Il mondo è rotondo: romanzo by Alfredo Panzini

ALFREDO PANZINI

Il mondo è rotondo

ROMANZO

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1920

Prima impressione (1.º a 12.º migliaio).
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PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro della Società Italiana degli Autori.

Milano, Tip. Treves.

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Nel nome del giovanetto amico Roberto Sarfatti, volontario di guerra, caduto combattendo nel gennaio del 1918, a quanti come lui caddero. Il loro sacrifizio appare col tempo di maggiore sublimità, in quanto il loro animo era alieno da competizioni e conquiste, ma solamente Italia! e in quanto Italia sembra, o non ricordare, o non riconoscere questa offerta di pure vite per la sua vita.

Roma, gennaio 1920.

Capitolo Primo. — Lo sputo.
Ognuno può comprendere che quando una persona va in cerca dell’anima, non può stare attenta.

— Si tu stivi attiento, io nun te sputava, — disse quel cittadino del sud.

Forse voleva dire attento a quel rombo gutturale che precede lo sputo dei cittadini del sud. «Iperbòlici anche quando sputano», disse Beatus Renatus; e guardò con ribrezzo lo sputo. Esso era andato a cadere in fondo ai calzoni; ma poteva cadere su la giacchetta che era di orléans nero, o sul gilè che era di bellissimo candore.

Si poteva intimare: «Pulite!» Si poteva, in caso di disubbidienza, afferrare quel cittadino del sud per il collo e obbligarlo a pulire. Ma in questo caso sarebbe stata necessaria una mano molto valida perchè, non so se abbiate mai osservato: vi sono nella famiglia degli uomini alcuni grossi cialtroni che sembrano specialmente costituiti di alcuni grossi, lunghi manubri, di carne, cioè due gambe e due braccia, attaccate ad un tronco, e quel tanto di apparecchio di orologeria dentro il cranio, che basti a stimolare questi manubri.

Il personaggio, invece, dai cui calzoni pendeva lo sputo, aveva bensì una fronte formidabile; ma sarebbe stata necessaria un’operazione di magia per mutare quella fronte in una di quelle macchine da guerra, chiamate tanks, e così far paura a quel cittadino del sud, che già dilungava maestoso col suo sigaro in bocca.

«La colpa è della mano che è esile e non afferra», disse a se stesso quel signore guardando la sua mano coperta dal guanto di seta. «Non è per viltà».

La settimana prima, a Taranto, mentre alcuni aeroplani austriaci bombardavano a bassa quota, e tutti fuggivano, egli anzi si era fermato a guardare con curiosità.

Levò quindi il fazzoletto, pulì la sozzura e gettò il fazzoletto che pure era di finissimo lino.

«Viltà, non direi: forse un po’ di ribrezzo a toccare quell’uomo, come a toccare questo sputo.»

Del resto, tranne alcuni maialetti e galline che passeggiavano già, al primo albore, per le vie, come è consuetudine nelle città del sud, nessuno aveva veduto.

*

Questo personaggio, che andava a spasso di primo mattino per una città del sud, si chiamava — come è detto — Beatus Renatus. Era un uomo assestatuzzo e mingherlino, e se avessimo veduto le lettere che erano nelle tasche della giacchetta di orléans nero, avremmo trovato scritto: All’illustre Beatus Renatus.

Dunque era un uomo ragguardevole.

Infatti, prima della guerra, questo Beatus Renatus disponeva di un suo onesto giudizio e delle lucide armi del pensiero dentro la fortezza ossea del cranio.

Ma, da quel tempo, il giudizio si era un po’ ottenebrato e le armi inceppate.

Tuttavia Sua Eccellenza il ministro, ignorando questi particolari, aveva affidato a Beatus l’onorevole incarico di ispezionare le scuole, e perciò Beatus Renatus da qualche mese viaggiava l’Italia, e aveva preso molti appunti nel suo taccuino per riferire poi a S. E. il ministro.

Questa perturbazione del suo onesto giudizio si era ripercossa anche all’esterno, perchè quelli che lo avevano conosciuto prima della guerra, dicevano di lui: «Come è invecchiato Beatus Renatus!» I suoi capelli si erano imbiancati stranamente, cioè a zone; quasi a scosse sismiche, prodotte forse dal cataclisma della guerra: zone bianche e zone nere appiccicate ai baluardi delle lunghe tempie. Inoltre se si fosse levato i guanti, sarebbe apparsa una manina esangue, come di una giovanetta morta; la quale mano giustificava come egli non avrebbe mai potuto prendere per il collo quel grosso cittadino del sud.

Egli aveva dunque visitato diverse scuole del nord, ed ora visitava le scuole del sud.

Tanto nell’Italia del nord, come in quella del sud, Beatus Renatus aveva riportato notevoli soddisfazioni in grazia di un campanelluzzo che ancora gli rimaneva nella casa del pensiero, e funzionava ancora abbastanza bene in quanto avvertiva delle cose da dire e delle cose da non dire. Egli prima di parlare, rigettava con garbo la giacchetta e scopriva il bel gilè con la catena d’oro, ovvero spiegava lentamente il fazzoletto, o sfilava anche i guanti: dopo di che parlava con pacata oratoria che si potrebbe dire all’inglese.

Tutte queste cose fecero un bellissimo effetto tanto nei paesi del nord, come in quelli del sud, benchè nei paesi del sud Beatus non possedesse più la catena d’oro, la quale gli era stata rubata in tram nei paesi del nord.

*

«Non ti dolere, o Beatus, dello sputo di quella grossa bestia. Siamo tutte bestie».

Questo ammonimento gli parve uscire dallo sguardo di alcune capre, le quali non andavano a spasso come i maialetti, ma posavano sui ripiani di un monumento seicentesco, ed erano così barbate che parevano filosofiche, e guardavano Beatus Renatus con occhio così melanconico che in quella espressione non si conteneva alcun oltraggio.

Dalle capre Beatus levò l’occhio in su, e vide una colonna annerita dal tempo, e su la colonna vide ritta una statuetta di bronzo con la cappa, il cappello alla spagnola e il pugno alteramente su l’elsa della spada. Era un pupo: forse un infante di Spagna: un don Filippo, un don Carlos.

Si ricordò allora che in quel secolo la Spagna fu (oh miseria!) signora del mondo.

Ora sui gradini seicenteschi posavan le capre.

E l’Italia fu sempre sotto la servitù dei signori del mondo.

Beatus, anche lui, non se ne ricordava più. Gli uomini non possono ricordare tutte le cose passate: ma forse se ne ricorda la Storia, che è come una divinità, la quale in quei giorni lavava con tanto sangue quella colpa, perchè ogni servitù contiene una colpa.

Mostruosa divinità la Storia!

*

Sopravvenne il capraio, al quale Beatus chiese un po’ di latte. Una donna che portava in piazza la frutta mattutina, offrì un bicchiere. La mano del capraio era scura, scura era la mammella della capra, e da quelle due cose scure zampillò lo spumante latte.

Beatus bevve.

La donna aveva albicocche rugiadose e grandi, e Beatus ne comperò e ne mangiò, e da quella bevanda e da quel cibo vitale nacque una specie di ebbrezza. E riguardava quel pupo che da tre secoli sta lassù e nessuno sa più chi sia.

Certo quel pupo fu un re, cioè uno di quegli uomini dalla voce tonante, anche se non avevano voce, che governavano il mondo in nome di Dio, anche se non lo governavano.

Quale mostruosa finzione!

Eppure allora era meno facile che un mascalzone sputasse sopra una persona vestita da gentiluomo.

Ecco altre cose che oggi non si ricordano più!

*

Con questo ragionamento nella testa, Beatus era entrato senza avvedersene nel giardino della città — che lì chiamano villa — deserto in quell’ora, e pieno soltanto di ombre e di fiori.

Dal giardino si vedeva, in lontananza, a metà della costa di un monte verde, un monastero come un castello ariostesco su cui batteva il sole nascente.

Un gran silenzio! Ma Beatus Renatus si fermò e lisciando con la mano i baffi biondicci, non ineleganti, pareva stare in ascolto. Sentiva quello che non si sentiva: i cannoni folli che da quattro anni urlavano per abbattere l’ultimo pupo folle con Dio e la corona: l’imperatore Guglielmo di Germania.

«Io ricordo, ma anche ricordando — disse — non capisco.»

E riguardò ancora il monastero dove vivono coloro che non ne capiscono niente. E buttano via il loro nome!

Capitolo II. — La giovane professoressa.
E vide venirgli incontro pel viale deserto una figurina bianca che avea barbagli d’oro per effetto del sole che punteggiava la grande ombra.

Quando gli fu da presso, la riconobbe: era la giovane professoressa di italiano.

Due occhi vellutati, un corpo un pochino sfiorito pure essendo ella nel mezzo della sua giovinezza. «Una onesta giovane — avevano detto a Beatus Renatus le autorità del luogo, — e non priva di buon volere. Forse un po’ vistosa. Porta grandi cappelli, tacchi un po’ alti ed è profumata. E quei ragazzoni di scolari guardano più lei che i libri».

La graziosa professoressa, quando fu presso di lui, fermò il saltellante passo e chiedendo scusa dell’ora e del luogo, con trepida voce cominciò così:

— Signor Regio Ispettore, io vengo per una preghiera, e lei deve essere un’anima gentile…. — Ma non potè proseguire, perchè Beatus disse:

— Ma chi glielo ha detto che io sono un’anima gentile? Chi l’autorizza a chiamarmi così?

La giovane donna rimase esterrefatta.

— Sappia, lei, che io sono terribile.

— Ma, signore — disse la donna, — si vede che lei è un’anima gentile.

— Si vede? Crede forse di farmi un complimento? Oh, sarebbe allora una cosa grave se si vedesse!

E Beatus guardò la sua persona, come se invece che adorno di un bel gilè bianco, fosse stato immondo della lordura del grosso cialtrone.

— Io volevo anche dir questo, signore — riprese la giovane donna — che la gentilezza italica mi dava speranza….

— Ta, ta, ta! — interruppe Beatus sorridendo, giacchè non si parlava più della sua gentilezza, ma della gentilezza italica. — Sa lei quale è il vero nome della gentilezza italica? Debolezza italica! Ma lei ieri era presente quando io ho parlato alle autorità cittadine raccolte in congresso: «Niente suppliche, niente concessioni, niente condiscendenze, niente raccomandazioni». Mi pare che fossimo d’accordo.

— Sì, signore. Ma dopo si torna a fare come prima.

— Oh!

— Non è per mancanza di buona volontà, signore. È l’aria di questo paese.

— La risposta è intelligente! — disse Beatus dopo alcuna lunga meditazione. — Ebbene, mi esponga ciò che lei desidera.

Ella cominciò a parlare.

Le parole di lei erano incerte, ma gli occhi luminosi aiutavano le parole timidette.

Ella aveva tanto letto, tanto studiato; poi la laurea, il magistero….

— Benissimo, signorina — diceva Beatus, ma voleva sottintendere: «benissimo con limitazione».

La graziosa professoressa, pur ragionando, camminava presso di lui lungo il viale. Portava una camicetta lieve e al moto del passo si accompagnava il fremito di quelle due cosine gelatinose, che stanno davanti alle donne.

Non erano gran cosa, ma si potevano scusare quei ragazzoni di scolari se stavano più attenti a lei che ai libri.

Anche il suono della voce era dilettevole tanto che Beatus fu sorpreso di dover osservare che pur l’accento napoletano è grazioso.

Ma evidentemente egli stava più attento alla musica delle parole che al loro senso. Però quando la signorina concluse e disse: — Del resto io non domando che la mia felicità — rimase stupito, e guardò colei che domandava con tanta naturalezza la propria felicità.

— Ora lei, signor Regio Ispettore, è arbitro della mia felicità.

— Ma lei, signorina, mi onora di poteri magici — rispose Beatus.

Ma santi numi! Proprio ieri Beatus aveva consigliato la riduzione graduale dell’iperbole, come si usa con la morfina per guarire i morfinomani.

La felicità per la signorina consisteva nell’essere trasferita in una grande città.

— Io credevo, signorina — disse Beatus — che lei mi domandasse il contrario: cioè di non essere allontanata da questa città. Non è lei di questa città?

— Sì, signor Regio Ispettore.

— Non ha qui lei la sua famiglia?

— Sì, signor Regio Ispettore: qui ho babbo, mamma, fratelli….

— Bene: lei domani vi aggiunge un marito, ed ecco la felicità al completo.

La parola marito dipinse sul volto della giovane donna un amabile rossore, e ciò piacque molto a Beatus, perchè questa reazione fisica diventa sempre più rara sul volto delle giovani donne.

— Signore — disse ella — non è possibile.

— Oh!

— No, signore, non è possibile per noi professoresse trovar marito in questo paese.

— Questa è un’altra iperbole, signorina.

— È la verità, signor Regio Ispettore. Qui i giovani sono molto zotici. E noi, professoresse, non ci vogliono perchè dicono che noi siamo istruite. Io, poi, perchè sanno che studio, sono messa all’indice.

Questa cosa parve molto grave a Beatus. Ma allora a che cosa servono tutte le scuole che il Governo mantiene, in questo paese? Se non servono a togliere lo zoticume, a che servono?

La signorina non lo sapeva; e Beatus nemmeno, benchè fosse Regio Ispettore.

— In una città grande — disse Beatus —, la cosa mi pare ugualmente difficile per altra ragione.

Ohimè! la signorina aveva parlato, ma Beatus non aveva capito.

La signorina non cercava il marito, ma cercava la gloria.

— Lei cerca la gloria, signorina? — domandò Beatus.

Un’onda di più vivo rossore e un sorriso di speranza si incontrarono nel volto della giovane donna.

— La gloria…. Proprio la gloria, no — disse titubando. — Ma almeno farsi un nome.

— Lei aspira a farsi un nome?

Beatus aveva poco innanzi fissato il monastero dove vivono quelli che buttano via il loro nome; e guardò allora con rinnovato stupore quel volto della giovane donna, che domandava un nome.

— Ma in che modo, signorina?

— Scrivendo, signore! — disse con trepidazione.

— Scrivendo?

Lei aveva scritto tanto, tanto; studiato tanto; letto tanto: tanti trattati per formarsi uno stile, ma non sapeva ancora quale scegliere. In una grande città, frequentando la gente intellettuale, avrebbe trovato uno stile….

— Lei cerca, signorina, quello che non c’è.

— Che cosa?

— Lo stile.

— Oh! Che dice ella mai? Non esiste uno stile?

— Non esiste.

— Come? non esiste? Se non si parla che di stile?

— Quando lei — disse allora Beatus — avrà conosciuto tutto senza conoscere nulla; quando lei, nel silenzio della sua anima, sentirà salire la voce dei vivi e dei morti; e il lupo e l’agnello, e il pigmeo e l’eroe le parleranno ciascuno secondo il suo proprio linguaggio, allora lei avrà trovato lo stile: ma non lo saprà, perchè lei sarà come una morta fra i viventi, o una vivente fra i morti. E della gloria non saprà più che farsene.

— Non mai udii queste cose, signore.

— Può darsi.

«Férmati, Beatus!» gli disse il campanelluzzo del cervello.

Ed egli si fermò. Aveva parlato fuor di misura; ma la donna, quando è fresca, è come il latte, come la frutta fresca. Contiene essenze che producono una certa eccitazione.

La giovane donna infatti non intendeva di aspirare a queste diavolerie che Beatus aveva elencato, ma a cosa ben più semplice: una piccola gloria a proporzioni ridotte, di tipo moderno come la conquistano tanti: un onesto appannaggio della vita, che aiuta a vivere bene in società, qualcosa come sarebbe per un uomo un titolo cavalleresco, un diploma.

— Ha ragione, signorina — disse Beatus. — Questa, in verità, è una gloria di non difficile acquisto e lei la può anzi incontrare, così come a Roma può imbattersi in un portiere gualdrappato. Ma guarda, guarda, guarda! — si interruppe di un tratto Beatus.

— Che cosa, signore?

I grandi occhi della signorina guardarono: ma nulla c’era.

Ma il sole si era alzato e là dove esso batteva, in un campo a lato al viale, era tutto uno strano barbaglio d’oro con iridescenze opaline.

E perchè la vista serviva poco bene a Beatus Renatus, così domandò alla giovane donna che cosa fosse quel barbaglio.

— Il più vile dei fiori — disse la donna.

Era una distesa di quei fiori selvatici che crescono pei fossi, spontanei, l’estate; e non sembrano fiori. Sono come una tenue palla, e volgarmente son detti «soffioni».

— Sembrano i fiori del sole, — disse Beatus Renatus appressandosi.

Beatus colse uno di quei fiori, senza colore, ma così immateriale che la vista di lui non vi penetrava.

— Vedo un barbaglio di sole, e nulla più. Eppure è materiale! Lei, signorina, che ha miglior vista, forse meglio discerne.

Ella si appressò alla palla iridescente che Beatus teneva in mano.

— Oh, il meraviglioso ricamo! — esclamò. — Non avevo osservato.

— Certo un meraviglioso fiore — diceva Beatus. — Pare figlio del sole.

Ma mentre Beatus e la donna fermi così contemplavano, un pappo si staccò dal fiore e volò via; e dopo il primo, il secondo, poi tutti i pappi volarono via come per loro richiamo, e Beatus rimase col nudo stelo.

— Eppure — disse Beatus — io non ho avvertito un soffio di vento.

— E io nemmeno, signore, — disse la giovane donna.

— Oh! — esclamò Beatus — anche per lei, signorina, non esisteva il vento, ma per i sensi del fiore, sì.

Seguiva con lo sguardo quei pappi come punti d’oro che fuggivano lievi per loro richiamo.

— Anima, signorina — disse Beatus — vuol dire «vento»: un soffio di vento, ἄνεμος. Appunto vento occulto ai nostri sensi, ma forse esiste, come esiste un alito per questi fiori più sensibili di noi.

Ma gli occhi stupefatti della giovane donna lo persuasero — anche senza che il campanelluzzo funzionasse — che anche allora aveva parlato fuor di misura.

Troncò il discorso. Ma la donna lo vide trasfigurato di letizia come colui che crede aver trovato ciò che aveva perduto.

Di quella letizia approfittò la giovane donna per sollecitare la sua domanda.

Beatus la riguardò ancora, e il campanelluzzo gli disse: «Beatus, torna indietro! La signorina cerca uno stile, ma ha bisogno di un amante».

— Roma o Milano?

— Oh, signor Regio Ispettore — esclamò la giovane donna — Roma, Milano, il mio sogno!

— Ebbene venga con me all’albergo e ne parleremo meglio.

Ma la giovane donna disse: — Oh, signore, si sta così volentieri con lei; ma se io entrassi con lei nell’albergo, tutta la città questa sera lo saprebbe.

— Ma il viale è deserto, signorina. Nessuno ci ha visti.

— Anche questo chi lo sa? Ogni donna qui vive sorvegliando le altre donne.

— Così che ogni donna — disse Beatus — è guardiana della virtù delle altre.

— Ah, sì, signore.

— Per modo che tutte le donne, qui, sono virtuose — disse gaiamente Beatus.

La giovane donna non rispose.

Beatus disse:

— È un legittimo desiderio il suo, signorina, di cambiar residenza.

Beatus guardò quella giovinezza un po’ sfiorita.

Ella gli porse la mano; egli la strinse. Fu un attimo e gli parve gran tempo. Sentì una freschezza come di menta peperita.

*

La figurina era lontana e bianca in fondo al viale.

Capitolo III. — Pasquà.
Così Beatus tornò solo al suo albergo.

Era un albergo di secondo ordine, forse vicino al terzo; il cui padrone si chiamava Pasquà.

Veramente Beatus, arrivando in quella città, era sceso a quello che gli fu indicato come il primo albergo, dove scende ogni persona rispettabile. Dal modo, anzi, come gli fu indicato, questo albergo doveva essere una gloria cittadina: infatti spiccava laccato di bianco nella città scura, e portava il superbo nome di Palace Hôtel.

Ma si era appena seduto al tavolino della stanza assegnata, per stendere la relazione a Sua Eccellenza il ministro, quando dovette abbandonare la penna, per grattarsi le gambe. Erano quegli animalini chiamati le pulci. Beatus ne avvertì il cameriere, il quale gli rispose che le pulci sono un naturale appannaggio dei pavimenti.

— Quando però non si tengono puliti, come è il caso — aveva detto Beatus indicando gli angoli col ditino.

— Tocca al facchino pulire — aveva risposto con dignità il cameriere.

La sera, visitando le lenzuola, vi aveva trovato tracce di altri animalini schiacciati.

Ne aveva ancora avvertito il cameriere, ma questi gli aveva risposto, non senza soddisfazione: — Tempo di guerra, signore! — che Beatus tradusse così: «Questi borghesi vogliono la guerra e anche le lenzuola di bucato!»

Quel cameriere portava il frac, ma tutto laccato di nero, sì che incuteva ribrezzo.

Era colui che portava anche le vivande nella sala da pranzo, laccata di bianco.

*

Per queste ragioni Beatus aveva abbandonato il Palace Hôtel, ed era andato da Pasquà, dove gli fu riconosciuto il diritto delle lenzuola di bucato, anche in tempo di guerra.

Pasquà era un uomo sui cinquant’anni, obeso e tetro con faccia borbonica: stava solitamente sdraiato. Aveva un grosso diamante al dito e la cannuccia della pipa in bocca. Sputava anche lui con iperbole, e se occorreva qualche cosa, chiamava: «Giggia! Carmè! Concettiella!» ma lui non si moveva.

Le tre donne cantavano in cucina presso i fornelli di maiolica. Carmè era silenziosa e di pingui carni bianche: era la giovane moglie e fungeva da cuoca. Gigia era una aitante fanciulla con occhi chiari, idioti e capelli tizianeschi, piedi scalzi: lavava i piatti. Era una profuga. Concettiella nulla faceva, cantava sempre e insegnava a Gigia a non far nulla.

— Voi che guardate? — aveva detto il giorno innanzi Pasquà a Beatus.

Egli guardava Carmè con quanta grazia, e in un attimo, colei allestisse nella padella le uova con la mozzarella. E un’altra volta in quel dì, Pasquà pur disse: — Voi che guardate? — Egli guardava Concettiella che dicendo: «Cocco mio, vien qua», aveva tirato il collo a un pollastro e lavorava, alfine; cioè spennava caldo caldo il pollo sul limitare e spargeva penne e immondizie per la via.

Beatus, nel primo caso, spiegò a Pasquà che ammirava l’arte con cui Carmè faceva saltare la padella; e nel secondo caso pensava a quel cocco mio seguito dallo stroncamento delle vertebre; e pensava altresì come una scuola che insegnasse a non spargere immondizie, sarebbe stata una gran scuola. Ma Pasquà grugnì: — Nun dite fesserie, pecchè voi guardate ‘i femmine e nun ‘a mozzarella.

*

Pasquà si moveva soltanto all’ora di servire a tavola. Ma non portava lui le vivande. Era soltanto quello che i latini chiamavano pincerna: cioè il coppiere. Portava e sturava le bottiglie, e allora soltanto aveva un po’ di gaiezza.

— Quando — diceva girando con le dita contro la guancia, a modo di un cavatappi — avete bevuto questo rosolio, voi siete in paradiso.

Era anche un po’ prepotente Pasquà. Diceva: — Voi volete sapere in cucina che ce sta. Non ci pensate. Mo v’arrangio io. — E portava quello che voleva lui, e diceva: — Quando io vi faccio riempiere bene a panza, non basta?

E in verità Beatus, benchè avesse la panza, cioè stomaco e intestino delicatissimi, mai come in quei giorni, sotto il regime di Pasquà, era stato così bene. Inoltre le tre donne per effetto della loro giovinezza gli scancellavano la imagine delle cose sudicie.

Era anche sgarbato Pasquà. Diceva: — Io v’apparecchio qua e voi ve ne andate là. Che avete? la tarantola in corpo?

È che Beatus cercava l’angolo dove la tovaglia fosse men sudicia.

— Ih, quanta aristucrazia! — aveva detto Pasquà. — Quando v’aggio dato ‘a salvietta pulita p’ ‘a bocca nun basta?

Era anche curioso Pasquà: — Vui m’avite a spiegà come fate: v’andate a curcà e leggite, pigliate ‘u caffè e leggite, mangiate ‘a minestra, e leggite. Io dopo due minuti che aggio aperto u’ Don Marzio, me volta ‘a capa.

E vedendolo pensoso, Pasquà diceva: — Anch’io come voi tengo tanti pensieri; ma invece di tutti questi libri, bevete e non penserete più a niente.

Era anche sfacciato Pasquà. Apriva i libri, e vedendo scritto Storia — Ih, quanta storia! — esclamò. — La so anch’io la storia come voi. Re Gioacchino, Re Ferdinando, Re Franceschiello…… Tutti fessi!

*

Tornando dunque Beatus al suo albergo, trovò Pasquà sdraiato nel suo nirvana.

Aprì gli occhi porcini e disse tetro a Beatus: — Felice voi! Sempre di società anche la mattina!

— Perchè?

— Perchè avete sempre il gilè bianco, i guanti, e le scarpette lustre.

— Felice voi, Pasquà — disse di rimando Beatus —, voi che potete dormire anche al mattino; voi bella casa, voi bella salute, voi belle donne. — E indicò, nella cucina, le tre donne fresche e piacenti.

Lo guatò torvo Pasquà e disse:

— Vui nun capite niente! Vui nun sapete che tengo dint’ ‘u core mio. Quando si arriva all’età mia, che campo a fa ‘ncoppa a stu mondo? E anche vui che campate a fa? Eh, ci vuol altro che il gilè bianco e le scarpe lustre!

Infelice Pasquà! Egli guardava tutto il giorno il suo inutile harem.

«Ecco una cosa — disse fra sè Beatus, sorridendo quando fu solo — che contraddice all’elogio che Erasmo di Rotterdam fa della stoltezza, perchè ecco qui lo stolto Pasquà che soffre per questa liberazione dall’animalità. Liberazione? Sì, ma anche esenzione dalla vita».

E Beatus non sorrise più.

E si ricordò poi di quella gloria a cui aspirava la giovane professoressa: forse era la stessa cosa che formava il rimpianto di Pasquà: l’amore! Povera fanciulla! E pensò come potesse dare alla sterile giovinezza di colei ciò che non poteva dare ai maturi anni di Pasquà.

Capitolo IV. — Pedagogia.
Salì nella sua camera per stendere la relazione a S. E. il ministro.

Beatus aveva a questo proposito bellissime note di taccuino, fra le quali la seguente: che le iscrizioni degli scolari sui muri delle scuole del nord, valevano quelle degli scolari del sud, tranne qualche variazione nei dialetti.

Tanto nell’Italia del nord come in quella del sud aveva trovata abolita la vecchia cattedra; e in quella vece il tavolino: riforma democratica, ma pericolosa, perchè tra maestro e scolaro deve esistere amore, ma con un metro almeno di distanza; in secondo luogo perchè il tavolino presuppone nel professore calzoni e scarpe irreprensibili, altrimenti gli scolari guardano le scarpe e i calzoni dei professori.

Tanto nell’Italia del nord come in quella del sud aveva trovato gli scolari mescolati con le scolare, ma a Beatus era nato il sospetto che questa mescolanza aumentasse i globuli bianchi nel sangue degli adolescenti.

A questo proposito Beatus, una volta, aveva dato scandalo, perchè in una scuola liceale, essendo chiamata una signorina a rispondere, Beatus osservò che tutti gli scolari erano colpiti da stupore idiota.

Muta era anche la signorina: ma faceva il bocchino dolce e idiota.

«Dica quello che sa, signorina», confortò un professore con patetica voce. E allora il verso:

Chiare fresche e dolci acque — tremò su le labbra della signorina.

Ma Beatus interruppe dicendo: «stia ritta!»

«Ma io sto ritta!»

«No, lei sta storta!»

La signorina stava bensì ritta, ma in linea serpentina, come è stabilito negli ultimi testi della moda.

Allora Beatus inforcò gli occhiali e vide che la signorina era eccessivamente estiva nella sua blusetta, e ordinò:

«Esca e si vada a vestire.»

*

Vi erano poi alcune note che non si sarebbero mai potute presentare senza offesa a Sua Eccellenza, fra cui questa:

«Se proprio lo Stato vuole lui alimentare le scuole, non alimenti almeno i propri nemici». Ve ne erano altre che se anche S. E. le avesse degnate, mai S. E. le avrebbe potute presentare in una relazione da distribuire ai signori deputati. Per esempio queste: «Lo studio è cosa aristocratica». Seguiva poi una nota che avrebbe offeso non solo alcuni deputati, ma poteva parere anche pazzesca a molti:

«Il grido, morte all’intelligenza! non ha valore se non quando si è percorso tutto il giro dell’intelligenza. Vero è che le democrazie scontano oggi l’errore di voler fare di tutti gli uomini animali pensanti.»

Altre note avrebbero offeso la corporazione dei professori; come questa: «La crisi attuale della scuola è in ultima analisi crisi…. di materia cerebrale».

Altre note poi offendevano l’intera nazione, come questa:

«Tanto nell’Italia del nord come in quella del sud esiste povertà del senso tragico: gli aggettivi ne costituiscono il surrogato».

Vi era, poi, una nota che offendeva tutto il genere umano: «Inutile predicare la verità.

«I dormiglioni tirano il collo al gallo! ma con tutto questo lo stupido animale canta pur sempre dopo la mezzanotte e allo spuntare dell’alba.

«I galli salvano l’umanità a prezzo del loro collo».

*

Anche quella mattina Beatus stette nella sua camera per sviluppare questi appunti, ma non ci riuscì. Non aveva reagenti. Però aggiunse questa nota: «Invece dei salterelli, insegnare la ginnastica giapponese che permette a chi è più debole di abbattere un mascalzone».

Ma quando fu verso mezzodì cominciò a sentire un piccolo onesto appetito allo stomaco.

Un’ala di pollo con annessa anca, calda bollente, sarebbe stata gradita. Rammentava il pollo, spennato da Gigia.

«È deplorevole — diceva Beatus pensando al pollo — che qualche volta lo stomaco umano reclami l’albumina animale. E se invece di una gallina fosse un gallo?»

Dunque si lavò le mani per la colazione. Cioè se le volle lavare, ma non c’era più acqua nella piccola brocca.

Chiamò con voce dolce, decrescente: — Gigia, Gigia, Gigia!

Ma Gigia non rispose. Certo un tedesco avrebbe chiamato con voce imperiosa crescente: «Ghighia! Ghighia, Ghighia!», e Gigia avrebbe risposto.

Andò dunque lui ad attingere acqua, e fece altre igieniche faccenduole nella camera, che Gigia o Carmè o Concettiella chissà quando avrebbero mai fatte.

E scese per la colazione.

Capitolo V. — Fragole e ale di pollo.
Erano le undici e mezzo, e nella sala da pranzo non c’era nessuno ancora, fuorchè Giggia, la profuga dai chiari occhi idioti. Ella, senza pudore, essendo già l’ora di servire in tavola, infilava i suoi piedi nudi nelle calze.

— Voi che state facendo? — domandò Pasquà a Beatus.

— Caro Pasquà — rispose Beatus —, vorrei fare colazione, e mi è sembrato di sentire dalla cucina un odorino di brodo. Avete messo un pollo nella pentola?

— Ce steva — disse Pasquà — ma sono venuti due operai e se l’hanno magnato.

— Due operai hanno mangiato un pollo?

— Eh, caro signore — rispose Pasquà — mo’ i polli li magna chi lavora.

E allora entrò Carmè, la bianca, con un cestello di fragole.

— Oh, le bellissime fragole — esclamò Beatus.

— Queste non sono per voi — disse Pasquà.

— E perchè?

— Questa è una cosa troppo fina, e co’ zucchero e co’ cugnac, meno di quattro lire non ve le posso dà. È roba da cocottes che ponno pagà. E poi scusate; mo’ che la gente soffre la fame e muore in guerra, vui andate cercando le fragole? Vui siete gentiluomo!

E queste parole furono proferite in tono di rimprovero.

Ora, siccome Beatus girava appunto l’Italia per rimproverare altrui, così gli dolse esser rimproverato dall’oste, e domandò:

— Come fate a sapere che io sono un gentiluomo?

— Ih, si vede! V’aggio domandato il nome? Se siete profugo, internato, se siete francese, chi siete, che cosa siete venuto a fare in questo paese? V’aggio presentato il conto? Vui siete gentiluomo e basta! Vedete quella tavola? Mo’ arrivano le cocottes.

Una compagnia d’operette agiva in un piccolo teatro lì presso, e Pasquà chiamava, senza cattiva intenzione, col nome di cocottes o di ciantose ogni donnina un po’ eteroclita.

— Assettateve, assettateve, che mo ve porto una minestrina di verdura, che va bene per vui.

*

Realmente Pasquà aveva dato a Beatus una lezione di sociologia: mangiano delicatezze coloro di cui la società ha bisogno: operai e cocottes.

*

Un fruscio di seta, un incrociarsi di voci e di risa avvertì Beatus che le cocottes o ciantose erano giunte.

Entrarono con passo di danza e occhi sfacciati. Seguivano due giovanotti alti e membruti, stilati all’ultima moda; ma parlavano come Pasquà. Le signorine parlavano con la voce sguaiata del palcoscenico.

Pasquà, derogando al suo costume, prese lui i servizi di mensa e cominciò: — Mo’ ve servo ‘na supressata di verace maiale «Eccellentissimo!», significò trivellando la gota.

Ma non ottenne il meritato successo di approvazione perchè i due giovanotti consultarono prima le ciantose, e si sentì la voce di Pasquà che aveva perso la pazienza e disse: — Più fine? Più fine di vermicelli con le vongole che v’aggio a dà?

A Beatus, Pasquà fece portare la minestrina di erbe cotte. Mangiando la quale, Beatus si ricordò di quel sapientissimo Esiodo, quando dice: «Stolti gli uomini, che non sanno quanto maggior guadagno sia cibarsi di malve e di asfodelo che di opere ingiuste» Vero! Ma è seccante aver vicino chi mangia pollo e fragole.

Nell’attesa degli spaghetti con le vongole, le due ciantose si tolsero i cappelli e i mantelli. Poi aprirono le loro borsette, ne levarono piumino, specchietto, lapis e cominciarono a ritoccarsi il volto come in casa propria.

I due giovanotti assistevano all’operazione con molta serietà.

Per quello che Beatus poteva distinguere, le due ciantose erano due babbuine dipinte: carni un po’ travagliate, roba di terzo ordine. Pretesa di gran mondane, come i piumacci dei loro cappelli avean pretesa di colibrì. Uno dei visetti era mantecato all’alchermes, l’altro al pistacchio. Se avessero avuto più senno, si dovevano mantecare allo stesso modo. Ma forse pei due provinciali erano più interessanti così.

Una di esse, d’un tratto, fece scattare contro i giovanotti la pompetta dei profumi. Il loro incanto di contemplazione fu rotto e parvero felici come bimbi a cui il giocoliere fa un bel giuoco. Chiusero gli occhi e accolsero in faccia l’acqua benedetta.

Ma quando Pasquà ebbe stappato la bottiglia, e versò il nero vino, fu dolcemente redarguito da uno dei giovanotti. Ma non dolcemente rispose Pasquà:

— Vui pazziate, compà — disse. — Io vi apro una bottiglia che è una reliquia, e vui andate trovando ‘a sciampagna!

Dopo gli spaghetti e il vino fumoso, il simposio si animò.

Beatus sentì uno dei giovanotti che diceva a una delle ciantose: — Facite vedè!

Era il modo come esse tenevano la forchetta.

Si provarono essi, ma non vi riuscirono.

— La vostra maniera è aristocratica — disse uno —, ma accussì non se ponno magnà li vermicelli.

Una ciantosa intonò:

Mi chiamano Mimì
il perchè non so.
I due giovanotti si distesero estasiati come due grossi cani a cui si faccia una carezza.

Beatus provò un senso di nausea a quel romanticismo da strapazzo.

Ma il passaggio al realismo fu rapido, chè una delle ciantose disse forte ad uno dei due giovani: cochon, mon petit cochon.

Parve al giovane parola gentile e se la fece spiegare. La spiegazione fu data all’orecchio e piacque tanto che il giovane diè in uno sguaiato scoppio di risa. Allora anche l’altro giovane reclamò la sua porzione, e le due ciantose la diedero in toscano: — Schifosino, schifosetto, schifosone!

Ma quando le due ciantose dissero:

— Imboscato, imboscatissimo! — i due giovani mostrarono di non gradire molto.

— Ma se non c’è nessuno! — disse una delle due ciantose.

Il giovane ammiccò a Beatus.

Le ciantose volsero verso quella parte l’occhio protervo, videro l’omiciattolo e alzarono le spalle, come a dire: «quello lì non conta».

E proprio non doveva contare, perchè quando furono portate le fragole, una delle ciantose si metteva una fragola fra le labbra e se la faceva togliere da uno dei due. Assaporava costui e diceva: — Mo è condita più meglio che con la cugnac. Prova anche tu, compà. Questa sta la moda de Pariggi.

Et ultra! parve assentire la compagna.

*

Beatus credette opportuno togliersi di lì.

Egli, l’illustre pedagogista, aveva assistito ad una lezione delle più squisite grazie francesi.

*

— Sono gentiluomini anche quei due? — domandò Beatus a Pasquà.

— Ih, che dicite! Quello biondo, prima della guerra, faceva o scarpariello, e mo fa il negoziante di scarpe de cartone pei soldati; quello più anziano ha fatto un sacco di danari coi fichi secchi pe’ Governo. Non sono gentiluomini come me e come vui: sono plebbe, ma tengono alte amicizie. Ma stateve buono, signorì; per questa sera v’aggio stipato due fragole.

Veramente le fragole erano diventate odiose a Beatus.

«Dicono, — rispondeva Beatus mentalmente a Pasquà — che la sociologia sia una scienza moderna; ma Esiodo, benchè vissuto tanti secoli fa, ne sapeva almeno quanto Vilfredo Pareto».

Pasquà ora serviva caffè e rosoli. Ma tornò indietro subito col vassoio:

— Vogliono il caffè in to giardino, sotto il bersò.

— Caro Pasquà, — gli disse Beatus — l’aristocrazia non prende mai il caffè dove ha pranzato.

Ma Beatus sul tavolo di Pasquà vide una lettera e disse: — Questa è per me.

— E se è vostra, pigliatevella.

— Ma quando è arrivata?

— Ma che saccio io quando è arrivata! Domandate al portalettere. Vui volete sapè tutte cose. Ringraziate Iddio che è arrivata.

Era il caso di osservare a Pasquà che lui era poco gentiluomo; ma era così arrabbiato per quei signori là, sotto il bersò.

Capitolo VI. — La morte del rosignolo.
La lettera che Beatus aperse, non portava «illustre» nella soprascritta, ed era scritta con righe trasverse, la qual cosa è specialità della donna. Ma non poteva essere una donna elegante, perchè queste scrivono con quel carattere a zampini isterici che è di moda, e si direbbe — se la cosa fosse possibile — insegnato da un calligrafo umorista per far dimostrare alle donne stesse che esse non hanno un carattere, se tutte possono adottare un uguale carattere.

La lettera che Beatus aperse, aveva invece un carattere, ma sbilenco e deforme.

Infine, il bollo postale era appiccicato dietro la busta, e questa è specialità delle serve quando il possesso della terza elementare le mette in grado di scrivere la loro lettera d’amore. Infatti era Scolastica, la serva di Beatus: ma non era lettera d’amore perchè diceva le cose seguenti:

«Signor padrone, vengo con questa mia per farle sapere che tutti noi stiamo bene e così spero anche di lei. E prima di tutto gli devo dire che io sono molto contenta perchè mio fratello ha avuto venti anni di galera, che sono diventati dieci per l’amnistia: e adesso fa il muratore a Santo Stefano, così sono sicura che non se lo mangeranno i bacherozzoli; e poi tutti mi dicono che appena finita la guerra, li metteranno fuori tutti, come è di giusta, perchè lui non ha rubato nè ammazzato nessuno!»

Qui Beatus si fermò. Egli aveva il vizio di fermarsi a tutti i problemi, come i cani a tutti i paracarri: il problema qui era tremendo! Il fratello di Scolastica era stato condannato per diserzione; cioè appunto perchè non aveva ucciso in guerra.

Ma quella frase plebea: non se lo sarebbero mangiato i bacherozzoli, che voleva significare che non sarebbe morto combattendo, gli fece vedere, quasi con gli occhi, la giovinezza di coloro che adesso erano divorati dai vermi della terra.

La lettera continuava:

«E adesso gli devo dire che Ruggero Bonghi è scappata di casa ed è rimasta fuori due giorni, e il boia dei cani se l’ha presa, e io son dovuta andare dal Comune dove ho dovuto pagare tanti soldi. Loreto sta bene, ma dà i becconi a tutti; invece il rosignolo è stato male ed è morto, perchè il formaggio non si trova, e i macellai non dànno più la carne. E adesso gli devo dire che se lei non manda altri soldi, io ho trovato un altro servizio da una contessa, che è sola, e in casa ci ha tutto quello che vuole, e non c’è bisogno di far la fila; perchè ci portano tutto in casa: olio, zuccaro, farina e galline. Gli devo poi anche dire che quel suo amico che bestemmia sempre in toscano, è venuto due o tre volte, e dice che faccia presto a tornare che lui ha bisogno di parlargli. Altro non avendo, passo a firmarmi la sua fedele serva Scolastica».

*

Qui Beatus non pianse, ma questa notizia del rosignolo gli diede molto dispiacere. Lasciando la casa, così aveva raccomandato a Scolastica:

«Se anche non levate la polvere ai mobili, poco male; ma ricordatevi di pulire la gabbia, e di dare, tutte le mattine, cinque tarme al rosignolo, e, a mezzodì, un po’ di carne tritata, e che il suo cassettino sia sempre pieno di farina e formaggio; e l’acqua rinnovata».

Era un usignolo non di nido ma silvano, preso con le reti e donato a Beatus da un suo scolaro, campagnolo, in una di quelle grandi gabbie rusticane, fatte di cannucce, con la vôlta di tela verde. Era lungo, aristocratico, grigio perla nel ventre. Le zampine e il becco erano di una delicatezza quasi immateriale. Non era nè domestico, nè ribelle: accettava la sua prigionia e per quanto Beatus avesse cercato di farsi conoscere da lui, mai non fu riconosciuto. Passeggiava per la gabbia con signorilità, quasi sapesse che era inutile spiegare la virtù delle ali. Ma si elevava pei bacchetti, senza sforzo, come per virtù di calamita che attraesse il suo corpo leggero. Beatus gli rivolgea parole gentili, ma lui non torcea per vezzo la testolina ai richiami, ma tenea in avanti quel suo becco sottile con l’alterezza di una fronte.

«Ed è giusto — diceva Beatus — che non mi riconosca per nutrimento che io gli dia.» Però per Natale o per Santa Lucia, cominciava a cantare, forse perchè lo studio di Beatus era tiepido e solatìo; e durava tutto l’inverno a cantare.

Novena di Natale!

Era come una nostalgia dei paesi d’oriente, che lui, il nobile silvano aveva conosciuto. Perchè chi sa ancora dove migrano gli uccelli? Paesi d’oriente ove fiorirono le mille e una notte, paesi che lui, Beatus, da giovane avrebbe voluto vedere; ma che, oramai, mai avrebbe veduto!

Li rivedeva nel canto del rosignolo.

E poi, e poi spesso la notte è rotta dal grido delle strigi, ed è bello udire il canto del rosignolo, la notte. E poi, e poi: da un lato, nel suo studio, stava Loreto, immoto, coriaceo, adunco: e dall’altro lato quella creatura alata e canora, che faceva pensare a cose inverosimili: trasmigrazioni di anime, che so io. Quando cantava, tutta la gola gli si gonfiava per la passione e non s’accorgea che Beatus si accostava. Ma se si accorgea, allora non cantava più.

Ora anche lui se lo mangiavano i «bacherozzoli»!

*

Ma sotto il pergolato le due signorine seguitavano le loro lezioni di eleganza ai due pacchiani: le pose, i passi, come si accende la sigaretta, dove si butta la cenere. Se i greci fossero risorti, avrebbero aggiunto alle Muse, maestre di civiltà, la Moda. Poi una cantò canzonacce di caffè concerto: l’altra si atteggiò a sfinge, con i polsi aderenti e le palme disposte come un porta-uovo, e il viso di bertuccia dentro il porta-uovo. E mostrava i denti.

«Era più bello quel povero rosignolo» pensò Beatus.

*

Poi andò da Pasquà e disse che facesse il conto, perchè partiva domani.

Capitolo VII. — L’acquazzone.
Beatus Renatus lasciò il dì seguente verso mezzodì l’ospitale albergo di Pasquà.

L’afa incombeva grande, e l’azzurro del cielo, pur senza una nube, aveva un offuscamento di tenebre.

Beatus trovò una cosa rarissima nel 1918; un angolo soffice nel diretto; e appena il diretto si mosse, trovò un’altra cosa rara per lui: il sonno!

Ma dopo un tempo che egli non riuscì a determinare, si destò. Il sole era scomparso. Già notte? Qualcosa ruinava, schiantava: bombe da aeroplani austriaci?

No, un nubifragio.

Il cielo era — come gli uomini — in preda a un accesso di follia. Lampi e tuoni inseguivano il treno; ondate di pioggia lo schiaffeggiavano.

La pioggia penetrava dai lati, dal soffitto, dal pavimento.

La gente atterrita diceva: «Ma da dove viene quest’acqua?»

— Dal cielo — disse Beatus.

Lo riguardarono come si guarda chi dà una risposta idiota. Beatus non rispose e trovò piacevole essere riguardato da coloro come un idiota. «Tutto viene dal cielo: anche nel luglio 1914 il treno dell’umanità era partito con uno splendido sole: tutti avevano abiti d’estate, come per una gita ai bagni, quando scoppiò il nubifragio della guerra.»

«È una vergogna piovere in prima classe,» dice la signora presso Beatus.

«Reclami appena arriva a Napoli», le dice un signore.

«Io apro l’ombrellino», dice la signora.

«L’acqua — dice un altro signore — schizza da tutte le parti. La vettura pare un crivello immerso nell’acqua.»

«Questi temporali — dice un terzo signore —, sono una conseguenza dei bombardamenti sul Piave o su la Piave.»

Dice il primo signore: «Non ci siamo affogati ieri, attraversando lo stretto di Messina, e ci s’affoga ora».

«C’è molto pericolo a traversare lo stretto di Messina?» domanda il terzo signore.

«È un rischio come andare in guerra! Ogni terzo giorno i tedeschi silurano un ferry-boat; anche se i giornali non lo dicono. Noi si è avuta la fortuna di avere avanti di noi un ferry-boat carico di truppa. Hanno silurato quello e noi fummo salvi».

Ma è freddo, veramente freddo. «Io sono tutta zuppa! — dice la signora dell’ombrellino. — Questo signore — indica Beatus — ha avuto giudizio».

Sì, Beatus conservava il giudizio di portare sempre con sè un pastrano di inverno. Ma quell’ombrellino oscillante contro i suoi occhi, gli era tedioso. Cedette il posto d’angolo alla signora e uscì nel corridoio. Lì pioveva con violenza anche maggiore e poi c’erano scorribande di gente. Beatus si rifugiò nella latrina, dove pioveva meno. Guardava i rubinetti che ai tempi della pace versavano acqua fredda e calda, come la fonte presso Troia. La versavano con cortesia in tutte le lingue: warm, kalt. Ora si versa sangue! Ma un urto violento aprì la porta.

«Signora, venga qui che ho trovato un bel posto».

«Ah, mio Dio!» squillò una vocina.

Una donnina che pareva nuda, ma ridente e tremante, entrò nella latrina, e dietro a lei un ufficiale, poi un altro ufficiale, poi un terzo ufficiale.

Nuda propriamente, no; ma la pioggia cadendo su la veste di velo, color di viola, gliela aveva tutta incollata su le carni, sì che pareva di quelle figurine trasparenti che mettono nelle cartoline illustrate.

Beatus fu automaticamente scacciato dal suo rifugio. La damina si accomoda la testa scompigliata davanti alla specchiera. Tutto l’esercito è a sua disposizione. «Posso offrire acqua di colonia? sigarette? menta?» La latrina si riempie di fumo. Veramente essi, veramente ella, dicono closet: ma è lo stesso: latrina.

Ma la damina non è spaurita in mezzo all’esercito. Parla lombardo, e tiene testa all’esercito. Si sente ogni tanto il grido di difesa di lei: «mio marito».

Più che dall’assalto dell’esercito, la damina sembra atterrita dallo schianto del fulmine.

«Còppet», dice un ufficiale al fulmine. (È Milano.)

«Che hai paura? Noi ti facciamo da scudo. Noi siamo invunnerabbili». (È la Sicilia.)

«Signora, io vi offro il mio cuore». (È Napoli sentimentale.)

«Ma non usa più offrire il cuore alle signore — dice Milano. — Offriamo la giubba».

Tutti vogliono offrire la giubba. «Ma si tolga prima il vestito. Vuol morire di polmonite?»

La Sicilia propone: «Facciamo una bella cosa; chiudiamo la porta». Chiudono la porta in faccia a Beatus. Non si vede più ciò che avviene nel closet. Forse, anche lì, un nubifragio.

Il primo signore, molto rubicondo, avanza nel corridoio e vuole entrare nella latrina o closet.

«Non si può: occupato», si risponde di dentro.

«Badi che ho molta premura».

La Sicilia apre l’uscio con occhi di minaccia.

«Oh, scusi….»

La Sicilia richiude; ma prima ha chiamato un altro ufficiale, che stava seduto, e lo ha pregato che stesse di guardia perchè non entrasse nessuno. Colui si levò, e stando in piedi davanti al gabinetto, diceva a chi voleva entrare: «C’è una signorina che sta poco bene».

*

Questo quarto ufficiale era un giovine alto, pallidissimo, signorile nell’aspetto; e il modo con cui diceva quella bugia e placava la gente era degno di ammirazione. Infatti Beatus lo ammirava.

Ma ad un tratto il giovine sorrise verso Beatus di un caro sorriso e disse:

— Non è lei Beatus Renatus?

Beatus si riscosse nell’udire il suo nome: certo egli era assorto, ma è pur vero che accade sovente di riscuoterci quando udiamo d’improvviso chiamarci per nome. E infatti è una cosa meravigliosa avere un nome. Perchè abbiamo noi un nome?

Beatus disse: — Ma come, mi conosce lei?

— Ero studente all’Università — rispose il giovane. — Non ricorda? Non ricorda lei, professore, quel giorno del maggio 1915, che fermammo lei davanti alla porta dell’Università e lo pregammo di parlare? Io ero fra quelli, signore!

Egli ben ricordava quel giorno e quei giorni del maggio 1915, quando l’Università fu chiusa e i giovani tumultuavano.

Egli sino a quel tempo era vissuto in possesso del suo onesto pensiero, e ora riconosceva come in quel tempo egli si poteva chiamare felice. Credeva nei vari personaggi che avevano beneficato l’umanità. I loro ritratti e i loro volumi ornavano il suo studio. Li salutava mentalmente al mattino al modo stesso che il suo pappagallo dicea: «Beatus, buon giorno, Beatus!».

Anch’egli, benchè in piccolo, credeva di essere un benefattore dell’umanità. Il suo studio era frequentato da cari amici con cui faceva lunghe e piacevoli partite agli scacchi della filosofia; si misuravano gli stadi superati dall’umanità: mito, religione, ragione. Si facevano tornei cortesi sull’infinito se è cosciente o è incosciente; o su Loreto, se è un pappagallo perchè è effettivamente un pappagallo, o perchè piacque ai benefattori dell’umanità di chiamarlo pappagallo.

Non mancavano i ragionamenti se la rivoluzione è preferibile alla evoluzione per chi desidera vedere la bella meteora detta arcobaleno, la quale si manifesta soltanto dopo gli uragani.

Si disputava anche della libertà, non per dubitare di essa, essendo la libertà insieme con l’uguaglianza e la fratellanza fra le più grandi invenzioni del secolo; ma per studiare come va applicata. Giacchè la libertà è una medicina infallibile ma stravagante: non fa bene se non a chi sta bene di salute.

Dopo di che Beatus serviva il tè agli amici, perchè la preparazione del tè è una cosa delicata, e Scolastica non sapeva preparare bene il tè; e si offrivano biscotti anche a Loreto e a Ruggero Bonghi. Ma quando venne la guerra, il suo onesto giudizio impazzì come una crema che fa i gnocchetti e l’acquiccia.

Gli parve che fra i benefattori dell’umanità e i bimbi che giocano all’anello, o a moscacieca, ci fosse poca differenza; e che lui che giocava alla filosofia con gli amici, fosse uguale agli operai che, la domenica, giocano alle bocce, all’osteria. Badate che, a pensarci bene, è una sensazione spaventosa! Ma ci fu anche di peggio, povero Beatus! Gli parve che pesi insospettati, imponderabili, si accumulassero su uno dei piatti della bilancia della vita. La bilancia perdeva l’equilibrio, traboccava verso qualcosa, dove gli occhi della sua ragione — terzo stadio del progresso — non vedevano assolutamente più.

Quel giorno, quel giorno del maggio 1915, che i giovani lo avevano circondato dicendo: «Beatus, si va a morire. Ci dica lei, almeno lei, una parola di fede, di fede ardente. Si va a morire, o Beatus!»

Gli pareva che dicessero: «Non si va a prendere il tè».

Erano diventati pazzi quei giovani? Erano pallidi. Parevano trasfigurati. Ah, che terribile giorno! Il rettore magnifico volle parlare e cominciò: «Ma, figliuoli miei, che cosa vi ha fatto la Germania?» Dovette smettere e ritirarsi sotto i fischi. Pareva un vento di bufera. Il professore di storia antica udendo le grida: «Viva Trento e Trieste!», aveva alzato le mani ed era scappato in biblioteca a studiare le fonti in Diodoro Siculo: il professore di diritto che portava sempre nella manina il codice rosso aveva detto: «La mia mano non può stringere questa materia incandescente». Alludeva alla guerra; e aveva detto al professore di italiano: «Sbrìgatela tu, io non so più cosa è il diritto!» Il professore di italiano era atterrito. Diceva: «È inutile contrastare alla Germania! La Germania vincerà anche se perderà. È la concezione materialista che trionfa. Sono i mammut dei conglomerati umani che vinceranno: lo spirito è morto! la morale è morta! Cristo è morto! l’individuo è morto! Forse da qui due, tre mila anni risorgerà l’uomo: ma oggi è così, è fatale che sia così. Parla, parla tu, o Beatus».

Ma Beatus non aveva saputo parlare.

Al vedere quei volti trasfigurati, aveva sentito un pallore nel cuore, ma la parola di fede non l’aveva proferita.

Quando fu a casa e vide i ritratti dei benefattori dell’umanità, s’accorse che essi erano impassibili nella loro saviezza, come cattivi demoni. Ed ebbe vergogna di non essere pazzo come quei giovani.

La voce di quei giovani che gli dicevano: «Beatus Renatus, si va a morire; dicci tu una parola di fede», lo soffocava.

Quella adolescenza che domandava la guerra, gli parve l’Italia: una adolescente anche essa che va inconscia verso impresa stolta e sublime. Ma perchè? Ma chi ti chiama? ma se è fatale che questa sia l’età dei mammut?

Gli parea di non poter più respirare. Anche lui respirava, senza saperlo, per il cordone ombelicale della madre Germania. E adesso la guerra gli tagliava il cordone ombelicale, e questa operazione eseguita oltre i quarant’anni, era grave!

Il giovane ufficiale, ricordando quei giorni, richiamò a Beatus il suo perduto onesto giudizio.

Beatus domandò di questo e di quello studente, e il giovane rispondeva invariabilmente: — Morto!

Tanti morti!

E Beatus si vergognò di esser vivo.

*

— Oh, sì, molti morti! — Del resto — continuò il giovane — finchè c’è legna da bruciare (e indicò i compagni nel closet) si va avanti. Sui monti del Carso si sono fatti i fuochi di San Giovanni con vera prodigalità.

Beatus allora si accorse che quel giovane parlava con una sua amarezza, con una sua ironia. Voleva domandare: «perchè parla così? si è fatta morire più gente che non fosse necessario?», ma ebbe paura della sua domanda, e il giovane la troncò in sul nascere con un gesto che significava: «non ne parliamo», oppure: «che può capirne lei?».

La tristezza del giovane contrastava con la follia dei tre compagni, e sorprendeva anche come egli si prestasse a far da sentinella a quella loro follia. Beatus domandò, indicando il gabinetto:

— Sono suoi amici?

— Ci siamo conosciuti in viaggio.

— Molto allegri.

— Così! Due vengono dal Grappa; l’altro, quel siciliano biondo, con l’aquila d’oro, è uno di quelli che la notte stessa in cui gli austriaci fecero strage su Padova, per rappresaglia volarono su Innsbruck e fecero anch’essi strage.

Beatus non sapeva questo. — In fatti — disse il giovane — la censura ne vietò la comunicazione ai giornali, tanto più che la cosa avvenne senza ordine del Comando. Oh, lei capisce bene che le rappresaglie ai tedeschi son lecite; a noi no!

— Voi siete allora — disse Beatus — come Gastone di Foix, che combattè a Ravenna col braccio nudo legato fuor della corazza, in omaggio alla dama.

— Già, ma quella era una dama! La verità è questa: che si paga a tariffa piuttosto alta l’onore di combattere per l’onore d’Italia. D’altronde è anche giusto. La guerra la abbiamo voluta noi; il popolo ne faceva a meno. Quei signori, amici del popolo, sono in linea di stretta logica: la patria non esiste. Noi, piccoli borghesi, ci permettiamo il lusso di morire per far far più grande la patria. Ah, dulce et decorum est pro patria mori!

E un brivido corse per le pallide labbra del giovane.

Questo linguaggio dava pena a Beatus. Mutò discorso e domandò: — E lei perchè non prende parte alla festa dei suoi amici?

Il giovane non rispose, se non che si abbassò alquanto e, presa la mano di Beatus, la guidò sotto la folta capigliatura.

— Professore, sente?

Beatus ebbe un brivido. C’era come una buca nel cranio.

— M’hanno levato — disse il giovane — un po’ di cervello; ma per quello che deve servire, ce n’è sempre abbastanza. Piuttosto, sono rimaste alcune schegge che mi hanno paralizzato.

Allora Beatus si accorse che il giovane era appoggiato ad un bastoncello.

Beatus, non avvertito dal campanello, proferì la parola: «eroe».

Ma il giovane lo interruppe con un brutto gesto e disse:

— Oggi! Domani forse mi daranno una spinta, se pure non diranno: «ecco uno di quelli che hanno voluto la guerra!». Buone gambe bisogna avere per salire in treno, buone gambe per far ballare le signorine, buone braccia per farsi largo, caro professore.

*

La latrina si aprì: la damina ne usciva scotendo le vestine, come la gallinella dopo la pioggia. Il nubifragio andava passando. Le nubi si staccavano come lembi d’una ferita: sotto appariva l’azzurro: il treno navigava verso l’azzurro. Ecco il Vesuvio laggiù! Un paesaggio bello, ma che ha un non so che di sconvolto; come quel pennacchio di fumo che sopra sempre vi ondeggia.

Stazione di Napoli. La folla travolgente si precipitava dal treno. I tre giovani ufficiali calavano il compagno ferito, piano, come un faticoso bagaglio.

Capitolo VIII. — Una notte a Napoli.
A Napoli non fu trovato il sonno nel letto dell’albergo. Pensava a quel giovane che forse non può divertirsi con le signorine perchè è avvenuto un piccolo guasto nel cervello; mentre per un guasto alla coda di una lucertola c’è il pezzo di ricambio!

Sono considerazioni tremende, che per fortuna vengono in mente a pochi, se no tutti perderebbero il sonno come Beatus.

E poi c’erano nel letto le bestioline che camminavano sopra il suo corpo, benchè fosse vivo; e facevano venire in mente altre bestioline che subito cominciano a camminare appena il corpo è morto.

E anche queste sono considerazioni che non fanno dormire.

Tuttavia chiamò il cameriere e gli manifestò la sua meraviglia per quelle bestioline. Ma il cameriere mostrò anche lui la sua meraviglia, come volesse dire: «lei dimentica, signorino, che le bestioline sono una nostra specialità come la grotta azzurra e la zuppa con le vòngole».

Veramente il cameriere aveva osservato che anche le bestioline sono figlie di Dio.

«Su questo non cade dubbio, ma è pure un fatto che voi altri napoletani, bravissima gente, del resto, siete di una tolleranza eccessiva verso i vostri parassiti.»

*

Era passata la mezzanotte, e considerando che non era il caso di bussare a migliore albergo dove non ci fossero quelle specialità, pensò di attendere l’ora di riprendere il treno camminando per le vie.

La città sotto la luna nuova, e al lume di rare lampadine velate di azzurro, si elevava fantastica. Ogni tanto, nell’alto azzurro del cielo, spiccava il profilo oscuro di un monumento. Re Angioini? re Borboni? Forse la vendetta del popolo di Napoli, che accolse con festa ogni re, e ogni re abbandonò al suo destino. Ora conserva in pietra o in bronzo i suoi re.

Camminò per una gran via che non finiva mai, e impauriva perchè deserta. Lo turbava il rumore dei suoi passi e gli pareva di essere solo vivo tra i morti, e benchè gli avessero detto che di notte, a Napoli, si incontrano li mariuncielli, quasi li desiderò.

Guardò il cielo per vedere se l’alba apparisse, tanto gli parve aver camminato. Ma l’orologio lo persuase dell’errore. Segnava il tocco appena dopo la mezzanotte. Dunque aveva avuto un senso vertiginoso del tempo! Ma a un certo punto gli parve che se l’alba non fosse mai apparsa, e sempre il mondo fosse stato guardato dal volto maligno della luna, sarebbe stata cosa naturale.

Ma non del tutto deserta la via. Ogni tanto sui marciapiedi, un dormiente, o un gruppo di dormienti. «Beati quelli che dormono in pace pur su la nuda pietra!»

Da un cumulo di cenci si staccava una testolina chiomata d’infante, che posava in profondo oblio. La mano di Beatus Renatus quasi si abbassò per lambire quella testa, ma poi se ne ritrasse. Pure la contemplò a lungo. Finalmente giunse a un luogo dove si vedevano camminare persone che pareano ombre bianche.

Era giunto in via Toledo. La ricordò nel passato: folgorante di luce per tutta la notte estiva. Ora, con la guerra, tutto era chiuso, tutto era buio, fuorchè quella fila in alto di lampadine azzurre: ma la gente lo stesso camminava la notte, vestita di bianco. Perchè cammina di notte? Perchè ha dormito di giorno. Ma parevano fantasmi senza meta. Come si era ristretta così via Toledo?

*

Ma i vichi stretti che salgono su da Toledo, lo attrassero per l’aspetto anche più fantastico e quasi sinistro. Pensò ai mariuncielli, a uomini sinistri, ma non se ne preoccupò. Non incontrò che mucchi di immondezza. I casamenti enormi parevano mostri con le pupille in basso. Erano le stanze a terreno, dette i bassi, ancora illuminate. In alto, lì, non si vedeva il cielo; pareva che una casa posasse la fronte sconsolata su l’altra casa. La casa dell’uomo, lì, era aperta su la via. Si vedevano i grandi letti copertati, che arrivavan fin sull’uscio; si vedevano gran comò con lastre di marmo: su le lastre di marmo posavano statuette di santi e Madonne, vestite di raso bianco, sotto campane di vetro; e davanti alle statue, lucevano globi opachi di lumi a petrolio. Pareva il culto degli antichi Lari. Donne sedevano di fuori, su i limitari.

Una donna, accoccolata, al riverbero di un lume rosso, apriva quei molluschi, che a Venezia sono detti peoci; lì, cozze. In una pentola erano immerse fette di qualcosa simile al pane. La donna toglieva con le mani quel pane e disse a Beatus:

— Vulite ‘a zupp ‘e vòngole?

Ma poi da certo fruscìo di cose bianche, Beatus si accorse che quelle tenebre erano abitate più che non credesse; lì si esercitava il meretricio, e anche questo su la via. Come le blatte nel letto dell’albergo, così uscivano nella notte le meretrici.

Due di esse lo videro, e calarono dall’alto del vico su di lui. Erano giovanette, ma parlavano con suoni così inarticolati e gutturali, che Beatus nulla capì.

Lui parlò a loro, e quelle risposero con gesti e con grida che lui quasi ne ebbe paura.

Chi avesse veduto Beatus in tale colloquio, avrebbe potuto credere che egli si intrattenesse con le meretrici. Ma non è esatto. Lo interessavano molto quei suoni inarticolati. «Ammettiamo pure che io — pensava Beatus — non capisca il dialetto napoletano; ma non c’è dubbio che questi suoni inarticolati riproducono l’uomo primitivo quando non aveva ancora conquistata la parola. La parola fluente è stata un grande progresso. E allora bisogna ammettere il progresso.»

Beatus pregò quelle meretrici di parlare ancora, ma quelle mandarono forti grida, e Beatus capì che erano insolenze. E lo piantarono lì.

*

Beatus dilungò e vide altre donne sedute: una luce si proiettava dalla porta aperta, e dalla porta aperta si vedeva una Madonna, un idolo, splendente di amuleti. Beatus guardava.

«Vui che vulite?» disse una voce di uomo che aveva suono di minaccia. Va, va!

Quelle non dovevano essere meretrici.

Beatus dilungò in silenziosa prudenza. Ma su l’uscio lì presso, un’altra donna lo fermò e sì gli disse: — Signurì, quelle sono donne oneste.

Al buio non è troppo facile distinguere.

Domandò allora Beatus a quella donna:

— Voi, dunque, non siete onesta?

Ella rispose:

— La fame caccia i lupi dal monte. Venite, sono pulita. E sono bella, vedete!

Così dicendo, colei levò dalla camicia due borse come quelle che servono pel tabacco alla gente di mare.

Beatus Renatus le guardò con interesse. Colei aveva gran ventre, e gran tosse, ma disse: So’ i capellucci della criatura che tengo dint’a panza.

Ella era incinta, e domandò a Beatus Renatus l’obolo per il nascituro.

*

Beatus cercava di uscire da quel labirinto per tornare in via Toledo; ma ecco, davanti un’altra porta, due donne lo presero a forza: una era assai vigorosa e lo spinse dietro una tenda a striscie quasi orientali, che era dopo la porta.

Si trovò lì, chiuso con una piccola meretrice, gialla e rossa. — No, grazie — disse Beatus — non accetto.

Anche colei aveva lampadari e Madonne di cui diceva i nomi, Madonna del Carmine, di Monte Vergine, Sant’Anna.

Beatus si dolse della violenza usatagli dall’altra meretrice. — Oh, no, — disse colei —. Quella non era meretrice, ma donna onesta, con marito e con figli. Lei sì era meretrice, ma ne incolpò la guerra, che le aveva ucciso il suo amante. Aveva ella una posizione sociale distinta perchè era corista in una compagnia di operette; e così dicendo, quasi a testimoniare la sua antica dignità, ondeggiò il busto su le anche.

Il suo amante era lì sul comò. E così dicendo indicava un ritratto, in bella cornice, con una gran margherita. Era un giovine ufficiale di nobile aspetto.

Beatus guardò il ritratto e poi domandò: — Perchè tieni lì quel ritratto?

La meretrice stupì.

Teneva il ritratto come teneva la Madonna, perchè voleva bene al ritratto come alla Madonna.

— La Madonna può veder tutto — disse Beatus —; ma l’uomo che ti amò e che morì così nobilmente, non è bene che veda quello che tu fai.

Gli occhi della donna si aprirono per guardare le parole di Renatus.

Poi disse, quasi a sua discolpa: — Si lavora così poco adesso con tutti gli uomini che sono alla guerra….

— Dite lavorare?

Strana parola! Poi Beatus disse: — No, non è bene che lui assista al tuo lavoro.

— Hai ragione — disse, e nascose il ritratto nel cassetto.

Poi guardò dubitosamente Renatus, e gli domandò con stupore:

— Ma voi chi siete?

— Mah! — rispose Beatus.

E colei senz’altro lo lasciò andare.

*

Quando uscì da quei vichi, spuntava il mattino.

La luce accarezzò Napoli in un fascio di purità che parve di pulizia.

Riprese la sua valigia; e andando alla stazione, ammirò le pizze, che conservavano il bianco della farina con tutto che fossero maneggiate dalle mani del pizzaiuolo.

Ammirò il lustrascarpe che gli lucidò le scarpe in perfetto modo, forse perchè in questa operazione è doveroso sporcarsi.

*

Arrivò il giorno dopo a Firenze. Erano i più tremendi giorni della guerra, ma i giornalai strillavano: L’omiscidio della Contessa.

Dal barbiere, all’albergo, al caffè, le buone famiglie, sedute ai tavoli, non parlavano che dell’Omiscidio della Contessa.

In via de’ Calzaioli, due giovinetti parlavano dell’Omiscidio della Contessa, e come ella giaceva nuda, pugnalata, sul letto.

Ma poi si fermarono davanti una vetrina dove le mani di una commessa di libreria mettevano in bella mostra, delicatamente, alcuni libri con le copertine disegnate a squisite oscenità.

— A me — disse uno dei due giovinetti indicando una rivista francese, dove una donna si stirava la calza, dopo la quale cominciava il bianco delle carni — fa più libidine così, che vederle vere. E a te?

— Oh, guarda! — disse il compagno — quello che ti volevo dire io. — E ambedue erano meravigliati come di una loro grande scoperta.

Poveri figliuoli.

E Beatus si ricordò che i gesuiti avevano, nelle loro biblioteche, certi ripostigli di cui essi soli sapevano il segreto, dove tenevano i libri osceni.

Capitolo IX. — I lavoratori dei conigli.
E proseguendo il suo viaggio, fu necessità a Beatus di fermarsi in una città di Romagna perchè i treni, nell’estate 1918, avevano questa abitudine: di non proseguire, e allora bisognava fermarsi. Era la bellissima ora che le stelle si spengono e il sole si accende. La luna sbiadiva come una vela in alto mare.

Beatus, che, per ragioni d’insonnia, spesso assisteva a questo spettacolo, aveva finito per avere la illusione di un burattinaio o demiurgo esattissimo, ma meccanico, che ogni mattina si divertisse ad operare questo mutamento nel cielo. Ed è perciò che nella Bibbia sta scritto: fiat lux!

Ma mai così strano e bello lo spettacolo del sole gli era apparso, come una volta, a Roma; chè lo aveva visto alzarsi dal fondo di quella via, la quale scende diritta da Santa Maria Maggiore e poi sale, e ridiscende e risale, sin là dove essa si dilata all’obelisco del Pincio. Lo spettacolo aveva in sè del prodigio perchè il sole calettava entro la via, anzi era grande quanto la via, e pareva un disco di fiamma viva che il discobolo stesse lì lì per lanciare per la via sino alla meta dell’obelisco. Era decembre e l’aria pura e fredda che avvolgeva i grandi palagi, pareva rabbrividire per l’imminente passaggio del sole. Ma questo poi, come miracolosamente, si sollevava, e l’atmosfera schiariva. Ebbene nessun uomo guardò il sole. Per una settimana Beatus, essendo tutti giorni sereni, si recò in piazza Barberini a vedere il sole, nascente dalla via. Ma nessun uomo guardò. Anzi guardavano lui che da una settimana stava lì fermo, e lo guardavano come si guarda un demente.

*

Ma già a quell’ora antelucana, su la via del sobborgo della città, era gente che lavorava. Facevano gabbioni di conigli. V’era un uomo poderoso che immergeva le mani in certe grandi ceste, prendeva manate di conigli, li buttava in una gran stadera, pesava; e altri uomini e donne buttavano i conigli nelle gabbie. Riempito un gabbione, questo era soprapposto all’altro gabbione e si formavano torri di conigli.

Queste operazioni erano rapide, e nell’occhio di Beatus formarono una visione fluida, come una serie continua di conigli. Nei gabbioni poi si vedevano gli occhietti rossi dei conigli. Questi conigli erano contenti. Appena nei gabbioni, gareggiavano a rodere l’erba spagna. Quell’uomo poderoso pareva Giove che anche lui mette gli uomini nella bilancia e li precipita verso l’orco.

«Se però i conigli fossero gatti, quell’uomo — pensò Beatus — non si potrebbe mica prendere tanta libertà.»

Poco discosta da quei lavoratori del coniglio, stava ritta una donna, ed era intenta a scoiare un coniglio sospeso. Costei nella mano aveva un breve coltello a lama fissa. Era forte, giovane, aitante. Teneva le gambe larghe pur stando ritta e sufolava maschilmente in tutta pace, mentre staccava le viscere del coniglio. Aveva le carni brunite e oleose come hanno le zingare. Zingaresca ella era. Lì presso, con le stanghe a terra, era un carretto chiuso, di quelli con cui i venditori girovaghi portano le pannine. Il cavallo del carro girovago pascolava nel prato, sotto il carro spuntava la testa feroce di un cane incatenato. La donna, come ebbe staccato le budella, le buttò al cane. Le budella bianche rimasero avvolte come quelle che palpitavano ancora, attorno alla mano bronzea della donna. Ma costei scosse e buttò ancora al cane. Era alta una volta e mezzo Beatus, ma di forme armoniose. Così forse fu Eva primigenia!

Stando attento ai discorsi dei lavoratori del coniglio, Beatus apprese che quei conigli erano destinati a Milano, dove scoiati erano venduti a lire diciotto il chilo; e con la pelle, lire dieci.

Parevano gioiosi tutti quei lavoratori di sì insperati guadagni, e perciò lavoravano con alacrità.

Ma una donna anzianotta, di quelle che ingabbiavano conigli, vedendo fermo davanti a sè quell’omiciattolo in gilè bianco e in occhiali d’oro, prese un coniglio per le orecchie lunghissime e lo spenzolò in faccia a Beatus.

— Bellino, eh? — disse —. Lo vuol comprare?

Aveva il coniglio una certa simiglianza con Beatus: nero, e col petto candido.

— Veda — la avvertì Beatus saviamente — i conigli non si devono prendere per le orecchie…

Ristettero tutti un po’ a queste parole.

— L’orecchio — spiegò allora Beatus — è il solo organo di difesa che hanno questi infelici animali. L’enorme padiglione che li fa così ridicoli, è destinato ad accogliere le vibrazioni acustiche che li avvertono del pericolo. È una cartilagine delicatissima….

— Com l’è curios! — disse allora la donna, che in romagnolo vuol dire, pazzerello, bizzarro.

Buona gente in Romagna a dare ascolto, nell’anno 1918, a un borghese civilmente vestito!

Ma già il capoccia, quello che immergeva le braccia nei cestoni dei conigli, faceva un gesto che voleva dire: «Andiamo, via, che non c’è tempo da perdere», quando la donna che lì presso scoiava il coniglio e pareva solo intenta a quella sua operazione, disse a Beatus in romanesco: — Ma non di’ fregnacce!

E tutti si misero a ridere. E Beatus anche.

*

Egli, oltre che delle orecchie del coniglio, avrebbe potuto parlare a quella gente del mistero del cuore e del cervello, avrebbe potuto rovesciare tutta la sua sapienza; non avrebbe destato interesse.

«E questa è la umana tragedia — diceva tra sè Beatus riguardando ancora la grande Eva —: noi ci affatichiamo per acquistar virtute e conoscenza, come dice quel Dante che si vuole insegnar nelle scuole, ed ecco che, senza avvedercene, ci troviamo fuori dell’Umanità. Noi risaliamo verso Cristo, e non ci avvediamo che Moloc è il solo vero dio dei nostri fratelli. Sono io tuo fratello in umanità, o grande Eva? Non violiamo noi, forse, eterne leggi? Ecco la natura che mi punisce. Guarda te, o Beatus, così misero uomo, e guarda invece lei, la magnifica Eva!»

Ma colei, vedendosi riguardata, disse:

— Che c’è da guardà? T’anderebbe?

— Può darsi, può darsi, — disse Beatus. — E perchè no?

E tutti risero; e Beatus anche.

Capitolo X. — Cristo.
Beatus riposò alquanto all’albergo; poi essendo l’ora caldissima, e vedendo nella via deserta — come sono deserte in Romagna — un tempio elevare la grandezza sconsolata delle sue mura nere, si ricordò di quello scettico motto di Arrigo Heine, dove dice che le chiese cattoliche sono fatte specialmente per passeggiarvi d’estate.

C’erano a terra cumoli di macerie. — È il campanile che è caduto per il terremoto dell’anno scorso, — gli disse un passante.

«Iddio ha percosso la sua casa, e ciò è grave», pensò Beatus. Voleva entrare; ma la porta era chiusa.

— Spinga: forse vi saranno i muratori.

Spinse ed entrò.

Delizioso! Qui si passeggia deliziosamente.

*

La chiesa non era nè basilicale nè a cupole, ma un’enorme sala rettangolare, una meravigliosa sala da ballo del Settecento, oltre che una chiesa.

Il soffitto lacunare, a rosoni d’oro, era in gran parte precipitato al suolo, e si vedevano squarci neri, e i graticci staccati e i legamenti interiori e le travi. Miserando spettacolo! Così è il volto dell’uomo! Staccati i muscoli dalle ossa del cranio, non resta che una maschera, fatta come un imbuto di carne. Così è il tuo bel volto, o uomo!

Precipitate, infrante giacevano le statue sul pavimento: ma tante ancora ne rimanevano! Queste parevano, come impaurite, arrampicarsi su per le pareti. Avevano manti svolazzanti, pose estatiche, declamatorie.

Erano santi, erano profeti.

Molti erano gli angioli; grandi angioli di gesso con grandi ali e con vesti succinte. Le loro teste erano chiomate e gli occhi rivolti al cielo. Oh, strani angioli! Il loro volto era amabilmente femmineo, e il loro corpo parea modellato su quello di formosissime donne.

Se l’organo grandissimo, rigonfio di oro, avesse potuto rivivere in un tempo di minuetto, pareva che tutti quegli angioli si sarebbero messi a danzare con begli inchini.

Così sei tu crollato, bellissimo secolo; il Settecento: i Gesuiti, Metastasio, il signor di Voltaire! L’Austria — contro cui rombano oggi tanti cannoni — regnava felice, Metastasio insegnava la virtù al suono delle sue canzoni, i Gesuiti mandavano di buon grado la gente al paradiso, Voltaire faceva divertire i gentiluomini con le sorprese della sua, ahi troppo spiritosa ragione, Rousseau faceva spargere alle dame dolci lagrime sentimentali. E dopo rullarono i tamburi, caddero le ciprie, apparvero i sanculotti, e la ghigliottina tagliò la testa ai gentiluomini e alle dame. Che stupido arnese! Eppure ogni tanto gli uomini lo invocano.

*

Così pensava Beatus come si pensa a inesorabili processi di chimica, quando una voce lo scosse:

— Signore, tenga pure il suo cappello in testa: questa chiesa non è più consacrata.

Non era un sacrestano che disse così a Beatus, ma un muratore, il quale aveva cappello in capo, e la pipa in bocca.

— E veramente — aggiunse colui — non ci si potrebbe entrare senza permesso. Ma già nessuno ci bada….

— Perchè? C’è pericolo?

— Mah! Veda lei, e capirà anche lei che non è del mestiere. Questo muro, per modo di dire, è staccato.

(È uno spettacolo che fa una certa impressione: vedere un muro, profondo un metro, staccato; e la cui fenditura sale su tetra inesorabile. Anche la nostra civiltà ha simili fenditure.)

— E intendete restaurare o abbattere?

Così domandò Beatus perchè il pavimento era ingombro di mattoni nuovi, calce, arnesi dell’arte; e più specialmente perchè l’abside era tutta occupata da una enorme impalcatura.

Rispose il muratore: — Non si sa ancora.

— Mi pare però — disse Beatus — che l’abside abbia dei lavori per la sua conservazione.

— L’abside, signore, sarebbe già stata abbattuta, perchè è la parte più rovinata; ma è avvenuto questo; che il terremoto ha fatto scoprire alcune pitture. Perchè bisogna che ella sappia che questa vecchia chiesa fu ricostruita sopra altra chiesa più antica; e come furono scoperte quelle vecchie pitture, così sono venuti quelli del Governo: hanno dato ordine di sospendere la demolizione, e da due mesi ci lavora qui un pittore che con un suo cortellino scrosta, scrosta.

— Si può vedere?

— Venga, signore, se vuol vedere.

L’immensa abside era tutt’un affresco del Trecento, un’infinità di teste estatiche che venivano apparendo sotto l’intonaco. Un’infinita dolcezza, un’infinita armonia, un infinito desiderio di staccarsi dalla vita alitava dai volti di quei viventi attaccati sul muro. V’era un affresco che figurava una compagnia di giovani che sollevavano una giovanetta morta e beata nella morte. Tutti i volti erano beati nella meravigliosa attesa del gran secolo.

Prima di perdere il suo onesto giudizio, quella pittura sarebbe sembrata a Beatus almeno puerile. Il ragionamento della scienza che la vita vissuta con perfetta scienza può essere prolungata sino oltre i cento anni, prima lo persuadeva. Ma ora questo surrogato scientifico dell’eternità pareva a Beatus ben miserabile, e desiderava anch’egli ciò che non muore.

“Pare un canto del Purgatorio di Dante,” pensò Beatus.

Ma poi l’occhio di Beatus abbandonò quelle pitture e passò sul volto del muratore.

Costui era ancor giovane, in maniche di camicia, e i calzoni rimboccati sui piedi scalzi. Ma pareva qualcosa di più che un muratore. Era questione di trovare che cosa fosse, e lo fissò con tanta insistenza che il muratore domandò: — Lei mi conosce, signore?

«Ho trovato! È il sanculotto — oggi diremmo, è il bolcevico — della nostra età.»

— Se ci buttavano meno calce sopra quelle pitture, si sarebbe fatto più presto a raschiare — disse l’onesto bolcevico.

— Vedete, amico mio — disse Beatus, — questa antica purità religiosa offendeva gli sguardi dei felici abitanti del secolo decimottavo, e perciò hanno intonacato, cioè coperto, e poi sopra ci hanno cosparso quelle frenetiche pitture, che dovevano parere futuriste al loro tempo, tanto è vero che la vanità ci lasciò il nome. Vedete quel nome? Pictor bononiensis pinxit anno Domini MDCCXXVIII, mentre queste antiche pitture sono senza nome, perchè realmente noi non abbiamo nome, o almeno Dio solo è giudice se dobbiamo avere un nome. E così quest’ombra di mistero che qui ci avvolge, spiaceva al secolo dei lumi, e ne fecero una sala chiara, a stucchi ed oro, anzi una sala da ballo.

L’onesto bolcevico capì, perchè rispose con questa risposta sintetica e lirica insieme:

— Era meglio buttar giù tutto. Già, se il Governo borghese ha detto di conservare, vuol dire che era meglio abbattere tutto.

— Non discuto, amico, i vostri sentimenti: ogni età copre di calce l’età precedente come si fa coi cadaveri; ma certo poi qualche altra cosa dovrete pur costruire, se no dovreste distruggere anche voi stessi, che fate i muratori.

— Lei, signore — disse il buon bolcevico — non ha visto la Madonna.

— Esiste anche una Madonna?

— Questo che ella vede qui in basso, è l’abito: la testa è più su. Venga.

Beatus salì per l’impalcatura. Le asse ballavano in modo allarmante.

— Siamo al sicuro?

— Caspita! Ci dobbiamo passar noi muratori.

Giunse Beatus davanti alla testa della Madonna. Entro un’aureola a rilievo era la testa chiara della Madonna. Enorme! La dea guardava con penetranti pupille.

Dalla aureola, come da una pietra scagliata in acque profonde, si dipartivano cerchi concentrici sempre più grandi.

— Dicono che è molto bella, signore — spiegò l’onesto bolcevico.

— Infatti è impressionante.

Non era propriamente la Madonna bizantina, e nemmeno la Madre lagrimosa: piuttosto pareva come il simbolo di una gran forza cosmica, qualcosa come la luna, che è armonica e disarmonica insieme: qualcosa che vince la morte.

Il muratore disse: — Tutti quelli che l’hanno vista, ammirano le mani.

— Infatti sono mani da gran signora: lunghe, affusolate. Ma che mani! Se prende, caro amico, me o lei, chi sa dove ci butta.

L’onesto bolcevico guardò con curiosità quell’omino vestito da civile che mostrava di credere nelle mani della Madonna e disse: — Sono cose che le davano da intendere i preti, una volta; ma adesso non ci credono più nè pur loro.

— Eh, mio caro amico — disse Beatus con aria compunta —, non si sa mai!

— Per me faccia lei — disse l’onesto bolcevico con indifferenza. — Ma lei, signore, non ha visto la cosa ancor più bella.

— Più bella di questa Madonna?

— Certo: Cristo. Qui sono i piedi, lassù, in alto in alto, è la testa.

Beatus salì ancora. E salendo, l’immensa sala da ballo del Settecento pareva sprofondare, e tutte le statue di gesso parevano inabissarsi.

— Ecco —, disse l’onesto bolcevico.

Beatus si trovò, come Dante nel Paradiso, davanti alla faccia di Cristo, e gli venne un po’ da ridere.

Però era una strana enorme imagine.

Non aveva corona di spine in testa; non aveva l’aria spaurita dal martirio. Era una giovinezza forte e severa.

La chiara imagine della Madonna, che da sola era parsa terribile, riguardandola laggiù e raffrontandola con quella di Cristo, pareva, ora, dolcissima.

Certamente quella testa di Cristo era l’umanità, ma fuori da questa nostra umanità.

Beatus volle toccare, ma ne ritrasse la mano. «Io sono il tuo giudice!» Allora Beatus si accorse che aveva il cappello in testa e se lo levò. L’onesto bolcevico aveva la pipa in bocca ed il cappello in testa.

— Vedete, amico — disse Beatus additando Cristo —, quello è stato l’autore della più grande internazionale che mai sia esistita.

— Se vuol vedere il Padre Eterno — disse l’onesto bolcevico —, esso sta lassù su la cupola.

— Grazie, caro mio: mi pare che basti. Ma io credo — aggiunse Beatus scendendo con precauzione dall’impalcatura —, che lei non abbia torto a volere buttare giù tutto. Sono imagini che, anche attaccate sul muro, fanno una certa impressione, e possono nuocere ai suoi ideali.

Capitolo XI. — Giulio Cesare.
Questo Cristo — pensava Beatus uscendo dalla chiesa — per quanto lo chiamino il re degli umili, rappresenta sempre un grande impedimento per questi onesti bolcevichi. Essi sono lanciati all’assalto, conquistano una posizione, ma Cristo è sempre più in alto. È irraggiungibile.

In questo pensiero, si trovò su la piazza del mercato: tutta soleggiata. Era mezzodì. In fondo si vedeva un arco romano, e nella piazza c’era un piedestallo che ricordava che per lì era passato Giulio Cesare; un uomo straordinario per tante ragioni, e anche perchè ebbe l’abilità di prendere dolcemente i bolcevichi del suo tempo per le narici fumanti e ricondurli per qualche secolo ancora all’ovile. Era figlio di Venere, Giulio Cesare; o almeno lui lo diceva.

Ma rapidi squilli scossero Beatus. Si appressavano. In fondo alla via soleggiata, vide un ammassarsi oscuro di uomini. Poi sentì il percuotere sul selciato delle scarpe ferrate, poi lampeggiò una bandiera, poi vide le trombe, poi i profili degli elmetti. Passava l’esercito, passava e svoltava. Allora Beatus ricordò che quella era la Via Emilia, quello in fondo l’arco romano, quello presso di lui il piedestallo di Cesare.

«Ecco, dopo venti secoli — pensò Beatus — che i soldati d’Italia passano con l’elmo di ferro davanti a te, o Cesare!»

Beatus non vide la guerra immane; vide soltanto la forza ordinata d’Italia: l’esercito che passava.

Un brivido gli corse nel cuore; e voleva gridare: Evviva!

Ma i soldati passavano muti, e la gente del popolo che si veniva formando a semicerchio, lì dove i soldati svoltavano, era pur muta. Ma era una paurosa mutezza. Un uomo presso Beatus levò il braccio con disperazione; una donna proferì: «Poveri figli di madre!»; un’altra donna gettò, contro il vessillo che passava, parole di una sua grande sconcezza.

Beatus, che avrebbe voluto accostarsi ai soldati, non osò. Aveva paura di vedere i volti dei soldati. Gli parve che quelle parole della gente dovessero essere intese, e attraversare quella fila ordinata, e sconvolgerla.

Invece di appressarsi, ora, Beatus voleva allontanarsi: si sarebbe allontanato quando tutta la fila fosse passata. Ma non finivano più. L’arco in fondo li vomitava, l’arco romano. Si sentiva nettamente il percuotere delle scarpe ferrate, come una forza, già impressa, di ritmo che trascinasse tutta la fila. Il silenzio degli uomini diceva, indietro! Quel ritmo diceva, avanti!

Beatus guardò su in alto per vedere se c’erano dei fili che movessero gli uomini. Forse ci sono, ma così invisibili che non si vedono.

Allora anche Beatus si avvicinò ai soldati e stupì. Non erano soldati; erano tutti i ragazzi dell’ultima leva. Sotto l’elmo di ferro si profilavano volti di adolescenti. Volti terrei un po’, rigati un po’ di sudore, il respiro un po’ anelante: nessuna espressione. Tutti un’uguale espressione un po’ abbacinata. Forse il gran sole, la gran fatica, la gran polvere bianca. Gli stinchi, stretti nelle fascie, erano tutti bianchi. Gli ufficiali che guidavano i drappelli, adolescenti anche loro: una gran dolcezza in quelle adolescenze, sotto quegli elmi di ferro. Quale forza reggeva così disciplinata quella adolescenza? Non dai vivi proveniva quella forza: i vivi anzi avvolgevano l’esercito entro un’atmosfera di odio civile.

Ma il passo delle scarpe ferrate aveva un non so che di rabido, ma sopra quella fila pareva levarsi una voce alata che diceva: «Cesare, Cesare, passano i soldati d’Italia!». E nessuno forse fra essi sapeva chi era Cesare. Allora Beatus pensò alla terra, dentro cui stanno i morti. Le scarpe ferrate, percotendo la terra, traevano forza dalla terra. Poi si ricordò del comando romano nelle disperate battaglie: Res ad triarios redit. Ora conviene dire l’opposto: Res ad adolescentes redit. Ma come potranno questi adolescenti far risalire le valli ai Tedeschi, accampati sul Piave? Una lagrima, cadde sul gilè bianco di Beatus. Allora ricordò che lagrima vuole dire: corrosivo. Questo corrosivo fa comprendere molte cose, ma abbrevia la vita.

Allora ricordò che Loreto non piange mai. Forse ha cento anni.

Capitolo XII. — I discorsi degli animali.
Beatus Renatus compì il suo viaggio, ed entrando in casa, non ebbe bisogno di suonare perchè la porta era aperta.

È vero che il suo cane, un bestiolo peloso, si era rotolato, precipitato giù per le quattro scale, per fare festa al padrone. Ma la porta era aperta…. Ora Beatus, benchè avesse perduto il suo onesto giudizio, era ancora dell’opinione che la porta deva essere chiusa.

— Sei tu, è vero, o impudica — disse Beatus al bestiolo — che sei scappata di casa, eh? Sempre quella storia di un òvulo che va a caccia di uno spermatozoo; o viceversa!

Questo bestiolo era di sesso femminile, benchè portasse il nome di Ruggero Bonghi.

Veramente non era stato Beatus ad offendere così un uomo di tanta dignità, ma alcuni amici letterati, ai quali, più specialmente che agli altri, questa cagnetta si opponeva, gradino per gradino, irosamente abbaiando.

Ma se la porta era aperta, ben si diffondeva sino su l’uscio di casa un prelibato odore di ragù; cosa inusitata nell’estate del 1918. Arrivò sino nel suo studio, e sentì una voce: «Padrone, buon dì». Era Loreto, un immobile animale, ma diceva sempre: «Buon dì», e Beatus gli era riconoscente.

Sopra la sua scrivania Beatus trovò distesa una sfoglia, gialla di uova.

Quante volte aveva detto a Scolastica: «Io vi lodo della minestra fatta in casa; ma non istendete, vi prego, la sfoglia su la mia scrivania.»

Ma siccome la sfoglia deve asciugare, e al tempo di inverno lo scrittoio era battuto dal sole, e comunque, lo studio era tiepido in virtù di una stufa a dolce calore, così Scolastica stendeva lo stesso; e facendo la cosa d’inverno, seguitava d’estate. Passando poi dallo studio alla cucina, Beatus trovò la pentola dell’acqua che bolliva sul fornello, e allora combinando il ragù con la sfoglia e con la pentola, disse: «Ecco un pensiero gentile di Scolastica che, nella previsione del mio arrivo, ha voluto prepararmi i tagliolini col ragù». Ma in quel punto, una tenda che ricopriva un ripostiglio, si mosse.

Beatus tirò la tenda, e vide un uomo.

— Cosa fate voi qui?

— Io esco, e basta! — rispose quell’uomo.

— Non basta, perchè per uscire bisogna essere entrati. Con quale diritto lei è entrato in casa mia?

— Sono qui per cose mie.

Beatus avrebbe voluto afferrare quell’uomo per il colletto; ma quell’uomo non portava colletto, e poi c’era sempre quell’impedimento della mano debole.

— Voi direte il vostro nome.

— È un delegato di pubblica sicurezza lei? — domandò quell’uomo; e uscì con passo tranquillo.

Chi era costui?

Ruggero Bonghi, così iroso contro i letterati, era rimasto tranquillo. Che non vi sia più da fidarsi nemmeno dei cani?

Beatus rientrò nel suo studio. Lì vide le piramidi dei libri crollate, e quanto al non levare la polvere, Scolastica era stata ossequiente. Fece alcuni segni con l’indice sopra i mobili, e il suo dito disegnò arabeschi come con un antico stilo. Sopra le piramidi dei libri, pendevano i ritratti dei benefattori dell’umanità, ma in quel giorno Beatus s’accorse che mancava il solo onesto benefattore: Ercole con la clava.

*

Intanto Scolastica entrava in casa con un fiasco di vino.

Essa non disse: «Padrone, buon dì!», ma disse: — Lei la fa tanto lunga! Cos’ha paura che gli portino via i libri? Stia sicuro che nessuno se li mangia. Viene un mio parente a trovarmi e lei lo scaccia come un cane. Cosa crede, perchè si è a servire, che si sia come gli schiavi d’una volta che ci mettevano le spille dentro la carne, e li buttavano da mangiare ai pesci?

Queste citazioni erudite di Scolastica non devono sorprendere: era ciò che si era appiccicato alla mente di lei dai tornei di parole che si tenevano nello studio di Beatus Renatus.

Scolastica continuò: — Già che io mi adatto a stare in questa casa che par di essere in una tomba, lei mi vuol togliere persino la libertà di ricevere un mio parente.

— Poteva dire — disse Beatus — che era un vostro parente.

— Ah sì! chi ha il coraggio più di parlare con quegli occhi feroci che lei fa quando è arrabbiato? «Libertà, libertà! la libertà rimedia a tutto!» Begli impostori!

Anche questa sentenza non deve sorprendere: era una reminiscenza dei colloqui che si tenevano nello studio di Beatus Renatus, quando egli possedeva tutto il suo onesto giudizio, e credeva anche nei superamenti dei servi e delle serve.

— Sì, signore, mio parente — continuò Scolastica —; figlio di mia zia e se vuol veder le carte, gliele farò vedere.

— Io non discuto — disse Beatus — le vostre genealogie. Piuttosto: a proposito di carte, avete la bolletta di riscatto della cagnolina?

— Adesso terrò da conto anche i pezzi di carta!

«Vede lei — disse Beatus Renatus a Leone Tolstoi, che pendeva anche lui nel suo camiciotto russo — la bella umiltà degli umili?»

*

Il pappagallo da un lato con corrugata fronte, Ruggero Bonghi dall’altro, seduta sul posteriore e con la lingua fuori, ascoltavano il discorso.

«Non è mica vero — pareva dire il bestiolo — che mi abbiano accalappiata; sono andata fuori per le mie necessità, ma sono sempre ritornata.»

Scolastica uscì sdegnosamente. In quella entrò il gatto di nome Biagino, animale di cui Beatus aveva sempre tessuto gli elogi, come a colui che aveva saputo temperare la vita selvaggia coi benefici della civiltà.

Ma in quel giorno Beatus mutò opinione anche sul gatto, perchè Loreto starnazzò le ali furiosamente, e parlò anche lui: «Non a rendere omaggio a te, o padrone, è venuto Biagino (e doveva esser vero perchè Biagino, appena scorse Beatus, fuggì) ma a tentare, se può, di strangolare anche me. È stato lui a mangiarsi il rosignolo. Va a mangiare i topi, io gli dico quando viene per mangiar me. E lui risponde: Usava una volta!»

Allora Beatus si risovvenne del rosignolo. C’era lì ancora la gabbia. Niente è più stupido che tenere un rosignolo in gabbia, ma Renatus non poteva per le sue occupazioni andare in una foresta a sentire cantare i rosignoli, e perciò teneva in gabbia il rosignolo. La canzone di quel povero bestiolino pareva far nascere un sorriso anche sui freddi volti dei benefattori dell’umanità.

«Oh, il miserabile delinquente!» disse Renatus al suo gatto Biagino. L’anno scorso, spelato, neonato, implorante pietà, lo aveva accolto in casa; e lui giocava, sbucava con la testolina di pipistrello di sotto ai mobili; e lo aveva nutrito e gli aveva dato il nome umano di Biagino! Pareva mansueto e domestico, ma ora rimasto libero e senza più legge, aveva mangiato il rosignolo. E non aveva per difesa che il suo canto! «E lei ha scritto il libro della republica, — disse Beatus a Platone, che anche lui pendeva dalle pareti con una sua barba inventata. — Un bell’affare!» «Dopo però ho scritto il libro delle leggi!», rispose la barba di Platone. «Filosofo buono a tutti gli usi!» gli disse Beatus che coi grandi uomini aveva un singolare coraggio di parole. Beatus ciò detto, aprì una finestra che dava su una terrazza.

Qui nuova sorpresa lo attendeva: non trovò più il gallo.

L’anima di Beatus Renatus spesso vigilava la notte. Questo vigilare dell’anima, se può essere una bella cosa quando il corpo giacerà nella bara, diventa una cosa seccante quando il corpo giace nel letto, specie d’inverno che tutto è ancor buio. Ora il gallo col suo canto illuminava la notte; ed il suo canto per quanto diverso, è come quello del rosignolo. Scolastica voleva pur bene al gallo, e sovente lo accarezzava presso alla guancia e gli diceva: «Cocco mio, quanto bene ti voglio. Domani ti tirerò il collo». La qual cosa mai Beatus non volle: non per morboso affetto verso le bestie, ma per suo egoismo. Gli avrebbe dato melanconia veder quella gaiezza del collo eretto del gallo, pendere giù, spennato pallido nella morte, da un uncino della cucina.

Lo aveva osservato nel canto. Come uno spasimo esce il suo canto. Quel suono, quel suono rauco, insistente, luminoso, prima del sole, che si affievolisce poi in una sconsolata tristezza! Che cosa ne sai tu, o gallo? Che vedono gli occhi tuoi gialli? Ripeti l’ammonimento a Pietro che rinnegò Cristo?

Il gallo non c’era più.

«Non ne incolpare Biagino — disse Ruggero Bonghi. — Lui non è stato. Il gallo è assai tempo che finì nella pentola. Ben io lo so, che ne mangiai gli ossi.»

Capitolo XIII. — Beatus allontana da sè Scolastica.
Senonchè recandosi nella sua camera, vide cosa che non avrebbe voluto vedere.

Il suo letto era stato abitato, ma non da lui.

Era un bel letto di noce nello stile di un secolo fa, filettato d’ottone, e aveva seguito Beatus in molte sue peregrinazioni. Esso gli ricordava che anche lui, da bambino, aveva avuto una casa, dove c’erano un padre, una madre e una antica benedizione. Inoltre, se avesse avuto sonno, ci avrebbe potuto dormire buoni sonni perchè al vecchio pagliericcio Beatus aveva sostituito un elastico molto soffice. Poi il letto aveva due materassi: uno di lana che tiene caldo, per l’inverno; e l’altro di crine che tiene fresco, per l’estate. Aveva anche lenzuola di lino antico, che gli ricordavano i tempi in cui era vanto alle donne possedere arche di pannilini. Nelle notti d’insonnia, poteva anche rotolarsi comodamente per il letto giacchè esso, pur non essendo quello che si dice matrimoniale, era di tale ampiezza che sarebbe stato abitabile anche da due. Ma Beatus lo aveva sempre abitato da solo.

Ora Beatus si accorse che il suo letto era stato abitato da due, ma uno non era stato lui. Oltre a ciò, sollevando le coltri, s’accorse che il letto era stato contaminato.

Parve a Beatus cosa doverosa sdegnarsi; e si recò di là e: — Scolastica, — disse dolcemente — quando crederete, e prendendo quel tempo che meglio vi pare, io dico che ve ne potete andare.

— Ah, Maria Vergine, finalmente! — esclamò Scolastica. — Così sarò libera, tornerò alla mia Verona, in Piazza delle Erbe. Mègio le bombe dei tedeschi che star con un omo così rustego, così stravagante, così mato. I lo dixe tuti che l’è mato; lo dixe la portinara, lo dixe el spazzin, lo dixe tuti queli che vien.

Nei momenti di concitazione, Scolastica era ripresa dal dialetto natio.

Chi avrebbe mai sospettato — si chiedeva Beatus — una cosa simile in Scolastica? Non per l’età che era di difficile determinazione, ma per la configurazione fisica. Se Scolastica avesse dovuto essere tradotta in un animale equivalente, il camello o il canguro sarebbero stati i termini di comparazione più adatti.

Beatus anzi ricordava che una mattina, essendo per distrazione entrato nella camera di lei, che si alzava allora, era fuggito esclamando: Mio Dio! Questa donna è un antidoto!

Pareva proprio negata da natura alla ginnastica di Amore. Eppure!

Ora Scolastica non si era acquetata, ma dietro la porta continuava: — L’è mato, i lo dixe tuti che l’è mato. Son stada in tante case; mai trovà un omo così stravagante che nol capisse mai gnente. Perchè i ga riguardo de vegnirlo a dir sul muso al signor professor, al signor cavalier che l’è mato: ma i ghe lo dixe ben drio le spale. Anche quel signor che parla toscano el dixe: dai retta, il tuo padrone gli è un bischero. Se non fosse un bischero, il Governo non gli darebbe certi incarichi.

Questa specie di plebiscito proclamato dietro la porta, durò molto tempo, più di quello che non può sospettare chi non sa come la donna, possedendo un’idea sola, ha bisogno di insistervi sino all’esaurimento. Tanto valeva allora che Beatus avesse preso moglie.

Potrà sembrare anche eccessiva questa libertà di contatti verbali, come oggi si chiamano gli insulti, tra la serva e il padrone; ma è che veramente Beatus ci aveva dato un po’ motivo nel passato tempo.

Quando egli era in possesso di tutto il suo onesto giudizio, e reputava che nel suo cervello abitassero gli Dei, si divertiva talvolta alle spese di Scolastica. Essendo egli abituato a trattare quell’esplosivo che è il pensiero, diceva a Scolastica: «Sospendete! Non fate rumore col vasellame. Basta una piccola vibrazione per far andare a male certe operazioni delicate».

Naturalmente Scolastica non sospendeva se non quando aveva finito.

«Non entrate nel mio studio se non quando vi chiamo,» diceva Beatus.

Ma Scolastica entrava lo stesso, o per la spesa, o per annunciare che l’olio era finito, o che il rubinetto dell’acqua si era guastato.

Beatus diceva anche: «Non toccate. No, è pericoloso, credete: non toccate le carte, i libri. Vi possono far male».

Con ciò egli voleva significare che il suo studio era come una centrale elettrica, dove si incrociano fili di idee ad alto potenziale, che possono dare anche la morte. Naturalmente Scolastica toccava, e non ne risentiva alcun danno.

Si capisce: «voi siete come il porco che può impunemente mangiare il serpente a sonagli. Però i libri lasciateli stare. Voi non li sapete prendere. Disilludetevi: non è facile saper prendere un libro. Posso concedere che sappiate prendere gli attrezzi della cucina, ma i libri, no! Non imparerete mai a prendere un libro, a collocarlo al suo posto».

Nei momenti poi di buon umore, quando Beatus aveva formulato un suo sillogismo che a lui parea molto bello, chiamava Scolastica e le diceva: «Sentite!»

Scolastica reagiva con insolenza; e: «Io, certamente devo aver detto una verità molto forte,» arguiva allora Beatus Renatus.

*

Ma ora quel plebiscito esposto con tanta sicurezza dietro alla porta, dava tristezza a Beatus.

«Per gli occhi di Scolastica tu, o Beatus, sei un deforme, come uno che abbia una gran gobba».

*

Dispiacque molto a Beatus Renatus quella sua deliberazione di avere licenziato Scolastica, perchè essendo egli di salute cagionevole, ella ormai sapeva tutte le sue necessità corporali.

Un giorno guardò nel suo comò e vi trovò intatto certo oro, trovò intatti certi fazzoletti antichi, trovò intatto un libretto al portatore. «Via, Beatus! — disse con se stesso — Scolastica è una donna onesta. Volendo, avrebbe potuto rubare anche queste cose. E chi va più oggi a denunziare un furto?»

Naturalmente dal giorno in cui Beatus aveva licenziato Scolastica, si guardò dal rivolgerle un solo comando. Ella avrebbe potuto rispondere: «Sono forse la sua serva, io?».

Scolastica però non se ne era andata: c’era, non c’era, entrava, usciva, lasciava la porta aperta, faceva, insomma, la sua libertà.

Un giorno, Beatus udì una voce che diceva: «Si può? è permesso?». Si sentì Ruggero Bonghi che abbaiava furiosamente.

Doveva esservi un letterato alla porta.

Disse la voce:

«Ti dò un calcio che ti spiaccico nel muro».

Beatus riconobbe il visitatore. Era quel signore che parlava toscano. La porta era aperta. Scolastica era di là, ma non si era mossa. Beatus sentì domandare: «C’è il cavaliere?»

Sentì rispondere:

«Di là, nel suo studio».

Il visitatore entrò.

— Ah finalmente la trovo, cavaliere. La prego, stia comodo.

Perchè Beatus un bel giorno si era trovato appiccicato anche questo titolo.

Capitolo XIV. — I “fessi„ d’Italia.
Chi entrò era il più bello e ben pasciuto giovane che mai Toscana avesse nutrito. Ed entrò che Beatus, disteso sul canapè, travagliava per certi dolorini di stomaco. Questi dolorini sono sottili, ma dànno grande avvilimento; sì che, nel luglio 1914, se l’Imperatore di Germania ne avesse avuti di così fatti, mai si sarebbe alzato in piedi a sbattere la spada sul pavimento del mondo.

Questo giovane era il segretario della facoltà della quale Beatus era Preside. Riscoteva lo stipendio con regolarità; motteggevole era toscanamente, e quando veniva in ufficio, scriveva novelle. Il quale genere letterario gli aveva procacciato un processo per oltraggio al pudore. Ma fu dimostrato invece che si trattava di morale di avanguardia: onde fu assolto, e ottenne bella rinomanza. Le signorine studentesse lo guardavano con amabile curiosità; e i suoi motteggi molto piacevano. Ma per questo appunto a Beatus non piaceva, e nel passato tempo, si era provato di sradicare questo bel signore dal suo ufficio.

Ma vedeste mai in un giardino di fiori un filo di gramigna? Si crede sia facile estirparlo. Ma non è così: quel filo è tenace come l’acciaio. Si può recidere con le forbici, ma domani rinascerà. Allora si tira. Si tira, ed accade un fatto sorprendente: sotto terra quel filo è più tenace ancora; non ha fine; smuove tutta l’aiuola; sradica tutti i fiori. E allora si finisce col rispettare la gramigna, tanto più che non si tratta di un filo isolato, ma di una speciale gramigna, detta anche livida, e che cresce molto bene in quello che già fu chiamato giardin dell’Impero.

— Non si incomodi, cavaliere, — disse il bel giovane. — È l’affare di una firma.

Erano i documenti per la esenzione dal servizio militare. Mancava la dichiarazione di Beatus che colui era indispensabile ed insostituibile.

Si vide un no disegnarsi sul volto di Beatus prima ancora che le labbra dicessero: no.

Il volto del giovane si deformò un po’.

— No? E, perchè?

— Perchè non è la verità.

— O ce l’ha lei in tasca la verità? Allora ce l’ho anch’io. Vogliamo ragionare, cavaliere?

E si sedette.

— Punto primo: qui non siamo su la cattedra a fare della morale….

— Appunto, mio caro, quello che dico io: «la morale non si fa dalla cattedra». Ma badi che la distinzione l’ha fatta lei, non io.

Beatus, dopo queste parole, si premette la mano su lo stomaco per un dolorino più caparbio dei precedenti, e parve inteso solo a questo.

— Punto secondo: lei sa bene che questa guerra non mi persuade….

— Anche a me, — rispose Beatus soavemente.

— Punto terzo: a me delle beghe della Francia con la Germania non importa un fico secco.

— Anche, — disse Beatus.

— E crede proprio lei che io per una dozzina di teste pelate con sopra la tuba, che ci hanno fatto entrare in guerra, o per un generale che ha bisogno di un filetto di più sul berretto, io mi voglia far sbudellare? Lei si sbaglia, caro cavaliere.

— Ma lei chi è? — domandò Beatus.

— Io?

E il bel giovane guardò Beatus con occhi brutti. — Io? Io sono io.

— Cioè? — domandò Beatus con dolce curiosità.

— Io sono un artista.

— Sono morti altri che come lei erano artisti.

— Sarà. Ma per me sono fessi.

Beatus sentì un dolore più acuto dei dolorini all’epigastrio.

— Io ne so di questa guerra quanto ne sa lei; ma per quelli che lei chiama fessi, penso che siano proprio i fessi a tenere in piedi l’Italia.

— Organizzatevi allora, — disse il bel giovane, — e formate il sindacato dei fessi.

— Non si può, caro, — disse Beatus sorridendo.

— E perchè?

— Appunto perchè siamo fessi.

— Senta: non mi faccia perdere tempo: firma o non firma?

Beatus fece no, con la testa.

Poi lentamente aggiunse, levando la piccola mano:

— I fessi d’Italia, vivi e morti, non lo permettono.

— Ma non dica sciocchezze!

E il volto del giovane si sconvolse e apparve brutto.

— Senta, caro, — disse Beatus sollevandosi alquanto sul canapè, — senza che lei dica altre sue laide parole che mi disgustano, lei è più robusto di me, mi prende, lì c’è la finestra. Lei mi butta giù; ma io non firmo.

Il giovane si contorse e Beatus si rimise sul canapè.

— Per Dio, — disse il giovane, — le tira lei le parole…. Ma parli franco: dica che si vuol cavare una vendetta personale.

— Oh oh! — fece Beatus levandosi ancora.

— Ma sì, sì. Lei vede il giovane che sorge, che si afferma, che si fa un nome….

— E io ho invidia! — interruppe allora Beatus. — Ah, io ho invidia di lei…. Oh, infelice! Io invidio il suo nome! Lei vuol dire che lei avrà un nome, e io, no! Ma sa lei…. Sa lei la pietà che provo quando passo per quello stanzone del gabinetto di storia naturale dove sono gli insetti? Infelici! Invece di disperdersi nel pulviscolo dell’atmosfera, stanno lì in vetrina, col cartellino ed il nome. Tale è la gloria, tale è il nome!

— La pensi come vuole — disse il giovane —; ma allora se non è per vendetta, mi salvi dalla trincea.

— In questo momento, veda, — disse Beatus, — lei ha detto una ragione che fa pensare; lei ha detto, mi pare: «mi salvi dalla trincea». Veda, veda! Lei artista, lei assertore delle maggiori audacie, ha adoperato adesso una parola della vecchia retorica. Caro lei è proprio una condanna! Con tutte le nostre ribellioni, noi parliamo sempre per sineddoche, per litote, per antonomasie, e altre fraudi del pensiero. Lei ha adoperato adesso una metonimia, mi salvi dalla trincea, cioè la causa per l’effetto: mi salvi dalla morte. Così che lei è vile.

— Se le fa piacere, sì.

— Piacere no: mi è indifferente. Ma ogni opinione, nettamente espressa, mi fa piacere.

— Non vorrà credere però che io me ne offenda.

— Oh, lo credo.

— La mia morale non è la sua morale.

— Senta, caro, questa questione proprio non mi interessa. Piuttosto mi dica una cosa: lei ama molto la vita?

— Se l’amo? È la mia sola, vera, unica proprietà. Non sa lei che io ho tutti i miei sensi?

— Lei vuol dire con questo, — disse Beatus — che io ho perduto i miei sensi, e perciò non posso comprendere lei. Può darsi che sia così; ma mi dica: lei la gode la vita?

— Io la mangio la vita. Mangio tutto! Vile sì, ma mi vengano a prender la vita!…

E l’elegante sua mano si atteggiò a rostro.

— In questo momento — disse Beatus — lei mi ricorda l’uomo preistorico delle caverne.

— Può anche darsi — rispose il giovane, — ma con tutte le raffinatezze della vita moderna. Del resto cosa crede lei di avere progredito con la sua morale del sacrificio?

— Anche questa è una buona ragione. Favorisca la penna. — La tenne per un istante sospesa, come perplesso, e domandò: — Lei non ha mai sofferto di mal di stomaco?

— Io? Io digerisco tutto.

E Beatus sottoscrisse il foglio che dichiarava come quel giovane era veramente indispensabile e insostituibile.

Capitolo XV. — “Quis est proximus tuus?„
Storia d’Italia! Un cavaliero cavalca un somiero. Sono giunti in vista del Campidoglio. Che nome! Ma Capitolium fuit! Il somiero non vuol salire quella vetta, e ribalta cavaliero e elmo di Scipio.

Il rosignolo, morto; il gallo, morto! Triste storia!

E in questa meditazione — nel silenzio dello studio, rimasto vuoto dopo la partenza del giovane — questa voce si udì:

«Beatus, buon dì».

«Ciao, caro».

Era il pappagallo, animale calunniato.

«Povero Loreto! Tu non sei nè insensibile nè demoniaco. Sei quello che sei. E così Biagino non è nè buono nè cattivo. È quello che è. È masnadiero. E così il somiero ubbidisce ai sensi che ha.

«E così il rosignolo morto non pensava all’oriente; nè il gallo vuol destare gli uomini. Tutto il resto è la tua malattia, qui».

E col ditino Beatus si toccò la fronte.

«Questo ditino così gracile e questa fronte così mostruosa! Ah, io sono animale mostruoso; e Scolastica ben lo sa: ma tutti voi, signori, siete mostruosi», disse Beatus volgendo lo sguardo attorno attorno per le pareti da cui pendevano i benefattori dell’umanità.

Tutti pendevano con quella deformità della fronte; e siccome alcuni erano calvi, così quelle fronti parevano bianchi occhi ciclopici.

«Figlio mio, perchè bestemmi tu i doni dello Spirito Santo?»

Questa voce Beatus udì. Essa proveniva da un ritrattino più piccolo: quello di sua madre. Anche Beatus aveva avuto una madre.

Allora Beatus si rannicchiò in grande meditazione, finchè venne la sera. E allora si accese la lampadina elettrica; ma, poco dopo, senza dire perchè, la lampadina alitò e si spense.

Alla luce dell’ultimo crepuscolo, Beatus vide il ritratto di quell’uomo che studiò tanto per mettere quei cosini di metallo l’uno sopra l’altro, e trovò l’elettricità. «Le teocrazie ne avrebbero fatto un segreto magico; ma lei, signor Alessandro Volta, viveva nel secolo dei lumi, e ne ha fatto un regalo al popolo. E ora è troppo giusto che il proprietario della luce sia il sindacato degli elettricisti, e lei stia contento, con una a di meno, ad essere una misura. Anche lei appartiene alla società dei fessi; e così anche lei, professor Galileo Ferraris, professor Pacinotti.»

Ma intanto bisognava cercare una candela. Ma soltanto Scolastica sa dove sono, e se ci sono, le candele.

Beatus fu costretto a riconoscere che anche Scolastica era indispensabile.

Sono verità che si vedono, specialmente quando si è al buio.

*

E un giorno che i calzoni non stavano su perchè si erano staccati i bottoni delle bretelle e quindi egli non potè uscir di casa, rivide questa verità, benchè fosse di giorno.

Questa verità fu veduta, anche più luminosa, per la terza volta, quando Beatus infermò.

Allora Scolastica apparve proprio indispensabile e insostituibile.

*

Quando uno è infermo, vengono gli amici, e dicono:

«Comandatemi, amico. Ben lieto di potervi servire». E se ne vanno. Ovvero mandano fiori da mettere sul comodino, purchè non vi sia troppo odore di cadavere, chè, in tale caso, i fiori si mandano per i funerali.

Ma per Beatus non venne nessuno perchè c’era un’epidemia chiamata la spagnola, e il popolo ci aveva fatto anche la sua canzonetta.

Ma il vero nome dell’epidemia non si sapeva, perchè il bacillo, quantunque esortato dai più valenti scienziati, conservava gelosamente il suo incognito.

Dal modo come si comportava, si può supporre che fosse un bacillo umoristico. Comunemente si presentava sotto l’aspetto di un raffreddore dabbene, e poi, d’un tratto, assumeva la maschera della morte nera. Era inoltre capace di lasciar vivere una mezza carognetta come Beatus, e portar via lì, sotto casa sua, un colosso come il salumaio: un uomo che Beatus aveva ammirato tanto. Vedere con quanta religione questo colosso, dalla fronte depressa, tagliava i suoi prosciutti, con la sua gran coltella! E il suo falso burro! e il suo denaro!

E invece?

Ah, povero uomo!

E poichè era stato assicurato che gli uomini si impestavano con l’alito, così si vide gente girare con la maschera di garza.

Molte donne che vendono i baci della bella bocca, videro svalorizzata la loro merce. Molti pescicani, arricchiti con la guerra, temettero la spagnola assai più della rivoluzione.

Uno di questi pescicani aveva ordinato la carrozzeria per una automobile, ma si sentì rispondere che per il momento i falegnami lavoravano unicamente in casse da morto. E dopo, non più casse! Sacchi! Si insaccano gli uomini come a Roma si fa per le immondizie.

*

Di queste cose Beatus ragionava quasi piacevolmente col suo dottore, un giovane così lindo, così dotto, così gentile! Perchè Beatus aveva un po’ paura degli uomini; ma della morte non troppo: forse perchè la aveva incontrata altre volte per la strada, in precedenti infermità. Ci si era abituato, e avevano anzi finito col salutarsi.

— Lei ha vinto — diceva il dottore, — una gran battaglia!

— Ma quale?

— Quella che i fagociti hanno combattuto contro i misteriosi microbi della febbre spagnola.

E Beatus aveva la sensazione che il suo corpo fosse come la madre terra che sostiene tanti milioni di combattenti, e non se ne accorge.

«Ecco i leucociti, i fagociti, mobilitati per la caccia alla spagnola. Il mio corpo è un campo di battaglia. Ma forse è la Morte che ha tanto da fare in questi giorni! Del resto lei sa dove sto di casa.»

*

Ma forse fu anche opera della signora Alice, una inquilina della casa, la quale venne e portò una tazza di brodo, un uovo fresco, un’ala di pollo: tutte cose rare nell’estate del 1918. E questa inquilina non soltanto portò il brodo e l’ala di pollo, ma rassettò la camera e mutò le lenzuola, anzi prestò lei le sue lenzuola, perchè soltanto Scolastica sapeva dove erano e se c’erano ancora le lenzuola. Ma Scolastica era assente. E allora apparve a Beatus quel Cristo, che aveva veduto in quella chiesa di Romagna, e questa domanda gli batteva nel cervello: Quis est proximus tuus?

E quando la signora Alice non poteva venire, mandava su una sua bimbetta, e spesso venivano tutte e due; e a vederle facevano sorridere: lei era una donna di così vaste proporzioni che ingombrava di sè quasi tutta la camera, mentre si chiamava Alice, un nome che dà l’idea di una figurina sottile; e la bimbetta si chiamava Elena, il nome della gran femina! E invece era una bimbetta rachitica, col corpo di dieci anni, il volto grinzoso, ed il mento aguzzo; e una zazzera avea nera e tonduta, legata con un nastro rosso. Pareva la figura del diavolo zoppo nelle vecchie illustrazioni del Le Sage. Ma ella aveva una infantile, dolcissima cantilena umbra con parolette piene di assennatezza, per cui Beatus, comparando quel suono col ciacolar di Scolastica, gli parve che mai San Francesco avrebbe potuto nascere nel Veneto.

La formidabile signora Alice era una piccola borghese, e proprio di quelle spregiate terre del sud, che nelle terre del nord sono dette terra matta o terra ballerina. Nominava spesso quegli idoli che si vedono a Napoli sui comò, e portava una capigliatura nera elaboratissima, sì che pareva senza fronte. Non tutto, dunque, è nella fronte?

La bimbetta non era sua figlia, ma una trovatella, raccattata per via, e che lei aveva pulito, vestito; e le aveva messe scarpe ai piedi, e le aveva promesso, se fosse stata buona e ubbidiente, che la avrebbe tenuta alla prima comunione. Ma la bimbetta non aveva bisogno di ammonimenti: faceva lei per casa; capiva e — ridendo con gli occhi nerissimi — guardava Beatus, che stupiva come ella capisse. «Fidatevi di me, signo’ — dicea. — Capisco, ho capito!» E aveva capito! Perchè Scolastica se ne era andata senza dir nulla: ma la sua roba era ancor lì. Faceva tutto lei, la bimbetta: «Voi statevi quieto». E anche andava nelle farmacie lontane lontane a prendere le medicine.

Ma una sera la bimbetta non tornava. Era andata tutta baldanzosa a prendere una medicina che non si trovava più se non in una farmacia lontana lontana, e per grazia dell’amico dottore: una medicina tedesca, che abbassava la febbre, ma non indeboliva il cuore.

E la città era grande.

Già calava la sera, e lei non tornava.

Mo’ viene — diceva la grossa donna del sud. — Non si perde!

Ma la bimbetta non veniva; ed era in pensiero anche la grossa donna del sud.

E in silenzio attesero.

Suonò l’ora di notte.

Finalmente la bimbetta venne. Rideva e piangeva.

Raccontò sua ventura.

Si era smarrita.

Intanto era venuta la notte, i lumi non ci sono più e lei piangeva.

La gente si fermava e diceva: «Cos’è?»

«Una bimba che ha smarrita la via». E andavano oltre. Allora una bella signora vestita di bianco, le domandò perchè piangeva. Ella raccontò sua ventura. «Oh, che brava bimba!» E in un momento la ricondusse a casa in carrozza.

— E la medicina?

— Eccola qui —, e non sapeva più come avesse trovato la medicina.

La grossa donna del sud, seduta presso il capezzale, diceva: — Mo’ vedete, chi sa? è la Madonna.

Tante storie ella sapeva di apparizioni della Madonna: sempre una bella signora, ma vestita di bianco.

Una volta sui monti apparve a una pastorella, e tutte le pecore erano intorno inginocchiate; un’altra volta apparve d’agosto, con tutta la neve bianca d’intorno; un’altra volta d’inverno, con tutti i gigli fioriti.

— E perchè a me non appare? — chiese Beatus.

— E scusate — disse la donna del sud con peritanza, — voi siete un buon uomo, ma voi non siete innocente!

*

La notte, la febbre placò, come talvolta misteriosamente placa il vento sul mare. Erano i microbi della vita che vincevano quelli della morte? Era la medicina tedesca? E allora perchè quel popolo fabbricò anche i gas asfissianti? Domande su domande, come onde su onde, portavano Beatus su di un oceano.

Si assopì verso l’alba. E allora gli apparve ancora quel gran volto di Cristo. Le labbra di Cristo si movevano come se mormorassero: Quis est proximus tuus? E le tre dita erano levate sopra di lui.

Capitolo XVI. — Le prodezze di Biagino.
Al mattino la Elena entrò nella camera da letto di Beatus tutta festante:

— Guardate, signo’, che bella cosa sono riuscita a comperare per voi. Sentirete che brodo vi faccio. — E sollevò davanti a Beatus Renatus mezza testa di tacchino, alla quale era attaccato un metro di mezzo collo, tutto a verruche paonazze e rosse, a cui era attaccata un’ala. — Sette lire, signo’! ma sta ‘na femmina che è meglio assai.

Beatus ringraziò la bimbetta, e computava a quale prezzo poteva arrivare tutta una tacchina femmina. Ma poco dopo la bimbetta entrò tutta sconsolata; e battè palma a palma.

— Ih, signo’, il gallinaccio non c’è’ più! Biagino se l’è mangiato.

Disse Beatus:

— Dovevi stare più attenta.

— Più attenta, signo’, che mettere la carne nella pentola? Biagino se l’è pescata dentro la pentola. Biagino è un ladro!

— Nel nostro linguaggio così infatti si dice — disse Beatus.

Beatus rivedeva Biagino quando era piccino, e gli era tanto amico: appariva fra le carte del suo scrittoio con improvvisi rumori, o posava su un volume della sapienza, o guardava come una damina sentimentale, col suo manicotto. Poi scendeva dal volume, saliva su la sua spalla, scendeva giù, e con la zampina pareva interessarsi del libro che Beatus leggeva.

«Tu molto amavi, o Biagino, i libri, il mio studio, la mia persona».

«Il tuo caldo», avrebbe risposto Biagino.

«Come è strano questo apparecchio del cervello che dà il colore sentimentale alle immagini!»

La bimbetta ritornò e disse:

— Biagino va a rubare anche fuori di casa. Il marchese che sta al primo piano, tutte le volte che lo incontra per le scale, gli tira un calcio. Ma Biagino è svelto, e quando vede il marchese, fugge come un lampo.

Questo particolare spiacque a Beatus: sì, Biagino è un ladro e un micidiale, ma il marchese sa che è sua proprietà; e il calcio tirato a Biagino, Beatus se lo sentì ripercuotere su la sua persona. Come è diffuso il sistema nervoso della proprietà! E poi un marchese che tira calci! Ma in origine anch’essi tiravano calci; poi presero il nome di marchesi, baroni, conti, quando non tirarono più morsi e calci.

Ma la bimbetta ritornò per la terza volta tutta festante. Scolastica era tornata. Confabulava giù a basso con la signora Alice.

Scolastica tornò in casa.

Beatus nulla disse; e Scolastica nemmeno.

*

Quando Beatus si sentì bene, promise alla bimbetta che la avrebbe condotta a pranzo nel ristorante, e poi al cinematografo. La donna del sud pregò di aspettare, finchè le avesse cucito un abitino e un cappellino degno per uscire col signor cavaliere. Beatus disse a Scolastica di comperare un paio di scarpette, gran dono a quei tempi.

Il primo giorno che Beatus uscì di casa, sentì giù per le scale un odore di acido fenico. Proveniva dalla porta stemmata del marchese al primo piano.

— Perchè questo fetore? — si domandò Beatus. Ma la risposta fu data dal marchese stesso che usciva in quel momento.

Il signor marchese, quello che tirava calci, si scontrò a naso a naso con Beatus, in quanto ambedue erano della stessa statura, e della stessa età; e non essendo deciso chi sia superiore, se un marchese o un cavaliere e uomo universitario, si salutarono contemporaneamente.

— Ma lei sta bene, — disse il marchese non senza stupore. — La portinaia….

— Precorre la storia — continuò Beatus; — e avrà annunciato la mia morte.

— Questo precisamente no, — rispose il marchese, — ma la marchesa mia moglie ne fu impressionatissima. Volevamo andare nel nostro feudo, ma anche laggiù la malattia fa stragge! Guarda, dicevamo, questa casa è la sola che sia rimasta immune….

— E mi sono ammalato io. Creda che ne sono mortificato.

— Già! E allora la mia signora sparge per le scale l’acido fenico.

Il signor marchese parlava con dignità, in modo da far cadere e far sentire tutte le sue parole.

Beatus, dunque, non era agli occhi della signora marchesa che un agente di infezione: un uomo porta-bacilli, che spaventava una dama. Che cosa sarebbe stato se la avesse spaventata con la sua bara giù per le scale?

— Io la prego, — disse Beatus, — di presentare le mie scuse alla signora marchesa.

In quel punto, nel vano del cancello, apparve Biagino; ma appena visto il marchese, saettò come fulmine.

— Ah, signor cavaliere! — esclamò il marchese, — quel gatto è un masnadiero!

E lo disse in certo modo che parve masnadiero fosse un po’ anche lui, il proprietario di Biagino.

— Io le racconterò un fatto che vale per tutti, — continuò il marchese. — La marchesa, mia signora, aveva comperato un chilo di triglie, splendide! Quelle di scoglio. E lei sa che cosa vuol dire oggi un chilo di triglie di scoglio! Noi eravamo andati a spasso con un nostro ospite: il deputato del nostro collegio. La domestica godeva del riposo domenicale. Noi avevamo lasciato le triglie belle e pronte su di un piatto. Torniamo a casa; e le triglie non c’erano più!

Qui si fermò il marchese tanto che Beatus assaporasse tutta la mortificazione di essere non soltanto l’agente dell’epidemia spagnola, ma il proprietario di Biagino.

— E veramente, — proseguì il marchese, — il nostro ospite, che è anche un avvocato principe, ci faceva osservare che il codice contempla il caso all’articolo 429: va esente da pena, e perciò è lecito uccidere o altrimenti rendere inservibili, questi animali appartenenti ad altri, ma sorpresi nel momento in cui recano danno. Soltanto non abbiamo sorpreso; e poi per deferenza verso di lei….

Beatus ascoltò il codice come distratto da quella consacrazione che è nel codice: è lecito uccidere. Ringraziò della deferenza, e rispose riconoscendo di aver male posto i suoi affetti sopra Biagino.

— Questa cosa mi fa molto piacere, — rispose il marchese; e dovea essere questo il principale argomento del suo colloquio, perchè prese tosto commiato, dicendo, con un sorriso che gli fece girare tutte le rughe del volto: — Perdoni se in momenti come questi non le stringo la mano.

E Beatus andò a destra e il marchese a sinistra; con quel suo passo riservato che parea camminar sopra le uova.

Beatus lo seguitò con lo sguardo, e fu molto sorpreso da questo suo pensiero: «Bravo Biagino, masnadiero forte. Portagli via anche il feudo».

Capitolo XVII. — La scimmia a spasso.
— Ecco, caro cavaliere, la scimmia è pronta, — disse a Beatus la donna del sud, presentando Elena. La sventurata bimba, vestita da signorina, era sorprendente: era più brutta di prima.

— Adesso dimmi, — le domandò Beatus: — dove ti piacerebbe andare?

La bimba brillò di gioia e disse:

— Prima il cinematografo, ma dove c’è la….

E la bimbetta fece un nome di donna.

Sventurato Beatus Renatus! Egli conosceva tante cose, ma ignorava questo nome di donna. Era una Dea, cioè una Diva dell’arte novissima del silenzio.

Non fu creduta tanta ignoranza.

La bimba, con l’aiuto della signora, diede a Beatus le spiegazioni necessarie.

Dopo il cinematografo con quella signora Dea, la bimba fece capire che le sarebbe piaciuto entrare dentro quei (e non sapeva come dire) che si vedono dietro una lastra, passando per il Corso; dove vanno i signori: ma i veri signori.

Si vedono, dietro una lastra, tappeti; sui tappeti, poltrone; su le poltrone, i cuscini; sui cuscini, signore. Vicino ci stanno i tavolini; sui tavolini ci stanno le tazze e i pasticcini.

Le signore sembrano statue; ma fumano.

Lei voleva indicare un tea-room o un’hall di grande albergo, che ce ne sono parecchi sul Corso.

Beatus la condusse nell’un luogo e nell’altro.

Ma veramente, prima di entrare nel cinematografo, Beatus ebbe un po’ di peritanza.

I cartelloni avvertivano che dentro si rappresentavano i sette peccati capitali, superbia, invidia, lussuria, ecc., e condurci una bambina….

— Ci vanno tutti, — disse la bimba.

È vero. E poi avrebbe dovuto dare spiegazioni di quella sua peritanza.

*

Quando lo spettacolo cominciò, Beatus stupì dello stupore di cui tutti stupivano per quella Diva. Tutti la conoscevano e la nominavano. E a lui vennero in mente gli anni del passato tempo quando si credeva in altre Dive e Divi: l’Onore, la Gentilezza, la Temperanza, la Pietà, e altre cose del genere.

Gli parve che quella Diva che si rovesciava, spasimava, si allungava su lo schermo bianco, rappresentasse per la gran folla del pubblico come una eccelsa conquista. Così gli parve perchè nel cinematografo erano molti soldati inglesi, lustri lustri, e l’orchestrina intonò: It’s a long way to Tipperary.

«Ah, sì, è una lunga via arrivare a Tipperary!»

*

Nella sala da tè lo stupore fu anche più grande. Anche qui era folla, ma un’altra folla. Invece di soldati, ufficiali anche più lustri: molti inglesi e francesi, bellissimi giovani. Bellissime donne. Una gran compostezza. Una certa immobilità come di idoli. Parve a Beatus di essere entrato in uno di quei baracconi da fiera, detti musei antropologici che usavano una volta, dove si vedevano le figure di cera, grandi al vero. E quelle figure vive gli parvero vetustissime e morte.

Ma la bimbetta col ditino additava a Beatus le gran meraviglie che gli occhi suoi non conoscevano: le penne, i pennacchi, (oh, gli strani pennacchi!) le scarpette visibili più che per sè, per certo bagliore di diamanti, e le cappe nere, le spalle nude, le mani di cera.

— Fumano, fumano, — diceva la bimbetta. E diceva così con la gioia con cui avrebbe detto: «La bambola cammina, apre gli occhi».

Anche diceva: — Questo usa: questo non usa più.

Come sapeva tutte queste cose la bimbetta?

Ma se la bimbetta era piena di letizia, in lui insorgeva misteriosa tristezza. Vedeva soltanto grandi volti meretricî, e il lento volgere degli occhi incantati. Ma fosse effetto delle strane acconciature del capo, o del confronto con le grandi fronti calve dei ritratti nel suo studio, tutte e tutti gli parevano come decapitati della fronte.

La sala era tutta a specchi, dove le belle donne e i begli uomini si moltiplicavano per riflessione. Beatus vide nello specchio anche sè e la bimbetta.

— Come siamo brutti tutti e due! Ma siamo ben brutti!

E in verità lui e la bimbetta rappresentavano i pitecantropi da cui era partita l’umanità; e quella gente così splendente rappresentava la perfezione dell’arrivo. Ma erano senza fronte. Perciò Beatus disse alla bimbetta:

— Il più bello, qui, sono io.

— Oh! — esclamò la bimbetta stupefatta, e guardò Beatus.

— Ti dico sul serio: il più bello, qui, sono io.

La bimbetta non ebbe il coraggio di dire di no, ma riguardò Beatus con tali occhi che egli si sovvenne delle sentenze di Scolastica a suo riguardo: L’è mato, tuti i dixe che l’è mato.

O Beatus! uomo pieno di vanità! Tu, forse, potevi essere stato bello al tempo del manuale di Epitteto. Tu hai fatto la toilette all’interno della fronte; essi all’esterno. O uomo fuori dell’umanità!

Quella elegante compostezza a un tratto gli si trasmutò, e Beatus si domandò:

«È sorta una nuova religione di cui io non ho conoscenza?»

— Tutte — dicea la bimbetta — col fidanzato.

Una signorina sedeva ad un tavolo in compagnia di due fidanzati, un’altra signorina con tre fidanzati!

Stupì Beatus alla osservazione della bimbetta.

La voce di lei era di adorazione e di beatitudine.

Vicino al suo tavolo sedevano due di questi fidanzati in compagnia di una signorina. Erano tutti e tre giovanissimi, e con molta grazia sorbivano il tè. Con molta grazia. Uno accendeva con grazia all’altro, all’altra, la sigaretta. Venne in mente a Beatus il tempo quando i lavoratori, al mattino, bevevano religiosamente la grappa e accendevan la pipa. Ma che strani moti facevano i due giovani davanti alla signorina? Pur stando immoti, ciascuno di essi allungava il volto e ritraeva la fronte in un atteggiamento da idiota. Ciascuno di essi, così atteggiato, pareva offrisse sè in esame alla signorina. Poi ciascuno di essi gareggiava nel proferire motti di una idiota scurrilità. Come un bisogno supremo di idiotizzarsi. «Ti è piaciato, signorina? Ti è piaciato più io».

La signorina sorrideva con dolcezza.

Tra quella gente seduta, e la folla che passava sul marciapiede non c’era che un’enorme lastra di cristallo. Qualche occhio della folla si soffermava per guardare fra i ricami delle tendine.

«Spezzate!» — disse fra sè Beatus. — Ma poi pensò: «non spezzeranno che per sostituirsi».

*

Dopo il cinematografo e il tea-room, Beatus prese una carrozza e condusse la bimbetta in una osteria fuori di porta, dove c’era un giardino con tanti pergolati nascosti. Aspettando che allestissero la tavola, la bimbetta si diè ad ammirare un ragno, con la palla della sua pancia di smeraldo, che faceva il meraviglioso acrobata su per un filo sì lieve che senza il sole smagliante del tramonto, sarebbe stato invisibile; poi ammirò le formichine che trascinavano una cetonia rovesciata; poi una specie di cavalletta così bella che mai ella aveva veduto la uguale! Non che la bimbetta ammirasse gli insetti come i manti e i fidanzati del tea-room, ma ammirava.

Diceva:

— Come son carini, come son bellini, come son buoni questi animalini. La cavalletta sembra che dica le orazioni; il ragnetto gioca all’altalena; le formichine portano in trionfo quell’altro animalino. Guardate, guardate, signo’.

La cetonia tentava invano di raddrizzarsi.

— Ah! i dolci animalini!

«Ma non sai tu che la cavalletta è la feroce mantis religiosa che sta lì in agguato? non sai tu che nel ventre del ragno c’è tanta seta da irretire, quanto filo spinato han messo in azione gli uomini per fare i reticolati della morte? non sai tu che la bella cetonia non è portata in trionfo, ma portata alla divorazione? che tutti questi animalini applicano la chimica all’industria della loro guerra con più perfezione degli uomini?»

Beatus stava per dire queste cose alla bimbetta, quando il campanelluzzo suonò e disse:

«Non togliere, o Beatus, questa fede negli animalini».

E perciò Beatus disse:

— La provvidenza di Dio è grande.

— Allora quello che dice il libro di Giannettino, che la mia signora mi fa leggere, — disse la bimbetta un po’ delusa su la gran sapienza di Beatus.

— Bada che è un gran libro Giannettino.

*

Ma quando furono a tavola sotto la pergola, la bimbetta, misteriosamente ad un tratto disse:

— Anche lì, sotto la pergola vicina alla nostra, ci sono i fidanzati.

Beatus seguì la indicazione della bimbetta. Oh, si capiva anche troppo che quei due erano fidanzati!

— Da per tutto, — continuava la bimbetta, — ci sono fidanzati. La sera, poi! Camminano un po’ e poi si fermano sempre. Dove stiamo noi di casa, quanti! Si vede prima passare una signorina; poco dopo ecco un uomo: quello è il fidanzato. E vanno e vanno lontani per la campagna. A che fare? A fare i fidanzati. Quando poi è buio, lungo i muraglioni del fiume, creda che è pieno… Ah, quando sarò più grande, e avrò anch’io il fidanzato!

Capitolo XVIII. — Scolastica.
Ma da qualche tempo Beatus osservava Scolastica, e crollava la testa. Un giorno non seppe trattenersi, e le disse:

— Mi pare, Scolastica, che voi cresciate, non dirò in intelligenza, ma in circonferenza.

Era nell’ottavo mese.

Scolastica lo confessò, e Beatus arrossì.

Poi gli parve che un maleficio fosse tra lui e quella donna, e non sapea perchè.

Disse poi:

— Mi pare una cosa grave; ma come avete fatto?

— Come ho fatto….

— No, non è la descrizione che mi interessi — rispose. Quello che interessava Beatus era come il corpo di Scolastica avesse potuto servire al piacere di un uomo. Sono cose che, a mente fredda, non si capirebbero. Ma esisteva lì il documento.

E Beatus guardandola, ammirava quel corpo, sostenuto da quelle gambe, e gli parve mostruosamente che essa, la donna, altro non fosse che un suggesto che porta una procreazione.

Quale poeta avrebbe composto un epitalamio?

Domandò non senza trepidazione:

— E dite, Scolastica, il collaboratore necessario chi è stato? quell’uomo che ho trovato qui?

Gli parve che gran tempo passasse prima della risposta.

Ma Scolastica rispose subito:

— Se non è stato lo Spirito Santo, è stato lui.

Parve a Beatus di sentirsi sollevato da un peso.

— E lui cosa dice?

— Niente. L’uomo quando si è sfogato, è pari con tutti.

Quale inverecondo linguaggio!

— Voglio dire se riconosce….

— Riconosce tanto! Mi ha fatto avere le polverine, ma non hanno servito a niente. Allora mi ha detto di andare all’ospedale e dire che ho un tumore. Molte ragazze fanno così. C’è qualche medico giovane che ci crede. Manda su una sua cannuccia: rompe, e tutto è fatto. Invece c’era un medico vecchio che sente, calca, e poi dice: «Sì, sì, un tumore! Un avioma!» Tutti si sono messi a ridere. «Va va! Che a nove mesi il tumore va via da per sè». E me ne partii svergognata. C’era una levatrice, ma disse che era tardi, e poi domandò mille lire prima; ma io non le avevo.

Ella parlava naturalmente; ma Beatus aveva i sensi come flagellati da una abominazione che fosse entrata nella sua casa. Disse:

— Voi, Scolastica, capirete bene che qui in questa casa non potete rimanere.

Ma sentì che la sua voce non era di comando. Egli era uomo, congiunto agli altri uomini, e gli pareva di avere una certa responsabilità.

— Lo so da per me — rispose Scolastica.

*

La risposta era sgarbata, ma fece piacere a Beatus.

Ma poi Beatus domandò: — E che cosa farete?

Scolastica rispose con tranquillità: — Mi butterò a fiume con questo qui. — E se ne andò con quelle gambe che reggevano quella procreazione.

«Infelice! — pensò Renatus. — Lei si trova in tale condizione che se anche volesse fare la diobolaria in via Mirasole, le mancherebbe le physique du rôle. Però, in fondo, esiste in Scolastica una onestà naturale. E se lei avesse detto: sei stato tu, tu cosa potevi rispondere?»

Capitolo XIX. — La mitragliatrice e i gigli.
Ma ormai venuto era il tempo della prima comunione per la piccola scimmia. Ella intanto, con le altre bimbe del vicinato, andava il dì dalle monache, in un vecchio convento di San Girolamo, a riempirsi di cibo spirituale, e tornava a casa la sera, piena di fame. Parlava delle monache e dei racconti delle monache. Esse usavano certi nomi…. L’orologio era la clèpsidra; la superiora era la camerlenga; una vecchia, color di cera, era la sepolta viva, e non sapeva nemmeno cosa era il tram. Facevano però grandi torte e ne davano qualche fettina.

«Le torte delle monache! — diceva con ammirazione la signora Alice. — Tutte cose fanno le monache! Si levano avanti il dì».

Dove aveva visto anche Beatus le monache? le mani gigliate delle monache fuor dalle maniche rimboccate? In qualche ospedale. E le torte delle monache? Si ricordava di aver letto che a Palermo le monacelle di Santa Rosalia offerivano torte a Garibaldi, dalla camicia rossa.

La scimmietta riferiva anche i racconti delle monache: racconti di diavoli, di inferno, di dannati, e specialmente di quelle lagrime così cocenti che se cadono sul palmo di una mano, la passano da parte a parte perchè sono di piombo fuso.

Sono superstizioni disapprovate dai pedagogisti; ma la signora Alice, invece, era soddisfatta come di una purga di olio da cui sperava benefici effetti. «Perchè — diceva — la Elena si va un po’ smaliziando. Già plebe è nata, plebe è, e plebe rimarrà».

La bimba, infatti, parlava dei diavoli senza troppa paura.

Forse il difetto di questi diavoli delle monache è che erano onesti diavoli, perchè perseguitavano soltanto i veri peccatori.

*

Ora quella mattina della prima comunione, Beatus era da tempo nel suo studio. Si vedeva il sole nascere in una chiarità di rosa: si sentiva nello studio una piccola sveglia.

Quel cosino con tutte quelle rotelline camminava disperatamente.

Si arrestò Beatus per ascoltare il rumore di quel cosino come lo udisse per la prima volta. Pareva andare sempre più disperatamente. Pareva la macchina trebbiatrice del tempo!

Allora Beatus mise fuori di equilibrio la sveglia, e la sveglia si fermò.

Il tempo si fermò.

E guardando i grandi uomini appesi alle pareti, Beatus domandò: «Foste voi, fummo noi a creare il tempo? Certo questo cosino meccanico che rode il tempo, lo abbiamo creato noi».

Rimise in equilibrio la sveglia; e la piccola macchina riprese, come un tarlo famelico, a rodere il tempo.

E così stando, Beatus sentì nel gran silenzio del mattino un altro rumore simile a quello della sveglia; ma più profondo e lontano.

Era un ritmo crescente, come di un mostruoso cuore: un aeroplano, lontano, nel cielo.

«Lassù c’è un uomo con una mitragliatrice».

Ma quello che più stupiva Beatus, era come un motore potesse così rimbombare nel cielo. E tutto il cielo stupiva.

E allora si ricordò di colui che fu il più grande ingegnere meccanico, ma aveva paura di fabbricare macchine per gli uomini; e in quella vece dipinse Cristo con le pupille velate.

*

A questo punto una vocina dietro la porta interruppe Beatus e disse:

— Si può?

Erano le bimbette per la prima comunione.

E prima entrò la scimmietta, e dietro lei due compagne più piccole. Erano vestite di bianco, il velo bianco, la corona bianca. Entrarono timidamente, senza far rumore, perchè avevano le scarpine bianche. Davano la sensazione di cose immateriali.

— Attente, bimbe, attente — disse Beatus. Le bimbe girarono gli occhi per vedere dove era il pericolo.

Egli voleva dire: «quei grandi uomini, quei grandi pensieri; pericolo di infezione, di rimaner fulminati». Le fronti dei grandi uomini sono come i tralicci che sostengono i fili elettrici. Bisogna scriverci: Morte!

Le bimbe si fermarono in mezzo allo studio.

La scimmietta, sotto quel velo bianco, nascondeva un po’ il suo volto color di mattone. Ma le altre due bimbe come erano belle! Le chiome pallide d’oro cadevano sparse sotto i veli come una continuazione del loro essere. E gli occhi erano azzurri e così liquidi che facevano quasi pietà. Beatus le guardò stupefatto, come se la stanza si fosse riempita di immobili gigli.

Le due bimbette bionde stavano pavide e volgevano con stupore gli occhi su le pareti, dove erano sospesi i volti siderei dei benefattori dell’umanità. Poi guardavano il pappagallo verde.

— Siamo pronte, signo’ — disse la scimmietta.

— E queste chi sono?

— Sono le figlie di una signora che abita qui presso. Loro hanno paura, perchè credono proprio di dover mangiare il Signore. C’era poi la monaca che diceva che, se si muore dopo la comunione, si va subito in paradiso; ed esse volevano morire. Oh, sono ancora bambine, bambine.

Beatus guardò le due bimbe, e poi domandò:

— È vero, bimbe, che volevate morire?

— Allora sì, adesso no — disse una, movendo appena le labbra.

— Oh, brave bimbe! — disse Beatus. — Voi non volete lasciare la mamma….

— Ma — disse l’altra bimba —, avremmo veduto il babbo, che è in paradiso.

— Hanno il babbo che è morto in guerra — disse subito la scimmietta.

E allora Beatus si risovvenne di quelle parole, che il bellissimo giovane avea detto: che lui non si poteva permettere il lusso di morir per l’Italia.

Ah, la storia d’Italia è fatta dagli innocenti!

*

Entrò Scolastica, ma non era vestita per uscire. Accomodava in silenzio il velo e la corona alle bimbe.

Con quel ventre si accostava alle due bimbe!

E la scimmietta si accostò a Beatus, e disse in gran segretezza:

— Signo’, anche Scolastica tiene il fidanzato.

— Che ne sai tu?

— Tiene la creatura nella pancia. Non vedete?

Ma entrò la signora Alice.

Era tutta in festa, e aveva un cappello che pareva un girasole.

— Cavalie’, e voi che fate? — disse la signora Alice. — Voi credete sempre che il tempo non passi mai. Sono le otto. Presto, andatevi a vestire.

— Devo venire anch’io?

— Ma come? L’avete promesso a queste figliuole. Dopo dovete pagare la festa.

Beatus andò di là a vestirsi, e tornò con una redingote nuova con risvolti di seta, lunga sì che pareva una toga.

— Ma come è bello quest’uomo! — disse la signora Alice.

La personcina nera di lui spiccava in fatti fra quelle bambine bianche.

— E quella donna non viene? — domandò Beatus quando furono sul limitare.

— E che deve venire a fare, la disgraziata, con quella pancia che tiene? — Così rispose la signora Alice. — E voi due, avanti. E tu, Elena, con me.

*

Pareva la signora Alice la gran madre Cibele.

Capitolo XX. — Il pane dell’anima.
Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono d’oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe una piccola ripetizione sul Credo, quel gran viaggio che fece Cristo: scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti.

Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti. Nella chiesetta non c’erano che i bimbi e le bimbe della prima comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina.

Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di bianco, presso l’altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle altre tre file le bambine.

Una monaca tonda e rosata, che pareva la superiora, si accostò agli uomini e lievemente disse:

— Monsignore tarderà un po’. Se vogliono intanto visitare il coro…. C’è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo.

E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi.

— Quel signore? — disse la monaca. — Quel signore era Beatus, che si era soffermato a guardare quell’albero che fu detto del Bene e del Male.

Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva anche sembrare un boudoir. Il soffitto simulava, con artificio di pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì, dietro, c’è un’alcova». Se ne erano mai accorte le monache?

La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a enormi fogliami d’oro.

— Qui c’è tutta la vita e miracoli — disse — del nostro santo Gerolamo.

Tutti dissero: — bello! — ma non si soffermarono su l’uno più che su l’altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello che faceva lì il Santo, non interessava.

Ma interessò molto Beatus.

In un pannello c’era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi della sua biblioteca e li buttava alle fiamme.

Nell’altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c’era un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire: «Dai, dai! Che ti farà bene!»

La scritta latina dicea: Ob studium Ciceronis flagellis ceditur quo prophanam litteraturam castigaret.

— Ma quel signore! — disse ancora la monaca. — Presto, presto! È arrivato monsignore.

E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta.

*

Ma monsignore nella chiesetta non c’era. C’erano i bimbi e le bimbe inginocchiate.

Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine.

Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle.

Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende nere erano così dense che appena si scopriva un po’ del pallore del volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella immobilità delle bimbe spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si ricomponevano sempre con leggiadrìa.

Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così: «Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell’albero antico?»

Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un lembo della tovaglia dell’altare, ora il velo ad una bimba, ora bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora passava di cero in cero.

Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate! La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme, rette da quell’infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva dalla bocca del bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei.

Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la tenebra alla luce, perchè incolpi me?»

Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del giardino, aveva come ondeggiamenti d’azzurro.

Cristo cammina presso l’azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai fanciulli, addita i gigli delle convalli.

*

Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio.

Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè il nome di un alto prelato.

L’uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche della persona, benchè la nuca — che sola si vedeva — apparisse cinta da una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si tolse la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono gli porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava.

Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette. Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui salì, e queste parole furono udite: Omnis qui vivit et credit in me, etiam si mortuus erit, non morietur.

La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a Beatus; e Beatus se ne voleva andare.

— Pazienza, — gli sussurrò la signora Alice, — ora dice la messa.

Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava altra cerimonia.

Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma si levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò. Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri.

Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo, là dal giardino si udirono note anche più dolci.

Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione.

Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel volto: un volto mansueto e chiaro.

Levava l’ostia.

La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava sull’altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo altare, levò la mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l’«Ave Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti».

Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose, inverosimili: e parevano verosimili.

Poi il volto dell’uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui, Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto bimbi o femminette.

Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse:

— Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell’anima: senza il nutrimento, anche l’anima muore….

Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote, e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano le parole. Poi dal ciborio d’oro levava il pane dell’anima, le piccole ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell’operare, comunicava.

Le bimbe bianche accorrevano, uti cervi sitientes, come i cervi sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di girasole.

Le bimbe comunicate si staccavano dall’altare in silenzio, ad una ad una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata.

Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con bella maestà senza fare saluto, senza dire parola.

Beatus era molto malcontento di sè. Il suo spirito critico lo portava a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la suggestione di quell’apparato scenico, è ben facile….»

Ma il campanelluzzo suonò: «Lascia stare adesso lo spirito critico.»

D’altronde monsignore era già lontano.

Dopo, la signora Alice disse a Beatus:

*

— Mo’ ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè di piazza o al caffè del lago?

Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini.

La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus stava zitto.

— E diteci qualche cosa anche voi, benedett’uomo, a queste creature che mo’ sono santarelle.

Ma Beatus nulla dicea.

*

Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di innestare se stesso negli uomini.

Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore.

Anzi quella continua bestemmia di ostia che gli uomini hanno su le labbra, riconduce a pensare che l’uomo non tollera i portenti.

*

Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago.

Pareva un quadro della vita.

La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta.

Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad affrontare le onde nere. Ma dopo un po’, sono imbevute, capovolte, sommerse.

Le rive dell’oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi di morti come il guano su le rive del Cile.

Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia attraversare le grandi onde, arrivare di là.

E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «l’è mato, tuti dixe che l’è mato.»

Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che la signora Alice gli disse: — Voi che non avete nessun vizio — che si veda! — avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe, fàtelo ridere.

Capitolo XXI. — O Hymen, Hymenaee!
Ma tutte le volte che Beatus vedeva Scolastica per casa con quel ventre sempre più eretto, non poteva a meno di pensare che lì si formava quel movimento dell’anima.

Guarda in che sito! E avrebbe voluto mettere a nudo quel ventre per vedere che cosa vi succedeva.

Beatus, Beatus! Tu come San Tommaso, come gli antichi dottori, ti affissi lì, in vana contemplazione, per vedere se vedi il nascere dell’anima. Oh, Beatus! tu ti involvi, non ti evolvi!

Ma ora egli sentiva tanta nausea per queste due parole, per quanto già avea sentito di ossequio.

Beatus poteva dire a quella sciagurata: «andatevene, insomma, da casa mia». Probabilmente essa non si sarebbe buttata a fiume, ma avrebbe buttato quella cosa che aveva nel ventre giù per il condotto di una latrina.

Invece della vita, la morte: due cose forse uguali, benchè sembrino diverse, perchè la vita manda buon odore; la morte, cattivo.

Eppure Beatus non disse a Scolastica: «andate!». Ma un giorno che la sciagurata affannosamente si trascinava su per la scala con la sporta della spesa, disse:

— Fate venire quell’uomo.

— Quale uomo?

Scolastica, col volto deformato dall’ultima gravidanza, era più orrenda che mai.

— Quello che vi ha ridotta così, — e col dito le accennava il luogo del nascimento.

Ma Scolastica non sapeva bene dove colui stesse di casa, e nemmeno chi fosse. Un calzolaio, un ciabattino, che abitava, che andava a bottega in una tal via.

*

Andò lui in quella tal via e trovò quella bottega; ma quell’uomo non c’era, anzi non c’era nessuno, fuorchè un omaccione che era il padrone. Costui disse che era lunedì, e cantò a Beatus la canzone del calzolaio:

Lunedì, San Crispino,
Martedì, San Crespiniano.
In quella oscura bottega, dove erano accatastati mucchi deformi di scarpe e ciabatte, lo sorprese una cosa bianca, che il calzolaio premeva amorosamente contro il suo petto, e poi toglieva e lambiva, e poi levigava. Era il tacco ertissimo di una calzatura di donna, cioè il piedestallo su cui la donna regge il dondolante ventre.

— O che vuol fare il calzolaio? — domandò l’omaccione vedendo quell’omarino, che si affissava nel suo lavoro.

Rispose di no, e pregò di dire a quel suo lavorante che, come potesse, venisse da lui.

*

Un giorno colui venne. — È qui — disse Scolastica.

Beatus li fece entrare entrambi nel suo studio dove c’era Loreto, la gabbia dell’usignolo morto e Ruggero Bonghi.

Beatus li fece sedere. Lui si sedette senza dir nulla. Tranquillo. Ogni tanto accarezzava la testa di Ruggero Bonghi, che mostrava di rivedere con piacere l’antica conoscenza.

Beatus aveva in animo di dire loro alcune di quelle parole consacrate che pronunciano i sacerdoti: «Ebbene, già che le cose sono così, sposatevi, vivete in pace, lavorate, allevate la creatura che sta per nascere….». Insomma qualcosa di questo genere molto morale. Ma poi che li ebbe davanti a sè, e li ebbe scrutati tutti e due, il campanelluzzo cantò e disse: «Non dire sciocchezze, Beatus».

Lui era guercio, e aveva la fisonomia felice dell’idiota: teneva le due mani posate sui ginocchi: mani nere, incrostate di pece ed unghie nere, quadrate. Lei, lei aveva tutti i muscoli rilassati come per una grande stanchezza. Il corpo era emaciato e quasi visibile sotto le vesti; ma il ventre sporgeva erto e gonfio: lì erano raccolte tutte le energie: quello era il tabernacolo dove con enorme ardore si formava quel movimento di vita che proromperà: un grido, un vagito, un’epitome delle generazioni e delle vite: l’uomo!

Beatus vide la parola dello smisurato poeta cristiano che disse: nel ventre tuo si raccese l’amore, e le parole del poeta gli parvero grandi come la scienza. E le parole della scienza gli parvero grandi come la voce del poeta.

Ma lì quei due esseri! Oh, lo squallido nascimento!

Il pensiero netto di Beatus fu questo: «Se vi buttaste a fiume tutti e due, anzi tutti e tre, fareste cosa ottima».

Beatus guardava quei due esseri inerti davanti a sè e gli parve che l’uomo si potesse definire anche così: homo iners, l’uomo inerte! Che bella definizione!

Anzi gli parve una scoperta! Sì, gli industri uomini, come furono detti da Esiodo, l’audace stirpe di Giapeto, come li chiamò Orazio, l’homo sapiens di Linneo, l’uomo sociale di Dante, l’uomo economico; sì tutti begli uomini. Ma l’uomo inerte è più bello! L’uomo è inerte come il bue nella stalla, come il cane nell’aia, come la serpe al sole.

Quando ha fame, quando ha sete, quando l’ardore del senso si desta; quando un urto, un colore, il rosso, l’oro, lo percuote, allora si desta, diventa furibondo, si avventa e morde anche. Poi si assopisce ancora, e torna inerte. Chi era l’uomo? lui che era vigile, o coloro che erano inerti? Bel tema per una memoria da spedire all’Accademia dei Lincei! Peccato che Beatus non credesse più alla gloria, nemmeno a quella distribuita dall’Accademia dei Lincei.

Beatus cominciava a gesticolare, ma quell’uomo che stava inerte, levò la mano nera che posava su le ginocchia, come per fermare la manina bianca di Beatus, che volava, e disse:

— Be’, lei mi ha mandato a chiamare, per dirmi cosa?

Allora Beatus si ricordò per quale ragione lo aveva mandato a chiamare, e disse:

— Voi, mio caro, riconoscerete almeno la vostra responsabilità.

Lo stupì lo sguardo di quell’uomo: egli non capiva quella parola responsabilità.

Era un idiota.

Ma, no! Beatus frugò ancora dentro di sè e trovò che l’idiota era lui. Responsabilità? Quale? Non esiste responsabilità.

Quell’uomo capiva benissimo.

— Ecco — disse Beatus —, io vi volevo semplicemente dir questo, mio caro, che voi riconoscerete che siete stato voi.

E indicò la donna.

Lui era guercio e idiota, ma da idiota che era, aveva il suo ragionamento.

Disse:

— Io o un altro, è lo stesso.

— Come, come? — disse Beatus. — Non direte mica che sono stato io!

— Non dico questo: dico che è successo a me, ma poteva succedere a un altro. Chi lo sa?

— Ma siete stato voi…!

— Sì, sarò stato anch’io — disse lui con mansuetudine, — ma è stata lei, quel giorno, a fare pst pst alla finestra, e allora io sono venuto su.

Scolastica negò che essa dalla finestra, quel giorno, avesse fatto pst pst!

— Va là, che sei stata tu, bella mia, a fare pst pst. L’ha fatto a me, ma lo poteva fare a un altro. Dico bene, signore?

Beatus rimase sorpreso come colui diceva bene.

Ma Scolastica inferocì, e quel suo volto in cui le linee si accasciavano su le linee in una atonia di cosa morta, si animò e le labbra sibilarono male parole. Era lui che passava tutti i giorni, e guardava in su, e faceva pst pst. — Non si vedeva nemmeno come era brutto.

— Ah, tu sei carina!

I due si scambiarono ree parole, non mai udite dai benefattori dell’umanità: campion da pipa! manico di scopa! ruffian! figura porca!

Beatus stette ad ascoltare questo linguaggio umano, poi li tranquillò tutti e due e disse:

— Dividiamo il pst pst a metà.

Dopo tutto, le spese le aveva fatte lui, il povero rosignolo, il povero gallo.

Ah, triste nascimento! Gli parve che come una maledizione cadesse su la sua casa. Quelle due creature davanti a lui che respingevano il nascimento! L’uomo e la donna lì, davanti a lui, respingevano a gara quella vita che correva al suo nascere.

Beatus ne sentì pietà. Non per quella vita, che era lì involta; ma così in genere, come per l’usignolo, come per ogni cosa che vuol vivere.

Oh, fulgore degli antichi riti! O Hymenaee Hymen, O Hymen Hymenaee!

E Beatus vide le parole del poeta, che correvano alate:

«La forza dell’uomo rapisce la tenera vergine. Già appare la sposa novella. Cinta ha la testa di maggiorana; ha il giallo manto, e il piede di neve è retto dal rosso calzare. Le fiaccole nuziali, nel vespero, scuotono le chiome d’oro.» Canta, per la notte, il grande inno d’amore! Ma l’impeto d’amore trapassa e si placa per la fecondità e per la prole come per attimi meravigliosi: «O uomo, io voglio che un pargolo, dal grembo della madre sua, porgendo le tenere mani, a te dolcemente sorrida dal semiaperto piccolo labbro».

Lì era il padre che respingeva il nascimento; la madre che guardava quel nascimento come un tumore, di cui aveva chiesto al medico l’estirpazione.

*

«Beatus — disse il campanelluzzo a Beatus — bada che allora si trattava di popolare il mondo, e oggi siamo in troppi».

— E adesso come si rimedia? — domandò Beatus.

— Faccia lei — rispose l’uomo con indifferenza — una cosa che vada bene.

Ma Scolastica cominciò a querelarsi contro Beatus e dicea:

— Se lei non mi lasciava sola in casa per tanto tempo, tutto questo putiferio non succedeva.

— Be’, be’, be’! questo poi è un po’ troppo — disse Beatus.

E Beatus si levò da sedere, e Ruggero Bonghi vedendo il padrone eccitato, abbaiò.

Anche il calzolaio riconobbe che Scolastica andava al di là del giusto limite. Proprio il signore non ne aveva colpa.

— Va là! che non ne avevi bisogno della guardia.

Beatus ringraziò.

In fondo un buon uomo. Se fosse stato cattivo, avrebbe potuto anche ricattarlo d’accordo con Scolastica.

Guai se il mondo fosse cattivo, come dicono i pessimisti!

Invece lui si rimetteva al signore. Era disposto a riconoscere il figlio o la figlia, quello che è; ed anche a sposare Scolastica, se al signore faceva piacere. Tanto per lui era lo stesso.

— Se ci pensa lei, io faccio quello che lei vuole. Io sono così! — e soffiò su la palma della mano.

Lui era felice come un povero autentico che può mettere impunemente la sua firma sotto qualunque cambiale. È sicuro che non pagherà. E questa è una gran consolazione.

— Se lei ci fa le spese, perchè no? La legge è questa: paga chi ha.

Lui non aveva niente: quando aveva quattro soldi, li andava a bere all’osteria. E una volta che il vino è nel corpo, non c’è doganiere che ci possa far pagare il dazio.

Beatus disse:

— Ma, io, mio caro, non son ricco.

Ma quell’idiota fece un risolino e disse:

— Vada là, vada là che lei è ricco tanto! Non me le dia da intendere.

In fondo l’idiota aveva ragione: lui, Beatus, era ricco, spaventosamente ricco: aveva mangiato l’ostia, aveva una responsabilità. Forse — cosa tremenda — poteva anche avere un’anima, e forse immortale! Certamente aveva buon tempo per star lì, sdraiato su quella poltrona.

Capitolo XXII. — Il re dei Bolcevichi.
Quale sia il valore politico del bolcevismo russo, sarà dichiarato dall’avvenire. All’autore di questo Capitolo la cosa importa mediocremente. Qui si accenna al fenomeno morale del bolcevismo, e quale apparve nel nostro occidente, in Italia nel 1918 e 1919 (anni in cui avviene l’azione del racconto) e come fu predicato fra noi, specie nel rapporto della famiglia e della prole: «Noi neghiamo il diritto paterno di educare la prole», ecc.

Si approssimava intanto il tempo che Scolastica doveva sgravare. — Se non è oggi sarà domani — aveva detto la signora Alice.

E Beatus disse alle donne: — Allora vediamo di far presto.

Egli non voleva assistere a quello spettacolo, e disse ancora: — Fate tutto quello che volete, prendete quel denaro che vi sarà necessario. Poi, quando tutto quel tafferuglio sarà finito, voi mi scriverete, e io tornerò. La cosa poi che nascerà, voi poi la spedirete alle balie, alle nutrici, dove meglio a voi parrà. Ma fuori di casa.

E se ne era andato ad Assisi, una città quieta, dove sperava di poter finalmente scrivere quella relazione, che mai gli veniva fatta.

Ma quando all’albergo domandò una camera, si trovò ridicolo. Aveva dato la sua casa per la serva incinta, e lui ne era uscito. Sì, un po’ ridicolo. Ma doveva star lì ad assistere al parto?

«Sono spettacoli anche indecenti, e cose da donne.»

Ma poi, senza sapere perchè, forse per il vizio di aver studiato, si ricordò che in Atene antica gli uomini leggiadrissimi affidavano alle donne di casa la cura di lavare e fare la vestizione dei cadaveri.

Perchè gli vennero in mente i cadaveri? Qui si trattava di un neonato o di una neonata. Ma forse così gli avvenne di pensare perchè nella sala da pranzo dell’albergo non c’era che lui e un prete.

Questo prete era lunghissimo, tremolante e con le pupille bianche: e nella sala illuminata di luce elettrica, colui pareva un anacronismo: uno di quegli uomini che, con antiche parole magiche, accompagnano quelli che entrano nella vita e quelli che ne partono.

*

Ora un giorno avvenne che Beatus era uscito per la campagna, e, riguardando Assisi, questa gli parve come una antica nave trionfale: il tempio di San Francesco, con quegli sproni sul monte, pareva il castello di prora e sull’alto gli parea di vedere San Francesco, come un vessillo umano, che cantava: «Laudato sii tu, mio Signore».

Ma ritornando poi all’albergo, e passando lungo le mura del detto tempio, gli venne veduta una scritta concepita e tracciata così: W. L’Enin.

Come era suo costume, anche qui Beatus si soffermò.

Non c’era dubbio: l’autore, anonimo come un poeta dell’epos, voleva significare, Viva Lenin!

«Come è plastico questo popolo d’Italia! — fu il primo pensiero di Beatus. — Era stato lui, il popolo d’Italia, ad abbattere il Sacro Romano Impero dell’Austria, che pure aveva per emblema il santo segno dell’aquila! Fu ieri! Ma oggi non se ne ricorda più. Ora scrive su le mura dei più venerabili edifizi: Viva Lenin! Il santo segno dell’Impero fu abbattuto; ed ecco appare: Viva Lenin. È forse questa la nemesi della storia?»

Era un pensiero travolgente; ma ne subentrò un altro non meno strano in forma pur di domanda: «Come ha fatto questo popolo italiano a conquistare la sua libertà? Bisognerebbe dare a questo popolo italiano conoscenza della sua storia….»

Parve allora a Beatus cosa buona inserire un capitoletto su questo argomento nella relazione che doveva stendere per S. E. il ministro: ma poi gli parve che se il popolo d’Italia avesse consapevolezza della sua storia, non sarebbe più il popolo italiano.

*

Ma riguardando quella scritta, altri pensieri sopravennero.

I caratteri erano tracciati per quanta ampiezza comportava il braccio dell’autore, e ciò significava grandezza; ed erano fatti col bitume, e ciò significava indelebilità. E v’era in quei caratteri alcun che di stravolto, e ciò significava terrore.

La scritta pareva domandare a Beatus: «Vile borghese, non ti faccio io paura?»

«Se ti fa piacere, sì!»

«Vile borghese — pareva ancora domandare la scritta — non sono bello io?»

«Se ti fa piacere, sì.»

«Sai tu che ti posso fare del male?»

«Tutto mi può fare del male.»

«Mi dispregi tu forse?»

«Tutt’altro! Anzi meritevole di grande considerazione.»

*

Di chi era quel nome: Lenin?

Di un uomo emerso dalla storia. La guerra era stata la sua levatrice. Dai solchi sanguinosi degli odi umani egli era nato.

Come aveva fatto quel nome dalla lontana Sarmazia ad arrivare sino alla città solitaria e santa?

Eppure era arrivato!

Beatus riguardò ancora il tempio, tripartito a tre piani come i regni d’oltretomba, ed ebbe la sensazione che la scritta trafiggesse a morte il nobile tempio. La nave non navigava più! Ma chi sa, forse, da quanto tempo non navigava più.

Ora navigava la nave del re dei bolcevichi.

Qualcosa deve ben navigare!

*

Quello che avveniva allora nel mondo era un grande fenomeno: brividi di terrore percorrevano la terra. Alcunchè di feroce e di stravolto era nei volti degli uomini. Facce nuove erano apparse. Ora Beatus ricordava: anche in quella terra umbra, dove già fiorirono le più soavi cantilene delle preghiere, la gente pareva si vergognasse dell’antica gentilezza.

*

Le notizie che giungevano nel nostro occidente dal paese del re dei bolcevichi forse erano fantastiche, ma avevano il fascino di un mondo irreale.

Colà il re dei bolcevichi aveva portato via ai grandi della terra i loro grandi balocchi. In questa operazione aveva portato via anche la vita a quei signori o li aveva trasformati in balocchi: e aveva rovesciato dal cielo i balocchi su le moltitudini.

Non mai la orgogliosa civiltà degli uomini aveva prodotto più meravigliosi balocchi. «Ma perchè costrurrò io la bella casa, e tu la abiterai? la soffice sedia e tu vi siederai? la carrozza che vola e tu trasvolerai? Perchè farò io il miele come l’ape stolta per dare squisite vivande al tuo ventre? Il mio ventre è il tuo ventre! Il tuo corpo è il mio corpo! La tua voluttà è la mia voluttà! Tutti i balocchi in comune: in comune anche il più grande balocco: la donna.»

Così dicevano le genti.

E il re dei bolcevichi operava un’amputazione nella vita. Solo i lavoratori dei balocchi della vita hanno diritto alla vita, e ai balocchi della vita. Quale voce! Essa si diffuse per tutta la terra.

*

Questo convoglio del genere umano che procedè lento per secoli, portando con sè tutto il peso secolare della sua storia, tutte le sue tombe, tutte le sue domande senza risposta mai, «chi sono io? donde vengo? a che tendo?»; e il re dei bolcevichi lo sganciò, e procedè coi suoi operai materiali della vita!

«Signor re dei bolcevichi — gridavano a lui — tu lasci indietro tutti gli archivi, e tutta la sacrestia dei sacri arredi, e tutti i sacerdoti dell’intelligenza, disposti a far scuola nel modo più elementare, a dividere ancora il mondo in acqua, aria, terra, fuoco se così è necessario per l’intelletto dei tuoi bolcevichi. Noi saremo i tuoi giullari, Signore; noi porteremo i tuoi colori».

Ma il re dei bolcevichi li respinse, e in questa operazione avvenne che anche a taluno di essi tagliò con la scure le mani e ad alcuno tagliò la testa. Solo gli operai della materiale fatica! Essi hanno dimenticata l’anima loro, e il fiore della primavera: essi hanno una sola anima comune: essi e il metallo delle macchine sono diventate un sangue solo. Sono essi dio, giudice, legge.

*

Gli operai della materiale fatica, fra noi, intanto giacevano inerti e i loro occhi erano rivolti da quella parte da dove sarebbe apparso il re dei bolcevichi.

Aspettavano il re dei bolcevichi e non volevano più lavorare per l’altrui piacere i balocchi della vita!

Pareva l’anno mille, che attese l’avvento del nuovo Messia.

Quelli intanto che possedevano i balocchi della vita, ne facevano orgia e sperpero prima che il re dei bolcevichi arrivasse: e un po’ tremavano.

Come attorno al ferro incandescente si vede l’aria soffrire per l’immenso calore, così attorno ai corpi inerti delle moltitudini vaporava il calore dell’odio e del desiderio.

Quando il re dei bolcevichi fosse apparso, le moltitudini nostre si sarebbero levate col furore dell’odio alla conquista del paradiso terrestre, promesso dal nuovo Messia.

*

Era così veramente il re dei bolcevichi? o era un astuto verso un suo fine, come fu già quel Veglio della Montagna di cui ragionò Marco Polo, e non gli fu data fede: ma poi si riconobbe esser vero?

Il gran Veglio della Montagna, aveva, anche lui nelle parti d’Oriente, fabbricato un giardino: il più bello e il più grande del mondo. Quivi erano tutti i frutti, e i più bei palagi del mondo: quivi erano donzelli e donzelle. Quando il Veglio voleva mettere alcuno nel giardino, dava, prima, a bere l’oppio; poi lo faceva portare nel giardino. Si svegliava, e veramente si credeva essere in paradiso. E queste donzelle stavano con lui in canti e grandi sollazzi. Poi il Veglio dà ancora l’oppio e lo toglie dal giardino. D’onde vieni? domanda il Veglio. Risponde: Dal paradiso. E quando il Veglio vuol fare uccidere alcun uomo in pro della sua religione, chiama costui e gli dice: Va, fa la tal cosa. Ed egli fa, perchè vuole ritornare al paradiso.

*

E Beatus guardò ancora il tempio, sull’alto del quale San Francesco tripudiava cantando: «Laudato sii tu, mio Signore».

E si ricordò allora che San Francesco aveva tanti balocchi, ma li buttò via tutti; aveva tanto tesoro, ma lo buttò via tutto. Aveva bellezza e giovinezza, ma si vestì di sacco, e scalzo tripudiava: «Laudato sii tu, mio Signore». E andò a trovare i lupi della terra e amorosamente li confortò a cibarsi del pane degli angioli! Anch’egli vietò ai frati suoi che alcuna cosa fosse propria; ma egli portava con sè un pane soltanto, e non aveva macchine; ma la sua dama si chiamava Povertà, e non Ricchezza.

Anch’egli ai frati suoi comandò il lavoro; ma senza mercede. Le stelle, il sole erano per San Francesco il grande teatro, il canto delle rondini era il grande concerto, l’acqua era la grande ebbrezza. Ma i bolcevichi sono staccati dall’universo e dal mistero.

Ma gli occhi di San Francesco spiravano tepidezza di amore.

Egli, Francesco, sentiva dentro di sè quel suo tripudio, e credeva che fosse alcunchè di immortale. Egli non credeva, o ingenuo!, alla morte.

Egli, Francesco, credeva di poter essere operator di miracoli. Ma i lupi mangiano carne, e non margherite! E i cignali rompono le ghiande coi forti denti!

E l’ignorante, anche!

Egli, Francesco, ignorava che nel ventre di Scolastica si svolge null’altro che un’antica legge di animalità.

Ah, noi fummo ben nutriti di sublimi fole! Chi disse che Dio aveva dato all’uomo il volto eretto per guardare il cielo? che fummo fatti per seguir virtude e conoscenza? Ma no! Sono fantasie che per inerzia di mente si ripetono ancora.

*

Oh, le antiche fole, la grazia, la rivelazione, il mistero del nascimento, le consacrazioni del nascimento! Quante leggende, quanti riti sono sorti nelle antiche età! I canti dei poeti, le stelle apparse nel cielo, le cune miracolose, i prodigi aspettati, i giorni numerati. Follìe! Nessun prodigio era apparso mai, nessuna voce suonò dal cielo: l’uomo sospingeva l’uomo nelle tombe e rinasceva in perpetuo.

Le leggende, i riti galleggiavano ancora come lumi errabondi su l’oceano della vita, e il re dei bolcevichi li spense.

Avete mai veduto le fiamme che discendono dal cielo e si posano a illuminare le menti? Uscì mai voce dalle tombe? Il pane dell’anima, l’anima che vola al cielo come colomba lieve, la avete voi veduta altrove che nelle fantasie dei poeti? L’issopo che fa bianco lo scorpione umano lo avete veduto voi? Le acque lustrali che detergono le pustole all’umano rospo, le conoscete voi?

Follìe, fole, fantasmi!

L’uomo sospinge l’uomo, e il moto è rapido come vertigine.

Noi non abbiamo nome. E il re dei bolcevichi abolì ai nati il nome e vi appose un numero.

Non è vero? Se non è vero, è però degno di essere vero.

Follìa l’uguaglianza? Ma quale privilegio hai tu che ti distingua? Ti sei lavato nelle acque lustrali? ti sei profumato di issopo? hai tu mangiato il pane dell’anima? No! E per un po’ più di miserabile astuzia che tu possiedi, per un po’ più di vile solerzia, per un po’ di vanagloria, per un po’ di feroce acume che è in te, domandi tu il privilegio?

Tutti numeri! Tutti formano il gran «mammut» del conglomerato umano.

Solamente quelli che hanno raggiunta la vetta dell’anima costituiscono un privilegio. Ma costruiremo noi per sette pianeti erranti, sette cieli? Per poche anime degne di immortalità, costruiremo noi l’Empireo? Non esiste l’Empireo.

Gli uomini senza anima devono anzi credere alla morte, e perciò domandano i balocchi; e il re dei bolcevichi dà loro i balocchi. E se gli uomini poi nella materiale conquista si domeranno gli uni contro gli altri e la terra li coprirà, che importa? Se l’uomo meccanico vedrà anzi soltanto la mano che muove la leva e la ruota della sua macchina, e più non vedrà l’intelletto che crea, che importa? Se è spenta la piccola lampada che accende i cuori, e soltanto i fari irradiano la gran luce bianca che fa smarrire la via, che importa?

«Maledetto sii tu, mio Signore!» canta l’esercito del re dei bolcevichi.

*

In questi vaneggiamenti si perdeva Beatus; e fredde come il fulgore siderale della scienza vedeva le pupille del re dei bolcevichi. Come abbaglianti per un misticismo terreno.

E per prima cosa egli dava agli uomini in comune il gran balocco: la donna.

Tragica e meravigliosa istoria è questa, non mai risolta!

Gli antichi sacerdoti videro nella donna il peccato, e la velarono. Ma essa era immensa. Si provarono i sacerdoti a distruggerla, ma era distruggere la vita istessa.

Accanto le sospesero i cilici, le preghiere. Vi scrissero parole tremende: peccatum! mortale peccatum! Che valse?

Allora la consacrarono con sante leggi: la purificazione, il lavacro dal peccato del nascimento, il presepio con le belve innocenti attorno alla cuna, la maternità consacrata, il ventre della maternità consacrato, i re magi, la famiglia consacrata, il grido di esultanza del padre e della madre. Che valse?

Non mai la voluttà proruppe così folgorante, come in questa civiltà superba.

Mancherà il pane agli uomini, non gli ornamenti per abbellire la donna, strumento della voluttà.

E il re dei bolcevichi sconsacrava la vita, e la riconsacrava dicendo: «è lecito usarne, non è peccato».

Non è vero? È degno di essere vero.

E giusto è allora che scompaia la religione dei padri e delle madri. Basta che esista la generazione. Altro non esiste in natura!

Il re dei bolcevichi aboliva così l’immane, l’inane fatica dei padri e delle madri.

Perchè imporre un nome? perchè consacrarlo? perchè lo sforzo di creare una coscienza? Il re dei bolcevichi darà ai nuovi nati un numero d’ordine e li manderà alle balie, alle nutrici, ai collegi, al buon nutrimento, al buon allevamento.

Il re dei bolcevichi coronava la nostra civiltà con logica sino all’assurdo, con giustizia sino all’ingiustizia. La civiltà, come la serpe, mordeva se stessa.

Forse era bene così: forse era la vita senza più dolore; senza più il pianto.

*

Ma Beatus si fissò alquanto, e gli parve che la vita senza dolore, senza la coscienza che distingue l’uomo dall’uomo, fosse la morte.

Forse le lacrime sono anch’esse necessarie.

E anche quel nascere senza un rito, senza il grido di esultanza del padre e della madre, gli parve come un non nascere.

Pareva a Beatus di vivere entro un’atmosfera lucida per immoto bagliore: non v’erano più tenebre. Ma l’aria era irrespirabile: mancava il senso sacro della vita. L’equilibrio era folle: mancavano gli elementi imponderabili che la scienza ignora.

A Beatus pareva di esser solo fra ben pasciuti ambulanti cadaveri.

Capitolo XXIII. — Il figlio dell’uomo.
Così sarebbe nato il figlio di Scolastica e del calzolaio. Anzi, forse era nato.

Egli, Beatus, ammirava il re dei bolcevichi che pigliava con le mani le sue verità incandescenti, senza nessuna esitazione. Anzi tutte le cinque parti del mondo ammiravano. Ciò non significa che la verità del re dei bolcevichi sia la verità; è un mutamento di verità, che durerà finchè non sorgerà un’altra verità. L’umanità è come il serpente boa; fa un pasto copioso e furibondo di una verità, poi si assopisce in letargo finchè ha digerito; e allora si avventa per divorare un’altra verità.

Ma a Beatus non piacque, e scrisse alla signora Alice una garbata lettera dove diceva che se quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, invece di spedirla alle balie e alle nutrici, se la fossero voluta tenere in casa, così facessero pure.

Quella cosa che sarebbe nata da Scolastica, poteva essere un maschio oppure una femmina. Ed anche non credendo al pithecanthropus erectus del naturalista tedesco Haeckel, è certo che una somiglianza esiste tra l’uomo e il pitecantropo. Osservando attentamente l’uomo, anche meglio vestito, questa somiglianza viene fuori come una seconda imagine.

«In me, per esempio, — dicea Beatus, — ora si vede benissimo. Eppure…! Nella donna si vede meno, forse in grazia di quella soavità incantevole del volto e dei capelli, che costituiscono essi pure un bellissimo inganno».

E molto probabile che da due mostri, come Scolastica e il calzolaio, sarebbe venuta fuori una cosa molto vicina al pitecantropo: ma non è detto che la natura non faccia anche strani scherzi: può venir fuori anche una cosa discreta. Infine, poi, di bestie ne teneva tante in casa! Ora l’usignolo essendo morto, un bimbo o una bimba ne poteva fare le veci.

Qui, Beatus si ricordò come una cosa lontana, lontana, e che forse aveva letto nei poeti o nei libri per l’infanzia, che i bimbi danno lietezza alle case: fanno miagolii, cantano. Sembrano genietti occulti. Il popolo dice che parlan con gli angioli, o diceva così una volta quando il popolo credeva negli angioli.

«Così Scolastica non dirà più: questa casa è una tomba».

Ma insieme si ricordò di quella smisurata parola che adoperavano i latini per significare quando quella gaiezza se ne va dalla casa, cioè la morte dei figli. Dicevano orbatio, quasi privazione di luce. E orbi erano detti i padri a cui erano morti i figli. Qualche volta i figli chiudono gli occhi ai padri, e ciò è bello; e qualche volta i padri chiudono gli occhi ai giovanetti, e ciò non è bello. Orbatio! l’uomo solo, senza posterità, che va brancolando come cieco!

«Ecco: se io non avessi studiato il latino — continuava Beatus nel suo vaniloquio — non avrei questo pensiero.

«Il re dei bolcevichi farà bene ad abolire il latino».

Ma, veramente, il re dei bolcevichi, mandando quelle cose che nascono dall’uomo e dalla donna, alle balie, alle nutrici, ai buoni allevamenti in comunità, abolisce quel dolore dell’orbatio.

Ma abolisce anche quella gaiezza.

«È sorprendente! — esclamò Beatus — Per fare il re dei vari bolcevichi, bisogna pensar poco. Se si pensa, non si ha più il coraggio di toccare nessuna verità, e non si è più re dei bolcevichi».

*

Comunque, tutto ben considerato, poichè le cose si presentavano così, Beatus non si trovò affatto pentito della sua deliberazione di tenersi in casa, anzi di allevarsi il figlio o la figlia di Scolastica.

Idiota, no, non lo avrebbe voluto, anche se fosse stata una femminuccia, ma nemmeno troppo intelligente: con un’anima sì, ma non con troppa anima. Un’anima — ecco — senza interrogativi. Quel tanto che basta a mandare avanti l’esercizio quotidiano della vita. Saper distinguere, per esempio, se la porta è aperta o chiusa, saper mettere in ordine i libri del suo studio dalla parte dello schienale, saper scrivere con esatta scrittura, ricordarsi dove sono le chiavi, il borsellino; non amare il denaro, ma possedere il senso del denaro, venire a casa la sera presto, trovar buona la minestra di casa, ubbidire senza domandare ogni volta perchè.

Se poi fosse una donna, ricordarsi che dovendo mettere un pollo nella pentola, bisogna levare prima la vescichetta del fiele; saper cercare con la scopa negli angoli delle stanze; saper fare un rammendo. E perchè no, saper fare le torte come le suore?

Tutte cose che Scolastica faceva assai imperfettamente.

Lui, poi, nelle ore di riposo, avrebbe insegnato le lettere dell’alfabeto; si sarebbe divertito a raccontare le vecchie fole del re Mida, del buon Tobia, di Polifemo, di Bertoldo, della bella regina delle Mille e una notte. La sola cosa un po’ preoccupante era quel furore che prende i giovani, anche i più pacati, in sull’aprirsi della pubertà, per cui avviene che alcuni si lanciano come proiettili, ed è il caso di dire che dimenticano padre, madre — come dice Cristo — per quel furore. E se stanno quieti, fanno anche più compassione. Ma per questo c’è tempo da pensarci! Sì, sotto questo aspetto, l’idea di allevarsi in casa la creatura che fosse nata da Scolastica, non gli dispiaceva.

Dato il caso che lui, Beatus, fosse vissuto ancora, il figlio di Scolastica gli avrebbe letto il giornale, quando è la sera, con amorevole pazienza: considerando che la sua vista si faceva torbida. Lo avrebbe condotto a spasso anche, qualche volta. Chi avrebbe condotto? Lui Beatus avrebbe condotto il bimbo? oppure il bimbo avrebbe poi condotto lui? È strano questo mutamento; ma è così.

Antigone conduce Edipo.

Nella civiltà bolcevica, Antigone, la dolce Antigone, non condurrà più Edipo, nè darà più sepoltura al fratello.

Ah, il re dei bolcevichi dovrà abolire anche il greco!

Qualche volta, ancora, per le vie, si vedono uomini vecchi a cui non basta più il bastone, ma ci vuole un altro uomo o donna che faccia da bastone. Qualche volta muore prima la memoria, e ci vuole una persona, la quale ricordi le cose vicine, perchè le lontane si ricordano. Qualche volta, muore una parte dell’anima, e il vecchio si mette a ridere, e dice e fa cose stolte, e ci vuole uno che dica: «padre, non fate; non parlate, caro padre, perchè dite cose stolte; accontentatevi di mangiare questo savoiardo e mettetevi il tovagliolo. Fiutate il vostro tabacco, o fumate la vostra pipa; ma non andate solo per via, perchè i monelli vi scherniscono, e se voi alzate il bastone, è ben peggio.»

Ma queste cose devono essere dette molto amorosamente, e più con senso di lietezza che di pietà; come Beatus ricordava di aver visto, una volta, una figlia bellissima, verso il suo vecchio padre.

Nei tempi antichissimi, prima che Solone poetasse le sue leggi umane, i figli uccidevano i padri imbelli; e questo costume vive ancora presso alcune tribù. Non è però meno vero che anche nelle famiglie per bene si ode talvolta mormorare così: «quando finirà quel vecchio, quella vecchia di mangiare savoiardi? di sporcare?» Qualche volta si ode anche: «quando ti ordinerò la bara, caro padre?»

*

Ma arrivato a questo punto, Beatus inorridì: «Dovrò io diventare così?» Eh, se tu non morrai, diventerai così e ringrazia di potere essere così.

Egli aveva col nato da Scolastica foggiato, senza avvedersene, il suo automa per il suo egoismo. E allora si ricordò di un’altra leggenda che aveva udito intorno al re dei bolcevichi: ha avuto pietà per i bimbi; ma per i vecchi non ha avuto pietà.

Facendo un salto avanti, il re dei bolcevichi è tornato indietro? Ma è lui o è la nuova umanità che vuole così?

Beatus si accorse che con la sua ragione soltanto egli era sempre nella condizione di colui che si trova in un terreno paludoso. Da qualunque parte si volge il piede, la terra ingoia.

Se non c’è un sostegno dall’alto, fuori della terra, si rimane ingoiati!

Capitolo XXIV. — Le mammelle.
Ma la signora Alice non rispondeva.

Probabilmente ella non aveva molta confidenza con gli arnesi della scrittura e ciò le dava soggezione; oppure il calcolo dei nove mesi era sbagliato; oppure quella cosa era già stata spedita alle balie e alle nutrici.

E allora Beatus ritornò a casa.

Ma appena arrivato a casa, trovò quello che non si aspettava.

Era sera, era freddo e pensava al suo letto.

E invece trovò il suo letto ancora occupato.

Da prima non capì da chi, e perchè.

Attorno al letto c’erano le tre donne: la Scolastica, la bimbetta e la signora Alice.

Ma la signora Alice disse: — Buona sera, signor Beatus. Non la aspettavamo. Lei è arrivato in tempo per veder passar l’angiolo.

Tànatos, la morte, era entrata in casa senza avvertire il portinaio.

La bimbetta diceva: — Poverello, muore.

Scolastica non disse nulla.

Allora Beatus s’accorse che nel suo letto c’era qualche cosa.

— Lo vuol vedere? — disse la bimbetta, e levò il lenzuolo, e Beatus che per la prima volta vide, inorridì.

— Quel bimbo ha cento anni! — esclamò Beatus.

Il figlio dell’uomo e della donna aveva l’aspetto triste dei vecchi: la palla dell’occhio era scavata profondamente entro l’orbita; la pelle era di un colore livido, e pendeva dai sostegni dello scheletro.

— È nato così? — domandò.

— Oh, — disse la bimbetta — era così carino quando è nato.

— Che malattia ha?

— Ha fame.

— Voi — disse Beatus a Scolastica — gli dovevate dare il latte.

— Sì, con queste.

E mostrò a Beatus l’orrore delle sue mammelle.

— Eh, mica tutte le donne — disse la signora Alice — hanno il latte. Poverella, ha provato. È venuto fuori il sangue; ma il latte, no.

Scolastica fece un gesto di rabbia:

«Quell’uomo che non capisce mai niente!».

Il volto di quella madre era corroso: vi dovevano essere passate lagrime.

— Vi domando scusa — disse Beatus. — E allora perchè non lo avete mandato a balia?

— Così abbiamo fatto — rispose la signora Alice; — ma la balia appunto lo ha rovinato.

— Dovevate prendere una balia in casa.

— E dove la trova lei la balia in casa? — disse la signora Alice.

— Oh, si trovano — disse Beatus.

— Le vada a trovar lei — disse Scolastica.

— Una volta si trovavano, ma adesso non più — disse la signora Alice. — Sa cosa dicono le contadine? che il latte è sangue, e il loro sangue non lo vogliono più dare ai signori.

— Ma dove, ma dove, signore! — disse Beatus additando con la palma la creatura umana che giaceva sul suo letto.

*

C’erano, lì, le tre femmine: sei mammelle: sei fonti senz’acqua attorno a un assetato.

— Avete provato ad allattarlo col poppatoio?

— Abbiamo provato; ma non era più tempo. E poi che latte!

*

La bimbetta, con un pannilino umettato, cercava di far succhiare qualcosa.

— Fino a questa mattina, poverello — disse — si sforzava di succhiare, ma adesso non ha più forza.

Quella bimbetta richiamava in mente i bimbi che stanno lì pazienti, con insensate parole di amore, ad imboccare i passerotti moribondi.

Scolastica pareva risvegliarsi ogni tanto, e diceva: — El me putelo!

Anche quel risveglio di un’anima morta dava un senso di costrizione al cuore.

— Scolastica — disse Beatus —, e quell’uomo non l’avete avvertito?

— Che cosa vuole che importi a lui? Invece nella stanza c’era una cosa che non c’era prima: la signora Alice aveva portato sul comò di marmo una di quelle imagini, una Santa Rosalia, una Sant’Anna, una cosa di porcellana o di stucco, con davanti la gran palla opaca di un lume a petrolio, come aveva veduto a Napoli in quella notte.

Anche questo ricorso alle forze taumaturgiche provocò in Beatus un grande stringimento di cuore.

«E voi che fate qui?», voleva dire Beatus alle donne, sentendo un gran silenzio.

Ma non disse. Esse assistevano alla morte.

Sono le donne, le pazienti, che assistono alla morte.

— Per questa notte — disse la signora Alice a Beatus — bisognerà che lei vada a dormire all’albergo.

*

E Beatus andò, e passando per il suo studio, scoprì i ritratti dei benefattori dell’umanità.

Provò una sensazione come di vuoto.

Ma forse era la Morte, che passando per la sua casa, produceva quel vuoto.

*

Uscì di casa, e voleva prendere un tram. Ma i tram correvano con grande fragore, con grandi lumi, che gli parvero più grandi che mai; ma forse così gli parve perchè quel quartiere eccentrico dove abitava, è buio e silenzioso. I tram erano vuoti e parevano fare più rumore. Ma non si fermarono al suo richiamo. Parevano sospinti da una gran fretta.

«Forse è mezzanotte — pensò, — e i tram hanno fretta, e tornano alle loro rimesse.»

Camminò a lungo; ma quando fu nel centro della città, rimase sorpreso di vedere tutto illuminato: tutta la gente.

Entrò in un caffè per rifocillarsi con qualche cosa. Il caffè era grande: due grandi sale, tutte piene di gente: i lampadari elettrici rovesciavano fasci di luce.

Qualcuno lo vide, e lo salutò. Ma passando vicino ad un tavolo, ebbe la sensazione che il suo passaggio destasse meraviglia. Gli parve udire anche esclamazioni di scherno. Ma non potevano essere rivolte contro di lui. Sentì queste parole: «O che non si è più padroni di fare il comodaccio suo?»

Trovò un tavolo vuoto, e si sedette: ma quella luce lo abbagliava e chiuse gli occhi.

Sentiva le voci di alcuni signori presso il tavolo vicino al suo. Parlavano di politica. Non sentiva i discorsi, ma come un continuo ronzio, e in quel ronzio passavano ogni tanto dei corpuscoli sonori: «Lenin, Bela Kun, Sovieti, comunismo, proletariato», e ad ognuna di quelle parole era attaccato un senso taumaturgico.

Ieri erano altre parole: «Kaiser, Ludendorff, Mitteleuropa».

Una specie di terrore lo invase: di trovarsi solo in mezzo a una umanità formata di ventriloqui.

Ogni tanto frasi enfatiche di cose vere e anche non vere.

Poi sentì un altro ronzio: proveniva dall’altro tavolo: lì si parlava di arte, di belle donne, di illustri galanti donne: «Figure efebiche, senza più seno». «Il seno usava al tempo del grossolano realismo di trent’anni fa», «Ah sì, le poppe ritondette, le poma giulive, bei seni dalla punta fiorenti…… Erano giovani artisti, letterati che parlavano così. Pareva che il seno fosse una cosa creata soltanto per la voluttà degli artisti.

Ma lo riscosse il cameriere dicendo: — Il signore è servito.

Aprì gli occhi e vide sotto di sè il biancore di una tazza di latte. Gli ripugnò come all’idrofobo l’acqua.

Guardò i bei giovani che vicino a lui parlavano di arte qua, e di politica là.

Ma quella vista gli ripugnò come il latte.

Questo folle pensiero gli si delineò nella mente: «che quell’essere vivente, ancora sopra il suo letto, fosse uguale a tutti quegli esseri viventi».

Allontanò da essi lo sguardo per posarlo su qualche altro oggetto più lontano, e vide a un tavolo lontano la faccia onesta e fresca del dottore che lo aveva curato dalla febbre spagnola.

Come mai un uomo così morigerato si trovava in giro per i caffè a così tarda ora di notte?

«Ma quell’orologio è fermo!»

La lancetta dell’orologio nella gran parete non era ferma: segnava un’ora più che onesta. Il tempo aveva avuto un corso vertiginoso per Beatus.

*

Beatus fu attratto verso il dottore.

Il dottore non era solo, ma con un altro medico, anzi fisiologo illustre; e siccome anche Beatus era quasi illustre, così si conoscevano, essendo ambedue illustri. Parlavano non di politica o di arte, ma degli ormoni. Questa cosa era stata battezzata recentemente con tale nome dalla scienza; ma la sua esistenza risale al tempo delle mammelle. L’illustre fisiologo aveva fatto notevoli esperimenti sugli ormoni.

— Sa lei, — disse il giovane dottore a Beatus — che dopo che ho curato lei della febbre spagnuola, mi sono ammalato io?

— Ed è stato lì lì per andarsene — disse sorridendo l’illustre fisiologo.

Spiacque molto tale notizia a Beatus.

— Eppure è strano! — disse. — Quando si sente dire che un medico è ammalato, si prova una certa meraviglia.

— Quasi piacere, è vero? — disse sorridendo l’illustre fisiologo.

— Questo poi no — rispose pur sorridendo Beatus. — Almeno io, no.

— Se poi il medico muore — continuò sorridendo l’illustre fisiologo —, è una soddisfazione.

— Può darsi — disse Beatus — che per molti la cosa sia così. Eppure vi è la sua spiegazione.

— E quale?

— Ma sì! — disse Beatus. — Bisogna ricordare che il medico, nell’antichità, era lo stregone, il possessore delle forze occulte. Ebbene: qualcosa di questo remoto concetto rimane. Pigliate il più formidabile uomo politico che muove gli uomini come quei due signori là muovono le pedine su la scacchiera, e fatemelo seriamente ammalato; e poi ditemi che cosa diventa di fronte al medico: niente. Esiste anche il fatto grammaticale, scusate: non so se lo abbiate osservato. Supponete che i giornali domani annuncino che Sua Eccellenza, il presidente del Consiglio, sia colpito da emiplegia. Ebbene: la gente non dice più: «Sua Eccellenza è il solo uomo plastico per governare questo popolo plastico», ma dice era; cioè usa, scusate, il tempo imperfetto, cioè lo fa come morto, ancorchè sia vivo ancora. Voi, medici, potreste formare il più formidabile dei sindacati.

— Macchè! — disse l’illustre fisiologo. — Purtroppo è impossibile.

— E perchè? — domandò Beatus.

— Perchè se lo stregone, come dite voi, è indispensabile all’uomo infermo, è perfettamente inutile alla collettività la quale gode di inalterabile buona salute. Ci salviamo un po’ la reputazione con quei poveri microbi. Ma l’umanità se ne ride. Deve esistere una coscienza collettiva della sua indistruttibilità.

— E vi difendete anche — aggiunse Beatus — con quel po’ po’ di linguaggio magico o occultista che adoperate proprio come gli antichi stregoni. Poco fa dicevate ormoni. Potreste dire eccitanti, stimolanti; ma in tale caso tutti vi comprenderebbero. Ma esistono realmente?

— Volete provare, Beatus? — disse l’illustre fisiologo. — Io vi assicuro che sono gli ormoni del feto che provocano la secrezione delle mammelle. Teoricamente anche voi, Beatus, potreste esser messo nella condizione di allattare. Tutt’al più si potrà discutere per grammatica, se voi dovrete essere chiamato la balia o il balio….

*

A queste parole Beatus che, ragionando, si era dimenticato, si ricordò.

Capitolo XXV. — Atrepsia.
Ma l’ora era tarda, e l’illustre fisiologo si accomiatò.

Anche il giovane medico uscì dal caffè, e Beatus si accompagnò con lui.

C’era lì, sul corso, una fila ferma di carrozzelle. Beatus lasciò passare la prima, la seconda, la terza.

«Via, non fare sciocchezze,» gli disse il campanelluzzo.

Ma quando fu all’ultima carrozza, Beatus disse:

— Dottore, le dispiace venire a casa mia? C’è un bambino che sta poco bene.

Il suono della sua voce che proferì queste parole, lo sorprese.

Anche il dottore mostrò sorpresa di queste parole, tanto che si fermò in mezzo alla via.

Avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino? Lei è solo in casa». Invece nulla domandò, ma disse semplicemente: — Andiamo.

Anche questa semplice risposta sorprese Beatus, perchè il dottore avrebbe dovuto domandare: «Ma quale bambino se lei non ha figli?»

Quando la carrozzella si mosse, il dottore non parlò.

E Beatus nemmeno.

Voleva parlare, ma non avea di che parlare. Poi disse:

— Ah, una bella intelligenza, l’illustre fisiologo.

— Sì, una bella intelligenza. Ancora giovane, farà molta strada.

Ma il discorso non procedeva oltre.

Beatus avrebbe voluto spezzare quel silenzio, ma non ci riusciva. Anche quelle parole farà molta strada gli sbarravano il discorso.

«Quale strada fanno gli uomini? Tutti fanno la stessa strada».

Ma quando la carrozzella lasciò l’acciottolato della città, e le ruote corsero più lievi e senza rumore per un viale (e le lampade della città erano scomparse), sentì da quella parte dove nella penombra stava seduto il dottore, venire queste parole tranquille:

— Il bimbo che sta male è suo figlio, è vero?

Beatus balzò.

— Eh? Mio figlio? Ma io non ho figli.

— Io glielo ho chiesto semplicemente come amico, badi bene: non come professionista.

— Ma la domanda che lei mi fa — disse Beatus — è una supposizione, oppure….?

— Me ne sarei ben guardato. Io le ho domandato quello che ho inteso dire. Credevo che lei lo sapesse.

— Io? Ma io non so nulla, io sono assente da un mese. Ma che devo io sapere? Ma che si dice?

— Si calmi, si calmi, — disse il dottore. — Lei dice che non è suo figlio, e tutto è finito.

— Ma lei, lei da chi e dove ha inteso?

— Voci che ho inteso dire al caffè. Quello è il luogo dove arrivano tutti i chiacchiericci della città, ed è arrivato anche il suo.

— Ma in sostanza, che cosa?

— La cosa più semplice di questo mondo: che la sua serva fu resa incinta….

— Da me?

Beatus mandò tale voce che il buon dottore ne fu sinceramente commosso.

— Ah, la indegna calunnia! — esclamò Beatus e raccontò.

Come ebbe finito il racconto, il dottore disse:

— Lei però, facendo sgravare in casa la donna, ha fornito tutto il materiale della verosimiglianza….

Il dottore parlava con tranquilla parola; ma in Beatus l’eccitazione diveniva anormale.

— Io educatore, io maestro…, io fare queste cose…. — diceva. — Perchè lei capisce che se anche non fosse, io sono obbligato a essere uomo morale.

— Sì, ma ai tempi che corrono non ci si bada più. E poi se ne parlava la scorsa settimana; ora è cosa già passata.

— Come fare a smentire?…

— Lei non smentisce nulla; dopo tutto l’aver reso incinta una bella servotta non le fa disonore.

Ma fu a questa parola del dottore che Beatus si ricordò delle esclamazioni di scherno udite al caffè. Scolastica, la orrenda Scolastica! E Beatus vide l’orrendo grottesco cadere su di lui. E subito vide anche l’autore della calunnia: il suo segretario che egli aveva obbligato, quel giorno, a dichiararsi vile.

Beatus non parlò più.

Vedeva il bel segretario andare in giro e dire: «Signori, signorine, sapete? L’educatore, il moralista, l’uomo esemplare, ha ingravidato la serva. Questo è niente, e non meriterebbe di richiamare l’attenzione. Ma se volete vedere il coraggio mandrillinesco dell’illustre Beatus Renatus, andate a casa sua, e potrete ammirare la complice necessaria del misfatto.»

*

— Signora Alice, signora Alice — disse Beatus quando la signora Alice venne ad aprire, — durante la mia assenza è qui venuto qualcuno?

— Sì — disse la signora Alice un po’ stupefatta —, il suo segretario.

— E dopo?

— Dopo?

— Dopo, sì, dopo, chi è venuto?

— Io non c’ero; c’era qui la Elenuccia. Ma lei cos’ha?

E chiamò la bimba.

— Ah, sì — disse tranquillamente la bimba, — sono venute delle signorine.

— Studentesse?

— Non so. Tutte coi ricciolini, i cappellini. Volevano vedere il pupo; volevano sapere come stava il pupo.

— E poi….

— Una ha portato i confetti per Scolastica….

— Le hai intese ridere?

— Le signorine ridono sempre.

Beatus chinò la fronte.

*

— Questo bimbo? — domandò il dottore che assisteva allo strano dialogo.

Andarono di là.

La signora Alice tolse il lume e lo accostò al letto.

Il dottore scoprì e poi senz’altro ricoprì.

— È il pitecantropo, — disse Beatus.

Il dottore disse:

— Così infatti appare l’uomo quando ha divorato se stesso. La scienza ha trovato uno di quei nomi nuovi di cui lei parlava poco fa al caffè: atrepsia.

Scolastica, posata a lato del letto, scoprì la faccia ebete e guardò le parole del dottore.

— Quella è la madre? — domandò il dottore.

— El me putelo, — disse quella voce.

Il dottore se ne andò, e Beatus lo accompagnò alla carrozza.

Beatus ritornò su lentamente.

Entrò nella stanza.

Egli era appoggiato alla bella spalliera del suo bel letto, davanti al pitecantropo. Quel suo spasimo si era come acquetato davanti al pitecantropo.

Contemplava.

Gli parve di essere proceduto avanti degli altri uomini, e di essere arrivato in vista di un oceano. E qui conviene sostare.

Le voci degli uomini gli parvero come un pispiglio lontano, lontano. Le parole di scherno che si erano posate su lui, ora si sollevavano lontane. Anzi gli parve cosa bella e onorevole essere schernito. E proferì queste strane parole:

«Io con io, cioè io con qualcuno che non sono io.»

Lo riscosse la voce della signora Alice che disse:

— È passato in questo momento.

— Ha visto passare qualche cosa, signora Alice?

— E che deve passare?

Lui voleva dire, quel soffio, quel vento, l’anima. Ricordava i pappi del giardino, che si staccano per vento insensibile ai nostri sensi.

Lei voleva semplicemente dire: «è morto in questo momento».

*

La signora Alice, seduta nel circolo della luce della lampada a petrolio, cuciva tranquillamente una cosa bianca.

— Lei lavora sempre, signora Alice, — disse Beatus.

— Sto facendo una camicina per quel poverino.

— Lei è lirica, signora Alice, — disse Beatus — perchè creda, mia buona signora, la bontà è una lirica, una forma intuitiva di lirica. La sola grande lirica!

— Avete tutti parole che non si capiscono, — disse la signora Alice. — Anche quel dottore ha detto una certa parola….

— Atrepsia, ha detto, signora. Oh! una parola molto seria: mancanza di nutrimento. È morto per mancanza di nutrimento. Ma tutti noi, tutti noi, moriamo per mancanza di nutrimento.

«Sì, sì, lo so, signori, — disse Beatus quando fu solo nel suo studio, guardando i benefattori dell’umanità che pendevano dalla parete, — lo so: tutte queste sono imagini mistiche che si formano nelle cellule della corteccia del cervello sotto determinate condizioni; ma non sono meno vere delle altre imagini; ed è, se così è, quanto di meglio noi possediamo, signori.»

FINE.

OPERE DI ALFREDO PANZINI:

Piccole storie del mondo grande L. 7 —
La lanterna di Diogene L. 6 —
Le fiabe della virtù, novelle L. 5 —
Il 1859. Da Plombières a Villafranca L. 5 —
Santippe, piccolo romanzo tra l’antico e il moderno L. 5 —
La Madonna di Mamà, romanzo del tempo della guerra L. 5 —
Novelle d’ambo i sessi L. 4 —
Viaggio di un povero letterato L. 5 —
Io cerco moglie! L. 6 —
Il mondo è rotondo L. 7 —

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