Viaggio di un povero letterato by Alfredo Panzini

ALFREDO PANZINI

Viaggio di un
povero letterato
MILANO

Fratelli Treves, Editori

Nono migliaio.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest’opera che non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Tip. Fratelli Treves — 1920.

A Titì,

Creatura mia, quando tu sarai grande e leggerai queste pagine, forse ti verrà desiderio di me.

Ottobre 1916.

A. P.

PREFAZIONE.
Questo libro nàcque senza l’intenzione di diventare un libro. In orìgine èrano note, o segnalazioni, le quali — in questo mio viàggio nel lùglio del 1913 — battèvano con tanta insistenza nell’apparècchio del cervello, che fui costretto a trovare un lapis e un taccuino.

E come i quìndici giorni del viàggio finìrono, mi distraevo a Bellària nello sviluppare quei segni ed appunti.

Capitava allora, assai spesso, su la bicicletta, nel gran sole del mezzodì, l’alta figura bianca di Renato Serra; e ricordo che gli lessi quel capìtolo che comìncia: Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero e poi il campanile che suona o suonava una volta.

Ricordo che poi volle lèggere lui, e lesse, e segnava le pose con quella sua voce pacata e pura, che era sua singolare maniera di lèggere, quasi attendesse [x]un’eco di risposta interiore. Disse che vi trovava alcun nòbile ritmo.

E così l’anno seguente, che fu il 1914, mandai il manoscritto all’amico Giovanni Cena, che dirigeva — morto anche lui! — la Nuova Antologia.

Cena mi consigliò molti tagli o mutilazioni per quelle ragioni di scrùpolo, che, dal più al meno, si impòngono ai direttori delle Riviste, in generale; poi, in particolare, mi consigliò di smèttere con le impressioni dei miei vagabondaggi.

Così, in proporzioni ridotte, il libro uscì nei nùmeri del gennaio e del febbraio 1915 della Nuova Antologia.

Ma un po’ per la Guerra, un po’ per quelle parole di Cena, io non pensavo più a questo mio lavoro, quando nel 1916 mi sorprese un «artìcolo»[1] di Giovanni Papini —, che allora non conoscevo di persona —, dove mostrava di essersi accorto di questo mio Viàggio, anzi diceva al pùblico: «Come? non vi siete accorti?». Confesso che le parole di Papini fècero sussultare le ùltime corde del pianoforte della vanità: che non è mai fracassato abbastanza sì che non mandi [xi]alcun guizzo. E infatti rileggendo poi me stesso come se altro io fossi stato, mi parve che in questo libro, scritto prima della Guerra, si contenesse qualcosa che presentiva la Guerra, e qualcosa anche che meritava di vìvere anche dopo la Guerra. «Ma perchè stamparlo se gli ànimi e i corpi dovranno cadere sotto il tetro materialismo germànico?» Io vissi questi anni in questo ìncubo; e tutt’al più pensavo a questo libro come a una tomba per seppellirvi con onore certe gentilezze che la vittòria germànica avrebbe raso al suolo, come fece nel suo passàggio di tutte le cose belle.

Ora lo spaventoso ìncubo va dileguando e la vita sembra aver ragione su quella tetra morte germànica. Perciò il libro vede la luce.

Certo è che dopo questa Guerra, se veramente desideriamo che la Germània non vinca, anche se vinta, è necessària un’altra vittòria: quella su noi stessi.

Ma per ciò che riguarda questo libro, voglio ora sperare che Giovanni Papini, il quale fu principale cagione della stampa, non se ne debba pentire.

Roma, ottobre 1918.

[1]
Capìtolo Primo.
IN ATTESA DEL TRENO.
— Provi a viaggiare — mi disse il professor A*** direttore del Manicòmio di M***, il quale mi onora della sua benevolenza.

— Ah, sì, signore, il viaggiare sento che mi farà più bene che andare alla seconda cantoniera dello Stèlvio, come mi fu suggerito da altri.

*

«Pensa — dissi a me stesso — che le strade sono tutte tue. È una grande proprietà! Esse si stèndono bianche, notte e giorno, e fàsciano il mondo: non rimane che andare e camminare. Va, dunque, e cammina.» Ma per me ci vorrebbe un’automòbile. Essa va veloce e spezza il pensiero.

Ma io non ho automòbile.

[2]Io potrei anche salpare per l’Amèrica, come il mio amico poeta, Gigino. L’esportazione di un poeta italiano in Amèrica, mi è sembrato un gran fatto.

Ma io non mi posso allontanare troppo.

V’è alcuna cosa (che potrebbe èssere una pìccola testa bionda di fantolina) che non me lo permette; e quando mi sono dilungato cento, duecento chilòmetri, ecco, mi pare che io sia attaccato ad un filo di gomma; e torno addietro.

Approfittiamo allora del treno. Questo gran mezzo di locomozione può fornire notèvoli illusioni e benefici.

Sdraiato sopra un comodo cuscino, e lanciato ad ottanta chilometri all’ora, sentirò spezzarmi il pensiero, come in automòbile; e niente mi vieta di crèdere che tutti quegli omarini in posizione di attenti al passàggio del treno sìano i miei servitori; e che quella carrozza imbottita di velluto sia la mia; e che tutti quei lumi nella notte rimàngano accesi per me; e che tutti quei superbi capistazione vèglino per la mia incolumità personale. Nè io avrò bisogno di comandare. Oh, cosa bellìssima! Èssere servito e non dover comandare! Parere proprietàrio e non èssere censito!

[3]Nulla possedendo, io sono padrone di tutto.

Per tutti i detti motivi, ecco dunque: abbonamento di prima classe, serie IV, durata 15 giorni.

Gran lusso la prima classe, lo so; ma era apposta per facilitare la illusione. In prima classe, poi, si rimane spesso padroni dello scompartimento, e c’è più spàzio fra sedile e sedile. E quando si deve urtare con i nostri stinchi contro gli stinchi del nostro pròssimo, allora soltanto si capisce la complicazione di quella legge evangèlica che pare così sèmplice: Ama il tuo pròssimo come te stesso.

*

Oltre alla tèssera di prima classe, io ero munito di un cappello quasi pànama; di calze quasi di seta; di scarpe nuove di un giallo abbagliante, che mi fùrono garantite come l’ùltima espressione della moda.

Ho preferito poi l’abbonamento anche per evitare la fatica del decìdere. Per me era del tutto indifferente andare verso oriente o verso occidente, vedere Pisa piuttosto che Venèzia. Qualunque [4]rotàia, compresa nell’abbonamento, andava bene per me. L’importante per me era di abolire un pochino me stesso. E appena ebbi la tèssera, pensai con riconoscenza a quella persona sconosciuta, ma certamente piena di càlcoli, che aveva combinato gli orari e a cui io mi potevo affidare docilmente, anzi piacevolmente.

L’abbonamento cominciava col giorno 2 lùglio (1913). Era questione di sapere quale fosse il primo treno in partenza dopo la mezzanotte.

L’orario che mi offrì un elegante cameriere di un caffè sotto la Galleria, a Milano, diceva che il primo treno che parte dopo la mezzanotte, è un diretto per Venèzia: ore zero e venti. «Andiamo in tale caso a Venèzia» — dissi a me stesso: — cioè montiamo su quel treno, e poi decideremo. Io potrò, se mi piace, scèndere a mezza via, quando sentirò chiamare una stazione il cui nome mi suoni grazioso.

*

Erano già le ore dieci e tre quarti e tanto valeva attèndere a quel tavolino di caffè l’ora della partenza.

[5]— Signor cameriere — dissi al cameriere — mi favorisca una birra e qualche sandwich.

I miei pensieri io non ricordo più quali fòssero in quell’ora in cui alternavo delicati sandwiches a fresca birra: ma certamente èrano come in un’atmosfera in cui è calmato il vento. Ed ecco levarsi il tùrbine del vento, perchè passàvano donne, donne, donne con protervi pennacchi e vestite così impudicamente che io sarei stato in diritto di domandare un risarcimento.

Mi affrettai, per ragioni di prudenza, verso la stazione. Però che disgràzia accòrgersi così tardi che il pudore delle donne è un’invenzione degli uòmini.

[6]
Capìtolo II.
LUCI NELLA NOTTE.
Io devo aver dormito, forse, su quel rosso e servizièvole cuscino di prima classe. Però ad una certa ora mi sono interamente svegliato: vedevo un bagliore vermìglio, quasi un’enorme pupilla, inseguire la strìscia nera del treno, che fuggiva, scrosciava nella placidità delle cose ancora dormienti, e come evanescenti.

La stella di Marte?

Ma era un più grande, e più vivo bagliore. Ed esso veniva dalla terra, non dal cielo.

Ad un tratto quella luce scattò, e fu un altro bagliore verde: e sùbito dopo una gran bianchezza si diffuse per la diafaneità della prima ora del giorno, come quando la stella Diana appare al mattino. E le tre luci scattàvano alterne, [7]violente, contìnue. Ma il bagliore purpùreo era più dominante. Oh, quale faro bizzarro arde laggiù! Siamo arrivati forse già in riva al mare? Allora ricordai:

È il faro tricolore su la torre bianca di San Martino.

Mi risovvenni di aver già visto qualche anno addietro quelle tre luci alterne. Era sul far della sera, una dolce incantèvole sera di màggio, ed io mi trovavo all’estremità del lungo molo nella penisoletta di Sìrmio.

Non molto discosti da me, alcuni teutònici, col mantello e il cappellino tirolese, attendèvano, come io pure attendevo, l’arrivo del piròscafo dalla riviera di Salò. Essi parlàvano, bonariamente fra loro, assentendo coi loro, ja! ja! in cadenza, e ogni tanto interrompèvano con grosse risa, che parèano singhiozzi. Quando ecco, d’un tratto, dinanzi a noi, su le acque, còrsero come fulmìnei i fasci delle tre luci: bianco, rosso e verde. Quei fasci si sollevàvano, ricadèvano giù dal cielo, si alternàvano sì che parèvano tre enormi catapulte di luce: parèvano volersi addentrare fra i monti tenebrosi, là verso Riva di Trento. Allora le pupille di quei tèutoni si scòssero. [8]Cercàrono donde venìssero quelle luci, che cosa significàssero. Capìrono in fine.

Parlàrono ancora i grossi tèutoni; ma non rìsero più.

Quando una stella si accende nel cielo d’Itàlia, le fronti teutòniche si fanno cupe, e le loro parole si còlmano di irònica amarezza.

*

Ora, in quel mattino, in breve tempo le tre luci (fuggiva il treno) rimàsero addietro. Però la torre su l’alto di San Martino già si distingueva biancheggiare nel giorno nascente.

«A ben considerare — pensai — si tratta anche qui di un faro e noi qui siamo presso un mare; il mare delle genti teutòniche, che batte contro quei monti che corònano il Garda, laggiù. Ma noi vogliamo èssere ragionèvoli e buoni fratelli in Cristo. Voi, bravi tèutoni, ricordate il millenàrio vostro impero quando, a cominciare da Carlo Magno, la spada teutònica pesò sopra di noi: noi abbiamo altra ìndole e non ricordiamo. Noi non ricordiamo quasi più [9]che, qui presso, sta un’altra antica torre, più giù: la torre di Solferino. Lì veramente, il 24 di giugno 1859, Napoleone III spezzò quella vostra spada teutònica che ancora gravava su noi. Ma nessun faro vi splende, nessun segno votivo!»

Ecco, corriamo adesso lungo i begli spaldi di Verona. Brìvidi di luce còrrono già per la campagna. Così doveva essere nell’estate del 1859, quando il grosso prìncipe Plon-plon, a fùria, nella berlina stemmata con l’àquila di Frància, entra in Verona «fedele»: le sentinelle austrìache guàrdano attònite ai colori di Frància. Appare in tùnica celestina l’èsile sire d’Absburgo, l’erede di Carlo V. Si duole assai il giòvane sire, che non rivedrà più la Madonnina del Duomo di Milano, retàggio di Carlo V. Non la vedrà più! Ben sperava di rivederla la mattina del 24 giugno! Ora non più. Mai più!

Sèmbrano vicende d’altri sècoli. Ma il sire di Absburgo è ancora vivo, e noi lo chiamiamo, con dimestichezza obliosa, Cecco Beppe; ma il mare delle genti teutòniche è laggiù, in fondo al Garda; ma il mare delle genti croate e slave [10]batte ad oriente. Hanno rude ànima e bellìgera mano quelle genti. Essi non prègiano la nostra gentilezza latina: e forse questo dolce mattino geòrgico non li inèbria della santità della pace.

Quali pàgine del futuro sono scritte nel quaderno che sta su le ginòcchia di Giove?

*

Io andavo su è giù pel corridòio, io ero il padrone del treno. Non c’era nessuno. Il treno pareva fuggire pazzamente per conto suo, ed io guardavo con la curiosità di un bambino la campagna dai finestrini aperti.

Già albeggiava. Che puro, che ridente mattino! Quali verdure profonde, allineate, ordinate! e qua e là, ampi rettàngoli gialli, formati dalle stòppie del grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d’oro si allineàvano a pèrdita d’òcchio; e la bianchezza dei buoi si moveva già per ròmpere le stòppie, nella frescura dell’alba. Dolce mattino geòrgico! oh palpitare del lago di Virgìlio!

Quanti sècoli sono, o inesàusta terra d’Itàlia, che tu in lùglio dài tuoi belli esami, combatti le tue buone battàglie!

[11]
*

Il signore chiuso. Ad un tratto — andavo su e giù pel corridòio — sento disperatamente picchiare sui vetri, dietro di me. Mi volto. Vedo dietro il cristallo un signore che gestisce così comicamente che quasi mi viene da rìdere. Ho capito. È un viaggiatore che è rimasto chiuso dentro lo scompartimento. Mi prega, a cenni, perchè chiami qualche guàrdia, che venga a liberarlo. Percorro il treno. È deserto. Giungo, infine, al bagagliàio, e lì trovo le guàrdie dormienti nelle disperate attitùdini dei custodi del Santo Sepolcro. Svèglio i dormienti nella notte. Il signore chiuso viene liberato: mi stringe la mano con effusione. Si era fatto chiùdere apposta per dormire con più sicurezza di non essere disturbato; ma la guàrdia si era addormentata alla sua volta.

«Non deve mica essere diffìcile assassinare uno in treno!»

Perchè formai questo pensiero?

[12]
*

Quali dolci colli si profìlano in lontananza? Dove siamo? A Vicenza?

Mi sta in mente che debba èssere una città soavemente idìllica, Vicenza. Pallàdio mi fa rima con Arcàdia, e Fogazzaro con Sannazzaro; e l’abate Zanella, che fu di certo un nòbile ingegno, mi richiama in mente gli antichi abati incipriati e galanti del Settecento. Ma la colpa di queste deformazioni è dovuta al ricordo di un caro signore, che io conosco e rivedo ogni estate, e si chiama signor colonnello. Ora vive in dolce pace nella sua villa, e si ricorda della vita militare e della guerra come di un’altra vita. Egli, al mattino, mette in òrdine i sassolini, i vasetti dei fiori, le statuine pei vialetti della sua villa; poi tutto lindo e bianco come le sue statuine, va su e giù pei vialetti leggendo un libriccino di poesie, le poesie dello Zanella. Mi augura il buon dì e — fra l’altro — mi dice:

«Leopardi, Fòscolo, Carducci e compagnia bella, riverisco, riconosco, ammiro, [13]ma non sono per me. L’Astichello, questi pensierini soavi, tèneri, religiosi, queste belle armonie, creda mi fanno bene. Quanta pace….»

Ed ecco perchè lo Zanella mi diventò un poeta del Settecento: e Vicenza con l’Astichello una cittadina arcàdica.

Sopra Vicenza c’è’ Asiago, i sette comuni di Asiago: «Colònia linguìstica straniera nel territòrio linguìstico», come è spiegato in un manuale di letteratura italiana. Ma che bàrbaro italiano.

E allora mi tornò alla mente un mio compagno di collègio al Marco Foscarini di Venèzia, il quale era di Asiago, parlava tedesco e si vantava di èssere discendente dei Cimbri. Gherardo era il suo nome, ed anche nell’aspetto era quasi cimbro: massìccio, alto, occhi freddi, cèruli, capelli irti di un biondo pàllido. In quei tempi in cui nelle nostre scuole tutto era tedesco, dalle edizioni Taübner al bastone Jäger, quel mio compagno Gherardo era molto stimato dai professori. Egli poi aveva instituito in collègio una spècie di Santa Vehme o tribunale secreto, da cui io subii molte condanne. Le mie tènere spalle prèsero molti e segreti pugni: [14]mai però volli riconòscere l’autorità della Santa Vehme.

Mi sorrise allora l’idea di vedere Asiago che è in alto su l’alpe; ed altresì di strìngere la mano al mio compagno Gherardo. «Di Sante Vehme — diceva fra me — ne ho conosciute poi tante che non è il caso di serbar rancore per quella che tu fondasti in collègio. Qua, dunque, la mano, amico, e beviamo insieme.»

Così gli volevo dire, rivedèndolo ad Asiago.

La ferrovia, a rotaia dentata, che conduce ad Asiago, dìcono che sia molto interessante; e anche questo costituiva un motivo per discèndere alla prima fermata.

— Scende o non scende? — mi disse bruscamente la guàrdia a Vicenza.

— Sissignore, scendo.

— Allora fàccia presto perchè il treno parte sùbito.

Scesi: ma appena il diretto si fu dilungato via, quasi ne ebbi pentimento. Tutto chiuso, buio, tutto addormentato ancora alla stazione di Vicenza.

[15]
Capìtolo III.
IL MATTINO A VICENZA.
Vicenza: circa ore cinque del mattino.

Esco dalla stazione: oh, che bel piazzale verde, solenne, boscoso dietro la stazione! Esso è compiutamente deserto. Mi siedo sopra una banchina. Di contro, da un’enorme parete verde di altissime piante, ecco perfora la incandescenza del sole nascente. Apro la valìgia: sturo la bottiglietta, contenente vero caffè, caffè con la caffeina; sturo e libo lentamente di contro al sole.

Delizioso! il caffè, la caffeina, il sole, il mattino di lùglio; la solitùdine del luogo, deliziosa. Fa male il caffè con la caffeina? bisogna disarmare il caffè, come scrive il dottor Ry? bisogna disarmare il vino? Altre cose più feroci, piuttosto, bisognerebbe disarmare! Ah, ma noi siamo [16]gente pacìfica, e disarmiamo il caffè e il vino innocenti.

Lodo la mia saggezza e la mia previdenza di avere condotto meco così opportunamente quella bottiglietta di caffè: lodo anche la mia personale abilità nel preparare il caffè; sopratutto lodo il tappo, il quale nel percorso Milano-Vicenza ha tenuto fermo: il caffè non l’hanno bevuto le camìcie e i fazzoletti; ma lo bevo io, ed è assai buono. Questa volta sono molto fortunato. Di sòlito i tappi che io metto non tèngono mai; ovvero calco troppo, e si rompe il vetro: così che in un modo o nell’altro tutti bèvono all’infuori di me. Ma questa volta bevo io.

È un frescolino gentile ed il cielo è di una purità incantèvole, quasi ingènua. È l’ora che il buon Dio fa la toilette al mondo quando gli uòmini dòrmono? Nessuno mi proibisce di pensare al buon Dio; e nemmeno mi è proibito di crèdere che questo bellìssimo sole apra la sua enorme palpèbra, e sorrida, fra il fogliame, tutto per me. Accendo un mezzo toscano ed elevo il suo incenso contro il sole. Anche il toscano è buono, e il mio pensiero va con riconoscenza [17]verso la anònima sigaràia che lavorò onestamente, e non lasciò cadere capelli dalla cuffietta.

Facciamo un breve esame di coscienza; ciò terrà le veci di una preghiera mattutina: io ora guardo con giòia il sole.

Io posso ancora gustare il piacere di un òttimo caffè.

Io posso ancora fumare un mezzo toscano; e fra poche ore sarò in grado di fare un’òttima colazione. Dunque accontentiàmoci.

Sì, è vero: molte volte ho desiderato di «non èssere»; ma questa mattina sono di opinione contrària, e desìdero di rinnovare il contratto di locazione su la superfìcie del mondo.

Io godevo appena di questo pensiero, quando un’ombra mi passò davanti, e mi sovvenni di quelli che vivèvano un tempo nel sole, su la superfìcie del mondo, e sono adesso nell’ombra; e mi sèmbrano darsi la mano, e gli ùltimi scomparsi sono più vicini, vicini a me, ed io sento ancora il contatto delle gèlide e care loro mani. I più lontani scomparsi mi affèrrano e dìcono: «non ti scordare di noi!». E più tormentoso è un senso [18]penosamente oscillante, che mi fa dubitare se la morte sia interamente la morte o se la vita sia la morte. Certo lui non è più. Ma perchè così cupa è l’imàgine tua, caro fanciullo? Fosti così ridente nei dieci anni della tua breve vita! Ed anche la madre mia non è più. Ella, invece, non è cupa imàgine: talvolta mi sorride, non so perchè; mi sorregge ancora, mi par di sentire queste parole: «Su, coràggio!».

Certo però quei capelli grigi sono voluti andar dietro a quei mòrbidi rìccioli biondi. Ah, sole, sole, tu non le essiccherai facilmente queste lagrime!

La vòglia di salire ad Asiago era tutta scomparsa.

Non c’era nessun treno allora in partenza; perchè quando insorge questo spàsimo convulso del dolore, sento una necessità di fuggire, fuggire.

Ma ecco per ventura giunge un carrozzone giallo, vuoto, del tram elèttrico.

Salgo. — Dove va questo tram?

— Il tram attraversa Vicenza — mi si risponde — e poi ritorna ancora alla stazione.

[19]
*

Oh, dolce Vicenza! me ne sta tuttavia la visione nel cuore. La città dormiva ancora, e il tram mi faceva passare davanti agli occhi un’armonia di case, casette antiche, istoriate, scure, adorne di bìfore ed archi; e infra mezzo festoni di verdura, e tronchi schietti sorgenti, con la pompa delle chiome verdi su nel gran sereno; e poi acque verdi correnti; e gerani, gerani, fiammanti gerani, come una giovinezza della natura che sorride sui neri balconi. Tutti balconi fioriti. Una giovinezza e una decrepitezza in caro abbracciamento. E stando il tram fermo per qualche minuto, mi affissai nella chioma tonda di un pino che campeggiava nel cielo: e insensibilmente mi parve che si movesse per ritmo di danza, come una fèmina. Eppure l’ària era senza vento.

Sorrisi di letìzia naturale. Oh, Itàlia! Vicenza, cara città itàlica! Ma per capire la ragione di questa mia letìzia, bisogna considerare come io avessi lasciato poche ore prima Milano: Milano enorme, [20]pesante di cemento, con le vie nuove alla tedesca.

Ma già la città si destava, qualche negozio era aperto: svelto, barcollando sotto il peso del «bigòl», passàvano le contadine col loro cappellùccio: odor di maggiorana; vasi di rame lucenti, colmi di latte; e un cinguettar di richiami, di saluti cadenzati: «Buon dì, ciciricì!».

Ad un tratto stupii: davanti ai miei occhi dilatò una piazza con palagi regali, eccelsi: cùpole, domi, logge si incendiàvano ai raggi del sole. Ricordai: lì era stata Venèzia, la Serenìssima. Gente togata e guerriera sporgeva fantasticamente da quei palagi.

— Com’è quel brulichio scuro lì nella piazza? — domandai.

— Oggi è mercato.

Il tram mi riportò onestamente alla stazione. Sono le sei e mezzo. I colli Bèrici rilùcono ora di una verdura profonda; le chiome, o tonde, o cuspidate degli alberi (pini, cipressi), dentèllano il cielo, che adesso è di una purità di cobalto intenso. C’è una villa lassù? Una villa settecentesca, con logge e colonne, affrescata dal Tièpolo? Socchiudo gli occhi: vedo tutti i personaggi del Fogazzaro: [21]le dame in tupè bianco: i signori xe tuti lustrìssimi, con bei panciotti a fiorami: sièdono presso una bella fontana, fra quella verdura. Si dòlgono si pèntono di lor dolci peccati, e se li accarèzzano: si scàmbiano motti leggiadri in francese e in italiano venezièvole.

Ma Franco e Luisa del Pìccolo Mondo Antico non sono lì. Essi stanno in disparte ed immoti: i loro occhi tranquilli e tetri si vòlgono verso la terra, dove siede di per sè, immèmore, la pìccola Ombretta:

Ombretta sdegnosa del Missisipì.

Ella porta le pòvere scarpette, cucite da sua madre; ella giuoca immèmore con una sua pòvera bàmbola. Perchè lagrimai allora in quel mattino? Perchè vidi anche la barba nera, il volto tèrreo di Giovanni Segantini che dipingeva con sacri segni quel quadro, dove sopra un cimitero due àngioli sostèngono verso il cielo una pìccola creatura?

[22]
Capìtolo IV.
QUATTORDICIMILA MORTI!
Per andare ad Asiago si prende il treno che va a Schio. Ma si scende prima: a Thiene. Poi altro treno sino a…. Non ricordo più il nome. Poi altro piccolo treno, con ruote dentate che salirà l’alpe.

La pianura si stende ubertosa, ben coltivata, sino ai piè delle Alpi, le quali fanno l’effetto di balzar di colpo minacciose su dalla lìnea dolce del piano. Asiago si nasconde lassù fra quei monti: si trova in una conca verde fra quei monti. Così mi dice la gente. Io ho l’impressione di andare al confine d’Itàlia.

Questo tratto di lìnea non è compreso nell’abbonamento. Salgo perciò in terza classe. Mi sta di fronte un alpino in montura grìgia: è un fanciullo imberbe, ròseo, sano: ma che mani, ma che piedi! [23]o almeno che scarpe! Ha lo zàino affardellato che ricorda la sàrcina dell’antico legionàrio. I suoi occhi celesti vàgano senza l’ombra di un pensiero. Parla vèneto. Parliamo. Ora va in montagna a raggiùngere il suo reggimento, poi verosimilmente andrà in Lìbia. Certo bisogna sostituire quelli della leva del 1891. Andrà dove lo manderanno, farà quello che gli comanderanno. Molti non sono tornati. Lo sa. Ma i suoi occhi celesti non hanno l’ombra di un pensiero. Ora su le Alpi la vita è faticosa; ma l’acqua è buona, i suoi superiori sono buoni. Per mangiare, essi, i soldati, si fanno la minestra in gruppi di quattro o sei, e la cuòciono con la legna dei boschi; e la minestra è buona.

Alla stazione di Thiene grìdano i giornali del mattino.

È scoppiata ancora la guerra nella penìsola balcànica! I giornali ne parlàvano come di cosa probàbile nei giorni addietro. Ma come era possìbile crèderci dopo sei mesi di guerra! E che orrìbile guerra! Allora Bulgaria, Grècia, Montenegro come belve feroci contro quell’altra antica feròcia, che è la Turchia. E adesso Grècia e Sèrbia contro la Bulgària? [24]Gli alleati di ieri sono diventati i nemici di oggi?

Comunque sia, le prime notìzie dei giornali sono impressionanti. Leggo: I Greci alla riscossa. Istip distrutta dalle artiglierie serbe. Quattordicimila morti nella prima battaglia. Ma le grandi Potenze ne sono indignate. Dunque la guerra è scoppiata contro la volontà delle grandi Potenze! Perchè è scoppiata questa seconda guerra? Compro, apro tutti i giornali: tutti i giornali sono confusi ed indignati al pari delle grandi Potenze. Bisogna supporre che un re o più re, dinanzi ai quali i popoli dìcono, «Evviva, Zìvio, Hurrà, Hoch!», si siano incontrati, e invece di dire: Pace! come fanno di sòlito quando si incòntrano, àbbiano detto: Guerra! No, non pare che sia così. Pare che la guerra sia scoppiata di per sè, per accumulamento di matèria umana esplosiva. Gli uòmini esplòdono dunque anche senza i re? Se fosse vero, sarebbe un fatto molto grave, perchè non basterebbe più abolire i re, come molti consìgliano. Una cosa però è certa: Quattordicimila morti nella prima battàglia. E allora occorreranno quattordicimila casse da morto! Non [25]so perchè guardo in su e vedo la piràmide di quattordicimila casse da morto.

È orrìbile! Ma la gente nella luminosa carrozza di terza classe, è tranquilla. Guardo il mio dolce alpino davanti a me. È tranquillo. Guardo nei campi le tranquille òpere geòrgiche; i falciatori recìdono con le falci l’altìssimo fieno. Eppure, ora, in un campo del mondo, esìstono quattordicimila morti; una piràmide di quattordicimila morti! occhi spenti, membra inerti! No! no! Io non vòglio lasciarmi vìncere dalla pietà. In natura non esiste pietà. Perchè allora deve esìstere in me? Ma certo è una visione macabra, quattordicimila morti! Per fortuna sono lontani. Via questa brutta visione di quattordicimila morti. Non vuole andar via. Pensiamo allora così: i turchi sono bàrbari, i serbi sono più bàrbari; i bùlgari sono barbarìssimi; i greci sono una mera denominazione e non hanno più nulla a che fare con l’amico Sòcrate…. La visione macabra non va via. Se ne sovrappone un’altra, anzi. Se vi sono quattordicimila morti, logicamente vi sono o vi sono state quattordicimila madri. Esse all’incirca venti o venticinque anni fa, alimentàvano [26]con le loro mammelle quei morti, che allora èrano pìccoli bambini, èrano tènere carni. Molte di quelle madri avranno trepidato e chiamato il mèdico per una pìccola febbre dei loro piccini. Ebbene, valeva la pena di tutto questo lavoro? Questo, niente altro che questo è l’idea fissa, qui. Anche qui nel treno sento che ognuno ha, che ognuno parla del suo pìccolo, del suo grande, del suo dolce, o del suo greve lavoro. Lavora il trenino che ànsima, lavòrano laggiù i falciatori, lavora il sole lassù. Perchè? Io piego il capo sul bràccio: mòrmoro questo nome solo consolatore: Cristo, Cristo, Cristo!

*

Il trenino che monta ad Asiago è molto pieno di gente: esso si arràmpica un poco con le sue gambe, cioè con le ruote, ma poi domanda l’aiuto e va per mezzo di una ruota dentata. Naturalmente va su quasi a passo di uomo. È un interessante spettàcolo perchè la pianura sembra sprofondare. E dopo un’ora e più di salita, ecco si apre un immenso pianoro ondulato, una conca [27]di colore come vivo smeraldo, con zone e fàscie lucenti di verde assai più scuro ai confini del cielo: sono i grandi boschi. Ecco appare qualche chalet elegante, qualche stazione climàtica lungo la via, a ridosso dei neri boschi. Qua e là, nello smeraldo intenso dei prati, ecco un rosseggiare di tetti e di ville, e case sparse per quel gran verde. Costruzioni bizzarre! Ecco Roana, Rotzo, Asiago. Tutto bello, tutto ben pettinato; ma v’è un barbàglio di ària troppo lùcida; troppo vibrante; e poi qualcosa di esòtico. Ciò mi irrita. Ho anche la sensazione di quel mare vicino delle genti germàniche; ed anche ciò mi irrita. Asiago è l’ùltima stazione. Tutti scèndono. È quasi mezzodì. Il sole scagliava un biancicore abbagliante per le vie, su le pareti intonacate, imbellettate di fresco. Anche ad Asiago attèndono i villeggianti. Gran via vai di alpini giganteschi e di artiglieri enormi, polverosi: sono quassù per gli esercizi di tiro. Ebbene; con tutta la mia avversione per la guerra, adesso i colori delle assise e delle armi italiane a questo confine mi dànno un brìvido di piacere.

Sentivo il bisogno di rifugiarmi in [28]qualche luogo, fuori da quella luce accecante, da quella vibrazione fresca e incresciosa di azzurro. Una contradizione quella luce e quella frescura! Io non appartengo alla spècie della gente villeggiante, e quegli ingressi di alberghi inverniciati coi portieri inverniciati, che attèndono i villeggianti, mi ripugnàvano. Cercai nelle vie interne della vècchia Asiago qualche rifùgio più confacente ai miei gusti. Un alberghetto semideserto, con grosse tovàglie di bucato, pareti di legno, mi offrì più che non cercavo: stanza di luce opaca, un brodo, uno spezzatino di vitello.

— Con tegoline?

Oh, cara parola veneziana, che mi ricorda la giovinezza!

— Sì. Tegoline e vino bianco di Soave, squisitamente soave. Ma non parlate voi — domandai — cimbro o tedesco?

— Una volta! Ora tutti si parla veneto.

Come si beve bene nei paesi degli ùltimi confini del vino, di contro ai paesi della fredda birra! Mi sembrò cosa patriòttica bere molto vino. Domandai notìzie del mio compagno di collègio, Gherardo. La sua famìglia era ragguardèvole e ben nota lassù, ma lui era morto. [29]Morto, ben morto, sicuramente morto, tanti anni fa. Un suo parente venne, e mi narrò anzi la strana istòria di lui: morto come muore l’aereonàuta per mancanza di pressione dell’ària, o, piuttosto, per un sovèrchio di pressione, cioè come uno muore in fondo al mare: vòglio dir questo: che la libertà respirata da lui tutta in una volta, dopo sette anni di collègio, lo aveva ucciso.

Il vino di Soave stava producendo in me il più benèfico effetto che suole il vino, quello di dormire; quando sobbalzai: pensai che il mio compagno Gherardo era morto, ben morto ed era morto per tutti quegli anni durante i quali io avevo seguitato a bere vino, a bere acqua; a fare insomma, tutte quelle cose che fanno i vivi. In che deplorevole stato dovevi èssere adesso, Gherardo, dagli occhi azzurri! Eppure per sette anni abbiamo portato la stessa montura, abbiamo mangiato alla stessa lunga mensa del collègio, ci siamo nutriti dello stesso òdio; lui dell’òdio sicuro di capo della Santa Vehme; e che aveva i pugni che pesàvano molti chili.

Quante cose vane!

Lasciai Asiago nell’ora più calda del [30]pomerìggio. Il trenino di ritorno ora affollato di alpini e artiglieri; essi parèvano anche più titànici dentro il minùscolo scompartimento. Ròsei, felici, chiassosi.

Prima che partisse il treno, venne un tenente d’artiglieria, elegante elegante, e li interpellò bonariamente con la parola «ragazzi!». Strana parola, ai miei orecchi. Perchè «ragazzi» vuol dire: «chiamati a vivere»; ma nella mia fantasia voleva dire: «chiamati a morire!».

Ma in fondo a che cosa siamo chiamati?

[31]
Capìtolo V.
BOLOGNA DI NOTTE.
Arrivo a Bologna da Verona; ore dodici e dieci minuti dopo la mezzanotte. L’Hôtel Moderne, o Hôtel Bologna, o Bologna meublé, o comunque si chiama, è tutto occupato.

— Aspetti bene una mezz’ora, — mi dice un personàggio tutto stilizzato, tutto esòtico, ma con un accento così bolognese che era impossìbile rèndere esòtico. — C’è un signore in partenza, e le fàccio sùbito mèttere in òrdine la càmera.

— Merci, monsieur le concierge; e nel frattempo andremo a bere una birra.

Cara, vècchia Bologna, me ne congràtulo per te, e mi dispiace per me. Ti vai stilizzando troppo, e ogni anno di più, ogni anno più esòtica, più Milano; ed io non ti riconosco più. Sei volata via, vècchia Bologna! Vècchia torre degli Asinelli, se hai giudìzio, [32]va là, cadi giù: e anche voi, vècchie torri, cosa ci state più a fare costassù ritte? Dolce San Michele in Bosco, e tu, colle dell’Osservanza! Odor di viole in marzo; in autunno, odor di gaggie. Voi, gente del pòpolo che dicevate: «Torsoà, servitor suus!»; e voi cittadina gente cortese che dicevate, al più lieve urto: «Ehi, ch’al scusa! scusi bene!», dove siete voi? Tagliatelle, che parèvano avere odore di carne dolce di donna, dove si màngiano più? Siete andate via, dolcezza della vita?… O sono andato via io?

Sei andata via tu, vècchia Bologna, o sono andato via io? Questo era il problema che io meditavo andando a bere la birra.

Ma il vècchio caffè dell’Arena del Sole c’era ancora come ai bei tempi. Probabilmente da allora ad oggi non si era mai chiuso, anche per la ragione che manca di porte. Anche l’abitùdine gaudiosa di mangiare tra l’una e le due dopo mezzanotte, era rimasta. Però la vècchia sàpida birra Ronzani non si vende più.

— Spiessbraü! — mi avvertì il cameriere, stilizzato anche lui.

— Quella acquosa amaritùdine tedesca, [33]che si fàbbrica in quella città?… No, io non la berrò! Un gelato, allora! Ma sapeva di melassa, quel gelato.

Guardavo attorno. Giovanotti eleganti, uòmini grigi e bianchi, teste chiomate e crani pelati, frammisti a donnine galanti ed eleganti, sotto la luce bianca delle làmpade elèttriche, presso la gran distesa delle tàvole imbandite, sedèvano, si movèvano, conversàvano con amàbile tranquillità. Ma è notte! «Fàcere de nocte diem, far del giorno la notte — mi disse il dottor Balanzone — bononiense est, è cosa bolognese. E poi non vedi? È finito da poco lo spettàcolo, qui presso, all’Arena del Sole.»

Probabilmente sono andato via io.

«Non ti ricordi — dissi a me stesso — la gran passione che avevi anche tu pei drammi su la scena!»

Chiusi gli occhi e la rividi ancora la Arena del Sole, data agli spettàcoli diurni, in un pulvìscolo d’oro e di pòrpora. Tutte le gradinate gremite di donne in pepli bianchi. Intensi silenzi, grida per l’anfiteatro alla passione del dramma. Ma poi, calato il sipàrio, negli intervalli, era tutto un rosicchiar tranquillo di brustolini. Ma allora io non sentivo il [34]cricchiare dei brustolini; e i pepli bianchi non èrano altro che i corpetti delle lavandàie. Allora io ero un fanciullo come è il pòpolo, il quale non sente il dramma se non lo vede su la scena.

Oh, mio stupore, allora, per l’attrice Teresina Mariani! Era ella un’adolescente bionda che recitava la parte di Ofèlia e Fuoco al Convento, con un’ingenuità deliziosa.

Ricordo che mi fermai una volta a rimirarla lì, ad una tàvola del vicino caffè, mentre mangiava. «Màngia! La pàllida Ofèlia màngia!»

«Sì, idiota, le pàllide Ofèlie màngiano, e qualche volta màngiano anche gli uòmini vivi.»

Poi Teresina Mariani impinguò; faceva su la scena le parti spudorate di cocotte. Poi, morta!

E perchè, dopo Teresina Mariani, mi balenò davanti la testa chiomata di Quìrico Filopanti?

Perchè dietro il Caffè dell’Arena, c’è la Piazza dell’otto Agosto, dove nel 1849 furono scacciati gli austrìaci. Quìrico Filopanti ogni anno, arringava il pòpolo. Rivedo una folla di pòpolo e, sopra la folla, l’àbito nero e la tuba di [35]Quìrico Filopanti. La sua misèria era spettrale: ma àbito nero e tuba. Doveva èssere ancora l’àbito che indossò quando fu deputato della Costituente della Repùblica Romana nel 1849. Ma non importa: àbito nero e tuba! «Pàtria, onore, eroi, repùblica clàssica,» èrano le sue parole. E poi «le stelle», perchè Quìrico Filopanti si occupava anche di Dio e delle stelle. Tutte cose che non ùsano più.

Sentii allora una grande compassione anche per Garibaldi. Perchè?

Perchè sopra quell’esposizione di tàvole imbandite all’aperto, si vedeva sòrgere il monumento a Garibaldi. Pòvero Garibaldi, costretto, nella sua immobilità di bronzo, su quel cavallo lungo da scuderia inglese, a guardare lì, tutte le notti, istrioni e cocottine, gaudenti e impenitenti…. Ti senti la vòglia di dar di sprone al tuo cavallo? Prima di te c’era lì il monumento di quell’altro pòvero eroe, col bràccio teso: Ugo Bassi. E poi hanno messo te, Garibaldi! Va là, va via, Garibaldi! Ah, triste sorte degli eroi! Triste sorte anche delle piante! Vògliono dormire e non pòssono. La luce elèttrica le acceca e le brùcia tutte, le pòvere piante….

[36]Quante donnine van girellando per queste tàvole! Chi saranno?

Vècchie attrici che hanno navigato; artiste erranti che navigheranno; fanciulle senza famìglia, senza focolare, con un pìccolo bagàglio qua e là, un amante qua e là. Tutta un’amàbile promiscuità.

Qualcuna parla un po’ forte, e in realtà ha la voce flautata e profonda del palcoscènico. Qualche piccina discute in grande stile. Qualche bocca a cuore ride con perversa intelligenza. Un sospiro, un giudìzio d’arte teatrale, intercalato con il vocale badinage bolognese: «Mo che nervous tutt’incò! Offrìtemi una gita in automòbile». Ròmpono lo sbadìglio mutando tàvola; si accòstano all’uno e all’altro; màngiano con gràzia pìccole cosine: un banano, un fritto dolce, taiadlein con l’odore caldo del ragù. Una, pàllida, immota, pare fissa nella punta della sua scarpetta. Mi manda il fumo oppiato di una sigaretta. Un giovinetto le deve aver detto: «t’amo», perchè colei risponde forte: «t’amo, t’adoro come la salsa di pomidoro». Riprende a fumare con le labbra sprezzantemente cascanti.

[37]
Capìtolo VI.
KARA-KIRI.
Mi scosse una tènue ombra nera che intercettò la luce; mi scosse una tènue voce che mi chiamò per nome gioiosamente, con un: — Voi qui?

Guardai con immenso stupore.

Era la signora X***. Ma io dirò semplicemente Mimì: un nome che mi gravò per molto tempo sul cuore e lo fece sobbalzare.

Risposi infine anch’io:

— Voi qui? — Il cuore mi aveva dato un sobbalzo.

— È il nostro mese di riposo — ella disse. — Ma voi cosa fate qui a Bologna?

— Cosa faccio io qui? È ben quello che non so. Aspetto il giorno che verrà per partire.

[38]Mi guardò stranamente, quasi con una spècie di compassione. Poi disse:

— Sentite — e mi chiamò ancora con dolcezza per nome —; ho bisogno di voi. Non me lo negate questo favore….

— Io rimango, signora, qui a Bologna, sino a mezzodì di domani, anzi di oggi — risposi guardando il quadrante dell’orològio. — Se in questo tempo vi posso èssere ùtile, ben volentieri.

— Caro (e ripetè il mio nome), io so che adesso voi siete letterato….

— Chi vi ha detto queste cose?

— Non avete voi scritto dei libri?

— Ma sì, qualcosa del gènere, ma per combinazione. Voi dicevate, Mimì, che avete bisogno di me?

— Ah, sì! Allora venite domattina, verso le dieci, a casa mia….

— Verso le dieci? A casa vostra? Bene. Voi dove state di casa?

— Come, non ricordate più? Via Avesella.

— Sempre lì?

— Sempre lì.

— Allora alle dieci….

Ella disse:

— Io vi trovo abbastanza bene.

Ed anch’io di rimando le dissi: — Io [39]vi trovo bene: — ma automaticamente, come si dice di lùglio: «quest’oggi è caldo», o di gennaio: «quest’oggi è freddo».

Ella mi voleva presentare alla sua compagnia, ma la pregai di dispensarmi.

— Cosa credete di farmi un onore presentàndomi come letterato, un letterato vostro amico? Voi vi sbagliate.

Dopo di che lei tornò al suo tàvolo, fra la sua compagnia. Io assaggiai di nuovo il gelato ed anche il mio cuore. Qualche pulsazione irregolare e nulla più. Ma probabilmente esse provenìvano dallo stupore di sentirmi ancora chiamare col sèmplice mio nome di battèsimo, e così dolcemente. Ohimè, è da due anni che il mio nome di battèsimo io non lo sento più ripètere; e, forse, non sarà più ripetuto.

E sollevando ogni tanto gli occhi, vedevo, presso il tàvolo di fronte, il visetto di Mimì: esso sorgeva da una collarina bianca, sopra una sèmplice veste nera; ed una cuffietta moderna lo incorniciava con molta gràzia. Quel visetto era, o mi pareva, press’a poco uguale come l’ùltima volta che lo aveva veduto, molti anni fa. È colei Mimì, o è l’ombra di Mimì? [40]E se è lei, che cosa vorrà da me? Pensare che per molti anni il ricordo di Mimì mi diede palpitazioni violente. Ora tutto era quieto.

*

Non c’è dùbbio, pensavo al mattino seguente vestèndomi, che l’indivìduo che è riflesso in questo spècchio, è la continuazione di me stesso, cioè di un ùnico indivìduo, vivente ora e vissuto anche molti anni addietro. Eppure io sono un pìccolo cimitero…. in attività di servìzio. La pìccola Mimì giaceva in una delle arche del mio cuore: io la credevo ben morta. Essa è risuscitata, perchè è un fatto che la donna la quale ieri sera mi salutò così dolcemente per nome, è proprio Mimì.

Pensare tanti anni fa, quando io avevo vent’anni! Io ero òrfano di babbo, e vivevo così poveramente che spesso era necessàrio saltare la colazione; la mia pòvera mamma, i miei fratelli piccini…. Ebbene, io volevo sposarla, Mimì, sposarla col sìndaco, col prete, col còdice, con tutti i più lùgubri utensili del matrimònio.

[41]Questa cosa, a pensarci bene, depone in favore della mia precoce imbecillità, ma può èssere istruttiva, e perciò parlo di me. Io esprimevo tutto il mio amore decretando di fare kara-kiri. Non potendo farle omàggio di una collana di brillanti, le facevo omàggio di me stesso, mi immergevo nel ventre il jatagan del matrimònio; mi sposavo, in una parola, e tutto ciò con la impassibilità con cui i Samurai fanno kara-kiri in onore del loro Mikado. Certo non dissi allora: «Mimì, io fàccio kara-kiri per te!» perchè queste cose avvenìvano molti anni prima della guerra russo-giapponese, e il Giappone non era molto conosciuto. Ma dissi a Mimì: «Ti sposo!» cioè ti faccio omàggio di me stesso. È un modo di manifestare l’amore sui venti anni, e ciò è accaduto anche a persone meno imbecillite di me.

Senonchè Mimì rimase così turbata di trovarsi coinvolta in un fatto di tanta gravità, che rifiutò. Un’onesta fanciulla, in fondo: una onesta, una non comune fanciulla.

Ella era, allora, una pìccola pàllida sartina, precoce, venuta al mondo con due enormi tondi occhi colmi di curiosità, [42]un nasetto impertinente, belle labbra sane a cuore, e gusti eccezionali. Le compagne la chiamàvano marchesa Stracciolini. Ah, se io, a quegli anni, avessi fatto qualche scàndalo, Mimì mi cadeva bell’e cotta sul piatto. Ma io ero un sàggio giovanetto e le offrivo il matrimònio.

Però che màggio allora in Bologna! Tutte le sue torri èrano rosse, tutte sventolàvano orifiammi e gonfaloni; ed i versi di Guido bolognese (si spiegàvano allora in iscuola) dove dice di madonna Lucia che portava così bene in testa un cappellino di vajo:

Chi vedesse Lucia un var cappuzzo

In co’ portare, e come le sta gente,

mi dàvano la nostalgia dell’amore in tutti i sècoli. Mimì portava un berrettino di lapin bianco! Come le stava gentilmente tuttavia! Mimì a me pareva come la regina di Bologna, e il visetto suo bianco mi pareva dealbato col misterioso issopo. Era forse un po’ di volgare paciulì. Quella Mimì bolognese che sapeva di paciulì! Ella non era nè più nè meno di tante altre; eppure io non la [43]potei più scompagnare da quella cosa innebriante che è la giovinezza.

Poi ella si diede all’arte drammàtica; reginetta di palcoscènico; giacchè era pur destino che ella finisse regina di qualche cosa: io diventai travet, e poi andai a far kara-kiri altrove.

Ma confessiàmoci senza vergogna: quante volte di poi, fra la gente, cercai quel pìccolo volto stellante ed il cuore balzò ogni volta che scoprii un nasetto all’insù fra due occhi tondi, che rassomigliàssero a lei. Quante volte mi aggirai per le tue vie più vècchie, o Bologna; e nel lamento dei tuoi organetti, nella fisonomia dei tuoi pòrtici, nel suono del tuo dialetto, cercai l’ombra di un sogno. Ohimè, le tue torri èrano diventate tutte grige, non c’èrano più gonfaloni; il tuo dialetto già così soave al mio cuore, mi suonava come uno sguaiato dialetto; i tuoi orbini che suonàno gli organetti, èrano lùridi; le tue pastine dolci (una cosa che Mimì accettava) sapèvano al mio palato di melassa e di stucchèvole vanìglia, come quel gelato della sera prima.

«Tuttavia converrà andare — pensavo —, giacchè ho promesso. Ma quale [44]che sia la cagione perchè tu hai bisogno di me, non mi offrirai mica un bàcio, Mimì! nè io lo offrirò a te. Due mezzi sècoli, quasi, che si bàciano. Oibò.»

E così andando verso la casa di lei, e passando per la vècchia via delle Belle Arti, mi sorprese quella rovina superba che è il palazzo cinquecentesco dei Bentivòglio. Uno sgretolato sedile marmòreo corre in basso. Sostai come ad un misterioso richiamo; guardai in su le due file delle finestre, fatte per una dimora di re, adesso senza più imposte, vuote come occhiàie di un morto; poi ancora mi fissai a guardare il sedile giù in basso. Mi si disegnò nella mente il ricordo di una gèlida notte di febbraio. Avevo ottenuto il favore di accompagnare Mimì al veglione del Comunale. Le carni di lei tremàvano pel freddo e per l’ira della lunga lite che era avvenuta fra noi, mentre ella si abbigliava. Ci fermammo — ben ricordo — lì: cioè io, dopo lungo silènzio, arrestai il passo di lei saltellante, lì, a quell’àngolo deserto e buio del palazzo Bentivòglio.

— Tu non ballerai con….

— Io ballerò con chi mi pare.

— Io ti strozzerò.

[45]— Va ben là! chè non hai il coràggio. Allacciàtemi piuttosto la scarpetta.

Tutta eròica (ah, è il vero!), era Mimì; e le sue scarpette, anche. Allora non usàvano le American shoes da trenta lire il paio,[2] che ogni modesta ragazza possiede ai dì nostri. Eròiche, vagabonde scarpette! Ma a fùria d’ago, di copale, e di due gran nastri, reggèvano alteramente alle profonde ferite.

Ora, in quel luminoso mattino di lùglio io ero fermo ancora lì, davanti al palazzo Bentivòglio; ed ho riveduto me stesso, tanti anni fa, in quella notte, che, invece di strozzare Mimì, le allacciava fremendo i lunghi nastri delle eròiche scarpette.

[46]
Capìtolo VII.
CHE COSA VOLEVA MIMÌ.
Mimì abitava ancora il vècchio appartamento della sua vècchia madre, in una casa diroccata, che dovette èssere un antico monastero. Ma salendo le scale, un lezzo di stantio mi si avventava alle nari. «In verità — pensai — questo nauseabondo fortore era, forse, preesistente. Ma chi se ne accorgeva allora? Era tutto paciulì.»

Riconobbi ancora l’antica porta, l’antico cordone del campanello.

Mimì venne ad aprire in fresco àbito da mattina, visetto incipriato, riccioletti attorno alla fronte: gioiosamente. Mi introdusse in una stanzetta, che guarda sui tetti: era ancora l’ùmile stanzetta con il pìccolo lettùccio da ragazza.

Ma le memòrie del teatro e della vita sua errante; cose bizzarre, ritratti, fiori, libri, avèvano finito per coprire le pareti [47]e i mòbili. Il cristallo della toilette era ingombro di tutte quelle delicate suppellèttili che sèguono la donna come gli zeri alla destra di una cifra.

— Che cosa guardate, che cosa guardate? Piuttosto dìtemi, come mi trovate?

— Come vi trovo? Ve l’ho detto ier sera: bene.

— Ah, non è più la Mimì di una volta.

— Sinceramente, siete un prodìgio di conservazione.

Sorrise un po’: — Sapeste (e mi chiamò per nome), che paura ho di morire! Pensate; dover morire….

— Mah! È una cosa che càpita.

— Non lo dite per carità.

— E allora non diciàmolo. Ma, se io mal non ricordo, voi, Mimì, una volta, avete tentato il suicìdio.

— Una volta…!

Lei era piccina e ci stava a suo àgio nella stanzetta. Io? Non so perchè, soffocavo. Guardavo i ritratti.

— Chi è quello lì? — domandai.

— Il pòvero, grande Garavàglia!

— E quello?

— Il pòvero Alfredo Cappelli, il grande tràgico! ed un nòbile cuore, sapete!

[48]— Sarà.

— Come «sarà»? È!

— In fondo sono istrioni, — dissi io.

— Oh, — fece Mimì scandalizzata — la più nòbile delle arti.

— Come volete voi: allora diciamo: «la più nòbile delle arti».

Del resto può darsi che tutti e due avèssimo ragione: io guardavo gli istrioni della vita e ne avevo l’ànima amara; lei guardava gli istrioni del palcoscènico, che dopo lo spettàcolo si làvano e vanno piacevolmente a cena, e ne aveva l’ànima dolce.

— E quello là, coi baffi spioventi in giù? Oh, ma quello non è un istrione. Quello, se non mi sbàglio, è Quìrico Filopanti, poveretto.

— Come «poveretto»? — esclamò Mimì sdegnata. — Un eroe, un santo!

Ora ben ricordavo: la gran passione di Mimì, giovanetta, per gli uòmini in qualsiasi modo straordinari….

— Ma quello è il ritratto di Giòsue Carducci! Avete conosciuto anche il Carducci? — domandai stupefatto.

— Voi non ricordate più nulla — esclamò Mimì con profondo stupore dei suoi occhi tondi.

[49]«In verità, Mimì, avete ragione: le pareti mèglio affrescate sbiadìscono, quando la gràndine troppo le batte.» Ma non dissi nulla ed ella seguitò:

— Non ricordate? C’eravate anche voi, quella sera, da Sabatino, quando gli fui presentata. Tutti voi avevate una gran paura che io commettessi qualche gaffe madornale. Ma io me la cavai benìssimo. Non ricordate che bel complimento gli feci?

— Quale?

— Gli dissi: «Professore, lei ha le mani da duchessa!» e lui fece come un ruggito di compiacimento. Sapete? Tutte le volte che sono andata, poi, nei serragli — è una mia passione — a vedere i leoni, con quella testa sconfortata che hanno, mi è venuto sempre in mente il Carducci.

Tacemmo un po’.

— Ma quello lì, quello lì — dissi indicando un ritratto sbiadito dal tempo, — è lo Spad….

— Eròico! — fece Mimì con compunzione.

Mi vi fissai a lungo. Era un profilo di giòvane imberbe, dalla lìnea indefinibilmente aristòcratica, con un non [50]so che di spiritato nelle pupille. Dalla fronte, per le finìssime chiome, pareva vaporare il misterioso ardore della sua giovinezza.

Nel tempo che Bologna fioriva di bizzarrie e gentilezza, Spad…. ebbe per qualche anno gran nome. Lo rividi vivo col pensiero: pàllido, supremamente elegante e sprezzante, signorile e plebeo. Si uccise a trent’anni. Lo Spad…. era stato il mio formidàbile rivale, non perchè egli amasse Mimì, o conoscesse me, mìsero studente; ma perchè lei era pazza per lui.

— Eròico? — risposi. — Uno squilibrato, un ubriaco di assènzio e di paradossi, che scambiò il pòrtico del Pavaglione e l’àngolo delle Spaderie col vasto mondo. Se avesse pensato seriamente che quei due colpi di doppietta contro la sua testa costituìvano l’ùltima sua réclame, non lo avrebbe fatto.

— Voi non capite niente — disse Mimì. — La sua era un’altra morale; e voi siete rimasto pìccolo borghese.

— Pìccolo borghese? Credete di offèndermi? Ma no! È una delle poche cose buone che rimàngano all’Itàlia. Certo quando penso che voi vi siete prodigata [51]agli eroi; mi dispiace di èssere stato pìccolo borghese. Lo Spad…, del resto, non vi amava….

— Questo lo dite voi — scattò Mimì. — A suo modo, sono stata amata da lui. Certo col senso della bellezza che egli aveva, preferiva le donne tizianesche, i grandi corpi statuari. E me lo confessava con la sua divina brutalità.

— E voi eravate sotto misura….

— Impertinente! — disse Mimì facendo anche più tondi i suoi occhioni e scoprendo i suoi denti così deliziosamente che mi parve di rivìvere per un àttimo della mia giovinezza.

— Ah, cara Mimì, — esclamai — se io avessi supposto in voi questo nòbile e così raro culto pei morti, vi avrei offerto anch’io, come costui, il mio cadàvere imbalsamato. Era, allora, una cosa discreta: magro, biondo…. Converrete almeno, che io, invece, vi ho amata moltìssimo.

— Voi? Voi non sapete amare; voi non avete veduto in me che un poco di fèmmina, condita bene, che vi stuzzicava l’appetito.

— E non ne parliamo più — dissi.

Io mi ero alfine seduto. Ella si stava in piedi davanti a me e le sue mani [52]èrano ancora le sue belle mani, i suoi occhi èrano ancora i suoi begli occhi tondi, i suoi denti èrano ancora quei pìccoli aguzzi denti che ella scopriva in modo delizioso.

Però il condimento non c’era più! Il feroce tempo, o Mimì, ti aveva ravvolto i polpastrelli della sua invisìbile mano attorno al collo. È lì, vedi, Mimì, dove il tempo prende le donne e stringe il dolce stelo della loro bellezza. Esso, sì, strozza, e non si scherza allora più, come tu con me quella sera d’inverno sotto il palazzo Bentivòglio, Mimì. «Ah, io non ho veduto in voi che un poco di fèmmina condita bene? — dissi fra me. — Io ho veduto l’inferno, il purgatòrio: e il paradiso me lo avete fatto sospirare. Del resto può darsi che voi abbiate ragione. Mercè vostra, o pìccola Mimì, il mondo era allora per me tutta una appetitosa vivanda ed io non domandavo a Dio che una gran bocca per farne un ùnico boccone, voi compresa, Mimì. Ma oggi soffro di nàusee.»

— Cara signora — dissi, — cambiamo argomento. Voi avete detto ieri sera che avevate bisogno di me.

Esitò alquanto. Disse:

[53]— Io volevo lèggervi alcune mie cose; o le leggete voi, se vi pare; ma lèggere con amore, ve ne sùpplico — e pronunciò il mio nome di battèsimo melodrammaticamente.

— Figuràtevi! Lèggere è il mio mestiere. Saranno, suppongo, memòrie della vostra vita. Non è vero?

— No! Sono poesie!

— Poesie? Ma questo è un volume completo di poesie! — esclamai sfogliando il manoscritto che Mimì mi aveva messo innanzi delicatamente.

Come rimase male, pòvera Mimì, alla mia esclamazione dolorosa.

— Ma non siete anche voi poeta? — domandò.

— Una volta, Mimì! Ma da quando mi sono accorto che i nostri servizi pùblici vanno male perchè vi sono troppi poeti, ho smesso di èssere poeta. Ma che peccato, Mimì, che voi non foste poetessa nel tempo che anch’io cantavo come un merlo! Voi, invece, come avete fatto a diventare poetessa?

Pòvera Mimì, lei credeva quella mattina di ricèvere da me le più sentite congratulazioni letteràrie, ed io dissi quelle parole con la voce accorata come [54]avessi detto: «come avete fatto ad ammalarvi?».

Mimì disse con santa semplicità: — Vi sono adesso tante donne che scrìvono, tante poetesse! poetessa A***, poetessa B***, poetessa C***….

Era arrivata alla G***, all’N***, alla V***.

— Ci posso stare anche io.

«Capisco — dissi fra me —, è un caso di infezione»: ma volevo dirvi questo: che avrei preferito lèggere le memòrie della vostra vita. Per esèmpio, la stòria di quando mi avete fatto ballare sopra un quattrino, passare dal bagno russo alla dòccia fredda. Sapete che sarebbe riuscita una stòria interessantìssima?

— Come siete cattivo! Sapevate bene che in quegli anni ho avuto il tifo, che mi sono caduti i capelli….

— Ah, si chiama «tifo» quel servire un pòvero ragazzo ora cotto arrosto, ora in salsa rifredda? Si chiama tifo?

[In fondo, sì! Mimì aveva ragione, si chiama «tifo», che alla lettera vuol dire «instupidimento». Che colpa aveva Mimì se un ragazzo di vent’anni, tenuto alla catena in collègio per sette anni, dove aveva mangiato tutte le romanticherie possìbili, un bel giorno va a bàttere [55]il naso contro la sottanella di una sartina, la quale, indubbiamente, odorava forte di paciulì? E chi le può fare rimpròvero se per qualche tempo lei si è divertita nel vedere gli strani effetti che su di me produceva il suo inestinguìbile odore di paciulì? A Milano, in fatti, per significare «innamorarsi sul sèrio», dìcono: «fare il tifo».

Quel mio compagno di Asiago, il tremendo teutònico, che durante i sette anni di catena in collègio pareva non pensasse ad altro che alla filologia comparata ed alla Santa Vehme, appena fu lìbero, andò anche lui a sbàttere, ma con tanta violenza, contro una sottanella profumata che gli venne come un furore: e allora giù liquori per rinfrescarsi! E in pochi anni, fra sottanelle e liquori, la sua fibra di cimbro fu spezzata come un fuscello. Egli fece kara-kiri in altro modo.]

— Veniamo a noi, signora. Quale è l’argomento delle vostre poesie? È fàcile supporre: l’amore.

Mimì fece cenno di no, l’amore non era il tema prevalente delle sue poesie.

— Questa è una cosa grave — dissi io.

— Non esìstono forse altre cose che l’amore? — disse Mimì.

[56]— Quali?

— Ma la bontà, la pietà per gli infelici, l’eroismo — disse Mimì con entusiasmo —, la fratellanza umana, il progresso umano, e poi le bellezze del creato. Non esìstono forse tutte queste cose?

— Se voi ci credete, esìstono.

— Voi non ci credete, forse? — domandò Mimì.

— Sì, ma così e così. Questo vi volevo dire, Mimì, che oggi il mondo è un così fragoroso macchinàrio che non si sèntono più le voci delle tombe. Della qual cosa è prova il fatto che molti poeti si sono messi a celebrare il frastuono dei motori e dei macchinari.

— Che cosa dite?

— Niente, Mimì. —

I riccioletti del mattino si scòssero a queste mie parole attorno al visetto glabro e incipriato di Mimì; i suoi occhi tondi e superficiali si fècero più tondi.

Mimì veniva da una lunga tournée nell’Amèrica del sud, e perciò ignorava i più recenti prodotti della poesia nazionale.

— Niente, Mimì; ma per cantare le bellezze e anche le bruttezze del creato, occòrrono volti terrìbili e facce barbute. [57]Voi donne siete invece capellute sì bene, ma senza barba e con quei visetti graziosi….

— Ma la poetessa G***, la poetessa V***, la poetessa N*** sono celebri, eppure non hanno barba, non hanno volti spaventèvoli: càntano nei loro versi le bellezze del creato, i fiori, le stelle, la luna, Iddio, il cielo, il mare….

— Questo che voi dite, è vero, Mimì; ma vi prego di osservare come tutte le volte che una poetessa canta i fiori, le stelle, la luna, ecc., ecc., sotto i fiori, le stelle, ecc., se ci si guarda bene, si vede un uomo, cioè l’amore per un uomo o per più uòmini. Ciò senza dùbbio è cosa interessante, ma un po’ monòtona. Molto più interessante, invece, è quando la donna si denuda sinceramente, apre quasi le sue carni e pare che dica: «Guarda, o uomo, come amore òpera dentro le nostre vìscere». Questa è la vostra maggiore originalità; o almeno qui l’uomo non vi può fare concorrenza.

— Mi denudo anch’io — disse Mimì.

— Bene, allora sentiamo…. (benchè quest’operazione — pensai — sarebbe riuscita più interessante venti anni fa).

Cominciai a lèggere.

[58]Qui Mimì mi interruppe.

— Ma non fate mica quella fàccia scura, sapete! Non pigliate mica quell’ària da professore! Voi dovete giudicare soltanto dal sentimento….

— Impossìbile, signora!

— Ma perchè «impossìbile»? — chiese Mimì con doloroso stupore.

— Perchè il sentimento è bensì una parte della poesia, ma non è la poesia.

— Voi siete un uomo oramai congelato — sentenziò Mimì.

— Sia pure! Ma io vi dico: conoscete voi la dinamite, quella cosa spaventosa che fa saltare monti, case, ponti, uòmini? Ebbene, essa non è altro che la combinazione di due elementi innòcui quando sono separati: la glicerina (èccola lì! su la vostra toilette) e un poco d’àcido nìtrico…. La glicerina è il sentimento: l’àcido nìtrico è l’arte….

Mimì mi guardava con molta pietà.

— Vedo che voi non sapete di chìmica — dissi. — Allora un altro paragone fàcile: voi volete fare due uova col burro. Evidentemente occorre il burro e le due uova; ma se rompiamo le uova e poi sopra vi buttiamo il burro, sono due pèssime uova col burro; se poi volete [59]fare quello che i francesi chiàmano una omelette soufflée, l’affare si presenta bene altrimenti complicato….

— Dio, come siete diventato volgare! — esclamò Mimì. — Ma in quale orrìbile ambiente siete vissuto?

Ella coprì delle sue belle manine i suoi manoscritti, con il pàvido affetto con cui una mamma sottrae il suo piccino da un contatto profano.

— Bene, bene! Per voi farò un’eccezione: leggerò solo col sentimento.

Èrano strofette e rime di altri tempi; e ne vaporava un profumo di stantio come da un salotto di trent’anni fa. Mimì non sapeva fare le uova col burro alla maniera nostrana, e ignorava la omelette soufflée alla francese.

Il momento era delicato: con tutte le mie buone intenzioni, la mia voce cadeva.

Mimì mi indicava le più belle poesie, ma io non riuscivo a dar vibrazioni alla voce. Allora dissi: — Mimì, mi congràtulo: avete conservata la vostra verginità morale.

— Leggete questa: Le belle mani.

— Sono le vostre, Mimì?

— Sì.

[60]— Voi del resto avete avuto sempre belle mani, anche quando non usàvano le manicure per tagliar le pipite. «Le belle mani!» Ecco un tìtolo squisitamente femminile. Un uomo sarebbe grottesco a intitolare così una sua poesia; mentre una donna può dire benìssimo, le belle mani, i bei fianchi, il bel ventre, e altre cose del gènere. Vedete la differenza tra il poeta e la poetessa? Mi piace: leggiamo.

La poesia cominciava:

Che belle mani avete;

Mi dite spesse volte.

— Chi dice così? È l’amante, vero, che dice così?

— Certo.

— Quale amante?

— Ma l’amante ideale. Andiamo, seguitate a lèggere.

Dunque seguitai a lèggere quei versìculi. Essi costituìvano tutta una litania delle opere benèfiche e caritatèvoli delle sue mani. La poesia concludeva così:

Le mani, o mio gentile,

Che mi lodate tanto,

Belle non sono soltanto,

Son buone mani ancora.

[61]Gli occhi di Mimì — mentre io leggevo, si velàrono sul sèrio di un sottil strato di làgrime. — Ma sapete che sono molto buona, io? — esclamò. — La mia pòvera mamma, la mia vecchierella la ho mantenuta sempre io! Ho guadagnato anche abbastanza: ma da parte, vi giuro, che non ho un soldo. «Mimì qua, Mimì là», e poi sapeste quante misèrie segrete….

Veniva da piàngere anche a me: ma per altra ragione. Pòvera Mimì! Lei credeva ancora nella missione evangèlica delle mani.

Mimì aveva conservato anche la sua verginità intellettuale. Ella ignorava anche che oggi sono di moda le lodi alla belluinità.

— Bellìssima poesia — dissi —, ma forse oggi sarebbe di più effetto la stòria delle mani feroci, perverse. Quando, per esèmpio, mi facevate ballare come un burattino…. — E dicendo queste parole, rimasi anch’io sorpreso dall’insistenza con cui ritornavo su l’antico argomento.

— Ma sapete — disse Mimì quasi con doloroso stupore — che voi dovete èssere ben ammalato?

[62]— Può darsi, mia cara: anzi vi dirò che viàggio per cura — e mi alzai. — Avete una sigaretta?

Guardai l’orològio: quasi mezzodì.

— Venite fuori — dissi — a far colazione con me?

— No, no! E poi la mia mamma è ammalata.

Mi profersi di andarla a salutare.

— Inùtile. È completamente sorda.

Mimì socchiuse un ùscio: disse:

— Guardàtela là!

I miei occhi guardàrono di sfuggita in un’altra càmera: vidi una testa immòbile, scarna, in un enorme letto ex-matrimoniale, col capo ravvolto in un fazzoletto bianco, lungo come una mìtria.

— Se è sorda, non sente. Mettètevi il cappello, e andiamo a far colazione.

— No.

— Perchè?

— Prima perchè siete lùgubre, ed io non voglio sentire discorsi lùgubri.

— E poi?

— Come siete curioso. E poi perchè aspetto qualcuno.

— Chi? Un vostro amante forse?

— Cosa vi interessa di sapere chi aspetto?

[63]Io ero stupito lì in mezzo alla cameretta.

— Ma il giorno in cui non potrò più amare — disse allora Mimì —, Mimì sarà morta.

— Addio! — dissi, ed ella mi guidava verso la porta.

Così ci lasciammo, e la porta si chiuse. Mi fermai un po’ lì fuori. Guardai a lungo, lì di fuori, il cordone verde, unto del campanello. Forse era ancor quello di tanti anni fa. Sopra v’era scritto in relazione alla sordità della vecchia: «suonate forte».

Quel vècchio cordone di campanello! Quante volte lo scossi! Squillava sùbito, ed al pìccolo squillo rispondeva un tuffo nel mio cuore. Veniva ad aprire la vècchia, che allora non era sorda. A i ho bell’e capè! Anca vo a zercà dlà Mimì. Mo se an so gnanca me duv l’è, sta vagabonda! Andè bein là, el mi cinein!

E l’ùscio si rinserrava.

*

Rimasi lì per quella sùdicia via, che un tempo a me pareva la più bella via di Bologna. «L’amore? Probabilmente [64]come una funzione digestiva: una mensa con belli allettamenti. E da giòvani si crede chi sa a che cosa!»

Mi scosse un colpo di cannone.

Era il cannone del mezzodì. E allora fu un correr di pòpolo che smette il lavoro e un gridare gioioso: «L’è Filopanti, Filopanti!».

— Perchè! Perchè dite Filopanti?

Ma il pòpolo aveva fretta per andare a mangiare.

Ho poi saputo che il pòpolo di Bologna chiama col nome di Filopanti il colpo di cannone del mezzodì.

[65]
Capìtolo VIII.
LE DUE MILIONÀRIE.
La vìsita a quell’amore defunto era stata assai melancònica, come contemplare se stesso defunto.

Mi ero anche sopracaricato di letteratura, ed anche ciò era melancònico. Avevo fatto l’uomo superiore con quella pòvera Mimì: avevo detto male delle poetesse; ma riconoscevo di aver torto. Divine poetesse, api d’oro! Qualcuna di voi va corrusca e fiammante nel sole, qualche altra batte l’ala ferita. Ma almeno si sa quello che voi domandate, in fine: il paradiso!

Divine poetesse, api d’oro! come le api d’oro voi avete libato questo disgraziato uomo; e l’uno valeva l’altro! Perchè Giove padre non creò per vostra satisfazione, o api d’oro, tutto un paradiso fiorito di inesaurìbili eroi! Ma l’uomo! L’uomo è incontentàbile e senza pace.

[66]E quel suo atteggiamento di nume in terra è intolleràbile.

Io mi trovavo immerso in queste idee quando, gràzie a Dio, mi sorse un’idea cretina. Essa mi venne suggerita da un enorme fragoroso carrozzone automòbile, che rotolava sui sassi della vècchia via Galliera e portava scritto: Bologna, Monghidoro, San Pietro a Sieve.

Monghidoro? Ma Monghidoro è il nome moderno di un antico nome, superbo e plebeo: Scaricalàsino! E v’è chi nomina Scaricalàsino come fosse un paese fantàstico! È un paese rupestre, a poche mìglia da Bologna. E l’idea esilarante e cretina era appunto nel ravvicinamento della dottorale Bologna, dove nei tempi antichi venìvano di Spagna e di Lamagna a caricarsi di dottrina; e poi Scaricalàsino, dove le schiere degli àsini scaricàvano le some loro, e facèvano beatamente: «Ih! oh!». Oh, giòia di scaricarsi dalla soma della dottrina! Inoltre quel giorno era caldìssimo, e allora pensai anche che, dopo Scaricalàsino, veniva l’alpestre passo della Futa; e il Mugello; e le ginestre; e i grandi vèrtici dei monti. E questa era un’idea rinfrescante. L’automòbile risale la valle bellìssima [67]della Savena; làscia giù la bassa landa, corre su verso la freschezza dell’Appennino…. È deciso. Andiamo a Scaricalàsino. Respireremo l’ària fresca, berremo le àcque purìssime di Scaricalàsino. Ma bisognerà attèndere l’alba del dimani. L’automòbile làscia Bologna al primo mattino. Tanto mèglio! Bello è viaggiare al mattino.

*

Il desiderio di vìvere un’ora a Scaricalàsino era così grande che alle tre del mattino mi trovavo già desto per il letto. Perciò levàtomi e tolto meco un mantelletto ed un forte bastone, mi recai ad attèndere l’ora della partenza in quel caffè che mai non chiude le porte. L’alba non era ancora apparsa; ed il cielo sembrava di cènere: eppure il giorno doveva èsser sereno!

Da via Indipendenza, intanto, col lento moto delle scope, avanzava in un polverone una schiera di spazzini. Il loro gesto era silenzioso e solenne. «Voi siete sacerdotali ministri, voi che togliete la sozzura notturna.» E quasi mi venne vòglia di salutarli quei dispregiati spazzini.

[68]Ma la sozzura degli uòmini e della notte era ben palese nell’elegante caffè che mai non chiude le porte. Su la lastra di marmo di un tàvolo, sotto l’ùnica làmpada accesa, una mano non inesperta aveva tracciato alcuni disegni mostruosi. Tristi uòmini, tristi donne che vivete nella notte! Le tènebre della notte sono demonìache, ed i corpi ne sono polluti. Perchè al discèndere delle tènebre non recitiamo più compieta? Non supplichiamo ancora ne polluàntur còrpora?

Come si vede, io era pieno di purità: dunque, honny soit qui mal y pense!

Io ero solo in quel caffè: l’ùltimo nottàmbulo se ne era andato: io ero il primo avventore mattutino. Con l’aiuto di una pìccola cartina geogràfica, risalivo il corso della Savena; pregustavo il viàggio, sorbendo un ben sciagurato caffè. «Ecco — dicevo in pura letìzia di spìrito — l’incantèsimo dell’aurora fra poco distesa per il cielo; ecco le pure àcque giù dai monti; ecco si àprono i fiori; ecco càntano le ròndini! Tutto puro.» Dunque, honny soit qui mal y pense!

Perchè, d’improvviso, un’automòbile rombò, sostò davanti al caffè; partì sùbito con un miagolio rabbioso; ed io [69]avevo appena levati gli occhi, che due donne sbattèrono la portina a vetri, irrùppero nel mezzo della sala. Parèvano le padrone del caffè, della notte, dell’universo. Ondeggiàvano enormi stravaganti pennacchi. Una di esse comandò imperiosamente, battendo con le nocche inanellate sul marmo: — Botega! cafè e late! — e poi alla compagna disse: — Sentèmose qua. E mi sentii profondare poi sollevare sul sofà. Ella si era seduta presso di me. Un acuto profumo mi investì.

Costei era veramente una figura notèvole: due occhi chiari, freddi, imperiosi in un volto olivigno, dalle linee forti: bel rictus meretrìcio. Una larga tònaca nera di seta, trascinata con grande sprezzo, lasciava intravedere gli ondeggiamenti di un grande corpo. Un senso di angòscia mi sorprese.

L’altra era più giovane, più èsile: una figurina esòtica; ma sbattuta, sciupata, sgualcita. Si liberò come dolorosamente delle grandi piume: apparve un volto triangolare come d’una serpe: volto senza fronte, tutto avvolto in treccine bionde; due immoti occhi di turchese, dilatati, paralleli; un tàglio carmino di bocca; un mento plasmato come da un bizzarro [70]artèfice. Costei sbadigliò liberamente, risbadigliò, rialzando i gòmiti e inturgidèndosi tutta. Allora parve accòrgersi che nel caffè non era sola, lei e la compagna. Parve con un sorriso stancamente dirmi: «Pardon!». E quasi a mèglio spiegare, rivolta alla compagna, disse: — Go sono!

Sorbìrono un po’ di caffè e latte; poi la bruna sbattè sul marmo una borsa a màglie d’oro: trasse dalla borsetta un astùccio d’oro; dall’astùccio una sigaretta che rotolò fra le palme; cimò il tabacco con certe ùnghie acute, rosse.

Chi èrano queste due donne notturne? Sozzura notturna certamente. Ma quale? Quella che la questura scopa; o quella che è idealizzata dagli scrittori? innominàbili èrano? ovvero di quelle che sono nominate con onore?

La mia ignoranza è grande. «Ma quali voi vi siate, ah, le turpi fèmmine! ah, i vili scrittori che idealìzzano codeste fèmmine, commèntano davanti alla onorata nostra povertà quanti diamanti elle possèggono; e quanto denaro dissìpano; e fanno i nomi degli stùpidi proci che aspìrano alle loro nozze! E le vanno ad intervistare codeste fèmmine, e più insulsàggini [71]elle dìcono, più sono giudicate originali; e ci pàrlano dei ritmi, dei sìmboli che hanno sin nei piedi; e ci presèntano le loro lìnee invereconde nei disegni e pitture, e ci raccòntano nei romanzi le avventure della loro vita! Obbròbrio!»

(La biondina, con la testa abbandonata sul bràccio e come dormiente, aveva pure un non so che di soave: la bruna, eretta con que’ chiari occhi metàllici, aveva alcunchè di crudele.)

Ma quale maligna forza mi costringe a guardarle? Esse non si accòrgono nemmeno di me: io pur le guardo: io le intervisto. Sì, le intervisto anch’io, e domando: «Quale abisso separa me da voi? Bellìssime creature, io vorrei che voi mi diceste, che voi mi dichiaraste che cosa sono per voi i titani dell’umanità: i grandi scopritori, i grandi polìtici, i grandi guerrieri, i grandi scienziati, i grandi poeti».

Mi sento rispòndere: «Cristòforo Colombo ci ha permesso le tournées in America; Stephenson ci ha permesso di viaggiare in sleeping-car; Pasteur ci ha inventato molte cose igièniche; Edison ci ha inventato le lampadine elèttriche: i [72]pittori hanno disegnato i figurini delle nostre toilettes; i guerrieri fanno la guerra anche per noi; le teste dei legislatori spesso hanno servito da cuscinetto alle nostre scarpine. I poeti sono i nostri reclamisti».

La biondina, dormiente, esponeva graziose scarpette d’oro, tutte brillantate.

«Miseràbili carni vendute! — proseguiva io — viltà del mondo senza nome! dissipatrici dell’enorme lavoro dell’uomo!»

«Sempliciotto — rispondèvano loro. — Ci hai mai pensato? Pènsaci. E d’inverno e d’estate, e negli autunni squàllidi, e nelle albe di cènere, e attraverso tutti i terremoti, tutte le devastazioni, chi fiorisce eterna, e ridente? Chi? Noi. Noi non siamo mai arruffate, mai inzaccherate, mai scalcagnate. Erette, lineate le cìglia, fisse le labbra, impennacchiate, indiamantate…. Batta pure la neve! noi siamo il sole dell’uomo. Il nostro splendore attraversa l’ora grìgia del mondo. Ci siamo profumate per vìncere le putrèdini. Ridiamo per deviare le vostre tristezze. Sempliciotto, ci vuoi misurare le spese? Ci vuoi fare i regolamenti? Va a scuola!»

[73]Io ero a questo punto della mia intervista, quando mi sentii balzare sul sofà. Era la bruna che era balzata venèndomi da presso: ed io ero balzato per contraccolpo. Ella — mentre io meditavo su la sozzura notturna — aveva frugato nella sua borsetta d’oro.

— Un’allumette per piacere, — disse presentandomi la sigaretta penzoloni dalle labbra.

Offrii la fiamma, la quale insieme con l’àcqua non si può rifiutare all’uomo e neanche alla donna. Colei accese, aspirò, scosse la compagna, le offrì una sigaretta: ma essa ripetè:

— Go sono!

La bruna allora mi fissò in volto: disse a bruciapelo:

— Noi siamo milionàrie. Certo, milionàrie! Siamo state in automòbile questa notte; e adesso andiamo a letto. Ci alzeremo quando ci piacerà.

Aveva un metallo di voce roca, bruciata dall’arsura delle sigarette.

— Io, signora — dissi rispondendo dopo essermi un po’ riavuto, — non sono ancora milionàrio; ma meriterei di èsserlo. Non vado a letto perchè mi sono levato da poco: andrò anch’io in automòbile, [74]perchè devo recarmi appunto a Scaricalàsino.

La signora non conosceva questo paese. Aveva viaggiato mezza Europa; conosceva tutti gli Eden, le Folies, i Trianons, i Moulin-Rouge d’Europa e d’Amèrica; ma non conosceva Scaricalàsino.

Per tal modo appresi che la signora era artista: ma assai più artista di lei era la biondina, anzi «cèlebre artista».

Mi feci attento. Artiste! Le signore allora appartenèvano all’almanacco di Gotha dell’alta sozzura.

— Artista di canto, la signora bionda? — domandai.

— La signorina la xe artista de balo, e che artista! — Come? io non l’avevo riconosciuta? — Ghe xe i ritrati per tuti i cantoni! Lu nol conosse Lydia Dolores?

Confessai la mia ignoranza.

Stupì. Domandò: — Ela no la ga mai visto Lydia Dolores balar la danza egìzia? el tango autèntico? la matchiche? la danza serpentina? la danza russa, tutta nuda?

— Tutta nuda?

— No ghe xe gnente de mal.

— Non dico di no. È che io, signora, ho l’abitùdine di alzarmi nell’ora in cui si cominciano a ballare queste danze; — e [75]perciò non potevo imbàttermi con la signorina Lydia Dolores.

Quegli occhi grigi e freddi mi scrutàrono un poco dubitosamente; poi disse: — El ga perso un gran spetàcolo. Lu nol xe miga per caso un cèrego, un prete?

— Tutt’al più un chièrico vagante.

— Del resto per mi un cèrego el xe un omo come un altro. Se nol xe un cèrego, alora el xe qualcossa de stravagante. Be’, se lu el vede balar Lydia Dolores, dopo el se ne ricorda per un toco. La par fata co le suste; la se remena, la se inverìgola, la se storze come una bissa! Eh, se la gavesse giudìzio, quela là, la podaria mètarse da parte un grumo de soldi, in verità de Dio! Ma no la ga giudìzio….

— Non ha giudizio?

— Gnente! Una vera artista! Ela la se strùssia, la xe sentimental, la se consuma. Indove che la va, la se inamora come una gata soriana, no la ga condota; la tôl i òmeni sul sèrio….

— Non si dèvono prèndere sul sèrio gli uòmini, questo capolavoro della creazione?

— Gli uòmini sul sèrio? — Ed i suoi occhi freddi mi fissàrono.

— Ecco, signora, se non pròprio sul [76]sèrio, con un certo rispetto, almeno voi, tenendo conto che vivete della loro generosità.

— Se ghe dà la vita a sti porçei. Ah, sì ben, generosi! — disse ironicamente. — I òrdina una botiglia de sciampagna. Piper! Veuve Cliquot! — disse imitando la voce dell’uomo che òrdina, — ma per farse vèdar che i xe scic, che i xe boni de spèndar un marengo — riprese con un lampeggiamento di sprezzo; — per ecitarne! Nineta — disse scotendo Lydia Dolores, — dìghelo ti a sto signor quante volte, de scondon, mi buto via soto la tòla el sciampagna. E a ti te digo: No star a bèvar, ti xe mata anche senza sciampagna.

La cèlebre Lydia Dolores sollevò appena la testolina dalla sua dormivèglia; confermò di sì: disse — Andemo a leto!

— Quando me parerà a mi — disse la bruna. E rivolta a me, disse: — El me creda, no i dà gnente per gnente!

Allora io mi ricordai di avere udito e letto che molte signore, appartenenti all’alta sozzura, possèggono ville, tìtoli di rèndita, fanno anche uno, due, tre matrimoni cospìcui. E per confermare il mio asserto, feci qualche nome famoso di cui ricordavo. Ella mi ascoltò con benevolenza [77]ed ammise in parte quello che io dicevo: — Ma casi rari. Eco: Lydia Dolores! La ga avuo, la fortuna de nàsser co la lìrica nei pié; la podaria arivar a un alto grado, ma ghe manca la condota, no la ga mètodo. Za, in arte ghe xe çento che tenta e una che riesse….

— Verità sacrosanta! — dissi — Brava, signora!

(La mia calda lode la lasciò indifferente).

— Scusi — domandai — e lei che mi pare che àbbia mètodo, condotta, e anche giudìzio…?

Punto primo: lei era artista, ma non cèlebre; cioè non possedeva, come la signorina Lydia Dolores, quella che si potrebbe chiamare «la messa in valore».

— E punto secondo? — domandai.

— Mio caro — disse in italiano fissàndomi bene in volto con quelle sue fredde pupille —, io dò soltanto la…, — e mi investì con quella parola oscena, che nell’intenzione di lei voleva significare «io non sono oscena, io sono soltanto fisiològica». Mi sentii le vampe alla fàccia a quella parola, e un non so che di àrido nella gola. Colei rimase impassìbile.

[78]— Un’allumette.

Accese un’altra sigaretta.

La cosa oscena per lei era l’uomo. — Ma che el creda, — disse — l’omo, se no se ghe dà el clorofòrmio, se no lo se brutaliza, no se ghe cava fora gnente. Bisogna adatarse a tutti i sporchessi de l’omo. Ella non si adattava, e perciò era pòvera.

La biondina dormiva oramai. Io la guardavo di sfuggita di tanto in tanto. Una purità angèlica pareva affiorare su la dormiente. La bruna si trovava in istato di euforia verbale, e continuava:

— Lu nol me credarà. Ma co tuto quelo che go visto, co tuto el mondo che go viagià, go conservà ancora i gusti de quando che giero una puta d’onor a Venèzia! El me creda che mi piutosto de i patè, de i flan, e tuti i pastroci de le cene de i restaurants, go più caro un bel piatin de figà a la venessiana, fato da per mi, co la so bela sèvola frita pulito.

Queste dichiarazioni di gusti sèmplici e naturali, unitamente alle sue disposizioni fisiològiche e non oltre, disponèvano in favore della moralità della signora. Ma age quod agis prima di tutto, come dice la antica sapienza. La signora poteva concorrere ad un pìccolo diploma [79]di onestà; ma certo non era nata per appartenere all’almanacco di Gotha dell’alta sozzura; e a suoi tempi il magnìfico Bandello non la avrebbe giudicata meritèvole della laurea di cortigiana onorata.

In secondo luogo non nasconderò che quel piattino di fègato con la cipolla soffritta mi aveva disgustato. Ne sentivo quasi il puzzo. Ella continuò noiosamente a parlarmi delle sue segrete aspirazioni che èrano quelle di ritornare in grembo alla vera onestà.

Allora io le dissi:

— Ma non mi pare, signora, che anche nello stesso stato presente, lei sia fuori della circoscrizione dell’onestà. Scusate, signora, avete rotto la fede? No, perchè non l’avete mai data! Avete qualche suicìdio su la coscienza? Nemmeno. Avrete dato scàndalo e certo questo vostro vestire è perturbante; ma voi potete ben dire: «è professionale»; ma anche altre donne, ritenute oneste dal mondo, commèttono scàndalo, purtroppo! Avrete acuito qualche desidèrio, ma la colpa fu del padre Giove che volle mèttere questi incendi nel sàngue dell’uomo. L’avete acceso, ma l’avete anche [80]spento con onesta fisiologia, senza lasciar memòrie dannose. Ma ben più riprovèvoli sono quelle donne le quali accèndono le fiamme e non le spèngono, o le spèngono male. Per me voi siete una donna onesta, anche se la società vi giùdica diversamente.

Le mie parole non la commòssero. Speravo che, dopo avere udito le mie liberali opinioni, esclamasse: «Lei è un vero uomo!». No, disse soltanto: «Mi digo che lu el xe un cèrego, de quei che fa le prèdiche».

Il suo ideale era di lasciare la professione, comperare nella sua Venèzia, nel sestiere di Cannarègio, una casetta, su cui già aveva posto l’òcchio, mètterla bene, in òrdine, con belle càmere, disimpegnate….

— E poi?

— E poi affittare ad artiste come noi — disse. — Sapete che rende moltìssimo affittare? Lo sappiamo noi cosa costa! Noi paghiamo tutto il dòppio! Allora sì potrò fare la donna onesta! Oh, ma xe tardi.

Il quadrante dell’orològio segnava le cinque.

— Ninetta, desmìssiete!

— Peccato svegliarla, pòvera creatura.

[81]— Adesso la svèglio io — disse la bruna —. Volete vedere! volete vedere? — E senza attèndere una mia risposta, battè a palma a palma e gridò gioiosamente: — Nineta, xe qua Rafaelo d’Urbin!…

A questo richiamo la biondina balzò di colpo; le pupille le balenàrono lànguide, ardenti, indagatrici:

— Dove xelo, dove xelo?

— El xe a leto che el dorme. Macaca!

E la biondina ricadde giù con la testa.

— Galo visto? Cossa vorlo mai — riprese saviamente la bruna — che anca ela, povareta, la possa farse una fortuna? La se magnerà quel fià che la guadagna co le so onorate fadighe. Che la lassa passar i trenta, e po’, adio Nineta!

Domandai chi era Rafaelo d’Urbin.

— El xe un pitor futurista, che el fa el romàntico, el d’Artagnan. Ma mi digo che el xe un pitor truffaldin e mirabolàn. El xe de Màntova e tanto basta.

*

E la bruna e la bionda uscìrono dal caffè.

Le prime vampate del sole nascente corrèvano ròsee sotto i pòrtici.

[82]Le due milionàrie, strascicando le loro vesti di seta, movèvano verso il loro nascondìglio diurno.

Le pìccole operàie si soffermàvano a guardarle con pupille attònite. E mi avviai verso la stazione dell’automòbile per Scaricalàsino.

[83]
Capìtolo IX.
MAGISTER ELEGANTIARUM.
Il giovinetto che era con me in quella spècie di scàtola bucata che è l’automòbile Bologna-San Piero a Sieve, pareva su le spine.

Egli era in quella età beata ed ancora implume, in cui nei tempi antichi si andava paggi e damigelli presso qualche barone. Mi si presentò nel fatto: Pierettini Giùlio, impiegato nella ditta «Daruk und Sohn», fabbricatrice di grammòfoni, fonògrafi e dischi dei più cèlebri artisti, con depòsito generale in Milano, via X, n. 7.

Egli non andava, come me, a Scaricalàsino — paese alla sua volta anche a lui sconosciuto — ma più oltre….

— Mio dio, dio mio! — diceva fra il sèrio ed il faceto — se si va avanti così, io sono completamente rovinato!

[84]— Ma in che cosa rovinato, bel signore?

— Ma i miei vestiti, porco can! Non vede lei in che stato sono ridotto?

Confesso che io fui molto sorpreso da queste parole, perchè io ammiravo — oltre che il paesàggio — anche il mio compagno.

Egli era un paradigma: pareva venuto fuori, fresco fresco, da una ditta di mode: High life, English taylor, Al mondo elegante.

Egli non guardava punto il paesàggio; ma si stava tutto composto sul suo seggiolino, e ad ogni colpo del polverone, piegava il capo come il soldato nuovo, ai primi colpi di fucileria.

Disse:

— Supponendo di arrivare sano e salvo, io mi presento che sembro un vero mostro. Pensi, in un hôtel di primo òrdine, pieno di signori e signorine, sbarcare così! Ho preso tutto — e indicava la valìgia — smoking, pijama…, ed ho dimenticato la spolverina da viàggio! Ho dimenticato? Non ci ho pensato.

— Lei va a fare un poco di villeggiatura? — domandai.

— Sì, un po’ di campagna, e se ne ha [85]il diritto! Tutto il giorno in ufficio! — E mi spiegò come il fìglio di un conduttore di un hôtel, nel Mugello, impiegato anche lui presso una ditta di Milano e suo buon amico, lo avesse invitato quale òspite graditìssimo per una ventina di giorni. — Un hôtel di nuovo impianto — mi andava spiegando — in posizione splèndida; ottocento metri sul mare; garage, tennis, due fonògrafi monstre, sempre della ditta Daruk und Sohn; insomma tutto il confortàbile moderno: al mattino, prima colazione, caffè latte e che latte! mèglio di Milano; burro, miele, confiture, pròprio come in Germània; secondo lunch a mezzogiorno, potage e due portate; alla sera, poi, minestra, altre due portate, dolce; e fiasco in tàvola. Sentisse che vino! Vero Chianti! Mica di quello che si fàbbrica a Milano! Chi vuole, fa la cura del latte; e chi vuole, fa la cura del vino di Chianti. E tutto questo po’ po’ di roba per lire dieci al giorno. Sono prezzi da fallimento, prezzi réclame: in Svìzzera un trattamento sìmile vale almeno venti lire….

Ora egli si sarebbe divertito, avrebbe fatto rìdere, ballare le signorine, avrebbe mangiato molte fràgole, mangiato molti [86]spaghetti col sugo, una cosa che a Milano «lascia alquanto a desiderare». Avrebbe imparato la lìngua fiorentina: Costassù, codesto costì, e non la mi fàccia il nesci! una cosa complicata mica male, che a scuola non era riuscito a capire.

— Lei ha studiato?…

— Tutte le tre tècniche, ma, in confidenza, la lìngua milanese è la vera lìngua del commèrcio.

Naturalmente non andava costassù a mani vuote — e mi mostrò un pacchetto rotondo.

— Una torta? — domandai.

— Mai più! Alcuni dischi straordinari, Caruso, Bonci ed altri cèlebri divi e dive. Non li conosce? No! Nemmeno al fonògrafo? Non la interessa il fonògrafo?

— Sinceramente, preferisco non sentirlo.

Mi guardò con istupore.

— È il primo che sento. E lei dice di vìvere a Milano? — E ammutolì guardàndomi.

Aveva la fisonomia di un buon figliuolo; e siccome ai miei occhi egli pareva moltissimo elegante, così giudicai ùtile di approfittarne per risòlvere il diffìcile [87]problema della differenza che intercedeva fra me e le persone eleganti in gènere, e lui in particolare.

Dissi dunque:

— Lei si lamenta di arrivare a destinazione mal conservato. Che cosa dovrei dire io, allora? Guardi queste scarpe gialle! Sono otto giorni che le porto e non si capisce più di che colore esse sìano. Se poi avessi comperato delle scarpe con la mascherina bianca e nera, come le sue, chi sa in quale stato sarèbbero ridotte…. Le sue scarpe dèvono possedere un qualche segreto….

— Sono scarpe di american shoe, — disse — ed è già il terzo mese che le porto…. Ma la sera bisogna mètterci il suo bravo stirascarpe; e così si consèrvano nuove.

— Allora passiamo ai calzoni. Anche lei è in viàggio; ma i suoi calzoni sèmbrano dipinti come nei figurini. I miei…, i miei arrossìscono di fronte ai suoi.

Anche per i calzoni la cosa era sèmplice.

— Quando si lèvano, la sera — diceva — si fìssano nel loro stira-calzoni….

— E tutti questi arnesi per stirare, scusi, li porta con sè?

[88]— Certamente! — rispose meravigliato della mia meravìglia.

— Passiamo ad altro. Confronti il mio cappello col suo….

Sorrise di compiacenza. Se lo tolse e me lo spiegò.

— Cappello sans-gêne, forma capricciosa, qualità extra-extra. Un’ala deve posare su l’orècchia sinistra; il nastrino posteriore va a due centìmetri dalla lìnea di tosatura, e così rimane fisso e non si sforma. Vede?

Nel levarsi che egli fece il cappello, era rimasta scoperta la testa: una testolina oblunga, un poco a forma di cetriolo: ma la lucidezza della capigliatura era ammirèvole.

— Scusi, prima che lei si rimetta il suo copricapo extra-extra, mi spieghi un po’: c’è anche lì qualche cosa per stirare i capelli? Prescindendo — ben inteso — dal colore, i miei capelli hanno l’abitùdine di rizzarsi obbrobriosamente….

— Per lustrare ed ammorbidire i capelli — rispose — io faccio uso della brillantina Organ di Coty, al profumo di eliotròpio. Provi anche lei.

Proverò, ma credo che resteranno ìspidi [89]lo stesso: il difetto sta sotto: nel cervello.

Mi nacque un dùbbio; e dopo avere ringraziato, esposi questo dùbbio così:

— Non le pare, bel signore, che dover lustrare e stirare tutte queste cose, sia un poco come diventare il cameriere di se stessi?

Quel buon figliuolo fece una mossa còmica: levò le cìglia sino a far ritirare la già pìccola fronte del suo lungo pàllido volto; spalancò, storse la bocca, instupidì le pupille. Io lo avevo obbligato ad un esercìzio ben crudele: pensare!

Ma si rimise sùbito, come un vispo galletto che, immerso nell’acqua, scuote le penne coraggiosamente e riprende il contegno di prima.

— Sarà — rispose allegramente. — Ma io ho osservato che quando esco di casa poco soigné, per esèmpio col berretto da ciclista, la gente mi saluta con meno rispetto. Le signorine, poi, quando si è eleganti, guàrdano e guàrdano anche per prime! Ma quando non si è eleganti, niente guardare! Questa, capirà, è una cosa molto sèria, specialmente per un giovinotto. Io poi le dirò per conto [90]mio questo fatto curioso: se non ho la cravatta a posto, non mi sento a posto nemmeno moralmente.

— Bravo! A propòsito di cravatte! Come va che la sua cravatta sta come torre ferma; e la mia gira come un quadrante per il collo?…

— Sèmplice! Lei la fissa con queste molle automàtiche…. Permette?

Mise delicatamente il pòllice e l’ìndice nel taschino del gilè, ne trasse sùbito un astùccio, dall’astùccio due mollette; mi venne vicino con la sua testolina lucidata all’eliotròpio, e come glielo permetteva l’andar balzelloni nell’automòbile, fissò e mise in valore anche la mia cravatta.

Mentre egli si stava così chino, io assaporavo il profumo della sua testolina all’eliotròpio.

— Le cravatte svolazzanti — disse — è bene che lei le èviti. Hanno un caràttere democràtico, ma non sono niente chic.

— Perchè, scusi, lei è aristocràtico?

Vidi la sua fronte incresparsi ancora sotto il martìrio di una meditazione.

— Lasci, lasci, già anch’io non so bene se sono democràtico o aristocràtico — dissi, [91]e ringraziai della molletta e del consìglio.

— E un’ùltima spiegazione, la prego — aggiunsi di poi: — lei, come ho potuto osservare, ha trovato sùbito la scatolina delle mollette; lì vedo che spunta il fazzoletto; di lì vedo che vien fuori l’astùccio delle sigarette. Io, invece, per trovare un oggetto necessàrio, devo ogni volta fare un viàggio per tutte le tasche: cerco il fazzoletto, viene fuori un toscano; cerco il toscano, viene fuori il temperino….

— Ma ogni tasca, signore — rispose quel caro giovane — ha la sua particolare missione….

Egli mi spiegava la missione delle vàrie tasche: ma ogni tanto si arrestava: la fuga dell’automòbile, giù per le discese, gli levava il respiro.

Capii come, oltre che dall’assenza della spolverina, il giovanotto era preoccupato della pazza corsa a cui si abbandonava l’automòbile. Diceva anzi:

— Quel diàvolo di chauffeur deve aver bevuto chi sa quanti cicchetti di grappa! Nelle svoltate, che non ci si vede a cento metri, lui lància questo baraccone alla terza velocità. Guardi come cala giù per [92]i tourniquets! Roba da matti! Se ci imbattiamo in un’altra automòbile, mi dice lei dove andiamo a finire?

— Più di morire — risposi — io credo che non ci possa capitare….

— E le par poco? Mi par tanto! — E voleva dire: «Allora, addio cappellino extra-extra, addio spaghetti col sugo, addio fràgole e signorine».

— Ma scusi — obbiettai — se lei deve andare soldato, con la guerra che c’è in Lìbia, con questi nuvoloni neri che pàssano sull’orizzonte d’Europa, è mèglio star preparati.

— Per questo sono a posto: fìglio ùnico di madre vèdova! — esclamò allegramente.

— Va bene! Però ammetterà che una volta o l’altra bisogna morire….

— Di questo poi non me ne parli, sa! Mi vèngono i brìvidi solo a pensarci.

— Eppure avrà inteso dire che una volta o l’altra bisogna morire….

— Così ho inteso dire, e così sarà: ma io non ci penso. Mi viene una paura, se ci penso! Quasi quasi farei la strada a piedi. Questa è una corsa alla morte!

Io dissi allora gravemente: — Thànaton gar dediènai oudèn allo estì e sofòn [93]eìnai dokèin, me onta! Così è, il mio caro giòvane. E sa chi dice così?

I suoi begli occhi neri mostravano un acuto stràzio a queste parole.

— Che vorrebbe dire!

— Vorrebbe dire: temer la morte, null’altra cosa è che sembrar d’esser sàggio, non essendo.

— Rinùncio ad esser sàggio.

— E il suo ideale allora sarebbe?

— Portar il frac in società, aver da pagar da cena a qualche donnina. Un uomo che non ha portato il frac, che non ha puntato a un tappeto verde, che non sa far stare allegre le signorine, che cosa è? Io, veda, ho la specialità per far star allegre le signorine. È che poi màncano i soldi….

— Così che lei vorrebbe avere tanti soldi….

— Eh, già!

— E non le darèbbero il giramento di testa?

— Cosa dice mai!

— Ma guardi, guardi lì — mi disse ad un tratto — quella montagna tutta verde, che pare un triàngolo tirato col compasso….

— Ebbene?

[94]— Come ci starebbe bene una réclame tutta in bianco: «Casa Daruk e compagni. Grammòfoni insuperàbili!».

Un campanile aguzzo, un aggruppamento di case biancheggianti, su di un pòggio, ci venìvano incontro rapidamente.

L’automòbile si arrestò alle prime case dell’abitato. Il conduttore scese, gridò:

— Monghidoro! Mezz’ora di fermata.

Raccolsi le mie cose: mi preparai a scèndere. Salutai il compagno.

— Ma non diceva lei che andava a….

— A Scaricalàsino — risposi. — Monghidoro e Scaricalàsino sono la stessa cosa.

Mi guardò come temendo d’èsser beffato.

— Credevo — rispose — che fosse un nome inventato, ma che il paese non esistesse….

— Non esiste Scaricalàsino? Paese irreale, chimèrico Scaricalàsino? Ma è paese reale, ed è questo: Scaricalàsino! Domandi, ed il pòpolo le dirà Schergalesen! Non sente lei, giòvane e bell’amico, un’ebbrezza nel ripètere a se stesso: «La terra che io calco è Scaricalàsino! l’aria pura che qui respiro è aria di Scaricalàsino! [95]non vede la tranquillità, la felicità nei cittadini di Scaricalàsino?».

Non dimenticherò facilmente gli occhi esterrefatti del mio giòvane compagno di viàggio. Mi disse: — Lei, signore, scusi, sa! deve èssere poeta.[3]

[96]
Capìtolo X.
EFFETTI DI SCARICALÀSINO.
Ma non appena la automòbile strombettò, e fuggì via, domandai a me stesso: «Cosa sono venuto a fare a Scaricalàsino?».

Ah, sì, a respirare ària pura.

Avrei voluto riprèndere la automòbile; e andar di lungo in Toscana, ma quel cassettone dell’automòbile era oramai lassù, in vetta a un altro pòggio.

Sì, l’ària a Scaricalàsino era pura; le fontane di Scaricalàsino versavano lavacri di acque pure; file di buoi e di asinelli baliosi trascinàvano seco il profumo dei presepi. Ma io ero già stanco. Mi dilungai fuori del paese e vidi, per greppi e prati, file di donne, vècchie e fanciulle, che intrecciàvano, col ràpido moto delle mani, trecce di pàglia. Le mani di quelle trecciaiole forse èrano [97]pure; ma sùdice e deformi. Rientrai in paese.

Guardiamo le antichità: una làpide mi avvertì che Scaricalàsino aveva dato i natali al Ramazzotto, uno di quegli avventurieri che vestìvano di ferro e, quando garbava, scaricàvano pugni sul pòpolo, che allora era privo della sovranità. Anche il nome Ramazzotto richiama in mente una scàrica di pugni. Cosa strana e certo deplorèvole: vi sono momenti in cui si prova simpatia per gente sì fatta!

Vediamo se vi sono altre làpidi. La interpretazione delle làpidi serve anche a far pèrdere il tempo, come la spiegazione delle sciarade. Ne scopro una graziosa, che ricorda il fàusto passàggio del papa Pio IX per Scaricalàsino, il 17 agosto 1857.

A Pio Sovrano,

Al Sommo Pastore,

Noi mìseri figli

Offriamo l’amore.

Dèvono èssere versi, nell’opinione di Scaricalàsino. Mi vènnero anche in mente le poesie di Mimì; e così passai altro tempo.

[98]Oh, ma interessante! Ecco, pròprio vicina alla làpide per Pio IX, un’altra làpide, e un altro fàusto passàggio per Scaricalàsino: il primo giugno 1860, Vittòrio Emanuele II, il Duce valoroso di Magenta, qui venendo di Toscana, colse su questi monti i primi omaggi dei pòpoli dell’Emìlia.

Dunque a due anni e mesi di distanza, i mìseri figli di Scaricalàsino, dopo avere offerto il cuore a Pio IX, lo offrìvano a Vittòrio Emanuele II. Ma questa non è una specialità di Scaricalàsino: anche fuori di questo paese i pòpoli òffrono con molta facilità il loro cuore ai pastori nuovi.

Valoroso duce di Magenta, però, non era esatto; ma può andare per Scaricalàsino, tanto più che nei libri di scuola si dice lo stesso. Pòvero Napoleone III! Tutta la stòria del Risorgimento d’Itàlia sarebbe da rifare. Ma chissà se questa stòria è finita?

E così pensando, passai altro tempo.

Ma quanta ricchezza di preti c’è a Scaricalàsino! Baldanzosi, messi bene, ben pasciuti.

La buona gente mi assicura che se vado su pel Mugello, di preti e mònache ne troverò anche di più.

[99]Si vede, allora, che la pianura è coltivata a socialismo rosso, e la montagna a socialismo nero.

E guardando i preti, passai altro tempo.

Ma ecco un’altra automòbile, pari idèntica a quella che avevo lasciata, rombò per Scaricalàsino.

— Questa dove va? — domandai.

— Torna a Bologna, — mi fu risposto. — Ma lei non deve andare in Mugello?

Mi avèvano visto scèndere poche ore prima con le mie scarpe gialle, girare per Scaricalàsino, ed ora andavo via. Cos’ero venuto a fare a Scaricalàsino? «No, buona gente, la verità è questa, che io non so dove andare, se andare in Toscana o tornare a Bologna.»

Ma se avessi detto così, avrei dato scàndalo: perchè è lècito seguire ad lìbitum o i sàtrapi rossi o i pastori neri; ma non è lècito ignorare dove l’uomo deve andare, e perchè andare.

Perciò risposi: — Sì, devo andare a Firenze….

— Allora domattina, con la corriera con la quale ella è venuta.

E l’automòbile passò.

[100]
*

La gente mi parlava pittorescamente del Mugello, del Giogo, e della Futa. Lassù avrei mangiato fràgole di bosco. Dal vàlico, per Barberino di Mugello, avrei raggiunto San Pietro a Sieve; lì avrei preso il treno, e in mezz’ora sarei stato a Firenze e di lì a Pisa. Non avevo mai visto il Mugello; ma ne avevo l’imàgine di un paesàggio composto ed adorno, come la prosa del Firenzuola. E il nome di Barberino di Mugello mi fece balzar fuori la Nència da Barberino, la quale, in realtà, era una contadina, ma quei versi di Lorenzo il Magnìfico che tanti anni addietro avevo sentito recitare, io direi divinamente, in iscuola dalla bocca amara di Giòsue Carducci, mi rifiorìvano alla memòria:

I’ t’ho agguagliata alla fata Morgana,

Che mena seco tanta baronia,

e me la trasfiguràvano: fata Morgana, così pròprio, che sorrise per breve ora nella mitezza del cielo toscano. Poi la realtà: la servitù della pàtria.

[101]E anche Pisa non avevo mai veduto; ma mi piaceva nominarla in latino: Pisae-Pisarum, e la vedevo con tante galee antiche; àuree, rosse su per l’Arno azzurro: e il cimitero di Pisa non avevo mai veduto, e lo vedevo come un gran porto silenzioso e adorno, dove approdàvano coloro che avèvano navigato.

Allora domani andremo a Pisa.

Era questione di far venìr sera nell’interminàbile giornata di Scaricalàsino, poi chiùdere òcchio, la notte.

Mi fu indicata l’osteria del Ramazzotto; e quell’ostessa mi assicurò che in un’ora mi avrebbe preparato delle tagliatelle, e un pollastrino su la graticola.

— Lei, intanto, — disse — vada a vedere i monti.

Ripresi il cammino per sentieri e prati attorno a Scaricalàsino. Vecchie e donzelle erano ancora accoccolate sui greppi a intrecciare la pàglia.

C’era la donzelletta e c’era la vecchierella incontro là dove si perdeva il sole oramai, come nella poesia del Leopardi. Ma allora capii perchè Leopardi si annoiasse tanto a Recanati, sino al punto da fare, a vent’anni, della filosofia su la donna.

[102]Quelle feminette lavoràvano in silènzio, immòbili, con ràpido muòvere delle mani. Non so perchè quelle mani pure, ma sùdice, mi fècero venire in mente le mani impure di quella cortigiana, laggiù al caffè dell’Arena.

Sì, ella levàndosi, mi aveva sussurrato, «Venite!», offrendomi indifferentemente il resto della sua notte immonda.

Ed io la avrei anche seguita: ma era l’alba, l’ora delle cose pure, l’ora che i bimbi dòrmono ancora. E poi c’era quell’arrière-goût di fègato con cipolla.

L’ostessa aveva apparecchiato in una spècie di giardinetto con una grossa tovàglia spighettata, che sapea di fresco odor di lavanda, e vi avea posato un fiasco di vino bianco, che pel collo sottile aveva le graziose bollicine, che andàvano su e giù. Gran quiete e solitùdine. E allora pensai a quell’antica istituzione che èrano i conventi antichi: una specie di fortezza spirituale, dove i flutti mondani si venivano a fràngere. Quivi oh, lievemente vìvere, trascòrrere caldi e geli! Ebbene, quando sarò a Pisa, domanderò in una biblioteca, il De òcio religiosorum, che non avevo mai letto.

[103]
*

Malauguratamente nel giardino c’era una pianta di gardènie, e tutta la colpa fu delle gardènie. Nei rossi vèsperi davanti al teatro dell’Arena del Sole, a’ bei tempi, si vendèvano gardènie.

In verità non bàstano i conventi, ma è necessària la rinùncia, anche alle gardènie; e invece ne spiccai una ed immersi tutto il naso in quella freddezza dei pètali carnosi sino a spezzare i pètali e a far nera la gardènia.

Intanto l’ostessa aveva portato in tàvola le tagliatelle.

— Ma che mostruoso piatto — dissi. — Lei ne ha portate per due.

— Ne màngia fin che vuole.

Molto eccellenti e toste.

Avèvano un afrore fresco e quasi carnale.

È necessàrio rinunziare anche alle tagliatelle.

Calava il vèspero. Il vino mi fece vedere Bologna, la rossa, Bologna d’altri tempi quando non èrano sorti i deformi casamenti e il pòrtico del Pavaglione [104]odorava di felsina, e di gaggie, in quella sua composta signorilità. E si vedèvano i pochi edifici sopra i colli imminenti, spiccàvano con purità ellènica.

Poi, non so come, sentivo mormorare questi versi del pòvero Severino Ferrari:

Vedi?

L’alba s’accende ed alza le ben cento

Torri Bologna fùlgida a’ tuoi piedi.

E Severino Ferrari richiamava Biancofiore:

O Biancofiore, i tuoi riccioli d’oro

Come belli dormian sovra il tuo sen!

E allora anche Carducci, così maldestro a cantare d’amore, si commoveva per consenso, e sospirava:

O alti pioppi che tutto vedete,

Dìtene, adunque, Biancofiore ov’è?

[105]
Capìtolo XI.
IL SOGNO DELLA GARDÈNIA.
Ma quando fu notte e mi addormentai, ebbi una strana visione di sogno. È vergognoso! ma sono stato io il Creatore della vita, degli uòmini, delle gardènie? Chi era quell’uomo dalla età e dalla barba a cirri veneràbile? Pareva Leonardo da Vinci, il savìssimo; o Catone l’uticense, il moralìssimo.

Ma il luogo dove il veneràbile uomo si trovava pareva la Corte dei Miràcoli. Notte fonda: qualche lume, e dagli angiporti un animarsi, un brulicare, come le cìmici, di meretrici rosse, di meretrici gialle. Uomini priapei, malviventi, cinedi. Orrìbile sozzura notturna.

— Che vuoi da me, pìccola miseràbile?

— Rispettàbile signore, aiutate una pòvera fanciulla.

Era una creaturina sparuta, quasi senza [106]sesso. Quale orrore! Una fanciulla nella età in cui gli àngeli fanno con le ali velo all’innocenza, trovarsi in così abbominèvole luogo!

— Sei sola?

— Ero con quegli uòmini che ora si allontànano laggiù. Ma ora sono sola.

— Vuoi, pìccola fanciulla, che ti riconduca a casa?

— Casa? Io non ho casa.

— Ma tuo padre? Tua madre?

— Padre? Madre? Non ne so nulla, signore.

— Ti guiderò allora all’asilo delle fanciulle perdute, benchè a quest’ora antelucana, gìrino per le vie le guàrdie dei buoni costumi, che fanno razzia delle creature immonde. Per la mia buona reputazione, fanciulla, procedi tuttavia discosta da me.

— Hai paura? — domandò la fanciulla. — Ma la città ora dorme; la gente non ti vede. Hai paura di venire vicino a me?

Non era più una voce infantile quella che l’uomo sàvio udiva: era una voce divenuta sicura e calma.

— Io vado avanti e tu procedi dopo di me, se tu hai paura.

[107]Così ella disse e andava avanti.

Il suo passo era lieve e saltellante: ora pareva più grande, quale una snella efeba. Come una strana scia si formava dietro il passo di lei, nel cui vòrtice l’uomo sàvio fluttuava.

Ogni tanto il volto di lei si volgeva in dietro con un impercettìbile scintillar di sorriso: e tutte le chiome di lei si volgèvano insieme.

Era veramente lei che trascinava dietro lui. — Fanciulla, tu sei bene impudica! il giorno rischiara, e la tua veste è impudica. Fèrmati, dimmi: non nacque il Pudore su le guance di una fanciulla?

— Così dìcono — ella disse, — in fatti, i libri degli uòmini: una bella fanciulla ti darà altra risposta.

Le vie della città èrano ancora deserte; e tutte le finestre chiuse: ma dietro quelle finestre a lui sembrava di scòrgere mille e mille sguardi: tutti, ah, tutti vedèvano.

— Oh, ma io non ti toccherò, fanciulla, e se tu entrerai in qualche luogo immondo, io non ti seguirò.

— Ma se fossimo in luogo dove non fosse più nessuno, nessuna abitazione, [108]nessuna curiosa pupilla umana, nulla fuori che me e te, tu mi toccheresti.

La città infatti era scomparsa, e la notte dava posto al sole, ed era l’irradiante sole estivo che rovesciava di qua e di là le tènebre come un forte iddio. Una campagna si apriva senza tràccia di abitazione umana. Salìvano alte erbe, alte rose e gardènie. Ella saliva più alta delle erbe e dei fiori, e con le bràccia nude districava le sue impigliate chiome. Era un enorme velàrio di fiori, come entro un campo di spighe. Le mani del veneràbile uomo si tèsero per adunghiare quel bràccio. Ella se ne accorse, rise, disse: — Ora hai tu perduto il pudore.

Allora ella rallentò il passo. Si lasciò avvicinare.

Magnifica e veneranda ella era. Bella come Biancofiore!

Pure sorrideva dolcemente.

Abbassò per un momento le grandi cìglia. Staccò un tènue fermàglio, e con la mano si attolse la mammella col purpùreo fiore del seno.

— Che cosa vuoi tu — disse ella allora tristemente —, pìccolo miseràbile?

[109]
*

E mi destai allora.

Sorgeva la pàllida aurora. Mi levai, guardai nello specchietto. Certo non ero io il personàggio del sogno, perchè io non porto barba. Ma certo era un indivìduo della spècie barbuta, la cui potenza io avevo il giorno prima esaltata davanti a Mimì.

Comunque una bella servitù questa dell’uomo che domanda una mammella quando nasce e quando muore!

Probabilmente deve sussìstere un rapporto fra Biancofiore e la morte.

[110]
Capìtolo XII.
BATTISTERO, CHIESA, CIMITERO!
Pisa, Battistero, Chiesa e Cimitero, e poi il campanile che suona; o suonava una volta.

Le alte mura merlate, severe, nere, in questa parte remota di Pisa, si piègano a gòmito e sèmbrano recìngere il confine di un mondo.

Battistero, Chiesa, Cimitero e la campana che chiama; tutto è marmo bianco, su cui è passata la mano giallina del tempo: un color di cera, un color di alabastro, come la mano dei vècchi e dei morti: tutto un ricamo aèreo sul verde del prato!

Io vi giunsi sul vèspero luminoso di un giorno di festa, e, per buona ventura, quell’àngolo un po’ fuori di mano di Pisa, era deserto: cioè proprio deserto, no.

[111]Si vedèvano sul verde del prato gruppi di gente, seduta o sdraiata; ma che cosa facesse, non distinsi da prima per la lontananza.

«Qui dunque a Pisa — pensai — è lècito calpestare i tappeti verdi ed anche sdraiàrvisi;» e così mi accostai a quei monumenti venerandi «calpestando», ma senza paura; ed un po’ percorrendo quei sentieri marmorei, tracciati come lìnee cabalìstiche, sul verde, fra l’uno e l’altro monumento. L’erba del prato non era gentilina, pettinata, rasata dal giardiniere: ma rubesta, scura, tenace.

Attorno al Battistero, alla Torre, alla Chiesa non trovai, in quell’ora in cui io vi giunsi, alcun tedesco col Bèdaeker rosso, nessun visitatore, nessun cicerone. Il Battistero, il Cimitero, la Chiesa èrano chiusi in quell’ora; ma parèvano vìvere ancora nella vita.

Quei gruppi di gente, che avevo intravveduta, èrano formati di famìglie di artigiani con loro donne e bimbi. Dove cadeva l’ombra dalle mura o dalle cùpole, facèvano merenda in cròcchio: in mezzo, un tegame, un fiasco, pane e frutta; mangiàvano placidamente, fra [112]il loro Battistero e il loro Cimitero. Poi i bimbi ruzzàvano, e quei monumenti parèvano protèggerli e non adontarsi.

*

Quel Battistero, quella Chiesa, quella Torre cantante, quel Cimitero, adorni dei più bei segni della resurrezione, che cosa èrano? Asilo e pàtria; il luogo del battèsimo, il luogo delle nozze, il luogo della pace. Una religione, insomma!

La speranza immensa abitava allora dietro queste porte. Oggi le nostre patrie sono più grandi, e vi sono tanti asili e tanti manicomi, con tanta igiene, che una volta non si conosceva nemmeno. Ma questi edifici moderni non sono belli. Perchè? Perchè non li ha edificati la pietà; e nè anche la religione. V’è bensì chi dice oggi di crèdere nella religione dell’umanità. Ma ci possiamo fidare?

*

Come fuggìrono veloci quelle ròsee ore del vèspero! Il monte di San Giuliano, dietro la Torre pendente, pigliava [113]certe ineffàbili tonalità violàcee. Conforto di maggior frescura, e profumo di rèsine, recava dal Tirreno la sera imminente.

Passàvano intanto donne del popolo coi loro bimbi davanti alla chiesa: li sollevàvano a baciare quelle istoriate porte di bronzo, chiuse come il mistero; e non so perchè, dicèvano ad ogni porta, con accorato accento: «Bello, bello!» con quelle elle che squillàvano come làmine tese fra la dolcezza lamentosa delle vocali; ed i bimbi ripetèvano: «Bello».

«Bello», che cosa?

Sì, «bello» e basta.

Quanto più sàvio baciare le impenetràbili porte del mistero, e dilungare piamente, in silènzio, a capo chino, come facèvano quelle donne, piuttosto che urtarvi col capo, come facciamo noi! Ed allora anch’io mi posi a riguardare quei riquadri delle porte ad alto rilievo di bronzo, ed una figurazione più delle altre mi attrasse: essa rappresentava un cancelletto campestre, dietro il quale era un orto fiorito, e, dentro, tante figurine con gli occhi levati verso il cielo.

[114]Sotto stàvano iscritte quelle parole simbòliche che il D’Annùnzio pose a tìtolo delle sue rime profane: Hortus Conclusus. E tutte quelle figurine di bronzo, che sono gli abitanti del nostro mondo, parèvano estàtiche a contemplare quello che avviene lassù, nel gran sècolo, nella gran pàtria di Dio. E un po’ per volta divenni estàtico io pure.

— Mi accorsi allora di non èssere solo: una vècchia magra, lunga, passava cercando con gli occhi e col tatto, l’una e l’altra porta.

— Che cosa cercate, buona donna?

— E ci deve èssere! L’ho visto quand’io era bimbetta, e non lo trovo più! — disse come parlando a se stessa.

— Che cosa?

— Il pretino, veh! — rispose.

Ella cercava tra quelle figurazioni la stòria di un prete di cui era antica leggenda che avesse rubato l’àbito e la corona di gemme alla Madonna: «E un giorno — diceva la vècchia — trovorno il pretino stiacciato fra le du’ porte, metà di qua, metà di là; e allora si capì che era stato lui. E ci dev’esser qui il pretino, e non lo trovo più».

La buona vècchia, da quanto riuscii [115]a capire, credeva nella Madonna e nel miràcolo, ma non credeva nei preti.

— E se loro non vi danno l’assoluzione? — domandai.

— Oh, senta — rispose ragionando come si fosse trattato di un affare spìccio e che si poteva còmpiere anche quella sera stessa —, io ho settant’anni e più di vita, e in settant’anni non ho fatto male a nissuni. Possa pèrdere questi occhi e non veder più i miei figliuoli se ho fatto male a nissuni! Quando sarò morta, mi bùttino dove vògliono. Poi farà Dio quello che vuole di me.

— Oh, buona donna, siate certa che porteranno anche voi lì, nel Cimitero….

— Oh, lì non seppellìscono più nissuni. Quant’anni è che non seppellìscono più? Ma gli scienziati — interruppe poi gravemente — ci hanno diritto.

— Gli scienziati soltanto? — domandai — ed i poeti, no?

«Scienziati» voleva ella dire, cioè «i saggi», cioè quelli che sanno le cose che non si vèdono. Mi diede la buona sera, e si allontanò per uno di quei raggi bianchi che lineavano il prato scuro.

Quella donna è nobile certamente — dissi a me stesso seguendo con lo sguardo [116]la sua magra figura; — non sarà contessa o marchesa: ma nòbile è certamente! Ammette qualche privilègio per gli scienziati e per i poeti. Si rivolge al suo Creatore senza interposta persona: «Ecco, o Dio, a te la mia ànima».

Domattina avrei trovato tutto aperto: la chiesa e il cimitero. Ma non era il caso di ritornarvi. Il trionfo della morte dell’Orcagna, con quei cavalieri che si arrestano davanti alle bare, lo vedremo quando che sia.

*

Mi avviai io pure. Non era così caduta la sera che alla luce ancora sospesa nell’aria, non distinguessi in una piazzetta, deserta allora, un edifìcio di nòbile fattura antica, da gèmine scalee esterne aggraziato, le quali sul chiuso portone in alto si congiungèvano.

Una scritta dicea: Scuola superiore di magistero. Una stàtua marmòrea, guerriera, dominava la solitùdine della piazzuola. «Deve èssere — pensai — la simbòlica Minerva, dea della sapienza, perchè questa è la casa della sapienza. Ve ne sono anche altre in Itàlia: ma questa è una delle case più pregiate.» Qui studiò, [117]in fatti, Giòsue Carducci, il quale fu come tu vuoi, o Minerva: cioè fu sapiente e fu guerriero: e anzi voleva che i professori fòssero i guerrieri della nuova Itàlia. Quando morì, l’hanno rivestito di abiti pontificali con gran riverenza; ed ora con grande irriverenza lo vanno spogliando anche delle fòglie del santo alloro. Minerva, Minerva immortale, non esiste più la immortalità?»

E mi appressai alla stàtua marmòrea. Ohime! Non era la divina armata Pàllade Atena. La stàtua era bensì loricata, ma non era Atena. Era uno dei tanti imbelli prìncipi medìcei, agli òrdini di casa d’Aùstria e di Spagna, che pittori e scultori vestìvano, nel Seicento, da guerrieri romani, sì che finivano per essere creduti guerrieri veramente romani.

«Minerva, vedete — mi disse il sedentàrio personàggio marmòrio — ha l’inconveniente di inoculare la sapienza agitante. Qui si fàbbrica invece la sapienza riposante.»

Allora per la gèmina scalea di quella scuola mi parve di vedere salire e scèndere una quantità di contributi, saggi, ricerche, congetture: una spècie di un altro cimitero.

[118]Antiquària! Con tutta la precisione dei moderni sistemi; ma antiquària.

Mi venne, allora, in mente Giacomo Leopardi quando giovinetto uscì dalla biblioteca paterna e si recò in Roma per cercarvi la vita, e trovò invece che tutto in Roma era antiquària. Guai a lui se alla gente romana egli avesse detto: «Io son poeta, io son colui che sentì il suon dell’ora e le voci dell’infinito». E se avesse detto: «Io son colui che dall’antiquària dedussi il verso: Io solo combatterò, procomberò sol io», la gente antiquària di allora avrebbe esclamato: «È pazzo costui?». Eppure per quel verso noi lo chiameremo Liberatore.

Potrò io rinchiùdermi in una biblioteca, come in un chiostro dalle spesse mura e dilettarmi dell’antiquària, o, sopra un bel leggìo, lèggere il De òcio religiosorum: potrò io godere nel non sentire più l’ossìgeno della vita: ma per i giovani, no! Esiste negli anni giòvani un servìzio militare obbligatòrio. Non sarà più — come si va dicendo — il servìzio materiale delle armi, ma veramente, comunque, pei giòvani militare, navigare est necesse!

[119]
*

Una luce violenta mi abbagliò. Ero arrivato presso i Lungarni. Bars, buvettes cinematògrafi con le sòlite proiezioni deformi o grottesche, caffè all’aperto, gran folla, gran luce elèttrica. Mi accostai al parapetto del fiume e vi rimasi finchè l’ùltima luce rossa del tramonto, sospesa su le acque, disparve.

*

Al mattino mi levai presto, e andavo lungo le rive dell’Arno. Il mattino rugiadoso tremava di un pàlpito di giovinezza. La riva dell’Arno era deserta in quell’ora, e mi si animò per una fantasia d’altri tempi. Una cavalcata orgogliosa risale le sponde dell’Arno: Lord Byron, la Guìccioli, la leggiadra contessa, poi altri gentiluòmini, poi il corteo dei servi in gran contegno. Dall’alto dei lùcidi palafreni quegli stranieri guàrdano l’ùmile gente, guàrdano le onde cilestrine del fiume, mèmore delle glòrie di Pisa. Ma ora, Rule Britania. Le galee [120]di Pisa non ci son più. Britànnia impera sull’onde.

Giòrgio Byron, pàllido orgoglioso poeta britanno! Peregrinava per le città già imperiali d’Itàlia: Venèzia, Ravenna, Pisa, che allora erano le città del silènzio. Vìvono i santi e i màrtiri sui mosàici d’oro a Ravenna e vìvono i pini in Ravenna; scintilla cilestrina l’acqua dell’Arno. Ma l’Itàlia è nelle sue grandi arche marmòree. Quante arche all’aperto, fra gli sterpi, in Ravenna! Napoleone è morto a Sant’Èlena, il tricolore è stato sepolto anche lui. Sull’Itàlia ora è stesa una dura, bianca assisa austrìaca: il papa benedice la morte d’Itàlia. E allora discèsero in questa pàtria i giòvani poeti oltramontani, figli delle lor pàtrie potenti. Venìvano ad inspirarsi visitando le belle regine morte: Roma, Venèzia, Ravenna. Quale voluttà! Avèvano seco le belle loro arpe romàntiche, e questo cimitero d’Itàlia era quello che ci voleva per riportare in pàtria gloriose canzoni.

Quali tocchi alle loro arpe romàntiche! E bello, con inanellata la chioma, azzurre le pupille, venne Lord Byron e chiamò l’Itàlia: «Nìobe delle Nazioni». A Venèzia le belle donne, dai nomi dogali, [121]elevàvano troni a lui, per lui degnamente accògliere. A Ravenna, quasi staccata dalla processione delle spiritali màrtiri esàngui, nel musàico d’oro di Sant’Apollinare, venne a lui incontro Teresa Guìccioli, la contessa.

Ma ella era tutta di carne, era tutta palpitante, e ti si disciolse fra la bràccia. Sentisti tu, o poeta, nell’allacciamento di lei la voluttà come se la morta Nìobe rivivesse e ti baciasse in prèmio della pietà che tu avesti per lei?

La morta Nìobe rivivrà!

Pineta di Dante, pineta del Boccàccio! Batte il mare ai tuoi màrgini, e il cielo vi trasporta, al tramonto, fulgori orientali, e allora le chiome dei pini si colòrano di sàngue. Le màrtiri in fila hanno un insensìbile moto di vita: dall’àbside azzurra di Santo Apollinare in Classe, Cristo, possente e giòvane, pare in atto di levarsi e dire: «Risorgerà! La morta Nìobe rivivrà!».

Quale amore, o Giòrgio Byron!

Ma poi tutto si fa cupo e sanguinoso: prima è il rogo del poeta Shelley, da te acceso, o Giòrgio Byron, in fàccia al Tirreno; poi è la tua giòvane morte, eròica, come un’espiazione, a Missolungi. [122]Come in un’antica tragèdia! Perchè tu, o felice poeta, ricercasti la tua morte?

E allora mi venne incontro un’imàgine evanescente, quella della tua bimbetta, o Giòrgio Byron, che tu avesti da altra donna, e che tu quasi abbandonasti in un convento di Romagna.

Di lei più nulla si sa, più non si parla, e pure mi pareva che la sua imàgine mi venisse incontro di là dove agli innocenti si risponde.

Quale strano nome tu le imponesti! Ma era un nome itàlico: Gaja? Letìzia? Alba? Allegra? Sì, Allegra, tu la chiamasti così: ma ella morì da te lontana, e aveva cinque anni, in quel convento di Romagna. Morta la tua pìccola gaiezza! morta la tua letìzia, la bimbetta tua! Perchè è morta? e di qual male è morta? e dove adesso ella è?

Le mònache di quel convento la chiamàvano la fìglia dell’inglese, e questo è quello che esse ricòrdano di lei: «aveva gli occhi azzurri, i capelli neri, le manine affusolate. Aveva nome Allegra, ed era fìglia di Lord Byron. Era buona e gentile ed era la nostra gràzia. È morta, non sappiamo di qual male. È morta. E poi che ella fu morta, venne [123]un uomo di terra lontana, alto della persona, coi capelli inanellati e gli occhi azzurri. Si sentìrono forti grida nel monastero. Milord piangeva perchè era morta la sua creatura. Fu composta in una ghirlanda di fiori, fu deposta in una tomba, e il padre incise il motto: «Io andrò a lei, ma lei non tornerà a me».[4]

Non so perchè una gioja di pianto allora mi ravvolse. Mi pareva che veramente ci fosse il paradiso per gli innocenti: e la pìccola inanellata Allegra io la vedevo che si sollevava ridente sopra le mònache morte; ella diceva: «Io sono la pìccola Ifigenia!».

E fu dopo di allora che il poeta corse alla sua morte. Certo tu non l’hai lasciato per iscritto, o poeta, perchè soltanto alla morte e non alle muse si confìdano le parole supreme.

[124]
*

Le acque dell’Arno corrèvano continuamente; e altre parole supreme mi vènnero incontro. Perchè fu a Pisa che la lèttera del padre Monaldo Leopardi raggiunse il figlio Giàcomo. A Giàcomo Leopardi nessuna venustà della persona, nessuna voluttà, nessun onore in vita! Giàcomo Leopardi aveva fuggito il padre e la gran casa di Recanati, come una maledizione. Ora egli dimorava in Pisa, e qui lo raggiunse quella lèttera del padre Monaldo, scritta da Recanati, il 16 màggio 1828, che gli annunciava come l’àngiolo della morte era passato sopra la sua casa, inalberando lo stendardo del pianto. Era morto Luigi, il giòvane fratello di Giàcomo. Diceva Monaldo: la morte spezzò la corona delle giòvani olive che èrano l’allegrezza e il decoro della paterna mensa. Quali parole! Allegrezza, giòvani olive, paterna mensa! Che cosa era in confronto la glòria ricercata dal fìglio? Egli cercava la glòria e la sapienza, e incontrava sempre la vanità. Quello e non altro che gli scriveva accoratamente, timidamente [125]suo padre in quella lettera: Giàcomo mio, salviàmoci. Tutto il resto è vanità! Forse quel salviàmoci può sembrare grottesco; ma fu destino del conte Monaldus de Leopardis, in parrucca e spadino, già nel secolo XIX, parère grottesco; eppure se il padre e il fìglio fùrono divisi nella vita, io li vedevo congiunti nella morte.

Tutti morti nella giovinezza, Byron, Shelley, la pìccola Allegra, Leopardi: ma una imàgine perdurava nella vita: impinguava, deformemente impinguava. Chi? La contessa Guìccioli.

C’è il barone Hübner che nelle sue memòrie parla di una decrèpita dama alle Tuileries, obesa e semi-idiota, a cui però tutti rendèvano onore di curiosità, perchè era stata l’amante di Byron.

[126]
Capìtolo XIII.
LA PUPA, IL PRETE E LA GUERRA.
Una elegante donnina che andava su e giù a passettini stretti sotto la tettòia della stazione di Pisa, è salita anche lei nel treno dove sono salito io. Non è sola; ma con un grosso vistoso signore. Adesso ella sta seduta: io la posso contemplare in tutta pace. È bella? chi lo può dire? Il suo volto pare ricavato per opera di un àbile gelatiere da un sorbetto di crema alla vanìglia, con ricami di cioccolata ed alchermes. I suoi occhi sono lineati ad arte; e rimàngono immòbili e stùpidi: deve essere giovanìssima; un’adolescente ancora. Questa adolescenza e quegli artifici di vècchia cortigiana pertùrbano. Il suo crànio pìccolo sta incapsulato, giù sino alla nuca, in uno di quei cupolini che ora sono di moda: dalla nuca si drizza pur una penna, alta [127]quasi come lei. Una spècie di casacca, lievìssima, àmpia, color granata, le sta aperta sul petto, dove una mussolina aderisce così finamente che sìmula l’epidèrmide. La gonnella a sghimbèscio làscia esposte due scarpette laccate, affusolate, mìnime: la trama delle sue calze è così lieve che si direbbe senza calze.

Non giunge nè meno ad essere invereconda e scomposta: anzi rimane composta. Un grosso mazzo di viole le sta fermato sul petto: un grosso manìpolo di rose thea, di rose purpùree ella ha posato sul cuscino rosso. Vien la vòglia di soffiarci sopra, e farla fuggire dal finestrino quella fèmmina perturbante.

Ne sono perturbati un po’ tutti. È una ressa di gente, enorme, anche in prima classe: grossi maschi, grossi sottotenenti bellìssimi affòllano il passàggio del corridoio, sbìrciano, èntrano: è il mattino d’estate, l’ora dei formidàbili appetiti.

Lei non si muove; il signore che è con lei, le fa segno di restrìngersi, pare su le spine, ha gli occhi fuori della testa.

Oh, ma quei signori sono tutti cortesi, quei bellìssimi imberbi dei sottotenenti sono di una cortesia spaventosa. La signorina [128]non si muova, le rose thea stìano sedute: staranno loro, i sottotenenti e i tenenti, in piedi. Stanno in piedi: mòstrano ridenti bianchi denti.

Mi pare che la vògliano mangiare.

La graziosa pupàttola gira attorno la serenità dei suoi occhi idioti, e sembra dire: «Io mi lascierei anche mangiare. Ma come si fa?».

Oh, grosso signore, con gli occhi fuori della testa, proprietàrio o usufruttuàrio di quella adolescente femminetta, ringràzia il tuo santo protettore che noi viviamo in un tempo pieno di civiltà, perchè in verità, se vivèssimo in un’età primitiva, tu correresti un quarto d’ora un poco terrìbile.

*

Ma che si aspetta per partire? Si aspetta il diretto da Roma. Ecco, arriva finalmente; strìscia, brùcia su le rotàie un lungo treno. Si ferma: il treno porta con sè tutto il vòrtice, tutta la pòlvere della lunga corsa per la deserta Maremma: la màcchina sembra bàttere i fianchi, anelare. Grìdano i giornali di Roma: La Tribuna, Il Giornale d’Itàlia.

[129]Si parte, alfine.

Èccoci fuori della tettòia: si respira.

Ride la campagna nella gran primavera del lùglio fiammante. Cimitero, Chiesa, Battistero di Pisa, addio per l’ùltima volta.

Io ritorno ancora con lo sguardo dentro lo scompartimento: la gente è un po’ sfollata, si è messa a posto: tutti hanno i gran fogli dei giornali spiegati: Tribuna, Giornale d’Itàlia.

Tutti lèggono: anche la giovinetta legge, o almeno le sue manine tèngono il fòglio spiegato, ed io vi posso lèggere in grande queste parole: Orrìbili crudeltà bùlgare. Alcune madri vìdero i loro figlioletti gettati dalle finestre su le baionette dei soldati.

I grossi maschi, che vanno su e giù pel corridòio; due signori, che sono seduti nello scompartimento, tèngono anch’essi lo stesso giornale in mano: le loro pupille pàssano con indifferenza dai bimbi gettati su le baionette bùlgare, a quella femmina provocante.

Gli orrori della guerra balcànica?

Certamente gli orrori della guerra balcànica sono lontani da Pisa. Ma si vede pròprio che l’amore verso il pròssimo, [130]comandato da Gesù Cristo, è diffìcile. Si direbbe anzi che la difficoltà aumenti in ragione del quadrato della distanza. Io mi trovo in tasca un Corriere della Sera, e con molta sorpresa leggo che gli orrori della guerra fòrmano oggetto di un artìcolo dell’illustre Luigi Luzzatti. Il suo artìcolo è intitolato così: «la nostra felina umana natura». Grave!

L’illustre e venerando filòsofo si dichiara molto dubbioso a rispòndere a questo problema: «se la bontà sia all’altezza del nostro incivilimento materiale». Ma che succede? Una ventata di pessimismo passa anche per il cervello, sempre in perfetto bilàncio, dell’onorèvole Luigi Luzzatti? Sembrerebbe che sì, e la cosa mi fa dispiacere perchè non vorrei che gli dovesse far male. Un uomo che non ha mai dubitato della nobiltà dell’umana natura, dubitare ora in così tarda età? Gli potrebbe far male. L’ottimismo non è soltanto una filosofia, ma anche un eccellente digestivo.

*

Ecco il diretto si arresta: Viarèggio. Oh, finalmente! Il proprietàrio della bella [131]bàmbola si affretta a chiamare dal finestrino: «Facchino, facchino». È impaziente di scèndere. Consegna valige, grosse valige, scatoloni. Gira, però, ogni tanto la fàccia congestionata verso quella sua femminetta. Ella è fresca come un gelato; e non è mica infondato il sospetto che quei grossi imberbi degli ufficiali non àbbiano diritto di rinfrescarsi un poco al contatto di quel gelato di carne. Affare sèrio anche questo della proprietà! Ma non succede nulla. Il grazioso balocco pei grossi bambini si alza placidamente: alzàndosi, làscia cadere a terra il giornale coi bimbi infilzati: raccòglie solamente le rose, discende piano, con gràzia, con amàbile stento.

L’alta penna ondèggia su la folla, densa alla stazione di Viarèggio.

Molta gente è discesa a Viarèggio: il treno è quasi sfollato. Si riprende la corsa. Le Alpi Apuane àprono in fondo il loro scenàrio bianco di marmi. Sento con emozione gridare un nome: Pietrasanta. Qui è nato Giosuè Carducci. Mi pare che tutta la gente debba guardare, debba dire: «Dove è nato Giosuè Carducci?» La gente non dice nulla.

[132]
*

Perchè ho preso questo deserto pìccolo treno che da Sarzana va a Parma?

Non lo so. So che sono padrone di tutta la prima classe. Oh, verdi valli della Magra dalle cilestrine acque, dai tranquilli gorghi! che nostalgia di solitùdine, di pure acque, di profondi boschi, di paesàggio con poca gente! Ma dopo due ore che il treno saliva, mi venne in mente che, poi, avrebbe cominciato a scèndere.

Così avvenne che mi trovai a terra.

— Guardi che il treno parte sùbito.

— Rimango.

Fu per tale ragione che sono disceso a Borgotaro, luogo deserto fra i monti. Ma dove è Borgotaro? È lontano dalla stazione. Deserto e solitùdine là dove io ero. Ma cosa fare lì? Forse che noi siamo come il pàssero, che non si può staccare dagli uòmini omicidi?

*

Il paese di Borgotaro si disegna a corona, distante circa un chilòmetro dalla stazione. Un nastro di strada, larga, [133]bianca, vi conduce. Mi avviai piano piano. Quando fui a metà circa della via, mi sorprese una casa nuova, dove tutta la facciata era occupata per il lungo da una scritta cubitale, con caràtteri neri su lo sfondo bianco della fàscia: e la scritta diceva così: «senza Dio noi non siamo nulla».

Questa curiosa scritta mi ha fermato lì per qualche tempo. Certo che non è fàcile dichiarare che cosa siamo venuti a fare al mondo: a far nùmero? a dar commèrcio? a godere — come mi diceva tristamente una signora: «io vòglio godere!»?

Invece quando si ammette Dio, la risposta viene bene: — «Siamo venuti al mondo per amare e servire Dio, e poi goderlo in paradiso».

La difficoltà sta tutta nella prima parte: crèdere in Dio. Ma non c’è dùbbio che il proprietàrio di questa casa è un santo o qualcosa del gènere affine.

Borgotaro!

Borgotaro triste, cadente, diroccato borgo, chiuso nelle mura dell’antico castello. Come fa la gente qui a consumare le ventiquattro ore dell’esistenza giornaliera? Io non ci potei consumare due [134]ore. Mi ricordai che presso questo castello passò negli anni 1494 Carlo VIII, re di Frància, quando mosse alla conquista del Reame di Nàpoli.

Il merìggio divampava ardente fra il silènzio dell’Appennino. I bimbi, infilzati su le baionette bùlgare, mi chiamàrono alla mente il re Carlo VIII, con la lància alla còscia, che infilzava l’Itàlia. Federico Nietzsche diceva: «Benìssimo!» e l’onorevole Luigi Luzzatti diceva: «Oibò!».

Queste stravaganti fantasie mi ballàvano dolorosamente nella testa in quel merìggio. Tutt’effetto di nervi non riposati. Se avessi riposato la notte a Pisa, il pensiero doveva essere questo: «Dove è un’osteria? dove si màngia bene a Borgotaro?»

Me ne tornai indietro da Borgotaro senza far colazione, in compagnia di un vècchio lavoratore che incontrai per via. Gli domandai — come vi passammo davanti — a chi apparteneva la casa su la quale era la scritta, «Senza Dio noi non siamo nulla».

— Èccolo che vien fuori adesso — disse il lavoratore.

— Quel prete?

[135]— Sì, quel prete.

In quel punto, dal cortile usciva un biroccino, tirato da un cavallino asciutto, brioso, che nitriva allegramente. Il prete, che occupava col suo gran corpo il pìccolo sedile, non aveva affatto l’aspetto di uomo nato per la rinùncia. Era un forte, vigoroso uomo.

Appena fu su la via, mosse le rèdini e il cavallo scappò. E il lavoratore si sberrettò.

Disse poi il lavoratore:

— Questa casa è sua, quel prato è suo, quel campo è suo…. Anche quei campi là son suoi.

— Allora è tutto suo.

— Ah sì, se camperà molti anni, tutto il paese sarà suo.

Il lavoratore cominciò a querelarsi perchè il prete godeva, in terra, il paradiso. — Chi sa poi se ci sarà anche quell’altro paradiso? Lui, il prete, dice: «Badate a quello che diciamo e non a quello che facciamo….».

— E non vi pare giusta?

— E a lei pare giusta? — domandò a sua volta il lavoratore.

— Non mi pare giusto — risposi —, ma non si può nemmeno pretèndere che [136]ognuno viva secondo la pròpria prèdica. Ma sapete, buon uomo, che molti per vìvere secondo la pròpria prèdica sono diventati così magri, da sembrar trasparenti, oppure sono finiti in manicòmio? — Ma nella casa del prete, — domandai osservando mèglio — c’è anche un’osteria.

In fatti sopra la porta c’era un cartello che nell’andata non avevo veduto, e diceva: «Salumi di Parma e vino nostrano».

Come si può combinare — io pensavo — la prima scritta «Senza Dio noi non siamo nulla» con «salumi di Parma e vino nostrano»?

Io al vècchio lavoratore volevo spiegare quel poco che so del mistero della creazione. Vi sono gli uòmini divoratori, così per istinto, come i rondoni, le talpe, i pescicani, sempre in moto con le fàuci spalancate. Napoleone non diceva, e lo confessava come una sua malattia, che per lui la guerra era un istinto, come per il violinista suonare il violino? Che farci, vècchio lavoratore? Distrùggere i divoratori, i pescicani? C’è tutto un partito che ha questo programma, e poi? Pensavo alle talpe. La talpa è il lìrico [137]della fame: è capace di mangiare più volte il suo peso: ha denti e artigli formidàbili per la distruzione. Distrugge in fatti le radici delle piante, e i contadini quando tròvano una talpa, la uccìdono, anzi ne fanno estermìnio. Se non che la talpa non màngia le radici, le rompe soltanto per poter così dare la càccia sotto terra ai vermi e alle larve di cui è insaziàbile. Distruggiamo le talpe? Non dico di no, ma allora la terra è invasa dagli spaventosi insetti infiniti, nati dalle larve; e il rimèdio è peggiore del male! Pensi, volevo dire al lavoratore, che in alcuni paesi si fa commèrcio non solo di talpe, ma di animali anche più immondi, come rospi, bìscie, per salvare la agricoltura, e distrùggere le bestioline pìccole con le bèstie più grosse. Finora non c’è rimèdio migliore. Il nostro torto filosòfico è di considerare gli uòmini per uòmini; che se li consideràssimo come animali, dovremmo ammèttere che mègio de cussì no la poderia andar.

Ma questo ragionamento era troppo complicato e mi accontentai di pagar da bere al vècchio lavoratore.

[138]
*

Aspettai alla stazione di Borgotaro molte ore. Impossìbile che io scendessi a Parma!

Non volendo andare a Parma, nè restare a Borgotaro, non rimaneva che rifare la via percorsa, ed alla sera ero a Firenze.

[139]
Capìtolo XIV.
PÈCORE E UOMINI.
Linea Firenze-Faenza.

Ieri grandinò: il treno correva sotto le nubi, che calavano plùmbee, gràvide ancora di piòggia: le cime verdi dell’Appennino le ferìvano, e dallo squàrcio si vedeva qualche strìscia d’azzurro. Poi il treno cominciò ad ansimare lungo le rotàie bagnate, su per l’erta dei monti. Le quattro ruote accoppiate della macchina pareva avèssero gran pena a salire.

La torre di Fièsole, già scomparsa nel fondo dell’orizzonte, mi rideva ancora nel cuore, melanconicamente: Dante, Itàlia, Firenze, cuore d’Itàlia!

Giallore di ginestre fra le genghe dell’Appennino; e guardando in giù in fondo ai viadotti, si vedèvano gore lustreggianti; e in fondo ai botri, e su [140]per le aèree pendici si vedèvano bianche pècore in piena pace pascenti.

Sotto il riparo di una schèggia, ecco due pastorelli si ripàrano dalla piòggia. Fanno con le manine «Addio, addio» al treno: sorrìdono: soli, piccini, tranquilli fra quei gran monti paurosi.

Ma le pècore, ma qualche màcchia più bianca lassù fra i querceti — èrano mucche e buoi — non lèvano nemmeno la testa.

Chi lo ha detto? San Paolo, mi pare; e di poi l’hanno ripetuto i padri della Compagnia di Gesù: «Gli uòmini sono pècore, e le pècore non potrèbbero salire al monte senza cozzare insieme sino a precipitare giù nel burrone, se il pastore, cioè la provvidenza, non le vigilasse».

Ma guardando quelle pècore pascenti non mi parve che esse avèssero bisogno del pastore. Esse brùcano oggi in divina pace fra questi monti; come trecento, come mille anni fa. Le nubi minacciose ed orlate di nero scèndono dal cielo; ed esse brùcano in pace!

Bello questo paesàggio aspro dell’Appennino: esso è rimasto forse come era più di mille anni fa, quando i messi di [141]re Alboino, dopo tanto cercare, vi trovàrono alfine la Marcolfa col figliuol suo Bertoldino: paesàggio immoto nelle età, attraversato adesso da questa carrozza di ferro, coi sedili imbottiti di velluto, il lavamano e le lampadine elèttriche.

Forse il pastore è necessàrio per gli uòmini.

Una gran tenerezza mi trascinava dal treno fuggente verso quei ruminanti: coperti di vello duro, brucanti gli odorosi mentastri, beventi acque pure, digerenti con quattro stòmachi: se non ci fòssero i lupi e i macellai, però. Curiosa stòria! Si legge dell’uomo questa cosa: che dopo aver trovato quella sua cèlebre definizione: cògito, ergo sum, ha poi desiderato di èssere come le pècore!

Strano è anche come i vecchi castelli, i vecchi borghi si confòndano con il colore delle rocce. Le torri sèmbrano ricami della terra: tutto si confonde nella terra.

Nelle curve si vede il treno che, ruggendo, si disvìncola dalle strette dei monti. La màcchina — a fissarla lungamente — sembra, con quel pennàcchio di fumo e quell’àlacre moto dei suoi [142]organi, che vada animata da una sua volontà. Certo è un’illusione dell’òcchio perchè è l’uomo che ha creato la màcchina. Però questo contìnuo creare màcchine e màcchine non può darsi che porti via un po’ d’ànima all’uomo per darlo alle màcchine? Se la natura ha dato quel tanto e non più….

Il treno si è liberato dai monti. Precìpita.

Brisighella: siamo già in pianura: pochi chilometri ancora, e poi Faenza.

Sopra Brisighella in cima a tre collinette si sono rifugiati una torre merlata con l’orològio, una chiesina, un minùscolo castello: un, due e tre, su le tre collinette. Una fila di cipressetti li congiunge, che pare un ricamo nel cielo.

Quelle tre cosine salùtano sempre i treni che pàssano.

Faenza! Ecco noi siamo arrivati in Romagna, e per l’appunto in quella città che fu chiamata l’Atene delle Romagne, in quei tempi in cui con molta facilità si concedèvano queste onorificenze di Grècia e di Roma. I superiori che allora comandàvano in Itàlia, trovàvano, anzi, questi balocchi molto ùtili.

Scendo dal treno. È l’ora del vèspero. [143]Due, tre, parècchie donne pedàlano ardite e un po’ scomposte, sul largo piazzale della stazione.

Oh! Romagna, dolce paese democràtico!

*

Oh, Romagna, generosa Romagna, forte ed ospitale Romagna! Io non dico di no. Ma dal tempo in cui l’Ipèrbole mi ha privato del benefìcio della sua protezione, io non godo più la giòia di questi attributi alla forte Romagna. Io non ammiro più le vostre risolute bestèmmie; io non poso più volentieri le labbra sul vostro ospitale bicchiere. Quanto alla democrazia, è un altro affare. Nel tempo che vissi in Romagna, fui molto avvilito a sentirmi sempre interpellare con un: «Puvrèin!». Poverino, qua; poverino, là! Lo dicèvano per modo di dire, e gentilmente; e certo bene considerando, tutti noi siamo poverini. Sarà democràtico quel «poverino», ma è seccante. E poi perchè ai cavadenti di piazza, ai tenori, ai ricchi proprietari di cavalli non dìcono puvrèin?

[144]Ma il vero è che io quella sera non avendo aspetto nè di cavadenti, nè di tenore, nè di proprietàrio di cavalli; e d’altra parte ricordèvole di quell’esasperante puvrèin, era molto incerto sul modo di entrare in città, e presentarmi ad un albergo.

Ora capisco tutta la tua intuitiva saggezza, egrègio giòvane della ditta Darük und Sohn, che mi offristi così ùtili, benchè tardivi precetti, nella gita Bologna-Scaricalàsino!

Bisognava tuttavia escogitare un qualche espediente per isfuggire familiarità democràtiche. Mi venne in mente una deplorèvole finzione, e l’ho adoperata, quella sera.

Ho simulato cioè di èssere tedesco, svìzzero, che so io; tutto fuor che italiano: poche parole dure, sempre molto impettito, e mai sorrìdere, perchè il sorriso è la più pericolosa forma di dimestichezza.

*

La càmera che mi fu offerta era una grande, bella e fresca càmera con buonìssimo letto.

[145]Quanto ai mòbili, era un’ingènua contaminazione del conforto moderno con antichi arredi che oggi sono chiamati di pèssimo gusto, cioè angioletti di gesso, frutti di scagliola, tappetini fatti con ritagli di stoffe: tutte cose che si consèrvano nelle vècchie case di Romagna, la quale è piuttosto conservatrice benchè àbbia fama di èssere rivoluzionària.

Ispezionai rigorosamente.

— Questo, orrìbile, cos’è? — domandai al proprietàrio, indicando alcune chiazze nere, su la parete contro al lavamano.

— Mah! Quando si làvano — disse bonariamente —, invece di scostare il catino, bùttano tutti i sbruffi dell’acqua sporca sul muro. Sicuro già che l’è poca pulizia!

— E quest’altro, più orrìbile, cos’è?

Il brav’uomo allargò le bràccia:

— Lo crede, el me signor — disse, — che ho fatto imbiancare tre volte da quando che sono qui! E ho fatto mèttere la sputacchiera apposta, come usa adesso. Macchè! loro tìrano al bersàglio. E gente che a vederla pare pulita; forestieri, gente come lei, che non si [146]direbbe! Guardi mo’. — E additò tutti i punti cardinali della càmera. — Come si fa? Ci vuole pazienza.

— E questa coperta del letto la chiamate bianca voi?

— Sangue della Madonna, — esclamò — l’abbiamo cambiata ieri. Si pulìscono le scarpe, sti boja!

Dissi:

— Molto sporchi i tagliani!

— Tutto il mondo è paese, caro il mio signore — rispose con rassegnazione. — Vuol dire poi che chi è sporco per un verso, e chi è sporco per un altro.

Poco dopo sentii bàttere discretamente all’ùscio.

— Cosa volete?

— Scusi sa, ma c’è il nome e cognome da mèttere. Adesso vògliono anche questa roba qui, e ci vuole pazienza.

Tracciai sgarbatamente il mio nome con caràtteri gòtici, mutando la i in y: qualcosa di incomprensìbile.

Il mio òspite non replicò, ma mi parve che se ne andasse mandàndomi un accidente.

[147]
*

Ho dormito finalmente bene: mi sono fatto aprire la finestra: il cielo era puro, innocente: della delinquenza del temporale di ieri nessuna tràccia. La bella estate aveva ricondotto il sereno. Canti di augelli dalla campagna, raggi di sole nascente. Come è più bello il sole in Romagna!

— Un caffè raccomandato, senza vostra porcheria di cicòria. E i giornali, molti giornali — ordinai.

Ecco il caffè, ecco i giornali. Pover’uomo, aveva preparato un caffè eccellente. Disteso sul letto, ravvolto nel sole e nell’ària del mattino, io venni un po’ per volta a trovarmi in quello stato di benèssere che segue al riposo notturno e a una buona tazza di caffè. Accesi il sìgaro per rèndere più completa la voluttà. «Godiamo!» come dice quella signora, e cominciai a svòlgere i giornali.

Notìzie della guerra. Se ne comìncia a capire qualche cosa, cioè sono i Greci ed i Serbi contro i Bùlgari. «Gli euzoni, i palicari — dice questo giornale — si [148]buttàvano contro la mitràglia dei cannoni bùlgari, cantando.» Allora è vero quello che disse il poeta Giàcomo Leopardi:

parea ch’a danza e non a morte andasse

ciascun de’ vostri.

Zìvio i Ellas! e tanto mèglio.

Dunque esìstono ancora gli Èlleni?

Dunque non è vero che i Greci sìano «briganti assai», come scriveva Monaldo padre per calmare i furori eròici del figlio Giàcomo? Dunque la Grècia non è morta? Botzaris dice di no. Tanto mèglio! Ma chi ne sa nulla? Spesso basta un uomo o una leggenda a far grande un pòpolo.

Ma le grandi Nazioni, i grandi potentati, che da anni ed anni, a fior di labbro soffiàvano per spègnere il focolare balcànico, sono un poco sorpresi del vasto braciere suscitato laggiù. Se quelle alte fiamme si appiccàssero alle vesti delle magnìfiche Potenze?

La mia supposizione non è verosìmile. Prima di tutto i re delle grandi Potenze si incòntrano ogni tanto, e quando si sono incontrati, bèvono lo champagne e dìcono: Hoch! Zìvio! Hurrah! [149]Evviva! Si congràtulano della loro rispettiva salute e di quella dei loro pòpoli, e poi comùnicano ai pòpoli questo messàggio che col patrocìnio dell’Onnipotente la pace è assicurata. In secondo luogo, e a mia memòria, i ciambellani dei re dìcono ai pòpoli: l’accordo è perfetto. E allora speriamo bene!

V’è chi trova che il sistema dei re è molto costoso, e un po’ fuori di moda. Ma tutto è costoso! Anche la Giustìzia è costosa, eppure è necessària; non perchè essa possa fare giustìzia, ma per rèndere meno intolleràbile l’Ingiustìzia. E così si può dire dei re. Essi — come dice San Paolo — sono la Provvidenza dei pòpoli. Il perìcolo che presèntano i re è forse questo, che uno di essi vòglia ròmpere tutte le altre teste coronate dei cugini re, e assicurare così la pace senza l’aiuto dell’Onnipotente. Aboliamo allora i re. Ma chi garantisce che i pòpoli si vògliano bene? I pòpoli si àmano o sono, come la matèria, repellenti?

Io non ne so nulla: io amo i pòpoli con lo stesso amore con cui amo i re.

Non so perchè, a questo punto, vidi davanti a me, ròseo, beato, in toga càndida, seduto su la sèdia d’avòrio, Cèsare [150]Augusto imperator romano. Le sue chiome stillàvano ambròsia come quelle di Giove, con la mano pontificale segnava l’amministrazione del mondo.

A quanti re e cugini aveva egli rotta la testa? per quanto sangue era passato prima di ridurre il mondo in somma pace, e sedersi lui in pace su la sèdia d’avòrio? Ma ora Augusto non portava più corazza insanguinata, ma un càndido manto; non più elmo, ma una corona di alloro. Un bel sorriso ornava la maestà del suo volto, e diceva: «Guerre non più! Caso mai si farà la guerra per la conservazione della pace: guai anzi a chi disturberà la maestà della pace romana! Noi d’ora in avanti coltiveremo le lèttere, le arti e le scienze, e decoreremo il mondo di bellìssime istituzioni».

E presso di Augusto imperatore sedeva un giovanetto, càndido e gentile; un poeta di nome Virgìlio; il quale gli traducea con infinita dolcezza le spaventose guerre, òrrida bella, dell’impero, cominciando dal sàvio Enea che venne da Troia, su su, sino al tempo nel quale lui, Cèsare Augusto, si chiamava semplicemente Ottaviano.

[151]Augusto ascoltava con molto compiacimento il poeta, tanto più che la stòria del come aveva fatto per diventare Augusto, domandava non pochi abbellimenti poètici. Ma ad un tratto Augusto balzò su la sèdia di avòrio: un dispàccio gli era venuto che gli annunciava come i soldati romani messi a guàrdia della pace, èrano stati dal tedesco Armìnio tagliati a pezzi dalla guerra. E da allora, per altri tre sècoli, l’impero dovette far la guerra per conservare la pace.

Ma ecco spuntò un bel giorno in cui la pace sembrò assicurata definitivamente; e ciò fu perchè venne Cristo, e gli ufficiali e soldati romani si rifiutàvano di adoperare la spada, perchè Cristo vieta di adoperare le spade. Sarebbe stata una cosa sublime se ai confini dell’Impero non ci fòssero stati molti Armini, i quali non conoscèvano Cristo e avèvano molto sangue nelle vene. Allora un sàvio imperatore, di nome Diocleziano, ricorse alle più severe misure contro quegli indisciplinati. Ma come era possìbile punire gli indisciplinati quando il numero di costoro superava gli agenti della disciplina? E fu così che un altro imperatore, sàvio anche lui, ma di nome [152]Costantino, adottò un altro sistema: inquadrò gli indisciplinati nello Stato. Ma dal giorno in cui i seguaci di Cristo furono inquadrati nello Stato, essi non andàrono più d’accordo, nemmeno su la natura di Cristo.

Ah, mostruosa cosa! Conòscere Cristo e non andare d’accordo! Aver distrutto il meraviglioso impero in nome di Cristo, e combattersi ancora in nome di Cristo!

E da allora il giro delle guerre ricominciò, senza fine; e sempre per aver pace: Carlo Magno, Carlo Quinto, Carlo Marx, unti dal Signore, unti dal Pòpolo! Chi scrive qui nel giornale queste abbominèvoli parole?

La Dio mercè il pacifismo è tramontato! I giòvani d’oggi sono ridivenuti anelanti di esprìmere che la guerra è la realtà dello spìrito umano. Questi giornali ragiònano tutti della guerra con un materialismo che desta orrore. E poi non si tratta di guerra soltanto; si tratta di stragi! E questo è uno spettàcolo barbàrico, disgustoso, che distrugge la civiltà della Croce.

Ma e io? Io che qui, beato sul letto, leggo il giornale e fumo?

[153]I danni della guerra? Come la grandinata di ieri! Tranne i pochi colpiti, chi se ne ricorda più oggi? Ieri il cielo era nero, oggi è azzurro. Ieri i passerotti stàvano nascosti, e oggi càntano e sàltano. Io suppongo che dopo cinque, dieci anni, i morti in guerra ritòrnino alle loro case. Essi cercano trepidanti il loro tetto, il loro letto, il loro posto alla mensa. «Oh, i benvenuti», ma un altro già dorme su quel letto, e il posto alla mensa è ristretto. «Tornate, tornate ove eravate!»

Anche le povere mamme sono morte, frattanto.

Però, invidiàbile giòvane della Ditta Darük und Sohn, che non pensi a queste cose! Io non posso tenere giù il sipàrio del cervello. Appena poche ore di sonno: poi gli occhi si àprono; e trovo il sipàrio alzato; e i burattini della vigìlia contìnuano la loro rappresentazione.

Guardavo con stupore fuori della finestra le verdi piante, il bell’azzurro, i cantanti augelletti.

Via, speriamo che presto cali il sipàrio su tutti questi orrori del mondo.

[154]
*

Dissi all’oste:

— Informàtevi sùbito, stazione, se diretto Bologna avere corrispondenza mit Venedig.

Egli corse alla stazione e m’informò che sì.

Fu in tal modo che la sera stessa ero a Venèzia.

[155]
Capìtolo XV.
VENÈZIA E IL TRIPPÀJO.
Venèzia! Trionfo di Santi e di pòpolo! Lo dìcono le vie, cioè i nomi delle vie in quei sèmplici rettangoletti bianchi di calce, filettati di nero.

Oh, bei nomi di Santi e di profeti, diventati tutti cittadini veneziani, San Bartolomeo, San Nicolao, San Marco, San Polo! Oh, bei nomi di Madonne, gloriose e formose! Quasi mi è parso, levando gli occhi al cielo, di vederti, o Madonna, Madonna del Tiziano, Madonna del Veronese, magnìfica nella corona degli àngioli e assunta al cielo; e gli àngioli festosi àgitano le palme e guàrdano il tuo mare, o Venèzia!

Bei nomi di condottieri, bei nomi di popolani, di artieri e di arti, hanno le tue vie, o Venèzia, con dichiarazioni precise, ùmili ed anche gloriose. Per esèmpio [156]questa: Fondamenta di donna onesta! Mi sono soffermato a lungo a studiare queste singolarìssime fondamenta, tanto che alcune donnette mi chièsero se avessi perduto qualcosa. Risposi che chiedevo a quale pia leggenda si riferisse quella denominazione, e dove avesse abitato quella «donna onesta».

— Una volta la ghe sarà stada: adesso la xe andada via! — rispòndono.

Ecco, io penso, verrà il giorno, e non lontano, in cui tutte queste singolari denominazioni di vie perderanno di significato. A molti non piàcciono i Santi; v’è chi ha in disprègio il dialetto; v’è chi crede troppo sèmplici questi riquadri imbiancati. Allora si farà come a Milano: invece di un rettangoletto imbiancato, metteranno una lastra di marmo con quattro bòrchie di metallo dorato, e in mezzo un nome moderno con la sua bella dichiarazione, in modo da facilitare al pòpolo la sua istruzione. Sparirà un po’ anche il costume del vestire. Mi meravìglio come già non sia sparito. Donne pàssano ogni tanto per le calli silenziose, vàrcano i ponti: testoline brune e bionde scoperte; visetti scialbi — cìpria fatta anche un po’ con l’anemia; — ma [157]lo scialle nero a gran frange, ricade dalle spalle a terra con una maestà di peplo. Guarda quella strega magra! Ha una testa dogale. Pàssano; e il suono lamentèvole del dialetto, rotto da gàrrule risa, da interiezioni, Maria Vèrgine! fa venire in mente uno stormire di ròndini. Le loro gonne sono ancora gonne àmpie, nere, all’antica, e le loro scarpette sono pòvere scarpette. Così è oggi come una volta. E i greci in gonnellino? e gli orientali in turbante? Non vi sono più. E dove è trasmigrato quel vècchio cantastòrie, tutto rughe, tutto grinze, che ripeteva con voce che pareva le onde del mare, la stòria della regina Cornaro, di Marcantònio Bragadìn? Deve èssere ben morto.

Vòglio andare da me fino a San Marco, e vedere se mi ricordo. Ecco, mi sono smarrito in questo dèdalo di calli. V’è un odorino…, ma non è puzzo: odor di àlighe dai canali verdi, di lumachini, di vecchi fòndaci: ma non è puzzo. È odore di Venèzia. E nemmeno si può dire, sporcìzia: quel bucatino di bimbo, a festoncini, sospeso lassù, è grazioso. Èccomi in un campiello dove pare che l’orològio del tempo si sia fermato. Le case sembra [158]che stìano per cadere da un momento all’altro per malattia di decrepitezza: ma quella cappa elegante di camino le tiene su. È lùglio, e c’è un ribrezzo di umidore in questo campiello; ma un tronco di glìcine, che beve la sua vita chi sa da quali morte putrèdini, sale su pel vècchio muro, lambe alcune transenne bizantine, sale su e cerca il sole: ha trovato il sole lassù su quell’altana, s’è arrampicato attorno alle quattro colonnette bianche dell’altana e vi forma un diàfano padiglione di verde e di gràppoli color lilla. C’è una signorina lassù sull’altana con tutti i capelli biondi, sciolti al sole. Sta assorta, con le mani a leggìo: ella legge. Quale libro? Daniele Cortis? Il Fuoco? Già un tempo fu Madonna Isotta e Messer Tristano! E il sole vi scherza sempre.

*

Ecco il trippàio pulitìssimo. Pochi uòmini io ho in mente così coscienziosi e gravi nel suo ufficio, come il trippàio. E perciò dinanzi alla sua bassa minùscola bottega mi sono soffermato a lungo in ammirazione. Egli si stava in piedi, [159]alto, quadrato, sbarbato: come un maggiordomo di grande casa: dietro stava il suo calderone di terso rame; il suo grembialone era immacolato.

Toglieva dai fumosi bollori della caldàia un po’ di trippa nera, verde, biancastra, vìscida, reticolata, spugnosa; lasciava gocciolare meticolosamente, deponeva in una tortiera ben stagnata; e quivi tagliava con delicatezza di damina: rovesciava poi i pezzetti in una carta bianca, spargeva il sale ed offriva ai molti avventori che facevano coda. Sempre in silènzio! Ma forse non era mùtolo, e quando la schiera dei compratori si fu diradata, — Gran pulizia — dissi complimentando.

L’uomo parlava, con gravità; ma parlava.

— Eh, sì, scior; gran pulizia a Venèzia! Senza pulizia, tripa no se vende a Venèzia!

— Trippa lessata come a Firenze?

— Cognosso, son sta anca mi a Firenze. Ma a Firenze i vende soltanto tripa de bo: qui, a Venèzia, se vende carnami e tripa d’ogni sorte, e de tute le bèstie, piègore, montoni. Ma gran pulizia! — e così dicendo prese il forchettone e si apprestò a fornirmi una lezione di anatomia.

[160]— Questo coso bianco, longo, per esèmpio, xe….

Basta, basta, eloquente e dotto trippàio! Come tutto è melancònico e tràgico anche sotto l’ùtile funzione di offrire da mangiare al pròssimo per quattro soldi di trippa!

Le pècore, i plàcidi buoi, i montoni, pascenti in divina pace pel verde Appennino, queste cose certo non sanno.

[161]
Capìtolo XVI.
PAX TIBI, MARCE, EVANGELISTA MEUS.
Sono sboccato — dopo lunghìssimo giro — in Merceria. V’è del pulvìscolo d’oro nelle Mercerie; le vetrine abbàgliano: merletti, filigrane, vetri di Murano. Ma è tutto un incrociarsi di voci tedesche: è una carovana di genti tedesche; essa risale, io scendo. Si sòffoca.

Ecco infine: piazza San Marco. È un barbàglio di sole: la laguna, come una lama immota, barbàglia anche lei.

Il campanile nuovo, biancastro, sembra che guardi con occhi di albino. Sull’àngolo della Scala dei Giganti, i sòliti tedeschi ed inglesi, col sòlito naso in su. I sòliti piccioni svolàzzano: vanno a salutare i signori stranieri e ne ricèvono il becchime; si compòrtano con contegno tanto gli stranieri come i piccioni.

[162]Però mi sono antipàtici quei troppo ben pasciuti piccioni che bèzzicano la limòsina da tutti! Sono conosciuti anche in Germània i piccioni di San Marco ed hanno già il nome germànico: die Sanct-Markustauben!

*

È accaduta una cosa strana: sopra la torretta dell’orològio, i due neri giganti di bronzo che bàttono le ore, le mezze ore col lungo martello, si sono mossi, ed hanno battuto le ore e le ore si sono mosse. Facèvano pure così molti anni addietro, quando ero in collègio a Venèzia e allora mi fermavo a guardare i due giganti e le ore che andàvano via e dicevo: «Come è bello!». Non è dùbbio che per tutto questo tempo i giganti hanno seguitato a bàttere le ore, così: il loro martello si sposta e si muove appena, ma adesso io sento che l’eco della campana si dilata, è immenso: le mie orècchie hanno udito parole profonde, nere, piene di paure. Ma due amanti, lui un giovanottone tedesco, lei una cosina gràcile, sospesa a quel suo màschio, guardàvano in su come me, vicino a me, [163]e non hanno udito niente…. Lui gode a guardare in su, col pìccolo naso e le grandi lenti: lei dice: «schön! bello!» come dicevo io da bambino.

I giganti sono tornati nella loro immobilità. I due innamorati tedeschi vanno a dare il grano ai piccioni.

Doveva èssere più bella Venèzia una volta, quando l’Adriàtico rigònfio e forte, pareva tener lui sollevate queste moli ricamate di marmi, e c’èrano le galee d’oro: Venèzia al tempo di Pietro Aretino, ma senza questi pennacchietti tirolesi.

*

Mi sono fermato davanti a quella tomba che è sul lato orientale di San Marco, su la quale sta scritto: Daniele Manìn, e null’altro.

Passa una popolana con due bimbi. I bimbi si fèrmano: — Mama, chi xelo Daniele Manìn?

— Quello che ga difeso Venèzia nel Quarantoto. Andemo putei, no fermeve, no perdè tempo.

E poco dopo una voce suonò dietro le mie spalle: — Daniele Manèn?

[164]— Daniele Manèn? — rispose un’altra voce, ma pareva interrogare la prima voce: «l’hai tu conosciuto?».

«Manìn», stavo per dire io, «non Manèn».

Ma voltàndomi, vedo due signori così eleganti, così abbaglianti di candore estivo che il mio amico della Ditta Darük und Sohn sarebbe caduto in ammirazione. L’uno era giòvane e aveva l’ària di gran mondo, ma l’altro aveva una barba così aristocràtica — un po’ grìgia — che degna era al tutto di decorare re Enrico IV di Frància. I due gentiluòmini si guardàrono in volto, sospìnsero il labbro nell’atto che vuol dire: nun sàccio; poi fècero dietro-front. Vidi le suole di gomma rossa delle loro scarpe bianche; e il fumo delle loro sigarette scherzava sopra i loro copricapo di autèntico panamà.

Giacchè essi non portàvano il pennacchietto alla tirolese.

Appare evidente che il Comune di Venèzia, quando decretò questa tomba per Daniele Manìn, non pensò all’istruzione del pòpolo, come fa il Comune di Milano, perchè in tale caso vi avrebbe messo una nota esplicativa.

[165]Quale?

Questa forse: «Daniele Manìn, che col suo martìrio sigillò il pòpolo d’Itàlia».

Ma poi sarebbe stato necessàrio un libro per spiègare questa nota. E allora, invece di quei quattro leoncini sotto la tomba nera, che sèmbrano i piedi di un cassone del Cinquecento, quattro grandi leoni grifagni, terribìli come te, Marce, Evangelista meus!

*

Ma il caldo è sciroccale, ed io non ho il sottile àbito rinfrescativo dei due gentiluòmini.

Rifugiàmoci in luogo meno caldo: qui sotto il pòrtico del palazzo ducale, dove non è gente, non negozi, non caffè.

Ma qui il mio naso andò a bàttere contro una pìccola làpide incastrata nel muro.

Questa làpide non era in latino, ed io di sòlito quando trovo una làpide in latino, non la leggo per non spogliarla del suo paludamento. Era una làpide in italiano, anzi in veneziano.

Diceva così:

MDCLXXX, III ottobre. Andrea Bodù [166]fu de Andrea, fu bandito per gravissimo intacco de cassa fatto nella càmera di Vicenza essendo camerlengo in quella città.

Camerlengo è una parola che oggi pochi capìscono, ma a quei tempi la capìvano tutti: vuol dire tesoriere, cassiere.

«Bravo, signor Bodù — dissi, — lei dunque, nell’anno 1680, essendo tesoriere di Vicenza, rubò il denaro dello Stato!

«E non sono solo — risponde il signor Bodù —; chè se lei va nel palazzo qui vicino, trova la làpide del signor Venturìn Maffetti, quondam Giàcomo, nodaro, anche lui bandito dall’ecelso consìglio dei Dieci per enorme intacco di pegni ascendente a riguardèvole somma di denaro, a grave pregiudìzio della pùblica cassa.

E il signor Bodù ed il signor Venturìn non sono soli! Essi sono, in altre làpidi, in compagnia del signor Giàcomo Capra, contador, che certo vuol dire «contàbile», della cassa grande, bandito come ministro infedele e reo de grave intacco fatto nella cassa medesima.

E v’è anche il signor Francesco Magno, provveditore agli ori et argenti in zecca, bandito anche lui capitalmente, per grave intacco alla cassa, commesso con turpe [167]infedeltà et abuso del pròprio ministero. E vi sono i sigg. fratelli Antonio e Zuanne Stralico, ossia Sirùpolo, ragionati [che senza dùbbio vuol dire «ragioniere», come dìcono ancora a Milano] ed altri notari, ed altri ragionati e camerlenghi, tutti rei di enormi gravìssimi pregiudizi inferiti al pùblico patrimònio.

Si rubava dunque il denaro pùblico anche sotto il tremendo governo della Repùblica di Venèzia?

«Sempre usato, signor, da che mondo è mondo, — mi risponde il signor Bodù. — E xe question de istinto, vèdalo: come i ragni che hanno all’estremità dei polpastrelli della roba che attacca; e adesso poi coi chèques e coi biglietti di carta filogranata xe anche più fàcile che ai miei tempi».

Quello che diceva il signor Bodù era esatto, e non c’è dubbio che il molto denaro permette all’uomo di invertire le stagioni, come ne fanno testimonianza i giardini d’inverno nei grandi alberghi; come ne fanno testimonianza, dietro le lastre dei sontuosi negozi, le fràgole in gennaio per soddisfare il delicato e formidàbile appetito della donna; e così il denaro fa sì che i due cialtroni che [168]dìssero: «Daniele Manèn, nun sàccio» àbbiano aspetto di gentiluòmini: però mi pare che la Serenìssima Repùblica di Venèzia, collocando queste làpidi in buon dialetto, provvedeva con onestà all’istruzione del pòpolo. Inoltre consegnando il nome ad infàmia su làpidi di marmo con la parola chiara, ladro, e non deploràbile — come usa oggi, — offriva ai sùdditi una certa soddisfazione pel danno sofferto. In terzo luogo non si può negare che queste làpidi non costituìscano un coraggioso e insieme originale motivo di decorazione nei palazzi pùblici. È un sistema che si potrebbe riproporre.

E così avendo trovato in fondo ad una tasca una cordicella, mi misi allora a misurare le pìccole làpidi. Làpide del signor Bodù, m. 0,50 per 0,60; làpide del signor Pàulo Vivaldi, contador all’offìcio de dazio del vin, m. 0,58 per 0,80.

Ma in quel punto una mano fermò il mio bràccio e una voce mi disse:

— Cosa fa qui lei?

Era una guàrdia.

— Prendo le misure del signor Bodù….

— Vada, vada! Le misure le prendiamo noi.

[169]Dovetti interròmpere. Era mezzodì ed andai a far colazione.

Colazione econòmica in una vècchia trattoria, in una vècchia calle: fondi di carciofo e zuppa di pesce.

*

Ora due (vecchio stile). In gòndola. Dissi al vècchio gondoliere: «Girate per i canali più brutti; non attraversate il canalazzo; non date spiegazioni».

Una lieve frescura aleggiava su le acque; e dalle acque morte parèvano venir fuori le spirali turchine, o gialle, che gìrano intorno ai pali, ove si fèrmano le gòndole. Dai neri palagi pèndono fior di nastùrzio. Il ferro lucente della gòndola procede con l’ondulamento di una sottile testa di serpe. La gòndola va stranamente ràpida nella sua silenziosità; e par che vada da sè perchè il motore — il remo — non si vede, nè se ne ode il tonfo. Solo, ogni tanto, la voce del gondoliere si eleva nel dare il richiamo allo svolto dei rii. Ha suoni cupi, plàcidi, imperiosi. Strano! Mi pare tutt’altro suono del ciacolàr veneziano! Sopravvìvono le voci di Marco Polo, latino; [170]di Marìn Sanudo, dei combattenti di Lèpanto? Voci fèrree e latine pel mare! Davanti a me, scolpita nello sportello della gòndola, sta la bocca umana del leone. Ondeggiò il leone sugli orifiammi delle galee combattenti; fu scolpito per tutto l’Oriente il sàvio leone che posa la zampa sull’Evangelo! Pax tibi, Marce, evangelista meus! Ha l’Evangelo, ed anche la spada! A Zara ti ho ben veduto, leone di Venèzia! Obliata, lontana Zara! Perchè pensai a Zara? Perchè le donne di Zara dicèvano a me con isconforto: «I nostri figli non parleranno più veneto».

Ecco d’un tratto su le fondamenta mi balza, cavalcante, la figura e l’elmo brònzeo di Bartolomeo Colleoni.

Lungo quelle fondamenta una schiera di ragazzi ignudi si tùffano, mi grìdano: «Buttare in mare soldino!».

Via! Brutte rane!

Il sedile della gòndola è assai còmodo: questo basso nero sprofondato sedile. V’è posto per due, ed io sono solo. «La biondina in gondoleta»? No! Io non penso ad alcuna biondina. Penso a te, piccina, ridente cosa senza nome, o con un làbile nome, nome del mio mondo! Oh, averti qui in piedi avanti a me, domandarti: [171]«Dove siamo, bambina? Che cosa sono queste lìvide acque? questi palazzi tràgici con bianchi baleni come di schèletri nel marmo? questo enorme silènzio?». Vedere lo stupore dei tuoi occhi!

No, no, non vòglio farti vedere queste cose morte dove i sècoli hanno piovuto le loro làgrime.

Ecco, io ti porto la bàmbola nuova ed i baìcoli freschi.

[172]
Capìtolo XVII.
PÌCCOLI PENATI.
Un’agitazione nervosa mi aveva tenuto per tutto il viàggio mattutino da Bologna a Rìmini; nè poteva stare io fermo o seduto. E più il treno mi portava verso quella città, più l’ossessione nervosa cresceva: un antico male. Percorrevo su e giù il lungo treno quasi vuoto, e cercavo qualcosa di diverso a cui attaccare il pensiero. Corri, vècchio treno e pòrtami via il pensiero! Ma andava così adàgio il treno mattutino della Romagna!

*

Per buona ventura, in uno scompartimento di seconda classe si svolgeva un piacèvole ragionamento: c’era una signora di mezza età, dolcemente tonda, [173]che parlava come a casa sua e si soffermava con letìzia, gestendo, sui suoni della sua pronùncia ravennate. C’era un signore anzianotto con una cravattina bianca che ascoltava con serietà. C’era una signorina magrolina che non parlava. Questa era la nepote e la signora era la zia.

La signora si rivelava per una di quelle plàcide borghesi di Romagna, che hanno poderi al sole, casa in città, galline in pollàio, vino in cantina; hanno esperienza di masserìzia domèstica e agrìcola; vìvono in quella, e nessun dùbbio le assale che tutte queste proprietà còrrano oggi un certo perìcolo, o, quanto meno, sìano molto discusse.

Ella parlava di cose della vita domèstica; e dopo un po’, prestando io maggior attenzione, sentii queste parole, spiccate, con effusione di cuore: — Lei pesta, fine fine, le màndorle dolci e qualcuna di amare, ma poche; sì che venga tutta una bella manteca. Poi lei fa una bella spòglia come per i tagliolini, e li tàglia, ma fini fini. Allora lei prepara un bel sutè, e lo fòdera con la pasta frolla; poi ci mette un suolo di tagliolini, e sopra quel siroppo di zùcchero, [174]che le ho detto, e la manteca di mandorle e dei pezzettini di burro; poi un altro suolo di taglioline, e ancora le condisce con lo zùcchero, con le màndorle, e del burro….

— Come fosse un ragù…. — suggerì d’incanto quel signore.

— Bravo! E così di sèguito. Sopra, poi, ci fa dei ricami con la pasta frolla, e cuoce al forno: quando è levato dal forno, ci fa un buco, e ci versa mezzo bicchiere di alchermes o di cògnac, a piacimento. Una bontà! Provi, e sentirà che onore si fa!

— E come si chiama?

— La torta con le taglioline dolci. Lei la può mangiar calda, ma se la làscia raffreddare, sentirà che è più buona.

Il signore prese nota: màndorle dolci, poche amare, zùcchero, burro, alchermes o cògnac. — E la signorina — domandò — sa fare anche lei la torta con le taglioline dolci?

La signorina si schermì.

E allora la signora disse che la signorina non studiava le torte, ma studiava alla scuola normale, dove era una delle prime: — Dante, ginnàstica, fìsica, pedagogia e làscia pur dire a lei!

[175]Il signore guardò con ammirazione quella signorina che sapeva tante cose in così giòvane età. Ma parve preferire i ragionamenti su la sapienza della zia.

— Stùdiano troppo, adesso — disse il signore guardando con òcchio incerto la signorina come si guarda uno sconosciuto esercìzio su gli attrezzi. Forse la sua mente instituiva un rapporto tra la magrezza della signorina, e la floridezza della zia.

— Troppo, troppo, troppo! — confermò la zia. — E poi vede? Se queste ragazze devono fare un paio di calze, o un rammendo, non le sanno più fare.

— Ma si còmprano già fatte di chiffon! — disse la signorina con una vocina rabbiosetta.

La zia non fu di questa opinione perchè le calze fatte a màcchina pèrdono i calcagni in un momento: lei aveva, si può dire, tutto ancora il suo corredo da sposa.

— Si bùttano via e se ne còmprano delle altre — ribattè la signorina.

Questo sistema di buttar via e di comperare non doveva essere conforme alle opinioni dell’economia domèstica della [176]zia, perchè disse: — Ci vògliono tanti soldi, allora!

La signorina scattò e disse:

— I soldi si guadàgnano! Prima le signorine non guadagnàvano niente, e adesso guadàgnano come gli uòmini. Sì, staremo lì a far la calza!

Il signore pareva ammirato delle risposte della signorina; ma si permise di obbiettare, non su le calze fatte a màcchina, ma in gènere sul perìcolo che Dante, la ginnàstica, la fìsica e la pedagogia potèssero sconvòlgere l’ordinamento della casa.

— A me, per esèmpio, signorina — disse, — le tagliatelle fatte a màcchina non mi piàcciono.

— Oh, bravo! — esclamò la zia — Senti quello che dice il signore?

— Si pìglia una cuoca! — squillò la signorina — E poi e poi! Una volta voialtre stavate tutta la vita a imparare a far da cucina; ma oggi le signorine che stùdiano, come dice la nostra professoressa, sanno fare di tutto.

La signorina continuò con eloquenza, ma queste cose io già avèndole udite altre volte, lasciai lo scompartimento.

[177]
*

Scompartimento deserto di terza classe.

Fra i due sedili si stava una giòvane donna. Era un visetto da Maria Vèrgine, ma senza beltà. Ella pareva continuare in treno le consuete occupazioni della sua pìccola casa, interrotte dal viàggio mattutino: aveva allattato un suo piccino; aveva disteso il trapuntino; vi aveva deposto il fantolino ed ora lo spiava affinchè nessuna perturbazione avvenisse: èrano chiusi gli sportelli dei finestrini dalla parte del sole nascente, rialzato il trapuntino, posto lievemente un fazzolettino bianco sul volto del dormiente.

Fra i due sedili, — immoto presso la mamma, — si stava un altro fantolino, di circa quattro anni, con un càndido grembiale, scarpettine pulitine, braccia nude, gambine nude: pareva in camìcia. Le due manine si tenèvano come in equilìbrio fra i due sedili: il verde della campagna, desta al primo sole, si rispecchiava nella diafanità delle pupille liquide, con immenso stupore. «Oh, la casa che balla e cammina! oh, quanto [178]verde e quanto sole!» pareva dire. «Oh, mondo bello! Mondo nuovo!»

Una paletta per ismuover l’arena; una barchettina nuova da pochi soldi: alcunchè di nuovo, di fresco, di lieto in tutto il modesto bagàglio, rivelàvano a prima vista che il viàggio era di piacere, e probabilmente per i bagni, per dipìngere di scuro le pàllide carni di quel fantolino. Anzi certo, ai bagni! Una grossa glàndola enfiata deformava il volto del piccino. Gli dava quella immobilità dolorosa del bimbo ammalato.

Mi sorprese allora una voce diretta a me, a me veramente.

— Scusi, signore, questo scompartimento è per i non fumatori!

Le parole èrano cortesi, ma il tono era severo.

Era il marito di quella madonnina: un giòvane smilzo da pochi soldi. Veramente la espressione significava altra cosa: «Lei guarda il petto della mia signora!».

No, caro uomo, cosa vuole che guardi quella roba lì!

Guardavo il bimbo. «Le madri vìdero i bimbi infilzati su le baionette bùlgare.»

Guardavo fuori nel sole la piràmide [179]della nostra civiltà: quattordicimila morti.

Al di là di questo manto azzurro del mare si deve udire il cannone rombare.

Ma già, quando s’alza il sole, la vita comincia lo stesso.

Il sole! Un gran pèndolo oscillante nel vuoto: da un lato l’istinto a fuggire la morte, dall’altro lato l’istinto a cercare la guerra!

Un cimitero elevò d’un tratto i suoi torrioni funerari, immoti davanti al treno fuggente. La macchina sibilò. Rìmini!

Thalatta, thalatta, l’eterno mare! la lama azzurrina dell’Adriàtico saliva verso il cielo, ma io non ti salutai, eterno mare: non ti saluterò più!

Mi rincantucciai e nascosi il volto.

*

Quella grama famigliuola non discese a Rìmini, che è stazione di gran mondo.

A Rìmini vidi il soldatino, rèduce dalla guerra.

[180]
Capìtolo XVIII.
IL RÈDUCE DALLA GUERRA.
Alla stazione di Rìmini io ho veduto il soldato, rèduce dalla guerra.

Dove l’avevo già veduto un’altra volta? Certo io l’ho veduto! Quando! L’ho veduto nel mese di ottobre, non questo, l’altro ottobre, in Galleria a Milano. Se non è lui, non importa, è uno come lui: vestito di grìgio; con le scarpe d’ordinanza; una bandierina tricolore sul berretto. Anzi alcuni avèvano bandierine anche su la bottoniera. Camminàvano un po’ dinoccolati, un po’ sperduti, sotto la Galleria; tendèvano ad andare insieme.

«Viva Trìpoli! Viva l’Esèrcito!» gridava la gente al loro passàggio.

Ma, sul tardi, èrano molto più sciolti e arditi, e prima di arrivare al quartiere, [181]le stazioni diventàvano molte; perchè ognuno voleva offrire qualche cosa; una stretta di mano, un sìgaro, un càlice (come si dice a Milano); un càlice di qualche cosa di piacèvole al soldatino che ci andava a conquistare Trìpoli bel suol d’amore. Poi una sera è partito il reggimento. Altri cinquantamila soldati il Governo mandava laggiù. Certamente avremmo vinto. Come scrosciàvano gli applàusi! Si propagàvano dalla strada, su per i balconi, per tutti i piani; parèvano scrosciare dai tetti. Una fiumana di gente, per tutta la strada, per via Santa Margherita, via Manzoni; e, in mezzo a quella fiumana il reggimento si snodava, si riannodava: si avviàvano i soldatini grigi alla stazione.

Gli studenti portàvano gli zàini affardellati e i fucili. Quando rimbombàvano i metalli delle bande militari, pareva che gli applàusi scendèssero giù dal cielo come crepitanti ali di Vittòria, e le bandiere èrano agitate come se presentìssero la tempesta della guerra lontana. La stàtua di Carlo Cattàneo emergeva sopra la folla, e pareva avviata anche lei.

[182]
*

Poi un’altra volta l’ho veduto il soldato grìgio; non questa, l’altra primavera (1912). Se non era lui, non importa. Era sempre lui! L’ho veduto a Casalècchio di Reno. Noi bevevamo la buona birra e mangiavamo le sementine abbrustolite; e alcuni soldati facèvano lo stesso, e tutti intorno a loro facèvano festa. Vuol dire che uno era con le stampelle, uno aveva la testa bianca, fasciata, uno aveva un bràccio di meno. A prima vista ciò destava una certa impressione; ma tutti facèvano festa; ed anche i mutilati sorridèvano.

E un altro ne ho veduto a Pistòia. Se non era lui, non importa! Era il soldatino rèduce dalla guerra di Lìbia. Era lui. Andava al telègrafo a telegrafare. Tutti gli si offrìvano, con quel dolce loro parlare, pronti al servìzio; e molti lo seguìvano, ammirati: lo seguii anch’io. Egli aveva la bandierina infissa su l’elmetto di sùghero, ma del piumàccio non rimaneva che qualche penna. Gli stinchi, lunghi, èrano stretti nelle fasce: portava solo il tascapane ed il fucile. Ma come [183]era lùrido! E il volto era tèrreo; le pupille èrano abbacinate. Non parlava. Pareva di quei soldati macabri che il giornale socialista riproduce nelle sue vignette in disprègio dell’Itàlia se fa guerra, dell’Itàlia se non fa guerra, cioè un bersagliere con dentro uno scheletro.

*

Per la terza volta io l’ho veduto alla stazione di Rìmini. Se non era lui non importa! Era il soldato rèduce dalla guerra. Aveva la bandierina su l’elmetto; era tutto lùrido anche lui e un po’, anche, abbacinato. L’elmetto non soltanto era pesto, ma aveva una strana màcchia: era forato. Il soldato stava seduto, immòbile, solo, col suo fucile. Ma nessuno gli faceva festa.

Rìmini d’estate fa toilette, e prende un nome esòtico e glorioso nei fasti mondani: l’Ostenda d’Italia.[5] Òspita gente [184]straniera, conti e contesse, nonchè una superba colònia ungherese.

La stazione di Rìmini dava in quel mattino l’idea di Ostenda.

Era tutto un susurrare ossequioso: «Signor conte, signora contessa, signora marchesa, signor commendatore»; era un servizièvole portare di valigette e spolverine; cagnolini, sotto il bràccio delle dame; fiori freschi delle dame; bambini delle dame.

C’era anche quella bandierina infissa sull’elmo; ma nessuno badava a lei.

«Signor conte, signora contessa!» Fuori della stazione rombàvano le automòbili dei signori conti e delle signore contesse. Gli automedonti gridàvano: Grand hôtel, Palace-hôtel, Hôtel Hungària.

Un signore ben pasciuto, ben rasato, con un suo bel naso adunco, un bel trabucos fra le grosse labbra, ragionava con accento forestiero suasivamente con un omarino, di exploitation di terreni, di grandi hôtels, di Kursaal: e l’omarino, in udire, trepidava per la ingordìgia.

Un giovanotto, grosso e ròseo come un prosciutto tedesco, con una barbetta ricciolina, con un collare bianco alla Robespierre, [185]faceva lo svenèvole in lingua fiorentina con una signorina smancerosa, magrolina, fresca come una gardènia, che rispondeva in lingua bolognese.

Lui, il bersagliere dalla penna spezzata, era solo, solo, solo.

«Signor conte, signora contessa, signor commendatore, signor usuriere dal trabucos, signor giovanottone dal collarino ultra-pschutt, signorina gardènia, andiamo a fare una bella ovazione al soldatino sùdicio che torna dalla guerra e sta solo, solo, solo! Ad firmandum cor sincerum, sola fides sùfficit.»

«Siamo andati, siamo andate quando ci fu la Messa di suffràgio per le ànime dei militari morti in Lìbia; siamo andati, siamo andate quando hanno recitato il discorso sugli eroi; siamo andati, siamo andate quando hanno distribuito le medàglie agli eroi. Abbiamo tricoté i berrettoni per l’inverno e le zanzariere per l’estate.»

«Allora su voi, da bravi, bambini, bei bebè dalle brachesse olandesi, andiamo a fargli festa, e belle carezze, e belle carole attorno al bersagliere! battete le pìccole manine, gridate con le argèntee [186]voci: Evviva! Non venite, graziosi bebè? Perchè? Non è questo il soldatin che va alla guerra, màngia, beve e dorme in terra? È sùdicio? è scarmigliato? Già, non ha usato lo shampooing! Orrìbili insetti si infìltrano in chi dorme su la terra di Lìbia che nutre le serpi e i leoni! È tèrreo? Effetto dell’acqua di Marsa-Susa. Ha gli occhi che fanno paura? Effetto di Saf-saf.»

*

Ma ecco fra l’intrèccio dei binari, precìpita, si arresta il diretto.

— Lìnea Bologna-Milano! — si sente chiamare.

Dagli sportelli di prima classe qualche piedino vezzoso appare. Deliziosi visetti scrùtano. Altre valigette, altri fiori, altre piume, altri bebè, altri cagnolini in bràccio. V’è chi scende, v’è chi sale. «Oh, signor conte, signora contessa!»

— Ma cosa fa quel militare, laggiù in coda…! — io sento gridare.

Due, tre guàrdie del treno si precìpitano, fèrmano il bersagliere che già è salito a metà, e lo fanno scèndere.

— C’è la terza! — lui dice.

[187]— Ma non sapete — dìcono essi — che voialtri militari non potete viaggiare coi diretti?

— Ma se ho scritto a casa che arrivavo stasera!

— Ma se ha scritto a casa, torni a riscrìvere: arriverà domani sera! Presto presto!

Si ribàttono gli sportelli, il diretto è partito. Il bersagliere è rimasto a terra.

Sono rimasto a terra anch’io.

Vedo il bersagliere, con la sua bandierina su l’elmo, trapassato dalla pallòttola del fucile Mauser, che segue il folgorante berretto del signor capo stazione, in grande stiffèlius.

— Ma lo sanno — dice il signor capo senza piegare la direzione del suo berretto, — lo sanno bene che loro militari non pòssono viaggiare così diretti.

«Oh, signor capo, fàccia viaggiare il soldato, rèduce dalla guerra, aspettato da sua madre, lo fàccia viaggiare non soltanto in diretto, ma in prima classe. Chi lo vieta? La legge? Ma quando la legge ci comanderà di morire per la pàtria, come potremo noi ripètere i versi del poeta: Dic, hospes, Spartae te hic nos [188]vidisse iacentes Dum sanctis pàtriae lègibus obsèquimur? Come potremo, signor capo, se le leggi non sono sante?

*

Ho seguito il militare in quella città dove avevo deliberato di non fermarmi. Perchè? Non so. Avrei voluto parlare al soldato, confortarlo e non lo feci. Mi pareva che avesse dovuto dirmi tristi, amare cose, e io non avrei saputo che cosa rispòndere. Ero sconfortato anch’io. E allora come si fa a confortare?

Lo seguii tuttavia.

Andava a capo chino, avvilito. Le automòbili erano partite. I fiaccherai non degnàvano di offrire la loro vettura al soldato troppo in brandelli.

Due o tre lùridi ragazzacci, qualche megera si offriva per indicargli una bèttola, un luogo dove riposare.

Ma lui faceva gesti larghi di rifiuto e diceva: — Mafisch!

Si fermò ad una porticina dove era scritto: Trattoria. Esitò, ed infine entrò. Entrai anch’io.

Era già mezzodì: la trattoria con tante tàvole strette, con tutte le tovàglie vinose, [189]era stipata di avventori: odori di pesce fritto, di ragù, di gente in màniche di camìcia. Ma i camerieri èrano in frac perchè quella città è l’Ostenda d’Itàlia.

Trovammo un po’ di posto presso una tàvola dove sedèvano due preti.

Ci fùrono finalmente messi innanzi tovaglioli con impronte di altre bocche, pane e vino; poi il cameriere recitò la lista delle vivande nel più orrìbile gergone poliglotto: «maccheroni al graten, patate mascè, entrecôts, guylasch», perchè oltre che di Ostenda, quella città sa un po’ di ungherese, d’estate.

— Presto, militare, perchè c’è molta gente da servire.

Venne portato non so quale cibreo, ed il militare mangiava lento e svogliato in tristezza di cuore.

Nemmeno i due preti badàvano a lui, e la bandierina era invano affissa su l’elmetto. Un frèmito, un singulto d’affetto per quella bandierina, mi agitava.

I due preti mangiàvano tagliatelle col ragù. Ambedue avèvano aspetto campagnuolo. L’un prete era poderoso, giòvane, nero. L’altro era un flòrido uomo d’un colore biondìccio, e il sudore cadeva [190]per suo conto, dalle rotonde gote, sul collare. Con mossa automàtica del tovagliolo il prete asciugava il sudore, e scacciava le mosche. Una questione, quasi teologale, era intavolata fra i due.

— Com’ vala sta fazzenda — diceva con voce in falsetto il prete color carota — che se me, che se io màngio tagliatelle sottili, sento un umore, se màngio tagliatelle larghe, ne sento un altro?

Il prete nero sosteneva con voce profonda che ciò proveniva da Dio che faceva entrare in funzione speciali nervi per gustare le tagliatelle strette, ed altri nervi per gustare le tagliatelle larghe.

Ma il prete rosso in questa faccenda delle tagliatelle era d’opinione che Dio non ci entrasse; ma piuttosto la cuoca ed il cuoco, il tagliere e la coltella. Essi non si accordàvano nella metafìsica della questione, ma si accordàrono nella parte sperimentale, perchè seguitàrono ad ordinare diversi piatti di tagliatelle larghe, alternate con tagliatelle strette.

Io stavo sempre meditando qualche ragionamento straordinàrio per confortare il soldato, ma non osavo cominciare perchè avevo paura che dalle labbra di lui uscisse qualche imprecazione [191]contro quella bandierina; come già, a Borgotaro, dalle labbra del vècchio lavoratore contro la santa terra.

*

Il soldatino non c’era più.

Uscii dall’osteria, girai per le vie della città, oramai deserte nell’ora della siesta. La città dove ero vissuto nell’adolescenza, dove èrano le case degli avi, la casetta della mamma! Ma la città io non la riconoscevo più: vecchi quartieri èrano scomparsi: vie nuove, case nuove, in nuovo stile èrano sorte. Anche le persone non le riconoscevo più. Stupii di me stesso: «se sotto questa terra non ci fòssero i miei morti, io la guarderei con la stessa indifferenza delle terre iperbòree, dove non sono mai stato.»

Poi mi colse un altro stupore: stupisco vedendo volti di persone che èrano vive allora. Allora anch’io sono vivo, e anche di questa cosa ho stupore. Ma come sono ben conservati! Come hanno fatto a conservarsi così? Essi èrano maravigliosamente conservati. Io sono vivo, ma devo èssere così mutato che essi non guàrdano nemmeno.

[192]Ma allorchè discese il vèspero, dopo il lungo merìggio, una luminosità cilestrina venne dal mare.

Riconobbi quella luce, ed essa riconobbe me; e ne stupii come di una carezza dell’infànzia.

*

Trovai una stanza in un albergo e mi addormentai di un greve sonno.

[193]
Capìtolo XIX.
LA FESTA DELLA MAMMA.
Questo fu il sogno di quella notte di estate.

*

Non è il ****? Non è il giorno della mamma? Io le porterò di bei dolci, i più fini che troverò. Non sarà come quell’anno che io giunsi in ritardo; ed io avevo per mano il mio bambino affinchè venisse anche lui alla festa; e così si ricordasse della madre mia. Pòvero bambino! Era tutto pàllido, tutto vestito di bianco; ma i suoi occhi èrano attòniti e le sue scarpe èrano vècchie, slabbrate, senza tacchi….

Sì, sì, ora ricordo: fu il calzolàio: aveva promesso le scarpe nuove, e non le portò. Con la scusa che sono pòveri [194]operai, si màngiano la parola, questa miseràbile gente, per un centèsimo di più di guadagno! Non le aveva neppur cominciate, le scarpe! E partimmo così in ritardo. Vederlo pàllido così, pòvero bimbo, e trascinare quella spècie di ciabatte, mi dava una irritazione sorda, insensata.

«Ma sta ritto almeno!» io diceva.

La città era in festa. Passàvano altri bimbi, fiorenti, gai, con le scarpe nuove. «Ma sta ritto almeno!» E…. e lo toccai appena; ma feci atto di percuòterlo lì, fra la gente. Lui si fermò lì, fra la gente, avvilito. Il mazzo dei fiori per la nonna, gli cadde.

«Su, su via, sii buono. Lo sai che bisogna camminare dritti, forti, fra la gente, e con la testa alta! Ora ti comprerò molti dolci».

Era tardi, e lui camminava senza avvedersi della sua goffàggine, trascinando quelle orrìbili scarpe senza tacco, che lo facèvano sembrare anche più piccino. Quelle abbominèvoli scarpe mi plasmàvano nel cervello l’idea fissa d’una misèria ereditària, inguarìbile. «E poi e poi, se ti occorrerà dar dei calci, come farai con quelle scarpe?»

[195]La pasticceria era piena di gente, sul mezzodì.

«Su, entra. Compriamo i dolci….»

«Non mi arrìschio….»

«Non ti arrischi? Non ti arrischi?»

Avere dei figliuoli che non s’arrìschiano! Ma che sono gli altri uòmini? Ma non sai che non arrischiare, che aver temenza degli altri uòmini, è la maggior condanna pei nati su la terra?

Era mezzodì, oramai, quando arrivammo; e la mamma era vestita a festa.

«Benvenuti, benvenuti, — disse sorridendo dal limitare. — Ancora un altro po’ e non vi aspettavo più. Passata la festa, gabbato lo santo.»

Ma ora il santo non sarà gabbato: è il primo mattino: questa è ben la città, io non mancherò al giorno della festa!

*

Il mercato era pieno: io ero ricco, adesso: io ora potevo comperare per la festa della mamma le più belle pesche del mercato.

Le più belle pesche del mercato èrano vendute: le aveva comperate tutte quel signore; quel signore, impassìbile su la [196]sua automòbile. Ebbi una gran vòglia di scagliarmi contro, tanto più che io lo conoscevo da bambino, e lui conosceva me: mai però ci eravamo salutati.

Io ero ricco, ma a piedi; lui era ricco, ma in automòbile.

No, non adiriàmoci — dissi fra me —; oggi è il santo giorno della mamma. Comprerò le pesche meno belle; comprerò questa bella angùria zuccherina. Essa piace molto alla mamma.

«Non avete servo che vi porti queste cose?» chiese la venditrice.

Io ero ricco, ma senza servi. Porterò io.

Ora comprerò i dolci: i più fini, e squisiti, a qualunque prezzo, perchè io sono molto ricco.

Ma la pasticceria è ingombra. Quante dame eleganti, delicate, che sùcchiano i dolci, e ingòmbrano tutto il posto davanti le vetrine! Sono tutte smancerose, tutte altere; e quanti gentiluòmini con quelle dame, e nessuno si muove per farmi posto! «Io sono ricco; fàtemi posto.» «Ma voi non siete dei nostri.» «Ah sì, io non sono dei vostri! Mai dei vostri! Voi siete i nuovi arricchiti! Gentilezza è oramai l’esser plebei!» Via, non adiriàmoci: il dolciere mi servirà [197]con garbo e cortesia lo stesso, io spero. Siamo della stessa città e mi conosce.

Lo chiamai amichevolmente per nome. «Oggi è la festa della mamma. Dàtemi dei bei dolci.»

Non mi ha udito; ma mi ha visto. Sì bene, mi ha visto ed anche udito; e mi prega anzi di non ingombrare le sue vetrine coi miei grossolani involti.

«Servìtemi presto.»

«Presto non posso. Prima vi sono queste dame e questi gentiluòmini».

«Ma non eravate voi un buon democràtico?»

«Io sono sempre democràtico, e firmo ancora i manifesti democràtici; ma quando si lavora in denaro, in denaro — capite —, in quel momento nessuno più è democràtico.»

Un ìmpeto di follia mi vinse contro colui, contro quei gentiluòmini, contro quelle dame.

Via, non arrabbiàmoci, oggi è la festa della mamma! Non entriamo nella sua casa con la fronte ottenebrata. Ecco il dolciere viene finalmente a me. Comperiamo quello che gli piace di darci.

Quanto tempo mi hanno fatto aspettare!

[198]
*

È ben tardi oramai. Il sole cade a piombo su le vie affocate. Perchè tutte le vie sono ora deserte? Tutta la gente è sparita. Io non mi ricordo più le vie: io mi sono smarrito fra il dèdalo delle vie. Vedo edifici nuovi che non riconosco più: edifici con mostruosi disegni di fiori, di sfingi, e serpi e leoni. No, non è nei quartieri nuovi, è nei vecchi pòveri quartieri che la mamma àbita. Queste, fra cui mi sono perso, sono le lùcide case degli arricchiti, coi grevi ornamenti.

Il sole è ardente, le vie deserte: un’enorme angòscia mi prende. Io ho smarrito la via. Io non mi ricordo più dove la mamma àbita. Ma dove? Ma dove? Dove sono le antiche pìccole case?

A quest’ora ella attende: la mensa è preparata, tutta càndida, con le vècchie care stovìglie: la mamma ha colato il brodo nella piccola pèntola. L’arrosto col rosmarino è su lo spiedo, è a buon punto. E il fuoco làngue. Ora il fuoco è spento sul focolare. L’ora è passata. Non mi aspetta più la mamma. Io corro, [199]cercando per le vie. In quale casa àbita la mamma? I doni del giorno della festa della mamma mi pèsano su le bràccia: io vorrei còrrere più veloce per le vie; ma un peso enorme, un enorme peso mi grava.

Ah, ecco la vècchia chiesa. La casetta è lì presso.

Quante volte nel dolce mese di màggio io giunsi in quella città, e bussai alla porta della casa! la mamma non c’era in casa; e donne del vicinato dicèvano che era andata alla chiesa: la ritrovavo in chiesa, lì presso, col capo chiuso nel suo nero scialle: mese di màggio; dolci preghiere; profumo tènero di primavera, viole màmmole, erba cedrina sopra gli altari.

Forse è lì che la ritroverò ancora! La vècchia chiesa elevava la fronte davanti a me. Spinsi la grave porta.

E allora mi ricordai che un triste giorno d’inverno sul pavimento di quella chiesa fu posata una bara con quattro ceri intorno, e un manto nero orlato d’argento era steso per terra! E quel manto mi gravava come un enorme peso.

[200]
*

E allora mi destai che era il primìssimo albore. Sentii la campanella fresca del mattino che chiama all’ave maria del dì. Caro suono che squilla ancora. Lagrimavo un po’ dolcemente.

Non rammenti più? — dissi a me stesso. — Da due anni ella non è più. Tu non comprerai più le pesche ed i dolci per il giorno della sua festa, come nessuno più ripeterà con quella voce il nome del tuo battèsimo.

Ma chi sa perchè? Io non ero triste dopo tanta angòscia durata nel lungo sogno. Ora a me pareva di vedere mia madre assunta in cielo come si legge nei grandi poeti.

Io fissai la mente e, cosa incredìbile, non vidi più la morte che divide la vita. La vita mi sembrava che fosse una continuità non limitata dalla morte. E quando io verrò a te, tu forse mi verrai incontro sul limitare e mi chiamerai per nome e mi dirai ancora: Benvenuto!

[201]
Capìtolo XX.
DUNQUE RÒNDINI, ADDIO!
Mi sono accorto la mattina all’albergo che l’abbonamento ferroviàrio era già scaduto. Questa cosa è molto incresciosa perchè adesso dovrò fermarmi.

Dove andrò adesso?

Ho considerato intensamente ed ho riconosciuto che nella superfìcie così vasta del mondo non è luogo dove desidererei di fissare stàbile dimora. Non è cosa piacèvole non trovare fisonomia di villàggio, profilo di campanile o di minareto, città o campagna che vi sorrida sì da esclamare: «vorrei vìvere là!». Come dèvono èssere felici quelli che pòssono dire: «Io vorrei vìvere là!».

«E allora c’è il cimitero», dirà alcuno. E infatti ci avevo pensato; il cimitero di Bellària è pròprio un cimitero carino perchè abbandonato, e non è lontano dal mare, e mi piaceva una scritta con [202]sopra scritto: «Ascolterò la voce del mare», naturalmente in latino: Exàudiam vocem maris, perchè certe cose è bene che sìano capite da pochi.

Inoltre quella buona gente di Bellària conserva riti fùnebri molto gentili: porta a bràccio le bare e non fa discorsi. Però avrèbbero detto: «Um spis! Mi dispiace. Pòvero professore!». Anche senza sapere di che io sia professore, ciò è molto gentile.

Ma da qualche tempo, intanto, sono sorti forti dubbi su la probabilità di udire la voce del mare dal cimitero di Bellària; e poi lo scorso autunno è accaduto un fatto che mi ha impressionato.

È morto a Bellària un buon signore, che aveva anche lui una sua villetta: un buon signore che occupava poco posto su la superfìcie della terra; non diceva male di nessuno, e dava a tutti il buon dì. È morto di morte dolce come del resto meritava; ma non è stato accompagnato a bràccia al cimitero: è venuto invece il carro nero e oro col cavallo. La buona gente non ha accompagnato: guardava il carro transitare per la campagna e pareva dire: «Voi seppellite i vostri morti e noi i nostri». Nella chiesetta [203]non c’era nessuno del pòpolo. C’era Don Serafino e altri preti, che li vedevo su la cantoria aprire la bocca nera. Ma il pòpolo non c’era. Esso, in questi ùltimi tempi, ha imparato dalla bocca eloquente dei suoi apòstoli che Dio non c’è, e ha disertato la chiesa, e non si sofferma nemmeno su la porta della chiesa, perchè questa buona gente può crèdere o può negare, ma non si può soffermare sul limitare del dùbbio. La cosa mi ha fatto dispiacere, non perchè la negazione di Dio non sia anch’essa un’opinione rispettàbile; ma perchè sentir negar Dio all’osteria tra i fumi del vino e l’odore del pesce fritto, fa venir la nàusea.

Si può riconòscere per altro che l’apostolato della negazione di Dio non sta a sè, ma fa parte di tutto un più vasto programma che sarebbe questo: «i pòveri hanno diritto di godere come i ricchi». Questo è un programma attraente ed accessìbile alla intelligenza di tutti. Esso ha fruttato una bella fioritura di òdio fra questa buona gente contro quelli che sono chiamati signori; ed ho veduto molti signori rimanerne impressionati. A me la cosa non ha fatto però troppa impressione, [204]e anzi in qualche caso ha fatto piacere, perchè gli uni valèvano gli altri. Tuttavia desiderando di vìvere in pace, mi sono affaticato a fare qualche dimostrazione abbastanza dettagliata per provare a questi pòveri che anch’io sono pòvero e anche sfruttato, e che fra essi vi sono non pochi più ricchi di me, e anche sfruttatori. Io non ho mai speso più inutilmente le mie parole!

«Che lei sia ricco o pòvero, è una cosa che ci importa poco. Noi sappiamo che lei non è dei nostri; lei specialmente!»

Non che essi àbbiano detto così con le parole, ma vi sono certi pensieri che si lèggono così bene negli occhi!

Precisamente, mi hanno fatto capire quello che mi hanno fatto capire «i signori», cioè che io non sono nemmeno dei loro.

Confesso che questa cosa mi ha fatto dispiacere perchè ho sentito una gran solitùdine intorno a me.

Ed è così che è svanita anche la vòglia di star da morto a Bellària. E anche da vivo!

Pìccola casetta di Bellària, non lagrimare! Io ti devo dire una verità amara: Io non ti amo più!

[205]E pensare che quando nove anni fa ti fabbricai con quei pìccoli risparmi, mi pareva che i mattoni che si posàvano sui mattoni, cementàssero anche una mia pìccola felicità con un pìccolo sole autunnale! Ed io dicevo al buon mastro: «fammi le mura ben grosse, ben sòlide». Ora io dico: «Casetta, perchè non crolli, tu? pìccola casa sul mare, perchè non ti venne l’eccellente idea di crollare quando è venuto quell’uomo nero del fisco?». L’uomo del fisco che guardava e diceva: «Ma questa casa è una fortezza, un màstio, una rocca! Lei ha fabbricato senza rispàrmio! Oh, anche belle pitture! E quell’indivìduo lassù, sul soffitto, col cappùccio rosso e una rosa in mano, chi è?».

«Dante», risposi io, pensandomi con quel nome di commuovere il cuore del fisco.

Ma l’uomo del fisco piegò in giù le labbra come per dire: «che lusso!».

Perchè non crollasti quel giorno, pìccola casa? Soffitto con Dante dipinto, perchè non precipitasti!

Io la fabbricai la pìccola casetta — sì è vero — per mia pace e de’ miei, e questo è un lusso, lo riconosco; ma anche [206]per ricoverare vècchie cose, vècchie masserìzie, errabonde come me per tanti anni; le quali mi pareva che domandàssero, anche esse, pace ed asilo. Le ho ricoverate nella casetta, sì che la camera da letto sembra quasi una bottega da rigattiere!

Ma quando di lùglio, alle quattro del mattino, spalancavo gli scuri, e dalla gran finestra entrava, io non so bene, se la luce dei pianeti e delle stelle o del nuovo giorno, e poi il fiammeggiare dell’aurora dal mare, era una gran letìzia, una gran frescura: e, nel silènzio profondo, io udiva un bisbigliare tènue: «ringraziamenti».

«Ringraziamenti», dicèvano le vècchie cose.

Levava io appena la testa dal capezzale, e vedevo il sole che si allungava per istaccarsi dall’azzurro del mare: e sùbito, da così lontano, mandava già pennellate d’oro su le pareti.

Dicèvano le vècchie cose: «Io sono la pìccola Madonna che per sette anni fui appesa sopra il tuo lettìcciolo in collègio; io sono il magro e ardente dàlmata, tuo professor Politeo dalla pupilla irònica; io sono il professor Carducci; io [207]sono la prima scarpetta di Titì (l’altra scarpetta andò perduta; chi sa dove sarà); io sono la rossa santacroce che la mamma tua trapunse quand’era giovinetta, anno mille ottocento quarantotto! (mi sèmbrano màcchie di sàngue del suo cuore); noi siamo i libri di medicina e di legge dei vecchi tuoi. Fa conto, figliuolo, di èssere conte o marchese!»

«E noi siamo due sciàbole arrugginite, ed un bàlteo del Quarantotto! Fa conto, figliuolo, di èssere cavaliere!»

«Io sono la màdia del pane quando si faceva il pane in casa!».

Aprivo anche l’altra grande finestra che guarda verso il sole quando tramonta; e si vedeva, nel cielo di perla ancora, declinare giù la falcata luna. Pareva che la Madonna azzurra, che è sopra il letto, ora navigasse col piè posato sull’arco della luna. E la frescura dei campi, salendo, dicea: «Noi siamo la giovinezza che non tramonta!».

Anche per ricoverare queste pòvere masserìzie io edificai la casetta sul mare.[6]

[208]«Ma questo è il lusso dei lussi» diceva l’uomo del fisco, puntando l’ìndice su la fronte. «Questo è il supèrfluo dei supèrflui!»

O uomo lùgubre del fisco, lusso tu chiami il culto delle memòrie? della famìglia? dei pòveri morti? Sai tu di quanto se ne avvantàggia la pàtria?

Ma l’uomo del fisco non conosceva la pàtria mèglio di Dante.

«Io non la tasserò mai bastantemente [209]questa aristocràtica casetta!» mi disse, e mantenne la parola. E i pòveri e i ricchi a buona ragione mi dìcono: «Voi non siete dei nostri».

Ah, dolce casetta, perchè non poter fare come la Madonna di Loreto, che ordinò agli àngioli di trasportarla, la sua casa, di là dal mare?

Poi altre cose sono sopraggiunte in questi ùltimi anni oltre all’uomo del fisco, cose reali e cose fantàstiche, che sèguitano ancora a ballare nella mente: sono imàgini che non stanno ferme. Appena elle si fèrmano un po’ quando fugge il treno. E poi viene avanti quel pòvero piccino che correva nella sua dolce infànzia per le stanze della casetta: la sua casetta! Ora pende immòbile e come tetro da un ritratto della parete; e il sole invano lo percuote. Quali cose tristi, o mio piccino, hanno fermato il tuo tènero riso? Ho l’impressione di un gran tradimento intorno a me. Ma davanti a me cammina Cristo, e quelle sue folli parole: «Làscia tutto, butta via tutto!», mi hanno inebbriato di una nuova passione: «non fabbricare qui nulla — dice Cristo —: non èssere proprietàrio di nulla; non èssere iscritto in nessun registro! [210]Allora non avvèngono più tradimenti; allora si cammina ben lieve!».

Invece io per effetto di quella casetta sono inscritto fra i proprietari del mondo. Ma noi non siamo proprietari di nulla!

Ma pensare che bizzarra cosa! Fino a un certo tempo della vita noi lavoriamo per legarci alla vita, fabbrichiamo case, compriamo terre, piantiamo àlberi, piantiamo figliuoli, e con che entusiasmo! Si crede nella glòria, nella làmpada della vita; v’è chi crede nella civiltà, nella filosofia e in altri zuccherini della ragione. Poi viene un momento che desideriamo di èssere slegati. Allora si comprende, e ci si meravìglia. Ma, dunque, noi possedevamo un’enorme provvista di volontà di vìvere! Dove era questa volontà occulta? Per fortuna che questo desidèrio di èssere slegati dalla vita viene a pochi, se no sarebbe un affare sèrio, anche per il fisco. Tutti andremmo dietro a Cristo.

*

Mi era grave, per tutti questi motivi, ritornare alla casetta di Bellària. Eppure era necessàrio. D’altra parte in quella città non volevo rimanere.

[211]Ecco: andremo a Bellària lentamente, con un lungo giro. Andrò prima a San Màuro che è la pàtria di Giovanni Pàscoli, tanto più che io ho un dèbito da assòlvere con lui. E in secondo luogo, il dottor Grigioni, che è mèdico condotto di San Màuro, mi aveva più volte fatto invito per lèttera di andarlo a trovare e visitare una sua raccolta di cose del Pàscoli. «Un uomo che ha raccolto con amore le cose del pòvero Pàscoli, deve èssere necessariamente un uomo fornito di quella gràzia (mi pare che si chiàmino gràzie i doni di Dio), che è la bontà.» Così dicevo fra me, perchè di persona non conoscevo il dottor Grigioni «E come mèdico, certamente deve èssere un filòsofo: ma filòsofo di quella filosofia che non muta come quella delle scuole; perchè fondata sull’uomo, che non muta. Sarà un dottore venerando con una bella barba bianca.»

Pòvero Pàscoli! Io volevo — come ho detto — andare in peregrinàggio a San Màuro per còmpiere un’òpera di riparazione verso lui, morto, di certi pensieri che di lui ebbi quando era vivo. Negli ùltimi tempi che egli fu in vita, la sua voce lamentosa di fraternità e di pace [212]non la potevo più sentire. Mi pareva un mendicante che domandasse agli uòmini quello che essi non pòssono dare: l’amore e la pietà. Anche quella sua religione per gli ùmili non mi piaceva: «Sì, Pàscoli, regala il pane bianco e gratùito! Dopo lo butteranno via e domanderanno le tartine». È sconfortante, lo so: ma è così. E anche non mi piaceva nel Pàscoli quel suo portare i fiori del sentimento al socialismo. «Il socialismo — io diceva — è quello che è; e se è, è perchè oggi ci deve èssere; ma dei tuoi fiori devoti non sa che fàrsene».

«Giovanni Pàscoli — io dicea anche — non far la capinera, che alleva le ova del cuculo; perchè quando il cuculino è cresciuto appena, butta giù dal nido tutte le capinerine.

«Tu ben ti intendi di uccellini, Giovanni Pàscoli! Il cuculino non lo fa per cattivèria, oh no! È l’istinto. Ha fatto così, e farà sempre così!»

Ma lui era sincero come un morente che dice ai viventi: «Amàtevi, andate d’accordo, non fàtevi del male, aiutàtevi l’un l’altro». E quando nelle sue ùltime poesie cantò cose eròiche e la Pàtria, sì, anche allora era sincero, e l’eco della [213]sua arpa era ben grande! Ma forse egli ne aveva sgomento, perchè, allora, anche la guerra…. La guerra sempre? e la notte si doveva bàttere il petto come il Petrarca quando gli si affacciava la magnificenza carnale di madonna Làura; se non che Pàscoli non possedeva Dio a cui domandare mercè.

Ma come spesso mi avviene, io ragionavo per passione. Giovanni Pàscoli era come un vero santo, il quale voleva tutto il bene, perchè aveva conosciuto tutto il male; e di questa santità la sua poesia portava le divine stigmate, come ebbi documento il giorno che egli morì.

Quando egli morì, ci fu un grande funerale in Bologna, e la gente faceva confronti fra questo funerale e quello del Carducci e quello di non so chi altro. Ma in quel giorno in Bologna vidi sopra la casa dove abitava il Pàscoli fuori di porta d’Azèglio, un gran màndorlo improvvisamente fiorire. E la sera in una bottegùccia vidi una giovanetta cieca e di ùmile condizione, la quale piangeva; e domandàndole io perchè, rispose; per la morte del Pàscoli. Ella non lo conosceva di persona, ma diceva che per le [214]poesie di lui aveva, lei cieca, veduto il cielo ed i fiori.

Queste due cose mi fècero molta impressione e così decisi di andare a San Màuro a fare ammenda dei miei pensieri.

*

Lasciai l’albergo di quella città, e mi trovai in piazza che era primo mattino. Cominciàvano a venire le prime vetture da nolo. Ne noleggiai una.

Il giro per San Màuro importava parecchi chilòmetri di più; e il vetturale fece valere i diritti dell’Ostenda d’Itàlia per domandarmi venti lire; e infine si arrese per diciotto, perchè io ero io; ma non lo dicessi a nessuno che lui veniva per così poco.

Ed ecco càpita lì, tutto trafelato, un grosso prete. E si spiegò: egli doveva recarsi al mercato, a Savignano, e aveva perduto la prima corsa del treno delle quattro e mezzo. Si offrì, poi insistè per salire anche lui. Avrebbe contribuito per due lire al nolo della vettura; poi due e mezzo. Arrivò sino a tre lire. Ma io sempre di no con la testa.

[215]— Capisce — diceva — che ho affari urgenti al mercato!

Ma io sempre di no con la testa.

— Ah, non capisce? Tedesco è lei!

Quando il prete vide che a nessun patto io ero disposto a farlo salire, si sfogò col fiaccheraio, in dialetto:

— S’è fatto un mondo così superbioso, così aristocràtico con questi forestieri, che l’è una vergogna! Ma non ci si stava bene in due?

E indicava i quattro cuscini, che io mi ostinavo ad occupare da solo.

«Prete, prete, egli è che io poco amo i làici che vanno al mercato; meno poi i chièrici!»

Ed il prete rimase lì, su la piazza, a querelarsi contro la aristocrazia.

Passò il borgo di San Giuliano, passàrono le Celle, dove è il Cimitero. Me ne accorsi dal rumore delle ruote sul passàggio a livello. Allora soltanto levai la mano dagli occhi.

*

Per la grande via Emilia, per quella che fu già la via Romea, fra le siepi bianche di pòlvere, scendèvano alla città, [216]festosamente, baroccini, contadini, coi cesti delle verdure fresche, del pollame vivo che canta, delle uova, delle frutta rugiadose. Questa gente che vuol mangiare; questo mondo che ogni mattina vuole vivere!

Garrìvano in alto le ròndini.

Antica via Romea, che costèggia il lido adriano, quanta gente passò! Passàrono i legionari, passò il gran piede dei Goti, passò il piedino di Francesca. Ma forse ella venne di Ravenna cavalcando un bel destriero.

Beato il mio vetturale che non sa nulla di queste cose!

Ogni tanto qualche fìschio lungo, di trebbiatrice: presso le aie, ogni tanto, vampate calde di spighe sgranate. Dietro gli olmi, saliva verso oriente la lìnea del mare: qualche vela sospesa. Riudivo, con effetto di incantesimo, al passare dei passanti, il suono del dialetto dell’infànzia. Mi pareva a quei suoni di vedere i miei morti antichi. «Come mai perdura — io mi domandava — tanta letìzia nel mondo?» Ma le ròndini garrìvano più forte. Mi affissai in quel garrire delle ròndini, e ripetei anch’io, non so come, le parole del Pàscoli:

[217]
Dunque ròndini, ròndini, addio!

Oh, buon poeta! Eri tu che mi prestavi dalla tomba la tua cantilena:

Ma saranno pur gli stessi voli;

Ma saranno pur gli stessi gridi;

Ma saran pur gli stessi nidi,

Risarà tutto quello che fu.

Una monòtona cantilena in verità. Ma le cantilene dei poeti bisogna controllarle buttàndole contro il sole, contro le ròndini. E se queste cose rispòndono, allora le cantilene più disadorne sono veramente adorne.

Chi sono i poeti? Sono coloro che pàrlano dopo la morte.

Dunque, ròndini, ròndini, addio! cioè: addio, dolce vita!

E poi, ripensàndoci e come eccitato da quel garrire che accompagnava sopra la mia testa l’andare traballante della vettura, mi pareva che anche un altro poeta avesse così preso commiato dalla vita con un addio alle ròndini.

E cercando chi altri avesse detto così, vidi verso occidente la lìnea dei monti, San Leo, la Carpegna, Montefeltro.

Per quei monti di Romagna passò [218]San Francesco la prima volta che si recò alla Vèrnia; e partèndosi per sempre dalla Vèrnia, disse così: «Dunque addio, addio, addio! Io me ne parto con fra Leone, pecorella di Dio, e qui non farò più ritorno. Addio, addio, addio! Addio tutti: addio ròndini, addio Monte degli Àngioli, monte pingue, monte coagulato, rèstati in pace che mai più ci rivedremo!».

Ma il fiaccheraio ruppe l’incanto: si fermò ad una bottega su la via, da cui pendeva una frasca.

— Se permette — disse — mi rinfresco la gola, — e balzò di cassetta, e poi stava lì su l’ùscio dell’osteria centellinando da un boccaletto di còccio, in un bicchiere, un così vermìglio vino, con tanta gioia, con tanto sole in quel vino, che mi parve quasi natural cosa cominciare il giorno libando il vino. Se non fossi stato io più ebro di lui, lo avrei imitato.

— Lo poteva prender su, pòver pritazz! — disse.

Non risposi: se saliva il prete, non saliva San Francesco.

— Già che siamo su la strada, — dissi io, — vi volete fermare un poco alla Torre?

[219]— Vuole andare a visitare le cantine della Torre? — ridomandò lui. — Ci va tanta gente. C’è una botte che è grande come una casa.

— Anzi non entreremo nè meno alla Torre. Basta che vi fermiate un po’, e poi giriamo tutt’intorno, di passo. La cosa farà piacere anche a questa vostra bèstia, che mi pare non àbbia troppa volontà di andare…. — conclusi innocentemente.

Se ne ebbe a male. Questo io non dovevo dire. Era una bèstia eròica la sua. Non disse «eròica»: disse «di un sentimento, che nemmeno un cristiano! Sa lei quante mìglia pàssano, adesso, con la stagione dei bagni, sotto le sue zampe? E senza mai alzare la frusta e senza biada! Che vale, del resto — concluse — farci delle spese? Già, finita la stagione, tutte queste pòvere bèstie da piazza sono destinate alla carretta o al pelatòio. È il gran sentimento che ha. — «Ah, sì!» — urlò infine verso di me levando la palma della grossa mano, e: «Va là, Filopanti!» e sùbito le quattro gambe ballerine della bèstia affrettàrono premurosamente il loro ritmo.

— Vede?

[220]— Vedo. E perchè la chiamate così?

Non sapea. La aveva comprata con quel nome.

Sventurata bèstia, se non fossi nata così piena di natural sentimento — pensavo, — avresti la consolazione di gustare un po’ di biada prima di andare al pelatòio.

[221]
Capìtolo XXI.
L’ALLORO ED IL CIPRESSO.
Eravamo giunti alla Torre.

Questa denominazione si dà a una grande tenuta che era ed è ancora possesso della casa principesca romana dei Torlònia.

Un gran cancello signorile, un viale in rettilìneo, sparso di bianco lapillo: il viale tàglia un gran parco folto; in fondo si vede un palazzo massìccio, che ha sapore di Settecento, di chiesa, di nobiltà di chiesa; è un po’ tetro; è tutto chiuso. Sopra il palazzo si eleva una spècie di torretta quadrata, da cui la tenuta tòglie il nome;[7] e si scorge da ogni parte. Stemmo un po’ lì e poi dissi di girare attorno.

Si girò attorno: dietro il palazzone vi sono le fattorie, uno chalet, tutto coperto di rose, una villa ridente, velata, per così dire, da un filare, sorgente su di un àrgine [222]di altìssime pioppe frondose. È una grande azienda agrìcola oggi, la Torre.

«La Torre! la Torre! la Torre!» Questo nome ricorre nelle poesie di Giovanni Pàscoli con un suono di spàsimo e con l’insistenza di un’ossessione. «La Torre!» e nulla più, come se i lettori sapessero che cosa è la Torre.

Il padre del poeta, signor Ruggero Pàscoli, era ministro di quella tenuta, e abitava con la numerosa famìglia nel palazzo della Torre. Era uomo di molta gentilezza d’ànimo e di gran rettitùdine, della quale virtù, così — diciamo — pericolosa, è anche testimonianza una làpide che il principe Don Alessandro Torlònia fece apporre nella chiesetta gentilìzia della Torre in memòria di quel suo fedele ministro, e — parrebbe — ad ammonimento altresì del futuro.

Ora un bel mattino d’estate dell’anno 1865, il signor Ruggero Pàscoli partì dalla Torre: baciò i suoi piccini, che èrano tutti piccini. Andava a Cesena in carrettino per affari. Sarebbe tornato la sera: ai bimbi avrebbe portato bei doni: alle bimbe belle bàmbole.

Andò, tornò, ma non rivide la sua famìglia.

[223]Nel pomerìggio di quel giorno stesso un carrettino col soffietto alzato per la calura, che veniva al trotto di quella che il Poeta ricorda, cavallina storna, si fermò alle prime case di Savignano. Le brìglie èrano abbandonate e la cavallina pareva domandare soccorso. La gente guardò e vide un uomo con la testa chinata oramai e sanguinante, e fu riconosciuto per il signor Ruggero Pàscoli. Un colpo di fucile a tradimento gli aveva spezzata la testa. Perchè? A quei tempi uòmini micidiali, dati a disonesti guadagni, dominàvano in quelle terre di Romagna, e il trovare un uomo ucciso non era cosa che meravigliasse troppo.

Quella rettitùdine e questa disonestà micidiale si èrano incontrate in quel giorno d’estate. La gente tacque o bisbigliò sommessamente; chi poteva avere udito o veduto, non aveva nè udito o veduto. La Giustìzia fece, per suo conto, un po’ lo stesso; e ben è vero che in quei primi tempi del nuovo regno la veste polìtica di liberale servì a tante cose, che con la Pàtria e con la libertà non avevano nulla a che fare.

Poi la mòglie dell’assassinato stava smemorata sul greppo della Torre, quello [224]dove sorgèvano le alte pioppe: ella guardava, la immota, la immensa serenità del cielo nelle estive sere: ogni tanto, ogni tanto per il cielo corruscava una vampa di fuoco: èrano i lampi di caldo. Un pìccolo bambino le era accanto, quegli che fu poi Giovanni Pàscoli. Guardava anche lui i lampi di caldo.

Ci ricorda lui stesso, in una sua prosa, la madre sul greppo e i lampi di caldo nella serenità della estiva sera: non egli lo dice, ma in me rimase la impressione che egli volesse significare la natura, la quale appare serena, ma ogni tanto la sua pupilla scatta con un lampo di feròcia.

Poi dìssero a quella donna: «Il vostro uomo fu ucciso, e ciò è spiacèvole. Ma voi e questi vostri bimbi che state a far qui? Qui siete di troppo, alla Torre. Avete la casa vostra a San Màuro. Via, andate alla vostra casa. Vi ritirate quieti e parlate poco».

Andàrono. I piccini otto; la madre nove. Questo fu per settembre, il giorno della Madonna. C’era a San Màuro gran festa e sparàvano i mortaletti. Passò la carrozza coi figli e la donna dell’assassinato. Un uomo del pòpolo quando la [225]carrozza passò, disse nella sua indifferente pietà: Ve’ un nid ad farlott! «Vedi un nido di verle!» Poi venne l’inverno: e la madre faceva in silènzio i pìccoli àbiti di lana coi grossi ferri: ma non li potè terminare perchè infermò e morì: poi, poi cominciàrono a infermare e morire i figli, poi fu venduta la casa, poi fu dispersa la famìglia. E anche queste infermità, susseguite da morte, non pàrvero cosa naturale, essendo gente ben conformata e sana.

E allora?

E allora nei tempi in cui si credeva agli Dei, si sarebbe potuto imaginare che un qualche Iddio, Dio Pan, Dio Apòlline, adottasse per suo figliuolo quell’òrfano. «Noi ne faremo un poeta, un poeta di gran sentimento.» La cosa è strana, perchè i poeti di gran sentimento non sono molto frequenti fra noi, così che avremmo un poeta assai originale; e il Pàscoli, il quale per sua naturale disposizione era da giòvane disposto al lepore piuttosto, e all’amàbile e bonària allegria, fu così come al Dio piacque.

Egli cantò nel suo silènzio, fatto di umiltà, un pìccolo idìllico canto, ma senza uòmini, e senza amore, il generatore [226]degli uòmini. Cantava le ròndini, i nidi, l’erba cedrina, le stelle, i pianeti, le rose, le cose mìnime e immense, ma senza mai nominare gli uòmini, così che l’idìllio era quasi doloroso e pauroso: cantava con uno stupore sacro, con un procèdere sgomento quasi che paventasse di svegliare l’òcchio feroce della Natura: la misteriosa sfinge della Natura. Anzi egli la lodava, questa Natura, nell’ape, nelle rose, nelle ròndini, nelle stelle: la diceva pietosa e buona. Ed il suo canto era sìmile al susurro delle andrene che egli vedeva sopra la tomba della fanciulla; e vedeva anche la fanciulla là sotto la terra e la chiamò beata, perchè pura di vite create a morire.

La infantilità dell’idìllio diventava ben tràgica! Più tardi, è vero, egli nominò gli uòmini che camminàrono nella stòria; ma essi èrano senza variazione di stòria; ed èrano piuttosto ombre che uòmini, i quali dalla guerra della vita andàvano verso una grande purificazione.

Il Dio Apòlline, o Pan che fosse, aveva inoltre data al poeta una sampogna, che è un primitivo istrumento pastorale, ma così sottilmente lavorata con lima d’oro e formata di così preziosa matèria [227]che ne usciva una dolcìssima cantilena: la quale si confondeva con l’antico dolore, per modo che il poeta finì con amare quasi il suo dolore, perchè non avrebbe potuto liberarsi da questo senza distrùggere quella sua cantilena.

E con quella sampogna si recava spesso alla casa dei morti, a consolare i suoi, e altri ancora.

E qui il Dio Pan, o Apòlline, compiva un altro miràcolo perchè il cimitero si trasfigurava agli occhi del poeta come fosse stato l’antica ìsola dei beati, circondata dall’azzurro mare. E anche questa era una consolazione. Qualche volta poi avveniva che da quella sampogna uscìssero squilli come dai bèllici oricalchi delle più perfette orchestre moderne. Sono scherzi che fanno gli Dei, cioè gli invisìbili. Il poeta aveva un po’ di paura dei suoi stessi suoni, ma quasi se ne compiaceva. Si doleva soltanto — e un po’ infantilmente — quando qualcuno di quelli che si chiàmano crìtici, voleva smontare la sua sampogna per vedere come era fabbricata, e se la marca di fàbbrica era ellènica, o latina, ovvero inglese, o germànica; ma non si scompòngono, gli istrumenti degli Iddii! E si [228]doleva altresì quando qualche altro, maestro di lògica, gli diceva: «Lei si decida o per la sampogna o per il bèllico oricalco. Majora canamus o minora canamus?» Una volta anzi avvenne questo fatto curioso che intorno a lui, come già intorno ad Orfeo, si radunàrono tutte le bèstie, ma non èran già le tigri e i leoni, ma èrano i conigli, le pècore e altri animali così detti ùmili e mansueti. Ad un tratto, la sampogna squillò, e una voce rimbombò: «Itàlia!», e fu un fuggi fuggi, e il poeta si trovò solo con la sua contraddizione vicino, e un puzzo all’intorno, che egli sinceramente non avrebbe mai sospettato.

Sono scherzi che fanno gli Dei.

Ma con tutto questo avvenne che un bel giorno alla casa del poeta arrivò una Donna.

Era la fiammante Glòria!

Ella viene sovente da chi non la invoca: tuttavia nella fattispècie del Pàscoli la cosa è sempre un po’ miracolosa, quando si consìderi il pòpolo d’Itàlia, che accorre così volentieri ai rimbombi di piazza o agli spettàcoli còmici, ma difficilmente si diverte all’autèntica tragicità. Ma questa volta si era accorto [229]di questo solitàrio che cantava così dolcemente davanti alla porta dei morti.

Se non che quando la Glòria arrivò, il poeta aveva già i capelli grigi, e le belle donne, si sa, non bàciano capelli grigi. Sono scherzi degli Dei, i quali non dànno mai in terra doni compiuti.

*

Ma il fiaccheraio era tediato di quella troppo lunga mia sosta davanti al greppo e alle pioppe luminose. Io tacevo. Ma non taceva l’ànima romagnola del fiaccheraio. «Quella gran villa chiusa, tutta proprietà di un solo padrone, con tanti poderi»…, e lui doveva pagare l’affitto per due buchi di càmere! Ciò lo esasperava.

Pazienza, amico; e spera nell’avvenire!

Gli dissi infine che si poteva avviare verso San Màuro.

Si avviò. Ma la sua ànima rimaneva esasperata. — Guarda qua! guarda là, boia de Signor! — diceva ogni tanto.

Dovunque si volgesse lo sguardo, èrano tutte fattorie con lo stemma della casa Torlònia; pìngui campi: gran verde, fuor della terra nera: case colòniche patriarcali, [230]fra pagliai giganteschi: melagrani rossi, eliotropi gialli, tutti i fiori della fiammante estate.

Non si poteva dar pace il fiaccheraio che tanta ricchezza fosse per uno solo.

Io gli parlai allora mansuetamente della vanità di così sterminata ricchezza. Lo assicurai che a me avrebbe fatto paura tanta ricchezza nè avrei saputo come amministrarla. A lui non faceva paura, e quanto ad amministrarla ci avrebbe pensato lui. Poi gli parve che io lo beffassi; e perchè cercavo di persuaderlo che io non lo beffava, disse: — Lei svària! — che vuol dire: «Lei va nelle nùvole».

«Sì, anche. Anzi non dico di no.

Eppure se non ci fòssero stati gli uòmini che vanno nelle nùvole, voialtri camminereste ancora su quattro zampe!»

*

Le casette basse di San Màuro ci vènnero incontro. La vettura balzò sull’acciottolato. Entrammo nel borgo.

Ho bussato alla casa del dottor Grigioni.

L’arrivo inatteso di un forestiero che si presenta in carrozza, gènera un pìccolo [231]scompìglio nel ritmo sèmplice di una buona casa di villàggio. Io ne fui mortificato. La mòglie del dottore, una giòvane signora, che venne ad aprire, mi parve anche più mortificata per l’assenza di un salotto, oppure perchè il dottore non era in casa. Carlo non c’era. — Carlo non c’è! Oh, se avesse imaginato…. Ma forse è ancora in paese. — Ed ella lanciò Eros, il figlioletto, a cercare se il babbo fosse nella farmacia. Lanciò anche Iris, la figlioletta.

Ma Iris tornò annunziando dolorosamente che nella rimessa non c’era più la bicicletta.

— Allora si vede che è andato per qualche vìsita d’urgenza, ma fra poco ritornerà.

La signora, quella buona pìccola signora, con quella sua ùmile squillante voce càndida, parea come mandare messaggi aèrei per la campagna: «fa presto, Carlo! C’è qui quel signore tuo amico, che è venuto a trovarti».

Mi offerse pavidamente di entrare. Io dissi che intanto sarei andato a vedere la casa del Pàscoli….

— E intanto Carlo verrà; e tu Iris, e tu Eros, accompagnate il signore….

[232]— Dove, mamma?

— Giù in fondo alla contrada, dove è la casa dove è nato il Pàscoli….

— La casa del poeta! — esclamàrono sùbito Iris ed Eros.

— Ma sì, la casa del poeta — disse la signora. Pregai che non si disturbàssero: ma ella mi fece osservare che era mèglio vi fossi andato accompagnato; così i proprietari non avrèbbero detto nulla.

— Tu, Iris, sai fare a dare qualche spiegazione….

Anche Eros disse che sapeva fare.

— Be’, le darete un po’ per uno.

Dunque andammo. E Iris ed Eros saltellàvano davanti a me.

I calzolai del borgo, col deschetto fuori, battèvano il cuoio su la pietra: un fornàio sfornava il pane, il pane a crocette caro al pòvero Pàscoli: più lontano, in mezzo alla via, uòmini e donne circondàvano una di quelle zingaresche pesciaiuole di Bellària; la quale si stava appollaiata, alta, su le coffe del pesce, in vetta al suo baroccino sgangherato. Giovanìssima ella era; ma garriva che facèssero presto, garriva con violenza, perchè il pesce si corrompe col sole. «E [233]vi do, oggi, o pòpolo, da mangiare per niente!» dicea. Bene gli uòmini le gettàvano parole salaci. Ma ella teneva fronte a quei motti, e pur non cessava dal contare il rame ed il nichel su le pìccole palme, limate dall’acqua del mare. — Va là, Marcòn! — disse quand’ebbe finito: e lanciò la sua rozza, disperata lei e la rozza, pel lungo viàggio nell’arsa campagna.

«Poeta! che cosa suona poeta e casa del poeta fra questa gente?» dicevo fra me.

L’ombra del fiaccheraio, allora, mi si appressò.

— Se lei — disse delicatamente, e con bel garbo — se lei si ferma molto per i suoi affari….

— Vi ho già detto che non ho affari….

— Insomma, per quello che ha da fare. Non vòglio sapere i suoi interessi….

— Ebbene?

— Stacco la bèstia, e lei mi trova qui all’osteria. Mangio un pezzo di pane….

— E pigliate un altro aperitivo, — dissi. — Va bene. Ed ecco il franco per l’aperitivo e pel pane. È questo che volevate dire?

Questa volta ci eravamo intesi: non però pienamente; chè lui parve dire: «lei [234]ha l’ària di farmi una elemòsina; invece è un franco di più che mi viene». Questa gente è nata veramente contàbile! Lui si avviò verso l’osteria; io, preceduto da Iris e da Eros, andai alla casa del poeta.

— Eccola là — disse Iris.

La casa natia di Giovanni Pàscoli è una casetta all’estremità del borgo, verso la campagna: è ad un solo piano; gentile, bianca, con le persiane verdi, i coppi spioventi: ma il giardino è grande all’interno.

Iris ed Eros quando èbbero detto: — La casa del poeta! — naturalmente si fermàrono.

I proprietari della casa non dìssero nè «entrate», nè «cosa volete?».

La casetta era ancora, come una volta, circondata di fiori: erba cedrina, gerani, rose e poi un grande alloro cupo e scuro.

Lì, fra quei due bimbi, un po’ incantati per la soggezione; e la gente della casa che andava, veniva, badava alle sue faccende sogguardàndomi ogni tanto come si guarda un importuno, e quel cupo àlbero d’alloro…. mi colse una gran depressione di spìriti.

Pensavo alla Glòria dei poeti.

[235]Intanto un uomo era balzato dalla bicicletta.

— Il papà — dìssero festosamente Iris ed Eros.

Era il dottor Grigioni: non un barbuto e grave uomo, ma un giòvane uomo sèmplice, vivo, cortese.

Egli mi spiegò quel poco che c’era da spiegare.

Ma io sentivo che la depressione aumentava dentro di me. Il giardino pieno di fiori era triste ai miei occhi come il prato dell’asfodelo, per cui gli antichi imaginàrono andare i morti: l’alloro aveva una immobilità cupa e dolente. Dove sei tu ippogrifo dalle brìglie d’oro su cui volò il giovanetto nel suo gran sogno di vita? Casetta, nido di allòdole fra il grano, triste tu mi apparivi allora come un nido abbandonato.

— Andiamo, andiamo, dottore — dissi.

— Non vuol vedere il museo?

— Ah sì; ma non importa.

— Già che è qui….

*

Andammo a vedere il museo. Esso è nel Municìpio. Iris ed Eros fùrono mandati a prèndere le chiavi. Andàrono di [236]corsa, ridenti. Il fiaccheraio beveva e mangiava all’osteria: lo vidi beato, immoto, col vermìglio vino davanti.

Aprimmo il Municìpio chiuso: entrammo.

Nel silènzio, nel sole, nel caldo chiuso della sala del Consìglio, dominava un immenso ingrandimento fotogràfico, già sbiadito, grande come mezza parete, con una sfacciata cornice dorata: Giovanni Pàscoli in toga ed ermellino: i suoi pòveri baffi càdono giù, la sua stanca persona cade giù. Come è melancònico Pàscoli in veste accadèmica!

Io volevo uscire, all’aperto; e lui, il dottore, voleva che almeno vedessi una cosa che giudicava di un certo interesse. Mi parve scortesia rifiutare e rimasi.

Nel museo c’era ben poco: in uno scaffale le òpere del Pàscoli, rilegate, allineate, poi una cuna o lettuccio di legno, la vècchia zana romagnola dove stèttero i figli dell’assassinato: poi dentro un’altra vetrina una leccarda dell’arrosto, un caldanino di còccio e fiorami, una màglia di lana non finita, coi ferri dentro.

Il dottore cercava entro una grossa busta fra molte carte.

Quel caldanino, quella leccarda, quella [237]cuna, che ora sono lì nella morte, un tempo fùrono nella vita. Casa di Ruggero Pàscoli; mensa familiare, ùmile santa mensa fiorita di tanti bambini; mensa tepente odorosa; parva domus, nido sospeso; primavera anche nell’inverno! E Cristo veniva a quella mensa. Poi una schioppettata, e Gesù Cristo non potè difèndere.

Mi tornàvano a mente le parole di Monaldo Leopardi: la spezzata corona delle giòvani olive, che èrano allegrezza e decoro della paterna mensa.

*

— Usciamo, caro dottore.

Egli cercava ancora.

— Ma che cerca?

— Una cosa curiosa.

Egli tranquillamente cercava nelle buste, e a me intanto rifiorìvano questi versi alla madre:

…. Fioccava senza fine,

e tu fra i ceri, con la morte accanto,

sentendo gli urli della tramontana,

parlavi ancora delle tue bambine,

cui non potevi, non potevi intanto

cucire i pìccoli àbiti di lana.

[238]— Ah, ecco — disse il dottore che aveva trovato —; e mi venne da presso, e mostràndomi un ritrattino che aveva mezzo occultato nella mano, domandò:

— Questo chi è?

— Giovanni Pàscoli — risposi naturalmente.

Quello infatti che il dottore mi mostrava era un ritratto di Giovanni Pàscoli.

Il dottore sorrise; scoprì per intero il ritrattino e disse: — No, è il padre, Ruggero Pàscoli che aveva, quando fu ucciso, press’a poco la stessa età del poeta quando l’anno scorso morì. La somiglianza è così grande che tutti rispòndono come lei, e questa somiglianza non è senza significazione. Ma c’è di più: guardi.

Il ritrattino sbiadito rappresentava il signor Ruggero Pàscoli, sorridente, felice, in mezzo alla nidiata dei suoi figliuoli, attorno a lui, su le ginòcchia di lui.

— Ma vede! — disse il dottore. — La mano del padre è posata per protezione e per più intenso affetto su la testa di Giovannino. Ciò lei può dire che è casuale; ma ecco un altro ritratto — e ne mostrò un altro, una spècie di dagherrotipia, [239]dove ancora la mano del babbo sta posata su quella stessa testolina infantile: — si distingue appena un po’ il nero degli occhi, ma è lui, Giovannino. Questo voglio dire — continuò il dottore — che vi sono molte cose che ancora non sappiamo. I crìtici dìssero che il dolore del poeta per la uccisione del padre era diventato un sèmplice dolore artìstico. Fu, invece, un dolore vero, quasi fosse stato egli, insieme col padre, trafitto.

*

Si parlò di altre cose che qui non è il caso di riferire. — Piuttosto si può dire — disse il dottor Grigioni — che, nella vita, Pàscoli fu un tìmido, forse un dèbole verso gli uòmini.

— Forse — risposi; ma poi mi ripresi e dissi: — Ma che cosa sono gli uòmini? Pochi come lui bussàrono alle porte del Mistero con tanto ardimento.

— E anche questo è pur vero — disse il dottore.

*

Uscimmo all’aperto, infine. Dopo, del Pàscoli non si parlò più.

Il dottore volle che entrassi nella sua [240]casa: egli non aveva vergogna se non aveva salotto. La casa era piena di libri, di fiori; e dietro la casa c’era un grande orto, ricco dei bei doni della terra. La signora servì la limonea. Mi pregò di non guardare la casa: «mio marito mette i libri da per tutto».

— Come fa, dottore — domandai —, lei uomo di stùdio, a vìvere qui fra questi?… — E non riuscivo a dire uòmini.

— Ma tanto qui come a Milano, come a Roma — disse sorridendo il dottore — son tutti uòmini; è questione di levare un po’ la scorza.

— Non desìdera di lasciare la condotta, trovare occupazione altrove?

— Non desìdero.[8]

Ed ecco entrò un villano col cappello [241]in testa e reclamò il dottore sùbito per la sua donna che «urlava come una bèstia e la scottava come il fuoco».

— Ora vengo — gli disse il dottore e a me disse sorridendo: — La sòlita ipèrbole romagnola. E sono romagnolo anch’io!

— Ma tu non bevi vino! — disse la signora.

Così presi commiato dal dottore, dalla buona signora, da Iris, da Eros.

*

Il fiaccheraio era pacificato. Passammo davanti al cimitero di San Màuro: una gran massa scura di cipressi. Ma il fiaccheraio non se ne accorse; nè parlò parola.

Parlàrono i cipressi e dìssero: — E il cipresso è uguale all’alloro! —

Era oramai il pieno mezzodì, l’ora in cui il Dio Pan va per i campi.

Ma forse il Dio Pan o il Dio Apòlline, al cui giudìzio io mi ero rivolto per corrèggere i giudizi degli uòmini, non sono anche loro, come la Glòria, mai esistiti.

E il cipresso era uguale all’alloro!

NOTE:
1. Resto del Carlino, 6 gennaio 1916.

2. Nota: ante Bellum, cioè nel 1913; e pareva prezzo enorme! Nel 1919 prezzo, almeno, raddoppiato.

3. Il giòvane, rispondente al falso nome qui scritto, fu due volte ferito nella Guerra; e allegramente lo vidi portare le sue ferite. Nota del 24 marzo 1916.

4. Vedi il raro opùscolo di Emìlio Biondi, La figlia di Lord Byron, Faenza, tip. Montanari. Byron dettò l’epìgrafe: In memòria di Allegra, figlia di G. Q. Byron, che morì a Bagnocavallo in Itàlia, il XX aprile MDCCCXXII, in età di anni V e III mesi, e vi appose il motto biblico: Io andrò a lei, ma lei non tornerà a me.

5. Il terremoto dell’estate 1915, poi i continuati bombardamenti della Guerra mondiale, poi l’afflusso dei pòveri pròfughi di Venèzia dopo Caporetto e tutte le necessità della Guerra, hanno mutato il mondano e lieto aspetto di questa città. Pèggio dev’èssere di Ostenda.

6. Nel lùglio 1918, in un giornale di Milano fu stampato uno scritto che accusava l’autore del presente libro di non aver voluto nella casa, di cui qui si parla, i pòveri pròfughi! La casa fu requisita; ed è vero il contràrio, cioè che domandando ai pròfughi di fare, per i due mesi dell’estate, posto anche al proprietàrio, restringendosi e usando la cucina in comune (che sarèbbero stati risarciti delle maggiori spese dal detto proprietàrio), quelli rispòsero non intèndere di restrìngersi, nè avere nulla in comune.

La sola cosa di cui l’autore si dolse fu che non si volle o non si potè dare tempo e modo di convenientemente ricoverare le cose familiari di cui qui è parola.

La requisizione della casa, del resto, era pìccolo sacrifìcio e sèmplice dovere.

Lo scritto del giornale conteneva parole che andàvano sino all’augùrio dell’impiccagione per il proprietàrio letterato e per la letteratura; la firma era di una signorina.

Allora non mi parve il caso di rispòndere, e se oggi ne fàccio menzione, qui, è per necessità, affinchè chi legge questa pàgina sentimentale su la casa, e àbbia letto quello scritto, non si formi dell’autore concetto diverso dal vero.

7. Il luogo, veramente, fin dai tempi dei Malatesta era detto Torre di Giovedia.

8. Allo scòppio della guerra (1915), il dottor Carlo Grigioni abbandonò condotta, famìglia e andò semplice soldato: perciò non pareva sàvio ai buoni abitatori del luogo. Sentii dire che lo avèvano visto a Forlì in piazza d’armi con lo zàino o il fucile. Così in fatti lo vidi e stemmo un pomerìggio insieme a Brisighella, dove egli, nelle ore di riposo, si occupava ad illustrare il luogo per le Guide del Touring. Non so poi se àbbia ottenuto il grado di ufficiale mèdico, ma credo di sì essendo egli assai valente.

(Milano, 20 novembre 1916).