col ragionamento crudele il primo impulso del cuore».

E lasciai cadere le monete.

E la scritta che si raccomandava al «generoso cuore» mi disse grazie!

[147]
*

Ma più invidia ebbi di un altro vagabondo.

Avevo intravvisto dietro la siepe una schiena curva d’uomo, coperta da un mantello grigio; e su la schiena un cappellaccio a forma di petaso d’Ermes, posato in modo che parea non vi dovesse essere, tra cappello e mantello, una testa.

«Che roba è?» dissi fra me, e m’accostai. Al mio accostarsi il petaso si voltò e fece muovere in basso il ventaglio d’una gran barba grigia: sì, c’era una testa o almeno c’erano due occhietti e c’era una gran bocca aperta al sorriso, che disse subito parole che non compresi, ma erano ad esuberanza illustrate dai gesti, che dissero: «Voi volete sapere che cosa faccio io qui? Ceno, signore. Questo che ho qui nella palma della mano sinistra, è il companatico, che è formato di puro sale; questo che ho nella mano destra è il pane, che è formato di puro grano; quella che scorre in fondo al fosso, è la bevanda che è pura acqua. A tanta abbondanza e purità io non mi posso accostare senza rendere grazie al Signore, come voi vedete»; e levatosi il petaso, scoprì un piccolo cranio calvo e, deposto il pane, si frugò in seno e ne tolse un pesantissimo crocifisso [148]d’ottone, appeso ad una grossa catena: lo guardò con occhio intenso come i pittori rappresentano i santi; lo baciò, quindi lo ripose nel tabernacolo del seno. «Ora è soddisfatta la vostra curiosità? Avete nulla a rimproverarmi? No? E seguito la mia cena».

Io allora mi sono seduto accanto a lui con senso umile e nuovo di fratellanza nel cuore. Quel sorriso, se non fosse stato un po’ ebete, era degno di un verace filosofo.

Questo mendicante era una specie di mistico. Veniva dalla Spagna, era andato a Roma, poi a Bari, poi ad Assisi, poi a Loreto, ora andava a Venezia.

— E come fai a sapere la strada?

— Preguntando «domandando». Che strano effetto mi fece questo morto verbo latino che fioriva, come voce viva, su le labbra di quel mendicante che veniva dalla Spagna! Che viaggio aveva fatto anche quel verbo! e poi sorridendo sempre, mi mostrò la sua guida. Era una di quelle carte d’Italia che sono congiunte agli orari delle ferrovie. Coll’indice percorse tutto il suo itinerario.

— Hai moglie, mujer? — domandai.

— Muerta, señor.

— Hai figliuoli?

— Muertos, señor.

— Dove dormi, stassera?

[149]
— Aquí, señor.

E indicò con tutta naturalezza il vicino campo di grano turco.

*

Ed ebbi invidia della sua sicurezza e della sua libertà. (Questo vagabondo non mi chiese elemosina; ma baciò la moneta che io gli diedi).

*

Questo vecchio, errante, mi richiama ora alla mente un altro suo fratello di vita errante e mistica. Era pur esso un vecchio, scalzo e cencioso, e lo incontrai su la via del Santuario di Caravaggio.

Portava sul capo nudo un’enorme ritorta corona di grosse spine.

A me che m’accostai per interrogarlo, mandò un grido lugubre, senza inflessione, come fanno i muti, e con le mani indicando la sua corona, spiegò: «Ma non vedi che cosa faccio? Io porto la corona delle spine per tutti voi».

*

La notte mi sono sognato quel vecchio muto che portava la corona di spine. Ma quando mi sono destato, avevo le gocce del sudor freddo [150]giù per la fronte: «Signore, signore! l’orologio non si è fermato, non si ferma; e la morte si è avvicinata!»: l’orologio sul comodino faceva e tic-tac e tac-tic, nel buio.

Mi butto giù dal letto, spalanco la finestra: «Oh, mio Signore! che meravigliose cose!»

Il sole saliva fuori dell’amplesso del mare. Era lo spettacolo di tutte le mattine; ma quella mattina mi fece un effetto….!

Allora il mantice del petto che era chiuso respirò liberamente.

Lasciamo stare questo «mio Signore»; oramai tutti sanno che il Signore, il quale per gli idioti sta fuori di noi; per gli uomini evoluti si trasferisce dentro di noi. Ciò è molto lusinghiero: peccato che anche essendo piccoli numi, le cose rimangano quelle di prima, e noi ci sentiamo paurosamente soli lo stesso.

Sopratutto rimane la morte, e questa fa venire la pelle d’oca. Usciamo all’aperto!

Da una villetta, nel chiuso e sonnolento mattino, usciva un palpitante scandere di note di cembalo; da un’altra villetta lontana rispondevano altre note, con un’impressione vaga di cuori e di stromenti che si destano anch’essi: poi si facevano più legati quei suoni, sino a salire su, — ma con istento — per le voluttà, di un motivo languido e profondo, che si stendeva per l’aria rosata.

[151]
E così andando, mi sono trovato davanti alla bottega di Pirùzz, il tabaccaio.

Lì c’era Giacomo Moroni, col suo organetto e il suo asino.

— Bravo, galantuomo, suonami qualche cosa di molto allegro.

— Che cosa vuole?

— Quello che ti pare, basta che sia roba allegra.

Adattò la manovella alla cassa, e cominciò il suo lento moto di automa.

Dal ventre dell’organo allora sgorgarono i suoni: i ragazzi accorsero dai loro tuguri, e una bimba sta con l’orecchio appoggiato alla cassa, e il suo volto esprime la meraviglia per quegli echi grandi che si generavano dal ventre dell’organo.

Anche la campagna mi pareva attenta; e gli alberelli lontani mostravano desiderio per accostarsi.

In fondo, la selvetta scura dei pini formava un colonnato con dentro il cilestrino del mare: dietro le colonne, cioè dietro i tronchi dei pini, passavano piano piano i barchetti. Oh, l’ebbrezza di quei suoni! Essi mi scoprivano il paesaggio di là dal mare: vedevo Zara fra le verdi isole; e i timidi barchetti diventavano navi da battaglia.

In quel punto Giacomo Moroni si fermò.

[152]
— Avanti! — dissi iracondo.

— Ancora?

— Ma sì, ancora!

I suoni sgorgarono ancora, precipitarono: una folata di suoni che diventarono una folata di popolo che correva allegramente verso la morte. «Ma voi, invocate la guerra, sciagurato!» Mio Dio, sì! Ma la colpa è tutta dell’organetto di Giacomo Moroni: io sono un uomo pacifista. Soltanto dovendo scegliere un genere di morte, questo mi pare preferibile.

In quel punto Giacomo Moroni fermò definitivamente il suo braccio.

— Ma avanti, avanti ancora!

— Sì, ma lei sa che ogni suonata sono due soldi? E poi sono stanco.

— Boccalone, te ne dava anche tre di soldi, — gli disse Pirùzz; e a me, col suo sorriso più intelligente: — È pur sempre bello l’inno di Garibaldi!

In quel punto venne una mamma, e afferrata la bambinella che stava con l’orecchio sull’organo: — A far l’erba, brutta vagabonda, che è alto il sole! — E aggiunse all’esortazione l’argomento del suo zoccolo duro.

[153]
XII.
Il camposanto ove nacquero le “Myricae„.
Ieri a mezzodì mi sono perduto — senza alcuna meta prefissa — nel sole e nel verde. La bicicletta si era fatta automatica, ed io andavo come un sonnambulo.

L’invisibile Dio Pan, quel vecchio tutto a nodi e bitorzoli, a quell’ora soffia su le canne della zampogna o siringa, che già fu Ninfa da lui molto amata; ma il suo canto è soltanto udito dalle cicale che tengono bordone alle rime del vecchio Nume.

È inutile: gli uomini oramai non sentono più la voce degli dei, nè antichi, nè nuovi.

Quand’ecco io vidi davanti a me molte piante di colore e di forma dolente, disposte in forma di croce: erano i cipressi di un cimitero; e allora mi sono ricordato delle parole del carbonaio che appunto è del borgo a cui appartiene quel cimitero: «Il nostro Pascoli — aveva egli detto — adesso è un poeta di fama mondiale». Egli avea detto così proprio, in quel suo ben rude dialetto, mentre versava dal sacco il carbone, e quella luce di rinomanza [154]si riverberava molto riccamente anche su quel borgo di calzolai, che è San Mauro, ed un pochetto anche su la sua fuliggine.

— Gli volete dunque bene voi di San Mauro a Giovanni Pascoli?

— A Zvanèin?… (e fece un gesto da toccare, alto come egli era, il tetto della piccola casa). — Anno, quando venne da noi, gli si andò incontro con la banda. Peccato che venga poco di spesso!

(«Va là, buon’anima di popolo, — pensai fra me, — tu sei ancora quella che conservi una certa verginità»).

Or dunque, ritornandomi a mente le parole del carbonaio, e già che il caso mi vi aveva condotto, volli andare a vedere il cimitero ove riposano i morti di quella povera famiglia dei Pascoli, cui un delitto privò del padre, e altre fosse furono poi spalancate; a cui Giovanni, figlio e fratello, elevò più tardi un così nobile monumento espiatorio di dolorosi canti. I vecchi contadini di questa terra ben si ricordano ancora del signor Ruggero Pascoli, il quale era di professione fattore o ministro di una grande tenuta principesca, e ne dicono ancora assai bene: egli morì assassinato nell’agosto del 1867. Tornava a casa dalla fiera e portava delle pupe o bambole per le sue figliuoline. Una fucilata a tradimento lo trapassò [155]a morte; e fu la cavallina storna che lo portò morto a casa, chè era pronto, per la virtuosa sposa, il desinare. Lo chiamarono, ma non scendeva dal baroccino. La dea Temi ha troppi cartafacci ed ha messo questo crimine, insieme con tanti altri rimasti impuniti, nel suo archivio; ma nel popolo, di quel delitto ancor si ragiona, e se ne fa alcuna chiosa.

Mi ricordai allora di Perpetua che diceva al pauroso Don Abbondio: «Le schioppettate non si danno come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano». Dicea però Don Abbondio: «Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! l’arcivescovo me la leverebbe?» Sì! dice bene Perpetua; ma Don Abbondio dice, forse, meglio. I cani feroci — è inutile illuderci — mordono. Se ciò non fanno sempre, è perchè non sempre possono.

Mi venne anche alla memoria un libretto di ricordanze «della propria vita», che scrisse un vecchio prete, il quale fu veramente uomo di santa e semplice vita. Egli, appunto in quell’anno 1867, era curato di quel borgo, e a pagina 157 del suo libretto[1], racconta la morte di Ruggero Pascoli con queste parole: [156]«…. è da sapere che potei ridurre in un sol corpo i terreni della parrocchia (sparsi qua e là in mezzo alla grandiosa tenuta, detta della T….) per via di una permutazione con altri terreni di proprietà dello stesso signor principe. Era ministro di essa tenuta il signor Ruggero Pascoli. Questo mio amico e compare, era l’uomo più fortunato e più felice ch’io m’abbia conosciuto al mondo. Ministro della vasta tenuta, godeva di questo la confidenza e la protezione. Avea una moglie amorosissima di lui (per nome Caterina Vincenzi), la quale egli tanto riamava quanto immaginare non si potrebbe: anche avea sette figliuoli, tutti pieni d’ingegno e fiorenti di sanità, quattro dei quali teneva in Urbino nel collegio degli Scolopi. Era riverito ed amato, nonchè dai coloni della tenuta, da quanti il conoscevano: onde non avrebbe potuto desiderare miglior condizione di quella in che era posto. Ma che? tanta felicità in uno istante svanì. Il giorno 10 di agosto 1867, verso le ore sei dopo il mezzodì, mentre tutto solo egli faceva ritorno a casa dalla fiera, fu colpito da un’archibugiata che lo lasciò freddo cadavere entro la carrozza. Poco tempo appresso morì la sua figliuola primogenita, Margherita; poi il fratello di questa, Luigi; poi la moglie (certamente di [157]crepacuore), e finalmente, dopo alcuni anni, Giacomo, già ammogliato, il figliuol maggiore dei maschi. Ed ecco dispersa, anzi direi quasi, scomparsa dal mondo, una famiglia che parea fosse giunta al colmo dell’umana felicità».

Nè il buon prete vi aggiunge chiosa.

Questo prete, come si comprende da questo passo, era un purista. Tanto fanatico anzi egli era dell’aureo Trecento, che dopo Iddio e la Vergine avrebbe tenuta accesa una lampada votiva al Cavalca, al Passavanti, all’autor dei Fioretti, se non fosse stata empietà. Io lo ricordo questo prete dalla semplice vita perchè nella mia puerizia fui qualche tempo sotto la sua disciplina. Fu uomo di grande carità evangelica e morì ottantenne e poverissimo, or non è molto. Nel tempo che in queste terre dominavano i legati pontifici egli era in odore di liberale. Calunnie! Egli amava la Patria attraverso gli autori del Trecento. Era una patria infantile e dolce come un periodo del Cavalca! Egli la cullava fra le sue braccia, egli l’adorava come si adora il Bambino Gesù! Oh che terrore, povero prete, quando s’avvide che al Bambino Gesù spuntavano i baffi, cioè quando s’avvide che la Patria non era più in fasce, non pargoleggiava più, camminava da sè e la lingua Italiana del Cavalca [158]si era trasformata nella prosa di Alessandro Manzoni. Alessandro Manzoni nelle scuole? Ma dove si andrà a finire, signore Iddio! No! la curia gli amareggiò con gratuita crudeltà la vita serena. Monsignor il vescovo gli sottrasse a torto Dante e il Petrarca. Egli non era un liberale. Era una piccola anima, paurosa della grande vita umana, che per lui era termine equivalente ad una grande malvagità umana. Era per lui la vita una disarmonia fatale, ed egli rifuggiva in cerca di armonia o di bontà entro un fioretto di San Francesco. O quanto mi sdegnai leggendo in quelle sue ricordanze questa narrazione fredda dell’omicidio del signor Ruggero Pascoli! Non un fremito, non una parola di maledizione o ribellione per così barbaro misfatto. Ma come fui in quel cimitero l’animo mio si mutò stranamente. Il misterioso canto del Dio Pan, il ritmo grande e uniforme delle cicale, le molte tombe ripetevano insieme: «Se così è scritto nel libro del mistero, perchè ribellarci? Preghiamo, piuttosto». Ed io sentii che ogni imprecazione era morta in me e che la mia anima era diventata come l’anima di quell’antico prete. Preghiamo piuttosto.

E il libro di Myricae non è una preghiera moderna?

[159]
*

Or ecco come entrai nel cimitero: un lungo viale campestre si partiva dalla via maestra ed io voltavo per quello, quando mi avvenne di oltrepassare una donna che procedeva lenta, e domandai:

— Buona donna, è aperto il camposanto?

— Ci ho le chiavi io, — mi rispose agitando un grosso mazzo di chiavi, — e vado proprio nel camposanto a far l’erba.

«Ecco una fortuna, — dissi fra me, — anzi troppa fortuna! Quando io busso alle porte degli uomini, le trovo solitamente chiuse; ma per questa ho trovato la portinaia e le chiavi su la strada medesima. Vero è che in questo caso un antico romano avrebbe fatto uno scongiuro!»

Giunsi al sagrato.

Due colonne di granito sostengono un frontone di greve architettura, mezzo in rovina; e sovrasta un portico cadente, tutto incrostato di lapidi. Sul frontone, in grandi lettere romane, era scritto: «Sancta et salutaris est cogitatio pro defunctis exorare». — Il salutaris lasciamolo là, — dissi mentalmente.

La mia venuta turbò molte schiere di lucertole, che su quelle lapidi, come su buona [160]pesta, facevano scorribande. L’afa era grande come grande era il silenzio; e le scritte mortuarie, stampate e affisse su le pareti di una cappelletta, si staccavano, si accartocciavano e si confondevano lente, così come la memoria degli uomini del pari si accartoccia e, un po’ per volta, si stacca.

Intanto è venuta la portinaia; mette la chiave nella toppa della porta e tira, tira il lungo chiavistello esterno.

— Oh, che diamine, la mia donna, non siete buona ad aprire? e i morti come fanno quand’essi arrivano?

Mi rispose:

— Sappia prima di tutto che d’estate muoiono in pochi in questo paese; e poi adesso i morti entrano dal cancello nuovo, che è più in su. Questo cimitero serve anche per Savignano.

Aprì ed entrammo

È curioso come la voce ingrandisca nei cimiteri, così grande anzi diventa che si finisce col tacere. Entrai, ed ho camminato su e giù per quel campo desolato, scarso di tavole funerarie e di erbacce. Però quel lezzo di bosso che stagna nell’aria chiusa e calda, quelle due file di cipressi fitti che si urtano a formare una dolorosa croce, sono soffocanti: si respira meglio presso al mare.

[161]
O marmorea come il famedio di Milano, o artistica come il cimitero di Pisa, o adorna come un camposanto inglese, o abbandonata come è pur codesta, in verità la scelta dell’ultima dimora da cui non è lecito fare San Martino o San Michele, non è allegra. Non vi sarebbe che fare il becchino per acquistare l’abitudine del luogo. Troppo sole ha la vita per adattarsi alle tenebre! La cosa più semplice era dopo tutto non nascere. Sì, questo è pessimismo, lo so. Ma ho letto anche — e lo credo — che chi è ottimista ha una circonvoluzione cerebrale di meno.

— Buona donna, venite qua, — e la chiamai. — Ditemi un po’, di questi Pascoli di cui qui sono le lapidi, ce n’è rimasto vivo qualcuno?

— Ce n’è uno di questi Pascoli: ma ha abbandonato il paese da tanto tempo e sta lontano, lontano, chi sa dove!

— E sapete che mestiere fa?

— Oh, — disse con grande significazione, — lui è uno che ha avuto giudizio, sì, lui! Ha un posto che sta sopra a tutti.

— Questi sono i Re, la mia donna.

La donna crollò il capo:

— È un posto, per farvi capire, che comanda sopra tutte le scuole.

— Ho sentito dire che lui non viene più a [162]San Mauro, perchè voi di San Mauro siete gente cattiva.

La donna crollò ancora il capo e fece diniego forte con la mano:

— Miga, miga! L’è un’altra storia che non si può raccontare. Bisognerebbe che quelli che sono qui — e indicava i morti che erano in sua custodia — potessero parlare. E invece non parlano niente. Forse avrebbero caro di confessare: ma qui stanno tutti buoni e zitti anche senza nessuno che li badi; invece quand’erano vivi! Ma ci dev’essere uno lassù che fa la cappata!

E segnava anche lei l’immobile cielo.

*

Il piccolo libretto di Myricae è nato qui, — pensai, — in questo campo del riposo senza risveglio e quelle piccole canzoni in origine non furono scritte per le dame e pei letterati, ma per consolare e placare le ombre dei cari morti. Il buon Dio Pan molto lodò quel canto, nato col sapore di questi campi vicini, dove molta storia riposa; e allora insegnò al giovane poeta il secreto dell’anima del pesco che fiorisce; della rondine che svola; della campanella che squilla sul colle selvaggio; insegnò quali suoni convengano alla [163]luce del sole che tramonta o dell’alba che aggioga i buoi nel caldo estate. Distinse per lui l’anima del pino, dell’olivo, del cipresso. Sì, Dio Pan questo insegnò, ma non per le dame o i letterati, ma perchè celebrando la vita delle cose, della rondine, del cipresso, dell’insetto, insomma di tutti i figli della terra, più umili e negletti, potesse parere al poeta che quelli pure che stanno sotto la terra avessero intendimento, onde dicessero: «Grazie, figliuolo, grazie, fratello, della dolce canzone».

Così nacquero Myricae, olezzanti e vivi fiori, a Dio Pan carissimi. Questi fiori hanno avuto fortuna al di là di ogni aspettazione. Bisogna pur dimostrare che qualche volta c’è giustizia a questo mondo! «La fortuna, — e Dio Pan sorrideva e parlava col rombo delle melodiose cicale, festanti a coro nel grande silenzio, — la fortuna fa come il baro nel giuoco: fa vincere qualche volta, per allettare gli altri.

«Sì, sì, ebbero fortuna Myricae! Era esso un tempo un libriccino piccino, sconosciuto; conosciuto solo agli amici che sospiravano al sospiro e fremevano al pianto. Ma poi il volume diventò grande, e i bottegai che tengono nelle loro vetrine i grandi fiori di carta e di seta, furono lusingati un po’ per volta di questo [164]fiorellino vivo e vero, di questo arbusto gentile di Myricae. Ma prima non lo volevano per ferro vecchio. Oh, dopo che festa gli fecero! gli comperarono perfino una toilette di gran moda, in sullo stile antico del Cinquecento! Povere Myricae, figlie dei campi e care al Dio Pan, come si trovano però a disagio oggidì in quella acconciatura artificiosa, esse così naturali! Che vuoi? Convenne seguire la moda, figliuolo mio». Così mi parlò il Dio Pan.

— Non viene più a trovarvi, o Dio Pan, il buon poeta che cantò Myricae? — io chiesi.

«Poco, figliuolo, — rombavano le cicale in nome del Dio Pan, — poco e di rado. Che vuoi? La Fama offre oggidì grandi ricevimenti nel suo Grand Hotel; ed egli non può esimersi più dall’intervenirvi. Ella inoltre lo affatica con molte commissioni, alle quali è fatica dir sempre di no. Credi, figliuolo, — rombavano le cicale forte forte sul mezzodì, — la fama degli uomini ha i suoi inconvenienti. Pensa: Giovanni Pascoli un tempo componeva in ghirlande questi odorosi fiori di Myricae affinchè confortassero le tombe del padre e della madre; e gli amici, leggendo, esclamassero, come esclamavano in fatti: «Quanto dolore!» Questo egli cercò; non d’acquistare fama. Ma il pubblico che dà il danaro per costruire [165]il grande Hôtel della Fama, solitamente non crede (e non ha tutti i torti!) che da terribile verità possa generarsi opera d’arte. Finzione, finzione, bella finzione, leggiadro strazio, eleganti lagrime, tale è il mestiere del poeta: e perciò solo applaude: e tu vieni allora alla ribalta, o poeta, e inchinati sorridendo, e poi il pubblico ti domanderà: «Che cosa state facendo adesso, poeta? A quando un nuovo libro che ci faccia divertire con nuove lagrime, anche più belle?»

Non è facile incontrare il gusto del pubblico, ma una volta incontrato, esso è esigente ed è d’obbligo una certa produzione regolare. Che si direbbe di una rispettabile ditta che rispondesse agli avventori suoi: «Quest’anno non abbiamo produzione»?; ma si rivolgerebbero ad altra ditta in concorrenza.

*

Cantavano le cicale melodiose e Dio Pan seguitava dicendo: «Ad un altro poeta, che fu compagno e amico del Pascoli, io ho insegnato, come a lui insegnai, i segreti della terra e del cielo, del fiore e dell’errante uccellino. Questi, a differenza di quello, non diffuse il gemito della morte nelle sue canzoni, ma il voluttuoso, lieto inno d’amore. Biancofiore [166]la bionda, ride per tutte le sue tenui carte. Ma gli uomini non l’udirono: essi non hanno distinto il canto del rosignolo.

«Di chi parlate, voi, Dio Pan?

«Ricordati di Severino Ferrari!

«Oimè, egli è infermo, Dio Pan, e mal noto agli uomini, — risposi io.

«Ben lo so. Ma impara che non sempre ciò che piace agli uomini piace anche agli Dei».

Allora palpitarono per la grande campagna questi versi:

O Biancofiore, i tuoi riccioli d’oro

come belli dormian sopra il tuo sen!

Bianco seno di latte ove serpendo

roseo va il sangue con mite vigor,

van due fragranti rose alte crescendo;

sotto la manca le fiorisce il cuor[2].

*

Quando quel dì tornai a casa, la minestra era fredda, ma Dio Pan, il vecchio canoro che va errando pei campi, mi aveva insegnato mirabili cose nel canto delle sue cicale.

[167]
XIII.
La quaglia e il Nirvana.
La casa del cantoniere. Quasi tutti i vesperi le mie gambe mi portano là, verso la piccola pineta, lungo il bell’argine della via ferrata, da cui si domina il mare lì presso, ed il monte da lontano; ma quando arrivo alla casa del cantoniere, mi fermo. Non è che io mi voglia fermare: è come un imperativo categorico di questo terribile orologio dell’anima che ho dentro di me, e squilla la fermata davanti alla casa del cantoniere. Quella piccola casetta ride nell’eremo del paesaggio; e quella stazione quieta, accanto a quel binario (umile e pur congiunto ramo di quell’immenso sistema nervoso che fascia la terra con doppia sbarra d’acciaio), mi seduce più di una sontuosa villa.

Io non so che cosa pensi di me quella famigliuola del cantoniere, vedendo questo intruso, fermo lì, fuori del recinto, e che fissa, e sta immobile: mi potrebbero ragionevolmente domandare: «Ma si può sapere che cosa cercate qui?» Invece non mi hanno domandato [168]mai niente e mi lasciano guardare. Un bimbo — lo scorgeva dal vano della finestra a piano terreno — indicava pur me con insistenza alla madre sua, come a dire: «C’è di fuori quello lì!» Quattro occhi di giovanette, apparendo e scomparendo dall’uscio, come testoline di rondini dal nido, devono aver compiuto una specie di indagine sul mio conto.

Avranno pensato: «Chi sarà? Uno che si vuole buttare sotto il treno? No, perchè sono molti giorni che egli si ferma qui: i treni passano ed egli non si è ancora ammazzato. Un vagabondo, un ladruncolo? Nemmeno, perchè non ne ha l’aspettò. Chi potrà mai essere? Eh, chi può essere?»

Le vidi scoppiare in una risata di cuore, poi si ritrassero in casa; parlarono e anche la madre sorrise, assentendo. La risposta era trovata al quesito:

— Un matto!

Così è forse: a chi percorre la dura via della Saviezza, ad un certo punto avviene di essere entrato nei regni della Pazzia. Spiegato così il mio incognito, nelle sere susseguenti il riso delle donne si mutava al mio apparire in sorriso fuggevole di pietà: il bimbo bensì seguitava ad indicarmi.

Così grandi, solenni, eloquenti erano le tacite cose all’intorno, così profondo era il senso [169]di umiltà e di annientamento entro di me, che io cominciai ad acquistare un nuovo senso e, palpitando, a tremare come se la natura mi avesse rivelato il suo essere profondo.

Una stradicciuola saliva sino al passaggio a livello della via ferrata, con due spalliere di pioppi; ma così aerei, così verdi e azzurri, così palpitanti pur nell’aria senza vento, che pareva linguaggio come di foglie che una Sibilla avesse animate della sua verità. Al di là della ferrata, la via scendeva ancora perdendosi fra le dune del mare, coperte di lieve peluria di prato, dove il sole stendeva su ardenti tinte di croco. Più lontana la breve selva dei pini.

La casetta del cantoniere sorgeva presso il cominciar di quei pioppi; e c’erano intorno tutte le cose buone che sono necessarie a chi deve vivere lontano dagli altri uomini: un piccolo forno per cuocere il pane, una catasta di marruche secche, il pozzo con le mastelle del bucato, alcuni filari di uva già nereggiante, quanto bastasse a fare un po’ di vinello per la famigliuola. Davanti, in un rettangoletto di terra, germogliava l’insalata tenera, e, sopra sostegni di canne, gli utili pomidori si pompeggiavano nel loro rosso. Accanto al muro, ristretto da cannucce per frenarne il troppo rigoglio, il rosmarino (ros maris, cioè [170]«rugiada del mare») superbamente fioriva; fioriva il basilico che assorbe l’odor dell’estate, e molte rame di limoncella gareggiavano d’altezza con le mirice.

Sì: io sorpresi me stesso dire a me stesso: «Ma che cosa sto a cercare più nella vita? Ma a quale scopo mi sono insino a questi giorni tanto affaticato nel mio peregrinaggio terrestre? Ma non sarei felice io qui? Io sono seccato a morte di dover ritornare fra poco ad essere dottore, professore, elettore, libero schiavo! Ecco: sventolare la bandiera a questi piccoli treni, non veloci, salutando reverentemente la vita che passa; e godere intanto questa solitudine, questa santissima quiete, dalla quale passerei senza avvedermene, senza contrasto, a più sicura pace, sepolto qui, presso questo mare, con una scritta che io vorrei dettata così: «Exaudiam vocem maris»: ecco la felicità, e altro non chiedo».

Lo so! Se io manifestassi questo desiderio a questa famiglia di cantonieri, ben mi direbbero «pazzo» e senza ritegno. Queste ragazze, forse, sarebbero più contente se potessero andare ad abitare in una tumultuosa via di Torino o di Milano; e il loro padre avrebbe bisogno, per la compiuta estrinsecazione della sua anima, di passare almeno un paio d’ore per giorno in una taverna e quivi discutere [171]de’ suoi diritti con altri ferrovieri. Lo so: ma so che vi è nell’umanità un numero (e forse più grande che non supponiamo) di uomini che se lo potessero, e potessero vincere la superstizione di quella che si dice civiltà e la paura della scomunica che i grandi sacerdoti del progresso lancerebbero, uguale pensiero formerebbero di quello che io penso.

Che altro furono i buddisti della sacra India? Che altro furono gli asceti cristiani, vilipesi dai trenta tiranni del libero pensiero? Che altro sono molti fra i suicidi del tempo nostro? Degli scioperanti dalla vita sociale: dei disertori di questa miserevole milizia: dei ribelli che non vogliono più recitare la farsa: degli stanchi dello spettacolo dei bussolotti: dei facchini tediati del peso. Ma questo genere di sciopero è biasimato da tutti.

Il Nirvana, la narcosi dell’anima che si addormenta nell’immobilità e nella contemplazione, ist verboten, anche in Italia. E poi, come si potrebbe? Ai nostri orecchi il tram batte la sua furibonda campana; l’officina urla; l’uomo politico arringa davanti al suo baraccone. Il rifugio nel Nirvana è diventato impossibile! Onde è che molti, giunti alla disperazione, si appigliano al partito di farsi saltare le cervella, avvertendo semplicemente il signor questore che sono «stanchi [172]della vita». Dunque niente Nirvana, niente assorbimento nel seno di Brama! Ubbidiamo alle leggi della tirannide sociale e facciamoci cantonieri. Questo è un eremitaggio permesso. Giacchè non è l’idillio che io domando a te, casetta bianca, non è lo stupido «il tuo cuore e una capanna», ma la santa quiete e l’oblio che io chiedo a te, casetta bianca!

Sì, anche senza Nirvana, io avrei — potendo — sùbito e con festa accettato di mutare la mia sorte; e del ridicolo del mondo mi sarei dato minor pensiero che del sibilo del vento. Del mondo? Quattro individui che vi conoscono di persona e due di nome. Miserie! Lasciate che dicano!… E lì, davanti a quella casetta, io fabbricavo la mia felicità di romito, di un Robinson Crosuè in mezzo alla gente, come il bambino giocando con la barchetta sogna il mare, o con la spada di latta si finge e sogna la gloriosa terribile guerra! Quale cura pel sistema nervoso non sapere più chi è ministro, abolire il colletto, ignorare l’esistenza dei giornali, non dovere più sputar dolce e ingoiare amaro!

*

Oimè, tutte queste ricostruzioni furono sconvolte in un momento. Ora dirò come ciò avvenne:

[173]
Perchè dalla via ferrata — percorrendo il tratto da me percorso — venne un dì ingrandendo una cosa bianca: era lei, la donna piccola, misteriosa. Quella donna l’avevo sorpresa altre volte nei giorni prima; ma non nei ritrovi, non in alcun crocchio: bensì sola, sempre sola, in giro per la campagna deserta, sotto il sole del mezzogiorno.

*

Molte volte io mi ero fermato per vederla passare, perchè ella era ben strana! Un volto scialbo, glabro, con due labbra sprezzanti, due grandi attoniti occhi, fissi davanti a sè.

Andava scalza e trascinava con moto serpentino certi abiti negletti e cadenti, come persona che si è più coperta che vestita. Così senza calze e in pianelle per la campagna, difendeva il capo ed il volto con un sontuoso cappello alla moda, che teneva le veci di ombrello; perchè dalle falde larghissime cadevano in disordine densi e preziosi veli per ogni lato, candidi ed azzurri, come se mostruosi e artefici ragni vi avessero intessute le enormi loro tele.

Magra, piccina ella era: di indefinibile età giovane.

[174]
Ma dove avevo io mai veduto costei prima d’allora? Eppure io l’ho veduta.

Ne domandai a qualcuno dei giovani che hanno per mestiere di scovare le donne: ma non ne sapevano nulla; anzi non l’avevano notata, tanto vivea solitaria. Ma un giorno che si fermò dal parrucchiere, il cui garzone, quello che porta Carlo Marx alla catena, accumula per le circostanze anche il mestiere dell’orologiaio (si fermò a riprendere il suo orologio), io mi accostai per sentire il suono della sua voce. Era una voce calda, esercitata, profonda. «Oh, una lira basta!» aveva detto: levò da un borsellino, tanto minuscolo per quanto grande era il cappello, la moneta, la squadrò con gli occhi grandi di miope, la buttò lì e s’allontanò seccata.

Ma io già udii quella voce in grida di Valchiria, in gemiti di cavalla nitrente, io vidi quella zingara già vestita da regina, quella piccola figura già la ammirai sollevarsi, contorcersi sotto il soffio della passione. Dove?

Sul palcoscenico.

Quel minuscolo piede, allora senza calze, difeso da una ciabatta di pezza, che pareva compiacersi nell’insolentire contro la polvere bianca, sollevandola a nembi (disprezzo agli altri, incenso a sè?), dunque vidi calzato di sottile, eretto coturno?

[175]
Ma come mai un’attrice di grido, una dea dell’Olimpo, qui? in quest’angolo di terra, ignoto alle guide ed alla geografia?

*

Non ci pensavo più da tempo, quando vidi — dunque — venire avanti per la via da me percorsa, lungo la ferrata, quella piccola personcina stravagante e voluttuosa, col piede scalzo e il gran cappello coi veli. Avanzò, passò, con gli occhi fissi avanti, col volto pallido su cui pareva evaporare l’ombra di un tedio interiore.

Per tre giorni ella percorse il detto cammino, e come giungeva davanti alla casa del cantoniere, il suo occhio non si volgeva a guardare alcuna cosa. Nè la casetta del cantoniere, nè la mia umile persona furono credute degne di uno sguardo. Invano il rosmarino mandò il suo profumo, invano le viole a ciocche occhieggiavano a lei. Se ella si fosse fermata a contemplare quell’idillica dimora, avrei forse trovato modo di cominciare qualche discorso, chè molto avrei avuto caro di sentire con quali pensieri ragionava questa celebre interprete delle passioni. Ma non ne fu mai nulla! Giunta alla casetta del cantoniere, scendeva per il viale dei pioppi, e ad ognuno dei lenti passi [176]saltellanti a ritmo corrispondeva un moto e un fremito della sua persona, e perchè non lo dire? corrispondeva un fremito entro di me.

La attesi al quarto vespero, ma non comparve più e non più la rividi. Bensì la rividi con gli occhi della mente: rividi i suoi magnifici ritratti nelle vetrine dei grandi negozi, vidi le stampe, i giornali che con vaporose e sospirate parole narravano le sue avventure. Oh, la pudica morale ben può leggere quelle avventure! Quella leggiadra istriona fu vittima di illustri passioni; fece olocausto di sè, arse in molte fiamme; la delicata sperimentò molte colpe, per poter poi rendere al vivo su la scena gli sdegni, i baci, i sussulti della nevròsi terribile.

Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per non confermarmi nell’opinione che ella non fosse la famosa imitatrice dei grandi spasimi della voluttà e dell’amore. Portava il suo corpo le tracce del faticoso lavoro. «Bene, o donna, dimmi per confessione sincera, quale è il segreto della tua anima — quale è la tua segreta coscienza!» così io, filosofo, avrei voluto chiedere a lei, come già altre volte ho chiesto al sole, al mare, al fiore: «ditemi, o sole, o mare, quale è l’anima vostra». No, ipocrita, io non dico tutta la verità; io avrei voluto anche chiedere: [177]«Concedi — o divina — che io pure gusti il sapore delle carni che vestono la tua anima, e di cui già altri saziasti». Anima? coscienza? pensiero? ombra di tedio interiore? Ma no! Tu sei come il sole che appare, come la terra che feta, tu sei forza soltanto, e immane. Ma anima non sei! ma che tedio! che passione! che coscienza! Sei forza: ecco che cosa tu sei.

Invano è l’eremo, invano è il Nirvana, invano sta il chiostro. Mettevano i monaci antichi le scolte armate attorno alle mura dei conventi: ma Venere ride e penetra. Ed il Beato Angelico, da te, Venere, toglie i volti soavi, e frate Guido toglie dal canto liturgico le note d’amore, e frate Francesco celebra le cose create, e lauda pur sempre te, demoniaca, forza terribile! Disperato Origene si deturpa; s’assorbe il deriso Simone sull’alta colonna. Crollano i conventi dei trappisti e dei buddisti quando tu appari: crollano i sistemi dei filosofi, quando tu ridi! Romba per te il lavoro umano e suona l’officina; l’epopea e la tragedia marciano all’epilogo sanguinoso, e tu col plauso e col canto ne segni il ritmo, o fatale! Ecco Polifemo, il mostro, che si nutre di uomini; eppure — quando Galatea appare sul campo del mare — piange come un fanciullo e cerca su la zampogna umili suoni; ecco Priamo che il sangue dei figli buoni e [178]del grande popolo trova giustamente versato per te, stupida Elena; ecco lo stoicismo sublime del Leopardi che sfuma come nebbia al sole; e di questo asceta moderno, vivrà mirabile nei versi il grido di spasimo quando Venere si compiace di toccare le misere carni con la sua pietra infernale. Oh, miseria dell’uomo! «Va dunque, o stoltissimo, — dissi a me medesimo rincasando, — va e poniti al lavoro e componi un libro di filosofia nuova in cui le ragioni dell’essere siano spiegate come effetto di questa forza immanente, multiforme ed una in tutte le età. Questo sì, è il vero determinismo storico. Ciò già fecero altri filosofi! Ebbene, ritorna da capo».

*

Oh, stoltissimo, in verità, perchè rincasando accigliato e turbato per questi nuovi pensieri, mi abbattei nel signor capitano.

Egli quella sera fumava sereno contro la luna nova, la quale disegnava una placida falce sottile in fondo al cielo azzurro; e le due punte della falce si congiungevano in un esile, quasi invisibile cerchio d’oro.

Mi ricordai subito delle sue teorie sul genio della donna! Ed io che andavo tormentandomi [179]col «determinismo storico», e con «la forza immane»! Ma certamente la piccola attrice è una geniale od una genialoide. Certo anche, su quel lido deserto, essa è una quaglia sperduta. E il signor capitano a’ suoi begli anni e nel mio caso specifico, invece di tante fantasie e chiacchiere, si sarebbe portata a casa quella saporitissima quaglia.

Come ciò è più semplice e più igienico!

[180]
XIV.
Il vino del prete.
Mi hanno assicurato che l’arciprete della vicina parrocchia è possessore di una cantina di buono e onesto vino. Andai alla pieve, adunque.

La prima volta, però, che turbai col martello il silenzio di quella grande e vetusta dimora, apparve ad una inferriata una faccia scarna, e ad una finestrina più in su, un’altra faccia pingue; ma l’una era più arcigna dell’altra; e tutte e due erano vecchie: le vecchie serve. «Prete? vino?» domandarono: non ne sapevano nulla. Io insistetti, e allora venne fuori il prete in persona.

Anche lui non ne sapeva che poco intorno all’affare del vino: bensì il suo uomo sapeva, ma questi — per allora — era fuori. Dissi il mio nome, da dove venivo, chi mi aveva mandato, e allora fui introdotto nella casa, e poi nella cantina.

Questo prete fabbrica con passione di enologo vini buoni d’uva; ma egli deve essere temperato bevitore: nerboruto, adusto, alto, nero, ha varcato i sessanta, ma ne dimostra assai [181]meno. La sua voce è quella dell’uomo savio, cioè mansueta, lenta, profonda.

Io mi presentai per quello che sono, cioè per professore o, come mi piace dire, perchè è più semplice, per maestro di scuola.

— E dove, di grazia?

— A Milano.

A questo nome mandò un’esclamazione e fece l’atto di chi odora un vento infido; il mio ufficio e il mio luogo di provenienza non mi parvero una raccomandazione; oh, lo capii subito, e mi dispiacque, perchè se svelai al prete il mio mestiere, fu per essere accolto bene. Il far la scuola è un sacerdozio — almeno così dicono. — Dunque io e il prete eravamo colleghi e, si sa, fra colleghi si usano (non sempre però) delle gentilezze, anche nei prezzi.

Capii subito che il signor arciprete non mi considerava niente affatto per collega. «Allora, già che ti ho detto chi sono, voglio farti sapere che io sono convinto di essere un collega» — pensai —, e mi misi a ragionare del sacerdozio della scuola con un entusiasmo che certo non è nella mia convinzione, almeno per ciò che l’esperienza mi ha insegnato.

Il prete ascoltava e diceva: — Sì, sì, va bene! — e poi con tuono paterno, mettendomi la mano su la spalla, così spiegò il suo pensiero:

[182]
— Con tutte queste belle teorie, la conseguenza però sa quale è? Che la santa ubbidienza non c’è più! — e stringendo le labbra, girò gli occhi qua e là in cerca della Santa Ubbidienza. — Veda, — aggiunse, — altro è soccorrere il nostro simile, come ha detto Cristo, nostro Signore, e altro è montare la testa a chi l’ha già calda; son due cose diverse, mio caro; il servo vuol fare il padrone, il sottomesso vuol criticare il capo, i contadini vogliono vestire come i signori, chi ha una casa domanda un palazzo. Crede lei che il mondo possa andar bene così? Io dico di no! Badi bene, io parlo per quello che vedo qui. Può darsi che a Milano si abbiano altre viste.

E dal suono della voce si capiva chiaro questo pensiero: «E ora basta di discorsi vecchi come il cucco!»

Ed i o non ribattei: il discorso del prete era giusto, dal suo punto di vista. Vero è che quelli che la pensano in modo diametralmente opposto al suo, ragionano bene anch’essi dal loro punto di vista. Gli uni tirano a destra, gli altri a sinistra, così come fa fare il maestro di ginnastica con la corda per l’esercizio ai ragazzi. La conseguenza di questi sforzi, opposti e contrarii, è la immobilità. Il sole che sta molto in alto e può serenamente giudicare, [183]vede che la immobilità è l’effetto del convulso agitarsi degli uomini. Ma forse, per gli uomini, come pei ragazzi, tutto si riduce ad un esercizio di ginnastica.

*

Le case dei preti, specie in campagna, hanno una loro fisonomia di riposata pace e di continuo benessere. Quella del prete in discorso dominava piacevolmente il paesaggio circostante ed io ne feci grande elogio.

— Sono qui da trent’anni, — rispose, — e ho sempre goduto, grazie a Dio, buona salute. Se vuol vedere la casa di sopra, venga pure, oh venga pure! Pare più grande di quello che è. Per rimetterla un poco a nuovo bisognerebbe spenderci del denaro. Una volta, sì, era una parrocchia che rendeva; ma adesso!

Egli mi precedette: erano grandi stanze scialbe con pochi, pesanti mobili — cassapanche, canterani, tracantoni — i quali, se fossero stati smossi, avrebbero fatto piangere lacrime di polvere e di calcinaccio alle pareti: erano antichi fiori defunti, e poi mummificati davanti a teste dolci e chine di varie Madonne. Rimaneva sospeso, però, nell’aria chiusa, il melanconico odore della viola e del garofano morto. Due quadri di marina, del tempo [184]del Seicento, rappresentavano l’alta poppa di alcuno caravelle con le vele latine tutte spiegate e turgide sul rigonfio flutto e glauco. Di fronte un bambin Gesù apriva le braccia come per dire alla mamma sua: «Lasciami andare su la bella barca; io mi annoio, mamma, nella casa del prete!»

— Oh, la bella libreria, oh, i bei libri antichi! — esclamai vedendo alcuni grandi scaffali. Mi accostai, ma una forte grata chiudeva i libri.

Disse:

— Son del defunto parroco che era un dantista. Quando morì, lasciò non so quanti chili di carta scritta, che era tutto un commento di Dante. Gli eredi, gente ignorante qui di campagna, credevano di avere il tesoro. Volevano fare una permuta con due tornature di terra! (Il prete a questo ricordo ridea pure a scosse). E ce ne volle a far capire che quella carta scritta valeva meno della carta pulita. «Ma se ci ha messo tutta la vita!» dicevano. «Ma se tutta la vita ha avuto, poveruomo, la testa per intrigo!» Me l’han cavata proprio fuori di bocca! Tuttavia, tanto hanno detto, tanto fatto, che ho comperato questa libreria.

— E il manoscritto?

— Mah! — e accennò lontano. — Avrebbe [185]fatto meglio ad occuparsi della parrocchia, avrebbe fatto…. — concluse serio, serio.

Io fissavo fra la grata curiosamente: Un volume portava questa scritta in oro: «Dante Alighieri, Vita nova d’amore».

(Un profumo di gigli lontani, allora mi fece tremare il core, e chinai il capo).

— Bisognerebbe andare a trovar la chiave, — disse il prete, vedendomi così fermo tuttavia e immaginando il mio desiderio di esaminare quei libri.

— Per carità, non s’incomodi.

— Sì, sarà per un’altra volta.

— Vi sono libri di valore?

— Qualche stampa antica ci dev’essere, ma di argomento profano, — rispose. — Ma guarda qui! ma guarda qui, le maledette bestie! — e il prete col dito ossuto mi indicò, entro la grata, due piccole trappole dove erano alcuni topolini morti, ed uno ancor vivo che saltava.

— Muori di disperata morte! — gli gridò il prete. — Che non si possa salvar niente da queste bestie!

— Ne fan del guasto, i topi?

— Eh, altro che! un po’ per volta se li mangiano tutti questi poveri libri. Bisognerebbe aver tempo per pulirli ad uno ad uno, ma chi ha tempo?

Ci movemmo ancora.

[186]
Grandi pareti scialbe — dico — su cui la pioggia, filtrando, avea disegnato strani arabeschi e continenti nuovi; e così la polvere, stratificandosi in tutta pace su le cornici e su le modanature dei mobili neri, aveva prodotto certi effetti di chiaroscuro, non privi d’arte.

— Bello, signor arciprete, — esclamai.

— Ma che bello! È tanto che ho in mente di metter via tutta questa anticaglia e comperare un po’ di roba nuova!

*

Per una scaletta segreta il prete mi ricondusse ancora nella cucina, dove le due vecchie si erano rifugiate e mi volgevano le balusche pupille bianche; indi mi precedette nella tinaia.

Questa era ben lucida, ma non per effetto dell’acqua: anzi, a giudicare dal buon vino, quivi, come sul rugoso volto del sacerdote, come su quello delle due serve, come sui pavimenti, l’acqua non era passata che parsimoniosamente. In grande copia invece l’acqua doveva esser passata per l’orto; l’acqua che zampillava giovane, argentina, canora come voce di ninfa da un tubo di pozzo artesiano. Bello, dunque, l’orto e ricco di melanzane, di [187]pomidori, di finocchi e di sedani interrati. Più bello ancora era l’apiario, dipinta a colori smaglianti: giallo, rosso, bianco; odore di miele e quasi di incenso, di basilico e di maggiorana, murmure sordo delle nere api. Ma bellissimo poi sorgeva un olmo poderoso, degno di essere consacrato ad Ercole; cui verde da un lato abbracciava una splendente edera dai vivaci corimbi; dall’altra parte cingeva, serpendo, una forte vite; e tra il fogliame e i corimbi pendevano grappoli, color d’ambra purissima.

— Io le voglio far sentire questo moscato, e mi dirà poi se è buono, — disse il prete. — Ce n’è poco più, e glielo voglio far sentire — e così dicendo tolse dalla tasca un coltellino e, allungandosi sulla già lunga persona, accuratamente recise un grappolo e me lo porse. — Siamo agli ultimi d’agosto, e senta come è matura! — sclamò con soddisfazione.

Assaggiai: l’acino grosso si spaccò, e il dolce liquore si sparse nella bocca a gran letizia e frescura delle papille gustatone, mentre il grappolo non era scarso di gioia ai nervi dell’olfatto: onde io quella ricca e dolcissima quiete contemplando, non potei vincere me stesso e sentii fiorire entro il mio cuore molte e antiche parole di poetica lode intorno all’ocio religiosorum. Ma il vecchio prete [188]che non era amico, evidentemente, della poetica e della retorica, alle mie prime frasi enfatiche, mi guardò con strani occhi investigatori, come farebbe un medico che ascolta improvviso venir fuori il discorso di un povero svanito di mente. Compresi subito dà quello sguardo il mio errore: repressi le parole alate che volevano sgorgar fuori; ricondussi quelle che erano uscite a parlare dell’olmo stupendo, gloria di Dio.

— E di chi lo cura, — mi aggiunse, emendando, il prete, — perchè i tordi arrosto non vengono giù dal cielo. Bisogna andarli a cacciare. Del resto questo olmo si direbbe proprio un olmo magico. Perchè lei doveva venir qui, appunto a quest’ora, due sere fa a sentire. Era un passereto! Sul calar del sole le passere vi si raccoglievano a centinaia (a centinaia, dico!) e facevano a chi cantava meglio: erano tutti occhietti e testoline fuor dalle frasche: la gente si fermava a sentire fin su la strada. Allora sa che cosa ho io pensato? Ho pensato di prenderle tutte in una bella volta. Preparo ben bene le mie reti e tutto era pronto per incappellar l’olmo, quando, che è? che non è? Proprio quella sera che le aspettavo, le passere non vengono; l’albero rimane muto; nemmeno una passera è capitata.

— Il diavolo, signor arciprete! — dico io, [189]e credetti dire bene; ma ero destinato quel giorno a non indovinarne una.

— Ma che il diavolo! Scimunito! («Scimunito» non me lo disse, ma lo si lesse chiaro nel suo volto). Il diavolo ha ben altro da fare! Un barbagianni, un gufo è stato! Ci deve essere un barbagianni, un gufo lassù! Le passere hanno sentito l’odore, capisce lei? Sono fuggite: ma chi può — e sforzava la vecchie pupille entro il fogliame — andarlo a scovare in quella selva?

O rondini, o tortore, o uccelli della Vernia, che intorno a Santo Francesco facevate nembo e festoso canto, ed egli vi chiamava sorelle e fratelli «vi lodava e vi accomiatava ai punti estremi della terra, e verso settentrione e verso ponente, e dove il sole nasce e dove muore, affinchè la vostra voce canora, gloria di Dio, diffondeste, o quanto pochi sono in terra uomini metafisici e spirituali! E Iddio ha donato a tutti una divina anima immortale?

*

Mentre a questo pensavo, suonarono molti e lieti saluti al reverendo; e insieme a quei saluti una schiera di signore entrò pel cancello, ad una, ad una.

[190]
Precedevano due vecchie dame, assai degne e composte, e dietro venivano due signorine.

Il prete, come le vide ed udì, spalancò le braccia ospitalmente, e col saluto di meraviglia e di festa: — Oh, la mia signora marchesa, che bella improvvisata! Lei, — disse piano e in fretta a me, — s’accomodi col mio uomo che è tornato, — e mosse verso la ospite desiderata. Io allora andai dal suo uomo, il quale dall’aspetto doveva essere sagrestano e cantiniere ad un tempo, mi combinai con lui e pagai. (Buona regola, signor arciprete, far pagare subito certe persone. Certe persone, metafisiche e spirituali, non si ricordano mai degli umili loro doveri terreni, quando non lo fanno apposta).

Dunque io pagai e il sagrestano mi diede la ricevuta.

*

Le vecchie dame e le marchesine (non mi erano volti nuovi) facevano frattanto un gran chiacchierio, facevan loro il passereto, ma con molto consumo di erre nasale e nobilesco e con molte sfumature toscane, come è costume della nostra nobiltà, la quale, o è educata in Firenze, o quivi ha parenti o temporanea dimora. La voce del prete, nello sforzo [191]di adattarsi ad espressioni galanti e festose, stonava. Le due vecchie Perpetue intanto si affrettavano, acciabattando, a portar fuori seggiole, ed ammannire un po’ di ristoro.

— Dio, e Imperia dove sarà rimasta? — gemette a un tratto la vecchia marchesa guardandosi attorno.

— Era avanti di noi con la bicicletta, — disse una sorella.

— Quel velocipede, signor arciprete, — sospirò ancora la marchesa, — è la mia disperazione.

Il prete invocò con gli occhi il Signore contro la nequizia dei tempi e contro il velocipede in ispecie, poi così parlò:

— Quando le dico, signora marchesa, che monsignor vescovo ha dovuto con pubblica lettera pastorale vietare l’uso di questo velocipede ai sacerdoti, dico tutto.

Questa volta fu la marchesa a levare gli occhi al cielo.

Io, vedendo che il prete non pensava o non credeva conveniente presentarmi alle dame, decisi di andarmene.

A dire la verità, lì per lì mi bruciò un poco che il signor arciprete applicasse anche su me la teoria della separazione delle classi sociali. Ma poi, pensandoci meglio, «E nella vita sociale, — dissi a me stesso, — dove si insegna [192]il dogma della fratellanza, non è lo stesso? Le classi sociali si mescolano qualche volta con le falde, o coi gomiti dei loro abiti, con certe frasi di prammatica, ma col cuore?…. E allora che vale? Meglio in tale caso essere sinceri come il prete (sempre supponendo che l’abbia fatto apposta)». Salutai dunque: il prete si levò, prendendolo pel picciuolo, il nicchio; gli occhi delle dame mi seguirono sino alla bicicletta; ma quando fui fuor del cancello, non visto, non potei a meno di fermarmi, e allora ben sentii la marchesa che diceva:

— Anche queste qui (cioè le due marchesine) adesso vorrebbero la bicicletta.

— Sì, mammina! — sospirò l’una delle signorine.

— Sì, mammina! — sospirò l’altra. — Ma noi saremo più ubbidienti di Imperia.

— Le sente, signor arciprete? le sente? Ad Imperia ho dovuto concedere, — disse la marchesa. — Essa ha trent’anni ormai.

— Donna Maria Anna, donna Adriana, sentite, — disse il prete alle giovani con la voce di chi sta per ingoiare un dolce e segreto frutto: — io voglio dare loro una bella bicicletta, una vera bicicletta….

— Sì, sì, signor arciprete.

— Quando, — proseguì egli levando la mano [193]che benedice, — quando verranno qui a prendere il consenso. Lo sposo, ecco la bicicletta.

Fu una delusione.

— Oh, non ci si pensa più! — sospirò una sorella.

— Non ci si pensa più, ormai, — ripetè l’altra, — ed è ben per questo che mamma ci dovrebbe dare almeno la bicicletta come ad Imperia.

[194]
XV.
“Virgines ardentes„.
Quel volto di cammeo ingiallito della vecchia marchesa, quella sua gorgia quasi toscana, quella voce che parea filtrata nel languore del confessionale, non mi riuscivano nuove.

Caspita! — dissi poi fra me. — È la marchesa X…., e quelle sono le sue figliuole! Oh, che vengono a villeggiare qui, adesso? E non hanno la loro villa a Colgiardino? Ben la vedo ancora con gli occhi della mente quella severa, grande, antica villa, un che di mezzo tra il convento, la chiesa, il castello. Quella gran villa, quando io ero povero bambino, formava il termine delle mie passeggiate sul colle ameno, e mi rivedo ancora, con gli occhi pieni di meraviglia, contemplare quella villa che aveva tante finestre e tanti fiori e vasi grandi di limone. E sentivo un gran rispetto per il signor marchese, padrone di tanta magnificenza e di tanti poderi. Se mi avessero detto allora: «Bambino, guarda che il signor marchese è padrone anche di te, e tu stai al mondo per sua degnazione», io gli avrei ben creduto.

[195]
(Da quel tempo ad oggi io ho perduto ogni rispetto per i signori possessori di grandi ville e anche per i signori marchesi; molta fede è stata distrutta dall’erosione critica; e fra le credenze infantili non mi è rimasta che quella per gli asini volatori, compreso quello d’Empoli. Povero bambino allora, oggi povero uomo, con troppa fede allora ed oggi con poca!)

Mi ricordai, adunque.

Il vecchio signor marchese — uno dei tanti nobili di creazione papale in questa regione — era morto anche lui. Ma la sua morte era stata come la rottura di una trave di quercia in un’antica casa. Il figlio maggiore aveva ereditato quasi tutto il patrimonio e lo faceva andare in fretta da due parti: da un lato ci aveva attaccato un disperato automobile; dall’altro una vezzosa carnosa moglie, i cui nervi diffusi per l’epidermide perlacea, rabbrividivano di pena se non erano al contatto di sete profumate e trine preziose. Quel suo corpo di alabastro pareva soffrire al peso delle troppe vesti.

Moglie e automobile erano di alta marca, e il giovane signor marchese pareva molto soddisfatto di possedere quei due invidiati attrezzi di voluttà.

Dunque a lui era rimasta la gran villa. La madre con le figliuole erano venute qui a villeggiare.

[196]
E queste marchesine qui, donne oramai, ma dagli atti e dalle parole di zitelle, perchè sono rimaste zitelle? Non piacquero? Oh, ma qualcuna se ne deve essere maritata, o deve essere morta, perchè erano tante una volta: il vecchio marchio palatinus procreò secondo il precettò evangelico e non tenne forse in debito conto l’esistenza del signor Ricevitore del registro, rinvigorita dal nuovo Governo. Ricordo che queste nobili giovanette formavano lunga compagnia, a due a due, quando uscivano dal tempio, pudibonde, con gli occhi bassi, insieme ai loro fratelli, anch’essi composti, vestiti di nero, come tanti piccoli San Luigi, vigilati dagli occhi severi del babbo e della mamma. E il gran carrozzone marchionale, tirato da due cavalli da monumento antico, un carrozzone che prendeva tutto lo spazio delle melanconiche strade, che svegliava tutti gli echi storici delle case della città morta? Quanti anni sono passati!

Rimase il tempio, passò il tempo!

*

Io ero intento a considerare queste vicende della vita, la quale nel fatto e nella successione giornaliera è continua, ed uguale, quasi monotona, mentre osservata da lontano è così [197]discontinua, varia e strana, quando in un praticello solingo, che si occultava dalla strada dietro l’abside della chiesa (e si elevava nel mezzo una gran croce nera di legno con iscritto su di uno svolazzo bianco I. N. R. I.), vidi una giovane donna, appoggiata alla bicicletta; quella che non sapeano «dove fosse rimasta», cioè Imperia, la marchesina ciclista.

In quel praticello una famiglia di zingari, che percorrevano in qualità di calderai la nostra contrada, aveva piantata la tenda. Il sudiciume di molte terre peregrinate, il sole e le piogge di vari climi avevano deposto una specie di vernice, un impermeabile protettore su quelle carni, su quei volti, dove brillavano pupille ardenti, torve, rapaci. Due fieri cani da guardia guatavano, meno fieri di quelle pupille umane.

La giovane nobile donna parlava con loro domesticamente. Anche lei bruna, alta, superba nelle membra. Bella? Non so, non vidi. Già cadeva la sera: bella e audace la figura. Un torso amazzonio si scopriva sotto la camicetta sciolta; un fine piede, sollevando la gonna succinta, posava sul pedale della lucida macchina: ma gli occhi erano di una bellezza imperscrutabile e nera.

— …. a Belgrado, lo scorso anno, eravamo, — diceva lo zingaro seguitando.

[198]
— Quando uccisero la regina Draga? — chiese ella.

— No, dopo.

— Così che non l’avete vista, la regina Draga?

— No.

— Ora andate?

— Nelle Marche: noi siamo di Fano.

— Vi credevo boemi o slavi…. (accennò agli stivali ed ai metalli che pendevano dalle vesti).

— No, di Fano, proprio: ma noi si prende un po’ il costume di tutti i paesi.

— Ma vi facevate intendere laggiù?

— Noi ci si fa capire in tutte le lingue; si piglia l’aria di tutti i paesi.

— E sempre così viaggiate?

— Sempre così. Una settimana in un luogo, dieci giorni in un altro…. secondo il lavoro.

— E stabilite una strada, un paese da andare?

— No! si va avanti…. così, avanti. Se c’è lavoro si sta; se non c’è, si va.

— Bella vita, libera.

— No, brutta!

— Ma siete liberi!

Lo zingaro non parve ben capire il valore di questa parola «liberi!» giacchè le cose del mondo male si comprendono per sè, ma per il loro contrario si comprendono solitamente. Adunque lo zingaro sospirando le disse:

[199]
— Meglio avere una casa col tetto. Quando piove forte e per molto tempo, l’acqua ci entra (indicò la tenda), e non sempre dura l’estate.

La mia presenza interruppe il dialogo. La donna volse su di me, intruso, le sue pupille umide, dilatate, piene di investigazione superba, che dicevano: «Perchè voi vi fermate a guardare gli zingari mentre li guardo io?» e rivolta a loro:

— Prendete, — disse interrompendosi, — e offerse delle monete.

Sbucarono alcuni corpi scimmieschi di bambini, dalle pupille fosforescenti; lunghe mani si tesero. Diedero una moneta ad ognuno.

— Grazie, — disse l’uomo in nome dei bambini.

— Buona sera, — ed ella s’allontanò lentamente.

*

La riconobbi allora. Ella era quella ciclista che spesse volte avea veduto, maschilmente sola, sicura, lanciare, sotto l’impulso del bel piede, la docile macchina leggera e oltrepassarmi. Nella sua mente, sì certo, si deve formare questo nucleo di idee mentre fugge veloce. Oh, perchè non è ella Saffo o Corinna per dare all’idea forma di verso?

[200]
«O corona marchionale, o corona del Rosario, che ogni sera la madre mi fa recitare; o corona della virtù e del pudore; o corona di spine delle caste parole e dei misurati gesti; o fiore inutile della verginità in queste mie carni mature, andate al diavolo. Io busserò sino ad infrangere la porta del prete e gli dirò: «Ma dammi la tua benedizione, prete!» Se no, io, anche senza la tua benedizione, prete, fuggirò. Fuggirò pur con lo zingaro orribile e feroce, pur che egli vinca la mia paura e mi rapisca. Rapida correndo, io ho l’illusione di una fuga e di un rapimento. Eppure dopo è necessario il ritorno! Oh, miseria mia grande, dovere invocare il gelo e l’inverno perchè siano medicina alla mia febbre!»

*

Fu l’altra sera, che per accorciare la via al ritorno dalla città, io mi sono messo per il solitario viale dei pioppi che va alla selva dei pini, e per cui già vidi scendere la piccola attrice. Il vento del levante, inusitato e forte per l’ora del vespero, scompigliava le verdissime chiome dei pioppi, onde mostrando il bianco dell’altra pagina della foglia, parevano essi occhieggiare da ogni parte, come [201]tante pupille. Io fui d’un tratto colpito, come nella mia mente improvviso apparisse l’unità della radice nelle due parole: lussureggiante, detto dei pioppi; e lussuria, detta della piccola attrice.

«Dove è andata la piccola Ninfa che fra di noi scendeva?» — chiedevano i pioppi, e proseguivano fremendo: — «Oh, potere, come già delle antiche Ninfe avveniva, stringerla e occultarla entro le nostre cortecce!»

Ma cominciando a salire il viale, verso la casa del cantoniere, appariva il mare.

Esso era verde e livido più che azzurro, e sotto l’impulso del gran vento di levante, quel piano unito si rompeva in lunghe file di schiume bianche, che ricadevano con fragore di armi guerriere.

La luna pendeva pallida su dal cielo. Terso occidente il cielo era di fiamma. V’era nell’aria la lucentezza livida d’un temporale lontano.

Su lo spaldo della ferrata, dove più feriva il vento, quivi sorgeva, nera, la figura di Imperia. La ricca gonna e i capelli le ventilavano dietro. D’una mano reggeva la sottile macchina perchè il vento non la sbattesse a terra; dell’altra teneva impugnato il berretto, onde la fronte e tutto il viso — un viso forte, quasi maschile, ma lumeggiato da due grandissime [202]vertiginose pupille nere di donna — era esposto al vento.

No, ella non contemplava i cavalloni del mare che di fianco correvano come lancieri bianchi all’assalto, su per un gran verde piano: ella non contemplava la grande luna d’agosto, sorta, che già ancor di sopra era il sole (e aveva detto la luna col suo placido riso beffardo: «Una volta al mese, o fratello sole, ci troviamo insieme a colorire, tu con le fiamme d’oro, io col mio argento, questo incolore branco di formiche con due gambe!»), non contemplava la casetta del cantoniere, asilo di pace; bensì, come assorta, godeva della sferzata del vento, quasi esso formasse su di lei una carezza brutale. «Oh, grande forza, portami via tu!» E il vento la investiva, la penetrava, la offendeva, ed ella pareva goderne, giacchè da quello spaldo non si tolse, ed io la vidi ancora lassù che già era giunto presso la riva del mare, dove l’onda dilagava orlata di spuma e poi scendeva col fremito della risacca.

*

Lungo la spiaggia del mare — magnifica strada lavorata dalle onde — è la passeggiata vespertina, assai lieta e pittorica, specie nell’ora in cui approdano i battelli della pesca, [203]dalle vele rance, ornate di segni strani e infantili, fatti per il riconoscimento: ma quella sera, a cagione del forte vento, non c’era alcuno su la spiaggia, e i bragozzi e le tartane avevano cercato rifugio nei piccoli porti vicini.

Però davanti a me camminavano, vincendo la forza del vento avverso, due giovanette. Io ne conobbi subito una: era un’adolescente, quindicenne a pena, figlia di onestissima e timorata famiglia, piccoli possidentucci di provincia. Le gonnelline corte erano ancora del suo corredo; e la madre e il padre, in quell’estate e per la prima volta, ma con grandissimi riguardi, l’avevano condotta alle semplici festicciuole di ballo su la spiaggia.

Sono feste assai alla buona: anzi un tempo si ballava sotto un tendone, fatto come quello delle giostre; poi ci fu un imprenditore che pensò di costruire un capannone di muratura. Ballonzoli per bambini; anzi è curioso osservare certe testoline ricciute di maschietti che dondolano tutti i loro ricci, agitano con gran pena le gambe nei minuscoli calzoncini per voglia di ben ballare; ma il tempo di musica non lo trovano; pestano e girano come i pigiatori in un tino, e così girando, finiscono col trovarsi in un angolo, in fra un crocchio, o vanno a dar del capo nel muro; allora, dopo [204]essere stati alquanto attoniti, o riprendono il loro ballo o scoppiano in pianto; ma le bambine della stessa età intuiscono il tempo musicale con una sorprendente prestezza: la nave, varata, nell’acqua galleggia; l’uccello, staccato dal nido, vola; la donna, buttata nel ballo, danza subito a ritmo.

Quando le mamme conducono a letto i piccini, quel ballonzolo serale serve per i grandi: un buon violino e un contrabasso alternano polche e valzer: quello geme, questo fa zum-zum ogni tanto: i grilli tacciono, ma per tutta la landa marina si diffonde il suono, e molti cuori fa palpitare. Le servette poi non chiudono occhio e forse per ciò avviene che aprano la finestra a chi vi fa assedio regolare. Qualche notte poi, finito il ballonzolo, alcuni giovani accordano mandolini e chitarre e vanno facendo la serenata che si prolunga — sì breve è la notte e sì luminosa è l’aurora — sino a diventar mattinata.

Oh, mattinate di Bellaria, delizia delle serve e delle padrone! Vanno per le dune i sonatori e fanno giorno, suonando. Quante volte fui desto da quella voce che si staccava nella chiara notte: un mandolino che batteva il suo ritmo d’argento, un flauto, un contrabasso, una chitarra fors’anche. Spesso ho distinto i sonatori: erano vagheggini, e buontemponi del luogo, [205]i quali, se vissuti in altra età, avrebbero lasciato ricordo del loro nome, come giullari e uomini di corte. Questa gente insulsa e gaia come pur faceva palpitare la grande severa notte! Adergersi le piante, sostare le stelle, rabbrividire le rame pareano! Non essi i sonatori, ma un’ondata di vento misterioso pareva accostare e allontanare quei suoni, nel modo stesso che un proiettore può allontanare o accostare una luce. Poco io amo, meno comprendo la musica; eppure in una notte quei suoni mi destarono: ripetevano un motivo popolare di altri tempi; suoni precipitosi, a scrosci, grandinar di suoni cui si alternava un piccolo lamento — sì bene, ricordo — un dolce lamento che lo intonava il flauto, e dopo scrosciavano ancora mandolino e chitarra. Sentii allora lagrime antiche che distillavano di dentro, come fossero state di piombo liquefatto: «Ahi, giovinezza che ti allontani: giovinezza che non sei più!»

Ma per le servette, ma per le padroncine manifestamente è altra cosa; e voi siete sempre belle e novelle, o mattinate di Bellaria; e voi, vagheggini e giullari, vi apprestate anche quest’anno a ben mattinare.

Dicevo dunque che in quei balli io avevo notato questa giovanetta. La sua grazia non era pareggiata che dalla sua timidezza. Soltanto [206]la grazia dava indizio fisico della sua essenza muliebre. Finito il giro — non ne stava giù uno, che fosse uno — si rifugiava come paurosa fra il babbo e la mamma: non sapeva stringere la mano al ballerino: alle domande rispondeva a pena con un fil di voce: «sissignore, nossignore»: ma quando ballava era un incanto, così religiosamente ella ballava, avvinta come un’edera al petto dell’uomo. Ogni moto del piede e della persona era compiuto al ritmo come un atto devoto, con una intensità di piacere da commuovere chi lei riguardasse con occhio profondo.

Oh, quale contrasto allora che la scopersi, in quel vespero, sola con la compagna su la riva del mare! Evidentemente per lei in quella stagione estiva si erano per la prima volta accese con nuovo splendore e significazione le antichissime stelle del cielo, sbocciati le erano i fiori, come nel maggio!

Ella dunque andava con la compagna lungo la via del deserto mare. Il vento, battendo su le esili vesti, disegnava tutto quell’elegante corpo di efebo; il piede nudo non curava le spume del mare: ma come le splendevano gli occhi; come dilatate erano le pupille — già chine e raccolte —; come le si era fatta turgida e forte la voce e le parole squillanti, che il vento rapiva!

[207]
Quale affetto le inturgidiva la voce e quali parole ardite le rapiva il vento? quale forza maturava questa adolescente? quali segreti ella rivelava alla compagna?

Parole d’amore, di acerbo e nuovo amore, che ella confidava alla compagna.

Al mio improvviso sopraggiungere, tacque: mi riconobbe: salutò con rispetto.

*

Partì questa piccina in carrozza, il dì seguente. La carrozza era piena di valigie: ella attendeva timida fra il babbo e la mamma. Tutta vestita d’un abitino grigio quasi da educanda, era proprio lei quella che avea veduta su la riva del mare?

— Si è divertita quest’anno, signorina?

— Sissignore.

— Tornerà un altr’anno?

— Se il babbo e la mamma lo vorranno, sissignore, — e nulla di più le usciva di bocca.

Or va, torna alla casa tua, pudica, alle faccende domestiche. Attendi l’ora della legge che suonerà e attendi l’amante legale. Ma strano è come la natura abbia fretta e sia operosamente precoce. Essa, la gran forza, aveva già ben maturata quell’adolescente per quell’istante, [208]che è fuggito e non tornerà più. Ella stessa, divenuta donna, non se ne ricorderà più!

*

La pagina aperta della vita è bella: ma più bella è la pagina sigillata. Eppure l’uomo, per quanto sia audace, non osa infrangere questi suggelli, e anche questa è cosa ammirevole. A buon diritto Iside sta perennemente velata.

[209]
XVI.
A Comacchio.
Io meditavo il mattino seguente su questo fatto deplorevole della penetrazione di Venere per tutta la materia, quando mi scosse la voce amica del signor Armuzzi:

— «Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi», sei mai stato a Comacchio?

— Il paese delle anguille?, dove non si mangia che anguilla: minestra anguilla, lesso anguilla, frutta anguilla, dove l’aria e l’acqua hanno odore di anguilla? No, non ci sono mai stato.

— È un paese interessante e fra i più caratteristici. È così poco conosciuto che lei potrà vantarsi di aver visto Comacchio come d’essere andato al Polo Nord. Io ho la specialità di condurre le persone intelligenti a vedere Comacchio. Domani mi ci devo recare…. se crede….

Ringraziai di quell’«intelligente» e: — Perchè no? Ma e il mezzo per andare a Comacchio?

[210]
— Ce ne sono tanti: per mare, per valle, per diligenza: il più consigliabile sarebbe per pallone; ma noi andremo in bicicletta.

Fu così decisa la spedizione per Comacchio. Il dì seguente mi sarei trovato alle tre a Ravenna.

Il signor Armuzzi è un professore di ragioneria, che sa anche di latino e gode di molta autorità nella nativa Ravenna. A queste pregevoli doti aggiunge quella di lasciare a casa ogni bagaglio professorale quando viaggia per isvago. I professori che riescono a far questo sono così rari che io ricordo ad esempio il detto signor Armuzzi. Oltrepassa di poco i novanta chili di peso e i quaranta anni di età: ma non ne ha impedimento per essere un eccellente pedalatore. C’era con lui ad attendermi alla stazione di Ravenna suo fratello. Questi è assai giovane e smilzo. Si ripromette di ingrassare quando sarà avvocato.

*

Ci mettemmo in via. Da Ravenna a Sant’Alberto (km. 15) la strada corre attraverso le melanconiche bonifiche ravennati. Queste bonifiche datano dal tempo di Gregorio XVI, e avvengono per effetto di colmate del Lamone. Prima di allora tutta quella gran landa era [211]valle; cioè lagune e paludi, infeudate a chiese e conventi.

Sant’Alberto, un budello lunghissimo di case, limitato dall’argine del Po-Reno o Po di Primàro, è il centro di questi lavori di bonifica.

E come per legge fisica le grandi estensioni di acque prendono sapore di sale, così le grandi masse umane oggi prendono il sapore socialista. Il socialismo di quella regione si trova in istato torbido, come le acque del Lamone. Ma io credo che queste si purificheranno prima di quello.

Molte schiere di questi lavoratori passavano per la nostra via: via sempre più deserta, fra terreno sempre più selvaggio e palustre, nudo di abitazioni. Schiere di lavoratori scalzi: pupille torve che inseguono le biciclette.

Se non v’è una minaccia, certo v’è un rimprovero in quelle pupille e sempre dice:

— «Voi siete agili! voi vi divertite a correre! noi siamo legati al terreno melmoso che, pala a pala, smoviamo, per creare a voi il gran canale: noi, fra la malaria!»

La selvaggia landa si rispecchia nei selvaggi volti, e se non danno spontaneamente il passo, io credo cosa prudente andar nel mezzo del polverone e lasciar loro la battuta. Questi socialisti non sono ancora abbastanza evoluti, [212]ed io desidero di rivedere i miei a Bellaria. Oltre ai socialisti, vi sono i repubblicani e gli anarchici.

Della loro triplice fede quei lavoratori portano gli emblemi in un fazzoletto grande, attorno al collo.

I socialisti lo portano a grandi scacchi rossi e neri, i repubblicani rosso, gli anarchici interamente nero.

Molte volte, specie la domenica sera, quei colori sembrano poco armonici, e allora con dei salassi di sangue si tingono tutti quei fazzoletti di rosso.

— Caro Armuzzi, quanto manca ad arrivare al bosco?

— Poco: appena passato il Po.

Nel bosco ero sicuro di non incontrare nessuno, tranne l’anofèle clavigero.

Passato il Po, si entra in un altro clima etnico.

Ecco un’altra prova che io non ho nessuna attitudine a fare il vero profeta. Io ce l’ho coi falsi profeti. Ma ho torto! Fra questa gente ci vuole appunto un mezzo profeta, uno che abbia delle affinità per viverci in mezzo. Io preferivo a questi miei fratelli in Cristo l’anofèle clavigero. Orribile cosa, ma vera! Siamo almeno sinceri, giacchè non abbiamo altra attitudine che a fare il filosofo!

[213]
Ma oramai la campagna era deserta: eravamo alle Mandriole.

Mandriole — nome cinto di gloria — non è borgo, ma frazione di poche case disperse nella landa.

Distante non più di un chilometro dall’argine del Po, sorge una grande fattoria: ultima nella landa.

— Quella, — mi disse il signor Armuzzi, — è la fattoria dove morì Annita Garibaldi; ah, ecco! ecco il monumento della povera Annita.

Benchè l’ora fosse tarda, scendemmo di sella e, posate a terra le biciclette, percorremmo il sentieruolo che conduce al monumento di Annita.

Per la via che tu, o uomo, percorri, se incontri segno di pietà o di valore; sia imagine, sia lampada, sia croce, sia tomba, scopriti e prega!

Freme dalla storia e dalla memoria delle gloriose opere un brivido come di vento che passa continuo, e i vivi ne sentono il gelo e la fiamma dentro dal cuore.

Oh, guai se i morti non dessero forza ai vivi!

Nella landa sorge una colonna mozza; alcuni fiori gentili sono coltivati d’attorno: difende il tutto una cancellata: le parole incise sono sobrie, per rispetto dei vivi e dei morti.

[214]
Ci accostammo riverenti.

Il sole declinava nella landa. Odorava forte il gran fiore della ninfea.

Allora una visione di gloria balenò nella mente:

Garibaldi giovane e biondo fuggente (o nobile belva inseguita) con la sua donna che muore! Egli popolava tutta la landa!

Così e non altrimenti il verso di Dante, che descrive Bonconte, popola il deserto Appennino della sua eroica persona:

Fuggendo a piedi e sanguinando il piano.

*

Giungemmo a te, Po di Primaro: le verdi acque, chiuse negli alti argini, si movevano a pena verso il vicino mare! Le acque mormoravano i versi:

Siede la terra, dove nata fui,

Su la marina dove il Po discende

Per aver pace co’ seguaci sui.

Passò un brivido di epopea: io sentii i fatti della storia unirsi nel vano del tempo, e reclinai il capo. Non ponte. Il Po si passa su di una chiatta. Il passatore moveva verso di noi dalla riva opposta con due viandanti in su la chiatta. Costoro riconobbero l’Armuzzi e si salutarono.

[215]
— E avete intenzione di andare a Comacchio? — chiesero allorchè ebbero posto il piede a terra dalla nostra riva. — A quest’ora? in bicicletta? in bicicletta e con quella strada? — È roba da matti (questo non dissero, ma lo capimmo benissimo).

Il professore Armuzzi accolse queste dichiarazioni con un sorriso di beffa e di superiorità, che era degno non di un professore di ragioneria, ma di un generale. Se il generale ha paura, che cosa faranno i soldati? Però, siccome la prudenza spesso si accompagna con la più grande audacia, anzi l’audacia spesso non è che un calcolo fulmineo — una specie di combinazione chimica in cui gli innocui elementi della prudenza danno quel terribile esplodente che si chiama «audacia» — così il professore Armuzzi domandò:

— Dunque, proprio in bicicletta non si può andare?

— Impossibile: c’è il sabbione alto mezzo metro.

— Ma ci sarà pure la battuta!

— Sì, ma cambia sempre che non ci si può contar sopra.

L’Armuzzi guardò il sole, l’orologio, l’esercito, rappresentato da me e dal fratello, gli impedimenta, rappresentati in questo caso dalle biciclette, e ordinò l’avanzata verso il bosco.

[216]
— Ehi! professore, — disse quel ravennate all’Armuzzi, — che beva prima un bicchier di vino, lo vendono là (indicava un casamento basso e tetro dietro l’argine del Po), perchè nel bosco non si trova niente, e l’acqua è meglio non assaggiarla.

Il savio consiglio fu accolto: ma prima di narrare quale mirabile cosa avvenne mentre dividevamo in tre l’acerbo vino, voglio dire che cosa è il bosco.

*

È chiamato bosco, ma non è bosco se non dove alle libere piante piacque di aggrupparsi in macchie dense e selvose. Esso è formato dal lido sabbioso, o cordone litoraneo, che — restringendosi alquanto di mano in mano che si procede verso il Po di Bevano — separa il mare dalle valli o lagune di Comacchio.

Il bosco è presso che deserto di popolazione. Esso — al tempo presente — non contiene malfattori, se non uno solo, cioè l’anofèle clavigero, il zanzarone della malaria — la cui terribile rinomanza, come del resto avviene per tutti i malfattori che vivono e battono la campagna, è esagerata. D’altra parte il feroce zanzarone non saprebbe in tutto il bosco chi assaltare, perchè in tutta la prima parte di quella landa non si incontra che una di quelle [217]solite antiche torri quadrate, erette dai Papi sul litorale a guardia del mare: oggidì servono pei finanzieri: la torre di Bellocchio, la Tor ad Blocc!

Il territorio del bosco, dopo la detta torre, si fa più culto. Esso è diviso in poche fattorie a coltura estensiva, o boarie — come quivi dicono — giacchè non vi dimorano coloni ma un boaro che al tempo dei lavori chiama le opere per i vitigni: il vino di Bosco. Iddio accanto all’anguilla ha messo il vino di bosco! I comacchiesi serbano alle loro amatissime anguille una tomba di questo forte e sapido vino nei loro stomachi, senza di che non sarebbe digeribile la grassa anguilla. È una pepsina, quel vino, dell’indigesto cibo, e perciò credo che Dante sia stato troppo severo contro papa Martino IV, il quale aveva capito da igienista e gastronomo insieme che le anguille vanno affogate nel vino:

e purga per digiuno

l’anguille di Bolsena e la vernaccia.

Noi ne facemmo straordinario assaggio forzato, come dirò poi.

*

La mirabile voce!

Mentre — dunque — la nostra spedizione si dissetava prima di intraprendere l’ardua attraversata, [218]del bosco, mentre le acque verdi del Po si tingevano dei rossi bagliori del vespero, mentre l’anofèle clavigero si preparava ai terribili assalti vespertini, dalle stanze superiori di quel casamento si sprigionò una voce di donna. Quella voce, sorta da prima senza che noi l’avvertissimo, dilagò ed animò tutta quella gran solitudine.

Era quella una voce di donna, ma non nenia dolorosa quale il vespero e le basse tristi terre avrebbero domandato: ma voce squillante e in pari tempo dolcissima, volubile d’uno in altro canto, con una passione che parea dare a sè beatitudine. Il silenzio della campagna pareva divenuto maggiore.

Dicevano i miei due compagni:

— Brava! fuori la cantatrice! — e pigliando ardimento: — Bella devi essere come bella è la voce —; e avendo dalla ostessa preso notizia, cioè essere la cantatrice la maestra comunale: — Brava la maestrina! — seguitavano. — La figlia di….? Allora bella, bella e giovane. Fuori la maestrina, la vogliamo vedere! oramai l’incognito è svelato. Ti conosciamo, maestrina!

Vane parole: nè si affacciò alla finestra, nè cessò per femminile riguardo il bellissimo canto; pareva appena sostare alquanto, indi ripigliava con quell’ebbrezza crescente con cui [219]talora nei boschi i rosignoli tutta la notte confortano le ascoltanti tenebre. Anche quella voce parve a me conforto di tenebre: questo antico Po, testimone di tanta storia, presso il quale eravamo, e fluente a pena; quella tomba eroica di Annita; quelle feroci anime di lavoratori di Romagna; quelle selvagge terre parevano alla gentilissima voce domandare alcuna interpretazione. Gli squilli della voce gentile cadevano su quella ferocia cupa di aspre terre e di aspri cuori, come colpi di martello che raffina la dura lamina e la tempera all’opera buona: la lietezza di quella voce pareva accennare alla luce ridente dell’alba del domani, non al sanguigno tramonto e all’imminente notte.

— Dunque andiamo, amicone! — e la mano del compagno, generale in capo, si posò sulla mia spalla. — Già, alla finestra la non si vuole affacciare.

«Come è eloquente la donna quando tace e quando canta! E anche qui, Venere! Essa pervade la materia. Però anche noi non facciamo altro che andarla sempre a cercare!»

A questo punto delle mie considerazioni vidi il generale in capo cader di sella: il fratello cadde per secondo, terzo caddi io: dissi di no a me stesso, ma caddi medesimamente. Queste furono le tre prime cadute, le altre non [220]si contano; cadute innocue sul sabbione, che potevano tutt’al più provare la resistenza delle macchine.

La ruota affondava dentro il sabbione, e per quanto si cercasse un poco di battuta dove le graminacee e le erbe rafforzavano la cotica del terreno, pur dopo pochi metri conveniva scendere ancora.

Questo impedimento al cammino per così lunga e deserta via, le cadenti tenebre (il sole oramai piombava lento e roggio su la lama livida della laguna), avrebbero gettato una gran tristezza in un viatore solingo: ma in compagnia come eravamo quella stessa difficoltà fornì materia di allegre risa; il condimento mirabile che Dio concesse all’uomo per compenso del pianto! Ricordo, anzi, come a lungo sostassimo attorno ad una densa macchia, e, circondatala, la bersagliavamo di grosse pietre; e ad ogni pietra era un nuvolo di passeri che fuggiva con rombo cupo di ali. Quante migliaia ne albergavano le nere fronde? E anche le fronde, vigorose e rubeste, cedendo a stento alla forza delle pietre, avevano un frusciar cupo di rimbrotto:

«Perchè, uomini, turbate questa pace? Non vi basta asservirci dapertutto; e per tutto i campi coltivati, e per tutto le siepi tagliate, o parrucchieri della natura?»

[221]
La campagna, lasciata libera a sè, ha una fisonomia ed un linguaggio che le terre domate dalla coltivazione non hanno di certo.

Ed è singolare la forza che la natura conserva di riprendere — quando può — il suo dominio e lo stato primiero: di riacquistare — ove cessi il peso della civiltà — le energie e le impronte che l’uomo per suo vantaggio le tolse.

Chi passando per quelle arene avrebbe pensato di battere una delle più antiche e storiche vie dell’Italia? Perchè così è veramente: su quel lido selvaggio fu già in antico gettato uno dei primi cavi della civiltà: cioè una strada: e su quelle sabbie che la docile ruota della bicicletta non riusciva più a varcare, passarono le ultime legioni di Roma, lampeggiò l’oro delle ultime aquile imperiali, scese il torrente barbarico. Che via? qual nome di via?

Bello e gran nome: e perchè Galla Placidia la ebbe restaurata, le fu dato il nome di «Via Regina», e al tempo breve che Ravenna fu capitale dell’Impero, e durante il regno dei Goti, e per tutto il tempo dell’Esarcato bizantino e del primo Evo Medio fu frequentatissima, come lo provano i tre monasteri che lungo essa ricorrono: di Pomposa, Brondolo, e Fogolana.

[222]
Senza aver notizia di questa via sembra assurdo che in così remota parte fosse edificata la ammirabile abbadia della Pomposa.

Questa via, dunque, litoranea congiungeva le terre dei Veneti, Altino, Aquileia, con Roma, onde fu detta via Romea, e questa scritta ancora pur si legge sugli abituri presso Pomposa.

*

Il tramonto, indi il crepuscolo, si protrassero in quel giorno, con cortesia del sole, oltre il consueto.

— E d’altronde, — dicea l’Armuzzi, — se avessimo battuto questi chilometri di bosco di pieno giorno, avremmo rischiato un’insolazione.

Ad un certo punto le fratte si fecero più rade, il terreno più sodo, le cadute dalla bicicletta meno frequenti: le ruote trovarono la via, liscia, agevole; affrettarono il moto, e con lieta voce salutammo:

— Magnavacca!

Quando una voce ignota ci avverte:

— Volete cadere nel canale?

Era il passatore. Ci fermammo a tempo presso l’argine del canale di Magnavacca, che appena si intravedea livido tra le tenebre salienti.

[223]
Magnavacca è uno dei tanti piccoli porti dell’Adriatico, rifugio alle tartane ed ai bragozzi: sono poche case deserte, e in cospetto del mare sorge uno dei soliti goffi monumenti di Garibaldi, in memoria del suo approdo del quarantanove.

Traversammo, anche qui su chiatta, il canale.

Al di là del canale si apriva la via di Comacchio: un gran nastro che biancicava ancora, snodandosi nella tenebra purpurea: purpurea, perchè la via corre fra le acque della valle o laguna, e queste erano imbevute così di sole che pareano come colorate di sangue; e in mezzo a quel rosso tragico delle acque immote, spiccava la linea nera, fastigiata nelle sue torri, della città di Comacchio. Un castello tragico! Una scena da innamorare uno scenografo! Il Doré avrebbe invidiato quel paesaggio pe’ suoi fantastici disegni! L’Ariosto l’avrebbe popolato di maghi e di fate.

Era semplicemente la patria delle anguille.

I cinque chilometri che dividono Magnavacca da Comacchio furono percorsi con una velocità tale che il dirlo offenderebbe la mia modestia e quella ben più delicata dei miei compagni. Diamone tutto il merito all’ottima strada, raramente percorsa dai carriaggi.

[224]
*

Entrando in Comacchio in quell’ora vespertina ci parve di addentrarci fra le ruine di un castello disabitato; ma ecco apparire qualche lumino per la via, lontano, alle finestre; ecco un suono cupo di voci in un dialetto incomprensibile; e infine ecco uno sbatacchiamento sonoro di zoccoli come un coro di rane che si leva dal pantano quando vi si proietta la luna.

— Ma dunque Comacchio è abitata?

— Altro che abitata! Sono tutti raccolti qui, su questa lingua di terra! — Così il duca nostro.

— Sente nell’aria odor di anguille? — mi domandò l’avvocato malignamente.

— Non mi pare, — risposi, — però avverto una vibrazione di afrore speciale nell’atmosfera; ma che ciò sia dovuto alle anguille, non saprei giudicare.

— Veda, — disse allora l’Armuzzi accortamente, — con quest’aria si potrebbe fare un’eccellente specialità farmaceutica da consigliare ai coniugi desiderosi di prole.

— E…. influisce questa atmosfera sulla demografia comacchiese?

— Enormemente!

— Eppure non vedo sciami di bimbi!

[225]
— Questo me lo dirà domani di giorno: poi converrebbe addentrarsi nelle vie minori che incrociano, come lische di pesce, questa maggiore, e penetrare in quegli antri degni di Polifemo o, meglio, di Caco, che non appaiono al di fuori, se non per la scritta: «Segue la numerazione»!

— Ma questa via non ha fine?

— Oh, prosegue ancora. Intanto eccoci arrivati all’albergo. Era ora!

L’albergo principale di Comacchio è in un grande casamento settecentistico.

Prima nostra cura fu quella di ispezionare le stanze assegnateci. Oh, calunniata Comacchio!

I letti erano nuovi ed a molle, le stanze così vaste che lasciavano a pena scorgere a lume di candela i confini delle loro modanature barocche. I catini erano grandi e l’acqua per lavarsi contenuta in una capace orciola: ciò va segnalato! In molti alberghi italiani, e non d’ultimo ordine, gli utensili per lavarsi sembrano essere stati acquistati con riguardo dagli abitanti di Lilliput.

Domandare un supplemento di acqua è un animare di inimicizia e di spregio la coscienza del cameriere. Nè dimenticherò l’osservazione di un cameriere:

— Se lei si lava tanto, vuol dire che è molto [226]sporco: io, che ho la pelle pulita, consumo pochissima acqua!

Cenando, fu ventilato il progetto di visitare Pomposa: la famosa abbazia.

— Quanto tempo ci vuole, dunque, per andare a Pomposa?

Questa domanda fu rivolta al cameriere, il quale, nella sua qualità di comacchiese e di autentico garibaldino — come egli si dichiarò — offriva garanzia di onesta sincerità.

— Per terra, — rispose, — lungo il cordone sabbioso, il viaggio non è consigliabile. Dunque per laguna: tre ore andare e tre ore venire, con due uomini in battana.

Fatto il computo del tempo, risultò che non sarebbe stata possibile la gita a Pomposa se non perdendo tutta la giornata con grande strapazzo e disordine.

Discutevamo di questo al caffè, dove ci eravamo recati dopo la cena, quando un piccolo signore che spiccava, sia perchè era il solo avventore, sia per il cranio che aveva rasato a macchina, sia per alcuni brillanti alle dita, interloquì dal suo tavolino dicendo:

— Se vogliono andare a Pomposa, penso io!

Il signore parlava con cortesia imperiosa, lasciando cadere le parole tra un buffo e l’altro del sigaro.

Doveva essere uno dei maggiorenti della città.

[227]
Egli assicurò in modo da rimuovere ogni dubbio, che due ore sarebbero state più che sufficienti.

— Del resto, penso io a tutto! — concluse.

Il gesto di questo signore era energico e non ammetteva repliche.

Mandò a chiamare un popolano che doveva essere alla sua dipendenza, il quale si presentò col berretto in mano e con un rispetto che nel territorio di Ravenna sarebbe stato un anacronismo.

Il dialetto di Comacchio è press’a poco quello di Ferrara, ma con certe inflessioni cupe e lente che lo rendono strano e difficile; inoltre il signore dai brillanti seguitava a parlare a gesti violenti più che a parole; ma dai gesti dell’altro, benchè umili e rimessi, si capiva che non v’era molto accordo, nè per il tempo, nè per il modo, e neanche per il prezzo.

Ma il signore recise il discorso ordinando il tempo, il modo, il prezzo; al quale ordine l’uomo dagli zoccoli s’inchinò con un atto tale da ricordarmi quello dei bravi al dito alzato di Don Rodrigo nei «Promessi Sposi», secondo le classiche vignette del Gonin: inchino di umile rassegnazione e di commiato insieme. Allora l’imperioso signore si rivolse con spianata fronte a noi:

— Tutto combinato: domattina alle sei sono [228]io da loro all’albergo: in due ore sono a Pomposa, alle dieci, sono qui per la colazione: prezzo lire tre!

Noi protestammo per la modestia del prezzo.

Il signore piegò il braccio e levò la palma violentemente respingendo ogni nostra protesta come si fosse trattato di ribattere un oggetto scagliato.

Lo ringraziammo allora dell’essersi improvvisato nostro procuratore: gesto analogo.

Infine chiamiamo il cameriere, il quale dal banco disse:

— Tutto pagato, signori.

Ci guardammo in viso, indi guardammo il nostro ospite improvvisato.

— Ma signore! — cominciò a dire il signor Armuzzi in tuono in cui la sorpresa si fondeva con un sentimento di noia per la soverchia dimestichezza.

Ma l’uomo dai diamanti rispose con un gesto così imperioso da far capire che egli non ammetteva nessuna protesta contro il suo modo di operare.

— Respingete quel denaro! — ordinò al cameriere vedendo l’Armuzzi levare il borsellino.

Che fare? Cedere, e d’altronde è così raro ricevere ordini di non pagare!

[229]
*

Ritornando all’albergo, l’Armuzzi ci spiegava come queste forme di ospitalità siano frequenti in Comacchio, e ricordava il fatto occorsogli l’anno prima.

Aveva scritto ad un commerciante di qui, certo signor Felletti Tami, perchè provvedesse l’alloggio per dieci persone: era con una compagnia di gentildonne ravennati che vollero far gita a Comacchio, e giungevano per barca da Sant’Alberto.

Quello che fece il dabben uomo per togliersi d’impegno non è a credere! Venne poi in fin di tavola arrecando un gran cesto di bottiglie di finissimi vini e si assise non richiesto alla mensa. Ma le dame gli fecero scontare con garbatissime beffe l’onore di banchettare accanto alla loro stemmata bellezza; e la più giovane e maliziosa, in sul finire delle mense, stimolò il valente uomo a spiegarsi chiaro su la natura delle anguille, le quali nascono maschi e quindi diventano femmine; e se da femmine sia possibile diventare maschi.

*

Eravamo giunti all’albergo e già avviati alle nostre stanze, quando vedemmo all’Armuzzi sbarrata la via della scala, indi scomparire [230]sotto l’amplesso di un poderoso, altissimo uomo semi-canuto, in maniche di camicia.

Non vi feci caso e salii alla mia camera: ma poco dopo bussò l’Armuzzi, ridendo.

— Quello è il signor Felletti in persona: domani siamo tutti e tre invitati a colazione da lui, qui all’albergo.

— E lei ha accettato?

— Per forza!

*

Lo sbatacchiamento degli zoccoli giù nella via ci destò al primo mattino: pareva d’essere in una calle di Venezia. Aperta una delle cinque enormi finestre, ebbi il saluto di uno stravagante campanile, mozzo e quadro, sorgente davanti a me su di una seicentistica enorme base marmorea, fatta ad anfora rovesciata.

Il campanile spiccava nella delicata purità del cielo, e l’aria sgombra da nebule — aveva piovigginato la notte — rivelava i lontani confini della laguna azzurrina, al di sopra dei tetti. Una gran debolezza e pace era nelle cose.

Al caffè della vigilia trovai già i miei compagni con l’imperioso signore dal brillante.

Egli era in grande sparato ed abito nero: credetti che tanto onore fosse per noi, e guardai, [231]turbato, il mio vestito. Per fortuna il signore non si era abbigliato così per noi, bensì tutta notte era stato desto essendosi celebrata la cerimonia nuziale di un suo parente.

— Sarebbe desiderabile, andando a Pomposa, avere una carta, — dissi, e non l’avessi mai detto! Il signore, quando fu penetrato dell’idea della carta geografica, voleva ad ogni costo fare aprire le scuole, dove ci dovevano essere delle carte murali. A stento lo trattenemmo, non però al punto che non mandasse un messo a casa del maestro di scuola.

Il messo tornò avvilito, riferendo che le finestre erano chiuse e che il maestro dormiva. Il signore ordinò di svegliare.

Gli facemmo pazientemente osservare che il maestro non poteva a meno di non aver moglie, la moglie non poteva a meno di esser giovane, e così di supposizione in supposizione, giungemmo a persuaderlo che per essere cortese a noi, sarebbe stato scortese altrui. Si persuase.

Allora ci avviammo alla proda (come ad una fondamenta di Venezia) dove era preparato il battello.

Battello, cioè battana, a fondo piatto e breve sponda: una stuoia era stesa sul fondo e vi ci sdraiammo più che sedemmo.

La battana è, pel comacchiese, ciò che [232]il cavallo è per l’arabo: questa popolazione, nobilmente oziosa, ama la sua battana, istrumento di libertà: su di essa si spinge per la valle a fiocinare nel riflesso abbacinante delle acque, con lo stesso amore con cui il cacciatore di frodo ama la selva.

Nobilmente oziosa?

Eh! quando uno si contenta di un paio di zoccoli di legno, di una fetta di zucca barucca, di un’anguilla, ha tutto il diritto di vivere nella contemplazione del sole.

L’ozio del comacchiese — e si noti che si tratta di forte e aitante popolazione — proviene specialmente da cause ataviche.

Chiusi entro quelle lagune, abituati a non ritrarre la vita se non dalla pesca, disdegnano e repugnano dagli altri lavori: quello agricolo specialmente.

Lo stesso prosciugamento delle valli meno pescose, che a giudizio degli intendenti sarebbe la redenzione di Comacchio, è avversato dal popolo e dal fiocinino in ispecie.

Chi è il fiocinino?

Il fiocinino è il pescatore di frodo: formano delle corporazioni di mutuo soccorso e sommano a qualche centinaio.

Come è noto, quelle famosissime valli sono proprietà del Comune, il quale, o le affitta a compagnie di pesca per un annuo cànone o [233]le amministra per suo conto. Divieto dunque di pesca ai privati! Se non che il fiocinino avendo diritto di vivere («ius vivendi et manducandi»), il Comune assegna al popolo certi specchi d’acqua o campi — come quivi li chiamano — ove è lecito pescare.

Ma sono per l’appunto i luoghi dove il pesce manca o è in quantità assai scarsa, e allora il fiocinino va a pescare nella valle pescosa: fra il diritto della altrui proprietà e il diritto del vivere esistono in Comacchio antichi e taciti accordi. Il delitto di furto per la pesca di frodo non è infamante, la condanna del pretore non oltrepassa la settimana di carcere: in questo tempo poi che il fiocinino rimane in carcere, gli altri fiocinini soccorrono la famiglia di lui, che, scontata la pena, torna al suo libero lavoro.

Contro i fiocinini, a difesa della proprietà, esistono i guardiani delle valli: personaggi interessanti come i fiocinini.

Mi fu assicurato che il numero di costoro supera i quattrocento. Pagati a lire due il giorno, con diritto di cibarsi delle anguille (e se non lo avessero se lo prenderebbero questo diritto: «quis custodiet custodem?») pensi ognuno che cosa costa l’amministrazione delle valli, senza contare il personale di ufficio, tecnico e direttivo!

[234]
I sorveglianti delle valli sono distribuiti in casette bianche, lungo i cordoni sabbiosi, arsi e solinghi delle valli. Eremi di trappisti! Ogni custodia è di tre guardie e un caporale: un berretto turchiniccio li distingue.

Che cosa fanno tutto il giorno?

Vorrei poter riferire la parola colorita e caustica del barcaiuolo che ne guidava a Pomposa.

Una lieve bava di vento aveva permesso d’issare una piccola vela di tarchio: e il barcaiuolo ritto a poppa, — bello e placido uomo — deposto il moto uniforme e lento del paradello (specie di forcola con cui è spinta la battana quando pel basso fondo non si può usare il remo), ragionava con noi.

Ma riferire testualmente le parole del barcaiuolo, non potrei. Come rendere il mirabile stile, a scorci, a figure? Tutte le figure della rettorica entravano, nembo vivo e fiorito, nel suo parlare. Come rendere l’arguzia boccaccesca del franco suo dire?

I guardiani il dì oziano anch’essi. Stare sdraiati è il loro ufficio. Ognuno allestisce con cura il suo desinare. Cominciano con minuto studio e per tempo a preparare il soffritto e gli intingoli per le infinite varianti dell’unico cibo, l’anguilla. Anguilla e vin di bosco, alternati fino a completa stazzatura dello stomaco! Ciò fatto, accensione della pipa chioggiotta; [235]accesa la pipa, siesta immobile e buddistica su certi scarannoni, disposti intorno all’eremo.

Quando la pupilla non si chiude nel sonno e nell’abbacinìo del sole, spazia e sorveglia la valle.

Ma calata la notte, comincia il lavoro del custode. Il fiocinino caccia di frodo la notte. Il guardiano caccia il fiocinino la notte. Steso nella battana, con l’orecchio abituato, percepisce il suono della fiocina, che batte il fondo. La battana delle guardie scivola sull’acqua come ombra veloce.

Il fiocinino non si da gran cura di sfuggire alla caccia: un tuffo in acqua al momento ultimo, e via, se può, con la pesca: la battana rimane confiscata, ma essa di solito non vale che poche lire; molto meno che il valore della pesca.

Se poi il fiocinino s’accorge di non poter sfuggire, non fa opposizione e si lascia pacificamente prendere.

Una volta preso, il fiocinino che sa tutti i suoi diritti, vuole essere condotto davanti al pretore con tutte le regole. Ciò da luogo a scene comicissime e a pratiche faticose pei guardiani. La cattura di un fiocinino permette agli altri fiocinini intanto di fiocinare disperatamente, come sicuramente, per tutta quella notte.

[236]
*

Le anguille, che come grossi colubri, si vedevano guizzare e snodarsi sul limpido fondo, sparso di sassi e conchiglie, non parevano addarsi di questi ragionamenti. Esse vivono nell’acqua, ma dopo essere state arrostite, vengono sepolte nell’aceto. Mille e cinquecento quintali d’aceto fece lo scorso anno venire il signor Felletti dalle Puglie; ciò può dare un’idea della cosa.

«Il signor Felletti, quello della colazione?» Appunto!

*

Pomposa! Abbadia di Pomposa! che nome fiorito! quanti fantasmi vigili attorno a quella ruina! Guido di Arezzo, Giotto!

Questa ruina è indegnamente negletta, e il povero prete che l’ha in custodia deve tener chiusa a chiavistello la porta affinchè gli ultimi marmi non vengano rubati e staccati gli ultimi affreschi.

Il palazzo dove gli antichi abati rendevan ragione, oggi è ridotto a stalla e fienile.

Ma certo Dante voi rimirò, o mirabili affreschi del tempio, e Gemma Donati forse derivò ai versi immortali dall’abside giottesca della Pomposa!

[237]
No! Meglio parlare di anguille in barile, e della colazione del signor Felletti.

La quale e il quale ci attesero fino alle due dopo mezzodì, perchè l’uomo dai brillanti avea sbagliato completamente i suoi calcoli. Sempre così questa gente autorevole!

Alle ore due, in uno stato di mezza paura, come si fa per le anguille che si arrostiscono prima di esser messe in barile, eravamo all’approdo di Comacchio. Comacchio sotto quell’immota canicola riposava più che mai.

Ma non riposava l’ospitale signor Felletti. Per quale miracolo culinario il signor Felletti seppe far trovare la colazione pronta e a giusta cottura all’ora inattesa del nostro arrivo?

Ciò rimarrà sempre un mistero.

E così è improprio il nome di colazione: la si chiami agape, banchetto, simposio. Avete in mente certe descrizioni di mense inverosimili che si leggono negli antichi e cari libri del Boccaccio, del Cervantes, del Folengo, del Rabelais? Qualche cosa di quegli antichi costumi doveva essere sopravissuto nell’anima del signor Felletti, giacchè preparò un pasto tale da satollare tutti gli eroi di quei racconti.

Evidentemente il signor Felletti non meditò che i nostri stomachi moderni non hanno più la formidabile resistenza e forza degli antichi, perchè se a questo avesse pensato, non [238]avrebbe colmati i nostri piatti e i nostri calici come di continuo, per forza, li ricolmava. E dopo aver colmato, cantava per conto suo delle ariette. Donne donne, eterni Dei! La calunnia è un venticello! etc.

Se poi si pensi che il signor Felletti nel doppio fine di congiungere insieme la sua cortesia e il desiderio di lasciarci un ricordo di Comacchio, preparò tutte le portate con pesci di ogni famiglia e cottura, si comprenderà agevolmente in quale stato ci trovavamo all’ora di montare in sella. Erano le sette quando stringemmo per l’ultima volta la larga mano del signor Felletti.

Da Comacchio per Ostellato, giungemmo, attraverso la laguna di Mezzano, a Portomaggiore, capitale degli scioperi agrari del Ferrarese; le mura erano tappezzate di manifesti, tanto contro l’anofèle clavigero come contro la squaquerela — neologismo creato dai lavoratori della terra per designare, in modo molto spregiativo, i lavoratori dello sfruttamento umano.

*

Quando dei ciclisti arrivano a tarda ora in un paese, si recano all’albergo e pregano un «lavoratore della mensa» affinchè prepari la cena. Ma quella sera noi fummo costretti a [239]rivolgerci ad un «lavoratore di farmachi», affinchè ci aiutasse a far dimenticare allo stomaco l’agape del signor Felletti. Anche i nostri intestini erano in istato di sciopero per eccesso di lavoro. Ma con tutto questo la memoria non dimenticherà per lungo tempo l’afrore del brodetto classico, nel quale la cagnizza e la seppia, la triglia e la torpedine si erano dato convegno di nuoto nella più acidula e grata delle salse; non dimenticherà là piramide di calamaretti fritti, aurei, perlacei, croccanti; non dimenticherà la stesa delle sfoglie brune, arrostite, con un dito di polpa sugosa e candida; non dimenticherà lo storione lessato; le anguille affumicate; il risotto di anguilla; l’intingolo d’anguilla; non dimenticherà la batteria implacabile delle bottiglie crepitanti, di vino di Bosco; non dimenticherà le ariette di musica giocosa, dal «Barbiere di Siviglia» alla «Gran Via», con le quali il signor Felletti — solfeggiando con bell’arte di tenore e grazie di Falstaff — cercava di farci obliare il già inghiottito cibo, per farcene inghiottire di nuovo.

Non solo non dimenticherà, anzi ricorderà con desiderio, specialmente nei giorni di magro.

Il dì seguente ero ancora a Bellaria.

[240]
XVII.
La morte dei nobili pini.
«Guardateli bene, bambini miei, questi pini, perchè un altr’anno non li vedrete più».

Questa è la piccola selva dei nobili pini che sorgono lungo l’argine della via ferrata (anzi la via ferrata, diciotto anni or sono, quando fu posata su questo litorale — che allora era deserto — squarciò la selva dei nobili pini; e i pini, ogni volta che il vapore vi passa, sembrano occhieggiare, con curiosità, e paura insieme, il mostro di fuoco dall’alto dei loro ombrelli di verdura, e se non avessero le radici, fuggirebbero. Alcuni di questi pini si sono staccati dal gruppo dei loro fratelli come per cercar rifugio presso le onde del mare).

Lungo quest’argine mi piace ora andare in compagnia dei miei figliuoli, verso la detta selva. Essi accettano ben volentieri di venire, perchè quei giganteschi alberi fanno regali ai piccoli bambini; regalano le pine pesanti, ma che dentro proteggono e nascondono la mandorla del pinòlo, dolce e piccina.

Questa foresta era come una gran sala che [241]aveva la vôlta di smeraldo, ed era sostenuta da cento alte colonne, che parevano metallo brunito.

Il sole vi giocava per entro, e si divertiva a variare i suoi fregi d’oro: al mattino, per esempio, ci dava una pennellata di rosa; a mezzodì faceva piovere da per tutto una passione di simboli d’oro, di bolle, di fregi, di raggi; al vespero li investiva di porpora e di sangue, come avessero avuto un’anima tragica. E quelle nobili piante si lasciavano vestire dal capriccio del sole, così come una bella donna sul palcoscenico lascia cadere su le candide nudità le tinte varie del proiettore.

Se il vento del mare era dolce, solfeggiavano con lui; ma se spirava forte, i calami, a somiglianza di canne d’organo, elevavano insieme le note con un murmure cupo, e facevano concerto con lo scrosciare delle onde sul lido: ma senza contorcersi, senza piegare o impaurite o goffe come fanno le altre piante; erano solo i calami che palpitavano, come ad un giuoco, sul rigido e forte sostegno del tronco e delle branche ignude. Amiche dunque, al sole, al vento, al mare; care alla madre terra; nemiche solo alla pallida neve che uccide la loro vita antica: docili a tutte le forze; ribelli solo al desolato inverno.

Quale re di corona ebbe mai una sala più [242]bella di questa ove voi, bambini, correte folleggiando, in cerca delle pine? Quando verrà il tempo che i savi collocheranno in queste aule i loro tribunali, come già re Luigi, il santo, elevava i padiglioni gigliati del suo trono sotto le querce?

Voi tornate, o bambini, carichi di preda e non pensate a dire «grazie!» ai nobili pini. Il più piccino fra voi come è goffo sotto il peso della sua proprietà di pine! Due volte è caduto sotto il peso della sua proprietà; e i pini con lento murmure sorridevano.

E la sera, al ritorno, oh, le allegre fiammate delle pine sulla brace! Le pine incominciano a gemere, a piangere, quindi esalano il loro incenso, di cui la terra le ha nutrite; gli alveoli crepitano, si spaccano, si aprono, ed ecco le nocciole dei pinòli! Or conviene dare opera al martello: le mani si insudiciano. Ma non esiste bambino che abbia paura di insudiciarsi le mani. Questi pinòli sono confidati alla nonna: stringono poi alleanza con un po’ di zucchero e di chiara d’ovo, ed ecco le pinocchiate, dolci, bianche e tenerine, a cui sospendete occhi ed anima.

Voi, cari bimbi, non pensate più in là, quando cogliete le pine.

E in fondo, anch’io, a che cosa pensavo giorni addietro, lungo quest’argine?

[243]
Anch’io pensavo ad un frutto di infinita dolcezza, e ben più sigillato che non sia il pinòlo entro la pigna! Non passò per quest’argine, per questa selva, la piccola sfinge dal piede scalzo?

Oh, la buona gente mi loda quando mi vede accompagnare i bimbi lungo l’argine della ferrata, verso la selva, e dice: «Che buon papà!»

Io lascio lodare, e sto zitto. Sì, va bene, io accompagno a spasso questi bambini per dovere professionale; ma anche perchè — io non so come avvenga — questa infanzia mi inspira alcuna castità e purità di imagini.

Eppure anche voi, bambini, se crescerete, dovrete passare dal desiderio di questo innocente frutto del pino, al desiderio di ben più acre e terribile frutto! Anche voi percorrerete questa che a me, oggi come oggi, pare — a dire proprio il vero — una specie di via crucis; mentre a voi, sino dal primo destarsi del senso, sembrerà la più fiorita, la più gioiosa via della terra: e allora tutte le energie della giovanezza vi soccorreranno affinchè possiate percorrere questa via, e lotterete anche voi per quell’acerbo frutto, antico, eterno, collocato sul più eccelso ramo dell’albero della vita. E tu, piccino biondo, che ti pulisci la bocca se io ti bacio, ah, su quante labbra impure bramerai di posarti e ti poserai! Poveri bambini, [244]io ho paura di quella sfinge dai denti aguzzi più che della scure che uccide la vita dei nobili pini! (Essi correvano, coi loro abitini bianchi e rossi, in fondo agli ondulamenti del prato, smarrendosi fra i tronchi lontani. Io sorpresi i miei occhi che lagrimavano!)

Ebbene, poichè non sarà possibile nè meno a voi sottrarvi al martirio dei sensi, quale consiglio darvi a questo proposito, bambini miei? Ecco, come la nonna vi consiglia di mangiare con moderazione il dolce dei pinòli che ella prepara, così io vi consiglio di affondare con moderazione, senza astinenza nè intemperanza, i denti nel frutto per cui Eva fu creata dal Signore.

*

— Perchè, — essi mi chiesero, — questi pini non li vedremo più?

— Perchè devono morire.

*

Io vidi i più belli di questi pini segnati con una croce di vernice rossa.

La selva dei nobili pini era stata comperata da un ingordo speculatore: questi aveva, alla sua volta, ceduto per trenta lire ogni pino. [245]Per trenta lire caddero in poco tempo i tronchi secolari; e il freddo lampo della scure splendeva nella dolce sera; e il colpo, vibrato contro i tronchi, suonava nella mite sera.

Vidi le loro cupole di smeraldo, sconciamente a terra, illanguidire come recise chiome di giovanetta: poi farsi fulve come intinte di vero sangue. Vidi le umili piante della campagna circostante guardare con stupore e con pietà quei giganteschi tronchi caduti e da cadere: e quelli superstiti ancora intrecciavano le loro chiome come per difendersi e domandavano al sole, grande e potente, protezione; e il sole li vestiva nel vespero di ogni più bella luce, tolta allo smeraldo, al rubino; ma quella bellezza non placò la scure dell’uomo.

Anche ai rozzi uomini del mare chiesero pietà i pini: «Quando con i barchetti, dalle vele rosse, voi vi accostate alla riva, il nostro padiglione segna sul litorale il punto del vostro approdo. Perchè, dunque, ucciderci?»

O tristezze dell’anima ammalata; a me quei colpi di scure contro i meravigliosi tronchi risonavano nel cuore; tronchi così belli che parevano d’argento antico, chiome così trionfali, così spesse, così vive, chiome della terra, recise a colpi di scure; chiome stese sui miei bambini, come una mano amica: recise per trenta lire!

[246]
Ah!, Santo Francesco, meraviglioso nemico della ricchezza, tutto sempre si vende al mondo per trenta sicli! «Noi fummo già — dicevano i pini morenti — selva nobile e antica lungo il glorioso mare; e i padri nostri confortarono Dante, quel grande Umano che tenne gli occhi rivolti ai regni d’oltremorte, mentre la feroce guerra degli uomini latrava contro il suo petto! Veniva solitario fra noi; ed egli degnò la nostra vista e ne trasportò l’imagine armoniosa sull’alto del monte di purgazione; noi cantammo a prova con gli uccelletti dell’aria per raddolcir le sue pene; ed egli glorificò l’umiltà nostra e si ricordò di ogni nostro suono e moto, e «divina» e «spessa» e «viva» chiamò questa foresta che la barbarie delle nuove genti oggi distrugge!»

*

Queste voci sentendo, io mi attardavo fra gli ultimi pini superstiti; ma da quella sera che vedemmo per l’argine passare in fila i carnefici delle nobili piante con le loro scuri nude su le spalle, un gelo mi corse al cuore.

Scostai i bimbi dal passaggio delle scuri, come se esse avessero minacciato anche me e quelle giovani vite. Un gelo mi corse al cuore e alla selva più non tornai.

[247]
*

Ma un mattino, dal largo del mare, gli occhi si volsero sul litorale al luogo ove cento colonne elevavano il loro padiglione meraviglioso.

E non c’era più nulla!

[248]
XVIII.
Negrito, il feroce.
Guardate là, là su la spiaggia del benefico mare!

È stata la signora Adele, la mamma, ad accorgersi che Robertino non c’era più; giacchè, pur conversando, il suo occhio gira ogni tanto e cerca dov’è quel suo tesoruccio biondo. Non l’ha più visto: ma bene ha visto Negrito. Mandò un grido d’angoscia; si levò dal crocchio; accorse.

Accorsero tutti. Dio, il suo Robertino affogava?

No, non affogava: era Negrito, il cuginetto, che lo teneva a forza nascosto sott’acqua. La signora Adele ritorna col suo piccino sul petto, che trema come una lepre sfuggita al bracco; con l’altra mano trascina Negrito, che punta i piedi per non venire.

Ora ognuno ha fatto festa a Robertino; e, per consolarlo, ognuno gli ha offerto qualcosa: «To’ il confetto, to’ il cavalluccio, to’ la barchetta!» Egli abbracciò ogni oggetto con le sue manine, sorrise, obliò.

[249]
— Ma che cosa ti ha fatto questo povero bambino che tu lo tenevi sott’acqua? ma di’ che ti ha fatto? ma di’? — domandava la signora Adele.

Nulla! Negrito stava immobile, sorpreso da quei rimproveri.

E noi dicevamo: — Ti faremo mettere in prigione! — Chiameremo i carabinieri! — Ma sai che si va in prigione a far così? — Oh, io ti rimando subito da tua mamma; questa è l’ultima che mi fai, non ti voglio più con me, più, più!

Ad ogni minaccia Negrito levava gli occhi come per vedere chi era colui che parlava: ma nulla rispose. Io guardai quegli occhi sereni e meravigliati di Negrito; e vi lessi questo semplice pensiero: «Ma io mi divertivo tanto a vedere soffocare nell’acqua Robertino sotto le mie mani; perchè dunque mi rimproverate? Lui faceva forza; ed io facevo ancor più forza».

Infine Negrito si accoccolò in un canto e si mise indifferente a scavare la rena: bisognava pur divertirsi in qualche altro modo!

Or dunque, mentre le donne discorrevano della cattiveria di Negrito e della innocenza di Robertino, io li osservava entrambi. Biondi, rosei di volto ambedue. Robertino ha cinque anni; Negrito, sette; si assomigliano; eppure, osservando attentamente i volti dei due cugini [250]hanno qualche cosa di diverso. Quello di Robertino è più mobile: un rimprovero (basta dirgli: «Cattivo, Robertino!»), una lode («Robertino è tanto buono, è il cocco della mamma sua!»), si riflettono nelle pupille ridenti e nel volto diafano come entro uno specchio. «Robertino, va a prendere lo sgabello e portalo alla mamma!» e lui va, piano, prudente, barcollando come un vecchietto, e torna felice con lo sgabello. Il volto di Negrito, invece, rimane rigido; la pupilla non riflette ciò che è esterno. Se gli si dice: «Negrito, fa la tal cosa»; «Negrito, non buttare l’arena contro le persone», è quella volta che Negrito accumula tutto il suo entusiasmo, e fa peggio.

Perchè Negrito è così? I suoi genitori quando lo misero al mondo dissero forse: «Noi vogliamo che la creatura che nascerà da questo amore, sia feroce?». Ma nessun padre augurò mai questo! Buono e bontà sono augurate parole dei padri ai figliuoli; anzi sono meravigliose parole, giacchè il loro senso è inteso da tutti, ma per scienza non hanno chiara spiegazione. E allora? Mah! Probabilmente si deve trattare di una specie di microbio, non ancora isolato dagli scienziati. Certo è che per Negrito era un esercizio piacevole quello di vedere, sotto la propria forza, soffocare Robertino.

[251]
I miei bambini non sono certo come Negrito; eppure anche loro trovano un compiacimento squisito nell’esercizio della ferocia. Quante volte non mi sono arrabbiato per quella storia delle frecce!

No, non basta che l’arco della balestra sia robusto. Il godimento non è pieno se la freccia non ha la punta d’acciaio, che dia l’illusione di un’arma vera. Io li ho sorpresi, nell’ora della siesta, in cucina, con altri compagni della stessa proporzione, intenti al lavoro delle frecce. Uno rompeva la capocchia degli spilli, un altro scioglieva il catrame sul fornello. E che serietà in quel lavoro! Parlavano come piccoli uomini: esaminavano le punte su le palme delle manine e dicevano: «Questa se entra dentro, può ammazzare da vero!» «Almeno levare un occhio!»

— Ah, sì? — e spalanco la porta: Che terrore, poveri piccini! Hanno mandato un grido, hanno preso le loro armi e sono fuggiti; ed io li ho inseguiti, ma un po’ per volta mi venne in mente la figura di Gulliver che insegue gli abitanti di Lilliput. Ciò è abbastanza ridicolo; anche per il fatto che ad ottenere un certo risultato, bisognerebbe conservare le proporzioni di Gulliver specialmente rispetto agli uomini grandi.

È questione di nervi. L’idea della ferocia [252]è diventata per me da qualche tempo una specie di melanconia fissa, che mi oscura lo splendore della vita e mi procura molte mortificazioni, del genere di quelle che mi inflisse l’egregio avvocato Pasqualino.

La virtù del silenzio e del lasciar fare, quando non fanno male a te, non sarà mai abbastanza lodata.

Che bisogno c’era di investire l’avvocato Pasqualino con parole sarcastiche?

Egli se ne stava tranquillo come gli altri ad osservare i bei colpi dei cacciatori, contro le rondinelle del mare, così belle, così candide e così stupide! Era un divertimento la loro stupidità, perchè i cacciatori buttavano in aria quelle che avevano ferito; e ciò serviva da richiamo alle altre, che accorrevano in gran numero, stridendo, contro i fucili in mira dei cacciatori. Grande era il tripudio dei bambini e dei cani, i quali a gara si precipitavano nell’acqua a raccogliere le rondinelle.

Anche quello era un semplice esercizio, perchè da mangiare non sono buone le sciocche bestiole.

V’erano anche alcune giovinette a guardare; ed una che era tanto gentile che pareva tolta dalle figure estatiche della Pomposa, chinò la persona e la testa chiomata sopra una rondinella, [253]stesa supina, con le bellissime ali aperte, come per meglio lasciare fuggire la vita.

— Ma sapete — disse alle compagne — che queste ali, ma precise a queste, si vendevano in un negozio di cappelli, sotto il Pavaglione, due lire il paio?

Le amiche, meravigliando, pur ne convennero. — Bisognerebbe saperle preparare! — disse una, e l’avvocato Pasqualino, che era lì presso, disse: — Volete, signorine, che ve le prepari io? Sono un poco imbalsamatore.

Già io l’aveva un po’ su con l’avvocato Pasqualino. Egli era quegli che, a proposito della mia idea di fare cavaliere del lavoro il pius agricola, aveva assicurato che una fra le cose certe era che io non sarei mai riuscito, nemmeno deputato. L’avvocato Pasqualino è un entusiasta trombettiere della modernità; e non manca di un avvenire politico. In quel giorno la soddisfazione di trovarsi al mondo al principio del secolo ventesimo, appariva sul florido volto; e i suoi baffetti neri erano più impertinenti che mai.

— Sì, sì, — pigolarono festosamente le giovanette, e allora egli levò di tasca un paio di forbicine e cominciò con molta calma a tagliare e pareggiare quelle povere ali, così care all’azzurro ed al sole: tic, tac!

Quel tic, tac irritò il mio infelice sistema [254]nervoso, e il freno del silenzio mi venne a mancare.

Quel recidere ali, quel pareggiare, quello sterilizzare mi parvero come un atto simbolico di ciò che avviene nella vita. «Ma non t’accorgi, Pasqualino, che non cresce più un fiore con tutta questa sterilizzazione?»

Oh, non avessi mai espresso questo pensiero!

I baffetti di lui cominciarono a vibrare, e le sue parole divennero insolenti. Quante me ne disse! — Lei non capisce niente del movimento moderno. Lei era degno di vivere ai tempi di Omero.

Oh, egli non avrebbe finito così presto, se non fosse venuta la sua signora ad interrompere: — Ma Pasqualino, — disse, — i tagliolini sono in tavola!

Si placò: stette un po’ incerto se proseguire a darmi il resto del carlino, ovvero rispondere all’invito dei tagliolini. Preferì questo secondo partito, e: — Quello lì, vedi, — disse alla moglie additandomi, — è un uomo dei tempi omerici!

Pasqualino e gli altri se ne erano dunque andati; ma le sue parole mi avevano gonfiato il cuore, ed io feci come la loquace moglie che seguita a parlare anche dopo che il prudente marito ha infilato l’uscio di casa.

Il mare azzurro rotolava le sue onde canute, [255]ancora come ai tempi di Omero. Oh, ma dove sono fuggite quelle splendide nudità, dove sono esulate le parole chiare, semplici, ignude? Sì, quegli eroi di Omero erano molto sanguinari: ma quando Giove non li investiva della sua ferocia, dicevano pure meravigliose cose! Quando si pensa, o Pasqualino, che erano tutti analfabeti a quel tempo, c’è da rimanerne stupiti.

Però anche Pasqualino non ha torto. Io male provvidi leggendo Omero e Platone. Questi benedetti greci hanno fatto di me quasi un ateo della religione moderna: io mi annoio a dire le nuove litanie, come mi annoiavo a dire quelle vecchie quand’ero bambino. «Tu andrai all’inferno!» mi ripeteva una mia povera zia, e Pasqualino mi dice lo stesso. Pasqualino e compagni non si trovano mai bastantemente abbigliati; l’ultimo stile della loro moda è più complicato del precedente ed io vagheggio le nudità antiche! È un anacronismo! E più avresti motivo di vilipendermi se ti dicessi che per trovare un poco di umanità in istato semplice, ero venuto volentieri fra questi pescatori seminudi e analfabeti! È meglio vestirli anche loro. Ti ricordi, Pasqualino, quell’insignificante fatto di cronaca dei giorni addietro quando è affogato qui quel povero giovane?

Era di pieno giorno, con un sole e un mare [256]belli come oggi: a due passi dalla spiaggia è affogato; lì, fra compagni e signorine, mentre faceva salti, capriole, balli nell’acqua. Quando quel leggiadro corpo fu gettato su la spiaggia col capo riverso (oh, quel dolce volto che aveva visto la sua morte, come era diventato enorme, terribile!), ti ricordi con che occhi attoniti gli si affollarono intorno le donne con le chiome stillanti su gli accappatoi bianchi? Come fissavano a lungo! Non lo riconoscevano più! Il severo Thanatos, intanto, aveva inalberato il suo stendardo nero, sotto il sole!

Il buon popolo analfabeta trovò — è vero — alcune espressioni gentili e semplici; ma come è stato anche lui feroce nella sua superstizione, il buon popolo! Nessuno dei pescatori ha voluto ospitare il povero corpo alla notte. «Dopo ci si sente — dicevano —. E come si farà, ad affittare ai bagnanti?» Non c’è stato che Giacchetto, il piccolo vecchio sbarbato, Giacchetto, che parla con voce di grande umiltà, ad aver misericordia di «quel povero figlio!», e l’ha accolto nella sua capanna per amor di Dio, cioè per sole cento lire, giacchè «il suo prezzo vero» era di quaranta scudi, almeno; cioè l’affitto di una stagione! Come potrà più affittare la sua capanna se dentro c’è stato un morto? «Ma non [257]siamo tutti cristiani?» dicea il buon Giacchetto, ed ha ospitato il povero morto.

Che terrore quella notte, con quel morto in quella capanna, da cui veniva fuori il bagliore dei ceri! Le pescivendole che si levano a mezzanotte per recarsi alla conserva a prendere i cestelli del pesce, fecero un lungo giro per non passare davanti alla casa di Giacchetto. Oh, ma fu lo stesso la notte del terrore quella! Due occhi di fuoco avanzavano, lenti lenti, per la via, bianca sotto la luna; e un grido ogni tanto, un grido che riempiva la notte e le impaurite si buttavano contro la siepi. Non era, no, il diavolo che scuotea le catene; è una vecchia carrozza, è una sonagliera al collo di un cavallaccio; e dentro la carrozza c’è una vecchia madre che viene da lontano, all’improvvisa chiamata; giacché a temperare l’antica ferocia furono create le madri!

Il bel funerale il giorno dopo; il bel carro mortuario venuto apposta dalla città; tutto parato a nero e giallo; e il vecchio becchino intontito, colla lucerna di felpa; e le corone; e dietro tutti quei signori ben vestiti; e il prete che era in vena di cantare quel giorno. «Oh, che cosa vuol dire essere signori!» ripeteva la gente mentre passava il bel funerale. [258]Va là, Pasqualino, sterilizza questa natura grezza, e insegnaci l’alfabeto! La natura? Ella se ne ride bene! Il plenilunio di settembre non è stato per ciò meno luminoso: nè la sera meno tepida. I bambini accendono lo stesso le loro lanterne alla veneziana, gialle e rosse, e i giovani accordano i mandolini e le chitarre lo stesso. La spiaggia del mare è soffice come un divano. È così bello fare all’amore al lume di luna. Vedi quei due? Essi fanno all’amore sul serio. Lei così languida e sentimentale, lui così ardente, e così felice se non dovesse aspettare. Ai tempi omerici, Pasqualino, non c’era il sindaco e non c’era lo stato civile. Le cose erano più semplici allora. In questo ne converrai: e suicidi per amore non avvenivano. Sciocchezze queste, lo so. Ma sai a che cosa penso? A quella povera vecchia mamma che venne qui, quella notte. Anche lei, trenta o quarant’anni fa, avrà fatto all’amore come quei due. La consacrazione in chiesa, il sindaco, poi il bambino che nasce, dice: «papà! mamà!» ride, poi il primo dente, i balocchi, poi gli studi; poi un caso; un attimo, e Thanatos eleva il suo stendardo nero!

Tutto ciò come si ripete melanconicamente! come la legge delle cose domina, e non riuscirai no, a sterilizzarla, Pasqualino!

Vedi, quando io mi affisso nei miei bambini, [259]e penso a queste leggi invincibili, mi sento irrigidire il cuore. Sai che cosa feci la Pasqua scorsa? cosa feci io, che rincorrevo i bimbi perchè mettevano le spille alle frecce? Sta a sentire:

Era sabato santo: si desinava all’osteria del villaggio; noi tre, la mamma mia, il bambino ed io. Il giorno era pieno di raccoglimento e di silenzio; un pallido sole indorava le foglie tenere: e l’erba del grano verzicava fra i papaveri nascenti.

— Dove sono i bambini dell’oste?

— Sono andati a vedere ammazzare gli agnelli.

Allora il mio bambino disse:

— Voglio andare anch’io!

Disse la nonna:

— Non ti vergogni? — e spiegò perchè era vergogna quella curiosità.

Egli si confuse e non insistette

Ma quando il desinare fu finito, io stesso mi levai, e preso il figliuolo per mano, dissi:

— Andiamo!

— Dove?

— A vedere ammazzare gli agnelli.

Andammo.

La bottega del macellaio era lì presso: nella semioscurità erano cumuli di piccoli lanuti [260]con le zampine legate entro ritorte funi. Quelle piccole bocche, coi dentini da latte, si aprivano per mandar fuori un «be!» a tempo, ogni tanto: cessavano, e poi ripigliavano con un «be!» di fastidio, lungo, straziante, vibrante, come dire: «non è bello quello che qui avviene. Ieri pasturavamo le prime erbe, saltellando accanto alle nostre mamme, su la montagna. Qui dove siamo?» Poi, uno ad uno, erano afferrati dal macellaio che lavorava in un sudicio cortiletto, e, sciolti i due piedi dinanzi, i due piè posteriori erano appesi a due cavicchi, infissi in un gelso, così che il capo ne penzolava. Allora l’uomo (uno scarno, sporco uomo) faceva scomparire il coltello, lucido (perchè il sangue sull’acciaio mal si fermava) nel vello dolce, candido: e questa prima operazione avveniva senza che la vittima desse segno alcuno manifesto: poi, dopo essere scomparsa, la lama riappariva di fianco rapida, sicura: aveva reciso: dal candore della lana saltava fuori la canna della gola, e rigurgitava un fiotto luminoso, rutilante: si capiva che quel fiotto conteneva il segreto della vita.

Era un momento atteso perchè i bambini se lo additavano quel rigurgito di sangue col piccolo dito che voleva dire: «Ecco il sangue!»

Allora soltanto l’agnello si risentiva e pareva capire; e le piccole gambe sospese facevano [261]l’ultimo sforzo per sottrarsi al martirio: ma l’uomo diceva all’agnello: «Sta buono, va là, che adesso è fatta!» (come dire «adesso puoi vivere in pace!»). Quindi metteva un cannello fra la pelle lanuta e la carne e fortemente soffiava, onde tutto il misero agnellino si deformava gonfiando.

E quel momento era pure atteso dai piccoli spettatori, i quali ridevano vedendo l’agnello gonfiare da ogni lato.

Dopo che aveva gonfiato, in un attimo lo spogliava del vello.

— E dà ancora calci! — diceva il carnefice, rimproverando l’agnello.

Erano gli ultimi tratti che parevano significare ben altro dall’incosciente «be!» di prima: significavano: «ora capisco tutto: ora io so! va, brutta, vile vita!»

Ma come il sacco delle interiora era tolto e buttato, come la corata bellamente era staccata ed esposta, quasi fosse una decorazione, ai ganci, non palpitavano più che le tenui fibrille; ma quel palpito pur diceva: «Va, vita vile!»

— Ho la mano indolenzita, — diceva ogni tanto calmo calmo, il carnefice, mostrandomi la sua mano grommata di sangue, — ed ho ancora tutti quelli là! — indicava il cumulo dei lanuti che ogni tanto gemevano: «be!»

[262]
Per la sera egli doveva aver finito, perchè sull’ora del vespero venivano da ogni termine lontano a comperare l’agnello per il giorno della Resurrezione.

Oh, melanconica Pasqua della Resurrezione; oh, tristezza di queste mani insanguinate attraverso tutte le età!

Melanconie fisse, lo so; questione di nervi e di dormire poco la notte. Tu invece dormi le tue otto ore filate, e al mattino senti la voce sempre placida della tua signora, che ti dice: «Pasqualino, ecco il caffè». Fai la toilette elegante, e vedi su lo specchio che l’umanità gode buona salute: dopo ti pasci lo spirito delle notizie che ti offre il giornale, e noti le tappe di avanzamento: i punti superati.

Certo, del progresso se ne è fatto! L’effusione del sangue si va sempre più riducendo agli stretti limiti del necessario; e quando si pensa che siamo in tanti, che siamo in tanti a far ressa agli sportelli del Banco di sconto della vita, e si vede che invece di digrignare i denti, ci sorridiamo l’uno con l’altro, e ci diciamo: «Buon giorno! buona fortuna!» via c’è da sperare bene. Certo, per mangiare i tagliolini in brodo, un po’ d’effusione di sangue ci vuole. Scusami, dunque, se ti parlai acre. Vedrò di emendarmi. Tu intanto, Pasqualino, [263]sii buono, non essere inesorabile come un antico sacerdote, non mi mettere all’Indice. Anch’io ho qualche cambiale da scontare al Banco della vita.

Ma Pasqualino è su la poltrona a far siesta. Egli ripete il suo gesto: «Addio, uomo dei tempi omerici!»

[264]
XIX.
La fine e il principio del nirvana.
Il nirvana, anche per il porcello della vecchia bacucca, sta per finire.

A Savignano lavorano già, il sabato sera, la carne porcina, e s’ode questa romanella che muore lenta pei campi:

Da lontano l’abbiamo saputo

Che il baghino[3] l’avete ammazzato!…

È una notizia piacevole per tutti, eccezione fatta del porcello; e così mi è stato piacevole sabato sera tornar da Savignano con una bella provvista di braciuole e di salsicce. La rigidezza oramai della chiara sera rende gustoso il nuovo cibo.

Le braciuole e le salsicce rosolano su la graticola e mandano un grato profumo: quasi quasi lo stender la mano su la brace non è discaro. La nonna gira la piada sul testo; e i bambini le stanno attorno.

Le ragazzette hanno scovato sui greppi i primi cespi delle insalatine che nascono di settembre: ben risciacquati alla fonte, hanno [265]sapore di fresca terra e una grata e tenera amarezza: ben si confanno alla opima carne, e ben tempera quella freschezza della insalata il grasso arrostito delle succose e fumanti braciuole. E proprio in quel sabato sera il prete mi mandò in dono un gran fiasco di vino nuovo, un assaggio primaticcio delle sue viti. «Questo vino, quando sarà fatto, è tutto da bottiglia!»: ben mi rammento queste parole del prete in lode di quel suo particolare vino. Non si parla dei santi con tanta venerazione! Ma così nuovo com’era, quel vino aveva un asprino dolce e frizzante e seguitava a bollire pur dopo bevuto.

C’è a chi non piace il vino nuovo, a me piace moltissimo….

«Gli è che siete un bel ghiottone!…» dirà alcuno.

«Per Dio, è verissimo. Una mangiata come quella di sabato sera è pur una bella soddisfazione, e poi dormire dieci ore e poi destarsi sbadigliando al chiaro sole, e recitare dolci versi d’amore».

«Ah, porco!» sento che mi grugnisce il porcello.

«Sì, caro, è meglio che ci confessiamo schiettamente in questi estremi giorni della nostra convivenza assieme: siamo tutti fratelli. Ciò consoli il tuo prossimo fato».

[266]
Io non ho avuto mai compassione per l’ingordo porcello della vecchia bacucca; ma quella notte mi si strinse il cuore di grande pietà.

Si veniva, sotto un filo di luna, da un onesto sollazzo: v’erano bambini e giovanette: tornavamo ridendo e conversando, e il suono delle voci saliva alto per la notte chiara. Ed ecco per la strada incontrammo una fila ferma di alcuni carretti, tirati da asinelli. Sui carretti c’era una gabbia, fatta di grossi bastoncelli, quale usano per portare i vitelli al mercato: in ogni gabbia, adagiato su la paglia, un porcello.

I conduttori aspettavano che altri carretti si aggiungessero per andar di conserva alla città lontana.

La luna era fredda e tenue; i grandi corpi, impotenti di sollevarsi, rabbrividivano di freddo e di terrore.

Le donne e i bambini risero allo strano convoglio.

Ma non risero più quando giungemmo alla mia casetta. Gran tumulto era nell’aia. Un asinello e il carretto erano profilati davanti al porcile. Che rugghi mandava la povera bestia che non si voleva staccare dal suo tepido porcile! E quattro uomini ci vollero a forza per caricarlo su la gabbia, e la vecchia bacucca [267]lo allettava davanti facendo giumella con le mani colme di farina: — To’ to’!

Ma esso, fra i rugghi, guardava con i piccoli stupefatti fori delle pupille la vecchia, e pareva dire: «Anche tu!»

Crede il popolo che la struttura anatomica del porco molto s’accosti a quella dell’uomo; ma anche il suo lamento in quella notte mi parve umano.

Come infine fu adagiato con violenza nella gabbia, si acquetò un poco.

Il momento della partenza era venuto. La vecchia, asciugandosi gli occhi con le cocche del fazzoletto da testa, toccò per l’ultima volta l’orecchio del suo porcello venduto, e: «Andate là!» disse commiserando; poi fra sè come una meditazione: «Aveva più giudizio di un cristiano»; e s’avviò alla sua capanna per non più vedere.

Io sentii allora dal profondo corpo della belva impotente venir fuori un oimè! degno del tragico cerchio di Beltramo del Bornio.

— Va là! — disse allora l’uomo.

E l’asinello si tese e mosse. (Vittime entrambe predestinate, unite in vita e non disgiunte in morte, entro una mortadella o un zampetto di Modena).

[268]
*

Anche per me il nirvana sotto il sole, è finito: la sera diventa buia; la sera è fredda: io sento non so quale voce di lamento, parlato dalle cose. Il sole del mattino è fosco: non ha più forza di sciogliere le brine. Io domando con la stupidità di un bambino al vecchio paron Jusèf, il filosofo che scruta il cielo e il mare, se avremo ancora bei giorni, come prima, giorni caldi, senza vento. Il vecchio pur vorrebbe darmi risposta quale io desidero; mi guarda a lungo, e fra le crespe del volto si forma un sorriso, del quale questo è il senso: «O voi vi beffate di un povero vecchio, oppure è cosa incomprensibile che un uomo di studio faccia le domande che può fare un bambino. La domanda che voi mi fate equivale a quest’altra: Tornerò ancora giovane? Sì, quando vostra madre vi partorirà un’altra volta». Quindi a chiara voce mi dice: — È facile invece che abbiamo qualche settimana di pioggia. C’è il caligo alla mattina, e il caligo non sbaglia.

Sì, il caligo è grande! Chi non lo avverte è il marinaio, mio padrone di casa. Egli pianamente, quasi piamente, dissoda un suo orticello in cui l’anno scorso piantò le patate e quest’anno [269]seminerà il grano: anche la vecchia scrignuta non l’avverte il caligo: essa leva il taso ai vecchi fusti che accoglieranno il vino nuovo e il vinello. Dice bene il Pascoli:

Al cader delle foglie alla massaia

non trema il vecchio cor, come a noi grami

chè d’arguti galletti ha piene l’aia.

Certo sarebbe meglio non sentire l’inverno che per il fatto che si sta bene accanto al focolare: la mente, in tale caso, non va oltre alla piada di formentone, girata con moto lento sul testo, e la lucernetta, appesa al rustico camino, rischiara come una lampada elettrica.

Ciò è anche poetico: ma bisognerebbe però essere abituati al formentone ed alle erbe amare; e poichè questo non si può e non si vuole, così torniamo a rivedere le lampade elettriche della grande città; leviamo dal pepe il palamidone; e cerchiamo di comporre sopra il colletto un volto mansueto.

Il mulino delle molte parole comincia ad avviarsi: ecco già aperte le scuole; e i miei scolaretti di prima ginnasio hanno comperato con entusiasmo il loro grosso dizionario latino.

Però come precipita presto la stagione verso l’inverno: con la stessa rapidità con cui la vita, varcato il mezzo, corre alla sua fine.

E lui come è precipitato presto! Un mio collega, [270]un buon compagno, senza pretese, un po’ strafottente, che aveva la debolezza — appena la confidenza glielo permetteva — di far dell’arguzia ultra-boccaccesca. Povero uomo, non le diceva mica male; ma con quella sua faccia gialla infossata, mi faceva un certo effetto, non da ridere; e fumava le sigarette scaraventando buffi di fumo come per dissipare delle imagini di morte che gli svolazzavano attorno, noiose più che le mosche.

Aveva fatto la cura di Montecatini; però avrebbe fatto meglio a far la cura di lasciar la scuola. Dio, come è resistente il fegato degli uomini!

Io ho saputo che c’era all’ordine del giorno il suo funerale, prima ancora di sapere che era ammalato.

Come era alta la neve quel giorno del suo funerale! Che percorso lungo fino al cimitero!

Avevo in mente le sue facezie di pochi giorni prima; e mi pareva impossibile che dovesse trovarsi muto fra quelle quattro assiciuole nere. Oh, egli parlava ancora, l’allegro compagno, almeno mi pareva che dovesse dire così:

Io sono veramente mortificato, o signori: io giaccio disteso e voi state in piedi; io sto al coperto, e voi sotto la neve e non vi posso nè meno dire: «Accomodatevi!» non posso farvi gli onori di casa. Scusatemi dunque: già, [271]uno per volta vi troverete tutti in questa mia privilegiata condizione.

Ma quello che più di tutto mortifica la mia delicatezza è che dalla mia (oh, guardate che cosa è mai l’abitudine! volevo dire abitazione) dalla mia ex-abitazione al Cimitero Monumentale (sapeste come è pesante questa parola) sono circa tre chilometri: a cui aggiungiamo altri tre pel ritorno vostro, non mio, ed è una bella passeggiata. E nevica ancora! Lo so; è un giorno di vacanza oggi; ma con questa neve (guardate, arriva sino alle sale del carro!) io credo che anche gli scolari avrebbero preferito di scaldare i banchi della scuola. Io — ripeto — ne sono mortificato, ma credetemi, non l’ho fatto apposta! Cari scolaretti tutti in fila, ecco, voi mi levate il cappello con riverenza, ecco la vostra bella bandiera, ecco l’onesto bidello che vi sorveglia e ripete con la sua voce dialettalmente chioccia: «In ordine!» e la neve gli imbianca i barbigi. «Non mi farete arrabbiare più, è vero, cari piccini?» «No, signor Professore!» Oh, questa volta vi credo sulla parola. Ma guardate! Anche le corone voi mi recate e col prezzo dei fiori freschi a questi giorni, ciò è molto commovente! E non potervi dire: «grazie!»

Sì, io sono mortificato. Ma ecco tutti i miei buoni colleghi che sbucano da varie strade. [272]Arrivano trafelati, coperti di neve. Stringono la mano al signor Direttore che sta dietro il carro, condolendosi della mia morte. Il signor Direttore dice a tutti: Mah! e non dice altro.

Già. Mah! è proprio così. Mah! Tutta la filosofia della vita e della morte — a ben pensarci — si riduce ad un Mah! con un’enorme «h» in fine. Oh, vedete, anche dei colleghi di altre scuole, persino del Liceo: anche il signor professore di filosofia, quel dotto germanico che sospende oggi i suoi studi per farmi onore! Ma vedi! Ecco anche le Autorità scolastiche! e il mio posto di ruolo è così umile!

Finalmente ci moviamo, ma per fare una tappa in chiesa. Chi ha stabilito così? Già che eravamo avviati si poteva proseguire.

Per fortuna si tratta di una semplice benedizione; però come rombano freddolose e frettolose quelle benedizioni dei preti, come bruciano svogliati quei ceri! Quella litania dei santi: «sancte Michael, sancte Gabriel, sancte Raphaël,» ecc., e quell’«ora pro eo» detto automaticamente come fosse una sola parola, «oraproeo», spiace anche a me che sono il beneficiato. Figurarsi agli altri! Finalmente il sacrestano vien fuori e buffa sui ceri. Siamo avviati. Avviati? Eh sì! È vero che io godo il diritto di preminenza nel passaggio, ma con [273]questa strada! Il carro entra nei cumoli della neve e si rischia di fare altre tappe. Per fortuna, no: la neve è dolce, soffice. Speriamo di non essere ribaltati!

— A Perlino mettono il sale! — insegna il signor professore di filosofia. «Da noi no, caro collega!» — A Perlino mettono il sale su le rotaie dei tram per sciogliere la neve e fare correre i medesimi. — «Da noi non ancora». Del resto il compianto è universale. «Morire con ventitrè anni di servizio quando ci vogliono al minimo ventiquattro anni di servizio, sei mesi e un giorno per aver diritto alla pensione!». Eh, lo so! è doloroso! Il problema della vita per noi, cari colleghi, è ridotto a questi termini: si muore bene quando sono compiuti i ventiquattro anni, sei mesi e un giorno. Io ho sbagliato di un anno. «Che c’aggio a fa?» Sono andato a Montecatini per questo. Del resto, io che sono il più direttamente interessato, accetto il mio destino senza discussione.

Ecco attraversiamo il parco. L’effetto del parco sotto la neve è splendido; ne convengo con voi. Ecco il recinto per l’Esposizione prossima. Che tumulto di vita sarà qui in questo parco fra sei mesi. Ma oggi pare fatto a posta per il passaggio dei morti. Osservate, colleghi, altri tre convogli neri si profilano nel [274]bianco della neve! Guardatevi però dal pigliare un’infreddatura. Con l’influenza che c’è in giro, non si sa mai!

— A Perlino….

Sì, a Berlino mettono il sale in su la neve e il finocchio sul pane, questo lo so. Quello che non sapevo è che questa neve è una provvidenza, benchè, individualmente, la cosa mi interessi così e così. «L’impianto idroelettrico di Vizzola già si risentiva della magra del Ticino; e mancava ormai l’acqua anche a quello di Paderno. Cosa grave!» «Sì, questo va bene, ma non si tiene conto della spesa che dovrà sostenere il Municipio di Milano a spazzare tutta questa neve». «Ma sono confronti da farsi?» «Avete un’idea del danno che avrebbe recato la sospensione della distribuzione dell’energia elettrica, proprio nell’anno dell’Esposizione? Il conto è presto fatto». Il collega che così parla si affretta a fare il conto; un altro collega, un piccioletto amico, che ha sempre il metro in tasca, estrae il suo arnese, fa un ardito salto di fianco fino a scomparire (è buffo!) nella neve e ne misura l’altezza. Esclama: «Centimetri cinquantacinque!» «Se qui sono centimetri cinquantacinque — riprende il professore di prima — noi possiamo calcolare il quadruplo su le Alpi; quattro metri e venti centimetri». L’avvenire delle motrici [275]è assicurato, secondo lui; ma secondo l’assistente la cosa non è così chiara: occorrono altre nevicate. La disputa s’accende: ma in verità, cari colleghi, non si potrebbe parlare più piano? Oggi che alfine tacciono gli scolari, parlano forte i professori. Signor direttore mi raccomando a lei; lei che dice sempre: «Silenzio!» To’, to’! il collega in poesia insorge lui invece del direttore: i suoi piccoli occhi, accecati dalla neve, li gira fuori del bavero della pelliccia, dentro cui scompare rabbrividendo e…. vorrebbe rimproverare i dotti colleghi. Inutile! lasciali parlare! Borbotta fra sè: «Quando morirò, non voglio nessuno dietro. Lo voglio lasciare per testamento». Ma via, caro poeta, non volgiamo le cose al tragico! «Meglio essere rimasti lassù (il collega in poesia è di un paesello di Toscana fra i monti); meglio esser rimasti lassù (il collega i cavoli!)» Oh, questo sì, questo sì, caro poeta, anche a costo di restare senza discorso commemorativo.

Il discorso al Cimitero Monumentale l’ha tenuto il mio assistente, quello piccolo dal metro. Mi sono sentito ripetere gli anni di servizio, il luogo dove ho compiuto gli studi e ho sentito lodare anche un mio opuscolo di cui non ricordavo più l’esistenza.

Il signor Direttore mi ha commemorato anche [276]lui con parole di rimpianto e di elogio, fra le quali ha detto che io sono sempre stato un «modesto e valoroso» insegnante.

Dopo, voleva parlare un mio scolaro, ma l’impiegato dei morti avvertì che non c’era tempo. C’era invece il rabbino della comunità israelita, che aveva fretta di parlare per due suoi correligionari, i quali aspettavano, in due bare come la mia, il discorso commemorativo.

Allora io sono partito: sono partito nel tram tutto nero che va a Musocco, perchè quello è obbligato a correre, anche con la neve.

Io sono fuggito, dunque, via con alcuni ignoti compagni; e voi siete rimasti lì a piedi nella neve, colleghi, e dovrete tornare a casa a piedi, perchè i tram non corrono con questa neve; perchè qui non è come a Berlino, che si sparge il sale per le vie.

Sì, sì: vi do quest’ultimo consiglio anch’io, come il professore di filosofia: «Bisogna spargere del sale, come fece il Barbarossa!»

Fine.

NOTE:
1. Memorie del prof. Canonico Federico Balsimelli, scritte da lui medesimo, pubblicate per cura di Giuseppe Guidetti. Reggio nell’Emilia, presso Primo Borghi editore libraio, 1899.

2. Il Mago, canto 2º. Questo capitolo fu scritto quando Severino Ferrari era ancora in vita. Ora che egli non è più, e un tenue raggio di gloria sembra rifulgere su la sua tomba, mi è caro avere scritto queste parole.

3. Baghino in dialetto romagnolo vale maiale.

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